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Agricoltore, buttafuori, bidello, ma soprattutto maestro di arti marziali “perché crescere in Texas è duro”.

La confessione di “Champion Joe”

Il festival
Joe R. Lansdale, di cui è appena uscito L’orrore e altre storie (edizioni BD), sarà ospite del Cortona Mix Festival (dal 26 luglio al 4 agosto) con tanti altri protagonisti: da Simonetta Agnello Hornby ad Alessandro Baricco e Cristina Comencini Il programma della rassegna, promossa dal gruppo Feltrinelli e dal comune di Cortona, è su www.mixfestival.it

L’UOMO CHEVISSE CINQUEVOLTE
RAFFAELLA DE SANTIS
olo chi ha avuto tante vite, e a conti fatti saranno almeno cinque, può essere uno scrittore di successo e non averne l’aria. Solo chi ha imparato a combattere e andare a tappeto può avere la faccia limpida di Joe R. Lansdale, sessantadue anni senza ombre di rimpianti, alle spalle i mestieri più vari (da bidello a coltivatore di rose), una carriera da lottatore e una produzione sterminata di trecento short stories e trentacinque romanzi, tra cui titoli come Acqua buia, In fondo alla palude, La sottile linea scura e la famosa serie noir degli investigatori texani Hap e Leonard. “Champion Joe” è seduto in un bar al centro di Roma insieme alla moglie Karen e alla figlia Kasey godendosi l’aria condizionata del locale davanti a un bicchierone di tè freddo pieno di cubetti di ghiaccio, mentre fuori c’è un caldo texano e i sanpietrini friggono al sole. Al di là dell’aria paciosa, Lansdale ha una scorza dura che si intuisce dietro gli occhi allegri, nessuna posa di maniera, una t-shirt nera con su scritto Nacogdoches, il nome della città in cui vive. È lì che ha aperto la sua scuola di arti marzia-

S

LANSDALE: “SCRIVO TRA UN MESTIERE E UN ALTRO”

Molto più interessante il lavoro agricolo». E quali altri mestieri? «Ho perfino fatto il bidello all’università di Nacogdoches. Il bello è che oggi insegno nella stessa facoltà dove da giovane spazzavo i pavimenti». È l’American dream. Ma questa promessa può ancora esistere negli Stati Uniti di oggi, in piena crisi economica? «Il sogno americano non è una promessa, è un’opportunità. Mio padre ha vissuto la Grande Depressione, ma ha lavorato sodo. L’american dream non significa fare i soldi, ma avere la chance di vivere la tua vita, dare ai tuoi figli prospettive migliori delle tue. Se ci crediamo, le cose cambiano. È la lezione delle arti marziali: saper convivere con la negatività e la positività, la gloria e la sconfitta. Si impara di più da una sconfitta che da una vittoria. Per essere un buon vincitore bisogna saper essere un buon perdente». Come nelle canzoni di Bruce Springsteen, le piacciono? «Sì, i veri looser (perdenti ndr) sanno rialzarsi dopo essere andati a tap-

“Mio padre imparò a fare il meccanico smontando un’auto Io ho fatto lo stesso con la letteratura”
li: «I primi rudimenti di questa disciplina li ho appresi da mio padre, devo tutto a lui. E a mia madre l’amore per i libri». Qual era il mestiere di suo padre? «Era una sorta di vagabondo, prendeva i treni al volo e viaggiava attraverso il Texas. Si guadagnava da vivere con la boxe e il wrestling nelle fiere paesane. È stato lui a insegnarmi le basi della lotta, avrò avuto undici anni». Perché insegnare a un bambino a lottare? «Il Texas in cui sono cresciuto era un posto molto duro, avevo bisogno di difendermi. Durante la scuola ero un ragazzino che leggeva molti libri, ma dovevo imparare a proteggermi. Poi sono passato alle arti marziali, che mi hanno dato anche la fiducia e il coraggio di diventare uno scrittore». In che senso? Qual è il legame tra judo e scrittura? «Chi pratica queste discipline sa esercitare un grande controllo interiore e impara a puntare su un obiettivo preciso, senza perdersi in dettagli inutili. È un’economia delle emozioni, utile anche quando si scrive. Nel tempo, dopo anni di allenamento, sono riuscito a creare un mio stile personale, fondendo insieme Judo, Aikido, Karate, Kung Fu. L’ho chiamato Shen Chuan, “colpo dello spirito”». D’altra parte anche nei suoi lavori letterari mescola generi diversi, pulp, trash, noir, cartoon. È lo stesso metodo? «Sì, e mi rispecchia. Le letture disparate della mia formazione sono tornate a galla quando mi sono messo a scrivere. Si è trattato di un processo naturale, non di una teoria da applicare alla scrittura. In fondo ho soltanto portato sulla pagina le cose che mi interessavano». A sentirla parlare sembra semplice, eppure la strada verso il successo non è stata immediata. «Prima di diventare scrittore ho fatto tanti mestieri. Sono nato povero e fin da bambino sapevo che bisogna rimboccarsi le maniche. Anche in questo mio padre è stato un modello. Quando sposò mia madre sognava di fare il meccanico. Lei lo aiutò. Aveva pochi soldi da parte e gli comprò una vecchia macchina, così lui iniziò a smontarne e rimetterne insieme i pezzi fino a quando non imparò il mestiere. Io e Karen, sposandoci, abbiamo fatto lo stesso. Abbiamo lavorato insieme come coltivatori di rose, siamo stati agricoltori in una fattoria». E cosa ha imparato da queste esperienze? «Ho imparato a sopportare il caldo. Ho imparato che un campo caldo in cui si lavora è pieno di vita. Ho imparato a lavorare in posti disparati e a scrivere part time, almeno fino a quando ho potuto». Ha fatto anche il buttafuori? «Francamente è stato il lavoro più noioso, si ha a che fare con ubriachi e gentaglia. Per niente romantico o attraente.

“L’American dream non significa fare i soldi, ma avere una chance Per essere un vincitore devi saper perdere”
peto, perché sanno che dopo ogni sconfitta si può ricominciare. Si può: questa è la lezione americana e questa è la mia storia. Ho iniziato che non avevo nulla e ce l’ho fatta. Certo, nessuno aspira a essere un perdente, ma la sconfitta fa parte della vita». Sta di fatto che lei oggi è un uomo di successo. Scrive romanzi, fumetti, si dedica al cinema, insegna Shen Chuan, dove lo trova il tempo? «Abbiamo un mucchio di tempo a disposizione nella nostra vita, l’importante è non sprecarlo. È una questione di disciplina. Scrivo quattro ore al giorno e il resto della giornata lo dedico alla famiglia e alle cose che amo fare: studio archeologia e storia, vado in palestra e, naturalmente, al cinema, una mia vecchia passione». Le piacciono sempre i B-moovie? Kasey mostra una sua fotografia sul telefonino con la faccia rigata di sangue e truccata da zombie. Papà Joe è divertito: «È un’immagine tratta da Christmas With the Death. Abbiamo scritto insieme la sceneggiatura e Kasey, oltre ad aver pensato alla colonna sonora, ha recitato un piccolo ruolo». La sua positività è contagiosa, ma per scrivere serve tanto ottimismo? «Chi l’ha detto che per scrivere bisogna per forza mettersi in croce? Basta semplicemente essere come tutti gli altri».
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Il caso

UN LIBRO MULTIMEDIALE CANDIDATO AL BOOKER PRIZE
LONDRA – Non è un libro, non è un film, non è un audio, eppure è entrato nella prima selezione di finalisti per il Booker Prize, il più prestigioso premio letterario britannico. E allora cos’è? È un romanzo multimediale, uscito inizialmente solo come e-book, con link a un sito su cui storia e personaggi si sviluppano in vario modo, a seconda delle preferenze dei lettori. The kills, thriller dello scrittore, regista e artista americano Richard House, è la prima opera del genere, disseminata su più forme mediatiche, a entrare nella lista dei candidati al Booker. «Storicamente il romanzo è una forma flessibile, in continua evoluzione, questo ci è sembrato un esperimento che si espande attraverso i contenuti digitali», dice Robert Macfarlane, presidente della giuria del premio. Nel libro, i lettori possono andare su internet per imparare di più sui personaggi, attraverso note a fondo pagina e video recitati da attori, e possono leggere il testo sia in ordine cronologico, sia seguendo le singole vicende dei protagonisti. «Il digitale apre nuove frontiere alla narrativa», proclama l’autore. Enrico Franceschini
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