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Chrtien de Troyes Lancillotto

Titolo dell'opera originale: Lancelot ou le Chevalier de la Charrette a cura di Gabriella Agrati e Maria Letizia Magini Copyright 1983 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano Chrtien de Troyes, attivo alle corti di Champagne e di Fiandra tra il 1160 e il 1190, viene considerato il pi grande poeta del Medioevo occidentale prima di Dante. Tra le sue mani il romanzo arturiano divenne una forma superiore di narrativa cortese, un'incarnazione originalissima in cui il poeta fuse i propri concetti etici con l'imitazione dei poeti latini, l'eredit delle chansons de geste e dei romanzi antichi con una ricca messe di miti e di motivi che affondano le proprie radici nel sostrato celtico della Bretagna insulare e continentale. Lancillotto fu scritto contemporaneamente a Ivano, e rimase incompiuto: Chrtien lasci al chierico Godefroi de Leigni il compito di terminarlo. La storia nota: Lancillotto ama, riamato, Ginevra, moglie di re Art; per lei arriva a coprirsi d'infamia salendo deliberatamente sulla carretta destinata ai malfattori. Il suo valore tuttavia resta integro, tale la sua capacit d'amare. Guerriero perfetto e perfetto amante, Lancillotto incarna la figura ideale del cavaliere, ed pi rappresentativo del suo celebre successore Perceval. Lo protegge - secondo la tradizione - la fata di un lago: ma nel romanzo di Chrtien pi che la tradizione o le fonti importa l'atmosfera nella quale il poeta ha immerso la narrazione: un'atmosfera irreale, dove gli episodi si snodano senza precisi contorni, e se l'ironia ne il filo conduttore, pure non ci si pu sottrarre al fascino di questo estatico amore che Chrtien dipinge con conturbante adesione. Introduzione Chrtien de Troyes Come per la maggior parte degli scrittori del Medioevo, poco si conosce della vita di Chrtien de Troyes, il maggior poeta medievale prima di Dante. Gli elementi certi della sua vita sono dedotti dalle sue opere; il resto non sono che congetture costruite intorno a pochi dati sicuri. Sappiamo che Chrtien nato nella Champagne, probabilmente a Troyes, verso il 1135. Fu un chierico? E' molto probabile, a giudicare dalla sua formazione culturale. Fu araldo d'armi? Alcuni critici lo hanno supposto basandosi su un passaggio del Lancelot. Avrebbe soggiornato in Inghilterra? Si crede di indovinarlo attraverso le sue nozioni geografiche e le precise indicazioni che

fornisce di varie citt inglesi, indicazioni che tuttavia potrebbero anche essere di seconda mano. Si vorrebbe sapere con sicurezza se abbia viaggiato in Bretagna e abbia risieduto per qualche tempo a Nantes, ma non sono che ipotesi. Chrtien potrebbe aver conosciuto il grande mondo alla corte di Champagne e nella citt di Troyes, dove due importanti fiere richiamavano mercanti, jongleurs, novellatori da ogni angolo del mondo cristiano. All'inizio del suo romanzo Cligs, di sfondo bizantino e in cui si intreccia il tema della falsa morte, il poeta stesso elenca le opere gi composte: Erec et Enide, storia di due sposi e amanti esemplari; Les comandemanz d'Ovide; l'Art d'amors; Le mors de l'espaule; Li rois Marc et Ysalt la Blonde; La muance de la hupe et de l'aronde et del rossignol. Di questi, il secondo e il terzo erano presumibilmente traduzioni dei Remedia amoris e dell'Ars amandi di Ovidio, mentre Le mors de l'espaule doveva essere una versione del mito di Pelope. Tutti e tre questi poemi sono andati perduti, e delle poesie giovanili pervenuta solo la Muance, comunemente chiamata Philomena, serbata nell'Ovide moralis della fine del XIII secolo. Nulla pervenuto di quanto Chrtien aveva composto di re Marco e di Isotta la Bionda, presumibilmente un episodio della leggenda di Tristano. Dopo Erec et Enide, composto intorno al 1170, e Cligs, del 1176 circa, seguirono altri romanzi: Lancelot ou le Chevalier la Charrette, che narra dell'amore di Lancillotto per la regina Ginevra; Yvain ou le Chevalier au Lion, che come Erec ha per tema la conciliazione tra il valore cavalleresco e il perfetto amore; e Perceval ou le Conte du Graal, in cui la storia del Graal compare per la prima volta nella letteratura cortese. Il Lancelot e il Perceval sono entrambi incompiuti. Un altro romanzo, Guillaume d'Angleterre, che si ispira alla leggenda di sant'Eustachio, di incerta attribuzione. Quando il poeta cominci a scrivere, verso il 1160, la letteratura francese attraversava un periodo di rinascita: gi da una quindicina di anni fioriva il genere del romanzo che rispecchiava sia un mutamento sociale sopravvenuto nella classe nobiliare, sia un nuovo modo di intendere il ruolo della donna, sia anche un complesso amalgama di eleganza, raffinatezza e psicologia dell'amore riassunto nei termini cortese e cortesia. I primi romanzi cortesi, il Roman d'Alexandre, il Roman de Thbes, il Roman d'Enas, rievocavano con spirito nuovo i poemi latini e i romanzi ellenistici. Ma gi da tempo si era affermato, soprattutto nella Francia del Nord, il genere epico della chanson de geste che, esaltando le imprese di Carlomagno e dei suoi paladini, aveva dato luogo a un movimento letterario di grande portata in cui si erano riconosciute la Francia delle crociate e tutta l'Europa romanza e

germanica. Altrove, nelle regioni di lingua d'oc, dalla Provenza all'Aquitania, al Limosino e al Poitou, era sorto il movimento trobadorico, che aveva presto infiltrato il Nord di lingua d'ol della sua ideologia dell'amore, secondo cui ogni eroe deve amare e dedicare ogni proprio intento a una dama. Ma l'amore, per essere perfetto, cio perch sia fine amor, deve essere vissuto da lontano, e dalla lontananza rafforzato; deve essere incompatibile con l'unione coniugale, e pi simile all'omaggio feudale che il vassallo porge al signore che alla comunione di due spiriti e di due corpi. La dama sar dunque gi impegnata, di condizione superiore a quella dell'ami e, anche se non necessariamente casta, inattingibile se non con il cuore e con il pensiero, e degna di ogni onore in quanto moralmente e fisicamente perfetta. Allo stesso tempo, il cavaliere conserver tutte le qualit dell'eroe epico: sar bello, prode, elegante, raffinato, generoso, e l'amore segreto che nutrir per la dama prescelta lo render cavaliere perfetto, cortese appunto. Mentre venivano elaborate queste concezioni base del rapporto feudale e amoroso, vero e proprio codice di una nobilt tendente a rendere ereditari i propri privilegi e ad accentrare in corti sempre pi sfarzose un potere vieppi indipendente da quello del re, compariva in Francia una traduzione dell'Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth: il Roman de Brut del normanno Wace (1155). La brillante creazione di Goffredo e la sua versione in lingua francese ebbero larghissima eco nell'ambiente culturale dei chierici e in quello cortese e anglonormanno, e introdussero nelle corti la materia di Bretagna o materia arturiana, che presto dette l'avvio a un ciclo epico-fantastico-cortese che si contrapponeva a quello carolingio soddisfacendo appieno le aspirazioni a una epopea nazionale di quei normanni che avevano conquistato il trono inglese. L'incontro della tradizione eroica della Francia del Nord con quella lirica della Provenza, del fine amor con la materia di Bretagna e con i racconti celti che bardi, menestrelli e giullari narravano tra le due sponde del Canale della Manica, si realizz nell'ambiente di Eleonora di Aquitania, nipote di quel Guglielmo IX che era stato il primo trovatore, moglie di Luigi VII di Francia e poi di Enrico Ii Plantageneto, e madre di Maria e Alice, andate spose a due tra i pi grandi signori di Francia, i conti di Champagne e di Blois. Lo splendore della regina Eleonora, il suo fascino, la sua maestria letteraria permettono di pensare che Chrtien sia stato allettato da questo tanto ricercato mecenatismo. Ma le circostanze politiche e una certa diffidenza da parte di Eleonora la provenzale nei confronti di un uomo del Nord si prestarono senza dubbio male all'impresa. Quello che non aveva potuto ottenere dal favore di Eleonora,

Chrtien doveva pi naturalmente ottenerlo, verso il 1162, da Enrico I di Champagne, che due anni pi tardi sarebbe divenuto marito di Maria, una delle due figlie di Eleonora. Chrtien aveva gi composto le opere ovidiane, e due canzoni di datazione incerta, una delle quali alla maniera di Bernard de Ventadour, provano un suo accostamento alla poesia in lingua d'oc; l'Erec et Enide mostra gi un poeta maturo e padrone della materia arturiana, e il Cligs attesta la sua capacit di padroneggiare la materia antica e bizantina. Fu invece Maria di Champagne a indurlo a comporre quel Lancelot sulla cui interpretazione i critici non concordano, e che Chrtien stese quasi contemporaneamente all'Yvain, lasciandolo poi interrotto. Nel marzo del 1181 Enrico I mor, e Chrtien rivolse l'omaggio alla corte pi opulenta e insigne per tradizione e mecenatismo, quella di Fiandra su cui regnava il conte Filippo d'Alsazia. Questo nuovo protettore corrisponde a un nuovo orientamento spirituale e letterario nell'opera di Chrtien, in cui si pu ritrovare l'influenza del conte. Filippo d'Alsazia prest al poeta un libro da cui doveva nascere il romanzo mistico di Perceval. Se anche questo poema rimase incompiuto, fu per la morte del poeta, avvenuta prima della partenza del conte per la crociata da cui non sarebbe tornato. Si pu quindi dedurre che Chrtien sia morto nelle Fiandre prima del 1190. Abbiamo dunque visto come il poeta scelse di incentrare i soggetti sulla materia di Bretagna, di far vivere la propria ispirazione, dimostrare le proprie tesi e affermare la sua personale visione del mondo cavalleresco e dei rapporti tra i sessi attraverso i personaggi e i motivi che affondavano le proprie radici nel sostrato celtico della Bretagna insulare e continentale. Ma, tra le sue mani, il romanzo arturiano divenne una forma superiore di narrativa cortese, un'incarnazione originalissima in cui il poeta fuse i propri concetti etici con l'imitazione dei poeti latini, l'eredit delle chansons de geste e dei romanzi antichi con una ricca messe di miti e di meraviglioso di stampo celtico. Egli seppe armonizzare questi elementi disparati e riusc quasi sempre a imporre su di essi un'unit di concezione e di stile. Non temette di essere poeta originale, in un'epoca in cui l'originalit era guardata con sospetto. Certo, anche Chrtien richiama in quasi tutti i romanzi la estoire, il conte o il livre da cui avrebbe derivato le proprie opere, ma si tratta pi di una forma retorica che della verit: egli non poteva non riconoscere in se stesso il modo affatto nuovo con il quale delineava i personaggi e sviluppava i rapporti che si svolgevano tra di essi. Chrtien seppe rispondere alle aspettative del mondo cortese cui si rivolgeva, e fu poeta del suo tempo anche nell'uso della lingua e dell'espressione. La generazione letteraria cui appartenne era sempre

pi cosciente dell'importanza del fatto artistico e della necessit di utilizzare al meglio gli strumenti della poesia; e Chrtien dispiega un ricchissimo vocabolario, una continua ricerca della giusta parola e dell'immagine scelta; la lingua diviene nella sua penna un buon francese, come scrisse Huon de Mri, secondo il quale il poeta champenois eccelleva nell'invenzione letteraria. Il suo gusto per il meraviglioso si mostra temperato da un realismo attento ai dettagli, le sue descrizioni sanno essere opulente e continuamente variate, pure egli sa spesso abilmente frenarle, non renderle sovrabbondanti. Con abilit sa dosare l'aspettativa del lettore, differire le spiegazioni, tenere sospesa l'attenzione, ritardare o accelerare a volont il tempo della narrazione, fare uso del flash back e passare quasi impercettibilmente da un tono all'altro. Cos, spesso la tenerezza trapassa nell'ironia, la seriet nella giocosit, nella farsa e nella caricatura. La sapiente combinazione dei diversi effetti, le sorprese controllate, il miscuglio di tragico e ironico, lasciano nel lettore un'impressione di virtuosismo, di acrobazia verbale. Forse Chrtien non fu, strettamente parlando, un caposcuola; pure esercit una vasta e duratura influenza sulla letteratura successiva, fu riconosciuto gi dai contemporanei come un maestro di lingua e di stile, e poeti come Hartmann von Aue e Wolfram von Eschenbach, oltre a una miriade di altri, tedeschi, olandesi, scandinavi, provenzali e inglesi, dovettero molto al poeta champenois. Le continuazioni in poesia e le modernizzazioni in prosa dei suoi romanzi si estesero fino a tutto il XVI secolo. Eppure, gli eroi di Chrtien divennero simbolo di tutto quanto aborriva alla sua coscienza etica: egli aveva ironizzato, nel Lancelot, sull'amore cortese ridicolizzandone gli eroi, e Lancillotto fu assunto a prototipo del perfetto ami e perfetto cavaliere; aveva scritto, con Cligs, un anti-Tristano, e fu Tristano e non Cligs a divenire l'amante per eccellenza; aveva esaltato l'amore coniugale e la maturazione della coppia all'interno di esso come la sola via per raggiungere un ideale cavalleresco aperto alla generosit verso il prossimo e alla gioia da offrire agli altri, e proprio due adulteri, Lancillotto e Tristano, divennero i referenti per ogni storia d'amore successiva. Certo, sulla nostra sensibilit pesa ancora il Romanticismo, che esalt l'amore-passione sull'amore coniugale, ma gi da prima gli epigoni di Chrtien non avevano tratto da lui alcuna lezione morale. Lancillotto o il Cavaliere della Carretta La dedica del romanzo ci fa sapere che Chrtien lo compose per Maria di Champagne, che in esso il comando della contessa ebbe maggior peso del talento e della fatica che il poeta vi mise, e che

la materia e il senso furono dono generoso della contessa, s che Chrtien stesso si occup solo di darne la forma, e non vi pose molto di pi che l'impegno e l'intento. Chrtien declina dunque apertamente ogni responsabilit per quel che riguarda la materia (il soggetto) e il senso (le idee, i sentimenti, la concezione psicologica e morale su cui edificata la narrazione) della sua opera; sembra quindi naturale conseguenza la sua riluttanza a portarla avanti, a rifinirla e, infine, a completarla. Egli infatti lasci a un altro champenois, il chierico Godefroi de Leigni, il compito di concludere la storia. Se questa interpretazione del prologo corretta e ci pare pi verosimile rispetto alla teoria secondo la quale Chrtien avrebbe invece soltanto voluto rendere un grazioso omaggio alla sua protettrice attribuendole ogni merito la contraddizione tra l'ideologia dominante in quest'opera e quella espressa nei romanzi precedenti si mostra del tutto apparente. Nel Cligs e nell'Erec et Enide Chrtien ha impegnato tutta la propria arte a dimostrare la superiorit dell'amore coniugale sull'amore-passione cortese, inteso come esaltazione dell'adulterio e come completa sottomissione dell'ami alla donna amata. In Cligs ha pi volte rigettato l'etica sottostante alla storia di Tristano e Isotta, come nell'Erec ha mostrato il cammino verso la perfezione di una coppia di sposi, e i mali cui conduce l'impero che una damigella capricciosa esercita sull'amico. Tutto fa pensare, quindi, che il tema propostogli dalla contessa Maria non sia di suo gradimento, tanto che il poeta preferisce concentrarsi sulla stesura dell'Yvain, cui lavorava contemporaneamente alla Carretta, piuttosto che portare a termine un'opera che gli poco congeniale. A prima vista Chrtien tratta il tema dell'amore di Lancillotto e Ginevra con tutta la dovuta seriet, e sono molti i commentatori che interpretano in tal modo le intenzioni del poeta. Eppure, solo se si spiega in termini di ironica presa in giro delle forme e dei modi dell'ideologia stessa dell'amore cortese, possibile comprendere perch un perfetto cavaliere quale Lancillotto si pieghi fino a umiliarsi ai voleri della regina, fino addirittura a rinnegare il dettame pi elevato del codice cavalleresco, mostrandosi vile, combattendo al peggio nel torneo di Noauz. Secondo le regole dell'amore cortese, l'amico deve adorare quasi religiosamente la dama in cui ha riposto il cuore; ebbene, Lancillotto, dopo il convegno con la regina, Au departir a soploi@ a la chanbre, et fet tot autel@ con s'il fust devant un autel.@ (vv. 4716-18) [Al momento di allontanarsi, egli si inginocchiato verso la camera e si portato come se si fosse trovato davanti a un altare.]

Qui Chrtien quasi blasfemo, eppure sospende ogni critica, mostra solo le logiche conseguenze di un assurdo modo di intendere l'amore, di quella forma di religione dell'amore allora in voga. Ma non tutto. Nell'episodio del pettine siamo al ridicolo: Lancillotto trova un pettine della regina che porta tra i denti alcuni suoi capelli d'oro. Egli ne trae i capelli e ...les commence a aorer,@ et bien .cm foiz les toche@ et a ses ialz, et a sa boche,@ et a son front, et a sa face;@ n'est joie nule qu'il n'an face:@ molt s'an fet liez, molt s'an fet riche;@ an son soing, pres del cuer, les fiche@ entre sa chemise et sa char.@ (vv. 1463-70) [...prende ad adorare quei capelli e li avvicina agli occhi, alla bocca, alla fronte e al viso almeno centomila volte; non tralascia alcuna manifestazione di gioia, se ne rallegra molto e si sente arricchito. Infine li ripone sul petto, accanto al cuore, tra la carne e la camicia.] Del resto, alla sola rivelazione di essersi imbattuto nei capelli della regina, poco mancato che Lancillotto svenisse: ne ha perso il colore e la parola, e ora che li ha riposti sul petto, si sente al sicuro da ogni pericolo, come se custodisse delle sante reliquie! Cosa dire del tentativo dell'eroe di gettarsi dalla finestra di un castello per seguire il corteo di Meleagant che conduce via Ginevra? Lo stesso Galvano, presente, lo rimprovera per aver esagerato, mentre una damigella lo insulta e gli dice che avrebbe fatto meglio a morire, da che si coperto di onta salendo sulla carretta della vergogna. Siamo qui all'episodio centrale del romanzo: Lancillotto, per obbedire ad Amore, trascura Ragione, e sale sulla carretta destinata ai malfattori infrangendo di propria volont il codice cavalleresco, accettando implicitamente di essere bandito dall'ordine della cavalleria, perdendo ogni merito, ogni possibilit di essere ricevuto a corte, onorato e ben accolto. Come pi avanti al torneo di Noauz, il cavaliere si copre di infamia per amore di Ginevra. L'ironia di Chrtien, per, ci far sapere nel prosieguo dell'opera che la breve esitazione i due passi che egli ha coperto a piedi prima di montare sul veicolo dell'ignominia gli saranno rimproverati dalla regina: un vero amante non avrebbe dovuto indugiare nemmeno per un s breve tratto! Come commentare altri episodi, come quello in cui Lancillotto, reso sordo e cieco dal pensiero d'amore, viene abbattuto da un cavaliere a guardia di un guado ed costretto a inseguire gi per la corrente lo scudo e la lancia che gli erano caduti al momento dell'assalto? O quando combatte contro Meleagant tenendo la spada dietro di s e gli occhi rapiti sul volto della sua dama? Il codice d'amore elaborato nelle corti del XII secolo e riportato nel De amore di Andr,

cappellano del re di Francia, recita: Il vero amante occupato dall'immagine della persona amata, assiduamente e senza interruzioni. Ecco, Lancillotto, conformandosi a questa regola, si copre di ridicolo fino ad apparire grottesco! Quanto a Ginevra, anche il suo comportamento appare forzato, e l'autore sembra biasimarla apertamente. La regina abusa del proprio potere su Lancillotto, lo manovra come un burattino, si barcamena tra il marito (cui obbedisce fino a inginocchiarsi davanti a un semplice siniscalco) e l'amante, senza che una sola sua parola la mostri in preda a sensi di colpa o rimorsi di alcun genere. Ed anche dotata di un carattere freddo e calcolatore: quanto prudente allorch invita Lancillotto a un convegno segreto, ma lo ammonisce di stare bene attento a non essere spiato; e quando torna a letto per non correre il rischio di essere accusata di correit, mentre l'amante svelle le sbarre della finestra della sua camera; e ancora, alla fine, quando decide di rimandare a un momento pi opportuno ogni manifestazione di gioia per il ritorno di Lancillotto dalla prigionia! Certo, una regina deve essere accorta, ma quale contrasto con l'assoluta mancanza di riserve da parte del suo cavaliere! L'ultimo tratto citato del carattere della regina, si potr obiettare, di Godefroi, ma sappiamo dalla chiusa del romanzo che quest'ultimo ha composto il finale con l'accordo e il gradimento dello stesso Chrtien. In questo quadro di sottile ironia, anche negli altri personaggi si avverte una certa forzatura. Art qui un re tanto sciocco e infantile che persino il nipote sente la necessit di rimproverarlo; Keu un vanaglorioso destinato a subire il danno di essere in breve sconfitto sul campo da Meleagant e la beffa di essere difeso proprio da Lancillotto dall'accusa di avere giaciuto con la regina; Meleagant davvero troppo malvagio e traditore, e Baudemagu troppo retto e giusto; Galvano, il fiore della cavalleria, finisce ignominiosamente nel fiume quando tenta di superare il Ponte Sommerso e viene ripescato, mezzo annegato e con l'armatura arrugginita, con l'aiuto di rami e di pertiche! Siamo ben lontani dalla seriet con cui il poeta trattava la psicologia dei personaggi nei romanzi precedenti. Chrtien, dunque, non esalta nella Carretta l'amore coniugale: non pu, perch deve attenersi al comando della sua protettrice. Ma, presentando tutti gli eccessi e le forzature cui conduce l'amore cortese in voga nella corte di Champagne, offre un piano di lettura che impone di rigettare quel codice etico da cui egli stesso aborriva. Se questa interpretazione corretta, nel Lancelot il poeta si mostra estremamente abile e padrone dei propri mezzi espressivi, forse pi di quanto non gli fosse richiesto nelle opere che sentiva di pi.

Non sappiamo se Lancillotto sia divenuto l'amante di Ginevra in testi precedenti a quello di Chrtien, ma, a quanto risulta dalle opere pervenuteci, sembra che questa unione sia stata suggerita al poeta della protettrice Maria o sia frutto dell'inventiva di Chrtien stesso. Ginevra era personaggio noto di un antico mito celtico che, nelle sue forme gallese e irlandese, narrava della moglie di Art rapita da un misterioso forestiero. Lancillotto, gi nominato da Chrtien nel Cligs e nell'Erec et Enide, appartiene anch'egli a una tradizione che lo presenta figlio adottivo di una fata di un lago, che lo protegge e veglia su di lui nel corso della sua intera vita. Oltre che a questi elementi del ciclo arturiano, Chrtien attinge per il suo Lancelot ad altri, quali le lenzuola macchiate di sangue nel letto di Ginevra, imitazione di un episodio della leggenda di Tristano e Isotta. Ma, nel Lancelot, non sembrano tanto importanti le fonti, quanto l'atmosfera nella quale il poeta ha immerso la narrazione. Un'atmosfera irreale, che fa apparire il romanzo una visione vaga e sfumata, in cui personaggi e scene sono librati nell'estasi e nel sogno. Gli episodi si snodano senza contorni precisi, e se ci appare che l'ironia sia il filo conduttore di tutta l'opera, pure non riusciamo a sottrarci alla malia di questo amore estatico che Chrtien, riteniamo, condannava, ma che sapeva dipingere con conturbante adesione. Gabriella Agrati Maria Letizia Magini Bibliografia Bibliografie .R. Reinhard, Chrtien de Troyes: A Bibliographical Essay, Ann Arbor, Michigan, 1932. Bulletin Bibliographique de la Socit Internationale Arthurienne/Bibliographical Bulletin of the International Arthurian Society, a cura di Ch. Foulon, Rennes, dal 1949 a oggi. R. Bossuat, Manuel bibliographique de la littrature franaise du Moyen Age, Melun, 1951; supplementi, Paris, 1955-1961. Encomia: Bibliographical Bulletin of the International Courtly Literature Society, a cura di F.R.P. Akehurst, Minnesota, dal 1975 a oggi. D. Kelly, Chrtien de Troyes: An Analytic Bibliography, London, 1976.par Studi generali . Bianchini (a cura di), Romanzi medievali d'amore e d'avventura, Milano, 1981. J.D. Bruce, The Evolution of Arthurian Romance, Baltimore, Gttingen, 1927. M.T. Bruckner, Narrative Invention in Twelfth-Century Romance: The

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Troppo va perduto, nulla possibile aggiungere. Nell'intento tuttavia di rendere accessibile al lettore non specialista uno dei grandi capolavori di tutti i tempi, abbiamo tracciato questa traduzione scegliendo una prosa italiana che, pur nello sforzo di essere filologicamente corretta, ha voluto restituire un ritmo narrativo agile, quello che parso pi adatto a rendere allo stesso tempo l'intensit della visione lirica, la densit delle risonanze simboliche e la quotidianit del racconto parlato. La lezione usata quella di Mario Roques, Les Romans de Chrtien de Troyes dits d'aprs la copie de Guiot (Bibl. Nat. Fr. 794), Le Chevalier de la Charrette, Paris, 1958. G.A.-M.L.M. Lancillotto o il Cavaliere della Carretta Poich la mia signora di Champagne vuole che mi adopri a comporre un romanzo, lo far molto volentieri, come colui che le appartiene interamente per ogni cosa che possa fare su questa terra. N intendo porvi alcuna adulazione; forse un altro comincerebbe l'opera con parole per lei lusinghiere: direbbe, e io non potrei invero che approvarlo, che madama superiore a ogni altra donna al mondo, cos come lo zefiro, che spira in aprile o in maggio, migliore di ogni altro vento. Io, in fede mia, non sono certo uomo da voler adulare la mia dama; dovrei forse dire: Tante perle e sardoniche vale una sola pietra preziosa, altrettante regine vale la contessa? No di certo, non affermer nulla del genere, bench, mio malgrado, sia del tutto vero. Dir soltanto che in quest'opera il suo comando ha maggior peso del talento e della fatica che io vi metter. Chrtien d ora inizio al suo libro sul Cavaliere della Carretta; la materia e il senso sono dono generoso della contessa; egli si occupa solo di darne la forma, e non vi pone molto di pi che l'impegno e l'intento. Dunque Chrtien narra come Art, in occasione di una festa dell'Ascensione, avesse tenuto corte ricca e sfarzosa, come gli conveniva e si addiceva a un re. Dopo il desinare, Art era rimasto con i compagni; nella sala, insieme alla regina, vi era una grande folla di baroni, oltre, mi pare, a molte dame belle e cortesi che parlavano un'adorna lingua francese. Keu, che aveva servito le tavole, sedeva a desinare insieme ai conestabili, quando giunse a corte un cavaliere sfarzosamente equipaggiato per la battaglia, armato di tutte le armi. Cos corredato, il cavaliere avanz fin davanti al re che sedeva tra i propri baroni; non lo salut, ma disse: Re Art, sono miei prigionieri cavalieri, dame e pulzelle della tua terra e della tua casa, ma non te ne porto notizia perch intenda renderteli, bens perch voglio dirti e farti palese che tu non

possiedi n forze n beni a sufficienza per poterli avere indietro, e perch sappia che sarai morto prima di aver potuto portare loro soccorso. Il re risponde che dovr dunque sopportare tale sventura, se non potr porvi rimedio, ma che essa gli procura grande pena. Allora il cavaliere finge di voler andare via; si volta e non si sofferma oltre alla presenza del re. Ma, raggiunto l'uscio della sala, non scende i gradini e si ferma; da l, dice: Re, se nella tua corte vi fosse un cavaliere in cui tu avessi tale fiducia da osare di affidargli la regina perch la conduca sui miei passi nel bosco in cui io ora mi reco, giuro che l'aspetter e, nel caso che egli riuscisse a conquistarla e a ricondurla indietro, render tutti i prigionieri che si trovano nelle mie terre. Molti nel palazzo udirono la sfida, e la corte ne fu turbata. Presto la notizia raggiunse Keu che desinava con i sergenti. Il siniscalco interrompe il pasto, si affretta dal re e dice incollerito: Re, a lungo ti ho prestato i miei servigi con lealt e onore. Ma ora prendo congedo e me ne vado. Da questo momento non intendo n voglio servirti mai pi. Il re prova grande dolore per tali parole, ma allorch si ripreso quanto basta per rispondere meglio che pu, dice bruscamente: Parlate sul serio o per scherzo? Bel signore e re risponde Keu in questo momento non ho alcun desiderio di scherzare. Prendo congedo per davvero, e non vi chiedo ricompensa o mercede per il mio servizio. E' cos: intendo andarmene senza indugio. la collera o l'orgoglio che vi spingono a partire? chiede il re. Siniscalco, restate a corte come sempre stato vostro costume, e sappiate per certo che pur di trattenervi non vi nulla che io possieda in questa terra che non sarei pronto a donarvi. Sire risponde Keu non ve n' bisogno: non accetterei neanche un sestario d'oro fino e puro, se pur mi fosse largito ogni giorno. Il re ne disperato. Si avvicina alla regina e dice: Signora, sapete cosa mi chiede il siniscalco? Il congedo! Dice che non sar mai pi della mia corte, e io non so perch. Ci che non vuole fare per amor mio, sar pronto a compiere dietro vostra preghiera. Andate da lui, mia cara signora e, da che non si degna di restare per me, pregatelo perch si trattenga per amor vostro. Anzi, gettatevi ai suoi piedi: se perdessi la sua compagnia non potrei mai pi essere lieto. Il re ha dunque inviato la regina dal siniscalco, ed ella vi va. Lo trova circondato da una grande compagnia e, quando gli davanti, dice: Keu, sappiate invero che sono molto afflitta per ci che ho

sentito dire di voi. Mi stato riferito, con mia grande pena, che volete separarvi dal re. Perch lo fate? Da quale sentimento siete mosso? Ora, certo, non posso pi ritenervi assennato e cortese come ero solita. Voglio chiedervi di restare. Rimanete, Keu, ve ne prego. Signora egli risponde vi ringrazio, ma non rester affatto. La regina lo esorta ancora, e alla sua voce si uniscono tutti i cavalieri. Ma Keu dichiara che ella si adopra senza alcuna speranza. Allora la regina umilia il proprio rango e gli cade ai piedi. Il siniscalco la prega di rialzarsi, ma ella dice che non lo far: non si alzer prima che Keu le abbia concesso quanto vuole. Infine egli le assicura che rester, purch prima il re si impegni ad accordargli quanto egli chieder, e che anche la regina faccia del pari. Keu ella risponde di qualunque cosa si tratti il re e io ve l'accorderemo. Ora venite: gli riferiremo le condizioni alle quali siete rimasto. Cos Keu e la regina si presentano al re. Sire dice la regina ho trattenuto Keu non senza pena, ma ve lo rendo a patto che voi facciate quanto egli chieder. Il re esala un sospiro di gioia e dichiara che agir secondo la sua volont, qualunque sia l'istanza. Sire dice allora Keu sappiate dunque cosa voglio e qual il dono che mi avete concesso; mi riterr ben fortunato quando, grazie a voi, l'avr conseguito: mi avete affidato la regina qui presente perch segua con lei il cavaliere che ci aspetta nella foresta. Il re ne prova grande dolore. Pure, affida la missione a Keu, poich non si era mai contraddetto in tutta la sua vita. Ma il suo volto mostra tutta l'ira e la pena che ne ha. Quanto alla regina, ella non ne meno costernata, e nella corte tutti affermano che la richiesta di Keu dettata dall'orgoglio, dalla tracotanza e dall'insensatezza. Il re ha preso la regina per la mano. Signora le dice necessario che andiate con Keu senza avanzare proteste. Ora affidatemela, e non abbiate timore interviene Keu. Ve la riporter sana e salva. Cos il re gliela consegna, e il siniscalco la conduce via. Tutti li seguono, e non ve n' uno che non sia rattristato. Sappiate che il siniscalco si era armato in fretta, e che il suo cavallo era stato portato nel mezzo della corte, insieme a un palafreno adatto a condurre una regina, perch non era n restio n duro sul morso. Ella gli si era avvicinata e vi era montata triste e addolorata. Sospirava e diceva a voce bassa, per non essere sentita: Ah, re, se solo sapeste, credo che non permettereste che Keu mi faccia allontanare di un solo passo! Credeva di avere parlato molto piano, ma l'aveva udita il conte Guinable che le era accanto mentre ella si apprestava a montare.

Al momento del commiato, dame e cavalieri, e quanti udirono il passo degli zoccoli, mostrarono grande dolore, come se ella giacesse morta nella bara: infatti credevano che non sarebbe mai tornata viva. Il siniscalco, spinto dalla propria tracotanza, la conduce l ove li attende il cavaliere. Pure la tristezza non tale da impedire ad alcuno di immischiarsi e di seguirli. Allora messer Galvano parla in confidenza al re suo zio. Sire dice vi siete portato come un fanciullo, e io ne sono molto stupito. Ora accettate il mio consiglio: finch sono ancora vicini, io e voi li potremo seguire con quanti vorranno esserci compagni. Non potrei impedirmi di accorrere subito e, del resto, non sarebbe certo opportuno che non andassimo anche noi, almeno finch non sapremo cosa sar della regina e come si porter Keu. Andiamo, bel nipote dice il re. Avete pronunziato parole cortesi e, poich avete preso la faccenda nelle vostre mani, ordinate che siano tratti fuori i cavalli, sellati e imbrigliati, s che non resti che montarli. Subito vengono condotte le cavalcature, pronte e sellate. Per primo monta il re; poi monsignor Galvano, e infine tutti gli altri a gara. Ciascuno vuole essere della compagnia, e ognuno si mette in cammino nel modo che preferisce: alcuni sono armati, ma molti partono senza armatura. Messer Galvano, per, ha indossato tutte le armi e, da due scudieri, fa condurre con la mano destra due destrieri. Sono gi vicini alla foresta, quando ne vedono sbucare il cavallo di Keu. Lo riconoscono, e scorgono che ha entrambe le redini staccate dal morso. Il cavallo avanzava tutto solo e aveva la staffa macchiata di sangue; dietro la sella, l'arcione era lacerato e a pezzi. A tale vista tutti si adirano, e se lo mostrano l'un l'altro con ammiccamenti e gomitate. Messer Galvano cavalcava per un buon tratto davanti a tutti e non tard molto a scorgere un cavaliere che procedeva al passo su un cavallo stanco e dolorante, coperto di sudore e al limite delle forze. Il cavaliere salut per primo, e messer Galvano gli rispose. Allora l'altro, che lo aveva riconosciuto, si ferm e disse: Signore, vedete fino a che punto il mio cavallo sudato e stremato, s che non mi serve pi? Credo che questi due destrieri vi appartengano. Ora vi pregherei di darmene uno qualunque, in prestito o in dono, col patto che ve ne render servigio e ricompensa. Messer Galvano risponde: Scegliete quello che preferite. Ma l'altro ne aveva un bisogno tale che non cerc di discernere il migliore, o il pi bello o il pi grande, e mont subito sul destriero che gli era pi vicino. Poi si slanci a briglia sciolta, mentre il cavallo che aveva abbandonato cadeva morto, poich quel giorno era stato sottoposto a gravi fatiche, tormenti e pene.

Il cavaliere non si attardato e, coperto di tutte le proprie armi, si diretto verso la foresta. Messer Galvano lo segue e lo incalza con accanimento. Lo vede discendere un'altura e poi cavalcare ancora a lungo. D'un tratto trova morto sul cammino il destriero che gli aveva dato, e intorno scorge molte tracce di cavalli, e un gran numero di scudi e di lance spezzate. Era evidente che vi era stata una grande mischia tra numerosi cavalieri. Ne prova dispiacere e si rammarica di non esservisi trovato, tuttavia non si sofferma a lungo e passa oltre a grande andatura finch, per caso, rivede il cavaliere, solo e appiedato, vicino a una carretta. Indossava tutte le armi: l'elmo allacciato, lo scudo appeso al collo, la spada alla cintura. A quei tempi le carrette facevano il servizio ora riservato alle gogne, e in ogni citt, dove adesso se ne trovano pi di tremila, allora non ve ne era che una. Come la gogna, la carretta veniva usata per gli assassini e i briganti, per quanti uscivano sconfitti dai combattimenti giudiziari e per i ladri che si erano impadroniti degli averi altrui con l'astuzia o che li avevano rapinati con la forza per le strade. Chi era colto sul fatto, veniva fatto salire sulla carretta e trascinato di cammino in cammino; perdeva ogni merito, non veniva pi ricevuto a corte, n onorato o ben accolto. E poich per questo uso crudele le carrette erano molto temute, si prese a dire: Quando vedrai e ti imbatterai in una carretta, segnati e ricordati di Dio, perch non te ne derivi sventura. Il cavaliere avanzava appiedato e senza lancia dietro quella carretta sulle cui stanghe era un nano che, come un carrettiere, impugnava una lunga verga. Il cavaliere gli chiede: Nano, dimmi in nome di Dio se hai visto passare per di qua madama la regina. Ma quel nano, vile e di ignobili origini, non vuole dargli notizie e dice invece: Se vorrai montare sulla carretta che conduco, prima di domani potrai sapere cosa avvenuto della regina. Il cavaliere esita, e prosegue per la propria strada senza accettare l'invito. E fu per sua sventura e vergogna che non vi sal subito, perch pi tardi avrebbe avuto a pentirsene e avrebbe giudicato di avere agito male. Ma Ragione, in disaccordo con Amore, gli suggeriva di guardarsi dal montarvi, e lo esortava e lo ammaestrava a non intraprendere un'azione che gli sarebbe forse tornata a onta e a biasimo. Ragione non ha posto nel cuore, ma nella bocca: per questo osava parlargli in tal modo. Ma Amore, che era rinchiuso nel suo cuore, gli ordinava e lo ammoniva di montare subito. Poich lo vuole Amore, il cavaliere sale sulla carretta e non si

cura di provare vergogna: Amore che comanda e vuole. Quanto a messer Galvano, egli sprona dietro alla carretta ed molto stupito di vedervi seduto il cavaliere. Nano dice dimmi della regina, se lo sai. Se tu provi per te stesso un odio violento quanto quello che il cavaliere che siede qui nutre per la propria persona risponde il nano monta con lui, se vuoi; vi condurr entrambi. Udendo tali parole, messer Galvano lo prende per folle, e dichiara che non salir affatto: farebbe un ben vile baratto se mutasse il cavallo per una carretta. Ma va' dove preferisci; io ti seguir dice invece. Cos proseguono il cammino; uno cavalca, gli altri due procedono sulla carretta, e tutti percorrono la medesima via. Sul finire del vespro (1) giungono a un castello, e sappiate che si trattava di una roccaforte molto bella e possente; entrano tutti e tre per la stessa porta. Le genti che li vedono sono stupite di quel cavaliere che montato sulla carretta del nano, e non ne parlano certo a voce bassa; anzi tutti, i miseri come i potenti, i vecchi come i bambini, lo scherniscono per le strade con grande clamore. Cos il cavaliere sente dire sulla propria persona grandi oltraggi e ogni sorta di villanie. Tutti chiedono: A quale supplizio sar condotto quel cavaliere? Sar scorticato o impiccato, annegato o arso su un fuoco di rovi? Di', nano, raccontaci, tu che lo conduci, in quale malefatta fu sorpreso? E' reo provato di ladrocinio, o forse un assassino, oppure stato sconfitto in campo chiuso? Ma adesso il nano tace e non risponde n s n no, e cerca un alloggio per il cavaliere. Galvano, che continua a seguirlo, lo vede dirigersi verso una torre che si ergeva su un luogo pianeggiante vicino alla citt. Da una parte vi era una prateria, e dall'altra la torre era situata su una roccia scura, alta e strapiombante sulla valle. Galvano segue a cavallo la carretta fin dentro la torre. Nella sala hanno incontrato una damigella che indossava begli abiti e che, pi bella di ogni altra del paese, era in compagnia di due pulzelle avvenenti e gentili. Appena esse vedono messer Galvano, gli fanno lieta accoglienza e lo salutano. Poi chiedono del cavaliere. Nano dicono di quale misfatto accusato il cavaliere che conduci come fosse impedito nei movimenti? Ma il nano non vuole dare spiegazioni; fa invece scendere il cavaliere dalla carretta e se ne va non si sa dove. Allora messer Galvano smonta di sella, e due valletti giungono a disarmare entrambi i cavalieri. La damigella fa portare due mantelli foderati di vaio, che essi indossano. Quando l'ora del desinare, trovano un pasto ben approntato e, a tavola, la damigella siede accanto a monsignor

Galvano. Per nulla al mondo i due cavalieri cambierebbero alloggio per cercarne uno migliore, poich per tutta la sera la damigella rende loro ogni premura ed di amabile e cortese compagnia. Quando hanno mangiato a sufficienza, in una sala vengono preparati due letti alti e lunghi, accanto ai quali ve n'era un terzo ancora pi bello e pi ricco: il racconto dice che quel giaciglio offriva tutti i piaceri che si potrebbero immaginare. Giunto il tempo di coricarsi, la damigella vi accompagna gli ospiti, mostra loro i due bei letti spaziosi e dice: I due letti sistemati pi lontano sono stati approntati per il vostro riposo, ma in questo pi vicino pu giacere solo chi l'avr meritato. Non stato preparato per voi. Allora il cavaliere che era giunto sulla carretta le risponde che indispettito e sdegnato da quel divieto. Damigella chiede ditemi il motivo per cui questo letto ci interdetto. Ed ella, che gi aveva riflettuto sulla risposta da dare, parla senza esitazione. A voi certo non si addice di fare domande dice. Un cavaliere che sia salito sulla carretta disonorato per il mondo, e non ha quindi diritto di intromettersi e di rivolgere richieste, e tanto meno di giacere in quel letto: potrebbe avere a pentirsene. Inoltre, non lo feci preparare con tanta ricchezza perch vi ci coricaste voi. Potreste pagarne molto caro anche il solo pensiero! Lo vedrete, e presto dice l'altro. Lo vedr? S. Allora mostratemi questo spettacolo! In fede mia, non so chi la pagher! esclama il cavaliere. Intendo coricarmi in questo letto e riposarvi a mio perfetto agio, a dispetto di chiunque. Poi si toglie le brache e si corica sul giaciglio pi lungo e pi alto degli altri d'un mezzo braccio, sotto una trapunta di sciamito giallo adorna di stelle d'oro, la pelliccia di cui era foderata non era certo di vaio spelacchiato, ma di zibellino, e sarebbe stata adatta a onorare un re; n, del resto, il letto era di stoppa o di paglia, e nemmeno di vecchie stuoie. A mezzanotte, dalle liste di legno del baldacchino scatur come un fulmine una lancia col ferro rivolto verso il basso, e sembr che stesse per trafiggere il cavaliere ai fianchi e cucirlo alla coperta, alle bianche lenzuola e al letto in cui giaceva. Al legno della lancia era attaccato un pennone in fiamme. Cos il fuoco si appicc alla trapunta, alle lenzuola e a tutto il letto. Il ferro dell'arma era passato accanto al costato del cavaliere e gli aveva scalfito un poco la pelle, ma non lo aveva ferito. Allora egli si alz, spense il

fuoco, afferr la lancia e la gett in mezzo alla sala; ma non abbandon per questo il giaciglio. Anzi, si coric di nuovo e riprese sonno, sicuro e tranquillo come prima. L'indomani, di primo mattino, la damigella della torre, che aveva fatto preparare per la messa, fece svegliare e alzare i due cavalieri. Dopo che il servizio fu cantato, il cavaliere che era giunto sulla carretta and pensoso ad appoggiarsi alle finestre che davano sulla piana e si mise a guardare i prati in basso. Alla finestra accanto era la damigella, che era stata intrattenuta a lungo in disparte da messer Galvano. Non so di cosa ragionarono, ma rimasero tanto alla finestra che videro passare sui prati lungo il fiume una bara in cui era adagiato un cavaliere, affiancata da tre damigelle che facevano mostra di grande dolore. Dietro alla bara veniva una scorta, e davanti procedeva un cavaliere di grande statura che aveva alla propria sinistra una bella dama. Il cavaliere ch'era alla finestra riconobbe la regina, e continu a seguirla attentamente con gli occhi pi a lungo che pot, immerso nella felicit e nella contemplazione. Quando non riusc pi a scorgerla, avrebbe voluto lasciarsi cadere e precipitare in basso, ed era gi per met fuori dalla finestra allorch messer Galvano se ne avvide. Lo trasse indietro e disse: Di grazia, signore, calmatevi. Per l'amor di Dio, non pensate pi a compiere tale follia. Avete torto a odiare la vita. Ne ha il diritto, invece disse la damigella. Non sar forse risaputa per ogni dove la notizia della sua vergogna: l'infamia di essere salito sulla carretta? giusto che si auguri di morire, perch ormai varrebbe di pi morto che vivo: per lui la vita colma di sventura, di vergogna e di disonore! Poi i cavalieri chiesero le proprie armi e se ne rivestirono. In quell'occasione, la damigella si mostr cortese, nobile e generosa, perch, in segno di affetto e di buon accordo, don un cavallo e una lancia al cavaliere che aveva tanto biasimato e irriso. I cavalieri hanno preso congedo dalla damigella come uomini cortesi e ben allevati, e l'hanno salutata. Poi si mettono in cammino e seguono la strada che avevano visto prendere al corteo. Quando escono dal castello, nessuno rivolge loro la parola. Procedono veloci nella direzione in cui hanno visto andare la regina, ma non riescono a raggiungere il corteo, che avanzava lesto. Traversata la prateria, entrano in un chiuso, dove trovano una strada lastricata. E tanto si aggirano per la foresta che, era forse la prima ora del giorno, a un quadrivio si imbattono in una damigella. La salutano entrambi e la richiedono e la pregano di dir loro, se lo sa, dove venga condotta la regina. La damigella risponde con assennatezza, e dice:

Se ricevessi da voi promesse a sufficienza, vi saprei ben mettere sulla giusta via, e farvi il nome del paese e del cavaliere che ve la conduce. Ma soffrirebbe molte pene colui che volesse entrare in quella terra! Avrebbe molto a dolersi prima ancora di giungervi! Messer Galvano le risponde: Damigella, che Dio mi aiuti, vi prometto e vi assicuro che porr al vostro servizio tutto quanto in mio potere, cos come vi piacer. E ora ditemi il vero. Ma il cavaliere che era stato sulla carretta non impegna solo quanto nelle proprie possibilit; afferma invece, come colui che Amore rende ricco e possente, e pronto a ogni ardimento, che le promette senza esitazione n timore tutto quanto ella vorr, e che si pone interamente in suo potere. Allora ve lo dir dice la damigella; poi narra loro: In fede, signori, la regina fu fatta prigioniera da Meleagant, un cavaliere di grande statura e molto forte, figlio del re di Gorre (2), che l'ha condotta in un regno da cui nessun forestiero pu tornare, perch costretto a rimanervi con la forza in servit e in esilio. Damigella, dove quel paese? chiede ancora il cavaliere. Dove potremo trovare la strada che vi conduce? Ve lo dir ella risponde ma sappiate anche che incontrerete ostacoli e passi infidi, perch non vi si entra alla leggera se non con il consenso del re, che ha nome Baudemagu. Vi si pu penetrare solo per due strade pericolose, due passaggi molto insidiosi. Uno ha nome Ponte Sommerso, perch si trova sotto la corrente di un fiume: dal ponte al fondo vi tanta acqua quanta ve n' al di sopra, non di meno n di pi, poich il ponte si trova esattamente nel centro; largo solo un piede e mezzo, e altrettanto spesso. E' un'offerta da rifiutare, eppure la meno rischiosa, anche se presenta molte altre avventure che non vi ho narrato. L'altro ponte pi insidioso e molto pi difficile da superare, tanto che mai un uomo riusc a passarvi. tagliente come un brando e per questo viene chiamato Ponte della Spada. Vi ho detto tutta la verit, nei limiti di quanto era in mio potere. Allora l'altro la prega ancora: Damigella dice degnatevi di mostrarci le due strade. E la damigella risponde: Ecco la via che porta diritta al Ponte Sommerso; quella dall'altra parte conduce al Ponte della Spada. Il cavaliere che era stato portato sulla carretta si rivolge allora a Galvano e dice: Signore, vi offro la scelta, e non ve ne mostrer poi alcun rancore: prendete una delle due strade, e lasciate l'altra a me. Scegliete quella che pi preferite. In fede dice messer Galvano entrambi i passaggi sono molto

rischiosi e irti di pericoli. In questo dilemma non riesco a essere saggio e non so quale partito prendere, ma non ho il diritto di tirarmi indietro. Poich mi avete concesso di scegliere, andr al Ponte Sommerso. dunque giusto ch'io vada al Ponte della Spada, e senza dispute dice l'altro. Vi consento volentieri. Allora si raccomandano l'un l'altro cortesemente a Dio e tutti e tre si dividono. Vedendoli andar via, la damigella dice: Ciascuno di voi mi deve in ricompensa ci che voglio e al momento in cui lo vorr. Guardatevi bene dal dimenticarlo. State certa che lo ricorderemo, dolce amica dicono entrambi i cavalieri. Poi ciascuno se ne va per la strada che ha scelto. Il cavaliere della carretta immerso nei propri pensieri, come colui che non ha forza n difesa di fronte ad Amore, che gli sovrano. I suoi pensieri sono di tale natura che egli dimentica se stesso, non sa pi se esista o non esista, non ricorda il proprio nome, n se armato o meno, dove vada, da dove venga; non ha memoria di nulla, se non di una sola cosa, per la quale ha posto ogni altra nell'oblio. A quella sola pensa con tale intensit che non ode n vede n comprende null'altro. Intanto il suo cavallo lo portava veloce per la via migliore e pi diritta, e certo non prendeva strade tortuose. Tanto si adopra che, per avventura, lo conduce in una landa in cui si trovava un guado. Dall'altra parte di esso un cavaliere armato era a guardia del passaggio, e con lui era una damigella, giunta su un palafreno. Era gi passata l'ora nona e il cavaliere non si era distolto dai propri pensieri, di cui non si stancava mai. Il cavallo, che era molto assetato, visto quel guado bello e chiaro, subito era corso verso l'acqua. Allora, dall'altra sponda, il guardiano del guado aveva gridato: Cavaliere, io sono a guardia di questo guado, e vi faccio divieto di passare. Ma l'altro non capisce; non lo sente nemmeno, perch troppo immerso nelle proprie fantasticherie. Intanto il cavallo si slanciava rapido verso la corrente. Il guardiano grida di nuovo il suo divieto: Farai cosa saggia a evitare questo guado; non puoi passarlo! e giura sul cuore che ha nel petto che, se vi entra, lo colpir. Ma il cavaliere, preso dai propri pensieri, non lo sente. D'un tratto il cavallo salta dal prato nell'acqua e si mette a bere con grande foga. Allora il guardiano afferma che il cavaliere la pagher, e che non lo salveranno n lo scudo n il giaco che indossa. Poi lancia il cavallo al galoppo e lo colpisce, lo abbatte in mezzo al guado che gli aveva interdetto, facendogli cadere in un solo volo la lancia e lo scudo che portava al collo. Al contatto con l'acqua, il cavaliere trasale e balza in piedi,

stordito come colui che si risveglia. Riacquista l'udito e la vista e si chiede meravigliato chi possa averlo assalito. Solo allora vede il guardiano del guado e grida: Vassallo, ditemi perch mi avete colpito. Non sapevo neanche che foste davanti a me, e non vi avevo recata alcuna offesa! In fede mia risponde l'altro invece me ne avete mossa. Non mi teneste forse in poco conto quando tre volte vi proibii di guadare, e ve lo dissi gridando pi forte che potei? Sentiste bene che vi sfidavo due o tre volte, pure entraste nel guado contro il mio volere. Vi dissi chiaro che vi avrei colpito non appena vi avessi visto nell'acqua. Che sia dannato, se vi sentii o vi vidi mai! dice allora il cavaliere. Pu darsi che mi abbiate proibito di guadare, ma io ero immerso nei miei pensieri. Sappiate che il colpo che mi avete assestato torner a vostra sventura se, con una sola mano, riuscir ad afferrare il morso del vostro cavallo! E cosa accadr? chiede l'altro. Se oserai prendermi, potrai certo trattenermi per il morso. Non stimo la tua minaccia e la tua tracotanza pi di una manciata di cenere. Non voglio nulla di pi dice il cavaliere. Vorrei gi averti tra le mani, qualunque cosa me ne possa derivare. Allora l'altro avanza fino in mezzo al guado. Il cavaliere lo afferra per le redini con la mano sinistra, mentre con la destra lo prende per la coscia; lo tira e lo stringe s forte che quello geme e gli pare che gli venga strappato l'arto del corpo. Lo prega di lasciarlo e dice: Cavaliere, se ti piacesse di misurarti in giusto scontro, prendi lo scudo, il cavallo e la lancia e battiti con me. Sulla mia parola, non lo far dice l'altro. Credo che fuggirai appena ti lascer. Quello lo sente e ne prova grande onta. Ripete: Cavaliere, monta sicuro sul tuo cavallo. Ti prometto in tutta lealt che non mi sottrarr allo scontro e non fuggir. Mi hai oltraggiato, e questo mi molesta. L'altro ripete una seconda volta: Prima mi devi dare la tua parola. Voglio che mi giuri che non ti sottrarrai n fuggirai, e che non mi toccherai e non ti avvicinerai finch non mi vedrai a cavallo. Ti ho catturato e, se ti lascio, lo faccio per grande cortesia. L'altro impegna la propria parola, ch non pu fare altrimenti. Allora il cavaliere della carretta raccoglie lo scudo e la lancia che si stavano allontanando verso valle galleggiando nell'acqua del guado; poi torna a prendere il cavallo. Monta in sella, afferra lo scudo per le corregge e appoggia la lancia sull'imbottitura dell'arcione. Infine, entrambi spronano l'uno contro l'altro a tutta

la velocit delle cavalcature. Colui che era a difesa del guado attacca per primo, e colpisce il cavaliere con tale impeto che la lancia gli vola in pezzi. L'altro, invece, gli assesta un colpo s forte che lo spedisce lungo disteso nel guado, sotto i flutti, tanto che l'acqua gli si richiude sopra. Allora si trae indietro e smonta: avrebbe potuto inseguirne e incalzarne agevolmente cento come quello. Estrae dal fodero la spada d'acciaio, mentre l'altro si rialza con un balzo e sguaina la propria lama, che era scintillante e di buona fattura. Ed ecco che si assalgono corpo a corpo. Per ripararsi, si pongono davanti gli scudi rilucenti d'oro. Maneggiano le spade con accanimento, senza sosta e senza darsi riposo. Sono coraggiosi entrambi, cos si menano forti fendenti. La battaglia si prolunga tanto che il cavaliere della carretta ne prova vergogna nel cuore, e si dice che se impiega s tanto tempo a sopraffare un solo cavaliere risarcir malamente il debito che ha contratto intraprendendo tale impresa. Crede e pensa che se ancora il giorno prima avesse incontrato in una valle cento cavalieri come quello, essi non avrebbero potuto certo difendersi da lui. Cos prova ira e dolore, perch si vede tanto inetto che spreca i propri colpi e perde tempo. Si scaglia sull'avversario, e tanto lo incalza che quello perde terreno e fugge e, suo malgrado, gli lascia libero il passaggio sul guado. Ma il cavaliere della carretta non cessa di inseguirlo finch lo fa cadere sulle mani. Allora gli si getta contro e giura che, a quanto vede, quello si procur sventura quando lo fece cadere nel guado strappandolo alle proprie fantasticherie. All'udire tali minacce, la damigella che il guardiano del guado aveva portato con s presa dal timore, e prega il cavaliere che per lei rinunci a ucciderlo. Ma il vincitore risponde che lo metter per certo a morte e che non pu concedergli grazia per amor di lei perch troppo grave l'onta che quello gli ha arrecata. Gli si avvicina con la spada snudata, ma l'altro, smarrito, esclama: Per l'amore di Dio e per me, concedete la grazia che vi chiedo! Che Iddio mi sia testimone risponde il cavaliere non subii mai da alcuno un oltraggio tanto grave che io, per l'amore di Dio, di fronte alla sua richiesta pronunciata nel nome del Signore, non gli avessi concessa la grazia per una volta, come giusto. Cos far con te: non posso rifiutartela, dacch me ne hai implorato. Ma prima ti dovrai impegnare a renderti prigioniero l dove io vorr, e quando te l'ordiner. L'altro gli d la propria parola, per quanto ci gli sia penoso. Allora la damigella parla di nuovo, e dice: Cavaliere, in nome della generosit che mostrasti accordandogli la merc che egli ti richiese, se mai liberasti un prigioniero, libera

questo per me. Per amor mio affrancalo dalla prigionia, a patto che, quando vorrai, io te ne render la ricompensa che pi ti piacer, e per quanto in mio potere. Alle parole della damigella, il cavaliere della carretta capisce allora chi ella sia, e le consegna libero il prigioniero. La damigella ne triste e vergognosa, perch pensa che egli l'abbia riconosciuta, e non lo vorrebbe, ma il cavaliere della carretta si allontana subito, mentre l'altro e la damigella lo raccomandano a Dio e gli chiedono il congedo. Egli lo accorda loro, poi va per la propria strada. A tarda sera incontra una pulzella molto avvenente, ben adorna e ben abbigliata, che lo saluta con parole sagge e cortesi. Egli le risponde: Dio vi doni la salute del corpo e dello spirito, damigella. Signore ella dice non lontano da qui una dimora pronta per ricevervi, se volete accettare il mio invito. Ma vi potrete prendere alloggio solo a condizione che vi corichiate con me; a questo patto, ve l'offro e ve ne faccio dono. Per simile proposta molti l'avrebbero ringraziata volentieri cinquecento volte, ma il cavaliere se ne adonta, e le risponde in ben altro modo. Damigella dice vi ringrazio dell'ospitalit che mi molto gradita, ma, se non vi spiace, farei volentieri a meno di coricarmi con voi. Per la luce dei miei occhi esclama la damigella allora non ne far nulla! Ed egli, che non ha altra scelta, le concede quanto ella desidera. Ma tale promessa gli provoca una grande pena nel cuore, e se cos poco gi tanto lo ferisce, quale sar la sua tristezza al momento di

giacere con lei! La damigella che lo condurr con s ne prover amara delusione e pena, ed egli teme che ella lo ami a tal punto che non vorr pi lasciarlo libero. Dopo che il cavaliere ebbe accondisceso al suo desiderio, la damigella lo condusse in un chiuso fortificato, il pi bello che si potesse trovare di l alla Tessaglia, interamente circondato da alte mura e da acque profonde. Dentro non vi era altro uomo che quello che la damigella aspettava. Per ospitarlo, ella vi aveva fatto preparare delle camere assai belle e una vasta sala riccamente adorna e ricoperta da un tetto di tegole. Il cavaliere e la damigella cavalcarono lungo la riva di un fiume, finch raggiunsero la dimora dove, per permettere loro di passare, era stato calato un ponte levatoio. Superato il ponte, hanno trovato aperta la porta della sala; vi entrano, e scorgono una tavola ricoperta da una tovaglia larga e lunga, su cui gi erano imbandite le vivande. Vi erano candele accese nei candelieri e coppe d'argento dorato, oltre che due brocche, una delle quali era colma di vino di more e l'altra d'un vino bianco forte. Accanto alla tavola, a un'estremit di una panca, trovano due bacili pieni d'acqua calda perch possano lavarsi le mani; all'altra estremit, una salvietta finemente ricamata, bella e bianca, per asciugarle. Non vi vedono e non vi trovano n valletto n sergente n scudiero. Il cavaliere si toglie lo scudo dal collo e lo appende a un supporto, poi prende la lancia e la pone in cima a una rastrelliera. Infine smonta da cavallo, e la damigella con lui; ed egli si compiace che la fanciulla non abbia atteso il suo aiuto per scendere dalla cavalcatura. Appena a terra, la damigella si avvia senza indugio verso una camera, e ne torna recandogli un corto mantello di scarlatto, con cui lo riveste. La sala non era certo tenebrosa, pur se fuori gi brillavano le stelle: vi era acceso un gran numero di grosse candele a tortiglione che emanavano una forte luce. Dopo che la damigella ebbe allacciato il mantello al collo del cavaliere, disse: Amico, ecco l'acqua e la salvietta. Non vi nessuno che ve le offra e ve le porga, poich qui non vi sono che io. Lavatevi le mani e poi sedete, quando vi piacer e vi sar gradito. Come potete vedere, l'ora e il desinare lo reclamano. Dunque, lavatevi e prendete posto. Molto volentieri. Il cavaliere si siede, ed ella prende posto accanto a lui con vivo piacere. Mangiano e bevono insieme, finch giunge il momento di alzarsi da tavola. Allora la damigella gli dice: Signore, andate fuori a dilettarvi; ma badate di non trarne danno, e restatevi solo finch, se vi piace, pensate che io mi sia coricata.

Non ne dovete provare dispiacere o fastidio, perch allora potrete giungere al momento giusto, se intendete mantenere la parola che mi avete data. Ed egli risponde: Terr fede all'accordo, e torner quando reputer che sia giunta l'ora. Poi esce e sosta a lungo nel mezzo del cortile. Ma infine deve tornare, poich cos ha promesso! Rientra nella sala, ma non vi vede affatto colei che si era dichiarata sua amica. Allora si dice: La cercher finch la trover, dovunque sia! e si affretta ad andare a cercarla, per la promessa che le aveva fatta. Entrava in una camera, quando sente un grido acuto di pulzella: era proprio colei con cui avrebbe dovuto coricarsi. Scorge aperto l'uscio di un'altra stanza; si dirige da quella parte e, proprio davanti a s, vede che un cavaliere l'ha rovesciata sul letto e ve la trattiene di traverso, tutta nuda. La damigella, certa che l'ospite sarebbe accorso in suo aiuto, gridava: Soccorso! Soccorso! Cavaliere! Io ti ho ospitato, e se tu non mi liberi da lui, egli mi disonorer davanti ai tuoi occhi. Tu devi giacere con me, come hai promesso. Mi user dunque costui liberamente violenza sotto il tuo stesso sguardo? Gentile cavaliere, adoprati dunque a soccorrermi subito! Il cavaliere vede che l'altro trattiene con grande villania la damigella nuda fino all'ombelico. Prova grande onta, vergogna e ira perch l'uomo, nudo, aderiva a lei nuda; ma non mosso n da desiderio n da gelosia. Poi si accorge che sulla soglia, a guardia della porta, erano due cavalieri interamente armati e con le spade sguainate, e che dietro si trovavano altri quattro sergenti, ciascuno con un'ascia tanto grande che avrebbe potuto tagliare da parte a parte la spina dorsale di una mucca come se fosse stata la radice di un ginepro o di una ginestra. Il cavaliere si ferma sulla soglia e dice: Dio, cosa posso fare? Mi sono accinto alla grande impresa di ricercare la regina Ginevra, e non ho certo cuore di lepre, dato che mi sono messo per lei in tale avventura. Se Codardia mi presta il proprio cuore e io cedo ai suoi comandi, non raggiunger lo scopo che perseguo: se rimarr fermo, sar disonorato. Ora sono sdegnato per aver promesso che mi sarei trattenuto qui, e ne ho il cuore cupo e triste; ne provo vergogna e dolore, e vorrei morire per essermi attardato tanto in questo luogo. Dio possa non avere mai piet di me se lo dico per orgoglio, e se non preferirei morire piuttosto che vivere nella vergogna. Quale onore ne avrei se avessi la strada libera o se costoro mi concedessero il congedo o mi lasciassero andare via senza contesa? Invero, vi passerebbe con altrettanta

facilit l'uomo peggiore che vi sia! E io pur odo che questa sventurata continua a invocare la mia piet, a ricordarmi la promessa che le ho fatta e, a mia vergogna, me ne muove aspro rimprovero. Subito si avvicina alla porta e sporge il collo e il capo. Guarda dentro attraverso l'apertura dell'uscio e vede calare le spade. Allora si ritrae, ma i cavalieri non riescono a interrompere il gesto gi iniziato, e le loro armi percuotono il pavimento e si spezzano entrambe. Allora il cavaliere, alla vista delle spade rotte, tiene in minor conto le asce, e ne prova meno timore. Balza quindi tra di esse, colpisce con il gomito uno dei sergenti, e subito dopo un altro. Con braccia e gomiti urta i due pi vicini e li fa cadere distesi a terra. Il terzo fallisce il colpo che gli voleva assestare, ma il quarto lo assale, gli lacera il mantello e la camicia e gli taglia la carne bianca dietro la spalla, s che ne sgorga il sangue. Non per questo il cavaliere si attarda o geme per la ferita: va avanti allungando il passo, finch giunge ad afferrare per le tempie colui che stava usando violenza alla damigella. Prima di andare via, avr ben mantenuta la promessa e il patto stipulato con lei! Che quello lo voglia o no, egli lo raddrizza, ma colui che prima aveva fallito il colpo contro di lui gli si avvicina pi lesto che pu e solleva nuovamente l'ascia: conta di spaccargli il cranio fino ai denti. Egli per se ne difende bene: frappone al colpo il cavaliere, s che l'ascia lo coglie all'attaccatura tra il collo e la spalla e li separa l'uno dall'altra. Allora il cavaliere della carretta afferra l'ascia, la strappa lesto dalla mano del sergente, e abbandona la damigella che teneva stretta: ora deve difendersi, perch i due cavalieri privati delle spade e quelli che hanno le altre tre asce gli si scagliano addosso e l'assalgono con impeto. Balza agilmente tra il letto e la parete ed esclama: Ors, tutti a me! Anche se foste in ventisette, ora che ho trovato questo riparo vi darei fiera battaglia. Non riuscirete mai a stancarmi. La damigella lo guarda e dice: Per i miei occhi, da questo momento, ovunque io mi trovi, non avrete pi nulla da temere. Congeda in fretta i cavalieri e i sergenti, che sull'istante lasciano la camera senza protestare. Poi la damigella continua: Signore, mi avete ben difesa contro le genti della mia casa! Ora venite con me. Mano nella mano, tornano nella sala. Egli non ne affatto lieto, e farebbe ben volentieri a meno di lei. Nel centro della sala era stato preparato un letto, le cui lenzuola non erano certo sporche, ma candide, ampie e morbide. N il giaciglio era di paglia sbriciolata o di duri cuscini. Sopra vi era distesa una

coperta fatta con due drappi di seta rabescata. La damigella vi si corica, ma non si toglie la camicia. Il cavaliere prova grande dolore solo nel levarsi le brache e denudarsi: suda per l'affanno, eppure, nonostante il tormento, vinto dalla parola data, che spezza la sua resistenza. Dunque sar per forza? Tanto vale; non pu fare a meno di andare a coricarsi con la damigella. incitato e comandato dall'impegno che ha assunto. Si corica senza affrettarsi, ma anch'egli, come lei, non si toglie la camicia. Sta ben attento a non toccare la fanciulla; anzi, se ne tiene lontano e si mette a giacere sul dorso. Non pronuncia una sola parola, come il converso cui proibito di parlare quando si trova a letto. Non volge mai lo sguardo n verso la damigella n altrove; non pu mostrarle viso lieto. Perch? Il cuore non glielo concede: tutto il suo desiderio riposto altrove, ed egli non brama n ripone amore in ci che a ogni altro appare bello e gentile. Non ha che un cuore, e quello non pi suo: affidato a un'altra, ed egli non pu riporlo altrove. Amore, che governa i cuori di tutti, lo fa restare per intero in un luogo solo. Di tutti? No, solo di coloro che Amore apprezza; e colui che Amore si degna di dominare maggiormente deve essere stimato. Amore teneva in grande pregio il cuore di questo cavaliere e aveva su di lui signoria pi che su ogni altro; gli faceva dono di un cos grande orgoglio che io non intendo affatto biasimarlo se egli trascura ci che Amore gli vieta, e si adopra per ci che Amore vuole. La pulzella ben vede e capisce che il cavaliere detesta la sua compagnia, e che vi si sottrarrebbe volentieri; comprende che mai la richieder d'amore, poich non cerca affatto di farlesi vicino. Perci dice: Se non vi dispiace, signore, non rester oltre. Andr a coricarmi nella mia camera, e voi sarete maggiormente a vostro agio: non credo che amiate molto n il piacere che io potrei darvi n la mia stessa compagnia. Non vi offendete se vi dico ci che penso. Ora riposate per la notte; avete mantenuta la vostra parola cos bene che non ho il diritto di chiedervi di pi, per quanto poco. Voglio dunque raccomandarvi a Dio, e vado. Poi si alza. Al cavaliere non dispiace; anzi, la lascia andare volentieri, come colui che amico leale di un'altra. La damigella lo comprende e lo vede bene; cos si reca nella propria camera, si corica tutta nuda e dice a se stessa: Da quando conobbi per la prima volta un cavaliere, nessuno mi parso valere un terzo d'un denaro angioino salvo costui, poich, a quanto credo di indovinare, intende intraprendere l'impresa pi

grande, rischiosa e amara che mai un cavaliere os affrontare. Dio gli conceda di portarla a buon fine! Poi prende sonno e rimane coricata finch appare il giorno chiaro. Appena spunta l'alba, subito la damigella si leva. Il cavaliere si sveglia e si prepara, e non aspetta alcuno per armarsi. In quel mentre giunge la damigella e lo vede gi pronto. Oggi sia per voi spuntato un giorno lieto dice. Anche per voi, damigella risponde il cavaliere, poi aggiunge che ha gran fretta che sia fatto trarre il cavallo fuori dalle scuderie. La damigella glielo fa portare e dice: Signore, se voi osaste condurmi e mi scortaste secondo l'uso e il costume che furono stabiliti nel regno di Logres (3) prima che noi nascessimo, vorrei accompagnarvi per un lungo tratto sulla vostra strada. A quel tempo i costumi e le franchigie erano tali che se un cavaliere incontrava sola una damigella o una giovinetta di modesta condizione, avrebbe preferito farsi tagliare la testa piuttosto che mancare di renderle ogni onore, se teneva al proprio buon nome. Se l'avesse violata, sarebbe stato per sempre disonorato in tutte le corti. Ma se ella fosse stata scortata da un altro, e se al cavaliere fosse piaciuto di sferrargli battaglie e conquistarla con la forza delle armi, avrebbe potuto fare di lei a propria volont, senza per questo riceverne onta o biasimo. Perci la damigella disse al cavaliere che si sarebbe accompagnata a lui se egli avesse osato di scortarla secondo tale costume s che nessuno potesse farle torto. Vi assicuro che mai alcuno vi nuocer risponde il cavaliere. Dovr prima recare molestia a me. Allora ella dice voglio partire con voi. Fa sellare il palafreno, e l'ordine viene subito eseguito. Il cavallo viene tratto dalla stalla, insieme al destriero del cavaliere. Entrambi montano senza aiuto di scudieri e si avviano a grande andatura. La damigella gli parla, ma egli non si cura di quanto dice, anzi rifiuta di discorrere: pensare gli piace, parlare gli pesa. Spesso Amore gli riapre la ferita che gli ha inferta; ma poi gli mette un impiastro per guarirlo e per ridonargli la salute, s che egli non desidera n vuole cercare altri rimedi e cure, a meno che la piaga non si aggravi; anzi, persegue volentieri la sofferenza. Tanto seguirono strade e sentieri senza deviare dal cammino pi breve che videro una fonte in mezzo a un prato. Sul masso che vi era accanto non so chi aveva dimenticato un pettine di avorio dorato. Mai un saggio, dai tempi di Isor (4), ne vide uno pi bello. E colei che se ne era servita vi aveva lasciato tra i denti almeno un mezzo pugno di capelli. Quando la damigella scorge la fonte e il masso, vorrebbe che il

cavaliere non li vedesse; cos prende per un altro cammino. Ed egli, che si diletta e si compiace nei propri pensieri che gli recano grande piacere, non si accorge subito che ella lo conduce fuori strada. Ma appena se ne avvede, crede che lo tradisca, e si allontani dalla via per schivare un qualche pericolo. Fermatevi, damigella dice. Non state andando dalla parte giusta. Venite qui. Credo che non sia mai andato diritto colui che si allontanato da questo cammino. Signore, per di qua andremo meglio risponde la pulzella. Lo so bene. Il cavaliere dice ancora: Damigella, non conosco i vostri pensieri, ma potete ben vedere che la strada giusta quella battuta. Dato che l'ho trovata, non prender un'altra direzione. Venite, per piacere io continuer per questa via! Cos procedono finch giungono presso il masso e vedono il pettine. Invero dice il cavaliere per quanto ricordo, non vidi mai un pettine tanto bello. Datemelo dice la damigella. Volentieri. Si china e lo prende. Ma quando lo ha in mano, lo guarda a lungo e rimira i capelli. L'altra si mette a ridere; allora egli la prega di dirgli perch rida, ed ella dice: Tacete. Per ora non vi dir nulla. Perch? Perch non voglio. Il cavaliere la scongiura come colui che crede che un'amica non debba mancare in alcun modo alla parola data all'amico, n l'amico a lei: Damigella, se il vostro cuore ama qualcuno al mondo, vi supplico e chiedo e prego in suo nome di non nascondermelo oltre. Certo insistete troppo perch io non ve lo dica. Non mentir; a quanto credo, questo pettine era della regina, e lo so bene. Credetemi: i capelli che vedete, cos belli, chiari e luminosi rimasti tra i suoi denti appartengono alla regina; non crebbero mai in altro prato. In fede mia dice il cavaliere vi sono molti re e regine. Di quale intendete parlare? Ed ella: In fede mia, signore, della moglie di re Art. A tali parole, al cavaliere mancano le forze: si piega in avanti ed costretto ad appoggiarsi all'arcione della sella. La damigella ne meravigliata e stupita: crede che il cavaliere stia cadendo, e non vi da biasimarla se prova timore, poich pensa che egli sia venuto meno. Infatti il cavaliere in condizioni tali che come se lo fosse, e poco manca che svenga per davvero. Prova grande pena nel

cuore e ne perde a lungo il colore e la parola. La damigella smontata da cavallo e si affretta verso di lui per trattenerlo e soccorrerlo, poich per nulla al mondo vorrebbe vederlo cadere a terra. Il cavaliere la vede avvicinarsi e ne prova vergogna. A che scopo siete venuta davanti a me? le dice. Non crediate che la damigella gliene riveli il motivo: se il cavaliere scoprisse la verit, ne proverebbe vergogna e angoscia, pena e affanno. Ella perci si guarda dal dire il vero, e gli si rivolge con cortesia. Signore dice sono smontata da cavallo per venire a chiedervi il pettine. Ho un cos grande desiderio di averlo, che volevo prenderlo al pi presto. Il cavaliere desidera darglielo ma, prima di porgerglielo, ne trae i capelli con tale delicatezza che non ne spezza neanche uno solo. Mai occhi umani potranno vedere portare tanto onore a una cosa: egli prende ad adorare quei capelli e li avvicina agli occhi, alla bocca, alla fronte e al viso almeno centomila volte; non tralascia alcuna manifestazione di gioia, se ne rallegra molto e si sente arricchito. Infine li ripone sul petto, accanto al cuore, tra la carne e la camicia: non li avrebbe barattati con un carro colmo di smeraldi e di carbonchi. Si sente al riparo da ulcerazioni e da ogni altro male, disdegna elettuari preparati con perle, teriaca o rimedi contro la pleurite, e perfino il soccorso di san Martino o di san Giacomo: ha tanta fiducia in quei capelli che non ha bisogno di altro aiuto. Ma come erano dunque quei capelli? Se li descriver secondo verit sar tenuto per folle e menzognero. Se non potesse trovarvi quei capelli, il cavaliere, ed verit provata, non vorrebbe possedere nulla di tutte le dovizie esposte alla fiera del Lendit (5), pur nel suo momento culminante. Se mi chiedete di essere sincero, vi dir che l'oro, purificato centomila volte e altrettante raffinato al fuoco, apparirebbe pi oscuro della notte in confronto con il pi bel giorno d'estate di questo intero anno, se quell'oro e quei capelli venissero guardati uno accanto agli altri. Ma perch prolungare ancora il racconto? La pulzella si affretta a rimontare a cavallo con il pettine in mano, e il cavaliere si diletta e si compiace dei capelli che reca sul petto. Superano la pianura e si imbattono in una foresta; si incamminano per una scorciatoia che a un certo punto si restringe. Allora sono costretti a procedere uno dietro l'altra, poich la via era tanto angusta che non vi si potevano far passare due cavalli affiancati. La damigella cavalca davanti al proprio ospite e percorre veloce il cammino pi diritto. E proprio l dove la strada si ristretta, incontrano un cavaliere che procede in senso contrario. La damigella lo scorge; subito lo riconosce, e dice:

Signor cavaliere, vedete colui che vi viene incontro tutto armato e pronto alla battaglia? Certo egli crede di potermi portar via con s senza incontrare ostacoli. So bene che lo pensa, perch mi ama, ma non si comporta da uomo assennato. Gi da tempo mi prega d'amore, di persona o attraverso messaggeri, ma io me ne sottraggo: non potrei amarlo per nulla al mondo. Anzi, che Dio mi aiuti, preferirei morire piuttosto che averlo caro in alcun modo. So bene che adesso pieno di letizia e si rallegra come se gi mi avesse in suo completo volere. Ora vedr cosa farete, potr scoprire se siete valoroso. Conoscer ben presto se sar protetta dalla vostra persona. Siatemi garante, e potr affermare a buon diritto che siete molto prode e coraggioso. Il cavaliere si limita a rispondere: Andate! Andate! e queste sole parole valgono come se dicesse: Poco mi importa di quanto affermate. Vi date pena per nulla. Mentre essi procedono cos discorrendo, il cavaliere non viene loro incontro a lenta andatura, ma al galoppo, lieto di andare veloce perch non pensa certo che sar vinto, e si ritiene fortunato per aver incontrato colei che ama sopra ogni cosa. Le si avvicina, e subito la saluta con il cuore e con la bocca. Dice: Da qualunque parte venga, sia la benvenuta colei che desidero di pi, e da cui ricevo meno gioia e maggior dolore! Non sarebbe giusto che la damigella desse tanto valore alle proprie parole da non restituirgli il saluto, almeno con la bocca. Ma agli occhi del cavaliere quel saluto, che pure ella ha pronunciato senza grande impegno e senza insudiciarsi la bocca, appare molto prezioso. Egli infatti non avrebbe avuta altrettanta stima per se stesso n avrebbe creduto di aver conquistato tanto onore o tanta rinomanza se in quel momento si fosse portato mirabilmente in un torneo. E poich si sente inorgoglito e compiaciuto, afferra il cavallo della damigella per le redini, e dice: Ora vi condurr via. Oggi ho navigato egregiamente procedendo sulla giusta rotta, ed ecco che ho raggiunto un ottimo porto. La mia servit terminata: ero in pericolo, e sono entrato in un luogo sicuro. Dopo le pene giunta l'allegria, dopo grandi sofferenze sono pervenuto alla salute. Ora ho tutto quanto volevo, poich vi incontro in un'occasione che mi permette di condurvi subito via con me, senza commettere oltraggio. Non vi compiacete ella risponde. Vedete bene che sono in compagnia di questo cavaliere. E' una scorta invero meschina dice l'altro. Ora sar io a condurvi. Credo che questo cavaliere preferirebbe mangiare un moggio di sale piuttosto che osare di disputarvi a me. Penso che non incontrer mai un uomo che non possa vincere, pur di conquistarvi. E poich vi trovo giusto a proposito, a rischio di molestare o di

causare dispiacere a colui che vi scorta, vi porter via davanti ai suoi occhi. Che egli faccia del proprio meglio! L'altro certo non si adira per le parole vanagloriose che sente, e lo sfida senza vanterie n frasi oltraggiose. Signore dice non abbiate fretta, e non sprecate le vostre parole. Parlate piuttosto un po' a misura. Se davvero avete alcun diritto, non vi sar tolto. Vedete bene che questa damigella giunta qui sotto mia scorta. Lasciatela. L'avete trattenuta anche troppo a lungo, ed ella non ha ancora nulla da temere da voi. L'altro giura che si far ardere, se non potr condurla via suo malgrado. Sappiate che non posso permettervi di portarla via senza essermi battuto dice il cavaliere. Ma se vogliamo che lo scontro sia corretto, non potremo in alcun modo combatterlo su questa strada. Andiamo avanti finch troveremo una via pi larga, o un prato o una radura. L'altro risponde che non chiede di meglio, e aggiunge: Sono d'accordo, in verit. Non avete torto a dire che questo sentiero troppo angusto: il mio cavallo incontrer delle difficolt; prima che sia riuscito a farlo girare, temo che si possa spezzare una zampa. Poi si volta a gran pena, ma riesce a non far ferire il cavallo e a non danneggiarlo in alcun modo. Allora dice: Sono molto adirato: avrei preferito che ci fossimo incontrati in un luogo pi vasto e davanti a testimoni; mi sarebbe piaciuto che altri potessero vedere chi di noi sa battersi meglio. Ora venite; andremo a cercare quel che ci occorre. Non lontano da qui troveremo un terreno scoperto, largo, grande e vasto. Cos procedono finch giungono in un prato molto bello affollato di damigelle, cavalieri e dame che si dilettavano in diversi giochi. Non tutti erano impegnati a scambiarsi facezie; anzi, la maggior parte gareggiava alle tavole o agli scacchi, e a vari giochi con i dadi. Altri ancora, tra quanti si trovavano in quel prato, avevano ripreso i divertimenti dell'infanzia, e ballavano e intrecciavano carole, cantavano e facevano capriole, saltavano e si misuravano nella lotta. Nella parte pi lontana del prato si trovava un cavaliere piuttosto in et e dai capelli ingrigiti che, su un cavallo sauro di Spagna dai finimenti e dalla sella dorati, assisteva ai giochi e alle danze. Per contegno teneva una mano sul fianco e, data la bella stagione, aveva tolto il giaco, e sulla camicia indossava un prezioso mantello di scarlatto foderato di vaio. Presso un sentiero, un po' discosti, vi erano pi di ventitr cavalieri armati, montati su buoni cavalli irlandesi. Alla vista dei tre che giungono, tutti sospendono i giochi e, dal prato, gridano a una voce:

Guardate, guardate il cavaliere che stato condotto sulla carretta! Nessuno giochi fin tanto che sar qui: sia maledetto colui che continuasse a dilettarsi, e maledetto chi vi acconsentisse, finch quel cavaliere si trover tra noi! Intanto il cavaliere che amava la pulzella e gi la considerava sua, e che era il figlio del cavaliere canuto, si avvicinato al padre e gli ha detto: Signore, sono al colmo della letizia, e chi ne vuole conoscere il motivo non ha che da aprire gli orecchi. Dio mi ha fatto la grazia di ci che ho desiderato sempre pi di ogni altra cosa: non mi avrebbe mostrato un favore tanto grande se mi avesse incoronato re, n io gliene sarei stato altrettanto grato o avrei avuto maggiore vantaggio, perch quanto ho guadagnato bello e buono. Non so ancora se ella tua risponde il padre. Ma il figlio si affretta a replicare: Non sapete? Non vedete dunque? Per l'amor di Dio, signore, non avete motivo di dubitarne: potete ben vedere che la tengo per il morso del cavallo. L'ho incontrata mentre attraversava la foresta da cui sono giunto. Credo che sia stato Dio a condurla da me: io non ho fatto altro che prenderla come cosa mia. Non so ancora se colui che ti segue te la conceder. Credo piuttosto che voglia disputartela. Mentre essi cos parlavano, tutti avevano sospeso le carole. Avevano visto il cavaliere, e non giocavano n si divertivano pi a causa del disprezzo e della malevolenza che provavano nei suoi confronti. Tuttavia il cavaliere della carretta si avvicina senza indugio alla pulzella. Lasciate questa damigella, vassallo dice. Non avete diritti su di lei. Se osate, sono pronto a difenderla. Allora il vecchio cavaliere interviene e dice: Lo sapevo! Bel figliolo, lascia la pulzella e non la trattenere oltre. Ma l'altro non gradisce affatto il consiglio, e giura che non lo far. Non piaccia a Dio che io abbia mai gioia dal momento in cui gliela rendessi dice. La trattengo e la tratterr come mio legittimo bene. Gli lascer la mia amica solo dopo che la guiggia e tutte le corregge del mio scudo si saranno spezzate, e io avr perso ogni fiducia nella lancia, nella spada e nella mia stessa persona. Non permetter che combatta dice il padre qualunque cosa tu mi possa dire. Confidi troppo nel tuo valore. Fa' piuttosto ci che ti ordino. Ma il figlio risponde tracotante: Sono forse un fanciullo da spaventare? Di questo mi vanto: in

tutta la terra cinta dal mare non vi un solo cavaliere, l dove pure ve ne sono in maggior numero, tanto valoroso che io gli ceda la damigella, e che non potrei rapidamente ridurre all'impotenza. Ti credo, bel figliolo dice il padre e so che lo pensi, perch confidi molto nel tuo valore. Pure non voglio, n vorr, che oggi tu ti misuri con costui. Se ascoltassi il vostro avviso, commetterei un atto vergognoso dice il figlio. Sia maledetto colui che desse credito alle vostre parole e accettasse di comportarsi da imbelle per amor vostro! Combatter, invece, e fieramente. proprio vero che con i parenti si fa cattivo acquisto: altrove potrei combinare affari pi convenienti, dato che voi mi volete ingannare; so bene che in terra straniera potrei meglio perseguire il mio interesse. Nessuno che non mi conoscesse cercherebbe di distogliermi dal mio intento, e proprio voi mi dovete nuocere e tiranneggiare. E poich me ne avete biasimato, la mia pena ancora maggiore. Sapete bene che a muovere rimproveri alla volont di un uomo o di una donna non si fa che farli ardere e infiammare maggiormente. Mai pi Dio mi conceda gioia se, a causa vostra, ceder anche di poco! Perci, mi batter vostro malgrado. Per la fede che devo a san Pietro l'apostolo dice il padre vedo bene che pregare non mi servir a nulla! Rimproverarti non che una perdita di tempo, ma presto ti imbandir una tale portata che, lo voglia o no, dovrai fare a modo mio, perch vi sarai costretto. Chiama subito a s tutti i cavalieri e, quando essi si sono avvicinati, d loro ordine che trattengano il figlio. Dice che non capace di riportarlo alla ragione e aggiunge: Preferisco farlo legare piuttosto che permettergli di battersi. Voi siete tutti miei uomini e mi dovete affetto e lealt, perci ve lo comando e ve ne prego insieme, in nome di ci che fa di voi i miei vassalli. A mio avviso egli si comporta da folle, e si oppone alla mia volont solo per tracotanza. I cavalieri rispondono che lo prenderanno e lo terranno ben stretto, cos che non abbia pi talento di combattere e, suo malgrado, renda la damigella. Poi lo afferrano e lo immobilizzano, trattenendolo per le braccia e per il collo. Dunque ora non ti consideri folle? dice allora il padre. Adesso sai bene come stanno le cose: non hai pi n la forza n il potere di combattere e di giostrare, per quanto ci ti possa dare pena, molestia o dolore. Ti comporterai da uomo assennato consentendo al mio volere e a quanto reputo giusto. Sai cosa penso? Se vuoi, per alleviare il tuo dolore, tu e io seguiremo insieme oggi e domani il cavaliere per boschi e per pianure, e procederemo all'ambio dei nostri cavalli. Forse potremo presto coglierlo in una situazione e in uno stato tali che io ti conceder di misurare contro di lui il tuo valore e di combatterlo secondo la tua volont.

Allora il figlio acconsente, ma suo malgrado: non pu fare altrimenti. Dichiara che, poich non pu ottenere di pi, per amore del padre si asterr dal proprio proposito, ed entrambi seguiranno il cavaliere. Le genti che si trovavano in quel luogo e che avevano assistito a quanto era accaduto si dissero: Avete visto? Il cavaliere che salito sulla carretta ha conquistato oggi tale onore che pu condurre via con s l'amica del figlio del nostro signore, e questi lo seguir. Possiamo affermare in verit che, se il nostro signore gliela lascia portar via, deve essere convinto che in lui vi sia del bene. Sia cento volte maledetto chi da questo momento trascurer i giochi a causa sua! Torniamo dunque a dilettarci! Cos riprendono i giochi, le carole e le danze. Subito il cavaliere si appresta a partire. Non si attarda oltre in quel prato, ma la pulzella non resta indietro, perch intende rimanere in sua compagnia. Se ne vanno in fretta, seguiti da lontano dal padre e dal figlio. Hanno cavalcato fino a nona per i prati falciati e, in un luogo molto ameno, si sono imbattuti in un monastero. Presso il cancello vi era un cimitero circondato da mura. Il cavaliere non si port certo da villano o da sciocco: entr a piedi nella chiesa per pregare Dio, e la damigella gli tenne il cavallo fino al suo ritorno. Quando il cavaliere ebbe terminato le orazioni e stava tornando indietro, vide un monaco molto vecchio che gli veniva incontro. Con grande dolcezza il cavaliere lo preg di dirgli cosa vi fosse all'interno di quella cinta, e l'altro gli rispose che era un cimitero. Allora il cavaliere disse: Accompagnatemi l dentro, e che Dio vi aiuti. Volentieri, signore. Il monaco lo conduce nel cimitero: vi erano le tombe pi belle che si potessero trovare di l alla Dombes (6), e dalla Dombes fino a Pamplona. Su ciascuna erano incise delle lettere che designavano il nome di colui che vi giaceva. Il cavaliere prende a leggere quei nomi e vede che vi scritto: Qui gIACERGalvano, qui Leons, qui Ivano Dopo questi tre nomi ne legge molti altri, tutti di cavalieri eletti, i pi ammirati e i migliori di quella e di altre terre. Tra le altre tombe ne scorge una di marmo che, dalla fattura, sembrava la pi bella. Allora chiama il monaco e dice: Di chi sono questi sepolcri, e a cosa servono? Avete letto le iscrizioni risponde l'altro. Se le avete ben

comprese, sapete cosa vi scritto e cosa significano. Ditemi a che serve la tomba pi grande. Ve lo dir risponde l'eremita. il sarcofago pi bello di quanti ne furono mai fatti; n io n altri ne abbiamo visto uno s ben disegnato e ricco. bello dentro, e ancora pi bello fuori. Ma non ve ne date pena: non vi sarebbe di alcun vantaggio, poich non ne vedrete mai l'interno. Per scoprirlo ci vorrebbero sette uomini forti e di grande statura, e determinati ad aprire la tomba, che coperta da una lastra di pietra. Sappiate che cosa ben certa che per sollevare quella lastra occorrerebbe la forza di sette uomini pi robusti di voi e di me. Le lettere che vi sono incise dicono: "Colui che sollever questa lastra da solo e con le proprie mani liberer quanti sono prigionieri nella terra da cui nessuno, n chierico n gentiluomo, mai uscito dopo che vi era penetrato. Mai alcuno pot ritornarne, perch in tale terra gli stranieri sono trattenuti in prigionia, mentre quelli del paese possono entrarne e uscirne a proprio piacere". Subito il cavaliere afferra la lastra di pietra e la solleva senza pena, meglio di come avrebbero potuto fare dieci uomini che vi avessero impiegata tutta la propria forza. Alla vista di tale prodigio, il monaco cos stupito che poco manca che cada a terra: non avrebbe mai creduto che in tutta la vita avrebbe potuto assistere a una meraviglia simile. Signore dice avrei ora grande desiderio di conoscere il vostro nome. Vorrete dirmelo? In fede mia, no risponde il cavaliere. Ne sono invero molto dispiaciuto. Se me lo diceste, mi fareste una grande cortesia, e forse ne trarreste anche profitto. Di dove siete, da quale paese venite? Come vedete sono un cavaliere, e nacqui nel regno di Logres. Non vorrei aggiungere altro. Se non vi dispiace, mi direste voi chi giacer in questa tomba? Signore, colui che liberer quanti sono prigionieri nel regno da cui nessuno pu uscire. Quando il monaco gli ha narrato ogni cosa, il cavaliere lo raccomanda a Dio e a tutti i santi, poi torna dalla damigella, poich prima non aveva potuto. Il monaco, vecchio e canuto, lo accompagna fuori della chiesa. Giungono lesti sulla strada e, mentre la damigella monta a cavallo, il monaco le narra ci che ha fatto il cavaliere e la prega di dirgliene il nome, se lo conosce. Ella risponde che non lo sa, ma che pu osare di dirgli per certo una cosa: per tutto lo spazio in cui spirano i quattro venti, non vi un prode pari a quello. Poi si separa dal monaco e si lancia al galoppo dietro al cavaliere. In quel momento giungevano coloro che li avevano seguiti. Scorto il

monaco da solo davanti alla chiesa, il vecchio cavaliere che non indossava il giaco dice: Signore, vedeste un cavaliere che conduce con s una damigella? Non avr alcuna pena a narrarvi tutta la verit risponde l'altro poich partirono da qui proprio in questo momento. Il cavaliere entrato nel cimitero dove ha compiuto un grande prodigio: da solo e senza alcuno sforzo ha sollevato la lastra di pietra che posta sulla grande tomba di marmo. Egli va al soccorso della regina, e la liberer di certo insieme a tutti i prigionieri. Lo sapete bene anche voi che avete letto spesso le lettere incise sulla lastra. Invero, non nacque mai da uomo o da donna, n sedette mai in sella, un cavaliere che valesse quanto costui. Allora il padre si rivolge al figlio e dice: Figliolo, cosa ne pensi? Non dunque molto valoroso colui che comp un simile prodigio? Ora sai bene chi aveva torto, se io o tu. Per tutta la citt di Amiens, non avrei voluto vederti misurare con lui, pure ti ribellasti a lungo prima che fosse possibile indurti a desistere. Ora possiamo tornare indietro. Se continuassimo a seguirlo, commetteremmo grande follia. Te lo concedo risponde il figlio. Seguirli non ci varrebbe. Torniamo sui nostri passi, poich cos volete. E fecero cosa molto assennata. Intanto la damigella continuava a cavalcare al fianco del cavaliere: voleva che egli si interessasse a lei e intendeva conoscere il suo nome dalla sua stessa bocca. Glielo chiede e tanto lo prega, che alla fine il cavaliere, infastidito, le dice: Non vi ho forse gi detto che vengo dal regno di re Art? Per la fede che devo a Dio e alla Sua potenza, non conoscerete affatto il mio nome. Allora ella gli domanda il congedo, poich intende tornare indietro; ed egli glielo accorda di buon grado. La pulzella si allontana, e il cavaliere procede fino a tarda ora senza alcuna compagnia. Dopo il vespro, all'ora di compieta, mentre proseguiva per il proprio cammino, vide un cavaliere che usciva dal bosco in cui era stato a caccia. Si avvicinava con l'elmo allacciato su un grande cavallo da caccia grigio ferro e aveva con s la selvaggina che Dio gli aveva concessa. Il valvassore si fece lesto incontro al cavaliere e lo preg di prendere alloggio presso di lui. Signore disse presto sar notte. tempo che troviate un riparo, ed giusto che lo facciate. Ho qui vicino una mia casa; vi ci condurr, e nessuno trover mai migliore alloggio: se vi aggrada, sar lieto di fare tutto ci che potr. Accetto con piacere rispose il cavaliere.

Allora il valvassore manda subito avanti il figlio perch prepari l'alloggio come si conviene e solleciti i cucinieri. Il valletto esegue senza indugio quanto gli stato ordinato, lieto e di buona lena, e si avvia a grande andatura. Gli altri, che non hanno fretta, lo seguono per il medesimo cammino, finch giungono alla dimora del valvassore. Questi aveva per moglie una dama ben allevata; aveva anche cinque figli che gli erano molto cari, tre valletti e due cavalieri, e due figlie belle e gentili, ancora pulzelle. Non erano nati in quella terra, ma vi erano prigionieri gi da lungo tempo: provenivano dal regno di Logres. Il valvassore ha condotto il cavaliere nel cortile, e la dama gli si affrettata incontro, mentre i figli e le figlie sono usciti fuori. Tutti si offrono di servirlo, lo salutano e lo aiutano a smontare. N le sorelle n i cinque fratelli si danno molta cura del padre, perch sanno bene che egli preferisce in tal modo; prodigano invece grandi onori e segni di benvenuto al cavaliere. Dopo che lo hanno disarmato, una delle sorelle gli allaccia al collo un mantello che ha tolto dalle proprie spalle. Non intendo parlare dell'ottimo servizio che ricevette per la cena: sappiate che, terminato il desinare, non vi fu alcuna difficolt a trovare diversi soggetti di conversazione. Per primo il valvassore cominci domandando chi fosse colui che ospitava, e da quale paese provenisse, ma non gli chiese il nome. Subito l'altro gli rispose: Vengo dal regno di Logres e non entrai mai prima in questa terra. Il valvassore, la moglie e tutti i figli furono molto meravigliati da tali parole, e non ve ne fu uno solo che non provasse grande pena. Dissero: Bello e dolce signore, giungeste qui per vostra grande sventura, poich ne subirete grave danno. Come noi, resterete in servit e in esilio. Di quale paese siete dunque? chiese il cavaliere. Della vostra stessa terra, signore. Vi sono qui molti valent'uomini prigionieri provenienti dal vostro paese. Sia maledetto tale costume e maledetti coloro che lo mantengono! Ogni straniero che entra in questa terra costretto a rimanervi: il paese diventa la sua prigione. Infatti, vi pu penetrare chi lo desidera, ma poi gli vietato di andar via. Ecco quindi che anche il vostro destino segnato: a quanto credo, non lascerete mai pi questo regno. Eppure, se potr, io ne uscir. Come? chiede il valvassore. Credete davvero di poter sfuggire? S, se piacer a Dio. Far tutto quanto sar in mio potere. Allora anche gli altri non avranno pi timore e partiranno liberamente, perch se uno solo, dopo leale combattimento, lascer questa prigione, tutti gli altri potranno di certo fare del pari

senza che alcuno glielo impedisca. In quel momento il valvassore ricorda che gli era stato riferito e narrato che un cavaliere di grande valore era penetrato di forza nel paese per soccorrere la regina prigioniera di Meleagant, il figlio del re. Allora si dice: Invero, ritengo e credo che sia lui. Glielo chieder!. E, a voce alta, domanda: Signore, non nascondetemi nulla della vostra impresa e io mi impegno a consigliarvi meglio che potr. Se voi riuscirete a portarla a termine, io stesso ne trarr vantaggio. Svelatemi il vero, per il vostro e per il mio bene. A quanto credo siete giunto qui per liberare la regina che prigioniera di questa gente sleale, peggiore ancora dei Saraceni. Non venni per altro motivo risponde il cavaliere. Non so dove sia tenuta prigioniera madama, ma intendo portarle soccorso, e ho grande bisogno di consigli. Datemi il vostro avviso, se potete. Signore risponde il valvassore avete preso per una strada molto infida. Questa via conduce direttamente al Ponte della Spada. Fareste bene a seguire il mio consiglio: se voleste credermi, raggiungereste il Ponte della Spada seguendo un cammino pi sicuro, e io vi farei accompagnare. L'altro, che vuole procedere per la via pi breve, chiede: diritta come questa? No, certo dice il valvassore. pi lunga, ma meno rischiosa. Allora non me ne curo dice il cavaliere. Datemi invece notizie sulla via che passa per di qua, poich sono pronto ad affrontarla. Invero, signore, non ne ricaverete vantaggio. Se seguirete questa strada, domani giungerete in un luogo in cui potrete incorrere in un grave pericolo. Si chiama il Passaggio delle Pietre. Volete che ve ne descriva i rischi? Ebbene, vi pu transitare solo un cavallo alla volta, non vi possono procedere due uomini affiancati, ed un passo ben sorvegliato e difeso. Quando vi sarete giunto, non vi sar concesso di andare oltre: riceverete duri colpi di lancia e di spada, e ne dovrete restituire in grande quantit prima di potervi transitare. Quando il valvassore ebbe finito di riferire ogni cosa, uno dei suoi figli, che era cavaliere, si fece avanti e disse: Signore, se non vi dispiace andr con lui. Allora si alz uno dei valletti. Anche io disse. Il padre concesse volentieri il congedo ad entrambi. Il cavaliere dunque non andr da solo! Li ringrazi perch amava molto la loro compagnia. Su tali accordi, le parole ebbero termine. Il cavaliere venne accompagnato al giaciglio che gli era stato approntato e dorm, ch

ne aveva desiderio. Si alza appena scorge che il giorno sorto, e quelli che devono andare con lui lo vedono, e subito si levano a loro volta. I cavalieri si sono armati e, preso congedo, si mettono in cammino. Il valletto li precede, e tanto cavalcano insieme che intorno all'ora prima giungono al Passaggio delle Pietre. Nel centro della strada si trovava una bertesca che era per l'appunto sempre guardata da un uomo. Prima ancora che essi vi si siano avvicinati, quello li scorge e grida forte: Costui giunge a nostro danno! Costui giunge a nostro danno! Allora appare sulla bertesca un cavaliere a cavallo, coperto di un'armatura nuova, e da ogni parte compaiono sergenti che brandiscono asce ben affilate. Quando il cavaliere si fatto pi vicino al passaggio, il guardiano della bertesca gli rimprovera con grande villania di essere montato sulla carretta, e dice: Vassallo, quando sei entrato in questo paese ti sei mostrato molto audace, ma del tutto folle. Colui che salito sulla carretta non avrebbe mai dovuto venire qui. Che Dio non ti conceda mai di provare la gioia! Poi si spronano contro a tutta la velocit cui possono galoppare i cavalli. Il guardiano del passaggio spezza la lancia al primo cozzo e ne lascia cadere i tronconi. L'altro lo colpisce alla gola proprio al di sopra dell'orlo superiore dello scudo e lo scaglia supino sulle pietre del passo, di traverso. Allora i sergenti sollevano le asce, ma lo mancano volontariamente, perch non intendono fare del male n a lui n al cavallo. Il cavaliere ben comprende che non vogliono danneggiarlo in alcun modo, perci non si cura di sguainare la spada; passa oltre senza battersi, seguito dai compagni, che si dicono l'un l'altro che non hanno mai visto un cavaliere come quello, e che nessuno gli pari. Non ha forse compiuto un prodigio passando di forza? Bel fratello dice il cavaliere al valletto. Per l'amore di Dio, corri subito da nostro padre e narragli questa avventura. Ma il valletto giura e dichiara che non vi andr, e che non si allontaner mai da quel prode finch egli non lo abbia armato e fatto cavaliere: se il fratello ne ha s vivo desiderio, vada lui a riportare il messaggio. Cos continuano a procedere tutti e tre insieme. Era gi passata l'ora nona quando incontrano un uomo che chiede loro chi siano. Siamo cavalieri essi rispondono e andiamo per le nostre faccende. Allora l'uomo si rivolge al cavaliere e dice: Signore, vorrei dare ospitalit a voi e ai vostri compagni e lo dice proprio a colui che gli sembra sia signore e capo degli altri.

Non posso prendere alloggio a quest'ora risponde il cavaliere. E' fellone colui che si ferma e si riposa a proprio agio quando impegnato in un'importante impresa. E poich io perseguo un tale compito, non mi albergher ancora per un pezzo. La mia dimora non vicina, ma molto pi avanti risponde l'uomo. Potrete venirvi a patto che prendiate alloggio solo all'ora giusta, poich, quando vi saremo giunti, sar sera inoltrata. Allora verr. Si mettono dunque in cammino per la via pi diritta, l'uomo davanti che fa loro strada, e gli altri dietro. Dopo che hanno cavalcato a lungo, incontrano uno scudiero che procedeva al gran galoppo su un ronzino grasso e tondo come una mela. Lo scudiero si rivolge all'uomo e dice: Signore, signore, sbrigatevi! Le genti di Logres si sono gettate in armi contro quelli del paese. La guerra, la tenzone e la mischia sono gi iniziate. Dicono che in questa contrada entrato un cavaliere che ha combattuto in molti luoghi; dicono che nessuno in grado di sbarrargli il passo dovunque egli voglia andare, e che riesce a procedere a dispetto di tutti. Nel paese non ve n' uno che non affermi che egli li liberer e sopraffarr i nostri. Vi consiglio di affrettarvi. Allora l'uomo si slancia al galoppo, e gli altri ne sono ben lieti, perch hanno anch'essi udito quelle parole e vogliono accorrere in aiuto degli amici. Il figlio del valvassore dice: Signore, avete sentito quanto ha detto quello scudiero? Andiamo in soccorso della nostra gente che gi si batte contro il nemico. L'uomo continua a galoppare avanti senza aspettarli, e si dirige veloce verso una fortezza, situata su un'altura. Tanto corre che raggiunge la porta, seguito dagli altri che gli spronano dietro. Alte mura e un fossato formavano la cinta fortificata. Vi sono appena entrati, che dietro le loro spalle vien fatta cadere una porta per impedir loro di uscire. Allora essi dicono: Andiamo, andiamo, non ci fermeremo certo qui. Seguono l'uomo di gran corsa, e raggiungono l'uscita dove non trovano oppositori. Ma ne sono appena fuori, che dietro di loro viene lasciata calare una porta a saracinesca. Provano grande dolore nel vedersi chiusi dentro e credono di essere vittime di un incantesimo. Ma colui di cui devo parlare pi di ogni altro portava al dito un anello la cui pietra aveva la virt di essere al riparo da ogni incantamento, dopo che egli vi aveva posato lo sguardo. Il cavaliere si pone l'anello davanti agli occhi, ne fissa la pietra e dice: Signora, signora, che Dio mi aiuti. Ora avrei grande bisogno del vostro soccorso! La dama che egli invocava era una fata, che lo aveva allevato

quando era bambino e che gli aveva fatto dono di quell'anello. Egli riponeva in lei ogni fiducia ed era certo che, ovunque si fosse trovato, ella gli avrebbe portato aiuto e soccorso. Cos invoca la dama e guarda la pietra dell'anello, ma capisce che non vi alcun incantamento ed subito certo che sono rinchiusi e imprigionati. Allora tutti e tre si avvicinano all'uscio sbarrato di una postierla stretta e bassa; traggono le spade e prendono a colpire la sbarra finch la spezzano. Quando sono fuori della torre, vedono che nei prati sottostanti cominciato uno scontro accanito e fiero, e che vi si trovano almeno mille cavalieri da una parte e dall'altra, oltre a una folla di villani. Giunti nel prato in basso, il figlio del valvassore parla da uomo saggio e accorto. Signore dice credo che faremmo cosa assennata se prima di unirci alla mischia uno di noi andasse a chiedere da quale parte sono le nostre genti. Non so da dove vengano e, se volete, andr a vedere. Certo risponde il cavaliere. Andate lesto e tornate pi in fretta che potete. L'altro va subito, ed presto di ritorno. La fortuna ci propizia dice. Ho visto per certo che i nostri sono da questa parte. Allora il cavaliere si dirige verso la mischia. Incontra un avversario che cavalca nella sua direzione e giostra con lui; lo colpisce con tale violenza in un occhio che lo fa cadere morto. Il valletto smonta, prende il cavallo del vinto, strappa le armi del cavaliere morto e se ne riveste con abilit. Quando tutto armato, si affretta a rimontare in sella. Afferra lo scudo e la lancia, che era grande, robusta e tutta dipinta e cinge al fianco la spada tagliente, chiara e sfavillante. Si precipita nella mischia dietro al fratello e al suo signore, che gi da tempo si batteva con grande valore, rompendo e fendendo e facendo volare in pezzi scudi, lance e giachi. Quelli che riesce a raggiungere non trovano riparo n nel legno dello scudo n nel ferro della lancia: egli li ferisce o li fa precipitare morti dal cavallo. Si batte da solo cos bene che presto ha sconfitto gli avversari. I suoi compagni lo imitano con altrettanto valore. Ma le genti di Logres ne sono stupite: non lo conoscono e chiedono di lui al figlio del valvassore. E sono tanti coloro che gli rivolgono tale domanda, che alla fine egli risponde: Signori, colui che ci affrancher tutti dall'esilio e dalla mala sorte nella quale ci siamo trovati tanto a lungo. Perci dobbiamo rendere ogni onore: per trarci dalla prigionia egli ha superato numerosi passaggi infidi, e altri ancora ne dovr affrontare. Ha fatto molto, ma tanto quel che gli resta da fare. Non ve n' uno solo che non si rallegri, e la notizia si tanto

diffusa che giunta alle orecchie di tutti: cos ognuno la sente e ne viene a conoscenza. La gioia che ne provano accresce la loro forza, e il loro ardore s grande che uccidono molti altri nemici, e pi ancora ne conducono prigionieri con ignominia; a me sembra che fu per il valore di un solo cavaliere pi che per quello di tutti gli altri insieme. Se il buio non fosse stato tanto vicino, li avrebbero certo vinti tutti; ma la notte sopraggiunse tanto oscura che li costrinse a cessare il combattimento. Al momento di separarsi, gli esiliati fanno a gara per andare a circondare il cavaliere. Da ogni parte gli prendono il cavallo per il morso e dicono: Bel signore, siate il benvenuto! E ognuno aggiunge: Signore, in fede mia, sarete mio ospite. Per l'amore di Dio e nel Suo nome, signore, non prenderete alloggio che presso di me! Tutti ripetono le medesime parole, perch ognuno, i giovani come i vecchi, lo vorrebbe ospitare. Dicono ancora: Vi troverete meglio nella mia dimora che in quella altrui! Da parte sua, ciascuno parla in tal modo, e se lo vogliono strappare l'uno con l'altro perch tutti desiderano averlo con s; poco manca che arrivino a battersi. Ma il cavaliere risponde che una disputa sciocca e oziosa. Cessate questo alterco dice non serve n a me n a voi. Non bene che vi sia discordia tra di noi; dobbiamo anzi aiutarci gli uni con gli altri. Non dovete questionare e discutere per darmi alloggio; dovreste piuttosto preoccuparvi di trovarmi un riparo in un luogo situato sulla via giusta, a vantaggio di tutti. Ma di nuovo ognuno dice: A casa mia! Meglio nella mia! Ancora non parlate come dovreste dice il cavaliere. A mio avviso il pi saggio tra voi folle, poich, come sento, continuate le dispute. Dovreste aiutarmi a proseguire, e invece mi volete allontanare dalla mia strada. Se anche tutti, uno dopo l'altro, soddisfacendo i miei voti, mi rendeste tanto onore e servigio quanto se ne pu riservare a un uomo, per tutti i santi che si pregano a Roma, dopo aver ricevuto da voi tali favori non vi serberei maggiore gratitudine di quanto gi faccia solo per il vostro buon intento. Per la gioia e la salvezza che spero che Dio mi conceda, la buona volont che mostrate mi incanta come se ciascuno di voi mi avesse gi rivolto grandi onori e attenzioni: che essa sia tenuta in conto dei fatti! Cos li vince e li placa tutti. Lo accompagnano dunque sul cammino presso un cavaliere molto agiato, e non ve n' uno che non si adopri nel servirlo. L'onorano e lo accudiscono e gli fanno lieta accoglienza per tutta la sera, fino al momento di coricarsi, poich

lo hanno molto caro. E al mattino, quando giunge l'ora di separarsi, vorrebbero andare con lui, e si offrono e si fanno avanti. Ma il cavaliere non vuole; non intende avere con s alcuno, salvo i due con cui era giunto l. Cos porta con s solo quelli. Quel giorno hanno cavalcato dal mattino sino a vespro senza incontrare avventure. A ora inoltrata sbucano da una foresta che avevano attraversato a grande andatura e, giunti sul limitare, vedono la casa di un cavaliere; ne scorgono la moglie, che sembra una dama assennata, seduta sulla porta. Non appena li vede, la dama si alza per andar loro incontro; li saluta con viso lieto e gioioso e dice: Benvenuti! Voglio che prendiate alloggio nella mia dimora. Riparate qua, e smontate. Signora, grazie e, poich cos ordinate, scenderemo a terra e accetteremo la vostra ospitalit per la notte. Smontano da cavallo, e la dama fa condurre via le cavalcature. Ella aveva una bella famiglia; chiama i figli e le figlie, che compaiono subito, e sono valletti cortesi e avvenenti, cavalieri e belle fanciulle. Agli uni la dama ordina che tolgano le selle ai cavalli e che li governino a dovere. E non ve n' uno che osi rifiutare: tutti obbediscono di buon grado. Ella fa poi disarmare i cavalieri, e le figlie accorrono a eseguire il comando. E dopo che le armature sono state tolte, vengono loro fatti indossare corti mantelli. Poi sono subito condotti nella bella dimora. Il signore non era presente: era andato nel bosco con due dei suoi figli; ma presto di ritorno, e la famiglia, che era ben educata, si affretta a farglisi incontro fuori della porta. Lesti slegano e scaricano la selvaggina che egli portava e gli dicono: Signore, signore, non lo sapete ancora, ma avete ospiti due cavalieri. Ne sia lodato Iddio egli risponde. Il padre e i due figli riserbano lieta accoglienza agli ospiti, e la famiglia non resta in ozio: tutti si impegnano a fare quanto devono nel migliore dei modi. Gli uni corrono ad affrettare la preparazione del desinare, gli altri ad accendere le candele; questi fanno luce, prendono salviette e bacili, e non dimenticano di versare l'acqua per lavare le mani. Tutti si lavano e prendono posto a tavola. In quella casa non si vedeva nulla di sgradevole o di molesto. Erano intenti a mangiare la prima portata, quando, d'improvviso, si presenta alla porta esterna un cavaliere pi orgoglioso di un toro, che pure un animale assai arrogante. Armato da capo a piedi, si tiene ben saldo sul destriero, con una gamba sulla staffa e con

l'altra, per contegno e cortesia, appoggiata sul collo del cavallo dalla bella criniera. Avanza cos davanti a tutti senza che alcuno lo abbia scorto o gli abbia badato, e dice: Voglio sapere chi tra voi cos folle e tracotante, e con la testa cos vuota di cervello, da giungere in questo paese credendo di poter superare il Ponte della Spada. E' venuto ad adoprarsi invano; ha sprecato i propri passi per nulla! Il cavaliere della carretta, che non certo rimasto turbato, gli risponde con voce tranquilla: Sono io che voglio passare quel ponte! Tu? Tu? Come osi pensarlo? Prima di arrischiarti in una simile impresa avresti dovuto chiederti a quale fine e a quale conclusione potresti giungere, e avresti dovuto ricordare la carretta sulla quale sei montato. Non so se provi vergogna per esservi salito, ma nessuno in possesso del proprio giusto senno si accingerebbe a una prova tanto rischiosa dopo aver subto una simile ignominia. Il cavaliere non si degna di rispondere nemmeno una parola a quanto gli sente dire; ma il signore della casa, e tutti gli altri con lui, se ne meravigliano molto, e a giusta ragione. Ah, Dio, quale sventura! si dicono. Sia maledetta l'ora in cui per la prima volta si pens di costruire una carretta, che cosa molto vile e vergognosa! Ah, Dio! Di cosa fu accusato? E perch fu condotto sulla carretta? Per quale misfatto? Per quale colpa? Gli sar rimproverato per sempre. Se egli fosse mondo da tale biasimo, per tutta l'estensione dell'intera terra non si potrebbe trovare un cavaliere il cui valore, per quanto messo alla prova, fosse paragonabile al suo. E se qualcuno riunisse in assemblea tutti i cavalieri del mondo, non potrebbe vederne uno pi bello e pi nobile, se volesse dire il vero. Tale era il pensiero di tutti. Ma il forestiero riprende a parlare con grande arroganza, e dice: Cavaliere che vai al Ponte della Spada, ascoltami: se vuoi, passerai il fiume facilmente e senza pena. Ti far superare l'acqua molto velocemente, su una imbarcazione. Ma se, quando ti avr sull'altra riva, vorr reclamare un pedaggio, allora prender la tua testa, oppure no, secondo il mio desiderio. L'altro risponde che non certo in cerca della propria sventura: non metter in tal modo a repentaglio la testa, qualunque sia il misfatto che ha commesso. Poich non vuoi accettare il mio consiglio dice allora il forestiero dovrai venire fuori e batterti con me a corpo a corpo. Si vedr a chi toccheranno l'onta e il dolore! Se potessi rifiutarmi risponde il cavaliere per ingannarlo me ne dispenserei ben volentieri. Ma preferisco invero battermi piuttosto che espormi a una sorte peggiore.

Prima di alzarsi dalla tavola alla quale sedeva, chiede ai valletti che lo servivano di sellargli tosto il cavallo, e di prendere e portargli le armi. E quelli si adoprano ad eseguire subito: gli uni lo armano, gli altri gli conducono il destriero. Sappiate che mentre, montato a cavallo, si avanzava al passo, armato di tutte le armi e con lo scudo trattenuto dalle corregge, il suo aspetto non era tale che si potesse trascurare di annoverarlo tra i pi belli e i pi coraggiosi. Il cavallo e lo scudo che teneva imbracciato sembravano ben suoi di diritto, tanto gli si confacevano. Aveva allacciato sul capo un elmo che vi si adattava s bene che non avreste certo pensato n creduto che l'avesse preso a prestito; avreste piuttosto giurato, tanto vi sarebbe piaciuto, che egli fosse nato e cresciuto con quell'elmo in testa; e vorrei che mi credeste. Colui che reclamava di battersi fuori della porta, in una landa dove doveva svolgersi la giostra. Appena si vedono, gli avversari si slanciano al galoppo l'uno contro l'altro a briglia sciolta e si scontrano con violenza; si scambiano colpi s rudi con le lance, che esse si piegano e si inarcano, e volano in pezzi. Con le spade assottigliano gli scudi, gli elmi e i giachi; tagliano il legno, rompono il ferro, e si feriscono in pi punti. Tale il loro furore, che si scambiano fendenti cos forti che sembra che abbiano stretto tra loro un patto, ma spesso le spade raggiungono le groppe dei cavalli, si abbeverano e si saziano di sangue, poich essi le fanno penetrare sino ai fianchi, e i destrieri ne sono entrambi abbattuti e morti. Dopo che sono caduti in terra, si attaccano a piedi: se si odiassero a morte non metterebbero maggiore crudelt in quell'assalto con le spade. Si assestano colpi pi fitti del denaro puntato ai dadi dal giocatore, che non cessa mai di tentare la sorte e raddoppia a ogni lancio perduto. Ma questo un gioco ben diverso: non vi lancio di dadi, ma fendenti e fiera battaglia, terribile e crudele. Tutti erano usciti dalla dimora: il signore, la dama, le figlie e i figli. Dentro non era rimasto nessuno, n questo n quello, n le persone della casa n gli estranei, poich tutti si erano schierati nella vasta landa per assistere alla battaglia. Quando il cavaliere della carretta vede che l'ospite lo guarda e si accorge che anche tutti gli altri spettatori hanno gli occhi affisi su di lui, si biasima e si accusa di codardia. Trema dal furore e gli sembra che avrebbe dovuto gi da tempo vincere il cavaliere con cui si misura. Allora gli mena un fendente tale da abbattergli la spada molto vicino alla testa, e lo assale come un uragano; lo incalza e tanto lo preme che riesce a farlo indietreggiare. Poi gli strappa altro terreno e non gli d tregua, cos che ben presto quello rimane senza fiato e con poche forze per difendersi. Allora il cavaliere si ricorda che l'avversario gli aveva vilmente

rinfacciata la carretta. Gli si slancia contro e lo attacca di traverso, e tanto lo maltratta che gli spezza tutti i lacci e le corregge che erano intorno al collo del giaco; gli fa volare via l'elmo dalla testa, e cadere la ventaglia. Lo tormenta e lo sfinisce, finch l'altro costretto a implorare piet, come l'allodola che non pu resistere alla smeriglio e non sa dove porsi al sicuro, poich esso la supera e la sovrasta. Cos quel cavaliere, con grande onta, va a richiedere e implorare merc, e non pu fare altrimenti. Allora il cavaliere della carretta, sentito che l'avversario chiede grazia, non lo tocca n lo colpisce, ma dice: Vuoi avere merc? Avete pronunziate parole molto sagge risponde il vinto. Un folle avrebbe forse detto altrimenti? Non desiderai mai una cosa come di ottenere la grazia in questo momento. Allora dovrai montare su una carretta dice il cavaliere. Se non lo farai, qualunque cosa mi dicessi non ti varrebbe nulla, poich la tua bocca tanto sciocca che me ne hai mosso vilmente biasimo. Non piaccia a Dio che io vi monti mai risponde l'altro. No? Allora morirete! Signore, certo potreste uccidermi; ma, per l'amor di Dio, vi imploro e vi chiedo merc, a patto, solamente, di non dover salire sulla carretta. Per quanto penosa e dura, accetter ogni altra condizione salvo questa. Credo che preferirei essere morto piuttosto che macchiarmi di una colpa simile. Non potrete impormi una pena tanto gravosa che io non la esegua, per la vostra grazia e la vostra merc. Mentre quello implora di essere risparmiato, ecco che, attraverso la landa, giunge all'ambio una pulzella col mantello slacciato e i capelli sciolti, a cavallo di una mula fulva. Teneva in mano una correggia con cui menava grandi colpi alla cavalcatura: un cavallo lanciato al galoppo non avrebbe in verit potuto correre in fretta quanto quella mula che pure andava all'ambio. La pulzella si rivolge al cavaliere della carretta e dice: Cavaliere, Dio possa donarti una perfetta gioia nel cuore per tutto ci che ti d maggior diletto. L'altro, che ha ascoltato con piacere tali parole, risponde: Dio vi benedica, pulzella, e vi doni letizia e salute. Allora ella spiega qual il proprio volere. Cavaliere dice mi sono affrettata qui da lontano per chiederti un dono: ne avrai una ricompensa generosa, grande quanto sar in mio potere. Credo che giunger il tempo in cui anche tu avrai bisogno del mio soccorso. Ditemi cosa volete risponde il cavaliere. Se cosa che possiedo, potrete averla subito, purch non sia troppo gravosa. Voglio la testa del cavaliere che hai vinto ella risponde.

Invero, mai ne incontrasti prima uno tanto fellone e sleale. Non commetterai n peccato n misfatto, anzi compirai un atto di bont e di misericordia: egli la creatura pi infida che sia mai vissuta e che mai vivr. Quando il vinto sente che la pulzella vuole la sua morte, dice: Non le credete, ella mi odia. Vi prego di avere piet di me per il Dio che figlio e padre, e che fece sua madre di Colei che era sua figlia e sua ancella. Ah, cavaliere risponde la fanciulla non prestare fede a questo traditore! Dio ti accordi tutta la gioia e l'onore che puoi desiderare, e ti conceda di condurre a buon fine ci che hai intrapreso! Ora il cavaliere tanto imbarazzato che indugia per riflettere: far dono della testa a colei che lo esorta a tagliarla, oppure terr l'avversario tanto caro da avere piet di lui? Vorrebbe accordare all'uno e all'altra quanto richiedono; generosit e piet gli domandano di esaudire entrambi, poich egli un cavaliere generoso e caritatevole. Se la damigella porter con s la testa, dunque piet sar vinta e morta; e se ella non l'avr in suo potere, allora sar sconfitta generosit. Piet e generosit lo stringono in tale prigione e lo tormentano s tanto che ciascuna gli d pena e lo sprona allo stesso tempo. La fanciulla, che lo prega, vuole che egli le faccia dono della testa; d'altra parte il cavaliere si raccomanda alla sua piet e alla sua liberalit. E poich gli ha richiesto merc, non dovr dunque averla? S. Al cavaliere non accadde mai di rifiutare di fare grazia una volta a un vinto ridotto a chiedergli piet, si fosse anche trattato del suo peggiore nemico, senza tuttavia voler rinnovare tale gesto di clemenza. Non la rifiuter dunque a costui che gliela implora, dal momento che tale il suo costume. E colei che vuole la testa, la otterr? S, se egli ne avr la possibilit. Cavaliere dice se sei deciso a difendere la tua testa, devi batterti di nuovo con me; ti accordo con ci un grande favore, poich lascer che tu riprenda l'elmo e, a tuo piacere, ti armi nuovamente la testa e la persona meglio che potrai. Ma sappi che, se ti vincer una seconda volta, morirai. Non chiedo di pi risponde il vinto. Non ti domando grazia maggiore. Ti concedo anche un altro favore: combatter contro di te senza muovermi dal luogo in cui mi trovo, e nelle condizioni in cui sono. L'altro si prepara, ed entrambi tornano a battersi con furore. Ma il cavaliere lo vince di nuovo pi facilmente della prima volta. Subito la pulzella grida: Non lo risparmiare, cavaliere, qualunque cosa ti dica! Se ti

avesse vinto anche una sola volta, egli non ti avrebbe concesso piet. Sappi per certo che, se gli credi, ti inganner di nuovo. Nobile cavaliere, mozza la testa all'uomo pi sleale dell'impero e della corona, e fammene dono. Devi darmela, e credo che un giorno ne avrai la ricompensa, poich io ti sar molto utile. Se potr, egli ti inganner ancora con le sue parole. E il vinto, che vede vicina la morte, a gran voce implora piet. Ma a nulla gli valgono le grida o le parole: l'altro lo tira per l'elmo e ne spezza tutti i lacci, poi gli fa cadere dalla testa la ventaglia e la bianca calotta. Quello, che non riesce a trattenersi, continua a ripetere: Piet, per l'amor di Dio! Merc, vassallo! Per la mia salvezza dice il cavaliere non avr mai pi piet di te: ti ho gi risparmiato una volta. Ah! esclama l'altro. Non prestare fede alla mia nemica: commettereste peccato a uccidermi in tal modo! Ma la damigella che desidera la morte del vinto esorta da parte sua il cavaliere a non credere pi alle sue parole e a mozzargli il capo senza indugio. Allora il cavaliere della carretta vibra il colpo, e fa volare la testa in mezzo alla landa. Il corpo cade, e la pulzella ne felice e grata. Il cavaliere raccoglie la testa mozzata afferrandola per i capelli e la porge alla fanciulla, che se ne mostra lieta e dice: Il tuo cuore possa ricevere la gioia pi grande da ci che desideri, quanta ne ha ora ricevuta il mio da quanto odiava di pi. Il mio unico dolore era quello che mi dava il pensiero che costui continuasse a vivere. Aspettati da me una ricompensa che ti si riveler molto utile al momento opportuno. Sta' certo che dal servigio che mi hai reso ricaverai grande vantaggio. Ora vado e ti raccomando a Dio, che ti salvi da ogni sciagura. La pulzella si muove subito per andar via, ed entrambi si raccomandano a Dio. La gioia di quanti hanno assistito allo scontro che si svolto nella landa ne grandemente accresciuta; subito disarmano lieti il cavaliere, e fanno del proprio meglio per servirlo e onorarlo. Poi si lavano nuovamente le mani, poich intendono sedere a desinare. Ora sono pi gioiosi di quanto fossero prima, e si pongono a tavola con grande allegria. Quando hanno desinato a proprio agio, il valvassore si rivolge all'ospite, che era seduto al suo fianco. Signore dice passato molto tempo da quando giungemmo qui dal regno di Logres, di cui siamo nativi. Vorremmo che in questo paese voi poteste conseguire gioia, onore e ogni bene: il vostro vantaggio sarebbe anche il nostro, e quello di molti altri esiliati, se otterrete onore e premi in questa terra e nel cammino che seguirete.

Dio possa ascoltare le vostre parole risponde il cavaliere. Quando il valvassore ha finito di parlare e si interrompe, uno dei suoi figli prende la parola e dice: Signore, dovremmo porre al vostro servizio tutte le nostre forze, e agire pi che promettere. Avreste davvero bisogno di ricevere il nostro aiuto, e noi non dovremmo aspettare che ce lo richiediate. Signore, non vi date pena per la morte del vostro cavallo: qui abbiamo destrieri molto forti, e io voglio che ne prendiate tra i nostri: al posto di quello che avete perduto, conducete con voi il migliore; ne avrete grande necessit. Molto volentieri risponde l'altro. Poi fanno preparare i letti e vanno a coricarsi. Quando fa giorno, si alzano di buon'ora e si preparano. Appena pronti, si mettono in cammino. Al momento del commiato, il cavaliere si porta con grande cortesia e prende congedo dalla dama, dal suo signore e da tutti gli altri. Ma per non trascurare alcun dettaglio, vi voglio raccontare una cosa: quando gli viene presentato davanti alla porta il cavallo che ha ricevuto in prestito, egli non vi vuole montare; anzi ed questo che vi voglio narrare vi fa montare uno dei due cavalieri che erano giunti con lui. Ed egli, poich cos gli piace e gli pare meglio, prende il cavallo di costui. Dopo che tutti e tre furono in sella, ricevuto il congedo e il permesso dall'ospite che li aveva serviti e onorati meglio che aveva potuto, si misero in cammino. Presero per la via diritta, e cavalcarono fino al declinare del giorno, quando raggiunsero il Ponte della Spada; era nona passata, verso vespro. Ai piedi di quel ponte, che molto infido, sono smontati da cavallo e vedono l'acqua traditrice, nera e rumoreggiante, densa e scura, orrida e spaventosa come un fiume dell'inferno, e s pericolosa e profonda che non vi creatura in tutto il mondo che, se vi cadesse, non sarebbe perduta come nel mare gelido. Il ponte che l'attraversava diverso da ogni altro; non ve ne fu mai, n mai ve ne sar, uno simile. Se mi si chiede il vero, dir che non fu mai visto un ponte tanto orrendo, n una passerella s insidiosa: sull'acqua fredda, il ponte era fatto con una spada bianca e lucente; forte e robusta, e lunga quanto due lance, era infitta da ogni parte in un grande tronco. N vi pericolo che il cavaliere possa cadere: la spada non si spezza n si piega, anche se, all'aspetto, non sembra poter sopportare un grande peso. A tale vista, i due compagni del cavaliere sono presi da grande sconforto, anche perch credono di scorgere due leoni o due leopardi legati a un masso all'altro capo del ponte. L'acqua, il ponte e i leoni li gettano in un tale timore che tremano di paura da capo a

piedi e dicono: Signore, seguite il consiglio che vi suggerito da quanto vedete: ne avete grande bisogno e necessit. Questo ponte stato lavorato, tagliato e congiunto con malvagit. Se non tornerete subito sui vostri passi, ve ne pentirete troppo tardi. In molti casi, prima di agire si deve ponderare a lungo. Immaginiamo pure che siate passato dall'altra parte, e questo non potrebbe avvenire in alcun modo, non pi di quanto possiate trattenere i venti e impedire loro di spirare, o agli uccelli di cantare, o far s che non osino pi levare le loro voci; ovvero pi di quanto sia concesso a un uomo di rientrare nel ventre della madre e nascere una seconda volta: tutto ci sarebbe impossibile, come non si potrebbe mai vuotare il mare. Potete tuttavia supporre e credere che quei due leoni infuriati, incatenati dall'altra parte del ponte, non vi uccideranno e non vi succhieranno il sangue dalle vene, e non mangeranno la vostra carne, per poi rosicchiarvi le ossa? Gi sono troppo ardito, io che li fisso negli occhi e li guardo! Sappiate per certo che, se non agirete con prudenza, essi vi uccideranno, e in un istante vi strapperanno e vi spezzeranno ogni membro del corpo: invero, non avranno piet. Abbiate compassione di voi stesso, e restate con noi. Commettereste un torto verso la vostra stessa persona, se vi metteste consapevolmente in simile pericolo di morte. Signori risponde l'altro ridendo vi ringrazio molto per la pena che mostrate nei miei confronti, e che di certo dovuta ad affetto e a generosit. So bene che non vorreste in alcun modo la mia sventura, ma la fede e la fiducia che ripongo in Dio sono s grandi che credo che mi proteggeranno da ogni male. Perci non temo n l'acqua n il ponte, pi di quanto abbia paura della terraferma. Voglio anzi rischiare l'avventura e prepararmi a passare dall'altra parte. Preferisco morire piuttosto che tornare indietro. Gli altri non sanno cosa dire, ma entrambi piangono e sospirano forte per la compassione. Il cavaliere si prepara meglio che pu a superare l'abisso e compie un gesto davvero singolare: si toglie dalle mani e dai piedi l'armatura che li ricopriva. Non giunger certo dall'altra parte intero e senza danni! Ma si sar tenuto ben saldo sulla spada pi tagliente di una falce, a mani nude e scalzo, poich sui piedi non ha lasciato n calzari, n calze e nemmeno le piastre di armatura atte a proteggerne il collo. Non si prende cura di ferirsi le mani e i piedi: preferisce storpiarsi, piuttosto che cadere dal ponte e bagnarsi in quell'acqua da cui non uscirebbe mai pi. Passa dall'altra parte con grandi affanni e dolori; si piaga le mani, le ginocchia e i piedi, ma tutto lo riconforta e lo risana Amore, che lo guida e lo accompagna, s che soffrire gli dolce.

Aiutandosi con le mani, con i piedi e con le ginocchia, riesce infine a superare il ponte. Allora gli torna alla mente il ricordo dei due leoni che credeva di aver veduto quando si trovava sull'altra sponda; guarda, ma non c' nemmeno una lucertola, n altra cosa che gli possa recare danno. Si pone la mano davanti al viso, fissa l'anello, e poich non scorge

alcuno dei due leoni che gli sembrava di avere veduti, ha la prova che stato ingannato da un incantamento: l non c' alcuna creatura vivente. I suoi compagni, rimasti sull'altra riva, vedono che passato e se ne rallegrano come devono, ma non sanno nulla delle piaghe che si inflitto. Eppure il cavaliere considera di aver fatto un buon baratto a non aver sofferto danni maggiori. NOTE: (1) La divisione della giornata medievale, che rimasta nell'uso ecclesiastico e corrisponde alle ore canoniche, risale ai Romani, che avevano suddiviso il giorno e la notte in quattro parti di tre ore ciascuna: la prima suddivisione del giorno cominciava al sorgere del sole e la quarta terminava al tramonto; analogamente per la notte, a cominciare dal tramonto per terminare all'alba. L'ora prima era fissata verso le sei del mattino; la terza corrispondeva all'incirca alle nove; la sesta era l'ora del riposo, a met giornata, verso mezzogiorno; la nona corrispondeva alle tre del pomeriggio e il vespro alle sei. (2) Forse identificabile con l'Isola di Vetro, un paese dell'Oltretomba celtico. (3) Dal gallese Lloegyr, quella parte dell'Inghilterra vicina al Galles e, per estensione, l'Inghilterra in genere. (4) Re pagano; personaggio di varie chansons de geste; l'espressione significa da moltissimo tempo. (5) Fiera che si teneva a Saint-Denis, presso Parigi, l'11 giugno; durante la festa che l'accompagnava, erano esposte ai fedeli le reliquie della Passione. (6) Regione oggi compresa nel dipartimento dell'Ain; un tempo era un principato. Il cavaliere deterge con la camicia il sangue intorno alle piaghe e vede davanti a s la torre pi possente e ben munita che abbia mai vista: quella torre non avrebbe potuto essere pi forte. A una finestra era affacciato re Baudemagu, sempre molto sollecito e attento allorquando erano in causa la virt e l'onore; sopra ogni cosa egli voleva salvaguardare e mettere in pratica la lealt. Accanto a lui era appoggiato alla finestra il figlio, che impiegava sempre tutte le proprie forze a condursi nel modo contrario: amava la slealt e non si stancava mai di commettere villanie, tradimenti e malvagit. Entrambi hanno visto di lass il cavaliere superare il ponte con grande pena e sofferenza. A Meleagant l'ira e la collera fanno mutare di colore: sa bene che quello verr a disputargli la regina. Ma era un cavaliere tanto forte e fiero da non provare timore di nessuno; e non vi sarebbe stato un cavaliere migliore, se egli non fosse stato

tanto malvagio e sleale: aveva il cuore di legno, privo di ogni dolcezza e misericordia. Ci per cui il figlio prova s grande dolore rende il re lieto e gioioso. Baudemagu sa per certo che colui che ha superato il ponte di gran lunga il migliore tra tutti: chi mai avrebbe osato passarlo, se avesse albergato la malvagit, che fa onta ai propri seguaci pi di quanto prodezza renda onore ai suoi? Prodezza, dunque, non potente quanto pigrizia e malvagit, poich vero, e non se ne deve dubitare, che pi facile praticare il male che il bene. Vi potrei parlare a lungo di questi due argomenti, se non mi facesse attardare troppo. Ma mi volgo ad altro e torno al mio racconto. Sentite in qual modo il re ammaestra il figlio, cui si rivolto. Figlio dice fu una fortuna che tu e io venissimo ad appoggiarci a questa finestra: ne abbiamo avuta buona ricompensa, perch abbiamo potuto vedere chiaramente l'impresa pi audace che mai sia stata pensata o messa in opera. Dimmi ora se dovresti mostrare viso lieto a colui che ha compiuto una tale meraviglia! Accordati, dunque, e riconciliati con lui: rendigli libera la regina. Combattere non ti darebbe alcun vantaggio; potresti anzi ricavarne un grave danno. Mostrati cortese e assennato e, prima ancora che egli ti veda, fa' condurre da lui la regina. Rendigli tale onore nella tua terra da offrirgli, prima che te lo richieda, ci che venuto a cercare, poich non dubito che tu sappia bene che egli giunto a reclamare la regina Ginevra. Evita che ti si giudichi ostinato, folle o tracotante. Se entrato da solo nel tuo paese, allora gli dovrai essere tu di compagnia, poich il valent'uomo deve attrarre a s gli uomini prodi, lodarli e riconoscerne il merito, non tenerli lontani. Onorando gli altri, si rende onore a se stessi. Sappi che la gloria sar tua, se gli mostrerai riguardo e ti porrai al servizio di costui che, senza dubbio, il cavaliere migliore che vi sia al mondo. Che Dio lo confonda risponde Meleagant se non ne esistono di pari a lui, o pi valenti! Il padre, a torto, lo ha misconosciuto: Meleagant non si riteneva di minor valore. Volete forse dice ancora che io, a piedi e a mani giunte, diventi suo uomo ligio e da lui riceva la terra in feudo? Dio m'aiuti, preferisco diventare suo vassallo che rendergli la regina! Non sar certo io a restituirgliela; la disputer, invece, e la difender contro quanti saranno tanto folli da osare di venire a cercarla! Figliolo ripete ancora il re ti comporteresti da uomo cortese se desistessi da questa ostinazione. Ti prego e ti consiglio di accordarti con lui. Sai bene che il cavaliere si sentir umiliato se non potr conquistare la regina battendosi con te. Egli, di certo,

preferirebbe ottenerla dopo aver lottato, piuttosto che per un tuo gesto generoso, perch l'impresa gli possa tornare a onore. A quanto so, non la ricerca affatto perch gli sia ceduta con un atto pacifico, e vuole conquistarla con le armi. Per questo agiresti saggiamente se gli negassi l'agio di battersi. Ti prego e ti consiglio di accordarti con lui. Se disprezzerai il mio avviso, a me star meno a cuore se avrai la peggio o soffrirai gravi sventure. Il cavaliere non ha da temere che te: da parte mia, io gli concedo tregua e salvaguardia a nome mio e di tutti i miei uomini. Non commisi mai un atto sleale, traditore o malvagio, e non comincer a commetterne ora per te, non pi che per un estraneo. Non intendo cullarti nelle lusinghe: giuro anzi che il cavaliere non avr mai bisogno di una cosa, che siano armi o cavallo, che io non gliela conceda, poich ha avuto l'audacia di giungere sin qui. Tutti, salvo te, avranno grande cura di non minacciare in alcun modo la sua sicurezza. Voglio che tu sappia per certo che, se egli sar in grado di tenerti testa, non avr da temere nessun altro. Ora risponde Meleagant ho il tempo di tacere e di ascoltarvi. Voi potrete perci dire tutto quanto vorrete; ma poco mi importano le vostre parole. Non ho l'animo di un eremita, non sono abbastanza caritatevole e valent'uomo, n voglio essere tanto ligio all'onore, da donargli quanto amo di pi. Egli non perverr al termine dell'impresa n cos in fretta n tanto facilmente come credete voi e lui. Anzi, le cose andranno in tutt'altro modo. Anche se lo aiuterete contro di me, non per questo sar con il nostro consenso. Cosa importa a me se egli ha pace e tregua da voi e da tutti i vostri uomini? Per questo non mi viene certo meno il cuore; anzi, che Dio mi salvi, mi piace molto che egli debba guardarsi solo da me, e non vi chiedo di compiere in mio favore un atto in cui si possano scorgere slealt o tradimento. Comportatevi dunque da valent'uomo, cos come vi aggrada, e lasciate a me di essere crudele. Come? Non farai altrimenti? No di certo risponde il figlio. Allora taccio. Ora fa' del tuo meglio. Io ti lascio, e vado a parlare al cavaliere: voglio offrirgli e fargli dono del mio aiuto e del mio consiglio senza riserve, poich ho sposato per intero la sua causa. Poi il re scende dalla torre e fa sellare il cavallo. Gli viene condotto un grande destriero, ed egli vi monta appoggiandosi sulla staffa. Porta con s alcuni dei suoi uomini: tre cavalieri e due sergenti, e non altri. Discendono il pendio e non si fermano finch non hanno raggiunto il ponte, dove vedono il cavaliere che cercava di arrestare e di detergere il sangue che gli sgorgava dalle piaghe. Il re pensa di ospitarlo a lungo, finch le sue ferite siano rimarginate, ma

potrebbe, con miglior successo, adoprarsi a prosciugare il mare. Si affretta a smontare, mentre l'altro, coperto di piaghe, si leva davanti a lui in tutta la propria altezza, non gi perch lo conosca, ma per fingere di non provare alcun dolore ai piedi e alle mani, proprio come se fosse perfettamente sano. Il re vede che egli compie uno sforzo tremendo, perci corre verso di lui, lo saluta e dice: Signore, sono molto stupito che siate giunto da noi, in questo paese, del tutto inaspettato. Ma siate benvenuto, poich mai alcuno si adoprer in simile avventura. Non mai accaduto, e non accadr mai, che un cavaliere fosse tanto audace da esporsi a un tale pericolo. Sappiate che per questo io vi ho pi caro, poich compiste cosa che mai alcuno os nemmeno pensare: mi troverete molto benevolo, leale e cortese nei vostri confronti. Io sono il re di questa terra e vi offro per intero servigio e consiglio, a vostra volont. Indovino con una certa sicurezza quale sia l'oggetto della vostra impresa: credo che cerchiate la regina. Sire risponde il cavaliere la vostra supposizione giusta. Non sono qui per altro affare. Amico dice il re prima che lo conseguiate, avrete penoso travaglio. Siete gravemente ferito: vedo il sangue e le piaghe. Non troverete colui che ha condotto qui la regina tanto generoso da rendervela senza lottare. Perci sar meglio che aspettiate, e facciate curare le vostre ferite fino a perfetta guarigione. Io vi dar l'unguento delle Tre Marie (7), e anche uno migliore, se si potr trovare, poich ho molto a cuore il vostro benessere e la vostra salute. La regina in una prigione sicura: nessuno pu attentare alla sua persona; nemmeno mio figlio, che ne fortemente adirato, poich fu lui a condurla qui. Mai uomo pu perdere il giusto senno come accade a lui, quando preso dall'ira pi forsennata. Ma io nutro nei vostri confronti i migliori sentimenti; perci, per la salvezza che attendo da Dio, metter volentieri a vostra disposizione tutto quanto vi potr servire. Mio figlio non avr armi migliori, e questo sar per lui causa di malanimo nei miei confronti, di quelle che io vi doner, insieme a un cavallo tale quale vi occorre. Inoltre, vi prendo sotto la mia protezione verso e contro tutti, per quanto possa risultare molesto a qualcuno. Avreste torto a dubitare di uno di noi, salvo che di colui che ha condotto qui la regina. Mai un uomo ne minacci un altro come io feci con lui, e poco mancato che lo scacciassi dalla mia terra per la collera che mi d il pensiero che egli non voglia rendervi la regina. Pure, mio figlio, ma voi non tenetene conto. Se egli non riuscir a vincervi in battaglia, non potr, mio malgrado, causarvi il pi piccolo danno. Sire dice il cavaliere ve ne ringrazio! Ma ora sto sprecando troppo tempo qui, e non intendo n perderne n gettarne via. Non ho nulla di cui dolermi, e nessuna delle mie piaghe mi causa di

fastidio. Accompagnatemi, affinch io riesca a trovare vostro figlio: con le sole armi che porto sono pronto a dare e ricevere subito colpi in battaglia. Amico, sarebbe meglio che aspettaste quindici giorni o tre settimane, finch le ferite siano guarite. Il riposo vi gioverebbe per almeno quindici giorni, poich io per nulla al mondo potrei tollerare di vedervi combattere sotto i miei occhi con tali armi e in simili condizioni; non potrei nemmeno assistere a uno scontro del genere. Se a voi fosse piaciuto risponde il cavaliere non avrei avuto altre armi: avrei volentieri sostenuto la battaglia con queste, e non avrei desiderato, n ora n mai, che vi fossero rinvii o indugi. Ma ora, per compiacervi, arriver ad attendere fino a domani; adesso non se ne parli pi, perch non accetter altra dilazione. Allora il re gli giura che si piegher al suo volere, poi lo fa accompagnare a un alloggio. Prega e ordina a coloro che lo conducono di adoprarsi a servirlo, ed essi vi pongono ogni intento. Il re che, se avesse potuto, avrebbe volentieri conseguito la pace, torna di nuovo dal figlio, e gli si rivolge come colui che vorrebbe tregua e accordo. Bel figliolo dice fa' dunque pace con questo cavaliere, e rinuncia a combattere. Egli non venuto qui per diletto, n per andare a caccia con l'arco o in altro modo, ma per battersi e accrescere la propria fama e il proprio pregio. A quanto ho visto, avrebbe urgente bisogno di riposo; se avesse accolto il mio consiglio, non sarebbe stato impaziente di battersi prima di un mese o due, come invece molto brama. Temi forse di incorrere nel disonore se gli rendi la regina? Non devi affatto nutrire simile paura, poich non te ne potrebbe derivare alcun biasimo. Al contrario, peccato trattenere presso di s, contro ragione e diritto, una cosa che non ci appartiene. Egli si sarebbe volentieri battuto immediatamente, eppure le sue mani e i suoi piedi non sono affatto sani; anzi, sono tagliati e feriti. Vi tormentate a dispetto del buon senso risponde Meleagant al padre. Per la fede che devo a san Pietro, riguardo a questo non vi dar ascolto. Se vi ubbidissi, dovrei davvero essere squartato dai cavalli! Se egli cerca onore, io cerco il mio; se cerca fama, io perseguo la mia, e se vuole battaglia, ebbene, io la voglio cento volte pi di lui! Vedo bene che intendi agire da folle dice il re allora troverai follia! Poich questa la tua volont, domani misurerai la tua forza con quel cavaliere. Non possa mai incorrere in una sventura pi grande di questa! esclama Meleagant. Avrei preferito di gran lunga che fosse oggi invece che domani. Ora vedete come mi mostri pi afflitto di quanto

sia solito; i miei occhi ne sono grandemente turbati e il mio viso molto triste! Non prover gioia n star bene n potrebbe verificarsi alcun evento che possa arrecarmi piacere, fino al momento in cui potr battermi! Il re comprende che consigli e preghiere non servono in alcun modo, cos lo lascia a malincuore, sceglie un cavallo forte e buono e belle armi, e li invia a colui che ben meritava tali doni. Nel castello v'era un uomo anziano che era molto pio: era l'uomo pi leale del mondo e sapeva guarire le ferite meglio dei medici di Montpellier (8). Su comando del re, per l'intera notte costui impieg tutta la propria arte a curare il cavaliere. Gi cavalieri e pulzelle, dame e baroni di tutto il paese avevano saputa la notizia; cos i nativi della contrada come gli stranieri giunsero da tutti i luoghi all'intorno per lo spazio di una buona giornata di viaggio, e cavalcarono lesti per tutta la notte fino allo spuntar del giorno. All'alba, davanti alla torre vi era una tale ressa degli uni e degli altri che non si sarebbe potuto muovere un piede. Il re si alza di buon'ora. Tormentato dal pensiero di quello scontro, torna ancora una volta dal figlio. Lo trova che si gi allacciato sul capo l'elmo fabbricato a Poitiers. Non possibile offrire una dilazione e concludere la pace: il re l'ha richiesto con insistenza, ma non riesce a ottenere nulla. Allora vuole e comanda che lo scontro sia tenuto davanti alla torre, in mezzo allo spiazzo dove tutta la folla si riunita. Poi, senza indugio, manda a chiamare il cavaliere forestiero, che viene condotto in quel luogo affollato di nativi del regno di Logres. Come la gente, per ascoltare l'organo, si reca secondo il costume al monastero in occasione delle feste annuali di Natale o della Pentecoste, cos essi erano tutti l adunati insieme. Le pulzelle in esilio, quelle provenienti dal regno di re Art, per tre giorni avevano digiunato e camminato a piedi nudi, e indossato vesti da penitenti, perch Dio concedesse forza e vigore contro l'avversario al cavaliere che doveva battersi per i prigionieri. Dal canto loro, le genti del paese pregavano Dio che accordasse al loro signore la vittoria e l'onore della battaglia. Di buon mattino, avanti che suonasse l'ora prima, li hanno condotti ambedue sul luogo dello scontro, armati da capo a piedi e montati su cavalli coperti di ferro. Meleagant era di aspetto nobile e prestante, e ben formato nelle braccia, nelle gambe e nei piedi. L'elmo e lo scudo, che portava appeso al collo, gli si adattavano a meraviglia. Ma tutti, anche coloro che avrebbero voluto l'onta del cavaliere forestiero, lo preferivano a lui, e dicevano che, al suo confronto, Meleagant non mostrava alcun pregio. Sono appena arrivati entrambi, quando sopraggiunge il re che cerca

di frenare come pu il loro ardore, e si adopra per portare pace. Non riuscendo a convincere il figlio, dice: Trattenete i cavalli per il morso almeno finch io sia salito sulla torre. Non sar cortesia troppo grande se per me ritarderete un poco. Poi si allontana in preda a un grande dolore e si dirige verso la camera in cui sapeva di trovare la regina. Ella lo aveva pregato, durante la notte, che la facesse stare in un luogo da cui potesse assistere per intero alla battaglia. Il re glielo aveva concesso, e perci ora andava a prenderla per condurvela: voleva adoprarsi in ogni modo a renderle servigio e onore. La accompagn dunque presso una finestra ed egli stesso si and ad appoggiare a un'altra vicina, alla destra di lei. Con loro due erano riuniti molti altri cavalieri e dame avvedute, e pulzelle nate nel paese. Vi era anche un gran numero di esiliate, tutte intente alle preghiere e alle orazioni. Prigionieri e prigioniere pregavano tutti per il proprio signore, perch avevano fiducia che, con l'aiuto di Dio, avrebbe portato loro soccorso e libert. Senza altro indugio, i contendenti fanno trarre indietro la folla, urtano gli scudi con i gomiti, imbracciano le corregge e pungolano di speroni in tal modo che si conficcano negli scudi due braccia di lancia, s che le armi si spezzano e si sbriciolano come legna minuta. E i cavalli si scagliano l'uno contro l'altro a tutta forza, e si urtano fronte contro fronte e petto contro petto; gli scudi cozzano insieme, e anche gli elmi, s che, dal fragore che hanno provocato, sembra che abbia tuonato forte. Non rimane n cinghia n pettorale, n staffa n redine, n pezzo di bardatura che non si rompa; spezzano anche gli arcioni della sella, che pure erano molto resistenti. E poich venuta loro a mancare ogni cosa, non certo grande vergogna se sono caduti in terra. Subito si alzano in piedi e, senza gridare e scambiarsi vanterie, nuovamente si scontrano con pi ferocia di due cinghiali; non si rivolgono minacce, ma si scambiano potenti assalti con le spade d'acciaio come avversari che provano grande odio uno per l'altro. Spesso si percuotono gli elmi e i giachi bianchi con tale asprezza che, al ritrarre il ferro, ne sprizza il sangue. Servono molto bene la battaglia, e si stordiscono e si danneggiano con colpi crudeli e pesanti. Sono pari negli assalti ripetuti, fieri, aspri e di lunga durata, e quanti li guardano non sanno decidere quale dei due abbia il sopravvento e quale sia inferiore. Ma era fatale che colui che aveva superato il ponte sentisse debolezza nelle mani piagate. Quelli che temevano per lui, ne sono spaventati, perch vedono che i suoi colpi si fanno sempre pi deboli e temono che possa avere la peggio. Credono che egli perder, e che Meleagant ne uscir vincitore, e gi ne parlano tutto all'intorno.

Ma alla finestra della torre era affacciata una pulzella molto assennata, che pensa e dice tra s che il cavaliere non si ingaggiato in quella battaglia per lei n per il popolo minuto che accorso ad assistervi: non si sarebbe mai impegnato in tale impresa per altri che per la regina; ella ritiene che, se egli sapesse che la sua dama si trova alla finestra e lo guarda e lo vede, ne trarrebbe forza e ardore. Se ella ne conoscesse bene il nome, gli direbbe volentieri di guardarsi un poco intorno. Allora si avvicina alla regina e dice: Signora, per l'amore di Dio, e per il nostro e il vostro vantaggio, vi chiedo di dirmi il nome di quel cavaliere. Rivelatemelo, se lo sapete, perch gli potrebbe essere di aiuto. Damigella, mi chiedete una cosa nella quale non scorgo n odio n malvagit: non vi vedo che del bene. A quanto credo, il cavaliere ha nome Lancillotto del Lago. Dio esclama la damigella come ne lieto, ridente e risanato il mio cuore! Poi si sporge dalla finestra e lo chiama a voce molto alta, s che tutti la sentano: Lancillotto! Voltati, e guarda chi si prende cura di te! Appena Lancillotto si sente chiamare, non esita: si gira e scorge, seduta in alto alle logge della torre, colei che desiderava di vedere pi di ogni altra al mondo. E, dal momento in cui se ne accorto, non allontana n storna da lei gli occhi o il viso, e si difende combattendo all'indietro. Meleagant tuttavia lo incalza pi che pu, ed ben lieto, poich pensa che ora il cavaliere non sia pi in grado di difendersi da lui. Anche quelli del paese se ne rallegrano; ma gli stranieri sono cos tristi che non possono pi tenersi in piedi, cos che molti, disperati, devono cadere a terra, in ginocchio o distesi. In tal modo vi era a un tempo molta gioia e grande dolore. Ah, Lancillotto! grida di nuovo la pulzella dalla finestra. Com' possibile che ti comporti cos da folle? Un tempo in te albergavano ogni virt e prodezza: penso e credo che Dio non abbia mai creato un cavaliere che ti sia pari per valore e per rinomanza; e ora ti vediamo smarrito. Voltati s da guardare da questa parte, senza lasciare con gli occhi la bella torre, ch cosa buona che tu la veda. Lancillotto allora prova vergogna, considera grande onta di avere avuto per cos lungo tempo la peggio, e per questo si odia; ne ben consapevole egli stesso, come del resto tutti i presenti, uomini o donne che siano. Balza indietro e compie un giro per far voltare Meleagant in modo da costringerlo di forza tra s e la torre. Meleagant si sforza come pu per riportarsi dall'altra parte; ma Lancillotto, ai ripetuti tentativi dell'avversario, gli si getta

contro e lo urta con tutto il peso del corpo e con l'intero scudo con tale violenza che, suo malgrado, lo fa barcollare due volte o pi. In Lancillotto la forza e il coraggio si accrescono: gli porta grande aiuto Amore, unito al fatto che egli non odia nulla al mondo quanto colui contro cui si sta battendo. Amore e odio mortale, il pi vivo che fu mai provato, lo rendono s fiero e coraggioso che Meleagant non prende affatto in scherzo i suoi assalti; anzi, molto li teme, perch non ha mai incontrato n conosciuto un cavaliere tanto valoroso, n mai un avversario gli ha recato cos grave danno e pena quanto quello. Si ritrae da lui di buon grado, lo schiva e si tiene in disparte: odia i suoi colpi, e li rifiuta. Lancillotto non gli rivolge minacce, ma, battendosi, lo ricaccia verso la torre alla quale affacciata la regina. Egli l'ha spesso servita e lodata; cos, ora ha sospinto l'avversario vicino a quella torre, nel punto esatto in cui costretto a fermarsi perch, se avanzasse di un solo altro passo, non potrebbe pi vedere la propria dama. Pi volte Lancillotto lo ha fatto andare avanti e indietro come gli piaciuto, e ogni volta si fermato davanti a madama la regina che gli ha posto nel cuore quella fiamma che lo spinge a guardarla senza posa. E quel fuoco lo fa s ardente nei confronti di Meleagant, che lo rende capace di condurlo e ricacciarlo a proprio talento! Suo malgrado, lo trascina come fosse cieco o sciancato. Il re vede che il figlio giunto al punto di non difendersi n di resistere pi. Se ne affligge e prova compassione: se potr, vi porter rimedio. Ma se intende farlo, deve prima pregarne la regina. Allora prende a parlare cos: Signora, da quando mi foste affidata, vi ho servita e onorata con grande affetto. Non vi stata cosa per cui potessi adoprarmi che non abbia fatto di buon grado, se ho visto che ve ne sarebbe derivato onore. Ora dovete ricompensarmene: voglio richiedervi un dono che non mi dovreste concedere, se non per l'amore che provate per me. Vedo bene, e non ho alcun dubbio, che in questa battaglia mio figlio sta avendo la peggio. Pure non vi prego perch ci mi dia pena, ma solo perch Lancillotto, che ne ha la possibilit, non lo uccida. E non dovete volerlo neanche voi, non gi perch egli non abbia agito da malvagio sia con voi sia con lui, ma per amor mio e per la vostra piet. Ditegli, vi prego, che si astenga dall'infliggergli il colpo decisivo. Se consentirete, potrete in tal modo ricambiare i miei servigi. Bel signore risponde la regina lo far di buon grado, poich siete voi a pregarmene. Anche se provassi per vostro figlio un odio mortale, e certo non lo amo affatto, voi mi avete s ben servita che, per arrecarvi piacere, voglio quanto voi che Lancillotto si astenga dal colpirlo.

Tali parole non furono affatto sussurrate, cos che le udirono anche Lancillotto e Meleagant. Colui che ama pronto all'ubbidienza e, se si interamente votato all'amica, si affretta a compiere di buon grado quanto pu arrecarle piacere. Doveva forse condursi altrimenti Lancillotto, che amava pi di quanto avesse amato Piramo (9), se mai un uomo pot amare di pi? Lancillotto ud dunque quel discorso e, appena le ultime parole furono uscite dalla bocca della regina, poich ella aveva detto dacch volete che lo risparmi, lo voglio anch'io, da quell'istante egli per nulla al mondo avrebbe toccato Meleagant n si sarebbe pi mosso, anche se l'altro l'avesse ucciso. Cos non lo sfiora e rimane immobile, mentre Meleagant lo colpisce pi che pu, fuori di senno per l'ira e la vergogna di aver sentito che si dice che egli giunto al punto che per lui si deve implorare piet. Il re, per muovere rimprovero al figlio, sceso dalla torre, si avvicinato al luogo della battaglia, e ora gli dice: Come? forse degno che egli non ti tocchi e tu lo colpisca? Ora sei troppo crudele e feroce, e troppo valoroso fuor di proposito! Sappiamo per certo che egli ti superiore. Ma Meleagant, sconvolto dalla vergogna, dice al re: Siete forse cieco? A quanto so, voi non vedete nulla. Ha perso la vista colui che mette in dubbio che non sia io superiore a lui! Allora dice il re cerca uno che ti creda! Quanti sono qui sanno bene se dici il vero o se menti. Conosciamo tutti dov' la verit! Poi comanda ai baroni di trarre indietro il figlio. Quelli non si attardano, ed eseguono in fretta l'ordine: Meleagant cos allontanato, ma per tirare indietro Lancillotto non era necessario compiere grandi sforzi: l'avversario avrebbe potuto causargli ancora molti danni prima che egli fosse indotto a toccarlo! Che Dio mi aiuti dice allora il re al figlio oramai dovrai far pace con lui, e rendergli la regina. Sei costretto a cedere in tutto e per tutto in questa disputa, e dichiararla estinta. Ora s che avete pronunciato parole davvero folli. E' un pezzo che vi sento ragionare di sciocchezze. Andatevene! Lasciateci combattere, e non ve ne immischiate pi. Ma il re insiste che continuer a farlo: Perch so bene che, se lasciassi che vi battiate, costui ti metterebbe a morte. Mi ucciderebbe? Sarei piuttosto io a ucciderlo, e presto, e a riportare la vittoria se voi non ci disturbaste e lasciaste che ci affrontiamo. Dio mi salvi dice allora il re. Puoi dire quel che vuoi: non ti varr a nulla. Perch? chiede l'altro.

Perch non voglio. Non asseconder la tua follia e la tua tracotanza per condurti a morte. davvero fuori di senno chi desidera la propria morte come fai tu, senza nemmeno saperlo. Non dubito che mi odi poich ti voglio salvare. Ma Dio non permetter che io volontariamente contempli e assista alla tua morte, perch ne proverei un dolore troppo grande. E tanto parla e lo rampogna, che alla fine concludono la pace e fissano i termini dell'accordo. Secondo i patti, Meleagant restituir a Lancillotto la regina a condizione che questi, al termine di un anno a contare dal giorno in cui Meleagant decider di intimarglielo, e senza altra dilazione, si batta nuovamente con lui. Tali termini non dispiacciono affatto a Lancillotto. Alla notizia che pace stata fatta, tutto il popolo accorre; viene stabilito che lo scontro sar tenuto alla corte di re Art che governa la Bretagna e la Cornovaglia. Decidono che si svolga in tal luogo, ed necessario che la regina vi consenta e che Lancillotto garantisca che, se Meleagant lo ridurr alla propria merc, ella torner con lui e nessuno la tratterr. La regina se ne fa garante, e Lancillotto ne d assicurazione. In tal modo stipulano l'accordo, poi i contendenti vengono separati e disarmati. In quel paese vi era l'usanza che se un esiliato riusciva ad andarsene, tutti gli altri potevano fare altrettanto. Cos non ve ne era uno che non benedicesse Lancillotto; certo potete ben immaginare che vi dovette essere allora grande letizia, e senza dubbio vi fu. Gli stranieri si riunirono tutti insieme, fecero festa a Lancillotto e dissero a voce alta, perch egli li udisse: Signore, in verit appena sentimmo pronunciare il vostro nome ci rallegrammo grandemente, perch fummo subito sicuri che saremmo stati liberati tutti. A tali segni di letizia accorse una gran folla, poich ognuno si adopr e si sforz di riuscire a toccare il cavaliere. Chi fu capace di avvicinarglisi di pi ne fu maggiormente lieto di quanto potesse riferire. Vi fu allora in quel luogo grande gioia e ira a un tempo: coloro che erano stati liberati dalla prigionia si erano abbandonati alla felicit, ma Meleagant e i suoi uomini non avevano nulla di cui compiacersi, ed erano pensosi, scuri in volto e tristi. Il re si allontana dal campo dove avvenuto lo scontro senza dimenticare di condurre con s Lancillotto, che lo prega di accompagnarlo dalla regina. Non intendo oppormi dice Baudemagu ch mi sembra cosa conveniente. Se lo desiderate, vi far vedere anche il siniscalco Keu. Poco manca che Lancillotto gli si getti ai piedi, tanta la gioia

che ne prova. Ora il re l'ha condotto nella sala dove la regina era gi giunta ad attenderlo. Quando ella vede Baudemagu accompagnare Lancillotto tenendolo per un dito, si alza in piedi davanti a lui, atteggia il volto a un'espressione corrucciata, abbassa il capo e non pronuncia parola. Signora, ecco Lancillotto che viene a rendervi visita dice il re. Deve esservi di grande piacere e gradimento. A me? Sire, come potrebbe piacermi? Non so che farmene della sua visita! Come, signora! replica il re, che era molto franco e cortese. Da dove avete tratto ora tale sentimento? Invero, disprezzate troppo colui che vi ha tanto servito; nel corso di questa impresa egli ha spesso esposto per voi la vita a pericoli mortali, e vi ha liberata e difesa da mio figlio Meleagant che, solo a malincuore, vi ha resa la libert. Davvero, sire, egli ha male impiegato per me il proprio tempo. Non negher infatti che non gliene sono affatto grata. Ed ecco Lancillotto rattristato. Le risponde con voce molto dolce, alla maniera del perfetto amante: Signora, certo me ne dolgo, ma non oso domandarvene il perch. Se la regina avesse voluto ascoltarlo, egli avrebbe dato seguito ai propri lamenti; ma ella, per addolorarlo e confonderlo maggiormente, non vuole rispondere una sola parola, e anzi si ritira in una camera. Lancillotto la scorta con gli occhi e con il cuore fino alla soglia, ma la camera molto vicina e gli occhi fanno una strada troppo breve da percorrere: se potessero, la seguirebbero volentieri. Il cuore invece, che di gran lunga signore e padrone pi potente, passa oltre dietro a lei, mentre gli occhi, traboccanti di lacrime, rimangono fuori, insieme al corpo. Allora il re dice in confidenza: Lancillotto, ne sono davvero stupito. Cosa significa e da cosa deriva che la regina non vi voglia vedere e non intenda parlarvi? Se mai ella soleva conversare con voi, non avrebbe dovuto rifiutarvi proprio oggi e sottrarsi alle vostre parole, dopo quanto avete fatto per lei. Ditemi ora, se lo sapete, perch, e a causa di quale vostra colpa, ella vi mostra un simile sembiante. Signore, ora certo non me l'aspettavo. Ma a lei non piace vedermi n ascoltare le mie parole, e ci mi causa grave dolore e affanno. Invero in torto dice il re poich vi siete esposto per lei a rischi che comportavano la morte. Ora venite, bello e dolce amico, andrete a parlare con il siniscalco. mio vivo desiderio risponde Lancillotto. Si recano insieme dal siniscalco, e quando Lancillotto gli davanti, le prime parole di Keu sono per lui:

Quanto mi hai disonorato! In che modo? chiede Lancillotto. Ditemi dunque come ho potuto essere causa della vostra onta. In modo molto grave, poich hai condotto a termine l'impresa che io non ho potuto compiere, e hai fatto ci che io non potei fare. Allora il re li lascia entrambi ed esce tutto solo dalla camera. Lancillotto chiede al siniscalco se ha subto gravi danni. S risponde l'altro e ne soffro ancora, ch mai ho patito un dolore maggiore di quello che ora provo. Sarei gi morto da lungo tempo se non fosse stato per il re che si sta allontanando e che, mosso dalla compassione, mi ha mostrato una dolce amicizia. Se egli ne era informato, non mi manc una sola volta cosa di cui potessi avere bisogno; appena ne era a conoscenza, tutto mi veniva preparato e servito. Ma per ogni suo beneficio, il figlio Meleagant, colmo com' di malvagit, rispondeva da parte sua mandando a chiamare proditoriamente i medici e ordinando loro di pormi sulle piaghe degli unguenti che mi portassero a morte. Cos avevo a un tempo un padre e un patrigno: quando il re, che intendeva fare del proprio meglio perch io giungessi presto a guarigione, mi faceva ungere le ferite con impiastri efficaci, il figlio traditore, volendomi uccidere, me li faceva subito rimuovere e sostituire con unguenti malefici. So per certo che il re non ne sapeva nulla: non avrebbe infatti tollerato in alcun modo un omicidio tanto vile. Ma voi non siete a conoscenza della generosit che egli ha mostrato nei confronti di madama. Dal tempo in cui No costru l'arca, mai una scolta di una terra di confine guard con maggior zelo una torre di quanto egli abbia custodita la regina, s che non la lascia vedere nemmeno al figlio, che ne assai dolente, se non in presenza sua o di molti altri. Il nobile re, che gliene siano rese grazie, le ha riserbato sino ad oggi, e continua a riserbarle, tutto l'onore che ella pu desiderare. La regina non ebbe altro consigliere che se stessa: pot agire a proprio talento, e la considerazione in cui il re la tiene si accresciuta nel vedere quanto sia leale. Ma vero ci che mi stato riferito: che ella tanto adirata con voi che, alla presenza di tutti, ha rifiutato di parlarvi e di darvi ascolto? Vi stata detta la pura verit risponde Lancillotto. Ma, per l'amor di Dio, sapreste spiegarmi perch mi odia? L'altro risponde che non lo sa, e che anzi ne singolarmente stupito. Sia dunque esaudita la sua volont! esclama allora Lancillotto, che non pu far di meglio. Devo prendere congedo aggiunge andr a cercare monsignor Galvano che entrato in questo paese e si accordato con me che sarebbe andato al Ponte Sommerso senza sviarsi. Ci detto, uscito dalla camera e si presentato al re per prendere congedo per quel viaggio. Il re glielo accorda di buon

grado, ma coloro che egli aveva liberati e riscattati dalla prigionia gli chiedono cosa debbano fare. Verranno con me quanti vorranno accompagnarmi risponde Lancillotto. Mentre quelli che preferiranno restare accanto alla regina, lo facciano: nulla li costringe a farmi compagnia. Cos coloro che lo desideravano lo scortano pi lieti e gioiosi di quanto siano soliti, e con la regina rimangono molte dame e cavalieri, e pulzelle che mostrano grande allegria. Ma non uno solo di quanti sono rimasti non avrebbe preferito tornare nel proprio paese, piuttosto che prolungare il soggiorno in quella terra. Tuttavia la regina li trattiene in attesa dell'arrivo di monsignor Galvano e dichiara che non si muover finch non ne avr notizie. La novella che la regina stata liberata e con lei sono stati affrancati tutti i prigionieri si diffonde per ogni luogo: quando gli esiliati lo vorranno e sembrer loro opportuno se ne andranno senza fallo. Tutti si chiedono se sia vero, e la gente, allorch si riunisce in folla, non parla d'altro. E non sono certo spiacenti che i passi perigliosi siano stati distrutti e che vi si possa andare e venire a volont: non sar pi come soleva essere un tempo. Quando le genti del paese che non avevano assistito allo scontro vennero a conoscenza di quanto aveva compiuto Lancillotto, si diressero in massa dalla parte dove sapevano che egli si stava recando; ritenevano che avrebbero fatto cosa gradita al re se lo avessero preso prigioniero e glielo avessero condotto. I compagni di Lancillotto erano tutti disarmati, e furono quindi colti alla sprovvista quando videro che le genti del paese erano giunte in armi; non c' da stupirsi se queste ultime riuscirono a impadronirsi di Lancillotto che non aveva possibilit di difendersi. Appena lo ebbero preso prigioniero, lo ricondussero indietro con i piedi legati sotto il ventre del cavallo. E gli esiliati dissero loro: Signori, agite malamente, poich noi siamo sotto la protezione del re, che ci ha assicurato la sua salvaguardia. Non ne sappiamo nulla rispondono gli altri ma dovete venire a corte, dal momento che vi abbiamo presi prigionieri. La notizia, che vola e si diffonde in fretta, giunta al re: le sue genti si sono impadronite di Lancillotto e lo hanno messo a morte. Al sentirlo, il re preso da grande afflizione; giura sulla propria stessa testa, e non che il meno solenne dei suoi giuramenti, che coloro che lo hanno ucciso incontreranno la morte: non potranno mai giustificare la propria azione e, se egli riuscir a catturarli e ad averli in proprio potere, non gli rester che decidere se impiccarli, arderli o annegarli. Se essi vorranno negare, egli non creder in alcun modo alle loro parole, poich hanno causato

al suo cuore un dolore troppo crudele e gli hanno rivolto tale affronto che il biasimo ricadrebbe su di lui se non prendesse vendetta. Ma, non ci siano dubbi, egli li ripagher a dovere! La notizia si sparge in ogni luogo, finch riferita alla regina, che era seduta a desinare. E ora che ella venuta a conoscenza della falsa voce su Lancillotto, poco manca che si dia la morte. La crede veritiera, e ne cos turbata che quasi ne perde la parola. Tuttavia parla ad alta voce all'intenzione dei presenti. Invero dice sono molto addolorata per la sua morte, e tale cordoglio giustificato, poich egli venne in questo paese per me. Cos, come potrei non provarne afflizione? Poi, a bassa voce perch nessuno la senta, dice che non la si dovr mai pi pregare di mangiare e di bere, se vero che morto Lancillotto, la cui vita era la sola ragione della sua vita. Subito, si alza addolorata dalla tavola, ma lamenta il proprio dolore solo quando nessuno pu ascoltarla o udirla. Ha tale desiderio di uccidersi che pi di una volta si serra la gola con le mani; ma prima si confessa con se stessa, si pente e si batte il petto. Si rivolge parole di biasimo e si accolla ogni colpa per il peccato che ha commesso nei confronti di colui che, ella ben lo sa, non ha mai cessato un solo giorno di appartenere a lei e che, se fosse in vita, le apparterrebbe ancora. Tale il dolore che le provoca la propria crudelt, che la sua bellezza ne alterata. Il rimorso per quella malvagit, per quella slealt, unito alle veglie e ai digiuni, hanno oscurato lo splendore del suo incarnato. Stabilisce il prezzo di tutte le proprie mancanze; ciascuna le appare e le passa davanti, ed ella non ne dimentica alcuna. Ahim, meschina! ripete pi volte. Cosa mi venne in mente, quando mi trovai alla presenza del mio amico, di non degnarmi di fargli buona accoglienza e di non volerlo ascoltare neanche per un momento? Non commisi forse una follia negandogli uno sguardo e una parola? Follia? Che Dio mi aiuti, fu piuttosto un atto sleale e crudele! Eppure, credevo di farlo solo per gioco! Ma egli non la prese in tal modo, e non me lo perdon. Credo di essere stata io, e io sola, a infliggergli il colpo che lo ha ucciso! Quando venne da me tutto ridente, convinto che lo avrei accolto con ogni letizia e che lo avrei guardato con gioia, e io non lo volli vedere neanche per un istante, non gli assestai forse un colpo mortale? Quando gli negai una parola, allora, credo, gli strappai insieme il cuore e la vita! Penso che furono questi i due colpi che lo hanno messo a morte; non lo hanno certo ucciso altri mercenari! Mio Dio, potr mai riscattare questo colpevole assassinio? Certo che no; prima si prosciugheranno tutti i fiumi e si svuoter il mare! Ahim, meschina, che consolazione potrei trovare, quanto grande sarebbe il mio conforto se l'avessi tenuto tra le braccia anche una

sola volta, prima della sua morte! E come? Io nuda contro il suo corpo nudo, per meglio abbandonarmi alla felicit! Ora egli morto, e io sono tanto pi malvagia perch non mi adopro a morire anch'io. Non dovrebbe dunque essermi ormai molesta la vita che continuo a vivere dopo la sua morte, da che non provo piacere altro che nel dolore che provo per lui? Poich trovo in ci conforto dopo che egli morto, certo questa mia sofferenza, di cui ho ora grande desiderio, gli sarebbe stata molto dolce, se fosse stato in vita! malvagia colei che preferisce la morte a una vita di sofferenze per il proprio amico. E, invero, il mio conforto sar grande se sopporter a lungo il peso del mio cordoglio. Meglio vivere e patire gli assalti del dolore, piuttosto che morire e giacere in riposo! La regina rimase per due giorni interi immersa in tale afflizione; non mangi n bevve, e si credette che fosse morta. Ma vi un grande numero di persone che ama riferire ogni notizia, e pi quelle brutte che le belle. Cos a Lancillotto giunse la voce che era morta la sua dama e amica. Non dubitate che se ne dolesse molto: tutti possono indovinare quanto ne fu afflitto e disperato. A dire il vero, se voleste udirlo narrare e sapere per certo, nel suo dolore Lancillotto giunse a odiare la propria stessa vita: volle subito darsi la morte, ma non senza aver prima lamentata la propria sventura. Fece un nodo scorsoio a un capo di una cintura che indossava, poi, piangendo, prese a dire tra s: Ah, Morte! Che trappola mi hai preparata: mi hai privato di ogni forza, pur quando ero nel pieno del vigore! Sono troppo abbattuto per provare alcun male, se non il dolore che mi opprime il cuore. Ma questo affanno una malattia invero mortale. E io ben voglio che lo sia, s che, se piacer a Dio, ne potr morire. Ma come? Se Dio non vuole che io muoia cos, non potr morire in altro modo? Certo, purch Egli mi conceda di stringermi questo laccio intorno al collo. Cos credo proprio che potr costringere la morte a uccidermi suo malgrado. In qual modo? Non potrei altrimenti... Se essa non vuole andare che da coloro che non la vogliono, la mia cintura la porter da me, ridotta in mio potere, e quando sar in mia balia dovr fare per forza a mia volont. E' vero; pure giunger troppo lentamente, tanto il mio desiderio di riceverla! Poi non attende n indugia oltre e, senza farsi scorgere da alcuno, passa la testa nel laccio finch esso gli si ferma intorno al collo. Perch il cappio gli nuoccia appieno, affranca strettamente l'altro capo della cintura all'arcione della sella e si lascia cadere al suolo. Vuole farsi trascinare dal cavallo fino a che sia strangolato: non intende vivere un'ora di pi. Quando coloro che cavalcavano con lui lo vedono caduto a terra,

pensano che sia svenuto, perch nessuno si accorto del laccio che egli si era stretto intorno al collo. Lo hanno subito rialzato sollevandolo tra le braccia, e hanno scoperto la cintura che aveva fatto di lui il nemico di se stesso, e che egli si era legata al collo. La tranciano in fretta, ma il laccio gli ha gi straziato la gola a tal punto che egli non pu parlare per un lungo momento: mancato poco che ne siano rimaste recise le vene del collo e della gola; dopo, anche se lo avesse voluto con tutte le proprie forze, non avrebbe potuto procurarsi altro danno! Lancillotto prova grande affanno per essere stato salvato, tanto che per poco non arde dal dolore: se nessuno se ne fosse accorto, si sarebbe volentieri ucciso. Poich non pu arrecarsi altro male, dice: Ah, Morte, vile e malvagia! Morte, dunque, nel nome di Dio, non erano in te il potere e la forza di uccidermi al posto della mia signora? Ritenevi forse di agire rettamente non degnandoti di farlo? Fu la tua slealt a impedirtelo: questa la motivazione che te ne sar imputata! Ah, che servigio mi hai reso, quale benevolenza! Come li hai riposti bene! Sia maledetto chi ti ringrazia e ti mostra gratitudine per tale favore! Non so se mi odia di pi la vita che mi desidera o la morte che non mi vuole uccidere. In tal modo mi mettono a morte entrambe; ma, che Dio mi aiuti, giusto ch'io viva a mio dispetto! Avrei dovuto uccidermi non appena madama la regina mi fece mostra del proprio odio. Certo non lo fece senza una valida ragione, anzi ne ebbe un ottimo motivo, anche se io non so quale. Ma, se ne fossi stato a conoscenza, prima che la sua anima si presentasse a Dio, ne avrei fatto pienamente ammenda nel modo che le fosse piaciuto, purch avesse avuto piet di me. Dio, quale pu mai essere la mia colpa? Credo che forse ella abbia saputo che montai sulla carretta. Non riesco a immaginare un altro rimprovero che mi possa muovere. Questo mi ha perduto. Ma se da quel gesto deriva il suo odio, Dio, perch un tale misfatto mi rec danno? Colui che me ne rimprover non conobbe mai bene Amore: bocca d'uomo sarebbe impotente a riferire una condotta ispirata da Amore, che, al medesimo tempo, sia tale da incorrere nel biasimo. Qualunque cosa si possa fare per Amore non che amore e cortesia. Ma non per la mia "amica" lo feci. Ahim, non so come dire! Non so se chiamarla "amica" o no, n oso attribuirle tale appellativo. Credo di essere abbastanza esperto nell'amore da poter ritenere che se ella mi avesse amato non avrebbe dovuto considerarmi avvilito da tale azione; al contrario, sarebbe stato giusto che mi chiamasse vero amico, perch mi sembr un onore compiere per lei ci che Amore vuole, fosse pure montare sulla carretta. Ella avrebbe dovuto metterlo in conto di amore, e considerarla una prova veritiera. In tal modo Amore misura i suoi vassalli, e cos li riconosce. Ma tale servigio dispiacque alla mia

signora; lo capii chiaramente dall'aspetto che scorsi in lei quando mi ricevette. Pure, avviene spesso che quanto viene fatto per l'amica sia volto a vergogna, rimprovero e onta dell'amico. Cos io stesso, con la mia azione, ho dato luogo a biasimi, e si tramutato in amarezza quanto era dettato solo da un dolce affetto. In fede mia, tale il costume di coloro che, non sapendo nulla dell'amore, lavano l'onore con l'onta. Chi risciacqua l'onore nell'onta non solo non lo purifica, ma lo macchia. Ora, proprio coloro che non conoscono Amore sono quelli che lo vanno disprezzando in tal modo e, non temendo i suoi comandi, si gettano a colpirlo. Poich non vi dubbio che accresce grandemente il proprio merito colui che obbedisce ai comandi d'Amore: nulla pi degno di perdono, ed codardo chi non osa farlo. Cos si dispera Lancillotto, e accanto a lui si dolgono le sue genti che ne hanno cura e lo trattengono. Ma intanto giunge loro la notizia che la regina non morta. Subito Lancillotto si riconforta e se prima, per la morte di lei, aveva mostrato un immenso cordoglio, furioso e smisurato, la gioia che prova a saperla in vita centomila volte pi grande. Quando con i compagni giunse a sei o a sette leghe dalla dimora in cui si trovava re Baudemagu, al re venne riferita di Lancillotto una notizia che gli fece particolarmente piacere e che egli ascolt di buona voglia: Lancillotto vive e sta arrivando sano e salvo. Il re, da uomo cortese, va subito a riportarlo alla regina. Bel sire ella risponde lo credo, poich siete voi a dirmelo. Vi confesso che, se egli fosse stato morto, io non avrei mai pi conosciuto letizia. Ogni gioia mi avrebbe abbandonata, se un cavaliere devoto al mio servizio avesse ricevuta e sofferta la morte. Poi il re si allontana, e la regina assai impaziente che, insieme all'amico, giunga la sua gioia: ora non ha pi alcun intento di dargli battaglia. Ma le notizie, che non riposano e corrono sempre senza mai fermarsi, tornano ancora dalla regina: Lancillotto si sarebbe ucciso per lei se glielo avessero lasciato fare. Ella ne lieta, e ben lo crede; pure, non avrebbe voluto per alcuna cosa al mondo che egli fosse incorso in una sventura tanto grande. Intanto ecco giungere Lancillotto che si affrettato quanto ha potuto. Il re, appena lo vede, corre ad abbracciarlo e a baciarlo: credeva quasi di avere le ali, tanto la gioia lo rendeva leggero! Ma coloro che avevano catturato e legato il cavaliere gli rendono pi breve la letizia. Il re dichiara che sono giunti per loro sventura: la loro morte e la loro fine sono gi decretate. Essi gli hanno risposto che credevano di aver agito secondo il suo volere. A me dispiace ci che a voi piacque fare dice il re e la cosa non riguarda affatto Lancillotto. Non a lui avete recato oltraggio,

ma a me, che lo avevo sotto la mia protezione. Comunque sia, l'onta ricade su me solo. Ma certo avrete poco da scherzare quando vi consegner in altre mani! Lancillotto sente che il re adirato, e si adopra pi che pu a far fare e a stabilire la pace, finch riesce a concluderla. Poi il re lo conduce a vedere la regina. Allora ella non abbassa affatto gli occhi a terra; al contrario, va ad accoglierlo colma di gioia, lo onora quanto pi le possibile, poi lo fa sedere al proprio fianco. Poterono cos parlare a loro piacere di quanto vollero, e certo non mancarono di argomenti, perch Amore ne forn loro a profusione. E quando Lancillotto vide che il momento era propizio e cap che ogni propria parola le procurava solo grande piacere, le si rivolse a bassa voce. Signora disse mi chiedo, meravigliato, perch ieri l'altro, quando mi vedeste, mi faceste cos cattivo viso e non mi rivolgeste una sola parola. Poco mancato che per questo mi mettessi a morte. Io, allora, non ebbi l'ardire di chiedervene la causa, come adesso faccio. Signora, sono pronto a riparare, ma voi mi dovete spiegare quale fu il mio torto, per il quale mi sono disperato grandemente. Come? Non provaste dunque vergogna e non temeste la carretta? disse allora la regina. Vi montaste solo contro voglia, poich esitaste per lo spazio di due passi. Ecco la verit: per questo non volli parlarvi n rivolgervi il mio sguardo. Dio mi preservi dal compiere un'altra volta un simile misfatto! esclama Lancillotto. Che Egli non abbia mai piet di me se non aveste pienamente ragione! Per l'amore di Dio, signora, accettate ora e subito riparazione della mia colpa e, nel nome di Dio, ditemi se mi vorrete mai perdonare. Amico risponde la regina il vostro peccato vi rimesso per intero. Vi perdono con tutto il cuore. Grazie, signora egli dice. Ma qui non posso dirvi tutto quanto vorrei. Se fosse possibile, sarei felice di parlarvi con maggiore agio. Allora la regina gli indica una finestra con gli occhi, non certo con il dito, e dice: Questa notte, quando nel castello tutti dormiranno, venite a parlarmi a quella finestra, passando per quel verziere. Non potrete entrare n essere ospitato; cos io sar dentro e voi di fuori, poich non mi sar possibile accogliervi. N potr arrivare fino a voi se non con la bocca e con le mani. Ma, se vi far piacere, per amor vostro rimarr alla finestra fino allo spuntare del giorno. Non avremo alcuna possibilit di riunirci maggiormente, perch davanti a me, nella mia camera, coricato il siniscalco Keu, che langue per le ferite di cui coperto. E la porta non viene lasciata aperta; anzi,

ben chiusa e custodita. Badate, quando verrete, a non essere sorpreso da una spia. Signora dice Lancillotto per quanto dipender da me non mi vedr nessuna spia che nutra pensieri malvagi o intento di maldicenza. Cos concludono l'incontro e si separano molto lieti. Lancillotto esce dalla camera tanto felice che non conserva alcuna memoria dei tormenti passati. Ma gli sembra che la notte tardi troppo a giungere; ha tanto sofferto che il giorno gli parso pi lungo di cento altri, o di un anno intero. Se fosse caduta la notte, quanto volentieri sarebbe andato a quel convegno! Tanto la notte nera ha lottato per vincere sul giorno, che infine l'ha coperto con il suo manto oscuro e l'ha avvolto nella sua cappa. E quando Lancillotto ha visto il giorno oscurato, si finge affaticato e stanco; dichiara di aver vegliato anche troppo a lungo e che ora ha bisogno di riposo. Voi che avete agito allo stesso modo potete ben comprendere e indovinare quanto si finga esausto con coloro che lo ospitavano; cos si fa accompagnare a coricarsi, ma non ha certo tanto caro il letto da riposarvi per alcuna cosa al mondo. Non pu e non osa, e non vorrebbe averne n l'ardire n l'agio. Si alza presto e senza far rumore. Non affatto spiacente che in cielo non brillino n la luna n le stelle, e che nella casa non ardano candele, lampade o lanterne. Attento, si allontana senza che alcuno se ne accorga. Anzi, tutti credevano che egli avrebbe dormito nel suo letto per tutta la notte. Si affretta verso il verziere, senza compagni che gli facciano scorta, e non incontra nessuno. anche fortunato, perch nel verziere era da poco caduto un tratto di muro: passa lesto attraverso il varco e arriva alla finestra. Qui giunto, si ferma immobile e muto, senza starnutire n tossire, fino a che arriva la regina. Ella indossa una candida camicia su cui non ha passato n cotta n tunica, ma solo un corto mantello di scarlatto foderato di marmotta. Quando Lancillotto scorge la regina appoggiarsi alla finestra sbarrata da ferri spessi, le rivolge un saluto colmo di dolcezza. Ed ella subito glielo rende, ch entrambi sono presi da un solo desiderio, egli per lei ed ella per lui. Nelle parole che si scambiano non vi ombra di tristezza o di scortesia. Si avvicinano l'uno all'altra e si prendono per mano. Provano un immenso dispiacere per non potersi unire maggiormente, e ne maledicono l'inferriata. Ma Lancillotto si vanta di poter entrare accanto a lei, se la regina vi consente, n le sbarre lo potranno trattenere. Ed ella gli risponde: Non vedete quanto siano rigidi e forti questi ferri per chi li volesse piegare o spezzare? Non potrete mai torcerli o tirarli verso di voi, n farli uscire tanto da poterli svellere. Signora egli dice non ve ne date pena! Credo che il ferro non mi

possa resistere. Nulla, se non voi stessa, potrebbe impedirmi di raggiungervi. Se me ne concederete il permesso, la via mi sar interamente sgombra. Ma se non vi gradito, allora essa sar per me cos sbarrata che non vi potr assolutamente passare. Certo, lo voglio ella risponde. Non sar la mia volont a trattenervi. Ma vi conviene aspettare che mi sia coricata. Potreste per sventura provocare del rumore, e allora avremmo poco da scherzare se il siniscalco che dorme in questa camera si svegliasse dal suo sonno! meglio quindi che mi allontani perch, destandosi, egli non potrebbe immaginare nulla di buono se mi vedesse qui. Allora, signora dice Lancillotto andate, ma non temete in alcun modo che io possa far rumore. Penso che toglier i ferri cos piano che non mi causeranno alcun danno e non sveglier nessuno. La regina si allontana, e Lancillotto si affretta a svellere l'inferriata. Afferra le sbarre, le scuote e le tira e, piegandole, le trae fuori dai loro alloggiamenti. Ma i ferri erano tanto taglienti che egli si lacera un mignolo fino ai nervi della prima giuntura e, del dito accanto, si mozza di netto la prima falange. Ma, intento a ben altro pensiero, non si accorge n delle ferite n del sangue che ne gocciola fuori. La finestra non affatto bassa; pure egli vi si infila in fretta e agevolmente, e trova Keu addormentato nel suo letto. Poi si accosta a quello della regina. L'adora e si inchina davanti a lei, poich non ha altrettanta fede neanche nelle sante reliquie. E la regina tende le braccia verso di lui, lo abbraccia e lo allaccia stretto al seno, poi lo trae nel letto accanto a s. Gli manifesta l'accoglienza migliore che mai pot fargli, poich ispirata da Amore e dal proprio cuore insieme: Amore a spingerla a tale benvenuto. Ma se la regina provava per Lancillotto un sentimento tanto forte, egli era preso di lei centomila volte di pi, perch Amore aveva fallito il colpo contro ogni altro cuore a paragone di quanto aveva fatto al suo. Nel suo cuore Amore aveva ripreso per intero la propria vigoria, ed era s completo che, in confronto, in tutti gli altri appariva meschino. Ora Lancillotto ha quanto desiderava: la regina non vuole altro che la sua compagnia e il piacere che gliene deriva, ed egli la tiene tra le braccia mentre ella lo stringe con le proprie. s dolce e grato il gioco dei baci e delle carezze, che non menzogna affermare che essi provarono una felicit tanto prodigiosa quale mai fino a oggi si saputa o sentita dire. Ma io la tacer per sempre, perch non deve essere narrata in un racconto. Tra tutte le gioie, la pi eletta e deliziosa fu quella che la storia ci tace e ci nasconde. Per l'intera notte Lancillotto godette di ogni gioia e di ogni piacere. Ma giunse il giorno e, con grande pena, egli dovette levarsi dal fianco dell'amica. Quando si alz, pat un vero martirio, tanto

gli fu penosa la separazione, per cui prov un estremo tormento. Il suo cuore continuava a tornare l dove era rimasta la regina, n egli aveva il potere di ricondurlo a s: la regina aveva troppo affascinato quel cuore perch esso consentisse a lasciarla. Cos il corpo si allontana, ma il cuore rimane. Lancillotto si dirige alla finestra, ma lascia le lenzuola macchiate e tinte del sangue che gli sgorgato copioso dalle dita ferite; si allontana in gran tormento, con molte lacrime e sospiri. Non sono stati presi accordi per un altro incontro, e questo gli dispiace, ma non potevano fare altrimenti. Ora passa a malincuore per la finestra da cui era entrato volentieri. Ha le dita piagate, perch si ferito gravemente. Pure, ha raddrizzato le sbarre e le ha rimesse negli alloggiamenti: a guardare dal davanti o dal dietro, dall'uno o dall'altro lato, non sembra che sia stato tolto, piegato e tratto fuori alcun ferro. Al momento di allontanarsi, egli si inginocchiato verso la camera e si portato come se si fosse trovato davanti a un altare. Poi andato via in grande angoscia, e non ha incontrato alcuno che conoscesse. Ha raggiunto il proprio alloggio e si coricato tutto nudo nel letto per non svegliare nessuno; solo allora, per la prima volta, scopre con meraviglia che ha le dita piagate. Ma non ne affatto turbato: sa per certo di essersi ferito nell'estrarre dal muro l'inferriata. Per questo non ne prova alcun corruccio: avrebbe preferito strapparsi dal corpo entrambe le braccia piuttosto che non varcare quella finestra. Certo, se si fosse causato ferite tanto gravi in altre circostanze, allora ne avrebbe sofferto e se ne sarebbe adirato! Al mattino la regina si era addormentata dolcemente nella sua stanza circondata da cortine. Non si era affatto accorta che le lenzuola erano macchiate di sangue. Al contrario, credeva che fossero candide, belle e immacolate. E Meleagant, dopo essersi vestito e preparato, si diretto verso la camera in cui giaceva la regina. La trova sveglia, e vede le lenzuola macchiate dalle gocce di sangue fresco. D di gomito ai compagni per mostrarle loro e, da uomo che scorge ovunque il male, guarda verso il letto del siniscalco Keu. Anche le sue lenzuola sono macchiate di sangue; sappiate infatti che durante la notte le sue ferite si erano riaperte. Signora dice allora ora ho trovato i segni che cercavo! invero proprio folle colui che si adopra a far la guardia a una donna: ne perde la fatica e la pena! infatti pi facile che li impieghi invano il guardiano pi vigile che colui che non se ne d pensiero. Mio padre vi ha ben custodita da me, ma a suo dispetto questa notte il siniscalco Keu vi ha guardata ben da vicino, e ha avuto da voi ogni proprio piacere. Sar facile provarlo. Come? domanda la regina.

A testimonianza ho trovato del sangue sulle vostre lenzuola, e non posso fare a meno di affermarlo. A causa di esso ne sono venuto a conoscenza e, con esso, lo posso provare, poich ho scorto sulle vostre e sulle sue lenzuola il sangue che uscito dalle sue ferite. Sono segni inconfutabili. Allora la regina vede per la prima volta le coltri insanguinate sull'uno e sull'altro letto, e ne molto stupita. Ne prova vergogna, arrossisce e dice: Che Domeniddio mi protegga, il sangue che vedo sulle mie lenzuola non ve lo sparse Keu: il mio naso che questa notte sanguin. S, credo proprio di aver perso sangue dal naso. E crede invero di dire la verit. In fede mia dice Meleagant le vostre parole non hanno alcun valore. Non serve fingere, poich siete stata colta sul fatto, e la verit sar provata per intero poi, rivolgendosi alle guardie che si trovavano nella camera, aggiunge: Signori, non vi muovete, e badate che dal letto non siano tratte le lenzuola fino al mio ritorno. Voglio che il re le veda e me ne renda giustizia. Va a cercare il padre e, quando lo ha trovato, si lascia cadere ai suoi piedi e dice: Sire, venite a vedere una cosa di cui non avete il minimo sospetto. Venite dalla regina, e vedrete l'autentica meraviglia apparsa davanti ai miei occhi. Ma prima che vi andiate, vi prego di non negarmi giustizia e diritto: sapete bene a quali rischi ho esposto la mia persona per la regina. A causa sua voi mi siete nemico e la fate sorvegliare per preservarla da me. Questa mattina sono andato a renderle visita mentre era ancora a letto e, da quanto ho visto, ho ben capito che Keu giace con lei ogni notte. Sire, per l'amor di Dio, non vi dispiaccia se ci mi addolora e se me ne lamento, poich sono grandemente sdegnato che ella odi e disprezzi me, mentre Keu si corica con lei ogni notte. Taci! dice il re. Non lo credo. Sire, venite allora a vedere le lenzuola e lo stato in cui Keu le ha lasciate. Dato che non credete alle mie parole, e anzi siete convinto ch'io vi menta, vi mostrer le lenzuola e la trapunta insanguinate dalle ferite di Keu. Andiamo dunque dice il re e le vedr. Lo voglio, infatti, e apprender la verit dai miei stessi occhi. Subito si dirige alla camera dove trova la regina che si apprestava ad alzarsi. Vede le lenzuola insanguinate nel suo letto come anche in quello di Keu, e dice: Signora, le cose vanno male, se vero ci che mi ha detto mio figlio. Dio mi aiuti risponde la regina neppure in sogno fu mai raccontata una menzogna tanto malvagia! Io credo che il siniscalco

Keu sia s cortese e leale da non dover essere sospettato, n io vendo il mio corpo nelle fiere o ne faccio dono. Certo Keu non uomo da richiedermi cosa tanto oltraggiosa; e il mio cuore non mi ha mai indotto a commetterla, n mi ci spinger mai. Sire dice Meleagant al padre vi sarei molto grato se Keu espiasse l'oltraggio in modo tale che l'onta ne ricadesse anche sulla regina. La giustizia vi spetta e vi deve stare a cuore, e io ve ne richiedo e prego. Keu ha tradito il suo signore re Art, che riponeva in lui tale fiducia da affidargli ci che ama di pi al mondo. Sire, ora permettete che risponda dice Keu. Cos potr discolparmi. Quando lascer questo mondo, che Dio non conceda il perdono alla mia anima se ho mai preso piacere con la mia signora. Preferirei invero essere morto, piuttosto che aver commesso simile infamia e torto al mio signore. Dio non mi accordi mai una salute migliore di quella che ora ho, e anzi la morte mi colga proprio in questo momento, se mai l'ho anche solo pensato. Io so soltanto che questa notte le mie piaghe hanno sanguinato a profusione, e che perci le lenzuola ne sono state macchiate. Questo il motivo per cui vostro figlio mi sospetta ma, invero, senza alcun diritto. Che Dio mi aiuti gli risponde allora Meleagant vi hanno tradito i diavoli, i maligni! Questa notte eravate troppo accalorato, e poich avete compiuto uno sforzo eccessivo, le vostre piaghe, non vi dubbio, si sono riaperte! Mentire non vi vale a niente: la prova nel sangue che si scorge da entrambe le parti. Lo vediamo bene, ed evidente. Giustizia vuole che colui che stato colto in fallo e riconosciuto colpevole sconti il proprio misfatto. Mai un cavaliere della vostra fama ha compiuto un atto tanto sconveniente, e a voi esso ha procurato grande onta. Sire, sire dice Keu al re difender madama e me stesso dalle accuse che mi rivolge vostro figlio. Mi espongo a tormenti e sofferenze, ma certo che egli mi persegue a torto. Voi siete dispensato da ogni battaglia risponde il re siete troppo malato. Sire, se vorrete permetterlo, infermo come sono mi batter con lui, e dimostrer che non ho alcuna colpa per la vergogna che mi si attribuisce. Ma la regina aveva segretamente mandato a chiamare Lancillotto; cos dice al re che ella avr un cavaliere che difender il siniscalco contro Meleagant, se questi oser battersi. Subito interviene Meleagant. Non ricuso di venire a battaglia con alcun cavaliere fosse anche un gigante dice fino a che uno dei due rimanga vinto sul terreno. Intanto Lancillotto entrava con un tale seguito di cavalieri che la camera ne interamente piena. E dopo che egli giunto, la regina narra al cospetto di tutti, giovani e canuti, quanto sta accadendo.

Lancillotto dice ora e qui Meleagant mi ha accusata di questa vergognosa azione. Se voi non lo costringerete a ritrattare, mi avr esposto ai sospetti di quanti hanno udito le sue parole. Egli sostiene che questa notte Keu ha giaciuto con me, e adduce come prova le lenzuola del mio e del suo letto che ha viste macchiate di sangue. Dichiara che il siniscalco sar riconosciuto interamente colpevole se non potr discolparsi con lui armi alla mano, o se qualcun altro, deciso a soccorrerlo, non vorr ingaggiare battaglia al posto suo. Non avete bisogno di supplicare a lungo per la vostra causa l ove io sia presente dice Lancillotto. Non piaccia a Dio che su voi o su di lui cada il sospetto di tale azione. Sono pronto a sostenere in battaglia che Keu non ne concep mai neppure il pensiero, se vi in me una sola possibilit di difenderlo. Perorer la sua causa con tutte le mie forze e, per lui, ingagger lo scontro. Allora Meleagant balza avanti e dice: Che Domeniddio mi salvi! quel che voglio, e mi molto gradito. Nessuno pensi che mi possa dispiacere. Sire e re dice Lancillotto io conosco le cause, le leggi, i processi e i giudizi: la battaglia diretta a redimere un affare di tanta importanza non si pu fare senza giuramenti. Meleagant gli risponde subito e senza esitazioni: Che si prestino i giuramenti e siano portate subito le reliquie dei santi: so bene di essere nel giusto. E Lancillotto di rimando: Prendo a testimone Dio che non conobbe mai il siniscalco Keu colui che lo sospett di tale infamia. Ora chiedono le armi e comandano che siano condotti i cavalli. Viene loro portato quanto hanno richiesto. Si sono dunque armati con l'aiuto dei valletti. Eccoli pronti. Quindi vengono tratte fuori le reliquie. Meleagant si fa avanti, e Lancillotto gli si pone al fianco. Si inginocchiano entrambi. Meleagant stende la mano verso le sante reliquie e giura con voce chiara: Cos mi aiutino Iddio e i santi: il siniscalco Keu fu questa notte compagno della regina nel suo letto e da lei ha tratto tutto il proprio piacere. E io lo nego e ti accuso di spergiuro dichiara Lancillotto. A mia volta giuro che non vi giacque n ebbe contatti con lei. Prego Iddio che Gli piaccia prendere vendetta su quello di noi che ha mentito, e dimostri appieno dov' la verit. Ma voglio pronunciare un altro giuramento, per quanto dolore e dispiacere possa causare ad alcuno: giuro che, se oggi mi sar concesso di sopraffare Meleagant con l'aiuto di Dio e delle reliquie qui presenti, non avr piet di lui in alcun modo. Il re non si rallegra affatto nell'udire tali parole. Compiuta la cerimonia dei giuramenti, vengono tratti fuori i

cavalli, che erano belli e di grande pregio. Ciascuno dei contendenti monta sul proprio, poi muovono l'uno contro l'altro alla velocit cui i destrieri li possono portare. I cavalieri si colpiscono l'un l'altro con tutto l'impeto conferito loro dalla corsa dei cavalli, s che le lance si spezzano e non rimangono che i tronconi che essi stringono in pugno. Eccoli entrambi rovesciati a terra. Ma certo non si comportano come se fossero morti: si rialzano subito e si affrontano con tutte le proprie forze con i tagli delle spade snudate. Dagli elmi scaturiscono scintille che si innalzano ardenti fino alle nuvole. Tale il furore degli assalti che si portano con le spade nude che, all'avanzare e al ritrarsi delle armi, si scontrano e si colpiscono a vicenda, e non intendono riposare neanche quanto permetterebbe loro di riprendere fiato. Il re, pieno di affanno e di tormento, ha chiamato la regina, che era andata in alto ad appoggiarsi alle logge della torre, e l'ha pregata, per l'amore del Dio creatore, di far separare i contendenti. Fate quanto volete e ritenete opportuno ella risponde. Conosco la vostra buona fede e so che non agirete in alcun modo che mi sia contrario. Lancillotto ha sentito la risposta della regina alla preghiera del re. Cos cessa di cercare la battaglia, e subito interrompe l'assalto. Ma Meleagant, che non intende ristare, continua ad assalirlo e a colpirlo. Allora il re si getta tra di loro e trattiene il figlio, ma questi esclama e giura che non ha intenzione di giungere a un accordo. Voglio battaglia dice. Non mi curo di pace! Taci e ascolta il mio consiglio gli dice il re. Farai cosa saggia. Se seguirai il mio avviso non te ne deriveranno n onta n danno. Portati come si deve. Non ricordi dunque che hai convenuto di scontrarti con lui alla corte di Art? Non pensi che potrebbe volgersi a tuo onore se riuscirai a vincere l ben pi che in ogni altro luogo? Il re parla in tal modo per vedere di calmarlo. E infatti vi riesce e separa i contendenti. Allora Lancillotto, che era molto ansioso di ritrovare monsignor Galvano, va a chiedere congedo prima al re, poi alla regina. Ricevuto il loro accordo, si incammina verso il Ponte Sommerso. Lo segue una gran folla di cavalieri, ma egli avrebbe preferito che la maggior parte fosse rimasta a corte. Percorrono a grande velocit le giornate di viaggio, finch giungono vicini al Ponte Sommerso. Ma poich si trovavano ancora a una lega di distanza, prima che lo raggiungano e lo possano vedere viene loro incontro un nano su un grande cavallo da caccia. Aveva in mano una frusta per incitare e minacciare la cavalcatura. Come gli

era stato ordinato, subito domanda: Chi di voi Lancillotto? Non me lo nascondete, sono dei vostri; perci ditemelo senza alcun timore. Ve lo chiedo per il vostro bene. Lancillotto gli risponde di persona. Io stesso sono colui di cui chiedi e che cerchi dice. Ah, Lancillotto, generoso cavaliere! Segui il mio consiglio e lascia queste genti. Vieni subito da solo con me: ti voglio condurre in un luogo molto bello. Che nessuno ti segua, nemmeno con gli occhi. Ti aspettino qui, piuttosto; torneremo presto. E Lancillotto, che non sospetta alcun male, ha fatto attendere tutte le genti che lo accompagnavano e ha seguito il nano traditore. Quelli che sono rimasti lo potranno aspettare a lungo: quanti lo hanno preso e catturato non intendono affatto restituirlo loro! Cos, i compagni del cavaliere, visto che egli non torna, fanno mostra di grande dolore e non sanno come agire. Dicono che il nano li ha traditi, e sarebbe sciocco chiedere se ne sono rattristati. Col cuore stretto dalla pena, si mettono a cercarlo, ma non sanno dove lo possano trovare, e nemmeno da quale parte rivolgere le ricerche. Cos tengono consiglio e, di comune accordo, quelli che a mio parere sono i pi saggi e i pi assennati decidono di raggiungere il Ponte Sommerso, che non lontano; cercheranno poi Lancillotto dopo aver ascoltato l'avviso di monsignor Galvano, se riusciranno a trovarlo nel bosco o nella piana. Sono tutti tanto concordi su tale disegno che nessuno si pone per un altro cammino. Si dirigono verso il Ponte Sommerso; lo hanno appena raggiunto che scorgono monsignor Galvano: precipitato dal ponte ed caduto nell'acqua oscura. Ora ne emerge, ora vi riaffonda, a tratti lo vedono, a tratti lo perdono di vista. Allora si avvicinano e riescono ad afferrarlo con rami, pertiche e raffi. Galvano indossava il giaco, portava in testa l'elmo che da solo ne valeva dieci e calzava calze di maglie di ferro arrugginite dal sudore, poich aveva sofferto innumerevoli fatiche e aveva superati pericoli e assalti. La lancia, lo scudo e il cavallo erano rimasti sull'altra sponda. Quelli che lo hanno tratto dal fiume pensano che sia morto: ha il corpo pieno d'acqua e, finch non l'ha vomitata tutta, non gli sentono pronunciare una sola parola. Ma quando ha recuperato l'uso della voce, ch liberamente il cuore riprende a battere e il petto a respirare, s che possibile udire e comprendere quanto dice, subito egli comincia a parlare. Si affretta a chiedere a quanti ha davanti se abbiano notizie della regina. Gli viene risposto che ella con il re Baudemagu, da cui non si allontana nemmeno per un momento, e che il re le riserba ogni onore e servigio. Non poi venuto nessuno a cercarla in questa terra? chiede

ancora messer Galvano. S essi rispondono. Lancillotto del Lago. Ha superato il Ponte della Spada, l'ha soccorsa e liberata, e con lei ha affrancato tutti noi. Ma poi un nano gobbo e ipocrita ci ha traditi: ci ha ingannati turpemente e ha rapito Lancillotto. Non sappiamo cosa ne abbia fatto. Quando? chiede messer Galvano. Oggi, signore. Il nano lo ha condotto via mentre eravamo qui vicini e venivamo incontro a voi. Come si portato Lancillotto da quando entrato in questo paese? domanda ancora messer Galvano. Allora cominciano a riferirgli e gli raccontano ogni cosa, senza trascurare nemmeno una parola. Gli dicono anche che la regina lo aspetta, e che afferma che nulla la potr indurre a lasciare quella terra finch non lo avr visto con i propri occhi, qualunque notizia le venga riferita su di lui. Quando ci allontaneremo da questo ponte dice allora messer Galvano andremo a cercare Lancillotto. Non uno solo pensa che non sia preferibile recarsi prima dalla regina: sar il re a farlo ricercare poich, a loro parere, stato suo figlio Meleagant, che tanto lo odia, a farlo mettere proditoriamente in prigione. Dovunque si trovi adesso, il re lo far certamente liberare, e di questo possono essere ben certi fin da ora. Sono tutti concordi su tale avviso, cos si mettono in cammino e presto sono vicini alla corte dove si trovavano il re e la regina. Vi erano anche il siniscalco Keu e lo sleale e traditore Meleagant, che aveva vilmente colmato di apprensione per Lancillotto tutti quelli che stavano giungendo. Essi si vedevano traditi e perduti e, a causa del grande dolore, levavano alti lamenti. Non certo cortese la notizia che provoca s grande pena alla regina; ella tuttavia si comporta meglio che pu: non deve forse mostrarsi almeno un poco lieta per l'arrivo di monsignor Galvano? Cos fa del proprio meglio. Pure, non pu nascondere la pena, al punto che essa non si scorga sui suoi tratti. costretta a provare allo stesso tempo gioia e dolore: al pensiero di Lancillotto il cuore le vien meno, ma davanti a monsignor Galvano fa mostra di grande letizia. Non v' uno solo che, a sentire la novella della scomparsa di Lancillotto, non sia dolente e smarrito. Il re sarebbe stato molto lieto per l'arrivo di monsignor Galvano e avrebbe avuto molto piacere di conoscerlo, ma prova un tale dolore e un cos grave affanno per il tradimento che stato perpetrato ai danni di Lancillotto, che ne afflitto e smarrito. Allora la regina lo prega e lo esorta che lo faccia cercare per monti e per valli in tutta la sua terra, senza frapporre indugio e senza porre limiti di spazio. Messer Galvano e Keu si uniscono a tale preghiera, e non ve n' uno che non esorti Baudemagu e non lo implori

allo stesso modo. Lasciate a me questo compito risponde il re. Non ne parlate pi,

perch ne sono gi stato pregato a sufficienza. Dar ordine che sia compiuta questa ricerca anche senza che mi siano rivolte altre richieste o implorazioni. Tutti si inchinano. Ora il re manda per il regno i messaggeri, sergenti saggi ed esperti, che chiedano notizie di Lancillotto per tutta la contrada. Si sono informati in ogni luogo, ma non hanno saputo nulla di certo. Non avendo trovato niente, tornano a corte dove sono rimasti i cavalieri. Allora Galvano, Keu e tutti gli altri dichiarano che andranno a cercare Lancillotto di persona, armati da capo a piedi e con la lancia sull'arcione; non manderanno altri al posto loro. Un giorno, dopo il desinare, erano tutti riuniti nella sala e si stavano armando era giunta l'ora del dovere e non restava che partire quando ecco che entr un valletto. Pass in mezzo ai cavalieri finch giunse dinanzi alla regina. Ella aveva perso il roseo incarnato e aveva mutato i bei colori a causa dell'affanno che provava per Lancillotto, di cui non aveva notizie. Il valletto l'ha salutata e poi ha rivolto il saluto al re che le era accanto, e infine a tutti gli altri, e a Keu e a monsignor Galvano. Aveva in mano una lettera e la porge al re. Il re la prende e la fa leggere davanti a tutti da uno in grado di non fraintenderla. E colui che la legge ad alta voce sa riferire con precisione quanto vede scritto sulla pergamena: annuncia loro che Lancillotto saluta il re e lo chiama il proprio buon signore, lo ringrazia per gli onori che gli ha prestati e per i servigi che gli ha resi, come colui che pronto a porsi interamente al suo servizio. E sappiate con tutta certezza che egli si trova presso re Art, in perfetta salute e padrone di tutte le proprie forze, e manda a dire e ordina alla regina di prendere la via del ritorno insieme a messer Galvano e a Keu. La lettera conteneva tali segni di riconoscimento, che essi non possono fare a meno di prestarle fede. Cos vi credono e ne sono lieti e gioiosi, e tutta la corte risuona di letizia. Gli esiliati dichiarano che intendono partire l'indomani sul far del giorno. Cos, quando l'alba appare, si dispongono al ritorno. Si alzano, montano a cavallo e si incamminano. Il re li segue e li accompagna con grande gioia ed allegria per un buon tratto di strada. Li scorta fuori dal proprio paese e, dopo che ha superato i confini, prende congedo dalla regina e poi da tutti gli altri insieme. Al momento del commiato, con grande assennatezza la regina ringrazia Baudemagu per il favore che le ha mostrato, gli getta entrambe le braccia al collo e gli offre e gli assicura i propri servigi e quelli del proprio signore, n pu promettergliene di pi grandi. Messer Galvano, imitato da Keu e poi da tutti, si impegna con il re come con il proprio signore e amico. Poi si rimettono in

cammino. Il re li raccomanda a Dio; saluta i tre e poi tutti gli altri. Infine riprende la via di casa. La regina e la scorta che ella conduce non si fermano per un'intera settimana neppure per un giorno, finch a corte giunge una notizia che rallegra molto re Art: la regina si sta avvicinando, e con lei il nipote. Il cuore del re ne lieto e colmo di gioia, poich crede che la regina, Keu e tutti gli esiliati siano di ritorno per merito di Galvano; ma le cose stanno in altro modo. La citt si svuota di tutti gli abitanti che vanno loro incontro, e quanti, cavalieri e villani, si imbattevano nel corteo, dicevano: Ben venga messer Galvano, che ha ricondotto la regina, ha liberato molte dame prigioniere e ci ha riportato un gran numero di esiliati. Signori ha risposto loro Galvano mi lodate senza motivo. Cessate ormai di dirlo, perch il merito non mio in alcun modo. Questi onori mi si volgono a vergogna, poich io non arrivai n a tempo n all'ora opportuna. Ho indugiato, e cos ho fallito. Fu Lancillotto a giungere al momento giusto: ne ha ricavato l'onore pi grande che mai ottenne un cavaliere. Allora, bello e caro signore, dove si trova dunque? Qui non lo vediamo. Dove? chiede stupito messer Galvano. Alla corte di monsignore il re! Forse non vi si trova? No certo, in fede nostra. E nemmeno in tutto il paese. Non ne avemmo pi alcuna notizia da quando madama fu condotta via. Solo allora messer Galvano seppe che la lettera era falsa, e che li aveva traditi e ingannati: da quello scritto erano stati tutti gabbati. Eccoli di nuovo turbati dal dolore! Si recano a corte manifestando tutta la propria pena, e subito il re chiede notizia di come siano andate le cose. Sono in molti a sapergli riferire quanto ha fatto Lancillotto e come, per merito suo, si siano salvati la regina e tutti i prigionieri, e in qual modo e mediante quale inganno il nano lo abbia sottratto e rapito loro. Il re ne prova grande dolore, pena e affanno, ma gli d sollievo al cuore la grande gioia che gli deriva dal ritorno della regina. Cos il dolore, a causa della gioia, viene meno: il re ha colei che desidera di pi, e il resto gli reca lieve pena. Mentre la regina era lontana dal paese, credo che le dame e le damigelle che non godevano del soccorso di un marito tennero consiglio e dichiararono di volersi sposare al pi presto. Cos in quell'assemblea decisero di bandire un combattimento e un torneo. La dama di Pomelegoi ne assume l'impegno per un campo, e per l'altro la dama di Noauz. Tutte dichiarano che non sprecheranno parole a parlare dei cattivi combattenti, ma che vorranno amare quanti si batteranno con valore. Faranno proclamare il torneo s che

se ne venga a conoscenza in ogni paese vicino e lontano, e lo faranno bandire per una data molto differita affinch vi possa partecipare pi gente. La regina fu di ritorno entro il termine che esse avevano fissato. E ora che sanno che ella giunta, molte si dirigono verso la corte e, presentatesi al re, insistono perch egli accordi loro un dono e prometta di fare a loro volont. Il re, prima di sapere cosa vogliono, si impegna a quanto gli chiederanno. Allora esse dichiarano che loro desiderio che egli permetta alla regina di assistere al torneo. E il re, che non era uso negare nulla, risponde che non contrario, se ella lo vorr. Le dame, liete di tale accordo, si presentano alla regina e le dicono senz'altro: Signora, non privateci di ci che il re ci ha donato. Di che si tratta? chiede loro la regina. Non me lo nascondete. Se voleste assistere al nostro torneo esse rispondono il re non intende trattenervi n impedirvelo. La regina dichiara che vi andr, dal momento che il suo signore gliene ha data licenza. Subito le dame inviano messaggeri per tutto il regno perch si sappia che nel giorno per il quale stato bandito il torneo condurranno con loro anche la regina. La notizia si diffonde per ogni dove, lontano e vicino, qua e l; e tanto divulgata e propagata che giunge nella terra da cui un tempo nessuno poteva tornare, e nella quale adesso era concesso di entrare e di uscire a chiunque lo volesse. La notizia s volata per il regno, ed stata riferita e riportata, che ha raggiunto un siniscalco di Meleagant, lo sleale, il traditore, che lo arda il fuoco dell'inferno! Quel siniscalco era il custode di Lancillotto: Meleagant, il suo nemico che gli portava odio mortale, lo aveva rinchiuso prigioniero in casa sua. Cos Lancillotto viene a conoscenza del torneo, della data e dell'ora fissate e, appena lo sa, i suoi occhi si riempiono di lacrime e il suo cuore di tristezza. La signora della casa lo vede addolorato e pensieroso e gli parla a colloquio privato. Signore gli chiede per l'amore di Dio e per la vostra anima, ditemi la verit: perch siete tanto mutato? Vi vedo rifiutare cibo e bevande, e non giocate n ridete pi. Potete rivelarmi senza alcun pericolo i vostri pensieri e quanto vi tormenta. Ah, signora, per l'amore di Dio, non vi meravigliate se sono rattristato! E' vero, provo grande sconforto perch non potr trovarmi nel luogo in cui si riuniranno i migliori del mondo, a quel torneo dove, mi sembra, accorre tutto il popolo. Pure, se a voi piacesse e se Dio vi rendesse generosa fino al punto di lasciarmi andare, potreste essere certa che mi porterei nei vostri confronti con tale lealt da tornare nella vostra prigione.

Invero ella risponde lo farei molto volentieri, se non paventassi di andare incontro con tale gesto alla mia morte e alla mia rovina. Ma tanto temo il mio signore, il vile Meleagant, che non oser farlo, poich egli metterebbe a morte mio marito. Non c' da stupirsi se ne ho paura: come voi ben sapete, egli malvagio. Signora, se il vostro timore che io non torni nella vostra prigionia subito dopo il torneo, vi far un giuramento che non infranger mai: nulla potr trattenermi dal rendermi vostro prigioniero appena la giostra avr avuto termine. In fede mia dice la donna ve lo concedo, ma a una condizione. Quale, signora? Signore ella risponde a patto che mi giuriate di tornare, e che, insieme, mi assicuriate che avr il vostro amore. Signora, sulla mia parola, al mio ritorno, vi dar tutto quello di cui potr disporre. Allora non posso contare su nulla! esclama ridendo la dama. A quanto capisco, avete consegnato e affidato a un'altra l'amore di cui vi ho richiesto. Tuttavia prender per me quel poco che potr avere senza provarne alcun disprezzo. Mi accontenter di ci che posso avere, ma voi mi dovete giurare che farete in modo di tornare nella mia prigione. Lancillotto presta il giuramento richiesto dalla dama, e giura sulla Santa Chiesa che certamente torner. Allora subito la dama gli affida le armi vermiglie del proprio signore, e il suo cavallo, che era bello, forte e focoso a meraviglia. Lancillotto monta in sella ed eccolo partito. coperto di una splendida armatura tutta nuova, e tanto cavalca che giunge a Noauz, dove si ferma e prende alloggio fuori citt. Mai un cavaliere di simile valore ha avuto un riparo come quello, ch era molto basso e angusto; ma egli non voleva alloggiare in un luogo in cui avrebbe potuto essere riconosciuto. Il castello era affollato da un gran numero di cavalieri tra i pi nobili e i pi prodi, ma di fuori ve ne erano assai di pi, perch per Ginevra ne erano venuti tanti che un quinto di essi non aveva potuto trovare alloggio in una casa. Sette contro uno non vi si sarebbero trovati se non vi fosse stata anche la regina. Per ben sette leghe all'intorno i baroni erano alloggiati in tende e ripari coperti di paglia. E straordinario era anche il numero delle dame e delle avvenenti damigelle. Lancillotto ha appeso lo scudo all'esterno dell'uscio del suo alloggio poi, per prendere riposo, si disarmato e disteso su un letto che certo non gli piaceva: era stretto e fornito di un sottile materasso coperto da un rozzo lenzuolo di canapa. Mentre giaceva disarmato su quello scomodo giaciglio, ecco sopraggiungere una vera canaglia, un araldo d'armi vestito della sola

camicia: aveva lasciato in pegno alla taverna la cotta e le brache, e correva a piedi nudi e senza mantello che lo proteggesse dal vento. Nota lo scudo davanti alla porta e si ferma a guardarlo, ma non pu ravvisarlo n sapere a chi appartenga, e tanto meno chi lo porter. Scorge aperto l'uscio della casa, entra, e vede Lancillotto disteso sul letto; cos lo riconosce. Allora si fa il segno della croce. Lancillotto lo guarda a sua volta e gli ingiunge di non parlare di lui dovunque vada: se dir in giro quanto sa, meglio gli varr essersi strappati gli occhi o spezzato il collo. Signore dice l'araldo ho sempre avuto, e non cesso di avere, grande considerazione per voi. Finch vivr, non far cosa che vi sia sgradita, per quante ricchezze mi possano essere offerte. Poi balza fuori della casa e se ne va, gridando a piena voce: giunto chi dar la misura! giunto chi dar la misura (10)! Cos urlava quel garzone, e da ogni parte le genti uscivano a domandargli cosa gridasse. Egli non ha il coraggio di spiegarsi, e si allontana continuando a ripetere le stesse parole. Sappiate che fu allora che per la prima volta fu pronunciata l'espressione: giunto chi dar la misura!. Quell'araldo fu per noi come un maestro, perch ci insegn tale modo di dire esprimendolo per la prima volta. Ecco che la folla gi riunita. Vi sono la regina con tutte le dame e i cavalieri e il loro seguito, e da ogni parte, a destra come a sinistra, si scorge un gran numero di sergenti. Sul luogo scelto per il torneo era stata eretta una larga tribuna di legno per la regina, le dame e le pulzelle; non si era mai visto un palco tanto lungo e cos splendidamente costruito. L'indomani vi si recano tutte al seguito della regina per assistere al torneo e per vedere chi combatter meglio e chi peggio. Ed ecco che giungono i cavalieri, a dieci a dieci, a venti a venti, poi trenta alla volta; ottanta da una parte, novanta dall'altra, poi cento; di qua di pi, due volte tanto di l! Tale l'assemblea davanti alla tribuna e tutto intorno, che la mischia ha inizio. I cavalieri entrano in lizza armati e senza l'armatura. Le lance sono tante che sembrano una grande foresta: coloro che intendono giostrare ne hanno fatte portare in tal numero che non si vede altro che lance, vessilli e gonfaloni. I combattenti muovono per dare inizio al torneo: trovano facilmente un gran numero di emuli venuti per lo stesso intento. Gli altri si preparano a loro volta a compiere diversi esercizi di cavalleria. Vi sono tanti cavalieri che praterie, terreni incolti e campi coltivati ne sono s affollati che sarebbe impossibile contare i contendenti. Lancillotto non compare al primo scontro; ma, quando l'araldo lo vede giungere attraverso il prato, non pu trattenersi dal gridare: Ecco chi dar la misura! Ecco chi dar la misura! Chi dunque? gli domandano, ma invano: egli non vuol dire nulla.

Lancillotto si unisce alla mischia, e valeva da solo venti dei migliori: prende a giostrare s bene che nessuno riesce a distogliere lo sguardo da lui, e tutti lo seguono con gli occhi ovunque si trovi. Nel campo di Pomelegoi era un cavaliere coraggioso e valente, montato su un cavallo scattante e pi veloce di un cervo di landa; era il figlio del re d'Irlanda e si batteva con abilit e ardimento. Pure, tutti preferivano quattro volte di pi il cavaliere sconosciuto e si domandavano febbrilmente: Chi quel cavaliere che giostra tanto bene? Allora la regina chiama in disparte una pulzella accorta e assennata e le dice: Damigella, dovreste portare un messaggio. Lo farete in fretta, perch di poche parole. Scendete dalla tribuna e andate dal cavaliere che imbraccia lo scudo vermiglio. Riferitegli a bassa voce quanto gli mando a dire: "al peggio". La damigella si affretta a eseguire con ogni cura il volere della regina. Segue il cavaliere finch gli accanto, poi, accorta e assennata qual , fa in modo che non la sentano n vicini n vicine, e dice: Signore, madama la regina vi manda a dire per mezzo mio quanto vi riferisco: "al peggio". A tali parole, Lancillotto risponde che lo far molto volentieri, da uomo interamente devoto al volere della regina. Poi muove incontro a un cavaliere a tutta la velocit a cui lo pu portare il destriero e lo manca, mentre avrebbe dovuto colpirlo. Da quel momento fino a sera non cessa di battersi peggio che pu perch quello il desiderio della regina. L'altro lo assale e non lo manca, anzi gli assesta colpi violenti e lo percuote duramente. Allora Lancillotto prende la fuga, e in tutto il giorno non volge mai pi il collo del destriero verso quell'avversario: anche a costo di rimanere ucciso, non compie pi un solo gesto in cui non veda grande onta, vergogna e disonore per s, e mostra di aver timore di quanti gli si fanno incontro. I cavalieri, che fino a quel momento avevano riposto in lui la loro stima, prendono a schernirlo e a gabbarlo, e l'araldo, che amava ripetere costui dar la misura!, avvilito e confuso, poich ode gli scherni e le derisioni di quanti gli dicono: Ma taci, amico! Costui non misurer pi gli altri! Ha misurato con tale energia che il suo metro, da te tanto celebrato, ha finito per spezzarsi! Sono molti quelli che si chiedono: Cosa significa? Un momento fa era cos coraggioso, e adesso tanto pusillanime che non osa fronteggiare un solo cavaliere. Forse si mostrava tanto bravo perch non aveva mai praticato il mestiere delle armi: per questo appena arrivato era s forte che nessun

avversario che avesse senno gli poteva resistere; agiva come un forsennato. Ora ha acquistato tanta esperienza delle armi che, finch avr vita, non avr pi voglia di portarle. Non gli regge il cuore, ed divenuto il pi codardo del mondo! Da parte sua, la regina non ne affatto dispiaciuta, anzi ne lieta: ci che vede le d grande piacere, perch ora sa per certo che quel cavaliere Lancillotto. Pure non ne parla con nessuno. Cos egli si fece prendere per codardo per tutta la giornata, fino a sera, quando il vespro inoltrato separ i contendenti. Al momento dei commiati, si accese una disputa accanita su chi fosse stato il migliore. Il figlio del re d'Irlanda era certo di aver meritato il premio del valore senza contrasti e senza opposizioni; ma si ingannava grandemente, perch ve n'erano stati molti pari a lui. Anche il cavaliere vermiglio aveva incontrato il favore delle dame e delle pulzelle pi nobili e avvenenti, tanto che esse per tutto il giorno non avevano fatto attenzione ad alcuno quanto a lui; avevano ben visto come si era battuto all'inizio, quanto era stato audace e coraggioso. Poi era divenuto cos vile da non osare pi di fronteggiare un avversario, s che anche i peggiori, se lo avessero voluto, avrebbero potuto sopraffarlo e prenderlo prigioniero. Ma tutti, cavalieri e dame, furono d'accordo di tornare al torneo l'indomani: le damigelle avrebbero preso per mariti coloro ai quali fosse toccato l'onore della giornata. Cos dissero e disposero, poi ciascuno rientr nel proprio alloggio. E quando furono nelle case, un po' dappertutto si cominci a dire: Dov' il peggiore, il pi imbelle, il pi spregevole dei cavalieri? Dove andato? Dove si rifugiato? Dove lo cercheremo? Dove lo troveremo? Forse non lo vedremo pi: Vilt lo ha messo in fuga dal luogo in cui egli si caricato di un tale fardello di codardia che in tutto il mondo non vi una creatura pi indegna. Certo, non ha torto: un vigliacco sta centomila volte meglio di un prode combattente. Vilt una dama molto ricca: egli l'ha baciata in segno di pace e ha avuto tutto quanto essa possedeva. Invero, Prodezza non si avvil mai tanto da alloggiare presso di lui o da sedergli al fianco. Vilt invece si riposta in lui per intero e vi ha trovato un ospite che la ama molto e la serve cos bene che, per renderle onore, perde il proprio. Cos lo scherniscono per tutta la sera coloro che si strozzano a forza di maldicenza. Spesso, per, chi parla male di un altro molto peggiore di colui che biasima e disprezza. Ciascuno dice di Lancillotto quanto gli piace. Giunto il mattino, tutti si preparano di nuovo e si recano al torneo. La regina, le dame e le pulzelle tornano a salire nella tribuna. Numerosi cavalieri, che tenevano loro compagnia e non indossavano le armature, poich erano prigionieri sulla parola ovvero

perch avevano preso la croce (11), indicavano alle dame i blasoni dei cavalieri che stimavano di pi. Vedete dicevano tra loro il cavaliere dallo scudo rosso attraversato da una banda d'oro? Governal di Roberdic. E vedete quello che lo segue e che sullo scudo ha apposto fianco a fianco un'aquila e un drago? il figlio del re di Aragona: venuto in questa terra per conquistare fama e onore. Vedete anche il suo vicino, che sprona e giostra con tanta abilit? Porta lo scudo partito in verde e azzurro, e sul verde dipinto un leopardo; Ignaur il Desiderato, l'amoroso e beneamato. E quello che sullo scudo porta i fagiani dipinti becco contro becco? Coguillant di Mautirec. E quei due l sui destrieri pomellati? Sull'oro dello scudo si vedono due leoni grigi. Uno si chiama Semiramis e l'altro il suo compagno: per questo hanno gli scudi dipinti alla medesima guisa. Vedete il cavaliere che sullo scudo ha l'immagine di una porta da cui sembra che esca un cervo? Ebbene, quello re Idiero! Cos dall'alto della tribuna passavano in rivista le armi dei combattenti. Quello scudo fu fatto a Limoges; da quella citt lo ha portato Pilade, che brama e desidera sopra ogni cosa di trovarsi nella mischia. Quell'altro, invece, di Tolosa, come anche le bande della sella e il pettorale del cavallo: lo ha portato il conte di Estraus. L'altro proviene da Lione sul Rodano: non ve n' uno altrettanto buono sotto il trono celeste; in cambio di un importante servigio da lui reso, lo ha ricevuto in dono Taulas della Terra Deserta, che sa imbracciarlo e bene e con esso difendersi con maestria. Quell'altro ancora fu fatto a Londra, ed opera di artigiani d'Inghilterra: vedete che vi sono dipinte due rondini che sembrano spiccarne il volo? Invece vi restano, e senza muoversi, pur sotto i fitti colpi delle spade d'acciaio del Poitou. Chi lo porta Thoas il Giovane. Passano in rassegna in ogni dettaglio le armature di quelli che conoscono, ma non vedono affatto le insegne di colui che avevano tanto disprezzato; dal momento che non si unito al torneo, credono che se ne sia andato. Anche la regina non lo scorge da nessuna parte; allora presa dal desiderio di mandare qualcuno a cercarlo attraverso i ranghi finch non riesca a trovarlo. E non sa chi potrebbe inviare che lo cerchi meglio di colei che il giorno prima lo aveva avvicinato dietro suo incarico. La chiama subito e dice: Andate, damigella, e montate sul vostro palafreno. Vi mando dal cavaliere di ieri. Cercatelo finch lo avrete trovato. Non vi attardate per nulla al mondo, e riferitegli che combatta ancora "al peggio". Quando lo avrete esortato in tal modo, ascoltate con attenzione la sua risposta. La damigella non perde un istante: la sera prima aveva badato a

osservare da quale parte si era diretto il cavaliere alla partenza, poich non dubitava che gli sarebbe stata inviata di nuovo. Si aggira tra le schiere finch riesce a scorgerlo, e corre a consigliargli di giostrare nuovamente al peggio, se vuole essere nel cuore e nel favore della regina; tale il messaggio che stata incaricata di portare. Dal momento che questo il suo comando le risponde il cavaliere sia fatta la sua volont. La damigella torna subito dalla regina. Intanto valletti, scudieri e sergenti si mettono a urlare tutti insieme: Prodigio! Guardate l'uomo dalle armi vermiglie! tornato, ma perch? Non c' al mondo creatura pi imbelle, spregevole e codarda. Vilt l'ha in proprio potere, ed egli non pu fare nulla contro di essa. La fanciulla, nel frattempo, tornata dalla regina, che non le lascia un istante di tregua prima di aver ascoltato la risposta che le procura grande gioia. Ora sa per certo che quel cavaliere proprio colui cui ella appartiene per intero, e che le appartiene nel modo pi completo. Allora dice alla pulzella di tornare in gran fretta da lui per dirgli che la regina gli ordina e lo prega di battersi al meglio che potr. La pulzella risponde che vi andr immediatamente e senza richiedere dilazioni. Scende dalla tribuna sul campo dove l'aspettava un suo garzone che le teneva il cavallo. Monta in sella e si affretta finch trova il cavaliere. Signore gli dice adesso madama mi invia a dirvi che giostriate "al meglio" che potrete. Le riferirete egli le risponde che non c' cosa che a lei sia gradita che mi dispiaccia fare. Mi grato tutto ci che a lei d piacere. La damigella non certo tarda a riferire la risposta, perch pensa che recher grande gioia e conforto alla regina; cos si dirige verso la tribuna per la via pi breve. La regina si alzata e le andata incontro, senza per scendere dal palco: si fermata ad aspettarla in cima alla scala. La fanciulla, abile a riferire a meraviglia il messaggio, arriva, prende a salire i gradini e, quando ha raggiunto la regina, le dice: Signora, non vidi mai un cavaliere tanto compiacente. Intende eseguire esattamente ogni vostro ordine, al punto che, a dire il vero, mostra di gradire al medesimo modo il male come il bene. In fede mia dice la regina pu ben essere cos. Poi torna sulla tribuna a guardare i cavalieri. Lancillotto non attende oltre, poich arde dal desiderio di far mostra di tutto il proprio valore. Imbraccia lo scudo per le

corregge, raddrizza il collo del destriero e lo slancia tra due ranghi di cavalieri. Presto rimarranno sbigottiti tutti quelli che egli ha ingannati e tratti in errore; hanno speso parte del giorno e della notte a schernirlo e, per molte ore, non hanno cessato di divertirsi alle sue spalle! Il figlio del re d'Irlanda, imbracciato lo scudo, gli sprona contro a briglia sciolta dall'altra parte del campo. Si urtano e, d'un tratto, il figlio del re d'Irlanda non ha pi voglia di prendere parte alla giostra: ha spezzato e rotto la lancia, perch non ha certo colpito sulla schiuma, ma sulle assi stagionate e dure di uno scudo. In quello scontro Lancillotto gli ha mostrato una delle proprie prodezze: gli ha sospinto lo scudo contro il braccio e serrato il braccio contro il costato, poi l'ha trascinato a terra gi dal cavallo. Subito, dai due campi i cavalieri si slanciano in avanti, spronano e vanno all'assalto, gli uni per liberare il caduto, gli altri per sopraffarlo; i primi infatti pensavano di soccorrere il proprio signore, e per lo pi vuotano le selle nella mischia e nella battaglia. Per tutto quel giorno Galvano, che si trovava al torneo con gli altri, non si era armato: provava un tale piacere a vedere le prodezze del cavaliere dalle armi tinte di sinopia che quelle compiute dagli altri impallidivano e gli apparivano sbiadite. Quanto all'araldo, egli si rincuorato tanto che grida davanti a tutti: arrivato chi dar la misura! Oggi vedrete cosa sapr fare! Oggi si vedr la sua prodezza! Allora il cavaliere fa prendere al cavallo una nuova direzione e si slancia al galoppo contro un avversario tra i pi valorosi, lo colpisce e lo getta a terra cento piedi o pi lontano dal cavallo, poi si mette a combattere di spada e di lancia con tale maestria che non vi un solo uomo uso alle armi che non si rallegri molto nel vederlo. Anche molti tra i contendenti se ne dilettano e ne provano piacere, perch davvero divertente vedere come faccia stramazzare cavalli e cavalieri insieme. Tra quanti assale, sono ben pochi quelli che rimangono in sella, ed egli regala a quanti li vogliono i cavalli che si assicura. Allora, coloro che lo avevano schernito a lungo dicono: Siamo disonorati e perduti! Eravamo in grande torto quando lo disprezzavamo e lo umiliavamo. Certo, egli da solo vale un migliaio di tutti i prodi che sono in questo campo. Ha vinto e superato tutti i cavalieri del mondo, poich nessuno in grado di misurarsi con lui. E le damigelle, che non cessavano di seguirlo con gli occhi, si dicevano che sfumava la speranza di prenderlo per marito. Non osavano confidare nella propria bellezza o nella propria ricchezza, n nello

splendore della loro nobile nascita, al punto da sperare che quel cavaliere si degnasse di sposare una di loro per le sue attrattive o la sua fortuna: egli era infatti di troppo grande valore. Tuttavia, quasi tutte dichiararono e fecero voto che per tutto l'anno non avrebbero preso altro marito che lui, n si sarebbero fatte dare ad altro sposo o signore. La regina, che ascolta le loro vanterie, ne ride e se ne fa beffe tra s e s: sa bene che colui che piace a tutte non sposerebbe la pi bella, la pi avvenente e nobile tra quelle pulzelle, nemmeno se gli fosse offerto tutto l'oro dell'Arabia. Tutte hanno lo stesso desiderio, ciascuna vorrebbe per s quel cavaliere, e sono gelose le une delle altre come se gi fossero sue spose. Lo vedono s abile e tanto lo preferiscono a ogni altro, che pensano e credono che nessuno sia capace di compiere simili prodezze d'armi. Lancillotto si batt s bene che, quando giunse il momento di separare i contendenti, in entrambi i campi si afferm, senza tema di mentire, che il cavaliere dallo scudo vermiglio non aveva trovato rivali. Lo dicevano tutti, ed era la verit. Ma alla fine del torneo egli lasci cadere lo scudo, la lancia e il mantello l dove vide che la folla era pi fitta, e si allontan a grande andatura. And via cos in segreto che non se ne accorse nessuno di quanti si trovavano all'assemblea. Per tenere fede al giuramento fatto, si mise lesto in cammino diretto nel luogo da cui era venuto. Cos, finite le giostre, tutti presero a cercarlo e a chiedere di lui, ma non lo trovarono affatto: era fuggito e non voleva essere riconosciuto. I cavalieri che, se avessero potuto trovarlo, ne sarebbero stati molto lieti, ne provarono invece dolore e affanno. E se essi erano rattristati per quella brusca partenza, le damigelle, quando ne vennero a conoscenza, ne ebbero una pena ben pi grande. Nel nome di san Giovanni dichiararono che per quell'anno non avrebbero preso marito: poich era loro sfuggito quello che volevano, avrebbero reso la libert a tutti gli altri. Cos il torneo si concluse senza che una sola avesse scelto il proprio signore. Lancillotto non si attard. Tornava veloce nella sua prigione, ma il siniscalco era giunto due o tre giorni prima di lui e aveva chiesto dove fosse. La dama gli aveva risposto la verit: ella gli aveva affidate le armi vermiglie del marito perfettamente approntate insieme all'equipaggiamento e al cavallo, e lo aveva lasciato andare a prendere parte al torneo di Noauz. Ah, signora! aveva esclamato il siniscalco. Non avreste potuto far di peggio! Temo che me ne deriver un grave danno: il mio signore Meleagant mi tratter peggio di come farebbe il gigante se facessi naufragio (12). Appena lo sapr, morir tra i tormenti, e certo egli

non avr piet di me. Bel signore, non vi turbate aveva risposto la dama non dovete nutrire un simile timore. Nulla potr trattenere Lancillotto: mi ha giurato sulle reliquie dei santi che sarebbe tornato pi presto che avesse potuto. Allora il siniscalco era montato a cavallo; era andato dal suo signore e gli aveva riferito tutta la faccenda e l'avventura. Meleagant era stato pienamente rassicurato dal fatto che il siniscalco gli aveva detto come la moglie avesse ricevuto da Lancillotto il giuramento che sarebbe tornato in prigione. So bene che egli non sar mai spergiuro aveva detto. Pure, sono molto addolorato per quanto ha fatto vostra moglie: non avrei voluto ad alcun costo che Lancillotto partecipasse al torneo. Ora andate e, quando egli sar tornato, badate che sia rinchiuso in una prigione da cui non possa uscire, e nella quale non abbia alcun agio di disporre di se stesso. Affrettatevi ad avvertirmi. Sar fatto secondo i vostri ordini aveva risposto il siniscalco; poi era andato via, e aveva trovato che Lancillotto era tornato ed era nuovamente prigioniero nella sua dimora. Un messaggero torna indietro di corsa: il siniscalco lo invia a Meleagant per il cammino pi breve perch gli riferisca del ritorno di Lancillotto. Appena Meleagant ne a conoscenza, fa venire muratori e carpentieri che, per volere o per forza, faranno quanto egli ordiner loro. Ha mandato a chiamare i migliori del paese e ha comandato che costruiscano una torre: prenderanno cura di trarre la pietra e di erigerla al pi presto vicino al mare. Infatti, nei pressi di Gorre corre un braccio di mare vasto e largo, e in mezzo vi un'isola che Meleagant conosce bene. Egli ordina che da quell'isola siano tratti la pietra e il legname per erigere la torre. In meno di cinquantasette giorni essa portata a termine, forte e possente, alta e larga. E quando costruita, Meleagant vi fa condurre Lancillotto. Poi comanda che siano murate le porte e costringe tutti i muratori a giurare che non parleranno mai dell'esistenza di quella torre: vuole in tal modo che sia del tutto ignorata. Inoltre, non vi fa praticare n porte n ingressi: l'unica apertura era una finestrella. Lancillotto vi fu costretto in prigione; gli davano da mangiare, scarsamente e con difficolt, attraverso quella piccola finestra di cui vi ho ora parlato, cos come era stato ordinato da quel traditore colmo di slealt (13). Adesso Meleagant ha tutto quanto voleva! Allora si dirige alla corte di re Art. Eccolo arrivato e, giunto davanti al re, prende a parlare pieno di tracotanza e di superbia. Re dice ho convenuto di condurre una battaglia alla tua presenza

nella tua corte. Ma non vedo affatto Lancillotto, che si impegnato a sostenerla contro di me. Tuttavia gli presento, come devo, la mia offerta di battaglia davanti a tutti quanti mi ascoltano. Se si trova qui, si faccia avanti, e tenga fede a un impegno che io stabilisco, nella vostra corte, da qui a un anno. Non so se vi furono mai riferiti i modi e i patti secondo i quali questa sfida fu lanciata, ma vedo dei cavalieri che erano presenti all'accordo e che, se vi volessero rivelare la verit, potrebbero ben farlo. Se, tuttavia, Lancillotto intende contraddirmi, io non assolder un mercenario, ma dimostrer il vero contro la sua stessa persona. La regina, che in quel momento sedeva accanto al re, lo trae verso di s e prende a dirgli: Sire, sapete chi costui? Meleagant, che mi rap quando ero sotto la salvaguardia del siniscalco Keu, cui caus molto danno e vergogna. Signora le ha risposto il re ho capito bene. So perfettamente che colui che tenne la mia gente in esilio. Allora la regina tace. Il re si rivolge a Meleagant, e dice: Amico, che Dio m'aiuti, non abbiamo alcuna notizia di Lancillotto, e questo ci causa grande dolore. Sire e re risponde Meleagant Lancillotto mi disse che lo avrei sicuramente trovato qui, e io non devo reclamare questo scontro altro che nella vostra corte. Voglio che tutti i baroni qui presenti mi siano testimoni che io lo indico da qui a un anno, secondo l'accordo stipulato nel luogo in cui ci battemmo. A tali parole, si alza in piedi messer Galvano, cui il discorso che ha udito ha arrecato profondo dolore. Signore dice Lancillotto non si trova in alcuna parte di questa terra; ma noi lo manderemo a cercare e, se piacer a Dio, lo troveremo prima che l'anno sia trascorso, se non morto o rinchiuso in prigione. Se egli non verr, aggiungo, accordatemi il consenso di battermi e di lottare contro di voi. Se Lancillotto non sar tornato entro il giorno stabilito, mi armer io al posto suo. Ah, nel nome di Dio, bel sire e re esclama Meleagant concedeteglielo! Egli reclama lo scontro, e io ve ne prego: non c' al mondo un cavaliere con il quale mi misurerei pi volentieri, salvo Lancillotto. Ma sappiate per certo che, se non sar uno di questi due a battersi con me, non accetter altro scambio n baratto. Il re consente a tale richiesta, se Lancillotto non giunger a tempo. Allora Meleagant parte; lascia la corte di Art e non si ferma finch ha raggiunto il padre Baudemagu. Davanti a lui, perch ben si palesi il proprio valore e la propria importanza, si mostra altezzoso. Quel giorno il re festeggiava l'anniversario della propria nascita nella sua citt di Bath; per questo aveva indetto una corte lieta, grande e plenaria, e con lui era venuta molta gente di diversa

condizione. Il palazzo traboccava di cavalieri e di pulzelle, e tra queste ultime vi era la sorella di Meleagant, di cui pi avanti vi narrer il mio pensiero e il mio proposito. Adesso non voglio farne menzione, perch al mio racconto non conviene che ne parli a questo punto: non intendo guastarlo, corromperlo o alterarlo, ma condurlo su un cammino buono e diretto. Per ora sappiate solo che, poco dopo il suo arrivo, Meleagant si rivolse al padre a voce alta perch lo potessero udire tutti, il popolo minuto come i nobili. Padre disse che Dio vi salvi, vi prego di rispondermi francamente: non ha motivo di grande gioia, e non forse un uomo di valore colui che si fa temere alla corte di re Art in virt delle proprie qualit cavalleresche? Il padre non ascolta altro, e risponde alla domanda. Figlio dice quanti sono di animo nobile devono rendere onore e servigi a colui che capace di meritarli, e conservarne l'amicizia. Poi lo lusinga e lo prega di non nascondergli perch abbia parlato in tal modo; che gli dica cosa cerca e cosa vuole, e da dove viene. Sire gli risponde il figlio Meleagant non so se ricordate i termini dell'accordo che furono espressi e proclamati quando voi induceste pace tra me e Lancillotto. Penso che dobbiate rammentare bene che ci fu detto, davanti a numerosi testimoni, che avremmo dovuto presentarci entrambi alla corte di Art al termine di un anno. Io vi andai quando era mio dovere, pronto a rispettare l'impegno che mi ci aveva portato. Ho fatto tutto quanto era giusto: ho domandato e richiesto Lancillotto contro il quale mi dovevo battere, ma non sono riuscito n a trovarlo n a vederlo; fuggito e si tiene in disparte. Ora sono tornato con questa intesa: Galvano mi ha assicurato sul proprio onore che, se Lancillotto non pi in vita e non si presenta entro il termine stabilito, non si fisser un'altra dilazione; mi ha detto e promesso che egli stesso si batter contro di me in luogo di Lancillotto. risaputo che tra i cavalieri di Art nessuno pi rinomato di Galvano ma, prima che fioriscano i sambuchi, io vedr, se verremo alle armi, se le sue imprese si accordano con la sua fama. Come vorrei che fosse proprio adesso! Figlio dice il padre ora, invero, ti fai giudicare sciocco, e a buon diritto. Chi prima non ne era a conoscenza, adesso ha appreso, e dalla tua stessa bocca, quale sia la tua follia. E' vero che un animo nobile pu essere umiliato, ma chi folle e tracotante non potr mai liberarsi dalla propria sciocchezza! Figlio, per te che parlo: il tuo animo duro e insensibile, e interamente privo del dolce sentimento dell'amicizia. Il tuo cuore non ha davvero piet, e tu sei del tutto preda della follia. Per questo ti tengo in cos poca stima: questo far la tua onta. Possiedi del valore? Non mancher chi ne far testimonianza al momento opportuno. Non da valent'uomo lodare il

proprio coraggio per esaltare le proprie gesta: i fatti trovano lode in se stessi. Gli elogi che tu stesso ti rivolgi non ti aiutano ad accrescere la tua fama nemmeno per il valore di un'allodola; anzi, la diminuiscono di molto. Figliolo, io ti ammonisco, ma a che serve? Ha poco valore quel che si dice a uno sciocco. Chi vuole liberare un folle della sua follia non fa che adoperarsi invano. A che vale ammaestrare e dar lezioni di saggezza a colui che si astiene dal farne pratica? Subito essa si dilegua e va perduta. Ora Meleagant davvero turbato fino a perderne il senno. Posso dirvi per certo che non vedeste mai un mortale nato da donna infuriato quanto lui, e per il suo corruccio fu allora infranto il loro accordo. Egli si rivolse al padre senza alcuna cortesia e gli disse: E' forse un sogno, oppure siete voi che sognate, quando dite che io sono fuor di senno poich vi narro quanto faccio? Credevo di essere venuto da voi come dal mio signore e padre ma, a quanto sembra, non cos: voi mi insultate e, a mio parere, mi umiliate pi di quanto dovreste, n mi sapete dare ragione del perch abbiate preso ad agire in tal modo. Lo so bene. Qual dunque il motivo, secondo voi? In te non vedo che ira e follia. Conosco bene il tuo cuore malvagio che ti sar causa di molto altro danno. Maledetto chi penser che Lancillotto, il perfetto cavaliere che da tutti apprezzato salvo che da te, sia fuggito perch ti temeva! Forse invece non pi di questo mondo, ovvero chiuso in una prigione la cui porta s ben serrata che egli non ne pu uscire senza che altri gliene dia il congedo. Invero, proverei un vivo dolore se egli fosse morto o ferito; sarebbe davvero una perdita troppo gravosa se una creatura tanto nobile, bella, coraggiosa e moderata fosse scomparsa anzi tempo! Ma piaccia a Dio che non sia vero! Poi Baudemagu tace. Ma la sua giovane figlia aveva sentito e ascoltato quanto egli aveva detto ed esposto, e sappiate che era proprio colei che menzionai poc'anzi nel mio racconto. Ella non affatto lieta di udire tali notizie di Lancillotto, e ben intende che era tenuto prigioniero in un luogo nascosto, poich non se ne trovavano n tracce n notizie in alcuna parte. Dio non ponga i Suoi occhi su di me pensa se prender riposo prima di averne avute notizie certe e veritiere. Poi, senza indugio e senza far rumore n discorsi, si affretta a montare su una bella mula dall'andatura tranquilla. Io per vi devo dire che ella non sapeva affatto da quale parte dirigersi al momento in cui lasci la corte. Lo ignora, e non fa domande, ma imbocca la prima strada che trova e la percorre a grande andatura: non sa dove stia andando, ma solo che

all'avventura, senza compagnia di cavalieri e di sergenti. Ella si affretta perch desidera vivamente di conseguire il fine della propria ricerca. In tale impresa si impegna con ogni ardore, ma non la porter certo a termine in breve tempo. Bisogna che non riposi n si fermi a lungo in uno stesso luogo se vuole condurre a buon fine ci per cui si adopra: trarre Lancillotto di prigione, se lo trova e purch gliene sia concessa la possibilit. Credo che prima che lo possa incontrare o averne una qualche notizia dovr condurre ricerche e percorrere ed esplorare molti diversi paesi. Ma a cosa vi varrebbe se vi raccontassi le sue giornate di viaggio e le tappe che fece? Ha percorso tante strade a monte e a valle, su e gi, che passato pi di un mese e non ha potuto apprendere nulla di pi n di meno di quanto gi sapeva prima; cio, niente del tutto. Un giorno che attraversava un campo, addolorata e pensierosa, vide in lontananza una torre situata sulla riva di un braccio di mare; per una lega all'intorno non vi erano n case, n capanne o dimore: l'aveva fatta costruire Meleagant, che vi aveva imprigionato Lancillotto. La pulzella non lo sapeva; pure, appena l'ebbe scorta, vi fiss lo sguardo senza poterlo pi volgere altrove. Il cuore le disse con chiarezza che si trattava di ci che tanto aveva inseguito, e che ora ella era riuscita nell'intento. Fortuna, che a lungo l'aveva fatta andare errabonda, adesso l'aveva condotta sulla giusta via. La pulzella si avvicina alla torre, e tanto cammina che giunge a toccarla. Ne compie il giro, tende l'orecchio e ascolta con ogni attenzione: forse udr qualcosa che potrebbe rallegrarla. Guarda in basso, osserva in alto, e vede che la torre larga e alta; ma ci che la meraviglia che non vi scorge n porta n finestra, salvo una sola, piccola e stretta. E la torre stessa, che si eleva diritta verso l'alto, non ha neanche scala n gradini. Cos, ella pensa che sia stata fatta in tale guisa di proposito, e che vi sia rinchiuso Lancillotto: prima che ella consenta a mangiare, per quanto poco, sapr se vero o no. Decide allora di chiamarlo per nome, e sta per farlo. Ma ritarda, perch, prima di parlare, sente che dall'interno della torre una voce, colma di dolore, invoca la morte. Chiede morte, ed esprime un affanno profondo; soffre, e vuole perire. Ha disprezzo a un tempo della vita e della propria persona e, a voce bassa e rauca, mormora debolmente: Ah, Fortuna, come ha girato malamente per me la tua ruota! La facesti ruotare per mia sventura; mi trovavo alla sommit, e ora sono in basso. Possedevo ogni bene, ora non ho che male. Mi sorridevi, e adesso piangi per me. Ahim, meschino, perch hai avuto fiducia in lei, che ti ha abbandonato cos presto? E' proprio vero, in breve mi ha precipitato tanto in basso da s grande altezza! Fortuna, facesti

molto male a ingannarmi, ma a te che importa? Nulla, comunque vadano le cose. Ah, Santa Croce, Spirito Santo, fino a che punto sono perduto e rovinato! Ah, Galvano, voi che siete dotato di ogni valore, che non avete pari per generosit, sono invero molto meravigliato che non accorriate a soccorrere me che sono cos interamente perduto! Davvero tardate troppo, e non agite con cortesia. Colui che un tempo amavate tanto avrebbe diritto al vostro aiuto. Posso affermare in tutta verit che non vi un solo luogo appartato o recesso nascosto di qua e di l dal mare dove io non vi avrei cercato per sette o dieci anni almeno, fino a quando vi avessi trovato, se vi avessi saputo prigioniero. Ma perch continuo a dibattere? Ai vostri occhi non ho abbastanza valore perch voi vi diate pena per me! Dice bene il villano che non cosa facile trovare un compagno; nell'avversit che si pu mettere alla prova un vero amico. Ahim, pi di un anno da quando fui imprigionato in questa torre! Galvano, un'indegnit che mi abbiate abbandonato in un luogo simile. Ma forse non lo sapete, forse vi rimprovero a torto. Certo, cos, e ne convengo: credendolo, commisi un'azione oltraggiosa e malvagia, poich sono certo che nulla sotto la volta del cielo avrebbe potuto impedire alle vostre genti e a voi stesso di venire a strapparmi a questa sventura e a questo danno, se aveste conosciuto la verit. E avreste ben dovuto farlo per amicizia e per affetto: questo ci che invero penso quando parlo di voi. Ma niente, non pu essere! Ah, sia maledetto da Dio e da san Silvestro, e che Iddio lo porti a dannazione, colui che mi condusse a tale ignominia! Meleagant, il pi malvagio tra i mortali, che per invidia mi inflisse tutto il male che pot! Poi, colui che logorava la propria vita nel dolore, tacque e si calm. Ma la damigella che aspettava ai piedi della torre aveva udite le sue parole: ora sapeva di essere giunta dove desiderava. Non attende oltre e, da pulzella assennata, lo chiama Lancillotto pi forte che pu. Amico, rispondete a un'amica, voi che siete lass! Ma il prigioniero non la ode affatto. Allora ella si sforza sempre di pi, finch colui che, nell'interno, al limite delle proprie forze, la sente e si stupisce: che pu mai essere a chiamarlo cos? Intende la voce, comprende che lo chiamano, ma non sa da chi provenga quell'appello: crede che sia un fantasma. Si guarda intorno da ogni parte e cerca di vedere qualcuno, ma non scorge che la torre e la sua propria persona. Dio! esclama cosa ho udito? Sento parlare e non vedo nulla! In fede mia, questo pi che un portento, perch non dormo, anzi sono ben sveglio. Forse, se mi fosse avvenuto in sogno, avrei creduto che si fosse trattato di un'illusione; ma veglio, e per ci mi tormento.

Allora si alza non senza pena e lentamente e a poco a poco si avvicina alla piccola apertura. Quando l'ha raggiunta, vi si appoggia per cercare di vedere verso l'alto e verso il basso, davanti e di fianco. Volge gli occhi all'esterno e guarda quanto meglio pu, cos scorge colei che lo ha chiamato. Non la riconosce, per la vede. Ma ella lo ravvisa subito e gli dice: Lancillotto, vengo da lontano alla vostra ricerca, e ora, grazie a Dio, sono riuscita a trovarvi. Sono colei che vi richiese un dono quando vi dirigevate verso il Ponte della Spada. Voi mi accordaste di buon cuore quanto vi avevo domandato, cio la testa del cavaliere che avevate vinto. Io ve la feci mozzare, perch egli non mi era affatto caro. Per il dono che mi accordaste e per il servigio che mi rendeste mi sono accinta a questa gravosa impresa. Per questo vi far uscire da qui. Pulzella, siate ringraziata risponde allora il prigioniero. Il favore che vi resi mi sar ben ripagato se sar liberato da questa torre. Posso affermare per vero, e vi posso promettere, che sar per sempre al vostro servizio se con l'aiuto di san Paolo l'apostolo riuscirete a trarmi da questa prigione. Ch'io possa vedere il volto di Dio: non vi sar un solo giorno in cui non eseguir ogni vostro ordine. Vi dar senza indugio qualunque cosa mi chiederete, e che io abbia. Amico, non ne dubitate affatto: sarete liberato! Oggi stesso sarete lasciato andare in piena libert: nemmeno per mille libbre d'oro mi asterrei dall'adoprarmi perch usciate prima di giorno. Poi vi condurr in un luogo in cui potrete soggiornare e riposare a lungo e a vostro agio. Se vorrete, avrete tutto quanto vi sar gradito. Non vi tormentate. Ma prima devo cercare in questi luoghi, dovunque sia, uno strumento che vi permetter di allargare quell'apertura in modo che ne possiate uscire. Che Iddio vi conceda di trovarlo! esclama Lancillotto, che ne conviene. Io ho qui corda in abbondanza: mi fu data dai sergenti perch ne issassi i miei pasti fatti di pane d'orzo secco e di acqua torbida, che mi turba il cuore e il corpo. Allora la figlia di Baudemagu trova un piccone solido, massiccio e appuntito e subito lo consegna al cavaliere. Egli prende a colpire con ardore, picchia, percuote e urta e, per quanto gli sia penoso, alla fine apre un varco da cui esce facilmente. Sappiate che ora si sente sollevato e pieno di gioia: uscito di prigione e si allontana dal luogo in cui tanto a lungo stato murato. Adesso all'aperto, all'aria libera e siate certi che, se anche tutto l'oro che disperso per il mondo fosse raccolto in un solo mucchio e gli venisse donato e offerto, egli non vorrebbe invero tornare indietro. Ecco Lancillotto liberato. Era cos esausto che vacillava per il

languore e la debolezza. La pulzella lo fa montare davanti a s sulla mula, poi se ne vanno a grande andatura. Ma ella, perch nessuno li veda, esce a bella posta dalla strada; cos cavalcano in segreto, perch forse, se la fanciulla avesse proceduto sotto gli occhi di tutti, assai presto qualcuno, riconosciutala, avrebbe potuto recare loro danno; ed ella non voleva. Per ci, si tiene lontana dai passi infidi e si dirige a un'abitazione bella e amena in cui amava rifugiarsi e prendere riparo. In quella dimora tutti erano pronti a renderle servizio; era un luogo benedetto dall'aria salubre e dai molti alberi e, inoltre, molto appartato. L giunto Lancillotto. Appena vi ha messo piede, la damigella gli toglie le vesti e lo fa coricare con delicatezza in un letto comodo e alto. Poi si adopra a fargli il bagno e lo cura con tali attenzioni che non potrei riferirvene nemmeno la met. Lo massaggia con dolcezza, come avrebbe fatto a un padre; lo ristora, lo rimette in forze, lo cura e lo cambia. Ora Lancillotto non ha pi l'aspetto di un infelice divorato dalla rogna e dall'inedia: quando infine si alza forte e bello, non meno avvenente di un angelo. La fanciulla aveva fatta recare per lui la veste pi ricca che aveva trovata. Quando Lancillotto lascia il letto, ella lo aiuta a indossarla; egli ne lieto e si sente pi leggero di un uccello in volo. Bacia e abbraccia la damigella e amabilmente le dice: Amica, devo ringraziare solo Iddio e voi stessa per la mia salvezza e per la mia guarigione. Per merito vostro fui tratto dalla prigionia: voi potrete perci disporre del mio cuore, del mio corpo, dei miei servigi e dei miei averi a vostro piacere e nella misura che vorrete. Ci che avete fatto per me tale che io vi appartengo interamente. Tuttavia, passato troppo tempo da che ho lasciato la corte del mio signore re Art; egli mi ha sempre tenuto in grande onore, e io avrei da compiere presso di lui un importante dovere. Ora, mia generosa e dolce amica, per l'affetto che vi devo vi prego di concedermi il permesso di recarmici. Se vi piacesse, vi andrei di buon cuore. Lancillotto risponde la pulzella bello, dolce e caro amico, certo che ve lo accordo. Io non desidero che quanto torna a vostro vantaggio e a vostro onore, dove che sia, qui come l. E gli fa dono di un suo splendido cavallo, il pi bello che si vide mai. Egli monta in sella e pone il piede nella staffa senza impetrare un nuovo congedo, n pronuncia altra parola. Poi si raccomandano sinceramente a Dio, che non mai fallace. Lancillotto si mette in cammino con grande letizia nel cuore; anche se mi fossi impegnato con giuramento, non potrei, per quanto mi adoprassi, descrivere la gioia di cui fa mostra per essere sfuggito

in tal modo alla prigione in cui era stato rinchiuso. Pure, non cessa di ripetersi che quel traditore indegno della propria schiatta l'ha tenuto prigioniero per sua stessa sventura. Ora gabbato e ingannato. suo malgrado che ne sono uscito si dice. Allora giura sul corpo e sul cuore di Colui che cre l'intero mondo che non vi sono ricchezze, da Babilonia a Gand, per le quali gli concederebbe scampo, se riuscir a tenerlo in proprio potere e a sconfiggerlo: troppo gravi sono l'oltraggio e l'onta che Meleagant gli ha fatto. Ma presto la faccenda proceder s che, a tempo debito, egli riuscir a fare quanto si propone, perch proprio quello stesso Meleagant che Lancillotto minaccia e gi incalza da vicino, era in quel giorno giunto alla corte, senza che alcuno ve lo avesse chiamato. Vi era appena arrivato, che richiese insistentemente di Galvano, finch ottenne di incontrarlo. Allora quel malvagio, traditore ormai provato, domand se fosse stato visto e trovato Lancillotto, come se non ne sapesse niente. Invero non sapeva tutto, ma credeva di essere molto bene informato. E Galvano gli ha risposto con sincerit: egli non lo aveva visto, e Lancillotto non era pi tornato. Poich mi accade di aver trovato voi dice allora Meleagant venite a tener fede al patto che avete stipulato con me. Non intendo aspettare oltre. Se piacer a Dio, nel quale ripongo la mia fede dice Galvano presto far fronte agli impegni presi. Credo che vi pagher i miei debiti a misura. Ma se giochiamo come ai dadi a chi getta pi punti, e io ne getter pi di voi, allora, con l'aiuto di Dio e della Santa Fede, non vi dar tregua finch non avr raccolto tutta la somma in palio. Poi comanda che sia subito steso davanti a lui un tappeto, e gli scudieri eseguono il suo ordine senza esitazione e senza indugio, e si adoprano a fare, di buona voglia e senza disappunto, quanto egli ha chiesto. Prendono il tappeto e lo dispiegano l dove Galvano ha loro ordinato. Egli vi pone senza indugio i piedi e domanda ai valletti, che gli sono innanzi ancora senza mantello, che lo armino mentre egli vi si trova. Ve ne erano tre, abili ed esperti a dire il vero: non so se fossero suoi cugini o nipoti. Lo armarono con perizia e con tale arte s che non vi fu nessuna cosa al mondo per la quale li si potesse rimproverare, o una pecca che si potesse rivelare nel loro operato. Dopo averlo rivestito delle armi, uno dei valletti va a prendere un destriero spagnolo, miglior corridore per boschi e campagne, per alture e valli di quanto fosse l'ottimo Bucefalo (14). Su tale cavallo che, come avete udito, era nobile e pregiato, mont Galvano, cavaliere di grande rinomanza, il pi cortese su cui mai fu fatto il

segno della croce. E stava gi per afferrare lo scudo, quando vide davanti a s Lancillotto che smontava. Non lo aspettava di certo, cos lo guarda stupito per la comparsa subitanea. Se non affermo menzogna, la sua meraviglia non sarebbe stata maggiore se in quel momento lo avesse visto cadere gi dal cielo davanti ai propri occhi. Ma quando si avvede che si tratta davvero di Lancillotto, nessuna premura o necessit gli potrebbe impedire di smontare a terra. Gli si fa incontro a braccia tese, lo abbraccia, lo saluta, lo bacia; ha ritrovato il compagno, e ne prova grande gioia e sollievo. Vi dir una verit dimostrata, e quindi non rifiutate di credermi: in quel momento Galvano non avrebbe voluto essere eletto re, se questo lo avesse privato dell'amico. Gi Art e tutte le sue genti sanno che Lancillotto, a dispetto di chiunque, tornato sano e salvo dopo s lunga prigionia. Cos, tutti manifestano insieme la propria gioia, e la corte, che l'ha atteso a lungo, si riunisce per festeggiarlo. Non vi alcuno, giovane o in et avanzata, che non ne sia lieto. La gioia allontana e cancella il dolore che prima regnava nella corte: la tristezza fugge e lascia posto alla letizia, il cui richiamo trasporta nuovamente ogni cuore. E la regina? Non presente a tali festose manifestazioni? S, certo, ed la prima. E come? In nome di Dio, dove avrebbe dovuto essere, dunque? Ella non prov mai una gioia pi grande di quella che le dette il ritorno di Lancillotto. Non avrebbe dovuto andargli incontro? In realt, gli cos vicina che manca poco che segua il proprio cuore con tutta la persona. E dov'era il cuore? Baciava Lancillotto e gli faceva festa. E perch il corpo si nascondeva? La gioia non era dunque piena? Vi erano forse in lei odio o ira? No, n tanto n poco! Ma potrebbe accadere che alcuni, il re o altri tra quanti sono presenti e che tengono gli occhi sul cavaliere, si accorgano di tutta la faccenda, se ella, davanti a tutti, seguisse l'impulso del cuore. E se la ragione non avesse allontanato quel folle pensiero e quell'impetuoso desiderio, essi avrebbero potuto scorgere ogni cosa dei sentimenti che ella provava, e sarebbe stata una follia troppo grande. Per questo la regina rinserra e incatena il proprio folle cuore, e la follia dei propri pensieri. Li ha fatti rinsavire un poco e ha tutto rinviato al momento in cui potr vedere e spiare un luogo pi adatto e pi appartato, dove condurre in porto il reciproco desiderio. Il re fa mostra di grande onore per Lancillotto e, dopo essersi

grandemente rallegrato con lui, gli dice: Amico, invero non ho da tempo udite notizie di alcuno che mi fossero gradite quanto quelle che sento di voi. Pure, mi chiedo con grande meraviglia in quale paese, in quale terra siate rimasto per cos tanto tempo. Per l'intero inverno e per tutta l'estate vi feci cercare da ogni parte, ma nessuno riusc mai a trovarvi. Ebbene, bel sire risponde Lancillotto in poche parole vi posso riferire quanto mi accaduto. Quel fellone e traditore di Meleagant mi ha tenuto prigioniero dal momento in cui gli esiliati furono liberati dalla sua terra, e mi ha fatto vivere ignobilmente in una torre vicina al mare, dove mi aveva fatto portare e rinchiudere. Sarei ancora l a condurre una vita miseranda se non fosse stato per un'amica, una pulzella cui un tempo avevo reso un servigio di poco conto. Ella, in cambio di quel piccolo dono, mi diede una generosa ricompensa, e mi prodig riguardi e cure. Ma ora vorrei, senza tardare, rendere quanto devo a colui che non amo affatto, e che mi ha procurato e inflitto s vergognoso trattamento. E' venuto a reclamarlo, dunque l'avr. Bisogna che non attenda oltre: eccolo gi pronto. Anch'io lo sono, ma Dio non voglia che egli abbia di che lodarsi! Allora Galvano si rivolge a Lancillotto. Amico dice se mi concederete che sia io a pagare la ricompensa al vostro debitore, sar un'assai modesta cortesia. Inoltre, come potete vedere, sono gi a cavallo e preparato alla battaglia. Bello e dolce amico, non mi negate questo dono. Ve lo richiedo e lo desidero. Ma Lancillotto dichiara che preferirebbe farsi strappare un occhio dalla testa, e perfino due, piuttosto che farsi convincere ad accettare. Giura che non avverr: egli deve la ricompensa a Meleagant, e gliela dar, da che gliene ha fatto promessa solenne con le proprie mani. Galvano ben intende che a nulla gli varrebbero altre parole; si toglie il giaco e si disarma interamente. E Lancillotto, senza attendere n indugiare, si riveste di quelle stesse armi, poich ha fretta di tener fede alla promessa fatta e di regolare i conti: non potr provare gioia finch Meleagant non sar stato soddisfatto. Da parte sua, Meleagant oltremodo stupito del caso singolare che vede con i propri occhi, e poco manca che si smarrisca e ne perda il senno. Invero dice fui ben sciocco a non andare a vedere, prima di venire qui, se colui che ora si s bene fatto gioco di me era ancora rinchiuso nella prigione della torre! Ah, Dio, ma perch avrei dovuto andarvi? Come, per quale motivo avrei dovuto sospettare che potesse uscirne? Le mura non erano forse costruite solidamente; la torre non era abbastanza alta e possente? Non vi erano uscite n varchi da cui avrebbe potuto venir via senza un aiuto dall'esterno.

Forse fu avvertito. Ammettiamo pure che le mura, sbrecciate, fossero crollate tutte insieme; non sarebbe stato forse travolto e ucciso, smembrato e fatto a pezzi anch'egli? S, che Dio mi aiuti, se il muro fosse caduto, sarebbe morto di certo! Pure io credo che, prima che quelle mura possano rovinare, s credo proprio che tutto il mare non avrebbe pi una sola goccia d'acqua e sia giunta la fine del mondo, a meno che non siano state abbattute con la forza. Ma non cos: deve essere andata altrimenti. Ne usc perch fu aiutato: solo in tal modo potuto volar via. Devo ammettere che ora mi trovo a mal partito; comunque sia, egli ne fuori. Non sarebbe accaduto se io vi avessi posto cura al momento opportuno, ed egli non si sarebbe mai presentato in questa corte. Ora tardi per i pentimenti. Il villano, che non vuol mentire, esprime nel suo proverbio un'assoluta verit: troppo tardi per chiudere la stalla quando i cavalli ne sono gi stati tratti fuori. So bene che adesso non raccoglier che vergogna e derisione, se non sopporter e affronter sufficienti pene. Ma fino a che punto dovr soffrire e tollerare? Mi impegner con tutto me stesso a lottare contro di lui, finch ne avr la forza, se piacer a Dio in cui ripongo tutta la mia fede. Cos si riconforta e non chiede che di essere condotto sul campo insieme all'avversario. Non avr molto da attendere, poich, a quanto credo, Lancillotto, certo di vincerlo in breve, va a richiedere il combattimento. Ma prima che cominci lo scontro, il re dice loro che vadano sotto la torre, nella pi bella landa che si possa trovare da l fino all'Irlanda. Essi vi si recano senza perdere un istante, e subito vi giungono. Vi vanno anche il re, le dame e i cavalieri in folla, e formano un nutrito corteo. Vi accorrono tutti, e nessuno rimane nel castello. Per osservare Lancillotto molti si affacciano anche alle finestre: cavalieri, dame e pulzelle belle e avvenenti. Nella landa vi era un sicomoro, il pi bello del mondo, il cui fogliame ricopriva un ampio spazio. Il tronco era orlato tutto intorno di erba fitta, fresca e bella, che verdeggiava in ogni stagione. Sotto il magnifico sicomoro che era stato piantato ai tempi di Abele scaturiva una piccola fonte chiara dalla rapida corrente. La ghiaia del fondo era bella e bianca, come fosse stata d'argento, e il condotto, a quanto credo, era d'oro fino e puro. L'acqua scorreva per la landa tra due folti, e scendeva in un vallone. Qui il re vuole sedere, poich non vi vede cosa che gli possa dare molestia. Poi ordina a tutti che si facciano da parte. Allora Lancillotto si slancia con impeto contro Meleagant, come uomo capace di grande odio; ma, prima di colpirlo, lo apostrofa a voce alta e minacciosa: Venite qua, vi sfido! E sappiate per certo che non vi risparmier affatto!

Poi sprona il cavallo e torna indietro a prendere campo alla portata di un tiro d'arco. Ora i due contendenti si gettano l'uno contro l'altro alla velocit del galoppo dei cavalli; presto con le lance danno di cozzo sui solidi scudi con tale impeto che li trapassano e li forano; ma, a quel primo scontro, non giungono a ferirsi. Non si fermano: passano oltre e tornano ad assestarsi colpi possenti sugli scudi robusti con tutto lo slancio impresso dalla velocit delle cavalcature. Da cavalieri prodi quali sono, continuano a battersi con tutte le proprie forze; anche i destrieri rivaleggiano in potenza e in velocit. E poich i contendenti si assestano potenti colpi attraverso gli scudi, le lance, che non si sono spezzate, li trapassano e, per l'impeto con cui sono portate, giungono alla carne nuda. Ciascuno, con un tremendo colpo, ha rovesciato a terra l'avversario; n redini, n cinghie, n staffe, nulla pu impedire che entrambi lascino vuote le selle cadendo all'indietro sulla terra nuda. I cavalli impauriti si slanciano di qua e di l, uno scalcia, l'altro morde: anch'essi vorrebbero uccidersi a vicenda. I cavalieri caduti si rialzano pi presto che possono e traggono subito le spade su cui erano incise delle iscrizioni. Sollevano gli scudi a proteggere il viso, e ricercano il modo migliore per recarsi danno con le taglienti armi d'acciaio. Lancillotto non prova il minimo timore: sa tirare di spada due volte meglio di Meleagant, poich l'aveva imparato fin dall'infanzia. Entrambi percuotono s bene gli scudi appesi al collo e gli elmi laminati d'oro che li spezzano e li ammaccano. Ma Lancillotto incalza l'avversario: gli assesta un colpo possente sul braccio destro che, coperto di ferro, l'altro aveva portato allo scoperto davanti allo scudo, e glielo taglia di netto. Allora Meleagant, che si sente fortemente menomato per aver perso la destra, dichiara che gliela far pagare a caro prezzo: se ne trover il modo e il momento, per nulla al mondo rinuncer a prendere vendetta. L'ira e il dolore sono tali che poco manca che diventi furioso. Perder ogni stima per se stesso se non riuscir a giocare a Lancillotto un tiro malvagio. Corre verso di lui e conta di sorprenderlo, ma l'altro in guardia: con la spada tagliente gli infligge una ferita tale nelle viscere che saranno passati aprile e maggio prima che Meleagant sia riuscito a guarirne! Lancillotto lo colpisce infatti sul nasale, che va a urtare i denti spezzandone tre all'interno della bocca. Meleagant preso da un tale furore che non pu parlare n pronunciare parola. Non si degna di implorare merc: gliene fa divieto il suo folle cuore che troppo lo tiene in vincoli e in catene. Lancillotto si avvicina, gli slaccia l'elmo e gli mozza il capo: ora Meleagant non gli giocher mai pi un brutto tiro. caduto ed

morto, e per lui finita. Ma vi dico ora che nessuno fu indotto alla piet tra quanti avevano assistito allo scontro: il re e tutti i presenti fanno anzi mostra di grande allegrezza e, pi lieti di quanto siano mai stati, disarmano Lancillotto e lo conducono via con grande gioia. Signori, se prolungassi oltre il racconto, supererei i limiti della mia materia. Perci mi accingo a concludere: qui il romanzo interamente terminato. Il chierico Godefroi de Leigni ha compiuto la Carretta. Nessuno pensi di biasimarlo se ha proseguito lungo il solco tracciato da Chrtien: l'ha fatto con l'accordo e il gradimento dello stesso Chrtien, che l'aveva iniziato. Egli ha cominciato dal punto in cui Lancillotto era stato murato, e ha condotto la storia fino alla fine. Questo ha compiuto, e non intende aggiungervi n togliervi nulla, per non guastare il racconto. Qui termina il romanzo di Lancillotto della Carretta. NOTE: (7) Secondo una credenza popolare, gli aromi acquistati dalle Tre Marie (Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo Minore, Maria Salom) per imbalsamare il corpo di Cristo avrebbero fatto parte delle reliquie della Passione e sarebbero stati medicamenti miracolosi. (8) La citt era sede, dall'XI secolo, di una celebre universit di medicina. (9) Personaggio mitologico celebrato nelle Metamorfosi di Ovidio; amante di Tisbe, si uccise credendola morta. (10) Nel testo, Or est venuz qui l'aunera!; da auner, misurare in aune (antica misura di lunghezza); l'espressione aveva assunto il senso figurato di bastonare, darle di santa ragione, ed era divenuta proverbiale e d'uso nei tornei. (11) Secondo l'uso, i crociati non dovevano battersi in giostre e tornei. (12) Forse si allude al gigante Dinabuc che, nella Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, terrorizzava la regione del Mont-Saint-Michel. (13) Qui finisce il testo di Chrtien. (14) Il cavallo di Alessandro Magno. Glossario Questo breve glossario intende spiegare solo quei termini, citati nel testo, di cui potrebbe essere difficile la comprensione o perch oggi inusitati, ovvero perch usati in un'accezione diversa da quella odierna. mbio: andatura del cavallo che procede muovendo contemporaneamente le zampe dallo stesso lato; nel Medioevo era frequente per i destrieri come per i palafreni; poteva anche essere veloce, mentre attualmente suggerisce solo un'andatura moderata. araldo d'armi: aveva la funzione di annunciare i tornei, di regolare

le feste cavalleresche e di tenere un registro dei nomi e dei blasoni dei cavalieri. barone: feudatario insignito direttamente dal sovrano; al vertice della gerarchia feudale; anche: signore nobile e potente. bertesca: fortificazione avanzata del castello; sorta di avamposto a guardia delle vie di accesso al forte principale; era a volte una palizzata preceduta da un fossato, altre volte uno sbarramento di pietre a secco. calotta: sorta di zucchetto di stoffa, generalmente bianco, portato dal cavaliere a diretto contatto con la testa, al disotto del cappuccio di maglie che a sua volta si indossava sotto l'elmo. calze di maglie di metallo: parte dell'armatura in maglie di ferro o di acciaio che proteggeva le gambe e i piedi del cavaliere. camera: l'appartamento privato della dimora signorile. carbonchio: termine usato anticamente per indicare il rubino, poi esteso a tutte le pietre preziose di colore rosso fuoco. castello: in senso stretto, la residenza fortificata del re o del signore; pi esattamente, tutto l'abitato costruito intorno a tale dimora e cinto da mura fortificate. cavaliere: membro dell'aristocrazia feudale che si distingueva per l'armatura, per il genere di vita, per il codice morale particolare (lealt, generosit, soccorso alle donne, ai deboli e agli oppressi); spesso era cadetto di nobile famiglia, ma senza altri beni che quanti gli necessitavano per equipaggiarsi a cavallo; si poneva al servizio di un signore, preferibilmente il fratello della madre, che serviva per vari anni come valletto o scudiero prima di ricevere l'investitura. conestabile: cavaliere al servizio del re o del signore, esercitava speciali funzioni militari o di sovrintendenza alle fortezze e ai castelli. cotta: ampia tunica con maniche lunghe e strette usata da uomini e donne nobili. destriero: cavallo da combattimento usato dai cavalieri; cos chiamato perch lo scudiero lo conduceva con la mano destra quando l'animale non era montato. elmo: casco di metallo che copriva la testa e la parte superiore del viso del cavaliere, dal cerchio spesso fatto di metalli preziosi o smaltati e ornato di gemme; si allacciava per mezzo di corregge. feudo: concessione da parte del re a un vassallo di uno o pi diritti su un determinato territorio; anche: il territorio sottoposto alla giurisdizione di un feudatario, che era tenuto a giurare fedelt assoluta al re, divenendo suo uomo ligio con l'obbligo di alcuni servizi e tributi. garzone: valletto di basso rango; anche: termine spregiativo. giaco: parte della cotta di maglie di metallo che proteggeva il busto

del cavaliere; spesso si prolungava in un cappuccio, anch'esso di maglie metalliche che, sotto l'elmo, proteggeva la testa. imbottitura: feltro posto sull'arcione anteriore della sella e sul quale il cavaliere poteva appoggiare il calcio della lancia prima di slanciarsi all'attacco. lega: unit di misura di lunghezza il cui valore variava da regione a regione; la lega francese corrispondeva a 2.281 tese, pari a 4.445 metri. loggia: galleria esterna del castello o grande finestra in cima a una torre. moggio: antica misura di capacit per granaglie il cui valore variava da regione a regione. nasale: parte dell'elmo formata da una piccola sbarra di metallo destinata a proteggere il naso del cavaliere. palafreno: cavallo pregiato da viaggio o da parata; quasi sempre riservato alle dame. postierla: piccola apertura praticata in un luogo nascosto o appartato delle fortificazioni per assicurare un passaggio d'emergenza. ronzino: robusto cavallo di scarso pregio, destinato ai lavori pi pesanti. sala: la stanza principale dell'abitazione feudale; vi si tenevano corte, ricevimenti e feste, e vi si consumavano i pasti in comune. sardonica: minerale, variet di agata usata come gemma. scacchi: gioco simile a quello attuale; originario dell'India, si diffuse in Occidente a partire dall'XI secolo. scarlatto: panno pregiato di lana o di seta, non necessariamente di colore rosso vivo. sciamito: drappo di seta pesante simile al velluto. scudiero: giovane nobile addetto al servizio del cavaliere e alla cura delle sue armi e del suo cavallo. scudo: arma da difesa consistente in una piastra di varia forma e materiale, per lo pi di assi di legno, con una borchia di metallo nel centro della faccia esterna; sullo scudo venivano dipinti i colori e le insegne dei cavalieri; era dotato di corregge di cuoio applicate al centro della faccia interna nelle quali il cavaliere infilava la mano e il braccio, e di una lunga guiggia per sospenderlo al collo. sergente: servitore domestico soprattutto addetto al cavaliere; anche: uomo d'armi non nobile. sestario: antica misura di capacit per granaglie variante da regione a regione. siniscalco: maestro di casa nelle grandi famiglie feudali. sinopia: nel XII secolo designava un colore rosso (ossido di ferro). smeriglio: della famiglia dei falchi, era usato in falconeria per la

selvaggina minuta. tavole: specie di tric-trac, di origine orientale come gli scacchi. teriaca: prodotto dell'antica farmacologia considerato un efficace rimedio, specialmente come contravveleno. torneo o giostra: combattimento di uomini a cavallo che si svolgeva all'interno di un campo chiuso; vi erano ammessi solo i cavalieri. I tornei, spesso spettacoli grandiosi indetti dai re e dai signori, avevano lo scopo di addestrare i cavalieri alla battaglia ed erano occasioni di incontri sociali per combinare matrimoni, risolvere controversie e stipulare patti. Oltre agli scontri a due, vi erano le mischie, in cui si fronteggiavano le squadre dei vari cavalieri e che spesso si trasformavano in vere e proprie battaglie. I vincitori ricevevano premi, oltre a conquistare cavalli e armature e ottenere il riscatto dai vinti. tunica: sorta di sottoveste indossata da uomini e donne sopra la camicia; con le maniche lunghe, era ricamata al collo e ai polsi, e a volte bordata di pelliccia. uomo ligio: colui che legato al signore da un patto di vassallaggio. vaio: pelliccia (petit-gris) confezionata con le pelli di una variet di scoiattoli dal dorso grigio e dal ventre bianco; morbida e molto pregiata, era distintiva delle alte cariche; con la parte del dorso si confezionavano pellicce meno pregiate (grigie). valletto: giovane di famiglia nobile che serviva alla corte di un signore per apprendere il mestiere delle armi e le belle maniere; aiutava lo scudiero ad armare e disarmare il signore, recapitava messaggi importanti e, nella casa, si occupava di alcune incombenze quali stendere le tovaglie o servire in tavola le portate principali. valvassore: vassallo dei vassalli, si trovava all'ultimo scalino della gerarchia feudale; era colui che aveva ottenuto privilegi e immunit da parte di un signore pur senza esercitare alcun ufficio; nei romanzi di cavalleria spesso modello di comportamento cortese, di lealt e di saggezza. vassallo: uomo libero che si rendeva soggetto a un signore mediante il contratto di vassallaggio: gli prometteva cio fedelt e servigi in cambio di protezione; anche: cavaliere. ventaglia: pezzo mobile dell'elmo a difesa della parte inferiore del viso. villano: contadino, colui che abitava nella villa, cio in aperta campagna opposta al borgo o castello; la sua posizione nella societ feudale era tenuta in poco conto: da ci l'uso del termine in senso spregiativo.par Fine