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La lirica Il risorgimento del 1828, con la quale Leopardi segnala il ritorno dell'ispirazione poetica dopo alcuni anni

di quasi totale silenzio, è citata solitamente dai critici con un certo frettoloso fastidio e imbarazzato conformismo - canzonetta arcadica, versi metastasiani, parodia autoironica del suo giovanile sogno classicistico -, come necessario, ma intrusivo e intrigante, dato cronachistico, considerandola quasi un prodotto metereopatico in relazione al mite clima pisano che avrebbe rinvigorito il fisico e rinnovato la inaridita facoltà poetica, e non come un testo poetico mirato e programmatico, e, come tale, ad alta intensità semantica. Nemmeno il sospetto che, alla ripresa della calcolatissima costruzione del proprio io poetico, tale lirica costituisca la prima e vera autodefinizione della sua poetica matura, che non rinnega la produzione precedente, ma traduce in linguaggio poetico le enunciazioni teoriche o le meditazioni prosastiche degli anni 1818-1824, facendo risaltare con la scelta provocatoria del metro sia la sua estraneità e il suo anacronismo rispetto al suo tempo, sia le sue posizioni ideologiche antitetiche allo spiritualismo e al moderatismo cattolico - i 'vecchi credenti'-, parodiando, con fine ironia, colui che di questa egemone corrente di pensiero era divenuto ormai il maggiore e consacrato esponente, cioè il Manzoni: una rentrée, insomma, in forma di giullarata o, se si vuole, di bachtiniano carnevalesco, per infrangere quella sorta di cordone sanitario-ideologico steso intorno a lui dai suoi oppositori e denigratori: l'esecrato autore di "malefici libricciuoli" è ' risorto', più vivo che mai. Non sono molto affidabili i suoi giudizi positivi sul Manzoni, conosciuto a Firenze in una serata organizzata da Vieusseux in onore dello scrittore, espressi in alcune lettere (nell'Epistolario appare come reticente, riservato, in sintonia con le aspettative del destinatario, non per piaggeria o ipocrisia, ma come il bambino che ha paura di ferire e perdere l'affetto delle persone da cui lo desidererebbe: lettere per lo più mascherate, insomma, più che rivelatrici): non quello espresso al padre nel giugno 1828: "Ho piacere che Ella abbia veduto e gustato Il Romanzo cristiano del Manzoni. E' veramente una bell'opera; e Manzoni è un bellissimo animo e un caro uomo"; né quelli, in parte concordanti, espressi nel febbraio di quello stesso anno, pur con delle riserve, al conte Antonio Papadopoli: " Ho veduto il romanzo del Manzoni, il quale, non ostante molti difetti, mi piace assai, ed è certamente opera di un grande ingegno; e tale ho conosciuto il Manzoni in parecchi colloqui che ho avuto seco a Firenze. E' un uomo veramente amabile e rispettabile", e allo Stella nel settembre 1827:"uomo pieno di amabilità e degno della sua fama". Infatti al Brighenti scrive: "Hai veduto il suo romanzo che fa tanto romore, e val tanto poco?"; tant'è vero che , scrivendo da Firenze nel giugno 1830 al fratello Pier Francesco, dichiara: "E' vero che io aveva già i suoi Inni (probabilmente una copia inviatagli dal padre e da lui ristampata in occasione di una monacazione e prefata con allusioni pesanti al figlio:" mascherata empietà", "sordide bassezze della errore"): ho ancora e porterò costì tutte le altre sue opere, fuori del Romanzo". Un giudizio, a Monaldo, poco credibile; limitativo quello al conte ; diplomatico quello allo Stella: è certo che gli piace più l'uomo che il romanzo e il cristianesimo metastorico che lo pervade. Non c'è, dunque, sempre una coincidenza tra l'elaborazione poetica e i pensieri espressi nelle lettere e anche nello Zibaldone; ad esempio, per tornare a Il risorgimento, in un appunto del 19 gennaio 1828 a Pisa scrive: "Memorie della mia vita. La privazione di ogni speranza, succeduta al mio primo ingresso nel mondo, appoco appoco fu causa di spegnere in me quasi ogni desiderio. Ora, per le circostanze mutate, risorta la speranza, io mi trovo nella strana situazione di aver molta più speranza che desiderio; e più speranze che desiderii ec.", mentre nella lirica 'risorgimentale' di pochi mesi dopo affermerà esattamente il contrario. Il cosiddetto "silenzio poetico" è in realtà sapientemente scandito e intervallato: nell'agosto 1824 scrive il Coro di morti del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, nel pieno fervore della scrittura delle

della donna-ideale. ancorandosi all'illusione. e dissolvendolo in palpitante ironico leggero canto. "leggiadrissima parola moderna.che agisce da prolettico ossimoro ideologico su Il Risorgimento (si veda il rimando tra le due dei "dolci inganni". un suo sotterraneo retroterra. cova come la brace sotto la cenere dell'impegno razionale ed editoriale per le Operette morali. per il cuore. sottile canzonatura della Risurrezione dello stesso autore ( "E' risorto") e. Proviamo a verificare se la mia ipotesi interpretativa regge. dissolvendo il vitreo o 'lunare' sarcasmo delle Operette. supremo miraggio e interiore forza e coraggio per reggere il viaggio nel nulla che stava compiendo.con la 'r' maiuscola .ma nella edizione Starita del 1835 la conclusione-palingenesi sarà affidata al Consalvo . figurato nel Coro citato. per analogiche consonanze.dei moderati e del loro appellarsi non più agli individui. dal 19 al 20 aprile. ma soprattutto una reazione all'immaginario collettivo 'paterno'. non per il mythos. prepara. al Cinque maggio(CM) e al Coro(ER) della morte di Ermengarda del Manzoni. nulla. Sembrerebbe la storia del dottor Jackill e mister Hyde. artificiale non naturale. ed è un ribaltamento insistito. dunque. da persona per nulla indulgente e autocommiserante da arrendersi facilmente. lo emarginava.110). punto d'arrivo dell'incessante sperimentalismo leopardiano. lo opprimeva col suo infantilismo esorcizzatore del "vero": la sovrapposizioneidentificazione tra figura paterna e il suo secolo troverà la sua sintesi nell'hapax legòmenon "pargoleggiare" della Ginestra. Dal 7 al 13 aprile 1828 compone Il risorgimento. sul piano cultural-politico più generale. seguendo la lirica nel suo svolgimento e cercando di cogliere i segnali intertestuali antifrastici che essa contiene. e subito a ridosso. nella forma a lui più congeniale. alla quale solamente "pensando/ a palpitar mi sveglio". che culmineranno nei Dialoghetti delle cose occorrenti nell'anno 1831). che vedono la luce nel 1827 insieme ai Promessi sposi di Alessandro Manzoni. pare. che nell'Italia cattolica vince nettamente il confronto con grande sconforto di Leopardi che.v. del Risorgimento . così come a Silvia si pone come analettico ossimoro metrico su un piano di continuità tematica (soprattutto quella della "speme") -. alla donna che non si trova. Un sospetto 'metrico'. e invece si registra questa dissonanza con pedissequa e notarile diligenza: il passaggio da un metro di maniera ad una rivoluzione metrica.il tormentato itinerario poetico giovanile.prime venti Operette morali e a ridosso della lirica Alla sua donna del settembre 1823. sorretto. quasi in-significante. una rivincita sottilmente polemica ed un risarcimento psicologico. come "grandi idilli". a cominciare dalla prima strofa: Credei ch'al tutto fossero . fondato su un capovolgimento sistematico dell'ideologia cattolica. che rinvigorisca la coscienza di sé e l'accettazione piena della sua posizione storico-letteraria. nonostante la netta opposizione del poeta. come giudizio assoluto e definitivo sul padre e sui suoi contemporanei "sonnacchiosi ed egri". che concludeva . a Silvia. che non rivela solo una reazione alla psicologica paura edipica di castrazione (pensiamo alle pressioni perché ritornasse sulla retta via e ai colpi bassi del padre. sintetizzato poeticamente in Al conte Carlo Pepoli . un inutile ingombro nella stereotipia che etichetterà i canti pisano-recanatesi. e 'sospetto' è pure il titolo. che sibila nella sua liquidità come una staffilata indelebile. è annotata burocraticamente. alla Pentecoste(P)." Questo riferimento è antifrastico. 123 e v. che "segna il passaggio dalle canzoni della prima maniera a quelle della seconda" (Chiarini). ma alle masse. che lo soffocava. poteva almeno essere suscitato dal fatto che le strofe di settenari rinviano al Natale(N). Del 1826 è l'amara e desolata epistola in versi al conte Carlo Pepoli. a ribadire la sua laicità materialistica e il rifiuto di ogni consolazione fideistica. perché essa è tale sul piano razionale del logos. che pare una dichiarazione di resa alla "poesia sentimentale" dell'arido vero e alla "noia immortale". Il 'risorgimento' ha. fra "cotanto dolore" dall'invenzione della "cara beltà". venti strofette di otto settenari.

dall'ansia/ mente i terrestri ardori. sia "l'ansia/ mente" che i "terrestri ardori". "irrigidito" rimandano ai versi del Pepoli: "della prima stagione i dolci inganni/ mancàr". di Ermengarda: "Sgombra. sul fior degli anni mancati i dolci affanni della mia prima età: i dolci affanni. e quel "sparsi" ("Sparsa le trecce morbide") e il "cor gelato" ("la gelida/fronte") alludono ancora al campo semantico di quel Coro (invece "mancò". così. o gentil. "mancar".122-123. i teneri moti del cor profondo qualunque cosa al mondo grato il sentir ci fa." Se a questo aggiungiamo che il "risveglio" ha un movimento ascensional-corporale . La liquida autoironica ilarità dei primi versi della seconda strofa con quel "querele" (quasi uno sberleffo a chi considerava la sua poesia lamentosa e generata dal suo tetro umor malinconico) che anticipa. fonicamente. le "pupille tenere" del v. 127-128: Quante querele e lacrime sparsi nel novo stato quando al mio cor gelato prima il dolor mancò! Mancàr gli usati palpiti."i teneri/ moti del cor profondo" -. per opposizione. parodia della "pupilla cerula" di Ermengarda.in me.3 e 5) .nelle liriche precedenti la parola 'affanno' Leopardi l'aveva utilizzata 21 volte in senso esclusivamente negativo che richiama.133. diventa il Manzoni che invita alla morte. e: "irrigidito e freddo/questo petto sarà"./ leva all'Eterno un candido/ pensier d'offerta. unica vita concessa all'uomo dalla natura. considerati dal Manzoni negativi. Osserviamo subito l'iterazione del sintagma ossimoricamente provocatorio "dolci affanni" (vv. avvertiamo fin dall'incipit l'intenzione di ribaltare la concezione trascendente. e irrigidito il seno di sospirar cessò! .57 e le "pupille tremule" del v. alla rinuncia alla vita. L'amor mi venne meno. metafisico-escatologica manzoniana per una visione materialistica e terrena: funereo e lugubre. non il Leopardi che ricerca ed esorta al piacere dei sensi e alla felicità della mente nella vita terrena. e muori:/ fuor della vita è il termine/del lungo tuo martir.

vv. unica fonte di vita. negando l'essenza materiale dell'esistenza. esanime fatta per me la vita. spenta per me la luna. "Spogliata" richiama "la spoglia" (CM. fortissimo. chiusa in eterno gel. rinunciando a se stesso. deserto il dí. trasforma l'uomo in un morto vivente. una forzatura: per l'uomo abbandonato dagli dei l'rida lastra sepolcrale che gela e opprime il cuore.2). v. solo dall'ambivalente e ambigua natura .in uno schernevole anticattolicesimo che. spente le stelle in ciel. la tacita notte piú sola e bruna.v. che costituiscono l'unica sostanza ed essenza dell'uomo 'naturale'. questa analogia. speranza e disillusione./ riposato alla foresta. come più oltre.v.90) come "esanime" .madre e matrigna.Negli ultimi due versi l'invito del coro all'eroina a distaccarsi dai desideri terreni e soprattutto dall'amore è capovolto e condensato con una immagine da rigor mortis . "immemore"./ lenta lenta vi ristà".v./ che dal ramo dipartita. vita e morte. nel mythos gli opposti coincidono . Non paia. per cui tutta la terra si trasforma in un desertificato e buio nulla. v./ si risente il pellegrino. e come il foscoliano "allettatrice" in Aspasia .che è un significativo hapax nei Canti.possono derivare piacere e dolore. che comincerebbe a vivere veramente solo dopo aver "dato il mortal sospiro"(CM. non solo perché viene usato una sola volta (troviamo la forma verbale solo in A Silvia: "pria che l'erbe inaridisse il verno"./ e si scote dalla testa/ una foglia inaridita. "inaridita". che tutto accetta con rassegnazione. cui è condannato l'uomo che rifiuta la vita in attesa dei "campi eterni"(CM.109): citazione intertestuale antagonistica ancora rinforzata lapidariamente dall'emistichio "eterno gel". ed anche sull'antico ci sarebbe da dire -.v. ma perché contiene una indiretta dissacrazione di una similitudine della Risurrezione manzoniana: il coperchio che chiude il sepolcro viene gittato" via da Cristo risorgente "come a mezzo del cammino.la "faccia esanime" (ER. è un sigillo mortale che nullifica e svuota tutto l'orizzonte umano.93) e che "leva all'Eterno un candido/ pensier d'offerta"(ER. la terra inaridita.3 e ER.40). desiderio e frustrazione di esso. Pur di quel pianto origine era l'antico affetto: .87-88) come una vittima sacrificale.che sia un aggettivo 'forte' lo conferma il calco carducciano in Pianto antico. Questo aggettivo merita una riflessione particolare . Questo ribaltamento ideologico è rincalzato nella terza strofa: Piansi spogliata."irrigidito il seno" .

/ se una virtude amica/ in alto nol trarrà"). e di piú far lamento valor non mi restò.v./ né. mentre le immagini e i ricordi d'amore che agitano Ermengarda sono considerati dal Manzoni negativi . viene precipitato in basso dall'Eden come un masso rotola dal "vertice" della montagna e non ha speranza di ritornare sulla cima di essa se non attraverso la discesa del Salvatore che lo riporti in alto (" Qual masso che dal vertice/ di lunga erta montana. dell'esistenza umana. per il Leopardi essi e solo essi hanno un valore../ batte sul fondo e sta. e la tristezza mia era dolore ancor. dei sensi corporali: Giacqui: insensato. e. immobile/ giace in sua lenta mole. dopo il peccato originale.12) e attraverso "intimo" ribadisce l'opposizione: dall'alto vs dal basso. e la parodia manzoniana si fa esplicita con veri e propri calchi provocatori: "Giacqui" vs "giacque" (CM. per mutar di secoli."l'empia/ virtù d'amor fatica" -. Qui le antitesi sono ancora più incalzanti: "l'antico affetto" cita per antitesi la "cima antica"(N.v. qualcuno l'ha definita "epicurea"..v. attonito. Chiarisco: nel Natale l'uomo. forte tra i due. Nella strofa successiva ricompare il tono autoironico delle "querele": Fra poco in me quell'ultimo dolore anco fu spento. al Manzoni Psicopompo. caduta/perdita vs noia/mancanza./ là dove cadde.5): però Leopardi non si affida al "dio./ per lo scheggiato calle/ precipitando a valle.16) e soprattutto "attonito vs attonita" (CM. Chiedea l'usate immagini la stanca fantasia. che consola".84). mentre le "usate immagini" richiamano con violenza contrastiva ancora le "sviate immagini2(ER. accompagnatore delle anime nel mondo dei defunti. fia che riveda il sole/ della sua cima antica./ abbandonato all'impeto/ di rumorosa frana. s'intrude "insensato". senza. contrappone una concezione vitalistica. c'è la non-vita: ancora. non dimandai conforto: quasi perduto e morto .v.nell'intimo del petto ancor viveva il cor. privo di sensibilità.

/ e dietro il monte imporpora/ il trepido occidente:/ al pio colono augurio/ di più sereno dì": non all'autunno pallido in solitaria villa. la vespertina squilla. che chiusa nel suo "terror" attende la discesa dello Spirito Santo. Invan brillare il vespero ..il cor s'abbandonò...) "Nova franchigia annunciano/ i cieli.. la citazione ironica rinvia alla Pentecoste. "irrevocati dì". il fuggitivo Sol. Qual fui! quanto dissimile da quel che tanto ardore.. il cor non mi ferí: e la negazione iniziale della strofa successiva. che ironizza ad un tempo l'ideologia del Natale (v. in forma più sotterranea.. ribalta il finale del Coro (vv. invan"./ nove conquiste. nefasti per la pace interiore di Ermengarda e come tali definiti. rimpianti da Leopardi. anzi: la citazione opposizione è ipersemantizzata nell'incipit della strofa successiva. che sí beato errore nutrii nell'alma un dí! Nella strofa successiva.22..115-120): "dalle squarciate nuvole/ si svolge il sol cadente. mentre il Manzoni pone come condizione di felicità proprio la rinuncia ad essi e a quei "dì". "Qual mai tra i nati all'odio") e del Cinque maggio: "Ei fu"./ nova pace": La rondinella vigile. 1. alle finestre intorno cantando al novo giorno. ripresa e accentuata da "invan. dove "vigile" è la Chiesa.73 e sgg.30."Qual masso che dal vertice" e v. attraverso il quale (v.. mentre il "tanto ardore" che nutriva il "beato errore" rinforza l'antinomia sempre ai "terrestri ardori" di Ermengarda. v. che Leopardi valorizza positivamente.

ed alla mano offertami candida ignuda mano.vv.97-98). accennato da una mano "ignuda".vv.vv. ma non turbato ma placido il mio stato.23) e alla Fede ("bella Immortal! benefica/ Fede ai trionfi avvezza". è un po' birbante: come un ragazzaccio sbeffeggia ancora il Manzoni che condanna chi abbandonò la retta via. . D'ogni dolcezza vedovo. Una sottesa opposizione terrestrità vs divinità prepara il climax memoriale della mancanza: E voi. erranti voi de' gentili amanti primo. amore sensuale. indomabile. invan sonò la valle del flebile usignol.vidi per muto calle.80-81). civettuoli. tristo.v. foste voi pure invano al duro mio sopor. il volto era seren./ e in più spirabil aere/ pietosa il trasportò" (CM.vv. teologico. P. uno negativo. "chi rubello/ torse. riferito alla Chiesa ("figlia immortal". pupille tenere.108-110) e il suo senso mortuario: "nel guardo errante/ di chi sperando muor" (P. CM. ahi stolto!. fiamma: "torna immortal/ l'amor sopito" (vv. quell'amore che invece per Leopardi è l'unica ragione di vita. anche "erranti". sempre con la tecnica del rovesciamento ideologico: "immortal" in Manzoni è utilizzato con due significati opposti: uno positivo. quando in Ermengarda si rinfocola l'amorosa. i passi erranti/ nel sentier che a morte guida"(R. che impedisce l'abbandono fiducioso e sereno nelle mani di Dio. sguardi furtivi. senza il quale non v'è salvezza dal vivere. immortale amor.10-12).143-144). 87-90) e dalla "man leggiera" che "sulla pupilla cerula/ stende l'estremo vel" (ER. ben diversa da quella celeste che trasporta verso l'alto Napoleone: "ma valida/ venne una man dal cielo.vv.

e riempie la vita proprio di quell'immaginario affettivo che il Manzoni nega ad Ermengarda: essa è la vera "luce" non quella che scende dall'alto nei pur bei versi della Pentecoste: "come la luce rapida/ piove di cosa in cosa. che raggiunge il burlesco parodico con la resurrezione di un morto: di Napoleone "stette la spoglia immemore". che lo toglie dal torpore del . e "obblio". che sí fugaci e brevi il cielo a noi sorti.. o mio cor. ma per Manzoni .Desiderato il termine avrei del viver mio. utilizzando la maschera che di lui avevano forgiato i suoi avversari. come quelli della strofa successiva in cui fa il verso a se stesso.vv. mentre una "virtù nova" ( non "empia o celeste".anche obiettivo./ e i colori vari suscita/ ovunque si riposa". buttati lì quasi con nonchalance. per cui anche il senso di "negato" viene capovolto.21-22). senso della sofferenza terrena: redenzione nell'al di là. Un altro hapax significativo è "ineffabili" che parodia la terza strofa del Natale: "tal si giaceva il misero/ figliol del fallo primo. attonita) introducendo un paradossale parallelismo tra il 'grande' Napoleone e il 'piccolo' Leopardi. soprattutto il livoroso Tommaseo: Qual dell'età decrepita l'avanzo ignudo e vile./ dal dì che un'ineffabile/ ira promessa all'imo/ d'ogni malor gravollo".71-72). dove il suo catatonico "placido" stato fa il verso all'invito manzoniano ad Ermengarda di morire "compianta e placida" (v. vv. negativo per Leopardi è invece positivo in Manzoni: "sempre un obblio di chiedere/ che le sarìa negato"(ER. e maliziosa è l'iterazione di "così. cui Leopardi irride coi giocosi e dispettosi ultimi due versi.105) e a rivolgere i suoi pensieri "ai placidi/ gaudii d'un altro amor" (vv. e alla sua ideologia. ricrea il mondo e lo vivifica attraverso una rinnovata sensibilità. 74. scopo. traevi. che prepara il 'risorgimento' terreno della strofa successiva.così" che ci riporta al Cinque maggio (così percossa. L'ironia sfiora il sarcasmo nella parafrasi antifrastica di questa strofa."fuor della vita è il termine". giocando sull'ambivalenza della parola "termine": fine. io conducea l'aprile degli anni miei cosí: cosí quegl'ineffabili giorni. 75. ma spento era il desio nello spossato sen. 77) lo ridesta dalla sua "immemore/ quiete". Questa "luminosa notturna virtù". che emerge dalle tenebre delle profondità dell'anima. 73.. come in Pentecoste.

immemore quiete or mi ridesta? che virtú nova è questa. s'ai verdi margini. immagini.tedio e gli fa provare nuovamente il piacere del dolore e il dolore del piacere. Meco ritorna a vivere la piaggia. ovunque il guardo mira. tutto un dolor mi spira. questa che sento in me? Moti soavi. per sempre a voi negato questo mio cor non è? siete pur voi quell'unica luce de' giorni miei? gli affetti ch'io perdei nella novella età? Se al ciel. meco favella il mar. il bosco. palpiti. tutto un piacer mi dà. Chi mi ridona il piangere dopo cotanto obblio? e come al guardo mio . parla al mio core il fonte. error beato. la splendida e gorgonica bellezza della vita: Chi dalla grave. il monte.

ti volse un riso? ahi della speme il viso io non vedrò mai piú. e nessuna "pietà" scenderà dall'alto dei cieli. natura. la dea Natura ha il volto terribile di chi "miserar non sa". che miserar non sa. e i dolci inganni.103-104) né "al regno i miseri/ seco il Signor solleva"(N. Dalle mie vaghe immagini so ben ch'ella discorda: so che natura è sorda. al premio/ che i desideri avanza(CM.v. o povero mio cor. Sopiro in me gli affanni l'ingenita virtú. che non può annullare: l'uomo riesce a vivere proprio in questa terra di nessuno. non l'annullàr: non vinsela il fato e la sventura non con la vista impura l'infausta verità.cangiato il mondo appar? Consequenziale a questo materialismo antispiritualistico è il rifiuto di ogni speranza escatologica: "l'avviò pei floridi/ sentier della speranza.69-70). sottolineata dalle chiastiche rimalmezzo "non l'annullàr" e "miserar non": Proprii mi diede i palpiti. ma esplicitamente ideologici: figliastri della natura gli uomini non debbono attendersi da essa nessuna misericordia. I versi successivi non sono più allusivi né parodici. ma Essa ha dato anche l'immaginazione.vv.91-94): Forse la speme. . nella frattura interna alla natura. instabile e periclitante. sulla terra infatti non esiste "provvida/ sventura"(CM.vv./ ai campi eterni.

ma dell'esser solo: purché ci serbi al duolo.4). so che splendete invano. So che pietà fra gli uomini il misero non trova. Nessuno ignoto ed intimo . fuggendo. Dopo aver eliminato ogni provvidenzialismo trascendentale e ribadita la totale naturalità dell'esistenza umana. Un secolo che non rispetta i valori. che lui. amorale rispetto alla morale "Paolina" e indegna degli attributi celesti della "sua donna". che in voi non brilla amor. pupille tremule. disprezza pure i sentimenti. a prova schernisce ogni mortal. che 'gioca' vilmente proprio coi sentimenti altrui . che delinea con un'asprezza sarcastica che non troviamo neppure in Aspasia: E voi. disprezzo metaforizzato nella donna allusione forse alla delusione per l'amore non corrisposto dalla bolognese Teresa Carniani Malvezzi -. or d'altro a lei non cal. voi.Che non del ben sollecita fu. sul suo "secol morto"(Ad angelo Mai. raggio sovrumano.v. che manca ai degni studi l'ignuda gloria ancor. e in pochi versi richiama e ripropone le tematiche delle canzoni civili: Che ignora il tristo secolo Gl'ingegni e le virtudi. lo sguardo si apre sulla storia.

Da te. Ma se tu vivi. non chiamerò spietato chi lo spirar mi dà.affetto in voi non brilla: non chiude una favilla quel bianco petto in se. mio cor. per cui può permettersi un ultimo ritratto autoironico. ogni conforto mio solo da te mi vien. e d'un celeste foco disprezzo è la mercè. delle "fole" della fanciullezza e della giovinezza. chiudendo l'autorappresentazione con una marionetta. la sorte. o misero. la natura. anzi d'altrui le tenere cure suol porre in gioco. e vivificato dal ritorno . gentile e pura. all'anima alta. . il mondo e la beltà. e l'ardor natio. il sento. non più in sé e per sé. se non concedi al fato. Delusione che non riesce a scalfire lo forza interiore del suo cuore rinato. ma nel desertico contesto-contrasto col "vero": Pur sento in me rivivere gl'inganni aperti e noti e de' suoi proprii moti si maraviglia il sen. che lega il presente al passato (dietro la deformazione caricaturale si riconosce Saffo) ed apre al futuro: Mancano. in forma di "ricordanza" . quest'ultimo spirto.

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