cronaca

Sentenza caso Mastrogiovanni

Franco Mastrogiovanni

(per sette dei quali il Pm aveva chiesto la condanna)
tre anni dalla morte di Franco Mastrogiovanni, avvenuta nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, è arrivato il tanto atteso verdetto per i diciotto imputati, sei medici e dodici infermieri. Il primario Michele Di Genio è stato condannato alla pena complessiva di 3 anni e 6 mesi di reclusione, Rocco Barone, che dispose senza annotarla in cartella la contenzione del “maestro più alto del mondo” come lo definivano affettuosamente i suoi alunni, a 4 anni; stessa pena a Raffaele Basso, 3 anni ad Amerigo Mazza e alla dott.

ASSOLTI GLI INFERMIERI
A
ssa Anna Angela Ruberto, che era di turno la notte del 3 agosto 2009 durante la quale il cuore di Mastrogiovanni cessò di battere e si accorse del decesso sei ore dopo. Michele Della Pepa è stato condannato a 2 anni, con sospensione della pena. Tutti i medici sono stati inoltre interdetti dai pubblici uffici per 5 anni. Rispetto alle richieste del PM Dr Martuscelli pronunziate nell’udienza del 2 ottobre è stata ridotta la pena del primario, ma sono state aumentate tutte le altre pene. Tutti i dodici infermieri, per sette dei quali, il PM aveva chiesto una condanna a 2 anni di reclusione, sono stati assolti.

CONDANNATI I MEDICI

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Mandragola

cronaca

di Gerardo Russo

Una realtà processuale che va scissa dalla realtà sociale

C

inque ore di camera di consiglio per definire una sentenza, quella del caso Mastrogiovanni. Un sentenza di primo grado che sul piano giuridico ha un senso di unicità: la contenzione prolungata è reato e come tale deve essere punito, non rientra nel sistema di cure previste dal Trattamento Sanitario Obbligatorio, il famigerato TSO. Rappresenta questo un principio cardine del vivere sociale: nessuno può essere obbligato ad una cura senza che ne abbia dato consenso, ma soprattutto nessuno può essere legato mani e piedi ad un letto per assumere prestazioni sanitarie. La realtà processuale delimita i contorni di questo principio con la condanna dei medici del reparto di psichiatria del San Luca di Vallo della Lucania, si ferma a questo come principio deontologico: condanna i medici con pene dai due ai quattro anni e con la pena accessoria per tutti della sospensione dai pubblici uffici per cinque anni. Condanna i medici e assolve gli infermieri. La realtà processuale va però scissa dalla realtà sociale che ha dato vita al caso Mastrogiovanni, va inoltre scissa da una realtà etica che rimane alla base del vivere, dei rapporti con gli altri, dal lavoro al prendersi il caffè al bar, dall’avere un’opinione su un fatto, dal dissentire su altri. Il processo di primo grado ha solo accertato che l’aver legato Franco Mastrogiovanni è stato un reato, come lo sono stati quello di averne provocato la morte e l’aver falsificato gli atti. La storia del maestro più alto del mondo è diversa. E’ la storia di un uomo che è stato giudicato spesso troppo frettolosamente per le sue opinioni, per le sue idee, la storia di un uomo che è stato visto troppo spesso come un sovversivo pericoloso e per questi motivi controllato, sorvegliato, visto con sospetto. E’ la storia di un segnalato. In questo c’è una singolarità che non può non sorprendere. Franco Mastrogiovanni era un maestro elementare, a detta dei suoi alunni era uno dei migliori maestri che il Cilento abbia mai avuto. Era una persona colta,

i familiari e quanti lo hanno conosciuto ne raccontano la sua passione per il libri e per il cinema. Se fosse stato un sovversivo, un uomo da controllare, avrebbe creato dei mostri. Chi manderebbe i propri bambini a scuola da un sovversivo? Eppure il maestro più alto del mondo è stato sottoposto ad un trattamento sanitario obbligatorio, è stato ricoverato in un ospedale civile del nostro paese, è stato legato ad un letto per quattro giorni in piena estate. Le scene del video della telecamera a circuito chiuso del reparto di psichiatria sono agghiacchianti. Il maestro arriva nel reparto in una tranquillità estrema, non mostra segni di squilibrio, non rifiuta le cure, non rifiuta di stendersi sul letto, eppure viene poi legato. Continuerà ad essere legato al letto per le successive ottantadue ore. Non gli verrà dato da mangiare e da bere per tutto il tempo che rimane nel reparto, eppure non dà segni di squilibrio, non aggredisce nessuno, non rifiuta nessuna cura. Sembra quasi che non si curi delle cinghie che lo tengono legato, ma si comprende che questa assenza di dolore è data dai sedativi che gli vengono somministrati. Franco Mastrogiovanni ha sempre pagato colpe che non aveva commesso, è stato sempre sottoposto a punizioni per fatti e circostanze che non si erano poste. Ha pagato per le sue idee che erano idee spesso non comprese e per questo temute fino alla morte. Chi non avrebbe paura dello Stato, quello con la s maiuscola, se questo ti guarda in cagnesco e ti sot-

topone ad un sistema di redenzione per colpe che non si sono commesse? Chi non avrebbe paura della forza pubblica quando questa si estrinseca solo come forza, potere dello Stato che si sprigiona con tutta la sua veemenza contro i singoli quando i singoli hanno proprie opinioni? Le ipotesi di conflitto sociale sono state sempre risolte con la forza, nel dualismo razionale verso irrazionale, consenso verso costrizione, dissenso verso accettazione. Franco Mastrogiovanni era un mite, un uomo che conosceva la forza dell’ordine sociale e ne aveva paura, era per questo che temeva l’autorità costituita. Nelle sue ultime parole, quelle che gli sono state attribuite nel mentre si dava esecuzione al trattamento sanitario obbligatorio, è contenuto il suo timore. “Non portatemi a Vallo perché mi faranno morire” queste sarebbero state le sue ultime parole. E’ questo il senso del timore di un uomo mite che conosce bene i meccanismi della repressione, quasi come se avesse voluto dire che sapeva che gliel’avrebbero fatta pagare anche se non aveva commesso nulla. Gli avrebbero fatto pagare la quota del dissenso, il fatto di avere idee ed opinioni che possono differire dal senso comune, gli avrebbero fatto pagare la voglia di pensare che una società migliore può sempre esistere da qualche parte. La sentenza del tribunale va rispettata, elogiata anche per il grado di coraggio che contiene, ma si deve considerare nella sola sfera della realtà processuale.

Mandragola

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di Nicola Botti

cronaca

Fotogramma shock tratto dal video di sorveglianza, da cui si evince la contenzione del povero Mastrogiovanni, impossibilitato a nutrirsi dal vassoio posto ai piedi del letto

Giustizia è fatta …o no?
Al di là dei probabili appelli, la sentenza non mette fine a questa squallida storia o, perlomeno, non ne azzera o attenua le conseguenze; e alcune considerazioni si impongono. Innanzi tutto il discredito che ne deriva all’ospedale San Luca, e col tempo questa vicenda sarà associata al nome di Vallo della Lucania e non all’ospedale; non è di questa pubblicità che abbiamo bisogno nel Cilento. Poi c’è il comportamento tenuto dal personale paramedico nei quasi quattro giorni di contenzione; comportamento che se volessimo usare un eufemismo definiremmo superficiale, ma se vogliamo dire la verità dobbiamo definirlo sconcertante ed irritante, e non a caso dal Pm ne era stata chiesta la condanna, almeno per alcuni di loro. Certo, non se ne poteva pretendere una pena severa per sequestro di persona non essendo stati loro a stabilire la contenzione; ma ragionevolmente dobbiamo ritenere che non siano stati i medici ad ordinare di non dare né da bere né da mangiare a Mastrogiovanni, né di pulirlo e nemmeno di controllare se fosse vivo o morto. Le immagini di come è stato ridotto il corpo sono semplicemente sconvolgenti: profonde ferite alle caviglie e ai polsi, viso stravolto non dalla morte ma dalla sofferenza, testicoli macerati… Ma che razza di cura è quella di legare per quattro giorni una persona? E’ normale tutto questo in una struttura pubbli14 ca, in un paese civile, nel 21° secolo? Ma, soprattutto, se il Mastrogiovanni, benché ininterrottamente legato per 82 ore, fosse stato curato come di dovere, sarebbe morto? E in tutto questo non è mancato nemmeno il sadismo: come giudicare diversamente gli infermieri che portano il vassoio per il pranzo (ad una persona impossibilitata a muoversi) lasciandolo su un tavolo vicino e ripassare poi a riprendere il vassoio ovviamente intatto? Squallore! Il comitato “Verità e Giustizia per Franco Mastrogiovanni” sostiene che sarebbero opportune almeno le scuse da parte degli infermieri; certo, sarebbero opportune, e sicuramente appagherebbero la famiglia più delle condanne inflitte; ma crediamo che chi ha mostrato di non conoscere la pietà non possa avere la sensibilità giusta per chiedere scusa. Gli avvocati degli imputati, infine, si sono lamentati del grande clamore mediatico sviluppatosi intorno al processo; è appena il caso di ricordare che un fatto del genere non è che accada poi tutti i giorni, un po’ di interesse lo suscita; anzi, diciamo pure che non è mai accaduto da nessuna parte, a meno che non sia rimasto nascosto; come probabilmente sarebbe rimasto anche questo caso se non ci fossero state le spietate telecamere di sorveglianza. Per fortuna per la famiglia e purtroppo per loro.

Mandragola

cronaca

di Giuseppe Tarallo

UN PROCESSO SERIO E DETERMINATO
Prima di tutto voglio dare atto del garbo, serietà e determinazione con cui é stato condotto il processo garantendo tempi brevi che in Italia sono elementi importanti e non trascurabili di giustizia. Apprezzo gli aspetti più che positivi che i familiari e il comitato insieme alle associazioni costituitesi aspettavano: il riconoscimento della contenzione come sequestro di persona (altro che blanda e lecita!), della morte conseguente ad altri delitti e lo scontato falso in atti d’ufficio. In Italia questo diventa un punto fermo da cui ripartire per nuove norme più civili e rispettose della dignità e dei diritti inalienabili della persona e contrastare le pericolose proposte legislative in atto e le diffuse pratiche spesso mortali ancora in uso in tutto il nostro paese. Preciso che non sono un giustizialista né amo pene carcerarie e carceri, altrettanti luoghi di pena e dolore che andrebbero aboliti o profondamente rinnovati alla luce dei principi della nostra Costituzione e in nome di Beccaria che si rivela più moderno ed attuale dei nostri legislatori e gestori dei nostri penitenziari. Umanamente sono vicino a chi ha subito condanne che segneranno la vita loro e delle loro famiglie: avrei gradito che eguale umanità fosse stata mostrata nei confronti di Franco e di tanti altri pazienti che rimangono sempre persone e cittadini da rispettare; avrei gradito che avessero almeno chiesto scusa ai familiari colpiti da un lutto che niente può cancellare o attenuare. Ma, come aveva rilevato nella sua arringa l’avv. Valentina Restaino, queste sono le pene massime che si danno, giustamente, in Italia e nel resto del mondo civile, per il maltrattamento e la morte di animali che ancora fatichiamo a considerare come soggetti con loro diritti. Non so se gli imputati hanno avuto riconosciute attenuanti come prima volta, una prima volta, forse che é tale per il solo fatto che la morte di Mastrogiovanni é la prima che é arrivata a un processo e a sentenza senza essere stata archiviata o fosse tentata la promozione di azione legale, considerate la difficoltà di prove e lo squilibrio di “credibilità” tra le parti. Così come, al di là dell’individuazione delle singole e rispettive responsabilità, ritengo difficile da comprendere ed accettare che chi era addetto alle cure infermieristiche ed é venuto meno alla stessa deontologia professionale, che non li subordina e sottomette ad ordini ritenuti incongrui, illeciti ed illegittimi, sia stato assolto, altrimenti il rischio é quello di ricadere nella logica degli “esecutori” nazisti che così cercavano di giustificare la loro acritica e passiva accettazione di ordini criminali come obbligo di obbedienza: gli ospedali non sono lager o luoghi e terra di nessuno dove diritti e doveri sono sospesi. Nella sentenza manca questo elemento di civiltà giuridica che impedisca in futuro ad altri di fare altrettanto. In questa occasione rinnovo tutta la mia vicinanza, solidarietà e ammirazione per i familiari di Franco Mastrogiovanni che hanno saputo, facendo forza al loro dolore, portare avanti con determinazione e grande civiltà e rispetto la propria azione legale tesa sia a dare giustizia a Franco che a restituirgli quella dignità che gli era stata negata nella fase sia del TSO che della degenza ospedaliera. Ma soprattutto hanno voluto che questo caso fosse anche l’occasione di far riconoscere da un tribunale italiano l’illegittimità e illiceità di comportamenti e pratiche che la legge già vieta ma ancora ampiamente diffusi, affinché ciò possa non accadere mai più e ad altri.

Foto di archivio: Mastrogiovanni con la nipotina

Mandragola

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