Giona - Un romanzo della Prima Repubblica

Peter Patti

_______G I O N A______

Un romanzo della Prima Repubblica

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"TI MUOVI ANCHE TU COME TUTTE LE COSE FERME" (G..R.)
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INDICE Parte Prima – Terra acqua vento e........... pag. 7 Parte Seconda – L’uomo sbucciato .......... pag. 63 Parte Terza – Le Ibridi ......................... pag. 108

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PARTE PRIMA -------------------------------------------------------------TERRA, ACQUA, VENTO E...

"Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l'accusate; accusate voi stesso, che non siete abbastanza poeta da evocarne la ricchezza." (Dalle Lettere su Dio, di Rainer M. Rilke)
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Giona come quando.

Forse il nome: questo nome che suscita un'eco biblica, appioppatogli in seguito a una distorsione etimologica allo sportello dell'anagrafe (i suoi genitori avrebbero voluto chiamarlo Gionni) o all'udito precario di un impiegato stressato. Un nome che lui si porta scritto in faccia e per cui viene guardato con sospetto. Inquisiscono: «Da dove vieni? Provenienza? Nazionalità? Insomma, a quale popolo appartieni?» Certo, un nome si può sempre cambiare, ma Giona non ha mai voluto farlo. Sa che è perfettamente inutile, con "questo mare gonfio e l'equipaggio pure". Avrebbe potuto confezionarsi una maschera su misura, come tanti altri prima e dopo di lui; ma a che serve? Lo riconoscerebbero comunque: «Giona. Sei tu, vero?» E’ il suo destino. Quando c’è da buttare uno in mare, l’indice si punta sempre sul mio amico Giona. Questo nome! Obbligatoriamente, un richiamo freudiano a latere. Madre Hysteria, Sorella Mysteria. L'equazione vagina = pancia di balena è di un'ovvietà tale da strappare un "A-ah!" persino ai profani della psicanalisi. «Professione? Paese di origine?...» Uff! E’ lunga, la strada per Tarsis.

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UNA DI 521 MISSIVE (scelta quasi a caso)

(Sulla busta, di traverso, la scritta “SVELTI CHE ARRIVANO I MAGI!“ accanto al mittente:)
Dott. Gionowsky V.le delle Pozzanghere Prosciugate, n. 3398 - Località Saltafossi Terra dei Briganti Tremebondi

(La prima parte della lettera è compilata a penna, sul retro di un foglio strappato da un calendario per ufficio.)
Caro Pierre, ti scrivo anke se le cose mi vanno a rovescio. La mia testa è in perenne confusione, ma penso in ogni modo di potercela fare.

ricalcata.)

Schifanoja non l'avrà vinta. (Grossa sottolineatura

Di solito io non mi attendo regali, eppure quest'anno Babbo Natale è arrivato anke x me. Ho ricevuto un maglione e un paio di scarpe. Il maglione, donatomi da un’amica di famiglia, purtroppo mi sta largo, e finirà con l’essere indossato da mio fratello Totonno. (Macchia d'inchiostro.) Le scarpe sono state un'idea di Mamama. Robuste, con un battistrada da supercargos, assai adatte ai percorsi accidentati. Faccio quasi fatica a sollevare le gambe, ma certamente finirò con l’abituarmi a queste
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gomme nuove. (Cancellato e corretto.) Potrò mai abituarmi a queste gomme nuove? (Otto punti

interrogativi.)

Ho dato un'occhiata al materiale a mia disposizione e ho constatato ke su molte buste i francobolli non sono stati annullati. Li sottoporrò al consueto trattamento con H²O e foen, x riciclarli. (Calligrafia affrettata.) La città è vestita a festa ma ha le galosce impolverate. Da circa un mese qui sembra di essere a Bagdad: botti da mane a sera. L'acquisto di mortaretti sarebbe permesso solo ai maggiorenni, ma x lo + sono i marmocchi a giocare con questi aggeggi pericolosi.

(Segue un primo fogliettino allegato. Più propriamente la fotocopia di una cambiale scaduta, riempita sul lato vuoto da una grafia serrata e cosparsa di scarabocchi.)
I netturbini latitano da 4 gg., rendendo felici cani e gatti randagi. Sopra i tetti, volatili allibiti dal fragore dei mondi. Intanto nel mio giardino non ci sono + le galline: due sono morte in circostanze misteriose e l'ultima... è finita in pentola. Mi è dispiaciuto x lei, ma d'altronde ho preferito mangiarla prima ke me l’avvelenassero o ke mi rovinasse le piante.

(Annotazione in margine, a matita:) Secchi d'immondizia
a guisa di monumenti; e zampe di pollo a coronare il tutto.

(Secondo fogliettino allegato, scritto a macchina - interlinea 1.)
Mio fratello Totonno, con o senza i maglioni miei, mi dà da pensare. Da qualke tempo a questa parte è + squasimodèo del solito, fa l'esagitato. Crede di essere un “veggente“ e spara profezie ke sono l'una + nefasta dell'altra. Gli ho detto ke il suo oracoleggiare non mi interessa, ma lui continua a tormentarci tuonando oscure predizioni.

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Beh, è ora di concludere. La luna già svetta senza alone, sospesa, leggera, a un filo sottile. Baratto il mio dolore con la notte... NON MORIRE MAI.

(Ad inchiostro rosso:) Te salut, bye-bye, au revoir.
Tuo - tantromantico locupletante - fratellamico GIONA.

(E in fondo a tutto, a caratteri minuti:) Ah, sì: Buon Anno Nuovo.

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IL VIAGGIO A RITROSO

In principio c'era la strada. E la strada mi riporta a Schifanoja, la città dei padri. Rimarrò qui per una manciata di giorni appena, dopo tre anni di lavoro senza requie. «Ferie», le chiamano. E’ in un settembre dorato di aspettative che imbocco le geometrie numerate d'asfalto. Ma sulle Alpi Austriache lugubri nubi gravitano basse, una pallida luce affatica gli occhi, l'aria vortica. Convenzionalmente si sceglie di affrontare un viaggio del genere nella cosiddetta bassa stagione, per evitare il traffico intenso, le code, le interminabili attese alla dogana: insomma, tutti i fastidi causati dal turismo di massa. Nessuno, a inizio settembre, si sognerebbe di trovare le strade sgombre, di averle a propria completa disposizione. E’ quello che invece capita a me. Non una sola automobile in vista. L'impressione che se ne ricava non è gradevole, considerate le condizioni meteorologiche. Vengono in mente tante sciocchezze... I doganieri (sono gli ultimi, prima della soppressione definitiva dei confini) mi fanno cenno di passare. "Afanti, afanti!" esortano. E io avanti. Ma le loro facce non mi aiutano a rinfrancarmi: tutt'altro. All'altezza di Trento piove, e il vento ululafrusta. La ‘duecavalli’ ondeggia paurosamente. Davanti a un autogrill stanno parcheggiati alcuni camion, con o senza rimorchio: sembrano reliquie d'anteguerra. Nel gergo della tribù di Giona, questi bestioni della strada si chiamano «supercargos». (E’ mio dovere informare il lettore che i solicismi e neologismi in cui si imbatterà in queste pagine non sono farina del mio sacco, ma
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appartengono di diritto al mio fratellamico, pur se su di essi non è apposto alcun copyright.) Soltanto tra Firenze e Roma incrocio altre vetture: dapprima isolate, poi sempre più numerose. Dunque gli italiani sono ancora qui... Non se la sono svignata, nonostante tutto, mentre io, beato o beota (è ancora da decidere), stavo a menarmela all’estero. Ed ecco i Campi Flegrei. Evocando Virgilio, intono un alleluia al mondo contadino. Quando decisi di emigrare, il mio ideale di "eroe moderno" era l'uomo ipercivilizzato: calcolatore più che razionale, nomade per hobby e necessariamente snob. Adesso però sono convinto che questo povero pianeta, questo nostro martoriato globo terracqueo, dovrebbe essere regolato dalla sapienza di Diogeni impazziti e dalla semplicità della gente di campagna. Un po' di rustico buon senso non può nuocere nel convulso dilagare dell'automazione, della virtual reality, della tecnofagia. Nei pressi di Formia, all'uscita di una galleria, la ritrovo: ritrovo la roccia a forma di trono su cui riposai, ventenne in fuga d'obiezione, fronteggiando l'orizzonte marecielo di Ponente mentre alle mie spalle quattroruote stracariche univano idealmente il Nord con il Sud d'Italia. Istintivamente freno; procedo a marcia indietro; smonto. Nessuno mi impedirà di risedermi su quella roccia, ora. Vent'anni, avevo. Ero nell'estate della vita e disprezzavo divise e cannoni, officine e cantieri. Vent'anni: tra i clamori della consapevolezza di un'età brevissima. Cercare di ripenetrare oggi nella maglia di sogni di un’età incontaminata ma anche travagliata, oggi che mi scopro dilaniato dalla punta di diamante della nevrosi di dover "riuscire" a tutti i costi, di dover trasformare il talento in talenti e rendere produttive le ore e i giorni; oggi che sono costretto a dar voce persino a uniformi ed armi, a capiofficina e capicantiere... La roccia è di
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fronte a me: un ben riuscito calco dell’anatomia umana, un’invitante poltrona a fronte del Tirreno. Indugio. Dalla bocca oscura del tunnel proviene il rombo di un supercargo in avvicinamento. Torno in fretta all'automobilina e, vergognoso, riparto. Il TIR, stagliatosi di colpo alle mie spalle, mi mette ancora più fretta con l'urlo triplice delle sue trombe. Dormo e non dormo sullo Scilla, un traghetto della Linea Caronte. Ripenso a Giona. Di quanto sarà invecchiato lui? Kronos divora i suoi bambini. E lo stesso fa Schifanoja. Giona Rocchi. Fratellamico. Le sue lettere: un rotolio di frasi, una marea di vocaboli. Metalinguaggio. Mi chiama Pedro, Pierre e talvolta Piotr. E per me lui è Jo. Jo the Rock; o, più semplicemente, Rok, che in russo ha il significato di “destino“. Ama i gatti, ma - come mi ha comunicato di recente - presto non potrà permetterseli più: il suo medico gli ha diagnosticato un'allergia al pelame di questi animali. Giona e i suoi malanni. Nelle sue lettere vi sono passaggi che si leggono come geremiadi in allegro vivace. “Io sono lo sventurato + felice ke abbia mai incontrato“, mi ha scritto una volta. Spero che nel frattempo il suo sorriso non sia svanito del tutto. Bastava che lui sorridesse perché le cose e gli esseri d'intorno si immobilizzassero, distaccandosi per un istante dal flusso caotico della città maledetta. Non ho mai conosciuto persona più innocente e più sincera del mio fratellamico. Nonostante le avversità, Giona non cede, non si arrende. E’ estraneo sia alle mode che alle ideologie. Da quanto ho potuto ricavare dalle sue cronache epistolari, continua a condurre la sua personalissima recherche. Lui non cerca un mondo migliore, ormai, ma una migliore dimensione
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o una migliore posizione siderale, indipendentemente dallo Zeitgeist. I labirinti del suo pensiero - che esulano da schemi prestabiliti - presentano due o tre angolini dove si annida il nero della depressione. Curiosamente, si sente depresso soprattutto nelle date-chiavi: il giorno del suo compleanno, l'inizio dell'estate, San Silvestro... Ma c'è da stupirsene? Un altro, al suo posto, avrebbe già gettato la spugna. Non gli concedono mai pace; nemmeno di notte. E’ un poeta che scrive sul capezzale di un silenzio tradito:
“La mia pelle non ha più niente d'umano, i miei capelli sono stalagmiti, i miei denti hanno un suono metallico. Oramai sono certo: qualcos'altro vivrà al posto mio.“

Prima che io abbandonassi le patrie sponde fummo parecchio vicini: come Castore e Polluce, Achille e Patroclo, Oreste e Pilade. Grandi amici: le vere stelle dell'umanità. Qualcosa intanto si sarà infranto; qualcosa si infrange sempre, in qualche modo. Jo ha pagato lo scotto di tanto candore, come già so: la sua bellezza si è smagrita, si è impoverita di qualche dente e di parte della capigliatura. Fortunatamente, però, nient'altro è nato al posto suo. Sulla sua fronte, il marchio di Abele rimane indissolubile. L’ultimo mio pensiero, prima di appisolarmi in un’area di sosta, è: "Forse troppo sole sotto le palpebre..." Giungo a Schifanoja in piena notte. Come-back dell'astronavigatore. E’ stato un viaggio pazzesco, ma, nell'avvistare le luci della città, la mia spossatezza svanisce di
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colpo. Rieccomi a te, o Schifa! Oh, davvero stupenda è questa tua luna caldeo-babilonese... Il piazzale davanti alla casa paterna è tutta una costellazione di buche; le aiuole sono inselvatichite, veri e propri veprai. Sveglio i miei con un'energica scampanellata e loro - ovvio esternano lietezza. «Entra, entra.» Non mi sembrano essere invecchiati di molto, in questi ultimi tre anni. No, grazie, ho già mangiato - dico loro; semmai accetterei del caffè, se ne è rimasto... Fatico a indurli a tornare a letto. Dopo riprendo possesso della mia stanzetta. La vecchia tana. E’ qui che sono cresciuto, in mezzo a caterve di libri e ai poster di divi del rock; è tra queste quattro pareti che sono stato svezzato, mentre covavo sogni di altre terre, di altri mondi: un Salgari in sedicesima. Mi sveglio, o vengo svegliato, verso le undici, e il mio primo impulso è di andare a trovare Giona.

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CAFFE' E SIGARETTE

L'appartamento, situato al piano terra, assomiglia ormai a una fortezza. Il giardino dei Rocchi (un orticello, in realtà) è recintato come il cortile di un carcere. Prima di premere il campanello, il mio occhio vaga tra i nominativi degli altri inquilini, finché non si posa su quello di Trapasso Fortunato. Trapasso Fortunato: quante risate ci siamo fatti nel leggerlo la prima volta! Anche adesso un sorriso rischiara la mia faccia. Il mio fratellamico ha sempre posseduto una capacità portentosa nello scoprire tali «inezie ridanciane», come lui le designa. Una maniera come un'altra per sopravvivere alla città. Ricordo l'ilarità che suscitarono in noi talune insegne di negozi e targhe di ottone: ‘Alla morte del pollo’, 'La sorgente del latte', ‘Cardiologo Bonocore’, 'Avvocato Buttafuoco'... l’avviso ‘Vendo tutto per esaurimento‘... e l'ormai leggendario 'Vendesi biciclette e riparasi anche' scritto su un pezzo di cartone affisso sul muro di un'officinetta. Mosso dal suo proprio gusto per il paradosso, Giona inoltre era solito andare alla ricerca di posticini curiosi, tutti nascosti e non contemplati dalle guide turistiche, per mostrarli successivamente a me; come se io fossi un forestiero! (E in un certo senso lo sono, in effetti). Meraviglie quali: il buco in terra che la saga attribuisce all'urina di Orlando il Paladino; un'osteria la cui specialità è la "pasta alla sculettata“ (sembra che la figlia della proprietaria lavori l’impasto con il sedere); un villaggio oltre i sobborghi che “mantiene sette maghi per generazione“ e talmente frequentato che le ferrovie vi hanno apposta costruito uno scalo... A volte faceva puntatine a sorpresa presso parenti vicini e lontani, dopo anni che non
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riceveva notizie da loro. Non che struggesse del desiderio di rivederli: essenzialmente, era per crearsi uno svago. «Andiamo a trovare il mio biscugino», proponeva. «Il tuo biscugino? E chi è?» «Il nipote della sorella di mia madre.» Tutte le nostre azioni scaturivano da sue trovate improvvise. Ogni cosa era spontanea, provvisoria, non programmata. Il caso aveva la parte predominante nella sua vita e, a quanto ne so, attualmente è ancora così. Di prim’acchito lo si giudicherebbe un acchiappamosche, ma in realtà è alla ricerca della vita, e della donna della vita. Un Orfeo dei nostri giorni. Dunque suono il campanello e, dopo che mi viene aperto, piombo in un bailamme di rumori, voci e corpi in agitazione. La tribù gionesca è rumorosa, sgangherata. Li conosco uno per uno, questi suoi familiari. In diverse occasioni mi sono ritrovato ad andare con loro in giro per Schifanoja. Mai che pagassero il biglietto dell'autobus. Saliti sul mezzo pubblico, si facevano strada con i gomiti per situarsi presso l'uscita, pronti a saltar fuori nell'avvistare uno «Sceriffo» (un controllore). Marciando a gruppo compatto per prendere un gelato o dei dolci, creavano scompiglio nelle eleganti pasticcerie del centro, simili a zingari. E il peggio è che per via, prima e dopo il consumo delle "leccornie", se la davano di santa ragione. Dissapori che sprigionavano da futili motivi e rischiavano puntualmente di sfociare in una tragedia di sangue. Ecco che avanzo nel tumulto del vestibolo (occhi & bocche & braccia) per sbucare infine nel soggiorno dei Rocchi. Nello scorgermi, il mio fratellamico salta su, il volto che irradia gioia. Regge in braccio una bambina; immediatamente la depone sul grembo di chi gli sta più vicino. Poi va alla toilette per mettersi in ordine, per sgrattare via la crosta che lo ingromma. Infine si cambia davanti agli altri - in fondo, il soggiorno è anche la sua "stanza" - ed eccoci finalmente abbandonare il glòmere di casa
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sua. Dieci minuti dopo, mi sta raccontando che esce di rado. «Praticamente mai.» Ci voglio io per ridargli una motivazione, dice. Sono il suo salvatore, dice. E ride. Sicuro: il suo salvatore, sono. Ho tolto un chiodo dalla sua croce. Ho tolto la corona di spine dal suo capo. Sono l'amico che, a intervalli sempre più lunghi, ridiscende per allievargli il dolore, cospargendo le sue piaghe con del balsamo. Anche questa volta sono giunto «in zona cesarini», all'ultimo momento cioè, ma sono giunto. Tra una manciata di giorni dovrò però ripartire, e allora torneranno a crocifiggerlo, a torturarlo. Non è soltanto Schifa: sono i suoi fratelli pazzi (continua a raccontarmi, grattando sulle erre). E sua madre, che non vuole smetterla con le pratiche della magia. Alla madre di Giona è presa la mania di voler sconfiggere «il demonio del fuoco». Il latte inacidisce? Un piatto si rompe? E’ opera di uno spirito maligno, afferma lei. Crede di sapere che i mobili si sono spostati da soli, nottetempo, e sporge indice e mignolo: simbolo dell'Asmodi. «Tutte bubbole!» esclama Giona. «Ma, a forza di sentire questi discorsi, qualunque persona equilibrata prenderebbe a fiutare l'aria sospettosamente.» «Dimmi: scrivi ancora?» Sì, scrive. Scrive poesie. E, più sporadicamente, pagine di prosa. Ma non è facile. «Sono uno scrittore represso dal sistema. Chiederò asilo alla Norvegia.» Spesso il padre lo investe domandandogli se pensa di poter guadagnare qualcosa con la scribomania (grafomania). «Guadagnare! Ma se non riesco neppure a pubblicare! Ho rinunciato a ogni speranza, in questo ambito. Ho detto basta pure all'eterna montatura dei premi letterari. Persino un secondo o un terzo posto non portano che un diplomino o una targhetta. E mai il contratto di un editore, mai una
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recensione su un quotidiano...» Mentre si accende una sigaretta, noto il tremore delle sue mani. Formula le parole con estrema lentezza, come se avesse difficoltà a ordinare le idee o come se con me fosse costretto a colloquiare in un linguaggio che non gli è proprio. «Che città disgraziata!» sbotta, pur senza una nota di collera. «Sogno continuamente di uscirmene di qui, fuggire. Ma chissà quando potrò farlo! Alle calende greche, probabilmente.» Aveva già lasciato Schifanoja, tempo addietro: una, due volte, per vivere alcune stagioni nel Settentrione. Lassù aveva conosciuto la prigione del lavoro - sadismo e brutalità -, ma anche l'affetto di varie donne. Gli anni d'oro della sua vita... Il Nord nel frattempo si è autosmitizzato, come ogni altra cosa del resto, e lui si ritrova quaggiù senza lavoro né affetti. La mia compagnia pare comunque risollevargli il morale. Adesso può guardarsi attorno a testa alta e ripetere con disprezzo, arditamente: «Che città!» Compiamo un largo giro a piedi, attraversando le viuzze del centro storico. Figure laide ci scrutano con inimicizia e, pedinandoci, sputano commenti che provocano in noi un cupo vellicare. Sia io che Giona non sembriamo nativi del luogo, vuoi per l'aspetto, vuoi per il modo di vestire (soprattutto lui è in ritardo sulla moda di almeno un decennio), e alcuni bagonghi si divertono a lanciarci dietro: «'Nglesi! 'Mericani!» Noi tiriamo dritto, per nulla impressionati. In fondo è sempre stato così, fin dall'inizio: Schifanoja non ha mai potuto risucchiarci, possederci. Allora portavamo a passeggio la nostra estraneità sicuri di trovarci in questo posto per mero equivoco. Fantasticavamo di poter un giorno raggiungere la terra a cui realmente appartenevamo per non distaccarcene più. Pure oggi intoniamo: «Can you tell me where my country lies?», «Sai dirmi dov'è il mio paese?», ma senza più la convinzione di un tempo.

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«Tu, se non altro, ce l'hai fatta a spezzare il cordone ombelicale», osserva Jo. Lo avverto che la Germania - dove vivo - non è il paradiso e che, anzi, il Paradiso (quello dantesco, proprio) non è che la proiezione dei desideri più utopici. «Occorre più coraggio a rimanere», sentenzio. «Prendere di petto la realtà, affrontare a viso aperto i problemi, soprattutto quelli sociali, che paiono irrisolvibili: ecco la vera impresa!» Jo scuote la testa. «Rimanere? No, non fa per me. Ma per partire... definitivamente, stavolta... ci vogliono soldi, tanti soldi, ed energie, troppe energie. E, essendo la mia situazione quella che è...» La sua situazione. Tremenda, certo. Eppure, tra qualche mese gli riuscirà effettivamente di sradicarsi dal suo nido bozzolo, uovo o pancia di balena - per mettersi a vagabondare, anzi errare nel senso ellenico del termine. Solo che noi ancora non lo sappiamo. Attraversato un quartiere basso, dove bagasce ci lanciano inviti tebaici e sicofanti agitano le mani nel tentativo di inasprirci i passi, ci immergiamo nel meno ubbioso parapiglia del centro. Quanta gente! Una turba pazzesca, per me che sono appena uscito dall’idillio di scenari subalpini. Mi scopro tuttavia più avvezzo del fratellamico ai palcoscenici metropolitani: da secoli ho finito il mio garzonato di cosmopolita. Così, grazie alla mia disinvoltura, Giona può finalmente muoversi su un terreno saldo, non più somigliante all'essere sgomento (eroe in pantofole) che è stato fino a un'ora fa. Abbandonata la condizione di timido usignolo, recupera la sua vera identità. E’ tornato angelo, e come un angelo risplende. Le ali della sua bellezza aprono spazi ammirati nella proluvie e provocano nelle passanti sorrisi dissipati.
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I capelli lunghi, che oggi lasciano intravedere zone di cranio nudo e ondeggiano simili ad arti supplementari, formano come una nebula a protezione delle idee che sbocciano sempre nuove. Giona ride e Giona batte le mani. Giona si deve fermare, ogni trecento metri, per fare pipì da qualche parte (nessun prodotto farmaceutico, nessun infuso d'erbe è riuscito ad arrestare la misteriosa infezione alle viscere che lo tormenta da anni). Giona fa volgere fanciulle «gattesche» lanciando loro richiami incompresi e perciò affascinanti. En passant, appella scherzosamente un giornalaio: «Signor giornalista...» Durante la nostra passeggiata, vediamo un cavallo imbizzarrito galoppare tra la folla. Vediamo venditori ambulanti fare l'occhiolino a turiste e turisti stranieri. Vediamo un borsaiolo che strappa gli orecchini di un'anziana signora senza risparmiarle i lobi... Intanto Giona mi fa il resoconto della sua vita, così come io lo conosco dalle sue lettere: «Cerco di smettere di fumare, di bere caffè. Ognuno di questi propositi fallisce in giornata stessa. Non so più controllare i miei vizi. Vorrei partire, via, lontano, ma i miei hanno bisogno di me. Certo, non raramente mi assale l’impeto di infilarmi gli stivali delle sette leghe e voltare loro le spalle, incamminandomi in una direzione qualsiasi. Vaneggio di attraversare il deserto a piedi, il mare a nuoto. Penso a te e a come potremmo divertirci stando sempre insieme. Il problema più grave è il denaro. Sto diventando uno di quei meschini che passano le notti in bianco studiando le estrazioni dell'Otto e i sistemi del Cococalcio. Di quando in quando faccio il punto della situazione, sai, domande del tipo: “Chi sono? Da dove vengo? Che cassius ci faccio qua?“ e via farneticando. Allora mi guardo allo specchio e vedo un individuo ipovitaminizzato... Mi addolora il plebeismo dei conoscenti che bazzicano la nostra casa... si sono sistemati tutti quanti chez nous e mi spiano di continuo. Se vado in bagno, sento un pissi pissi dietro la porta. Esco per vedere che cosa succede e sorprendo,
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chini sul buco della serratura, alcuni tizi che non fanno parte della mia tribù. “Beh, non hai finito?“ mi domandano. “Ci hai la cacarella?“ Sono dispettosi, volgari. Mi spenzolo dalla finestra per prendere una boccata d’aria e i piantacorbelli [bambini del vicinato, o ragazzaglia] si mettono a lanciarmi sassi. I miei fratelli sono queruli, pretenziosi. Antonio è sempre lì a saccheggiare il frigo o a battere i piedi - l’ho soprannominato “Dinosauro“ -, Cochi è un antropofago... non chiedermi cosa voglio dire. Gli alvei che scorrono nei nostri paraggi puzzano così tanto che finanche il cielo storce il naso. Vorrei tapparmi le orecchie per non udire gli strilli, le sciocche baruffe, l'intero soundtrack cacofonico... ma neanche questo mi è concesso. Le mie mani, vedi, sono legate. Allora mi piazzo insieme agli altri davanti alla tivù e seguo, inebetito, il campionato nazionale dell’idiozia, ascolto tre canzoni balorde ruggite da divi incartapecoriti e notizie del tipo: “Il sindaco, che il suo partito ha designato a succedere a se stesso, si ribella a tale decisione“. E’ una realtà folle, granguignolesca». Si interrompe un momento per gettare uno sguardo apprezzativo a un paio di floride ragazze («bellinde», le chiama lui) e poi riattacca, con il medesimo tono pacato: «Il mondo intero baccaglia e io cerco rifugio negli oroscopi, che sono compilati da ballisti, d'acord, ma almeno promettono ricchezza e amore! Già: sono diventato vittima dell'astrolatria. E fosse solo questo!... Spesso vorrei prendere un bagno e invece mi tocca puzzare, perché qui, e non solo in estate, razionano l'acqua. Per sovrapprezzo, negli ultimi tempi soffro di mal di denti. Dall'urologo mi tocca recarmi ogni settimana, e ora devo andare anche dal dermatologo per un certo fastidio al coso... al pinco. Puoi immaginarti perché: non avendo l'amorosa, mi sono messo a frequentare le battone... Ne ho conosciuta una simpaticissima... Credo che sia stata lei ad affibbiarmi questa brutta infezione. Sì, il tempo incalza da tutte le parti e mi invecchia senza clemenza. Me ne accorgo dal fatto
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che a volte non dico la verità, non sono sincero nemmeno con me stesso, mi imbroglio... finché non ritrovo il silenzio dei miei pensieri». Rendendomi conto che le sue ferite hanno ripreso a sanguinare, mi lascio sfuggire una smorfia di disappunto. Osservo il suo profilo e gli auguro segretamente di resistere, di poter sconfiggere la malasorte a dispetto di tutto e tutti. Sì penso -, forse possiamo scamparla entrambi, alla fin fine; forse sopravviveremo ai conflitti del nostro terzomondo personale. Prerogativa essenziale è: mettere ordine alle idee, razionalizzare i sogni. Perfezionare quell'elaboratore di dati che abbiamo nella scatola cranica. Ma come poter ragionare serenamente, come vivere a mente chiara se, appena dietro l’angolo, un gigantesco martello pneumatico ci fa piovere addosso tremila hertz di vibrazioni? Giona si accorge del mio cipiglio. Non vuole vedermi così, perciò mi esorta, si esorta: «Parliamo di qualcosa di allegro». «Va bene. Raccontami di Liliana.» Lui protesta: «Qualcosa di allegro, ho detto.» Ma ride, suo malgrado. «Liliana! Eh già, ancora penso spesso a lei, sai? Ma è acqua passata. Dovevo farla finita. Cos’altro c'era da aspettarsi da una bellinda del genere? Del resto, anche tu hai avuto le tue brave esperienze con queste ragazze “all’antica“: ore di discussione meningitosa e di sesso nemmeno a parlarne. Liliana...» ripete, scuotendo la testa. «Esigeva che io accorressi lassù, nel suo paesino tra le rupi, la domenica e per ogni ricorrenza religiosa, quando tutti i paesani si riversano sul corso principale e la banda parapunzipà accompagna la processione. Se le spiegavo che non potevo, che avevo altri impegni, andava su tutte le furie. Sempre in quella sua maniera sibillina». «Come si può andare su tutte le furie in maniera... sibillina?»
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«Ma sì: si mostra offesa, alza un po' la voce e nel contempo ti accarezza... acusticamente, come per dire: “Sei un briccone e certamente stai sparando balle, ma voglio lo stesso perdonarti. La prossima volta che ti dico di venire devi farlo, però, e subito!“ Compris?» Annuisco. Oui oui, ho compreso. «Al telefono mi faceva uscire dai gangheri. Ma era soprattutto con me stesso che mi arrabbiavo. Perché non lasciavo stare quella montanara e non mi cercavo una donna di qui? Una di città? Beh, la verità, se proprio vuoi saperlo, è che mi è impossibile fare conquiste a Schifa. Roba da non crederci, ma è così. E’ come un incantesimo malvagio. Per questo mi ripetevo che una come Liliana era meglio di niente. Lei però non la smetteva di mandarmi in bestia. Andavo in bestia anche perché non riuscivo a stenderla. Mi ripromettevo di portarla alla prima occasione in un luogo solitario e tentare il colpaccio. Ma lei stringeva le gambe, e io non sono un tipo da compiere violenze di nessun genere. Perciò finivamo sempre in quell'unica, squallida pizzeria a ridosso del Picco Moccio, a struggerci disperatamente, con le mani che lavoravano sotto il tavolo e illudendoci che il barista non notasse nulla... Vuoi una smokie?» chiede ad un tratto. Mi porge una sigaretta, prima di riprendere: «Non era nemmeno bella». «Al contrario», lo contraddico. «Liliana era graziosa, vai. Sfoggiava meravigliosi occhi chiari. Una normanna! Aveva del sovrappeso, certo, ma...» «Non era bella», insiste lui. «Ma, al solo vederla, accanto alla ripugnanza causatami dal suo carattere, sentivo crescere forte in me l'ansia di possederla. Intanto, mettevo da parte la mia cortesia, perdevo il mio stile: le rispondevo con rudezza, senza curarmi di possibili conseguenze.» «Ma quali conseguenze? Peggio di così...»
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«Appunto! Lo sai: grazie alle mie avventure passate - Parma Vicenza Verona - il rifiuto da parte di una donna qualsiasi non mi farebbe più tanto male. Essere abbandonato, come si dice, non costituirebbe una tragedia. Sebbene...» Aspira un'avida boccata, dibattendo internamente con se stesso. «Insomma, nell'eventualità non mi macererei certo il cervello. Ma con Liliana la situazione era differente, totalmente nuova per me. Lei non voleva sedurmi e poi piantarmi in asso, ma spingermi sull'orlo della disperazione. Voleva farmi morire di desiderio fino al punto di costringermi a comparire davanti ai suoi e chiedere la sua mano. Ovviamente, era l'ultimissima cosa che avrei fatto.» «Perché era ripugnante.» Si mette a ridacchiare di gusto, pur ribattendo: «Dài, non esagerare». «Lo hai detto tu...» «Aveva un corpo rotondetto, ma un viso carino. Per tacere del seno. Ad ogni modo... Mi ripromettevo di mollarla non appena avesse adottato una tattica contraria al mio modo di pensare. Ma una tattica del genere la usava fin da sempre e io me ne rendevo e non me ne rendevo conto. La mia era diventata una fissazione, capisci?... una scommessa con Dio, con il destino. Dovevo farla mia. Così, nel febbraio scorso... era il Martedì Grasso... decisi di accettare un suo invito e partii per le montagne. Avrei partecipato al veglione organizzato dal comune di Putu Sucúsu. Al telefono mi aveva avvisato che sarebbe venuta mascherata, e a stento mi ero trattenuto dal dirle che non aveva affatto bisogno di una maschera, essendo già abbastanza buffa al naturale. Ebbene, quando se ne spuntò, il suo travestimento suscitò in me vera e propria ira. Non solo arrivò in quella sala gremita e deprimente con più di mezz'ora di ritardo (credevo di ammattire sotto le occhiate inquisitrici degli indigeni), ma il vederle addosso l'abito di suo nonno e un cappuccio da boia o da Ku-Klux-Klan mi diede l'impulso di
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girare sui tacchi e lasciarla lì da sola in mezzo alla massa dei suoi compaesani, sparendo definitivamente dal suo orizzonte. Lei però mi colse di sorpresa: subito i gettò su di me, mi strinse e mi baciò come un’invasata... davanti a tutti... e per me ricominciò quel fenomeno che chiamano “eccitazione“. Andammo a ballare e, sulla pista di quel circolo paesano, ci strofinammo ben bene e svergognatamente l'uno all'altra. Stavamo dando spettacolo. Ma io, ripeto, ero piacevolmente stupito dal suo comportamento. Non so che cosa le fosse preso. Così passionale non era stata mai. Purtroppo non ebbi modo di appartarmi con lei... come al solito. Che tormento! C'erano di continuo sguardi puntati su di noi. Io ero lu foristeru, l'uomo venuto dalla città. Credo che a Putu Sucúsu un ritrovo fornito di séparé, tipo piano bar, farebbe affari d'oro: in quei paraggi di amanti clandestini ce n'è a bizzeffe. Sono sicuro che in un locale del genere convoglierebbero anche le coppiette dei paesini limitrofi... Beh, quel giorno cercai come un ossesso un nascondiglio per tutt'e due, ma no chance. Assolutamente no chance. Così me ne tornai a casa febbricitante, anche se non di felicità. Soltanto in un secondo tempo compresi che Liliana mi aveva fatto accorrere sul Picco Moccio per poter dichiarare in pubblico: ecco il mio fidanzato, è uno di città! Che cosa ridicola, vero? In seguito a quell'episodio, mi convinsi che avremmo fatto bene a separarci: meglio che lei si trovasse un altro. Ma, accidenti, possibile che nessun putusucúsano volesse farle la corte? Sono diventati schizzinosi, 'sti ragazzi di paese... O lei aveva già perso la reputazione facendosi vedere con me, e dunque il mio compito era di salvarle l'onore? Mi snervavo senza soluzione di continuità. Telefonava alle ore più impossibili. Telefonò anche un giorno in cui mia madre stava malaccio. Mi domandò se avessi voglia di andare a ballare e io naturalmente risposi di no, “no, Liliana, con Mamama all'ospedale come potrei aver voglia di, anzi, ora mi tocca andare a trovarla, dovresti pur capirlo“... Lei recitò la parte dell'offesa e riagganciò. La situazione era odiosa, e proprio a
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me toccava il ruolo più ingrato: quello del lupo mannaro. Ma del resto, a chi lo dico? Tu trattasti miserabilmente la cugina di Liliana, proprio miserabilmente.» «Anna», mi richiamo alla mente. «Già. Voleva appiopparmi un contratto matrimoniale...» Un'ombra di pentimento si dilata sul mio volto. Anna, Annetta. In attesa del mio ritorno dal freddo Nord, Anna mi scriveva lettere focose infarcite di haiku, aforismi, versi di Montale... Giona sgrana su di me due occhi allegri e attoniti, ricordandosi: «Le ho dovuto dire io che non volevi più saperne di lei. Vecchio ribaldo!» Abbasso la testa. «Non me la sentivo di darle l'annuncio personalmente. Dopo tutti i giuramenti che ci eravamo scambiati...» «Povera, cara lodoletta. Ma non ne parliamo più. A quest'ora avrà già un marito. E anche Liliana, chissà... Per tornare a lei: ormai, quando telefonava, non rispondevo più. Avevo incaricato mia sorella Laurina di dirle che non ero in casa. Liliana piangeva, si torturava. A me dispiaceva non poco, ma non potevo farci nulla. Una volta, incidentalmente, fui io ad alzare la cornetta, e Liliana colse l'occasione a volo. Mi comunicò con voce stridula che si sentiva menata per il naso, che non tollerava il mio comportamento... e che aveva deciso di abbandonarmi. Lei non tollerava. Lei mi abbandonava...» E' già sera inoltrata. Facciamo una sosta in un bar-tabacchicon-biliardo e, consumando l'ennesimo caffè, risolviamo di recarci a casa sua. Casa... di chi? Lì vado incontro alle tiritere sconclusionate del padre di Giona, monologhi pseudofilosofici dettati dal vino e dal morbo di Alzheimer. Vado incontro alle disperate implorazioni
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di Laurina, la cenerentola di famiglia, che si lamenta assiduamente, con frasi pressappoco inintelligibili, di sentirsi incompresa. «Vivo in una prigione», dice rivolta a me, come se sperasse che io la rapisca per portarla lontano. Nel suo delirio, Laurina ribadisce di non volere più apparire davanti al «giudice dei pazzi», intendendo dire lo psichiatra della cassa mutua... Intanto, stravaccato sul divano, uno dei fratelli di Giona mangia a quattro palmenti da un recipiente che potrebbe essere (e forse lo è) una ciotola per cani. Seduta in un angolo, la mater familias scuote impercettibilmente la testa, coperta da una mantiglia nera. Anche se ha la stessa immobilità del televisore (che, se non altro, parla o canta in continuazione per tutto il santo giorno), e anche se la si reputerebbe assente, l’influenza di questa donna sul resto della famiglia è immensa. Amore e odio ci legano a te, o madre. E tessi e tessi. O, Aracne! E rispondi con malgarbo a chi ti rivolge la parola con cordialità. Intrattabile, superba, sotterraneamente attiva, sei. Fai il pullover al figlio, le calze di lana al marito. Mammamore. Muovi veloci gli uncinetti e lenta la mente. Ragno a metà, chi potrà mai salvarci dalla tua tela?

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FUMO, FUMO AGRE

La madre di Giona rende perfettamente l'idea di donna “arcaica“: taciturna, oscura, inflessibile. Anche le esalazioni che emana sono arcaiche. Tale odore sgradevole dipende forse dalle erbe che usa maneggiare, cucinare, bruciare. Perché è una “maga“. O comunque crede di esserlo. Si direbbe che sia saltata fuori da pagine omeriche. Di continuo, oracola il destino dei figli, dei parenti, dei conoscenti. Ogni tanto legge la mano anche a Giona, oppure gli fa le carte. Ed è per non urtare la sua suscettibilità che lui le si offre come oggetto di investigazione demonologica. A volte, questa Circe gli consegna degli amuleti singolari, che Giona però si rifiuta di portare. Il genere di magia a cui crede il mio fratellamico può benissimo fare a meno di occhiate volpine ai bagliori di una fiamma di formule misteriose, corna, ferri di cavallo e altri talismani da appendere al collo o chissà dove. Ma, certo, essendo che è cresciuto sotto l'ala protettrice di questa donna, lui conserva in sé, nello spirito e nell’aspetto, qualcosa dell'anacoreta, dell'astrologo. Del Merlino. I riti superstiziosi che hanno fondato la tempra dei popoli mediterranei sono tuttora, a dispetto dell'estesa “computerizzazione“, a monte di un certo abito mentale; e non soltanto nel Mezzogiorno. Oracoli e maghi di tutti i tipi si sono insidiati in tante metropoli del Nord... Ci atteggiamo a moderni cittadini del mondo, ma basta che si verifichi un fenomeno estraneo alla nostra logica, un evento appena diverso dalla nostra visione consueta delle cose, perché
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un'inaudita sensazione di raccapriccio si impossessi di noi, mandando in frantumi lo specchio della ragione. Pueritia, adolescentia e juventus sono state contraddistinte da capelli ritti in testa e fughe a gambe levate al comparire di inquietanti ombre, al materializzarsi di ignoti erratici (maschere fuori dal tempo e da ogni schema); virilitas e senectus trascorrono tra i diplomatici sforzi di evitare qualsiasi incontro ravvicinato con il mondo delle tenebre. Mentre avanzo nel soggiorno, la madre di Jo guarda fuori dalla finestra mormoracantando una litania scongiurante:
“Lampi e tuoni andate via questa è casa di Donna Maria questa è casa, casa mia lampi e tuoni andate via.“

Immediatamente le palpebre mi si abbassano; l'inestricabile salmodiare di «Mamama», ovvero di Donna Maria, causa in me disagio e afflizione. Non è solo il suo sussurro ripetitivo, ossessionante, a fare di me una marionetta priva di volontà. E’ anche perché l'ambiente è saturo di urla e di imprecazioni, di canti stonati e dell’odore di foglie di mirtillo combuste. Intanto Giona è andato a occupare il suo posto abituale, davanti alla vecchia macchina da scrivere e in mezzo a chili di corrispondenza inevasa, giornali del mese prima, ritagli di annunci di offerte di lavoro, un biberòn, due cerotti da ferite di cui uno già usato e una miriade di schedine del «Cococalcio». «Mi passi i subitofuoco?» mi prega ad un tratto. Intende i fiammiferi. Glieli porgo, e anch’io mi concedo una sigaretta. Per disgrazia, la sedia riservata a me è situata accanto a quella di Donna Maria. La negromante si volta all'improvviso e mi chiede come mi vanno le cose lassù, in Cirmania.
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Sebbene io conosca la signora Rocchi da anni, il sentirmi addosso il suo sguardo piceo e profondo mi fa venire la pelle d'oca. Così, quando Sir William, il gatto, si struscia contro le mie gambe, ho involontariamente come un brivido galvanico. Nel notare il mio sussulto, un paio dei consanguinei di Giona ridono sardonicamente. Ecco: questo sarebbe il momento adatto per farmi l'incantesimo, per lanciarmi addosso una fattura... Ma Donna Maria mi vuole bene come a un figlio, e la fattura lei intende levarmela, semmai. Che cosa sta dicendo? Quien sabe! Non comprendo i fonemi emessi dalla fattucchiera. Cerco in ogni modo di indovinare. Acqua, terra, aria, fuoco. Abracadabra! Vieni giù, giù, dentro al gorgo, più giù. Sei pallido pallidissimo. Ti senti debilitato? Non c’è dubbio: vittima di malocchio fosti... La vecchia ti prende il capo tra le mani e, con l'unghia del pollice sinistro, ti crocesegna più volte la fronte, seguitando a borbottare formule sconosciute. E tu, come in catalessi da ipnosi, ti affidi interamente a lei. Apprendi che il malocchio ha già «passato il venerdì» e che non basta più una maga per liberartene: ce ne vogliono cinque o sei. Così, ti ritrovi al centro di un cerchio magico. La polidia ripetitiva scandita dalle bocche intorno a te forma come una rete protettiva contro ulteriori sfregi. Qual è il significato della curiosa nenia? Non chiedere troppo: il significato lo si può rivelare solo a persona fidata e solo nella notte di Natale. Sotto favorevoli auspici, le maghe possono arrivare a scoprire chi ti ha ammannito l'anatema: il nemico, donna o uomo (ma potrebbe anche trattarsi di qualcos'altro), si evidenzierà tra mille contorsioni sotto forma di immaginetta prigioniera nel pozzo delle tue pupille. L'unghia ha smesso di martoriarti la fronte, le vecchie tornano alle loro seggiole disposte in circolo e... cominciano seduta stante a sbadigliare. E’ la reazione tipica alla pratica del rito. Sbadigliano fino alle lacrime. Tu, noto come lo
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scetticismo in persona, rifletti che qualcosa di reale deve pur esserci alla base di queste credenze: già non avverti più le fitte al petto, la pressione all'inguine è sparita di colpo e persino il dolore di schiena va attenuandosi. Ritto in mezzo all'antro, tra volute di fumo d'incenso, “vedi“ l'aspetto del tuo nemico: e non ne hai più tema, ché l'odiosa persona ti si rivela costernata, impaurita, distrutta - una smorfia di sciagura al di sopra di un corpo caduco. Poi la densa calugine si dirada e le vecchie smettono di sbadigliare. Soltanto adesso la maga-mater può fare la prova del nove, constatare cioè se l'effetto dell'incantesimo è stato annullato. Devi reggere con entrambe le mani un catino colmo d'acqua mentre lei vi fa sgocciolare nove stille d'olio. Se l'olio, al contatto con l'acqua, si spande fino a rendersi quasi invisibile, davvero il malocchio non c'è più; se le gocce invece rimangono immote, vuol dire che le tue sofferenze sono ben lungi dal cessare. Fumo, fumo agre. Il ginepro brucia scoppiettando. La papaverina è stata sciolta; il fanciullo beve la pozione e si ridesterà tra due o tre giorni, finalmente sfebbrato. Le carte hanno predetto il tuo domani: «Sposerai donna straniera. C’è un'altra femmina, forsi sòrata, che ti odia. Tienti lontano da lei, specie nelle notti di plenilunio». Già, devi stare all'erta. L'insidia si cela dovunque: dietro ogni frase, nello sguardo di qualcuno che ti è vicino anche per parentela. Non ti fidare di nessuno. Evita soprattutto la compagnia du guardianu du cimiteru : lui è in contatto con gli spiriti dei defunti e da essi fortemente influenzato... Le linee sul palmo della tua mano si fanno sempre più intricate. I vicini pettegolano su di te svisando i fatti a loro uso e consumo; la tua andatura causa la ridarella... Fattura ci fu! Qualcosa si muove in quell'angolo buio. Hokuspokus! Ma è soltanto Sir William, con occhi simili a tizzoni ardenti. Giù, nel gorgo...
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La voce del nonno buonanima non può raggiungerci per il semplice motivo che, in questa catena, qualcuno non cridi. Si tratta di te, il solito scettico. Non ti concentri sufficientemente e così offendi il caro defunto. Sei freddo e grigio come un cadavere, ma di concentrarti, di cridiri, non vuoi saperne. In fretta abbandoni la seduta spiritica e, ritornato sghignazzante alla luce del giorno, di nuovo ti concedi gratuitamente agli altri, di nuovo ti apri al mondo, sordo a ogni avvertimento. La maga te lo aveva pur detto di non dar confidenza a nessuno! Anche un complimento apparentemente innocuo, quale: «Che bellu giovane che ti si' fattu», potrebbe distruggerti. Invidia: radice di morte! Un gatto nero attraversa il tuo cammino, una civetta ti sbeffeggia stando appollaiata a un ramo basso e, dietro quegli sterpi, ti tende un agguato il «serpente succhione», mitico essere chi baffi e chi aricchi, simbolo della vendetta del nonno o di chi ne fa le veci. Vorresti correre via, scappare, ma sei ipnotizzato da questa biscia professorale, da questo rettile con tanto di occhiali e cravatta, strisciante messo infernale di cui le vecchie ti avevano parlato e di cui tu, è ovvio, avevi riso. C'è un ibrido düreriano, una creatura obsoleta e spaventevole, dentro a ogni nostro sogno. A tarda sera, giunto alla tua abitazione, non puoi cacciarti sotto le coperte: intuisci che il letto si metterebbe subito a galoppare sulle sue quattro zampe. E i tendaggi che svolazzano sfiorando il guanciale sono pronti a trasformarsi in spiriti maligni. La stilla d'olio non si è espansa nella bacinella che tu reggevi sprezzante: il malocchio sussiste, dunque, ed è forte. Com‘è stato? Come non è stato? Forse una volta avrai accettato a cuor leggero tre sigarette, regalo di un falso amico. Mai prendere in mano tre cose contemporaneamente; mai essere il terzo in una combriccola che accende le sigarette alla medesima fiamma; mai farsi mollare tre pacche sulle spalle; e attento a non sederti mai in terza fila: il tre è il numero della
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scalogna. Inoltre, quando ti trovi in casa di una zitella e lei ti offre del vino, devi fingere di urtare il bicchiere per sbadataggine, in modo che alcune gocce della bevanda si versino: in questo modo, l'eventuale affatturamento sarà svalidato, e tu non sarai succube della femmina in cerca di monta...

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PROCESSO AI RICORDI

A casa di Giona è impossibile condurre un dialogo da cristiani. Perciò, di comune accordo, ci trasferiamo da me. Insieme a mio padre, nell'intimità della cucina, giochiamo a scacchi fino a notte inoltrata, fumando, sorbendoci un liquorino e mangiucchiando dolciumi tra una partita e l'altra. Ormai il fratellamico ha ritrovato la sua loquacità, e mi diverte notare come mio padre, con un’aria incredula che a tratti è quasi sgomenta, cerchi di seguire il suo monologo. «Da qualche mese mando i miei fratelli a fare bum-bum», racconta Giona. «Ciò significa che faccio loro vendere “prodotti per la casa“ nei paesini attorno a Schifanoja. La novità potrebbe non essere rilevante, se non fosse che ho organizzato il lavoro come quello di un'agenzia autorizzata. Io mi occupo di acquistare la merce presso un grossista, di consegnarla a Totonno, Cochi e Leo e di spedirli in sperdute località dove, come già so, la concorrenza è debole e le verifiche sulle licenze di rappresentanza praticamente nulle. I miei fratelli hanno accettato di buon grado che sia io a tenere in mano le redini dell'impresa: sanno che sono un amministratore leale, onesto. Se svolgessero la stessa attività per un'agenzia “autentica“, si vedrebbero dare una percentuale ridicola. Così invece incassano più della metà degli utili. Oltracciò, ho istituito una cassa speciale per le spese impreviste...» Mio padre non finisce di meravigliarsi: chi lo dice che i disoccupati siano tutti dei peladroni, degli scansafatiche?

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Giona prosegue: «Di norma io mi occupo solo della contabilità, ma ogni tanto, pur di evadere da casa e di lasciarmi alle spalle Schifa, fungo da autista per i miei fratelli. Loro hanno acquisito una discreta abilità nella vendita bum-bum, cioè porta-a-porta, mentre io non sono altrettanto bravo. Possedere la classica faccia tosta: ecco il segreto di ogni buon venditore! E’ qualcosa che si scontra con il mio carattere e con le mie convinzioni. Non sono capace di mettere in atto i vari espedienti. Il mestiere decisamente non mi si addice, anche se alcune volte è successo che un paesano, forse per romperla con la monotonia, si è messo a chiacchierare con me come con un vecchio amico. Alcune di queste brave persone mi hanno addirittura invitato a pranzo, mi hanno fatto assaggiare vini e dolci caratteristici... Uno di loro mi ha persino regalato un paio di chili di frutta da portare a casa. L’incubo che mi perseguita è che un giorno, durante uno di questi “giri“ per i paesi, io, per distrazione, bussi alla porta di Liliana. I suoi penserebbero che voglia finalmente fidanzarmi con lei pro forma e mi tirerebbero dentro prima che possa risquagliarmi... Più spesso comunque rimango a casa, e mi ingegno a cucinare per la truppa. Eh già, Piotr: tu hai lavorato nelle cucine di vari ristoranti, ma pure io so fare il cuoco! L'altro ieri, ad esempio, ho improvvisato un minestrone. Ho gettato nella pentola diversi vegetali a casaccio, facendoli cuocere a fiamma lenta, e alla fine ho lasciato che lo assaggiasse mia sorella Laurina, perché il suo aspetto - l'aspetto del minestrone - non mi convinceva. Quando i miei fratelli sono rientrati dalla loro scorribanda, la pentola si è svuotata in un battibaleno, e ho ricevuto un sacco di complimenti... Il che è tutto dire. «Quando non cucino e non scrivo, cerco di rimettere in sesto la ‘trappola’, la nostra utilitaria. Giorni fa mi son dedicato al sistema elettrico, perché i fari non davano più segni di vita. Ma, a quanto pare, sono riuscito ad aggiustare qualcosa e a guastarne un'altra. Adesso, nell’azionare i freni, oltre agli stop si accendono le luci di posizione e il quadro comandi; e di
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avviarsi non vuole più saperne, la ‘trappola’. Ho provato a farla andare in moto usando olio di gomiti (a spinta, cioè), ma non c'è stato niente da fare: si vede che avrò invertito alcuni fili. Pistone & Cilindri, il nostro meccanico, mi ha annunciato che bisogna sostituire l'indotto della dinamo: un'inezia che intaccherà le mie già deboli finanze». Fissa la tazzina vuota. Gli verso ancora del caffè, come un diligente famulus. Lui ringrazia e si gratta il mento. Tale gesto, il gesto di grattarsi il mento, gli fa rinvenire qualcos'altro: «La settimana scorsa, nel farmi la barba, ho avuto una mano maldestra. Forse è dipeso dalle pessime condizioni del rasoio, oppure non ho voluto radermi con la lentezza e la cautela consigliabili. Fatto sta che mi son tagliuzzato tutto il viso. Nel vedermi col sangue che mi colava sul petto, Mamama ha cominciato a urlare come una pazza. In ogni modo, poi mi sono spalmato sulla faccia un dopobarba cremoso, a forti dosi, ricoprendo le “buche“. I segni non si notano più, vero?» «No», dice mio padre, garbato e volenteroso, e sotto sotto esilarato. Sembra essersi ridestato adesso da un colpo di sonno improvviso. Ha gli occhi pesanti: a causa dell'ora avanzata, certo, ma anche a causa della lieve parlantina di Giona. Torna a guardare la scacchiera, immusonito e truculento: la regina e una delle mie torri minacciano il suo re. Cerca di applicarsi... una via d'uscita deve esserci... Potrebbe parare con l'alfiere, ma ciò servirebbe solo a rimandare la disfatta. Intanto la voce del fratellamico, tonificante per me, sfibrante per il mio genitore, verbalizza una cronaca quotidiana che assomiglia alle memorie di un fumatore di hascisc o al sabba mondano di una società sorta sulle rovine di un olocausto nucleare. Giona parla come scrive e scrive come parla. Lo si può paragonare a un traghetto che fa la spola tra Scilla e Cariddi e
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non osa, o non sente l'esigenza, di uscire dalla rotta giornaliera. I suoi occhi covano orizzonti perduti, la fantasia lo porta a viaggiare per terre sconosciute, ma ad ogni calar del sole la chiglia del suo scafo toccherà il molo di sempre. Raccontare di Giona equivale a raccontare della sua arte, che è un'arte da scantinato, scaturita da un personaggio d‘eccezione del mondo periferico. Le sue “trovate“ non promanano dallo spirito, ma dal cuore. Le sue lettere, le liriche, i racconti (componimenti riversati sulla carta a Schifanoja e in altre città costituite di sola, infinita periferia) non contengono illazioni sociologiche, né fanno il predicozzo al sistema, ma, inventariando ciò che i sensi colgono, si risolvono in una tenera elegia all'utopica dimensione dell'amore. Nella sua prosa c'è un non so che di vago, di inaccentuato. Nonostante i fantasiosi termini in argot che appaiono in ogni sua pagina, le espressioni si susseguono piane, omogenee. Insomma: non mosca cantaride, ma amylenum hydratum; niente rock'n'roll, ma Sibelius. E, come accade in Sibelius, la monodia è scossa a tratti da un impulso magnetico: sicuramente, una reazione all'eco delle cose che accadono nel mondo; o una tenera protesta alla musicaccia vomitata da un fonografopornografo. Artista ignorato, spesso deriso, forse per sempre destinato a rimanere sconosciuto: ecco la tragedia di quest'uomo dall'animo puro! La sua diversità da quanto lo circonda, dalla città, persino dalla famiglia, è il suo motore e nel contempo il Leit-motiv della sua infelicità. Il canyon si allarga di un millimetro a ogni minuto; costruirvi sopra un ponte è impresa sempre meno realizzabile. «Ma in fondo perché diventare come loro? Giammai! Io sono come sono, e non mi par poco.» Sentirsi estraneo e gridarlo ai quattro venti: un sentimento e un atteggiamento “reazionari“, si direbbe. Ma, nel caso di
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Giona, l’estraneità è giustificata dalla perfetta integrità d’animo, dall'immacolatezza degli intenti. E’ un ragazzo sincero, e il suo è quel tipo di sincerità per cui un individuo viene considerato ingenuo. Ma io posso testimoniare che, da numerose stagioni, il mio fratellamico è alla ricerca di altre sincerità, della sincerità negli altri. In questa ricerca, lui è “il“ Poeta; e, di conseguenza, dannato alla nullatenenza nel girone degli affannoni. Certo: la sua sorte non sarà mai l'albero patibolare; ma prima o poi il suo nome dovrà essere cancellato dall'albo della comunità. Nessuno riceve un compenso, od onorificenze statali, solo perché si mostra indulgente e magnanimo con tutti e presta ascolto anche ai più malconci relitti umani; nessuno viene glorificato perché ha parole di conforto per mogli tradite, ragazze sole e carognette alle quali hanno sottratto il giocattolino del cuore. Il mondo di un uomo simile non balugina di gloria e glamour; anzi: in questo mondo, regna un'atmosfera da lazzaretto, lo sfasamento totale, e il peggio è che ogni odioso particolare, ogni bruttura, ogni malefico bubbone non vengono celati da una penombra discreta, ma, al contrario, messi bene in rilievo dalle luminarie della pubblica accusa. L'unico consiglio che hanno per lui è: «Cercati un impiego, una buona volta!» Già: poterlo fare! Quale lavoro si adatta a una persona del genere, un artista ma non intellettuale, peraltro sprovvisto di diploma o titolo equipollente? Quando enuncia un concetto, chi gli sta di fronte stenta dapprincipio a capire: non perché lui abbia un difetto di pronuncia, ma... perché si esprime fin troppo chiaramente! In fondo, è espansivo per natura, ma al giorno d'oggi è più che mai arduo incappare in un interlocutore sintonizzato sulla nostra stessa lunghezza d'onda. Molto di quanto Giona dice assume spesso il peso di un assioma; sicché, gli altri annuiscono e chinano il capo o guardano oltre le sue spalle,
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incapaci di far conversazione. Oppure usa esprimersi in maniera troppo poetica (per dirla con Ovidio: “Quidquid tentabat dicere, versus erat“), cosa che altresì scoraggia gli schifannojati. E il suo aspetto! Negli ultimi anni è andato vieppiù snellendosi, fino a ridursi a un magro della serie “via col vento“. I suoi indumenti sono in stile vagamente hippy : camicia di batista viola con motivo di farfalle gialle e colletto ampio che gli copre le spalle; pantaloni svasati; sandali alla francescana. Possiede svariati orologi, ma l'unico che gli aggrada, e che di conseguenza porta al polso, ha una sola lancetta: quella dei minuti. A queste stravaganze c'è da aggiungere il rosario di malanni e malannucci che lo affliggono di continuo... Dareste del lavoro, voi, a un siffatto individuo? Nessuno gliene dà, infatti. E ciò in un certo senso è un bene, poiché, grazie alla sua condizione di disoccupato, Jo the Rock può disporre di molto, moltissimo tempo per trasporre sul papiro il Sé-poeta che è nella vita. Conscio di non redigere capolavori, è persuaso di poterlo fare un domani, quando come spera - potrà godere della calma che è necessaria a un animo creativo come il suo. Nel contempo, lanciata l'idea dei “prodotti per la casa“ (l'attività bum-bum), funge da faro per i fratelli, da manager onesto che si cela dietro il paravento dell’anonima ditta: tiene i conti, seda le liti, calcola il chilometraggio, decide su quali articoli convenga puntare, ecc. Ai margini del registro, annota un paio di versi. Per celia? Per non morire? O perché la vita non può essere altrimenti?
“...riecheggia un ciao nella mente detto tanto tempo fa.“

Potete esserne certi: nelle poesie di Giona, “amore“ fa spesso rima con “fiore“.
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Oh, se lo sapessero le svampite, le sciammannone e le maliarde che con Giona hanno avuto un serio rapporto o soltanto un filarino, quanto spazio e quante ore lui dedica a ognuna di loro! Lo scribente siede lì, al centro del caos familiare, senza lacrime né allegria, con i giorni che gli ruotano tutt'attorno in un carosello cranico, e, al pari di un togatus, inscena un processo: un processo ai ricordi. Chiamate a raccolta le amanti del passato, le trasforma in un nugolo di spettatrici, testimoni del suo misero presente. Ma a nessuna urla: «Vedi? E’ colpa tua se oggi mi ritrovo completamente solo!» Le sue labbra, che agognano i baci spettrali, si schiudono per esalare un fragile bisbiglio: «Perché?» Le sue dita reggono una fotografia, o una cartolina con dei saluti, pochi segni infantili e rotondi: suoi unici tesori. E, con queste care cianfrusaglie, nuota tra le risate, i commenti malvagi e gli sguardi cinici. Mai in solitudine; e solo. No, non completamente solo. Per il momento gli sto io vicino. E vicino gli sarò - anche se solo tramite lettere - anche dopo essere ripartito. Ecco che ci rituffiamo nella folla. Saliamo e scendiamo da autobus, in un‘occasione prendiamo un tassì (Giona non lo aveva fatto mai!) e, tra un trasbordo e l'altro, ci rifocilliamo in una taverna o in una panineria. Mi tocca finanche comprargli le sigarette... Già, Peter ha un bel malloppo: lui è la nuova versione dello zio d'America... Poi, un acquazzone ci costringe a cercare riparo sotto un portone; e ci ritroviamo fianco a fianco, come un tempo: l'uno l'immagine speculare dell'altro. Vicinissimi. E in silenzio. Nessuna necessità di supplicare: «Un soldino per i tuoi pensieri». In questo momento, sento per intero la sofferenza che alberga in lui, forse lenita un pochino dalla mia presenza. E, per la prima volta, ho paura che i suoi problemi e le sue preoccupazioni possano arrivare a suicidarlo. Giona non cerca mai di parlarmene direttamente: crede che io sappia capirlo semplicemente osservandolo un istante o
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prestandogli attenzione mentre sta a raccontare di altro. Ma io normalmente arrivo a capire soltanto il suo spleen, la sua delusione di fondo, e non vedo quel che c’è oltre: la voragine che gli tira giù gli angoli della bocca. Ora, però, mentre ce ne stiamo tutt’e due zitti e disanimati a fronte della cortina liquida, su una strada senza nome intasata di automobili volgarmente risplendenti nella pioggia, lo capisco. Lo capisco e ne ho paura. Poi spiove. E di nuovo nella mischia! Ogni faccia, ogni avvenimento e voce vengono da noi celebrati:
“Al bar dello sport c'è stata una rissa colossale; venti tazzine e due calici son ridotti male. E’ rimasto da saldare un conto bestiale, per tacere dei clienti finiti al spitale.“

Usciamo insieme giorno dopo giorno; solitamente, nel pomeriggio. Superato il nostro trivio quartiere, dove dracula nostrani reclamizzano l'ultima novità nel campo delle paste dentifricie (il camioncino pipistrellino è incastonato di lampadine natalizie e assediato da casalinghe e guappi minorenni), andiamo a infilarci in una sala giochi del centro, dove centinaia di macchinette infernali singhiozzano, sibilano, sparano, si inabissano. Giocando, ci liberiamo di una gran quantità di zavorra spicciola, e non ci accorgiamo di come volano le ore. Quando lasciamo quel luogo funesto si è fatto buio e giusto sulle nostre teste una nuvola va trasformandosi in un enorme drago dall'apertura alare di tre miglia. Ancora storditi dal frecciare di navi spaziali e dalle manovre repentine di omini “mangiatutto“ sugli schermi degli aggeggi pulsar e sonar, andiamo a passeggiare sulla sponda di quello che i nostri avi battezzarono Mare Inferum. La zucca lievemente indolenzita, osserviamo i lumini che sfavillano sulla superficie dell'acqua.
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«A te t'è mai scoppiata la testa?» «In che senso? Avere un'emicrania?» «No, no. Proprio scoppiata.» Stiamo appoggiati a un banchetto vuoto che, stando all'olezzo che emana, di giorno dev’essere teatro del commercio di mitili, polipi cotti, crostacei e frutti di mare in genere. L'ora è frescolina, ma noi abbiamo bisogno di purificarci i polmoni e le arterie; così, malgrado la tramontana che ci fa rabbrividire (a tremare è soprattutto Giona, le cui ossa difettano di rivestimento), perseveriamo a rimanere qua fuori in attesa che i fantasmi dei videogiochi svaniscano dalle nostre iridi. Sulla via del ritorno, lascio pure che il fratellamico canti con fervore una delle sue canzoni preferite. Oppure ci lanciamo in un pigro dibattito su Dio e sul mondo. Nel corso di una di queste serate, gli viene di ripensare a Claudine, una ragazza delle Filippine di cui si era fortemente infatuato. Improvvisando una sorta di ballo della mattonella, prende a declamare: «Oh, Claudine, tu eri come un videogame: quando riuscivo ad arrivare alle tue tette mi premiavi con un bonus di mille punti!» E Claudine fa venire in mente a me quell'Anna, Annetta, che era differente da tutte le ragazze con le quali ebbi a che fare prima, durante e dopo di lei. Annetta di Putu Sucúsu, Annetta del Picco Moccio, che, malgrado le sue pretese di civiltà, di evoluzione, sarebbe rimasta sempre “una di paese“. «Com'era il suo viso, Giona? Perché io non lo ricordo più.» «A me lo chiedi! L'avrò vista solo tre o quattro volte, e sempre in compagnia di Liliana. Mi ricordo a malapena. Brutta, comunque, non era.» «Te la ricordi? Ricordi ancora il suo viso, seppure a malapena?»
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Non finisco mai di sorprendermi per la memoria visiva che molte persone sembrano possedere. Io invece dimentico in fretta, sono sbadato, o la mia attenzione si fissa su particolari secondari. Vesto una distrazione completamente abbottonata. Soltanto i nomi mi rimangono impressi; e stralci di dialoghi che rimbalzano da neurone a neurone. Di Annetta non ho conservato neppure un’icona polaroid... Così, con le memorie visuali di Giona e quelle mie alfabetizzate, io e il fratellamico richiamiamo in vita i personaggi che hanno incrociato la nostra via. Quando rincasiamo è mezzanotte passata, la scorta di sigarette si è esaurita e dalle nostre nuche si sprigionano fiammelle. L'autobus stracolmo dei volti e dei bibelots della gioventù si allontana, alzando un gran polverone sulla pista di un paesaggio formato Sahara. Durante la mia breve vacanza io non mi alzo mai prima dell'ora di pranzo, mentre Giona passa le mattinate davanti alla macchina da scrivere imprestatagli dalla cognata. Scrive, scrive... Non credo di sbagliare quando affermo di non conoscere nessun altro tanto diligente e prolifico quanto lui. Ormai i manoscritti di Giona devono riempire tutti i cassetti del suo soggiorno. Un'armata di speranze fallite. Anni fa, mentre ci trovavamo in compagnia di due amiche, lo sentii confidarsi: «Per me scrivere significa guardare dritto negli occhi del mondo. Significa penetrare i muri di case e le corazze della gente. Ormai, scrivo con la coscienza rappacificata dalla mancanza di illusioni e con l’unica volontà di registrare l‘amore; l‘amore che scovo persino nei luoghi e nei momenti più impensabili. Ma ho soprattutto la volontà di infonderlo e diffonderlo, questo amore: alla maniera dei gatti, senza stare a parlarne troppo. Tutti quanti necessitiamo di maggiore
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chiarezza, di un dialogo fatto di semplici occhiate. So che sarà dura, ma il mio scopo è quello di far conoscere questo mio “nuovo sguardo“ tramite i miei versi, i miei racconti. Anche a costo di farmi sorprendere dalla vecchiaia, lotterò sempre per raggiungere questo traguardo». Dopo qualche mese pubblicò - a proprie spese - un volumetto di poesie, che purtroppo passò completamente inosservato. Quasi tutte le copie della silloge poetica (sono io a chiamare le sue composizioni «poesie»; in realtà si tratta di momenti di prosa sublimata e sottoposta al capestro della rima) rimasero invendute: perciò Giona le andò via via regalando a conoscenti e corrispondenti sparsi per l'Italia intera. Se guardate nei vostri sgabuzzini, nella vostra cassapanca, nel vostro solaio, forse troverete anche voi una copia di quel mitico libretto... A differenza di tanti altri artisti della penna, Jo non desiderava, non desidera veder realizzato il proposito di "essere stampato e letto" per assurgere agli onori della fama. Lui non ha velleità di ottenere premi letterari e titoli accademici. Attraverso la sua opera, vuole semplicemente dire: «Vedete? Un tipo come me esiste, è esistito sul serio! Non mi avete soltanto sognato...» E’ un uomo che sa starsene al di fuori delle sciocche risse che stravolgono il nostro pianeta; pur venendone continuamente ferito - per induzione o per osmosi, come volete. La sua cortesia, la sua amichevolezza, e non il suo qualunquismo (Giona può essere definito in tanti modi, ma mai un qualunquista), ne fanno un essere straordinario. Un tipo fuori del comune, secondo una locuzione largamente usata. E fuori del comune il mio fratellamico lo è certamente non solo perché la sua sorte sembra essere quella di dover abitare alla periferia della periferia, dove gli autobus muoiono al capolinea e lì sembrano voler rimanere fino la fine dei tempi, carrozze arrugginite e coperte dalla polvere. Dobbiamo ammetterlo: per
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aggrapparsi con le unghie e i denti a una posizione eccentrica rispetto al flusso dell'esistenza, come fa lui, occorre per prima cosa un'immensa forza morale. Del resto, la sua straordinarietà risulterebbe più esplicita se si interpretassero i suoi geroglifici alla luce del ritratto che io faccio qui di lui. Gli scritti di Giona sono il riflesso perfetto del suo essere. In nessuna delle sue righe ho potuto mai distinguere la benché minima traccia di un 'io'-scrittore smaliziato e rotto a ogni esperienza narrativa. In tutti i suoi componimenti traspare il ragazzo Giona, non un comodo alter ego. Mai ci si imbatte in acrobazie lessicali, o in una di quelle improvvisazioni sperimentali attraverso cui gli autori spuntano da dietro il sipario per fare marameo al lettore. Gli avvenimenti reali o puramente immaginari da lui riportati in bella copia si svolgono in maniera ovattata, semplice, discorsiva, seppure in un idioma parecchio somigliante a quello che si parla a casa sua nei giorni meno anomali. Nessun aggettivo altisonante, nessun sospiro abissale. Nemmeno nei brani più “neri“ si pensa a una vescica biliare sul punto di scoppiare. Come nella vita, così sulla carta: mai una bestemmia, mai una pugnalata alle spalle. In breve: Vida es sueño. Una convinzione che, nelle notti dedicate al diario-verità, non nasce dall'analisi logica, dal sapiente taglio di bisturi, ma dal prurito sotto la cintura e dai sorrisi felini velati da smog astrologico. Giona - il poeta e l'uomo - è talmente atipico rispetto alle correnti contemporanee che - devo confessarlo a me stesso all'inizio mi sembrava strano vedergli guidare l'automobile, e guidarla molto bene, riuscendo a districarsi con destrezza nel traffico caotico (anzi: anarchico!) di Schifanoja-upon-theSecret. In un certo qual senso, Jo è tanto più pratico di me: se la lavatrice o qualche altro elettrodomestico si guasta, se una tubatura esplode o il lavello s'intasa, spesso è lui a incaricarsi di effettuare le riparature. D'altro canto, la sua presunta ritrosia al lavoro “normale“, agli sbalzi di temperatura, all'avventura dei
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viaggi così come essi sono concepiti dagli operatori turistici, costituisce il contrappeso che fa piegare l'ago della bilancia in maniera tale che originalità e socievolezza, stravaganza e senso di responsabilità si equilibrino a vicenda, sotto l'egida della Poesia. Giona non è mai preso dall'angoscia di dover abbracciare il cosmo intero in una sola volta. Il suo essere è intriso non di metafisica, ma di goccioline eteree. Ovvio: anche per un simile uomo il tempo fugge; e lui se ne accorge non perché i granelli gli scorrono tra le dita, ma perché i familiari non tralasciano mai di festeggiare il suo compleanno. Le ore, i giorni e i mesi se ne vanno al galoppo, ma non è uno dei suoi orologi a rivelarglielo, o il calendario in cucina; glielo rivela lo specchio sul comò, che non mentisce sul mutare del suo aspetto. E’ un mite ragazzo di trenta primavere. Ancora oggi lo si può sorprendere a canticchiare una qualche ballata dolce (“leggera“, non impegnata, per intenderci) nonostante il guazzabuglio che lo circonda e che preme da tutte le parti. Apparentemente, tutto quel che chiede dalla vita è una stanzetta per conto proprio (uno studiolo, magari), due pasti al giorno e pochi spiccioli in tasca. Apparentemente. Qualora vi capitasse di imbattervi in lui, non fidatevi. State all'erta soprattutto negli istanti in cui vi sembra assente, trasognato: voi credete che si sia smarrito in chissà quali fantasie e invece lui sta illuminando il paesaggio circostante con il suo faro interiore; e potete star certi che, se non lo ha già fatto, punterà presto su di voi il suo fascio di luce accecante.

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IL GIARDINO

Mi racconta dei malacarne; ossia dei piccoli teppisti che hanno indotto lui e la sua famiglia a recintare l'orticello (o «il giardino», come dicono loro). Le grate c'erano già; Giona e compagnia bella vi hanno aggiunto una rete tutt'attorno e anche sopra, a mò di tetto. «Gli altri inquilini non fanno che buttare immondizie e oggetti vari dai loro balconi», mi spiega. «A volte veniamo bombardati contemporaneamente dall'alto e dalla strada: un casino!» Assume un'aria affranta. La voce gli trema, mentre prosegue: «Soprattutto al calare del sole si scatena l’inferno. Tutti cacciano il naso fuori, come le chiocciole dopo la pioggia, e davanti casa ricomincia il carosello dei motorini. Ci tocca sempre tenere d'occhio la ‘trappola’ e la ‘lisetta’» (intende le due automobili di famiglia, parcheggiate sul piazzale) «altrimenti ce le fanno a pezzi. Non sarebbe la prima volta che i malacarne ne bucano le gomme...» Solleva lo sguardo: è l'imbrunire, l'ora maledetta. Sospira. «Vorrei che il giorno fosse mozzato, che non ci fosse sera. Chissà perché, a sera i miei dolori si acuiscono. Tutt’oggi sono stato poco bene. Queste dannate fitte alla schiena mi rendono nervoso... Verso mezzogiorno ho dovuto accompagnare mia madre al pronto soccorso per via della pressione alta, e dopo ci si è messa pure Laurina a dare i numeri. Come al solito. Se continua così, Laurina finirà in un posto con i muri permaflex. Non c'è niente di peggio di una sorella isterica. Lei potrebbe essere un perfetto modello di tortura psicologica. Penso che, se rinchiudessi un uomo mentalmente integro in una stanza con Laurina, costringendolo a sorbirsi ininterrottamente i suoi
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discorsi sconnessi, in men che non si dica uscirebbe di senno. O ne risulterebbe perlomeno debilitato.» Debilitato: questo il suo stato di salute. Prima il basso ventre, poi la schiena, ora un raffreddore tenacissimo in seguito a cui Giona praticamente non intasca più il fazzoletto ma lo tiene stretto nel pugno. Tuttavia non si arrende, non rinuncia ai propri rovelli. Continuerà sempre a nutrire fiducia nella parte migliore dei suoi simili. Peccato però che i pro spirituali non annullino i contro fisici! Nessun esculapio sembra essere in grado di restituirgli la salute. Ogni miglioramento arrecato da un nuovo medicinale si rivela una vittoria di Pirro: il malessere torna a rifiorire più prepotente e più inattaccabile di prima. Uno degli ultimi cocktail di pillole lo ha pure depredato del sonno. Trascorre gran parte delle notti in una sorta di veglia allucinante, a ponzare sulla propria vita. Andarsene? Rimanere? Come fu? Come non fu? Delenda Schifanoja! Pensiero tremendo. Ma se Nerone incendiò Roma è perché voleva renderla più abitabile, no?... A volte trascina la sua insonnia davanti al computerino (ne ha trovato uno di terza mano): il richiamo dei videogiochi. L'elettronica fa a pugni con il quaderno degli appunti, che si lascia aprire preferibilmente a lume di candela; e, allorquando la prima trionfa, per ore sarà tutto un susseguirsi di guerre interstellari. Poi esce in "giardino" (ormai simile a una voliera, o a un pollaio) e prende a fumare. L'alba albeggia, la gente si ridesta e Jo si ritrova con due occhi lumacosi. Com'era quella donna e dov'era l'errore nell'ultimo programma con l'omino che salta? Che città è mai questa che lo sbircia con ignominia; lui ha il naso che brucia e il pensiero contorto. Solitudo, solitu'. Manca l'altra metà del cielo, eccome se manca! Ma come si fa ad andare avanti così? Senza una speranza, senza un futuro. La malinconia gli pesa come un macigno. Eppure, finché la luna sarà l'occhio di un minotauro che si socchiude sopra la terra degli uomini, sarà il sogno a scardinare le porte e non una bomba a scoperchiarci le case.
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“Ma se risvegli il gran mostro delle galassie con le tue grida di selvaggia ferita, non sorgerà un'aurora che ci ripaghi delle fatiche di una notte sciupata. Perciò amica amante cara non stracciare i miei fogli pieni di insetti d'amore.“

Gli somministrano forti dosi di hypnon. Inutile: il letto non diviene per questo più soffice. Giace su una striscia di sodaglia. Il silenzio notturno ingigantisce il rombo dell’ultimo dei motori che percorre la circonvallazione - un rumore che evoca l'immagine di un aereo al decollo. Ha visioni feroci a occhi aperti. Immagina di essere stato prescelto per un avventato esperimento scientifico. Il trapianto totale, che verrà effettuato nei laboratori di Stato in vista del prossimo cataclisma nazionale. Ieri oggi domani... non c'è differenza ormai. Può, deve ritrovare, in brandelli di passato, la ragione della sua infelicità, sì, la ragione stessa della sua esistenza... perché quest'esistenza ha bisogno di giustificazioni se per un attimo ci si può allietare e un istante dopo ripiombare in una specie di pozzo dove la luna non entra. Ricco di niente. No, non ha bisogno di medicamenti: ha bisogno di una donna. Lei lo guarirà o farà definitivamente di lui una rovina.
“Morire quando si accecano i giorni non è così brutto.“

Morire restando vivo: questa, l'angoscia più grande. Muoversi come per l'abbrivio di una trascorsa vitalità. Recente
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diagnosi: depauperamento fisico. A lui il brodino, a tutti gli altri le cotolette di maiale e il polpettone. Ma come si fa a essere denutriti in mezzo a tanto ben di Dio? Schifanoja: miseria satolla. Schifannojati: porci del gregge di Epicuro. Finalmente riesce a prendere sonno, a scendere in apnea. Ha però appena avvertito l’abbraccio di «Morfeo Negro» (altro suo gioco di parole) quando lo svegliano, e senza tanti complimenti. Un tuono sempre più vicino: è la voce di suo padre, accompagnata da uno di quegli sguardi che Giona non sa mai dire se siano di rimprovero o di malvagia indifferenza. Spesso il padre di Jo apre la bocca per barbugliare già già già già; oppure no no no no. Stamani afferra il quaderno che è rimasto aperto sulla sedia e prorompe: «Messer Giona scrive un libro. Un altro. To', che bello. Il mondo te ne sarà infinitamente grato. Ma che ne diresti di fare dei figli, nel frattempo?» «Vuoi dire... metter su famiglia?» «Chiamalo pure così. Accollarsi responsabilità, rendersi attivo, procreare... Sempre che la tua Musa non te ne voglia per questo.» Il trentenne scuote energicamente il capo. E’ impastoiato di stanchezza, ma deve ugualmente alzarsi: il soggiorno si va riempiendo di gente, e una delle nipotine viene ad aggrapparglisi al collo. Come se non bastasse, ha di nuovo quello strano bruciore all'inguine che lo spinge a recarsi al locus. Se almeno i suoi visceri tornassero quelli di una volta! Il dottore che gli ha fatto gli esami gli ha comunicato: «Lei è seriamente infermo. Dev'essere ricoverato. Ma avremo un posto-letto disponibile tra non prima di due o tre anni...» Il televisore è già entrato in funzione. Una voce stentorea legge il notiziario delle curiosità:

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«“Abbiamo sete: perciò non mangiamo!“ La cittadinanza di un comune alle porte di Schifanoja ha indetto uno sciopero della fame per protestare contro la mancanza d'acqua». Giona sorseggia il suo caffellatte mentre ogni cosa, intorno a lui, urla ride si dispera. L'essere più perturbante è Totonno, elefante che scalpita tra scaffali di porcellana. Giona svuota la tazza con una lentezza tale da far montare il sangue in testa a Mamama; intanto giochicchia con Sir William, il suo gatto del cuore: probabilmente quello che gli ha appioppato la rara forma di allergia alla peluria dei felini. Sir William si lascia accarezzare volentieri. Sospettosamente volentieri. Viene da riflettere sul dubbio di Montaigne: “Quando io giuoco col mio gatto, chissà se non è lui che si serve di me per ammazzare il tempo?“ Jo si mette seduto davanti al clavicembalo tipografico, ma i suoi non vedono di buon occhio questa sua passione per la scrittura. «Tanto, non vendi nulla», rimbrotta il padre. Il vecchio (scopino pensionato) ha abbracciato l'opinione comune secondo cui le idee e l’arte non hanno motivo di esistere se non esiste un mercato delle idee e dell'arte. «Daaahrahruiuuuuuiiih!» urla Cochi, altro pregiato esemplare della fratellaglia. Cochi è un uomo adulto, sposato e con prole, eppure eccolo lì a caprioleggiare come un ragazzetto, in un pigiama neanche tanto pulito. Le sue bambine cercano di evitarlo come e quando possono, e si buttano preferibilmente sul grembo di zio Giona. Giona è ancora mezzo stordito. Poco prima di addormentarsi (o, meglio, di perdere conoscenza) ha avuto una fantasia erotica. Nel sogno c'era una donna che gli si strofinava incessantemente addosso e lui ogni volta respingeva, finché, triste cavaliere, non la sfiorò con cautela, accorgendosi di non provarne raccapriccio: “Oh, signora M., signora M., avevo
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paura signora M., ma ora puoi pure continuare a sognarmi addosso signora MMMMMh!“ Relega il pensiero nelle latebre del cervello, per riutilizzarlo magari più tardi. Allunga una mano, apre un cassetto e pesca a caso un foglio su cui, mesi o anni prima, aveva scritto: “Sii forte! Soffri oggi se vuoi sorridere domani!“ Rileggendo tali parole, scuote il capo. Muoversi: ecco quale dovrebbe essere la sua massima, il suo Primo Comandamento; non può permettersi il lusso di funghire oltre... E si muove: per tornare al gabinetto. Dopo aver azionato lo sciacquone, comincia a radersi, mentre qualcuno tempesta la porta di pugni. Riconosce e non riconosce la faccia che lo fissa dallo specchio. Fa alcune smorfie, si inventa pose da attore... Oh, no, no! Inutile provare e riprovare il modo in cui dovrebbe aggrottare la fronte, sollevare un sopracciglio, dilatare le nari, piegare le labbra: tanto, al momento giusto dimenticherà ogni artificiosità e, di nuovo, avrà la stessa espressione disarmata e smarrita di sempre. Tutte quelle ragazze che gli sono state al fianco... ma com'è che non provavano disgusto per lui? Ancora una gragnuola di busse all'uscio. "Voi, miei nervi, non invecchiate di colpo." Andarsene. Sparire. Può darsi che, alla fin fine, la partenza non risulti così tragica come Giona si prefigura. Forse i suoi familiari non farebbero scene, non discuterebbero neppure... Via! Il Nord. Des pas sur la neige. Come allora... Parma Vicenza Verona... Passo a prenderlo di pomeriggio. Per conservare maggiore libertà di movimenti, anche stamani ci spostiamo a piedi e in bus. Del resto, guidare in quel di Schifa è assai deleterio: il clacson viene adoperato solo per gioco e nessuno vi fa più caso; le strisce bianche sull'asfalto sono lì come ornamento, non per delineare le corsie; e, al rosso dei semafori, molti si fingono daltonici. «Il traffico è proprio come la città», osserva
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Giona: «spastologico e filostatico, sarcomantico e roteosonico.» La luce è talmente forte che non possiamo fare a meno di comprarci occhiali da sole. Dietro i vetri scuri, la nostra effettiva claustrofilia (e non claustrofobia; un claustrofobico fugge gli spazi ristretti, un claustrofilo li cerca) diviene una cosa di poco conto, un difettuccio, un’inezia cui nessuno fa caso. E tra tanta folla e follia, poi...! Per raggiungere il centro usiamo uno di quei mezzi pubblici sempre affollati. Qui! Siamo tutti qui, sul 34. Culo a culo; e ciascuno rivolge il muso a tutti. «Che ora è?» mi chiede ad un tratto Giona, la cui sola lancetta dei minuti non può soccorrerlo. «Settembre inoltrato», rispondo. «Quasi ottembre.» Lui annuisce. Noi abbiamo il nostro, di orologismo. Il nanerello che sta in piedi in mezzo a noi, e che per tutto il tempo ci ha lanciato sguardi curiosi per via degli occhiali scuri e del nostro clamoroso pallore, alza con decisione il volto, ostentando uno sbalordimento stizzito. Alla fermata della Stazione, il 34 finisce col riempirsi del tutto. «Troppa gente», constata Giona. «Pensi?» gli chiedo, mentre cerco un appiglio migliore. «Non vedi?» fa lui. «Gli schifannojati sono superprolifici.» Ribatto: «Non è vero che c'è gente in esubero. Il problema è che ci sono scemi in esubero». E sorrido allo gnomo. «Schifannojati, appunto.» «Mangiasassi», annuisce il fratellamico. «Bru-brù.» «Calzacacca. Grattamuri.» «Strombettoni.»
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Branchi di monelli sghignazzanti ci spingono da tutte le parti. Una vecchietta pestifera si fa largo a colpi di borsa e raggiunge un sedile vuoto che all'ultimo momento, però, viene occupato da una sottospecie di scimmione. La vecchietta, chissà per qual motivo, si mette a lanciare improperi contro il governo. Lo scimmione sogghigna, dandole ragione. Con il volto schiacciato contro il finestrino, osservo le strade, dove innumerevoli figurine si muovono come in un film al rallentatore nella nebbia dei gas di scarico. Improvvisamente mi sento stanco. Avverto con fastidio le esalazioni di ammoniaca di tutti quei corpi ammassati nel lumacone pubblico. «Questa pigrizia, questa indolenza», borbotto. «Un virus da cui non si salva nessuno.» «Già», ammette Giona. «Alla fine anch'io diventerò uno schiafannojato.» Il nanerello guarda dall'uno all'altro e viceversa. «Dove domina la pigrizia, là c'è sentore di disgrazia», cito uno scrittore seppellito e obliato. «La noia è la punizione dei pigri.» «La pigrizia è l'idiozia del corpo e l'idiozia la pigrizia dello spirito.» Il piccolo uomo in mezzo a noi stringe gli occhi fino a ridurli a due fessure, simile a un soldato giapponese che, acquattato nella giungla, ode un parlottio in americano. Scendiamo in centro. Avanziamo letteralmente strisciando i piedi. Il turbillon dei passanti fa il verso a quello delle macchine. Casalinghe cariche di sacchetti per la spesa, sfaccendati corpulenti, mamme con le carrozzine che non riescono a passare tra le quattroruote parcheggiate. A volte si è costretti a scavalcare parafanghi a dosso di muro. «Tre giorni ancora», dico.
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Giona coglie l'amarezza nella mia voce. «Sei condannato a soffrire di nostalgia», ragiona. «Proprio come me. Ero a Parma... la Certosa della Follia... e non facevo che pensare ai miei. Poi tornai a casa... per voltolarmi nelle memorie dei giorni trascorsi lassù.» «Già. La nostalgia di casa rimane anche dopo che si è rimpatriati. Senti, andiamo al museo.» Il museo è silenzioso; fresco; e non c'è nessuno che elargisce gomitate. Qui possiamo anche toglierci gli occhiali da sole. Aaah! sospiriamo, mentre il sudore ci si rasciuga sulla pelle. Ci aggiriamo per le sale discretamente illuminate ostentando un blando interesse per le opere esposte. «In questo ambiente sì che potrei scrivere!» esclama Giona. «Dovrei chiedere al direttore il permesso di soggiornare qui. Mi occorrerebbero semplicemente un tavolino e uno scranno...» Ridendo, si ferma davanti alla statua di un console romano che ha l'aspetto di un sibarita, e commenta: «Il ministro della Sanità». Passando oltre, riattacca: «Io sono uno che ama la vita. Che la ama troppo. E perciò ne scrive. Ho detto “vita“? L'assurdo, intendevo. Trascorreranno secoli, probabilmente, prima che mi capiti l'opportunità di far conoscere i miei lavori... ma una volta di più mi rendo conto che non me ne importa nulla. In realtà, quel che conta è l'atto creativo in se stesso. Imbastire qualcosa dentro una nicchia, per sé e non per gli altri. Nei musei è vietato fumare, vero? Bene! Abitando qui, mi libererei una volta per tutte dal tabagismo. Questa frescura... meravigliosa!» «Un po' troppo umido, direi.» «Niente male. Più umido è l'ambiente e meglio scivola la penna d'oca sulla pergamena: saggezza di copista medievale. Qui sarebbe un peccato persino usare carta comune, quella che chiunque può procacciarsi in un supermercato.» «Ci vorrebbe charta, non carta.»
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«Sicuro. Ma nessun problema: me la farei arrivare dalla ditta Richard de Bás, di Ambert nell'Auvergne: autentica manifattura da seicento anni.» E solleva un nodoso dito professorale. Sorrido. «Brillante, Jo! Non hai perso il tuo stile!» «Non cambiarò mai. Già a diciott'anni sapevo che non sarei mai stato à la page. Beh, allora ero un disoccupato aristocratico, molto più disoccupato e molto più aristocratico di adesso. Tutto o niente, mi dicevo, così non sto al gioco.» Tutto o niente. L'adolescente Giona non snobbava i benestanti, né detestava quelli che appartenevano al suo stesso lignaggio: semplicemente se ne fregava, perché era parecchio al di sopra di loro. A sedici, diciotto, vent’anni non era stato un bracalone, non aveva cercato di imitare i coetanei più fortunati vestendosi un po’ meglio. Nondimeno, per forza di cose aveva dovuto cercarsi lavoretti occasionali, costringersi a guadagnare qualcosa. E della tua ribellione si può soltanto ridere se porti il grembiule di un lavapiatti o il farfallino di un barista. Facciamo sosta davanti al ritratto a tutta figura di un antico conte. Personaggio pseudostorico di Terra d'Eureka, invecchiato ma senza tante rughe: come se il dipintore non avesse voluto attirare su di sé l'ira del nobile. Il corpo del soggetto pare paraffinato; gli occhi sono fissi nel vuoto e le mani incrociate sul fantasma del sesso. La sciabola che gli penzola dal fianco è l’unico elemento credibile di questo dipinto. Un po’ di entusiasmo ce lo procura una fedele copia dell' Allegoria con Venere, Amore ed il tempo del Bronzino. Dello stesso pittore cinquecentesco sono esposti anche il ritratto a Bartolomeo Panciatichi e il formidabile Passaggio del Mar Rosso (che dimostra come l'allievo del Pontormo avesse attitudine all'astrattismo, stile che si sarebbe affermato solo quattro secoli più tardi).
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«Sai qual è il pregio maggiore di queste opere?» osserva Giona. «Che non parlano. Come ventriloqui, come mimi: non parlano, eppure dicono tutto. Con ciò si distunguono dagli abitanti di questa città, che blaterano, blaterano e non dicono nulla. Orecchianti: gente che ripete a orecchio. Sempre le solite sciocchezze...» Sul serio: non è cambiato per nulla, il fratellamico. Purtroppo, è proprio il suo modello, il modello gionesco, che segue una propria via e non vuol lasciarsi impastoiare, legare agli ingranaggi dell'Orologio, a prestarsi più di ogni altro a essere bistrattato, malmenato, dissanguato. «Nello stesso istante in cui tu partirai», mi dice dopo che siamo tornati all’aperto, «tutto tornerà ad apparirmi triste e vuoto.» Nello stesso istante in cui io partirò, si rimetterà a scrivermi. E sulla busta scriverà:
Mitt.: Middlas Radsrez - Via Concerto Infinito, 3241234 Terra degli Schifannojati Eureka!

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«AU REVOIR»

E arriva il fatidico giorno. «Au revoir...» prendo congedo da Giona. «Non morire mai.» Ipotizzo l'eventualità che la prossima volta sia lui a farmi visita. Giona si dice d'accordo. Ma prima dovrà recuperare la salute - mi avverte -, altrimenti non si azzarderà a intraprendere un viaggio così lungo. Di nuovo, colgo un tremolio nella sua voce. Mi confida che ha terrore che, sul serio, gli giunga il nullaosta per il ricovero. «Quale ricovero?» «Il ricovero all'Ospedale Comunale.» A sentir lui, in quel luogo si sarebbe raccolto tutto il mondo più inquietante e angoscioso di Kafka, dal Processo al Castello e alla Metamorfosi. Ha paura che possano usarlo come cavia per sperimentare nuovi preparati farmaceutici... Intanto, dietro mio consiglio, ha smesso di ingerire analgesici. Si limita a prendere questo nuovo concentrato vitaminico ultrareclamizzato: il fresco-energon; e a coltivare sogni. Sogni, prospettive remote della fantasia. Le Ebridi. Anzi: le Ibridi (come le chiama lui): un pugno di diamanti che a Dio furono d'avanzo dopo il compimento della Creazione e che gettò da una finestra. Le gemme caddero a nord-ovest della Scozia, dove formarono un arcipelago. Una leggenda che affascina moltissimo il fratellamico, che si crede essere di origine celtica.
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Io abito a mezza strada tra lui e le Ibridi (Ebridi). Farà tappa da me, promette; un giorno. Rimarrà qualche settimana, prima di proseguire per le Ebridi (Ibridi). Ma... e il fenomeno del neonazismo che dilaga in Germania? Giona lo liquida con una spallucciata: chi è nato e cresciuto a Schifanoja - afferma -, può senz'altro tenere testa a un'orda di Camicie Brune. Ci scambiamo un abbraccio. Quindi monto sulla mia automobilina, il cui vetro posteriore manca perché è stato mandato in frantumi dalle sassate dei monelli. Da dietro la rete dell'orticello, mi segue con lo sguardo finché non sono scomparso; come se stessi scomparendo per sempre. E pensa che un'altra foglia viene soffiata via da una stagione che solo per delicatezza o scaramanzia non viene ancora chiamata «autunno». E quasi subito si fa notte. Dovrebbe spegnere la luce, sa che dovrebbe farlo, ma si concede la libertà di rimandare. “Come è accaduto?" si chiede. "Quando ha avuto inizio tutto ciò?“ Probabilmente il nome. Un nome può condizionare drammaticamente l'esistenza di chi lo porta. Giona è stato spinto "oltre i limiti" nell'istante medesimo in cui gli altri hanno capito che lui è il tipo seduto dentro la pancia della balena, con i piedi in una poltiglia di pesciame digerito a metà. E da quando ha capito che gli altri hanno capito, sta rotolando giù lungo la china. La lampada è di soli quindici watt, un sole elettrico che non aiuta la vista bensì la rovina; ma se non altro (per la serenità di Papapa) il consumo di corrente si riduce al minimo. Giona fissa l’orologio. Le due. Le tre. Le tre e mezza. (“Come è accaduto? Quando...?“) E’ stanco morto, ma potrebbe fare di tutto meno che dormire. La sua non è una stanchezza di sonno; e peraltro: come poter chiudere occhio, stanotte?
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Perché è una notte eleusina questa in cui Giona contempla i maggiori arcani, immerso lui stesso in un arcano che lo racchiude come una bolla di vetro. Lo accusano di essere apatico, di non volersi interessare alla vita pubblica... Al diavolo la vita pubblica! Al diavolo la mia presunta missione a Ninive! Che mi dite di Tarsis? O delle Ibridi?... Le tre e tre quarti, e nell'aria si sprigiona un incanto. In un gemito lento e patetico, gli piovono addosso le note della colonna sonora del suo film personale: re-mi-fa-sol-sol-faaaa....

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PARTE SECONDA -------------------------------------------------------------L'UOMO SBUCCIATO

"Noi e: io e tu non è lo stesso: Noi due vinciamo insieme e tu poi mi sconfiggi." (Bertolt Brecht: L'eccezione e la regola)
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Giona dove perché.

Scappa, si ribella al suo Dio. «Decido io dove andare», decide. Durante il viaggio si scatena l'inferno: tuoni, fulmini, onde alte come case. Il capitano è fuori di sé. Urla: «Uno di voi deve lasciare la nave!» E il suo dito si punta su... «Tu, Giona!» Ovvio. Per Giona il sole non ride mai, e se ride, ride di lui. Le acque lo hanno sommerso fino alla gola, l'abisso lo ha avvolto, l'alga si è avvinta al suo corpo. Già si rallegra della fine. Gli sembra di vedere una luce in fondo al mare e apposta si fa più pesante. Ad un certo punto appare una balena che spalanca le fauci e... lo inghiotte. Ed eccolo dentro la pancia di questo grosso pesce. Certo. Doveva aspettarselo. Per Giona il sole non ride mai, e se ride, ride di lui.

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PIROETTE DI GIALLI CORIANDOLI Titina si sveglia di buon'ora e si trasferisce dal pancotto di mia sorella Laurina a quello mio, mi dà qualke bacio cercando di destarmi dolcemente, poi, visto ke io continuo a dormire, mi molla alcune sberle. Infine striscia sotto la coperta: adesso è lei ke dorme e io sono desto. Ancora non ha imparato a pronunciare il mio nome, mi chiama papi, a volte mamma: chiaramente mi assegna ambedue le funzioni. Mi scosto per farle + spazio e richiudo gli occhi, ma Morfeo Negro non vuole riprendermi tra le sue braccia. Sento la moglie di Grugno di Brocca, il vicino di casa, bestemmiare come una pescivendola, e l'attimo successivo mi giunge alle narici un lezzo di cavoli. Mi tiro su e, senza ancora rivestirmi, domando se qualcuno sia andato al tarrabbikakaduro lasciandosi dietro una scia di miasmi. A mò di risposta irrompe nel soggiorno la risata sgangherata di Totonno, seguita dalla sua corpulenta figura. Totonno sbanda pericolosamente, il suo sistema neurovegetativo non è ancora sbrinato dalla patina del sonno. Lo imploro di far piano, ké la piccola dorme, ma lui continua a sghignazzare e ripete, come un’inutile makkinetta: «Miasmi... miasmi...» Ha la faccia di un invasato. Mi si accapponerebbe la pelle, se non sapessi ke è mio fratello. Vado alla finestra. Stanotte l'Altissimo ha fatto piovere a catinelle, ma, per l'assurdità ke contraddistingue i nostri paraggi, ora ci tolgono l'acqua. Nell'arco di cinque minuti la casa pullula di voci: fine della tregua. Aiuto, siamo vivi! Vivi? O viviamo piuttosto nel sogno di un pesce agonizzante?... Dunque il fidus Achatus si è rivolatizzato, via, con il passo elastico di un trasportatore di sacchi di caffè; finanke la sua vetturetta ha questa andatura particolare. E va bene, neppure lui avrà trovato i giardini di
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Semiramide; Pierre vive, per dirla con le sue parole, in un'erigenda anticamera del purgatorio. Ma lui ha almeno i suoi momenti di pace; e acqua corrente! Ohibò, ecco ke arriva pure Cochi. L'antropofago si butta sulla propria bambina e comincia a mordikkiarla. Poi chiede a me dov'è sua moglie. Come se non sapesse ke Sally va sempre presto al lavoro. Avventatosi su Laurina, la addenta sul collo. «Smettila, cannibale!» urla Laurina. Papapa borbotta alcune frasi minacciose, prima di uscire per «andare a bere il sangue di Cristo», come ci avvisa: ossia fare il suo primo salto in taverna. Si ferma un istante sulla soglia e sgrida Cochi: «Lascia in pace tua sorella. Smidollato! Mangiacristiani!», e sbatakkia la porta. Dalla cucina arriva il solito rosario di lamentele di Mamama, ke è alle prese con i cavoli. Sento il mio nome pronunciato in tutte le tonalità. No, no. Non tiratemi in ballo. Non ancora. Tacete. Parole non odo ke dicete... Qui Schifanoja. E’ l'anno zero. Tutto da rifare. Aquí me gusta nada con esto pueblo de cerdi. Fumo la prima sigaretta della giornata. Ho quasi esaurito la scorta di sei pakketti ke Mamama mi ha regalato una settimana fa. Strano: l'aria è umida, la temperatura bassa, ma mi sento accaldato e sudo pure. L'isteria casalinga guadagna quota, Laurina riprende a farneticare a molti decibel. La guerra di nervi tra lei e Mamama è giunta al quarto anno e io ne sono la vittima preminente. Ho voglia di un caffè, ma devo farmelo da solo, sennò nix. Nella luce calcinosa dell'ottobre sfegatato, cerco di affidare alla pergamena i segnali emanati dalla medulla oblongata. Però la mia makkina da scrivere (dico «mia», sebbene neanch’essa mi appartenga: è di Sally) stamani ha in serbo solo frasi stereotipate; la sua voce è fredda come l'alito di un soldato di confine in un'alba d'inverno. Ora Mamama e Laurina hanno
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messo su un silenzio limaccioso, scontento, ke non lascia presagire nulla di buono, e per un po' si ode solo il tikkitiktikkitikkitik delle mie dita irrequiete. Ho segnacolato su una busta:
Mittente: Mister Giona Via delle Palafitte (terza roccia a ds.) - Terra dei Triceratopos (Fiordonklawis)

e, sotto: 'VENDESI LATTE DI VACCA IN POLVERE'. Mio stile impermutabile. All'altro capo del tavolo, Leo è intento a preparare la borsa con i prodotti per la casa, ma Totonno e Cochi, questi cataplasmi, non mostrano ancora di voler andare a fare bum-bum. Totonno sostiene di non sentirsi bene... In effetti, qualke giorno fa è stato colto da un malore improvviso e i medici gli hanno riscontrato tutti i sintomi dell'afta. So bene ke l’afta è una malattia del bestiame, ma nel caso di Totonno non bisogna stupirsi... Io stesso ho una scalmana ke ha fatto del mio naso un rubinetto gocciolante, e poi queste strane fitte, dapprima al nervus facialis, tosto propagatesi a quello mandibularis. E gli esculapi ke non ci si raccapezzano. Nel frattempo il telegiornale presenta la parata di nuove sciagure e intorno a me ricomincia l'accapigliamento. Ke roba! Mi pare di essere il guardiano di Disneyland ke vive nella casa di Topolino. Decido di dileguarmi. Di nuovo pronunciano il nome mio e di nuovo faccio il sordo. Mi spalmo sulla nuca un unguento vulnerario, inghiotto una pasticca e, simile a un bakerozzo, striscio tra le verzure del giardino, per assicurarmi ke la maffia del vicinato non sia all'agguato. Salto sulla ‘lisetta’ e mi dirigo al Parco Reale. Dopo aver attraversato la città guido a velocità di crociera sui viali del parco, immersi nell'incantevole valzer di
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questa stagione; davanti al parabrezza, piroette di gialli coriandoli. Sul viale principale scorgo un trasvestito e tre hurì, due delle quali decisamente racchie. La terza è giovane e carina, però esige il doppio di quanto io potrei darle. Beh, fa niente. Sarà per un’altra volta, ragazza. Forse. Uscito dal parco, posteggio in una stradina tranquilla e faccio due passi a piedi, nel giorno levigato da morbidezze dorate. Per terra sono sparsi gli oggetti + vari. A Schifanoja persino la gente dei quartieri alti sembra ignorare i bidoni della spazzatura. D'un tratto noto qualcosa davanti alle mie scarpe; la raccatto senza dar troppo nell'occhio, scambiandola per una banconota di medio taglio (e il pensiero torna repentino alla giovane prostituta del Parco Reale); dopo una cinquantina di metri apro il pugno e constato ke è solo un pezzetto di carta senza valore: una banconota, sì, ma di quelle stampate su un unico lato e ke corredano il gioco del Monopoli. La butto via con un sospiro, compro (con banconote vere) le smokies e alcuni francobolli, quindi proseguo la camminata con il cuore ke canta: re-mi-fa-sol-sol-faaaa...

(foglio numero sette serie 0123243) Undici di ottobre. Un cielo di zinco. Seduto in un caffè... dentro la tazza, col sedere a mollo!... vedo come dapprima i tavolini adiacenti al mio e poi l'intero universo mondo si svuotano di facce e corpi, e mi ritrovo da solo, finalmente e irrimediabilmente da solo, tra le ombre flosce appese ai fili del bucato. Ha incominciato a piovigginare e io, testardo, sono rimasto sulla terrazza a ridosso della strada, davanti alla mia modesta consumazione. Poi ho dovuto arrendermi (la pioggerellina si è trasformata in un acquazzone) e mi sono rifugiato come gli altri all'interno del bar.
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Mentre cerco un posto, noto ke il banconista getta un'occhiata al grumm, il grumm risponde all’occhiata lasciando trapelare ke ha afferrato. «Attento a quello», mi pare di cogliere il messaggio telepatico. «Accertati se è in grado di pagare, prima di portargli qualcosa.» Nel locale sono in corso tre o + dispute contemporaneamente. Gli argomenti: politica, calcio, programmi televisivi. Un uomo coi baffi a manubrio auspica la pena di morte per i parlamentari disonesti; un altro, pelato, cerca di spiegare perké mai l'F.C. Schifanoja non potrà mai laurearsi campione d'Italia; un terzo, con la cravatta a farfalla, predica il boicottaggio in massa delle tivù private, «dove la pubblicità interrompe i film sempre sul + bello». Fanno certe facce irose ke nemmeno l'abbondante zucchero nelle tazze riesce ad addolcire. Tra i tanti scontenti c’è però anke un tizio quieto, un pikkoletto dall’aspetto di membro onorario de La pace nel mondo. Questo qui a un certo punto dice, quasi timidamente, ma no, va tutto bene, dice. E’ da stupidi, dice Pikkoletto, prendersela sempre col governo o ignorare ke oltre allo sport e alla tv ci sono cose ben + cruciali; dove li mettiamo i valori fondamentali dell'esistenza, dice, et patati et patata. Il suo intervento viene tacitato da almeno quattro paia di occhi infuocati. Pikkoletto incassa la testa nelle spalle con l'espressione avvilita di ki è stato ingiustamente accusato di aver mollato una scorreggia. «Va tutto in sfascio», brontola Calvo. «Merda!» esclama Baffoni. «Merdaccia!» ruggisce Papillon, e cala un pugno sul bancone. All'improvviso imprecano tutti e, come selvaggi, pikkiano sui tavoli in un parossismo di dubbio e astio. Pago e torno all'aria fresca. Uff! L'ho scampata per un pelo.

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Quest’oggi ho un appuntamento col mio medico, ma prima mi tocca passare dalla Bionda Genovese per consegnarle un pakketto da parte di mia madre (non so ke cosa contenga l'involucro, né voglio saperlo). La Bionda Genovese prende il pakketto, poi mi tiene la porta spalancata contorcendosi tutta in maniera sexy; ma lo fa unicamente per invogliarmi a entrare e potermi affibbiare Palluzza, il suo bambino. Le spiego ke ho una certa premura perké devo recarmi dal dottore, e lei si china («Vuoi un caffè?») mostrandomi le cucurbitacee ke cela e non cela sotto la scollatura. Intanto il bambino mi afferra la mano e mi chiama papà. Chiama così un po' tutti gli uomini ke gli capitano a tiro. Il vero padre è in gattabuia, ma la Bionda Genovese è solita raccontare ke è invece imbarcato su un peschereccio ke solca le acque del Mediterraneo. Lei imbastisce episodi sempre più fantasiosi su quel fantomatico navarca che è il suo uomo. «Pensa», mi raggiunge adesso la sua voce dal bagno, «ieri l'altro mi ha telefonato da Stanbul.» Poiké io non faccio alcun commento, l’avvenente signora sporge il busto - nudo - dalla porta socchiusa e mi guarda interrogativamente. Con Palluzza attaccato alle orecchie, butto là: «Istanbul? Affascinante! Ma perké andare così lontano, quando la Terra d'Eureka offre tanti angoli dal carattere levantino? Casi insondabili della vita!» «Eh?» fa lei, lo sguardo vuoto. «Già», monosillaba, prima di tornare a ritirarsi nela toilette. «Ancora qualke minuto di pazienza», grida. «Sono quasi pronta, e così ti libero dal bambino.» «D'accordo», ribatto, alzando Palluzza a mezz'aria e deponendolo con delicatezza sul pavimento. Quando lei ricompare, tutta in ghingheri e col volto truccato, trova il figlioletto abbarbicato alle mie caviglie. Lo strappa da me e mi porge ventimila lire, per Mamama. «E ringraziala a nome mio.»
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Intasco el dinero. Eccomi invischiato in un losko commercio. Ke cosa spaccerà mai la mia cara genitrice? Portafortuna? Afrodisiaci?... Dietro all'economia nazionale delle bolle di sapone, nascono e fioriscono solide attività di cui gli agenti del governo non sospettano nulla. E io sono l‘ultimo, a dire il vero, che intende interessarsene. «Ringraziala», ripete la Bionda Genovese. «E grazie anke a te», mi congeda sulla soglia. «In questo modo ho potuto rendermi presentabile e posso andare a fare la spesa.» Fare la spesa? Con quell'abito attillato, ke lascia indovinare ogni cosa? Con quel pesante maquillage? Uhm. «Statti bene», la saluto, con un timbro vocale talmente funereo da averle sicuramente rovinato la giornata. Di nuovo il mio naso dà avvisaglie di sgocciolamento e io, guarda caso, sono sprovvisto di fazzoletto. Per me è tempo di malanni, come sempre in questa parte dell'anno. Ho anke una molesta gengivite, per cui dovrei ricorrere alle cure del dentista, ma mi mancano i copeki... Per il raffreddore, il medico (oggi + burbero del solito) mi prescrive gli intrugli soliti. Uscito dalla farmacia, inghiotto per via un antibiotico, mastico una pastiglia, bevo dello sciroppo; ma il naso non la smette di gocciolare. Mentre guido sul raccordo anulare, mi metto a riflettere su tante cose; anzi: su tutto. Tutto tutto, duddo duddo: dadi, dardi, dasein, dentature, desco, desperados, di già, dopolavoro, dotto, druido, brobrio duddo. E giungo alla conclusione di sempre: squagliarmela, dovrei. Tentare la fortuna lontano da questa città; provare altrove, magari dov‘è Peter. Non appena arrivo chez nous, Mamama m'investe: «Togliti queste idee dalla testa!» A volte ho il sospetto ke lei sappia leggermi nel pensiero. Mi spiega ke conviene "restare in cuna" - per lei la cuna, o patria, è circoscritta al quartiere. Mi dice ke
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abbandonare la famiglia per il miraggio di un lavoro è una vera pazzia. Va bene, le rispondo, sì, rispondo; ma lo faccio per ammansirla. (Restare in cuna o andare in mona...) Stavolta sono fermo nel proposito di espatriare o quantomeno di ritrasferirmi nel Settentrione d’Italia, ké questa «cuna» non l'ho mai sentita mia e mi appare vieppiù ostile, estranea. Vi imperano la volgarità, l’ipocrisia. Non c'è da meravigliarsi, dunque, ke io spesso ricada nella criptosassa, nel sogno, e ke nel sogno mi veda volare via, in alto, + in alto... Dopo il Diluvio Universale, la colomba scoprì l'Ararat e il gabbiano le Ebridi. I Celti, alla ricerca di nuovi territori, approdarono su quelle isole e decisero di piantarvi le tende, pur avendo notato ke il terreno lì è tutt’altro che fruttifero. Ebridi: isole di pietra. Singolari monoliti si stagliano contro il sole. Qua e là una striatura: un piccolo villaggio. Tutti gli invasori se ne ripartirono delusi: anke i Vikinghi non vi hanno lasciato tracce. L'unica ricchezza delle Ebridi è il mare... Le Ibridi ! Questo è un pensiero che Mamama non può leggere, in quanto è in galeico. Cambierò il mio nome: Giona ("Jo") McDonald. Vivrò in una fattoria in miniatura e i bravi contadini del luogo mi appelleranno «ragazzo» (i + giovani emigrano perké preferiscono studiare). Forse un giorno aprirò una pizzeria a Conhairle nan Ecleans, o addirittura a Stornoway, la capitale ibridica... Mentre mi appunto queste riflessioni, mia sorella Laurina mi si accosta e, con una voce ke sembra giungere dall'aldilà, mi domanda se è vero ke i gufi si cibano di conigli. Uh? Cercando di essere il + amabile possibile, le rispondo: «Presumibilmente. Dipende dai casi. Ci sono gufi e gufi...» Ragiono ad alta voce ke è forse possibile ke, in periodi di magra, i gufi assaltino conigli per nutrirsene (e magari anke scoiattoli?), ma sottolineo ke non posso affermarlo con
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certezza, in quanto non mi è mai saltato in mente di documentarmi sul costume culinario di tali animali. Laurina annuisce con aria svanita, mi rivolge la schiena e, da quell’inquietante apparizione ke è, torna a svanire. E’ martedì, ventiquattro Oktober. Sera. Stamani non mi sono neanke vestito; sono rimasto in pigiama per tutta la giornata e ora avverto un tantino di freddo. Il quartiere si vela di ombre e io sempre qui, chino sui tasti della ‘torpedo’. Grazie al raffreddore ke mi costringe a stare a casa, mi sta riuscendo di segnacolare - di scrivere - secondo il metro quantitativo di chiari di luna migliori. Ogni foglio è come uno speciale nastro magnetico su cui vanno a incidersi i miei pensieri. In sottofondo, Papapa parla di pregi e difetti di Compare Pesce, e nessuno sta ad ascoltarlo. Di fronte a me, Sally, stanca dopo un'ennesima giornata a servizio, si scopre il seno e allatta la + piccola delle sue bambine. E io segnacolo e segnacolo. A me la gloria! gridò un tale. Ma Gloria si volse accigliata e sputò per terra. Davanti a me regna una confusione di fogli e fogliettini: il mio spampanato laboratorio delle possibilità. Non essendo un maniaco di Ordine und Disziplin, non sarò mai capace di scrivere un libro “vero“. Già il solo dover scegliere un titolo mi pone di fronte a incredibili difficoltà. E vabbe’: il mio sarà pure un opus colmo di strafalcioni, ma se non altro è libero da costrizioni geometrike. I brandelli sono mescolati e cuciti insieme, come nella realtà. Ogni cosa è in relazione con tutte le altre. Noi siamo qualcuno in qualke parte nel mondo e il fatto di esistere è già di per sé un prodigio. Abbi sfiducia nella logica: la vita è una trama magica. (Blaise Cendrars?) Libri: prodotti obsoleti; e condannati all'estinzione. Lo stesso virus ke ha preso d'assalto gli alberi, quando vuole riposarsi o concedersi un diversivo entra nelle biblio e nelle
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nostre case e ci mangia via i libri. Soltanto l'elenco telefonico sopravviverà... Metto da parte la ‘torpedo’ perké è ora di cena. Mamama è tutt'altro ke un'artista dei fornelli: talvolta pone i crogioli sul fuoco di prima mattina e, secondo l'umore e la disponibilità della dispensa, va skiaffandovi dentro ingredienti ke pugnano tra di loro. Anke quest'oggi il cibo ha un aspetto e un sapore poco rassicuranti. Io cmq, contrariamente agli altri commensali, non avanzo reclami. E, dopo la "cena", mi rinfranco con una tazza di caffè forte, nero, davanti alla tivù. Ed è già notte. Il film su Acapulco ha lasciato tracce profonde sul mio giorno trascorso sotto un tetto ke scotta. Lassù è Canòpo, nella costellazione di Argo. + vicino, proprio davanti alla punta del mio naso, brilla un’altra stella: la brace della mia sigaretta. Oltre il reticolato del giardino imperversano i malacarne.

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GRAFFITI D'INVERNO

Vado a fare bum-bum in un villaggio sulla sommità del Monte Mostro. Le condizioni meteorologike non incoraggiano certo l'attività di vendita a domicilio, ma con i soldi mi trovo in deficit, perciò mi tocca rimettere in sesto le finanze. Avevo in consegna circa trecentomila lire (il grosso della cassa della premiata ditta Rocchi) e ora sono “sotto“ di centomila. Dunque mi avventuro fuori, deciso a guadagnare il + possibile. Un tempaccio. La pioggia cade su Schifanoja; un po' troppa per certi rioni: automobili in panne, pedoni in difficoltà. Ho voluto prendere la ‘trappola’ anziké la 'lisetta', e adesso l'acqua penetra nell'abitacolo; per giunta, a metà percorso mi si spalanca la capote... Povera 'trappola', tenuta insieme da fil di ferro e da spago! Povera carriola, col sedile-catapulta, il parabrezza crepato e le luci ke impazziscono! Piove sulla Terra d'Eureka, piove talmente fitto ke quasi non ci si vede +. E proprio oggi mi doveva venire lo sfizio di uscire... I miei fratelli ciakkolano allegramente. Quando giungiamo al villaggio prescelto per la nostra "puntatina", il temporale è già cessato, ma regna un'atmosfera da Giorno dei Morti ke mi smonta completamente. Scaricati i miei kiassosi collaboratori, scopro di non aver nessuna voglia di andare a bussare alle porte. Lascio la mia borsa con i prodotti dentro l'utilitaria e decido di far visita al cimitero locale. Per me un cimitero è come un museo: un luogo ke infonde pace e ke nel contempo istruisce. Appena varco il cancello, il custode mi si avvicina e mi chiede se sto cercando qualcuno. Sulle prime non realizzo.
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«Qualcuno?» Intende forse la tomba di un parente o amico appena deceduto o una persona reale, viva, ke come me si trova in questa oasi sacra per goderne la quiete? Prima ke ripeta la domanda, gli borbotto ke voglio solo guardarmi in giro. Dal suo sguardo arguisco ke mi reputa un mentecatto, uno con poche rotelle al posto giusto; ma ciò non mi infastidisce. Lo lascio in asso e mi avvio indolentemente lungo il vialetto principale. Davanti a me vi sono almeno tre ore di vuoto prima ke Leo, Cochi e Totonno concludano la loro scorribanda; così, mi metto a osservare le lapidi una per una, leggendo gli epitaffi, contemplando i ritratti dei cari estinti e rimuginando sulla fugacità dell‘esistenza. Ben presto, mi accorgo di essere l'unica anima viva in questo museo di morte. Ma c'è altro da aspettarsi in una giornataccia simile? Per passatempo e per divertimento, prendo a calcolare il numero delle persone ke hanno tirato le cuoia prima di raggiungere l'età mia; intanto stringo nel pugno il fazzolettone gualcito, preda del + terribile dei raffreddori. Quando mi volgo indietro, noto ke, attraverso le croci e gli angioletti di marmo, il custode non mi perde di vista un solo attimo. Con quei suoi occhi neri ke assomigliano a due fori, mi tiene come sotto il tiro di un fucile. Cerco di ignorarlo e, seduto su un sepolcro, rifletto sull'importanza degli epitaffi. Cosa vorrei ke fosse inciso sulla mia tomba? O dovrei piuttosto optare per una sepoltura alternativa? Dovrei disporre ke l'inumazione della mia salma avvenga in fondo a un oceano oppure dentro una capsula spaziale? A forza di pensare, riskio di appisolarmi, finké una folata di vento gelido mi fa riscuotere di soprassalto. Stirakkio le mie ossa scricchiolanti e, tra sbadigli infernali, mi accingo ad abbandonare quel luogo di requie. Arginando con il fazzoletto - ormai zuppo - i torrentelli ke mi fluiscono dalle narici, ripasso accanto alla casupola del custode e, non senza perplessità, noto ke l'uomo sta a fissarmi con aria di pietevole partecipazione.
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Raccattata la fratellaglia, torno a Schifanoja a rotta di collo, giù per gli stretti tornanti (mulattiere parzialmente asfaltate) con i freni ke minacciano di far cilecca ad ogni istante. I miei tre consanguinei ridono e skerzano, anke se non dovrebbero: i pochi prodotti ke hanno piazzato non bastano neppure a coprire le spese di viaggio. E’ proprio un brutto periodo in famiglia. Stamattina Mamama, dopo essersi alzata dal pancotto, ha avuto un capogiro e, perso l'equilibrio, ha urtato con un braccio il baule. Mi sono adoperato per farle una fasciatura provvisoria, ma il braccio è fratturato; temo ke lo spostamento dell’ulna verso l'interno renda necessario un intervento chirurgico. L'incidente è avvenuto intorno alle sette. Il fracasso, seguito dalle grida di Mamama, mi ha fatto destare di colpo. Dopo essermi accertato della gravità del danno, l'ho portata all'ospedale con la ‘lisetta’. Durante il tragitto lei si è incessantemente lamentata: un ululio straziante. A stento mi sono trattenuto dal dirle ke, se davvero fosse una maga, certe disgrazie non le accadrebbero. Varcata la soglia del reparto ortopedico, alle orecchie mi sono giunte alcune invocazioni d'aiuto. Provenivano dalla tromba dell'ascensore: un tizio vi era bloccato dentro. Mi sono fermato e, mentre il tizio se la faceva sotto dalla paura e Mamama piagnucolava reggendosi il braccio rotto, ho tentato di forzare la porta con un'asta metallica; ma senza successo. Nel frattempo il malcapitato mi raccontava di essere prigioniero nell'ascensore da un buon paio d‘ore e voleva sapere da me: a) come mai il portiere non accorreva e b) se l'intero personale sanitario in quell'ala d'ospedale soffrisse di sordità.
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Mi sono precipitato a cercare il portiere, imbattendomi però solo in due ausiliarie intente a chiacchierare tra di loro. Ansante, le ho informate del tizio rinchiuso nell'ascensore e di mia madre col braccio spezzato, e loro mi hanno fissato come se fossi evaso dal reparto agitati. Sono tornato di corsa presso i dolenti e Mamama, nell’avvistarmi, ha ripreso a rampognare a tutto volume, imprecando insensatamente contro di me, mentre l'uomo nell'ascensore proseguiva a tambureggiare sulla porta di metallo. Ho tentato di confortare lo sconosciuto con un discorsetto filosofico, ma l’isteria aveva ormai preso possesso di lui e le sue urla risuonavano addirittura + agghiaccianti di quelle di mia madre. Per fortuna, qualcuno aveva pensato ad avvisare i pompieri, i quali, accorsi a plotone compatto, mi hanno pregato di farmi da parte, ké avrebbero provveduto loro a liberare il disgraziato. Reggendo Mamama per il braccio sano, l’ho guidata su fino al terzo piano, dove c'è il laboratorio di radiologia. L'addetto, dopo svariati tentativi andati a vuoto, si è reso conto ke l'apparekkio a raggi X era guasto. Siamo perciò ridiscesi a pian terreno e da lì fino allo scantinato, dove le ossa materne sono state finalmente radiografate e una bella infermiera, bionda, ha stilato il bollettino del caso. Con quel cornetto in testa, la donna mi è sembrata una diaconessa, una di quelle creature ke ogni tanto fanno capolino nelle mie fantasie erotike. Se mai un giorno dovessi finire al spitale, spero di essere assistito da una simile bellezza, energica, pratica ma anke pronta al sorriso. A un certo punto le ho tolto le lastre di mano e mi son messo a studiarle in controluce. «Proprio come avevo sospettato: frattura e spostamento dell'ulna verso l'interno.» Lei mi ha rivolto un'occhiata stupefatta: ero forse un medico ke parlavo in quel modo? Ma no. C'è bisogno di essere medici? E’ risaputo ke oggi anke il + comune e + sano cittadino viene confrontato senza tregua con termini di medicina specializzata: attraverso servizi televisivi e
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apposite rubrike sui rotocalchi. Infatti non c'è da stupirsi se siamo una massa di ipocondri. Secondo giorno di ricovero per Mamama. Io esco per raggiungere il reparto ortopedico. Non appena caccio il naso fuori, Grugno di Brocca mi si fa incontro e mi kiede cosa sia accaduto e come. Mentre glielo spiego, lui ghigna sardonicamente. Non si dà nemmeno la pena di fingere dispiacere per mia madre... Via, via! I cattivi vicini mi sono nemici. Trovo Mamama un po' + tranquilla di ieri. Laurina sta a sorvegliarla quasi costantemente, dunque non è la compagnia a mancarle. Dal suo letto di dolore, la genitrice mi ricorda ke tra due gg. Papapa avrà il compleanno. «Bisogna ordinare la torta», dice. Le rispondo ke, date le circostanze, quest'anno non festeggeremo la ricorrenza. Dopo la visita in ospedale, sbrigo alcune faccende in centro e rincaso ore + tardi, esausto per aver dovuto fare la gimkana tra traffico e lavori in corso. I lavori in corso sembrano non avere mai fine. La fondazione delle città cinque, otto, dieci secoli fa, teneva conto dell'importanza strategica e materiale del fiume su cui sorgevano. Oggi invece il fiume rappresenta un ostacolo fastidioso. Schifanoja è tagliata in due dal Segreto, un corso d'acqua ke per otto mesi all’anno è prosciugato e ke, con i suoi canali fetebondi ke turbinano di gelide stregonerie, intralcia l'espansione della città. Il Segreto è d'impaccio? «Costruiamoci sopra!» Così, ne ricoprono il corso con tonnellate di cemento, seppellendo per sempre le piante di papiro, i fiordalisi belli grassi, i mostri acquatici, i croccodilli e tutti gli altri elementi di una fauna e di una flora leggendarie. Ci sono lavori in corso anke sullo stradone di fronte casa nostra. Gli operai squarciano l’asfalto perké devono sistemare
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non so ke cavi e tubature. Il rumore assordante del martello pneumatico non conosce pause... No, dentro non si può proprio stare. Per non impazzire, torno all'aperto e monto sulla ‘lisetta’. Accendo il quadro comandi e mi accorgo ke il serbatoio è quasi vuoto. Urca. Non ho i soldi per la benzina. Smonto, rassegnato. Laggiù c'è Grugno di Brocca ke si intrattiene con un altro vicino. Entrambi, avendo notato la mia manovra, mi lanciano uno sguardo beffardo... Si rifà viva Liliana per via telefonica, e subito mi fa imbestialire. «Come stai? Bene? No? Poverino!» esordisce, suasiva. Dopo ke l'ho avvertita ke non posso recarmi da lei per via dell'infortunio di Mamama, mi strilla all'orecchio: «Sempre “Mamama, Mamama, Mamama“! Possibile ke ogni volta ke ti chiamo è capitata qualke sciagura a tua madre?» Ha telefonato per domandarmi se voglio andare a ballare. (Sempre «ballare, ballare, ballare»! Possibile ke lei non abbia altro in testa?) Considerato quanto è successo, io non ho alcuna intenzione di darmi alla pazza gioia, e sulle prime mi illudo ke Liliana possa capirlo. Ma lei non si dà per vinta e insiste con puerile testardaggine, finké non mi tocca riagganciare nel bel mezzo della sua tiritera. La nostra storia era già finita, morta e sepolta. Come mai questa damastra vessatoria torna a spuntare dal nulla? Lo fa per strapazzare i miei nervi già malconci? Il tramonto irradia lingue di ghiaccio. Tremore incontenibile del mio corpo. Giorno ke vai, come mi vedrai tra un anno?... Inutile nasconderlo: non sto affatto bene. Ho un male boia al cranio. Poiké oggi ho comprato un "mezzo portentoso", lo proverò. Si tratta di certe pastiglie i cui ingredienti, secondo quanto è indicato sull'etiketta, sarebbero: phaseolamin, lens esculienta, cicer
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arietinum, pisum sativum, arachis hypogeae. Uhm. Come mai il latino? Mi riesce di tradurre con l'aiuto della ciclopedia: fagioli bianchi, lenticchie, ceci, piselli d'orto, noccioline americane. Un rimedio infallibile? Quindicimila a boccetta. Una vera rapina. Sir William quest'oggi non vuol starsene in giardino e fa la fiesta sulla sedia accanto alla mia. Mi pare intirizzito: avrà anke lui un inizio di grippe. Cerco di segnacolare fingendo di non badargli, ma Sir William si mette a miagolare ke è uno strazio. Lo accarezzo. Lui però non la finisce di piangiucchiare nella sua maniera quasi umana. Gli riempio la ciotola e finalmente eccolo tranquillizzarsi. Non è mai sazio, 'sto gatto. Per riflesso, pure il mio stomaco si mette a rugliare. Mando giù un panino con filetti di sgombro e bevo un bicchiere di coke; così placo se non altro rigaglie e frattaglie. Poi, durante la pigra peristalsi, si verifica un improvviso vuoto acustico: un’insolita pace dentro e fuori casa ke mi procura le vertigini. Nell'inedito silenzio, arrivo quasi a sentire il crepitio dei miei capelli ke crescono. Mi aggrappo al tavolo, mezzo in deliquio: come un naufrago al tronco galleggiante. Vivo in una specie di prigione ovattata. Non posso far altro ke piangere e nel contempo agitare la manina urlacchiando: «Ciao! Ciaissimo!», simile a qualcuno ke manda saluti da una località di villeggiatura. Se non ci fossero i problemi della disoccupazione, del caos cittadino e della neurosi casalinga, starei meglio? Non lo so. Di certo c'è ke anni fa, nel Nord d'Italia, sullo sfondo di facciate grigie e caserme di produzione, non me la passavo peggio di qui. Ma è ormai lontana, quella stagione della mia vita. (Qualke giorno dopo.) Mia sorella Laurina mi fa dono di un pakketto di smokies di una marca ke non conoscevo ancora. La ringrazio calorosamente, in quanto non importa di cosa si tratti, purké
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possa essere fumata. Di lì a un po', mia madre (col gesso al braccio) mi comunica la sua intenzione di «andare a passeggio». Ciò vuol dire ke dovrò passeggiare anch'io, in veste di accompagnatore patentato. Le sigarette ricevute in regalo si rivelano, a posteriori, un infimo tentativo di corruzione, e, alla luce di questa scoperta, assumono un sapore poco gradevole. Sbuffo contrariato, ma invariabilmente non so dire di no. Ke idea però, volersi sorbire un gelato con queste temperature! Il baretto del centro risuona del frasario fecale di una combriccola di adolescenti ke la giornata lugubre, insieme alle esalazioni pestilenziali del Segreto, ha reso di umore irascibile. Durante la "passeggiata" i miei nervi sono tesi. Mamama e Laurina sono un binomio satanico, pare ke letichino apposta per irritarmi. Mi svilisce inoltre l'insensato brulichio di questa città troppo fitta. Ma quel ke mi fa + rabbia è ke mi sono lasciato convincere a prendere un gelato anch'io, col risultato di risvegliare uno dei miei molari cariati. Il mal di denti perdura anke l’indomani. Pars sanitatis velle sanari fuit, scrisse Seneca: il desiderio di essere sanati è già di per sé un passo verso la salute. E va bene! Racimolati in qualke modo i denari occorrenti, mi incammino per vedere di poter debellare quest’ultimo - in ordine di tempo - dei miei malesseri. Mi reco dal dentista. Ovviamente debbo dapprima sottopormi alle inconsulte querele da parte dei miei. Non capisco... hanno forse paura ke io usi queste ventimila lire per scomparire e andare a rifarmi una vita altrove? Un vento forte spazza il piazzale, ma ciò non evita a due o tre imbrattamuri di completare la loro primitiva opera d’arte (ignobili geroglifici in nero spray), giusto dietro l'angolo di casa. Riserbo un’occhiata sconsolata al nostro giardino, ke si presenta decisamente gramignoso, quindi mi infondo coraggio e... via, a testa bassa. Mentre risalgo gli scialbi scenari del sobborgo, il tempaccio mi suggerisce alcune visioni a occhi aperti; mi trovo sul molo di Portree, sull'isola di Skye,
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accompagnato dagli sguardi di foche poco socievoli; affittata una bagnarola, navigo su e tra onde altissime, fino a raggiungere la disabitata Eilean an Fhraoich, ke si erge appena a quindici metri sul livello del mare e ke, come mi rendo conto, non potrà offrirmi nessun riparo contro il temporale, ma perlomeno l'illusione della libertà... Le Ibridi! Ventimila lire per comprarsi il sogno estremo? Sarà tanto se queste due banconote basteranno a soddisfare le pretese del cavadenti! Per strada c'è un numero incredibile di persone: neanke le avverse condizioni meteorologike riescono a fermare gli schifannojati. Quo, quo scelesti ruitis... “Dove correte, buffoni?“ Viale dei Passi Perduti. Come trascorrono il pomeriggio due millepiedi pazzamente innamorati? Se ne vanno a passeggio tenendosi sottobraccio sottobraccio sottobraccio... Solitario, mi ritrovo a procedere accanto a una teoria di fidanzatini. Con una guancia enfia. Vi fu un'epoca... oh, sì, + d'una, persino... in cui anke il mio cuore era accoppiato. Quante avventure! Cagliostro, il Principe di Linne e Casanova mi avrebbero accolto con gioia nel loro club privé... Ma, dopo ognuna di quelle romanze, rimanevo puntualmente da solo. E‘ sempre stato così: le ragazze mi hanno dapprima cercato e poi se la sono data a gambe, nemmeno fossi il Diociscampi. Per strada mi raggiunge l'occhiata invitante di una bellinda oriunda versione “luxus“. Cerco di sorriderle, ma, a causa dell'ascesso, il mio volto si contorce in una maskera clownesca. Mi spiace, bellezza venuta da lontano; sarà per un'altra volta... E finalmente giungo ai penetrali del dentista, ke per fortuna sono ben riscaldati. Dato che devo attendere il mio turno, scribacchio sulla mia agenda alcune righe da destinare a diversi miei corrispondenti, sforzandomi nel frattempo di ignorare i gemiti provenienti da dietro la porta biancolaccata. Ogni tanto
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sollevo la cocuzza e scruto oltre i vetri della finestra e oltre il mio meditare. Gli altri tormentati e tormentosi astanti, nella saletta ke sa troppo d'ammoniaca e troppo poco di gas esilarante, mi fissano impudentemente. Stanno cercando di catalogarmi. Ki sono? Ke sto a segnacolare? Io, l'ancor giovane scrittore dalla calvizie progressiva, rivolgo all‘adunata un sorriso storto. Fa caldo, nella sala d‘aspetto. Inizio a sudare sulla mia agenda; sudo anke dopo essermi tolto la giacca. Ad un tratto mi avvedo ke uno dei miei calzini è di lana nera, mentre l'altro è grigio e satinato. Ma non fa niente. Anzi: questo particolare di distratta eccentricità mi rende quasi allegro. E finalmente arriva il mio turno. Mi fanno accomodare su una specie di sedia elettrica circondata da apparekkiature da fantascienza. Il dentista si abbassa su di me; considera a lungo le mie gengive infiammate e il mio diastema. Solo dopo ke gli ho riferito del molare ke mi duole, si decide a impugnare la classica tenaglia. Dapprima mi fa l'anestesia locale, sicuro. Nel corso dell'intervento, mi costringo a tenere gli occhi fissi sul video + vicino. Mi domando se non farei bene a collegare anch’io, come tanti altri, il mio computerino lento e balbettante alla lenta e balbettante linea telefonica: un metodo di allacciare contatti consono ai nostri tempi. Nell'accendere il computer apparirebbe la scritta
MESSAGE

seguita da quattro trattini: - - - E giù:
J JO
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JON JONAS #HEY:

il metodo “computeresco“ di istigarmi alla comunicazione. Io, gli occhi di brace a causa del bombardamento di radiazioni, saluterei il mondo con un:
ASSURDO ASSURDO ASSURDO ASSURDO ASSURDO

(Return) Quindi sullo schermo apparirebbe la faccia-fumetto di Compare Pesce in uno dei suoi istanti di livore apoplettico (quando gioca a carte con noi e perde): inizio del quotidiano scambio di vedute con amici di tutto il mondo, Yorubas e Mandingos non esclusi. Sul mondo si parlano + di duemila lingue, eppure in qualke maniera ci capiremmo... No, il mondo è troppo grande, troppo dispersivo. Mi limiterei piuttosto alla corrispondenza elettronica con i connazionali:
BUONGIORNO DA VARESE A CALTANISSETTA!

Ahi! Un piccolo «ahi!». Il dente marcio è via. E anke le ventimila lire. Rieccomi all'aperto, la mascella + gonfia di prima e la lingua ke sporge per metà all'infuori.
J JO JON JONAS
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#HEY:

come mai ho l'impressione ke ora gli schifannojati non facciano più caso a me? Lo so: poiké l'ascesso mi conferisce una faccia da fesso, mi accettano come uno dei loro. La ricorrenza della Nascita di Nostro Signore si avvicina e la ‘torpedo’ tace. Mi viene a mancare l'ispirazione. Ci vorrebbe una delle letterone di Pjotr per dirugginarmi lo spirito, ma purtroppo è da tempo ke non ricevo sue nuove. Forse il calamaio del mio fratellamico è stato rasciugato dai turbamenti filosofici? O sono le Teuti ad averglielo rasciugato? Mi arrivano cmq altre lettere. Una è di Edda, l'amica pavese, la quale mi dice che devo insistere nel proposito di voler diventare scrittore ("smettila però di autocensurarti; il sesso sulla carta non guasta mai") e mi mette in guardia contro Liliana, specificando ke ragazze del suo tipo (Edda non scrive “le montanare“, ma si capisce bene ke è a loro ke allude) adottano svariati trabocchetti pur di farsi impalmare. Insieme a questa lettera ne ricevo una manciata di altre in risposta a un mio ennesimo annuncio di richiesta di corrispondenza. La nuova pioggerellina di missive impartirà forse una scossa decisiva alla mia apatia scribatoria. L'approssimarsi delle feste natalizie ha reso latitante la mia creatività: sembra ke in me alberghi un genietto dispettoso ke fa di tutto per scoraggiarmi quando intendo inkiostrare un foglio... Natale. Natale a Schifa. Un'agguerrita rappresentanza di miei concittadini è andata a imbastire un gigantesco albero di Natale davanti alla sede del municipio. Sull’albero non hanno appeso i classici lustrini variegati, ma sacchetti pieni d'immondizia. Una volta tanto, mi trovano d'accordo con la loro protesta: è un grosso problema per davvero, quello dei rifiuti. Persino in
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questi gg. di festa, di scopini se ne vedono pochi, e ovunque, sotto le lampade colorate e le stelle di duralluminio, si ammassa la sporcizia. Mia sorella ha fatto scaldare il ferro a vapore e porta sulle braccia una scorta di indumenti da stirare. Focalizzo la mia attenzione sulla tele, seguendo il notiziario delle tredici e trenta. Questa è diventata la mia trasmissione preferita. Mi è simpatico il mezzobusto, ke non si limita a leggere i fatti di cronaca bensì li commenta in maniera personale e spiritosa. Sono sicuro ke presto l‘ardito giornalista scomparirà dall'etere: sta calpestando i piedi a troppi pezzi da novanta. Domani arriverà mio fratello Mario. In qualità di camionista, gli tocca trasportare della merce da Vicenza fin quaggiù. Probabilmente pernotterà chez nous per ripartire il giorno dopo alla guida del suo supercargo. Da lui mi attendo un'accorata manfrina a difesa della religione ke ha abbracciato: è diventato Testimone di Geova. Ovviamente cercherà ancora una volta di convincermi a partecipare a una delle adunanze dei seguaci di questa credenza; e io, come al solito, non, merci. A proposito di Testimoni di Geova: proprio pochi gg. fa ho discusso su argomenti biblici con due ragazze alquanto attraenti. Quando ho aperto loro la porta, le ho scambiate per rappresentanti di cosmetici; invece si trattava, incredibilmente, di messaggere di tale setta. E’ stato oltremodo interessante chiacchierare con loro. Mi sono lasciato chiarire dalle due bellinde alcuni lati oscuri ke i preti in talare nero non hanno mai potuto o voluto rischiarare. Così ho appreso ke l'Inferno non è un luogo ben definito di tortura eterna: «Il vero inferno è il niente», mi hanno detto. Parrebbe una sentenza tratta da un testo di Sartre o Camus... Mi hanno promesso di venirmi a visitare ogni sabato mattina: «Per discutere con lei con + calma». Credono di aver individuato in me un neofio; non sanno di trovare un osso duro. Certo è curioso vedere socchiudersi labbra tanto ben disegnate per lasciar uscire degli
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ammonimenti del tipo: «Ki non vive in ossequio delle Leggi Divine, sarà conseguentemente annullato come essere!» E passa il Natale, passa San Silvestro. Scocca il primo gennaio.
J JO JON JONAS #HEY:

mi ritrovo inchiodato al pancotto, vittima di un violento strappo muscolare a una spalla; purtroppo, per me anke l'anno nuovo comincia male...

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ELZEVIRI GUERRIERI ET AMOROSI

Altro guasto alla ‘trappola’: un cilindro si è danneggiato a causa del distacco di un elemento della camera di scoppio; oltracciò bisognerà rifare la frizione, sostituire la cinghia dentata e altre quisquilie per un totale ke (secondo il preventivo stilato da Pistone & Cilindri, il dottore delle auto) si aggirerà sulle settecentomila lire. Una brutta botta alle mie finanze, visto ke metà della cifra dovrò sborsarla di tasca mia - il rimanente è a carico di Totonno Dinosauro. Mia madre e mia sorella rientrano adesso dalla loro sortita in centro. (Laurina non ha il permesso di uscire se non sotto scorta.) Mia cognata Sally, intanto, dopo essere tornata dal lavoro rigoverna la casa, con le figlie ke le si aggrappano al grembiule. Io esco tra le aiuole per arieggiare i polmoni. E’ marzo e c'è vento. La signora del piano di sopra - la consorte di Trapasso Fortunato - appende panni ke sventolano come bandiere. Grugno di Brocca, l'illustre vicino, sta potando i rampicanti. La primavera si fa sentire in anticipo, qui a Schifa. Ieri ho fatto il maquillage al giardino. Attorno a me fioriscono le rose. Rose del genere Polyantha, rose rosse e rose gialle. Rose con le spine, atte a tenere lontane le fiere e ke forniscono una splendida cornice alla recinzione del giardinetto. Rosa di Semiramide e rosa nata dal sudore di Maometto. “There Is A Rose In Spanish Harlem“... Nel frattempo, tra un caffè e un dolcino e tra una sigaretta e l'altra, cerco di mettere ordine alle mie carte. Se ancora una volta non sono andato con i miei fratelli a fare bum-bum è perké ho da sbrigare una catasta di corrispondenza. Ogni volta
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ke torno dal giro per i paesi - spesso a ora tarda -, mi sento troppo sfinito per potermi dedicarmi alla scrittura. E non senza motivo, cribbio! Quella del venditore ambulante è un'attività intellettuale, oltre ke di gambe: bisogna capire quale personalità si nasconde dietro al soggetto ke ci apre la porta e rivolgergli la parola cercando di azzeccare il tono più appropriato... Continuo a preferire i compiti organizzativi, cioè coordinare gli spostamenti dei miei collaboratori, tenere la contabilità, cancellare i prezzi preesistenti sulle confezioni (ke acquistiamo in un magazzino all'ingrosso) e occultare la scritta “offerta speciale“ ke eventualmente appare sulle medesime. La mancanza di un impiego vero e proprio mi permette di poter riflettere su tante cose; principalmente sulla mia situazione sentimentale. Ancora non ho buttato giù nessuna riga per Liliana: voglio ke prima si diradino dalla mia mente le nebbie della collera da lei provocata, cosicché le mie parole siano colpi sparati a salve e non dolorosi fendenti. Con il ritorno della stagione gentile, d'altro canto, intravedo sempre + spesso la ragazza senza nome ke – come presumo - abita sul lato opposto del piazzale. E’ una bellinda ke mi piace. Per tutto l’inverno non ho fatto che pensare a lei. E’ + ke carina: è deliziosa. Sarà + giovane di me di almeno dodici anni... Quando, in questi gg., incrocia la mia via (la mia via sgomentevole di non-più-sgomento, di cui ogni passo è la singola pietra occorsa per innalzare la Muraglia Cinese), non abbassa gli occhi, né li rivolge lontano: me li punta addosso e, come due spilli, me li conficca nel didentro profondo, dove sa celarsi il terzo e + bel volto di questo logoro Giano. Perké, sì, lei sa, sa. Lei: sciabola cremisi di un'Aurora Boreale sul Mediterraneo. Lei: giumenta divina, bestiale dea, ma nel contempo né dea né bestia, con i suoi diciotto anni di vita uggiosa. E ancora, et encore... Rifiuto mai venne dal mio essere + volgare, da questa parte di me ke basta strusciare contro un qualsiasi dagherrotipo di infima poesia per eccitare 90

svolgendola. Mi si consiglia il parametro del confronto metrico. Ed eccomi, dunque, ancora preso nei fili del gioco lacerante da burattini, saltante tra frizzi e lazzi, fricchi e lacchi. Ecco quella ke voi (critici da dormeuse!) chiamereste il vero nocciolo della mia personale verità. Ahimè, quanta paura nello specchiarmi in pupille di ghiaccio! Quanta angoscia nel vedermi, ebete come se morto, arrotondato nell'anamorfosi della vostra nuova coscienza di visitatori del Greto! Me, il tripode insensato ke Lei (lo avreste mai supposto?), solo Lei potrebbe spingere a una giocondità da curato beone. Sbarrarle la strada e domandarle: «Ki sei? Ke fai?»... Basta ke attraversi il mio cammino una, due volte a ogni cambio di luna, perké questo pulcinella pulcinellato ritrovi l'antico sentiero onirico. Alle fantasie di Eros dovrei dire di no. Ma come fare? Come, se già mercurio sgorgò denso dalla pelle maltrattata, tanto noncurante la mano amorosa! Sally, la vivace sposa creola dell'indegno Cochi, ci annuncia di aver trovato un nuovo e migliore impiego: farà la collaboratrice domestica presso i conti Tamburello. L'indirizzo dei conti, proprietari della testata Gazzettino di Schifanoja, le è stato fornito da un'amica, anke lei originaria delle Isole Maurizius. Con tono entusiastico, Sally ci fa il resoconto della prima giornata trascorsa nella magione dei nobili eurekiani. Pare ke la signora contessa l'abbia trattata straordinariamente, facendole dono di quarantamila lire, oltre ke di una gran quantità di leccornie da portare a casa. Le leccornie, sia pure intoccate, erano destinate a finire nel bidone della spazzatura dei Tamburello. Non c'é ke dire: 'sti ricchi scialacquano e sperperano proprio un sacco di cose... Mia cognata dovrebbe stare a servizio da loro solo per alcune ore al giorno. Mi promette ke, una volta o l'altra, parlerà di me al signor conte, e kissà ke non le riesca di procurarmi un posto al Gazzettino!
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Ripongo il materiale scribatorio per tornare a rivolgermi all'universo a ventiquattro pollici. Con stupore, noto ke stanno trasmettendo un programma di un certo interesse. Si tratta di un documentario sulla tintonera, la femmina dello squalo tigre. Mi sistemo comodamente di fronte alla tele, ma all'improvviso il collegamento salta (o il film si spezza) e non si vede + nulla. Sto per dar di piglio alla solita carrellata attraverso i restanti canali, quando mio padre interviene, strappandomi di mano il telelecomando. Bisogna risparmiare corrente, dice; e stacca la spina dell'apparekkio. Intuisco ke ben presto vi sarà una buriana. E infatti: i nervi in famiglia si tendono come corde di violino, finké esplodono vere e proprie atomike di furia. Come sempre, a me tocca fungere da paciere. Bene, adesso la calma è ripristinata, la tivù riaccesa, l'oscuramento elettronico e quello cerebrale sono stati annullati dalla mia opera d'intermediario. Dovrei candidarmi all'ONU, in qualità di messo diplomatico. Sono circa le dieci e mezzo. Mi trovo dal dentista, sperando ke questa sia l'ultima seduta. Per venire qui, ho dovuto farmi coraggio ingollando un goccetto di acqua di fuoco; troppo tardi ho pensato alle conseguenze di tale gesto, ma oramai... cosa fatta capo ha. Faccio voti ke il dottore e la sua graziosa assistente non rimangano fulminati quando spalankerò la ciabatta. Butto giù queste note in attesa del mio turno. Stamani ho spedito a corrispondenti vecchi e nuovi una fotografia ke mi ritrae con la Titina in braccio. Nella foto in questione, assomiglio all'attore Nichetti, il mento non rasato e i capelli tutti arruffati. E’ quasi il mio turno. Ancora due persone prima di me (si agitano nervosamente sulle loro sedie, prima di farsi immobilizzare su quella del dentista). A questo punto devo chiudere la mia agenda per prepararmi psicologicamente alla tortura. Spero di nuovo in un piccolo ahi.
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Re-mi-fa-sol-sol-faaaa... Ora sono le venti e cinquantacinque. Tra un po' comincerà la finale di Coppa dei Campioni, in cui la Juventus affronterà l'F.C. Sganassen o roba del genere. Una squadra tedesca, cmq. I tifosi bianconeri del quartiere festeggiano il trionfo della loro squadra già prima ancora del fischio d‘inizio. Mia madre, scorgendo la sfilata di bandiere e vessilli, equivoca clamorosamente. Opina ke siano tornati i fascisti e vuole chiudere le serrande. Ho qualke difficoltà a farle capire ke si tratta dei sostenitori di un club di calcio. Nel pomeriggio sono dovuto uscire con lei per esaudire un suo capriccio: smaniava di farsi una «passeggiata in makkina». La scusa avanzata stavolta era quella di assistere alla processione in onore di un santo. Mamama è sempre lesta a inventarsi un pretesto, pur di farsi portare in giro con l'automobile. Così, mi sono ritrovato in mezzo a fanfare e petardi, tra bocche piene di molluski fritti e bocche piene di sanguinaccio. Queste feste popolari servono a far divertire la Schifanoja povera, mentre la Schifanoja benestante segue lo spettacolo a distanza, con aria di sufficienza, adagiata dentro nicchie vellutate. L'escursione mi ha proprio sfibrato. Francamente, la ‘lisetta’ è diventata la mia croce: da quando l'abbiamo acquistata, soffro di incubi a occhi aperti. «Portaci qua e portaci là.» L'unico ke potrebbe darmi il cambio al volante è Cochi, ma lui, da quel pessimo rettile ke è, usa la nuova makkina esclusivamente per sbrigare le proprie faccende, trovando sempre il modo di scaricarsi di dosso ogni riskio di “chauffeurismo“. Oggi ha inventato la bufala di doversi incontrare con sua moglie; + tardi però Sally, interrogata sulla questione, ha asserito di non averlo nemmeno incontrato...

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La partita è terminata. Hanno, abbiamo vinto. Con un solo goal di scarto, ma quante emozioni! Sono sudato e ho spasimi allo stomaco. Per indurmi a uscire con loro pure domani, Mamama e la fratellaglia si sono dichiarati disposti a prepararmi una doppia colazione e addirittura a portarmela a letto; purké alle sette io sia già in grado di lanciarmi attraverso le costipate arterie cittadine. Totonno vorrebbe svegliarmi nientedimeno ke alle cinque o giù di lì. L'ho avvisato ke, se si azzarda a farlo, subirà il + grave infortunio della sua vita. Contro ogni aspettativa, la + ragionevole si è dimostrata quella forsennata di Laurina, ke ha chiuso il dibattito puntando la mia sveglia a un orario + da cristiani. Ora metto da parte il cembalo scrivano, un po' perké sono provato dalla giornata trascorsa, un po' perké, nella notte ke avanza, il tikkettio potrebbe risultare fastidioso. Io almeno mi faccio certi riguardi nei confronti del vicinato, mentre gli stessi vicini, anke nelle ore piccole, baccagliano a tutto spiano. Mi provo dunque a scrivere con la penna, ma le energie cerebrali sembrano essersi esaurite. Papapa nota ke ho ancora la luce accesa e bofonkia qualcosa sul mio scarso senso del risparmio. Sento i suoi piedi strisciare sul pavimento del corridoio. Giro l’interruttore e mi situo in orizzontale, ma non mi riesce di prendere sonno. Transita, sgommando, una quattroruote con i finestrini abbassati, da cui proviene una musicaccia a tutto volume. Soffro nel non potere spegnere il cervello, ke, per ore, sbuffeggia pizzichi di pensieri. Mi metto a ponderare sul nostro “giardino“ e sul giardinaggio in genere e ho la rilassante visione di distese di broccoli, navoni, pomodori...

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UN CALDO PAZZESCO

«Voglio andarmene. Via. Lo desidero con tutte le fibre dell'animo.» Questa bazzeccola di pensiero, esternata in una giornata torrida, scatena una mezza fine del mondo. Mia madre dà di testa e mi lancia minacce e blandizie. «Ma se non hai nemmeno un lavoro!» dice. «Quando accenno alla possibilità di trovamene uno, tu non mi incoraggi. La verità è ke hai paura ke io possa svignarmela sul serio.» La mia è stata un'osservazione veritiera e pertinente, ma lei vomita lava e pietra pomice. E non la finisce +. Me ne sto muto al suo cospetto, con le lacrime sul ciglio, e passano tre quarti d'ora, passa un'ora, e lei non la smette. Taci adesso, Mamama. Non sei stanca? Lo sei, non dirmi di no. Sta' buona. Voglio parlarti di tutti i sogni miei. Non avresti mai creduto ke io potessi svelarteli, ma è ora ke riguadagnamo il tempo perduto. (Lieve brezza dalla portafinestra.) Oh, no, Mamama, non nascondere il tuo viso: è ora ke io ritrovi la tua bellezza... Nient'altro ke un soliloquio. Cupo, mi sorbisco la lavata di capo: secondo lei, tutte le amike ke ho avuto erano buttane, autentica voglia di faticare non ne avrei, e sarebbe stato quel «falso amico d'un Peterrr» a piantarmi in testa idee sbagliate... Domineddio! Adesso volano anke le suppellettili! Ma io non mi muovo. Non ancora. Quando la bufera passa, guardo oltre i vetri e sospiro. Con questo tempo bellissimo (è estate) io me ne sto dentro, dove imperversano tuoni e fulmini. Ma logico: la
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città non è invitante. A Schifanoja uno come me deve per forza diventare poeta; televisionario; mammola. Esco. Oh, sì, esco. Con l'auto “nuova“, ke in parte è già scassata. Mi guido via di dosso la rabbia, la delusione, la tristezza, fermandomi solo quando il radiatore è un cimitero d'insetti. Fisso una bellinda africana, graziosa e dal passo superbo. Vieni, vieni da me, ragazza: ripagherò a usura la tua compagnia... Ma nulla: la telepatia non funziona. Lei raggiunge l'altro marciapiede senza nemmeno volgersi. Allora cerco di dimostrare a me stesso ke un lavoro ce l'ho, e decido di praticarlo: il lavoro di dettagliante - anello di mezzo tra il fornitore e i clienti. Vado a comprare gli articoli ke Cochi, Totonno e Leo dovranno poi smerciare in provincia. Carico il tutto sull’auto e riprendo a girare a casaccio. E mi accade un episodio sconcertante. Con la ‘lisetta’ mi fermo presso un edificio ke assomiglia a un magazzino abbandonato. Poiké vedo ke da un muro di recinzione fanno capolino alcuni rami di pesco, scendo per cogliere qualke frutto. Improvvisamente, guardando giù lungo la strada, noto un uomo dall'aspetto torvo di guardia a un cancello. L’uomo sta a spiarmi e intanto parla dentro a un telefonino o walkie-talkie. Io non mi lascio irretire. Il muro di mattoni protegge un giardino selvatico in mezzo a cui si erge una costruzione cadente coperta di embrici. Scopro ke le pesche non sono ancora del tutto mature, perciò le lascio perdere. Avvistato in terra un vecchio fil di ferro, lo raccolgo (potrebbe sempre servire) e rimonto sulla 'lisetta'. Mentre faccio la retromarcia, un'utilitaria si arresta e si mette di traverso. I due tipi loschi ke vi sono a bordo mi chiedono se conosco una certa via. E’ solo un pretesto per studiarmi da vicino. Ricevuto il mio nescio, mi rivolgono una sfilza di domande impertinenti: ki sono e da dove vengo, ke cosa sto cercando, ke diavolo mai voglio fare con quel fil di ferro,
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eccetera. Mi viene spontaneo domandare a mia volta: «Siete forse carabinieri ke curiosate così?» Non l'avessi mai fatto! I due si mostrano offesi. Sbraitano un mucchio di baggianate, mi lanciano epiteti offensivi. Io mi impongo di restare calmo e li lascio sfogare. Poi riguadagno il largo. Mentre fuggo, controllo ogni tanto allo specchietto retrovisore ke gli sgherri non mi stiano alle calcagna. Non vorrei sbagliare, ma credo di aver avuto un incontro ravvicinato con il crimine organizzato. Kissà quale boss della maffia si nasconde in quella villa fatiscente!... Trentasette gradi sopra lo zero: un caldo pazzesco. E non c'è bipede o quadrupede ke non si comporti da stolto. A Papapa è venuto in mente di potare i pini e i rampicanti del giardino e io ho deciso di dargli una mano. Potare i pini è stato fastidioso, perké bastava un minimo scrollone per farmi cadere sulla testa i detriti appiccicati ai rami. A un certo punto ci si è appressato l'insopportabile vicino, pretendendo di impartirci consigli... Per la gente del rione io passo, naturalmente, per un bizzarro uccello. Non parlo il loro gergo né mi sforzo di farlo. Prima, almeno, ridevo alle loro sciocche freddure. Forse è questo ke oggi mi manca; forse mi gioverebbe tornare a ridere. Secondo Kant, la risata è il modo in cui liberiamo una nervosa aspettativa del niente. Dovrei essere fuori, insieme a “loro“, e liberare rumorosamente tutto il mio niente, invece di starmene qui, a trent'anni, aggrappato alla gonna di Mamama. D'accordo ke noi belpaesani abbiamo l'antropologica necessità di trascorrere almeno la domenica in compagnia di nostra madre (oh, gli idilliaci makkeroni!), ma io mi sto rovinando la vita! Perké non vado via? Altissimo benedetto, perké non vado? Partire non può essere così difficile. Nemmeno partire da Schifanoja, le cui vie d'uscita sono - come si sa - pattugliate da briganti.
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Io me ne parto: ogni giorno; da anni, ormai. O, meglio, a partirsene è l'anima minima, il piccolo “qualcosa“ ke si stacca dal mio sarcofago spirituale per intraprendere, ancora e ancora, un‘odissea privata. Pur stando fermo, viaggio in compagnia di tutti quanti. Perké la nostra è un'èra di transito; in ogni senso. Neanke se mi metteste le catene ai piedi potreste trattenermi. Neppure scoperchiandomi la scatola cranica potreste privarmi del sogno delle Ibridi. Non “voi“, naturalmente, ma “loro“. Ne ho le tasche piene del loro ordine del caos. Ke esistenza fanno? La loro vita è mera finzione. I dialoghi: un pigolio penoso. I gesti + comuni: colpi fulminanti. Con deodoranti spray neutralizzano i fetori; le facciate vengono periodicamente ripitturate da volontari con l'elmetto e la maskera antigas, ma la vera sostanza della realtà non muta: cenere, macerie, rottami compressi. Ovunque si innalzano gnauli, cori di requiem e pianti a dirotto, come alla vigilia di un'apocalisse, anke se non incombe nessuna vera calamità. Allordano ogni cosa, sciupano un mondo intero, e ki è relegato in uno sgabuzzino o in un sottoscala è costretto a risparmiare risorse, ad accudire ai beni artistici superstiti... e viene criticato per la sua scarsa igiene! Tramite i media, “loro“ istigano al riciclaggio; riciclaggio su vasta scala di barattoli di vetro, contenitori di plastica, bottiglie, carta di giornale, pile scarike, elastici usati... Ke farsa! E’ naturale ke io mi trastulli con l'idea di terre remote e copule proibite. Intanto stringo i denti, subendo gli assurdi discorsi di Grugno di Brocca. Trent'anni. O trentuno, di già? Nel mio cervello muoiono quotidianamente milioni di cellule. Ho iniziato il viaggio verso l'atrofia. La canicola è insostenibile, malgrado il cielo sia nuvolo. Oggi, nel vedermi rifare l'acconciatura dei rampicanti con, indosso, un pesante sciaccò d'ordinanza del vecchio corpo dei pompieri, anke la signora Trapasso ha fatto tanto d'occhi. Sarebbe troppo lungo fornirle delle spiegazioni, e d'altronde
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non ho voglia di giustificarmi con nessuno per quel ke faccio. La mia finestra ormai è aperta sia di giorno ke di notte e zanzare e mosche crescono e si moltiplicano. Mi accendo l'ennesima emmesse, ke ho infilato in un bocchino: l'unico modo in cui riesco a prendere distanza dalle sigarette. Senza il veleno di Nicot sto male. Ci fosse un metodo sicuro per smettere, lo seguirei senz'altro, ma tutti gli espedienti “anti“ ke vengono lanciati sul mercato mi sanno di truffa in grande stile. Tra un po' andrà in onda un altro incontro internazionale di calcio. Mia madre mi sta riscaldando della pastefazool. Avendo quest’oggi fatto colazione tardi, a pranzo non mi era andato di mangiarne. Ora ne svuoterò un piatto, sperando ke la concomitanza con la partita non mi faccia andare la pietanza di traverso.

(Il giorno dopo.) Ore diciassette e trenta. L'àere oggi è un unico blocco d'azzurro e chez nous si festeggia un onomastico. Gli altri giocano a carte mentre il ventilatore si surriscalda. Mamama ha sempre bisogno di festeggiare qualcosa e mosconi e insetti vari si rallegrano, prendendo parte numerosi a questi ricevimenti. Inzuppo con il mio sudore fogli sponsorizzati da una ditta produttrice di concime, da me utilizzati per la corrispondenza. Ogni lettera ke scrivo equivale a una seduta dallo psikiatra. Ma cosa scrivo? Scrivo La passione di G.R. - Capitolo Fine. Mamama mi ha nutrito, Papapa ha battuto la mia carne, mia sorella mi ha divorato. Il gioco da me preferito mi fu vietato fin dall'inizio. «Fanciulla non dire a papà ke ho usato la sua penna a sfera. Non dirgli ke ho preso la sua pipa per riempirla di marijuana...» Siamo in tanti a trovarci nelle stesse condizioni. Avevamo un volto gioviale e innocente; “loro“ vi hanno messo su una maskera di bronzo.
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Disoccupati ostinati. Vero: ki non fa nulla è + bello in quanto ha qualcosa del felino; ma viene trattato alla stregua di un lebbroso. Noi Giona quanti siamo. Ormai rimaniamo costantemente a casa. E’ perké uscire ci infonde ribrezzo, oppure perké fuori ci attende la noia dei soliti caffè. E pensare ke trascorremmo i nostri anni bambini sotto il cielo aperto! Probabilmente anke in quel tempo le strade erano insicure e intasate di sudiciume: non ricordo bene. Ricordo solo un odore acre, pungente, come di selvaggina appesa a rinsecchire. Ogni cosa ci sembrava in ordine, normale. Forse perké noi stessi eravamo eternamente sudici; forse perké eravamo noi stessi dei piccoli criminali. Inghiotto un fresco-energon con gli occhi spalancati sulla volta celeste. I miei cercano di richiamare la mia attenzione, ma io zitto; sordo. Di sicuro non sospettano qual è il mio stato d'animo. Con l'immaginazione sto già montando sul treno per Thule. Andare via. Via. Questo viaggio si ha da fare. Bisogna salire sul superrapido prima ke i numeri sconfiggano l'alfabeto e il pragmatismo trionfi sulla giustizia morale. E se parto davvero, non so se stavolta ci sarà ritorno. E’ un'idea ke mi fa compagnia per gran parte della notte. Poi, ho appena chiuso gli occhi e ho imboccato il sentiero ke mi porterà dritto tra le braccia di Morfeo Negro, quando una sirena mi fa drizzare di scatto. No, non una sirena: è stata Mamama a ululare, la + efficace sveglia non in commercio. Cerco di riprendere sonno cacciando la testa sotto il cuscino, ma non mi riesce, perké anke Laurina si è messa a strillare terribilmente. Buongiorno!... Dopo un po' mi vedo esibire una colazione abbondantissima, con ampio assortimento di biscotti da intingere nel caffè extranero. Come contropartita dovrò fare le compere per la Sacra Famiglia. Oggi, venerdì, si mangia pesce.
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Mi infilo nella ‘trappola’ e parto. Al mercato acquisto moscardini, totano e pesceserra. Depongo gli involucri sul sedile posteriore e, invece di rincasare subito, compio un giro senza meta, con i finestrini della makkina abbassati. E finisco nella periferia opposta alla nostra. Devo ammettere ke sulle prime ero tentato di far visita alla Bionda Genovese, ma poi ho lasciato perdere, per tema ke lei mi rifilasse Palluzza e se ne uscisse da sola. Fermo l'auto nei pressi della discarica e scendo, come per voler prendere una boccata d'aria fresca. Pensieroso, guardo la montagna d'immondizia ke mi si innalza dinanzi e all’improvviso ho un'illuminazione. Comincio a scalare l’everest di rifiuti. Non so in altri posti, ma a Schifanoja l'uso di rovistare nella spazzatura è largamente praticato. L'azienda di nettezza urbana non trova nulla da obiettare a quella ke, in un certo qual modo, è una forma (anke se un poco bisciola, d’accordo) di recyling. Non raramente ho veduto diverse persone provviste di carrozzelle per bambini, scale e persino furgoncini frugare tra i rifiuti appena scaricati e belli fumanti. Adesso, mentre mi aggiro in cerca di oggetti riciclabili esaminando ad uno ad uno i reperti ke attirano il mio interesse, mi accorgo ke alcune persone stanno a osservarmi dal ciglio della discarica. Ma io non provo vergogna. Fare la cernita delle immondizie è un’abitudine ke gli indigenti e i cittadini caduti in disgrazia hanno in comune con i collezionisti di rarità e coi titolari di bancarelle al mercato delle pulci. Recupero due piccoli dipinti ad olio un po' graffiati e un pesante volume dalla rilegatura quasi nuova. Poi torno a casa con i miei piccoli tesori (il cui profumo aggiunge una nota suggestiva a quello emanato dai pesci) riflettendo su quante cose utili, da poter riaggiustare, rimettere a nuovo e rivendere,
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vengono quotidianamente buttate via: vasi, mobili, lampade, valigie, televisori, lavatrici... Porgo ai miei i loro pesci benedetti e metto in mostra i miei pezzi da Museo dei Poveri. «Cacapizzi!» ridono loro. Cacapizzi. Embè? Da bambini, io e Pierre facevamo già i cacapizzi: raccattavamo quel ke trovavamo per strada e lo riutilizzavamo per i nostri fantasiosi giochi. Allora sì ke eravamo disinibiti! Ricordo ke catturavamo degli insetti per torturarli sotto una lente d'ingrandimento. Una volta infilammo in una boccetta i cadaverini di mosche e scarabei, vi aggiungemmo il tabacco ricavato dalle cicche scovate sotto i marciapiedi + svariati liquidi e + schifezze di origine indefinita. Mescolato per benino il tutto, tornammo in strada impaurendo i nostri coetanei: «Assaggia quest'acqua di pozzo nero, dài!» Così, eccomi dedito a un nuovo hobby. Sempre + spesso porto a casa scarti della civilizzazione e, in collaborazione con Leo, li riparo, li riassesto, li rattoppo là dove possibile. L'impresa promette bene: mi riesce di vendere un apparekkio televisivo a Grugno di Brocca, un frigorifero al Trapasso. Il passatempo si trasforma quasi in un vero e proprio mestiere, e Papapa è tutto complimenti elogi lodi. Per decenni lui è stato un “dottore della strada“, ovvero uno scopino: non ci trova nulla da ridire, perciò, ke uno dei suoi figli aspiri a divenire il “re delle cloake“. Un giorno sono in procinto di accaparrarmi una fiera ringhierona quando un tizio, ritto sul bordo della discarica, mi interpella: «Vuole forse comprarla?» «Cosa?» urlo a mò di risposta. «La ringhiera. Vuole comprare la ringhiera?»
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Mi tocca ridere. «Questo rottame? Comprarlo? Bubbole! Lo porto via e lo rifilo a un robivecchi.» «Questo rottame è mio », rimbrotta l'uomo, sporgendosi pericolosamente sul baratro. «Ma lei lo ha gettato via», gli ricordo. Lo sconosciuto assume un'espressione di cruccio, poi sparisce dalla mia vista. Confuso e irritato, mi arrampico + in alto per vedere ke cosa combina. Eccolo lì: si sta annotando il mio numero di targa. Poi, bofonchiando, se ne va. Scuoto la testa. Ke razza di gente, mi dico, e, con animo quieto, sollevo l'oggetto delle mie brame e lo trascino verso la ‘lisetta’. Peserà almeno una ventina di kili... Gli affari procedono bene negli ultimi tempi, tanto ke Papapa ha generosamente promesso di aiutarmi ad acquistare un'auto da trasporto. Nonostante la stanchezza (la mia nuova attività richiede molti sforzi fisici), l'insonnia permane. Le notti si snodano in un gemitio di minuti tutti differenti l'uno dall'altro. E, in mezzo al silenzio apparente, in mezzo al monologo interiore ke ha l'unico scopo di accorciare l'attesa dell'alba, capita ke all'improvviso mi risuonino in mente alcuni passaggi de Il cigno, di Saint-Saens. Rammento ke, ascoltando la prima volta questa composizione, ogni pistillo vibratile del mio corpo vi si abbandonò come a una brezza primaverile. Potrei morire a risentirla nuovamente; e ne varrebbe quasi la pena. Sempre meglio, cmq, ke restar stekkiti sotto una valanga di rifiuti. Lenta si snoda la notte, percorsa dal lamento di un gatto sul tetto in fiamme. Non posso evitare di riandare col pensiero alla Bionda Genovese. Durante la mia ultima visita, lei si è comportata da ruffiana pervertita. Emanava effluvi feronomici e non mi è sfuggito l'invito sottinteso in certe sue frasi. Socchiudendo la porta della camera da letto, mi ha alitato sul volto: «E qui
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dormo tutta da sola, figurati». Quindi, premendo un seno contro il mio braccio: «Quando hai voglia di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno, vieni pure da me, senza tanti complimenti». Dopo avermi portato il caffè, sedendosi soprappensiero al mio fianco e constatando la maniera in cui io riuscivo a tenere a bada il suo pulcino: «Tu e Palluzza andate molto d'accordo...» Di nuovo aveva avuto la mano pesante nel rifarsi il trucco. Di rossetti non ha + bisogno: se n'è fatta tatuare uno vermiglio sulle labbra. In una mia fantasia ricorrente, la Bionda Genovese porta tacchi a spillo, reggicalze e slips neri, e mi viene sopra roteando un lazo... Roba da kiodi! Mi è giunta una convocazione in tribunale. Non si tratta di una burla: i timbri e i sigilli ke fanno da ornamento a questa lettera parlano l’inequivocabile linguaggio della giustizia. A quanto pare, il tanghero ke mi aveva sorpreso nell'atto di impadronirmi della ringhiera ha sporto denuncia contro di me! Assiomatico. Schifanoja riesce a crearti problemi persino per del ferro vecchio... Alla data indicata, mi verso sulla cervice mezzo litro di tonicum e vado alla sede dell'assurda contesa. Il pubblico in aula è costituito essenzialmente da miei conoscenti (non esclusi due vecchi colleghi di mio padre: Mimmo e Compare Pesce; assente è, invece, la Bionda Genovese, malgrado io avessi insistito perké accorresse anke lei). L’uomo ke mi ha denunciato non si è nemmeno degnato di intervenire. Peccato, perké avrei voluto dirgli qualke parolina. Il mio difensore esordisce appellandosi a un paragrafo del codice secondo cui un dato oggetto è da ritenersi "cosa di nessuno" dal momento medesimo in cui il proprietario lo situa in luogo pubblico. «Perciò», sottolinea, «chi lo porta via non può essere considerato perseguibile ai sensi della legge.» Si
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volge a guardarmi, e io gli faccio un cenno d’intesa. Sei forte, Perry Mason! L'accusa replica: «Sicuro, il possessore della ringhiera ha inteso sbarazzarsene. Però, lasciandola nel deposito delle immondizie, l'ha offerta indirettamente al comune. Ha trasmesso al comune, in altri termini, il patto - effettivo e non venatorio - di proprietà. Il definitivo passaggio di consegna non è potuto avvenire perké l'imputato ha preso per sé il corpo del reato prima dell'arrivo degli operai incaricati di scartare i rifiuti». La consultazione dei giudici (ke, con mio grande stupore, non hanno né tonaca né ermellino) è lardellata dai commenti e dalle proteste del trio Papapa-Mimmo-Pesce, i quali, nei panni di “operatori ecologici“ ancora attivi o già pensionati, credono di padroneggiare la materia. «Silenzio o faccio sgombrare l'aula!» skerzo io, anticipando di un secondo l'intervento del cadì. Infine il tribunale riconosce ke: -Chiunque getti via qualcosa che gli è già appartenuta, ripudia automaticamente il vincolo del possesso, in quanto, con l'atto di disfarsi dell’oggetto, dà segno di averne perduto ogni interesse. -Altro è quando l'oggetto o gli oggetti erano stati in un rapporto personale, molto personale, con il loro ex proprietario. Ciò vale per: lettere, documenti, ricevute bancarie, comunicazioni d'affari, copie di contratti, fotografie o pellicole su cui è raffigurato lo stesso proprietario o persone a lui vicine, et cetera. In tale o tali casi deve darsi per scontato che l'entrata in possesso dei suddetti oggetti da parte di una terza persona (considerate le prime due 1] l'ex proprietario e 2] il comune entro i cui limiti circondariali si trova la discarica) deve ritenersi alla stregua di un’appropriazione indebita.
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Domanda: può una ringhiera di ferro reputarsi in qualche modo in relazione particolare con la persona che se ne disfa, avere inerenza con la sua sfera personale, con i suoi dati biografici? Risposta: mai! Io esco incolume dal processo e mi risparmio i costi. Una stretta di mano al mio avvocato e via. Il mio piccolo seguito mi trascina fuori dall'aula quasi a forza di braccia, subsannando sgangheratamente. Di questo caso arriverà a trattare il Gazzettino di Schifanoja (per fortuna, di me daranno solo le iniziali) e per qualke settimana posso seguire, attraverso le pagine del quotidiano, l'animato dibattito politico ke ho incidentalmente provocato. Il contenzioso a livello parlamentare sfocia nell'ordinanza di legge “Monnezza“, secondo cui “il diritto di accesso ai rifiuti nelle discariche, così come agli appositi recipienti della nettezza urbana, viene concesso in primum unicamente agli operai della corrispettiva azienda municipale“. Un'importantissima glossa della medesima legge stabilisce ke anke per l'immondizia deve essere ritenuto valido il principio della proprietà. I collezionisti di mobilia e di altri "articoli da rigattieri" che vogliano rimuovere uno o + oggetti dai depositi o dalle discariche dovranno far richiesta alle autorità comunali, e se necesse anche agli originari proprietari degli oggetti in questione, di un permesso straordinario. Tirando le somme, pure stavolta il sottoscritto non ha tanti motivi per rallegrarsi, poiké la risoluzione significa per lui ke, se vuole continuare a fare il cacapizzi, deve per prima cosa fronteggiare le spese addebite e saltabeccare di sportello in sportello per ottenere una licenza e documenti vari. Pena, altrimenti... ke cosa? La galera? O la condanna al suffimigio insieme alla robaccia e ai cenci impudentemente sottratti?
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Mitt.: Gioddlas Radsrez Via Concerto Infinito 24123

Qui fa un caldo da ramarri. La ‘torpedo’ riskia di fondersi sotto le mie dita danzanti, perciò smetto di scrivere ed esco in giardino. Innaffio la maiorana, i raperonzoli, il pisciacane e la pimpinella. L’asfalto frigge sotto il solleone. Le bellinde vanno in giro seminude e mi lanciano da lontano sguardi pesanti. Se sono io a guardarle, distolgono gli occhi come se temessero gli effetti di due lenti ustorie. Un "ciao" ai miei pen-friends tutti! Ciao dalla mia ganga familiare, dalla città di Schifanoja, dagli spettri accasciati sul praticello antistante il Teatro Comunale, da Sir William, dai vegetali ke incalzano e strepitano oltre la cancellata, e da me. Io ke non sono finito, sconfitto, rassegnato e ke tornerò a salpare un giorno alla ricerca di nuove sponde, sparo i mortaretti dei miei saluti verso i quattro punti cardinali. Sbram! Sbra-pam! Dagatacatadabàm! Ke l'assurdo sia con voi.

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PARTE TERZA -------------------------------------------------------------LE IBRIDI

siamo vivi e non ce ne avvediamo, alla soglia del nuovo millennio vivi, teneri e pulsanti tra i fuochi artificiali che spumeggiano di colori sulle piazze delle città d'Europa, ai raggi di un sole invernale vivi; e tappezziamo le pareti con specchi!
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Giona come quando dove perché.

Nella pancia della balena fa freddo; è umido e c’è puzza. Ogni tanto passa una nave di pirati e si ode una musichetta costellata di voci sguaiate. La balena risponde intonando un canto struggente. Proprio quando Giona comincia ad abituarsi alla sua strana condizione, l'infernale pesce fa un gran starnuto e... lo sputa su una spiaggia! «Ovvio», si dice Giona. «Dio voleva farmi arrivare a Ninive...» Ancora lo ignora, ma è approdato invece a Tarsis.

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SCARABOCCHIO

Ognuno ha una propria storia alle spalle prima ancora di iniziare quella insieme a noi. Scarabocchio, che mai si era sognato di dover portare un nome tanto bislacco, poteva vantarne addirittura più d'una. Era fuggito da un'unità cinofila della polizia in quanto, essendo un meticcio da promenade, non gli andava di mettersi in riga. Capitato in una remota contrada, fu raccolto da un bambino e, per un anno o poco più, visse tutto sommato felice. Poi il bambino morì e il cane fu soverchiato dalla pena. Nel momento in cui fa la sua apparizione nel nostro libro, correva per strada: un tratto dietro a un passante e un tratto dietro a un altro, con aria afflitta e la coda tra le zampe. Giona procedeva con le braccia cariche di scatole e sacchetti quando notò, nell'angolo più esterno del suo campo visivo, una macchia color marrone scuro che si spostava a velocità pari alla sua. Giratosi, squadrò l'essere erratico che, spelacchiato e con un risolino timido, si fermò a sua volta, rimanendo nel suo cono d'ombra. «Buondì, quadrupede!» Nessuna reazione. «Beh?» lo sondò. «Mi pedini?» La coda e qualche centimetro di lingua divennero visibili. «Mi ha fatto piacere conoscerti, ma come vedi sono indaffarato. Allora, ciao.» Tornò a volgersi per riprendere il cammino. Ma il cane, con un salto non privo di comicità, gli si
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piantò dinanzi e sporse ulteriormente la lingua, osservando l‘umano con interesse; teneva il capo reclinato e la punta degli orecchi rialzata. «Vorrei passare, se permetti.» Nessuna risposta. «Vedi», prese a spiegargli Giona a disagio, «devo portare a casa quest'accidente di roba, che non è affatto leggera. O hai intenzione di darmi una mano?» L'ignoto scodinzolò guardandolo nella bocca, quasi a voler meglio cogliere il senso di quel discorso. «Non capisci l'italiano? Turista, eh?» Con trepida lentezza, il cane si avvicinò e gli annusò le scarpe. «Franchement, j'ai une peur horrible des chiens», strascicò Giona, tra due contrazioni degli intestini. Il randagio, come a volerlo rassicurare, emise un mugolio adulante. «Ah, bene. Friends? Vänner?» Bau! rispose il tipo in marrò: volentieri. Giona azzardò un passo di lato, poi un altro e un altro ancora; il cane lo lasciò fare, per poi trotterellargli al fianco, qua e là sollevando la testa e ascoltando con espressione sagace ogni sua parola. «Premiero puncto: a me i cani piacciono finché io piaccio loro.» L'animale socchiuse gli occhi, fremente di aspettativa. «Y secuendo puncto: a casa mia si mangia ciò che ci propina Mamama.» Bau! replicò: se lo dici tu... «E sia!» si persuase Giona. «Seguimi.»
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Fermatosi sul ciglio del marciapiede, depositò pacchetti e pacchettini sul tettuccio dell'automobile. Quindi, con una certa cautela, si chinò sull'animale. Gli occhi canini rifulsero. La mano, che tastava gli ossi a fior di pelle e ispezionava con crescente sicurezza la cicatrice vicina al collo - ricordo della baruffa con un grosso terranova ammattito -, fu leccata ampiamente. Giona aprì la portiera e caricò i sacchetti sul sedile posteriore. Dopo tornò a rivolgersi al quadrupede. «Che aspetti?» lo incoraggiò, indicandogli l'interno della macchina. Bau! fece di rimando quello. Montato sulla ‘lisetta’, andò a sistemarsi sul sedile accanto a quello di guida, rivelando di aver pratica con le automobili. Prese parte al viaggio a dir poco attivamente. Ripeteva ogni tanto il suo Bau! fissando avanti: probabilmente si registrava nel cervello il numero di targa dei contravventori alle norme del traffico. Quando Giona arrestò la vettura, consentendogli di scendere, l'animale sorvegliò l'operazione di scarica dei bagagli stiracchiandosi per benino; quindi riprese ad andare al fianco del gentile Homo erectus studiando con interesse il movimento delle persone, i suoni, i profumi e le immondizie di quel rione a lui non noto. La sua presenza lì, accanto a Giona, non passò inosservata: numerosi sguardi umani e ferini accompagnarono il loro corto tragitto fino allo stabile più prossimo. Lui dedicò alla platea un sorriso distaccato. Certo che aveva un'andatura assai atipica per un cane. Si sarebbe detto che, a forza di seguire gli uomini e di studiarli con quelle sue pupille intelligenti, ne avesse imparato pure il modo di camminare. Cane e padroncino entrarono alla chetichella nell'appartamento a pian terreno. Mmm. Puzza di gatti. Infatti: ecco lì una di quelle bestiacce. Sir William, estorto al suo
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torpore, sgranò gli occhi mandando al nuovo arrivato segnali eliografici che esprimevano franca ostilità. Anche il cane suffragò la sua repulsione, osservando ringhioso il felino. Sapeva impossibile una convivenza; gli toccava perciò spodestarlo. Digrignò maggiormente i denti. Sir William rizzò il pelo e, sibilante, se ne partì in tromba. Schizzò via, oltre la portafinestra e, annaspando in curva, sparì nel "giardino", ovvero nell'orticello ingabbiato. «Ma che succede?» «Non è nulla, Papapa.» Il vecchio che rispondeva all'appellativo di Papapa vide il cane e, inarcato un sopracciglio, brontolò: «Anche le belve ci porti in casa adesso!» Ma non senza una punta di tenerezza. L’ospite fu fatto oggetto di tante attenzioni, che ripagò sollevandosi sulle zampe posteriori e assumendo una posa da essere civile ed educato. Quindi divorò, sbavando e tremando, il tozzo di pane che gli fu lanciato. Leo ragionò: «Sembra... manufatto! Come se fosse stato creato a somiglianza di una macchina. Guardatelo: pare obbedire agli impulsi di un'automazione robotica...» Cochi disse: «E’ un cane stortignaccolo. Ha la forma di un punto interrogativo.» E Totonno ragliò: «Cuccia!» «Bando ai convenevoli», troncò netto Giona. E, dopo breve ponderazione, risolse: «E’ uno scarabocchio, e così lo chiamerò: Scarabocchio! Scarabocchio!» Bau! Nei giorni seguenti, il nuovo componente della famiglia Rocchi si preoccupò di dormire bene e a lungo. Fine del martirio. Sbrattava via ogni pietanza e guaiva di contentezza quando lo sorprendevano con una libbra di trippa che avevano comprato apposta per deliziarlo. Dopo aver sperimentato lo
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sconforto dello sradicamento, il dolore delle zuffe, le sconfitte dell'emarginato, poteva finalmente bearsi di una dorata irresponsabilità. Puntava occhi lustri di gratitudine sul volto di Giona e, di buon grado, gli metteva a disposizione la lingua per l'operazione di inumidimento dei francobolli. Se saltava sullo sgabello del guardaroba, poteva guardarsi allo specchio: si accertò che il suo pelame era meno rado e che il suo fisico andava perdendo la scarnezza che lo aveva contraddistinto per molto, troppo tempo. L'unico problema consisteva negli effetti secondari causatigli dall'esotica cucina di Mamama: mal di pancia e flatulenza lo tormentavano costantemente. Se ne stava per ore sdraiato sul pavimento, il ventre schiacciato contro le mattonelle fredde, gli occhi irritati dal fumo azzurrognolo che riempiva l'ambiente. Intanto Giona, nello sbadiglio pigro e impastoiato dell'estate, elaborava la sua infinita sinapsi. In una mano reggeva ora la penna, ora una sigaretta; con l’altra accarezzava la testa di Scarabocchio. Rinvigorito da litri di caffè, il padroncino rileggeva il suo interminabile poema alla ricerca di refusi e imperfezioni. L'opera procedeva bene. Non batteva chiodo invece il suo romanzo-diario, anche perché per lui i giorni si susseguivano ormai tutti uguali. L’incontro con il cane rappresentava l’unico evento degno di menzione degli ultimi mesi, se non anni. Era un angelo scarduffato nel fondo di quel caseggiato vibrante di suoni; un angelo che teneva le ali ripiegate (Jonas è ebraico e significa "colomba"). Nel turbinio di mosche che ignoravano bellamente la carta moschicida e concupivano le gocce di caffè nella tazzina, annotava con fronte di pietra: “Carcerati nel cemento su spiagge deliscate“... Sul balcone, Scarabocchio si assopiva alla canicola, con il bitume che ribolliva. Sporadicamente rientrava per balzare su una sedia tutta maledettamente impregnata di esalazioni feline e ficcava il naso tra le carte di Giona. Le righe che scartabellava
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denotavano una memoria “filmica“, più che fotografica. Curioso, una volta tirò con i denti uno di questi papiri coperti di ragnatele d'inchiostro e lesse:
“A tratti mi sento come qualcuno che ha perduto qualcosa e non sa dire cos'è. Scruto l'orizzonte, il mio petto fronzuto, il cielo e, no, non so il perché. Vita futile! Giunto alla media età, mi prostro al ritratto mio aureolato e, tra gli àloi spinosi dentro al chiostro, skazzato le poesie retrodato. A chi son legato? Radice mai cresciuta e sogno mai radiato; mondo non mio; non mia gente. Mi sento come qualcuno che ha bisogno di qualcosa e non sa dire cosa e perché. Ma io non ho mai avuto niente...“

Scarabocchio si sentì riempire di una tristezza insostenibile. Come, non hai mai avuto niente? E gli altri? E... io? Poggiò il muso sul foglio e mugolò. Codesti fili di aracnide sono talmente sottili e logori! Lacerarli non dovrebbe essere complicato. Un colpo di zanna e... Ma lasciò perdere: temeva che, provandoci, avrebbe fatto del male allo scrivano, che aveva un cuore tenero e un corpo gracile. Giona rimaneva sovrappensiero. Scarabocchio gli si rivolse e, affrontando quegli occhi mesti da spaniel : Bau! Usciamo? Lui gli disse di no. No. Non. Njet. Questo pomeriggio lo passiamo tutti quanti a casa per aggiungere pagine e pagine al libro che abbiamo iniziato secoli fa. E perché? Tanto per ammazzare il tempo. O per non lasciarcelo fuggire, il tempo.
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Niente paura: in realtà il tempo è dalla nostra parte; lavora per noi. E dunque: let's write! Conquisteremo tutti i mercati. L'americano, il cinese. Venderemo milioni di copie... Bau? Giona gli spiega che preferisce rimanere nella pancia della balena. Gli fa leggere queste righe:
“Incommensurabilità senza confini... Proprio perké questo mondo è rigidamente limitato, permette l'unica condizione di libertà. Per l’uomo è una ridiscesa nel grembo, nudo come nel giorno in cui è nato; con gli occhi di un marziano, di un nettuniano. Seduto su uno sgabello, nascosto in un'ansa del dotto intestinale del cetaceo, lavora alla propria risurrezione. E‘ nella balena ma non la possiede. Lei resta com'è, non cambia mai. E un giorno lo vomiterà su una spiaggia piena di granchi famelici...“

Giona è nel ventre della balena, in una poltiglia di pesciame digerito a metà, e non fa che scrivere. L'atmosfera sta diventando sempre piu' irrespirabile, una camera a gas. Scrive e scrive, cullato dai rutti... Il quadrupede apprende che la condizione di poeta, cui si è votato il padroncino, non è così eteroclita e inusitata com'era stato sempre incline a credere. Scrivere è un trucchetto per sopravvivere; è un'attività “elevata“ che va d'accordo con certa stilizzazione classicistica. Per gli individui più sornioni, vivere e scrivere (o dipingere, comporre, ecc.) diventano, alla lunga, identici. Si sceglie la via dell'arte in quanto l'arte... è un'arma di seduzione. Infatti: la riabilitazione del principe-batrace potrà compiersi solo grazie al gesto creativo. Giona elucida l'amico cane: non troppe epoche fa, ancor prima che l'arte si prostituisse alla banalità e che il pubblico si mettesse ad osannare delle teste di maiale avvolte nel cellophan considerandole opere altamente ispirate, le simpatie del gentil
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sesso per poeti e musici raggiungevano livelli di isteria acuta: in Italia come in Francia, a Londra come a Berlino e a Budapest. Nell'incontrare un popolare verseggiatore, non erano soltanto le testoline svaporate a sentirsi ardere un fuoco nei lombi. Bastava che uno di quei talentati scriba salisse sul podio perché anche le zitellone risolute si mettessero a tremare, stringendo spasmodicamente i braccioli. Persino in una regione fredda come la Prussia le signore dell'alta nobiltà avvampavano di sensualità e, durante le recitazioni di Klopstock, le si poteva vedere leccarsi le labbra e grattarsi un piede con l'altro... insomma: facevano le dissolute. Nell'ascoltare le “allegrate“ di un Hagedorn, poi, si bagnavano le mutande. Oggi ciascuno è intento a scrivere un libro. Gli editori vengono bombardati di plichi fino ad averne ribrezzo. Dalle memorie del divo rock al manuale di autochirurgia, dalle ricette della nonna alla raccolta di liriche di un dirigente d'azienda, tutti i temi, tutte le classi sociali e le specie zoologiche sono rappresentate. Le librerie scoppiano di nuovi volumi nella stessa maniera in cui gli asili per randagi pullulano di sempre più presenze, sempre più, fino al sovraffollamento vomicdisperatverminoso. Scarabocchio si destava di colpo nella notte, credendo di udire cembali scrivani ticchettare. Ben presto, l'orticello (giardino? non fatemi ridere!) esibì una sfilata di piante tutte smangiucchiate. Naturalmente i Rocchi non impiegarono molto a individuare l'autore del misfatto. Scarabocchio metteva su un’aria innocente, ma loro non si lasciarono ingannare. Lo accusarono: «Buona l'insalata?» Il neoinquilino di casa Rocchi reagiva alle occhiataccie sorridendo, e si girava a esibire il didietro a chiunque volesse dargli conto: Guarda! pareva che dicesse. Guarda, non ho più quelle tremende piaghe...
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Quando cercavano di scaricare la loro tensione nervosa su di lui, lui ululava a lungo e con ostinazione, finché non scoppiavano tutti a ridere. Alcune volte sleccò le pianelle di Mamama, altre annusò sventatamente sotto la gonna di Laurina; ma così, per burla, e non perché avesse una natura di lacchè. Oltretutto aveva subito capito che, a cercare di arruffianarsi i R. con i convenzionali metodi da cani, non c‘era nulla da ricavare. Una bella leccata sulla faccia di Mamama suscitava una serie di grida strozzate da parte della medesima; e fare la festa a Papapa, quando questi rincasava dopo essere stato al Rubinetto d'Oro, significava dover assaggiare la punta di una scarpa. Ma l'unico veramente odioso nei suoi confronti era Totonno. La montagna di lardo umanizzata gli aveva dichiarato la guerra psicologica. Non faceva che ripetergli: «Cuccia!» nei momenti più impropri, spesso mentre lui (esso) era in procinto di schiacciare un sonnellino. Decine, centinaia di volte al giorno: «Cuccia!» Finché, completamente snervato, esso (lui) non sapeva più che fare e si metteva a girare in tondo come una trottola. Giona esclamava: «Lasciate in pace il cane!» Ma debolmente, senza far uso dell'autorità che di diritto gli spettava. E aggiungeva, turandosi le orecchie: «Non riesco a concentrarmi...» Sedeva per ore e ore davanti alle sue cacature d'inchiostro; purnondimeno, non scriveva sempre. Fissava le carte con espressione da dérangé, illuminandosi solo quando Scarabocchio cercava di tirarlo su di corda con effusioni e giochetti vari. Se a Jo the Rock fosse stato concesso di dedicare sul serio tutto il suo tempo alla creazione, un giorno di certo avrebbe potuto vantare apertamente il titolo di “scrittore“. E se avesse ricevuto un compenso per quel che buttava sui papiri, le madri lo avrebbero spiato da dietro le tende e le figlie da dietro la schiena delle madri. E le cagnette si sarebbero sciolte di languore annusando la scia di superiorità causata dal passaggio
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di Scarabocchio. «Eccolo, oh eccolo!» avrebbero mugolato, eccitate. «Abita presso un artista...» Artista. Bel viso, nobile prestanza. Romanziere... poeta. Poeta sinfonico, libero versificatore di forme e colori, ricercatissimo autore di scripts per la tivù e per il cinematografo; un po' giullaresco, magari, ma con classe. Essere il cane di una simile personalità è meglio che essere il cane di... che so io... di un farmacista. Beh, volete forse paragonare un poeta con un farmacista? Un poeta? Uno con l'alloro? Il farmacista obietta: «Io ci ho il diploma... la laurea!» e d'ora in poi si autotitolerà Farmacista, con la effe maiuscola. Il FFFFarmacista non ha tutti i torti: a lui spettano gli onori della società, perché ha dovuto studiare sodo e a lungo. Persino i grandi vati hanno bisogno di un'aspirina, di tanto in tanto, mentre alla poesia si può tranquillamente rinunciare. Guardiamoci in faccia e diciamoci la verità: scrivere è usurante. Spesso lo scrittore è un menagramo, afflitto dai propri dubbi e dai risolini di scherno dei vicini di casa. I creditori gli stanno addosso a cavafiato (quanti artisti non sono morti poveri in canna!), e hai voglia di raffigurare il sistema, la nazione o l‘intero mondo come una congerie di pennacchioni, come un'enorme impostura: non sarà certo la tua schiettezza a procurarti un appannaggio. Al contrario... Nel vasto dipinto allegorico dell'umana esistenza, l'artista, il creatore, occupa un posto non certo di primo piano: eccolo là, infatti... laggiù, nell'angolino in basso... più minuscolo di un nano qualsiasi, semicelato da un Grugno di Brocca ghignante, ombreggiato dalla figura massiccia del Gladiatore, del Re, del Cancelliere, del calcolatore elettronico (‘Transputer Qasar’: l’erede di HAL o di IBM) e degli altri personaggi che campeggiano nel centro dell'affresco. Le sue sembianze sono analoghe a quelle di un clown; è angelico ma anche grottesco, contorto, luciferino. Un povero diavolo, appunto, capace solamente - semmai - di reggere una bic. Scribacchino! Ci fai
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ridere... In particolar modo chi scrive versi suscita rabbia e ilarità. Mentre l'emisfero occidentale e ancor più quello orientale si danno da fare e producono producono producono, il poeta se ne sta chino sul suo quaderno ai bagliori giallastri di una fioca lampada o di un mozzicone di candela. Anche lui produce, ma cosa? Parole, parole. E con che aria tormentata! Lo immaginiamo mentre declama versi tra sé e sé, computandone le sillabe; mentre suda su analessi e prolessi, su deittici e metafore pindariche. All’improvviso, uno spirito folletto gli si scaglia contro chiedendogli che cosa ci guadagna a starsene al chiuso, rintanato come un lebbroso. «Perché non esci a fare bagordi?»... Chi si cimenta nella scrittura è un pagliaccio, lo scemo del rione, il trastullo della Nazione. Nondimeno, Giona si ostina a idealizzare la propria condizione, aggrappandosi alle ineluttabili visioniscarabocchio: pulzelle grate e ferventi d'amore, i doni in natura di singoli ammiratori. Un artista vero - dice - non ha bisogno di ricevere l'applauso e l'abbraccio morale delle masse. Un artista vero trova la maniera di esserlo e di farsi riconoscere come tale pur se i suoi contemporanei non sono disposti ad assegnargli un onorario per la sua fatica. E sì che non ha bisogno di un budget elevato! Un artista non chiede tanto, in fondo. Lo chiederà dopo aver compilato il resoconto, dopo il completamento della sua Opera; ma, durante la recherche (e dàgli con questi vocaboli stranieri!), sarà una creatura umile, remissiva, dall'espressione di cagnolino. Scarabocchio solleva appena la testa, gli occhi come due boccioli di luce... e viene reguardito: «Cuccia!» Trasecola. Totonno penzola pericolosamente sopra di lui, con uno sberleffo in faccia e un dito-salsicciotto puntato rigido. Il bamboccione insiste: «Cuccia!» Scarabocchio batte la coda a terra. «Cuccia!» torna alla carica Totonno. Scarabocchio lo fissa. «Cuccia!» torna a risuonare l'ordine insensato del
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molestatore, accompagnato da un gesto capzioso. Scarabocchio guarda altrove. «Cuccia!» Scarabocchio sposta lo sguardo sul braccio carnoso di Totonno. «Cuccia!» Scarabocchio erge di scatto la testa per azzannare con un singulto - «Cuc...» - il braccio dell'idiota. «...ciaaa-ah!» Totonno latra alto. Il cancello del giardino (sic!) stava quasi sempre socchiuso, e dunque l'ospite quadrupede poteva godere di libera uscita permanente. Ma senza Giona non si arrischiava ad avventurarsi nel bailamme del quartiere. Sicuro, amava i posti vivaci e affollati, ma quello era un autentico miscuglio di luce e paura! Mostri su due, tre e quattro zampe facevano la ronda pattugliando ogni recesso. Le poche volte che lo sorpresero ad aggirarsi solo soletto per i paraggi, gli fecero una gran sfuriata. No. Era molto più rassicurante cacciare il naso fuori in compagnia del padroncino. Entrambi, il cane e l’uomo, si infondevano coraggio a vicenda. A Scarabocchio piaceva soprattutto quando dovevano passare davanti al giardino (doppio sic!) del vicino di casa. Lì si era acquartierato il gatto dei Rocchi. Senza fermarsi, Scarabocchio lo salutava: Rrrr. Al ché Sir William sibilava e spiccava un salto, rovinando con gli artigli la biancheria stesa ad asciugare. Il cane si limitava a guardarlo con la fronte aggrottata. Sarebbe stato uno spasso corrergli dietro, ma, saggiamente, teneva a freno gli istinti. Non gli erano sconosciute le incoerenze dell’umana legislatura: un gatto che divora un uccello non deve temere alcuna punizione, mentre una creatura canina che dà la caccia a un gatto (com’è nella sua natura) e per troppa foga lo finisce, si becca un’iniezione di veleno oppure viene “gasato“ a morte. Senza nemmeno rivolgere a Giona un buongiorno, Grugno di Brocca osservava con espressione saccente: «Un cane da caccia, è. Guarda quel naso basso, da bracco...» Lusingato, Scarabocchio si metteva ad annusare il selciato come un
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ossesso, finché, qualche metro più oltre, il padroncino non lo ammoniva: «Ma smettila! Non sei un cane da caccia. Anzi: neppure un cane, sei. Sai quel che sei? Un aspirapolvere! Dàmmsugare. Vacuum cleaner. Süpürgesi.» Bau! Poteva capitare che uscissero di sera tardi. Con il buio, Giona era di spirito migliore del consueto. «E’ la mia ora...» sospirava. L'uomo e il fido segugio alzavano gli occhi al cielo: gli astri erano lacrime sul giorno che finiva. «Se non fosse perché anche nottetempo le strade sono infestate di malacarne, potrei dire di essere quasi felice.» L'animale soffriva dello stesso accoramento e della stessa afflizione, e lo manifestava con la forza espressiva di un essere umano. «Perché scrivere?» rifletteva il padroncino. «Lasciarsi bagnare dalla vita - una vita senza violenze, senza parole insulse e offensive -: questa, l'autentica poesia!» Bau! «La pensi come me? Senti, vogliamo andarcene da qui?» Scarabocchio mugolò: Se stiamo insieme, perché no? Un viaggio ti gioverebbe proprio. «Prima che partiamo, però, vorrei trovar risposta al quesito che mi assilla. E cioè: che razza di cane sei?» Giusto: che razza di cane era? Ma... è proprio necessario vantare un albero genealogico qualsiasi? Scarabocchio si era ormai rassegnato alla prospettiva di essere un cane senza razza, e si divertiva a confondere le idee di chi credeva di saperla lunga. Quando uno dei conoscenti di Giona ipotizzava: «E’ un weimaraner poco sviluppato», Scarabocchio gli rivolgeva il ghigno di un lupo. Un altro diceva: «Ma no. E’ uno schnauzer nano». Scarabocchio assumeva lo sguardo sdolcinato di uno
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Yorkshire terrier. Un terzo, più pungente: «Si vede benissimo che è l'incrocio tra un bassotto e un sanbernardo». Scarabocchio inarcava le zampe e si muoveva goffamente, a imitazione di un molosso. Per tutti quanti, il padroncino non aveva che le solite parole: «Se non lo si provoca, non morde.» E in cuor suo sperava che fosse così. Per un giudizio definitivo fu tirata in ballo una veterana nell'ambito della veterinaria. Non appena fu introdotto nello studio fortemente odorante di antisettici, Scarabocchio incollò il suo freddo naso su una delle gambe scoperte - e fortemente odorante di antisettici - della dottoressa di animali: come usava fare con ogni albero, prima di... «Comportati bene», lo richiamò Giona. «O hai mai visto me alzare la zampa per bagnare l'orlo della gonna di una signora?» Al più tardi da quel momento, la veterinaria ostentò antipatia per quei suoi clienti. Assunse un cipiglio che voleva significare: «Oggi siete venuti qui, e non so chi vi ha dato il mio indirizzo. Io per solito non mi occupo dei morti di fame, perciò la prossima volta cercatevi un ambulatorio più confacentesi al vostro livello sociale». Mentre Giona attendeva nell'anticamera tra setter irlandesi frenastenici, bull-dogs rincoglioniti, siamesi in gabbia e cocoriti da spalla, Scarabocchio si lasciò esaminare con inopinabile stoicità, esternando una dignità e un orgoglio tanto maggiori di quelli di tanti esemplari forniti di “pedigrì“. Una volta sola rimostrò, sia pure con un lieve Rrrr : fu quando l'arcigna dama in camice bianco gli conficcò nel sedere, a bruciapelo, la siringa con l'antirabbia. A conti fatti, fu il più paziente dei pazienti. Ah, cos'è che non si sopporta, pur di non far sfigurare il padroncino! Mentre veniva palpato ovunque, pesato, misurato e tirato per la coda e gli orecchi, scoprì, grazie ad alcuni ritratti sulla
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scrivania, che la veterinaria possedeva due cani: un alano dall'aria aristocratica e con una lingua che sarebbe potuta servire come straccio per il pavimento e un mastinaccio a chiazze bianche e nere con una nuca da ufficiale prussiano e l'occhio cisposo. Ambedue castrati: ci scommetteva. In cuor suo li biasimò. Ne aveva sentite tante di storie da far rizzare il pelo su cani allevati da cosiddetti amanti di cani: per ogni osso cosparso di caviale, bisogna subire migliaia di umiliazioni... Rabbrividì al pensiero di se stesso con un fiocchetto in testa e le gote incipriate. Infine, la veterinaria invitò Giona e Scarabocchio in uno studiolo secondario ed enunciò un poco lusinghiero responso: «Se è di razza, dev'essere una razza completamente sconosciuta. Se è un incrocio, non saprei di che. La sua età si aggira sui tre anni. Il suo stato di salute lo definirei più che discreto». Sfogliò gli appunti. «La voce è chiara, certo, e la coda non eccessivamente lunga, giusto come deve essere. Ma ha orecchi che farebbero onore a un coniglio, il muso che gli penzola e le nari troppo larghe. Inoltre...» Qui fece una pausa professionale, sottolineata da un professionale sospiro, mentre si toglieva gli occhiali e prendeva a mordicchiarne professionalmente una stanghetta. «Inoltre», proseguì, «sotto la coda ha due pendagli più duri delle noci. Se vuole glieli possiamo recidere, con un'operazioncina da nulla.» Scarabocchio grattò con furia alla porta, mentre Giona si accingeva a pagare il conto mozzafiato.

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BARACCHE

Senza il cane sarebbe stato una statua vagante. Il suo bagaglio consisteva in un sacco a pelo e in uno zainetto con dentro alcune conserve e qualche capo di biancheria; malgrado ciò, procedeva con lentezza esasperante: segno che le ragnatele non erano ancora spezzate e continuavano a frenarlo. Andando al passo con lui, a Scarabocchio pareva di essere la tartaruga che imita la lumaca. Quando lasciarono la città, stava iniziando un mite settembre. Dinanzi si apriva il mondo. Il mondo! Spazio infinito: per i greci, il Nulla; per noi, il Tutto. Al loro passaggio per villaggi e paesi, si sentiva il commento: «Sembra malaticcio. Avrà il verme solitario». Si riferivano al cane o all'uomo? In diverse occasioni Scarabocchio si provò ad andare in avanscoperta per tastare il terreno, ma ogni sua puntatina solitaria finì col trasformarsi in disavventura. «Tignoso», lo apostrofavano; e gli mollavano magari un calcio alle costole. Giona veniva distratto da ogni ragazza che incrociava il suo cammino. Era paragonabile a un detective che come pistola usa il sesso. I suoi “tre giorni e tre notti“ nella pancia della balena gli apparivano ora come un’eternità da monaco. I suoi sensi parevano impazziti. Ma i suoi successi con le donne si mantennero entro limiti stretti: cosa che Scarabocchio non poté che ritenere positiva, in quanto non gli aggradava di dover fare da palo mentre il padroncino dava libero sfogo alla sua sentimentalità e... ai suoi ormoni. Spesso dormivano all'aperto, là dove è ancora possibile farlo. (Risalendo la penisola, si meravigliarono delle numerose
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ruspe che la prendevano a morsi; Belpaese corroso dagli eczemi di una crescita senza tregua.) Sole e luna. Tempesta e nuvole. Fruscio di bosco e solitudine di bosco. I pochi soldi che Giona si era portati appresso si esaurirono in fretta; i viveri comprate a Schifanoja finirono dopo appena due giorni. In una cittadina dai tetti rossi, Giona si lasciò cadere su una panca per fumarsi del catrame di monopolio. L'uomo che su quella panca già sedeva, azzardò una carezza al cane e rivolse cordialmente la parola all'uomo: «Vuol dare un'occhiata al Corriere Piacentino?» «No, grazie», rispose Giona, asciutto. «A Piacenza non conosco nessuno.» Lo stomaco vuoto e il freddo sulla pelle lo rendevano amaro. «Perché non dài la caccia ai conigli? Che cavolo di cane sei? Invece di procacciarci cibarie te ne stai sempre con me. Pavido! Ecco quel che sei.» Scarabocchio gli rivolgeva un sorriso colpevole, da sotto in su. Giona soffriva di una fame con i crampi, una fame di umore atroce, ringhiante e legata al guinzaglio, che era costretto a trascinare a strattoni venendo strattonato a sua volta. Quando si abbandonavano su un prato, sfiancati, estenuati, Scarabocchio soffregava lievemente una guancia contro quella sua, comunicandogli con un guaire gramo: «Calma! Non vedi che ho fame anch’io? Eppure non ti mozzico!» L'antimeridionalismo da osteria in cui si imbatterono cane e padrone operò se non altro il prodigio di tramutare la fame in disappetenza. La temperatura notturna andava abbassandosi sempre più; e pure quella diurna. C'è da aggiungere che le cognizioni geografiche di Giona erano tutt’altro che infallibili. «Di là dell'altura, il confine con l'Austria», annunciò più volte, a
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partire dalla seconda settimana di viaggio. Ma il confine non arrivava mai. Comunque, poco importava: ogni montagnola, ogni roccione sporgente si trasformavano, con le giuste condizioni di luce, nella “catapulta per il paradiso“. Nel confine si imbatterono per davvero, infine: su un'alpe. Vi scorreva quasi invisibile, segnato qua e là da scarsi paletti. Mentre Scarabocchio lo attraversava indisturbato, prendendo la via dei campi, Giona veniva trattenuto in una garitta da un paio di doganieri e trattato come un pessimo soggetto. Gli fecero il terzo grado: neanche fosse un maledetto bracconiere! Tre ore dopo e un’abbondante chilometro più avanti si ritrovarono sulla strada maestra e ripresero ad andare dopo essersi scambiati uno sguardo che valeva più di tante parole. Austria. Lingua ostica ma paesaggio suggestivo; un cielo ampio che i campanili punzecchiano; selve brulicanti di lupi e camosci che giocano a nasconderello. Cervi che portano a passeggio le ammirabili impalcature delle loro corna. Anatre e cicogne. Ma soprattutto lupi. In certe notti ispirate, anche Scarabocchio si trasformava in lupo, e ululava senza ritegno, terrificante a guardarsi se alonato da Selene. In un mattino di sole, il boato di un jet militare che volava rasente strappò il vello degli asfodeli montani e procurò all’uomo e al cane un terrore inaudito. Smisero di tremare solo verso la fine del giorno, come se l'eco dell'uccello di fuoco avesse continuato a lungo a rimbombare per le valli dirupate. Ormai non c'è più un solo angolino tranquillo sul globo terracqueo. Dobbiamo tollerare ovunque (anche su un’isola deserta) i suoni del progresso. Unicamente i tappi nelle orecchie potrebbero essere d'aiuto... forse. L'attraversamento del secondo confine, quello con la Germania, fu effettuato anche da Giona in maniera clandestina; e in piena notte. Per riuscirci, dovette trasformarsi
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lui stesso in fiera. Strisciò sul ventre, si tenne in equilibrio sull'orlo di strombature profonde, affondò fino le caviglie in una viscida fungaia e affrontò la più spaventosa delle foreste. Ma il suo vigile compagno marrone scuro si dimostrò essere un'eccellente guida, tanto che, a impresa compiuta, Jo gli si mostrò riconoscente: «Donne-moi la patte». Ora che si trovava nella patria del lavoro, pensava ovviamente di trovarsene uno. E invece fu il lavoro a trovare lui, parandoglisi di fronte nelle sembianze di Herr Bittertschatscher. Pronuncia: Pitacciaccia. Il faccendiere, adusto e abbronzato, oltre all'italiano parlicchiava il turco e il serbo-croato. «Cerchi un'occupazione? Posso arrangiarti io. Si sa: nessuno è al mondo per scialarsi.» L'ufficio di Pitacciaccia era situato nel retrobottega di un negozio d'antiquariato a Freilassing, Alta Baviera. «Vediamo», disse Pitacciaccia, «chiedo al mio facit.» E schiacciò alcuni tasti del computer. «Ci sarebbe... ecco, qui: nel ramo edilizio c'è una forte richiesta di manodopera. Lavoro duro ma sicuro. Paga buona, alloggio gratuito. Ti verranno sottratti quattrocento marchi da ognuna delle prossime tre mensilità: per le spese di agenzia, sai. Eh sì, sediamo tutti sui duri banchi della scuola del realismo economico... Con voi italiani di solito si hanno solo inconvenienti, ma spero che tu sappia apprezzare i miei sforzi. Allora, accetti?» Giona chinò il capo. Pitacciaccia rise. «Affare fatto, dunque! Non causarmi problemi con le autorità, però!» Poi, aggrottando le ciglia: «E Pluto?» «Chi?» «Il cagnone. Che te ne fai?»
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Mentre Giona rimuginava sulla questione, il faccendiere generalizzò: «Queste creature portano solo grattacapi.» E, chinandosi, esclamò improvvisamente: «Cuccia!» Il cane rizzò testa e coda. Sembrava starsi chiedendo: Chi è questa persona, che si permette di rivolgersi a me con tono simile? «Cuccia!» ripeté l'uomo. Nella sua voce si era introfulato un che di pernicioso. Scarabocchio, indeciso, andava con lo sguardo dal signor Pitacciaccia a Giona e viceversa. Alla terza intimidazione, mostrò le fauci. Pitacciaccia ebbe un sussulto. «Bravo, bravo», articolò, mellifluo. E, di nuovo rivolto al suo “cliente“: «Senti un po’, la bestia è affar tuo. A me non disturba. Ma non trascinartela al cantiere, verstanden?» Poi, consultando con teatralità il rolex al polso: «Gut, fatti trovare qui fuori alle nove di stasera. Passerà un camioncino a raccoglierti». Protese la mano, che Giona, confuso, strinse. «Buona permanenza in Germania. E sii un operaio esemplare!» Poi, con malcelato sarcasmo: «Mm-già. Cos’altro siamo noi tutti, se non umili operai nel vigneto del Signore?» Alle ventuno in punto - una picea oscurità ammantava ogni cosa - un camioncino si fermò sulla stessa strada, proprio come Pitacciaccia aveva annunciato. Dieci o dodici desperados, per lo più di origine slava, aspettavano al fresco: in gruppetti sparsi, "per non dar nell'occhio". Simili a reclute involontarie, montarono lemme lemme e con certe facce contrariate sul cassone del camioncino. Nessuno ebbe niente da ridire sul cane. Nemmeno il kapo, il quale, dopo aver preso posto accanto all'autista, non fece che ripetere, attraverso la griglia di metallo: «Silenzio! Volete chiudere quella maledetta bocca?» Sebbene nessuno fiatasse. Dopo un tragitto di circa due ore, il bestiame fu scaricato nelle “baracche“. Si trattava, più propriamente, di un unico,
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immenso capannone suddiviso internamente in piccoli scomparti tramite paratie di latta o altro materiale riadattato per l'uopo. Ciascuno degli "illegali" ricevette una scodella contenente un simulacro di cibo per uomini. Per onore del vero, Giona ottenne una scodella extra, per il cane. «Mangia il rancio, sù», consigliò allo sfiduciato Scarabocchio. «Sempre meglio che leccar scarpe!» Il cane non mangiò, bensì, facendo schioccare le mascelle, sbranò, letteralmente, il pezzo di carne che galleggiava nella sbroda giallastra; ma sempre di malumore e facendo ogni tanto Bau!, visibilmente offeso con il padroncino. Al pari degli altri compagni di sventura, Giona scucchiaiò quella schifezza stando seduto sulla brandina che gli avevano assegnata. Anche lui di malumore. In quell’istante, senza una ragione particolare, di avercela con i propri genitori. Nel cervello gli risuonava la voce di Papapa che litaniava: «Cresci, cresci. Mangia la zuppa e cresci. Prendi noi ad esempio. Adempiamo alla nostra funzione senza mai lamentarci. Possediamo una memoria sotto forma di album per le fotografie e un magazzino pieno di radici commestibili. Prendi esempio da me: mi sono sposato e ho svolto il più umile dei mestieri senza nemmeno fiatare.“ (“Che mestiere fai, Papapa?“ gli chiedevano i fratelli di Giona. E lui: “Raccoglio l’immondizia.“) “E ai miei tempi non c'erano mica così tanti svaghi come avete voi oggi! Mangia e cresci, orsù! Diventa forte, più forte. Così potrai faticare fino alla vecchiaia.» Il vicino di branda di Giona si chiamava Alì. Veniva dall'estremo est dell'Anatolia e balbettava il francese. Giona gli domandò se anche lui fosse stato reclutato da Herr Bittertschatscher. Il giovane turco filò un lungo sputo. «Uì, uì», annuì dopo. «Pitacciaccia mi ha pescato vicino al confine con l’Austria.»
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«Proprio come ha fatto con me!» osservò Giona, non eccessivamente stupito, però. «Pescato: hai detto bene.» «Sì, lui pesca e i pesci siamo noi», concluse Alì, con tono triste. Dopo essersi concesso una sigaretta, Giona trasse dallo zainetto lo spazzolino e il sapone e si mise a vagare per quella specie di valle di Giosafat, in cerca del lavatoio. Scovò infine, dietro a un lercio tendaggio, un lavabo accanto a un orrido buco per terra (un cosiddetto cesso alla turca). Poiché lavabo e buco erano occupati, si fece da parte, rimanendo in attesa. Quando finalmente poté entrare, si piazzò davanti a un piccolo specchio pieno di incrinature e prese a fare le abluzioni e a radersi. Ad un tratto, un essere squittante e peloso gli passò sopra i piedi. Mandò un urlo e, con aria allucinata e il sapone da barba che gli gocciolava dal mento, tornò a grandi falcate alla sua branda, tra le occhiate allibite degli altri ospiti di quel dormitorio di fortuna. Bella forza cantare la bellezza della natura, mostrarsi sempre pronto a spezzare una lancia in favore degli animali, magari protestare in piazza contro la loro decimazione... per poi fuggire intimorito alla vista di un topolino! Si vergognava, certo, ma non poteva farci nulla. I suoi incubi erano popolati da ratti, serpi, ragni e mostri consimili. Durante la sua breve assenza, intorno al suo posto-letto si erano raccolte alcune persone, attratte da Scarabocchio. Giona si vide porgere una bottiglia di vino mostoso e impiegò la mezz'ora successiva a sorbirsi racconti sulla guerra fratricida nell'ex Iugoslavia. Un giovanottone bosniaco dai capelli corvini e gli occhi azzurri non riuscì a trattenere le lacrime mentre narrava gli orrori che aveva veduti in patria. «Klaoníca», disse più volte: la parola serbo-croata per macello, abattoir, slaughterhouse.

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Giona gli batté sulla spalla, a mò di comprensione, e intanto pensava: la guerra. In tante parti del mondo imperversa la guerra e noi ce la meniamo con le nostre ridicole crisi esistenziali! La guerra... Non può essere vero. Hanno martoriato le colombe sotto il sole. Hanno sporcato le strade e le case dentro e fuori. Hanno stuprato bambine sotto gli occhi dei fratellini. Sembra impossibile che la gente che vive poco lontana dallo scenario di una tale tragedia serri le imposte e faccia finta di nulla. Ormai non ci si può più svegliare e rallegrarci: «Che bella giornata!» Benché la volta celeste sia sgombra e il paesaggio continui a offrirci la sua fantastica tavolozza di colori, aprendo gli occhi al mattino si ha voglia di risprofondare sotto le coperte e nel sonno liberatorio, per non vedere né sentire quanto sta accadendo tutt’intorno. Ma gli scoppi che si succedono a intermittenza ci tengono ben desti. E, in ogni modo, dobbiamo andare incontro ai nostri impegni di sempre: così, strisciamo fuori dal covaccio in direzione bagno lasciando sul pavimento una traccia di bava, lacrime e mucopus. La guerra... «Per me», raccontò il giovanotto bosniaco, «la guerra è cominciata in un bell‘inverno con temperature sui dieci gradi e i passanti che si auguravano “salute!“ e “buongiorno!“ come negli altri giorni. E i cecchini appostati sui tetti per far fuori un nemico senza faccia né nome.» Difficile immaginare come può essere la guerra, se non la si è vissuta personalmente. Tuttavia, Giona ci prova. Ripensa a Schifanoja e ad altre città d’Italia, a una specie di coprifuoco permanente... Simili a rondini, in alto sfrecciano i supersonici di guerra. Alle porte di ogni centro abitato si esercitano le truppe, dando spettacolo come un'armata di formiche. Le colline di sporcizia agli angoli delle strade, da dove fanno capolino gambe e braccia insanguinate, sono da ritenersi delle sculture esornative.
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L'Italia spaccata in due, in quattro, in otto... Quando anche da noi interdiranno la circolazione delle auto civili, i conducenti degli autobus esaudiranno finalmente il loro più grande desiderio, che è quello di poter disporre a piacimento di tutte le strade. Vedremo questi pachidermi corazzati prendere le curve spericolatamente, infilando i rettilinei a velocità massima, e vedremo il volto sadico dell'autista incollato al parabrezza e quelli sconvolti dei deportati stampati sul vetro posteriore a guisa di dipinto postmodernista. Il tutto in una cornice di mine innescate. «Io, grande e grosso come sono», finì il giovanotto, «ho disertato. Orbene sì: ho avuto fifa. E non avrei potuto sopportare tanti lutti.» In quella, la luce si spense di botto e la corte dei miracoli si sciolse. Dopo un po’ si sentiva già il russare di molti, intervallato da sputi e colpi di tosse come in un tubercolosario. Giona non riuscì a prender sonno e udì il cane ansare e trasalire ripetutamente nel sonno. I due compagni erano resi nervosi dall’ubriaco zampettio di invisibili creature. Poco prima dell'alba, si sorpresero a scrutarsi in faccia. «Non fare quel muso», ammonì Giona, sia pure con scarsa convinzione. Infine poté spegnere la propria mente, ma solo per essere bruscamente svegliato dal kapo qualche minuto dopo. «Vestirsi! Raus! Fuori! Al lavoro!» Coraggio, si disse: inizia el camino de futuro. Il kapo indossava sahariana e stivali da paracadutista. Allorché ebbe concluso il suo efficace giro di sveglia, tornò presso la branda di Giona e si soffermò a fissare Scarabocchio. «Non è che ci ha la rogna?» chiese, enfatizzando le parole con abbondanza di mimica. Innervosito più dalla luce e dal trambusto circostante che dall’impertinente domanda, il cane puntò aggressivamente la
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testa ora sottile, da levriero, verso il fondo dei pantaloni del bavaresaccio. «E’ il mio migliore amico», spiegò Giona. «Ed è pulito. Può rimanere qui mentre io lavoro.» «Gut», accordò il kapo, pur continuando a guardare Scarabocchio con molta diffidenza. Gli uomini vennero mandati a ultimare la costruzione di un albergo alpino che sembrava una cattedrale sui monti. Il turno di lavoro durava tredici ore e non erano ammesse tregue: neppure all'imperversare di una bufera. Giona si sentiva la schiena a pezzi. Certe mattine, staccarsi dalla brandina risultava difficile.
“La pioggia comincia a cadere. Chi se la sente di andare? Va chi deve, non chi se la sente: la misera gente sul selciato fangoso.“

Quando l'albergo sulle Alpi Bavaresi fu completato e pronto per la consegna, la squadra venne “sciolta“. Cioè: i sopravvissuti vennero distribuiti tra vari cantieri edili, sempre in qualità di manovali clandestini. Giona capitò con Alì e una manciata di altri colleghi a Monaco di Baviera, dove fu impiegato in progetti importanti e meno importanti. Monaco non gli dispiacque, con i suoi saltimbanchi di piazza e le sue acconciatissime Mädchen, le vetrine di lusso e i pubs che sembravano antri oscuri scavati direttamente nella facciata degli edifici. Ma nella metropoli sull’Isar gli capitò anche di scorgere molti straccioni e manifesti inneggianti a un partito dell'estrema Destra. E una volta gli parve di essere piombato
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sullo stage di un film poliziesco: un’autoblindo arrivò a tutta velocità e, prim’ancora che si fermasse, ne scesero degli uomini in divisa con l'elmetto in testa e la mitraglietta in mano, che si precipitarono verso un portone. Un chiaro esempio di autodifesa dello Stato democratico. I progetti cui gli fu concesso di collaborare erano di carattere antimonumentale, sobri e austeri, senza alcun piglio militante. Opere non di architetti, ma di costruttori vòlti a un lavoro tettonico che ignora le istanze dell’estetismo. L'aspetto di Monaco, del resto, è tutto così: i valori spaziali dell'oggetto fanno spesso a meno degli elementi ornamentali cari a noi italiani. Giona comunque non ebbe molte occasioni per stare a speculare sull'architettura, né su altro. Il ritmo era stremante. A sera tornava mezzo morto alla sua brandina, sotto cui lo attendeva uno Scarabocchio ombroso. L'occhiata che si scambiavano voleva significare: Così non va proprio, no. Non si erano mai sentiti tanto spaesati in vita loro. Sperduti, lui ed esso. Lui ed esso saliti fin sul Cenisio per contemplare l'Oltralpi e da lì scivolati in Cirmania, terra aperta ma non per lungo ancora. (Giona si chiedeva, infatti, quand’è che ‘sti tedeschi avrebbero chiuso i loro confini.) Un pezzo di pane che il fango sottrae a un barbone. Il la tremolante delle vetrine del centro... E lui ed esso snervati in germanico. «Kutsch!» «Se ci troviamo qui, in fondo è per rendere visita al fratellamico», rammentava Giona, per rincuorare il cane e se stesso. Il fratellamico. Già! Dove si nascondeva costui?

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LA DITTA TROMBACH

«Questa non è Wasserburg?» «No di certo. Qua siamo a Weissenburg. E poi, scusi, lei quale Wasserburg cerca? Ci saranno almeno due o tre località con questo nome. Comunque sia, è sulla strada sbagliata.» Coraggio. Anche Colombo scambiò l'America con il Cathay. La ricerca procedeva a rilento soprattutto perché Giona si arrestava di frequente per studiare da vicino antichi edifici. «Lo stile romanico nacque nel X secolo sulle pianure nordiche, tra l'Elba e il Tajo», citava al disinteressato Scarabocchio. E, accarezzando i muri di taverne fuori mano, declamava: «Vecchia pietra, ave. Non luci come gli astri né cresci come le piante, ma ci sei e vivi, e le tue forme sono tante. Non sei aere né terra, ma dura materia senza pretese...». Il suo compagno lo incitava con svegliarini di questo tenore: Bau! Torna in te!... Vabbe’. Avanti, allora. Attraversavano paesi oggi insignificanti ma che una manciata di secoli fa, nella loro denominazione originaria, trovavano posto negli annali, negli almanacchi, negli albi di Tacito, Giovenale, Tolomeo, Giraldus Cambrensis et alia. E si imbatterono nel gimko, il progenitore di tutti gli alberi. Il gigantesco fossile vivente venne innaffiato con amore e riverenza dalla coppia di pellegrini. Per dormire, si accontentavano delle stalle in cui Giona smistava letame in cambio del vitto. Ancora lui possedeva una parte dei quattrini guadagnati come muratore, ma con le spese
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ci andava cauto. All'ospitalità degli asili caritativi avevano rinunciato perché, come scoprirono, quelli sono posti che pullulano di gazze ladre. Una notte, in un ritrovo per mendicanti, Giona rischiò di perdere tutti i suoi averi. Se non fosse stato per il fido segugio... Il cane notò l'ombra che stava per accostarsi al padroncino. Si raccolse a riccio e, al momento giusto, scattò come una molla. Il morsicato si allontanò al galoppo. Ridestatosi di colpo, Giona prese nota della situazione e ringraziò l'amico quadrupede. Dopo di che, nessuno osò più avvicinarsi allo straniero. Significativamente, però, gli mostravano da lontano coltelli affilati. Rattristito e amareggiato (i miserabili si fanno la guerra tra di loro!), Giona decise di evitare simili ospizi. Poi, nel loro procedere approssimativamente circolare, capitarono nella cittadina di Traumfurt, animato centro industriale nel sud della Germania. Traumfurt: “Fortezza del Sogno“. Sorta nel corso dell'ultimo conflitto mondiale attorno a un opificio al servizio della Wehrmacht, Traumfurt racchiude in sé elementi prussiani e le connotazioni tipiche di Baviera. La rivalità tra Nord e Sud in Germania è paragonabile a quella che si riscontra in tanti altri Paesi. Come si può arguire da alcune pagine dello scrittore bavarese Ludwig Thoma, si tratta di un dissenso che affonda le radici nel sociale. Il Norddeutscher "veste bene e parla un tedesco corretto", mentre il Süddeutscher non conclude mai le frasi e quasi sempre appartiene al Fußvolk, al popolino. Oggi, certo, i poli sono slittati (tensione nella convivenza di tedeschi dell'Est e tedeschi dell'Ovest, datata fin dalla Caduta del Muro). La discrepanza di costumi e la disparità di dialetti sono oggetto di dispute almeno quanto i problemi vitali, anche se gli accenti vanno pian piano smussandosi. Traumfurt, per l'originalità della sua nascita e del suo sviluppo (nella fabbrica di bombe avevano lavorato molti
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prussiani e prigionieri di guerra; nelle fabbriche sorte in seguito, la manodopera era costituita da immigrati), rappresenta la concreta sintesi di tutte le diversità. Nelle sue vie vanno a passeggio tutte le cittadinanze e tutti i passaporti. «Che ore sono?» «Was?» «Wieviel Uhr ist es?» «Como?» «Saat kactir?» «Ah?» Gli equivoci non sono unicamente di natura linguistica. I tedeschi più “evoluti“ vorrebbero comprendere chi proviene dall'altra parte del Reno, dall'altra parte delle Alpi, dall'altra parte del Baltico; e farsi comprendere a loro volta. Il tentativo di istituire un dialogo con gli stranieri vale già come segno di civiltà. Ma, che i tedeschi se ne rendano conto o meno, dietro l’angolo di casa loro è già iniziato il nuovo Medioevo, un Medioevo imperniato sulla fobia, sulla lagnanza, sulla brachicefalia. Uno dei detti più diffusi oggi è: «Dovrebbero ricostruire il Muro. E ricostruirlo più alto di prima». Che ore sono? Sono sempre “dopo-le-dodici“. Ecco che ora era quando Giona superò il confine. Ed ecco perché, nel disorientamento generale, un confine viene superato sempre; anche e soprattutto da coloro ai quali hanno posto dei limiti. A Traumfurt scoccava la mezzanotte e un minuto quando Katha si fece offrire da bere da lui per poi prenderlo per mano, rapendolo al prato vergine della notte. Era mezzanotte e un minuto e le piattole ballavano tutte insieme il foxtrot, eccitate. Katha lo portò a casa sua; dell'ombra cinoforma non prese nota. Il marito di Katha rincasò proprio mentre Giona si tirava su le braghe. L’uomo era cotto; bevuto; sbronzo; e - si rese conto Giona - matto da legare.
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Giona e Katha si ricomposero alla meglio. Il padrone di casa avanzò barcollando, lo sguardo vitreo e il mocciolo al naso. Scambiò Scarabocchio per uno scendiletto e l'orologio a pendolo per un ennesimo ospite inatteso. Divisero in tre il salottino - più il cane, più l'orologio a pendolo. I coniugi presero a discutere animatamente su argomenti triviali; altercavano, mettevano sul giradischi arie e romanze celebri, mostravano a Giona le istantanee dei bambini, gli offrivano il caffè. E il Nostro a ripetere Oh che bello, sì, grazie, aspettandosi che da un momento all'altro l'omaccione fosse colto da una crisi e gli si avventasse contro brandendo il coltello da macellaio. Katha è cèca, il marito basco. Dialogavano - tutt‘e tre; quattro con l'orologio a pendolo - in una sottospecie di germanico. Giona usava tutti i tempi dei verbi, e i modi anche: un'impresa ardua, con gli occhi dell'adultera che stavano a mangiarselo vivo. Il passionevole basco («Mario Lanza: que voz!») non si accorgeva di nulla, oppure lasciava correre. Lo scendiletto pronto a intervenire in caso di furia omicida. «I nostri figlioli sono tedeschi a tutti gli effetti», assicurava il basco, ci sperava la cèca: con una traccia di dubbio. Rimetti quel disco. E blablabla. Fino all'alba, fino all'alba. Sforzandosi di capire. I coniugi cercavano di capirsi fin da sempre. Ogni notte così: fino al nascere del sole, con, nell'angolo bello dell'abitazione, uno sconosciuto con la braghetta aperta. A voler credere al racconto di Katha, quell’omaccione di marito sarebbe impotente. «I bambini sono i suoi. Prima lui era diverso... un vero uomo.» E adesso il basco enarra dei suoi compagni dell'ETA e di com‘è vicino il momento in cui il mondo salterà in aria. Chi dice cosa? Chi sfodera troppi congiuntivi? Chi finge di non avere la chiave in tasca e, per precauzione, preme il campanello? Chi ha la camicia fuori dai calzoni? Chi va a
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cercare una bottiglia ancheggiando spudoratamente? Quale ombra, dalle vaghe sembianze canine, ha smesso di dare zampate alla porta per trasformarsi scaltramente in ombra dalle sembianze di lampioncino? Chi, con un sospiro, si riporta alla mente: “Iona è il nome di una delle Ebridi“? Chi, dall'aspetto zingaresco, giura sulla prossima, e non prossima remota, rivincita sulla vita, e intanto giocherella distrattamente con il coltellaccio? Cinque minuti prima delle dodici, quando le parole contano ancora qualcosa, c'è un demonio che, sotto la luna verrucosa, afferra una mazza e inizia a menar colpi facendo a pezzi la tavola d'argilla con i comandamenti lessicali. I figlioli, ignari e privi di passaporto, continuano a dormire. Finalmente, alle otto del mattino, lo scendiletto semovibile e un Giona con la testa scissa in due dall'emicrania vennero rilasciati dalla folle coppia cèco-basca. E nel corso principale chi ti incontrarono, se non Alì? Daddovero: era lui, se non si trattava del suo fratello clonato. Anche Alì li riconobbe e corse loro incontro, piacevolmente stupito. «Voi... ici?» Scarabocchio gli fece la festa, balzandogli sul petto e lavandogli la faccia. «Gli piaci», osservò Giona. «Già il primo giorno ti ha guardato dritto negli occhi e ha capito che sei uno buono.» Il giovane turco li condusse nella sua tana. Aprì il frigorifero e tirò fuori della birra, del grasso di montone e delle rigaglie mezzo putride. «Rifocillatevi e poi riposatevi. E’ strettino, qui, ma potete abitare con me fin quando non trovate di meglio. A Traumfurt il lavoro non manca. Nella fabbrica dove sono io cercano di continuo manodopera: perché non vuole andarci nessuno.» Quindi mise in funzione un vecchio mangiacassette e nell'ambiente esplose una nova di note orientali. Giona lo scongiurò di abbassare il volume. «Scusa», si scusò Alì, «ma è
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l'abitudine. Per forza debbo sempre suonare la musica a volume alto: al piano superiore abita una ragazzina che mi tortura...» «Una ragazzina che ti tortura? Come...?» Alì gli spiegò: la ragazzina lo torturava con le sue melopee soffiate in uno di quei flauti di plastica che hanno un po' tutti gli scolari. Passaggi pazzeggianti che penetravano la cartavelina dei muri come artigli di uccelli preistorici, toni aspri che scendevano di continuo a sgraffiargli la cute. «I muri sono sottili?» disse Giona. «Un motivo di più per non esagerare col rumore. O vuoi farti cacciar via?» Alì rise. «Di qui non mi caccia via nessuno. L'affitto è esorbitante. La megera alla quale appartengono queste stanze fa affari d'oro con noi clandestini.» La settimana successiva, mentre il giovane turco si trovava al lavoro, Giona poté appurare sulla propria pelle quanto fossero sottili i muri. Non solo il flauto della ragazzina di sopra, ma anche le radio degli altri inquilini agivano come cuspidi sulla sua corteccia cerebrale. Schifanoja è dappertutto, filosofeggiò. Il suo parere era che la musica dovrebbe avere funzione purificatrice ed edificante, rivolgersi tanto allo spirito quanto alla mente, e... non rompere mai le scatole ai vicini di casa. La permanenza nel modesto alloggio di Alì servì perlomeno a fargli riacquistare le energie e ad infondergli un umore migliore. Di nuovo si ritrovava con la testa ingombra di canti, melopee sue personali che scivolavano leggere al di sopra di tutti i rumori. E una volta poté rispondere con sicurezza allo sguardo interrogativo di Scarabocchio: «Sì, ho ricominciato a scrivere. Jag skrìver med pennan». Il cane gli si accucciò ai piedi e, felice, prese a grattarsi: non perché fosse infestato da pulci, bit, lice, vosc, ma perché grattarsi è la maniera in cui i cani manifestano la loro gioia di vivere.
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Un bel giorno, Alì annunciò: «E’ fatta! Ricordi che ti avevo promesso che avrei parlato di te al signor Trombach? Ebbene: è disposto ad assumerti». «Benone», disse Giona. Ma Scarabocchio prese ad abbaiare come un assatanato. Si vedeva che era contrario all'idea di starsene da solo per ore e ore mentre il padroncino si aggobbiva di fatica. «Zitto!» gli ordinarono Giona e Alì. «Klappe! Molzí! Shut up!» Ma lui (esso) non la smetteva più di abbaiare. La sua eclatante protesta non valse tuttavia a nulla: Giona era assolutamente risoluto ad occupare il posto in fabbrica. Uuuuh-uhhh! pianse Scarabocchio; urlatore nel deserto. «Vuoi forse mangiare carne ammuffita per il resto della tua vita?» lo riprovò Giona. E, rivolto al turco: «Mi fa meraviglia che un cane possa arrivare ad amare così tanto.» Le formalità d'assunzione alla ditta Trombach furono quanto di più ridicolo ci si possa immaginare. Nessuno pretese di vedere i suoi documenti; d'altro canto, nessuno aveva in mente di fornirlo di regolari carte di lavoro. «Nome?» inquisì una segretaria attillata e non più fresca d'età. «Jordan “Jo“ Yopulejc.» «Nazionalità?» «Cartacea.» «Precedente indirizzo?» «Rue Belfagor 111, Perpignano.» A ciò seguì un breve ma illuminante colloquio con il signor Trombach, un individuo che sembrava il ritratto sputato di Pitacciaccia. «Lei non è più un ventenne», sentenziò
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l’imprenditore dopo la formale, democratica stretta di mano, «ma può ancora farsi una posizione.» «Farmi una posizione... nella mia posizione? Impossibile.» Il signor Trombach inarcò le sopracciglia. Impossibile? Chi si permette di pronunciare questo vocabolo? “Impossibile non è tedesco“: tale regola era destinata a essere appresa anche da Giona, che proveniva quasi da un altro mondo: dalla... Trinacria. Trinacria, o Terra d'Eureka: isola che gli Svevi, sotto l'emblema degli Hohenstaufen, invasero e ammirarono. Giona provava un po‘ vergogna per la terra che gli aveva dato i natali, poiché in Germania, come in qualunque altro luogo, alla gente viene subito spontaneo il parallelismo con la mafia. Ma in fondo, perché vergognarsene? Non era stato Goethe a formulare: "La chiave per comprendere l'Italia si trova nelle pieghe del mondo siciliano"? (Tema: Descrivete la vostra terra. La mia terra. Svolgimento. La mia terra mi ha regalato carrubbe succose, agrumi dolci, schiaffi in faccia e colpi di pietra. Grappoli di sillabe acidule e delizie veloci dietro a spogli cespi...) Un altro viaggiatore tedesco, molto meno celebre dell'autore del Faust, proprio in Sicilia trascorse il periodo più bello della sua avventura italiana: Guglielmo Waiblinger, che nelle sue Briefe aus Italien riferisce: "In Sicilia ho appreso che cos'è la vera felicità... Laggiù ho vissuto giorni meravigliosi. Tanti uomini hanno dovuto lottare a lungo, spesso invano, per conoscere uno solo di questi giorni felici..." A Waiblinger arrise l'amore di una "Venere palermitana". Negli insulani, il letterato tedesco riscontrò una garbatezza e un'ospitalità "che cercano il loro pari". Solo "il caldo tropicale
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e gli strapazzi del viaggio" gli diedero del filo da torcere, "altrimenti qui ogni cosa è splendida“. Il giovane turista (Waiblinger aveva avuto allora poco più di vent'anni), che era arrivato in Sicilia dopo numerose peripezie (tanto per citarne una: l'incontro in Irpinia con una masnada di briganti), dovette ripartirsene a a malincuore. Sulla nave annotava: "Vicino Stromboli, forte vento da Ponente". Poi, giunto a Roma, vi perì del male incurabile che lo tormentava da tempo. "Addio, cari genitori. Muoio in suolo romano. Pagate il debito di ottanta scudi accordatomi da un amico." In segreto, Giona si riteneva la risposta vivente - e tarda, sicuro - di taluni elevati spiriti del passato (in primo luogo inglesi e tedeschi) che, nell'arte e nel paesaggio d'Italia, cercarono le atmosfere suggerite loro dalla lettura dei classici e persino il senso stesso della vita. Certo: lui sapeva di non possedere né il genio di un Goethe né il coraggio di un Waiblinger, e non poteva ignorare che, dal Romanticismo a oggi, i tempi sono talmente mutati che persino l'attraversamento a piedi del deserto del Gobi non fa più notizia. Nondimeno... Goethe, Schiller, Shelley... Le loro voci sono ancora vive. Ma queste non erano cose di cui poter parlare con il signor Trombach. Magari in privato il fabbricante si interessava di arte e poesia, ma da lui, da Giona, si attendeva principalmente tre cose: Puntualità, Motivazione und Impegno Costante. E Giona ce la mise tutta per non deluderlo. La ditta Trombach era un'unica, immensa fornace cui facevano da chiostra gli uffici d'amministrazione. Si scendeva una rampa di scale di ferro e subito ci si ritrovava nel buco del culo di Vulcano. Guanti d'amianto servivano a proteggere dalle fiamme linguacciute, e una sottile mascherina filtrava la polvere di metallo che saturava l’ambiente.
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Quasi tutti gli operai erano stranieri e più della metà non messi in regola. Gli sloveni, i bosniaci e gli albanesi che avevano trovato rifugio in quell'inferno a ore non masticavano una parola di tedesco e a quanto pareva non conoscevano altri idiomi oltre al proprio. Qualsiasi contatto con loro avveniva tramite un gesticolare scimmiesco. Non fu una vita facile, per Giona. C’era Mahir, un tizio scuro, smagrito e stretto di spalle che sempre sembrava avere qualcosa da ridire. Mahir era pervaso da un forte risentimento nei confronti di Giona, e lui non sapeva spiegarsene il motivo. Forse era a causa del suo aspetto.... In fondo, messo accanto allo slavo, Giona era un adone. Il Nostro tentò di renderselo amico con la gentilezza. Così, il venerdì pomeriggio, dopo il lavoro, Mahir fu costernato nel vederlo farglisi incontro con la mano tesa e rivolgergli un caloroso: «Buon fine settimana!» Giona indirizzò lo stesso augurio a Mirko (che aveva un palmo sudaticcio, appiccicoso), a Milutin, a Bardhyl e alle ragazze Juta e Mara. Quando la mattina del lunedì si ritrovarono in fabbrica, i colleghi balcanici si comportarono nel solito modo: erano impenetrabili, irascibili, con i canini bene in evidenza. Non si degnarono neppure di salutarlo. E anche nei giorni seguenti fu così. Per l'intera durata del turno parlavano tra di loro, eccitati, aggressivi. Era evidente che l'alta temperatura gli faceva montare la bile al cervello. Comunicavano sbraitando, e spesso Giona aveva l'impressione che stessero litigando. Quando il caporeparto faceva uno dei suoi giri di ronda, le loro voci si abbassavano fino a scemare del tutto; dopo, tra il ronzio delle smerigliatrici, lo stridere delle lime, il battere dei ferri e il soffio dei forni, il loro cicaleccio riprendeva con l’intensità e il nervosismo di sempre. A Giona riuscì di instaurare un dialogo - fatto di sorrisi - con le due operaie slave, ma guai se provava ad avvicinarsi: gli uomini lo ricacciavano indietro con esclamazioni irose e gesti carichi di minaccia.
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D'accordo che nelle loro regioni imperversava un conflitto insensato, ma perché prendersela con gli altri, e con lui in particolare? Probabilmente lo scambiavano per un damigello, e non erano i soli alla Trombach GmbH. Avvertiva su di sé soprattutto l'avversione dei tedeschi di origine mongola o esteuropea. Come ogni altro operaio, indossava una comune tuta da lavoro, ma doveva essere l'innato aristocratismo della sua persona (riconoscibile anche dietro la dimessa uniforme) a causare tanta idiosincrasia. Quando tirava dritto in mezzo ai colleghi, li sentiva emettere sentenze a mezza voce, e qualcuno gli faceva pure gli sberleffi alle spalle. I colleghi anziani gli rivolgevano la parola con tono paterno. E, come un padre con il figlio trentenne che non si decide a maturare, anche loro, dopo un paio di frasi smozzicate, tornavano a studiarlo da lontano. Soltanto Alì prendeva le difese di Giona e gli buttava ogni tanto qualche parola ragionevole. Giona pensava che sarebbe stata una faccenda completamente diversa se avesse avuto Scarabocchio vicino; ma Scarabocchio non era Cerbero: non sarebbe stato in grado di sopportare tutto quel calore; e se ne stava ammusonito a fare il kyon, dog, hund in un angolo di cortile, costretto tramite cappio a una rudimentale cuccia. Dopo ogni turno, Giona rimetteva in libertà l'amico quadrupede e insieme si recavano nel bugigattolo che lui aveva preso in affitto da uno di qui tronfi ariani che si arricchiscono sulle spalle degli immigrati. Per strada, il cane si fermava a mollare qualche nocciolo di pesca. «Bastardo!» esclamava qualche passante; e lui ed esso socchiudevano languidamente gli occhi. Poco più avanti, lui ed esso mostravano la lingua a un labrador furibondo, per fortuna alla catena. Si divertivano nella loro maniera speciale, insomma.
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«Mi piace il tuo sorriso», ammetteva Giona. «Solo Piotr sa ridere come te.» Piotr! Al suono di questo nome, Scarabocchio reagiva con vivacità. Bau! faceva e scattava in avanti, gli orecchi incollati al cranio, sniffando cespugli e girando come impazzito attorno a una panchina. Poi si arrestava su tre zampe per annusare l'aria fredda di fine ottobre, roteava la coda ed effettuava un po’ di acrobazie mentre spiava in lontananza: alla ricerca di un'identità smarrita in una precedente esistenza. Bernhard spinse l'uscio e si ritrovò al cospetto del buio più assoluto. «Permesso?» chiese, mentre già entrava. Inciampò su alcuni indumenti sparpagliati sul pavimento e, sbronzo com'era, perse l'equilibrio. Prima che potesse raddrizzarsi, un grugnito lo fece trasalire. Allungò un braccio, cercò e scoprì l'interruttore della luce e, alzando lo sguardo, vide una bestia digrignante volare verso di lui. La bestia aveva le zampe anteriori protese avanti e quelle posteriori ritirate nel corpo; ogni cosa, nel suo aspetto, manifestava l'intenzione di annientare l'intruso. «Scarabocchio!» Il richiamo di Giona suonò perentorio. Bernhard vide che la belva mutava atteggiamento. Ciò nonostante, si era ormai lanciata: si sarebbe fermata volentieri, ma non poté; le zampe urtarono energicamente il petto del visitatore, e questi, barcollando all'indietro, atterrò una seconda volta sul pavimento. «Spiacente», disse la voce di Giona, «ma da qualche tempo il mio cane si è fatto piuttosto sospettoso.» Berhard si rimise cautamente all'impiedi, mentre riceveva un saluto sotto forma di guaito coda-agitante. Massaggiò l'elegante testa di Scarabocchio e si finse non infastidito dai morsettini e dalle leccate che il cane gli tributava sulla mano.
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«Sono venuto...» cominciò, interrompendosi ex abrupto con gli occhi strizzati sotto la lampadina che penzolava dal soffitto: gli fece impressione la magrezza del collega di fabbrica, che se ne stava sdraiato praticamente nudo su un nudo materasso. «Sono venuto», riprese, ritirando la mano per ripensarci subito dopo e di nuovo tornare a offrirla in pasto alla guardia del corpo di Giona, tormentandosi con l’altra gli scopettoni, «sono venuto per chiederti se avresti voglia di passare la serata a casa mia. Tengo una festicciola, sai, e saranno presenti anche altri compagni di reparto.» «Veramente mi ero appena appisolato», disse Giona. «E ho pure il raffreddore.» Poi, tradendo una certa porzione di venalità: «Beh, ma come potrei rifiutare un invito sì cortese? Dammi il tempo di rivestirmi e». «Ti aspetto fuori», farfugliò il tedesco, mentre con un'occhiata circolare registrava il disordine che regnava nel tabernacolo. E trascinò oltre la soglia i suoi fumi alcoolici e la sua mano gocciolante. Bernhard era un bavarese autentico; «purosangue», come sottolineava lui stesso. Padre di sei figli, due dei quali illeggittimi, abitava con la moglie vestfalica e parte della prole in uno stabile popolare. Il fatto che lavorasse da anni presso la Trombach - davanti al forno principale - la diceva lunga sul suo stato sociale. Frequentava quasi esclusivamente stranieri: un po' perché stranieri erano quasi tutti i suoi vicini di casa e i colleghi, un po' perché gli stessi tedeschi, finanche gli avvinazzati come lui (si può definire “abbirrato“?), lo prendevano ininterrottamente in giro. Bernhard pareva essere nato con una sete inestinguibile. Ogni liquido che gli capitava a tiro di strozza - succo di orzo, acquavite, olio di macchina, spirito di canfora, acido fenico... – se lo scolava; purché non fosse acqua. In fondo, però, era un brav’uomo, o quel che usasi definire “un pezzo di pane“.
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Giona, vestito e strigliato come per recarsi a messa, lo raggiunse nell’attico. Davanti all’abitazione di Bernhard c’erano già due persone in attesa. Con il cigolante ascensore salirono fino al quinto piano e, mentre ancora si scrollavano la neve dalle spalle, fecero un primo brindisi nel soggiorno di Bernhard; a whiskey. A poco a poco, nell'appartamento sciamò il resto degli invitati. Nessuno sapeva bene cosa si festeggiasse, e fu Giona a inquisire: «Hai il compleanno, per caso?» «Macché!» rispose Bernhard, alzando il bicchiere pieno ora di un brandy scadente. «Lass uns trinken, Kameraden!» Il ventilatore venne messo in funzione, nonostante che nell'appartamento, come fuori, facesse un freddo scarabocchio. La preziosa e indulgente sposa di Bernhard aveva preparato alcune leccornie culinarie, ma erano i liquori a dominare la scena; tutta roba forte. La birra serviva solo per sciacquarsi la bocca. Prosit! inneggiò il padrone di casa. A un Prosit! ne seguirono altri e, dopo un'ora o poco meno, Bernhard vacillava, bestemmiava e rifilava volgari sentenze all'albero di Natale addobbato anzitempo. Insomma, dava spettacolo di fronte ai suoi pargoli. Kadir, il turco del Mar Nero che alla Trombach svolgeva i compiti più pericolosi, cominciò anche lui a dar di testa. La sua voce, già di per sé incomprensibile quando si esprimeva in tedesco, non si capiva più. Ogni tanto gonfiava le gote e aveva un rigurgito: bluah! Al suo arrivo aveva balbettato di non volere assolutamente bere, ché l’alcool è rigorosamente vietato dal Corano, ma ben presto si era lasciato corrompere. Era piccolo di statura, Kadir, con la testa lanosa e un becco aquilino. Quando emetteva quel bluah! sospetto, la cerchia attorno a lui si ritraeva. Aveva iniziato con un paio di birre, poi aveva preteso pure uno schnaps e, malgrado lo centellinasse senza pause, lo schnaps non gli finiva mai.
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Il tavolo era ormai stracarico di fiaschi, bottiglie, bicchieri e alambicchi. Soltanto Giona e Alì non avevano dell'alcool in eccesso intus. Al di sopra di tutte le voci, a intervalli sempre più brevi si alzava una risata stridula: la risata di Singh Boehm, un indiano d’India che aveva sposato una tedescona dell'ex DDR assumendone il cognome. Singh sbottava a ridere - anzi: a starnazzare - scoprendo quei suoi bei denti smaglianti, che dovevano essere una quarantina. Al pari di Bernhard, anche lui andava via via sviluppando un umore decisamente barocco, che aumentava con l'aumentare del livello alcoolico. «Su, trincate», incitava il padrone di casa, facendo traboccare i liquidi nel mescerli. «Presto ci sarà la gratificazione natalizia. Una ragione valida per far bisboccia, no?» (Per onor di cronaca, precisiamo qui che la tanto decantata gratificazione natalizia si sarebbe poi rivelata essere un imbroglio dalla procedura umiliante. Il capomastro che spegneva le fornaci, il signor Trombach che discendeva con solenne lentezza la gradinata dell'Averno, si fermava davanti a ciascun operaio e gli poneva personalmente nel pugno una banconota da venti marchi - l’equivalente di ventimila lire italiane o di dieci euro - profferendo, con aria magnanima: «Tieni, e trascorri buone feste!» Albanesi e polacchi che si prostravano grati, mentre le giovani e profumate impiegate d’ufficio stavano a guardare dall’alto, ridacchiando.) Le pale del ventilatore roteavano sempre più veloci sulle teste accese dei partecipanti alla piccola festicciola privata. Bernhard non ebbe difficoltà ad ammettere di aver bevuto già fin dal primo mattino, ma la sua affermazione non impressionò alcuno: come già detto, era una notoria spugna. In gara con Singh, si esibiva in una penosa rappresentazione da teatrino della demenzia. Sembrava che tra lui e il bel ragazzo indiano fosse in corso una contesa per il titolo di “Buffone dell'Anno“. Quando arrivò al punto di abbassarsi i calzoni, la sua signora sospinse la nidiata di seriosi, spaventati anatroccoli
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verso la camera da letto, e anche lei si apprestò a sgombrare il terreno con un cortesissimo: «Buon divertimento!» Con il maturare della serata, Bernhard divenne se possibile ancora più rumoroso. Le braghe mezzo calate, danzava goffamente con l'albero di Natale e si metteva a sbraitare in segno di recriminazione all’iterativo bluah! di Kadir. Toltosi un calzino, cercò di utilizzarlo come berretto da notte. Raccontava barzellette di pessimo gusto. Sgridava Singh Boehm perché questi proseguiva con le sue stravolgenti, acute risate (e più forte l'indiano starnazzava, più torvo e silenzioso - bluah! - si faceva sul lato opposto del tavolo il mullah gonfiagote). Inoltre canzonava Giona e Alì perché continuavano a rimanere sobri. Finanche altri notori sbevazzoni presenti a quel raduno etereogeneo gli consigliarono di mettere un freno alle libagioni, ma Bernhard indicò un bottiglione di kognak colmo per metà e annunciò: «Finiamo quello e poi basta.» Intonò un ritornello scassato dopo aver spalancato la finestra, come per sfidare a quell'ora tarda i coinquilini; incollò i mustacchi sullo schermo televisivo inumidendo il volto dell'annunciatrice e sparò tosto una scorreggia all'adunata che si faceva gabbo di lui. E a un certo punto, per l'orrore e il divertimento degli astanti, Kadir gli fece bluah! addosso, finalmente liberando il malloppo: un bluah! che era un rovescio fetido, un’esplosione puteolente che strappò a Bernhard un urlo di sgomento e gli rovinò i vestiti e alcuni mobili. Questo fu il segnale. La festa è finita. Ite in pace. Alì e Giona si separarono in strada. «E’ stato divertente, no?» disse il primo. Il Nostro non fece commenti. «Ciao», disse soltanto. Il ritorno per le vie deserte, disertate. Il senso di tristezza che si congela insieme al respiro. Un desiderio di vita, di vita vera. La vita: ciò significa un mucchio di vaneggiamenti a mente cosciente - oramai -, incubi talvolta (urla di peccatori nelle loro
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caldaie), una sfilza di casualità consecutive ma quasi mai corrispondenti. Rimane la speranza... E dunque stanotte alzati a ogni ora, piccolo uomo, e guarda se oltre i vetri continua a nevicare. Perché, se nevica, significa che nevica su colei che tu vuoi e che ancora non hai.

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ORO DI DONNA

Il venerdì pomeriggio della settimana successiva, si incontrò con Alì negli spogliatoi della fabbrica. Erano soli. Herr Trombach li aveva invitati a sgobbare due ore più a lungo del solito e, sia pure malvolentieri, loro avevano acconsentito. «Ma che faticaccia!» sbuffò Giona, strofinandosi via la fuliggine dal volto lupesco. Alì gli tese una confezione di cioccolatini che usava tenere nell’armadietto. «Se la giornata è dura e non vuol cambiare», recitò, «CoffeeSatura ti può aiutare.» «Preferisco Giocondo - le praline più lunghe del mondo», ribatté Giona, richiamandosi a sua volta alla pubblicità in tivù. Sorridendo, comunque, pescò dalla bomboniera con due dita annerite. «Che ne diresti di una cenetta fuori?» gli propose l’adolescente turco. «Mumpf-h-b», annuì Giona, che già masticava il cioccolatino e fumava nel contempo. Quando, più tardi, si fu lustrato a nuovo ed ebbe lasciato il suo abituro, un Alì tutto in ghingheri gli si pose al fianco. Appresso sgambettava Scarabocchio, che per nulla al mondo voleva rimanersene nel cortile da claustrofobia in cui veniva sempre relegato. Da El Greco desinarono abbondantemente e a buon prezzo. Poi, brindando a ouzo (El Greco era il nome di un ristorante greco, non spagnolo!), i due amici dibatterono se era il caso di buttarsi nella vita notturna di Traumfurt.
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«Senz’altro», finirono col concordare. Da sotto il desco, Scarabocchio guaì a mò di plauso. Il primo locale che capitò loro a tiro recava la denominazione New Life. «Proviamo là», decise Alì. Il cane cominciò ad abbaiare eccitato, ma il padroncino gli tolse ogni illusione: «Tu, mein Freund, devi aspettarci qui fuori.» E così fu. Dopo aver sganciato il balzello al gorilla di sorveglianza, Alì e Giona si arrampicarono su per le scale, buie quanto l'atrio. «E’ un posto pacchiano», si rese conto il giovane turco, non appena ebbe scostato una tenda e lanciato uno sguardo alla sala in penombra. Dalla sala risuonava una melodietta country & western. «Molto pacchiano.» I clienti del New Life, tutti ultraquarantenni e con certe facce paonazze, confabulavano tra di loro con un’allegria pesante, un umore da far ripensare ai nazisti. Alcuni tentavano di imporsi alla Bardame offrendole costosi beveraggi. Alì e Giona notarono che tra i presenti si trovava anche il loro caporeparto alla Trombach, e stavano per svignarsela alla chetichella quando quello, avvistatili, li chiamò a sé. «Oh, no», esclamarono simultaneamente. Ma non tagliarono la corda: il caporeparto possedeva un'autorevolezza cupa che nessuno era in grado di antagonizzare. Si sedettero dunque insieme a lui e ai suoi soci. L'uomo cominciò subito col biascicare uno dei suoi discorsi da ubriaco, un mare di parole in cui solo Giona cercò di diguazzare. Il discorso verteva sulla decadenza del Reich, l'inflazione di meticci e l'esigenza di un nuovo ordine. «Il pugno di ferro, ci vuole!» Come Giona poté appurare, dietro a quell'infuocata verbigerazione di marca reazionaria strisciava un mutismo che denotava una clamorosa lacuna di idee.
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Interrompendo ad un tratto la propria parlantina, il caporeparto gli si rivolse direttamente, scrutandolo con affetto da sotto le sopracciglia arruffate: «Tu non sei come gli altri immigrati: non rubi, non rompi le scatole a nessuno e lavori senza lagnarti troppo. Come mai sei venuto nella nostra grande, gloriosa Deutschland?» Giona si prese del tempo prima di fornirgli una risposta. «Il motivo per cui mi trovo qui non è la vera alleluia», cominciò, come se volesse raccontare una lunga storia. Ma l'uomo gli tagliò il filo del pensiero: «Bevi, dài. Facci compagnia». «A essere sincero, io...» Alì se ne stava zitto e nervoso in un angolo. Gli uomini che sedevano allo stesso tavolo gli facevano l’impressione di essere dei malviventi prezzolati. In realtà si trattava di notabili del luogo, affaristi, proprietari di immobili, pezzi grossi della polizia e del municipio; uno era un istruttore di scuola guida. Poco più in là, altri quattro o cinque tipi della stessa risma giocavano a carte. Alì guardò questi ultimi e, sentendo che la noia rischiava di sopraffarlo, chiese improvvisamente se poteva unirsi a loro. «Perché no?» disse uno dei giocatori, un borghese con l'aspetto di fabbro. «Vieni, vieni pure», gorgheggiò, sfregandosi le mani pelose. «Sempre che conosci le regole dello Schafskopf.» «Ma come può conoscerle?» intervenne un altro tapiro. «In Turchia non sanno neppure come sono fatte, le carte da gioco.» Al di sopra delle risatine generali, il giovane straniero gridò: «Le regole del “pecorone“? Eccome se le conosco!» E, smargiasso, trascinò la sua sedia alla tavolata e prese a frugarsi le tasche in cerca di soldi.

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«Per noi», lo elucidò un terzo giocatore, «conta il gioco in quanto tale, non la vincita o la perdita.» E fece l'occhiolino al suo vicino di posto. Rimasto da solo a dover fronteggiare il caporeparto, Giona fu costretto a schermirsi ripetutamente: «No, niente birra, grazie. Io sono un bevitore in erba, per così dire. Non vorrei ritrovarmi sotto il tavolo... No, le ripeto, bitte! Il mio stomaco si ribella già dopo il secondo o terzo bicchiere...» Uff! La serata aveva preso una piega accidiosa. Una mera perdita di tempo. Ma non se ne sarebbe lamentato, se avesse potuto immaginare quanto ancora doveva accadere. Era trascorsa una mezz'oretta, quando dal tavolo dei giocatori di carte si sollevò un putiferio. Alì, che era stato ripulito da tutti i suoi baiocchi, si imbizzarrì: Alla truffa! alla truffa! Al che i rispettabili marpioni minacciarono di rifilargli una sequela di botte. «Rivoglio i miei soldi!» non demordeva Alì, avventatamente. Qualcuno annusò l'aria dicendo: «La sentite anche voi, questa puzza d'aglio?» Il giovane turco si arrabbiò di più. «Quanto hai perso?» gli domandò Giona. «Quanto ho perso? Quanto mi hanno rubato, vorrai dire! Centoventi marchi. Cen-to-venti!» «Non è poi tanto», commentò Giona. «Cerca di calmarti.» L'ira di Alì parve ritorcersi sull‘amico: «Non è solo per i soldi, è per... principio! Si sono messi d'accordo, capisci? Hanno giocato uno per tutti e tutti contro me. Ladroni!» L'attacco nei confronti dei suoi prominenti amici indignò il caporeparto. «Ma sta' zitto! Se anche sul lavoro tu fossi svelto come lo sei con la bocca...»

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L'ingiusta osservazione fece infuriare del tutto il giovanottino anatolico, e solo l'arrivo del gorilla - avvertito per interfono dalla solerte Bardame - lo convinse a riabbassare la voce. «Raus!» non volle sentire ragioni il gorilla. «O debbo trascinarti giù per le scale?» Aveva due mani impressionanti, e certamente sapeva come usarle. «Ce ne andiamo subito», dichiarò Giona, alzandosi e avvicinandosi con atteggiamento quieto alla tenda che nascondeva la porta. «Buona serata a lor signori.» «Puoi tornare ogni volta che vuoi, tu», gli lanciò dietro il caporeparto. «Yarak!» borbottò il turco. Fuori del New Life trovarono uno Scarabocchio quanto mai malinconico. Giona sospirò. «Si può sapere che cos'hai?» Scarabocchio gemette e, aggobbito, gli si strusciò contro. Era triste. Era triste perché gli altri cani in libera uscita non gli rivolgevano la parola. E adesso rimpiangeva profondamente di non essersene rimasto nel cortile-prigione. «Che allegria uscire con voi due!» esclamò Giona. «Quei maiali incartapecoriti!» continuava a inveire Alì. Ma la sua rabbia andò svaporando mentre si inoltravano sempre più nel terrain vague dello spasso a pagamento, preannunciato da insegne di ogni forma e grandezza che scintillavano e lampeggiavano al di sopra degli odori e dei rumori più svariati. La vivacità delle strade, e la luminosità che sembrava propagarsi da tubi di neon rotti, fecero venire gli occhi lucidi persino a Scarabocchio, che trotterellava obliquo davanti a loro. Rialzata la testa, il quadrupede procedeva ora al piccolo trotto, più come il fratello minore di Bucefalo che come un cane da passeggiata.
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«Tieni», disse Giona all'amico turco, porgendogli un centone: «Fanne quel che vuoi. Ma, per carità, smettila di lamentarti». Il volto di Alì tornò a distendersi in un bel sorriso. «Stasera però pago io!» esclamò, intascando la banconota. Allungò il passo e, lasciandosi lui ed esso un po’ più dietro nella notte nevosa, esaminò le singole entrate con l'acribia del vero intenditore. Eccolo tornato pieno di entusiasmo. Il denaro è plasma umano, rifletté Giona, e solo il denaro può risolvere i problemi che assillano l'umanità. Contrariamente ai visitatori di discoteche che si vedevano in giro con i loro abiti stravaganti e a colori accesi, Alì, paludato in un completo grigio come pelle d'elefante, faceva la figura del dandy. E pure il cane, con il suo vestito marrò, esternava una ricercatezza un tantino d'altri tempi. Giona, dal canto suo, indossava i suoi jeans migliori e, sotto il giaccone, l’antica, storica maglietta con su scritto: 'On aime mieux, avec Ricard'. Lui era, dunque, di una trasandatezza che dava scarsamente all'occhio. Mancavano pochi minuti alle ventitré quando Alì optò finalmente per una sentina di vizi situata in fondo al corso. «Attendi qui», disse. «Vuoi vedere che questo buco è addirittura peggio di quell'altro?» Si avvicinò all'ingresso, ma il passo gli fu sbarrato da un ventenne dal cranio nudo, l’abbigliamento soldatesco e, a giudicare dalle orecchie, sofferente di parotite. «Halt! L'accesso non è consentito ai “non addetti“.» «Ma...» «Ah, Servus, Lydia. Entra, entra pure.» Il soldato rapato si scostò per far spazio alla bionda che era appena arrivata. Stava per richiudere la ferrea porta alle spalle della donna, quando lei
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esitò. Osservò l'impalato Alì, osservò i poco distanti Giona e Scarabocchio e, inaspettatamente, disse, nel tedesco incerto degli stranieri: «Momento. Quelli essere amici miei». «Quelli?» La sentinella si adombrò. «Quelli?» ripeté in corsivo. «Sì. Fa’ entrare loro pure.» Il ventenne con l’uniforme e gli stivali andò all'interfono, parlò con qualcuno all'interno del locale, si adombrò di più, avvicinò ulteriormente la bocca all'apparecchio, fornì spiegazioni e ne reclamò altre, infine crollò le spalle «Questa poi!» sbottò, tornando a voltarsi. «E va bene. Avanti», fece disgustato. «Ma il cagnone resta fuori», aggiunse, tanto per prendersi una piccola rivincita. Alì e Giona si introfularono dietro alla sconosciuta dal bel corpo astato. Intendevano naturalmente ringraziarla per aver intercesso in loro favore, ma lei fu immediatamente inghiottita dal reticolato semovente di luci e ombre gotiche, e i due compari rimasero interdetti sull'entrata, storditi dalla cadenza binaria di una macchina tamburina. I frequentatori del locale erano nella maggior parte giovanissimi, ma non per questo il loro aspetto ispirava fiducia. Giona tirò Alì per una manica e gli strillò in un'orecchia: «Beh, debbo dirlo: hai fatto una scelta veramente azzeccata. E’ infestato di naziskin, qui». «Sono solo coglioni», gli strillò Alì di rimando. «Se fanno tanto di romperci, gli risuoliamo il sedere.» Giona, di umore meno drastico, avanzò dietro al turco in mezzo a dense nubi di fumo diaccio, guardandosi insicuro tutt'intorno. Dopo essere passati tra schiere di extraterrestri che si dimenavano al pulsare dei suoni assordanti, approdarono felicemente, pur se strapazzati, al bancone delle
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mescite. Come il buttafuori, anche il barista indossava una tenuta da militare. Ed era rapato anche lui, con l’unica differenza che lui era sfuggito alla tosatrice prima che l'opera fosse compiuta per intero: la sua zucca si presentava infatti nuda per due terzi, e dal lato risparmiato penzolavano fin sulla spalla alcuni ciuffi gialli e chermisi. «Un bloody mary», ordinò Alì con pronuncia audace. «Eeeeeh», fece il barista, perdendo saliva. Giona disse: «Gente simpatica, davvero. Che facce!» Lanciava sguardi in giro ed era a sua volta fatto bersaglio di occhiate indecifrabili. «Credo che nelle bevande ci mettano qualcosa», asserì, avvertendo il nervosismo attanagliargli i visceri. Constatò che uno dei camerieri era un ragazzo di colore (peraltro dall'apparenza sufficientemente normale), e si chiese se tale dettaglio potesse essere giudicato rassicurante. Poi, mentre Alì cercava ancora di intendersi col barista, individuò in mezzo alla calca la bionda (una straniera come loro: anche questo un dettaglio rassicurante?). La giovane donna sedeva su una panca accanto a una pila di scatoloni e di casse di bottiglie vuote, nell'angusto passaggio tra i videogiochi e le toilette. Fumava con le gambe accavallate. «Niente bladi meri?» si sgolava Alì. «Ma che cocktails avete?» «Eeeeh», insisteva a dire il mostro dietro al bar. Tre o quattro tizi da palestra, vestiti interamente di nero, come corvi, si appressarono al banco, seguirono per un minuto o due l'impossibile dialogo che si svolgeva tra il turco e il baristafante e presero a sbavare «Eeeeh... eeeeh.» «Ma sono tutti scemi qui? Sanno dire solo eh?» Questo, Alì voleva saperlo da Giona. «No, no», cercò di acquietarlo Giona, sudando freddo. «Vedi, in quasi tutti gli idiomi la ‘e’ è la vocale che si succede con maggiore frequenza. E‘ tutto occhèi. Non ti agitare.»
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«Toepps», sbraitò uno degli sciammannati vicino a loro, al quale, insieme allo scalpo, Cochise aveva reciso anche un sopracciglio. «Aich’s hauschmas doch!» gli diedero ragione gli altri, che avevano facce come portaspilli. Giona sospirò forte. Non si conversa più, in questo mondo di balbuzienti: chiunque fa uso di rumori, facendo così trasparire la sua stravolta condizione interiore. «Eeeeh», ribadì il barista con un ghigno sinistro, e andò a spegnere lo stereo, mentre con l'altra mano apriva uno sportelletto alla parete e premeva alcuni interruttori. Tutte le luci in sala si accesero. Nell'improvvisa voragine acustica, l'attenzione generale convogliò sul punto in cui si trovavano Giona e Alì. Giona cercò con lo sguardo una faccia amica, una possibilità di salvezza nella caverna di metallo e cemento affollata di maschere. Vide però soltanto il servo di colore trottare a occhi spalancati fin dietro a un pilone di cemento e la straniera bionda sussultare quando un bicchiere cadde, rompendosi con un botto. Finalmente, uno dei corvi (quello senza sopracciglio) ritrovò la favella. «Tu accidenti d'un indiano messicano, tu!» gridò ad Alì. «Figlio d'una buona donna canucca! Fatti sotto ché ti do una strigliata sul muso. Forza!» Il turco aggrottò comicamente la fronte. Aprì la bocca, ma non ne uscì alcun suono. Mosse un passettino di lato, e in quella il kommando (gonfiatosi fino a comprendere una decina di manigoldi che si assomigliavano tutti, come gemelli) mise in bella mostra la caricatura di armi medievali. Il gruppo cominciò ad avanzare. Le catene roteanti erano a mezzo metro di distanza, e Giona già implorava dentro di sé: «Aiutaci, o Altissimo!», quando un essere color bruno pulce volò abbaiante nello spazio che rimaneva tra assaliti e assalitori. Vi fu qualche secondo di
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sbigottimento totale, cui seguì un caos pauroso. Le luci si spensero tutte insieme, un morsicato imprecò, una catena centrò l'obiettivo sbagliato, sangue teutonico sprizzò. «Accidenti al gruppo elettrogeno!» ragliò il banconista, tradendo anche lui di essere provvisto di parola. Le luci si riaccesero e, in quella, la porta d’ingresso si spalancò, sotto la spallata del giovinastro con le orecchie a sventola che aveva fatto da piantone sul marciapiede. «Acchiappate quella bestiaccia!» piagnucolò, precipitandosi all’interno. Aveva i calzoni della tuta mimetica lacerati. «Acchiappatela!» Nessuno si curò di lui. Forse non fu neppure udito, nel chiasso che imperava. Una parte dei presenti si era intanto schierata contro i naziskin. Nell'orgia di corpi, Giona scorse la donna bionda in piedi dietro al bancone, e scorse il braccio biondo della donna bionda allungarsi verso il pannello degli interruttori. La caverna ripiombò nel buio, perciò non vide arrivare il pugno che gli percosse il torace all'altezza del plesso solare, facendogli sfuggire il fiato in un rantolo e facendolo barcollare all'indietro. Qualcuno tirò fuori una lampadina tascabile. Il fascio illuminò per primo il picchiatore di Giona, che si piegava sotto le legnate vendicative di Alì. Buio. Luce. Buio. La lampadina tascabile si accese di nuovo e cercò e scovò Scarabocchio che azzannava sederi qua e là con palese gioia. Ahi! si udiva da più parti. Ma poteva anche trattarsi di Heil! Quando infine il barista ripristinò i lumi, Giona, Alì e la bionda si scoprirono nei pressi dell'uscita. Scarabocchio, dietro a loro, compì un quarto di giro per tenere d'occhio l'orda assatanata. La bionda era intenta a spiegare: «Ragazzi eccitati perché oggi compleanno di qualcuno... di Hess, di Hitler... di qualcuno». «Hitler? Ma quanti anni ha? Cento?»
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«Centocinque, credo. Loro credono Hitler essere ancora vivo.» Mentre la bionda finiva di parlare, tre naziskin li sorpassarono correndo e latrando, per sfuggire ai colpi vibrati da pelati di ideologia diversa. «Che nessuno venga a parlarmi di “popoli nobili“!» stava dicendo per la ventesima volta, massaggiandosi il petto. «Tu ancora male?» si informò Lydia. Su un lato dello stradone apparve una fila di case con i tetti spioventi appesantiti dalla neve, e l'autobus rallentò. «Vieni. Noi arrivati», lo riscosse lei. Scesero. Lydia lo guidò lungo un vialetto che era buono per poterci pattinare su, non per camminare. «Cane eccezionale», gli disse. «Tuo cane noi salvati. Bravo!» «Infatti. Scarabocchio è come un fratello, per me.» «Come... fratello?» La donna rise. «L'unica differenza tra me e lui sono i suoi molti denti.» «E amico Alì, speriamo lui non bere troppo.» Alì, collegiale, li aveva lasciati andare da soli, affermando di voler continuare la scorribanda notturna. «Il buon Alì. Niente paura. A quanto ne so, finora ha sempre ritrovato la via di casa.» Giona sorrise amaramente. «Mi aveva detto che dovevamo approfittare del fine settimana per riposarci. E il fine settimana è appena cominciato!... Ma già che parliamo di tipi eccezionali: anche tu sei stata in gamba. Ti ho vista, sai, mentre facevi lo scherzetto delle luci.» Lei girò la chiave nella toppa. «Ssst», disse. «Bambino dorme in stanza da letto. Malato. Molto malato.» «Ah», si limitò a commentare Giona, seguendola all’interno. Si rallegrò per il calduccio che faceva nell'appartamento. In fondo - giudicò -, non era finita male. Qualche ammaccatura,
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ma forse ne era valsa la pena. Avvicinatosi a un divano che dalla morbidezza e dall'odore che emanava lasciava presumere di essere la sede di intimi incontri, vi si lasciò cadere. Dopo poco, era intento a mangiare dell'abbacchio freddo. Si lasciò titillare da Lydia, che diceva: «Tu persona buona. E anche cane buono. Io però non volere cane dove io dormire». A queste parole, Giona rise talmente forte e a lungo che spaventò il bambino. Lydia dovette andare di là a rassicurare il figlioletto, finché questi non si riaddormentò. Quando tornò, ripeté, pensosa: «Malato. Molto malato. Febbre. Tanta febbre». Subito dopo, come se la temperatura alta del suo piccolo fosse da giustificarsi con vicende di carattere internazionale, gli raccontò delle bombe su Zara (la città da dove proveniva), del terrore dell'armata mussulmana (un suo zio era seguace di Maometto), della violenza dei serbi (suo padre era serbo), dei festeggiamenti nel giorno della proclamazione dell'indipendenza della Craina (craino era il suo ex marito)... Le aveva prese da tanti uomini, aveva dovuto subire la durezza di alabarde, di rozzi gagliardetti, di canne di fucili. «E tu?» chiese infine. «Io, niente. Poeta. Scrittore.» «Ah. Artisti: tutti senza soldi», sapeva lei. Scosse il capo, sorridente. «No, volevo dire: tu ancora male al petto?» E gli toccò il cuore. Si guardarono con dolcezza. Giona la tirò a sé. Per Lydia l'amore era un gioco. Il gioco. Durante l'atto, si ripensava bambina. Immagini risalenti ai suoi anni verdi le si riaffacciavano alla mente, e una di esse, in particolare, tornava frequentemente. Lydia non sapeva neppure se l'episodio facesse parte del regno della fantasia o di quello della realtà; probabile che fosse però accaduto per davvero, poiché non era in contrasto con quello che allora era stato il suo mondo. C'entrava il mare, in qualche modo, sebbene non fosse sicura di ricordarsi di che colore fosse il mare, il mare vero. Nella sua fantasia era privo di consistenza e illimitato, quieto; soltanto le
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marezzature ne tradivano la natura di distesa d'acqua. Ecco... (gemendo sul divano, socchiudeva gli occhi per il piacere, ma anche nello sforzo di non smarrire il film della mente)... ecco: c'è un battello attraccato a un molo e, sul battello, un uomo... giovane, disteso s'una sdraio, le gambe allungate. Lei gli sta dinanzi e lo osserva. Senza sapere il perché, la bimba Lydia rimane a guardare fissamente lo sconosciuto... appena un attimo prima i suoi occhi avevano seguito il volo di gabbiani evanescenti... e ad un tratto lui, con un gesto indolente, alza il cappello di paglia che gli ombreggia il volto e la fissa, la fissa con tale intensità che a lei viene voglia di gridare... E poi? Poi, nulla. Forse il forestiero le rivolge la parola e Lydia fugge, oppure sta lì continuando a guardarlo come una sciocca. E’ uno di quei film che non hanno una conclusione. La conclusione non contava. Contava quella brevissima frazione di vita onirica o reale, il fatto che l'undicenne Lydia si ritrovasse nella Lydia di tre lustri dopo e che ci tenesse a farsi ritrovare. E contava che in quel preciso momento anche Giona, forse per contaminazione telepatica, pensasse al mare. Mare. Onda che cresce, spruzza e si riavvolge inghiottendo onda. Nelle iridi di Giona esplose il mare schifanojco, mentre Lydia Ich liebe dich ergeva la testa d'oro e guardava in giù, dove le dita si aggrappavano convulsamente alle dita, dove le unghie torturavano le nocche, je t'adore, I love you, ja was lublu... le pupille blu-tristezza penetravano nella faccia di lui come due succhielli, e alla lotta selvaggia seguiva di nuovo amore, amore che riflette su se stesso: «Amarmi me ancora?» «Certo. ID EST SEMPER IDEM AMOR.» Si spartirono una sigaretta e Giona, ora che il sesso taceva, avrebbe voluto immedesimarsi con il silenzio della notte. Ma non poté. Non poté perché quella bocca sensuale, che aveva appena martoriato di baci, lo incitava: «Parla».
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Respirò forte, cogliendo l'alito di Lydia ma anche un più marcato odore insano che aleggiava nel piccolo appartamento. Pensò: Oh, giovane e fresca rosa aulentissima, perché non ti sveli a me? Perché vuoi farmi contare fiabe lettosognate e non mi dici, piuttosto, cosa c'è dietro al tuo musetto di sfinge?... Ma dietro a quel musetto non poteva esserci niente; niente comunque che non fosse un qualche peccato da sussurrare con le labbra attaccate alla grata di un confessionale. «Parla.» E va bene. «Il mare», sillabò, soggiogato da un'idea che voleva strapparlo da quella stanza e che nel contempo lo teneva inchiodato accanto al bel corpo nudo di Lydia. «Il mare.» Guardò, per un attimo, le grinze delle proprie mani. Attraverso la porta accostata poteva vedere la camera matrimoniale, e, nella camera, il letto dove giaceva il bambino; dallo spiraglio esalava un venticello asfissiante. «Il mare? Sì?» «Sì. La città dove sono nato sarà atroce e meschina, ma il suo mare è una meraviglia.» Abbassò le palpebre e cercò l’adatta verbalizzazione nella lingua tedesca. «Non lontano dalla città c'è un pezzo di costa particolare, fascinoso. Quando il tramonto fiammeggia, le barche dei turisti rientrano al porto, mentre i pescatori, dopo aver preparato le reti, tolgono gli ormeggi alle imbarcazioni. Strano ma vero, nell’accingersi a prendere il largo questi pescatori parlano di tutto meno che di paranze: così come i chirurghi, nel corso di un’operazione di routine, raccontano oziosamente di un avvenimento sportivo o di un film che hanno visto di recente. Ogni tanto, per trascorrere una serata diversa, facevo lunghe passeggiate nella zona del porticciolo...» Sorrise al ricordo. Si rivedeva passare davanti a un gruppo di turisti: una caterva di macchine fotografiche ed esposimetri. Qualcuno gli chiedeva un’informazione in un italiano stentato. Si stupivano nel sentirlo rispondere in una specie di esperanto inventato da lui.
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«Esperanto, sai? La lingua universale che nessuno comprende... Ma io mi facevo comprendere. Poi mi dirigo lentamente verso l'imbarcadero, dove alcuni noleggiatori di barche chiacchierano tra di loro. Sto lì per un quarto d'ora senza far altro che fissare il mare. Finché non mi cacciano via. Allora, ancora più lentamente, torno sui miei passi, stordito da tanto iodio nell'atmosfera. Solitario come sempre. E mi chiedo: Oh, dov'è il mio immenso amore? Dov'è Lydia, la donna dei miei sogni?» Lei rise. «Tu essere dolce!» flautò. A Giona gli si inumidirono gli occhi, inesplicabilmente. Girò la testa dall'altra parte. «Che stanchezza», mormorò, con labbra salate. Che stan... chezz... zzz. Si erano appena addormentati, quando li fece sussultare un bau! bau! invadente. Giona andò alla finestra, si sporse e: «Ssst. La guerra è terminata da un pezzo», disse, piano, alla siluetta stagliata sul manto candido. «Ne t'énerve pas comme ça!» «Che c’è?» «E’ Scarabocchio. Ha ritrovato la mia traccia.» «Cosa significare nome Skarr...?» «Scarabocchio? Significa Klecks, kljacsa, blotch, leke.» «Ah. Fare entrare! Io amare cani. Però non volere cane dove noi dormire.» Questa volta Giona non rise. Mezzo svestito, andò alla porta e la socchiuse. Il fedele quadrupede si scrollò sulla soglia, prima di sgusciare dentro. Piantatosi ai piedi del divano, osservò con sospetto la donna, si volse a seguire i movimenti del padroncino, quindi osservò tutt'altro che benevolo la donna che si avvinghiava al padroncino. «Forse geloso», presunse Lydia. E al cane disse: «Brav, brav».
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Scarabocchio non si lasciò raggirare. Se ne stette con la testa bassa e il labbro sollevato a brontolare: Rrrr. «Cosa avere?» «Boh!» esclamò Giona. «Può darsi che la fantasia gli giochi dei brutti scherzi.» «La...?» «Fantasia. Fantasy. Tasavvur... Strano. Non l'ho mai visto così.» Calò una mano ad accarezzarlo: toccò pelle congelata; qua e là, il pelame si staccava. «Cosa avere?» domandò ancora Lydia. «Uhm. Tuo figlio ha la temperatura alta, hai detto?» Gli era venuta un'idea. Spinse la porta della stanza contigua. Sotto una coperta giaceva il pargolo; nella penombra era come un corpicino opaco e allungato, un paesaggio di lievi colline e ampie vallate. Giona toccò la fronte del bambino: scottava. «Scarabocchio, qui!» comandò poi, battendo con una mano sulla coperta. L'animale capì l'antifona. Con un saltello fu sul letto e, tutto tremante, si allungò vicino al piccolo. L'esterrefatta madre cominciò a gridare, ma Giona la implorò di calmarsi. Le promise che ogni cosa era a posto, che non era affatto uscito di senno: il piccolo e il cane si sarebbero guariti a vicenda. Durante la notte, Scarabocchio sparse lacrime canine, mentre nel sogno ripassava con la lingua cartacce unte e bisunte o la intingeva in un secchio pieno di colla per i francobolli. Un sole generoso si riversò nell'abitazione, come se all’improvviso fosse esplosa un'estate mediterranea. Giona aprì gli occhi e vide che ogni mobile e bibló erano intrisi di una
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luce limpida e fulgida. Lydia, seduta accanto a lui, lo guardava con riconoscenza. «Bambino... in salute!» disse, felice e incredula. Prese a coprirgli di baci le guance e gli occhi. «Tu fatto... miracolo.» «Ma no», monosillabò Giona. Era ancora ubriaco di sonno. Per un istante aveva creduto di trovarsi a Schifanoja, presso la Bionda Genovese. Il paragone lo atterrì. Entrambe avevano un figlioletto, entrambe erano languidamente sexy. Con la Bionda Genovese non aveva mai... ma avrebbe potuto. Con Lydia, invece, aveva. Ma intendeva forse vivere con questa donna? Per sempre? Trascorsero insieme tutto quel giorno e quello appresso: lui, lei, il bimbo ed esso. Il piccolo si rimetteva in fretta; già giocava sul lettone. E il cane restava a osservarlo. Giona e Lydia giocavano sul divano. E il cane restava a osservarli. La domenica pomeriggio, durante la sua ora d'aria, Scarabocchio si sfogò con una pechinese col fiocco rosa in testa, la reginetta di bellezza della borgata. Quando Giona gli disse: «Congratulazioni. Domani però ce ne torniamo nella nostra spelonca», il cane abbaiò tutta la sua rabbia al mondo. Il lunedì si svegliarono poco prima dell'alba. Marciarono sul bordo dello stradone diretti a Traumfurt-city. Diversi plotoncini di persone sfilavano accanto a loro, procedendo nello stesso verso. Stivali crocchiavano sulla neve. Vanno alle fabbriche, vanno, a piedi, su biciclette o su utilitarie, ogni giorno; e la sera, anche se stanchi, nei bar, tutti assieme a confabulare, a fare a pugni, che dànno, che festa che danno. Ho un sospetto dietro l'orecchio e fumo nell'occhio. Quando arrivarono nella cittadina, Giona si mise a cercare Alì. Ma Alì non era più lì.
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'AL CARPACCIO'

Lui ed esso si ritrovarono nel più desolato quartiere di Monaco di Baviera: all'ingresso nord-ovest della metropoli, tra fabbriche che facevano pensare agli albori dell'industrializzazione. «Non si vede un cane.» Scarabocchio sollevò uno sguardo interrogativo. «Oh... Dolente.» Nessuno per strada, e scarso era anche il traffico. Tra tanta desolazione, sorgeva il ristorante-pizzeria Al Carpaccio. I pittori preferiti di Giona erano Hieronymus Bosch e Giorgio De Chirico, eppure non vedeva perché non avrebbe dovuto tentare la sorte con... Carpaccio. Esibì perciò ai due patron la sua candidatura come barista. «Sono stato a Ratisbona, sul Tauno, nella Selva Nera, nella Selva di Turingia e sulla Sprea», raccontò loro. «Ma ora ho di nuovo bisogno di lavorare.» Il grasso Geppo e il piccolo e vivace Giovanni lo avvertirono che la posizione di barista era già occupata. «Sei arrivato tardi. Ma un lavapiatti ci farebbe comodo, dato che Ntyangomà se n’è scappato senza preavviso.» Giona, i capelli umidi di nebbia, decise di accettare il posto. «Ho con me un cane», avvisò. «Un che?» «Cane. Hund. Perro...»
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Geppo & Giovanni si lanciarono un'occhiata allegroperplessa. «...Köpek. It. Scsctenòk. Sobáka...» «Va bene, abbiamo capito. Dov'è? Fuori? Faccelo vedere.» Scarabocchio arrivò al piccolo trotto e, il muso fremente, si pavoneggiò per gli occhi dei gestori di quell’eldorado gastronomico. «Simpatico!» esclamarono i due. «Un cane da guardia non nuocerebbe affatto.» Si fecero portare dalla cucina due bistecche di manzo, che Giona e Scarabocchio azzannarono voluttuosamente. «Mangiate, mangiate. Poi metteremo il tutto nella lista delle spese defalcabili.» Geppo era il caposala, Giovanni il capocuoco. Avevano aperto il Carpaccio, con tutti i rischi che un’impresa del genere comporta, accomunati dal desiderio di non logorarsi più per la vile pecunia. Stavano ancora pagando i debiti e di soldi, finora, ne avevano visti pochi; quanto al logorio, di quello ce n'era più che a sufficienza. Dopo aver fatto uso di uno stuzzicadenti, Giona si lasciò introdurre nel suo nuovo posto di lavoro. Dietro ai fornelli c'era un ometto con il grembiule sporco: il cuoco in seconda. «Permette?» gli fece Giona. «Giona. Fortunatissimo.» L'aiutocuoco gli rivolse un colorito da infermo. «Frangibane», si presentò. Quindi, isterico: «Ma ghe di ridi soddo ai baffi?» «No, pensavo solo... il frangipane è una pianta.» Frangipane lo guardò in tralice. Nessuno gli aveva mai rivelato che il suo era anche il nome di un vegetale. «Mold'onorado.» «Onorato anch'io.» Scarabocchio fece capolino dalla porta scorrevole e, sebbene per ogni cane una cucina sia un autentico paradiso, rifiutò di
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entrarvi: non gli ispirava fiducia quell'aiutocuoco dall'aspetto scrofoloso e tracotante. L'antipatia era reciproca. «I gani buzzano», sentenziò Frangipane. Puzzano. «C'hanno a ronna.» La rogna. «No, lui no. E’ pulito», lo contrariò Geppo, accarezzando la testa dell’animale. «Bravo, Scarabo', bravo.» Scarabocchio sostò ancora un momentino sulla porta, dedicando all'aiutocuoco uno sguardo che voleva dire: A te ci penso poi. Quindi si assoggettò totalmente ai vezzeggiamenti del panciuto, calvo e barbuto, pipafumante Geppo; ed eccolo promosso a cane di sala. Che ora sarà adesso a Schifanoja?... Ah, gli interminabili pomeriggi di mezza settimana, quando il lavoro langue e Giona è costretto a subire la compagnia dell'ometto tutto bile! Frangipane ce l'aveva con i nuovi arrivati - con Giona in ugual misura che con il cane -, e di loro rimbrottava al cospetto di Geppo & Giovanni. Ma ce l'aveva anche con Geppo & Giovanni, e feriva le orecchie di Giona con epiteti offensivi sul conto loro. Se Giona gli chiedeva il motivo di tanto astio per i suoi principali, Frangipane sibilava, scuotendo i riccioli spolverati di grigio: «Zono 'ngiusdi». Sono ingiusti. O: «Non gi zanno fa’». Non ci sanno fare. Confusamente, accennava a una storia di truffe e sotterfugi: «'Sto logale dovevo brenderlo io!»... Secondo la sua opinione, Giovanni era un bravo ragazzo, ma mai un cuoco vero. «Ebboi...» Eppoi... «Beve goi gliendi, e guand'è mbriago è d'un'altra razza». E il pacioso Geppo, con quei suoi modi da saccente, sarebbe forse potuto essere un «brovessorre». Un professore. Ma un «gammerriere»? Un cameriere? Giammai!
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Un irritato Giona, chino sul lavandino e con le braccia nell'acqua della sciacquatura, gli domandava come mai non lasciava il Carpaccio, se detestava tanto i datori di lavoro. L’ometto sorrideva sinistramente, le pupille come due punte di spillo. «Stem'asbedda'», diceva con un ghigno al limone. Stiamo ad aspettare. «A me», protestava un Giona che asciugava posate con lo straccio, «sembrano persone umanissime.» «Forse», ribatteva Frangipane, prima di chiudersi in un mutismo di dieci-quindici minuti. Diventava livido e ancora più piccolo, rattrapprendosi al di sopra delle padelle e bofonchiando ogni tanto alla schiena del collega: «Dobo d'fonna». Topo di fogna. Con le sue astiose tirate e il comportamento ributtante, Frangipane aveva nauseato il bravo Ntyangomà e chissà quanti prima di lui, istigandoli alla fuga. Con il nuovo sciacquino applicava un metodo identico. «Dobo d’fonna.» Oh, che ora sarà adesso a Schifanoja? Scarabocchio era da invidiare, là fuori in sala con i due proprietari. Giovanni entrava di rado in cucina; si avvitava in testa il cappellone da chef solo quando nel locale giungevano clienti di gran riguardo. Dopo aver salutato la tavolata, “saltava“ uno spaghetto, rigirava una crema, preparava una porchetta in agrodolce, controllava la densità del sugo d'arrosto. Quindi grattava via un po’ di sporcizia dai fornelli (osservato a morte da Frangipane), assaggiava una salsa e progettava il menù per il giorno successivo. Ma il suo aspetto non parlava il linguaggio della sazietà. Attorno a lui aleggiava un'aura da terzo mondo. Quando Giovanni li degnava della loro presenza, Giona sentiva di poter quasi prendere gusto alla sua nuova posizione. Lavorava, lavorava: diligentemente. (Ma perché ti danni così? gli domandava Frangipane con occhietti cattivi. Sei scemo o
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mangi i sassi?) Jo the Rock si disse che una cucina è senz'altro da preferire a una fabbrica. In fabbrica sei solo una minuscola rotella del meccanismo e non hai l'opportunità di poterti esprimere, di liberare un pochino la fantasia. Qui, almeno, pur col rischio di beccarsi una gomitata da parte dell'aiutocuoco, poteva seguire lo chef nelle sue evoluzioni e soccorrerlo quando l'attività ferveva. Ma, ovviamente, opificio e ristorante galleggiano nella stessa dimensione di assurdità. «Finché mangi alla mia greppia, devi sottostare ai miei ordini.» Alzarsi ogni giorno stanco e avvilito per recarsi in galera e uscirne nottetempo, avvilito e stanco. E’ la tragedia del lavoro, che a volte ci fa provar rabbia per i disoccupati, che stanno sempre all'aria pulita... Senza questa tragedia, però, non potremmo neppure reggerci in piedi, per tacere della possibilità di procurare al nostro cane l'osso quotidiano con su attaccata della carne. E anche noi necessitiamo di tante di quelle cose... e tutto costa, nevvero? Per esaudire i nostri capricci, ci vuole (eccome!) subire le avversità, ci vuole (eccome!) il dolorino alla schiena. E’ una vita... da cani. Ah, sperare in una vincita alla lotteria è lecito, altroché se lo è! La matematica della maratona sociale era un martello che tentava di schiacciare il minuscolo insetto Giona. Picchiava. Picchiava. Picchiava fin dal primo giorno, in quanto in ogni prigione del lavoro c'è un signor Frangipane, c'è un odioso kaiserlicchio. Le offese; i rimproveri. «Inetto!» Particolari disgustosi sottolineati da grandi risate. Finché lui non scoppiava in un: «Basta! Chien ne va plus». Alle bistecche della prima ora seguirono porzioncine di lasagna riscaldata e spaghetti surprise. Sebbene quello psicopatico prezzolato di Frangipane continuasse a scoccare l’accusa:
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«Sguazzano nell'oro», era evidente che Geppo & Giovanni si trovavano in difficoltà finanziarie. L'uno pareva la controfigura di Oliver Hardy, l'altro il fratello gemello di Groucho Marx, ed entrambi erano di natura buona e ottimista; ma come si fa a rimanere buoni e ottimisti quando i creditori non ti concedono tregua? Nell'osservare come i due compagnoni a volte litigavano, Frangipane scatenava un sadico tripudio. Malignamente, alle loro spalle compiva azioni di sabotaggio: gettava nella spazzatura ora un filetto, ora degli scampi congelati, e sporadicamente mestoli e altri utensili da cucina; noncurante dello sguattero Giona che lo fissava con muta riprovazione. Poi si sfregava le mani: date a Cesare quel che è di Cesare. Il Carpaccio spetta di diritto a me, dopi d’fonna. «Frangipane, hai visto dov'è andata a finire la costata di maiale? Il barattolo di fegato d'oca? Il forchettone nuovo? No? Ma non possono essere svaniti così!» «Li sbiridi malinni!» opinava l'interpellato, facendo spallucce. Gli spiriti maligni. Giona storceva la bocca e a mezzanotte, cambiatosi nel camerino che fungeva da spogliatoio, si immergeva nell'oscurità astellata della periferia monacense per far svaporare la sua rabbia, tallonato da uno Scarabocchio di umore eccellente. Aveva chiesto di poter lavorare al bar, dove da ragazzo aveva accumulato una certa esperienza; e gli avevano assegnato l'angolino più umile in compagnia di un menapadelle matto. Lo avevano accolto gettandogli in pasto un bel trancio di carne, e dopo il festino era arrivata la Quaresima. D'accordo, tutto ciò non significava certo la fine del mondo; non ancora. Ma ora si mettevano pure a insultarsi a vicenda? Geppo-Ollio e Giovanni-Groucho? E, dopo che il personale se n'era andato, facevano il broncio sugli incassi che spesso non arrivavano a coprire le spese? Dov’erano andati a finire il sogno, l'utopia, il coraggio di due amici che, loro stessi già sguattero e menapadelle, risolsero un giorno di ribellarsi al destino e, in
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nome della fratellanza, si misero per conto proprio? E come mai il mio cane si sente da re mentre io sto male da cani? E dov'è Peter? Era arrivato al limite della sopportazione. All'aiutocuoco (sua specialità: la discordia in tutte le salse) parlò così: «Ti nascondi strisciando dietro all'idea della vendetta: le accarezzi la schiena, la ripudi, poi torni a farle la corte. Ma la vendetta, sempre ammesso che sia giustificata, non può essere tutto per te». Frangipane si stringeva nelle spalle. Non voleva sentir prediche. Voleva uscire, lui. Uscire con Giona. Ogni sera. Uscire con o senza il cane; preferibilmente senza. Uscire con lo sciacquino che aveva soppiantato Ntyangomà. A onta della sua spacconeria, dei suoi biliosi avvampi, Frangipane era un essere fragile e pauroso, al quale occorreva assiduamente la compagnia di una persona come Giona, una persona che non cercasse di cavargli il verme dal naso come lui faceva con gli altri. Jo diceva di no, diceva che non gli andava di uscire; e Frangipane ad alzare la voce, ad arrabbiarsi, a sparare insulti. Sempre così, questo Frangipane, quando lo sguattero non voleva concedergli l'onore di accompagnarlo: lanciava minacce oscure e misteriose, poi lo avvertiva che non gli avrebbe pagato più i beveraggi. «Non di bago biù da bere». Come se per Giona questo fosse di importanza vitale! Nemmeno per una volta Frangipane poteva rinunciare a essere presente nel circo della vita notturna. Era un piccolo intrallazziere ai margini della società. Spacciatore spacciato, sparatrappa strapazzato. Indossava un costume da pennuto e bastava che dispiegasse le ali perché gli altri potessero ammirare la collezione di orologi di similoro che vendeva sottobanco. Non era contento finché non gli era riuscito di rifilare una di quelle patacche a qualcuno degli animali (civette e iene, pipistrelli e nottole, chirotteri e barbastrelli) che
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frequentavano i pubs, le disco e i nightclubs di MonacoNordovest. Fregare era la sua maniera di brillare, di sentirsi una star. Gli italiani che frequentava erano uccelli rapaci come lui e perciò non poteva fidarsi di loro. Per infondersi coraggio, gli occorreva un complice capace di tenere la bocca chiusa, un’ombra che lo spalleggiasse, un uomo-cane; uno al quale non sarebbe mai saltato in mente di fargli marameo e infinocchiarlo. Giona gli diceva ripetutamente di no, «no, non esco», ma almeno una volta su tre gli toccava soccombere. Ed ecco che una sera si ritrova in un nightclub insieme al collega e ai suoi loschi compari, ed ecco che un tipo anzianotto, indubbiamente ariano e indubbiamente ubriaco fradicio, chiama a sé alcuni di loro e li invita a bere. «Kommt her... Frangipane, Marcello, Sandrino...Wir trinken, Bruderschaft. Und ewige Treue!» Questi avvoltoi della notte non si lasciano pregare: sollevano le coppe e prendono in giro l’uomo. Lo sfottono per tanto altruismo. E gli vendono «a prezzo di favore» uno dei loro orologi, uno dei loro accendini, un videoregistratore, un'automobile. Ridendo. Barbarie sotto i lumi sfavillanti. Giona evitava, là quando poteva, i ritrovi notturni. Frangipane gli apportava una totale incomprensione, intanto però al nostro piaceva di riconfermarsi su un foglio di carta dentro la campana di luce di una candela. Artista... Nonostante il cinismo generale che è indirizzato all'arte, Jo era persuaso che una ricompensa, per l'impegno creativo, in qualche modo arriva sempre. Il suo cane, che nel frattempo aveva acquisito dei modi raffinati, salottieri, non vedeva necessariamente di cattivo occhio tale riavvampare della vena poetica. Chissà a quali traguardi può condurre l'attività papiracea! E poi, et puis, Scarabocchio gradiva molto l'odore della cera che si scioglie.

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Ma non c’è pace sotto gli ulivi della notte. La porta dello stanzino si spalanca di botto e: «Chi stai a fa’?» Sono i vari Frangipane, più che i monarchi e i burocrati, a opporsi al Genio, a ostacolare la creazione. Nello stesso modo in cui vi sono diverse ramificazioni del typus genii, esistono anche diverse specie di frangipane. Possiamo notarlo benissimo, nel dipinto che rappresenta il mondo: le numerose deviazioni parentelari e così via, tutt'attorno alla macroscopica figura del dittatore che troneggia su un cavallo a dondolo. Il tutto racchiuso in una cornice di cromosomi usciti di senno. Non è lui, Frangipane, quella figurina centrale, appena appena in secondo piano, che guarda di sbilenco con un sorriso da tagliagola? I distruttori e i creatori: necessari gli uni, più che indispensabili gli altri. Nella zona franca, dove echeggia una risata di pennellate selvagge, l'uomo onesto convive con i ratti tuttofare, con gli scaltri mercanti della cultura e con gli scomodi, impopolarissimi letterati del terrorismo. In questa landa stracarica di ciarpame, pascolano ibridi quali il portavaligia-cantautore e... già: il farmacista-rimatore. Ma il fatto più significativo è che nessuno dei personaggi “di mezzo“, nessun ladro o assassino, e nemmeno il più odioso degli idioti, può essere bollato come “non-persona“. Dobbiamo essere tolleranti con tutti. E spesso ci ritroviamo così a spezzare il pane della vita insieme al nostro boia. I vari Giona - ma potremmo chiamarli con nomi differenti si distinguono per il loro che di patetico, di obsoleto, frammisto a un'impronta di nobiltà. Credono nei sentimenti poetici; ergo, sono poeti. Usano un paracqua aperto e capovolto quale Vascello del Desìr, portano abiti mezzo intarmati e intorno al loro collo si stringe un nodo scorsoio. Eppure, sotto la fronte rorida mantengono uno sguardo superbo, impavido e intelligente. Trapiantati lontano dal luogo d'origine, poi, diventano ricchi di “unicità“. E si impuntano: «Gli esotici... siete voi!» Si ostinano a voler infrangere un orizzonte
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(acchiappamosche!) e a rimanere da soli, senza mai chiedere l'appoggio dei connazionali; a edificarsi un mondo per sé, un mondo da tenere nascosto a colleghi e conoscenti. Intanto, vaneggiano di un'amicizia disinteressata e incorruttibile. Un’alienazione più o meno forzata, la loro, che nulla ha a che spartire con una natura da orsi e molto con la priorità del fantastico. Il lunedì era giorno di chiusura per il ristorante-pizzeria Al Carpaccio; e giorno di edificanti escursioni per lo scrivano pellegrino e per il suo viziato ma sempre fedele cane. Giravano e giravano. E incontravano facce. E scoprivano strati geologici. Zeffiro sospirava, rendendo più agevole la loro marcia. A tratti si soffermavano davanti a un’edicola per sbirciare i titoli in prima pagina. Il Duemila era ancora lungi dall’arrivare ma già se ne parlava ampiamente. E, sempre in grassetto, la situazione in Borsa: Dax, Xetra, Dow Jones... La natura offre tuttora degli spettacoli grandiosi, ed è triste considerare che con quest'aria, con questi soli e queste lune, è di grande importanza prevedere i balzi del tasso d'interesse del dollaro. Sbucando sul piazzale Schiller, notarono il buffo svolazzare dei piccioni. I piccioni compivano capriole, rubavano il cappello ai passanti e finivano con le zampe in aria. Giona tirò a indovinare: probabilmente i volatili avevano sorvolato una birreria e si erano ubriacati a causa dei vapori. Erano stati piccioni; ora erano comparse di un'opera buffa. Monaco di Baviera è vasta, e l’uomo e il suo fido segugio erano soliti attraversarla con il trenino della metropolitana. Quasi sempre scendevano alla Stazione Centrale: non perché la zona piacesse loro, ma perché da lì Giona sapeva orientarsi meglio. Le strade intorno alla Stazione Centrale offrono quasi il peggio della città. Qua c‘è il girone “del Sudore“,
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dell'umiliazione, dell'apartheid. Qua gli uomini sono tutt'altro che dei sanfrancesco o dei gandhi: tenebrosi se solitari, arroganti e vociosi se in gruppo, vagano da un chioschetto all'altro, da un sex-shop all'altro, smerciando valuta, sborniandosi, fornicando e, tutto sommato, sprecando salute, anni e speranze residue. Sono questi cacatua truffaldini a fomentare l'avversione di gran parte della popolazione nei confronti degli stranieri. Non camminano nelle strade: le fanno proprie. Non tengono le mani nelle proprie tasche: le infilano in quelle altrui. Schifanoja, ahinoi, è dappertutto. A stupire Giona era soprattutto la fitta presenza di italiani. Se tendeva bene l’udito, gli sembrava che Napoli e Calabria, Toscana e Bassa Padana si fossero dati appuntamento in quella zona. Ma, già: l'Italia è una nazione globale di ben centoventi milioni di persone dentro e fuori i confini territoriali... Contro i confusi, smarriti ticchi-ticchi e ottentotti, i nanerelli micronesiani e i masuri protozoici non ci sarebbe invece nulla da obiettare; tutt'altro. Tali odissei, subito riconoscibili perché dalla faccia “buona“, sono una vera benedizione, rappresentando, per così dire, l'unico antidoto alle presunzioni della civiltà moderna. Di Monaco, Giona prediligeva un strato differente: lo strato “misto“, ancora cosmopolita ma meno volgare, che ha come fulcro Marienplatz (la piazza con il duomo). Un mirabile universo tascabile in cui non si percepisce l'odore di ammoniaca o di torba: al peggio, là c'è un’atmosfera di soddisfazione annoiata. Sì, Giona vi si trovava bene. Ossia: aveva più occasioni e più piacere di far del chiacchiericcio - e non solo sulle condizioni meteorologiche - con tizi di ogni sorta. Ovviamente, in questa zona centralissima si trovano anche le vetrine più opulenti e più abilmente addobbate di Monaco. Robe di lusso. Un serpente di sogni materiali che si snoda fino
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alla Sonnenstrasse. Qui, chi deve facchinare per guadagnarsi il sostentamento può solo lustrarsi gli occhi. Erano in tanti a lustrarsi gli occhi, mentre lui non aveva quasi occhi per le mercanzie esposte. Avrebbe voluto fermare qualcuna di quelle figure con il soprabito di seconda mano e chiederle perché mai stesse a sognare dietro a tante frivolezze. Cosa può farsene un lavoratore, un uomo semplice, un uomo, di cuscini ricamati con fili d'argento, budda indorati, abiti da sposa e cravatte firmate Armani o Lagerfeld? Che può farsene di camosci imbalsamati, pillole per la linea, laptops, topless e così via? Vedeva i poveracci andare in sollucchero. Li vedeva ciondolare attoniti e divertiti sotto una telecamera e spiare i propri tratti irregolari nel riquadro di uno schermo (giacché il video è una finestra sul mondo, all’improvviso loro erano nel mondo). Si osservano dentro il televisore, si rispecchiano in una vetrina ricca di fumo, si accodano a un nucleo di persone ben vestite e non capiscono di essere le vittime di uno psicoterrorismo in grande stile. Ignorano o dimenticano che il tempo non è mai fuggito tanto veloce come oggi. Non si rendono conto che gli occhi/orecchie/bocche/dita degli sketch pubblicitari non sono che tremendi impasti di discriminanti pazzie. Scordano che niente è reale, salvo il mutamento. Che fa l'uomo semplice con il soprabito liso nella sua giornata libera? Continua a camminare e guardare, guardare e camminare. E, con o senza il cane, finisce in un localaccio di cucina tradizionale, dove i clienti paiono malinconici relitti che galleggiano nel vuoto. Su un tovagliolo di carta scribacchiò qualche riga - soltanto parole-chiavi - e, al cameriere di Galizia che venne a prendere l'ordinazione, parlò cercando di non lasciar trapelare di essere straniero. Come se non fosse palese! Ma cos'era quella voglia di andare in incognito, di celare il colore del passaporto, e cosa volevano dire quelle sue enigmatiche occhiate che facevano da muro agli impropreri generali? Invece di unirsi al coro!... Con il
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tovagliolo inchiostrato poteva solamente ripulirsi il muso o peggio. Sei un poeta? Ci fai ridere! Perché dunque desiderava continuare a sopravvivere, se la letteratura, in senso lato... la “letterarietà“... era già condannata? Il suono di un sassofono, una città nuova da scoprire, l'amico da ritrovare, la prospettiva di cantare insieme a una ragazza: per queste e altre ragioni è necessario sopravvivere. Ma intanto siamo tutti quanti qui, a Il Cucchiaio Teuto, e cuociamo a piccola fiamma dentro un calderone di tedio. Indigeni e stranieri, tutti nel pignattone. Certo: potremmo darci da fare per cambiare, per migliorare, ma non intraprendiamo un bel nulla. E, come se non bastasse... ebbene, sì: per lui, l'aquila di Nietzsche è un pipistrello verniciato d'oro. Piccioni ubriachi e altri volatili. Come sulle Ibridi: nelle lunghissime sere estive, si moltiplica a dismisura il coro del popolo dei cieli. Con l'approssimarsi delle ferie, i tedeschi si trasformano in uno stormo di variopinti migratori. Sotto la spinta della reclame e grazie a opportuni ribassi di prezzi, “scoppia“ la riscoperta delle fughe vacanziere come risposta alle paure ordinarie. Ed eccoli infilarsi nella seconda pelle, quella di latta; e giù per le autostrade solari, in direzione Adriatico. Oppure si stipano in un airbus per raggiungere Bogotà, Rawalpindi e altre irreali località in offerta speciale. In vero, non occorre nemmeno andare lontanissimo: un fine settimana basta e avanza per “ricrearsi“. Un'agenzia turistica propone l'intimità di un focolare in un villino sulle Alpi Tirolesi, o un’escursione a Klagenfurt e Goritschach, nella Carinzia: paesaggi e riferimenti decisamente operettistici. Anche Giona si trovò a fare un paio di puntatine in quei luoghi che, per lui, rappresentavano l’estero dell’estero. Klagenfurt...
“S'intestardisce aprile con il suo gelo urbano,
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in ritardo (nervi e bile!) sul percorso italiano. Ho le tasche raffreddate e il naso 'mbambolato, mentre si appressa a falcate il banditore stonato. E gli occhi pur fioriti, pare, del gigantesco melo, amoreggiano coi canditi: mentre io reclamo cielo! Ho pretese d'alta classe e non dovrei (:’mericano!): non è qui che pago le tasse, e il mio collare piano sbrano. Alza lo sguardo un madonnaro; sorridendo mi rischiara: «Paisa'! Pi’ San Gennaro!» Gli propino una mancia amara.“

L'Austria è seducente. Doveva ritornarci, anche se alcuni edifici gli rammentavano lo Spielberg de Le mie prigioni. Ad attirarlo maggiormente erano le montagne; e il fatto che doveva superare un confine per visitare anche solo Salisburgo. Vienna ha le strade tutte intabarrate, e non solo in inverno. Da Vienna in poi è già Oriente. Il duomo di Santo Stefano si erge come un magnifico monumento allogeno, per lo slancio e
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l’mponenza “germanici“ paragonabile al duomo di Colonia. Per il resto, però, nella capitale austriaca ci si imbatte poco frequentemente in finestre a sesto acuto. Alcune antenne sui tetti sono puntate verso Budapest e il Mar Nero, altre si sono aggrovigliate nel dubbio della ricerca. Pochi occhi di case sono aperti, mentre i piccioni non fanno differenza tra una guglia gotica e un campanile dalla cima “a cipolla“, tra un richiamo in austriaco e uno in afgano, senegalese o altro: sono furbi, i piccioni, e sanno di potersi ingrassare sia sulle piazze del Kaiser sia sui davanzali del quartiere arabo. Ma allogare in città “mondiali“ come Vienna, Roma, Parigi, Londra e New York non è niente di straordinario se non lo si può andare a raccontare a chi vive in posti di minore risonanza. In un'osteria di Gmund (a cui Gault & Milliau non darebbero alcuna stella e che, anzi, stigmatizzerebbero con l'annotazione: "Bluah!"), mangiucchiò qualcosa di indefinibile (secondo la Speisekarte si trattava di “rognoni alla Borgognona“) seduto in un'accolita di teste di selvaggina con o senza corna. Erano i trofei dell’Associazione Franchi Tiratori, in mezzo a cui si trovava, lugubramente, un Cristo in croce. Girava e girava. Giravano. «Una volta mi scolavo le mie quattro-cinque birre al giorno. Ma oggi, coi prezzi che tirano...» si lagnò con lui un anziano avventore in un ritrovo rusticale nei paraggi di Odersberg. A poco a poco, dentro e fuori il Carpaccio, anche Scarabocchio stava prendendo confidenza con le diverse particolarità di molti tipi di bevande, e soprattutto con i loro colori (non tutti i cani sono afflitti da daltonismo): il verde del benedectine, il bruno del whiskey, il giallo dell'arquebuse, il rosso dell'alchermes ; il sapore acidulo del succo di orzo, il ribollire schiumoso di quello d'uva...

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Grazie alla sua libertà a singhiozzo, armato dell'obiettivo fotografico mentale, il padroncino assemblava immagini geostoriche, risonanti - klang! - di battaglie e passioni, sull'Inn, sul Danubio, sull'Alz; ed ecco così fissate per sempre nella memoria, e più raramente sulla carta, le torrette di guardia che nascondevano le bombarde di Federico di Prussia. Ecco fissati uniformi del Terzo Cavalleria, giubotti dal colletto rigido e camicie con i bottoncini d'oro, ricordini di sangue, dispacci amorosi (dietro il muro di una fattoria, un pomeriggio, lui e una campagnola, con tenerezza: Mmmh! mentre le fronde: frrr, frrr e mentre Scarabocchio: Rrrr )... Fotografati furono volti di nostalgici hitleriani, insegne e blasoni, corazze... cannoni. Cannoni con palle di ferro, signori! E giù i bastioni! e le navi! Guardando i dipinti nei musei, ci viene da riflettere che secoli fa la luce doveva cadere con un'angolazione diversa. Infatti: la luce cade ogni giorno con un’angolazione nuova. In alcune pitture museali, ma anche nei film storici riproposti dalla tivù, possiamo vedere la gonna ampia delle nostre nonne; anzi: le quattro gonne ampie che le nostre nonne portavano l'una sull'altra. E non possiamo che provare pietà e ammirazione per i nostri avi maschili. Respiriamo la storia. O meglio: l’historia. E a cosa ci ha condotto, tanta historia? Dai giornali apprendiamo che cinquecentomila uomini sono distribuiti lungo il fronte balcanico. E non sono trascorsi moltissimi anni dacché fummo testimoni del destino di espatriati tedeschi-tedeschi nel ricovero d'emergenza di Giessen (tedeschi orientali “obiettori“ convogliati come bestiame in sale d'attesa occidentali). Ieri, oggi. Studiamo la metamorfosi delle città, sottraendo illecitamente dagli archivi le mappe di ere intercorse. E le occhiate dei custodi dei beni d'arte colgono la nostra invidia nei loro confronti. A ognuno di loro vorremmo dire: «Queste mura non tengono te dentro: tengono me fuori.» Con candida sincerità.
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Rovine e relitti si sono ricoperti di edere, di alghe. Ma ogni tanto, ancora, viene ritrovata una bomba inesplosa, che bisogna immediatamente disinnescare. Una bomba? Da mettersi a ridere. Qui non ci sarà più la guerra. Mai più. Cos'è questo sibilo?... Nulla è più triste di un borgo millenario sorvolato da aerei da combattimento. In nessuna Piazza del Mercato ci si imbatte più nello Stadtsoldat, che un tempo, divisa blu e berretto tripunte nero, richiamava l’attenzione della cittadinanza facendo rollare per tre volte il suo tamburo e urlava un triplice: «Udite!» Ma ci si imbatte nei nonni. I tanti nonni al mercato, insieme alle massaie. E a due o tre impacciati scapoloni. Tra gli appartenenti a quest'ultima categoria sono Giona e Scarabocchio, e il primo, ridendo tra sé e sé, pensa: Meraviglioso! Cappello cappotto bastone col pomo d'avorio e tenere la testa di scancìo perché la parrucca incipriata non scivoli di lato. Fanciulla, ti avrò! Abbiamo messo agli atti le date “che contano“ per subito dimenticarle, ma sotto al muschio del tempo e alle eclatanti aggiunte in vetrocemento cresce il fungo eterno dell’angoscia. Questo bagno nel cuore d'Europa ci fa capire che qui, qui forse più che altrove, l'epoca definita "oscura" non è ancora tramontata. Le stregonerie non hanno mai fine. Inkubus e Sukkubus, ovunque volgiamo lo sguardo. Sull'ingresso delle case del passato, sulle facciate dei vetusti monumenti, leggiamo:
‘R.I.P. - requiescat in pace’.

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Occulti fenomeni ai piedi dei grattacieli. Il nostro nemico del cuore può escogitare un mucchio di trabochetti per farci fuori. Un mattone sulla testa. Una spintarella mentre arriva il trenino della metropolitana. Un cuscino sulla faccia mentre dormiamo. Oppure (questo piacerebbe a Mamama) un crogiolo d'intruglio venefico, dolce bevanda che ci indebolisce e ci fa dimagrire a vista d'occhio. Strati geologici. Allo stile bieder, probo, è seguito quello piatto e spoglio delle abitazioni sociali. E a questo segue lo stile degli angoli sconnessi, delle ante scardinate e delle finestre di traverso. Tornavano alla base famelici, per scoprire che la dispensa del ristorante-pizzeria Al Carpaccio era chiusa con tanto di catenaccio. Ed era già martedì e bisognava rimettersi a sgobbare con la mente che farneticava bistecche di benvenuto. Mentre Scarabocchio andava a fare il damigello di sala per splendide signore che gli lanciavano gustosi bocconcini, Giona doveva sorbirsi la parlantina irritante di Frangipane: «Dovreste tornartene in Italia». (Fedelmente tradotto.) «Ma capace che per primi se ne andranno Geppo e Giovanni. Aspetta ancora un poco. Anzi, tu non devi aspettare proprio nulla. Accidenti, ma che ti trattiene qui?» Sempre la stessa musica. Per ore. «Quest'esercizio appartiene di diritto a me. Allarga un po' il sacco della spazzatura.» Per ore e ore. «Come mai non te la svigni?» ridomandava ruvido, prima o dopo una bestemmia. «In effetti, ho ancora qualcosa da sbrigare», rispondeva Giona, disinvolto. (“Taci, bocca d'inferno!“) «Col cavolo che hai qualcosa da sbrigare!» E, con collera soffocata: «Dopo d’fonna». Il martedì, Frangipane era doppiamente nervoso, perché nel giorno libero Jo se n’era andato a zonzo con quel bastardo del
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suo cagnaccio lasciando lui da solo a menarsela con i fantasmi del dubbio e del rimorso. L'aiutocuoco lo vessava persino durante la pausa pomeridiana. Con parole, ma anche con canzoni. (Le stanzette che occupavano erano adiacenti.) Canzoni assordanti, di cui non si riconosceva il ritornello, per tacere di un “capo“ o di una “coda“. «Ma come, non sai chi è questo?» lo investiva, strillando al di sopra dell'alta fedeltà. «E’ Lou Bee Hicks!» «Chi?» «Il famoso cantante! Ecco qui il suo poster. L'avrai già visto qualche volta, no?» Giona allargava le braccia. A quanto sembrava, le facce note a tutti non erano il suo forte. La sua avventura tedesca era solo un giro di facce comunissime. Meglio della solitudine assoluta, si direbbe. E infatti. Le facce lo salutavano e gli parlavano. E l'unica che taceva era la sua, a sera tardi, nella cornice dello specchio. Il carosello di facce girava e lui ed esso giravano e giravano e sembrava non volessero finirla più; e invece Giona si sarebbe fermato anche subito, se solo fosse riuscito a scorgere la meta. La meta. Parlava di meta e la piccola Christine piagnucolava perché lui ed esso non ne trovavano mai una, una qualsiasi. La piccola, povera Christine. Giona cercava di rassicurare questa sua nuova amica, di infonderle ottimismo. Un momento la ragazza diceva di sì, dato che gli voleva un bene dell'anima, ma poi si rimetteva a piovere. Pioveva che era una bellezza. Christine scuoteva la sua testolina deliziosa, si sforzava di credergli; trasferirsi nella miserrima abitazione del lavapiatti e cominciare l'università sarebbe stato un tutt'uno... se solo i suoi genitori non vivessero secondo il principio: “Ogni straniero è una disdetta“. Loro non
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l’avrebbero capita mai. Come si fa ad innamorarsi di un vagabondo? Uno di fuori, poi! Un... un Kanaker! Era un alieno, un “Kanaker“. Si era autospecializzato in, da solo aveva imparato a, aveva acquisito la conoscenza di questo e quello. Ma non era sicuro di un bel niente. Il papà di lei lo avrebbe preso a calci in culo - di questo Giona era più che sicuro. Tutti i padri di tutte le lei. E: «Canucco!» gli avrebbero urlato dietro (come se fosse originario della Nuova Caledonia e come se provenire da laggiù rappresentasse una vergogna) oppure: «Ti taglio le palle e te le faccio mangiare!», a guisa dell'aiutocuoco del Carpaccio. Era un nomade secondo l'accezione familiare del termine. E Christine lo amava soprattutto per questo. «Tu e il cane», gli disse: «proprio come Michael Holzach». Michael Holzach? E chi è? «Chi era, semmai. Un giornalista itinerante. In compagnia del suo pastore tedesco... un cane di razza, non un bastardo come il tuo...» - Scarabocchio si volse di scatto e la squadrò con aria interrogativa - «...ha percorso la Germania per lungo e per largo, a piedi, raccogliendo le prove della povertà effettiva di questa terra.» E’ morto? «Sì. Ma non chiedermi come. Alcuni dicono che sia annegato nel tentativo di salvare il suo cane. Altri giurano che se n'è volato sopra la nuvola numero sette.»
“O si sarà buttato da un ponte, per dispetto.“

Giona alzò le spalle e canticchiò, sotto i chiari occhioni ammirati: re-mi-fa-sol-sol-faaa... E lei appiccicò il seno contro il suo ombelico, piena di struggimento.
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La relazione durò tre settimane scarse. Poiché papà non voleva e mamma nemmeno, la bambina Christine fu mandata a studiare in una città lontana, con la scusa del "numero chiuso" in quasi tutte le facoltà tedesche. Frangipane naturalmente rideva della sciagura amorosa dello sguattero. «Meglio così», soleva dirgli. «Le tedesche sono buone solo per fodderle e via.» E Giona a stringere i denti. Si sarebbero rincontrati, lei, lui ed esso, poco prima della sua più o meno forzata ripartita dalla Germania. Christine era seduta su un gradino. Vedendoli, si alzò e si precipitò incontro a loro. Minuscola com'era, guardò Giona dal basso in alto. Lo baciò; lui baciò lei. Ma Christine si era già perduta a lui; lui a Christine; e Scarabocchio al mondo intero. I tristi congedi non fanno più male di un triste rincontrarsi. Ma, se occorre, bisogna rincontrarsi e congedarsi ancora e ancora. Giona le promise che l’avrebbe avvertita, nel caso si fosse sentito solo. «Rimarrò al solito indirizzo», le assicurò. Ancora ignorava che, presto, prestissimo, nel turbinare di foglie precocemente ingiallite... Nel turbinare di foglie precocemente ingiallite, un folletto giocherellone decise di dare al paesaggio una spruzzatina di vermiglio. In seguito, a ripensare all'accaduto, Giona sarebbe stato puntualmente colto da una voglia irrefrenabile di rimettersi in moto, come se lo stesso andare potesse eclissare l'incubo. Accadde un lunedì sera. Lui e il cane erano appena tornati dalla gitarella - o fuga - settimanale, quando ricevettero la visita di Frangipane. L'aiutocuoco aveva indossato il suo vestito più
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bello e aveva i capelli umidi e pettinati all'indietro. Doveva essere uscito da poco dalla doccia. Entrato nella stanzetta-sgabuzzino di Giona, si guardò attorno e, con voce ragionevolmente calma, commentò: «Grandioso, come vivi. E’ il rifugio di un pezzente, guesdo». «Non dispongo di ricchezze, come saprai», ribatté Giona. «Hai bisogno di ordine domestico», infierì Frangipane. «Non solo di mobiliario. Ogni cosa deve essere messa al posto giusto, sì. E non solo tu... tutti, tutti quanti hanno bisogno dell'ordine di cui finora hanno fatto a meno. L'ordine non costa poi molto, non è un lusso.» Fissò Giona con occhi singolarmente fosforescenti. «Vieni nella mia stanza. Vieni... venide.» E, detto questo, tornò nel corridoio, lasciando la porta aperta. Giona era riluttante a ricambiare la visita con l'unico scopo di rispettare un'ambigua convenienza sociale; ma ebbe il sospetto che qualcosa non quadrava, e così, cercando di ignorare la spossatezza che gli appesantiva le membra, seguì l'ometto nel corridoio. Scarabocchio, che lo aveva anticipato, cominciò ad agitarsi con irrequietezza: gli sembrava di aver annusato salsicce. Arrestatosi sulla soglia della propria camera, Frangipane rivolse al collega un sorrisino spettrale. Annunciò: «Geppo e Giovanni zono bure qua». «Sì?» «Zì. Zono venudi ber dirmi ghe zono ligenziado. Zono drobbo buono, ber guesdi dopi d’fonna...» Aprì la porta. Geppo e Giovanni si trovavano lì, in effetti; ma irriconoscibili. Squassati, le ossa spappolate. Fatti a pezzi da un coltellaccio che giorni prima era sparito dalla cucina del Carpaccio. Uno spettacolo orribile. «Mi aiudi a far bulizia?»
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«Altissimo! E’ terrificante!» mormorò Giona, mentre nel suo cervello esplodeva l’ululato di una fiera impazzita. L’arma del delitto fu infilata in un sacchetto di plastica. Le ombre calarono sul palcoscenico. Frangipane finì in una cella dalle pareti imbottite e un troppo solerte ispettore fece di tutto per cacciare nei guai anche Giona. «Diversi punti non ci sono chiari», asserì. «La mia teoria è che l'assassino non abbia agito da solo.» «Ma io al momento dell'omicidio non c'ero! Chiedete a Scarabocchio: lui era con me, può testimoniare...» Gli agenti guardarono il cane e poi il padroncino, senza alcuna traccia di allegria. L'ispettore sbraitò: «Gattabuia! Per lui e per il pulcioso qui. Silenzio! Schweigen! Gattabuia, gattabuia! E dopo vedremo. Controllerò.» Scarabocchio sfrecciò via, prendendo in contropiede i poliziotti. L'ispettore puntò rabbiosamente un dito su Giona. «Stia ben certo, lei», disse con superbia: «senza un certificato di lavoro, e in più come possessore di un animale domestico per cui non ha mai pagato le tasse, non può sperare di cavarsela a buon mercato. Non qui, nella Repubblica Federale Tedesca: se lo ricordi!» In realtà, lo zelante funzionario di polizia ce l'aveva con Giona perché italiano e quindi - secondo lui - in odore di gangsterismo. Lo tenne nel suo ufficio per ore. «Levatemelo dai piedi», ordinò infine a un agente. «Controllerò», ripeté, rivolgendosi agli scaffali stracarichi di atti. «E vedremo poi chi si permette di fare il furbo.»

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RIDISCESA

Le campanule suonano ai bordi della selva. L'ombra del quadrupede si proietta inquieta ora qui e ora là: Scarabocchio tenta di beccare la talpa. Il falò sta quasi per spegnersi quando, d'un tratto, il firmamento si punteggia di tanti piccoli fuochi: vaganti capocchie di spillo incandescenti, scintille. Si impressiona e abbaia, ma timidamente. «Càlmati. E’ solo una pioggia di meteore.» Guaisce, torna ad accovacciarsi. Al mattino li aspetta un angusto sentiero. La foresta è percorsa da un sussurro ininterrotto: l'ultimo saluto delle foglie che cascano. E’ trascorso un anno dalla loro partenza da Schifanoja. Giungono a un agglomerato di case, due punti interrogativi semoventi, coperti e non coperti da lurida peluria. La gente si scosta al loro passaggio. In preda ad allucinazioni, Scarabocchio mordicchia un pneumatico: da far torcere le budella. Giona accetta alcune offerte di lavoro occasionale, ne declina svariate altre. Obligado por nada. Nix für Ungut. E di nuovo sulla strada. Cane e padrone emaciati, raffreddati, sfiniti, senza fissa dimora. Si appisolano nel grembo di banchi di nebbia. Cercavi la vita? Eccotela! L'hai trovata.

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Sopra un pascolo cespugliato, Scarabocchio va a sbattere il naso contro un pastore tedesco dall'aria saggia. Dietro al bell’esemplare dal pelo lucido avanza un uomo di quarant'anni o giù di lì, con un bastone in mano e una macchina fotografica appesa al collo. Il pastore tedesco ha uno sguardo cupo e severo, mentre gli occhi benevoli del quarantenne sono protetti da occhiali scuri dai vetri esagonali. I randagi si vengono incontro. «Giona R.» «Michael Holzach.» Chi? Holzach? Il giornalista-investigatore? Non è morto? Evidentemente no. Forse non muore mai nessuno: si entra semplicemente in un'altra dimensione. Michael e Giona siedono sui loro zainetti e parlicchiano di ciò che hanno conosciuto e visto: nella Stiria, a Brunswick, a Bamberga, a Magonza, nella Vurtemberga, sulla Piana di Luneburgo... Poi a Holzach viene fatto di alzarsi. Emette un fischio e fa schioccare le dita. Il suo disciplinato cane accorre prontamente. Un minuto dopo, Giona osserva allontanarsi la triste figura, que era un gran hombre d'onor. «Rifletti su questo», gli ha detto lo scrittore tedesco: «gli zingari non posseggono un vocabolo corrispondente al nostro “nausea“». Mi rallegro per gli zingari, pensa Giona, ma di sicuro anche loro dovranno presto inventarsene uno. Passano tra alte bordure fiorite di ranuncoli e felci. Sbucando da una selva costiera, stringono le palpebre e spalancano la bocca al cospetto del sole. Sulla Terra accadono fenomeni stupefacenti. I sistemi vacillano, ogni cosa va in malora, eppure il sole continua a splendere imperterrito. La vita non sarebbe possibile senza la sua fiamma. A meno che questa fiamma non
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bruci ogni cosa, come sembra voglia fare. C’è l’inferno, nel nostro domani. Oramai siamo sulla strada migliore per distruggerci. Noi supponiamo di distruggere il nostro pianeta, ma in realtà non gli facciamo alcun male. Alla natura poco importa che noi non la rispettiamo: tornerà tra due, tre, quattrocentomilioni di anni, strisciando dalle paludi. Distruggiamo noi stessi. «Dove va? Lontano?» «Oh, non lontano. Solo un po' più giù.» Lui ed esso montano sul supercargo che si è arrestato con una brusca frenata. «Anch'io da giovane scappai da casa», racconta il cordiale camionista. «Ero solo, però.» Dai finestrini, i due autostoppisti guardano il mare e guardano le donne nate dal mare. Scoprono i denti: il loro è uno scapolaggio non privo di traumi. Rieccoli a marciare. Di tanto in tanto si grattano via le pulci. I nomi dei villaggi che attraversano ora sono inconfondibilmente italici: suonano come melodie dolcissime. Agli agrofogli sempreverdi si sostituiscono alberi tortuosi e secchi. Su pietre basse calcinate dal sole possono leggere quanti chilometri mancano alla fine del cammino. Il loro viaggio è a volte un arrancare con la lingua di fuori, a volte una corsa a ventre basso. Spesso abbandonano la strada maestra, si smarriscono. «Scarabocchio, à-tu retrouvé la trace?» Scarabocchio sorride a mò di scusa. Il padroncino emette un grugnito, poi guarda più avanti nel nastro d'asfalto. Finalmente giungono a un posto che conoscono bene. Una città che sembra immersa nel sonno. Niente si muove sotto l'infuocato disco solare.
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«Rieccoci qui, dunque.» Mentre Giona parla, Scarabocchio soffoca, fa le contorsioni. Va a lavarsi il pelo ingrigito in quel che resta del fiume Segreto. Il volto di un'indiana si staglia nel rettangolo sbadigliante di una finestra. La città è un carcinoma piantato tra la distesa marina e una promontorio sbriciolantesi. Dai pali telegrafici spuntano rami come braccia di morti. L'asfalto è rosso, i casamenti gialli, bianchi, cinabri. Lo stile architettonico predominante non è né antico né progressista. E’ un luogo senza quasi più tradizioni e dove il modernismo sfegatato non ha ancora attecchito. Clacson e voci di vecchi, tubi di scappamento, radio che sputano musica leggera. Ecco laggiù le statue delle Quattro Stagioni: l'illustre capolavoro di un settecentesco maestro dello scalpello che aveva le mani smangiucchiate dalla lebbra. Ora sono le Quattro Stagioni ad avere abbiette occhiaie, a causa dello smog. Schifa. «Cuccia!» graffiando una porta. «Cuccia!» introfulandosi in una taverna. «Tignoso!» e un morso alla caviglia. Ritto sopra a un imbarcadero, latra all'azzurro ultramarino: roco, perché con la bronchite. Ritorna da un viaggio, stanco, assordato, colmo di impressioni, nel monotono universo terremotato della sua periferia. E’ un delinquente con l‘epidermide annerita e il fondo dei calzoni impolverato e può gioire dell'acquisita consapevolezza che la sua è un'esistenza equilibrata e felice. Forse troppo equilibrata, troppo felice. E’ necessario dare un giro di vite a questa giostra lenta e prevedibile, portarla a roteare in sintonia con il resto del mondo - si dice. Vuole che lo spostamento d'aria lo levighi
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come il vento una pietra, e vuole che, nella gravità del nuovo caos, una rabbia lieve, sottile, gli aderisca al corpo, gli penetri in ogni poro fino a raggiungergli l'anima, conferendo una più intensa luce alle sue pupille. Schifa. Schifanoja. Benvenuti a noi stessi! Mi hanno detto che lo hanno visto, pelato fino all'osso, frugare con il muso nelle pattumiere.

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