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MAGGIO/AGOSTO 2013

Nel braccio della morte della California
L’ansia da attaccamento TV nell’infanzia e sviluppo di comportamenti antisociali

MEDICONADIR
QUADRIMESTRALE ASSOCIAZIONE CULTURALE NADIRINFORMA
ZEROSISMICO.NET

La perdita del limite

SOMMARIO
pag. 4 – Nel braccio della morte della California – Fernando Eros Caro pag. 6 – Gli antenati – Fernando E.Caro pag. 6 – Il mondo dei fiori – Fernando E.Caro pag. 7 – Pena di morte: “il più grande spettacolo del mondo” - Marco Cinque pag.10 – Senza un soldo a Parigi e a Londra – recensione Sara Luccarini pag.12 – citazioni proposte da Sara Luccarini pag.13 – Il mercato e la fede – Tino Di Cicco pag.14 – L’ansia da attaccamento riduce le difese immunitarie – Luisa Barbieri pag.16 – Non importa … io sono – Francesca Martelli pag.16 – Il nord dalla faccia pulita – Marco Cinque pag.17 – La perdita del limite – Tino Di Cicco
Direttore Responsabile (Elenco speciale dei Giornalisti Prot. n. 2179): Luisa Barbieri Iscrizione della Rivista Mediconadir c/o il Tribunale di Bologna n° 7377 12/11/2003 Coordinatore Gruppo Redazione: Giovanna Arrico Gruppo Redazione: Giovanna Arrico, Luisa Barbieri, Marco Cinque, Tino Di Cicco, Sara Luccarini, Daniele Mongiorgi, Andrea Quercioli L’associazione raggruppa persone di varia estrazione ed orientamento unite da scopi ed interessi comuni, ma di eterogenea formazione, di varie convinzioni politico-religiose, di ideali talvolta differenti. Pertanto le affermazioni contenute negli articoli, anche per quanto esattezza e/o originalità, rispecchiano esclusivamente le opinioni personali dei singoli autori e non rappresentano necessariamente le idee o l’orientamento degli altri Soci, dei Responsabili delle Attività o della Redazione Associazione MedicaN.A.Di.R. (Organizzazione di volontariato) cede il quadrimestrale Mediconadir all’Assoc. Cult. NADiRinforma

pag.18 – TV nell’infanzia e sviluppo di comportamenti antisociali – Luisa Barbieri pag.19 - Una svolta diagnostico-terapeutica che passa attraverso la valutazione delle caratteristiche di personalità – Luisa Barbieri pag.22 – Non è questo il modo – Marco Cinque pag.24 - Volontà o Passione ? Passione, realizzazione della ragione – Tino Di Cicco pag.25 – il Matrimonio gay si associa al miglioramento della salute – Luisa Barbieri pag.26 – L’apparato – Tino Di Cicco pag.27 – Casualmente – Tino Di Cicco pag.28 – Violenza sulle donne: “Amore criminale” - Marco Cinque pag.29 – Empatia ed età – Luisa Barbieri pag.30 – La trattoria degli studenti – Marco Cinque pag.32 – Rifondazione umana – Marco Cinque pag.33 – il mio Paese – Tino Di Cicco pag.34 – Un’opera d’arte – Giovanna Arrico pag.35 -Ti chiamo per nome – Marco Cinque pag.36 – Due parole sul concetto di normalità – Luisa Barbieri pag. 38 – I diritti dei lavoratori – Andrea Quercioli

La posta delle Cicamiche
Saremmo molto lieti di ricevere le vostre lettere, i vostri commenti sul lavoro che stiamo cercando di fare, le vostre domande alle quali il nostro staff operativo cercherà di dare adeguata risposta. Se volete inviare degli articoli lo potete fare e sicuramente verranno valutati dal nostro gruppo redazione per eventuale pubblicazione sulla nostra rivista e/o sul nostro sito web Tel.3470617840 mediconadir@gmail.com www.mediconadir.it

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di Fernando E. Caro

NEL BRACCIO DELLA MORTE DELLA CALIFORNIA
(dal foglio di collegamento del Comitato Paul Rougeau) San Quentin, 30 luglio 2012.

Roma, 29 ago - Amnesty International ha espresso la sua condanna per il verdetto emesso ieri dalla corte distrettuale di Haifa, secondo il quale il governo israeliano non ha alcuna responsabilità per la morte di Rachel Corrie, l’attivista statunitense uccisa il 16 marzo 2003 mentre cercava di impedire la distruzione di una casa palestinese, nel sud della Striscia di Gaza.  Rachel Corrie (Olympia, 10 aprile 1979- Rafah, 16 marzo 2003), attivista per la pace americana, è stata uccisa, per la precisione, schiacciata a morte da un bulldozer israeliano, all’età di 23 anni, il 16 marzo ‘03, nel corso di un’azione non 4

violenta destinata a proteggere dalla demolizione la casa di una famiglia palestinese. Faceva parte dell’International Solidarity Move-

ment (ISM). La sua morte ha attivato un’onda di solidarietà che in nome suo a tutt’oggi tenta di contrastare chi lede i diritti dei popoli oppressi. Durante il soggiorno in Palestina Rachel scrisse tantissime e-mail, ora pubblicate su libri trasformati poi in opere opere teatrali e letture drammatiche. Leggi le e-mail di Rachel dalla Palestina. E’ estate adesso. Questa mattina mi sono alzato piuttosto nervoso e stanco. Il mio sonno notturno è stato interrotto più volte a causa del rumore. Rumore delle porte metalliche sbattute e delle voci delle guardie che urlavano al punto che avrebbero svegliato un morto. Non stupisce che la testa mi sembrasse imbottita di cotone al punto di scoppiare. Eppure, appena tocco con i piedi nudi il cemento della cella, il pensiero della colazione e del caffè mi spronano a vestirmi e ad

affrontare un’altra giornata. Dopo aver acceso una delle luci della mia cella, riempio il bollitore d’acqua e lo innesto nella presa di corrente per scaldarla e farmi il caffè. Ci è permesso di avere solo caffè solubile istantaneo e, col passare degli anni, devo prepararmi un caffè più forte. Alcuni ricercatori hanno affermato che il caffè è una fonte di antiossidanti e combatte le cardiopatie. Per quanto mi riguarda non me ne importa un accidenti! Voglio solo la caffeina. Mentre l’acqua si scalda, piego le lenzuola e le coperte e guardo le notizie del mattino sul mio piccolo televisore. Gli stessi giornalisti sugli stessi canali tv, che si lamentano di doversi alzare alle 3 del mattino per andare al lavoro. Io sorrido, gli mostro il dito medio e gli dico di provare a svegliarsi qui dentro! Beh, in effetti oggi sono proprio un po’ irritabile. Alle 6 circa, le guardie en-

trano nel nostro reparto con i vassoi della colazione, dicendo un “buongiorno” forzato e con un’espressione di disgusto sul viso. Gli sorrido, ma nella mente li mando a quel paese. Non voglio offendere l’egocentrismo di nessuno. Tutti nel carcere hanno un ego gigantesco. Egocentrici offesi possono causare combattimenti, piccole rivolte o rappresaglie, a seconda di chi viene offeso. Come sempre, la colazione è disgustosa. Ne mangio un po’, il resto finisce nel gabinetto. Sono molto contento che i nostri gabinetti non abbiano la facoltà di vomitare! Dopo che i vassoi vengono ritirati e le guardie lasciano il reparto, quattro detenuti vengono fatti uscire dalle celle per svolgere i lavori di pulizia. Alle 7 e 30’ usciamo tutti dalle celle. Le sei ore successive vengono trascorse facendo la doccia, telefonando, giocando a carte. Sempre con la stessa retorica scanzonata e con la falsa spavalderia acquisita dai detenuti dopo anni di noia in carcere. Non sono diverso dagli altri, faccio anch’io le stesse cose, solo alla mia età le faccio un po’ meno spesso. Per favore, qualcuno mi spari! Se non ci sono visite in programma o un appuntamento dal medico, non lascio il reparto. Alle 13 e 30 veniamo di nuovo chiusi in cella fino al mattino successivo. Che gioia! Vi sembro un po’ frustrato? Sono solo onesto. In realtà, sono un tipo simpatico. Non sono un angelo, ma ho un diploma

con su scritto “SONO UN TIPO SIMPATICO”. L’ho disegnato io! Devo ricordarvi che il senso dell’umorismo è essenziale per mantenere la sanità mentale? Sono trascorse due ore da quando sono stato rinchiuso nuovamente in cella. Sono qui seduto a scrivervi. Sì, ho una tazza di caffè vicino a me. Un altro detenuto, in fondo al reparto, ha appena scoreggiato. Potete immaginare perché ho avviato il mio piccolo ventilatore elettrico! La vita nel braccio della morte, non vi pare adorabile?? Proprio adesso è stata consegnata la posta e ho ricevuto due lettere dall’Europa. Il caffè sembra più buono, ora. Il braccio della morte è una sfida. Per sopravvivere occorre fede, speranza e forza di carattere. Per essere onesto, devo dire che l’esperienza nel braccio della morte mi ha terrorizzato. Non mi ha reso meschino o cattivo, ma mi ha reso consapevole dello sforzo necessario a guardare avanti e ad aspettare ogni giorno il successivo. La morte di Corrie è stato un incidente per il quale lo stato di Israele non è responsabile, dice il giudice distrettuale di Haifa Corrie avrebbe potuto salvare se stessa spostandosi fuori dalla zona di pericolo come qualsiasi persona ragionevole avrebbe fatto, ha detto il giudice Oded Gershon. Marco Cinque

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di Marco Cinque

DUE POESIE DAL BRACCIO DELLA MORTE scritte dal mio fratello adottivo Fernando Eros Caro, nativo americano di ascendenza yaqui rinchiuso da quasi 30 anni nel penitenziario di San Quentin. Nella foto, scattata a San Quentin nel 2007, siamo io, Fernando e sua sorella Cha-Cha...

GLI ANTENATI
Generazioni scivolate nel silenzio del tempo nomi trascorsi e mai dimenticati reali come il seme dell’oggi nello spirito di un passato che sfuma Quanta saggezza lasciata prima di morire l’impronta di pollici battuti sulle nostre storie offerta sul piatto rituale di una vita per festeggiare sino al tocco del crepuscolo Essi ci spingono a ricordare le loro immagini scorrono nell’aria piena di ombre, un mondo di ombre che vive nelle cerimonie terrene Essi ancora esistono ai nostri occhi di fede in altri mondi e modi di essere per ritrovarci nel ritorno, dopo la fine e parlarci in sogni e respiri Voci di immagini scolpite sulle pietre nascono dalla nebbia del tramonto e cercano noi per donarci ciò che non troviamo qui, nella natura smarrita dei nostri giorni Un vecchio muore, un libro si chiude come, come li ricorderemo attimi perduti nei nomi, nelle memorie cercano di rinascere in noi stessi E restano sussurri di un tempo andato andato, ma che torna di nuovo per parlarci di ciò che stiamo imparando incoraggiandoci ad affrontare le nostre paure Questo canto è per voi, antenati per innalzare la gratitudine al cielo per tramandare retaggi e radici perché la musica dei nostri figli viva in eterno Creatore, dovunque siano andati gli anziani il loro passato esiste e ci aspetta come in un cielo immaginato per danzare una volta ancora su questa terra.

IL MONDO DEI FIORI
Il deserto non ha strade che allevino il mio cammino e il grande saguaro troneggia alto sui suoi decenni di saggezza M’inoltro nella prima luce mattutina in un giorno di quiete primaverile cercando suoni incantati ed angoli sacri Da dove arriva la forza che fluisce attraverso ogni cosa nasce la stessa energia soffiata nel primo fiore E i fiori si aprono coi loro petali offerti al cielo e ondeggiano al sole che passa accennandomi un saluto. Centinaia di piccoli fiori con gli occhi che vagano in cerca ascoltano i miei passi in arrivo Riscaldati dalla brezza del deserto sfidano una terra aspra, riarsa sono simboli di pure, legittime armi per difendere il bene dal male approvazione divina e ricompensa Danzano i fiori, come su un refolo di suoni e ondeggiano e vibrano e gioiscono al richiamo del sole Da dove la vostra musica, fiori che non mi stanco mai di ascoltare da dove questa felicità, questa delizia questi sussurri e sorrisi e respiri Voci e immagini all’unisono vivono nel bisbiglio di anime antiche e spalancano una finestra sul mio sentire diffondendo il profumo della vita Fiori, seminati in terra, sbocciati al cielo dove la pace regna, come dovrebbe tra noi ma questa bellezza confonde, mi spezza il cuore perché è qui, in loro, che trovo il mio El Dorado Quando me ne andrò, sarò fiori di cielo e fiori sulla terra e verità e vita eterna Guardo la Terra dei Fiori e tutto, tutto di lei, ogni cosa è me.

“Quando c’è un’esecuzione la gente si riunisce fuori da quella che chiamiamo casa della morte e cantano: “uccideteli! Uccideteli!”. Portano cibo e da bere come se fosse una festa”, scriveva dal famigerato braccio della morte texano di Huntsville il condannato Roger Mc Gowen. Per molti purtroppo la pena capitale rappresentava e ancora rappresenta un evento spettacolare, anzi “il più grande spettacolo del mondo”, come evidenziava provocatoriamente Charles Duff nel suo pamphlet grottesco e a tratti esilarante, il “Manuale del boia”, pubblicato per la prima volta nel 1928 ed edito in Italia da Adelp hi. Rispetto alla spettacolarizzazione della pena di morte, va ricordato che già nella Roma papale dei

secoli XV-XIX, sia governanti che governati erano accomunati da una scarsa considerazione per la vita altrui e il boia ricopriva una figura rilevante nei costumi sociali di quell’epoca. Per i condannati non esisteva mai né comprensione né pietà, ma anche allora come oggi le condanne venivano condizionate dalla discriminazione sociale, economica e razziale. Su zingari, ebrei, omosessuali, schiavi moreschi e quant’altro, pesava invariabilmente la condizione di “diversi” e le già alte probabilità di condanna si aggravavano ulteriormente. Nella sola città di Roma, durante il ventennio che intercorse tra il regno di papa Sisto V e quello di Clemente VIII, ci furono 5000 giustiziati (250 all’anno) e non esisteva

PENA DI MORTE

IL PIU GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO
(dal foglio di collegamento del Comitato Paul Rougeau) San Quentin, 30 luglio 2012.

strada, slargo o piazza che restò immune dal trasformarsi in teatro di morte, con tanto di pubblico acclamante. L’opera dei boia romani influenzò anche la toponomastica cittadina,

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tanto che persino la chiesa di S. Nicola degli Incoronati, a quei tempi, era denominata “de furca”. I patiboli capitolini divennero talmente consueti che nel XVII secolo si pensò bene di riservare le esecuzioni più clamorose al periodo di Carnevale: una macabra usanza popolare che si protrasse fino al termine del XVII secolo. Nella storia delle esecuzioni capitali la figura del boia è stata sempre malvista. Infatti si usa dare del boia a qualcuno solo in segno di assoluto disprezzo e appellare una persona col sinonimo di “boia”, equivale a una spregevole offesa. Eppure gran parte delle persone che disprezzano disgustate i carnefici di stato sono sovente le stesse che si dichiarano favorevoli alla pena di morte, come se sporcarsi le mani

“Sono terrorizzato. Voglio vivere. Non voglio morire. Ho dei figli. Ho paura…”, implorava Naw Kham, uno dei quattro prigionieri uccisi con iniezione letale. La trasmissione televisiva mostrava al pubblico, in maniera maniacalmente dettagliata, tutte le degradanti fasi inflitte ai quattro disgraziati, illustrando il loro “ultimo miglio” percorso dalle celle fino ai lettini di morte. Dare in pasto al pubblico un corpo martoriato equivale a sfamarne la peggiore morbosità e a coltivarne la parte più bestiale. In questa disgustosa usanza è maestra l’Arabia Saudita, attualmente al centro di proteste internazionali per il ricorso abituale alla tortura e per le tecniche di uccisione cruente come le decapitazioni e le crocifissioni. Lo scorso 13 marzo, sette persone accusate di rapina a mano armata sono state infatti decapitate ed una di esse, Sarhan

con dei delitti legalizzati non fosse altrettanto grave che consentirli e talvolta persino applaudirli. Insomma, è quantomeno singolare considerare morale l’omicidio legale e immorale chi lo esegue.

lo del mondo” continua in paesi come la Cina, dove spesso le esecuzioni si trasformano in eventi mediatici molto seguiti. Proprio il primo marzo di quest’anno la televisione di stato cinese ha trasmesso una lunga puntata Tornando ai giorni nostri, su un’esecuzione plurima, il “più grande spettaco- con collegamenti in di-

retta che mostravano al pubblico gli ultimi istanti di vita di quattro persone condannate per traffico di droga e omicidio.

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bin Ahmed bin Abdullah Al Mashayekh, è stato crocifisso come pena aggiuntiva e poi lasciato appeso per tre giorni. Secondo Amnesty International almeno due dei giustiziati erano minorenni al momento del reato. “Non avevo armi mentre rubavo nel negozio, ma la polizia mi ha torturato, mi ha picchiato e ha minacciato di imprigionare e torturare mia madre, per estorcermi l’affermazione che avevo una pistola pur avendo solo 15 anni” aveva rivelato all’Associated Press Nasser al-Qahtani, che aggiunse anche come il giudice del processo avesse ignorato sistematicamente le sue denunce: “Gli mostravamo i segni della tortura e delle percosse ma lui non ci stava a sentire”. Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International protestò: “Quando un governo mette a morte sette

persone in un solo giorno, sulla base di confessioni estorte con la tortura ed esibite in un processo di poche ore nel quale gli imputati non hanno avuto assistenza legale né il diritto di ricorso in appello, questo è un giorno di sangue”. Totalmente insensibile alle proteste internazionali, appena quindici giorni dopo, il 29 marzo, il regime Saudita si è presa la vita del pakistano Mohammed Rashad Khairi Hussain, con una nuova decapitazione e successiva crocifissione. Nonostante tanti Paesi abbiano abolito o siano in procinto di abolire la pena di morte, purtroppo l’incivile trattamento rimane vivo e vegeto in troppi luoghi, secondo Amnesty International nel suo rapporto sulla pena di morte nel mondo nel 2012 mettono al primo posto la Cina che ne conta a migliaia, nella terrificante statistica seguono l’Iran, la

Korea del Nord e lo Yemen e gli Stati Uniti, che rimane l’unico Paese del G7 a rendere esecutiva tale condanna inumana. “Almeno 1722 persone sono state condannate a morte in 58 paesi nel 2012. Siamo dinanzi ad un decremento rispetto al 2011, anno nel quale si contarono almeno 1923 condanne in 63 pesi nel mondo, e rispetto al 2010 con le sue 2024 condanne a morte in 67 paesi. Nel 2012 Amnesty International ha registrato esecuzioni in 21 paesi, senza poter escludere le possibili, ma non confermate, possibili esecuzioni in Egitto e in Siria. La valutazione internazionale mostra un decremento complessivo della pena di morte negli ultimi 10 anni”

note di approfondimento:

Charles Duff “Manuale del boia”, Adelphi ed., 1980 Immagine “il boia” Death Sentences and Executions in 2012 (PDF) New death penalty figures: Despite setbacks in 2012, trend is toward global abolition Saudi Arabia Beheads and Crucifies Yemeni for Sodomy, Amnesty Releases Final Words of Man Executed for Robbery Negli Stati Uniti quarantatré esecuzioni nel 2012 - Marco Cinque – 11.04.2013 – IL Manifesto - Amnesty International ha presentato il report del 2012 su pena capitale e esecuzioni nel mondo. Il boia al lavoro soprattutto in quattro stati: Arizona, Oklahoma Texas e Mississippi. Sul tema Obama non prende posizione. 8 9

di Sara Luccarini

SENZA UN SOLDO A PARIGI E A LONDRA GEORGE ORWELL
TRAMA: “Senza un soldo a Parigi e a Londra” è un romanzo scritto nel 1933 da George Orwell. È un autobiografia del narratore, in un particolare momento della sua vita: il momento della povertà. Il protagonista vive a Parigi, ma è di origine inglese, per questo è un insegnate di inglese privato a domicilio, e grazie a questo lavoro riesce a guadagnare abbastanza denaro per vivere una vita dignitosa e rispettabile. Conduce la sua esistenza in un monolocale in affitto, nella periferia parigina. La vita prosegue tranquilla fino a quando subisce un grosso furto, per cui tutti i suoi risparmi spariscono e si ritrova nella completa miseria. Anche se ha ancora un lavoro, questo gli procura ben poco; successivamente il ragazzo a cui dava ripetizioni di inglese si trasferisce in Inghilterra, lasciando il protagonista senza soldi, senza lavoro, e quindi senza casa. Nei primi tempi cerca di nascondere agli occhi dei vicini

di casa e della portinaia, e addirittura agli occhi del barista la sua miseria. Ma poco dopo è costretto e impegnare i cappotti, i libri e a cercare un lavoro. Inizialmente comincia a lavorare per un hotel, da cui in seguito viene sbattuto fuori. Ma in seguito incontra un suo vecchio amico, famoso nei sobborghi parigini per la sua infinita gentilezza e per il fatto che mai niente lo poteva abbattere: incontra Boris. Con Boris inizia una nuova fase del racconto, in cui i due amici vanno a lavorare in un hotel, di cui non viene espresso il nome, ma viene semplicemente chiamato “hotel X”. Lavorano come ploungeres, cioè tuttofare e lavapiatti, un lavoro davvero faticoso, che impegna i due per 19 ore al giorno, con uno stipendio davvero misero. Poco dopo il protagonista riceve un offerta di lavoro a Londra, sua città natale; è un lavoro abbastanza semplice e garantisce un buon guadagno: il badante. Nelle fasi iniziali il pro-

tagonista si sente preso in giro, poiché lo considera un lavoro troppo umile e non adatto ad un uomo, ma l’idea di ritornare nella sua cara e vecchia Londra, gli fa vedere la cosa da un altro punto di vista, tanto da riuscire a cambiare opinione. Il contratto, tuttavia, prevede un tempo di attesa prima dell’inizio del lavoro, esattamente un mese. É cosi il protagonista si ritrova a vivere nella cara Londra per trenta giorni, con soli 6 scellini a disposizione. In questa parte del libro si introduce il fenomeno del vagabondaggio, da cui si lascia prendere il protagonista, perché senza soldi. In questa orribile, o come la definisce lui stesso, ”terrificante” parte della sua vita, il narratore entra a contatto con i vagabondi della città e inizia veramente a comprendere il termine povertà, il tutto in compagnia di Paddy, un vagabondo irlandese che sarà con il narratore fino alla fine del libro. I due iniziano a vivere negli ospizi e nelle case di mendicità e a tirare avanti nutrendosi con the e fette di pane con margarina. La vita è insopportabile e la fatica all’ozio forzato è veramente pesante da sopportare. Ma finalmente passano i trenta giorni e il protagonista può andare a lavorare come badante e ad iniziare una nuova vita. Il libro termina con un riferimento a tutte le esperienze e al nuovo lavoro:”

questo tanto per cominciare…” PERSONAGGI protagonista: è il narratore, del quale non viene espresso il nome e il cognome. È un uomo di origine inglese, e va a Parigi per fare il maestro di lingua inglese, un lavoro molto prestigioso all’epoca. È una persona che vive “giorno per giorno”, come tutto il ceto medio-basso di Parigi; infatti esprime in certi paragrafi la sua mancanza di prudenza verso il futuro: “fino a quel momento non avevo ancora pensato al futuro; ma ora mi resi conto che dovevo fare assolutamente qualcosa”. È un uomo onesto, sincero; a un certo punto di vista anche ossessivo, quasi maniacale nell’essere scrupoloso. Non è impulsivo. Dopo il furto si vergogna addirittura di ammettere la sua perdita di denaro, per non intaccare la sua reputazione. L’esperienza della miseria gli fa capire che l’essere povero a volte è migliore dell’essere ricco, in un paragrafo esplicita: “meno denaro si ha, meno ci si preoccupa”, poiché pensa che le situazioni e gli oggetti abbiano un valore diverso a seconda di chi le possiede. Boris: è uno dei personaggi principali e caro amico del protagonista. È un cameriere profugo russo, e il protagonista lo considera curioso. È grande e grosso, sui trentacinque anni, ha un aspetto marziale, come chi vive la propria vita in

modo avventuroso. Boris ha un temperamento bizzarro e mutevole, e lunatico. L’oggetto del suo continuo rimpianto è l’esercito, che secondo la sua opinione era stata la migliore occasione della sua vita. È una persona generosa, ed è in grado di far cambiare umore al protagonista in diverse occasioni. Paddy: è un irlandese vagabondo che vive nei sobborghi londinesi e che sarà compagno del protagonista per metà libro. La sua passione era raccogliere i mozziconi di sigaretta usati da terra, e ricavarne il tabacco necessario per fumare. E’ anziano e per questo devastato continuamente da malanni e dolori. E’ un tipo cordiale e affabile. Con lui il narratore introduce il tema dell’omosessualità, tema consueto tra i vagabondi da tempo antico. Ha una mentalità abbastanza aperta per la sua età. MESSAGGI: Il narratore invita il lettore a riflettere sulle condizioni di vita dei vagabondi, che spesso sono discriminati e accusati di essere criminali e ubriaconi. Infatti l’autore spiega che solo il sostantivo “vagabondo” evoca nelle persona un’immagine totalmente negativa, “poiché fin da bambini ci hanno insegnato che i vagabondi sono furfanti” e, di conseguenza, esiste nell’immaginario collettivo “una specie di vagabondo ideale e tipico, repellente e pericoloso” . Ma nella realtà dei fatti

sono persone comuni, che in mancanza di lavoro, e quindi di uno stipendio, sono costrette all’ozio forzato. Con scrupolose analisi il narratore individua due argomentazioni, per cui la maggior parte dei vagabondi non può essere considerata né ubriacone, né drogato: infatti i prodotti, come alcool e droghe hanno un prezzo veramente

denaro, di conseguenza si verificherà mancanza di cibo, e il vagabondo è costretto ad elemosinare; il secondo male è che a un vagabondo è impedito ogni rapporto con le donne; infatti secondo alcuni sondaggi del London County Council, in media passano la notte fuori 60 uomini e 18 donne. Per questo il vagabondo uomo è tagliato fuori da una so-

alto sul mercato, ed è difficile che una persona che non possiede neanche i soldi per mangiare, spenda i pochi risparmi in questi prodotti. il narratore focalizza l’attenzione sui tre grandi mali dell’essere un vagabondo: il primo è la fame, poiché in mancanza di

cietà che lo discrimina e che lo esilia psicologicamente; difatti in un vagabondo sono rari gli spiriti patriottici e l’amore verso il proprio Paese, mentre aumenta la rabbia e l’odio. Il terzo male è l’ozio forzato: ogni vagabondo è obbligato a una vita di astinenza dal lavoro, che

forse sarebbe l’unico motivo per cominciare una nuova vita… il narratore ci esplica le ragioni per cui esistono i vagabondi: infatti ben pochi sanno perché un uomo si dia al vagabondaggio. Sviluppa le cause in due partizioni diverse: i moventi discriminatori e i moventi naturali. Le prime sono ragioni date da libri di criminologia, per cui un uomo si da al vagabondaggio per violare la legge più facilmente, e la vita del nomade-vagabondo è considerata un regresso dell’evoluzione; le seconde cause, quelle naturali, sono quelle per cui un uomo è costretto sia dalla legge, sia dalla disperazione, che dalla povertà a diventare nomade,e a spostarsi di continuo in ospizi e case di mendicità. infine il narratore, che è il protagonista del racconto, e ha potuto vivere l’esperienza del nomadismo e del vagabondaggio, delibera alcune soluzioni per rendere più vivibili gli ospizi e dare lavoro ai vagabondi: infatti pensa che ogni ospizio potrebbe avere un orto, in cui i vagabondi potrebbero coltivare prodotti che poi mangeranno e questo, oltre a risolvere il problema della fame, risolverebbe anche quello dell’ozio forzato, poiché si creerebbe la situazione per la quale un vagabondo potrebbe trovare una forte motivazione a lavorare, producendo ciò di cui lui e i suoi amici si potranno cibare. 11

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Foto di Raffaele Diomede

diTino Di Cicco

IL MERCATO
Ci sono uomini a Wall Street e nelle altre Borse della terra che conoscono bene la “realtà”. Uomini che gesticolando a mani alzate possono decidere il destino del mondo. E che adesso dicono che per superare l’attuale congiuntura negativa nell’economia mondiale ci sia bisogno di una sola cosa : la fiducia nei mercati. Di fronte alle attuali difficoltà, dicono non sia importante il costo del lavoro o quello del denaro; le infrastrutture o il tipo di governo. No, importante, ripetono, è la fede nell’efficacia del mercato. Strano mondo quello in cui viviamo; abbiamo dimenticato il valore della fede per “salvare” le persone, e riscopriamo questa virtù

E LA FEDE

“spirituale” per salvare il mercato globale. Come se l’immateriale e l’invisibile dovessero ora mettersi al servizio del materiale e del visibile. La nostra civiltà ha valorizzato il bene-merce come se fosse l’unica “realtà”; ed ha educato l’uomo a trovare conforto solo in essa. Tutti i nostri indicatori di benessere sono centrati sul Pil e dintorni; non sapendo misurare la gioia, la escludiamo dai nostri telegiornali. L’assunto della civiltà occidentale è: esiste solo quello che è misurabile; se qualcosa non è “oggettivabile” dai nostri sofisticati strumenti di misura, non esiste. Sono le macchine, gli strumenti che pensano e sentono per noi. Anche a causa di

questa “logica” abbiamo gie religiose sembrano eliminato dalla nostra vita interessate alla “salvezza” il sentimento della fiducia. dell’anima; ma scavando appena un po’, ci si accorge Ma è questa “certezza” che facilmente che l’anima che ci fa vivere, anche se il me- vogliono “salvare” “puzza” tro e la bilancia non sanno moltissimo di questo nocome rilevarla. La conosce stro rifiutato corpo. benissimo il nostro cuore; La fede non è vera fede quando non si rassegna al se è utile a qualcosa. Non Dow Jones per capire con può essere funzionale né quale sentimento vivere. ai mercati, né alla salvezza La fede che il mondo possa dell’anima. Non è gestibile essere così come noi cre- né da Wall Street, né dal diamo sia, è un propellente Vaticano. Più è funzionale vitale più del petrolio, no- a qualcosa, più tradisce la nostante tutti si affannino a sua vocazione profonda, dimostrare il contrario. Ma la sua purezza. Forse vera non la fede gestita dai mo- fede è quella che ci consennopolisti dell’al di là; quelli te di camminare in precache da Roma alla Mecca rio equilibrio sulla corda e fino a Gerusalemme si della vita, senza troppi tisono impossessati della Pa- mori per quello che sarà di rola sacra e la vendono sui noi. mercati dello Spirito. La vera fede non ci oscuSe è blasfemia quella fede ra la notte, per illuderci di che l’Occidente moderno aver trovato una luce che ri-conosce solo per ali- non c’è. Guarda con occhi mentare il mercato, forse lo aperti il nulla, e trova quaè ancora di più quella che si sempre l’amore che forse la carcera dentro la dogma- neanche cercava. tica delle religioni. Apparentemente le litur-

CITAZIONI

proposte da Sara Luccarini
I don’t want to try dance better than anyone else... I want to try dance better than myself! A dancer la vita non è aspettare che passi la tempesta..ma imparare a ballare sotto la pioggia! M. Gandhi non importa se mi ami o se mi odi: se mi odi sarò sempre nella tua mente..ma se mi ami sarò sempre nel tuo cuore W. Shakespere l’anima di una persona è nascosta nel suo sguardo..per questo abbiamo paura di farci guardare negli occhi Jim Morrison Dicono che la luce sia la cosa più veloce che ci sia... tuttavia quando arriva ci sono sempre le tenebre che l’attendono... Sara

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di Luisa Barbieri

L’ANSIA DA ATTACCAMENTO
L’ansia derivante dalle relazioni interpersonali può indurre una riduzione della capacità di reazione del sistema immunitario, incrementando la vulnerabilità alle malattie Si parta dal presupposto che un certo livello a tratti di ansia in ambito relazionale, soprattutto quando la relazione coinvolge l’ambito amoroso, è da considerarsi nella norma, il problema insorge quando l’ansia attanaglia al punto da divenire preoccupazione costante, sinanche opprimente e castratoria. Secondo un nuovo studio condotto dal gruppo di ricercatori facenti capo alla dott.ssa Lisa M.Jaremka, ricercatrice post-dottorato presso la Ohio State University’s Institute for Behavioral Medicine Research (IBMR), in via di pubblicazione sulla rivista Psychological Science, le preoccupazioni e le ansie legate alle relazioni interpersonali intime sembrerebbero incidere quale fattore di stress cronico 14

RIDUCE LE DIFESE IMMUNITARIE

I rapporti dominati da eccessivo attaccamento emotivo si sono dimostrati particolarmente carichi di ansia e al contempo alla valutazione laboratoristica si sono rilevati elevati livelli di cortisolo (ormone steroideo rilasciato in risposta allo stress) e riduzione dei linfociti T (linfociti che giocano un ruolo centrale nella Immunità cellulo-mediata) in confronto alle rilevazione degli individui appartenenti a coppie non affette da ansia da attaccamento. Questo non esclude che eventi ansiogeni sovrapponibili possano verificarsi in tutte le coppie, ma ciò a cui lo studio fa riferimento è la condizione costante di ansia relativa alla relazione affettiva. Si teorizza da tempo che l’ansia da attaccamento possa essere riconducibile a problematiche affettive incorse nell’infanzia, in effetti i bambini sanno di poter contare su altre persone, ma se le cure, la protezione risultassero insufficienti o incoerenti o negligenti, i bambini potrebbero sviluppare sentimenti di insicurezza che nelle fasi successive della vita potrebbero manifestarsi come attaccamento ansioso. D’altro canto la dott.ssa Jaremka, nel corso della ricerca, ha osservato che le persone affette da questo disagio possono cambiare, infatti afferma che l’ansia da attaccamento: “non è necessariamente uno stato permanente di esistenza”.

I partecipanti alla ricerca hanno completato il questionario “The Experiences in Close Relationships scale” (un metodo per valutare gli orientamenti di attaccamento attraverso le relazioni), hanno riferito i sintomi riferibili all’ansia e alla qualità del sonno. Sono stati raccolti campioni di saliva nell’arco di 3 giorni e di sangue nell’arco di 2. I risultati ottenuti hanno dimostrato che coloro che presentavano una maggiore quota di ansia producevano in media l’11% di cortisolo in più rispetto ai controlli, ed una concentrazione di linfociti T compresa tra l’11 e il 22% inferiore. Certo è che, come dice la dott.ssa Jaremka, la riduzione dei
Note di approfondimento:

linfociti potrebbe essere conseguenza dell’aumento del cortisolo, potente immunodepressore, il fatto resta che comunque versare in uno stato prolungato di ansia può correlarsi a riduzione delle capacità immunitarie, quindi di difesa da malattie, dell’organismo. La maggior parte delle ricerche che interessano questo argomento supporta l’idea che lo stato ansioso potrebbe essere in qualche modo ridimensionato da un atteggiamento amorevole, attento, dalla realizzazione di un buon rapporto di coppia; il gruppo facente capo alla dott.ssa Jaremka fissa invece l’attenzione sugli effetti derivanti da relazioni di coppia insoddisfa-

centi, come dal vissuto di solitudine che sembrano incidere sfavorevolmente sulla reattività del sistema immunitario. La dottoressa Jaremka lavora presso il laboratorio che si occupa di Stress e Salute, parte dell’Istituto per le ricerche sulla Medicina Comportamentale (IBMR) che fa capo a Janice Kiecolt-Glaser, professore di psichiatria e psicologia alla Ohio State University impegnata nell’area della psiconeuroimmunologia in collaborazione con il dottor Ronald Glaser. Gli studi eseguiti dall’equipe hanno dimostrato importanti conseguenze sulla salute determinate dallo stress, comprese guarigioni più lente e risposte deteriorate

ai vaccini. É stato inoltre dimostrato quanto e come lo stress cronico possa influire sull’andamento di alcune patologie, quali alcune tipologie di cancro, di malattie cardiovascolari, sul diabete di tipo II, sull’osteoporosi, l’artrite. Oggi il lavoro di ricerca è incentrato su come le relazioni interpersonali possano influenzare il sistema immunitario e il sistema endocrino e a quali conseguenze sulla salute tali influenze possano portare.

capace di compromettere l’immunità. Sono state valutate le risposte ansiose malgestite in 85 coppie sposate tra di loro per una media di 12 anni (la più parte erano bianchi e la loro età media si aggirava sui 39 anni). Nel corso dello studio i ricercatori hanno chiesto ai componenti le coppie la compilazione di questionari relativi le loro relazioni amorose, sono poi stati raccolti campioni di sangue e di saliva a verificare dal punto di vista biochimico la risposta agli eventuali stress, prestando particolare attenzione alla concentrazione ormonale strettamente legate alle

situazioni stressanti e a quella di specifici tipi di cellule immunitarie. La ricerca ha focalizzato l’attenzione alla cosiddetta ansia da separazione (attaccamento) a valutare l’attaccamento emotivoaffettivo nell’ambito della coppia: coloro che rientrano nella fascia alta dello spettro ansioso risultano eccessivamente preoccupati di essere respinti, tendono a cercare costantemente rassicurazioni circa il fatto di essere amati e sono maggiormente predisposti ad interpretare gli eventi che reputano ambigui quali elementi negativi per il loro rapporto amoroso.

Anxiety About Relationships May Lower Immunity, Increase Vulnerability to Illness – lo studio è stato supportato da: American Cancer Society Postdoctoral Fellowship Grant, a Pelotonia Postdoctoral Fellowship from Ohio State’s Comprehensive Cancer Center, and the National Institutes of Health. Co-autori: Ronald Glaser, William Malarkey and Kiecolt-Glaser of the IBMR, Timothy Loving of the University of Texas at Austin, and Jeffrey Stowell of Eastern Illinois University. Institute for Behavioral Medicine Research Linfocita T Il cortisolo The Experiences in Close Relationships scale The Experiences in Close Relationships-Relationship Structures questionnaire: A method for assessing attach ment orientations across relationships. Janice Kiecolt - Glaser The Stress and Health Research Homepage Marital Stress: Immunological, Endocrinological, & Health Consequences Immagine attaccamento-amore Immagine attaccamento madre-bambino 15

di Tino Di Cicco

NON IMPORTA... IO SONO
Francesca Martelli Non m'importa il perché, ma io piango... non importa se non mi ascolti, io urlo... non importa se non mi vedi, io danzo... non importa se non mi senti, io vibro... non importa se è tutto buio io intravedo il mio futuro in cui le mie lacrime, le mie grida, i miei balli e le mie esternazioni creeranno mondi e oceani di rose in cui tu non sei saputo entrare... io sarò IO, ma diversa Diversa perché lo voglio e lo sono.

Il nord dalla faccia pulita
di Marco Cinque Tu, corpo del progresso dal ventre ricco e opulento tu, nord dalla faccia pulita con strade sgombre e ordinate le porte chiuse, blindate e l’arroganza da pistolero tu che sotto i tuoi tappeti occulti ciò che hai defecato che spedisci i peggiori veleni appestando ogni sud disperato tu che hai infangato mari i colori perduti dell’Etiopia storpiato i sorrisi dei suoi bambini sradicato ogni fiore di futuro tu che hai insabbiato le vite di chi risposte ha cercato come quelle di Miran e Ilaria tu, assassino che punti il dito dalla tua mano lorda di profitto non sarai mai processato da una giuria ma dalla natura che hai tradito. 16

Niente come la perdita del limite caratterizza la modernità. Niente come la consapevolezza del limite ha caratterizzato l’epoca dei grandi tragici Greci. A quel tempo erano insuperabili i limiti entro i quali poteva svolgersi la vita: a limitare gli uomini c’erano gli dei, insensibili e anche ostili ai desideri dell’uomo. Al di là degli dei c’era il Fato: avverso non solo agli uomini, ma anche agli stessi dei. Ancora più in là c’era la morte a limitare ogni speranza dell’uomo. Poi con il cristianesimo Dio fu sempre meno il nostro limite, e sempre più il nostro complice, e cominciò così ad attenuarsi la consapevolezza della nostra irrilevanza. L’alleanza con il Dio dei cieli ha illuso la nostra infantile voglia di onnipotenza, fino a farci credere che noi fossimo veramente un valore per l’universo. Ma anche se era un nostro sodale, il Dio cristiano conservava ancora traccia dei nostri limiti: era suo, infatti, il governo del cielo e della terra; suo il discrimine tra il bene e il male; suo il potere sul tempo e sull’eterno. Poi, con la “morte di Dio” ci siamo liberati anche dell’ultimo limite, e oggi l’onnipotenza dell’uomo sembra non avere più confini: tutto dipende dalla nostra volontà, suggerisce una pubblicità pronta a trasformare in business

LA PERDITA DEL LIMITE
te non è una scelta. Ed è possibile solo a chi è stato “contagiato” dalla consapevolezza di qualcosa che è al di là del limite. Chi “sente” il limite, vive già qualcosa che è oltre il limite; è aperto ad altro (il limite è visibile solo da chi non è limitato dal limite). E solo perché è in qualche modo consapevole d’altro, vede il limite (vediamo, per esempio, il tempo come limite, perché abbiamo una qualche consapevolezza dell’ ”eterno”. Se non avessimo questa consapevolezza, saremmo come le piante e gli animali, non conosceremmo il tempo). Il limite è esperienza d’altro; altro che gli uomini finora hanno chiamato “divino”, “spirito”, ideale. Qualcosa che ci annulla e ci realizza; qualcosa che ci fa accettare tutto, e tutto ringraziare. Perché solo chi ha conosciuto l’inferno, potrà poi vivere il paradiso; solo chi ha visto la morte, amerà tutta la vita; solo chi è stato annichilito dal nulla, potrà commuoversi per le stelle. Quando un uomo ha toccato il limite, ed ha perciò capito che ogni uomo è niente, un sorriso diventa un regalo non del tutto meritato; un gesto di solidarietà, la prova della giustizia; l’amore, un dono Ma l’esperienza del limi- talmente grande da farci esso non ci dà niente, se non l’esperienza della sua vanità. Soltanto la contemplazione dei nostri limiti e della nostra miseria ci pone a un livello superiore” (S. Weil Quaderni vol. II 161). Ma il passaggio ad un superiore livello di conoscenza è possibile solo se “a contatto con il limite – sappiamo – non mentire, e reggere senza speranza” (S.Weil, Quaderni vol. II 43). L’uomo, infatti, è capace di inventarsi tutto, pur di non ammettere il proprio limite; è capace di qualunque menzogna, anche credersi “Figlio di Dio”, pur di sentirsi al centro dell’universo. In realtà il limite non limita l’uomo; limita solo il nostro infantilismo, la nostra presunzione: “Il passaggio al trascendente avviene quando le facoltà umane - intelligenza, volontà, amore umano, - cozzano contro un limite, e l’essere umano resta sulla soglia, al di là della quale non può fare un passo, e questo senza lasciarsene distogliere, senza sapere ciò che desidera e teso nell’anima. E’ uno stato di estrema umiliazione. Impossibile a chi non è capace di accettare l’umiliazione”. S. Weil Quaderni vol. IV 363). quasi vergognare. Solo allora entreremo nella nostra più vera dimora. E solo allora anche una giornata piovosa, può diventare una giornata stupenda. Ma non dipende da noi l’accettazione o meno del limite.

ogni nostra voglia. Anche per questo, tutto quello che l’uomo ha, è normale, scontato (non produce gioia). Tutto quello che non ha, diventa colpa e impotenza (produce depressione). Si salva da questo schema chi è costretto, nonostante tutto, a fare esperienza del proprio limite. Si salva chi deve confrontarsi con una “malattia incurabile”; chi deve subire la dolorosa impotenza di un handicap; chi viene spinto ai margini da una sventura; chi deve conoscere l’amore non riamato. In queste condizioni è possibile liberarsi dalla presunzione di un soggetto tutto concentrato a soddisfare la propria volontà, e passare ad un altro livello di conoscenza: ”Ogni ricerca di un piacere è ricerca di un paradiso artificiale, di uno stato più intenso, di un’ebbrezza, di un accrescimento. Ma

Dipende dalla sventura o dalla gioia che sapremo reggere vivendo; anche se non dipende da noi quanta sventura o gioia poter reggere vivendo. Non c’entra niente la volontà o la morale. Tutto è stato deciso prima che noi diventassimo noi. L’uomo è una costruzione fittizia della società; i suoi “valori” sono costruiti quasi tutti dal “peso” delle maggioranze dentro l’individuo. La ricerca del potere e del prestigio sociale sono la sostanza di ciò che vale nella comunità degli uomini. Ma c’è stato un tempo (e può tornare ad esserci) in cui gli uomini riuscivano – per fede – a reggere la solitudine: ed allora trovarono gli angeli e il divino. Se per caso, per grazia, destino, una feritoia ci libererà dalla prigione del sociale, noi potremo tornare a vedere altro. E solo allora potremo dare pane a quella fede che, in altri tempi, non si rassegnava alla fede degli uomini. 17

di Luisa Barbieri

di Luisa Barbieri

TV NELL’INFANZIA
e sviluppo di comportamenti antisociali
Uno studio condotto in Nuova Zelanda, presso l’Università di Otago, pubblicato dalla rivista Pediatrics (Rivista ufficiale dell’American Academy of Pediatrics) nell’ottobre 2012, sembrerebbe imputare all’utilizzo eccessivo della televisione, nel corso dell’infanzia, il rischio di sviluppare comportamenti antisociali a lungo termine. La ricerca ha seguito un migliaio di bambini nati nella città di Dunedin in Nuova Zelanda tra il 1972 e il 1973; i bambini sono stati monitorati, ad intervalli regolari, dalla nascita fino all’età di 26 anni in riferimento all’utilizzo della televisione. É stata studiata l’associazione emergente tra le ore trascorse dinanzi alla televisione dai 5 ai 15 anni e le condanne penali, le condotte violente, la diagnosi di disturbo antisociale di personalità e tratti della personalità aggressivi in età adulta. Chiaramente le associazioni, per essere considerate statisticamente significative, hanno tenuto in considerazione parametri
Note di approfondimento:

precisi di riferimento, quali il sesso, lo status socio-economico, la presenza di precedenti episodi riferibili a

catori si sono spinte sino ad asserire che il rischio di una condanna penale nella prima età adulta si

comportamenti antisociali, nonché la valutazione della famiglia di origine. Si è potuto giungere alla conclusione che coloro che avevano fatto maggior uso della Tv erano tra gli adolescenti e i giovani adulti che in qualche modo si erano distinti per comportamenti inadeguati, sino ad esprimere tratti della personalità chiaramente antisociali in età adulta senza differenza alcuna né di sesso, né di appartenenza socio-economica. Le valutazioni dei ricer-

registrasse aumentato di circa il 30%, collegandolo ad ogni ora che i bambini trascorrevano a guardare la TV nelle corso delle serate infrasettimanali. In età adulta questi individui sembrerebbero maggiormente predisposti, oltre che ad esprimere aggressività, a sviluppare la tendenza tesa alla sperimentazione di emozioni negative con verisimile conseguente maggiore predisposizione alla slatentizzazione di comportamenti francamente antisociali.

É importante sottolineare, come dice uno degli autori, Lindsay Robertson, il fatto che sembrerebbe proprio l’esposizione prolungata alla televisione la causa della devianza comportamentale, non che i bambini già predisposti verso l’aggressività siano particolarmente attratti dal mezzo televisivo. Questo risulta essere il primo studio “real life” nell’ambito dell’interazione bambino-adolescente/ programmi televisivi sottoponendo per un lungo periodo allo stimolo irritativo il campione di individui sottoposti alla ricerca. Non si può nell’ambito di uno studio osservazionale, come questo, provare che l’essere sottoposti a troppa televisione determini un comportamento antisociale, però i risultati ottenuti vertono verso l’ipotesi più che accreditabile che un uso eccessivo del mezzo in questione, soprattutto nelle prime fasi di vita, possa avere conseguenze a lungo termine per il comportamento. L’American Academy of Pediatrics raccomanda che i bambini dovrebbero guardare non più di 1 o 2 ore di televisione ogni giorno in osservanza di una qualità della programmazione adeguata. In questo senso, oltre all’impegno educativo dei genitori, viene chiamata in causa anche la responsabilità della programmazione stessa.

Una svolta diagnosticoterapeutica che passa attraverso la valutazione delle caratteristiche di

PERSONALITà
Nel 1921 venne pubblicata una famosa opera dello psicanalista Carl Gustav Jung dal titolo esplicito: “Psychologische Typen” che alla traduzione in italiano riporta alla caratterizzazione delle tipologie di personalità umane, evidenziando i tratti psicologici dell’introverso e dell’estroverso. Introversione ed estroversione, semplificando le fondamenta che diedero la possibilità allo scienziato di proporre questa prima classificazione empirico16 scientifica, riportano al modo di pensare e di reagire all’ambiente esterno sull’onda della tipologica visione del mondo stesso. La differenza principale, quindi, tra le due tipologie di personalità è l’attenzione che viene posta verso il soggetto piuttosto che verso l’oggetto: l’estroverso si pone in maniera aperta e accogliente conseguentemente risulta socievole e assertivo, mentre l’introverso esprime chiusura, quindi si mostra più riservato, riflessivo e meno socievole, senza giungere all’isolamento, semplicemente emerge una tendenza a circondarsi di amici facenti parte di una cerchia ristretta di individui. Lo studio, che vorrei proporre e che è stato presentato al 14° Meeting annuale della Society for Personality and Social Psychology (17-19 gennaio ‘13 – New Orleans), fa parte di un filone emergente della ricerca psicologica sulla personalità: un tentativo di dimostrare scientificamente come le persone possano differenziarsi l’una dall’altra ed in

quale modo tali diversità incidano sulla loro qualità di vita. Alcuni ricercatori della Society for Personality and Social Psychology (SPSP) hanno tentato di comprendere come l’individuo si inserisca nella società, quanto e/o come incida sulla qualità del ruolo sociale la struttura di personalità estroversa, piuttosto di quella introversa. L’estroversione non si limita a spiegare le differenze che intercorrono tra le persone in occasione di eventi sociali, quanto invece questa caratteristica, che va oltre la genetica, possa arrivare ad influenzare il cervello nella difficile operazione di attuare delle scelte, specie se queste portano ricompense immediate o dilazionate nel tempo. Colin DeYoung, dell’Università del Minnesota, che ha partecipato al lavoro asserisce che: “la personalità dell’individuo influisce sulle prestazioni di lavoro, nonché sugli atteggiamenti sociali e politici, sulla qualità e sulla stabilità delle relazioni sociali, sulla salute fisica e sulla morbilità sino alla mortalità, e non da ultimo sui potenziali rischi di incorrere in disturbi mentali”

“la ricerca di DeYoung si inserisce in un ampio spettro di valutazioni nell’ambito della biologia e delle neuroscienze che stanno aiutando lo sviluppo di teorie sulla personalità, quindi la comprensione, supportata dal metodo scientifico, atta a fornire spiegazioni circa modelli persistenti di comportamento e di esperienza” “I ricercatori che stanno presenziando questa sessione (**) rappresentano solamente ciò che la psicologia della personalità potrebbe arrivare a comprendere e la rilevanza sociale che tale comprensione potrebbe assumere”. Nel corso dello studio le persone valutate sono state sottoposte a fMRI (Risonanza Magnetica funzionale) nel corso di una prova che prevedeva la scelta orientata verso piccole ricompense immediate, oppure grandi ricompense dilazionate nel tempo (es: 15$ oggi verso 25$ in 3 settimane); le scelte sono state correlate all’attività cerebrale associata ai diversi tratti di personalità.

Childhood and Adolescent Television Viewing and Antisocial Behavior in Early Adulthood - Lindsay A. Robertson, Helena M. McAnally, Robert J. Hancox Excessive TV in childhood linked to long-term antisocial behavior University of Otago Dall’aggressività alla violenza. I crimini dell’uomo secondo la scienza Lindsay Robertson Dunedin Multidisciplinary Health and Development Research Unit (DMHDRU)

Si è evidenziato che l’estroversione prevede attività neuronale nella corteccia cerebrale mediale orbitofrontale, regione coinvolta nella valutazione delle David Funder (Università ricompense. Lo stimolo di California, Riverside), indotto dalla possibilità attuale Presidente della offerta di effettuare scelte con differenti feed back SPSP, specifica: 19

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ha evidenziato una maggior stimolazione da ricompensa immediata. Secondo DeYoung, essendo assodato da precedenti studi che questa regione del cervello è legata all’estroversione, questo nuovo studio dimostra come la sensibilità alla ricompensa immediata si possa collocare alla base dell’estroversione. DeYoung continua il suo lavoro di ricerca puntando l’attenzione sulla possibilità di comprendere cosa stia alla base dei principali tratti di personalità, quali processi psicologici quei tratti possano caratterizzare e come siano generati dal cervello. La scienza sta facendo grandi passi verso la comprensione di questo sistema incredibilmente complesso rappresentato dal cervello, ma anche la comprensione di ciò che sta alla base della personalità, secondo il ricercatore, è un passo importante verso il traguardo auspicato, ossia la comprensione di come il cervello ci renda ciò che siamo. La ricerca sta facendo emergere il legame tra struttura di personalità e conservazione dello stato di salute nel tempo, nello specifico si stanno applicando nuovi modelli di ricerca che misurano la correlazione tra la personalità e la durata di vita in stato di buona salute. Si è già evidenziato chiaramente che lo stato di salute non è solo conseguenza della combinazione genetica e/o ambientale, ma risulta strettamente legato alle caratteristiche variabili della personalità. Le caratteristiche della personalità si iniziano a delineare durante l’infanzia e proprio questa fase di vita, come dice Sarah Hampson dello Oregon Research Institute, fa la differenza rispetto allo sviluppo e alla definitiva determinazione della personalità adulta. Un nuovo studio, che presto verrà pubblicato sulla rivista Health Psychology, evidenzia un fattore determinante per lo sviluppo di una sana struttura di personalità che volga verso una buona qualità di vita: la consapevolezza! Attraverso la valutazione comparativa dei dati di 2000 bambini nel 1960 alle scuole elementari nello Stato delle Hawaii ad oggi (*) si è visto che quelli che allora erano considerati bambini meno consapevoli, quindi maggiormente negligenti ed irresponsabili, hanno poi mostrato uno 20

stato di salute peggiore all’età di 40 anni, rispetto a coloro che, invece, avevano acquisito quelle conoscenze atte ad affrontare responsabilmente e con diligenza la vita di ogni giorno. Il lavoro del gruppo della Hampson potrebbe indicare la strada più adeguata per educare i bambini verso l’acquisizione di regole di vita compatibili al miglioramento dello stato di salute nella popolazione adulta del futuro attraverso l’educazione allo sviluppo della consapevolezza e della sana criticità di pensiero, nonché dell’abilità di accettare la latenza che spesso intercorre tra l’azione e la possibile gratificazione, venendo a contrastare il comportamento compulsivo ed alimentando la capacità di modulazione.

La società futura è sicuramente legata agli stimoli che oggi caratterizzano il processo educativo dei bambini, adulti di domani. Nell’ambito della comunità scientifica specializzata nella salvaguardia della salute mentale sembra farsi largo l’idea che le caratteristiche di personalità rappresentino fattori importantissimi nella risposta ai trattamenti terapeutici, cosa che, invece nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) è stato sottostimato sinora. Come dice Robert Krueger dell’Università del Minnesota, collaboratore alla stesura del DSM, V edizione, che verrà pubblicato nel 2013: “l’influenza della psicologia della personalità è aumentata

in quanto offre strumenti e metodi rilevanti al fine di perseguire una corretta ed adeguata classificazione psichiatrica affinandone la differenziazione anche in relazione alla personalità dell’individuo sottoposto a classificazione su base esclusivamente clinica.” Il DSM-V contiene un modello che comprende le caratteristiche di personalità che deriva dal lavoro della psicologia della personalità. Tale modello potrà aiutare i terapeuti a migliorare i trattamenti destinati, per fare un esempio, alla depressione, distinguendo tra un paziente generalmente empatico con gli altri ed uno che, invece, presenta tratti di costante conflittualità, al di là del sintomo depressivo. Secono Krueger il pazien-

te depresso con tratto di personalità empatico trarrà maggiore giovamento dalla relazione terapeutica rispetto a quello che presenta difficoltà in ambito relazionale. A conclusione di questo mio breve riferimento al lavoro svolto, ed in costante fase di evoluzione, della psicologia della personalità, riporto le parole del Presidente della SPSP Funder, in quanto trovo estremamente importante la considerazione cui si da risalto: “il DSM-V potrebbe rivelarsi una svolta nella storia della classificazione psichiatrica in quanto, più che mai in passato, il suo rinnovato assemblaggio ha tenuto in considerazione i metodi e i risultati della psicologia della personalità”

note di approfondimento: Understanding Personality for Decision-Making, Longevity, and Mental Health Society for Personality and Social Psychology Researchers Explore the Role of Personality in Society - Rick Nauert PhD Senior News Editor - Reviewed by John M. Grohol, Psy.D. on January 18, 2013 Personalità introversa ed estroversa Introversione ed estroversione 14° Meeting annuale della Society for Personality and Social Psychology (17-19 gennaio '13 – New Orleans) Colin DeYoung David Funder of the University of California, Riverside Risonanza magnetica funzionale – fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging) è una tecnica di imaging biomedico che consiste nell'uso dell'imaging a risonanza magnetica per valutare la funzionalità di un organo o un apparato, in maniera complementare all'imaging morfologico. Sei estroverso o introverso? Health Psychology (*) lo studio è stato finanziato da: National Institute of Mental Health e National Institute of Aging Robert Krueger of the University of Minnesota

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I se prendo la parola “dolore” e la sbudello mille e mille volte se le strappo via brandelli e le cavo a pezzi il cuore se lascio le sue macerie sanguinanti a putrefare nell’alito marcito di un foglio osceno e senza fondo non sarà mai lo stesso dolore immondo che adesso vorrei davvero partorire potrei inventare qualunque cosa per parlare di questa fottuta guerra sperimentare contorni ad effetto e cornici nuove per farne risaltare il vuoto che ti strazia ma quel nodo che lega le mie labbra quel deserto che mi chiude in gola quel disgusto irrisarcibile che implora su questo volto sfigurato e stupefatto che qualunque sforzo fatto non sarà mai e mai abbastanza è come suicidarsi in rate diseguali ma senza più veder la fine perché nemmeno ingoiando tutte le luttuose epoche del mondo riuscirei a vomitarle come si conviene II - non è questo il modo metastasi dell’umanità che sapeva bene del suo cancro - non è questo il modo figli di una stessa madre sbranata assieme in compromesso cloni perfetti di Caino, cellule impazzite orfani in corteo fra terra e cielo - non è questo il modo - non è questo il modo potrei ripeterlo un miliardo di volte e inizio a percepire quel dolore ma ancora - non è questo il modo è un abisso inarrivabile uno splendido mattino sbocciato nel giorno in cui mi son cavato gli occhi di assassino 22

- non è questo il modo crocifiggetemi in un buco nero friggete nel fiele i miei resti e dateli in pasto al padrone del porcile - non è questo il modo trovate il genio dei torturatori sarò il suo esperimento preferito il mio corpo un nervo tutto fuori elettrificato fino all’anima dell’osso ma non è questo il modo non è mai questo il modo III o vento, vento insaziabile che scompigli le mie frustrazioni scuotimi come un giunco spezzato e dammi finalmente quel dolore che ancora ostinatamente mi si tace e se questo non sarà il modo dimmi almeno dove cercare o mare, mare di speranza per ogni tua goccia un ricordo infrangiti con tutta la possanza sulle ultime illusioni e spazzami via inghiottimi per sempre nel ventre della tua più profonda azzurrità o cielo che non provi mai vergogna coi piedi impantanati in questa gogna fammi rivivere al contrario succhiami nel sussurro della notte e piangimi nei tuoi tramonti insanguinati o dolore, dolore! come posso conoscere il modo se non so nemmeno del mio primo vagito? coglimi come e quando vuoi, dolore e non ti chiederò più nulla se non il saperti dire

NON E’ QUESTO IL MODO
di Marco Cinque

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di Tino Di Cicco

di Luisa Barbieri

Volontà o Passione?
Passione, realizzazione della ragione
La volontà ci fa sentire “attivi”; la passione “passivi”. E noi pensiamo che essere attivi sia bene, essere passivi, male. In realtà noi possiamo realizzarci solo nella passione; mai assecondando la nostra volontà, le nostre piccole “ragioni”. Da Gesù a San Francesco, Da Simone Weil a Holderlin, da Antigone a don Chisciotte, da Rumi a Van Gogh, è sempre la passione a realizzarsi (e realizzarci). Noi sappiamo che è così, intuendo che la passione non è la rinuncia alla “ragione”, ma la sua realizzazione in un ambito più puro. E’ vero che ci sono “passioni” che non sanno attraversare la ragione, ma queste vanno considerate solamente “istinti”. Mentre la passione nobile e pura si nutre di ragione, non ne ha paura, anche se non cede alle ragioni della ragione. 24 possiamo che diventare “passivi”; non possiamo che subire l’esperienza del “divino” (“io mi sforzo di condurre il divino che è in me al divino che è nell’universo”, sono le ultime parole di Plotino). Ma la modernità ha come privato l’uomo di nobili passioni, ed ha elevato a suo eroe Stachanov. Siamo passati da una paideia che educava a capire chi siamo (ed educandoci ci realizzava nella gioia) ad una informazione che ci reclama servi dell’economia. E l’uomo, da intimo degli dei, è diventato un dettaglio del PIL (non si dice più “uomini” oppure lavoratori, ma : “capitale umano”). Come è possibile appassionarsi per l’economia ? Come può l’uomo sacrificare tutta la sua esistenza per testimoniare il “valore” della finanza internazionale? Noi viviamo una volta sola; non abbiamo una vita di riserva da utilizzare quando saremo finalmente entrati nel Paradiso-della-Merce. Se noi rinunciamo – adesso – a realizzarci nel bene, rinunceremo per sempre. E questa rinuncia non è da condannare moralisticamente, ma è solo da compatire, perché priva l’uomo dell’unica occasione che aveva. E il fatto che le maggioranze si realizzino facendo la fila ai saldi invernali, non significa proprio niente. Mai le maggioranze hanno indicato una via per la salvezza (la salvezza, qui, naturalmente), ma si sono sempre accodate. Se Gesù di Nazareth avesse aspettato il consenso della maggioranza, dove sarebbero le “radici cristiane dell’Europa”? Se Antigone avesse dovuto rispettare solo la legge degli uomini, sarebbe arrivata fino a noi la sua testimonianza ? Se Vincent Van Gogh si fosse arreso a fornicare con il mercato, saprebbe commuoverci ancora ? Fin quando si tratta di volere i “valori”, siamo prigionieri della logica, del tempo, dell’uomo; ma quando una passione più grande di noi “umilia” la nostra volontà e ci obbliga a fare esperienza d’altro, allora è possibile intuire qualcosa; e allora non possiamo che ringraziare.

Il Journal of Health and Social Behavior pubblica uno studio condotto da un gruppo di ricercatori facenti capo alla Michigan State University che, a seguire una lunga ricerca, asserisce quanto e come il mancato riconoscimento legale delle convivenze omosessuali possa risultare determinante in termini sfavorevoli sullo stato di salute dei componenti le coppie. Hui Liu, Dipartimento di Sociologia alla Michigan State University, nonché capogruppo della ricerca, ha dimostrato il fatto che le persone sposate, ossia coloro che convivono supportati dal riconoscimento e dal supporto anche legale della Comunità di appartenenza, a parità di condizioni socio-economiche, nonché dei livelli di istruzione, di reddito e di copertura assicurativa, presentano uno stato di salute migliore di coloro che appartengono a coppie omosessuali conviventi, ma non legalmente riconosciute. Lo studio potrebbe avere implicazioni nel dibattito in corso sul matrimonio gay in alcuni Stati degli USA, tra i quali il Michigan, dibattito che sembra sempre più orientato al riconoscimento. Il dato che emerge dallo studio non è affatto da sottostimare in quanto, come dice la dott.ssa Liu:

“la legalizzazione del matrimonio gay potrebbe contribuire a migliorare le condizioni di salute di parecchi individui implicati forzosamente in una convivenza oggi non riconosciuta legalmente” in quanto la legalizzazione del matrimonio omosessuale potrebbe portare i benefici derivanti dal matrimonio eterosessuale, ampiamente documentati da studi scientifici (vedi note di approfondimento). Lo studio, condotto tra il 1997 e il 2009, ha analizzato circa 700.000 National Health Interview Surveys (NHIS), una raccolta dati provenienti da interviste personali che propone una vasta gamma di argomenti legati allo stato di salute, ha compreso 3330 tra uomini e donne identificate come omosessuali conviventi. La disparità emersa nell’analisi delle coppie rispetto al genere sembrerebbe da collegarsi alla mancanza di risorse sociali, psicologiche ed istituzionali che derivano dal matrimonio civile; a questo stato, già di per sé deficitario, è stato stimato il livello di stress cui questi individui sono sottoposti per via dell’omofobia e della discriminazione cui spesso le coppie gay conviventi sono sottoposte. A completare l’indagine sono state esaminate anche le differenze etniche ed è emerso un dato

IL MATRIMONIO
si associa al miglioramento della salute
preoccupante, ossia che le donne lesbiche nere versano in uno stato di salute meno adeguato rispetto a quelle bianche. Ambedue le categorie di donne figurano meno sane di quelle che 22 vivono una coppia eterosessuale, sebbene le bianche omosessuali stiano meglio rispetto alle bianche etero, ma single. I pregiudizi legati e al genere e all’etnia svolgono un ruolo devastante sullo stato di salute di coloro che li devono subire, in quanto tutto ciò che il contesto sociale può offrire alle coppie etero, quindi riconosciute nei loro diritti fondamentali, viene a mancare o a risultare insufficiente. Questa ricerca dovrebbe farci pensare e in relazione al nostro senso civico e alla nostra consapevolezza, sinanche salvaguardia, dei diritti fondamentali dell’uomo e alle conseguenze, positive per tutta la Comunità, volte a migliorare lo stato di salute sociale. Dovrebbe, inoltre, suggerire alle istituzioni quale comportamento, dal punto di vista legislativo, sarebbe bene tenere a migliorare la qualità di vita della cittadinanza di cui dovrebbero essere responsabili.

GAY

Noi siamo natura, e se il papavero si realizza “naturalmente” di rosso a primavera, la nostra natura ha bisogno di realizzarsi nel bene. Sappiamo anche che il vero bene non è nella nostra disponibilità: possiamo comprare (quasi) tutto, ma non il trascendente. E come ci ricordano Platone, Gesù e Simone Weil, il vero bene non è di questo mondo: è trascendente (reale, ma – oppure perciò - trascendente). Noi possiamo essere “attivi” solo dentro un mondo “a misura d’uomo”; un mondo dove non deve entrare la consapevolezza che noi siamo non solo materia e bisogni, ma anche nobiltà e “divino”. Dentro un mondo così impoverito è la nostra volontà a decidere. Ma quando la “scintilla trascendente” che noi siamo e non siamo può farci naufragare nel sentimento del tutto, allora non

Note di approfondimento: Studying the health of same-sex couples - Published: Feb. 27, 2013 – Hui Liu, Dipartimento di Sociologia alla Michigan State University, Corinne Reczek, University of Cincinnati and Dustin Brown, University of Texas Michigan State University Journal of Health and Social Behavior Is Marriage Good for Your Health? - TARA PARKER-POPE Does a Better Relationship Mean Better Health? - Rebecca Felsenthal Stewart MARRIAGE immagine matrimonio gay National Health Interview Surveys (NHIS)

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di Tino Di Cicco

di Tino Di Cicco

L’apparato
‘apparato già scaldava le nomine. Tutto era pronto per il festino. I sondaggi snobbati quando dicevano altro, questa volta erano tenuti in grande considerazione. Poi c’erano state le primarie; tutto era chiaro, logico, moralmente legittimato: aveva vinto chi doveva vincere (burocrazia dixit) per il bene del Paese-apparato. Non capiva (e non capirà mai) l’apparato, che se le regole per le primarie sono decise per escludere la partecipazione, allora è quasi inevitabile che qualcuno dell’apparato possa celebrare i suoi trionfi. Non capiva (e non capirà mai) l’apparato che fuori la burocrazia del partito, dei suoi interessi, dei suoi “valori”, c’è tanta, tantissima realtà. Realtà che può essere esclusa dalla primarie, ma non è ancora possibile escluderla dal voto. E quando vota, sceglie persone, passioni, valori diversi da quelli codificati dall’apparato. Dopo la “morte di Dio”, e la rinuncia papale, l’apparato crede di essere rimasto l’unico detentore della verità. L’apparato studia, lavora, pensa, solo in funzione dei propri interessi (un certo Karl Marx lo sapeva benissimo). Il mondo fuori, quello delle persone normali, quelle che studiano ma non trovano lavoro, o quando lo trovano non hanno né diritti, né stipendio per vivere; quelle che saranno precarie “finché morte non li separi” dal lavoro ; quelle che non sono abili alla lotta per la sopravvivenza a suon di raccomandazioni; quelle che quando stremate dal lavoro andranno in pensione a 4/500 € al mese saranno onorate di sapere che avranno contribuito a pagare i contributi figurativi di qualche boiardo di Stato per aiutarlo ad ottenere fino a 90.000 € al mese di pensione, questo mondo qui è considerato

dagli apparati solo un epi- fuori non si rassegna, enfenomeno del suo mondo. tra nei talk show e ridicolizza i burocrati del bene. Questo mondo, pensano le burocrazie, può anche Cari amici dell’apparato parlare, pensare, ragiona- (di tutti gli apparati) respire, ma la verità la cono- rate anche un poco d’aria fuori dei vostri uffici. Fasciamo solo noi. Eppure un tempo i bu- tevi una passeggiata nei rocrati erano persone boschi in primavera alla normali; forse si erano ricerca di asparagi; guaravvicinate all’”idea” per datevi “viva la libertà” per aiutarla a partorire una re- recuperare la vostra umaaltà migliore, ma che poi, nità. nelle more, hanno pensato Oppure, se avete tempo, fosse più redditizio aiutare guardatevi la sera la stella più lontana nel cielo: pose stessi. L’apparato si considera il treste capire il mondo, più legittimo interprete della di quanto pensate di capisocietà (e forse anche del re dentro i Comitati Cenmondo). Vive , ragiona, trali o di periferia. s’indigna con la logica del “chi è dentro è dentro, e chi è fuori è fuori”. Ma poi qualche volta il

Casualmente era nato. Casualmente nel ventesimo secolo; in Occidente. Sano, casualmente, e di normale intelligenza. Anche lui per vivere era stato condizionato dallo stomaco e dal sesso; anche lui aveva dovuto lavorare, dormire, mangiare, respirare; anche lui. Tutto questo era necessario; erano cose utili per vivere, ma lui sentiva che questo non era ancora il bene. Non credeva che questi fossero i “Valori”; non riusciva a lasciarsi coinvolgere intensamente da queste cose: pensava sempre ad altro. Intuiva che la sua natura poteva realizzarsi veramente solo quando riusciva a conoscere il bene e ad amare l’esistente. Aveva letto milioni di libri per capire; aveva visitato tante terre della nostra Terra; aveva interrogato uomini eccellenti per sapere; aveva imparato lingue di altri Paesi per conoscere il pensiero di altri uomini. Ma di tutto quello che vedeva, sentiva, pensava, a lui interessava solo:

crescere nel bene e amare l’esistente. Era questa la sua stella polare; era questa la passione che lo dominava. Aveva dovuto imparare che gli uomini si sentono liberi solo quando possono manifestare il loro carattere; dimenticando che così liberano i loro istinti, non il bene seminato dentro loro. Aveva dovuto imparare che anche quando parlano del divino, gli uomini pensano quasi sempre ai loro interessi. Ma lui non si rassegnava a tutto questo: lui sapeva che oltre quello che gli uomini considerano utile, necessario, c’era altro; per questo lui non riusciva a rassegnarsi all’esistente. Intuiva che dio doveva coincidere con il mondo, e “sapeva” perciò che chiunque era destinato a “provare” dio, non poteva non crescere nel bene e nell’amore di tutto l’esistente: “i figli della terra sono tutto amore/ come la Madre, e

C asualmente
accolgono tutto” (F. Holderlin, il Reno) All’inizio questa fu dolorosa e umiliante passione; poi fu l’occasione per l’esperienza della gioia senza perché. All’inizio fu sventura nei bassifondi del nulla, poi fu la mite folgorazione della bellezza. Quando il suo tempo stava per finire, si rese conto che questa sua vocazione non era solo sua: era la vocazione di tutti. Perché tutti abbiamo bisogno di conoscere il bene e amare l’esistente per vivere. Ma ognuno arriva dove può in questo percorso. Se uno è santo al massimo grado, diventa Francesco di Assisi; se è un cuore nobile può diventare don Chisciotte de la Mancha. Ma nessuno è obbligato a diventare quello che non è: né dallo Stato, né dalla Chiesa. La legge e la morale sono inevitabili; ma per crescere nel bene e nell’amore non servono a niente; “molto la Necessità opera/ e la cura e il crescere, il più/ può la nascita,/il raggio di luce/ che incontra il nuovo nato (F.Holderlin, il Reno). Bisogna lodare molto quelli che amano; quelli che utilizzano questo tempo chiamato vita solo per bruciarsi nel fuoco del bene. E bisogna essere – forse – ancora più amorevoli per quelli che cercano il bene, e trovano sempre altro. Per quelli che cercano amore per essere riamati, e non riescono a trovare la cadenza giusta. Molti qui cercarono la felicità nel pranzo della domenica, o sperarono nel tempo del Paradiso. Qualcuno, senza merito alcuno, sapeva che la “naturale” tensione dell’uomo alla felicità, si nutre solo di bene e di amore. E trovò così la vera nobiltà nascosta dentro se stesso: e fu la gioia.

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di Marco Cinque

di Luisa Barbieri

VIOLENZA SULLE DONNE
AMORE CRIMINALE
A proposito di violenza sulle donne all’interno dei nuclei famigliari italiani, “Amore criminale” è il titolo di una nota trasmissione televisiva trasmessa da una rete nazionale. Senza voler entrare nella validità culturale e sociale di tale trasmissione, sembra che le più oscure ragioni commerciali cerchino continuamente di stimolare strumentalmente, magari per probabili motivi di lucro, la morbosa curiosità dei telespettatori; ma è palesemente evidente che un simile titolo non possa avere alcun senso se non quello di mistificare il significato di due parole così profondamente diverse tra loro, così chiaramente agli antipodi nei loro contenuti, così maledettamente inaccostabili da qualsiasi prospettiva le si voglia vedere, ascoltare, pronunciare. Come si può mai anche solo pensare che sia possibile uccidere per amore? E l’amore non sta alla vita tanto quanto il cri28 mine e l’omicidio stanno alla morte? Non è amore quando si nega l’altrui felicità per affermare la propria egoistica infelicità. Nessun amore ci appartiene se non quello che siamo in grado di dare all’altro o all’altra. Perciò l’accostamento così stonato e stridente di due termini tanto in antitesi è sbagliato e pericoloso: sbagliato perché tale strabismo è profondamente diseducativo; pericoloso perché tende a giustificare inconsapevolmente l’azione criminale quando questa avviene per un presunto sentimento di “amore”. Naturalmente è più che necessario dare rilevanza a un simile, drammatico argomento, per il quale si fa troppo poco e troppo male, ma sarebbe auspicabile che tale tema rientrasse nelle priorità delle agende politiche, culturali e persino religiose del Paese. Temo che la sola denuncia spettacolarizzata, trasmessa in una rassegna televisiva degli orrori, non funga

da deterrente per gli autori dei crimini. Ci vorrebbe ben altro per porre rimedio a un simile degrado e si dovrebbe capire che forme aberranti come il maschilismo, l’omofobia ed ogni altra sorta di maschia violenza si nutrono di determinati modelli culturali e comportamentali, rispetto ai quali la lista dei resp onsabili è ben lunga. Ci sono, in primo luogo, gravissime responsabilità politiche: non si legifera e si fa poco o nulla per tutelare le vittime dei crimini e ancor meno per promuovere e finanziare programmi educativi in ogni fascia del disagio sociale. In secondo luogo ci sono le responsabilità culturali, dove concorrono l’istituzione famigliare (il luogo più pericoloso per l’incolumità fisica e psicologica delle donne), la scuola ed anche l’informazione, con un particolare impatto proprio della televisione. Influenzano la formazione dei cattivi modelli di riferimento anche fattori come i messaggi pubblicitari, i giochi, i videogiochi, la moda e quant’altro. Non ultime ci sono le enormi responsabilità religiose delle principali confessioni monoteiste: a nessuna

donna è permesso diventare cardinale, papa, rabbino o mullah e quanto più le religioni interferiscono nella vita sociale, culturale e politica, tanto più il ruolo della donna diventa discriminato e subalterno a quello dell’uomo. Riguardo alla religione c at tolica, ad esempi o, questa si basa proprio su un peccato originale 25 grazie al quale ogni donna è destinata a diventare colpevole ancor prima di nascere; per non parlare di comandamenti che sembrano fatti su misura per l’uomo, ad esempio il nono, che recita: “non desiderare la donna d’altri”, come se questa fosse una merce o una proprietà. Per tornare all’incipit del ragionamento, ci sono infine le responsabilità insite nel linguaggio e nelle parole che utilizziamo, rispetto a cui ciascuna persona è, in diversa misura, corresponsabile. Per concludere sinteticamente, si potrebbe dire che la semplice esibizione del male, di qualsiasi male, non ha alcuna utilità se non si traduce nella concreta necessità di curarlo.

Sembra che le persone, specie le donne di mezza età siano maggiormente in grado di entrare in contatto empatico a percepire il dolore altrui, rispetto ad altre categoria di individui. Lo studio realizzato da Ed O’Brien, Sara H. Konrath, Daniel Grühn and Anna Linda Hagen (University of Michigan, Ann Arbor; University of Rochester Medical Center, New York; North Carolina State University, Raleigh) e pubblicato nell’agosto 2012 sulla rivista Journals of Gerontology: Psychological and Social Sciences, dimostra il legame tra l’età e la capacità di entrare in contatto empatico. Il lavoro di ricerca effettuato su 75.263 adulti americani di età compresa tra i 18 e i 90 anni dimostra che le donne di mezza età sono più empatiche rispetto ai coetanei uomini, nonché rispetto a persone più giovani o più vecchie. L’empatia è un “sentire dentro”, un comprendere lo stato d’animo dell’altro, è un indice di pro-socialità molto potente in quanto tende alla creazione di importanti relazioni interpersonali, oltre che riservare migliori feed back relazionali, esprimere un elevato livello di intelligenza emotiva ed elevare l’autostima. Attraverso l’empatia, l’osservazione esterna dell’altro viene sostituita dalla percezione interiore dell’altro, arrivando ad arricchire e a cambiare la percezione del mondo.

I partecipanti allo studio sono stati sottoposti ad un test di valutazione del grado di empatia chiamato Interpersonal Reactivity Index che parte dal presupposto che il concetto di empatia confluisca in un insieme di costrutti separati, ma correlati, conseguentemente il suo livello è stato valutato in modo indipendente in relazione alla componente emotiva e alla componente cognitiva di empatia durante l’arco d vita adulta. Sono stati studiati 3 grandi campioni di popolazione adulta ed in tutti si è riscontrato un maggior livello di empatia negli adulti di mezza età senza alcuna differenza di etnia, ma con forte differenza di genere, in quanto le donne dimostravano livelli nettamente più elevati. Sembrerebbe che alla base dell’elevato livello di empatia si potesse considerare l’accumulo di esperienze, di abilità cognitive che raggiungerebbe una sorta di apice nell’età di mezzo. Nella prima fase di vita prevarrebbe l’apprendimento, mentre nella seconda il decadimento. Per quanto riguarda l’evidente differenza di geNote di approfondimento:

EMPATIA ED
nere rispetto al livello di empatia espressa lo studio non è chiarissimo, in quanto risulta essere un dato tangenziale al quesito prioritario cui si è prestato attenzione, ossia l’età, in ogni modo è incontestabile il dato che le donne di mezza età esprimono il massimo delle capacità empatiche nel largo campione analizzato. 26 Non si può escludere, come sostengono gli autori, che queste rilevazioni inerenti l’età siano condizionate dalla fascia di popolazione analizzata, in quanto trattasi di persone nate tra il 1950 e il ‘60, quindi appartenenti ad una generazione sottoposta ad innumerevoli cambiamenti sociali ed avvezza alla rimessa in discussione di sé e del contesto di appartenenza. Queste caratteristiche ambientali, in effetti, potrebbero avere indotto e/o rinforzato la capacità di entrare in contatto con l’altro. Studi precedenti avevano evidenziato un elevato livello di narcisismo ed un evidente calo di empatia nella popolazione giovanile di oggi, come a confermare l’ipotesi del possibile condizionamento ambientale nell’acquisizione dell’abilità di relazionarsi. I ricercatori ipotizzano la possibilità, ancora da sperimentare, di potere incidere sul livello di acquisizione di empatia attraverso l’utilizzo dei media elettronici, ad esempio rinforzando la propensione verso gli altri attraverso la promozione di azioni di volontariato, di beneficenza o, comunque, di importanti attività socialmente utili. Sarebbe un importante traguardo per la società tutta riuscire a capire in quale modo promuovere-rinforzare un tale sentimento legante umano, quale è l’empatia, agendo su quei fattori che possono incidere sulla risposta, ma a quanto pare, siamo ancora lontani da questa possibilità.

ETà

Institute for Social Research - University of Michigan “Empathic Concern and Perspective Taking: Linear and Quadratic Effects of Age Across the Adult Life Span” The Journals of Gerontology, Series B:Psychological Sciences and Social Sciences, doi:10.1093/geronb/gbs055 - Ed O’Brien, Sara H. Konrath, Daniel Grühn and Anna Linda Hagen University of Michigan, Ann Arbor; University of Rochester Medical Center, New York; North Carolina State University, Raleigh. Interpersonal Reactivity Index Immagine Empatia Immagine Woodstock il palco

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di Marco Cinque

LA TRATTORIA DEGLI STUDENTI
La vecchia trattoria del sor’ Domenico, conosciuta anche come da Domenico er faciolaro, era frequentata soprattutto dagli operai che lavoravano presso l’ex Mattatoio, attorno cui nacque il vecchio quartiere popolare di Testaccio. Situato in via Galvani, proprio a un centinaio di metri dal Mattatoio, questo locale fu rilevato nel dicembre del 1973 da un gruppo di 18 tra ragazze e ragazzi che ne fecero la prima trattoria autogestita di Roma. L’idea era quella di dar vita a una forma di impresa alternativa ed a un modo di lavorare diverso, senza un padrone e senza tutte le alienazioni che caratterizzavano la maggior parte degli impieghi convenzionali. L’organizzazione del lavoro era abbastanza caotica e si basava su dei turni settimanali a rotazione, suddivisi tra le mansioni di sala e quelle di cucina, dove ciascuno partecipava in modo diversificato: chi dava una disponibilità ampia e chi 30 si accontentava di pochi turni. Ogni tipo di partecipazione era caratterizzata da diversi fattori, come ad esempio una maggiore o minore necessità economica o anche dalla semplice voglia o meno di lavorare. Il principio era che quanto più si lavorava, tanto più si acquisivano le azioni proprietarie che si sarebbero potute riscattare al momento della liquidazione. All’epoca, negli ambienti

della sinistra, si usava 27 anche lavorare semplicemente per fare esperienza e per poter dire “sì, sono benestante, ma ho lavorato tre mesi in fabbrica, due mesi come cameriere, etc., così sono più simile ai proletari”. Ma a differenza loro i proletari veri dovevano pagare l’affitto e tutte le spese necessarie a mantenere la propria autonomia. Lo spirito generale però era straordinario, perché accomunava persone di tutti i diversi stati sociali, economici e culturali in un unico progetto. Emilia e Marco Anche la “clientela”, perciò, si rifletteva in questo spirito. I pranzi erano frequentati soprattutto da operai, impiegati, insegnanti e militari di leva. I pomeriggi invece erano dedicati alle bevute e alle partite di scopa e briscola, dove gli abitanti del quartiere, i vecchi testaccini DOC, erano tenuti a bada da due anziane signore,

Irma e Emilia, adottate per la loro verace simpatia ma anche per apprenderne le arti culinarie popolari e le ricette tradizionali. A cena invece si poteva vedere di tutto: studenti, artisti, intellettuali; insomma un ambiente molto eterogeneo dove nessuno doveva sentirsi fuori posto. Tra i tavoli poteva capitare di vedere il poeta Dario Bellezza o Alberto Moravia, ma anche uno sconosciuto Roberto Benigni che spesso usufruiva del “menù economico”, fatto apposta per chi era a corto di quattrini. Ricordo che il primo menù economico, deciso come ogni altra cosa in assemblea, aveva un prezzo davvero popolare: 1200 lire per un primo piatto, un secondo, un contorno e perfino un quartino di vino. La domenica era spesso dedicata alle assemblee, dove le discussioni e le decisioni avevano sempre un taglio politico e culturale. In quel contesto venivano discussi anche i ruoli e le

modalità dei rapporti. Il gruppo delle donne era numericamente predominante e per gli uomini quella fu un’ottima opportunità di confronto e arricchimento. Durante il primo anno di lavoro fu molto difficile riuscire a raggranellare uno stipendio, ci si pagava pochissimo perché quasi tutto il denaro era investito per ripagare le cambiali dell’acquisto, ma di certo nessuno moriva di fame. Una parte dello staff Questo particolarissimo locale, effettivamente, non era mai stato “battezzato” con un nome e non aveva alcuna insegna, ma era conosciuto soprattutto come la “trattoria degli studenti”. Ben presto divenne un importante punto di ritrovo della capitale, dove si organizzavano non solo delle belle mangiate, ma anche eventi, concerti e mostre. Tra le varie, ricordo una mostra davvero curiosa, dove vennero esposte le tovaglie di carta

disegnate e illustrate dalla clientela in attesa delle portate. Poi c’erano i cosiddetti “venerdì speciali”, dove ci si sbizzarriva in menù internazionali con ricette di ogni parte del mondo. Talvolta i risultati non erano proprio eccezionali e spesso gli ingredienti base, comunque tutti di ottima qualità, erano per lo più approssimativi a quelli originali. Ricordo una coppia di ragazze orientali che, molto incuriosite, ordinarono del riso fritto indonesiano. Alla vista delle portate le loro espressioni risultarono alquanto meravigliate. Poi, all’assaggio, esclamarono: “questo no è liso flitto ndonesiano, ma lo stesso molto buono, glazie”. In fondo alla sala più grande c’era un vecchio pianoforte a coda e spesso, dopo le cene, si spostavano i tavoli per creare spazio e si iniziava a suonare, cantare e ballare. Il gruppo originario dei 18, nel corso degli anni,

subì molti cambiamenti con persone che entravano e uscivano in continuazione. C’era persino chi lavorava per un paio di settimane o un mese e poi spariva. Ho più volte provato a tenere il conto, cercando di ricordare tutti coloro che hanno partecipato a questo strampalato e meraviglioso progetto, ma credo che la cosa sia quasi impossibile. Dopo qualche anno, una parte consistente del gruppo che voleva dare una sostanza più professionale e meno improvvisata al lavoro svolto, lasciò la trattoria e fondò l’enoteca “Cul de Sac”, a Piazza Pasquino, nei pressi di Piazza Navona, locale tutt’oggi funzionante e divenuto una delle enoteche più conosciute della capitale. Tutto era iniziato con l’idea di una semplice trat-

toria autogestita, ma quel luogo si trasformò in un porto di incontri tra diverse umanità, un crocevia di mondi ed esperienze proseguito per diversi anni, fino al 1980. Ma già dal 1978, dalla vicenda del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro, il clima sociale e culturale era profondamente cambiato e di certo influì sul declino di un progetto così speciale e indelebile nella memoria di chi ha avuto la fortuna di parteciparvi. Marco Cinque

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diTino Di Cicco

RIFONDAZIONE UMANA
di Marco Cinque
Se il tuo corpo fosse albero e una specie cosiddetta “eletta” marchiasse la tua pelle di corteccia con sfregi parassiti di conquista testimoni di futili passaggi e se tu, albero almeno avessi mani lasceresti la tua storia incisa sopra un corpo tanto vivo quanto idiota? hai visto un altro giorno passare e un altro giorno passare ma ora scrivi sulla tua vita smarrita imbratta le tue contraddizioni scarabocchia sulla tua indifferenza umilia i tuoi egoismi sfregia la tua arroganza piscia dentro la tua coscienza nelle latrine dell’incoscienza lascia pure la tua biografia sui muri infami delle prigioni sulle tombe violate dei tuoi congiunti sulle automobili in corsa verso chissà sulla bomba che ti sta dilaniando sulle facciate dei palazzi - mentre stai precipitando sugli ideali assassinati dai tuoi profitti sul volto vuoto di paradisi promessi nel cuore dei tuoi abissi nell’abisso del tuo cuore ormai fattosi di pietra hai visto un altro giorno passare e un altro giorno passare e adesso rialzati, finalmente in uno specchio di consapevolezza bruciando negli inferni che hai creato il seme della comprensione ti divorerà gli occhi e si conficcherà in ogni pensiero reduce dalla tua antropofagia, schiudendosi poi nel tuo petto come un fiore di dolore che indicherà la strada a ciò che in te è sopravvissuto di ancora umano.

IL MIO

PAESE
Questo non è il mio Paese, se i nostri operai hanno gli stipendi più bassi d’Europa, mentre i politici che li rappresentano si concedono le retribuzioni più alte d’Europa. Questo non è il mio Paese, se i nostri migliori ragazzi debbono fuggire all’estero per trovare un lavoro, mentre i migliori lavori di casa nostra sono gestiti dalle mafie di ogni colore. Questo non può essere il mio Paese, se i Governi cadono o resistono non sulla base della capacità di tutelare il bene comune, ma in base alla compravendita degli Onorevoli parlamentari. Questo non è il mio Paese se i Giudici corrotti con sentenze passate in giudicato vengono fatti passare per persone per bene, mentre quelli che tentano di punire i reati vengono derisi e offesi dalla claque del Minotauro. Questo non può essere il

mio Paese se gli Onorevoli moderati della Libertà occupano i Tribunali, come neanche i manipoli del manganello e dell’olio di ricino hanno saputo fare. Questo non può essere il mio Paese, se un contadino obbligato a servire in armi la Patria per 10 anni, merita una ricompensa di 50 centesimi al giorno, mentre i Boiardi di Stato che si sono serviti della Patria, vengono compensati con pensioni di 90.000 euro al mese. Pensioni quasi sempre ottenute con contributi figurativi: pagati cioè dal contadino sottratto ai campi per servire la Patria in armi. Questo non è il mio Paese, se un Sindaco innamorato della legalità e della sua comunità, deve essere ucciso da una storia e una cultura che da millenni conoscono i mandamenti, le clientele, i clan, le tribù, ma ignorano il bene comune. Questo non può essere il

mio Paese, se la donna può sperare nella sua dignità e nella sua libertà solo al prezzo di morire per mano dei “propri cari”. Questo non può essere il mio Paese, se la corruzione è lo strumento più efficace per realizzare i propri obiettivi; se le fortune dei politici passano quasi sempre per le sagrestie e per la Curia romana (umiliando così gli uomini e ogni idea del divino) ; se le gerarchie che parlano in nome di Gesù, si fanno precedere da ossequi che farebbero impallidire il povero Gesù. Questo non è il mio Paese se il Minotauro colleziona bambine come se fossero bambole, e poi offende le donne come se fossero al suo servizio (e molte donne, purtroppo, applaudono pure ). Video: http://www. y o u t u b e . c o m / watch?v=qZBiNsb24Bs Questo non è il mio Paese se la politica è al servizio dei politici, come se questa fosse la politica. Questo non può essere il mio Paese, se i furbi vengono creduti intelligenti, e gli

intelligenti inutili perché incapaci di servire i potenti. Questo non è il mio Paese se il doppio petto blu merita più onori della tuta di un lavoratore; se un palleggiatore dei nostri rettangoli di gioco viene premiato più di chi indaga tra le stelle; se una persona onesta deve pagare un prezzo per la sua onestà; se la persona che si fa cliente di un boss ottiene una carriera più prestigiosa di chi studia per generare nuova conoscenza; se gli anziani, con la scusa dei diritti, hanno rubato ogni futuro ai loro figli. 30 Se la giustizia fosse giusta per tutti, ma un po’ più giusta per gli ultimi; se un sorriso valesse più dell’arroganza; se la tenerezza più del potere; se l’incertezza di un emarginato più degli inquilini delle auto blu: questo sarebbe il mio Paese. Se il nido di una rondine più della Borsa valori; se quello che non siamo, più di quello che sembriamo, allora avrei trovato il mio Paese.

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Foto di Raffaele Diomede

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di Giovanna Arrico

di Marco Cinque

un’opera d’arte
La definizione del concetto di malattia o patologia implica la considerazione dei concetti di “normalità” e di salute. Si può definire “malattia” l’opposto della salute: una alterazione dello stato fisiologico di un organismo (comprensivo eventualmente di quello psicologico)...Nella definizione di malattia è fondamentale il principio della transitorietà: ogni patologia ha un termine che può essere rappresentato dalla guarigione dell’organismo, dall’adattamento dello stesso ad una diversa fisiologia (o ad una diversa condizione di vita), dalla morte. (da Wikipedia, l’enciclopedia libera) Ogni termine ha il suo esatto contrario, ogni termine può essere valutato in maniera didascalica, scientifica o reale. Malattia e/o salute. Malattia fisica, malattia psicologica e/o guarigione. In teoria e in pratica il fisico e la mente hanno la medesima importanza, dovrebbero avere la stessa modalità di nozione, di informazione e di cura. Appunto dovrebbero. In teoria entrambe, come Wikipedia e altre enciclopedie, più o meno libere,

ci insegnano, hanno una stato capace di rispondercura e una guarigione. mi. Ho provato a capire perché la malattia fisica viene accettata, divulgata e curata, mentre quella psicologica viene allontanata, non rispettata, giudicata e tenuta nascosta. La persona che ha una malattia fisica viene accudita; viene supportata. La persona con un disagio psicologico non viene, nella maggior parte dei casi, neanche ascoltata. Tende ad essere isolata ed ovviamente ad isolarsi. La malattia fisica ha quasi sempre una cura farmacologica. La malattia psichica ??? Quali sono le cure da adoperarsi ??? Cosa è necessario prendere e con quale cadenza ??? Purtroppo a queste domande, forse banali per alcuni, ma interessanti per altri, nessun libro è Entrambe le parti dell’essere umano devono essere ascoltate e comprese per poter essere curate; aiutate per essere guarite. Entrambe le parti si ammalano, entrambe le parti possono guarire. Mentre continuo a scorrere la lettura dei testi, mi rendo conto di quanta paura c’è nell’affrontare questi argomenti. Forse è questo il vero problema ??? L’ascolto e l’accettazione sia del “malato” che da chi si considera la “parte sana” della situazione potrebbero esserne una risposta. Per questo motivo, sollecitata a scrivere il mio punto di vista, ho iniziato a capire cosa succede tra la gente, tra le persone che comunemente incontro per la strada, nei luoghi di lavoro. Ho provato ad ascoltare. Ho provato a capire lo stato d’animo di chi sta raccontando la sua storia, ho provato ad entrare per un attimo nella sua vita. In punta di piedi, in silenzio, senza paura e senza pregiudizio. Ho provato a considerare le sue emozioni come fossero mie, ho provato a non allontanarmi davanti alle sue difficoltà. Ferma, immobile ho provato ad unire fisico e corpo. Il mio e il suo. La persona che prova dolore, che soffre a livello emozionale, non sempre riesce a farti capire quanto

dolore prova. Il suo dolore non sarà mai spiegabile e soprattutto vivibile da un’altra persona in maniera eguale o similare. Il sentirsi a suo agio, il sentirsi protetta, sentire che si può fidare, essere ascoltata è la formula magica per provare ad aiutare chi sta cercando di mettere a nudo la sua identità, la sua parte malata, quella parte che ritiene “scomoda”. Proprio in questi istanti si può entrare a far parte di tante realtà, di tante situazioni. Punti di condivisione, di aiuto, di stimolo reciproco. Quante cose si imparano con il “semplice” ascolto... quante emozioni si provano “condividendo” le vite degli altri. Ora comprendo perché non ho trovato nessuno scritto in merito. Non ci sono le classiche “posologie”. Queste sono emozioni che si provano, che si percepiscono se riesci a liberarti da ogni schema mentale, da ogni giudizio o pregiudizio. Forse sono proprio questi ultimi passaggi descritti le cause delle malattie di origine psichica. Per esperienza mi sento di togliere il forse a questo punto. La libertà di vivere e di lasciar vivere nel rispetto delle diversità potrebbe essere la cura migliore.

Perché essere incasellati e omologati ??? Non credo esistano parti “scomode” del nostro fisico e della nostra mente. Credo invece nella voglia di vivere e di accettare chi siamo e come siamo. Pregi e difetti ??? Sono le caratteristiche essenziali dell’essere umano. Il malato può guarire, ma all’essere umano che ignora una malattia, un disagio, che cosa succede??? Forse nulla. Rimane nel suo buio ovviamente. A mio avviso la chiusura mentale è ciò che sta ostacolando il nostro modo di vivere, la nostra gioia e l’essenza dell’essere umano. Questa riflessione è una delle ragioni che mi porta a pensare che si avranno sempre più persone disorientate, o come dicevo all’inizio “malate”. La forza per guarire a questo punto inizia da Noi e finisce con Noi. La forza di vivere veramente, con libertà, con amore, con umiltà, con rispetto, dando il giusto peso a chi ci vorrebbe simile ad una delle tante pedine del domino, la individuo come la possibile medicina, come l’alternativa per una Vita unica e solo nostra.

TI CHIAMO PER NOME
Ti chiamo per nome, prigione! Sei il mio più grande fallimento e non posso nemmeno odiarti perché nell’odio ti darei ragione Questo mio infinito non-essere si consuma dentro un non-tempo scandito dai nomi di mille ombre tra muri di eterna prostrazione Ostinato a cercarvi nella cecità a chiamarvi con parole mute tra guardiani di porte chiuse e chiavi madri dell’espiazione 34 serrature di colpe mai sopite che aprono ad ennesimo dolore rinchiuso nel cinico martirio procurato oppure ricevuto Qui i sogni si fanno precipizio le speranze sprofondi di bestemmia gli occhi non trovano più sguardi la paura è il mio unico vestito Qui scrivo di destini falliti su fogli che bruciano di rabbia e coltivo l’albero del domani mangiando i suoi frutti marciti Un vento di purissima innocenza sibila fra crepe solo immaginate avvolgendo di buio questo corpo appeso al soffitto dell’abisso Ascoltatemi! Sono totalmente disperato e questa disperazione non finirà con le mie storie rinunciate non s’estinguerà nella cenere della condanna non sparirà nelle tombe della giustizia non si perderà negli imperi della negazione e non sazierà nessuna vendetta, se non quella della nostra umanità smarrita Ascoltatemi! Sono il figlio delle prigioni che avete eretto fin dentro i vostri cuori e non ci sarà mai liberazione se non coltiveremo le radici antiche di una terra che non ci cresca ancora così divisi e soli

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di Luisa Barbieri

DUE PAROLE SUL CONCETTO DI
Il rapporto coi miei Pazienti è una costante fonte di stimoli, le loro domande, le loro crisi, persino il loro stato di disagio mi mantengono in uno stato di allenamento mentale piuttosto elevato che mi permette di avventurarmi oltre il muro che troppo spesso ci blocca e ci impedisce di vedere che c’è un’altra possibilità po fa e che credo possa essere di interesse comune: “che cos’è la normalità ?” per riuscire ad affrontare una sorta di risposta, nel tentativo di offrire un input atto ad elaborare un concetto sano ed adeguato di normalità mi rifaccio a Fromm (*)

NORMALITà
ta società, indipendentemente dal fatto che tale società sia sana o malata. L’unico criterio è che l’uomo vi si sia adattato. … il racconto di Herbert George Wells << Il paese dei ciechi >> : un giovane, smarritosi in Malesia... incontra una tribù dove da molte generazioni tutti gli individui sono affetti da cecità congenita. Il giovane, invece, per sua << sfortuna>> , ci vede: e così tutti diffidano di lui. Tra gli altri, persino medi-

... si può affermare che la salute psichica è determirispondo ad una doman- nabile in rapporto al grado da che mi è stata rivolta in di adattamento al sistema ambulatorio qualche tem- di vita di una determina-

ci esperti diagnosticando la sua malattia come una strana e fino allora ignota affezione del volto, causa di ogni sorta di fenomeni bizzarri e patologici: Queste strane cose chiamate occhi, che esistono per formare nel volto una lieve e piacevole depressione, in lui sono malate di modo che gli disturbano il cervello. Sono molto dilatate, hanno le ciglia, con palpebre che si muovono; di conseguenza, il suo cervello è in uno stato costante d’irritazione e di distrazione (Wells, 1925, p.671) Il giovane si innamora di una ragazza e la vuole sposare. Ma il padre di lei si oppone alle nozze, a meno che egli non si sottoponga ad un’operazione che lo renda cieco. Prima di dare il suo consenso, il giovane

fugge via.

dividuo sia adattato, e che anche se nella confusione, non turbi il contesto so- una possibilità di risolvere Il racconto di Wells mo- ciale” il problema, un’alternativa stra con estrema semplistrategica ad affrontare ciò cità quello che tutti noi Rivolgendomi diretta- che crea disagio. proviamo, più o meno mente al mio interlocuto- Riferendoci alla storia distintamente, quando si re ora mi piacerebbe sape- di Wells, noi vorremmo parla di normalità e anor- re se risulta più chiaro il “mantenere la vista” accetmalità, salute e malattia, lungo e difficile percorso tando quel “costante stato dal punto di vista dell’a- che da anni stiamo affron- di irritazione e di distradattamento. tando insieme: noi ambi- zione” del nostro cervello La teoria dell’adattamento remmo rinforzare quella che consegue tale capacità. si basa implicitamente su criticità di pensiero che alcune premesse: ci rende unici con la netta “Gioia, energia, felicità: 1. ogni società in quanto consapevolezza del valore tutto dipende dal livello tale è normale della nostra della nostra relazionalità e 2. chi non corrisponde al 33 del nostro coinvolgimentipo di personalità gradito unicità, della nostra diver- to, cioè in primo luogo alla società deve conside- sità quale fonte di ricchez- dall’intensità della relararsi psichicamente mala- za. zione che abbiamo con la to L’adattabilità non credo realtà dei nostri sentimen3. il sistema sanitario, in corrisponda all’omolo- ti e con gli altri, che non ambito psichiatrico e psi- gazione destinata, per dobbiamo percepire come coterapeutico, ha lo scopo l’appunto, come diceva astrazioni, come merci di ricondurre il singolo in- Fromm, a non turbare il sui banchi del mercato. In dividuo al livello dell’uo- contesto sociale, credo, in- secondo luogo, in questo mo medio, indipendente- vece che corrisponda allo processo relazionale posmente dal fatto che questo stato di chi riesce a vedere siamo percepire noi stessia cieco o vedente. L’unica “oltre” e conseguentemen- si come entità autonome, cosa che conta è che l’in- te riesce ad intravedere, come un Io in relazione

con il mondo. Io divento tutt’uno con il mondo nel mio esservi relazionato, e al contempo percepisco me stesso come un Sé, come un’individualità, come qualcosa di unico, poiché in questo processo relazionale sono anche il soggetto dell’azione, del processo in cui entro in relazione. Io sono io, e sono l’altro. Divento tutt’uno con l’oggetto del mio interesse, eppure all’interno di questo processo percepisco anche me stesso come soggetto.” (E.Fromm) (*) “I cosiddetti sani. La patologia della normalità” - Erich Fromm, 1991

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di Andrea Quercioli

I DIRITTI DEI
Come ogni giorno lavorativo della settimana, anche quel mercoledì di fine maggio del nuovo decennio, Paolo T. è di fronte al suo tornio nella grossa industria del nord in cui lavora da alcuni anni. Appare tranquillo e abbastanza soddisfatto mentre manovra con perizia il tornio. 37 Forse è tifoso di calcio e pensa al campionato appena conclusosi con la vittoria del Cagliari di fronte a tutte le grandi. O forse pensa alla canzone attualmente prima nella hit parade, vincitrice del Festival di Sanremo a Febbraio, “Chi non lavora non fa l’amore” di Adriano Celentano. Una canzone che in tanti, Paolo T. compreso, hanno preso come un insulto verso tutti quelli come lui che nei mesi precedenti avevano fatto un sacco di ore di sciopero con tutti i problemi connessi di bilanci familiari durante il cosiddetto “autunno caldo”. Nel settore metalmeccanico sono state 184 le ore di astensione volontaria dal lavoro (di cui ben 72 concentrate nel mese di settembre) da settembre a dicembre per avere un salario medio mensile di 120.000 £. (contro le 100.000 del 1969) ma adeguamenti normativi che vanno dal38

LAVORATORI
la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore, diritto di assemblea nelle fabbriche, salute nei luoghi di lavoro, abbattimento delle cosiddette gabbie salariali (salari differenziati a seconda della area geografica di appartenenza) ed altro ancora. Paolo T. è soddisfatto dei risultati, semplicemente perché il suo quotidiano lavorativo è migliorato. Ed oggi, 20 maggio 1970, migliorerà ulteriormente perché entra in vigore la Legge 300 quella che ha come titolo: “Norme sulla tutela della libertà dei lavoratori, della libertà sindacale e della attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento.” In pratica lo Statuto dei Lavoratori. Nell’ordinamento giuridico italiano è finalmente ratificato il primo principio costituzionale, nonché anni di lotte, sfociate in quelle del 1969 per un concetto di lavoro più dignitoso. Questo, nonostante l’astensione del PCI di allora, ufficialmente contrariato dalla limitazione della applicabilità della Legge alle aziende con più di 15 dipendenti in un Paese dove regnava una piccola industria e un artigianato, e sotto la spinta dell’altro

mento della assunzione in poi, governando l’impresa con un mix di paternalismo e rigidità. In certe situazioni si registrano sviluppi imprevedibili. Ad esempio è tipico il caso dell’Emilia Romagna, ma anche di Toscana, Umbria e Lombardia, dove i licenziamenti per motivi ideologici e sindacali sostenuti dal repressivo Governo Scelba danno vita al modello emiliano da cui nasce la nuova figura del “padrone rosso”, il consolidamento dell’istituto cooperativo e la nascita di un vincente associazionismo come, ad esempio, la CNA. Ma la norma è che si lavora, come dice il padrone, e basta. E se provi a protestare o licenziato o bastonato in piazza. Ma l’operaio inizia ad alzare la cresta, complice anche un sindacato che ha nei partiti un riferimento forte e che lo sa usare. Le rivendicazioni delle piazze entrano in Parlamento insieme ai socialisti dell’epoca e il Parlamento inizia a legiferare prendendo atto delle nuove realtà. Con Legge del 30 giugno 1965 prende vita il Testo unico in materia di infortuni e malattie professionali, seguito a ruota dalla legge del 21 luglio che istituiva la pensione sociale. Quasi esattamente un anno dopo con legge n.604 del 15 luglio 1966 si regolano i licenziamenti.

partito “sociale” che è un PSI che sperimenta il governo grazie all’intuizione del centrosinistra di Aldo Moro. La storia dello Statuto dei lavoratori è comunque una storia che viene da lontano e che è trasversale a tutte le parti sociali del Paese di allora. Sin dal 1952 Giuseppe di Vittorio, il leggendario sindacalista contadino all’epoca presidente della Federazione Sindacale Mondiale ed esponente di punta della CGIL, si pronunciò pubblicamente circa la necessità di una sorta di “legge quadro” in materia di lavoro che riprendesse i principi costituzionali. Più o meno in quel periodo le ACLI associazione pubblicarono a Milano una inchiesta sulla forte discriminazione anche ideologica e religiosa, e lo sfruttamento nelle fabbriche italiane. L’ Italia del dopoguerra infatti, è passata da una economia rurale ad una più industriale e la crisi dei braccianti agricoli e l’emigrazione dal sud libera una forza lavoro straordinaria ed estremamente favorevole per la nascente industria. Sostanzialmente il classico padrone ha mano libera nella gestione del lavoratore, dal mo-

VIDEO
Dal dicembre 1968 al agosto 1969, come ministro del lavoro e della previdenza sociale c’è un certo Giacomo Brodolini. Chi è questo signore ? Un ex partigiano, socialista, laureato in lettere ed ex vicepresidente della CGIL quando a capo c’era Di Vittorio. Questo signore è colui che si batte, con successo, per la previdenza sociale, l’abolizione delle gabbie salariali e ottiene l’istituzione di una commissione nazionale per redigere una bozza di statuto dei diritti dei lavoratori con a capo un docente universitario: Gino Giugni. A lui viene attribuita la paternità dello Statuto (e per questo motivo nel 1983 venne gambizzato dalle BR) anche se Giugni dirà sempre di avere seguito le indicazioni di Brodolini, morto qualche mese dopo l’istituzione della commissione. Dal 20 Maggio 1970 quindi Paolo T. e con lui tutte le persone che lavorano in Aziende con più di 15 dipendenti hanno la libertà di opinione sui luoghi di lavoro così come recita il primo dei 13 articoli della prima parte della Legge, prima parte intitolata “della libertà e dignità del lavoratore” e dove si parla, tra l’altro, di controllo a distanza, di tutela della salute e di divieto di indagine su opinioni personali ed altro ancora. Seguono poi altri 4 articoli sulla libertà sindacale, nove sulla attività sindacale e altri ancora per un totale di 41 articoli, firmati dal Presidente della Repubblica di allora, Giuseppe Saragat, e da Mariano Rumor, Carlo Donat-Cattin e il guardasigilli Reale. Nella pratica Paolo T. vede entrare nella fabbrica il sindacato, legittimato interlocutore tra le sue esigenze di lavoratore e quelle del padrone, e un affermarsi di una nuova branca di Diritto che è quello del lavoro e che sempre più importanza avrà negli anni a venire. Ad oltre quaranta anni di distanza, lo Statuto dei lavoratori è periodicamente sotto attacco da chi lo vede sempre più un ostacolo produttivo tanto da introdurre pesanti modifiche a qualcuno degli articoli più importanti (l’art. 18 sui licenziamenti) con il pretesto di una loro presunta rigidità. Chissà se il pensionato Paolo T. legge i giornali dove qualcuno scrive che non è la mancanza di una effica-

ce legge anticorruzione o di una politica del lavoro l’ostacolo ad una crescita economica, ma una Legge che viene da lontano e che parla di dignità del lavoro?

Note di approfondimento: 20 maggio ‘70: è legge lo Statuto dei lavoratori Statuto dei diritti dei lavoratori La Testimonianza di Ernesto Cevenini La Costituzione negata – video Fondazione Giacomo Brodolini

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MAGGIO/AGOSTO 2013

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