Franco Ferraresi (Cremona 1940) ha insegnato nelle università di Milano (Cat­ tolica), Trento, Cosenza ed è stato visitor in numerose

università straniere. At­ tualmente è ordinario di Sociologia del Lavoro presso la Facoltà di Scienze Po­ litiche dell’Università di Torino. Ha scritto saggi e volumi sui problemi dello Stato, dell’amministrazione, del governo locale, del radicalismo di destra. Anna Elisabetta Galeotti (Bergamo 1953) ha studiato Filosofia Politica a Pavia e a Cambridge. Ha scritto saggi e articoli sui presupposti antropologici e meto­ dologici della teoria politica classica. E attualmente Jean Monnet Fellow all’i­ stituto Universitario Europeo di Firenze dove sta svolgendo una ricerca sull’in­ dividualismo metodologico in Filosofia Politica. Anna Jellamo (Roccella 1953) è ricercatrice presso l’istituto di Filosofia del Di­ ritto dell’Università di Roma. Si è occupata di movimenti politici extraparla­ mentari e di storia del pensiero politico e sociale, con particolare riferimento al Liberalismo e alla sociologia inglese contemporanea. Marco Revelli (Cuneo 1947) è ricercatore presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Si è occupato di teorie e interpretazioni del Fasci­ smo e di questioni di metodologia delle scienze storiche, politiche e sociali. Ha inoltre scritto vari saggi su problemi di sociologia della politica e del lavoro.

a cura di Franco Ferraresi Una ricerca di F. Ferraresi, A. E. Galmtli A. Jellamo, M. lievi *11i
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La destra radicale
t

< Feltrinelli

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Prima edizione in “Presenze” maggio 1984

ISBN 88-07-11002-4
La ricerca, riportata in questo volume, ha avuto il sostegno finanziario del CNR (Comitato per le Scienze Giuridiche e Politiche)

Presentazione

Nec ridere nec lugere sed ini^lligere.
S p in o z a

E quasi un luogo comune iniziare ogni studio sulla Destra italiana nel dopoguerra lamentando il vuoto di ricerche, la vera e propria rilut­ tanza delle scienze storiche e sociali a misurarsi col fenomeno'. A fron­ te di una produzione ricchissima sul piano dell’attualità giornalistica e della contro-informazione militante, ma necessariamente molto dise­ guale nella qualità, discontinua perché legata ad avvenimenti occasio­ nali, e parziale perché spesso riferita a singoli episodi2 , stanno pochissi­ mi tentativi di descrizione complessiva anche di tipo militante o gior­ nalistico’, e quasi nulla sul piano scientifico e concettuale4 . La Destra parlamentare è presa in considerazione dagli studiosi solo raramente, e per lo più all’interno di indagini focalizzate non su di es­ sa, ma sul sistema politico nel suo complesso5 . Sul principale partito di quest’area si ha una sola monografia, non a caso opera di una studiosa straniera6 ; nessuna sui partiti monarchici, pochissimo sul qualunquismo storico7 . Ancor meno per quanto riguarda la Destra extraparlamentare: non esistono materiali sui gruppi e sulle formazioni anche più note, co­ me Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale; nulla sui protagonisti, nessuna memorialistica8 , né antologie documentarie. Per quanto riguar­ da gli itinerari complessivi della Destra, non si conoscono tentativi po­ litologici di elaborare categorie sistematiche e schemi generalizzanti, con l’eccezione di un saggio del 1975 di Giorgio Galli, che ne esamina la strategia internazionale dopo gli anni sessanta9 . Assenti le ricerche locali, anche qui con almeno un’importante eccezione: lo studio sul neofascismo bresciano di Chiarini e Corsini (che in verità è ben più di una ricerca locale)1 0 . Per quanto riguarda le dimensioni culturali, basti pensare che nes­ suno studioso esterno all’“ambiente” si è occupato del pensatore che costituisce il principale riferimento teorico e dottrinale del radicalismo

PRESENTAZIONE

di destra contemporaneo in Europa, Julius Evola — anche qui con al­ cune parziali eccezioni1 1 . L’elenco dei silenzi delle scienze storiche e sociali nei confronti del­ la Destra potrebbe continuare ma sarebbe probabilmente tedioso. Più interessante, anche se arduo, cercare di spiegarne le cause. Una va pro­ babilmente individuata nell’attrazione esercitata dal Fascismo storico, nei cui confronti si è polarizzato buona parte dell’interessé dedicato a quest’area, ivi producendo, soprattutto in sede storiografica, una bi­ bliografia sterminata. Nei confronti del neofascismo, invece, e più in generale della Destra postbellica1 2 , sembra prevalere, soprattutto a sini­ stra, un atteggiamento di sufficienza, che considera quest’area come un mero residuo storico, espressione di ceti pre-industriali, di aree arretra­ te, di personaggi legati alle nostalgie del passato, complessivamente non meritevole di interesse concettuale. Quanto alla violenza nera (dal­ lo squadrismo, al golpismo, al terrorismo vero e proprio), questa è vista come un fenomeno meramente subalterno agli interessi del capitale o degli apparati di stato, e i suoi protagonisti sono classificati o come gli eterni cultori di fedi reazionarie, o come mazzieri prezzolati — in en­ trambi i casi non meritevoli di soverchia attenzione analitica1 3 . A ciò si aggiunga che la preoccupazione dominante, negli studiosi di sinistra, è rivolta al terrorismo rosso: questo infatti tende a presen­ tarsi come filiazione diretta (anzi, l’unica autentica) degli insegnamenti del marxismo, da cui la ricerca ansiosa, non disgiunta da qualche senso di colpa, di “come ciò sia stato possibile”, spesso sfociante nelle diverse versioni dei “ritratti di famiglia”. Né manca il tentativo di individuare possibilità di recupero per i giovani (o almeno per alcuni) che “hanno sbagliato”, scegliendo la via delle armi. Tutto ciò determina una con­ centrazione degli sforzi analitici sull’eversione rossa, a scapito ulteriore degli studi su quella di destra. Gli autori di questo volume ritengono invece che la Destra contem­ poranea meriti analisi approfondite da parte delle scienze storiche e so­ ciali. Spiegare le ragioni di interesse nei confronti del settore violento e terrorista dovrebbe essere superfluo, solo che si ponesse mente alla sua pericolosità sociale: la strage di Bologna, la cui attribuzione al ter­ rorismo nero è difficilmente contestabile, ha provocato da sola più vit­ time che intere stagioni di terrorismo rosso. Di fronte a questo e agli altri episodi di strage, la reazione più usuale dell’opinione pubblica è stata quella di ritrarsene con orrore ed esecrazione, considerandoli ope­ ra di pazzi criminali o di assassini prezzolati, al servizio di impenetrabi­ li trame eversive. Ferma restando la condanna di questi atti come atro­ cemente criminali, lo studioso non può ritenere sufficienti tali reazioni: anche se si ammette come possibile (o addirittura probabile) la stru­ mentalizzazione delle stragi e del terrorismo da parte di più ampi e non

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ancora decifrati disegni eversivi, resta che questi letiomeni hanno potu­ to svilupparsi grazie a un clima e a min (pi i versili logica politica che pongono lo studioso di fronte al problema ili comprendere. Quali itine­ rari, quali matrici ideologiche, dottrinali, politiche. sono all’origine del terrorismo nero? Quale contesto sociale lo nutre? Quali progetti lo agi­ tano? Cercare di rispondere a queste domande, come aliti hanno fatto per il terrorismo rosso, costituisce anche un contributo alla battaglia contro tutti i terrorismi. Ben diverso è, evidentemente, il discorso relativo ai filoni non vio­ lenti, come la cosiddetta Nuova destra, che con i primi hanno comuni matrici politico-culturali (e anche qualche protagonista), ma che se ne differenziano nettamente nell’azione — se non altro perché non sono dediti al terrorismo. Qui l’interesse è dovuto soprattutto a ciò, che con la Nuova destra riaffiorano, sulla scena politico-culturale italiana con­ temporanea, elementi di Weltanschauung, pulsioni, orientamenti ideo­ logici, che presentano forti e volute rassomiglianze con quelli che carat­ terizzarono la stagione dell’irrazionalismo successivo alla prima guerra mondiale, e che anche per questo costituiscono indicatori inquietanti delle tensioni e della crisi che travagliano in profondo la società italiana di oggi. I materiali presentati in questo volume si inseriscono in un più va­ sto programma di ricerca, avente l’obiettivo generale di fornire una pa­ noramica complessiva della Destra contemporanea in Italia1 4 . Si tratta di primi materiali, che hanno per oggetto solo due dei filoni apparte­ nenti a questo universo composito, il filone eversivo e quello della Nuova destra. (Per motivi contingenti è venuto a mancare un capitolo sulla Destra tradizionalista.) Anche con riferimento a essi le analisi so­ no ancora incomplete: ad esempio non sono state svolte indagini sulla composizione sociale dei movimenti di destra, non sono state raccolte biografie (storie di vita) dei protagonisti, né condotti studi approfondi­ ti sul linguaggio e sulla struttura argomentativa del loro discorso. A questi e altri temi saranno dedicate le fasi successive del lavoro. Mal­ grado tali limiti, gli autori ritengono che i materiali finora raccolti pre­ sentino motivi d’attualità e di interesse sufficienti a renderli sin d’ora pubblicabili e soprattutto disponibili alla discussione scientifica e poli­ tica: il vuoto conoscitivo in quest’area è tale che anche un’informazio­ ne provvisoria — ma consapevole di esserlo — è preferibile al silenzio. Gli strumenti concettuali utilizzati in questa parte della ricerca so­ no quelli appartenenti al bagaglio professionale degli autori, cioè la scienza e la sociologia politica, insieme alla filosofia politica. (Ciò signi­ fica, fra l’altro, che non sono state condotte indagini di tipo investiga­ tivo sulle responsabilità degli episodi violenti, né sulle “trame” e le strategie nelle quali, secondo l’opinione più diffusa, essi si inseriscono.) Senza pretendere una neutralità impossibile e forse ipocrita in una ma­

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teria così incandescente, gli autori si sono sforzati di utilizzare tali stru­ menti col massimo di obiettività, nella convinzione che questa sia indi­ spensabile per veramente capire, e che la comprensione dei fenomeni anche più ostili alla democrazia sia un dovere (non meno che un dirit­ to) degli studiosi democratici. L’organizzazione del volume rispecchia gli argomenti affrontati. A un primo capitolo dedicato a una panoramica generale sulle idee della Destra italiana fino alla metà degli anni settanta, ne fa seguito un se­ condo focalizzato sulle vicende del filone eversivo, dallo squadrismo neofascista e nostalgico dell’immediato dopoguerra, allo spontaneismo armato degli anni più recenti. La Nuova destra è oggetto del terzo ca­ pitolo, che ne considera sia la vicenda e i contenuti attuali, che i refe­ renti culturali presenti e passati (konservative Revolution e Nouvelle Droite). Il quarto capitolo affronta, nel suo itinerario filosofico com­ plessivo, il principale autore della Destra, Julius Evola, il cui pensiero, nelle sezioni precedenti del volume, è stato considerato prevalentemen­ te nelle sue valenze politiche. L’ultimo capitolo, infine, di fronte all’at­ tuale tendenza sia della Destra eversiva (Terza Posizione, “Costruiamo l’Azione” ecc.), che della Nuova destra e dei suoi interlocutori favoriti, a proclamare obsoleta e inutile la distinzione fra destra e sinistra, attra­ verso l’esame degli usi circoscritti della dicotomia, ne argomenta l’ap­ plicabilità all’analisi delle ideologie. Come sempre una ricerca complessa contrae debiti numerosi e dif­ ferenziati. Questa in particolare non sarebbe stata possibile senza il contributo di Patrizia Guerra e Inge Schladen, che hanno partecipato al suo svolgimento e il cui nome solo per motivi contingenti non appare nell’indice degli autori; di Vittorio Frosini, che fin dall’inizio, come se­ gretario del Comitato per le Scienze giuridiche e politiche del CNR, ha incoraggiato la ricerca; di Salvatore Veca, che ha seguito il lavoro in tutte le sue fasi leggendo il manoscritto e fornendo preziosi suggeri­ menti editoriali; dello staff della Fondazione Feltrinelli (Stella Bossi, Nadia Buson, Angela Carapelli, Marisa Epis) che ha gestito gli aspetti amministrativi. Particolarmente significativa è stata la collaborazione di numerosi magistrati che, nel rigoroso rispetto delle norme procedu­ rali, hanno reso possibile la consultazione di indispensabili materiali giudiziari, e hanno condiviso con i ricercatori la loro grande esperienza di indagini sui fenomeni eversivi: fra gli altri V. Borraccetti, G. Casel­ li, M.L. Dameno, A. Macchia, R. Minna, C. Nunziata, P.L. Vigna, L. Pepino, L. Violante. Marco Nozza, del “Giorno”, con grande generosi­ tà, ha posto a nostra disposizione materiali e conoscenze acquisiti nella sua lunga attività di giornalista; H. Winterberg, del Goethe Institut di Torino è stato di grande aiuto nel reperimento di fonti tedesche. F.F.

Note

1r . C h i a r i n i , p. c o r s i n i , Da Salò a Piazza della Loggia. Blocco d’ordine, neofascismo, radicalismo di destra a Brescia (1945-1974), Milano, Angeli 1983, p. 13. Nello stesso senso N. t r a n f a g l i a , La crisi italiana e il problema storico del terrorismo, in M . g a l l e n i (a cura di), Rapporto sul terrorismo, Milano, Rizzoli 1981, pp. 500-501. 2 Se ne vede un’accurata rassegna bibliografica in R. Ch i a r i n i , p . c o r s i n i , op. cit.,
p p . 16-17.

* Fra questi: a . d e l b o c a , m . g i o v a n a , I “ figli del sole". Mezzo secolo di nazifascismo nel mondo, Milano, Feltrinelli 1965; D. b a r b i e r i , Agenda Nera. Trent’anni di neofascismo in Italia, Roma, Coines 1976; G. f l a m i n i , Il partito del golpe, Ferrara, Bovolenta (prevista in quattro volumi, che dovrebbero coprire il periodo che va dal 1964 al 1978, l’opera è attualmente giunta al terzo, che arriva fino al 1974). 4 La penuria di studi italiani è tanto più notevole se si confronta con la ricchezza di materiali stranieri. Su ciò: F. f e r r a r e s i , Studi sul radicalismo di destra. I. La destra radicale americana nell'interpretazione neopluralista, “Studi di Sociologia”, X II, 3-4, die. 1974, pp. 286-323; i d e m , Studi sul radicalismo di destra. II. Conservatorismo e destra radi­ cale nella Repubblica Federale tedesca, in F. f e r r a r e s i (a cura di), Cultura e ideologia della destra in Italia: primi risultati di ricerca, Milano, Fondazione Feltrinelli ’82 ciclostilato; indicazioni bibliografiche ulteriori in i d e m , La cultura politica della destra eversiva, Atti del Convegno su “Ricordare e capire. Violenza politica e terrorismo in Italia”, Bologna 1983, in corso di stampa. 5 Ad esempio: G. g a l l i , Il difficile governo, Bologna, Il Mulino 1972; p. f a r n e t i , Partiti, stato e mercato: appunti per un'analisi comparata, in L. g r a z i a n o , s . t a r r o w (a cura di), La crisi italiana, Torino, Einaudi 1979, pp. 113-175. 6 p. r o s e n b a u m , Das Movimento Sociale Italiano (MSI). Struktur Programmatile und Ideologie des Neofascbismus in Italien von 1946 bis 1972, Monaco 1974 (Tr. it. Il nuovo fascismo da Salò ad Almirante, storia del MSI, Milano, Feltrinelli 1976). 7G. p a l l o t t a , Il qualunquismo e l ’avventura di G. Giannini, Milano, Bompiani 1972; s. s e t t a , L ’Uomo Qualunque 1944-1948, Bari, Laterza 1975. 8 Fra le (rare) eccezioni: G. s a l i e r n o , Autobiografia di un picchiatore fascista, Torino, Einaudi 1976. 9 G. g a l l i , La crisi italiana e la destra intemazionale, Milano, Mondadori 1975; per una discussione delle tesi di Galli cfr. f . f e r r a r e s i , The Contemporary Image of Fascism, relazione al convegno su: “The Roots of Fascism”, University of Sydney, luglio 1980; i d e m , G li studi italiani, in F. f e r r a r e s i (a cura di), Cultura e ideologia della destra in Italia, cit.

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NOTE

1 0CHIARINI-CORSINI,

Op. cit.

1 1 Oltre a Galli, in La crisi italiana e la destra internazionale, cit., dedica un capitolo al pensiero evoliano F. j e s i in Cultura di destra, Milano, Garzanti 1979, volume stimolan­ te ma volutamente a-sistematico ed eterogeneo. 1 2 Le oscillazioni terminologiche che compaiono negli studi su quest’area indicano la difficoltà di definirla in maniera univoca, che a sua volta rimanda all’ancora scarso approfondimento concettuale e conoscitivo in materia. Si parla infatti di neofascismo, neonazismo, estremismo, radicalismo di destra, destra radicale, destra eversiva e simili, in maniera spesso intercambiabile e a volte senza precisazioni. (Cfr. R. C h i a r i n i , p . Co r ­ s i n i , op. cit., p. 19.) Si è deciso di utilizzare, per questo volume, la dizione “destra radi­ cale” (“radicalismo di destra”), oltre che per omogeneità con l’uso internazionale (Rechts Radikalismus, Radicai Rig/it), per la sua ampiezza e capacità di comprendere, in via gene­ rale, le culture di tipo autoritario (antiegualitario), gerarchico, anti- o a-razionalistiche, periodicamente riemerse nel corso di questo secolo, soprattutto in corrispondenza delle crisi delle politiche riformiste. Nello stesso senso G. g a l l i , La crisi italiana, cit. Sul con­ cetto di neofascismo, in particolare cfr. E. Sa n t a r e l l i , Fascismo e neofascismo, Roma, Editori Riuniti 1974; G. d e l u n a , Neofascismo, in F. l e v i , u . l e v r a , n . t r a n f a g u a (a cura di), Il mondo contemporaneo. Storia d’Italia, 2, Firenze, La nuova Italia 1978, p. 779; N. t r a n f a g i .i a , Fascismo, neofascismo e nuova destra: appunti per una definizione sto­ rica, in a a . v v ., Fascismo oggi: nuova destra e cultura reazionaria negli anni ottanta, Cuneo, Istituto Storico della Resistenza 1983, pp. 33-48. L’argomento è ripreso e sviluppato nel III capitolo di questo volume. n G. b o c c a , Il terrorismo italiano, 1970-1978, Milano, Rizzoli 1978, p. 51. 1 4 La ricerca è finanziata dal contributo di ricerca CT81-82775.09 del Comitato per le Scienze Giuridiche e Politiche del Consiglio Nazionale per le Ricerche.

1. Da Evola a Freda Le dottrine della Destra radicale fino al 1977
di Franco Ferraresi

1. PREMESSA

Uno dei fenomeni che maggiormente colpiscono chi osserva l’estre­ ma destra italiana nel secondo dopoguerra è la grande eterogeneità di linee e orientamenti che la caratterizza. Già nel periodo immediata­ mente successivo alla caduta del Fascismo i gruppi e le formazioni col­ locabili in questo spazio politico fanno registrare posizioni che si diffe­ renziano non per gradazioni o sfumature, ma in termini addirittura contraddittori, su argomenti come la problematica istituzionale, la poli­ tica estera, la religione e altri. Si hanno così monarchici e repubblicani, “socializzatori” e difensori della proprietà privata, corporativi e anti­ corporativi, filoborghesi e antiborghesi ma anche neutralisti, filoatlan­ tici, antiatlantici, addirittura qualche voce filosovietica'; filoarabi e antiarabi; in seguito, filoisraeliani e antisraeliani. Inoltre: cattolici osser­ vanti, tradizionalisti anti- o a-cattolici; fra questi, gli ostili alla Chiesa per motivi politici (il “tradimento” del Fascismo), i neopagani, i mistici orientalisti, i simpatizzanti per l’IsIam, e così via. Sul piano organizza­ tivo. infine, si configurano almeno tre possibilità: quella di costituire gruppi clandestini veri e propri in funzione antidemocratica, quella di costituire partiti di comodo per mascherare le attività clandestine, quella di inserire nuclei fascisti nei principali partiti esistenti2. Queste diversificazioni e contraddizioni si producono poi all’inter­ no del Movimento Sociale Italiano, e ad esse si aggiungono i contrasti e i dilemmi specifici di un partito: per esempio, se esso debba essere squadrista-rivoluzionario-antisistema, o legalitario-parlamentare (“man­ ganello o doppiopetto”), o le due cose insieme; se debba raccogliere l’e­ redità, ideologicamente molto ambigua, del moribondo Uomo Qualun­ que, o se debba mantenersi “puro”; in seguito, se debba allearsi con le

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FRANCO FERRARESI

formazioni monarchiche, o rifiutare ogni contatto con i seguaci della dinastia che aveva “proditoriamente” rovesciato il Fascismo3 . Con­ traddizioni, queste, che sono tagliate trasversalmente dal fattore geografico-regionale: il partito nasce con una leadership di formazione pre­ valentemente settentrionale, composta cioè dagli “estremisti” reduci della Repubblica Sociale Italiana, ma la sua base elettorale si trova pre­ valentemente al Sud, ignora l’esperienza di Salò, e si caratterizza in termini moderati, legittimisti, notabilari, qualunquisti. In seguito, il quadro dei contrasti si arricchirà delle inevitabili differenziazioni generazionali, declinate, almeno in una prima fase, soprattutto in termini di partecipazione o non-partecipazione all’esperienza del ventennio fa­ scista. Il panorama qui descritto risulta fortemente variegato per motivi, ovvi, collegabili con le condizioni particolarmente traumatiche del do­ poguerra italiano, soprattutto per la Destra, erede riconosciuta e di­ chiarata dei regimi che erano stati drammaticamente rovesciati dopo avere sconvolto il mondo con una delle guerre più sanguinose della sto­ ria. Anche in assenza di circostanze così particolari, tuttavia, si deve sottolineare che è del tutto normale, per ogni formazione politica di qualche consistenza, manifestare al proprio intèrno un grado più o me­ no elevato di eterogeneità, tensioni e antinomie. Affinché una forma­ zione sopravviva e operi (i.e., non sia paralizzata dalle contrapposizio­ ni, né frantumata dalle scissioni) è però necessario che essa sia in grado di superare i contrasti, o mediante compromessi accettabili agli attori principali, o con l’affermazione di una o più componenti sulle altre (le due linee, naturalmente, non sono in alternativa e tendono anzi a pre­ sentarsi in qualche misura mescolate). Le dinamiche in parola sono molto evidenti nella storia del MSI: a una fase iniziale, dominata dai reduci della RSI (prima segreteria Almi­ rante, fino al 1950), e dopo l’interludio di De Marsanich, succede il grigio quindicennio della gestione Michelini che, appoggiandosi soprat­ tutto alla componente notabilare-meridionale, inserisce il partito nel giuoco parlamentare, si allea con i monarchici, e accetta una posizione esplicitamente subalterna nei confronti della D C 4 : la minoranza almirantiana diventa opposizione, turbolenta e perennemente minacciosa di scissioni che però non realizza mai5 , a differenza di altre frange anche consistenti, che escono dal partito, pur mantenendosi sempre in contat­ to con esso (l’Ordine Nuovo di Pino Rauti, nel 1956). Infine, la nuova segreteria Almirante (dal 1969), si propone l’obiettivo di tenere insie­ me manganello e doppiopetto, da un lato recuperando la componente “estremista” (rientro di Rauti e di parte di Ordine Nuovo; incoraggia­ mento alla “piazza di destra”), dall’altro cercando di accreditare un’im­ magine rassicurante del MSI come rispettabile formazione conservatri­ ce (Destra Nazionale), baluardo del sistema borghese minacciato dall’e­ versione rossa.

1. DA EVOLA A FREDA

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Tutto questo appartiene all’ordine del contingente, della prassi ne­ cessaria a consentire la sopravvivenza e il rafforzamento di un’organiz­ zazione all’interno di una comunità politica competitiva: quindi le ma­ novre, i tatticismi, la disponibilità al negoziato e al compromesso sugli obiettivi, le incongruenze fra dottrina e azione, fra teoria e prassi, fra i diversi segmenti di un medesimo universo ideologico-dottrinale6 , che la scienza politica e la sociologia dei partiti, almeno da Michels in poi, hanno ampiamente illustrato. Nelle ali estreme dello schieramento politico — per la verità non solo in queste, ma qui in maniera molto più accentuata che altrove — esistono posizioni che non riconoscendosi nelle finalità, nei valori, nel­ le istituzioni che governano la comunità politica, ne rifiutano anche le regole di fondo e rivendicano una loro radicale modifica7 . Tale rivendi­ cazione può assumere forma meramente teorico-dottrinale, ad opera di gruppi o cenacoli che si occupano soprattutto di riflessione culturale e dell’elaborazione di universi sistematici di ideologia e Weltanschauung; essa però può assumere anche la forma di attività concreta, caratteriz­ zata dalla visione dei rapporti politici in termini di alternative radicali, dal rifiuto degli obiettivi graduali o parziali, nonché del negoziato e del compromesso con “gli altri” — non ritirandosi neppure di fronte alla violenza. Naturalmente, la distinzione fra i due ambiti (“teoria” e “prassi”) è tutt’altro che rigida: i collegamenti fra loro, infatti, possono essere molto stretti, giungendo anche al punto di una rigorosa intera­ zione. In ogni caso, questa è l’area di cui si occupa il presente volume: senza del tutto ignorare la formazione parlamentare cui nella maggior parte dei casi essi fanno riferimento — il MSI, appunto — è ai gruppi del radicalismo di destra, e al loro universo ideologico e culturale che si rivolge l’attenzione di questo studio. Il presente capitolo, di natura introduttiva, ha per oggetto i temi di fondo emersi nel corso dei principali tentativi di razionalizzazione e sistemazione o comunque riflessione approfondita, condotti sull’etero­ geneo universo dell’estrema Destra, fino alla metà degli anni settanta. Come si è accennato, soprattutto nel caso dell’estremismo, la distinzio­ ne fra teoria e prassi, fra elaborazione concettuale e militanza politica, è spesso (volutamente) labile: pur tenendo conto di ciò, si è ritenuto opportuno concentrare l’attenzione iniziale prevalentemente sulla pro­ duzione teorico-dottrinale di fondo, lasciando al capitolo successivo l’e­ same delle elaborazioni militanti immediatamente inserite nell’azione politica dei gruppi. Si analizzeranno quindi le teorie, le dottrine, i miti proposti e discussi dagli intellettuali e dai centri di diffusione culturale la cui influenza è più durevole, manifesta, riconosciuta nei diversi filo­ ni del radicalismo di destra fino ai nostri giorni, cioè il nucleo EvolaRomualdi-Edizioni di A r8. Essi forniscono, infatti, i principali punti di riferimento entro cui si può situare buona parte delle ipotesi e delle proposte strategiche degli anni più recenti.

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FRANCO FERRARESI

Il periodo che va dalle morti di A. Romualdi e J. Evola (1973-1974) all’esplosione del “secondo” movimento giovanile (1977) è stato assun­ to come data terminale di questa ricognizione introduttiva: dopo il 1977, infatti, nella militanza di destra si introducono nuove problema­ tiche e modalità di lotta, che saranno affrontate nel capitolo che segue. Si tratta, va subito detto, di una periodizzazione puramente di como­ do: gli stretti collegamenti personali, ideologici e dottrinali dei militan­ ti e dei gruppi rendono impossibile ogni cesura nitida.

2 . I CONTI COL FASCISM O

Un primo argomento su cui si confrontano molteplici prese di posi­ zione interne alla Destra riguarda la valutazione dell’esoerienza fasci­ sta. La centralità della questione in questa sede e in Questo periodo è evidente: il Fascismo costituisce l’esperienza storico-politico-esistenzia­ le con cui la stragrande maggioranza degli uomini e dei gruppi di destra si identifica in maniera profonda e appassionata. Si tratta però di una vicenda conclusasi con una débàcle storica senza precedenti, che inoltre ha suscitato la condanna morale più intensa da parte del “mondo civi­ le” (e comunque dei vincitori). Ci si chiede allora che senso abbia, al di là della pura fedeltà al passato, dichiararsi fascisti dopo il 1945; ciò rende necessario fare i conti con questo passato, interrogandosi su qua­ le sia stata la “vera” natura del Fascismo, anche per individuare le cau­ se della sua sconfitta, a opera degli “imbelli” sistemi democratici e col­ lettivisti. Gli “esami di coscienza” che derivano da questa esigenza hanno sbocchi differenziati, ma trovano un fondamento unitario nella fedeltà ideale al passato che li ispira (“Noi siamo gli eredi senza benefi­ cio d’inventario”) 9 , e le critiche anche più aspre si collocano all’interno di una logica dove l’identificazione col Fascismo è fuori discussione (chi si dissocia è un “rinnegato”), mentre non viene mai varcata la so­ glia che porterebbe all’antifascismo (sinonimo di tutti i mali della socie­ tà contemporanea). Per questi motivi, le valutazioni che emergono sono il risultato di un intreccio sovente inestricabile fra il riflesso di vicende personali in­ tensamente vissute (e quindi tradotte in appassionate autodifese), l’oggettiva difficoltà di valutare un fenomeno storico complesso e differen­ ziato nel tempo, in particolare per la frattura intervenuta fra “venten­ nio” e RSI (con le ulteriori complessificazioni e lacerazioni che ciò de­ termina sul piano personale), e infine la volontà di leggere il passato in modo da orientare in una direzione piuttosto che in un’altra la politica futura della Destra: la difficoltà di classificare questa moltitudine di prese di posizione, ricche di sfumature e distinguo, è ovvia. Molto grosso modo, e come sempre rischiando l’eccesso di schematismo, si

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possono forse delineare tre “letture” principali del Fascismo da parte della Destra postbellica: il Fascismo come rivoluzione (mancata); il Fa­ scismo come “terza via” fra capitalismo e marxismo; il Fascismo come reazione tradizionalista contro il mondo moderno. La prima lettura, diffusa soprattutto in sede immediatamente poli­ tica, si collega con la mitizzazione della “sanguinosa epopea” della RSI: il Fascismo del Ventennio è caduto perché il Regime non ha tenuto fede alle proprie origini rivoluzionarie, in cui stava la sua natura più autentica e si è lasciato inquinare dal compromesso con gli interessi conservatori e reazionari (Monarchia, Chiesa, alta finanza, burocrazia ecc.), che, soffocando gli “intransigenti”, rendendo impossibile la “se­ conda andata”, andando contro la vera volontà di Mussolini (la cui fi­ gura è normalmente indenne dalle critiche)l0, hanno trasformato un movimento rivoluzionario in un regime d’ordine. La RSI, e in particola­ re i mitici “18 punti” della Carta di Verona, hanno ripreso i motivi delle origini, soprattutto in senso socializzatore intransigente, recupe­ rando così l’autentica natura popolare e progressista del Fascismo: ma troppo tardi, per la disastrosa situazione bellica, così che gli spunti an­ che migliori non hanno avuto possibilità di sviluppo. Le principali dicotomie sottostanti a questa prima lettura (rivolu­ zione/conservazione; progresso/reazione; marxismo/capitalismo) sono respinte o scavalcate da quanti affermano l’originalità del Fascismo co­ me “terza via”. La tesi viene sostenuta da vari punti di vista, di cui quello economico e istituzionale è forse il più noto e diffuso (il sistema corporativo fascista come alternativa fra l’individualismo capitalista e il collettivismo marxista). Più interessante ai nostri fini è la proposta di questa seconda lettura in chiave della dicotomia progresso/tradizio­ ne: la tesi, ampiamente dibattuta già nel dopoguerra, viene poi “codifi­ cata” negli anni settanta, da Enzo Erra, in un saggio subito acclamato come fondamentale dai diversi settori della Destra radicale1 1 . Erra par­ te dalla difficoltà di collocare in maniera non ambigua il Fascismo sul­ l’asse rivoluzione/reazione, per gli aspetti contrastanti della sua politi­ ca. Il Fascismo, infatti, fu innanzitutto antimarxista, il che portò all’al­ leanza con gli interessi conservatori e reazionari minacciati dal marxi­ smo: “un equivoco che in sede pratica durò fino al 25 luglio 1943 per il Fascismo italiano, e fino al 20 luglio 1944 per il Nazismo” (p. 76). Fascismo e conservatorismo, infatti, non sono assimilabili, come è stato messo in luce dallo stesso De Felice, alle cui tesi il saggio di Erra vuole costituire una risposta: nel Fascismo è presente un elemento rivoluzio­ nario, la mobilitazione e partecipazione politica delle masse, e, nel caso italiano, l’obiettivo di trasformare la società e gli individui in una dire­ zione nuova. I regimi conservatori, invece, sono rivolti al passato, ed in particolare escludono rigorosamente le masse dalla politica1 2 . Rivolu­ zionario, dunque, il Fascismo, cioè partecipe del grande moto che ac­ compagna la società moderna a partire dalla Rivoluzione francese?

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Contro di ciò sta il fatto che il Fascismo considera proprio la Rivolu­ zione francese e i principi dell’89 come suoi nemici fondamentali1 3 . Se­ condo Erra, si può uscire dall’apparente antinomia non già, beninteso, tramite una verifica di corrispondenza fra la retorica del Regime e la sua reale prassi politico-economica M , ma solo riconoscendo che non esi­ ste una rivoluzione per antonomasia, quella francese, che funga da ter­ mine di paragone per tutte le altre, come vuole la Sinistra1 5 . Rivoluzio­ ne è la lotta contro chi detiene il potere in un dato momento storico: quando il Fascismo apparve sulla scena della storia, il potere era dete­ nuto dalla Weltanschauung modernista, impersonata da individualismo liberale, democrazia parlamentare, capitalismo e bolscevismo, accomu­ nati da una concezione materialista e determinista, secondo cui l’uomo, privo di autonomia spirituale, è governato da ineluttabili fattori econo­ mici e sociali1 6 . Rispetto a questo atteggiamento di fondo, il contrasto fra marxismo e capitalismo è una mera questione interna, una falsa an­ titesi, quindi in realtà un fattore di stabilizzazione. La-’vera alternativa è quella del Fascismo, che vuole creare un uomo nuovo proprio contro il materialismo e il determinismo postilluminista, affermando la supe­ riorità dello spirito, dell’energia vitale e creatrice. In questa prospettiva, l’uomo fascista, “antidogmatico per origini e per vocazione”, si differenzia però anche dall’uomo della tradizione, “con la sua obbedienza al dogma e alla verità rivelata, con la sua ade­ sione a una realtà trascendente, con la sua fedeltà alle istituzioni che da quella realtà riteneva emanate” 1 7 . Unitamente alla sfiducia nelle masse, sono questi i motivi per cui, nonostante “l’indubbia statura dei suoi pensatori, il tradizionalismo non potè mai [...] uscire dall’ambito di una minoranza vivace ma assai ristretta [...] [caratterizzata da] steri­ lità, mancanza assoluta della capacità di suscitare emozioni profonde e durevoli, di incidere sulle grandi correnti dell’opinione pubblica”, ca­ pacità queste, tutte, che il Fascismo possedeva al massimo grado (pp. 89-90). Malgrado tale “distinzione netta”, tra fascisti e tradizionalisti sono sempre possibili alleanze e cooperazioni che non sono consentite con i progressisti, nei cui confronti può esistere solo “la contrapposizio­ ne e l’antitesi” 1 8 . Così come: un liberale ed un comunista possono passare la vita a combattersi, ma ap­ pena spunta all’orizzonte un “fascista” ritrovano di colpo un’istintiva e in­ vincibile solidarietà; allo stesso modo un fascista, un nazista, un falangista, sono indubbiamente diversi tra loro, ma avranno sempre la sensazione di appartenere allo stesso mondo ideale rispetto ad un liberale e ad un comu­ nista. E una linea di confine netta e chiara che segna profondamente il volto del secolo, e che non ha perduto il suo valore per il fatto che l’antifa­ scismo è rimasto padrone del campo (p. 98)w . La linea argomentativa di Erra utilizza buona parte dei topoi della Destra radicale: in primo luogo l’accentuata sopravvalutazione delle di­

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mensioni “spirituali” dei fenomeni politici, e la corrispondente, radica­ le svalutazione della realtà storica, soprattutto nei suoi risvolti econo­ mici2 0 , per cui l’alleanza fra Fascismo-Nazismo e interessi conservatori, durata per tutto l’arco dei regimi, viene sbrigativamente liquidata come un mero “equivoco”, da relegare “in sede pratica”; correlativamente i conflitti fra liberalismo e comunismo appaiono fenomeni insignificanti al cospetto dell’identità di fondo dei due sistemi, vista nell’accettazio­ ne del determinismo storico. Decisiva è poi la volontà di affermare il carattere rivoluzionario del Fascismo, il che rende necessario definire come rivoluzione,qualunque lotta contro i detentori del potere, e identificare questi ultimi non già con gruppi politici o costellazioni d’interesse, ma con una Weltanschauung astratta — e per di più impropriamente attribuita ad almeno alcuni dei suoi asseriti portatori.

3. IL FASCISM O VISTO DA DESTRA: JU LIU S EVOLA

I dilemmi in cui si dibatte Erra sono dovuti, in buona parte, alla preoccupazione di salvaguardare la facciata rivoluzionaria del Fasci­ smo^ nello stesso tempo negandogli un carattere sia progressista che conservatore. Tale preoccupazione è del tutto assente dall’analisi in chiave rigorosamente tradizionalista che costituisce il terzo fra i tipi di lettura annunciati. La sua presentazione occuperà più spazio delle pre­ cedenti, perché chi la propone (Julius Evola) è la figura intellettuale di gran lunga più importante nella Destra radicale contemporanea, e il quadro teorico in cui si svolge la sua riflessione è anche quello che struttura il campo problematico nel quale si riconoscono (e si scontra­ no) sia i settori della Nuova destra, che i gruppi eversivi. La discussio­ ne evoliana del Fascismo quindi, in realtà, è un’occasione per introdur­ re buona parte dei temi che faranno oggetto di analisi nei capitoli che seguono2 1 . II significato positivo fondamentale del Fascismo, secondo Evola, è quello di una reazione, originata dalle forze combattentistiche e nazio­ nali, nei confronti della crisi dello Stato e dell’autorità che caratterizza­ va la situazione post-bellica. Di fronte al crollo dei valori del primo do­ poguerra, il combattentismo, originariamente sorto nell’alveo dei movi­ menti democratici di impronta risorgimental-quarantottesca, muta di vettore e si orienta “verso la Destra, verso l’ideale dello stato gerarchi­ co e della ‘nazione militare’” 2 2 , mettendo in evidenza quello che Evola non esita a definire (e valutare positivamente) come momento controri­ voluzionario 2 3 . L’affermazione e il rafforzamento dell’autorità statale — massimo contributo storico del Fascismo secondo Evola — si realizzano nei con­

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fronti di alcune entità “polari”, prima fra tutte la società, intesa come l’insieme di “tutti quei valori, quegli interessi e quelle disposizioni che rientrano nel lato fisico e vegetativo di una comunità” 2 4 . Come si vede, l’universo concettuale è qui affine a quello della classica dicotomia hegelo-marxista bürgerliche Gesellschaft politischer Staat; ma la posizione di Evola si colloca, in maniera assolutamente ortodossa, all’interno del pensiero antidemocratico, per la radicale svalutazione che essa compor­ ta del momento economico identificato con la società civile come “si­ stema dei bisogni” 2 5 . Non a caso proprio a questo proposito Evola ri­ chiama la prospettiva di Spengler, che considera la fase in cui l’econo­ mia diviene sovrana come caratteristica del periodo di decadenza di un ciclo di civiltà2 6 . Per Evola, nella migliare delle ipotesi, l’economia ap­ partiene all’ordine dei mezzi, mentre il governo dei fini ultimi va rigo­ rosamente riservato alla politica; nella peggiore, che si verifica nella so­ cietà contemporanea, il primato dell’economia realizza una vera e pro­ pria allucinazione o “demonia” 2 7 di cui l’odierno consumismo è l’e­ spressione più visibile e degradante. Il tentativo fascista di realizzare l 'autarchia, deve allora essere visto anche come una sfida alla concezio­ ne dell’economia come “il nostro destino”, e in quanto tale va giudica­ to positivamente, così come positivo deve essere il giudizio sul modello economico-istituzionale proposto dal Fascismo, quello corporativo — a condizione che esso non implichi un tentativo di scalata dell’economia alla politica2 8 . “Aberrante” è invece una formula come “stato del lavo­ ro”, qua e là comparsa nel Fascismo, e “conclamata” nella costituzione repubblicana2 9 ; ancora più deprecabile quella, gentiliana, di “umanesi­ mo del lavoro”, entrambe riferibili “alle scorie, alle parti non essenziali e non valide del fascismo” 5 0 . Applicando queste categorie, Evola non esita a definire demagogico uno dei mostri sacri del neofascismo, il Ma­ nifesto di Verona, nelle sue componenti socializzatrici: l’aspetto da sal­ vare della RSI è invece lo spirito combattentistico e legionario, uno dei miti del pensiero evoliano 3 1 . L’opposto della società civile, la sfera politica, “si definisce con va­ lori gerarchici, eroici e ideali, antiedonistici e, in una certa misura, an­ che antieudemonistici, che la staccano dall’ordine dell’esistenza natura­ listica e vegetativa” e la spingono verso la trascendenza3 2 . Qui entra in questione il contenuto “eroico” o militare, di servizio come onore e lealismo in senso superiore, che con riferimento allo Stato può acqui­ stare l’esistenza’3 . Il Fascismo, secondo Evola, si sforzò di mantenere un’“alta tensione ideale”, in omaggio a una concezione antiborghese, combattiva della vita (“vivere pericolosamente”): il carattere “esteriore e forzato” di varie iniziative assunte a questo fine non deve far trascu­ rare che esse cercavano di rispondere a una esigenza fondamentale del­ l’animo umano: quell’impulso alla “autotrascendenza” che le “fisime di razionalizzazione” possono reprimere o screditare, non estirpare. In quest’ordine di fenomeni assume importanza fondamentale il mi­

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to, nel senso positivo di “forza galvanizzatrice”, “superiore idea anima­ trice e formatrice”, capace di fare dello Stato “qualcosa più di una me­ ra struttura della pubblica amministrazione” 3 4 . Del contrasto inconci­ liabile fra mythos e logos come strumenti alternativi per organizzare la conoscenza, si parla altrove in questo volume. Qui basta accennare che, secondo il pensiero tradizionale, come i valori supremi dell’essere — giustizia, imperium, auctoritas ecc. — si sottraggono al divenire storico, cosi la loro conoscenza si sottrae allo strumento fondamentale della mentalità storicistico-empirica (e rivoluzionaria), cioè la ragione” : a questa si contrappongono “l’intuito dell’ineffabile [...] la potenza noumenica del simbolo”, la metafora, il mito*. Nel caso del Fascismo ita­ liano, com’è noto, il mito principale fu quello della romanità, che nel sistema di Evola assume il ruolo di decisiva idea-forza almeno a partire dal primo testo politico, Imperialismo palino, del 1928,7. La Roma di Evola è quella, arcaica, dei patres, che appartiene a un itinerario stori­ co-mitico dove i precedenti immediati sono le migrazioni achee-doriche conclusesi in Grecia con lo stato spartano, ed esprime un mondo eroico-sacrale, avente in proprio un ethos severo, l’amore per la di­ sciplina e per una tenuta virile e dominatrice dell’anima, mondo che assai poco si continuò nella successiva civiltà detta “classica”, dalla quale a sua volta si vuole derivare la “latinità” e l’unità dei popoli di civiltà latina,s, mentre “latinità” è un peggiorativo, sinonimo di individualismo, indi­ sciplina, pressappochismo piccolo-borghese, rifiuto dei valori della fe­ deltà e dell’onore, furbizia, etica del mandolino. In questa prospettiva, il sistema moderno che meglio si avvicina agli antichi è quello prussia­ no, fondato su qualità come ordine, tenuta militare, disciplina, amore per l’autorità e serietà: da cui la ripetuta affermazione di una continui­ tà ideale Sparta-Roma-Prussia. Lo sforzo del Fascismo di realizzare un nuovo tipo d’italiano, “disciplinato, virile, combattivo” 3 9 equivale a dargli, in certa misura, “un’impronta prussiana” 4 0 : sarà tale intrinseca affinità a costituire il vero fondamento dell’Asse Roma-Berlino, al di là delle esigenze diplomatiche contingenti. In generale, tuttavia, Evola riconosce che un vero approfondimento del simbolo romano mancò nell’Italia fascista, mentre nelle realizzazioni esteriori furono presenti anche aspetti francamente parodistici. Ciò fu dovuto in parte “alla so­ stanza del popolo italiano”, in parte al grande abisso di secoli, ma più ancora di cultura, che separava l’Italia del Ventennio dalla Roma anti­ ca. Indubbiamente superiore fu la capacità mitopoietica del Terzo Reich anche e proprio perché esso potè avvantaggiarsi di quella conti­ nuità con i miti germanici che mancava al Fascismo rispetto ai miti del­ la romanità4 1 . Da quanto precede dovrebbe risultare ovvio che il fon­ damento ultimo del vero Stato non può essere che religioso-trascenden­ te. Nel caso del Fascismo, malgrado Mussolini rivendicasse ripetuta­

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mente tale valore, questa strada non fu veramente percorsa dal Regi­ me, in buona parte a causa dell’impedimento costituito dal Cattoli­ cesimo 4 2 . In linea di massima, tuttavia, l’opposizione tra ordine politico e or­ dine sociale ebbe sufficiente risalto nella dottrina fascista. Non altret­ tanto si può dire di un’altra entità polare, quella di nazione-popolo. Qui le formulazioni della dottrina (che in questo come in altri settori Evola identifica con le parole di Mussolini) furono corrette 4 \ed espri­ mevano “l’idea classica di un rapporto dinamico e creativo fra ‘forma’ e ‘materia’. Popolo, ‘nazione’ in senso generico, naturalistico e anche romantico, sono solo la ‘materia’, [...] lo Stato è la ‘forma’” 4 4 . Esse però furono contraddette dalla prassi, dove prevalse “un nazionalismo facente appello ai semplici sentimenti di patria e di popolo” 4 5 . Anche su questo punto la posizione di Evola è rigorosamente tradizionalista: il nazionalismo, già fattualmente anacronistico in un’epoca di grandi blocchi sopranazionali, è da respingere soprattutto in via di principio. La coppia nazione-popolo, nella sua formulazione moderna, è figlia dei movimenti rivoluzionari legati ai principi dell’89, e come tale irrime­ diabilmente inquinata in senso naturalistico-collettivista (gli “enfants de la patrie”). Anche risalendo più indietro nel tempo le forze “nazio­ nali” sono state portatrici di effetti disgregatori: fu l’emergere degli stati nazionali monarchici a causare la dissoluzione della civiltà impe­ riale e feudale del medioevo europeo, rappresentata da quell’impero Ghibellino in cui, secondo Evola, si incarna, per l’ultima volta nella storia, l’idea classica di imperiumA b . II recupero del medioevo ghibelli­ no, e in particolare del Sacro Romano Impero come fusione di elementi romani e germanici, viene da Evola affermato in polemica con la storio­ grafia “patriottarda”, di ispirazione liberal-massonico-guelfa, che ha co­ struito una “storia patria” dove si attribuisce carattere nazionale italia­ no agli aspetti più problematici della nostra storia — a partire dalla rivolta antimperiale dei comuni guelfi, per giungere al Rinascimento e poi al Risorgimento (di cui, non a caso, “liberazione” e partigianesimo si considerano la continuazione in quanto “secondo Risorgimento”) 4 7 . Ancora più drastico il pensiero di Evola riguardo al concetto di po­ polo: “è di ‘razza’, ed ha una ‘razza’ solo una élite, mentre il popolo non è che popolo, massa” 4 8 . (Si osservi, di passaggio, come questa cop­ pia di negazioni sia esattamente agli antipodi rispetto al privilegiamento della dimensione nazional-popolare teorizzato da Gramsci.) Anche su questo tema, Evola esprime in maniera rigorosa l’ortodossia del pen­ siero reazionario, i cui topoi principali in materia sono sintetizzati con grande efficacia da N. Bobbio: Ciò che la democrazia chiama pomposamente popolo, il soggetto storico cui attribuisce la corona della sovranità (che un tempo spettava soltanto all’unto del Signore), è in realtà la plebe di tutti i tempi, che è sempre

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stata e sempre avrebbe dovuto restare al di fuori del recinto della storia. [...] E la plebe ha rovinato tutto con la sua volgarità, con il suo istinto per le cose basse, per i piaceri inferiori. E qualche volta ha anche la sfrontatez­ za, quando i suoi bisogni, anzi le sue “brame” non sono soddisfatte, di ribellarsi (e allora si chiama più propriamente “canaille”). [...] ottenuto il proprio trionfo, la plebe pretende di essere popolo, e invece è soltanto “massa”: è la massa grigia, inerte, scialba, mediocre, rozza, di tutti i teori­ ci della “crisi”, da Ortega a Spengler4 9 . Per Evola “lo Stato sta sotto segno maschile, la ‘società’, e per estensione il popolo, il demos, sta sotto il segno femminile. [...] Poi la linea si spezza, e la decadenza della idea di Stato, [...] si conclude con l’inversione, per via della quale il mondo del demos, delle masse mate­ rializzate, emerse a scalare la sfera politica.” Il momento decisivo è quello delle rivoluzioni del Terzo Stato tramite cui il concetto astratto della libertà trasforma in atomo la persona concreta, sciogliendola da ogni nesso organico: ne risulta inevitabilmente l’emergere della massa, il puro regno della quantità5 0 : l’avvento del Quarto Stato porterà la degradazione all’ultimo stadio. _ In base a questi principi vengono condannati non solo (ovviamen­ te), i sistemi democratici, ma anche tutto quanto nei “regimi di ieri”, appare come concessione a spinte provenienti dal basso, a cominciare dal “ducismo” mussoliniano in cui si deve cogliere un’inclinazione “se non demagogica almeno alquanto democratica [e quindi deteriore] ad ‘andare verso il popolo’, a non disdegnare il plauso della piazza” 5 1 . Queste tendenze, nel Fascismo italiano, furono, in qualche misura, te­ nute sotto controllo dal riferimento alla dottrina romana dello Stato come realtà trascendente l’elemento naturalistico. Diverso il caso del Nazismo5 2 dove l’accento era sul popolo-razza (la Volksgemeinschaft), in corrispondenza con la concezione hitleriana del rapporto capo-masse (Fuhrerprinzip), che condusse alla realizzazione di una dittatura populi­ stica, consolidata mediante Io strumento del partito unico, ed il mito del Volk 5 ’. Portando sul piano delle masse le antiche tradizioni germa­ niche, il concetto di Reich e quello di razza, Hitler le distorse e degra­ dò, ma ne fece anche strumenti di grande potenza: ciò nonostante, nel­ l’aristocratico Evola, le deformazioni plebee del Nazismo suscitano so­ lo la più gelida disapprovazione5 4 . Il disprezzo per il popolo e le masse rientra in un orientamento più vasto, che, come meglio si vedrà nei capitoli III e V di questo volume, è il vero nucleo della critica reazionaria alla democrazia, l’antiegualìtarismo5 5 : ‘T ‘immortale principio’ dell’eguaglianza è puro non senso” 5 6 . Primo compito del vero Stato sarà dunque l’eliminare le istituzioni che derivano da questo “non senso”, e innanzitutto l’aberrante sistema del suffragio universale indiscriminato, “ormai includente lo stesso sesso femminile”. Quelli che per autori come Erra sono aspetti positivi del

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Fascismo qui vengono drasticamente rifiutati: “la formula ‘politicizzare le masse’ deve essere respinta. La gran parte di una nazione sana e or­ dinata non deve occuparsi di politica” ” . Sorte analoga spetterà al par­ lamento, ai partiti, ai sindacati (“massimo strumento di tutte le ever­ sioni dei tempi ultimi”) 5 8 , e in genere agli organismi di rappresentanza democratica. Dove la politica fascista si è mossa in questa direzione, essa riceve l’approvazione di Evola, che critica invece i fenomeni di “timidezza”, come una certa tolleranza verso i sindacati — qui molto più lodevole essendo stata la politica nazista, che li eliminò senza re­ sidui. Gli organismi rappresentativi democratici esprimono una visione della società — “individualistica, non solidaristica, meccanicistica, non organica, quantitativa [...] materialistica [...] atomistica e atomizzante, non comunitaria” 5 9 — cui Evola contrappone con grande forza e insi­ stenza una concezione organicistica e gerarchica dello Stato: è appena il caso di osservare che anche questo è un cardine del pensiero reaziona­ rio6 0 . Lo Stato che si ispira a questa concezione sarà dunque organico e gerarchico, ma non, e anche sul punto Evola insiste a lungo, totalita­ rio. Il primo infatti è differenziato e articolato, ammette zone di par­ ziale autonomia, riconosce la libertà delle forze che ¿oordina e fa parte­ cipare a una superiore unità; detiene un potere assoluto che fa valere in caso di necessità o nelle decisioni ultime, al di là del feticismo per il cosiddetto “Stato di diritto”, ma non si intromette dovunque, non si sostituisce a tutto, non tende a un irregimentamento da caserma6 1 ; queste ultime sono le deformazioni dello stato totalitario, che il fasci­ smo non riuscì interamente a evitare, come pure non evitò la degenera­ zione della gerarchia in gerarchismo. Nello stato organico e gerarchico, la rappresentanza sarà espressa in maniera differenziata, per corpi (corporativismo)-, alla logica del numero e al libero giuoco delle parti sarà sostituita un’ordinata rappresentazione delle diverse istanze, che non pretenderanno di farsi giustizia da sé, meno che mai per via conflittuale (la lotta di classe, naturalmente, è inconcepibile in un sistema del genere): sarà compito della legittima, superiore autorità dello Stato comporre e ridurre a unità gli interessi diversi. E inevitabile a questo punto porre il problema della natura di tale superiore autorità. Dopo qualche oscillazione nel periodo immedia­ tamente postbellico6 2 , la posizione di Evola è del tutto rigorosa (e deve esser risultata piuttosto ostica agli ambienti del reducismo di Salò): “una vera Destra senza la Monarchia risulta priva del suo naturale cen­ tro di gravitazione e cristallizzazione” 6 3 . Il Fascismo del ventennio è Stato monarchico, realizzando una diarchia Sovrano-Duce che conta numerosi precedenti nel mondo tradizionale: la proclamazione della Repubblica nel settembre 1943 da parte di Mussolini (e per giunta una repubblica che si dichiarava “sociale”!), fu quindi una decisione aber­ rante, paragonabile “alle regressioni involutive che nel singolo spesso

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si verificano in seguito a traumi psichici”; il risentimento di Mussolini per il comportamento del Re, comprensibile sul piano umano, e forse legittimo, non avrebbe mai dovuto coinvolgere il principio monar­ chico 6 4 . Coerentemente col rifiuto delle forme di rappresentanza particola­ ristica, Evola esprime una critica decisa anche su un altro aspetto della prassi fascista, l’istituzione del partito unico, vera e propria contraddi­ zione in termini ai limiti dell’assurdità6 3 . A quello di partito Evola con­ trappone un altro concetto, fondamentale nel suo sistema (e, come si vedrà, nell’ideologia dei gruppi della Destra radicale), il concetto di Or­ dine, contrapposto anche alla nozione naturalistica di Patria. L’Ordine è la (mistica) unione di uomini superiori (un’élite, “una specie di guar­ dia armata dello Stato”), accomunati dalla fedeltà a dei principi, testi­ moni di una superiore autorità e legittimità, procedenti dall ’Idea: “nel­ l’idea va riconosciuta la nostra vera patria” 6 6 . Prototipi di questo mo­ dello sono gli antichi ordini cavallereschi, mentre nei tempi recenti esso si è incarnato in formazioni come la Falange di José Antonio, la Legio­ ne dell’Arcangelo Michele (Guardia di Ferro), di C. Codreanu, e so­ prattutto nelle SS naziste, cui Evola dedica lunghe pagine dense di am­ mirazione. Delle SS vengono esaltati, oltre al potenziale di controbilan­ ciamento degli aspetti più plebei del nazismo, il recupero di antichi mo­ delli prussiani (il loro fondatore e leader, H. Himmler, si era ispirato all’Ordine Teutonico, cellula primigenia del prussianesimo), lo spirito spartano, la rigorosa disciplina, il senso della fedeltà e dell’onore, l’in­ trepidezza fisica, l’etica “di una spersonalizzazione portata talvolta fin quasi all’inumano” 6 7 . Questa etica, che, secondo Evola, le SS mutuaro­ no dall’Ordine gesuita, altro modello di Himmler, è un punto chiave del pensiero evoliano, nel quale confluiscono influenze orientali (il te­ ma dell’azione senza interesse, 1 ’“agire senza agire” del Bhagavadjita, per esempio), la concezione islamica della “guerra santa”, la mistica guerriera e la “via eroica” della mitologia ariana6 8 , oltre ad altri ele­ menti ancora: si tratta di un passaggio assolutamente centrale nella cul­ tura politica della Destra radicale contemporanea, e si avrà più volte occasione di riprenderlo in seguito6 9 . In generale Evola applica al Nazismo il medesimo canone storiogra­ fico utilizzato per il Fascismo, secondo cui sono da approvare gli aspet­ ti del regime in armonia con la Tradizione, da condannare quelli che se ne discostano. Ma mentre in Italia, quando si affermò il Fascismo, era ormai scomparso ogni resto di una precedente civiltà ordinata ge­ rarchicamente, in Germania certe forme di regime tradizionale aveva­ no ancora peso rilevante a livello politico e sociale: ciò vale non solo per la tradizione prussiana, come elemento formatore di base, ma an­ che per la capacità dell’aristocrazia in quanto classe politica di conser­ vare posizioni di alta responsabilità negli affari civili, militari, diploma­ tici dello Stato. Soprattutto, si era manifestato in Germania quel movi­

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mento di pensiero, di origine immediatamente postbellica, che va sotto il nome di konservative Revolution7 0 le cui posizioni Evola assume so­ stanzialmente come proprie, avendo anche partecipato ad alcune sue iniziative7 1 . In particolare, Evola condivide l’atteggiamento di quei settori della konservative Revolution che avevano collaborato col Nazismo, pur man­ tenendosi distaccati dagli aspetti “populisti, plebei e fanatici” del regi­ me hitleriano. I successi inattesi del Fiihrer resero impossibile il mani­ festare immediatamente riserve nei suoi confronti: si trattava piuttosto di “mantenere le posizioni”, preparandosi ad agire in futuro partendo dalla “base provvisoria e imperfetta rappresentata dal III Reich, nella misura in cui questo aveva svolto certi compiti preliminari, eliminando comunismo, socialismo, democrazia, e aveva anche cercato di recupera­ re certi principi della tradizione prussiana”. (E appena il caso di osser­ vare che questa valutazione del rapporto fra Fascismo e Nazismo, da un lato, e tradizione, dall’altro, è diametralmente opposta a quella di un Erra.) Prevedibilmente, la figura del Nazismo che riceve le critiche più se­ vere è quella dello stesso Hitler, non solo per la sua volgarità di dema­ gogo, ma anche per quella mancanza di senso del limite, il fanatismo, l’effettiva megalomania, le quali lo condussero ad attirarsi addosso tut­ te insieme le forze che, “aspettando eventualmente congiunture più propizie”, avrebbero potuto essere attaccate isolatamente. Come si vede, si tratta più che altro di riserve di metodo, mentre sugli obiettivi di fondo della politica hitleriana l’accordo è completo. Infatti, dopo la difesa d’ufficio del comportamento bellico nazista, con­ dotta con gli argomenti consueti (tutte le rivoluzioni o guerre hanno avuto i loro Iati d’ombra, e non è onesto criminalizzare solo il Terzo Reich), Evola afferma recisamente che “nessun prezzo sarebbe stato troppo alto” qualora, a seguito di una guerra per prodigio vittoriosa, si fosse ottenuto di spezzare la spina dorsale alla Russia sovietica, in tal modo provocando la crisi dello stesso comunismo (ed evitando gli orro­ ri della comunistizzazione d’oltrecortina, e la “guerra fredda”); di umi­ liare gli Stati Uniti d’America, estromettendoli dalla politica europea, oggi alla loro mercé; di menomare la potenza britannica, ma certo in misura ben minore di quanto sia accaduto all’Inghilterra “vittoriosa”; di prevenire la comunistizzazione della Cina, l’insurrezione dei popoli di colore e la fine dell’egemonia europea nel mondo7 2 .

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GLI O RIENTAM ENTI PER L ’AZIONE: DAGLI U O M IN I IN PIE D I FRA LE ROVINE A LL’ APOLITIA

Il quadro sinora delineato contiene, anche se in maniera estremamente schematica, buona parte dei principali elementi della teoria poli­ tica evoliana. Quali indicazioni operative se ne possono trarre? Malgra­ do il tono generalmente distaccato e disdegnoso, e il livello “metapoli­ tico” a cui si colloca il suo argomentare, Evola, nei primi anni del se­ condo dopoguerra ritiene ancora possibile fornire indicazioni concrete per l’azione. Del 1949 è l’opuscolo Orientamenti, dedicato a quei gruppi giovani­ li (come la rivista “Imperium” di Erra-Rauti e le formazioni a essa col­ legate) 7 3 “che non si erano lasciati trascinare nel crollo generale” 7 4 . Per costoro Orientamenti doveva fornire una sorta di catalogo essenziale delle “posizioni da difendere”, additate sinteticamente nella frase con cui si conclude il penultimo paragrafo dell’opuscolo: “Idea, Ordine, éli­ te, uomini dell’Ordine — in tali termini siano mantenute le linee, fin­ ché sia possibile” (p. 24). Particolare rilievo assumono qui i concetti di uomo differenziato c spirito legionario, che diventeranno riferimenti assolutamente fondamentali nell'ideologia della Destra radicale — il se­ condo in particolare per i gruppi dello spontaneismo armato dei tardi anni settanta di cui si parlerà nel prossimo capitolo7 5 . Nel 1953 viene pubblicato G li uomini e le rovine1 6 , “l’ultimo tenta­ tivo di promuovere la formazione di un raggruppamento della vera de­ stra” 7 7 . Il saggio, collegato con l’emergere di una “tendenza particola­ re” in seno al MSI. ebbe, significativamente, una prefazione di Junio Valerio Borghese7 8 , e si poneva l’obiettivo di formulare i principi, i va­ lori e le linee fondamentali di una dottrina dello Stato adeguata a que­ sto schieramento. I temi sono quelli ormai noti: controrivoluzione, af­ fermazione del carattere trascendente della politica e dello Stato nei confronti della società e dell’economia, natura organica del vero Stato, necessità di una concezione antiborghese, eroica, guerriera della vita; in particolare, nelle presenti condizioni, necessità di uomini capaci di stare in piedi in mezzo alle rovine, e di costituire un’élite, un Ordine a ranghi serrati, in grado di arginare lo sfacelo. A ciò corrispondeva un articolato disegno operativo: individuato nel MSI il principale raggruppamento di quanti “non avevano rinnega­ to il passato e rifiutavano la democrazia”, se ne riconosceva però il ca­ rattere composito ed eterogeneo; da ciò l’esigenza di enuclearne una corrente di destra precisa, poi di unirvi forze esterne di orientamento analogo. Tutto questo, non nei termini di un partito politico, ma di auadri potenziali per un Ordine Nuovo™. Il partito, semmai, poteva servire come forza di manovra nel periodo transitorio della democrazia parlamentare, ma senza pretendere una vera autonomia — il ruolo che, notoriamente, il partito comunista attribuisce a se stesso. Il secondo

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compito era quello di organizzare — anche qui, come fa il comuniSmo — delle forze capaci d’intervenire d’urgenza, essendo evidente che in casi del genere le “forze” tenute assieme a colpi di suffragio universale (incluse donne, borghesi, parrocchiani ecc.) si scioglierebbero come ne­ ve al sole, e che solo le forze armate e organizzate del comuniSmo e del social-comunismo sarebbero efficaci e pericolose. “Dunque, da un lato la formazione di una élite della Destra, dall’altra, come controparte, questi quadri potenziali per l’azione: e il partito, semplicemente, a fini tattici e contingenti” 8 0 . Va sottolineato che l’ipotesi di utilizzare il “movimento nazionale” in funzione antisovversiva di difesa dello Stato è una costante del pen­ siero evoliano. Partendo dalla costatazione che, dopo l’avvento della società industriale, lo Stato è ormai ostaggio delle organizzazioni sinda­ cali e in genere delle masse organizzate, che con scioperi e sabotaggi possono bloccare tutto l’organismo nazionale, e nei cui confronti le for­ ze di polizia e lo stesso esercito potrebbero dimostrarsi irladeguati, da­ to “il punto in cui in Italia è giunta la cancrena comunista”, Evola af­ ferma energicamente l’opportunità che il movimento nazionale crei “gradatamente una rete capillare intesa a fornire prontamente elementi d’impiego per fronteggiare dovunque [...] l’emergenza”, avendo come fine “anzitutto e prima di tutto la difesa contro la piazza dello Stato e dell’autorità dello Stato (perfino quando esso è uno ‘Stato vuoto’)”, e non la loro negazione8 1 . Principale punto di riferimento interno allo Stato devono essere i cosiddetti “corpi sani” (paracadutisti, polizia, ca­ rabinieri) ai quali è rivolta la simpatia di Evola8 2 . Va inoltre rilevato che l’individuazione del comuniSmo come nemi­ co immediato porta Evola ad assumere, suo malgrado, una posizione in qualche misura filoccidentale: suo malgrado, perché, in una prospettiva di storia universale, non c’è dubbio che comuniSmo, socialismo, demo­ crazia sono semplicemente stadi di una medesima malattia, prodotta dalla Rivoluzione francese, così che il pretendere di combattere l’uno con gli strumenti dell’altro è mera illusione. “Oriente” rosso e “occi­ dente” democratico (identificato con gli USA) sono due branche di una stessa tenaglia, che si sta stringendo intorno all’Europa, così che, in sede di idee, la loro antitesi appare irrilevante, come “tragicamente ir­ rilevante” sarebbe anche un conflitto armato tra i due blocchi. Nell’im­ mediato, tuttavia, sussiste la scelta del male minore, “perché la vittoria militare dell’‘oriente’ implicherebbe la distruzione fisica immediata de­ gli ultimi esponenti della resistenza” 8J. L’Europa pertanto, da quel sog­ getto della grande politica mondiale che era, ne è divenuta oggetto, e deve “accettare alla fine la tutela americana e ‘atlantica’ ad evitare il peggio, ossia il completo asservimento al comuniSmo” 8 4 . L’ipotesi strategica del 1953 ben presto si rivela inconsistente: “le possibilità che sembrava si delineassero non hanno avuto sviluppo alcu­

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no, e il processo di franamento politico e morale dell’Italia è continua­ to” 8 5 . La Destra ufficiale (MSI), con la segreteria Michelini, sprofonda nella palude del piccolo cabotaggio parlamentaristico senza respiro, mentre nel complesso della società italiana, compiutasi ormai la rico­ struzione, si affermano sempre più i valori economici e materialisti, che col boom avrebbero dato luogo al trionfo del consumismo più volgare. Di fronte a questa situazione il cruccio sdegnoso di Evola si accentua, e cade ogni speranza residua di trovare in questa società qualche cosa che meriti e possa esser salvato. Il testo del 1961, Cavalcare la tigre, corrisponde a tale bilancio drammaticamente negativo, proiettato in dimensione storica universa­ le. Noi stiamo vivendo la fine di un ciclo, il Kali Juga della tradizione orientale. La crisi della società contemporanea è definitiva e irrimedia­ bile: essa riguarda però la società borghese, quella del Terzo Stato, non la società vera, quella tradizionale. Chi, idealmente, appartiene a quest’ultima, deve trarne conseguenze rigorose. Se nello scritto del 1953, almeno secondo l’interpretazione dei di­ scepoli, c’era ancora la speranza di arginare la sovversione recuperando quel che di buono si può trovare nella società del Terzo Stato, raffor­ zandolo e cercando poi di orientarlo in direzione tradizionale8 6 , qui Evola afferma l’inanità assoluta di ogni sforzo teso a puntellare i resi­ dui del passato: non esiste più nulla nel mondo politico o sociale che meriti un impegno profondo o una devozione totale8 7 . All’uomo in pie­ di fra le rovine, che in qualche misura era ancora di questo mondo, si sostituisce l’uomo dell'apolitia, che da questo mondo proclama un di­ stacco totale, un’estraneità assoluta, pur continuando a vivere in esso. Il volume infatti è dedicato a coloro che “non possono o non vogliono distaccarsi dal mondo attuale, a coloro che sono pronti ad affrontarlo e a vivervi anche nelle forme più parossistiche, senza tuttavia cedere interiormente e mantenendovi la propria personalità differenziata” 8 8 . Per costoro la soluzione va cercata nell’abbandono di ogni scopo positi­ vo esteriore, e nella concentrazione sul problema puramente individua­ le ed interiore di far sì che “ciò su cui io non posso nulla, nulla possa su di me” 8 9 : cavalcando la tigre, alla fine se ne può avere ragione. Si tratta di affermare, nel quotidiano, un’impassibilità orientata verso la trascendenza, e di consentire che gli effetti si producano naturalmente, aspettando il momento in cui, essendo saltato ciò che faceva ostruzio­ ne, “la carica accumulata agirà irresistibilmente” 9 0 . Il filone del reali­ smo tragico e dell’amor fati, tipico della konservative Revolution, si in­ treccia qui con i temi dell’impassibilità, del non agire, e dell’agire-senza-agire, di origine orientale, il cui intreccio viene discusso in maniera più analitica nel quarto capitolo di questo volume. Non a caso il testo contiene alcune indicazioni di tipo iniziatico, formulate peraltro con grande cautela, perché anche il tipo d’uomo cui Evola si rivolge solo in casi eccezionali è in grado di accoglierle9 1 . Dalla konservative Revolu­

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tion deriva anche un altro modello di attore presente nelle opere tarde di Evola, nelle parti rivolte contro la “contestazione totale” e i suoi rappresentanti, come i beati. A questi viene contrapposto Vanarchico di destra, che si differenzia dagli altri perché la sua negazione non è fine a se stessa, ma tesa ad affermare valori estranei all’orti'ne esistente, e respinge il mondo borghese in nome di un superiore concetto di li­ bertà 9 2 .

5.

l ’id e a

d ’e u r o p a

: a . rom ualdi

È soprattutto a questo complesso di ODere e di orientamenti che si richiamano i diversi filoni del radicalismo di destra contemporaneo. Individuare con precisione quale nucleo ideologico-dqitrinale abbia maggiormente influenzato questo o quel filone, e in quale momento, è naturalmente difficile, data la natura fluida e magmatica dell’“ambien­ te” e la conseguente impossibilità di operare schematizzazioni rigide e precise imputazioni dottrinali. In linea di massima, tuttavia (anche sulla scorta di esegesi condotte da autori interni alla Destra) si può affermare che lo scritto evoliano del 1953 e l’ipotesi strategica in esso contenuta “influenzò largamente i quadri della tendenza dura del Movimento Sociale Italiano [...] ma favorì soprattutto la nascita, dopo il ‘maggio 1968’, di una nuova De­ stra radicale e coerente” 9 3 . In questo testo, come si ricorderà, gli Stati Uniti vengono indicati come il male strategicamente minore rispetto all’URSS, e da esso “alcuni trassero l’idea di una possibile infiltrazione politica nei cosiddetti ‘corpi sani’ dello Stato, per creare un’inversione di tendenza in senso antidemocratico” 9 4 . Ne conseguì l’avvicinamento del MSI agli ambienti “più visceralmente anticomunisti della DC, del­ l’esercito, della polizia e dei carabinieri”, che fece del partito di destra il portaborse a volte addirittura ufficiale della DC fino al luglio I9609 ’. A un livello concettuale e strategico che va oltre la tattica di partito si muove la riflessione di Adriano Romualdi, impegnato a tradurre in chiave politico-strategica la prospettiva evoliana, soprattutto per quan­ to riguarda la scelta di campo internazionale: “Se per noi non esiste un mito dell’Occidente ‘libertà’, c’è tuttavia l’Occidente ‘blocco’, un fron­ te comune europeo e americano in grado di impedire l’assorbimento della piccola Europa nello smisurato Lebensraum sovietico” 9 6 . Il problema dell’Europa è infatti al centro della riflessione di que­ sto autore, riferimento centrale della Destra radicale italiana9 7 . Suo punto di partenza è la crisi del nazionalismo, fenomeno sul quale il giu­ dizio del discepolo si discosta da quello, incondizionatamente negativo, del maestro. Per Romualdi il nazionalismo ottocentesco, prodotto del Romanticismo antilluminista, va giudicato positivamente, per il ruolo

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conservatore e antirivoluzionario da esso svolto: nel clima già opaco del parlamentarismo, la borghesia e le classi colte, tramite la nazione, affer­ mano la loro adesione ai valori del passato9 8 . Ma il nazionalismo conce­ piva tutta la storia in funzione appunto della nazione, e considerava nemico potenziale ogni popolo confinante. Da ciò, per esso, un duplice rischio: di non essere in grado di resistere all’avvento dei blocchi sovrannazionali, e di orientare le grandi energie suscitate all’interno dei singoli paesi nella direzione di “guerre civili” europee. Il Fascismo fu un tentativo di istituzionalizzare il nazionalismo, per resistere alle due internazionali ormai affermate, il comunismo e l’americanismo. Acco­ munati da questa esigenza, i movimenti fascisti non a caso simpatizza­ rono e costituirono, intorno a Italia e Germania, una sorta di “interna­ zionale dei nazionalismi”. Apparentemente contraddittoria e di diffici­ le realizzazione, questa formula era anche l’unica a offrire ai nazionali­ smi una chance di superare le loro contraddizioni e costruire un Nuovo Ordine europeo. E questo un caposaldo irrinunciabile per la Destra radicale: di fron­ te all’immenso patrimonio di materie prime posseduto da USA e URSS, nessuna autonomia sarebbe stata possibile all’Europa se il suo ferro, petrolio, acciaio, non fossero stati raccolti nelle stesse mani. L’intuizione fondamentale di Hitler fu proprio questa: di pensare per grandi soazi. in un’epoca in cui il nazionalismo ragionava ancora per province". Già in Mein Kampf Hitler aveva scritto che fare la guerra per restituire alla Germania i confini del 1914 sarebbe stato criminale e proprio in ciò si manifesta, secondo Romualdi, il “genio politico” del Fiihrer: anche su questo punto, come si vede, il giudizio di Romualdi si differenzia da quello di Evola, favorevole a una politica “graduali­ sta” da parte della Germania 1 0 °. Le due posizioni però si ricompongono nella visione geopolitica di fondo: un Nuovo Ordine europeo, domina­ to dalla Germania1 0 1 . All’Europa del Nuovo Ordine si contrappone oggi l’esangue carica­ tura agitata a Bruxelles. Non sorprende allora che la bandiera dell’Eu­ ropa sia rimasta nelle mani degli ex-nazionalisti, coloro che l’avevano impugnata durante la seconda guerra mondiale1 0 2 : “la cruda verità è che non può esservi un’Europa unita senza che in qualche modo risorga un fascismo” 1 0 5 . Già il Nazismo aveva dimostrato la propria capacità a dar luogo a un’Europa veramente al di sopra dei nazionalismi: l’Europa “dei volontari francesi e scandinavi accorsi a difender Berlino. E quella delle SS danesi, olandesi, belghe, che preferirono l’annientamento alla resa nella tragica sacca di Kassum” 1 0 \Compare qui un altro dei grandi miti del radicalismo di destra, le Waffen SS, vere e proprie “brigate in­ ternazionali”, protagoniste “in campo aperto” della “lotta per la civil­ tà” fra “l’Ordine Nuovo di Mussolini e Hitler e il mondo materialista di Stalin” 1 0 5 : nella presenza, al loro interno, non solo di fiamminghi,

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ma anche di baltici, di francesi, di slavi, sta la dimostrazione dell’aper­ tura hitleriana ad altri popoli e razze1 0 6 . E dunque alla Destra, spogliati i panni dell’oleografia patriottarda, che spetta di assumere un ruolo di punta nella liberazione d’Europa, tramite la rinascita di una vera coscienza politica europea ‘°7 , per impe­ dire che, sprofondando in un benessere sempre più fradicio, essa cada vittima della stretta sovietica1 0 8 . La visione di Romualdi non resta un fatto teorico o letterario: essa offre gli strumenti per leggere la mutata situazione politica che, alla fi­ ne degli anni sessanta, il MSI deve affrontare (autunno caldo, sposta­ mento a sinistra della DC, sconfitta definitiva della linea micheliniana di alleanza con le forze centriste), mentre la sua esortazione a costituire un fronte comune euro-americano contro la sovversione rossa fornisce l’orientamento strategico di fondo. Proprio in nome del “fronte comu­ ne” era rientrata nel partito parte degli ordinovisti usciti nel 1956; le strade di Almirante (di nuovo segretario dopo la morte 3i Michelini) e di Rauti si congiungevano ancora, nel progetto di un MSI che unisse al tradizionale anticomunismo la lotta contro il potere democristiano (“alternativa al sistema”). Scriveva in proposito Romualdi: “La politica della Destra, realizzata da una minoranza [../] dovrebbe esercitare la medesima funzione [di quella comunista] rispetto ai confusi ambienti ‘nazionali’, integrarli in formazioni frontiste, radicalizzarne gradual­ mente le tesi, attirare gli elementi più giovani con l’appello a un radica­ lismo ideologico sempre più energico” 1 0 9 . La successiva politica del MSI (fronte comune anticomunista; “Destra Nazionale” come stru­ mento di integrazione “frontista” dei settori nazionali e conservatori; riavvicinamento ai gruppi giovanili: successivamente, “Eurodestra” co­ me sbocco internazionale) può essere vista appunto come sviluppo della concezione di Romualdi1 1 0 . A sua volta quest’ultima si inserisce nel disegno evoliano degli anni cinquanta, che configura anche, si ricorderà, la costituzione di nuclei di destra come guardie armate di uno Stato debole. In questa linea si collocano, mescolandosi e intrecciandosi strettamente, i conati golpisti dei primi anni settanta (che comprendono anche la strategia di infiltra­ zione nei “corpi sani” dello Stato) e le “formazioni di battaglia” come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, di cui soprattutto il primo (del quale Romualdi fu teorico e militante) dichiara esplicitamente di richiamarsi agli insegnamenti evoliani1 1 1 .

6 . LA RICERCA DEI M IT I: LE ED IZIO N I DI AR

La riflessione di A. Romualdi rappresenta in maniera abbastanza compiuta i temi principali dell’elaborazione ideologica sviluppata dalla

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Destra radicale fra la fine degli anni sessanta e la metà dei settanta. Anche qui, è difficile schematizzare o attribuire rigorosamente a que­ sto o quel gruppo l’una o l’altra affermazione. Pur con tutte le cautele, sono tuttavia individuabili alcuni topoi abbastanza generalmente diffusi nell’“ambiente”. Si ha innanzitutto una presa delle distanze — non sempre esplicita né dichiarata — nei confronti del Fascismo italiano: presa di distanza la cui legittimità era già stata dimostrata dalla lettura critica evoliana. Ancora una volta va ribadito quanto è stato detto a proposito delle re­ visioni condotte nell’immediato dopoguerra: distanziamento non signi­ fica antifascismo. Come la critica alle disfunzioni della democrazia è del tutto compatibile (anzi, fisiologica) con un orientamento democrati­ co, così nella Destra radicale il giudizio di fondo sul Fascismo rimane altamente positivo: questo è pur sempre il fenomeno più sconvolgente, innovatore, rivoluzionario apparso sulla scena politica del X X secolo; la sua battaglia contro il comunismo è stata una crociata dei valori più alti della civiltà occidentale contro la barbarie mongola; e così via. Se però si vuole andare oltre l’atteggiamento nostalgico, di identifi­ cazione sentimentale col passato, si deve riconoscere, nel Fascismo sto­ rico italiano, l’assenza di idee-forza capaci di divenire, per la Destra contemporanea, miti fondatori nel senso precedentemente illustrato. La cultura fascista, come già Evola aveva sentenziato nel tono più sprez­ zante, “non aveva lasciato nulla, ma proprio nulla, dietro di sé” 1 1 2 :e infatti personaggi che vanno da G. Gentile ad A. Rocco, da F.T. Mari­ netti a G. D ’Annunzio, sono quasi del tutto assenti dalla bibliografia della Destra di oggi, pure tanto ricca di nomi a loro contemporanei1 1 3 . Più in generale, come buona parte degli studiosi riconosce, la capa­ cità mitopoietica del Fascismo italiano fu limitata, per il fondo irrime­ diabilmente piccolo-borghese e provinciale che informò di sé il regime. Mancò, per esempio — malgrado la truculenta ostentazione di simboli funebri — una autentica mistica della morte, paragonabile a quella pre­ sente nella Guardia di Ferro rumena o in certe manifestazioni del fa­ langismo spagnolo1 1 4 (in quest’ultimo, d’altronde, si può ritenere che la componente culturale ispanica fosse prevalente rispetto all’ideologia politica del momento). Il mito principale del Fascismo italiano, la romanità, da un lato ri­ sulta troppo razionale e in un certo senso “scolastico” per rispondere alle esigenze del radicalismo di oggi; dall’altro risente in misura pesante delle rappresentazioni retoriche al limite della caricatura messe in scena dal regime. Anche l’aspetto rituale, pure presente nel Fascismo (“saluto al Duce”, “appello ai caduti” ecc., non a caso ricordato con approva­ zione da Evola)1 1 5 , svolse un ruolo cerimoniale tutto sommato seconda­ rio, a causa della prevalenza attribuita ai meccanismi carismatici ruo­ tanti intorno alla figura di Mussolini1 1 6 . (Né si può escludere che alcu­ ne caratteristiche storico-caratteriali del popolo italiano — fra cui forse

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il senso del ridicolo — abbiano avuto un loro peso nel ridurre l’impor­ tanza di questo asoetto.) Illuminante in proposito il confronto col Na­ zismo, dove, grazie anche a una opinione collettiva a ciò predisposta dalle memorie del passato e dalla particolare modalità con cui si era svolto in Germania il processo di “nazionalizzazione delle masse”, il rituale ebbe un ruolo dominante. Lo stesso Hitler, secondo la nota ricostruzione di G. Mosse1 1 7 , tendeva a presentarsi meno come figura carismatica che come aspetto integrato della liturgia: ciò, presumibil­ mente, per evitare che, alla sua scomparsa, la legittimazione del sistema risentisse di una eventuale mancanza di carisma nei successori. Del Fascismo italiano è, naturalmente, importante il lascito del combattentismo, presente soprattutto nella “sanguinosa epopea” di Sa­ lò: anche qui, tuttavia, la fine ingloriosa della RSI, e in particolare la fuga da Milano, tutt’altro che eroica, della maggior parte dei gerarchi, e dello stesso Duce del fascismo, riducono di molto la potenzialità mitopoietica della vicenda. E comprensibile allora che la Dèstra radicale odierna cerchi i propri riferimenti mitici al di fuori di quelli proposti dal Fascismo storico, e si rivolga innanzitutto al nazionalsocialismo ger­ manico. Di questo attrae la radicalità estrema1 1 ® , la proclamata man­ canza di compromessi con gli interessi prenazisti, il collegamento, di­ retto e immediato, con la mitologia altogermanica, nordica, e in genera­ le aria, visibile e trasmesso, come si è appena visto, con un rituale di grande efficacia. Si aggiunga lo sforzo sistematico di plasmare tutta la società secondo i valori di un’etica militare, proponendo uno stile di vita dove severità, disciplina, durezza, sacrificio sono spinti fino all’a scesi, alla “via eroica”, e la realizzazione di questi modelli nelle princi­ pali istituzioni del regime, dalla Hitlerjugend alla Wehrmacht, per culmi­ nare nei corpi di élite — inevitabilmente le SS, di cui si esalta non solo l’accentuazione degli elementi fin qui considerati (“il nostro onore si chiama fedeltà”), ma anche la forte componente iniziatico-esoterica,w. Nel caso nazista, anche la sconfitta è riscattata dall’eroismo dei combattenti, e dalla grandiosità della tragedia, autentico “crepuscolo degli Dei” (non a caso, si fa spesso notare, la musica wagneriana fu trasmessa da Radio Berlino per ordine di Hitler nell’estrema agonia del Reich: il rituale non doveva mai venir meno), ma anche Suicidio sacri­ ficale collettivo” 1 2 0 , vissuto in maniera consapevole dai massimi rappre­ sentanti del regime, fino al gesto supremo1 2 1 . I toni della mitizzazione sono i seguenti: In quel che è accaduto a Berlino nel 1945, in questo affrontarsi dei fan­ ciulli ai quali si era reinsegnato ad amare il sole, e in cui sembrava conden­ sarsi il destino di una razza, e dei mongoli, ebbri di alcool denaturato, di stupri e di saccheggi, al servizio d’una fra le più perverse ideologie che siano mai germinate in cervelli umani, ogni uomo chiamato ad una voca­ zione eroica e attaccato alla causa sacra dell’Europa, deve vedere uno di

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quei momenti privilegiati della storia dove il mito fa irruzione in mezzo alle lotte degli uomini... la riproduzione, sul piano micro-cosmico, degli in­ segnamenti della tradizione nordica sul ragna-rok, sull’ultima battaglia de­ gli dèi e degli eroi contro le forze scatenate del caos Oltre al nazionalsocialismo, importanti referenti mitici per il radi­ calismo contemporaneo sono i fascismi atipici, a cominciare dalla Fa­ lange di José Antonio, per il sentimento “ascetico e militare della vita”, che, secondo il fondatore, doveva caratterizzare i militanti, e che viene contrapposto al paternalismo cattolico e pantofolaio dei regimi iberici affermati, “il cui fine fu quello di mandare a letto presto i giovani onde evitare che taccian politica” 1 2 5 . Molto più rrequente è però il riferimen­ to alla Guardia di Ferro, o Legione dell’Arcangelo Michele, il fascismo agrario rumeno di C. Codreanu, spiritualista (ma ferocemente antise­ mita), di cui si mettono in luce aspetti come l’ascesi guerriero-monacale ed il “neotemplarismo” 1 J\ ma anche la tensione a trascendere la reli­ giosità “normale” verso una superiore spiritualità, dimostrata non solo dagli aspetti iniziatici del movimento (sacrificio, preghiera, digiuno, canto come tecnica “mantrica” ecc.) ma dal simbolo medesimo dell’Arcangelo, quale intermediario fra Mitra e gli iniziati1 2 ’. Pure importante, fra i fascismi atipici, è il movimento belga creato da L. Degrelle, il Rexismo, esaltato soprattutto da M. Tarchi1 2 t, men­ tre relativamente poco spazio è dato alle Croci Frecciate ungheresi1 2 7 . Anche i letterati del Deriodo fascista scelti a numi tutelari dal radicali­ smo contemporaneo sono in qualche misura fascisti atipici: esemplari in questo senso le figure di P. Drieu La Rochelle, R. Brasillach, L.F. Céline1 2 8 . Essi si affiancano ai classici della letteratura di destra, e in particolare agli autori della konservative Revolution, e saranno con loro discussi in un prossimo capitolo. Le idee, i miti, i personaggi di questo universo vengono diffusi da una moltitudine di pubblicazioni e case editrici, ciascuna delle quali ha dimensioni ridotte e circolazione limitata, mentre l’insieme costituisce una rete e una cassa di risonanza di grande rilievo per 1 ’“ambiente”. Questa editoria è stata analiticamente presentata in altra sede, cui si rimanda1 2 9 . Qui è opportuno accennare, almeno brevemente, a fini esemplificativi, all’attività di una sola casa editrice, la più importante, sia per la figura del suo fondatore e animatore (F. Freda), sia per il ruolo svolto nei confronti dei circoli più radicali: le “Edizioni di Ar”, di Padova. Esse infatti concepiscono la propria attività primariamente come milizia, rivolta ai soldati politici, per “guidare le persuasioni, to­ nificare le inclinazioni, radicare i convincimenti, fissare i consensi” Il catalogo, le introduzioni ai volumi, le varie note editoriali individua­ no i principali filoni di iniziativa e le loro motivazioni. Un primo, nutrito gruppo di opere riguarda la vicenda del nazional­ socialismo, ricostruita sia dai protagonisti storici, che da commenti sue-

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cessivi1 5 1 . Da un saggio su Hitler appartenente al secondo gruppo, pro­ viene il brano seguente, esemplare del tono e dello stile di questa pro­ duzione: Terribile e generoso fu Hitler [...]. Operò asceticamente [...]. Era il tede­ sco nuovo [...]. L’uomo che in sé riassumeva il corpo e l’anima di un popo­ lo si dissolse, al rullo di milioni e milioni di tamburi. I quali rullano solo per rendere gli onori agli Eroi. [...] Da Sigfrido partì Hitler per giungere, attraverso la grande sintesi, alle glorie di Federico, di Bismarck, di Moltke; al secondo sacro romano impero. Per giungere alla nuova Europa, alla sconfitta dell’oro, alla vittoria della giustizia. Da Sigfrido partì e accanto a Sigfrido giacque. Al rullo dei tamburi1 ,2 _ A fianco delle opere sul e del Nazismo, stanno quelle relative ai fascismi atipici, dove, prevedibilmente, il posto d’onore spetta alla Guardia di Ferro di C. Codreanu, e alla concezione a essa attribuita della “politica come ascesi”: “fu [...] la tensione alla ‘gloriòassoluta’ — stato che da Bernardo di Chiaravalle viene attribuito alla divinità ‘in excelsis’ — a orientare l’esistenza del Capitano” 1 3 J. Rientrano in que­ sto filone i testi “canonici” della Legione, scritti dallo stesso Codreanu o dal suo più fido luogotenente1 3 4 . Pure nell’ambito dell’interesse per i fascismi atipici compaiono alcuni testi sulle Croci Frecciate ungheresi, e diversi materiali rexisti non manca l’attenzione per la letteratura, rappresentata dai romanzi di Drieu La Rochelle1 3 6 . Un’importanza decisiva nell’ideologia della Destra radicale spetta, come si è accennato, all’etica del guerriero, che si compone di elementi quali l’ascesi eroica, l’agire spersonalizzato, i valori della fedeltà e del­ l’onore, e simili. Le fonti di questo universo etico sono molteplici, e comprendono la mitologia indo-aria, la nozione di bushido, centrale al mondo dei samurai, il concetto islamico di guerra santa (jihàd), con la distinzione fra la “piccola” e la “grande” guerra. Tutti questi temi so­ no presenti nel catalogo di Ar, introdotti da un “fondamentale” opu­ scolo di J. Evola, che si avrà occasione di riprendere in seguito1 3 7 , cui si affianca una nutrita serie di testi sull’etica samurai, alla quale è stata recentemente dedicata una vera e propria collana (“Le edizioni di Sanno-Kai”) 1 3 8 , mentre fra le opere sull’IsIam spicca la raccolta di scritti del Colonnello Gheddafi, curata da C. Mutti: la solidarietà con le poli­ tiche della rivoluzione libica si accompagna, naturalmente, all’ostilità più accesa contro Israele1 3 9 . L’accenno a Israele sposta l’attenzione su un altro filone di interes­ si centrale per le edizioni di Ar, quello che elabora i temi della lotta contro il potere “pluto-giudaico”. In questo ambito sono pubblicati al­ cuni classici dell’antisemitismo1 4 0 unitamente agli scritti evoliani sulla razza1 4 1 , e alcuni testi sul dominio del capitale e della finanza come prodotti dell’ebraismo1 4 2 : l’intento è quello di fornire una visione della società moderna come sottoposta al potere occulto e parassitario dei

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centri finanziari internazionali, la cui costante è 1 ’“animus” ebraico, quali ne siano, volta per volta, le facciate politiche (oggi 1 ’“occidentali­ smo giudeo-americano”, come ieri 1 ’“imperialismo cosmopolita giudeo­ britannico”) 1 4 J. Accanto agli scritti sulla razza prendono naturalmente il loro posto i testi del pensiero antiegualitario, a partire, anche qui naturalmente, da Nietzsche, proposto in una lettura che lo accosta in maniera esplici­ ta al Nazismo 1 4 4 . Insieme a Nietzsche, De Gobineau, Spengler, Evola, e un certo numero di autori “minori” 1 4 5 . Un posto importante fra le pubblicazioni di Ar spetta ai materiali sul paganesimo, cui recentemente viene dedicata una collana (“Paganitas”). I testi sono quelli degli antichi polemisti anticristiani1 4 6 , cui si aggiungono gli scritti evoliani sulla romanità1 4 7 , i saggi di H.F.K. Gunther sul mondo antico1 4 8 e le raccolte di testi pagani curati da F. Fred a1 4 9 . Collegata con il mito della romanità è l’idea ghibellina, in cui si rinnova il modello classico di imperituri-, nelle collezioni di Ar la rappre­ sentano gli scritti di Evola, e quelli che a essi si richiamano 1 5 °. Infine, il concetto di “vero Stato” è rielaborato tramite gli scritti (immancabi­ li) di Evola, quelli di O. Spann, e il recupero di un giurista fascista marginale, C. Costamagna1 5 1 .

7. LA DISINTEGRAZIONE DEL SISTEMA: F. FREDA

Intorno alla metà degli anni settanta, la lettura della situazione po­ litica italiana e internazionale effettuata dalla Destra radicale può esse­ re induttivamente ricostruita nella maniera che segue — come sempre facendo salvo l’inevitabile schematismo. La politica almirantiana del “doopio binario” (doppiopetto più uso della “piazza di destra”, con ammiccamenti ai simpatizzanti del “colpo di forza”) fallisce nel suo obiettivo principale, lo spostamento a destra dell’asse politico del paese, che al contrario va scivolando sempre più verso sinistra. Ciò, comporta anche una valutazione negativa delle ipo­ tesi di Destra Nazionale e Eurodestra — quest’ultima soprattutto rive­ latasi poco più di una vuota parola. Pure fallimentari sono stati i tenta­ tivi golpisti abbozzati nei primi anni settanta dai gruppi raccoltisi in­ torno al principe Junio Valerio Borghese — Fronte Nazionale e Rosa dei Venti. Con riferimento a essi, anzi, si manifesta un terzo fenome­ no, di grande importanza agli occhi della Destra radicale, cioè il mutato atteggiamento negli organi dello Stato. Se in precedenza l’orientamen­ to di questi nei confronti della Destra era andato dalla tolleranza alla solidarietà, passando in alcuni casi oer la complicità vera e prooria, so­ prattutto nei settori più inquinati dei “corpi separati”, con gli anni set­ tanta inizia il distacco, percepibile soprattutto in alcune zone della ma­

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gistratura, che si concreta in episodi come l’individuazione delle “piste nere” per la strage di Piazza Fontana, l’apertura di indagini sul “golpe Borghese” e sui conati successivi, lo scioglimento a seguito di processo delle “organizzazioni di lotta” (Ordine Nuovo e Avanguardia Naziona­ le), e cosi via. Nel frattempo, acquisito ormai il PCI allo schieramento democratico e al ruolo di difensore dell’ordine costituito (“compromes­ so storico”), si naviga verso la costruzione della “solidarietà nazionale”, saldando gli estremi di uno schieramento “moderato” che, dal PLI, giunge, appunto, sino al PCI. Di fronte al blocco di sistema da ciò risultante scoppia la protesta degli esclusi, degli emarginati: siamo al 1977, momento terminale della fase liberatoria, di movimento, iniziata nel 1968. L’emergere dei “nuo­ vi bisogni” porta all’apparizione dei “nuovi soggetti rivoluzionari”, non riducibili alla lotta operaista; la lotta contro la repressione e la marginalizzazione si trasforma in maniera drastica e rrontale nello scontro con un “palazzo” che raccoglie ormai anche le forze della sini­ stra: la cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma, da parte de­ gli autonomi, è l’episodio che traccia in maniera simbolica le nuove li­ nee dello schieramento e del conflitto. Di questa “fase” la Destra radicale forniscé una lettura per molti aspetti.analoga a quella dell’estrema sinistra, recuperandone anche, al­ meno in parte, gli strumenti di analisi e le chiavi interpretative, al pun­ to di giungere, come si vedrà, all’ipotesi di una linea strategica comu­ ne: l’obiettivo immediato, infatti, è il medesimo per entrambi, la di­ struzione del sistema borghese1 5 2 . Il referente metapolitico principale per questa analisi è il secondo dei grandi textes politici di Evola, Cavalcare la Tigre, nella più radicale delle letture da esso consentita, quella proposta già alla fine degli anni sessanta da Franco Freda. La precisazione è importante: senza, infatti, volersi addentrare nell’esegesi del pensiero evoliano1H , basta accennare che uno dei concetti principali di Cavalcare la Tigre, quello di apolitia, è suscettibile di almeno due letture: una prima, esclusivamente centrata sulla dimensione interiore dell’individuo, conduce alla totale astensione da ogni forma di agire politico; la seconda interprete Yapolitia come rifiuto di inserirsi nel sistema politico attuale, e quindi di aderire alle componenti che l’hanno espresso (l’Antitradizione come spirito del ma­ le evocato dalla sovversione borghese)1 5 4 e addita l’impegno politico — esasperato sotto forma di “militia”, “via eroica”, “guerra santa” — co­ me lo strumento più valido e autentico di realizzazione spirituale (la teorizzazione del distacco è qui bollata come alibi per i vili). questa la linea suggerita da Freda fin dalla recensione del 1963 al testo evoliano, poi ripresa e sviluppata ne La Disintegrazione del siste­ ma, del 1969, opuscolo ormai ritenuto “un classico”, “il manifesto del militante del quarto fronte, il fronte europeo”, da quanti, negli am­ bienti di destra, ritengono che la vera fedeltà al pensiero evoliano con­

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sista nell’andare oltre la lettera dei testi tenendo saldi i principi1 ” . Il punto di partenza di Freda è un attacco violentissimo contro il concet­ to di Europa, che coinvolge tutta l’eredità politico-spirituale dell’Occidente: Agli inizi [...] credevamo che l’Europa fosse veramente un mito, e rappre­ sentasse un’idea forza: [...] ([...] gli stessi ragazzoni neofascisti guaiscono: Europa-Fascismo-Rivoluzione!!) [...] senza verificare [ ■ ■ ■ ] se esista in realtà un’omogenea civiltà europea, [...] alla luce di una situazione storica mon­ diale per cui il guerrigliero latinoamericano aderisce alla nostra visione del mondo molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli USA; per cui il popolo guerriero del Nord Viet-Nam, col suo stile sobrio, spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra concezione dell’esistenza che il bu­ dello italiota o franzoso o tedesco-occidentale: per cui il terrorista palesti­ nese è più vicino alle nostre vendette dell’inglese (europeo? ma io ne dubi­ to!) giudeo o giudeizzato. [...] Con l’Europa illuminista noi non abbiamo nulla a che fare. Con l’Eu­ ropa democratica e giacobina noi non abbiamo nulla a che vedere. Con l’Europa mercantilistica, con l’Europa del colonialismo plutocratico: nulla da spartire. Con l’Europa giudea o giudeizzata noi abbiamo solo vendette da fare. [...] L’Europa è una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bor­ delli e che ha contratto tutte le infezioni ideologiche — da quelle delle rivolte medievali dei Comuni a quelle delle monarchie nazionali antimperiali: dall'illuminismo al giacobinismo, alla massoneria, al giudaismo, al sio­ nismo, al liberalismo, al marxismo. Una baldracca il cui ventre ha concepi­ to e generato la rivoluzione borghese e la rivolta proletaria; la cui anima è stata posseduta dalla violenza dei mercanti e dalla ribellione degli schiavi. E noi, a questo punto, vorremmo redimerla...?!1 5 6 Il risultato di questa Europa è un mondo totalmente “altro” 1 ,7 ri­ spetto a quello della Tradizione: è il mondo borghese-capitalista domi­ nato dall’istanza economica, e dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Lo Stato medesimo è il luogo politico solo del borghese, la sua unica funzione è la difesa dell’economia borghese (il debito verso gli stru­ menti di analisi marxisti è esplicito e dichiarato). A questo si contrap­ pone l’idea del vero Stato come realtà assoluta, valore che trascende le realizzazioni storiche contingenti (e qui è evidente l’ispirazione evoliana): il vero Stato deve garantire l’unità organica del corpo sociale, non mediante “intrusione [...] in un preteso dominio di interessi privati del­ l’individuo, ma [tramite] costituzione di un clima di elevata tensione ideale, in cui ognuno sia e rimanga al proprio posto, svolgendo con coe­ renza e fedeltà e libertà le proprie inclinazioni [...] [in] un’esistenza conforme alla propria natura” I5 8 . Sulla base di questi principi Freda de­ linea un progetto di Stato popolare, la cui realizzazione è subordinata a una drastica condizione preliminare: la distruzione del mondo bor­ ghese 1 5 9 .

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L’organizzazione dello Stato popolare sarà rigorosamente comunisti­ ca; eliminata ogni espressione della proprietà privata (tranne i beni di consumo individuali) ogni azienda sarà governata da un Comitato di ge­ stione, che nominerà un Commissario d ’azienda. Analoga struttura avranno i Comprensori agricoli e gli Empori di consumo, mentre l’insie­ me degli organismi guida di tali entità esprimerà un Presidium regionale, da cui il Presidium politico di Stato, che sceglierà il Reggente e indicherà i Commissari dello Stato. La scuola “sarà rigorosamente funzionalizzata, sì che la formazione scolastica venga subordinata alle esigenze dell’e­ quilibrio economico popolare” (p. 71). Ciò comporterà non solo l’orga­ nizzazione di Case per la Gioventù per i giovani fra gli otto e i ventan­ ni, e istituti affini per i minori di otto anni, ma anche una rigorosa programmazione delle nascite “in relazione all’equilibrio sociale dello Stato popolare” (p. 72). (Tutto ciò, beninteso, in omaggio al principio secondo cui lo Stato non deve interferire nella vita privata dei cittadi­ ni, e l’economia non deve assumere una posizione dominante.) Al di là di questa sorta di Bauplan fiir ein Lager, che resta allo stadio di esercitazione teorica, Freda fornisce precise indicazioni di politica estera, che hanno conseguenze importanti sulle scelte strategiche gene­ rali (“di campo”) dell’estrema destra: La denunzia del Patto Atlantico e della sua organizzazione militare, così come la recisione dei vincoli che legano attualmente l’Italia alle strutture neocapitalistiche supernazionali [...] dovrà provocare l'attivo inserimento dello Stato popolare nell’area degli Stati che rifiutano di ancorarsi alla po­ litica dei blocchi imperialistici di potenza. Lo Stato popolare stringerà alleanza con gli Stati realmente anticapita­ listi, e favorirà con decisione, a livello internazionale, i movimenti di lotta contro i sistemi capitalistici (democrazie “occidentali” e socialiste) (pp. 7 4 75). Questo tipo di affermazioni, insieme alle ripetute dichiarazioni di simpatia per il comunismo cinese, di cui Freda esalta, oltre alla lotta antimperialista, lo stile sobrio, spartano, guerriero1 6 0 è alla base della formula di “nazimaoista”, con cui sono spesso carattqizzate le teorie di Freda. Esso spiega anche un ulteriore punto chiave di tali teorie, dove, come riconoscono gli ammiratori, la posizione di Freda si disco­ sta marcatamente da quella di Evola, cioè l’atteggiamento nei confronti del Quarto Stato. Per Evola questo è l’incarnazione della “spiritualità regressiva” del mondo moderno, mentre per Freda rappresenta una possibilità di “restaurazione dell’umano” grazie all’emergere di uno sti­ le di vita ascetico e militare, la semplificazione dei rapporti fra cittadi­ ni, l’avvento di quella “nuova essenzialità” che E. Jünger invocava nelYArbeiter, e che dovrebbe far seguito alla decomposizione del mondo borghese1 6 1 . Ciò dimostra anche, secondo gli stessi esegeti, la capacità di Freda di proporre un discorso non soltanto antiborghese, ma anche

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anticapitalista (“le due cose non vanno sempre insieme, poiché una del­ le caratteristiche del Fascismo è precisamente la sua incapacità di pas­ sare dall’antiborghesismo all’anticapitalismo” 1 6 2 . Questo complesso di orientamenti costituisce lo sfondo per uno dei passaggi più importanti nell’itinerario di Freda, l’ipotesi di una solida­ rietà con la sinistra. Non si tratta solamente di un’ipotesi teorica, ma di una vera e propria proposta strategica di “lotta comune”, che Freda rivolge a coloro che rifiutano radicalmente il sistema, situandosi oltre la sinistra di questo [nella certezza] che anche con loro potrà essere realizzata una leaie unità dì azione nella lotta contro la società borghese Beninteso, costoro non accolgono premesse metafisiche, non perse­ guono il mito del vero Stato, ignorano le direzioni superumane, meta­ politiche e metastoriche, non nutrono interesse per una “realtà” supe­ riore: nondimeno, nell’“ordine storico temporale”, il loro obiettivo è il medesimo delle forze di destra, la distruzione del sistema borghese. Perciò va instaurata una “coerente unità operativa” con tutte le forze impegnate “nella lotta al sistema per l’eversione del sistema”: vanno pertanto respinte le tattiche legalitarie o riformistiche, e abbandonata ogni “colpevole esitazione dinanzi all’impiego di tutti quei mezzi, dra­ stiche risolutivi che solo la violenza possiede” ,6 4 . E questa la piattaforma teorica che fa da sfondo all’azione dei grup­ pi eversivi di destra operanti dopo il 1977, la cui cultura politica sarà esaminata nel prossimo capitolo. Tale esame renderà necessario riper­ correre, anche se in maniera molto sommaria, le principali fasi dell’e­ versione di destra nel dopoguerra.

Note

1 Ancora nel 1950 Concetto Pettinato scriveva un Monuo agli industriali contenente frasi come le seguenti: “Imponete a Palazzo Chigi un uomo che abbia la testa sulle spalle e riprenda la politica del 1933 e del 1934, quella che fece di Mussolini, nientemeno, il firmatario d’un patto di amicizia con la Russia, e fece della Russia la più fedele osservan­ te dell’ordine interno del nostro paese! Cooperate ad affrancare l’Europa dalla folle pre­ giudiziale dell'impossibile convivenza con un regime con il quale noi, proprio noi, convi­ vemmo benissimo dal 1920 al 1941, e col quale il nostro massimo errore, tragicamente scontato, è stato quello di non continuare a vivere in pace, invece di fargli la guerra” (“Il Meridiano d ’Italia”, 29.X.1950, cit. in G. d e l b o c a , m . g i o v a n a , I figli del Sole, Milano, Feltrinelli 1965, pp. 188-189). 2M . t e d e s c h i, Fascisti dopo Mussolini, Roma, l’Arnia s.d. (1950), p . 17; cfr. anche M . g i o v a n a , Le nuove camicie nere, Torino, edizioni dell’Albero 1966, p . 28. 3 Lo statuto del MSI esclude “coloro che abbiano tradito la Patria”, ivi inclusi i “traditori del 25 luglio”. Cfr. p. r o s e n b a u m , Il nuovo fascismo. Da Salò ad Almirante, Milano, Feltrinelli 1975, p. 61.

4N.

t r a n fa g lia , a a .w .,

storica, in

Fascismo, neofascismo e nuova destra. Appunti per una definizione Fascismo oggi. Nuova destra e cultura reazionaria negli anni ottanta, Cu­

neo, Istituto Storico della Resistenza 1983, p. 38. 5 I congressi del 1954 (Viareggio), 1956 (Milano), 1963 (Roma) furono teatro di tu­ multi e veri e propri scontri fisici fra i rappresentanti dei vari orientamenti, (r o s e n ­ b a u m , op. cit., pp. 200-203). In particolare al Congresso di R o m ^ ‘... si ripete la temati­ ca ormai nota dal 1950: Almirante giunge quasi alla rottura; poi non osa spezzare il par­ tito, e accetta un compromesso A questo punto una parte dei suoi seguaci, delusi, lo abbandona. Così egli lim a n e al vertice del partito, ma in una posizione indebolita alla base” , (g . g a l l i , Il difficile governo, Bologna, Il Mulino 1972, p. 179). 6 La disponibilità al pragmatismo è, presumibilmente, tanto maggiore quanto meno un partito si riconosce vincolato da una teoria: si ricordi la famosa battuta mussoliniana secondo cui il Fascismo non era stato tenuto a balia da nessuna dottrina elaborata in precedenza. Cfr. N. b o b b io , L'ideologia del fascismo, originariam. in “Quaderni della FIAP”, 14, 1975, pp. 32 segg., ristampato in c. c a s u c c i (a cura di), Il fascismo: antologia di scritti critici, Bologna, Il Mulino 1982, p. 613. 7 s. b e l l i g n i , Estremismo, s.v., in N. b o b b io , n . m a t t e u c c i , g . p a s q i i i n o , Dizionario di politica, Torino, Utet 1983. 8 Non saranno cioè presi in considerazione i rappresentanti della “cultura di De­ stra” (Armando Plebe ecc.), raccolti attorno al MSI agli inizi degli anni settanta, a soste­

NOTE

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gno del progetto del nuovo partito, la Destra Nazionale. L’operazione, palesemente stru­ mentale, si è rivelata di corto respiro, e non sembra aver lasciato tracce significative neppure nell’ambiente di Destra. 9 s. m o t t a , Risposta ad Arnaldo Truzzi, “Avanguardia Nazionale”, 25 dicembre 1954, cit. in R. Ch i a r i n i , p. Co r s i n i , Da Salò a Piazza della Loggia, Milano, Angeli 1983, p. 172; S. Motta era il segretario del M SI di Brescia; leader dell’ala intransigente, fu successivamente emarginato da Michelini. 1 0 Sull’esaltazione mitica della figura di Mussolini in questo periodo cfr., fra gli al­ tri, G. DEL BOCA, M . GIOVANA, O p . cit., pp. 119-120; R. CHIARINI, P. CORSINI, O p . cit., pp. 75-76. 1 1 E. e r r a , Il fascismo fra reazione e progresso, in a a . v v ., Sei risposte a Renzo de Feli­ ce, Roma, Volpe 1976, pp. 55-103. Enzo Erra, come risulta da un rapporto del 1951 della Questura di Roma, era stato, insieme al giovane Pino Rauti, direttore della rivista “Imperium”, legata alla “Legione Nera” e al programma dei Fasci d ’Azione Rivoluziona­ ria. (Cfr. D. b a r b ie r i , Agenda nera, Roma, Coinés 1976, p. 21). “Imperium” aveva pub­ blicato, nel 1949, la prima edizione di un famoso opuscolo di j. e v o l a , Orientamenti, che sarà discusso in seguito. (Erra fu poi direttore di “Intervento” ed è attualmente re­ dattore de “La Notte”.) Per i giudizi sul presente saggio di Erra, si considerino a titolo esemplificativo quello di E. Houllefort, redattore di “Totalité”, (“la seule revue évolienne de langue française”), che lo considera “l’étude de loin la plus importante [...] [scrit­ to] avec une lucidité et une acuité de regard étonnantes”; gli fa eco M. Tarchi che, più sobriamente, parla di “basilare saggio”. (Cfr. E. h o u l l e f o r t , Trois regards su le fascisme comme phénomène européen, “Totalité”, II, 5, giu.-ag. 1978, pp. 45-46; M . t a r c h i , Ipote­ si e strategie di una nuova destra, in a a .v v ., Proviamola nuova, Roma, LEdE 1980, p.
112 ).

1 2 La distinzione fra orientamento al passato e orientamento al futuro è essenziale, secondo De Felice, per distinguere il fascismo dal nazionalsocialismo: cfr. R. d e f e l i c e , Intervista sul fascismo (a cura di m .a . l e d e e n ), Bari, Laterza 1975, pp. 40-41. Su questo aspetto è in disaccordo G. m o s s e , Intervista sul nazismo (a cura di m .a . l e d e e n ), Bari, Laterza 1977. 1 3 Nelle parole di Mussolini: “Noi rappresentiamo l’antitesi netta, categorica, defi­ nitiva, a tutto il mondo [...] degli immortali principi dell’89.” (Cit. in j. e v o l a , Il fasci­ smo visto da Destra. Con note sul III Reich, Roma, Volpe 1979, p. 23; I a ediz. 1964, 2“ ediz. riveduta e ampliata, 1970, 3“ ediz. 1974; da qui in poi Fascismo.) 1 4 Sulla necessità di distinguere fra l’immagine di sé fornita dal Fascismo e la realtà storica insiste in particolare N. t r a n f a g u a , Fascismo, neofascismo e nuova destra. Appunti per una definizione storica, cit., p. 34. 1 5 E noto peraltro che il concetto di rivoluzione non è affatto semplice sul piano analitico. Si vedano, in argomento, fra gli altri, G. p a s q u in o e s. v e c a , s . v . , rispettiva­ mente nel cit. Dizionario di Politica e nella Enciclopedia Einaudi. 1 6 e . e r r a , op. cit., p . 84. 1 7 Ibid., p. 89. 1 8 Ibid., p. 89. 1 9 Ibid., p. 98. 20 Cfr. n . b o b b io , L'ideologia del fascismo, cit., pp. 661 segg., per un’analisi dell’antieconomicismo come una delle costanti del pensiero antidemocratico. 2 1 I testi evoliani cui si farà riferimento in questa analisi sono, innanzitutto e princi­ palmente. il cit. Fascismo; poi: Rivolta contro il mondo moderno, I a ediz. 1934, 2a ediz. 1951, 3“ ediz. Roma, Edizioni Mediterranee 1969 (in seguito: Rivolta); Orientamenti, I a ediz. 1949 (si farà sui riferimenti all’ediz. 1981, Catania, Il Cinabro, con in appendice un'intervista a Julius Evola del 1971, condotta da G. de Turris); Gli uomini e le rovine, con Introduzione di Junio Valerio Borghese, Roma, Volpe 1953, 3a ediz. riveduta e con Appendice, 1971 (in seguito: Rovine); Cavalcare la Tigre, Milano, Scheiwiller 1961, 1971 (Cavalcare)-, Il cammino del Cinabro, Milano, Scheiwiller 1964, 1972 (Cinabro-, si è qui utilizzata l’edizione francese, tradotta da P. Baillet, Milano-Carmagnola, Arché-Arktos,

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NOTE

1983 - Paris, Dervy Livres); V 'operaio' nel pensiero di E. Jünger, Roma, Volpe 1974 {Operaio). 22 Fascismo, p. 22. 23 Si potrebbe parlare, come per la situazione germanica coeva, di “ rivoluzione con­ servatrice” , a condizione però di riferire il conservatorismo alla sfera dei principi, e non a una precedente realtà di fatto, visto che, secondo Evola, ben poco, nell’Italia prefasci­ sta (l’ “ Italietta” ), meritava di essere conservato (Fascismo, p. 23); la rivoluzione conser­ vatrice in Germ ania, sarà presa in considerazione analiticamente nel terzo capitolo di questo volume. Si vedano comunque, in materia: A. m o h l e r , Die konservative R evolution in Deutschland, 1918-1932, Stuttgart, Friedrich Vorwerk Verlag 1950, 2 “ ediz. molto accresciuta 1970; K . v o n k l e m p e r e r , G erm any’ s N ew Conservatism, Its History and D i­ lemma in thè Twentieth Century, Princeton, Princeton University Press 1957; k . s o n t h e i m e r , Antidemokratisches Denken in der Weimarer Republik. Die politischen Ideen des deutschen Nationalismus zwischen 1918 und 1933, München 1968; M . g r e i f f e n h a g e n , Das Dilemma des Konservatismus in Deutschland, Frankfurt, Piper Verlag 1971, 1977. 24 Fascismo, pp. 27-28. 25 n . b o b b i o . L ’ideologia, cit.; sul rapporto Stato-società civile si vedano, fra gli l i ­ tri, n . b o b b i o , m . b o v e r o , Società e Stato nella filosofia politica moderna, Milano, Il Sag­ giatore 1979, e la letteratura ivi cit. 26 Fascismo, p. 99; o. s p e n g l e r , Il tramonto d ell’occidente, traduzione e introduzione di J . Evola, Milano, Longanesi. 27 Orientamenti, p. 18; R ovine, p. X IV . 28 II corporativism o viene però criticato su altri piani e soprattutto perché mantiene vive delle tendenze sindacaliste, che ranno ostacolo alla realiizazione integrale della co­ munità organica di fabbrica, realizzata invece dal Nazionalsocialismo (Betriebsgemein­ schaft). 29 Contro di essa si scagliano i discepoli: “ niente ci sembra cosi insulso come fonda­ re una Repubblica sul lavoro” , esclama, per esempio, S. De Domenico, esponente m issi­ no bresciano legato a Ordine Nuovo; cfr., dello stesso: Il lavoro nell'Ordine N uovo, Bre­ scia 1964, cit. in C h i a r i n i , c o r s i n i , op. cit.. p. 222. 30 Fascismo, p. 79; anche; Rovine, p. 100. 51 “ Forse per la prima volta in tutta la storia italiana, col secondo fascismo una m as­ sa non indifferente di Italiani scelse coscientemente la via del battersi su posizioni per­ dute, del sacrificio e dell’impopolarità, per obbedire al principio della fedeltà a un capo e dell’onore militare” (Fascismo, p. 118). ,2 R ovine, p. 32. 33 Fascismo, p. 28. 34 Idem, p. 21. 35 Rovine, pp. 20-21. 36 La serie delle contrapposizioni include anche quelle “ tra concetto e immagine, tra ‘narrazione argomentata e m otivata’ e rappresentazione sacrale, ‘puro raccontare non obbligatorio’, tra produzione di nessi causali universalmente com unich ili, e produzione di immagini fantastiche dotate di potere evocativo in circostanze particolari, tra struttu­ re discorsive e apparati di fascinazione emozionale [...] tra fiducia nella decodificabilità del mondo storico a opera dell’io autonomo (ragione) e credenza in una ‘sostanza auto­ nomamente esistente’ in forma di verità originaria” . C fr. M . r e v e l l i , La nuova destra è di destra, su: “ Pace e guerra” , 4, 16 dicembre 1982, p. 30. Sul concetto di mito, cfr. F. J e s i , M ito. Milano, Mondadori 1980; sulla contrapposizione immagine-concetto, e i prin­ cipi a essa collegati, A. m o h l e r , Konservative Revolution, cit., p. 19; sul contrasto fra stile di pensiero razionale e non razionale, k . m a n n h e i m , Das konservative Denken. So­ ziologische Beiträge zum Werden des politisch-historischen Denkens in Deutschland, “ A r­ chiv. für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik” , 57, 1 e 2, 1927; si è qui usata la versione inglese (Conservative Thought) in k . h . w o l f f (a cura di), From Karl M annheim, New York, O xford University Press 1971, pp. 132-222. 37 Ristam pato dalle Edizioni di Ar nel 1978. La presentazione definitiva dell’uni­

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verso della romanità e del suo rapporto col mondo tradizionale compare nel 1934, in Rivolta, ed è ripresa nelle principali opere successive. 38 Rovine, p. 212. 39 Cinabro, 1971. 40 Fascismo, p. 123 (corsivo orig.). 41 Si tratta di una tesi abbastanza condivisa in sede storiografica: cfr. G. m o s s e , La nazionalizzazione delle masse. Simbolismo politico e m ovim enti di massa in Germania, B o­ logna, Il Mulino 1975. 42 Fu questo anche uno dei motivi che impedirono un vero approfondimento del significato della romanità. Ciò avrebbe richiesto, infatti, anche di affrontare il problema dei rapporti fra romanità classica e cristianesimo, “ cosa sempre evitata per prudenza po­ litica da M ussolini” (Fascismo, p. 25 n.). L ’opera di Evola in cui l’antinomia fra cattoli­ cesimo e Fascism o viene posta nella forma più drastica è Imperialismo Pagfino, del 1928, che “ non ebbe eco nel giusto luogo” , e che Io stesso autore, nel proprio bilancio autobio­ grafico conclusivo, definisce opera estremista e poco meditata (Cinabro, p. 93). 43 “ Non è la nazione a generare lo Stato. Anzi, la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo [...] una volontà, e quindi un’effettiva esistenzar” (Cit. in Fascismo, p. 24; ivi altre citazioni mussoliniane del medesimo tenore.) 44 Ibid. 45 Fascismo, p. 32. 46 II “ ghibellinismo” di Evola trova la prima formulazione nel cit. Imperialismo paga­ no. O ltre che nelle opere maggiori, se ne veda una succinta formulazione in: Due Impera­ tori, origin. 1938 e 1940, ristampato dalle ediz. di Ar 1977. 47 Orientamenti, p. 24; Rovine, pp. 113 segg.; Fascismo, pp. 33 segg.; cfr. anche p. r a u t i , Le idee che mossero il m ondo , Rom a, Edizioni Europa 1976. 48 Fascismo, p. 106. 49 N. b o b b i o , L ’ideologia del fascismo, c i t . , p . 6 0 7 . 50 Operaio, p. 19. 51 Fascismo, p. 59. Nello stesso spirito: “ la famosa apostrofe di Mussolini al momen­ to della campagna d ’Etiopia: ‘Italia proletaria e fascista, in piedi!’ , è di certo una fra le più deprecabili che gli siano state suggerite dalla componente ‘populistica’ della sua personalità” (Fascismo, p. 109). 52 A sostegno di questa distinzione fra Fascism o e Nazism o, Evola riporta un pro­ prio colloquio del 1^38 con C. Codreanu, il capo della G uardia di Ferro rumena, “ una delle figure più limpide e idealistiche dei movimenti ‘nazionali’ del precedente periodo [nonché, come si vedrà, uno dei [ Hncipali riferimenti dell’odierno radicalismo di destra]. Per indicare le differenze fra il fascism o, il nazionalsocialismo e il suo movimento, C o ­ dreanu si riferì ai tre principi di organismo umano, la sua forma, la sua forza vitale e lo spirito. [...] O ra, per lui, il fascismo aveva portato il suo interesse sull’elemento ‘forma’ , come dottrina romana dello Stato; il nazionalsocialismo aveva sottolineato le forze vitali, pei suoi riferimenti alla ‘razza’ e al V o lk ; quanto a lui, Codreanu, avrebbe voluto partire dallo spirito, e dare un colorito religioso, anzi mistico, al suo movimento” (Fascismo, p. 35). 53 Per H itler, “ solo il V olk, di cui si è costituito a rappresentante diretto e a guida senza intermediari, e che doveva seguirlo incondizionatamente, era il principio della le­ gittim ità. N essun più alto principio esisteva o era da lui tollerato. [...] (la sua polemica per esempio contro l’im pero degli Asburgo fu spesso di una volgarità senza pari [...])” (Fascismo, p. 173). 54 “ Talvolta si andò oltre il segno, tanto da anticipare l’invadenza di quella plebe fornita di mezzi e presuntuosa che come una vera peste dei nostri giorni prolifera nella ‘società dei consum i’ . Chi ha visto le masse di Volksgenossen [...] ‘ariani’ del K d F (una specie di superlativo dopolavoro) [...] e la presunzione del lavoratore berlinese ‘sproleta­ riato’ e evoluto, non poteva soffocare un brivido di orrore alla prospettiva di una G er­ mania che si fosse sviluppata in tal senso” (Fascismo, p. 171). 55 N. b o b b i o , L'ideologia, cit., p. 599, K . m a n n h e i m , Das konservative Denken, cit. 56 Rovine, p. 45.

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1 Fascismo, p. 139. 58 Fascismo, p. 140. 59 N. b o b b i o , L ’ideologia, c i t . , p . 682. 60 La letteratura in merito è vastissim a. Per tutti: N. b o b b i o , op. cit., K. m a n n h e i m , Das konservative Denken, cit.; A. m o h l e r , Konservative Revolution, cit.; M . g r e i f f e n h a g e n , Das Dilemma des Konservatismus, cit.; recentemente, G. v a t t i m o , Terrorismo fasci­ sta: alla ricerca del retroterra ideologico che lo alimenta, “ Tuttolibri” , VI, 32 (13-9-1980), riprodotto in g r u p p o d i a r , Totalità sociale e comunità organica, Padova, Edizioni di Ar 1982. 61 Fascismo, p. 36. 62 “ N oi si d u o anche riconoscere l’inconcludenza della soluzione m onarchica...” (Orientamenti, pp. 21-22). 63 Fascismo, p. 45. 64 Fascismo, p. 51. Ancora più eterodosso, nella prospettiva del Fascismo repubbli­ cano, il giudizio di Evola nei confronti dei “ traditori del 25 luglio” : “ fu una vera assur­ dità concedere dapprima ai membri del G ran Consiglio il diritto al libero voto, e poi accusarli di tradimento e portarli dinanzi a un tribunale quando la maggioranza usò tale diritto. Il G ran Consiglio avendo [...] carattere [...] consultivo [...] Mussolini avrebbe potuto tenere in nessun conto il voto maggioritario di esso” (Fascismo, p. 63). 65 Ibid., p. 54. 66 Orientamenti, p. 23; Fascismo, pp. 54-55. 67 Ib id., p . 211. 68 j. e v o l a , La dottrina aria di lotta e di vittoria, Padova, Edizioni di Ar 1970, 1977, con introduzione di Franco (o Giorgio, come talora compare, specie nelle pubblicazioni francesi) Freda. (Si tratta del testo di una conferenza tenuta nella sezione di Scienza della Civiltà del Kaiser W ilhelm Institut, a Roma, nel 1940, e pubblicata a Vienna nel 1941.) 69 Sono poche le riserve avanzate da Evola nei confronti delle S S , riferibili solo a un settore del Corpo, le cosiddette SS “ Teste di M orto” , che svolsero funzioni fiancheggiatrici della polizia ordinaria e di Stato: “ è tale settore che, eventualmente, entra in questione per certi aspetti negativi del corpo, in seguito utilizzati per coprire di abominio tutta la S S ” (Fascismo, p. 211; corsivo aggiunto). 70 V. sopra, n. 23. 71 Nella sua autobiografia intellettuale Evola descrive come punto culminante del viaggio in Germ ania del 193‘t un discorso da lui tenuto "ad un gruppo scelto dello tìerrenklub di Berlino, il circolo della nobiltà conservatrice tedesca. [...] Là io dovevo trova­ re il mio ambiente naturale. [Data l’indifferenza di cui era circondato in Italia], N e nac­ que un’amicizia cordiale e feconda fra me e il presidente del circolo, il barone Heinrich von Gleichen (una delle figure più rappresentative del movimento)” (Cinabro, p. 135). 72 Fascismo, pp. 128-129. 73 II legame col reducismo di Salò è esplicito: si tratta infatti di “giovani formatisi nelle dure battaglie della fine del fascism o” ; cfr. p . b a i l l e t , Julius Evola e l ’affermazione assoluta, Padova, Edizioni di Ar 1978 (è il testo di una conferenza l» iu ta a Parigi nel 1975 per l’inaugurazione del Centre d'études doctrinales Evola, di cui Baillet era segreta­ rio. Il testo fu oubblicato sui numeri 129 e 130 di “ Défense de l’occident” , giugno e luglio 1975). 74 Cinabro, p. 162. 75 “ Com e spirito, esiste qualcosa che può servir già da traccia alle forze della resi­ stenza e del risollevamento: è lo spirito legionario. E l’attitudine di chi seppe scegliere la via più dura, di chi seppe combattere anche sapendo che la battaglia era materialmente peiauta, [...] e attraverso cui si afferm ò l’idea tradizionale che è il senso dell’onore e dell’onta — non piccole misure tratte da niccole morali — ciò che crea una differenza sostanziale fra gli esseri, quasi come fra una razza e un’altra razza. [...] Lo ‘stile’ che deve guadagnar risalto è quello di chi si tiene sulle posizioni di fedeltà a se stesso e a un’idea, in una raccolta intensità, in una repulsione per ogni compromesso, in un impe­ gno totale che si deve manifestare [...] in ogni espressione dell’esistenza. [...] Si deve

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giungere al punto che il tipo di cui parliamo, e che deve essere la sostanza cellulare del nostro schieramento, sia ben riconoscibile, inconfondibile, differenziato.” (Orientamenti, pp. 12-13; corsivi originali.) 76 L ’im portanza del volume, neH’ “ ambiente” , è enorme: esso infatti è considerato “il libro fondamentale del pensiero politico europeo della vera destra” (p . b a i l l e t , op. cit., p. 23). Per quanto riguarda la Destra italiana, si confrontino le dichiarazioni dei rappresentanti di O rdine Nuovo, discusse nel prossimo capitolo. 77 Cinabro, p. 165. 78 “ Q uesta associazione del suo e del mio nome doveva avere un carattere simboli­ co: eravamo entrambi uomini che avevano seguito liberamente una linea ideale, evitando il piano della bassa politica: l’uno poteva rappresentare l’aspetto combattentistico, l’altro il teorico di un’idea precisa di Destra. Pensavo che questo tandem avrebbe potuto cri­ stallizzare in Italia le forze per il nuovo fronte” (Cinabro , p. 173). 79 Cinabro , p. 174. 80 Ibid. 81 Fascismo, p. 135. 82 Rovine, p. 252. 83 Orientamenti, p. 16. 84 Rovine, p. 239. 85 Ibid., Introduz. alla 3 “ ediz. (1972), p. 7. 86 F . i n g r a v a l l e , Pour une analyse du M ouvem ent Révolutionnaire en Italie, “ Totali­ té” , 10, nov.-dic. 1979, p. 37. 87 Cinabro, p. 201. 88 Ibid., p. 196. , 89 Ibid., p. 194. 90 Ibid., p. 202. 91 Su questi aspetti insiste F. Jesi per evidenziare il duplice livello — essoterico ed esoterico — su cui si muove a suo parere il discorso di Evola: “ lo schema antropologico proposto dall’ultimo Evola è ricalcato esattamente su quello consueto a numerose dottri­ ne iniziatiche. Vi sono due classi di persone: quella di coloro che giungono al secondo e più aito grado dell’iniziazione, e quella di coloro che, non potendo e non volendo stac­ carsi dal mondo, restano a un primo grado. [...] occorre quindi che gli iniziati di grado superiore, i saggi, orientino gli iniziati di grado inferiore verso il raggiungimento di obiettivi mondani (in questo caso, l’attivismo ‘europeistico’) che di per sé sono vani [...] ma che hanno una preziosa funzione didattica” . Si tratta della c.d. pedagogia del compito inutile, su cui si avrà occasione di ritornare in seguito: “ A forza di perseguire per disci­ plina degli obiettivi vani, e di insistere al tempo stesso nella difesa della propria interio­ rità [...] anche gli iniziati di grado inferiore [...] si faranno le ossa” ( f . j e s i , Cultura di destra, Milano, G arzanti 1979, p. 83). 92 Cinabro, p. 209; L'arco e la clava, Milano, Scheiwiller 1969, 1971. Il concetto di “ anarchismo di destra” , qui afferm ato, si avvicina a quello di “ nichilismo tedesco” , che si differenzia da quello dell’Europa occidentale (Francia) e da quello russo per la tenden­ za a ricostruire dopo aver distrutto, ( a . m o h l e r , Konservative Revolution, cit., pp. 94 segg.). 93 p . b a i l l e t , Julius Evola, cit., p. 23; f . i n g r a v a l l e , M ouvement révolutionnaire, cit., p. 36. 94 F . i n g r a v a l l e , op. cit., p. 36. Ingravalle non è un osservatore casuale: stretto col­ laboratore di c reda alle Edizioni di Ar, autore di testi su Nietzsche pubblicati dalle stes­ se edizioni (Nietzsche illuminista o illuminato, 1981, inoltre di II caos degli scribi, appen­ dice alla seconda edizione di a . r o m u a l d i , Nietzsche, e la mitologia egualitaria, Edizioni di Ar 1981, 1“ ediz. 1971), frequente collaboratore di “ Totalité” , probabile membro del Comitato di Solidarietà per Franco Freda, teorico e militante di Terza Posizione, respon­ sabile della diffusione tramite casella postale del bollettino “ Q uex” , di cui si parlerà nel prossimo capitolo, arrestato e poi rilasciato nel corso delle indagini sulla strage di Bolo­ gna, risulta un osservatore particolarmente qualificato delle vicende interne alla Destra.

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M otivi di im p u ta zio n e , avverso le ordinanze del 5, 12, 16 gennaio 1982 del G .I. di Bologna, p. 18.) 95 Ibid., pp. 36-37. 96 Articolo comparso su “ O rdine N uovo” , 1, 2, 1970, pp. 50 sgg.; cit. in i n g r a v a l l e , op. cit., p. 37. 97 Secondo Ingravalle, A . Romualdi esprime, insieme a F. Freda, le “ teorie della rivoluzione” cui si richiamano le due principali linee strategiche del “ movimento compo­ sito che lotta contro il regime italiano attuale” . La prima è quella dell’ala nazional-rivoluzionaria e legalista degli ambienti giovanili del M S I (generalmente raccolti intorno agli antichi militanti di Ordine N uovo, rientrati nel partito nel 1969), e fa riferimento so­ prattutto a Romualdi; la seconaa (Freda) è quella del movimento rivoluzionario “ che si è ’■ecentemente espresso attraverso due giornali di lotta: ‘Costruiamo l’Azione’ e ‘TVrza Posizione’ ” (i n g r a v a l l e , op. cit., pp. 35, 37-38). Si tratta, naturalmente di distinzioni schematiche, se non altro perché Romualdi e Freda furono in stretto rapporto: il primo collaborò assiduamente alle edizioni di Ar, curando e pubblicando diversi testi: a Ro­ mualdi, inoltre, si richiama anche la “ N uova D estra” di orientamento metapolitico (cfr. cap. 3). Figlio del vice segretario del M SI, Pino Romualdi, Adriano, nato nel 1940, in­ contrò la morte nel 1973 in un incidente stradale, morte che un esperto del calibro di G uido Giannettini (che era suo amico personale) definisce “ strana” , ‘ perché Romualdi aveva contatti precisi con i servizi tedeschi, e si interessava con loro dell’E st europeo” . (Affermazione rilasciata nel corso degli interrogatori di fronte al Giudice Istruttore G . D ’Am brosio e al P .M . E . Alessandrini, pubblicata in E . p e s e n t i (a cura di), Le stragi del SID. I generali sotto accusa, Milano, M azzotta 1974, p. 116.) Discepolo di Evola, la sua recensione del 1964 al volume evoliano sul Fascism o è posta come Introduzione all’ediz. 1979 del medesimo volume (“ O ra sono entrambi scomparsi, il hiaestro e l’allievo, e noi li ricordiamo con commossa riconoscenza, accomunati in questa ristam pa” ); sua fu anche la prima monografia sul maestro (Julius Evola, l'uom o e l'opera, Roma, Volpe 1966). Fra gli altri scritti di Romualdi sono da menzionare la traduzione e prefazione di: s a i n t l o u p (pseudon. di M arc Augier), I volontari europei delle Waffen SS, Roma, Volpe 1967; inoltre: Nietzsche e la mitologia egualitaria, cit.; Drieu La Rochelle, il m ito d ell’Europa (con G. g i a n n e t t i n i e M . p r i s c o ) , Roma, La Salam andra 1965, 1981, e i volumi postumi: G li indoeuropei, Padova, Edizioni di Ar 1978, e Correnti politiche ed ideologiche della destra tedesca dal 1918 a l 1932, Roma, L ’italiano edizioni 1981 (quest’ultimo fortemente debitore, anche se il debito non sempre è riconosciuto, all’opera di A. Mohler). 98 A. r o m u a l d i , La destra e la crisi del nazionalismo, Roma, Edizioni de “ Il Settimo Sigillo” 1973, p. 4. 99 C iò vale, in particolare, per la classe dirigente del Fascismo italiano, che entrò in una “ guerra continentale, imperiale, ideologica [...] con una mentalità piccolo-nazionali­ sta che si esprimeva negli slogfins: Corsica-N izza-Savoia” . Come sempre è fatta salva la figura del Duce: “che Mussolini — pur con tutte le contraddittorie esitazioni del nazio­ nalismo tramontante [...] — non abbia dubitato della necessità di entrare in guerra, è cosa che onora la sua intuizione storica” (Ibid., p. 11). 100 Fascismo, p. 126 (retro, p. 26). 101 I punti fondamentali del disegno, anche secondo Romualdi, sarebbero stati: l’an­ nientamento del bolscevismo, e l’egemonia tedesca sui territori russi antisovietici; il ri­ torno al Reich delle “province” che ne erano state parte fino al Seicento (Belgio, O lan­ da, Alsazia-Lorena); la ripresa della missione egemonica dell’Austria nel bacino carpatico-danubiano; la sostituzione dell’Inghilterra con l’Italia nel Lebensraum mediterraneo, con riconoscimento però alla prima del suo ruolo marittimo e coloniale. “ Che questo blocco potesse crearlo solo la Germ ania era un fatto. [...] Q uesta realtà poteva piacere di più o di meno ma — negandola — ci si precludeva l’unica via che non portasse alla fatale eclissi dell’Europa dalle nazioni” (a . r o m u a l d i , La destra, cit., pp. 8-9). 102 Ibid., p. 19. 103 A. r o m u a l d i , Introduzione a G. g i a n n e t t i n i , m . p r i s c o , a . r o m u a l d i , Drieu La Rochelle. I l M ito d ell’Europa, cit., p. 7. 104 Ibid., p. 15.
(s o s t i t u t i Bo l o g n a ,

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105 M . T a r c h i , Degrelle e la mistica dell'Europa, in i d e m (a cura di), Degrelle e il Rexismo, Rom a, Volpe 1978, p. 27. Poco oltre Tarchi riporta le parole dello stesso Degrelle: “ Q ueste W affen SS erano la crema della crema dei soldati, i duri, i fanatici, i super­ armati, i super-motorizzati, quelli che erano lanciati nel settore più infernale e nel mo­ mento più difficile [...]. E sse divennero la vera G uardia Imperiale dell’impero europeo in formazione, una gigantesca guardia di oltre mezzo milione di volontari di prim’ordine” (Ibid., p. 32); inoltre s a i n t -l o u p , I volontari europei, cit., e ivi la cit. Introduzione di A. Romualdi. 106 A proposito degli slavi, gli Vntermenschen per eccellenza di tutta l’ideologia nazi­ sta — si pensi soltanto agli scritti di A. Rosenberg — Romualdi giunge ad affermare che “ una certa preconcetta ostilità” (sic!) nei loro confronti era “ destinata a smussarsi di fronte alla realtà dei concreti rapporti storici” — evidentemente mancati, fra tedeschi e slavi, in tutti i secoli precedenti. Quanto agli ebrei, “ terribile e falsa” è la cifra di sei milioni di morti, (a . r o m u a l d i , La destra, cit., pp. 28, 27). 107 “ Non salari, non sindacati, non droga né sesso, né ‘libertà’ , ma politica, armi, dignità, indipendenza” (a . r o m u a l d i , La destra, cit., p. 24). 108 “ Guardateli bene questi drogati, questi alienati dalla loro condizione storica: hanno a due passi il muro di Berlino, ma protestano contro il ‘fascismo’ : gli operai polac­ chi insorgono per il pane, ma essi manifestano contro il ‘capitalismo’ ; la Russia schiaccia metà dell’Europa, ma essi pensano al Viet-Nam, al Brasile. L ’oppio marxista è arrivato al cervello...” Ibid., p. 30. 109 C it. in F . INGRAVALLE, O p . cit., p. 38. 110 Ibid. 111 C fr. infra, p. 65. 112 Cinabro, p. 101. 113 m . r e v e l l i , Panorama editoriale e temi culturali della destra militante, in a a . w ., Fascismo oggi. Nuova Destra e cultura reazionaria negli anni ottanta, cit., p. 51. 114 f . j e s i , Cultura di destra, cit., p. 32. 115 “ E certo che ancora oggi, e precisamente in Italia, i riti coi quali una comunità guerriera dichiara ‘presenti’ i camerati caduti sul campo dell’onore, hanno ritrovato una forza singolare” (j. e v o l a , Metafisica della Guerra, “ Diorama Filosofico” , maggio-agosto 1935 (riedito, a cura e con introduzione di M. Tarchi, Roma, Edizioni Europa 1974). 116 R. d e f e l i c e , Intervista sul fascismo, cit., p. 65. 117 G. m o s s e , La nazionalizzazione, cit., cap. V II. 118 Un fenomeno spesso menzionato con particolare approvazione a questo proposi­ to è la politica senza residui totalitaria del Nazismo nei confronti dell’arte e in generale della cultura. Il punto di partenza è la polemica da un lato nei confronti dell’ “ arte-perl’arte” : “l’arte quale attività autonoma e scissa da ogni principio d ’ordine superiore [...] prodotto del definitivo distacco dell’Europa dalla Tradizione” ( c . m u t t i , Introduzione a A. H i t l e r , Discorsi su ll’arte Nazionalsocialista, Padova, Ar 1976, p. 3), dall’altro nei con­ fronti del mito borghese della cultura come dialettica, discussione, “ caffè o parlamento. Per l’uomo di destra, al contrario, la ricerca intellettuale e l’espressione artistica acqui­ stano senso solo come comunicazione con la sfera dell’essere, con un qualche cosa [...] che non appartiene più al regno della discussione, ma a quello della verità” (a . r o m u a l ­ d i , Idee per una cultura di destra, Roma, Il Settim o Sigillo 1973, p. 13). Inevitabilmente, la fonte è Evola: “ le verità che possono far comprendere il mondo tradizionale non sono di quelle che ‘si imparano’ e che ‘si discutono’ ” (Rivolta, p. 16). Bene fecero, quindi, i regimi totalitari ad affidare all’arte il compito di “ modellare, plasmare, eliminare il mar­ cio e spianare la via al sano. [...] L ’arte non deve soltanto essere buona, dev’essere anche legata al popolo; per meglio dire, soltanto un’arte che crei attingendo pienamente alla nazione può in definitiva essere bu on a...” (Lettera di j. g ò b b e l s a W. Furtwangler, cit. in c . m u t t i , op. cit., p. 8 ) . E questo l’atteggiamento di tutti i regimi totalitari, e infatti si sottolinea con compiacimento l’affinità, in proposito, fra nazismo, stalinismo e maoi­ smo. Colpevolmente permissivo fu invece il Fascism o italiano, che malgrado le dichiara­ zioni di Mussolini, lasciò ampia autonomia alla creazione artistica. (Ibid., p. 9.) “ In rap­ porto al Fascism o, il Nazism o ebbe il merito di costringere la cultura neutra a un regola­

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mento di conti. Molto più del regime italiano, esso ebbe la coscienza di rappresentare un’autentica visione del mondo, violentemente ostile a tutte le putrerazioni e a tutte le deformazioni dell’Europa contemporanea. La mostra sull’arte degenerata, il rogo dei li­ bri, ebbero almeno un significato rivoluzionario ideale, un carattere di rivolta aperta contro i feticci di un mondo in decomposizione” (a . r o m u a l d i , Idee, cit., p. 11). In conclusione, “ quando i democratici di ogni tendenza insorgono contro 1’ ‘oscurantismo m edievale’ dei nazisti [che hanno bruciato i libri], dal punto di vista tradizionale rendo­ no loro il migliore omaggio che si possa immaginare” ( e . h o u l l e f o r t , Trois regards sur le fascisme com m e phénomène européen, cit., p. 45). 119 F . J e s i , Cultura di Destra, cit., p p . 67 segg. 120 P. B A IL L E T , Julius Evola, cit., p. 70. 121 Su ciò, M . t a r c h i , Il caso Gòbbels e il dibattito sul nazionalsocialismo, introduzio­ ne a: j. g ò b b e l s , La conquista di Berlino, Padova, Edizioni di Ar 1978. 122 p. b a i l l e t , op. cit., pp. 70-71. 123 a . r o m u a l d i . La Destra e la crisi, cit., p 10. 124 D. c o l o g n e , g . g o n d i n e t , Pour en finir avec trente ans de confusions, “ Totalité” , 5, giugno-agosto 1978, p. 73. 125 c . m u t o , recensione a c . s b u r l a t i , Codreanu e la Guardia di Ferro, in : “ Totali­ té” , 4, aprile-maggio 1978, pp. 43-44. Sul Fascism o rumeno si vedano inoltyie: E . w e b e r , The M en of the Archangel, in “Journal of Contemporary H istory” , 1, 1 (1966); i d e m , Rum ania, in H . r o g g e r , e . w e b e r (a cura di), The European Right, Berkeley, University of California Press 1966; z. b a r b u , Rum ania, in s.j. w o o l f (a cura di), Fascism in Euro­ pe, London, Methuen 1968, 1981; i d e m , Psyco-historical and sociological perspectives to the Iron Guard, the fascist m ovem ent of R um ania in s.u . l a r s e n ^ b . h a g t v e t , j . p . m y k l e b u s t (a cura di), W ho Were the Fascists? Social Roots of European Fascism, Bergen, Universitatst forlaget 1980; anche F . j e s i , op. cit.. po. 30 segg. 126 M . t a r c h i (a cura di), Degrelle e il R exism o, cit.; in generale: g . c a r p i n e l l i , Bel­ gium, in s. w o o l f (a cura di), Fascism in Europe, cit.; j . m . e t i e n n e , L e M ouvem ent Rexiste ju sq u ’en 1940, Paris 1968. 1271, d e a k , Hungary, in H . r o g g e r , e . w e b e r (a cura di), The European Right, Berke­ ley, University of California Press 1966; M . l a c k o , Arrow Cross Men: National Socialists, 1935-1944, Budapest 1969; i d e m , The Social Roots of Hungarian Fascism: the Arrow Cross, in l a r s e n , h a g t v e t , m y k l e b u s t (a cura di), W ho Were the Fascists, cit.; j. e r o s , Hungary, in s.j. w o o l f (a cura di), Fascism in Europe, cit. 128 T . k u n n a s , Drieu La Rochelle, Céline, Brasillach et la tentation fasciste, Paris, Les Sept Couleurs 1972 (trad. it. 1981). 129 M . r e v e l l i , Panorama editoriale, c i t . 130 “ Risguardo” , 1, 1980, pp. 1-2; sulla nozione di editoria come milizia, cfr. M . r e v e l l i , Panorama editoriale, cit. 131 A d es.: j. g ò b b e l s , La conquista di Berlino, cit.: A. h i t l e r , Discorsi sull’arte na­ zionalsocialista, cit.; sempre di H itler, Idee sul destino del mondo. Parole del Fiihrer raccol­ te e ordinate da M. Bormann, in tre volumi; e . k . b i r d , R udolph Hess, l'ultim o europeo. 132 D a: p . m a r e n g o , L ’ultim o sigftore degli A rii, cit. in “ Risguardo” , 1, 1980, p . 3. 133 g r u p p o d i a r , La politica come ascesi, introduzione a: c. c o d r e a n u , &mrio dal Carcere, Edizioni di Ar 1970, 1982, p. 15. Nello stesso scritto, commentando l’afferm a­ zione di Z. Barbu, secondo cui il motivo più forte a sostenere la Legione, fu “ la resurre­ zione e la vittoria, che si conquistano attraverso la morte, secondo la mitologia cristiana” (cfr. z. b a r b u , Rum ania, cit., p. 163), il Gruppo di Ar aggiunge: “ quelli in questione risultano non tanto generici motivi lito lo g ic i, quanto precisi elementi teologici evidenti soprattutto nelle tradizioni nordicoarie, iraniche, islamiche, e raccolti nel simbolismo della ‘mors triumphalis’ , del sacrificio e della vittoria che eleva a condizione immortale” (Ibid.). 134 c. c o d r e a n u , Diario dal Carcere, cit., Il capo di cuib, 1974, 1981; Guardia di Ferro, 1972, i. m o t a , L ’uom o nuovo, 1978; I. M ota, chiamato “il Santo” nella mitologia della G uardia, cadde in Spagna nel 1936; fu il primo traduttore in rumeno dei Protocolli dei Saggi di Sion.

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135 F . s z â l a s i , Kitartdsl L e croci frecciate e il nazionalsocialismo ungherese-, i d e m , D i­ scorso agli intellettuali, l . d e g r e l l e , Militia, 1979; i d e m , La nostra Europa, 1980. 136 L 'u o m o a cavallo e I cani di paglia sono pubblicati da Ar. 137 j . e v o l a , La dottrina aria di lotta e di vittoria, c i t . 138 Fra gli altri titoli: k i t a y a m a y u n y u , L ’etica eroica dei guerrieri Yamato, s.d.; k a i t e n m u k a r i y a , La religione dei Samurai, s.d .; i. n i t o b e , Bushido, 1976; e gli scritti di Y. m i s h i m a , Il pazzo morire (1979) e Ancora intom o al pazzo morire (1980) (“ Se un samurai giunge al punto di riuscire a distinguere il Bene col M ale non sarà mai capace di fare grandi cose, perché conoscerà la paura. [...] Lo spirito del bushido è realizzato quando ci si immagina di morire; questo lo si deve fare ogni giorno e ogni sera.” ; cit. in “ R i­ sguardo” , 1, 1980, p. 9). Com pleta la serie, G. f i n o , Mishima e la restaurazione della cul­ tura integrale, 1981. 139 c . m u t t i (a cura di), Gheddafi templare di A llah, 1975. M utti, ex docente dell’U ­ niversità di Bologna, autore di saggi e articoli sulla tradizione islamica, stretto collabora­ tore e amico di F. Freda, era stato il promotore dell’Associazione Italia-Libia “ rapide­ ment interdite sur la pression des milieux sionistes” , (c o m i t é d e s o l i d a r i t é p o u r GIOR­ GIO f r e d a , Giorgio Freda: “nazimaoiste" ou révolutionnaire inclassable? , opuscolo, Losan­ na 1978, p. 6). M utti collabora regolarmente a “ T oialité” , che solidarizza con le sue vicende giudiziarie — in particolare l’arresto, succeduto da scarcerazione, in collegamen­ to con le indagini sulla strage di Bologna. C fr. a . g ., La répression en Italie, ou l ’agonie de la bête, “ Totalité” , 12, estate 1981, pp. 68, 77). 140 Al primo posto vanno collocati, naturalmente, I Protocolli dei Saggi di Sion, 1 9 7 1 , curati dal solito C. M utti, responsabile anche di Ebraicità ed Ebraismo. La pubblicazione dei Protocolli, “ pour la première fois en Italie de façon officielle depuis 1 9 4 5 ” , nell’am­ biente radicale è considerata una gloria di Ar, di fronte a cui “ les sionistes aboient” (c o m i t é , op. cit., p. 4 ) . Oltre ai Protocolli, in questo filone, sono da citare: H. f o r d , L ’ebreo intemazionale, 1 9 7 1 ; m . b a r d e c h e et al., L ’aggressione sionista, 1 9 7 0 . 141 Tre aspetti del problema ebraico, 1976; Sintesi di dottrina della razza, 1977; Il mito del sangue, 1978; Indirizzi per u n ’educazione razziale, 1978. 142 Qui si va dai classici della sociologia ( w . s o m b a r t , G li ebrei e la vita economica, 1980; Metafisica del capitalismo (a cura di C. Mutti), 1977, ai pamphleteers contempora­ nei: j. b o c h a c a , Finanza e potere, 1982; H . c o s t o n , L'altra finanza e le rivoluzioni, 1971. 143 Q uesto ultimo accostamento è dovuto alla nota “ analogia fra tipo inglese e tipo ebraico” (cfr. c . m u t t i , N ote del Curatore a F . f r e d a , La disintegrazione del sistema, 3 “ ediz. 1980, p. 90). Nella stessa pagina ricorrono espressioni come: “ l'imperialismo tenta­ colare dei giudeo-statunitensi^, “ la lotta antiplutocratica del popolo vietnamita [...] [con­ tro] la strategia giudeo-americana” ; “ i Dlutocrati giudei del Sudafrica” . Nomi come quel­ li di Freud, Lukàcs, M arcuse, M arx, sono sempre preceduti dall’epiteto, “ giudeo” , gli U SA sono definiti la “ judenland am ericana” ; e così via. 144 “ E attraverso H itler che noi oggi leggiamo Nietzsche. [...] Per noi, che ci siamo affacciati al mondo dopo la guerra, e siamo venuti a sapere tutto in una volta di N ietz­ sche e d ’una certa Europa — l’Europa di Hitler e di Mussolini, delle bandiere, del san­ gue, degli eroi — talune impressioni si sono fuse spontaneamente l’una nell’altra” ( a . r o m u a l d i , Nietzsche e la mitologia egualitaria, 1971, 1981, pp. 84-85; si veda anche: F. INGRA v a l l e , Nietzsche illuminista o illuminato, 1981). 145 A. d f Go b i n e a u , Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane, 1977; l . g i u s s o , Oswald Spengler, s.d .; j. e v o l a , r . g u é n o n , Gerarchia e democrazia, 1974: R .w . d a r r é , La nuova nobiltà di sangjue e suolo, a cura di M . Tuti, 1978, E . m a l i n s k y , Fedeltà feuda­ le ■ dignità umana, 1976; i d e m , I l Droletarismo, 1979. 146 g i u l i a n o i m p e r a t o r e , Discorsi contro i galilei, 1977; c e l s o , Discorso di verità, s . d . ; PORFIRIO, Discorsi contro i cristiani, s . d . 147 La tradizione di Rom a, 1977: Imperialismo pagano, 1978; La religione di Cesare, c o n f . a l t h e i m , 1977. 148 h . f . k . Gü n t h e r , Humanitas (a cura di A. Romualdi), 1970, 1977; Religiosità in­ doeuropea, 1970, 1980; Platone custode della vita, 1977. Si noti, incidentalmente, che Platone viene considerato dalla destra un “vero e proprio precursore” del Nazism o, men-

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tre in quest’ultimo si rilevano “elementi platonici” . Secondo A. Romualdi tali sarebbero, infatti, “ l’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che lo regge, il fervido sen­ timento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione di idee-forza per mezzo del m ito” . Sempre secondo Romualdi, Platone “ si sarebbe assai difficilmente scandalizzato del rogo dei libri ‘corruttori’ o delle leggi per la protezione del sangue. Chiari influssi platonici si ritrovano inoltre nella dottrina interna delle S S , impegnate a sottoporre a una paziente selezione fisica e spirituale i futuri capi, allevati nelle [...] ‘roc­ che dell’O rdine’ , sorte un po’ dovunque in Germ ania” (cit. nella Nota dell'Editore a h . f . k . g u n t h e r , Platone, cit., pp. 7-8). 149 A A .v v ., Paganesimo e Giudaismo, e a a . v v . , Sol Invictus, entrambi in prepara­ zione. 150 j. e v o l a , Due imperatori, 1977; A. d e St e f a n o , L ’idea imperiale di Federico II, 1975. 151 j. e v o l a , c . c o s t a m a g n a , L'idea di Stato, 1970, 1977; o . s p a n n , Il vero Stato, 1982; c . c o s t a m a g n a , Dottrina del fascismo, I. I l principio dello Stato, 1982. 152 F . i n g r a v a l l e , op. cit., p. 41. 153 Disciplina i cui adepti sono ormai divisi in una moltitudine di cenacoli e chiesuo­ le che si scambiano epiteti come “ evolomani” , “ Testimoni di J . Evola” , e simili, per menzionare per ora solo i meno truculenti. s 154 F . f r e d a , Per un radicalismo di Destra: “Cavalcare la Tigre’’, in “ Tradizione” , 1963, oggi ripubblicato in appendice a p . b a i l l e t , op. cit., 106, 108. 155 b a i l l e t , op. cit., 72-74; E . h o u l l e f o r t , Prefazione alla 2 ‘ ed. it. di La disintegra­ zione del sistema, Padova, Edizioni di Ar 1978, 1980, p. 18. Costoro riconoscono che Evola manca di senso politico “ operativo” restando fermo, da,questo punto di vista, alla Destra controrivoluzionaria dei D e M aistre, dei Metternich, dei Bismarck, senza render­ si conto che, nel X X secolo, perché una Weltanschauung possa realizzarsi, è necessario l’intervento dei dr. G òbbels e dei M ao T ze Tung: “ fortunatamente” altri ha saputo “ tra­ durre al livello di lotta politica il principio secondo cui il miglior modo di essere rivolu­ zionari, oggi, è quello di battersi in nome della Tradizione” . Si tratta delle edizioni di Ar e di F. Freda: laddove Evola aveva “ così ben definita la teoria della pratica” , Freda afferm a “una delle pratiche, la pratica politica di tale teoria” ( p . b a i l l e t , op. cit., 72, 75; E . h o u l l e f o r t , op. cit., 10-11. Si noti la concettualizzazione usata dagli autori, en­ trambi francesi). 156 Disintegrazione, 3 “ ediz., pp. 25-28. 157 “ Continuo a dire ‘gli altri’ — e non i nostri avversari o i nostri nemici — pro­ prio perché voglio insistere e chiarire sino alle estreme rappresentazioni [...] come tra noi e gli altri vi sia (e vi debba essere) molto più di una semplice differenza di mentalità, di modo di agire, di ‘ideologia’ politica. E un’anima diversa, è una razza diversa...” (Ibid., p. 31). 158 Ibid., p . 4 8 . 159 “ Il male rappresentato dalla società borghese è inguaribile: [...] nessuna terapia è possibile [...] nemmeno un’operazione chirurgica riesce ormai efficace: [...] occorre ac­ celerare l’emorragia e sotterrare il cadavere” (Ibid., p. 60). 16° F FREDA> D ue lettere controcorrente, Padova, Edizioni di Ar, s.d. 161 E . h o u l l e f o r t , op. cit., p. 15. 162 Ibid., p. 17. 163 Disintegrazione, p. 85. 164 Sono queste le parole con cui si conclude l’edizione 1969 dell’opuscolo (p. 71). N ell’edizione 1980 la frase sulla violenza è sostituita dalla perifrasi: “ mezzi [...] che ri­ sultano conformi agli ostacoli da abbattere, e sono richiesti dalla grandiosità del fine” . Viene inoltre aggiunto un periodo: “ D i questo infatti occorre essere persuasi: che, in un soldato politico, la purezza giustifica ogni durezza, il disinteresse ogni astuzia, mentre il carattere impersonale impresso alla lotta dissolve ogni preoccupazione m oralistica” (p. 87). Il senso di queste formulazioni è ulteriormente specificato in un’intervista del 1977, in cui, dopo aver indicato il carattere antisistem a della lotta condotta da “ alcune avan­ guardie dell’ultra-sinistra, come le Brigate rosse” , Freda osserva: “ D a parte del radicali­

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smo di destra si è avuta soltanto, a quel che pare, l’esecuzione di un magistrato che si era particolarmente distinto per il suo zelo repressivo, ma non sono stati previsti quelli che si chiamano, nel linguaggio aziendale, ‘i tempi di produzione’ . Com battere il regime significa giustiziare i suoi m agistrati, significa colpire in maniera esemplare i suoi uomini rappresentativi...” (citato in: Giorgio Freda: “nazimaoiste” ou révolutionnaire inclassable? , cit., p. 14). Il m agistrato “ particolarmente distintosi per il suo zelo repressivo” è, come si vedrà nel capitolo seguente, Vittorio Occorsio.

2. La destra eversiva
di Franco Ferraresi

1.

PREMESSA

Obiettivo di questo secondo capitolo è l’analisi della cultura politi­ ca dei gruppi e delle formazioni di destra che, nell’arco del dopoguerra, hanno elaborato progetti di eversione dell’ordinamento democratico, o, per lo meno, si sono dati alla violenza in maniera non occasionale. Questa formulazione va circostanziata da alcune cautele. Innanzitutto, il concetto di cultura politica è qui utilizzato in ma­ niera non rigorosa, sia per eccesso che per difetto. Per eccesso in quan­ to, data la generale carenza di informazioni, in alcuni casi, l’intelligen­ za dei fenomeni richiederà che si operi la ricostruzione di vicende che non appartengono alla cultura politica in senso proprio per difetto in quanto, non essendo state, per ora, svolte ricerche empiriche sistemati­ che, i materiali cui si farà riferimento consentono di ricostruire solo alcuni aspetti della cultura politica — fondamentalmente l’ideologia e la Weltanschauung quali risultano dai materiali a stampa (libri, riviste, giornali, volantini, documenti interni), o da dichiarazioni dei protago­ nisti (interviste giornalistiche, interrogatori giudiziari ecc.). Neppure con riferimento a queste fonti si può presumere la completezza, data la loro natura spesso clandestina, o per lo meno riservata e comunque difficilmente attingibile; si può però ritenere che i materiali cui si è avuto accesso consentano un’approssimazione abbastanza ragionevole al fenomeno in esame2 . Sfuggono a questa analisi altre dimensioni della cultura politica (ad esempio lo stile di vita, i rapporti fra i militanti e in particolare quelli gerarchici, e simili), che possono essere ricostruiti solo per via indiretta. Una seconda cautela riguarda la completezza della panoramica: per i motivi appena detti, non è stato possibile prendere in considerazione

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tutti i gruppi della destra eversiva, ma solo quelli per i quali era dispo­ nibile materiale in quantità adeguata. Si tratta peraltro dei più impor­ tanti, così che il quadro, benché sommario, dovrebbe fornire almeno i punti di riferimento indispensabili. Infine, e sempre per i soliti motivi, non si avrà qui una ricostruzio­ ne storica analitica deH’eversione di destra; i materiali saranno tuttavia organizzati, almeno tendenzialmente, in maniera cronologica, onde for­ nire un’idea dei principali passaggi che scandiscono l’articolazione del fenomeno nel dopoguerra

2 . i n o s t a l g ic i: d a l l e o r ig in i a l f r o n t e n a z io n a l e

2.1. I gruppi dell’immediato dopoguerra L’analisi della prima fase del neofascismo occuperà uno spazio mol­ to ridotto, perché da un lato è la fase più conosciuta, almeno nelle grandi linee, grazie a numerose ricostruzioni4 , dall’altro lo scarso spes­ sore e originalità della cultura politica espressa nel periodo non richie­ dono, almeno in questa sede, particolari approfondimenti. Il primo neofascismo si colloca in una situazione storico-politica le cui dimensioni principali sono conosciute: fine della Resistenza, rottura della solidarietà antifascista, esatwsaaunento dei CLN, fine del “Vento del Nord”, rivincita conservatrice negli apparati dello Stato — da lì a poco, guerra fredda e furibonde campagne anticomuniste da parte delle forze moderate, con l’appoggio del cattolicesimo oltranzista. Questo clima favorisce il riaffiorare — immediatamente dopo l’armistizio — di una grande moltitudine di gruppi, “movimenti”, “partiti”, raggruppa menti, “fronti”, “alleanze” ecc., dalla nomenclatura pittoresca e la vi cenda spesso breve e agitata, che, in maniera più o meno espliciti! e dichiarata, si richiamano al passato regime, ne raccolgono i reduci, cu­ stodiscono i ricordi, fantasticano il ritorno. Allo stato attuale della ilo cumentazione è impossibile ricostruire una mappa precisa, anche per ché in molti casi si tratta di sigle senza reale consistenza, di forma/ioni dalla natura magmatica che mutano nome ripetutamente nell'ureo ili pochi mesi, anche per evitare l’interessamento della legge’; alcuni «li loro però acquistano una notorietà non effimera: come le SAM (Squu dre d’Azione Mussolini), i FAR (Fasci d’Azione Rivoluzionuriu), l’AII, (Armata Italiana di Liberazione) mentre già compaiono i nomi di perso naggi destinati a svolgere ruoli da protagonisti nelle vicende successive: ad esempio Clemente Graziani e Pino Rauti, già nel 1951, sono eoin volti, insieme a J. Evola, in un processo per aver dato vita ni I;AK Nel frattempo sorgono le formazioni partitiche di maggiori dimen

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sioni: dapprima l’Uomo Qualunque, che, pur non dichiarandosi fasci­ sta, con la sua furibonda critica al sistema democratico e l’insistente invito a gettare un colpo di spugna sul passato, serve da copertura per consentire al personale fascista di riappurire legalmente sulla scena poli­ tica6. Nel dicembre 1946 nasce poi, a Roma, il MSI, che da allora co­ stituirà il principale punto di riferimento politico del neofascismo fino ai nostri giorni. Ciò non significa però che i “gruppuscoli” scompaiano: in molti casi, anzi, la loro vicenda sin i essiva non è che una lunga storia di tensioni, fratture, scismi, ricini i, secessioni, riconciliazioni, con un partito che da un lato costituì1 .! < • il loto principale polo d’attrazione, dall’altro ne usa e reprime ulieniiilivnmenle, in modo spregiudicato, il potenziale offensivo, h seconda delle opportunità politiche del mo­ mento. Come si i ,u i emmio, hi cullimi politica di questi gruppi si colloca a un livello concettuale piuttosto basso, benché inizi ad affiorare il rife­ rimento il l'.vola. Domina la componente nostalgica, e quindi la riven­ dicazione di continuità rispetto al Fascismo storico, e soprattutto la “sanguinosa epopea” della RSI; intensissimo è l’odio contro i “traditori del 25 luglio”. (Le faide interne sono spesso causate almeno in superfi­ cie, da rivendicazioni di ortodossia, purezza, primogenitura fascista.) I miti sono quelli del combattentismo, del reducismo, della lotta contro il bolscevismo e la democrazia, “sifilide dello spirito” 7 . I gruppi dediti alla violenza compiono azioni di tipo nettamente squadristico: “spedi­ zioni punitive”, pestaggi, aggressioni, attentati contro partiti democra­ tici e sindacati, sfregi a monumenti e simboli della Resistenza, a cimite­ ri ebraici e sinagoghe ecc.8. Non esiste un progetto politico complessivo (i riferimenti al corpo­ rativismo, alla “Carta di Verona”, alla socializzazione ecc., sono ritualistici ed esornativi), e neppure una vera e propria strategia di conquista del potere. Manca anche, malgrado la sguaiata denigrazione della Resi­ stenza e delle istituzioni repubblicane (“il 25 aprile è nata una putta­ na / le hanno messo nome: Repubblica Italiana”), un’ipotesi di attacco allo Stato: al contrario, il clima della guerra fredda e la crociata contro la “sovversione rossa” collocano oggettivamente le “squadre” all’inter­ no del blocco d’ordine, con funzione ausiliaria delle forze moderate nella repressione antioperaia. Per questi motivi le loro “intemperanze”, anche se ufficialmente condannate e, occasionalmente, ma sempre blandamente, riprese dalla legge, sono in verità considerate dall’opinio­ ne pubblica benpensante come “esuberanze” di “ragazzi” fondamental­ mente sani, e possono svolgersi in clima di sostanziale impunità, con la tolleranza, quando non addirittura la connivenza delle forze dell’ordine — forze dell’ordine, non si dimentichi, da cui negli anni scelbiani vie­ ne allontanato il personale di più genuina provenienza antifascista e re­ sistenziale 9 . Con la seconda metà degli anni cinquanta l’universo fluido e mag­

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matico dei gruppi “nostalgie i”, si v.i riducendo e razionalizzando, men­ tre si consolidano ed assumono min posizione egemonica i due gruppi la cui presenza diverrà una costume in tutte le vicende eversive: Ordi­ ne Nuovo e Avanguardia Na/.ionule, A essi sarà dedicato il capitolo che segue. Prima di occuparsene c però necessario menzionare una vicenda che vede la saldatura fra le Im/c del lusismo reducista repubblicano (per il quale l’episodio e quelli collegati costituiscono forse il canto del cigno) e le nuove leve dell'eveisione di ilesini: è la vicenda del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese,

2.2. Il Fronte Nazionale 2.2.1. La strategia della tensione. - La vicenda del I ronie Nazionale e delle formazioni a esso collegate (in particolare la cosiddetta “Rosa dei Venti”) si colloca all’interno di quella che viene ormai comunemen­ te definita “strategia della tensione”, di cui costituisce anzi uno degli episodi salienti. Non è compito di questo scritto ricostruire uno dei pe­ riodi più oscuri della storia italiana recente, all’interno del quale molti episodi e collegamenti rimangono ancora misteriosi. Alcuni accenni succinti sono però opportuni. Già all’inizio degli anni sessanta il centro-sinistra mette in luce, per la Destra, la debolezza dell’arma partitico-parlamentare: il MSI di M i­ chelini, che aveva puntato tutte le sue carte sull’ipotesi di condizionare da destra i partiti di governo, si trova emarginato e isolato dallo sposta­ mento a sinistra dell’asse politico. Negli ambienti moderati-conservatori affiora l’ipotesi di un ricorso, anche fuori del Parlamento, alle “forze sane” della nazione, per imprimere una svolta autoritaria al paese. Il piano “as Solo”, del 1964 (generale Di Lorenzo), ne costituisce una pri­ ma manifestazione. Alla fine del decennio poi, la contestazione giova­ nile e operaia, culminata nell’autunno caldo, fanno ritenere imminente una presa del potere da parte delle classi subalterne, e rafforzano ancor di più nell’ambiente conservatore la sensazione che sia necessario fron­ teggiare con tutti i mezzi questa paventata eventualità. Pullulano in argomento le discussioni e le ipotesi strategiche, af­ frontate in maniera sia palese che riservata. Una occasione di grande rilievo è il convegno svoltosi a Roma nel 1965, sotto l’egida dell’istitu­ to “A. Pollio” di studi storici e militari1 0 . L’istituto è legato agli am­ bienti dello Stato maggiore, e al convegno partecipano esponenti delle gerarchie militari e della magistratura, docenti universitari, giornalisti, intellettuali di destra; fra i relatori spiccano i nomi di G. Pisano, P. Rauti, G. Giannettini, G. Accame; nel discorso d’apertura si dà il ben­ venuto a un gruppo di venti “studenti universitari” che include Stefa­ no delle Chiaie e Mario Merlino1 1 . Il motivo di fondo, assolutamente dominante, del Convegno, è un

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totale, incondizionato, furibondo anticomunismo, ribadito ossessiva­ mente in tutte le relazioni e gli interventi, con toni che vanno dal di­ leggio greve1 2 all’invettiva apocalittica: i comunisti nulla hanno a che spartire col resto dell’umanità, sono una presenza estranea fra gli uomi­ ni; a loro vengono attribuiti simultaneamente istinti primitivi e capaci­ tà avanzatissime di manipolazione sociale, come le razze extraterrestri cui sono infatti paragonili i 1 Nel loro sinistro disegno di conquista pla­ netaria essi hanno già scatenato la terza guerra mondiale — tema, an­ che questo, insistito sino all’ossessione, e che fa da sottotitolo agli atti del convegno. E una guerra subdola, mascherata, che, se necessario, non esita a fare ricorso al hi violenza, ma che usa prevalentemente mez­ zi indiretti1 4 di tipo propagandistico, culturale, politico, psicologico, di­ plomatico economico, le cui manifestazioni sono elencate con minuzia paranoica1 5 . E una guerra totale, la guerra rivoluzionaria (sinonimi: guerra sovversiva, guerra non ortodossa ecc.): suo obiettivo non è la conquista di territori tua quella delle anime. Il primo compito di chi si oppone a questo disegno è diffondere sempre più la consapevolezza della minaccia; poi, organizzare la resi­ stenza, evitando l’eccesso di scrupoli: i comunisti sono al di fuori del consorzio delle genti, nei loro confronti non devono valere le normali remore etiche l6. La guerra quindi va condotta sino all’ultimo sangue: sarebbe naturalmente preferibile evitare la violenza, ma se necessario essa va affrontata senza timidezza l7. Infine ci si riserva il diritto di de­ finire quale soglia di provocazione sia da ritenere intollerabile: “qual­ siasi violazione compiuta dai comunisti [...] — come per esempio [...] inserirsi in una ‘nuova maggioranza’ o peggio ancora penetrare, non fosse che con un sottosegretario alle PP.TT. in un gabinetto ministeria­ le — costituirebbe un atto di aggressione talmente grave [...] da rende­ re necessaria l’attuazione [...] di un piano di difesa totale. Vale a dire l’intervento diretto, deciso e decisivo delle FF.AA.” 1 8 . Sin d’ora comunque si deve mettere in atto una strategia di contro­ mobilitazione globale, che aggredisca tutti gli aspetti della persona uma­ na, a cominciare da quello propagandistico1 9 : obiettivo deve essere la costruzione del soldato controrivoluzionario, un combattente totale, im­ pegnato a ogni ora nella lotta contro il comunismo2 0 . Particolare atten­ zione va rivolta ai giovani, per inculcargli valori come la “mistica della guerra” e il gusto per la lotta cruenta nella sublimazione del rischio, onde creare quello “spirito altissimo” che fa del combattente un “asce­ ta e missionario” 2 1 . Sul piano operativo, vengono discusse diverse linee strategiche, al centro di tutte le quali si colloca, decisivo e ribadito, il ruolo delle FF.AA.: di fronte alla flaccida insipienza della classe politica, solo la loro tenuta può garantire un valido argine alla sovversione. Esse però non devono agire da sole, ma affiancarsi ai civili, che dal canto loro non potranno operare senza l’appoggio dei militari — si giunge a pro-

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porre la formazione di stilli maggiori misti“ . In questo ambito si confi­ gura la formazione di gruppi irregolari (civili) per l'autodifesa (controguerriglia o guerriglia, se nini il paese venisse invilito), In proposito sono decisive le esperienze di guerru non oiindusse tondone nei paesi del Terzo Mondo, soprattutto duriinle i proietti di deiolom/.zazione2 1 , ma anche l’esperienza italiana del l'M l t*> •!vii nttetiiamenle meditata2 4 . Di questa viene considerala pariicolarmenie «igniliciiliva la capacità, dimostrata dal PCI, di scatenine la guerra civile dopo l'H settembre 1943 (quando, secondo il relutore, le nume erano ormai ilisposte ad accettare il governo della USI), facendo ricorso a un numero ridottissi­ mo di militanti altamente addestrati (i GAI1, non più di 150 individui in tutto il paese) che, mediante una serie di assassinii le cui vittime furono scelte con accuratezza, riuscirono a provocare la rappresaglia fa­ scista: “avevano bisogno di sangue, e lo ebbero” (p. 125). Le rappresa­ glie, infatti, crearono la frattura fra il governo e la popolazione, che iniziò a parteggiare per i ribelli. Il fenomeno si accentuò ulteriormente quando, in una successiva fase rivoluzionaria, i ribelli salirono in mon­ tagna: “se ci mettiamo nei panni del contadino o del montanaro o del­ l’italiano in genere, che non ha una grande sensibilità politica, ci spie­ ghiamo come la popolazione, vedendo i rappresentanti dello Stato lega­ le beffeggiati, inseguiti, attaccati, pensa che i più forti sono i guerriglieri e l’opinione pubblica si schiererà [...] con il guerrigliero” 2 5 . Di questa lettura della Resistenza faranno tesoro alcuni dei più radicali documen­ ti “nazionalrivoluzionari” successivi al 19772 6 . Dal punto di vista strutturale complessivo, si propone che, nella fa­ se attuale della guerra non-ortodossa, le energie controrivoluzionarie si articolino a tre livelli: il primo comprenderà gruppi di ceto medio (fun­ zionari, professionisti, docenti, piccoli industriali ecc.), in grado di svolgere un’azione prevalentemente “passiva”, diretta a troncare e mo­ lestare le iniziative dell’avversario. Il secondo livello si comporrà di persone già organizzate in associazioni d’arma, nazionalistiche, irreden­ tistiche, ginnastiche, di militari in congedo ecc., che avranno il compi­ to di svolgere “azioni di pressione” hell’ambito della legalità, in appog­ gio alle forze dell’ordine, ove queste dovessero intervenire per stronca­ re azioni di piazza. Il terzo livello, composto di elementi specializzati, “nuclei sceltissimi” operanti in “pieno anonimato”, svolgerà le vere e proprie azioni di controterrore, e di eventuale rottura dei punti di pre­ cario equilibrio. Al vertice sarà un Consiglio con compiti generali di coordinamento2 7 . Sarebbe probabilmente ingenuo considerare gli atti del Convegno Pollio come “fogli d’ordine”, immediatamente operativi, di un movi­ mento clandestino — e ancora più ingenuo ritenere che, ove direttive di questo genere esistessero, i responsabili le farebbero circolare sotto forma di un volume a stampa. Resta però il fatto che, a metà degli anni sessanta, in ambienti altamente qualificati degli apparati civili e militari

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dello Stato, si discutevano argomenti e si facevano proposte che trova­ rono poi nella fase applicativa della “strategia della tensione” numerosi punti di riscontro (per usare una formula cautelativa): si pensi soltanto al ruolo avuto dalle associazioni ginnico-d’arma (i paracadutisti, ad esempio), o dai militari in congedo nelle iniziative Borghese-Rosa dei Venti. A queste si rivolgerà ora l'altcnzione, focalizzandola sulla for­ mazione che ha svolto il ruolo più palese: il Fronte Nazionale. 2.2.2. Ideologia e organizzazione II Fronte viene costituito nel set­ tembre 1968 con atto notarile dir registra come obiettivo statutario quello di perseguire “tuttr Ir attività utili alla difesa e al ripristino dei massimi valori della civiltà italiana ed europea” 2 8 . Gli “Orientamenti programmatici”, del 1969, si richiamano a “elevate conquiste dello spi­ rito”, e indii ano la volunta del movimento di instaurare un ordine poli­ tico, in alternativa .i quello vigente, che ripudi il “materialismo e la massificazione”, nonché "la lotta ili classe, a beneficio di una realistica e salutare collaborazione fra le categorie professionali”, capace di ga­ rantire ai cittadini “aventi in comune sentimenti patriottici” una vita “consona alle migliori tradizioni del popolo italiano”. A questo scopo sarà necessario costruire uno Stato forte, “efficiente e autorevole”, ca­ pace di salvaguardare “gli interessi generali”, e di eliminare i conflitti interni nocivi a una disciplinata convivenza; sopprimere i partiti politi­ ci e gli istituti parlamentari, fautori di “un’azione perniciosa”, “germi di disintegrazione, focolai di corruzione [...] congreghe operanti a favo­ re di interessi particolari, spesso anche stranieri”; osservare le leggi e riconoscere il ruolo primario delle Forze Armate, affrancate da interfe­ renze di comodo2 9 . Frequentissimi poi, soprattutto nel corso dell’attivi­ tà propagandistica svolta dal “comandante”, i richiami all’esigenza di “combattere il terrore rosso”, di “fronteggiare la manovra comunista”, “costituire una diga al comunismo”, e simili3 0 . Per realizzare questi obiettivi il Fronte si era proposto come mo­ mento di raccolta delle principali forze extraparlamentari di destra: ol­ tre a un humus di base composto da reduci della RSI, ufficiali in servi­ zio e in congedo, appartenenti ad associazioni d’arma e sportive, para­ cadutisti in servizio e a riposo, notabili e uomini d’ordine di varia collocazione, ci si rivolgeva in particolare a formazioni come Fronte Del­ ta, Europa Civiltà, e soprattutto Ordine Nuovo e Avanguardia Nazio­ nale, cui sarebbe spettato un ruolo centrale nel progetto eversivo3 1 . L’organizzazione del Fronte si articolava in delegazioni collocate in varie città, ed era strutturata a due livelli, uno palese, denominato “gruppo A ”, e uno occulto, “gruppo B”, costituito da veri e propri gruppi armati da impiegare nell’ambito di una strategia che partiva dal­ la costatazione secondo cui non sarebbe stato possibile destabilizzare le istituzioni repubblicane meramente tramite le azioni di reparti irre­ golari, privi dell’appoggio delle Forze Armate. Il piano prevedeva allo­

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ra di porre in atto una m oltitudini "di azioni criminose minori, di so­ prusi, di aggressioni, di scontri, ili pinoli colpi ili nnino e ogni tanto far esplodere episodi di contesi a'/ione clamorosi” |nn ali/./.undo gli appa­ rati istituzionali: si sarebbe cosi erralo uno sitilo ili allarme e tensione dell’opinione pubblica, messa ili limile tiII ' ini|< < > tr n/.tt t alla corruzione della classe dirigente, ingenei amimi m i "In npeiimtnli" un Iurte deside­ rio di ordine, da tutelare a ogni euslo In tali* i|iuuliu, " s u l i u n i u le l'orze Armate, da troppo tempo umiliale •Iti inseusale >ampagne tlciugi alorie e da miseri giuochi di vertice, avevano l'uiipuilumia ili iineivenire per ‘ristabilire la legge’, eliminare i focolai ili lui baiuenlo, portare a termine una ‘salutare’ pulizia nei gangli vilali, i mii|uisitiie cusi una funzione egemone” 3 2 . Il Fronte Nazionale, innestale le dinamiche della conflittualità, si assegnava il ruolo di aperto fiancheggiatole dei milita ri, per rivendicare in seguito adeguati compensi, e in particolare il di ritto di partecipare da protagonista alla costruzione dello "Stato forte” 3 J. Come si vede, è facile cogliere nella strategia del Fronte elementi affini a quelli discussi durante il convegno Pollio: si pensi al rapporto previsto fra FF.AA. e formazioni irregolari, o al ruolo, menzionato, delle associazioni ginniche e d’arma. Sul piano generale della concezio­ ne politica, sono riconoscibili vari elementi di derivazione evoliana, ri­ dotti però a livello di benpensantismo autoritario e golpista. Punto qualificante del progetto è l’eliminazione dei partiti e dei sindacati, cioè delle rappresentanze democratiche, fomiti di disordine e turbolen­ za sociale. L’obiettivo del ristabilimento di legge-ordine viene proposto in un quadro di sostanziale rispetto dell’ordinamento esistente: lo Sta­ to non figura né come una controparte né come un avversario, ma co­ me l’istituzione che ci si propone di rafforzare (Stato forte), eliminan­ do gli elementi disgregatori. Oltre che nelle formulazioni precedenti questo atteggiamento è particolarmente marcato nel proclama che il “comandante” intendeva leggere alla TV dopo la conquisti del potere, dove il riferimento ai simboli istituzionali dell’ordine e dell’autorità è quanto mai esplicito e rispettoso3 4 . Quanto alla “scelta di campo”, il mantenimento dell’Italia all’inter­ no dell’Alleanza Atlantica ribadisce la rigorosa accettazione dello status quo internazionale, mentre l’invettiva contro “quelli, per intenderci, che volevano asservire la Patria allo straniero”, e l’insistito richiamo ai concetti di Patria, Nazione, glorioso Tricolore, e simili, non impedisco­ no un gesto di immediato, mercenario servilismo nei confronti della po­ tenza imperiale: invio di militari italiani in Viet-Nam, e simultanea ri­ chiesta di prestito in dollari al Presidente degli Stati Uniti d’America3 5 .

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3 . ORDINE NUOVO E AVANGUARDIA NAZIONALE FINO ALLO SCIOGLIMI-NTO (M ETA ANNI SETTANTA)

Come si è anticipato più sopra, le formazioni la cui presenza è più costante e continuativa uell’universo della Destra di battaglia sono Or­ dine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Esse partecipano infatti, in for­ ma palese o clandestina, a tutte le fasi dell’eversione nera, e, il che for­ se è più importante, costituiscono un fondamentale traìt d ’union fra le fasi e le generazioni ili militanti, congiungendo in un legame di conti­ nuità ideale e operativa, che passa attraverso i momenti intermedi, il neofascismo nostalgico itegli anni immediatamente postbellici con le più recenti manifestazioni di terrorismo “spontaneista” successive al 1977«.

3.1. Ordine Nuovo La storia di Ordine Nuovo in quanto gruppo politico autonomo ini­ zia nel 1956, quundo, al congresso di Milano del MSI, un gruppo gui­ dato da Pino Rauti (e che include, fra gli altri, Clemente Graziani, Paolo Signorelli, Stefano Serpieri, Stefano Delle Chiaie), esce dal parti­ to e fonda il Centro Studi Ordine Nuovo. La segreteria del MSI è allo­ ra controllata da A. Michelini; G. Almirante, su posizioni vicine a quelle ordinoviste, rimane nel partito, in ruolo di opposizione interna, proprio per offrire un “punto di riferimento” ai gruppi extraparla­ mentari 3 7 . Le motivazioni con cui il gruppo di Rauti spiega l’uscita dal MSI sono quelle classiche di questo tipo di diaspora, applicate alla situazio­ ne particolare del neofascismo: caduta della tensione, della purezza, dello slancio del partito ormai coinvolto nel sistema demoparlamentare antifascista; tradimento dell’idea, della Causa e del passato fascista, so­ prattutto quello della RSI; personalismi, meschinità, intrighi di corri­ doio, piccole ambizioni “di arrivisti in fregola, di burocrati stipendiati [...] di scaltri uomini d’affari”, privi delle doti di coerenza e di stile peculiari dell’uomo fascista3 8 . Negli anni che seguono, il “Centro Stu­ di”, cui ispirazione fondamentale sono sempre le teorie evoliane, e il mito dell’Europa, si dedica alla rielaborazione di concezioni hitleriane, riallacciando e intensificando i legami con il neonazismo europeo già stretti negli anni cinquanta. Nel decennio successivo il movimento van­ ta 10.000 aderenti, con roccheforti in Veneto (della cui sezione, alla fine degli anni sessanta, è responsabile F. Freda), Campania, Sicilia; alla rivista “Ordine Nuovo”, diretta da Rauti, si affianca un periodico, “Noi Europa”, un bollettino, “Eurafrica”, e una “Europa-Korrespondenz” 3 9 . Alle attività culturali e di formazione (convegni, corsi ecc.) si af­

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fianca la battaglia politica vera < • propria, che vctlc ON schierato al fianco di Avanguardia Nuzionalr c delle altre forma/,ioni neofasciste negli scontri di piazza, nelle azioni M|iiadie.tiche, nei >ampi paramilita­ ri, negli stages per attivisti m Quanto alla s i i m d e l l a tensione, senza presumere di addentrai i in pioM. mi di i aniline investigativo, che non sono compito di questo sci il lo, linai I qui m i rimai e ni pesanti sospetti emersi nei confronti del londainie e <a|>n iim uo ili ()N, l’ino Rauti, arrestato e prosciolto sotto l'an i r a i di avei pallet inalo aliti pro­ gettazione dell’attentato di Piazza Fornitila a Milano Della pii’sen/n di ON, insieme ad AN, nelle attivila del l umie Na/.ioimle di Horgliese, si è parlato nel paragrafo precedente. Il contatto con il MSI, però, non viene mai meno, e privilegia so­ prattutto i settori più critici verso la gestione Michelini, cioè l'ala almirantiana. Quando, alla morte di Michelini, Almirante assume la segre­ teria (1969), Pino Rauti decide di rientrare nel partito. Questo crea una spaccatura all’interno di Ordine Nuovo: coloro che disapprovano il rientro nel MSI, guidati da Clemente Graziani, danno vita al Movi­ mento Politico Ordine Nuovo4 0 , che vive un’esistenza teoricamente pubblica, in realtà semiclandestina4 1 , fino al 1973, quando viene con­ dannato dal Tribunale di Roma per ricostituzione del partito fascista, e poi sciolto con decreto ministeriale. Dopo lo scioglimento entra in clandestinità, e si confonde e mimetizza con altri gruppi e sigle. La ricostruzione della cultura politica e dell’ideologia di questo gruppo, al di là degli aspetti più generici, non è agevole, in quanto ON, come altre organizzazioni di destra, in questa fase non rivendica né fornisce una giustificazione teorico-ideologica delle azioni compiute. Buona parte dei documenti cui è stato possibile accedere proviene dal processo del 1973, sopra accennato. Tale processo tuttavia, appartiene a un periodo in cui la magistratura persegue la Destra prevalentemente per ricostituzione del partito fascista: altre imputazioni (in particolare quella di banda armata, art. 306 c.p.) vengono elevate solo in seguito, quando la loro applicazione al terrorismo di sinistra ne rende l’estensio­ ne anche a destra inevitabile. Senza esprimere valutazioni politiche su questa impostazione, va sottolineato che i materiali utilizzati tanto dal­ l’accusa quanto dalla difesa nel corso di questo procedimento (che, fra l’altro, prende in considerazione solo il periodo successivo al 1969) ri­ guardano appunto la ricostruzione del partito fascista, il che ne limita l’utilizzabilità ai nostri fini. Ciò vale in particolare per il principale ma­ nifesto ideologico di ON, la memoria presentata al Tribunale da Cle­ mente Graziani e successivamente pubblicata4 2 . Il documento infatti è dedicato soprattutto a differenziare le posizioni di ON da quelle del partito fascista, e ad affermare la natura legalitaria e non-violenta del primo, con alcune punte francamente impudenti, come il tentativo di dimostrare la possibilità di una “rivoluzione” non-violenta collocando

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Ordine Nuovo sullo stesso piano del movimento gandhiano, oltre che del cristianesimo e del buddismo. Il rientro, nel 1969, dell’ala rautiana di ON nel MSI era stato moti­ vato dalla situazione di emergenza creata dall’autunno caldo, e dalla conseguente necessità di non disperdere le forze rivoluzionarie, cui si aggiungeva l’opportunità indicata da Rauti, di “usufruire delle difese che il sistema offre attraverso il Parlamento [...]. E quale poteva essere lo strumento di questo inserimento se non il MSI?” 4I. La replica di coloro che avrebbero dato vita al MPON, fornisce alcune indicazioni sulla concezione che il movimento ha di se stesso. Il MSI — si afferma — non ha per fine politico l’abbattimento del sistema, ma piuttosto il suo rafforzamento attraverso il correttivo dello Stato forte e autorita­ rio; non è pertanto un movimento rivoluzionario, e non può pretendere di inglobare ON, il cui carattere è tale, come si ribadisce con grande insistenza: “noi siamo un movimento rivoluzionario, la nostra azione politica sarà quindi rivoluzionaria: i tempi [...] sono maturi per un’azio­ ne rivoluzionaria4 4 . Il nemico principale è il sistema della democrazia parlamentare par­ line;!, tomba della libertà, il sistema “più illiberale e più ingiusto per­ ché porla al potere i meno capaci e i più settari, in quanto emanazionedei partiti [...] pone per assioma tutti gli uomini su un unico piano e a un unico livello di eguaglianza falsa e impossibile” 4 5 . Di particolare violenza le invettive contro il “letamaio partitocratico”, il governo “dei ladri e dei vigliacchi”, il regime politico marcio e corrotto “che niente e nessuno rappresenta fuorché i ladri e gli sfruttatori” 4 6 . Il programma del movimento prevede, pertanto, la lotta totale e senza quartiere con­ tro questo sistema; la costituzione di un’“Europa-nazione libera dal co­ lonialismo russo e americano”; l’eliminazione dalla cultura europea di tutte le influenze borghesi, progressiste, materialiste; l’eliminazione del modo di produzione capitalista e l’esproprio delle aziende internaziona­ li; il disconoscimento dello Stato del Vaticano e l’esproprio dei suoi be­ n i4 7 : il tutto alla luce “di una concezione antidemocratica, antisociali­ stica, aristocratica ed eroica della vita” 4 8 . L’origine evoliana di questi concetti è evidente e proclamata con enfasi: da questo autore “noi abbiamo mutuato tutta la nostra imposta­ zione dottrinale ed esistenziale; [...] il lavoro di Ordine Nuovo dal 1953 a oggi è stato quello di trasferire sul piano politico gli insegnamenti di J. Evola [...] G li uomini e le rovine [...] può considerarsi il vangelo politico della gioventù nazionalrivoluzionaria” 4 9 . La dottrina evoliana è stata ampiamente discussa nel primo capitolo di questo volu­ me, e verrà ripresa nel quarto, così che non è il caso di ripetersi. Basta qui rilevare che l’individuazione dei suoi punti principali o della loro volgarizzazione, nei documenti di Ordine Nuovo, è quanto mai agevo­ le. Frequentissimi, per esempio, nella memoria di Graziani, sono i rife­ rimenti a\ \ 'anim us, allo spirito, allo stile legionario, eroico, combattente

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ecc., spesso formulati con unii prosa > In cui è ligoi osamente bandita ogni tentazione di understulcnu iil Sulla stessa lincu i riferimenti all’a­ ristocrazia politica e alla élite i ivolu/ioiiiii in, in polemica col fenomeno del ducismo e bonapariismo, Hiigmnll/./uto miur controrivoluzionario e attribuito agli aspetti drtrrion del I ani inno Un movimento autcnticiiinrntr ilvoliuiliiiinrlti tettile > i #permmitll//nrc al massimo la figura dei suoi •1 1■ igniti ni ciliu a il inlllniiil«', il mililaio imliti co, a servire e seguire, uni Inlrlia .......... miluuiu l'Iilia |>< i i ni il Italie [...1 Questo concetto pratico si uniscc till ’tilt i< > , »pii linai«', n u trì lu i, pei cui è l’azione spersonalizzata, condotta in piena liln-ilu ila legnini "niugrslivi", che spesso s’instaurano nei riguardi di capi presiigiot.i | | i|ud dir I ,| più ha valore sul piano della “realizzazione individuale" ”. Il nazionalismo, il culto naturalistico della patria, viene dichiarato un non-valore, “la nostra patria essendo là dove si combatte per l ’idea!" (p. 20, corsivo nell’originale). Un paragrafo intero è dedicato al signifi­ cato di tradizione (pp. 23-25), e alla contrapposizione fra due visioni del mondo, quella aristocratica da una parte, e quella pleblea, democra­ tica, collettivista e materialista dall’altra (p. 24). Viene naturalmente favorita la prima, “in nome di una superiore realtà metafisica, in nome dell’ascesi eroica e guerriera che reintegra l’io nella sua dimensione più profonda e originaria...” (p. 20). Pure un paragrafo è dedicato alla dif­ ferenziazione, in termini rigorosamente evoliani, fra Stato totalitario e Stato organico, naturalmente a favore del secondo (pp. 26-28). Un’ultima serie di considerazioni riguarda l’atteggiamento nei con­ fronti della violenza. Dopo aver affermato che rivoluzione non è sino­ nimo di violenza, come dimostrano appunto le rivoluzioni non violen­ te, Graziani sostiene che un vero movimento rivoluzionario, fin che può, cerca di affermare le sue idee in modo esclusivamente legale. Solo quando la violenza repressiva del sistema lo impedisce, “la volontà del­ la rivoluzione di sopravvivere” provoca e legittima la consapevolezza del proprio diritto alla controviolenza. E questo il caso di ON, che pur avendo finora subito angherie di ogni genere5 2 si è sempre mosso nel quadro della legalità. Si tratta di vedere sin quando ciò sarà possibile: “siamo quindi in attesa, Signori del Tribunale, per sapere dal Vostro verdetto se abbiamo ragione o torto, se Ordine Nuovo può continuare ad agire sul piano della legalità oppure se deve ricorrere ai mezzi di lotta previsti nei periodi di repressione e di persecuzione democrati­ che” (p. 51). Quest’ultima parte della memoria è stesa a fine smaccatamente di­ fensivo, e l’immagine non violenta e legalitaria di ON che essa cerca di accreditare risponde a tale fine; vi rientra anche, presumibilmente, la sordina posta sull’antisemitismo, nonché l’atteggiamento rispettoso, a volte deferente, tenuto nei confronti dei magistrati5 5 . Ciò corrispon­

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de anche al permanere (temporaneo) dei residui di un’effettiva solida­ rietà, da parte dei gruppi di destra, nei confronti dei pubblici apparati, settori dei quali li avevano, sino ad allora, protetti e coperti5 4 . Al di là dei motivi processuali contingenti va però segnalato lo sforzo generale di O N , in questa fase, di mostrare un’immagine di sé come movimento rivoluzionario sì, ma rispettabile, che quindi non parla di lotta armata né rivendica le azioni di tipo terroristico5 5 . Sullo sfondo sta, presumi­ bilmente, il ruolo di difesa dello Stato contro le forze della sovversione che l ’insegnamento politico evoliano assegna ai gruppi di destra, il che, oltre agli accennati legami con ben precisi settori dei pubblici apparati, determina una sorta di empatia fra questi sostenitori dello Stato forte, e i simboli, anche decaduti, dello Stato esistente; più in generale, un certo ritegno a portare l ’attacco direttamente contro lo Stato. Questo intreccio di motivazioni pratico-ideologiche è all’origine di una serie di contraddizioni da cui, nella fase legalitaria, O N non pare in grado di uscire: anzitutto, quella fin l'autoprescntazione in termini ili non violenza e rispettabilità, da un lato, e, dall’altro, la realtà del movimento, quale (-,',,1 emerge sia ila dm min-iili e slogan5 '’, che dal tipo ili attività poiitii .1 svolta, sin t imamente definita dalla Questura di Ro­ ma come "violenza, con carattere di provoca/ione o di ritorsione, a danno degli avversari politici, e |...| aggressioni alla forza pubblica in disordini di piazza" ” , Vi è poi la contraddizione fra l’insistenza ossessiva sul carattere ri­ voluzionario del movimento, per di più radicalizzato dal mito del solda­ to politico, dell’azione eroica, dell’ascesi guerriera ecc., e lo sforzo di non perdere i contatti con le forze moderate e gli apparati dello Stato. Da un altro punto di vista l ’immaginario eroico sembra difficilmente conciliabile con le “aggressioni alla forza pubblica” e i “disordini di piazza”. In questo quadro appare fra l’altro paradossale la scarsa elabo­ razione di un episodio come la rivolta di Reggio Calabria: da un lato la partecipazione ai moti è rivendicata enfaticamente5 8 , dall’altro, però, non si rileva alcuno sforzo per confrontare questo episodio, chiaramen­ te populista, plebeo, di massa, con i modelli dell’azione aristocratica, legionaria, ascetica ecc., postulati dalla dottrina del movimento. In mancanza di materiali empirici approfonditi in materia, ci si deve limi­ tare a segnalare le contraddizioni.

3.2. Avanguardia Nazionale L ’altro gruppo storico della Destra rivoluzionaria è Avanguardia Nazionale, fondata nel 1960 da un gruppo di appartenenti a Ordine Nuovo guidati da Stefano Delle Chiaie, sciolta nel 1965, rifondata nel 1970. Anche nel caso di A N si dispone di una interpretatio autentica —

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sorta di manuale ad uso dei militanti ila cui conviene prendere le mosse per ricostruire innim/imi lo Li vicenda storica del gruppo5 9 . Co­ me O N , A N nasce (il 25 tipi ili- l'*<i() i noti Iti m l'ila ilei giorno) in polemica con l’azione “stri ili’ e pniaineiiie nominigli a" dei partiti nazio­ nali, e, secondo l'interpretazion.......lolilogi ili- i il trova immediata­ mente a dover subire li- “piovi» a.-....... li i lowet Ivi" « la "criminali/, zazione della stampa”, clic la dipnij....... mi una banda ili ma/vieii vi sceralmente dediti alla violenza " I r nei eniiia dell'ani odi lesa, "i conti nui scontri e i numerosissimi lermi miI iì ii ", i otti ingoilo quindi l'orga nizzazione a trascurare la preparazione dei milii ani i, e sopiatintlo l'eia borazione di chiari obiettivi1 1 . Negativa è inoltre la evoluzione del i|iia dro politico: mentre il sistema diventa l’anticamera del comuniSmo e quindi è il vero nemico, da abbattere nel suo complesso la Destra ufficiale si limita a proporre la lotta contro il centro sinistra. In questa situazione, senza mezzi, senza stampa, attaccati e denunciati, rappresentavamo soltan­ to un inconscio strumento da scatenare nelle piazze contro i sovversivi quando “certi piani” avessero avuto necessità [...] di richiamarsi all’antifa­ scismo o alla comoda tesi degli opposti estremismi6 2 . Perciò nel 1965 viene deciso lo scioglimento di AN , che non ne comporta, tuttavia, la totale scomparsa, in quanto la leadership si impe­ gna “a tenere unito l’ambiente per inevitabili future lotte” 6 3 . L’occa­ sione si ripresenta alla fine degli anni sessanta, al comparire del Movi­ mento Studentesco, che pone un serio dilemma alla Destra: da un lato, attaccando il Movimento Studentesco, i “giovani nazionali” si sarebbe­ ro trasformati in difensori di un sistema di fatto paracomunista; dall’al­ tro, di fronte a certi sbandamenti, era necessario differenziare la conce­ zione nazionalrivoluzionaria dal verbo nichilista del MS. Nel frattempo il numero dei gruppuscoli filocinesi si estendeva, aiutato da finanzia­ menti e coperture editoriali: in ogni città “crearono una rete di appar­ tamenti [...] che presero il nome di ‘comune’”. Si accentuava perciò nei giovani anticomunisti “stanchi della violenza” il bisogno di una orga­ nizzazione che li accogliesse e li facesse ritrovare: “fu a questo punto che decidemmo di ridare vita ad A V A N G U A R D IA N A Z IO N A L E ” 6 4 . In verità, Avanguardia Nazionale è probabilmente la massima pro­ tagonista dello squadrismo neofascista degli anni sessanta; le sue azioni di pestaggio, soprattutto all’università di Roma, sono innumerevoli, e provocano 126 denunce contro il movimento, da parte di studenti de­ mocratici, per lesioni personali, nessuna delle quali ha seguito6 5 ; anche la polizia è tollerante, quando non addirittura connivente6 6 . Se, nei do­ cumenti ufficiali, l’organizzazione tende a proclamarsi vittima di ag­ gressioni e costretta a usare la forza solo per legittima difesa, i suoi biglietti da visita militanti hanno ben altro tenore:

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Mettere una bomba davanti ad una sezione del PCI vuota è un atto creti­ no. Noi siamo per lo scontro uomo contro uomo. Prima di partire i nostri vengono preparati moralmente, perché imparino a spaccare le ossa anche a uno che si inginocchia e piange6 7 . La preparazione e l'alicnamento dei membri avvengono nelle pale­ stre del movimento; la disciplina interna è rigidissima: un ritardo alle riunioni viene punito con cinquanta flessioni. Nel 1963 Delle Ghiaie < ■gli altri dirigenti, denunciati alla Procura per ricostituzione del Parlilo Fascista, vengono molto blandamente condannati per “apologia di Fascismo”. I tempi sono comunque poco propizi e, come si è visto, poco dopo il movimento si scioglie, almeno ufficialmente. Si tratta però di una mera mossa tattica: alcuni dei mili­ tanti più compromessi scompaiono dalla circolazione per rifarsi una sorta di maquillage politico; altri rientrano nel M SI dove assumono po­ sizioni di responsabilità; il leader principale, insieme ad alcuni collabo­ ratori, rimane nell’ombra, con funzioni di coordinamento generale6 8 . Risale al periodo in cui il movimento è ufficialmente sciolto il suo coinvolgimento in alcuni episodi clamorosi, come gli scontri violentissi­ mi del 27 aprile 1966 davanti alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma, nel corso dei quali muore lo studente Paolo Rossi. Ancora più importante la presenza di Avanguardia in tutte le fasi della catena ever­ siva, dalla partecipazione, nel 1965, al convegno Pollio, all’organizza­ zione, nel 1968, insieme ai colleghi di Ordine Nuovo (Pino Rauti) ed Europa Civiltà (Loris Facchinetti) di un famoso stage di addestramento per militanti in Grecia. Quando, a partire dal 1968, si innesca la strate­ gia della tensione in senso proprio, gli uomini di A N intervengono mas­ sicciamente come infiltrati e provocatori in alcune delle vicende più torbide, fra cui la buona parte degli attentati, incluso quello di Piazza Fontana: la loro connivenza con settori degli apparati di sicurezza e dei corpi speciali può difficilmente essere negata6 9 . La rifondazione del movimento, nel 1970, gli consente di partecipare da protagonista alle vicende del Fronte Nazionale: Delle Chiaie, pupillo del “comandante”, assume la carica di “responsabile militare” del Fronte, come organizza­ tore delle formazioni giovanili che avevano il compito specifico di inne­ scare la violenza di piazza7 0 . Esplicita e dichiarata è poi la presenza del gruppo durante la “rivolta” di Reggio Calabria: buona parte delle azio­ ni di guerriglia urbana sembra diretta e coordinata da dirigenti di AN, che comunque se ne attribuiscono il merito7 1 . Negli anni seguenti, si intensifica la violenza della Destra radicale, cui Avanguardia partecipa sia con uomini propri, che tramite le sigle dei gruppi minori con i quali si sono infittiti i rapporti7 2 . Nel 1973, a tre anni dalla rifondazione, su AN grava oltre un centinaio di denunce. La Questura di Roma final­ mente si muove (sono passati tredici anni dalla fondazione del gruppo), e, nel rapporto alla Procura di Roma più volte citato, denuncia A N (in­

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sieme a ON) per ricottiti!/ione «lei l’m lilo Fascista; quindici pagine del rapporto sono dedicate aH'oleiii a/ione di reati, ulti limiti a militanti di AN , che vanno dall’associa/ioiii- n delinquere, all'aitentato dinamitar­ do, alla tentata strage'1 . Si | mi la di siio^lieie il movimento, ma solo nel 1976 si svolgerà, in prilliti Nlun/it, il pi m eno eolitro AN, per rico­ stituzione del Partito Fuscisla (aneoia una volta, i loe, per un'imputa­ zione blanda). I principali responsabili vendono i onilannai Í (a pene lie vissime), e poco dopo il movimento viene lilialmente si mllo dal Mini stero degli Interni. Dopo di allora AN entra ilei rumíenle in ilandesli nità, con i gruppi omologhi. Come si vede anche da queste note sommarie l'orientamento di AN è, per usare un eufemismo, di natura prevalentemente operativa: a esso corrisponde un livello di elaborazione ideologico-culturale nettamente più rozzo e primitivo di quello emerso per Ordine Nuovo. Dal princi­ pale documento “teorico” (steso con prosa scadente e sciatta7 4 , infarci­ to di banalità altisonanti75 e di argomentazioni contorte), si ricavano i topoi ormai consueti del pensiero di destra, a cominciare da un orienta­ mento drasticamente antiegualitario, antidemocratico, gerarchico ed elita­ rio. Secondo gli ideologi di Avanguardia, il dato fondamentale che ca­ ratterizza la razza umana è la differenza fra individui e stirpi, cui deve essere consentito di svilupparsi dando luogo a naturali gerarchie: la de­ mocrazia è “la sopraffazione fondata sul doppio alibi del diritto e del­ l’eguaglianza”. L ’unità politica fondamentale è la Nazione, individuata come “realtà etnica e culturale che si colloca nella storia attraverso una fondamentale unità di Destino” 7 6 . Lo Stato che ne costituisce l’ossatu­ ra politica deve essere totalitario, organico, corporativo; qualunque fat­ tore che ne minaccia la compattezza — cioè, ovviamente, partiti, sin­ dacati, lotta di classe — va eliminato senza residui. Il concetto di Na­ zione non deve essere circoscritto all’Italia, ma va esteso all’Europa: non però quella conservatrice, né il formicaio del delirio marxista, ma l’Europa di quelle generazioni che si cercano e si chiamano da oltre fron­ tiera, si chiamano per creare, nella devozione e nella difesa dei Valori eter­ ni della stirpe, una Nazione granitica, che [...] sappia ridare giovinezza al vecchio continente, proiettandosi audacemente alla conquista del proprio Destino. [...1 Di fronte all’Europa della disperazione, agonizzante tra le contese e le menzogne, noi siamo l’Europa della speranza (p. 36). Europa è sinonimo di Civiltà (occidentale), patria ed origine degli Eterni Principi, dei Valori Perenni7 7 : oggi però “cento milioni di euro­ pei sono materialmente schiavi del bolscevismo”; gli altri (a parte Spa­ gna, Grecia e Portogallo) vivono nella decadenza, vittime dell’america­ nismo e degli altri miti contemporanei (democrazia, liberalismo, capita­ lismo, marxismo); non sorprendentemente vi divampa la contestazione. In questa crisi generale, l’Italia occupa una delle posizioni peggiori,

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condotta alla rovina dalla demo-plutopartitocrazia corrotta e corruttri­ ce, mentre vengono meno i pilastri dell’antico ordine — magistratura, chiesa, Forze Armate. Urge l’intervento di “forze sane”: “le nazioni necessitano [•••] nei momenti di pericolo o di crisi, di un’idea forza, e di una minoranza [...] ad Essa misticamente votata” (p. 46). Avanguar­ dia si candida a tale ruolo: Noi siamo una élite di Eroi. Eroico è infatti il nostro stile di vita, ricco di quei valori che soli ci permettono l’ascesi verso il divino, eroica è la nostra battaglia contro un sistema che ci viola e ci opprime, eroico è il nostro agire conforme ai principi forza dell’onore, del coraggio, della lealtà e della disciplina7 8 . Siamo, come si vede, di fronte a un universo ideologico di grande povertà, dove i luoghi comuni più vieti deH’armamentario di destra so­ no affastellati senza alcuno spunto problematico originale. Si confronti, per esempio, l ’uso piatto e acritico dei concetti di Patria-Nazione, o di Stato organico-totalitario-corporativo, con la rimessa in discussione dei medesimi concetti operata negli scritti di Ordine Nuovo, sulla falsariga del pensiero evoliano. Ciò vale anche per i concetti di Europa e Civiltà occidentale, che pure in Evola subiscono pesanti messe a punto criti­ che, mentre Avanguardia ne recepisce l’accezione più banale (manca Ira l’altro nel lesto qualunque riferimento a livola, anche se si parla di Tradizione, stile eroico, e simili). Molto accentuato, in questo documento, è invece un carattere che lo colloca a fianco delle destre concettualmente più povere, come quella americana. Si tratta di una visione cospiratoria degli accadimenti storici (la c.d. conspiracy theory) 7 9 , secondo cui la sovversione rossa è in aggua­ to a ogni passo, ogni sua azione configura una minaccia oscura e miste­ riosa: “crearono una rete di appartamenti in ogni città, che presero il nome di comuni” . Ogni fenomeno di (asserita) disgregazione della so­ cietà contemporanea risale all’azione voluta e consapevole dei centri occulti del male: la contestazione giovanile, nata come ribellione spon­ tanea, e oggi “controllata in misura sempre maggiore dai centri di azio­ ne del marxismo” (p. 41); i sindacati sono “in funzione e al servizio della strategia marxista” (p. 50): neppure le campagne si salvano; “la sovversione conosce [...] l ’istintiva avversità (sic) di quanti, vivendo nelle campagne, le sono [...] naturalmente nemici” (p. 61): ed ecco allo­ ra il flusso di immigrati verso le città industriali, in risposta al disegno comunista di disporre di “masse facilmente inquadrabili e già poten­ zialmente scontente” . Si tratta dunque di un insieme di immagini e figure retoriche che possono esser rivolte solo a militanti privi di sofisticazione intellettua­ le, facili a convincersi che “spaccare le ossa a uno che si inginocchia e piange” sia davvero un atto eroico. Se, quindi, si può parlare di diffe­

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renze fra Ordine Nuovo r Aviiuxinmliu Nazionali-, almeno per il perio­ do della legalità, quesle villino individuale nella presenza, nel primo gruppo, di un certo interesse pei l'elulioi nzioiir iiinieliuule, che manca invece nel secondo, orientino alla piansi nella min iniezione fisica più immediata. (Non si hanno inii'ie, pei esempio, i l i imsi ili formazione ideologica per militanti.) Tuttavia, Im i » I n l i a i d m «ruppi esistano emulazioni e contrasl i anilie ai i esi, i colle||0.... l i t i • I vintoli di solida rietà sono forti, al punto che in una I u s e s u i i e s s i v i i si v i m i n e i a all'uni li cazione fra le due sigle.

4 . C RISI E T RASFORM AZIONE A M ETÀ DEGLI ANNI SETTANT A

4.1. L'ultima fase golpista Intorno alla metà degli anni settanta, l’universo della Destra entra in un periodo di grave crisi e trasformazione, da cui esce profondamen­ te modificato nel quadro organizzativo e nei metodi di lotta, anche se in molti casi i protagonisti rimangono gli stessi dei periodi precedenti. Un anno chiave è il 1974, pesantissimo nel clima politico e negli episodi di strategia della tensione. Nel settembre precedente, il golpe cileno ha offerto ai reazionari di tutto l ’Occidente un modello, cui par­ te della Destra politica ed economica italiana dichiara esplicitamente di ispirarsi8 0 . La campagna antidivorzista esaspera i toni della lotta politi­ ca, e viene presentata dai settori più reazionari della D C e del mondo cattolico come l’ultima trincea contro l’attacco della sovversione. Si rafforza il collegamento fra componenti della DC, maggioranze silen­ ziose e M SI, cui si aggiungono i corpi separati dello Stato, settori delle FF.AA., e gruppi eversivi fascisti. I reduci del Fronte Nazionale, in particolare, per tutto il 1974 programmano piani d ’attacco contro le istituzioni: sono i conati messi in luce nei processi contro la Rosa dei Venti e il gruppo di E. Sogno. Particolarmente grave sembra il tentati­ vo che avrebbe dovuto verificarsi a Roma nell’agosto 1974, accantona­ to, si dice, a seguito delle impreviste dimissioni del presidente N ixon8 1 . Anche in questo caso, accertare quanto vi sia di vero in voci pure insi­ stentemente diffuse è molto difficile, per la caratteristica che presenta­ no i progetti eversivi dell’epoca, di venire “regolarmente sventati al momento di diventare operativi, e puntualmente occultati al momento di dover essere chiariti” 8 2 . I dati certi riguardano gli episodi di terrorismo: nella primaveraestate del 1974 si ha una serie di attentati a Milano, Lecco, Bologna, Moiano, Ancona, tutti rivendicati dalla misteriosa sigla Ordine Nero8 3 ; a Brescia la violenza, precedentemente diffusa in una miriade di episo­

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di minori, attraverso un crescendo impressionante giunge alla strage di Piazza della Loggia (28 maggio); 1*8 luglio, dopo un’esplosione sulla li­ nea Firenze-Bologna, viene decretato lo stato di allerta su tutte le fer­ rovie nazionali, rafforzato a partire dal 17, e revocato il 30: quattro giorni dopo, una bomba sul treno “Italicus”, all’altezza della stazione di S. Benedetto Val di Sambro, provoca la morte di 1 2 viaggiatori, e il ferimento di altri 24. I responsabili di questa, come di tutte le altre stragi, sono ancora sco­ nosciuti alla legge; ma qui in particolare le, diciamo così, anomalie che hanno costellato le indagini, messe in luce da ricostruzioni recenti, ri­ velano un fittissimo intreccio fra M SI, gruppi fascisti eversivi (in parti­ colare, la cellula toscana con epicentro ad Arezzo, guidata da una delle figure di maggior spicco del movimento “nazional-rivoluzionario”, M. Tuti)8 4 , organi inquirenti, corpi separati dello Stato (soprattutto il SID), e la Massoneria8 5 . Non a caso un magistrato che ha analiticamen­ te ricostruito le fasi di questa indagine conclude con amarezza circa 1’“irripetibile” (e mancata) occasione di “capire”, offerta dalla vicenda Italicus: Seguire la storia di questo gruppo [il gruppo Tuti] in modo non frammen­ tario e atomizzato, analizzarne il passaggio dalla gestione Ghinelli (ancora tutta dentro al MSI...) alla gestione Tuti, più autonoma e incontrollabile (e per questo probabilmente bruciata dall’interno) significava seguire di ri­ flesso un importante passaggio di fase della lotta politica del nostro paese. Risalire poi dal gruppo ai suoi numerosi e importanti protettori [...] signi­ ficava [...] forse capire anche perché, dopo l’esito referendario e il crollo del regime dei colonnelli greci, il colpo di stato che alcuni avevano già pre­ visto per il 1 0 agosto è stato soffocato in modo indolore; mentre la strage sull'Italicus è stata egualmente consumata pochi giorni prima, e tenace­ mente protetta poi, quanto alla individuazione delle responsabilità, per tutti gli anni che ne son seguiti” 8 6 .

4.2. L'attacco allo Stato Il periodo 1973-75 è però contrassegnato anche da fenomeni di se­ gno opposto a quelli, appena segnalati, di collusione fra la Destra ever­ siva e gli apparati dello Stato. Nella seconda parte del 1974 i servizi segreti, in chiara sintonia con direttive politiche, attivano fonti confi­ denziali che consentono la riapertura del processo per il golpe Borghe­ se, mentre i giudici di Torino e Padova danno inizio a energiche istrut­ torie sul piano nazionale contro l’eversione di destra. Ordine Nuovo, come si è visto, era stato condannato e sciolto alla fine dell’anno prece­ dente, e i suoi capi (Graziani e Massagrande) erano fuggiti all’estero, da cui pare non siano più rientrati in Italia. Pure del 1973 è il rappor­ to, citato, della Questura di Roma, che denuncia il carattere violento

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sia di O N che di AN. A seguilo di esso, nel 197\ inizia il processo contro AN, che comporla numeroii anesti ili militami II capo dell’or­ ganizzazione, Stefano Dello d uine, . lai il utile •l.tl I ‘>70, h seguito del­ l’inchiesta sulla strage di Pia//.a l i >iil tui> i , > Li imnvu inchiesta lo co­ stringe a ridurre di molto le sur vinir in Italia" Insomma, a partire dii i|ur•.!i> pei Imiti i «ruppi evenivi di destra non hanno più la garanzia di rapporto privilegiato fui potere ufficiale che aveva caratterizzato gli anni precedenti Inni i toni pinti ipuli m nti nuano a restare impuniti: non si ripeterh mai u sullii lenza che pei nrs suna delle stragi attribuite alla Destra sono ancora '.luti Individuati i colpevoli). A seguito di questa “svolta” neH’attcgginmcnto del potere, i gruppi storici, O N e AN , sono allo sbando: fuggiti alPestero i capi, sotto processo decine di militanti. Inizia allora fra i rimasti un intenso lavoro clandestino teso a riannodare le fila del movimento nazionalrivoluzionario, che culmina in una “storica” riunione tenutasi ad Albano Laziale nel settembre 1975, nel corso della quale si giunge alla fusione fra i due gruppi8 8 . La formazione che emerge ha una struttura operati­ va formata su linee verticali, e articolata per compartimenti stagni oriz­ zontali che non comunicano fra loro, ma solo col vertice, e che inizia subito a funzionare con riunioni e “comizi” in tutta Italia8 9 . Ad Albano, Delle Chiaie e Signorelli lanciano una parola d ’ordine precisa: “ottenere la disarticolazione del potere colpendo le cinghie di trasmissione del potere statale” 9 0 : lo Stato ha sferrato contro la Destra un attacco deciso cui si deve reagire con pari decisione. I primi a entra­ re nel mirino del nuovo gruppo sono i magistrati: il sequestro Sossi, operato dalle BR l’anno prima, aveva dimostrato la possibilità di porta­ re scompiglio negli organi costituzionali dello Stato, ottenendone gran­ di vantaggi sul piano propagandistico. Riunioni del vertice nero a N iz­ za e in Corsica, successive a quella di Albano, mettono a punto una strategia di attacco allo Stato che vuole nello stesso tempo difendere il movimento e bilanciare politicamente il monopolio terroristico delle BR. Nella primavera del 1976, P. Concutelli rientra clandestinamente in Italia per realizzarla. Le principali “azioni” eseguite nell’ambito di questa strategia sono tre, e segnano una svolta fondamentale nel modo di operare della De­ stra eversiva: l’assassinio del giudice V. Occorsio, di cui è esecutore materiale P. Concutelli, il 10 luglio 19769 1; la rapina di armi nella Villa Pacifici, a S. Pastore di Tivoli, col connesso omicidio di A. Cipriani che si trovava nella villa (23 luglio)9 2 ; la rapina di 460 milioni ai danni dell’ufficio cassa del Ministero del Lavoro9 ’. Il significato di queste azioni non è equivoco: imbocco deciso della strada della lotta armata, e quindi attacco al cuore dello Stato, con rivendicazione9 4 , autofinan­ ziamento e autoarmamento. L ’imitazione/emulazione nei confronti del­ le BR è evidente9 5 , e risponde anche al timore che parte della base “ri­

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voluzionaria” nera venga attratta da un ’organizzazione che non si limi­ ta a “dire”, ma agisce con tremenda efficacia9 6 . I “successi” del luglio 1976 sono anche gli ultimi del nucleo nato dalla fusione dei due gruppi storici: pochi mesi dopo molti terroristi neri (fra cui lo stesso Concutelli) sono arrestati nel corso delle indagini per l ’omicidio Occorsio. Il movimento ne viene scompaginato: anche perché nello stesso periodo viene sciolta AN , che doveva fornire la fac­ ciata “legale” al gruppo uscito dalla fusione di Albano9 7 . Ancora una volta si pone il problema ili riannodare le fila del movimento colpito dalla “repressione”. Due Iattori incidono pesantemente su questo pro­ cesso, e vanno tenuti sullo slondo di ogni tentativo di lettura. Il primo, di carattere contestuali- generale, riguarda l’impatto che il “movimen­ to” del ’77, di cui si discuti- ampiamente nel capitolo che segue, eserci­ ta anche sulla Destra, e in particolare sulle nuove generazioni di mili­ tanti — i nati dopo il 1950. Il secondo è costituito appunto dall’avven­ to di tali generazioni, lontane dalle memorie storiche del fascismo, e più sensibili alle tematiche agitate dai coetanei di altro — o di nessun — colore politico.

5.

LO SPONTANEISMO ARM ATO: DOPO IL 1 9 7 7

5.1. Le teorizzazioni iniziali L ’importanza dei fattori indicati alla fine del paragrafo precedente è indiscutibile; più difficile invece è ricostruire a quali intrecci essi ab­ biano dato luogo, da soli e con altri, nel determinare la mappa della Destra eversiva alla fine degli anni settanta. Il groviglio di elementi ge­ nerazionali, personalistici, ideologici, di Weltanschauung ecc., è reso ancora più inaccessibile dalla carenza di fonti di analisi: buona parte dei procedimenti giudiziari per fatti commessi dopo il 1977 è ancora in fase istruttoria, e quindi coperta dal segreto. Esiste tuttavia una serie di documenti, per lo più clandestini o interni, sequestrati nel corso di diversi procedimenti, che consentono di farsi un’idea introduttiva dei principali problemi che agitano 1 ’“ambiente” intorno al 19779 8 . Si trat­ ta però sempre di ricostruzioni congetturali, così che mai come per que­ sta fase è necessario considerare provvisoria ogni affermazione. Il problema di fondo, come si è detto, è “ricostruire”, ricomponen­ do le disiecta membra del movimento nazional-rivoluzionario in una prospettiva unitaria. L ’ipotesi, che compare con varie formulazioni in quasi tutti i documenti citati, corrisponde ad un progetto di F. Freda, che ancora nel 1979 scrive a un corrispondente: “dopo dieci anni vo­ glio ritentarla, questa operazione”, e che, appunto nel 1977, tenta di

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riunire i fuoriusciti di ()N r di lulli i movimenti nnzionalrivoluzionari” 9 9 . Sempre al 1977 risalutimi i m utilili di R. I imi-, Cì. Adinolfi, W . Spedicato e V. Pisa con l;i«•< Iti. illu ni ,i niu-nrinr Invitilo al progetto di tentare un’organizzaziour drllr lor/e i ivnlii/iomit ir Inrmatesi con lo spontaneismo, secondo In Irsi sostentilii dii I■ 11< Iti iti > ptt-l periodo: ne nascerà Terza Posizione1 "". Anche "(.hies", il In>llriIlin>di rollc«umento fra i carcerati neri, principale ornano tenrlm dello "\l>iintiini'ì\iuii tir rnato”, viene fondato secondo le dilettivi' di I u dii. • In- imintiene un ruolo di guida nell’iniziativa ll". Affinché il processo di ricostruzione del movimento possa avvenire, si afferma necessaria un’analisi spregiudicata del rei ente passalo r tiri suoi protagonisti. Tale analisi liquida sommariamente il MSI, conside­ rato ormai del tutto e servilmente integrato nel sistema (“falso opposi­ tore”), guidato da capi corrotti e dediti abitualmente alla pratica della delazione nei confronti dei rivoluzionari (“il rinnegato Rauti”)" ’. Il giudizio però è molto pesante anche nei confronti dei mostri sacri della destra di battaglia, i “gruppi storici”: la loro strategia golpista ha con­ dotto a un’avvilente subordinazione del movimento a progetti che in realtà comportavano il rafforzamento del sistema (“golpismo di regi­ me”); la coabitazione col potere sporca, e non paga, perché all’interno del palazzo esistono sempre forze capaci di strumentalizzare i “rivolu­ zionari” ingenui. Ne risulta anche una caduta verticale dell’immagine dei leader storici, di cui vanno man mano emergendo le fornicazioni con questo o quel settore degli apparati. Sui giovani che ne avevano subito il carisma l ’effetto è traumatico, e conduce ad un atteggiamento di profonda sfiducia nei confronti di organizzazioni accusate, per il lo­ ro gerarchismo, di deresponsabilizzare i militanti ed esporli alla stru­ mentalizzazione da parte dei vertici. In questo ambito si inserisce anche un radicale rifiuto dell'ideologia, di tutte le ideologie, viste come strumento di repressione e controllo sulle masse, sovrastrutture necessarie al mantenimento del sistema di dominio, fattori di deformazione ed inquinamento delle identità di ci­ viltà e popoli. Contro l’ideologia, strumento privilegiato di pratica poli­ tica è l’azionel0J: Nella nostra storia [...] il fil rouge [...] passa al di fuori delle ideologie [...]. I nostri movimenti si sono sviluppati secondo la logica opposta a quella “teoria-prassi”. Le ideologie, le costruzioni schematiche [...] sono qualcosa di estraneo alla nostra natura [...]. E invece l’azione in se stessa che acco­ muna uomini diversi per estrazione sociale e [...] interessi materiali e [...] culturali...” 1 0 4 . Ma l’azione può essere fine a se stessa, e in se stessa trovare la pro­ pria giustificazione, solo quando genera regole, che fanno riferimento a valori superiori; e solo se le regole vengono accettate, l’azione acquista

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significato magico1 0 ?: altrimenti scade nel beau geste. A quali valori fare riferimento? Caduti quelli di Nazione (boia delle culture popolari) e quindi di Europa; quello di razza, per il tragico fallimento della razza bianca; di difesa dell’Occidente la cui remota origine “ariana” non la­ scia ormai più alcuna traccia ; in dubbio il valore di Stato, per la mancanza di uomini all’altezza di guidarlo: che cosa resta? Resta la lot­ ta politica come dovere esistenziale: “nulla più della battaglia giusta si addice allo Ksatriya” ,07. E la lotta deve ispirarsi a principi quali onore, dignità, coraggio, cameratismo, fedeltà: “finché un solo camerata sarà rimasto invendicato I | nessuno avrà il diritto di rinunciare” 1 0 8 . Fon­ damento di questa visione del mondo, si afferma, è dunque il concetto di onore, di derivazione classica, tradizionale, pagana, aristocratica, contrapposto :il pmlitto, all’utile, allo squallore della massificazione e deH’egualitarismo: sua incarnazione ultima fu quella dei combattenti fascisti in tutti i campi di battaglia della seconda guerra mondiale1 0 9 . Oggi questo tipo ili nomo si chiama soldato politico ed è animato da spirito legionario, l’attitudine che lo differenzia dal tipo edonista e de­ mocratico1 1 0 , l’unico strumento che può far aprire lo scrigno della “ve­ ra dottrina”, e portare a quella “coscienza super-razionale”, a quella tensione esistenziale che sa riconoscere le gerarchie spirituali e materia­ li ordinate dall’alto e verso l’alto. E lo spirito legionario a consentire la spersonalizzazione, la scelta totale di vita, che conducono l ’individuo a battersi, “quale umile militante di una guerra senza tempo né spazio, al fianco dello Spartano e del Templare, del Samurai e dello Ksatriya, contro le forze dello sovversione”. Prevedibilmente, questa è la piccola guerra santa, che porta il militante a combattere, dentro di sé, la grande guerra santa, destinata a fargli raggiungere una sempre maggiore quali­ ficazione esistenziale1 1 1 . E superfluo sottolineare l’origine totalmente evoliana di questo im­ maginario, d ’altronde ampiamente riconosciuta dagli interessati (“Evola è un faro”) 1 1 2 . E però necessario, si afferma, salvare Evola dagli evoliani, sia dal tradizionalismo sterile (“il motivo della perdita dell’occhio di W otan nella mitologia germanica”), che dalla sacralizzazione dei te­ sti politici (aberrante, per esempio, il definire “Vangelo” G li uomini e le rovine, vent’anni dopo l ’epoca in cui è stato scritto). Ciò ha condotto le “avanguardie” ad arroccare le modeste strutture politiche da loro create intorno a rimasticature di concetti che, sebbene rivestiti di fra­ seologia rivoluzionaria, si rivelavano immancabilmente di retroguardia, di appoggio alla reazione1 1 5 . L ’insegnamento decisivo di Evola, per la situazione contemporanea, è invece l ’anarchismo di destra, teorizzato in Cavalcare la Tigre: ognuno lotta per se stesso, per qualificarsi esisten­ zialmente — e fra uomini qualificati si trovano le gerarchie e i motivi dell’azione (invece di scimmiottare il nazi-fascismo senza avere capi de­ gni del nome)1H. Questo si collega anche alla scelta strategica di “spin­ gere gli elementi di disgregazione del sistema fino alle loro estreme

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conseguenze” 1 1 5 , perché, lin c im i in n i volt« g iu s ta Li le/ione dell’ultimo Evola, nulla di questo s is te m a m e l i l a ili i s s i t i - s a lv a to La concettualizzazione mciiipollilt n evoliana viene poi calata nella realtà di oggi. Qui si d o m i n i l a ....... .....mi loiniimin In saldatura del sistema capital-comunistu, che si |>ieiieiiiu qualo lilncco compatto, gri­ gio, appiattito, in cui si inserisce i (oc II inni li* un movimento operaio che ha perso ogni pulsione rivolu/innni in, mieiteiluyalo <mn V •Ini consumi smo, il principale strumento ili dominio e manipola/inno doliti diluitimi democratica. Espressione politica ili questa saldatura e In allrnn/n I )( 1 PCI, la quale a sua volta rispecchia il livello Inculo il sistema deH'impe rialismo multinazionale USA-URSS, che domina implacabile a livello planetario (“Contro il sistema multinazionale, rivoluzione po polare”) 1 1 6 . Da ciò deriva una conseguenza importante (anche se di dubbia or todossia evoliana) sul piano delle scelte di campo del movimento nazionalrivoluzionario: la scelta di solidarizzare con chiunque si proponga di combattere questo sistema. E la linea che Freda proponeva nel 1969 1 1 7 , e che comporta, sul piano internazionale, solidarietà nei confronti di tutti i movimenti di liberazione antimperialista, dai “montoneros” all’IRA, dai “feddayin” ai Pellerossa, mentre, nell’ambito nazionale, i suoi interlocutori più ovvi intorno al 1977 sono gli Autonomi. Ne prendono atto i “Fogli d ’ordine del M P O N ” : Il progetto dell’area dell’autonomia operaia è ricomporre nella pratica di lotta la divisione tra coscienza rivendicativa [...] e coscienza politica Ipotesi degna della massima attenzione ma destinata a sicuro insuccesso per il controllo pressoché totale che triplice sindacale e PCI hanno dell’am­ biente operaio incatenato alla formula pane e lavoro [...]. SI DEVE D ’AL­ TRA PARTE RICONOSCERE NEGLI AUTONOMI UNA POTEN­ ZIALE FORZA ANTISISTEMA. Concetti come appropriazione, ripren­ diamoci la vita, rifiuto del lavoro, distruzione della scuola, cavalcare la cri­ si, uscire con la crisi dalla crisi, propiziare la disoccupazione di massa, ille­ galità dell’ordine democratico repubblicano, rifiuto dell’eldorado consumi­ stico, raggiungono un livello che è limitato soltanto dalla mancanza di con­ sapevolezza del loro vero senso da parte di chi li enuncia. Limiti intrinseci alla matrice marxiana cui si rifanno [...]. E opportuno seguire con attenzione il fenomeno, evitare lo scontro di­ retto (anche se è necessario reagire pesantemente alle provocazioni, sia per motivi di prestigio sia perché alla lunga favorisce il dialogo), partecipare con sigle differenziate a iniziative comuni...” (p. 5). Riassumendo: rifiuto dell’ideologia, privilegiamento dell’azione, lotta come veicolo di qualificazione esistenziale (beninteso, lotta arma­ ta) 1 1 8 , nichilismo di destra, insofferenza nei confronti dei gruppi storici e di qualunque organizzazione gerarchica: la conseguenza strategico-organizzativa di tutto ciò non può essere che lo spontaneismo (armato),

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t'HANi 11 l'HBHAKI SI

la creazione di gruppi di piccole dimensioni, collegati fra Inni in modo fluido (“politico”, non gerarchico), quindi reciprocameli!r nutnimmi, benché muoventisi in un “ambiente” omogeneo, nel qunlc m in n iuli-n zialmente si riconoscano, indipendentemente dalle sigle 1 Questi, per sommi capi, i termini della teorizzazione sviluppatasi negli ambienti nazionalrivoluzionari, intorno al 1977 — dando ovvia­ mente per scontati gli eccessi di semplificazione, riduzione dei am ira­ sti, compressione e “armonizzazione” dei temi, che una presentazione succinta rende necessari. Si tratta allora di vedere in che misura la real­ tà sviluppatasi da questo dibattito corrisponde alle sue linee teoriche. L ’attenzione sarà rivolta soprattutto alla scena romana, teatro, fra il 1978 ed il 1980-81, dei più gravi fenomeni di violenza nera.

5.2. Le sigle Va naturalmente premesso che si è di fronte a una sorta di coltura batterica dove, in sospensione, opera una moltitudine di microunità in continuo movimento e scambio di componenti e iniziative; i militanti trasmigrano con grande facilità da un gruppo all’altro, o partecipano indifferenziatamente alle azioni di più gruppi, mentre spesso, alla me­ desima iniziativa, prendono parte i “rappresentanti” di una molteplici­ tà di gruppi o sigle1 2 0 . Le sfumature, le differenziazioni, i contrasti, an­ che violenti, sono numerosi, e dipendono da un intrico di variabili (di­ vergenze di “linea”, certo, ma anche fattori generazionali, protagoni­ smi, scontri di personalità, itinerari biografici diversi ecc.), che non è possibile districare compiutamente sulla base dei materiali disponibili: i limiti delle fonti sono stati già accennati. Si aggiunga la presenza di figure che, pretendendo con maggiore o minore successo di svolgere un ruolo di leadership, attraversano quasi tutte le esperienze (quello di P. Signorelli è il caso più evidente ma non il solo)1 2 1 . Tutto ciò per ribadi­ re che i confini tra i gruppi, le sigle, gli orientamenti sono labili e conti­ nuamente scavalcati, cosi che una classificazione nitida e non ambigua sarebbe fuorviarne, mentre ogni tentativo di ricostruzione va visto co­ me provvisorio. Quello che segue avrà per oggetto le tre principali “si­ gle” operanti a Roma sullo scorcio degli anni settanta: “Costruiamo l’Azione”, FUAN-NAR, Terza Posizione1 2 2 . 5.2.1. Costruiamo l'Azione. - “Costruiamo l’Azione”, formalmente, è una testata giornalistica; nei fatti, un movimento politico dalle con­ notazioni singolari. I temi affrontati nei sei numeri della rivista (dalla fine del 1977 al 1979) riprendono quelli del dibattito discusso nel para­ grafo precedente, ampliandoli o comprimendoli a seconda dei casi. Così il “sistema” contro cui i rivoluzionari si battono viene denunciato a tre livelli: quello, per così dire, “meta”, cioè la società moderna nata col

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capitalismo e la borghesia, che lui distrutto i popoli trasformandoli in masse (qui si colloca l ’interesse per il marxismo come “strumento di analisi prezioso e insostituibile”, nu limitato dal suo essere tutto inter­ no al capitalismo1 2 3 ); il livello “macro", cosiituiio dal l'imperialismo glo­ bale delle superpotenze USA-URSS e dalla presenza tentacolare delle multinazionali in ogni paese1 2 4 : il tutto diretto ila un supeigoverno om­ bra planetario, l 'establishment segreto1 2 ’. Ne deriva, naturalmente, la solidarietà con tutti i popoli oppressi dall’imperialismo, e in primo Ino go quelli Islamici (Iran, Libia, Palestina), poi i Pellerossa d'America, gli Irlandesi, i Baschi ecc. Infine, al livello “micro”, il nemuo immedia to, in Italia, è il “regime”, l’immondo connubio catto-comunista del compromesso storico con i suoi alleati e reggicoda di destra e sinistra 1 oppressore sanguinario dei veri rivoluzionari, manipolatore e stultificatore, attraverso i mass-media, delle masse, dopo aver distrutto il popolo e la cultura popolare1 2 7 . Rispetto alle discussioni teoriche presentate più sopra, è relativa­ mente nuovo (e certamente eterodosso rispetto al pensiero evoliano) questo interesse per il concetto (mai ben precisato) di popolo1 2 8 , come entità radicata nelle tradizioni, nella cultura, nei costumi, nella propria identità storica. Il concetto antagonista è quello di massa: “non c’è più il popolo, ma c’è la massa dei senza volto”. Quello di popolo è un con­ cetto rivoluzionario: “noi, gli ‘emarginati’, siamo il Popolo che è in lot­ ta. La Rivoluzione è popolare e quindi anche culturale. Da una parte sono il Popolo e la sua cultura, dall’altra parte il sistema con i suoi dog­ mi di mercato” 1 2 9 . Non tutti questi concetti restano allo stadio di (cattiva) esercitazio­ ne letteraria: come si è detto, “Costruiamo l’Azione” è anche un movi­ mento politico, nei cui confronti la rivista si colloca in ruolo strumenta­ le. Per rendersi conto della specificità di tale ruolo va tenuto presente che l’iniziativa nasce alla fine del ’77, nel quadro dei tentativi di rian­ nodare le fila del “movimento” dopo la fase centrifuga seguita all’arre­ sto di P. Concutelli. Essa si fonda su componenti necessariamente ete­ rogenee, dove si mescolano l’ordinovismo tradizionale (F. De Felice), quello più aperto ai fermenti giovanili (P. Signorelli, M. Fachini) e la spinta a superare ogni riferimento al Fascismo e abolire la discriminan­ te destra/sinistra (S. Calore, P. Aleandri: la linea col tempo prevalen­ te). Le divaricazioni sono dunque marcate, e risulta presto evidente che la sola possibilità di comporle sta nel riferimento ai fatti, unico reale elemento catalizzatore di quest’area. “Costruiamo l’Azione” diventa così, innanzitutto, l’enfatico portavoce di una linea di rifiuto dell’ideo­ logia e dell’organizzazione monolitica, gerarchica, guidata da avanguar­ die elitarie, alla quale contrappone una “strategia dell’arcipelago” 1 J0 , che parta dal basso e consenta a ciascun gruppo di operare nel settore che gli è più congeniale, aggregandosi solo nei fatti.

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Questo giornale non è espressione di un gruppo, né vuole diventarlo in un futuro più o meno prossimo. Siamo contro tutti i gruppi perché rifiutiamo la logica dei gruppi. Riteniamo residui borghesi ogni conato di egemoni­ smo, ogni settarismo, ogni dogmatismo, ogni sofistica. Crediamo che l’a­ zione rivoluzionaria si debba necessariamente costruire con la lotta delle masse, masse che solo con la lotta saranno capaci di divenire popolo. [...] Contro l’egemonismo, ¡I dogmatismo, la sofistica, deve affermarsi l’unità dell’area rivoluzionaria | | Privilegiare il discorso politico sull’ideologia; un discorso politico può nascere solo dai fatti e vivere di fatti” 1 ’1 . I principali gruppi cui viene fatto riferimento sono: il Drieu La Rochelle, di Tivoli; il gruppo di Ostia; P“ambiente” Vigna Clara-Parioli (egemonizzato da P. Signorelli); in collegamento con questi le Comuni­ tà Organiche di Popolo (che presentano il loro “progetto” sul n. 5 del giornale); il Coordinamento Organico di Popolo (Mario Rossi), e, di ri­ levante importanza, il “gruppo del nord”, veneto (M. Fachini, R. Raho), sotto ¡’influenza di G. Freda, e collegato con Terza Posizione1 ’2. II riferimento alle "masse”; il rifiuto delle distinzioni ideologiche tradizionali; il privilegiamento dell’azione spontanea hanno come corol­ lario l’attenzione nei confronti delle aree rivoluzionarie non di destra, cioè soprattutto degli autonomi. Tale orientamento è del tutto ovvio alla luce di quanto si è discusso nel paragrafo precedente, in particolare ove si ricordi che i leader di “Costruiamo l’Azione” sono gli autori di uno dei documenti programmatici principali di questa linea, i “Fogli d ’Ordine del M P O N ”, il cui brano sugli autonomi è infatti ripreso pe­ dissequamente nel numero 2-3 del giornale1 ’3 . L ’offerta di collabora­ zione a tutti gli “autentici rivoluzionari” è continua e martellante (“Fronte unito”; “Uno il nemico, una la lotta”; “Fronte unico”; “Per il fronte unito, contro l’egemonismo ecc.”; “Tesi per il fronte unito”) e trova una vivida formulazione già nel primo numero del giornale: L’ammucchiata costituzionalista della maggioranza Andreotti, con le ali ausiliarie dei reggicoda missini e lottatori-delatori continui ci vuole emargi­ nare insieme con gli autonomi. [...] Noi, da parte nostra, abbiamo capito i nostri errori, e diciamo agli autonomi: sveglia ragazzi, non fatevi inculare un’altra volta, basta di fare le scimmie ammaestrate dell’antifascismo per elemosinare il plauso e la simpatia dei merdaiuoli. I nemici sono comuni, e stanno tutti ammucchiati insieme, diamo addosso senza quartiere all’im­ mondo merdaio1 M . Il tentativo di “allargamento” a sinistra ha addirittura una tradu­ zione pubblica, nel corso di una riunione tenuta al Cinema Hollywood, di Roma, nel maggio 1979, durante la quale S. Calore propugna la nuo­ va linea. Nella sostanza il tentativo fallisce per la mancata risposta de­ gli interlocutori: nell’ultimo numero del giornale se ne traccerà un bi­ lancio sostanzialmente negativo1 3 5 . Migliore successo hanno invece gli

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sforzi del cosiddetto “gruppo Giuliani", uno dei raggruppamenti dell’“area” di “Costruiamo l'Azionc" ilic stabilisce veri e propri contatti operativi con l’eversione ili situsii> ■ . c in partiiolare con appartenenti al Movimento Comunista Kivolu/iohai in e alle Uniti! Combattenti Co­ muniste (Morucci-Faranda) " Non a in .", piupiio un attentato com­ piuto dal gruppo Giuliani (l'attacco a! l rullo I ,lai> < nn/ionc Dati della Honeywell) riceve una rivendicazione "di smistiti", in un volantino che usa un simbolo grafico proprio ili "( aistmiumo l'A/.inne" ( m icl.il i vamente, l’attentalo riceve voce politica sul giornale, ilie elogia come modo di “colpire direttamente lo Stato”, l’incendio dei calcolatori (che altrimenti “marciano a tutto vapore schedando e preparando il Cile"), nello stesso numero in cui polemizza duramente contro i NAR, accusa­ ti di compiere azioni strumentali al sistema (“ci chiediamo perché que­ sti N AR, come in precedenza altre sigle, divengano virulente proprio quando lo Stato ha interesse a distrarre e confondere”) 1 5 8 . Da quanto precede emerge il ruolo del giornale come pendant del­ l’autonomia operativa e logistica delle varie componenti, cassa di riso­ nanza avente il fine di riconvertire a unità azioni anche estemporanee, indicando le linee programmatiche cui devono ispirarsi le iniziative. Due gli aspetti da sottolineare in proposito: a) le azioni devono avere come bersaglio il sistema, non essere sfoghi di “quattro impotenti fru­ strati che si masturbano con le loro pistole”; b) tale caratteristica delle azioni deve essere percepibile: donde il rilievo della propaganda armata come veicolo di messaggio politico, strumento in grado di consentire, tramite l’analisi dei fatti, di qualificare il disegno complessivo: indi­ spensabile diviene allora la “permeabilità” dell’ambiente e “la consape­ volezza da parte di tutti gli associati, se non delle singole responsabilità di ciascun episodio, quanto meno della sua riferibilità politica” 1 }9 . (Il concetto di permeabilità, come è evidente, si contrappone in maniera drastica al vecchio modulo del doppio livello, palese e occulto, nelle attività dei gruppi.) Frutto di questa logica sono gli attentati della pri­ mavera 1979, a Roma, ai danni del Campidoglio, del carcere di Regina Coeli, del Consiglio Superiore della Magistratura e del Ministero Affa­ ri Esteri. Essi sono rivendicati in maniera politica, allo stesso tempo non travisante né velleitaria 1 4 °, dal Movimento Rivoluzionario Popola­ re, sigla che compare solo in queste occasioni, e che utilizza un simbolo grafico assai simile a quello comparso su un manifesto distribuito insie­ me a “Costruiamo l’Àzione” (mitra e vanga): appunto in nome della permeabilità e chiarezza di riferimento. Ciò è tanto più notevole in quanto i precedenti attentati commessi più o meno dallo stesso grup­ po 141 non hanno avuto rivendicazionil4 2 . L ’esperienza di “Costruiamo l’Azione” si conclude in pratica nell’au­ tunno del 1979, con l’arresto di S. Calore, e il grottesco sequestro di P. Aleandri da parte dei “camerati” . Contemporaneamente però si vanno sviluppando altre esperienze, cui conviene ora rivolgere l’attenzione.

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5.2.2. Il FUAN-NAR. - Nella primavera del 1979, la sede del FUAN di via Siena diviene il principale punto di riferimento, anche logistico, di alcuni dei personaggi più violenti dell’eversione nera di Roma. Si tratta, fra gli altri, dei fratelli Fioravanti, di Alessandro Alibrandi, di Francesca Mambro, Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Dario Pedretti, Stellino e Claudia Serpieri, Elio di Scala, Carlo e Massimo Pucci, Alessandro l’ucci, Walter Sordi, M. Corsi, M . D i V it­ torio, per indicare solo i principali1 4 } . I loro precedenti sono importanti come indicatori degli orientamenti più congeniali al gruppo: Alibrandi confluisce a via Siena dopo aver ucciso Walter Rossi (30.9.1977), e aver partecipato, coi 11 ai dii lioravanti e altri, a numerosi attentati (li­ breria Feltrinelli, “Corrieri- della Sera”, “Messaggero”, “Espresso”), e a rapine, fra cui quelli) nH’armeria Centofanti di Monteverde (5.3.1978) durante hi quale restava ucciso l’estremista Franco Anseimi. Valerio Fioravanti ha gii» alle spalle, fra l’altro, il furto di 72 bombe a mano SRCM compiuto durante il servizio militare (17.5.1978), oltre all’omicidio (commesso col fratello) di Roberto Scialabba e il tentato omicidio di Nicola Scialabba, di cui si farà cenno fra poco. Corsi e Di Vittorio giungono dopo l’omicidio di Ivo Zini e il tentato omicidio di V. Di Biasio e L. Ludovisi (28.9.1978), presso una sede del PCI. Gli altri di via Siena, nelle parole degli inquirenti “avevano, per la gran parte e in via di estrema sintesi, un passato come picchiatori negli scon­ tri di piazza, e taluno come rapinatore” 1 4 4 . Si tratta, come si può intui­ re, di un materiale umano orientato più allo scontro fisico che all’elabo­ razione di una teoria rivoluzionaria: rifiutando ogni disciplina di parti­ to o di gruppo, e ogni ipotesi di tempi lunghi e graduali per la rivolu­ zione, essi intendono uscire dalla ghettizzazione della Destra storica, e andare oltre l’attivismo inteso come semplice pestaggio squadrista, im ­ postando vere e proprie azioni militari. Nella vicenda di questo gruppo il M SI svolge un ruolo decisamente ambiguo: dopo un periodo di sostanziale disinteresse (e di blandi tenta­ tivi di controllo da parte del FUAN centrale), chiude, ma solo formal­ mente, la sede di via Siena. Dirigente di fatto, e leader ideologico indi­ scusso diventa così Dario Pedretti, mentre nel settore militare sale l’a­ stro di V. Fioravanti. Il partito non rinuncia però a sfruttare ai propri fini il ribellismo dei giovani, e per esempio cerca di pilotare la manife­ stazione del 10.1.1979, indetta per commemorare l’uccisione, avvenuta un anno prima a opera di un gruppo di terroristi di sinistra, di due militanti missini, A. Ciovatta e S. Bergonzetti, mentre uscivano da una sede del partito. La manifestazione viene organizzata nella sede del FUAN, come vero e proprio episodio di guerriglia urbana: sotto la di­ rezione di due esponenti del partito (Cacciolla e D ’Addio) si program­ ma l’impiego di bombe molotov e armi da fuoco, nonché la devastazio­ ne e il saccheggio di mezzi pubblici, negozi e della sede DC 1 4 5 . L ’uccisione di Ciavatta e Bergonzetti è all’origine di una lunga ca­

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tena di ritorsioni, che villino accennate perche si alilmi un'idea del cli­ ma del tempo. Lo stesso unirmi drH'r|iisodio (7 1 l M/K) si erano avuti disordini di piazza e il for'¡inculo ili un iini|nii¡//ante «li sinistra; fa se­ guito (28.2.) l’uccisione di Untici in Si iiihililm r il ternato omicidio del fratello, a opera dei Fiornviinl i, in itili! i|iic*lt i a«l le vili im e- sono scel­ te in maniera puramente casuale, in I mh .ill>i incili ti|i|niitenenza all’a­ rea avversaria. Il giorno precedente In manllo*la/lntie inininciunriiliva (9.1.1979) viene attaccala "Radio <-ilt.i I unii.i", <I i vcv.i • pn .su un giudizio favorevole all'nci isinne dei due niiv.mi, l'aliam i e imiialn dii un commando armato di mitra e liomlic a mano " , In da alle liammc la sede dell’emittente, dopo aver ferito i|unttrn icdatlnri (c l'episodio stigmatizzato da “Costruiamo l’Azionc”). Dopo questo attentato, si ha l’assalto, in pieno assetto ili guerra, alla società C.A.B. per impadronirsi di un lotto di giubbotti antiproict tile (8.2.1979). Segue (15.3.) la rapina, menzionata più sopra, all arme ria “Omnia Sport”, perfetta nella dimostrazione addirittura barocca di efficienza militare (tre anelli di copertura esterna, dei quali faceva par­ te anche un gruppo con chitarra; gli assalitori travestiti da carabinieri; distribuzione di inviti ad assistere allo “spettacolo” ecc.). Si ha poi una serie di attentati incendiari eseguiti dal nucleo femminile (Mambro, Manno, Angelini, Serpieri), e alcune rapine; poi una nuova azione di guerra, l’assalto alla sezione PC I dell’Esquilino (15.6.1979) con lancio di bombe a mano e sparatoria, che provoca 25 feritiH7. Queste azioni sono rivendicate con la sigla N A R (Nuclei Armati Rivoluzionari): la logica è quella elementare e brutale dell’attacco-rappresaglia, tipica della guerra per bande. Non esiste alcun disegno stra­ tegico; gli obiettivi o rispondono a fini di sostentamento del gruppo (armi e denaro), oppure vengono scelti, per vendetta, in base alla mera appartenenza delle vittime all’area avversaria. L ’insofferenza nei con­ fronti di qualunque ipotesi politica articolata e graduata converge nel caso di questi attivisti con le necessità poste dall’avvento di una sini­ stra eversiva che impone una lotta violentissima per 1’“ agibilità fisica e politica del territorio” . È il periodo in cui Roma si divide a macchie di leopardo, in zone rosse e zone nere, impraticabili per gli avversari, e zone di colore sfumato, ove i rapporti sono equilibrati e i gruppi si fronteggiano in tensione continua. Seguirà un ripensamento dei rap­ porti con la sinistra, in nome di una scelta sempre più “rivoluzionaria”, che fa dello Stato e dei suoi rappresentanti i nemici principali: da qui una possibile convergenza fra le estreme1 4 8 . 5.2.3. Terza Posizione. - Sempre all’inizio del 1979 matura un’altra iniziativa, Terza Posizione, che aveva avuto origine intorno al 1977 con la benedizione di due “capi storici” : P. Signorelli (che seguiva “con estrema attenzione” il gruppo incubatore, Lotta studentesca, diretto da R. Fiore1 4 9 ) e F. Freda, di cui, come si è accennato, era stato chiesto

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l’assenso per organizzare in forma gerarchica e territoriale le forze dello spontaneismo: la dialettica fra spontaneismo e organizzazione sarà una costante nella vicenda di Terza Posizione l5 °. L’orizzonte ideologico di TP è quello, ormai familiare, del “nuovo” movimento nazionalrivoluzionario: rifiuto della logica dei blocchi (Yal­ ta), di ogni ideologia, di ogni schema destra-centro-sinistra (“né destra né sinistra ma Terza Posizione”); attacco al sistema massificante e re­ pressivo tramite rivoluzione di popolo: ovvia, pertanto, la solidarietà con tutti i movimenti di liberazione etnica e nazionale, e la indicazione dei rappresentanti del sistema come nemici: partiti, sindacati, capitali­ smo, marxismo, sionismo, multinazionali USA-URSS ecc. La rivoluzio­ ne dovrà essere preparata, gradualmente, da avanguardie che formeran­ no se stesse (l’“uomo nuovo”) per essere in grado di sfruttare tutte le occasioni di incontro con le masse che lottano, affinché queste, infor­ mate e rieducate, ritrovino nella lotta la propria identità di popolo: an­ che qui i concetti di popolo e rivoluzione sono strettamente connessi. Il riconoscimento di arce di sofferenza ed emarginazione porta a un interesse (teorico) nuovo nei confronti di problemi come la casa, l’eco­ logia, la disoccupazione giovanile ecc. m . Tutto questo rimane, in larga misura, un fatto verbale. Più gravido di conseguenze è il dibattito sull’organizzazione, dove si fronteggiano due linee: la prima, espressa da documenti come il citato Azione Legio­ naria (opera di F. Zani), sostiene un’ipotesi di totale destrutturazione spontaneista: “uscire, subito, senza frapporre tempo, da qualsivoglia gruppo organizzato, abbandonare strategia e gerarchia [...] Attestarsi con gruppi di minima entità, non ricercare l’allargamento dei nuclei spontanei — almeno non oltre quel limite che permetta un’azione [...] agile, immediata, che non ha bisogno di trafile gerarchiche” (p. 2 1 ). L ’altra linea (Fiore-Adinolfi), pur favorevole allo spontaneismo, lo con­ sidera pericoloso se incontrollato, in quanto può ridurre le aggregazioni e portare alla repressione: esso va dunque inserito in una struttura ge­ rarchica paramilitare, che sia in grado di canalizzarlo1 5 2 . E questa la linea che si afferma: TP avrà una diffusione tendenzialmente naziona­ le, e un’organizzazione articolata, fondata sul cuib (plurale: cuiburi, le cellule nucleari della Legione di Codreanu). Il responsabile di ogni cuib riferisce al responsabile del nucleo territoriale, che dipende da un orga­ nismo centrale, di cui fa parte insieme agli altri capi-nucleo della città, e ai responsabili nazionali1 5 J. Accanto alla struttura pubblica gli inquirenti ne segnalano un’altra, militare, interamente clandestina (il c.d. nucleo operativo), avente il compito di reperire, tramite furti e rapine, armi e fondi (suo capo è Roberto Nistri). Struttura ulteriore è la Legione (ovvio, ancora, il riferi­ mento al modello rumeno), ¡’“aristocrazia dell’aristocrazia”, che do­ vrebbe esprimere la futura classe dirigente dopo la rivoluzione. La co­ manda, nel 1979, il modello delT“uomo nuovo”, il “vero Legionario”,

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Peppe D i Mitri, esponente ili A v n n p u n lu Nazionale1 ’4 , rapinatore di alta professionalità (partecipa .1 m iir le prilli i|>nli imprese del movi­ mento, a cominciare dall» rapina all“'Onitiia Spuri"), lina delle figure dal carisma più indiscusso di i|tir»lt( lane deH'eVcrilone nera. Nel corso del 1979 la p o lii u u d i T P < • i|iiella ili la i convivere spon­ taneismo (“movimentismo") « • o tg u n la K a x io n « 1 ( " » i n i l l i i n i h s m o " ) : si co­ stituiscono ed ampliano i r i m i r i I r n i l o r l a l l , «I d l l l o m l r il umiliale, si intensifica il reclutamento, mobilitando u h udi ti m i |h i la ioni|iiÌNta di “spazi politici” tramite la sopraifazione nelle m noli r m i i|tini l ii't i pe­ staggi, attentati, concentrazioni ili piazza, ferimenti, sono prassi quoti diana 1 5 5 .

5.3. Le schegge Il quadro sinora descritto, già fluido di per sé, viene posto in movi­ mento accelerato dalle vicende giudiziarie della seconda metà del 1979, culminate con gli arresti di dicembre, che, nell’arco di pochi giorni, de­ capitano il “movimento” di buona parte della sua leadership. Durante l’estate erano stati temporaneamente arrestati, per fatti minori, Signorelli, De Felice e Calore di “Costruiamo I’Azione”; lo stesso infortunio era occorso a Valerio Fioravanti per detenzione di arma da fuoco. Que­ st’ultima vicenda determina immediatamente spinte centrifughe nel­ l’ambiente FUAN; i vari gruppi si staccano dal nucleo centrale, conti­ nuando però a compiere furti e rapinel56. Il colpo definitivo viene con l’arresto di Pedretti (die. 1979), nel corso di una rapina in gioielleria: la sede del FUAN viene chiusa e i membri si disperdono (continuando peraltro nell’attività criminosa). Pochi giorni dopo (il 14), Di Mitri, Nistri e Montani vengono colti mentre trasferiscono le armi della rapina “Omnia Sport” : la politica di gestione dello spontaneismo da parte di TP subisce un colpo decisivo. Infine, il 17, vengono arrestati, sempre in flagranza, S. Calore (da poco scarcerato), B. Mariani, A. Proietti, A. D ’Inzillo, per l’assassinio di A. Leandri, erroneamente scambiato con l’avvocato Arcangeli1 5 7 . In altre parole, nell’arco di poco più di dieci giorni 158 vengono arrestati tutti i principali personaggi militari che avevano guidato l’eversione nei mesi precedenti: Costruiamo l’Azione e il FUAN di via Siena cessano di esi­ stere come punti di riferimento e di aggregazione dello spontaneismo; resta decimata Terza Posizione, che deve affrontare gravi problemi. Il suo nucleo operativo (Fiore-Adinolfi) si trova sottoposto a pressioni fortissime da parte dei giovani che, educati allo scontro e alla violenza, non sono ormai più disponibili ad accettare freni o discipline di alcun genere; è inoltre necessario sostituire Nistri alla guida del nucleo. La risposta a queste esigenze viene cercata offrendo la leadership a Valerio Fioravanti, l’unico personaggio militare di grande prestigio ad aver evi­

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tato l ’arresto. L ’effetto è un aumento vertiginoso della violenza del gruppo ( = “innalzamento del livello militare”), e, nello stesso tempo, 10 svuotamento dell’autorità dei capi: esemplare, in questo senso, l’as­ sassinio dell’agente di P.G. Arnesano (6.2.1980), azione alla quale, do­ po lunghe tergiversazioni di Fiore, Fioravanti trascina Vale, e insieme compiono l ’omicidio, al solo fine di impadronirsi dell’arma della vitti­ ma (un mitra M12). Anche in occasione dell’omicidio dell’agente Evan­ gelista (“Serpico”) sembra che Fiore si sia limitato ad approvare l’azio­ ne, eseguita il 28.5.1980, da un nucleo “movimentista”, in un quartie­ re controllato da T P 1 5 9 . Un significato ulteriore di questi episodi va messo in luce: gli agenti uccisi sono “simboli del sistema”, che viene dunque individuato come bersaglio privilegiato dell’azione rivoluzionaria. In precedenza TP ave­ va compiuto attentati contro avversari politici e luoghi pubblici (sale cinematografiche, per imporre un “lutto” del movimento), oltre a rapi­ n e , pestaggi e azioni di piazza: ma solo con queste azioni, affermandosi 1 1 ruolo "rivoluzionario” del “soldato politico”, ci si colloca in una logi­ ca militare di attacco diretto al sistema, riprendendo in qualche misura lu linea degli attentati di CLA della primavera precedente. Il passo suc­ cessivo di questa escalation è, il 23.6.80, l’assassinio (per il quale ¡’Assi­ se di Bologna il 5.4.1984 ha condannato all’ergastolo in prima istanza (i Cavallini come esecutore materiale, Fioravanti e F. Mambro co­ me complici, P. Signorelli come mandante) del giudice Mario Amato, il magistrato che, pressoché con le sue sole forze, aveva dato inizio a una vigorosa indagine sull’eversione nera a R om a1 6 0 . Il “successo” dell’operazione Amato provoca, nell’estate del 1980, un momento di aggregazione nell’ambiente dell’eversione nera. Il vo­ lantino rituale si preoccupa molto meno di motivare l ’omicidio che di esaltare lo spontaneismo come forma di lotta, lanciando avvertimenti minacciosi a quei settori dell’ambiente che non la condividono: [...] Troppo spesso ci si nasconde dietro frasi come “non abbiamo le armi”, o “non abbiamo i soldi”. Soldi e armi sono per le strade, e basta anche un coltello per cominciare. [...] Data la nostra entità numerica, a noi non resta che la vendetta. Il massimo che possiamo fare è vendicare i camerati uccisi o in galera [...] la vendetta è sacra! [...] Per conseguire questi obiettivi [...] tre camerati fidati e buona volontà bastano. E se non ce ne sono tre ne bastano due, e non ci dite che non ci sono due camerati fidati. [...] A chi ci accusa di non essere “abbastanza politici” [diciamo] che non ci interessa la loro politica, bensì lottare [...]. E a chi ci accusa di essere dei disperati ribadiamo che è meglio la nostra “disperazione” alla vigliaccheria. [...] Sa­ rà piombo per chi continua a inquinare la nostra gioventù predicando l’at­ tesa o roba simile. Il messaggio è in sintonia con l ’ambiente, di cui interpreta il rifiuto delle gerarchie, la vena anarcoide, il gusto romantico per l’atto delit­

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tuoso, il compiacimento csirti/./.nnic (malgrado ¡1 lusso livello lettera­ rio) per la “disperazione" 1 1 (.luesii mncctti sminino ribaditi da V. Fioravanti in uno dei suoi ¡ninniamoli diivmili ni giudici padovani: Né io né i miei camerini nl>l>i>tiiin un p r n u i ' i t n |nillllui lini preciso nel qua­ le iscrivere la Ioidi annulli, ne nliliimnn olili 111\ i ili lini II 'li i m.mere politi­ co da raggiungere, tipo In mmliliin/Inne ili ll'timn'llii tirilo «min e ilellu so­ cietà. [...] Non abbiamo più ninne n ilu- Ime mn l’iileu lindi/lunule ilei rivoluzionario e della rivoluzione di desini "nnlpism", ■ In - peise^ui' In n-n lizzazione di uno stato forte e di un ferreo ordine sui iute | | l’m si sollun to il problema di prendere il potere non era sufficiente; I l quello che ci è sembrato importante è la ricerca di mezzi per cambiare l'uomo |...] clic non ha più quel fermento e quella volontà di progredire di una volta. [...] In questa prospettiva la lotta armata è una delle strade da imboccare; nel lavoro per cambiare l’uomo bisognerà cambiare il senso artistico, il senso morale, cosi via [...] il sentimento della paura, della paura della morte, del­ la perdita della libertà [...] la lotta armata mette in discussione proprio il sentimento di queste paure [...] mi sono trovato a fare la lotta armata per le mie caratteristiche personali, sicché posso dire che era l’unica cosa che io potevo fare e che la mia mente potesse arrivare a concepire e realizzare come atto di liberazione. Mi considero militante di estrema destra soprattutto perché in questo ambiente sono le mie origini e i miei amici, ma sia io che i miei amici stiamo andando avanti oltre l’impostazione tradizionale della destra. Fare la lotta armata per me e i miei amici ha significato e significa iniziare a scuotere noi stessi e gli altri; muoverci, vincere lo stato d’inerzia; quale sarà il resto del cammino per ora non possiamo saperlo. Nel periodo successivo all’assassinio di Amato, gli atti di violenza e gli omicidi si susseguono in una spirale crescente dove, alla logica della vendetta, si affianca un lucido delirio di autodistruzione, che pone co­ me primaria l ’esigenza di “purificare” l’ambiente tramite spietata eli­ minazione di chi lo inquina (infami e profittatori). G li interventi della magistratura, infatti, si vanno facendo incisivi (nel settembre 1980 TP è colpita da una quarantina di mandati di cattura), il che scatena accuse di tradimento e furibonde lotte fratricide: Fiore e Vale si accusano re­ ciprocamente di esser fuggiti con la cassa e le armi del movimento; la stessa accusa oltre a quella di “aver sfruttato i ragazzini spingendoli a fare rapine e poi abbandonarli” causa l’uccisione di F. Mangiameli (di­ rigente nazionale e capo-nucleo territoriale di TP per Palermo), a opera dei Fioravanti e di Vale, che cercano poi di liquidare anche Fiore e Adinolfi, completando così l’eliminazione fisica di tutti i dirigenti di TP; i due, però, riescono a rendersi irreperibili1 6 2 . Nella crisi del nucleo operativo, e nella fase centrifuga che caratte­ rizza la situazione di TP, emerge la “banda Cavallini-Fioravanti” (“i sette magnifici pazzi”): Vale, Beisito, Soderini, si uniscono a V. Fiora­ vanti, alla Mambro, Cavallini e Rossi; entrano poi nel gruppo C. Fiora­

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vanti e D. M ariani1 6 3 ; è invece emarginato Ciavardini, che, il 4.10.1980, viene arrestato con Nanni De Angelis, caponucleo del quar­ tiere Parioli: quest’ultimo, ferito durante l’arresto, si impicca in carcere1 6 4 . Altri gruppi sono attivi nel periodo sulla scena romana; alcuni ven­ gono rapidamente smantellati dalle forze dell’ordine 1 6 5 ; altri proseguo­ no per un certo periodo l’attività criminosa, sollecitati dall’emulazione nei confronti del nucleo di maggior prestigio (Cavallini-Fioravanti). Questo compie rapine con bottino complessivo di diversi miliardi, pri­ ma di trasferirsi al Nord, lasciando dietro di sé una lunga traccia di sangue: il 26.11.1980 a Milano viene ucciso il brigadiere dei carabinieri E. Lucarelli1 6 6 ; il 5.2.1981 a Padova sono uccisi i carabinieri Codotto e Maronese; V. Fioravanti, ferito nella sparatoria, viene arrestato (e sarà successivamente condannato all’ergastolo per il fatto) mentre il resto della banda riesce a fuggire. L ’episodio segna un punto di svolta nell’eversione nera: Fioravanti, al di fuori di qualunque intento di collaborazione con gli inquirenti, vuole però far conoscere la propria collocazione e il significato dello spontaneismo come scelta di lotta, il che lo conduce a criticare, anche ferocemente, i “camerati” di orientamento difforme (per un verso i fa­ scisti bucolici e mercenari; per un altro le componenti gerarchico-strutturali di TP, che strumentalizzano i militanti per gli ambigui fini dei vertici, mascherati dietro slogan irrealizzabili come “rivoluzione di po­ polo”). Anche contro Valerio Fioravanti si scatenano così le accuse di “infamità” . Nel frattempo a Roma si susseguono gli arresti (facilitati anche da una nuova disponibilità della Digos 167 e dei Carabinieri); fra gli altri quello di Cristiano Fioravanti (aprile 1981), che, di fronte a precise contestazioni, decide di collaborare con gli inquirenti (diventando così il superinfame). Si delinea finalmente un quadro quasi completo delle vicende degli ultimi tre anni: fra la primavera e l’estate 1981 una nuo­ va ondata di arresti si abbatte così sull’ambiente di destra. L’eversione nera come realtà organizzativa è ferita a morte, ma rie­ sce ancora a generare frammenti di aggregazione ferocemente determi­ nati, la cui unica ragion d ’essere è ormai la vendetta, l’eliminazione de­ gli “infami”, dei “fucilatori” , dei “torturatori” , dei “pennivendoli di regime”. Documento eloquente è il volantino di rivendicazione di una delle azioni più impressionanti del periodo, per ferocia e potenzialità offensiva — l’agguato in cui trovano la morte gli “aguzzini di Stato” capitano F. Straullu, della Digos, e il suo autista Ciriaco D i Roma: Non abbiamo né poteri da inseguire né masse da educare; per noi quello che conta è rispettare la nostra etica, per la quale i Nemici si uccidono e i traditori si annientano. La volontà di lotta ci sostiene di giorno in giorno, il desiderio di vendetta ci nutre.

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Non ci fermerei no1 Non temiamo i h di morire né >11 finire i nostri giorni in carcere; l’unico tinniti' r > |iicllu ili non m m lir a far pulizia di tutto e di tutti, ma statene i ri li. Ini. In avirmo flato non ci fermeremo.

pe De Luca, accusato di n|> j> it> |> i la/,......... li I.....li drl movimento; il ......in i 30.9. è la volta di M. l’i/zarri, imputi..... li ................... In ■ l’assassinio” di Nanni De Angelis; in prci cdin/a (< i I Mll i ni '.iato li quidato L. Perucci, militante TP del quinlien- Tiuv.ic, m i muiin di col laborazione con la polizia; analoga accusa era stata rivolta a M (lotici na, del “Messaggero”: al suo posto viene ucciso, per errore, il lipomi ufo D i Leo. Il 5.12.81 A. Alibrandi muore in un conflitto u fuoco, in cui cade anche l ’agente C. Capobianco; l’indomani viene ucciso il carabi niere R. Radici: i N A R rivendicano l’episodio come risposta alla mortedi Alibrandi. Il 5.3.1982, nel corso di una rapina, viene ferita e arre­ stata Francesca Mambro; poco dopo (il 5.5.) è la volta di G . Vale, che, scoperto e circondato dagli agenti, si uccide. Il giorno dopo, la sua mor­ te è “vendicata” con l’assassinio dell’anziano appuntato di PS A. Rapesta. Oltre alla vendetta e alla “purificazione dell’ambiente”, i motivi delle azioni sono quelli di sempre: procacciamento di armi e denaro. Il 7.6.1982 i due agenti G . Caretta e F. Sammarco vengono disarmati ed uccisi con colpi alla testa; il 24.6. viene ucciso l’agente Galluppo, da un commando che si impadronisce del suo M12; per l ’episodio viene arrestato R. N istri1 6 8 . Le catture dei militanti, in Italia e all’estero, continuano però a de­ cimare l’organizzazione: nel settembre 1982 viene arrestato W . Sordi, nell’aprile 1983 F. Sani e Giovanna Cagolli; infine, nel settembre dello stesso anno, G . Cavallini e S. Soderini. Sembra dunque che le figure più di spicco dell’eversione nera siano ormai in carcere, ma sarebbe prematuro e imprudente ritenere conclusa la vicenda: troppe volte in passato il movimento ha dimostrato la capacità di rinascere dalle pro­ prie ceneri. E gli inquirenti ammettono la sopravvivenza, probabilmen­ te al Nord, di “centri pulsori” non ancora individuati, ma in grado di sfruttare colà “i terreni culturalmente e politicamente assai fertili di ri­ salenti trame e progetti eversivi” 1 6 9 .

6.

BANDITI E G U ER RIE RI

Lo spontaneismo armato è indubbiamente il fenomeno che, nel­ l’ambito della Destra eversiva, presenta maggiori difficoltà di classifica­ zione, trovandosi al confine fra azione politica, sfogo esistenziale, atti­ vità criminale e altro ancora. Anche i protagonisti fanno registrare in

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merito posizioni fortemente diversificate, non solo per quanto riguarda le scelte strategiche o la valutazione dei singoli episodi da parte di gruppi diversi (tipica, in proposito, la contrapposizione fra N A R e “Quex” (Tuti), da un lato 170 e “Costruiamo l’Azione”, dall’altro, circa un episodio come l’assalto a “Radio Città Futura”: esemplare gesto di guerra, secondo i primi, “masturbazione di quattro impotenti frustra­ ti”, per la seconda). Ma anche all’interno di un medesimo gruppo, ri­ strettissimo, addirittura familiare, l’interpretazione della natura pro­ fonda del fenomeno è fortemente differenziata. Cosi Valerio Fioravanti, il personaggio di maggior spicco dello spontaneismo, sebbene con qualche oscillazione (“la nostra organizza­ zione non è di per se politil a, nel senso che noi non abbiamo mai com­ piuto delitti per perseguire obiettivi politici...;”) sostanzialmente si considera un rivoluzionario i tempo pieno: “insistevo molto con i miei amici sulla necessità di prendere esempio dai rossi, o si faceva politica 24 ore su 24, o si smetteva. Ma non [...] aveva più senso fare l’attenta­ to singolo, scollegato da qualsiasi progetto.” La sua polemica più dura è anzi rivolta contro coloro che usavano i proventi delle rapine per comperarsi la macchina e la casa, “e mettevano la politica in secondo piano dimenticandosene nei fatti pur continuando a parlarne” . Diverso è il quadro fornito dal fratello Cristiano nel corso degli interrogatori padovani: “Richiesto dalla SV se qualcuno del nostro gruppo avesse un progetto politico sia pure di carattere generale, [...] escluderei tale cir­ costanza con riferimento a me, Beisito e Soderini” 1 7 1 . Gilberto Cavalli­ ni, condannato all’ergastolo per l’omicidio di un carabiniere, reo con­ fesso dell’omicidio Amato, era il secondo in comando della banda; cio­ nonostante, “non ho mai avuto con lui occasione di fare discorsi di ca­ rattere politico o di sentirlo parlare con altri di politica. [...] So [...] che Valerio era solito chiamarlo ‘Negro’ o ‘Bantù’ per metterne in risalto il modo di ragionare primitivo” m. Quanto a Vale, Cristiano sa che aveva preso molto sul serio gli obiettivi di Terza Posizione, “anche se non so spiegare quali fossero tali obiettivi” . L ’unica cui viene riconosciuta una forte politicizzazione è Francesca Mambro, che “era stata una delle animatrici delle iniziative del FUAN e che aveva una solida preparazio­ ne culturale e ideologica e che, inoltre, usava una fraseologia di stampo nettamente ‘rivoluzionario’” 1 7 3 . Per il fratello Valerio, secondo Cristia­ no si deve fare un discorso in due fasi: nel periodo in cui era collegato col FUAN e TP “egli aspirava alla formazione di gruppi armati che operassero congiuntamente per una violenta destabilizzazione delle or­ ganizzazioni statali; in particolare [...] credo che intendesse proporsi come modello ideale di rivoluzionario” . Le delusioni provocate dall’am­ biente hanno però fatto cadere tali speranze, e nel periodo in cui ope­ rava la banda “penso piuttosto che egli mirasse più che altro a reperire la maggior quantità di denaro possibile in modo da poter rendere co­ moda ed agevole la sua latitanza [•••] credo che la sua massima aspira­

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zione fosse quella di fare quanto più possibile soldi ed allontanarsi dal­ l’Italia insieme alla Francesi a" 1 ' Non mancano, però, secondo Cri­ stiano, motivazioni di ordini* caraticiialc: “credo anche [...] che tale sistema di vita basato sulla continua idea/ione ed c s n u/ione di proget­ ti criminosi fosse un po’ congeniali' .i i|iirllo i he M inilo i ssci stato per lui un modello di vita. |...| rientrava tii-lla sua nirnialila ed era omoge­ nea alla grande preparazione che lui aveva in latto di armi e di tecniche di combattimento” 1 7 5 . Va infine segnalato che la magistratura padovana, con riferimento ai soli reati commessi dalla banda a Padova e nel Veneto, ha escluso in sede istruttoria per gli imputati le aggravanti di terrorismo, banda ar­ mata, associazione sovversiva, in base alla considerazione che essi si erano proposti “esclusivamente obiettivi di delinquenza comune (rapi­ ne, estorsioni, sequestri di persona) senza alcun collegamento, sia pure indiretto, con finalità di sovversione violenta degli ordinamenti demo­ cratici dello Stato”, e senza l’intento di spargere sistematicamente pa­ nico nella collettività1 7 6 . Da tutto quanto precede, e pur scontando le differenze di finalità, di metodologia di raccolta e classificazione dei dati empirici, esistente fra il magistrato penale e il sociologo-politologo (nonché l’imputato, te­ so ad allontanare da sé delle ipotesi di reato), dovrebbero comunque risultare chiari due elementi: a) che nella fase più recente dell’eversione di destra i confini fra delinquenza comune e azione politica con finalità terroristiche/eversive sono molto labili; b) che i fattori personali hanno peso decisivo nel collocare i singoli sull’uno o l ’altro versante del discri­ mine. Il discorso vale soprattutto nel periodo successivo all’esaurimen­ to del progetto di “Costruiamo l’Azione”, e della funzione aggregatrice del FUAN, quando sulla scena resta solo, con leadership fortemente in­ debolita, Terza Posizione. Si determinano allora spinte sempre più ac­ centuate verso una continua e diffusa attività criminosa che, in carenza di un disegno strategico di qualche consistenza, appare come l’unica scelta “rivoluzionaria” praticabile. Nelle parole degli inquirenti: “è im ­ pressionante la quantità di furti e di rapine, in appartamenti e in ban­ che, verificatasi in questo periodo e in quello immediatamente successi­ vo, riferibile a numerosi soggetti anche giovanissimi (dai sedici anni di età), spinti all’illecito da motivazioni meramente politiche, quali [...] acquisire i mezzi finanziari al movimento di Terza Posizione o aiutare i ‘camerati’ in galera, o da motivazioni economiche appena ammantate dalla teoria dell’azione rivoluzionaria in sé” 1 7 7 . Il fenomeno si inserisce nel più ampio processo di destrutturazione dell’universo dei valori che accompagna il “movimento” del 1977: il rifiuto sistematico delle regole costituite (“i valori borghesi”) viene vis­ suto come momento di ribellione politica; una versione volgare della teoria dei “bisogni” non solo articola esigenze generalizzate di benesse­ re, e fa apparire come iniqua la loro insoddisfazione, ma afferma la le-

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gii limita di procurarsi con tutti i mezzi i beni considerati appartenenti ;il "pacchetto” dei diritti acquisiti: da cui gli “espropri” proletari ai su­ permercati (simbolo del consumismo capitalista), l’ingresso gratuito nei cinema, ai concerti, agli spettacoli. Ciò deriva anche dalla legittimazio­ ne generalizzata dell’uso della violenza come mezzo d ’espressione e strumento di lotta politica: già fra gli studenti delle scuole medie è dif­ fuso e accettato il ricorso alla forza per affermare le idee proprie e del gruppo, e l ’utilizzo di “strumenti di discussione” come bastoni, catene, spranghe, bottiglie incendiarie, e simili: l’assenza di qualunque forma di repressione, la mancanza di un efficace controllo e canalizzazione politica del fenomeno, la fragilità ideologica e il basso livello culturale dei soggetti, rendono loro difficile intuire la gravità e le conseguenze del passaggio a forme di lotta sempre più violente, e cogliere la distin­ zione fra conflittualità politica e criminalità comune. Questa situazione è abilmente sfruttata dalla Destra 178 che, esclusa dall’accesso agli ambienti popolari, “pesca a piene mani in quelli bor­ ghesi, guadagnando velocemente terreno nelle scuole, nei bar di quar­ tiere, nei luoghi di ritrovo, nelle discoteche” 1 7 9 : la velocità di proseliti­ smo di TP è impressionante, così come l’aumento dei reati (furti e rapi­ ne) che a essa si ispirano, incentivati dalla teorizzazione dell’autofinan­ ziamento, che legittima a priori ogni modalità di appropriazione econo­ mica. A ciò si aggiunga la ricerca spasmodica di armi, strumenti bellici, documenti falsificati ecc.: tutto questo pone l’esigenza di appoggi logi­ stici, e quindi di collaborazione con la malavita comune, nei cui con­ fronti la (presunta) comune ostilità al sistema borghese ha fatto cadere ogni preclusione ideologica o etica (fenomeno d ’altronde non nuovo nell’ambiente di destra: è ormai dimostrata l’esistenza di rapporti ope­ rativi fra la banda Vallanzasca e P. Concutelli) 1 8 °; anche per questa via si riducono le differenze fra militanza politica e malavita comune. Malgrado tutto questo, dal punto di vista delle scienze sociali, la collocazione complessiva dei comportamenti sinora descritti nell’area della Destra eversiva sembra difficilmente negabile. Uno dei fattori identificanti di tale area, dal punto di vista che qui interessa, è il riferi­ mento ideologico comune a un modello di comportamento che, nel qua­ dro generale dello spontaneismo, privilegia dimensioni come quella del soldato politico, dello spirito legionario, dell’azione esemplare, e simili. Si tratta di concetti che, come si è visto, compaiono, in qualche forma, in quasi tutti i documenti del periodo; la teorizzazione più articolata, ed esplicitamente riferita alle vicende dello spontaneismo, è quella di “Quex” 1 8 1 , il bollettino di collegamento dei detenuti politici di destra, fondato secondo le direttive di F. Freda, e animato da M. Tuti, di cui fra l’ottobre 1978 e il marzo 1981 escono cinque numeri1 8 2 . Si tratta di una pubblicazione che esprime in maniera relativamente sistematica e continuativa i punti di vista di un’area — quella dello spontaneismo — costituzionalmente restia (o incapace) di articolare le proprie idee

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con un respiro che vada olire il volantino di rivendicazione o il docu­ mento interno. La sua imporiunzu ni nostri fini e quindi fuori discus­ sione. “Quex” si colloca espliciliiincntr m iro il filone l\ volu Preda, cui ri­ conosce il merito fondamentale di uvei delineato min posizione teorica capace di indicare all’azione ilei nuli) uni i gli '..l.i. u r i <!rlln piccola .............. , orlimi scon­ guerra santa” 1 8 3 . Punto di partenza della sua . tato in quest’area, è il rifiuto di ogni vincolo m tuli urtile "come orgn nizzazione siamo un bluff” 1 M . Per l’uomo dilleicn/iuio, pei chi voglia cavalcare la tigre, la sola possibilità è quella di "mimetizzaisi nella so­ cietà [...] reagendo tuttavia tutte le volte che il proprio onore e la pro­ pria dignità lo esigono, e quindi [...] sempre” . Azioni di questo genere sono perfettamente possibili anche se portate avanti da militanti isolati o da “gruppuscoli slegati di due o tre camerati — che per un fenomeno di spontaneismo potrebbero estendersi a macchia d ’olio” 1 8 5 . Proprio le carenze sul piano materiale e organizzativo costituiscono le premesse per la lotta spontanea: “SPO N T A N E ISM O ! sia allora la parola d ’ordi­ ne che le avanguardie lanciano ai camerati. Per far nascere un CUIB tre o quattro camerati sono sufficienti” 1 8 6 . Sbocco naturale dello spontaneismo è l’azione esemplare, che va d i­ stinta sia dal terrorismo (perché è aperta e concentra l’attenzione di tutti sul Cuib che la compie) che dal beau geste di tipo anarchico ed eclatante (perché “non è fatta per soddisfare esigenze liberatorie del militante che non devono esistere”): questo per non parlare della stra­ tegia leninista e gramsciana, la cui essenza è “il lavoro della formi­ ca” 1 8 7 . La scelta dell’azione esemplare deriva da canoni di natura esi­ stenziale prima che politica: “non è verso il potere che noi tendiamo, né, necessariamente, verso la creazione di un ordine nuovo. [...] E la lotta che ci interessa, è l ’azione in sé, il battersi quotidiano per l’affer­ mazione della propria natura” 1 8 8 . E, questo, un punto decisivo: l’azione priva di precisi riferimenti di scopo corrisponde a un topos classico dell’etica guerriera, cui i militanti nazionalrivoluzionari si richiamano in continuazione. Ancora una vol­ ta, il riferimento fondamentale proviene dal complesso dell’opera di Evola, il cui insegnamento in materia è distillato e condensato in un testo del 1940 che, ristampato da Freda nel 1970 e nel 1977 (e tradot­ to anche in francese), costituisce una sorta di breviario mistico-ascetico del soldato politico1 8 9 . Questo scritto prende le mosse dal rilievo secon­ do cui il contrasto tra azione e contemplazione, tipico della civiltà occi­ dentale, era sconosciuto agli antichi Arii, per i quali anche l’azione po­ teva essere strumento di realizzazione spirituale, capace cioè di spinge­ re l’uomo oltre i condizionamenti individuali e di farlo partecipare alla realtà soprannaturale. La guerra rientra ovviamente nella categoria del­ l’azione, in quanto corrisponde a un’eterna lotta tra forze metafisiche: da una parte il principio olimpico della luce, la realtà uranica e solare;

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dall’altro la violenza bruta, l’elemento titanico-tellui ii u, Imi Illirico in senso classico, femminile, demonico1 9 0 . Così Evola. (ili Im 11h> diligen­ temente eco i discepoli: “essere Legionario per noi signilioi (".scie mili­ ti di forze luminose contro tutto ciò che è tellurismo e cnus Q uindi la lotta per il legionario non è azione unicamente materiale, ma essenzial­ mente spirituale” 1 9 1 . Nell’antica tradizione, guerra e via del divino si fondono in una medesima entità. Ciò vale per il mondo nordico-germa­ nico, dove il Walhalla è la sede di un’immortalità riservata eminente­ mente agli eroi caduti sul campo: nessun sacrificio è gradito a OdinoW othan signore del Walhalla, quanto quello offerto da chi muore in combattimento1 9 2 . Su ciò i nostri: “il Legionario giunge a realizzare pienamente il proprio essere nella Morte Eroica. [...] tiene sempre nel suo cuore il pensiero della morte per essere pronto in ogni istante a intraprendere serenamente con essa il viaggio trionfale verso il Walhal­ la [...] o Regno degli Eroi” 1 9 3 . Questi concetti, secondo Evola, costitui­ scono anche il nucleo centrale della tradizione islamica nella teoria del­ la duplice guerra, la “piccola”, quella materiale, condotta contro il ne­ mico o l ’infedele (nel qual caso è “piccola guerra santa”), e la “grande guerra santa”, di ordine spirituale o interiore, la lotta dell’elemento so­ vrumano dell’uomo contro tutto ciò che è istintivo, passionale, sogget­ to alle forze della natura. L ’essenza di questa concezione, secondo Evola, sta nella visione della “piccola” guerra come via attraverso cui rea­ lizzare, in perfetta simultaneità, la grande: perciò “guerra santa” e “via d ’iddio” — jihad — sono spesso usati come sinonimi1 9 4 . Anche di ciò l’eco, su “Quex”, è letterale: “l’essenza dell’azione legionaria deve ri­ farsi al binomio piccola/grande guerra santa. [...] Si dovrà dunque sta­ bilire quale tipo di azione possiede la caratteristica di funzionalità con­ temporanea alla piccola e alla grande guerra santa” 1 9 5 . Infine, la tradi­ zione indo-aria del Bhagavad-gità, dove il dio Krishna condanna come viltà gli scrupoli umanitari che trattengono il guerriero Arjùna dallo scendere in campo: il dovere del combattimento ha origine da un giudi­ zio divino, che prescinde da ogni necessità terrestre; analogamente, l’a­ zione eroica deve esser voluta per se stessa, al di là di ogni motivazione contingente, di ogni passionalità, di ogni volgare utilità. “Nella misura in cui il guerriero sia in grado di operare nella purezza e assolutezza, [...] egli spezza le catene dell’umano, egli evoca il divino come forza metafisica...” 1 9 6 . Dal Bhagavad-gità, via Evola, a “Quex”: “l’azione vale di per sé e per la purezza che ha in sé chi la compie, prescindendo se sia utile o inutile ai fini della strategia globale” 1 9 7 . Innocue esercitazioni di cultori dell’esoterico? E lecito dubitarne, considerando la collezione di condanne che la redazione di “Quex” può vantare. Nell’uso di questo immaginario, alcuni inquirenti vedono un’applicazione di quella “pedagogia del compito inutile” che era stata ipotizzata da F. Jesi, alla quale possono dedicarsi ampiamente i militan­ ti detenuti, che trascorrono il loro tempo a elaborare, appunto, “com­

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piti inutili” — quando non organi//.ino stragi Senza disporre di ma­ teriali d’indagine più approfondili è difficile andine oltre le congetture: ma non si può fare a meno di sottolineare le sorpiendenti analogie che esistono fra gli scritti di “Qucx" e i ■ li > <unu m i dello .pi mi aneismo ar­ mato: dall’entusiasmo di Tuli pei l'uv.alio ,i "Kadlo < iltà Futura” alla riproduzione letterale di frasi di "Q ue*" nel vnliuiliiu) di rivendicazio­ ne dell’omicidio Amato, Sul piano individuale poi, ad riempio, la visio ne di sé e delle motivazioni i lu- lo hanno \ pinlM alla loi la ai mala, loi ni te da Valerio Fioravanti, si inseriscono pei lellamenie nel modello del l’atto eroico/azione esemplare teorizzato da “Quex”, sulla scorta dei te­ sti evoliani. E noto d ’altronde che Tuti considerava Fioravanti come il tipo ideale di legionario spontaneista l9‘ ' e Fioravanti lo ricambiava, giudicando Tuti uno dei pochi leader della vecchia generazione merite­ voli di rispetto, al punto da esprimere il desiderio di essere posto nello stesso carcere. E quindi difficile ritenere del tutto prive di conseguenze frasi come le seguenti: “il Legionario è al di sopra di qualsivoglia legge di questa civiltà degenerata [...] la sua legge è quella dell’O N O R E , della FE­ DELTÀ, dell’A Z IO N E P U RIFIC A T RIC E. L ’azione del Legionario è distruttrice e creatrice [...] distruttrice per tutto ciò che rappresenta questa civiltà di mercanti; creatrice perché in essa si purifica tutto ciò che questa civiltà ha generato” 2 0 0 . L ’ultimo concetto — quello di azione purificatrice — compare an­ che in un altro testo, il documento fatto rinvenire ai carabinieri, in una cabina telefonica di Bologna, alla fine d’agosto 1980 (pochi giorni, cioè, dopo la strage), e che pure risale al gruppo di T uti2 0 1 . Q ui lo spontaneismo viene presentato come la prima fase di un’articolata stra­ tegia di lotta, lotta armata, beninteso (“centro e fondamento di ogni programma nazional-rivoluzionario di attacco al sistema”) 2 0 2 . Solo con ¡’uso delle armi, infatti, il movimento scende veramente in campo, e il singolo militante può raggiungere “quella purezza trascendentale che costituisce una vera forma di ascesi eroica e guerriera” 2 0 3 . Nella fase successiva dell’azione rivoluzionaria possono essere configurate varie tattiche, ma fondamentale è il ricorso al terrorismo, “sia indiscriminato che contro obiettivi ben individuati” . Esso infatti, “nel suo potenziale offensivo (è stato definito ‘l’aereo da bombardamento del popolo’) può essere indicato per scatenare l ’offensiva contro le forze del regime, da parte di gruppi di militanti ancora poco numerosi e quasi isolati tra di loro” 2 0 4 . Ciò dovrebbe provocare un estendersi della lotta, favorita an­ che dalla prevedibile reazione scatenata dal regime2 0 5 . La popolazione infatti, originariamente neutrale, sarà in seguito portata “a temerci e ammirarci disprezzando nel contempo lo Stato, per la sua incapacità a difendersi e difenderla” 2 0 6 . (La somiglianza di questa proposta con al­ cune delle analisi di tecniche terroriste discusse al convegno Pollio sem­ bra evidente2 0 7 .)

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Si potranno poi operare attacchi specifici, “non necessariamente ri­ vendicati dalla nostra parte", che aumenteranno le tensioni fino a un li­ mite insostenibile per il tessuto dello Stato 2 0 8 . In un periodo più avan­ zato della lotta comparirli Li guerriglia urbana, di élite e poi eventual­ mente di massa; suo obicttivo è di portare l’offensiva nel cuore del ter­ ritorio nemico, prendendo direttamente a bersaglio uomini, mezzi e strutture del regime. La nutura specifica del contesto urbano (presenza di masse di emarginati, studenti, sottoproletari, disoccupati ecc.), cree­ rà le condizioni sociopolitielie per poter sfruttare le contraddizioni del sistema pluto-marxista, all.ug.indo la base dei simpatizzanti: l’analogia con le linee strategiche di Cosi minino l’Azione e Terza Posizione è pa­ lese; dirà infatti spavaldamente Valt-rio Fioravanti: “per me risponderà la guerriglia”. Tutto questo, naturalmente, induce interrogativi sul reale grado di coordinamento fra i vati gruppi c le formazioni gravitanti nell’area del­ la Destra. In materia, anche fra gli inquirenti i pareri non sono del tut­ to omogenei. In linea di massima esiste accordo nel considerare “defi­ nitivamente accertata l’unitarietà di fondo delle manovre variamente compiute dai gruppetti di destra, esponenti dei quali, non casualmente, sono stati processati tutti insieme per episodi molto eclatanti” 2 0 9 . Alcu­ ni si fermano a questo punto; altri si spingono oltre, e affermano l’esi­ stenza di un’unica centrale politica, che lascerebbe autonomia ai gruppi per quanto riguarda gli obiettivi minori (rapine, autofinanziamenti ecc.) riservandosi invece il potere di decidere sugli obiettivi politici di fondo2 1 0 . E forse troppo presto per fornire una risposta definitiva a questo interrogativo. I dati finora acquisiti mettono in luce dimensioni contraddittorie: da un lato l’esistenza di collegamenti e di legami fra nuove e vecchie strutture (ad esempio, fra Terza Posizione ed Avan­ guardia Nazionale), che possono far pensare a una continuità maschera­ ta da esigenze tattiche; dall’altro, si ha una miriade di gruppuscoli che si aggregano e dissolvono di continuo, rifiutando imposizioni e suggeri­ menti anche autorevoli. Una attendibile conclusione, suggerita dagli in­ quirenti romani, è che, accanto a personaggi e ambienti legati ai vecchi schemi (che cercano di imporre, magari per interposta persona), vi sia chi ha intuito i mutamenti e ha tentato di cavalcarli, condizionandoli e a volte subendoli. A questi si aggiunge una maggioranza di nuove le­ ve priva di legami col passato, che vuole battere una nuova via “rivolu­ zionaria” 2 1 1 .

1 Sul concetto di cultura politica cfr. G. s a n i, s. v ., in n . b o b b io , n . m a t t e u c c i , g . Dizionario di politica, Torino, 1983, pp. 296-298, e letteratura ivi cit.; in particol., G. a l m o n d , s. v e r b a , The Civic Culture, Princeton University Press 1963. 2 In questa ricostruzione hanno avuto grande importanza i materiali di origine giu­ diziaria, con riferimento ai quali è necessario formulare almeno u n ’avvertenza prelimina­ re. Come è noto, infatti, malgrado i passi avanti molto significativi compiuti negli ultimi tempi, l’itinerario della giustizia nei confronti della Destra è contrassegnato da pesantis­ simi ritardi, alcuni dei quali ormai incolmabili: basti pensare che di nessuna delle stragi attribuite alla Destra sono stati finora individuati i responsabili. (Su ciò si veda anche, oltre, il 4° paragrafo di questo capitolo.) Più in generale, di tutti i processi a carico di estremisti (persone e gruppi) di destra, solo uno, quello per l’assassinio del giudice V. Occorsio è giunto a sentenza definitiva (v. oltre, pp. 74, 110); gli altri sono tutti negli stadi processuali intermedi. Da cui due considerazioni, una tecnica e una politica, stret­ tamente intrecciate: la prima spinge a sottolineare che molti materiali sono ancora sotto­ posti a segreto istruttorio, e quindi inaccessibili; più in generale, in attesa delle sentenze definitive, tutte le ricostruzioni vanno considerate come provvisorie e quindi rivedibili. Dal punto di vista politico, il meno che si possa dire è che risulta difficile considerare come meramente casuale questo ritardo nel perseguire la Destra eversiva, soprattutto di fronte alla molto maggiore efficienza che la giustizia italiana ha saputo dimostrare nei confronti della sinistra. Difficile non essere d ’accordo, almeno fino ai tempi recentissi­ mi, col quadro disegnato da M . Nozza: “Nessuno [imputato di destra] ha subito una condanna, finora, per le stragi delle quali era stato imputato. D i tutti gli imputati di strage, l ’unico in carcere è Freda. Durante i processi c’è sempre qualcosa che capita, in più, c’è sempre qualche autorità giudiziaria che, al momento opportuno, interrompe, fre­ na, rimanda il corso della giustizia. E poi, improvvisamente, lo accelera. A giudici severi di primo grado subentrano giudici di secondo grado accomodanti, che non hanno nessu­ na voglia di approfondire quello che andrebbe approfondito perché i nomi — questo è l’assurdo, il tragico — sono sempre quelli, dal 1969 in poi [...]. Sempre lo stesso il meto­ do per salvarsi: la reticenza. Qualcuno, all’inizio, parla. Poi, all’improvviso, tace, come obbedendo a un regista, a un suggeritore” (m . n o z z a , "Quex ” spontaneismo o progetto nazional-rivoluzionario? in a a . v v ., Fascismo oggi. Nuova destra e cultura reazionaria negli anni ottanta, Cuneo, Istituto storico della Resistenza 1983, p. 276). Sull’atteggiamento della magistratura nei confronti della Destra si veda: Ideologie e verifiche giudiziarie del terrorismo di destra, sezione speciale di “Questione G iustizia", II, 4, 1983, pp. 867-981,
p a s q u in o (a cura di),

NOTE

con interventi di: v.

b o r r a c c e t t i, f

. f e r r a r e s i, g . s c a r p a r i, p . l . v ig n a , e . c a p a ld o , l .

d ’a m b r o s io , p. g i o r d a n o , m . g u a r d a t a , a . m a c c h i a . (Si tratta della parziale riproduzio­

ne delle relazioni a un convegno su questo tema svoltosi a Grottaferrata nell’ottobre 1983.) ! Si è seguita qui, nelle grandi linee, la scansione proposta in R. m i n n a , Per una sto­ ria del terrorismo di destra, Relazione al Convegno su “Ricordare e Capire. Violenza poli­ tica e terrorismo in Italia”, Bologna, 29-30 upr, 1983, in corso di stampa. 4Fra gli altri: a . d e l b o c a , m . g io v a n a , I "figli del sole". Mezzo secolo di nazifasci­ smo nel mondo, M ilano, Feltrinelli 1%5; m p io v a n a , Le nuove camicie nere, Torino, Edizioni dell’Albero 1966; p . r o s i m i a i i m , Il nuovo fascismo -da Salò ad Almirante, M ila­ no, Feltrinelli 1975; D. b a r b i e r i , Annida Nn,i, trentanni di neofascismo in Italia , Roma, Coines 1976; G. d e l u n a , Neofascismi!, in i l.HVl, u. l e v r a , n . t r a n f a g l i a (a cura di), I l mondo contemporaneo, Storili il'Itnli.i. Firenze, La Nuova Italia 1978; G. f l a m i n i , Il partito del golpe, Ferrara, BonuventH l'>H I , I ‘»82; r . C h i a r i n i , p. c o r s i n i , Da Salò a Piaz­ za della Loggia. Blocco d'nrihnr. nrn/iiu m/m. radicalismo di destra a Brescia (1945-1974), Milano, Angeli 1983. 5 Ad esempio; SFAI (Schieramento Forze Antibolsceviche Italiane e internazionali); M A C I (M ovimento Anticomunisti! Italiano); M A R I (Movimento Azione Rivoluzionaria Italiana); CSI l< '.in olii Solulurirta liininii/io nale), M N A (Missione Nazionale Antico­ munista); IM I (Partito Fusionista Italiano). PR (Partito del Reduce); PN F (Partito N a­ zionale Fusionista; si osservi la sigla); A ll, (Armata Italiana di Liberazione); F A I (Fronte Antibolscevico Italiano), A lilK A C (Ardili Bianchi Italiani Reparti Anticomunisti); R A A M (Reparti di Azione Anticomunisti Monarchici). (Cfr. d e l b o c a , g i o v a n a , op. cit., p. 183; m. g i o v a n a , op. cit., p. 29; Ch i a r i n i , c o r s i n i , op. cit., p. 62.) 6 Questa funzione è esplicitamente riconosciuta da uno dei fondatori del M S I, Pino Romualdi, secondo cui l’azione dell’U Q “fu dalla maggior parte della nostra gente ap­ poggiata e caratterizzata [...] in parte per coprire il tempo di preparazione del nostro vero partito, [...] e in parte per vedere come reagivano gli italiani a una martellante e intelligente propaganda denunciante fin d ’allora il carrozzone, le piccole ambizioni, il basso livello morale e politico dei partiti” , (p . r o m u a l d i , Nel 25° anniversario della fon­ dazione del MSI, in “L ’Italiano” , 3, 1972, pp. 4-5; citato in Ch i a r i n i , c o r s i n i , op. cit., p. 62.) 7 La frase, solitamente attribuita a Pino Rauti, che in effetti la pronunciò al con­ gresso dell’M S I di Viareggio (1954) è di uso frequente nell’“ambiente” . Si veda per esempio p . c a p o r i l l i , Sifilide dello spirito, “Asso di Bastoni” , 29 apr. 1951, cit. in ros e n b a u m , op. cit., p. 249; (sull’intervento di Rauti, cfr. i d e m , p. 201). 8 Summa di questo clima e di questa cultura politica può essere considerata l ’auto­ biografia di un militante, descritta in u n ’intervista condotta nel 1962 a Roma da A. Del Boca: “Perché nasconderlo? H o preso parte a tutte le spedizioni punitive dal 1949 al 1955. H o cominciato che avevo quindici anni, ho smesso che ne avevo ventuno. M i sono bat­ tuto in Via Margutta e davanti a Montecitorio. H o preso parte all’assalto della libreria Rinascita. [...] H o imparato a costruire bombe con residuati di guerra; ho lanciato ‘casta­ gnole’ ; ho usato pugni di ferro, manganelli, spranghe e catene di biciclette negli scontri coi poliziotti e i socialcomunisti. [...] A diciotto anni ero capo-sezione del M S I e i came­ rati mi chiamavano ‘ducetto’. [...] Dopo la scuola, finivo immancabilmente in sezione. Lì incontravo sempre qualcuno che era stato nelle forze repubblicane di Salò, ed era pronto a raccontare. [...] N on c’era bisogno che i ‘vecchi’ ci facessero lezione di mistica fascista; per farci an­ dare su di giri bastavano i loro ricordi. [...] Io feci carriera perché mi allenavo in palestra a tirare di boxe, ed ero il più deciso. Il mio motto diceva: ‘I diciotto punti di Verona li imporremo col mitra.’ [...] Né io né altri abbiamo mai saputo con precisione che cosa fossero questi diciotto punti. M a non importava. Ce ne fottevamo dell’ideologia. C i bastava sentirci arrabbiati. [...] Si contano a migliaia le azioni che noi del M S I e degli altri gruppi abbiamo compiuto in quegli anni: devastazioni di sedi di partiti, distruzioni di lapidi di partigiani, violazione di cimiteri

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e b r a i c i , i n c e n d i d i Camere del .................., i n ........li*Nt«ZÌonÌ antisemite, « ( t e n t a t i d i n a m i t a r d i ,

aggressioni, lancio di bombe-miIn | | Il n u b ili, poi, non pescato più di una volta, ma non nono inni rimi ili u mandarl scadessero i sette giorni, siamo neni|nr m i ., in .1 . uvunrlu sono un po’ cambiate [...], mu prima em min veni panlila cit., pp. 190-192).

fin ioni grande. C i hanno i u Renimi Coeli. Prima che ( .il . rullo-sinistra le cose " Inni, m>CA, o i o v a n a , op.

9C h i a r i n i ,

c o r s in i,

op. cit.,

p.

I l ' 1, mi i |i i r « u , I o n e I 'i i i i I i u " p |i n n i / .i o n e " r e a l m e n t e
111

r iu s c ita n e l n o s tr o p a e se , si c fr t i v i a ll a s i t u a z i o n e b r e s c i a n a .

l 'a m p h i l e l l r n i n i n i

In Ib i.h m .

11

I, e o li e p i s o d i r e l a ­

10 Secondo alcuni osservatori, il convegno " n i p p i o e n n i i l i i - n i i i l i v o .li me! l e u .1 punto un ’organica e sistematica ridefinizinne «Iella . 1 1 > i i i > i i , i u e o l . i v k m |.. i gli .inni a venire” (C h i a r i n i , c o r s i n i , op. cit., p. 247; in senso analogo n. ha u n i i 1 1 1 , Annida Nera, cit., pp. 94-99; G. f l a m i n i , I l partito del golpe, cit., Voi. I, pp. 8 )1 0 )1 1 1 G. f i n a l d i , Inaugurazione del Convento, in E. b e l t r a m m t i (a cura di), lui guerra rivoluzionaria - il terzo conflitto mondiale è già cominciato, Roma, Volpe 1965, p. 16. Il centro studi “A. Pollio” (intitolato al Capo di Stato Maggiore generale dell’esercito ita­ liano degli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale) risulta costituito nel 1964 da E. De Boccard, “cattolico-evoliano” formatosi nella G N R , e da G . Finaldi, cui si aggiunge Eggardo Beltrametti, collaboratore de “Il Borghese” e “Il Tempo” , co-fondatore dei N u ­ clei di difesa dello Stato, e in seguito condirettore di “Politica e strategia” , organo del­ l’istituto di studi strategici e per la difesa (Cfr. C h i a r i n i , c o r s i n i , op. cit., p. 248). 1 2 “Penso che a nessuno sorrida l’idea di essere trasformato in un gorgoglione della repubblica democratica popolare italiana; nemmeno se ciò comportasse la soddisfazione d ’avere come mandriano l’on. Giancarlo Pajetta, o come mungitrice la ‘Grande Vedova’, Leonilde Jo tti” . (Cfr. E. d e b o c c a r d , Lineamenti e interpretazione storica della guerra rivo­ luzionaria, in Guerra rivoluzionaria, cit. p. 34.) 1 5 “E dunque non soltanto ridicolo e puerile, ma estremamente pericoloso pensare che si possa [...] trovare un modus vivendi con i comunisti che costituiscono [...] al livel­ lo planetario, un’um anità nell’umanità, cosi come in ogni singolo paese occidentale essi hanno dato vita de facto a uno stato nello stato, uno stato delle catacombe, che possiede le proprie leggi e una propria etica che nulla, assolutamente nulla hanno a che spartire con l’altro stato...” (e . d e b o c c a r d , op. cit., p. 49). E ancora: “Il comunista [...] speri­ menta una forza alla più parte di noi ignota, semplicemente perché egli è un vero e pro­ prio ‘m edium ’ che si apre a forze pre-personali, o chtoniche, non troppo dissimili [...] all’‘orenda’ e al ‘mana’ dei popoli prim itivi” (p. f il ip p a n i r o n c o n i , Ipotesi per una controrivoluzione, in Guerra rivoluzionaria, cit., p. 243). 1 4 p . r a u t i , La tattica della penetrazione comunista in Italia, in Guerra rivoluzionaria, ^ cit., p. 93 sgg. 1 5 “Siamo al punto che [...] [a] Bologna, diverse persone rifuggono dal manifestare le loro opinioni, o dal comunicare determinate notizie per telefono, tanto è radicata in loro la sensazione [...] che i telefoni siano controllati dagli specialisti della guerra rivolu­ zionaria” (e . d e b o c c a r d , op. cit., p. 51). 1 6 e . b e l t r a m e t t i , Sguardo riassuntivo, in op. cit., p. 260. 1 7 In verità nel corso del convegno si ostentano con compiacimento preoccupazioni 1, morali ruotanti intorno all’interrogativo se sia lecito abbassare i combattenti dell’Occidente al livello etico dei loro aggressori. Dopo vari chiarimenti e distinguo la conclusione è solitamente che l ’importanza della posta in giuoco (la salvezza della civiltà occidentalecristiana) legittima il ricorso ai mezzi anche più radicali. (Si ricordi che queste discussio­ ni si svolgono in un periodo in cui le memorie della guerra algerina e delle torture inflitte ai combattenti dell’F L N rendono molto attuale la figura del militare con tormento inte­ riore: la prima relazione al Convegno si apre con una lunga citazione da uno scritto di un ufficiale francese fra i più noti in questa prospettiva, il col. Argoud.) 1 8 d e b o c c a r d , op. cit., p. 55, corsivo originale. 1 9 “Lo slogan, il simbolo, la terminologia devono [...] evocare un mito, un’idea forza. N on è necessario che il mito sia giusto, bello, morale o vero: basta che colpisca, che sia convincente, che sia verosimile [...] non sul piano razionale, ma su quello emotivo, incon-

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scio” (g . g ia n n e t t i n i , Le varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria, in Guerra rivoluzionaria, cit., p. 161, corsivi originali). 20 E. BELTRAMETTI, Op. cit., pp. 76-79. 2 1 o. r o n c o l i n i , L'aggressione comunista vista da un combattente, in Guerra rivoluzio­ naria, cit., pp. 240-241; chi parla è un generale. 22 E. BELTRAMETTI, Op. cit., p. 85. 23 Riferimento costante dei lavori del convegno sono l’esperienza “controrivoluzio­ naria” delle armate francesi in Indocina (e in Algeria, come si è visto); il modello succes­ sivo dell’O A S , nonché le pratiche di controguerriglia sperimentate dagli U SA in Estre­ mo Oriente e a Cuba. ( C h ia r in i, c o r s i n i , op. cit., pp. 247, 248). Anche per G . G alli “i legionm i i i paras d ’Indocina e di Algeri i loro superstiti ufficiali [...] che hanno insegui­ to la disperata avventura dell’O A S , sono, sinora, gli ultimi eroi combattenti della destra radicale europea (cfr. G. g a l l i , La crisi italiana e la destra intemazionale, Milano, Mondadori 1974, p. 78). Oltre alle lezioni delle lotte controrivoluzionarie, nel convegno si esaminano ion la massima attenzione anche gli insegnamenti dei grandi capi rivoluzio­ nari - Muo, Che Guevara, H o C i M in , ecc. — , cercando di appropriarsene, natural­ mente con senno invertito. M «. l’tSANÒ, Guerra rivoluzionaria in Italia, 1943-1945, in Guerra rivoluzionaria, cit., pp. 121-1)0. " Ibid., pp. 127-128. 26 Vedi oltre, p. 97. 27 P. P IU l’PANI RONCONI, Op. cit., pp. 250-251. 28 Sentenza della c o r t e d ’ a s s is e d i Ro m a , 14.7.1978, 49/75 R .G ., 29/78 R .I.S ., p. 84. n Ibid., p. 85. i0 Ibid., p. 89. 3 1 Ibid., pp. 94-95: La dislocazione tattica delle forze che avrebbero dovuto prender parte alla notte di “Tora-Tora” riassume molto bene la composizione del Fronte. Secon­ do il rapporto della Questura di Roma, “nella notte tra il 7 e l’8 dicembre [1970] alcune centinaia di individui erano stati concentrati nella palestra di Via Eleana [luogo di rac­ colta di ex-paracadutisti], nelle sedi del Fronte Nazionale, di Avanguardia Nazionale, di O rdine Nuovo, del movimento politico Europa Civiltà, in prossimità dell’abitazione di Reitano Antonio — esponente dell’associazione universitaria di destra Fronte Delta — nello studio commerciale di Rosa Mario [dove si trovava il ‘comando politico’] e nell’uf­ ficio di O rlandini Remo, a Montesacro [dove si trovava il ‘centro operativo’]” (Ibid., pp. 30, 39). 32 a s s i s e ROMA, op. cit., p. 98. Si osservi che la medesima strategia, dopo il falli­ mento del Fronte Nazionale, avrebbe dovuto essere messa in atto negli anni successivi. “Per l ’accusa [...] i vecchi uom ini del Fronte Nazionale avevano cercato di rilanciare progetti destinati a turbare con la violenza la convivenza civile, a modificare la forma dello Stato. [In una serie di riunioni dell’estate-autunno 1974] [...] i congiurati avevano concepito di eliminare fisicamente personalità di Governo, dirigenti di partiti e del sin­ dacato (Andreotti, Berlinguer, Rumor, Taviani, Lama), magistrati; di perpetrare attenta­ ti contro ponti, viadotti, centrali elettriche; di ‘ricattare’ le autorità pubbliche minac­ ciando di inquinare gli acquedotti di Roma con materiale radioattivo. [...] La finalità era quella di gettare il Paese nel caos, di portare allo scontro le forze politiche di diversa matrice, così da rendere necessario l’intervento di ‘reparti militari’ affiancati da squadre armate di giovani estremisti d i O rdine Nuovo e di Avanguardia Nazionale” (Ibid., pp. 61-62). Il progetto era stato sventato dall’arresto, alla fine dell’ottobre 1974, dei princi­ pali responsabili, successivamente assolti dalle più gravi imputazioni (Ibid., p. 62). 33 i d e m , p. 99. D i fronte a questa ricostruzione, operata dalla Corte d ’Assise di Ro­ ma, appare per lo meno sconcertante l’indulgenza con cui la medesima Corte tratta gli im putati, assolvendone buona parte, e condannando gli altri a pene molto lievi (contro cui la Procura non interpone appello). Colpisce soprattutto l’assoluzione in massa per il delitto di insurrezione armata contro lo Stato (art. 284 c.p.), che viene dichiarato insus­

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sistente per le attività del Fremir ( m e n i l e l iIMIM11,1/ ione è soslrimla dulia medesima Pro­ cura nei confronti di terroristi ili iìiiM i.i in | » > ■ •■ /i<mi mollo mimiitimtli). N on è questo il luogo, né d ii « live i h - lui la i <nnpolrn*ii «pei Hit u, per analizzare le vicende di questo processo (in incillu <i i l ....... In alla lelu/lnni i. imiu ila c, n u n z ia t a al Convegno su: “Terrorismo ed evculni» .li .......... ", llm iiiilr ii.u ,., 14/16-X-1983, le cui linee interpretative sono siine M-gi......... Il i | ....................... im i,mi I H.i-.i.1 .|in iuitiinare che un risultato del genere i slulu pnnilille unirli « im'lmiinaln«lime Inilrmente ridutti­ va dell’istruttoria e dell 'acciiHU, (condoliti ilnl I* M C VIimL iw) ili» In punici ilurr aveva: a) evitato di collegare fra loro I vati epinnll . m in i..... i .■ il|» ll..iHln «■ , Komi ilei
V e n ti, piani d ell’estate I ‘> /■ ! n i e silim i .li. il .............. ......... ........ I. . 1 .1 I 1..111. ,iv. ■ ■ ■ ,.■

ambito nazionale; b) smontato, con argomenti molto frugili, le prove, a. 1 umiliali' ni lui 11 il lui in, delle a t t iv it à insurrezionali svolte nella notte di "Tora-Toru" (ad esempio, la m ania .Ielle Guardie Forestali di Rieti su Roma, e la scomparsa di un mitra daH'armriia del Ministr ro dell’interno): su tali basi era stato possibile concludere che "i cospiranti scesero in piazza per un’isolata manifestazione eclatante, violenta, ostile, di per sé inidonea a rea­ lizzare l ’evento previsto [...] dall’art. 284 c .p . Sebbene inserito in un disegno lucido, quel ‘gesto’ [sic!] appare, oggi come allora, velleitario, inutile e fallace” (a s s . r o m a , cit., pp. 113-14): insomma, un golpe d a burletta. c) la Corte evitò così l ’incriminazione di buona parte della base del Fronte Naziona­ le, affermando che molti avevano dato la loro adesione senza ben capire che cosa stesse­ ro facendo; addirittura, non vennero incriminati tutti i presenti nei vari luoghi di raccol­ ta nella notte di “Tora-Tora". d) soprattutto, non si fece nulla per approfondire l’analisi dei legami, prima di Junio Valerio Borghese, poi dei membri delle congiure successive, con settori qualificati delle FF.AA . E indubbio infatti che la fedeltà repubblicana complessiva delle FF.AA . fu l ’ele­ mento decisivo per sventare il golpe: ma proprio per questo sarebbe stato doveroso colpi­ re gli elementi che avevano mancato; e) ancora più grave il discorso riguardante i servizi di sicurezza (il SID ), il cui co­ mandante dell'epoca, gen. Miceli, fu assolto da ogni imputazione, malgrado il suo tenta­ tivo di impedire che si facesse luce sull’episodio (al punto di dichiarare “una rimpatriata fra vecchi commilitoni e poche decine di giovani animati da goliardici intenti” la riunio­ ne presso la palestra dei paracadutisti di Via Eleana. Cit. in n u n z ia t a , op. cit., p. 54; cfr. anche la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio del 5.X I. 1975: t r i b . r o m a , N. 3361/71 R .G .P .M .; 1054/71, R .G .G .I., p. 415). Tutta la vicenda non è ancora giunta al processo d ’appello, che comunque riguarderà solo aspetti secondari. 54 II testo del proclama, sequestrato dalla magistratura, è il seguente: Italiani, l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso ‘colpo di stato’ ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ha portato l ’Italia sull’orlo dello sfa­ celo economico e morale, ha cessato di esistere. Nelle prossime ore, con successivi bollettini, vi verranno indicati i provvedimenti più immediati e idonei a fronteggiare gli attuali squilibri della Nazione. Le F F .A A ., le Forze dell’Ordine, gli uom ini più competenti e rappresentativi della Nazione sono con noi; mentre, d ’altro canto, possiamo assicurarvi che gli avversari più pericolosi, quelli, per intendersi, che volevano asservire la Patria allo straniero, sono sta­ ti resi inoffensivi. Italiani, lo Stato che insieme creeremo, sarà un’Italia senza aggettivi né colori politici. Essa avrà una sola bandiera: il nostro glorioso Tricolore! Soldati di Terra, di Mare e dell’Aria, Forze dell’Ordine, a voi affidiamo la difesa della Patria e il ristabilimento dell’ordine interno. N on saranno promulgate leggi speciali né verranno istituiti tribunali speciali: vi chie­ diamo solo di far rispettare le Leggi vigenti.

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Da questo momento, nessuno potrà impunemente deridervi, offendervi, ferirvi nello spirito e nel corpo, uccidervi. Nel riconsegnare nelle vostre mani il glorioso T R IC O L O R E vi invitiamo a gridare il nostro prorompente inno d ’amore: IT A L IA ! IT A L IA ! V IV A L ’IT A L IA .” U n altro appunto delineava gli orientamenti programmatici di un nuovo governo: 1) Mantenimento dell’attuale impegno militare e finanziario della N A T O e messa a punto di un piano per incrementare la partecipazione italiana all’alleanza atlantica. 2) Presa di contatto coi governi della Grecia, Spagna e Portogallo per stabilire un patto economico-militare di mutua assistenza e di tutela degli interessi nel Mediterraneo. 3) Apertura di immediate relazioni diplomatiche colla Rhodesia ed il Sud Africa e avviare preliminare per accordi economico-politici [sic!]. 4) Mantenimento degli impegni presi per la Com unità Europea in vista di una strut­ tura politica futura nell’ambito del M E C . Revisione tuttavia delle norme comunitarie per quanto riguarda i momenti economici del Mercato Comune. 5) Immediata destituzione di tutte le personalità politiche che svolgono incarichi d i­ plomatici nel M E C , Consiglio di Europa, N A T O e O N U . 6) Adesione all’O N U nell'ambito di una revisione della partecipazione alla gestione della stessa organizzazione ila parte di un consiglio di nazioni europee. 7) N om ina di un inviata spiriate (possibilmente diplomatico di carriera) del Presiden­ te con mansioni di contano diretto e continuo col Presidente degli USA allo scopo di concretare con rapidità i momenti di una partecipazione militare italiana ai problemi del Sud Est Asiatico. 8) A mezzo dell'inviato speciale avviare trattative per la richiesta di un prestito agli USA in dollari per far fronte all'attuale crisi economica (secondo le indicazioni degli esperti finanziari). (Cfr. C O R T I DI a n s i s i d i r o m a , op. cit., pp. 24-26.) 3 5 Si ritiene che la presenza militare italiana in Viet-Nam sarebbe stata la contropar­ tita per l’appoggio al golpe, promesso e, si afferma, successivamente ritirato da alcuni settori della presidenza Nixon. Naturalmente, distinguere la verità dalle millanterie nelle affermazioni dei protagonisti del mancato golpe è molto difficile, come impossibile è fi­ nora risultato individuare l’autore della famosa telefonata a Borghese che, informandolo del venir meno dell’appoggio di importanti reparti militari, lo avrebbe spinto a emanare il contrordine che bloccò l’iniziativa e ne sancì il fallimento. Q uanto al senso complessi­ vo del golpe, diversi osservatori ritengono che Borghese sia stato lo strumento inconsa­ pevole di un piano che intendeva mandare allo sbaraglio gli ultras di destra, onde far posto a iniziative “golpiste moderate” , basate su strumenti meno avventurosi, (politici e non militari), tese a realizzare la “seconda repubblica” . (Cfr. G. f l a m i n i , II partito del golpe, cit., II, p p . 228-229; non esclude questa interpretazione R. m i n n a , Per una storia del terrorismo di destra, cit., p. 28.) Drastico il giudizio di G . Bocca: “Il golpismo di Borghese è sempre stato fallimentare e subalterno sin dai tempi della repubblica di Salò [...]. Adesso i suoi eroi sono invecchiati, e i nuovi padroni, i corpi separati dello stato, i servizi che rappresentano in Italia gli interessi della potenza imperiale e del comando dalla N A T O non vogliono spingere il gioco oltre un certo limite: la Democrazia Cristia­ na non sembra sostituibile come partito di governo; basta condizionarla a destra, rimet­ terla in giusta linea di navigazione quando sbanda” (g . b o c c a , I l terrorismo italiano , M i­ lano, Rizzoli 1978, pp. 52-53). 36 I due gruppi si costituiscono dopo la metà degli anni cinquanta, ma la loro storia, e in particolare quella di O N , è più antica risalendo all’immediato dopoguerra, quando fu fondata la rivista “Im perium ” (cfr. sopra, p. 43, n. 11), di ispirazione dichiaratamente evoliana; della sua redazione faceva parte anche il futuro fondatore di O N , Pino Rauti, definito dall’Ufficio Politico della Questura di Roma “il più fedele e convinto discepolo” di Evola. L ’ispirazione ideologica della rivista — secondo la stessa fonte — si tradusse in concreto nella costituzione delle organizzazioni segrete e clandestine dei F A R e della Legione Nera, che negli anni 1950 e 1951 si resero responsabili, a Roma e altrove, di una lunga catena di attentati con esplosivi, per cui 36 persone furono denunciate; fra queste, Pino Rauti e Clemente Graziani. (u f f i c i o p o l it i c o q u e s t u r a d i r o m a , Denuncia

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alla Procura della Repubblica di R iunii, m i >u nito m i di Avanguardia Nazionale e O rdine
Nuovo, 1 giugno 1973, N. 0501 VI, p Il )
124 37 P. ROSENBAUM, I l NUOVO futllM N ll, l II , p

3 8 “O rdine N uovo” , II, 12, l ‘>V., | > | > l'< ngg 39 d e l b o c a , g i o v a n a , op. e li , pp .'Ufi »Rg , n ....... .iM, ii/i ili., p. 80. Appar­ tengono a questa fase documenti cnnir il u g u rn n volimi Ilio, illM llliiilln nelle scuole dal­ la Corporazione degli studenti in < IN ( I •*(• ' > " Si m litil !• M in io in Iiu iiiìii l'opinione pubblica si stringe intorno il I,agallinoli , nllu | . uni Niillon i agli I llnuv In migliore gio­ ventù francese tiene alta la bandiera delln i i v i l i i inopi .1 lumi minai , u in m Ir u n ir 1Iella rivoluzione di colore, le organizzazioni lo rlalrn inunlur, unlim iirnir ni «rn/upuliiii r agli omosessuali della internazionale rota radicalmarxiilu, moni «no In m ila I uiopu ......min pagna volgare di basse menzogne al fine di colpire alle spalle i|uunlI In i m a d 'A lriia iti battono per l ’Europa. L ’oro deH’internazionale moscovita sta tllrlru Ir inutilfmta/inni studentesche e le capponesche proteste di un branco di cialtroni, sedicenti Intellettuali antifascisti” (Riportato in d . b a r b i e r i , op. cit., pp. 67-68). 40 M a alcuni osservatori ritengono che fra Rauti e Graziani vi sia stato un mero scambio di parti, per poter continuare a giocare su due scacchieri, quello legale-pariamentare e quello “rivoluzionario” . D. b a r b i e r i , op. cit., p. 165. 4 1 t r i b u n a l e d i r o m a , Sentenza del processo contro Ordine Nuovo, 21.11.1973, pp. 59, 69. 42 c. g r a z i a n i , Processo a Ordine Nuovo, processo alle idee, Roma, Edizioni di O N 1973. Malgrado C. Graziani compaia come autore unico, si presume che P. Rauti abbia almeno partecipato alla stesura dell’opuscolo. 43 “O rdine N uovo” , autunno 1969; “Bollettino Europa” , autunno 1969. 44 Lettera aperta ai dirigenti ed ai militanti di ON, cit. in t r i b u n a l e d i r o m a , Senten­ za cit., pp. 50-51. N on è ben chiaro, pertanto, che cosa intenda M . Ledeen quando af­ ferma che gli odierni neofascisti “Parlano di tutto [...] ma mai della rivoluzione” (in r . d e f e l i c e , Intervista sul Fascismo, a cura di M . l e d e e n , Bari, Laterza 1975, p. 104). 45 t r i b u n a l e d i r o m a , op. cit., pp. 50-51. 44 Ivi, pp. 79-85. 47 q u e s t u r a d i r o m a , Rapporto, cit., p. 35. 48 TRIBUNALE DI ROMA, Op. d t., p. 84. 49 c. g r a z i a n i , op. cit., pp. 26, 27, 30. N é ci si limita a riconoscimenti di principio: ad esempio il programma di un corso di formazione quadri, esaminato dal Tribunale di Roma, si articola su una serie di lezioni i cui argomenti sono altrettanti capitoli di pub­ blicazioni evoliane, come segue: “Rivoluzione tradizionale e sovversiva” ; “le due razze”; “impeto della vera cultura” ; “orientamenti” ; “da: 'Rivolta contro il mondo moderno’ la guerra santa” ; “la contrapposizione di Oriente e Occidente” ; “da: ‘Rivolta ecc.’ scienza e scientismo” ; “la plutocrazia come forza sovversiva” . Quasi tutta la bibliografia consigliata è costituita da opere di Evola. (t r i b u n a l e d i r o m a , cit., 74.) A sua volta Evola non fa mancare il proprio imprimatur a O N : “il solo gruppo che ha tenuto fermo dottrinalmente senza abbassarsi a compromessi è quello che ha preso il nome di ‘O rdine Nuovo’” (Cinabro, p. 208). 50 “Abbiam o sempre avuto il gusto per le scelte difficili” ; “siamo gli uomini delle negazioni assolute e delle affermazioni assolute” ; “temiamo troppo il giudizio della Sto­ ria per preoccuparci di quello del Tribunale” . 5 1 c. g r a z i a n i , op. cit., p. 30. Una caduta verticale dello stile legionario, ascetico, spersonalizzato, e presumibilmente cavalleresco, si verifica alcune pagine dopo, dove la responsabilità di certe denunce contro gli ordinovisti di Verona viene attribuita a “una signora in preda all’ira e all’umiliazione per essere stata abbandonata dal suo giovane, troppo giovane amante” (cfr. pp. 52-53). 52 “L ’unica forma di violenza che noi conosciamo — e per il momento subiamo — è [...] quella esercitata con ipocrita e cinica determinazione dalla società borghese e de­ mocratica. [...] Contro tutte queste forme di violenza, vere, concrete, funeste, poiché spingono il paese nel baratro della guerra civile, noi intendiamo reagire, virilmente, re­ sponsabilmente, ma reagire” (pp. 48-49).

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NOTE

” Non senza qualche concessione all’ironia: “Sul piano dell'erudizione accademica, della cultura ufficiale, mai ci sogneremmo — e soprattutto chi scrive questa memoria avendo interrotto gli studi regolari a livello medio inferiore [sic] — di competere con la somma del Vostro sapere.” M N on a caso, sono questi tipi di comportamento a provocare le accuse più feroci di collusione con lo Stato da parte dei gruppi che si attribuiscono maggiore purezza e rigore rivoluzionario. A d esempio, un documento del 1976 prodotto da un gruppo napo­ letano di ex appartenenti a Lotta di Popolo (“il più radicale dei gruppi nati dalla rifles­ sione metapolitica sull’opera di Evola. [...] Autodissoltosi nel 1973 per sfuggire alla re­ pressione”), si chiedeva come fosse possibile, per dei militanti rivoluzionari, fare quanto avevano fatto O rdine Nuovo e Avanguardia Nazionale, cioè esprimere fiducia nella giu­ stizia borghese: “per quanto riguarda i vertici romani delle due organizzazioni, la rispo­ sta è molto semplice. Questi sono sempre stati al servizio dei corpi separati dello Stato, da cui hanno ricevuto, periodicamente, coperture e finanziamenti. E evidente, di conse­ guenza, il loro rispetto per la loro magistratura e la loro polizia, cosi come la loro impres­ sione di sentirsi traditi, adesso che le forze che li sovvenzionavano sono costrette a sba­ razzarsi di loro, per motivi di lotte intestine di potere” (Ripubblicato in c o m i t é d e s o l i i ia k i t ì . t o u r

GIORGIO f r e d a ,

Giorgio Freda: “nazimao'iste" ou révolutionnaire inclassable?,

opuscolo, Ginevra, 1978, p. 45; nella stessa pubblicazione viene indicata come esempio ili "conduite impeccable devant la ‘justice’ bourgeoise” quella, successiva, di P. ConcuIrllt o M. Tuli, che “ont insulté les magistrats et ont, par avance, ‘jugé leurs juges’” (p. 6 ). 1 1 Sono almeno due gli episodi terroristi precedenti al 1973 in cui le ricerche indica­ no il colnvolgimcnto di O N : la strage di Piazza Fontana — 1969 — e quella di Peteano 1972, Cfr, M <¡Ai n.Nl (a cura di), Rapporto sul terrorismo, Milano, Rizzoli 1981, p. 202 . v > Ad (tem pio: "D ietro II fieri i t c ii di O rdine Nuovo si sono catalizzati uomini che non hanno paura, lu cui forza violenta colerà implacabile sul gregge belante e schifo so” (Cit. in t h iiu in a i i ni i«)M A , op. cit., pp. 52-53), e ancora, fra gli slogan: “Noi spac­ chiamo le teste e non le vetrine” ; “O rdine Nuovo spacca le teste” (q u e s t u r a d i r o m a , op. cit., p. 41). 57 Ibid., p. 35. Lo stesso rapporto contiene otto pagine di denunce a carico di O N e suoi aderenti, per reati come: lesioni aggravate, minacce aggravate, violazione di dom i­ cilio, rissa, incendio doloso, percosse, fabbricazione, porto, detenzione di armi ed esplo­ sivi, danneggiamento, tentato omicidio ecc. (Ibid., pp. 42-49). Si aggiungano i campeggi paramilitari e le attività consimili. (Cfr. sentenza di rinvio a giudizio del Giudice istrut­ tore di Torino L. Violante, in data giugno 1975.) 58 “Reggio, la nostra rivolta” ; “contro il governo dei ladri e dei vigliacchi i giovani di O N combattono sulle barricate alla guida dei reggini per la rivoluzione di domani, che tutto distruggerà per tutto ricostruire” (Cit. in t r i b u n a l e d i r o m a , op. cit., pp. 7980). 59 La lotta polìtica di Avanguardia Nazionale, Roma, opuscolo, s.d. (ma 1974-1975), senza indicazione d ’autore. La presentazione è firmata da Stefano Delle Chiaie, e l’omo­ geneità stilistica fra questa e il testo possono far presumere che autore sia la stessa persona. 60 “M ai furono rivelate le centinaia di aggressioni subite dai militanti di A N , che, pur rispondendo, molte volte, soltanto per una legittima difesa, venivano indicati come fomentatori di violenza e di disordine” (Ibid.). 61 C iò nonostante, “la disciplina interna forgiava ragazzi meravigliosi, e lo spirito cameratesco cementava le ansie dei m ilitanti” (Ibid., p. 2, tutto in maiuscole nell’ori­ ginale). 62 Ibid., pp. 2-3. 65 Ibid. 64 p. 4, maiuscole originali. 65 c. m a r i o t t i , m . s c i a l o j a , Avanguardia Nazionale: a Rebibbia si levò un grido, “L ’Espresso” , 2 Die. 1975, p. 55. Lo stile delle azioni è il seguente: “il 25 aprile 1964,

NOTE

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durante le celebrazioni dellu Kml»trti/n, | i laii di Avatit(iii«l11in Nuzionale] assaltano gli studenti di sinistra, sotto gli n u b i ilei p n lM n iil impXhMl<il!, '■ l> t notte del 26, guidati da Serafino D i Luia, irrompono nrllu <m n ■ li<IIIi Siu.lrntr |»i Inni conttegnare tre ‘sini­ stri’, ne feriscono gravemente due < ■ir nr ......... 1 1n liniitIm ti, i .1111,111, Li in faccia ai poli­ ziotti che non sono intervenuti: il «pille • 11,11.1 .... 1 ............. r oli hunno messo il nome Repubblica Italiana | | I n poll «lu 1 U lu la » i n p i r ili l i t l f r v r n l t r , coi! come il ret­ tore Ugo Papi al quale si nono ri v o ll i aiu tit i d iu rn i! «Irittoi 1M I li i | | Il I . ’ aprile 1965 arrivano al punto di internim i«! r In I r / l u n r c he I n t i m i l i l' ni tt <1,1 i n t r u d i ! uH'iitituto di Storia Moderna. Inneggiano ni FMldltno, U n............. ndvloltl I*..........tiriti nrll'uitlu, picchiano degli studenti e insultano e pr etu lon it n ' p l o t o n i lo « t r i n i l'nit t II t e l l i n e Pupi non interviene. La polizia fermu e identifica gli Hluilrntl nggtrdlii, lun in d ir (ili uggtrs sori si allontanino indisturbati” (La strage di Sitilo, Roma, Sumonk r Suvrlli 1970, pp. 52-53). 66 I casi di “collegamento” fra le forze dell’ordine e A N sono stati ampiamente de­ nunciati dalla pubblicistica militante. Uno dei più famosi si verifica nel 1963, durante la visita al Papa di M . Ciom bè, il leader congolese responsabile dell’assassinio di P. Lumumba: “A caricare gli studenti di sinistra che manifestano la loro protesta [...] ci sono, a fianco dei poliziotti e delle SS (le Squadre Speciali di agenti in borghese agli ordini del commissario Santillo), i fascisti di À N , che per l’occasione sono armati degli stessi manganelli neri usati dalla polizia. Presente anche stavolta Mario Merlino che con il suo capo Delle Chiaie è attivissimo nell’indicare agli agenti quali sono gli studenti più in vista da inseguire e picchiare. [...] D ell’esplicita connivenza fra fascisti e polizia parlò diffusamente anche la stampa estera. Per soffocare lo scandalo il Ministero degli Interni sciolse le squadre speciali in borghese e trasferì il commissario Santillo [...] alla Questura di Reggio Calabria” (La strage di Stato, cit., pp. 51 e 59, n. 5). 6 7 Volantino del 1969, cit. in p. r o s e n b a u m , op. cit., p. 82. 68 La strage dì Stato, cit., pp. 53-54. 69 La denunciata collusione fra A N (ed in particolare Stefano Delle Chiaie) e il M i­ nistero degli Interni, causa una vera e propria rissa negli “ambienti nazionali”, di cui sono protagonisti soprattutto il direttore del “Candido” e senatore M S I, Giorgio Pisanò, e lo stesso Delle Chiaie. A ll’inizio del 1973, infatti, il settimanale pubblica dei servizi in cui si dà credito alle “voci” di un legame tra A N e l’Ufficio Affari Riservati del M in i­ stero — notoriamente uno dei più “chiacchierati” fra gli organi di sicurezza. Ciò provo­ ca: a) due furiose repliche epistolari di Delle Chiaie, dove all’insulto si mescola l’insinua­ zione di basso conio; b) una lettera circolare di autodifesa di A N inviata a tutti i deputa­ ti, senatori, federali provinciali del M S I, nonché alle direzioni dei giornali “Il Secolo” , “Il Borghese” , “Il Candido” ; c) un volantino a firma di A. Tilgher, F .G . Zerbi e “tutti i m ilitanti di A N ” , garbatamente intitolato “Pisanò sei un infame” , e nel quale il senato­ re missino viene definito: vigliacco, delatore, profittatore, provocatore, ricattatore, men­ titore, sciacallo, traditore, infame. (Cfr. a v a n g u a r d ia n a z i o n a l e , Cronistoria di un’infa­ mia, Ciclostilato a cura del settore stampa e propaganda di A N , Roma, s.d.) G li episodi che avevano “nuociuto” alla reputazione di Delle Chiaie sono della natu­ ra del seguente, riportato da La strage di Stato-, “Testimonianza n. 8 - ‘Mario Merlino mi disse che lui, Delle Chiaie e altri due erano stati avvicinati da un ufficiale dei carabi­ nieri e da un sottufficiale [...] i quali gli avevano proposto di nascondere dell’esplosivo in alcune sezioni del P C I, che loro poi avrebbero provveduto a far perquisire. Aggiunse che gli suggerirono, come obiettivi ideali per degli attentati, la sede romana della D C , quella della Confindustria [...] e quella della R A I’. La provocazione contro il P C I non riesce [...]. M a le bombe alla R A I e alla sede della Democrazia Cristiana scoppiano dav­ vero. Per questi attentati vengono arrestati e condannati i fratelli Strippoli, Nerio Leonori, A ntonio Insàbato e Carmelo Palladino, tutti di A N . Q uando dopo qualche mese escono di prigione, i cinque accusano Delle Chiaie di averli traditi perché gli aveva ga­ rantito una ‘copertura’ che in realtà non c’è stata” (p. 52; cfr. anche D. b a r b ie r i , op. cit., p. 121). Più grave la vicenda di A ntonino A liotti, un picchiatore di A N che, entrato in crisi durante il servizio militare, al suo ritorno a Roma aveva cominciato ad accusare Delle Chiaie di non essere un vero rivoluzionario ma un mazziere al servizio del sistema:

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"D opo qualche giorno, A liotti riceve il primo avvertimento. Viene fermato dalla polizia che gli perquisisce l’automobile: nel cofano vengono trovati degli esplosivi che lui giura di non aver messo. E deve esser vero visto che, processato, è assolto per insufficienza di prove. A questo punto Aliotti si è chiarito le idee sino in fondo. Affronta Delle Chiaie e lo minaccia di rivelare pubblicamente i rapporti che lui, Delle Chiaie, mantiene col M i­ nistero degli Interni. Passano pochi giorni. Il mattino del 25 febbraio 1967, Antonino Aliotti, ragazzo sbandato, viene trovato morto a bordo della sua auto che ancora una volta è carica di armi ed esplosivo. Suicidio, dice subito l ’inchiesta della polizia...” (La strage di Stato, cit., pp. 55-56). Quale che sia la verità circa questi episodi, resta che la reputazione di Stefano Delle Chiaie non è mai stata interamente ripulita dai sospetti che aveva fatto nascere. Anche in tempi recenti, alcuni dei gruppi neri che pretendono a maggiore purezza rivoluziona­ ria, come il più volte citato Com itato di solidarietà per Giorgio Freda, lo definiscono in termini tu tt’altro che lusinghieri: “tout d ’abord provocateur attitré des services spéciaux italiens, puis aventurier et tueur professionnel. A la suite de l’enquète sur le grotesque putsch Borghese, [...] Delle Chiaie put fuir tranquillement en Espagne, ou il prepara et participa à different assassinats politiques [...]. Aux dernières nouvelles, il serait au Ser­ vice de Pinochet” . (Cfr. c o m i t é d e s o l i d a r i t é p o u r g i o r g i o f r e d a , Giorgio Freda: “nazimao'iste" ou révolutionnaire inclassable?, cit., p. 45). 70 “Tra i più solerti ad affermare che il momento favorevole non doveva essere d i­ sperso furono indiscutibilmente i capi di Avanguardia Nazionale. [...] N on v’è dubbio che Borghese tenne in grande considerazione il Delle Chiaie e i suoi uomini, ammirando­ ne la rigida ortodossia, la spregiudicata spavalderia, l’audacia delle imprese” (a s s is e R o ­ m a , op. cit., pp. 94-95). 7 1 La lotta politica di Avanguardia Nazionale, cit., p. 2. 1 2 Ad esempio, i numerosi attentati delle SA M , a Milano, e le azioni del M A R , di Carlo Fumagalli (a Brescia, poco prima della strage di Piazza della Loggia) sono abba­ stanza pacificamente attribuibili al disegno di Avanguardia, (m a r i o t t i , s c i a l o j a , op. cit., p. 59.) Restando a Brescia, sono sei esponenti di Avanguardia Nazionale (fra cui il noto K im Borromeo) i responsabili — blandamente condannati — dell’attentato del 3/ 4 febbraio 1973, contro la sede della Federazione socialista bresciana, “che segna il pas­ saggio da una stagione di microviolenza diffusa ad una di violenza terroristica” (Ch i a r i ­ n i , c o r s i n i , op. cit., p. 325). A un gruppo collegato con O rdine Nuovo (Anno Zero) apparteneva invece Silvio Ferrari, il giovane dilaniato da una bomba che trasportava sul suo scooter la notte del 19 maggio 1974 — pochi giorni prima di Piazza della Loggia (Ibid., p. 335). 75 Op. cit., pp. 10-24. 74 A d esempio: la definizione dei principi “è duplice: a) sotto forma di slogans com­ prensibili alle masse; b) l’altra più elaborata e precisa” (p. 5); “il termine ‘sociale’ può essere nel contempo un programma o un inganno” (p. 17); “il liberalismo predica agli uom ini che sono liberi di fare ciò che vogliono, ma non propone loro alcuna fede, alcun fervore, alcuno scopo all’infuori della libertà di non fare niente che non sia pura astra­ zione dialettica” (p. 29); la guerra rivoluzionaria “è una tecnica fraudolenta dell’espres­ sione della volontà dei popoli fondata sul terrore” (p. 34). L ’esemplificazione potrebbe continuare. 75 A d esempio: “O g ni esistenza umana, individuale e di popolo, è una lotta tragica tra ciò che è spontaneo e ciò che è difficile” (p. 13); “nella scala dei miracoli che innalza­ no gli uom ini al di sopra della condizione animale, la coscienza è, senza dubbio, uno dei più im portanti” (p. 14); “l’azione senza il pensiero è pura barbarie, il pensiero senza l’azione è puro delirio!” (p. 20, maiuscolo nel testo). 76 “N oi ci battiamo [...] non già perché il popolo sia \ elice, ma per spingerlo sulla strada del suo destino” : sono parole di uno dei testi sacri della Destra contemporanea, attribuite al mistico leader del gruppo terrorista che doveva assassinare W . Rathenau (Cfr. e . v o n s a l o m o n , I proscritti, Parma, all’insegna del Veltro 1979; ed. orig. 1929). In argomento cfr. il cap. I l i di questo volume. 77 N o n è ben chiaro come la difesa dei “valori europei” si concili con la posizione

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fortemente filo-arabo/islamlcu umiiiiih da AN (per antl*rmlll<iiio) in polemica con la “grossolana idiozia della noatra dnaar pollili u ", d ir iiullu liu lullo prr realizzare una se­ ria intesa con questo mondo (p V ) 78 Volantino ciclostilato, i < 1 , (unni l 'i / t l, ili In i hiahimi c o m u n i , op. cit., p.
435.

79 Cfr., fra gli altri: « u n iv i A l i m i , The I',intuii),I \lylr In Amen,, ih Pulitici, and Other Essays, Vintage, New York l'M 7 II " id i* r<fil), li u n i In ..........Il), The Ruditili Righi, New York, A nd in i 1963; s m t i r s i i, i iiaaii, l'he l ' i i l l l l n u / t I m m u n i, Nrw ul York, Harper and Row 1970; m ........ .. Irllriu tiim , In gì u m ili , i n » M i n si, Studi \ radicalismo di destra. I la ,le\ tr,i i,i,li,,ilr am nnaihi, "Stilili ili «ni li ili >||lii", X II, * 4 (dir
1974), p p . 286-323.

80 L ’amm. Birindelli, presidente del M S I, auspica una »nlu/.lonr i llrtiu prr l'Iiallu, addirittura in una conferenza stampa. Cfr. G . SC A R P A «', Il processo per la tirane ilell’llali cus, in “Questione Giustizia” , II, 4 (die. 1983), p. 893. 81 R. m i n n a , Per una storia del terrorismo di destra, cit., p. 2 ) . Una conferma dell’ut mosfera di quei giorni viene dal narcisismo di un protagonista: “NeH’estate del 1974 [...] la lettura avveniva in riva al mare, nelle prime ore dell’alba o in mezzo ai boschi della Maremma nelle ore immote del meriggio, e avevo sempre a portata di mano il fucile d ’assalto e la pistola in quanto, come altri ingenui, davo fede alle storie del colpo di stato, e mi tenevo pronto a darmi alla macchia” (m .t . [Mario Tuti], Tolkien-mania, “Quex” , 4, marzo 1980, p. 56). 82 s c a r p a r i , op. cit., p. 894. 8i Su O rdine Nero cfr. R. m i n n a , op. cit., p. 25. 8 4 Fra il dicembre 1974 e il gennaio 1975 il gruppo di Tuti era stato responsabile di una serie di attentati alle linee ferroviarie in Toscana; Tuti aveva poi ucciso, a sangue freddo, il brigadiere e l’appuntato venuti ad arrestarlo nell’ambito dell’indagine su que­ sti attentati, dandosi quindi alla fuga. A questo punto era stato inevitabile operare il collegamento fra il gruppo e la strage delTItalicus. (g. s c a r p a r i , op. cit., p. 899.) 8 5 Risulta che il G ran maestro Gelli aveva affiliati in tutti i posti-chiave degli appa­ rati repressivi di Arezzo, ivi inclusi magistrati (uno dei quali, il procuratore Marsili, era suo genero), un vice-questore e il comandante dei CC: questo per non parlare della diri­ genza nazionale del S ID , in parte coinvolta anche (gen. Miceli) nella vicenda Borghese (v. sopra) e nel progetto della Rosa dei Venti, ( g . s c a r p a r i , op. cit., p. 910). D ’altronde non è mistero che tutti i capi dei servizi segreti italiani hanno fatto parte della Loggia P2. Su ciò anche R. m i n n a , op. cit., p. 40.) N on a caso, nel corso dell’indagine, gli im pu­ tati parlano ripetutamente di legami fra S ID , Loggia P2, M S I, elementi di destra di Arezzo. Per quanto riguarda i rapporti fra il M S I e i gruppi eversivi, emerge che l’avv. Ghinelli, federale M S I di Arezzo, finanzia il gruppo Tuti; che il vice-federale, Rossi, componente del gruppo O N , è anche membro della Rosa dei Venti ( g . s c a r p a r i , op. cit., p. 902). Dopo il ferragosto 1974, l’ammiraglio Birindelli, fino a pochi mesi prima presi­ dente del M S I, rivela al generale Bittoni, all’epoca comandante della Brigata C C di Fi­ renze, di aver raccolto voci presso la federazione M S I di Arezzo, secondo cui a compiere la strage sarebbero stati membri del gruppo Tuti. Questa testimonianza viene riferita alla magistratura sette anni dopo i fatti (ìbid ., p. 897): è forse il caso di ricordare che tanto Birindelli quanto Bittoni erano iscritti alla Loggia P2 (Ibid ., p. 910). Le indagini rivelano inoltre che “alcuni fascisti del gruppo lavorano per i C C , altri sono in contatto con i Servizi, altri con la polizia; e che ricevono preziose e tempestive informazioni circa l’andamento delle indagini a loro carico” (Ibid., p. 909). Infine, i tentativi del S ID di “orientare” le indagini e allontanare i sospetti dai propri collaboratori e collaboratrici sono sparsi per tutte le pagine dell’inchiesta. La sentenza sulla strage Italicus, che assol­ ve per insufficienza di prove gli imputati Tuti, Franci e Malentacchi, e che, resa pubbli­ ca quando questo volume era in bozze, non ha potuto essere utilizzata compiutamente, è ancora più drastica nelle accuse alla Massoneria, affermando essere “dimostrato che esponenti della Massoneria sollecitavano e sovvenzionavano gli attentati di destra e una parte di tali sovvenzioni fu elargita agli ordinovisti di Arezzo” . Cfr. c. c a n b i , L ’ombra

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della loggia P2 sulla strage dell'ltalicus, “La Repubblica” , 22 marzo 1984; v. m o n t i , Italicus: la sentenza conferma la regia della P2, “Corriere della Sera” , 22 m a rz o 1984. 86 G. SCARPARI, O p . Cit., pp. 910-911.
87 Visite che in p re c e d e n za e ra n o state lunghe e indisturbate m a lg ra d o la g r a v ità dei mandati di cattura, (r . m i n n a , op. cit., p . 32.) 88 La riunione è segretissima: se ne è venuti a conoscenza solo alla fine del 1982. Con l’eccezione di Clemente Graziani, è presente tutto il gotha dell’eversione nera, pro­ veniente da ogni parte d ’Italia e dall’estero. Fra gli altri, G ubbini, Tilgher, Giorgi, Ro­ vella, Fachini; P. Concutelli (nome di battaglia: “Lillo”) partecipa in rappresentanza di O rdine Nuovo, del quale è cupo militare; S. Delle Chiaie (pseudonimo: “il canonico A l­ fredo”), in rappresentanza ili Avanguardia, presiede insieme a P. Signorelli, a quei tempi ancora membro del Comitato ( entrale del M S I (da cui verrà in seguito espulso), che si presenta come capo di O N pei l'Italia, su mandato conferitogli nel 1974 da Graziani. (Cfr. Sentenza-Ordinanza del ( • I di I irenze R. M inna, 30.9.1983, p. 20. Inoltre P. v i ­ g n a , L ’omicidio del magistrato Vii/uria Occorsio. I processi e alcune riflessioni, “Questione Giustizia” , 4, 1983, p. 'M I.) 89Sentenza-Ordinanza, cit,, p 221 90lbid ., p. 24; p . v i g n a , op d i., p. 914. 91 Secondo Paccusa, soprattutto Delle Chiaie avrebbe manifestato particolare ani­ mosità nei confronti di Occorsio, indicandolo come “nemico da abbattere” nella riunio­ ne di Albano, e continuamente ricordando, durante la riunione di Nizza “che loro erano tutti ‘sotto la scure di O ccoriio'" (Sentenza-Ordinanza, cit., p p . 2, 32). Ancora in u n ’in ­ tervista del dicembre 1982 Delle Chiaie affermava: “Quanto all’esecuzione Occorsio, posso dichiarare questo: ‘non ho dato io il mitra Ingram a Concutelli. N on sono il man­ dante di quell’azione. Ma la condivido”'. (Cfr. Sono stati quelli lì, colloquio con Stefano Delle Chiaie, a cura di R. c h i o d i , “L ’Espresso", 26.12.1982, p. 29.) La vicenda processuale relativa al caso Occorsio è intricata: con sentenza 16 marzo 1978, divenuta irrevocabile, la Corte d ’Assise di Firenze condanna per l’omicidio (e altri reati) P. Concutelli e G . Ferro; condanna inoltre per favoreggiamento personale nei con­ fronti di Concutelli (e per altri reati) G . Pugliese, M . Sgavicchia, F. Rovella, L. D i Bel­ la, C. Papa, M . Rossi, Saverio e Sandro Sparapani, P. Bianchi, P. Damis; con sentenzaordinanza del 12.11.1979 il G .I. presso il Tribunale di Firenze, a conclusione di un’i­ struttoria originata da un provvedimento di separazione adottato nel corso della prima fase istruttoria, ordina il rinvio a giudizio di C . Graziani e E. Massagrande per risponde­ re del delitto di omicidio (e di altri reati), nonché di Salvatore Francia, M . Mascetti, Flavio Campo, Mario Tedeschi, Pietro Benvenuto, Elio Massagrande, per il reato di ri­ cettazione. Questo procedimento è ancora pendente. Infine, a seguito dell’emergere di nuove risultanze di indagine, il G .I. di Firenze, con la citata sentenza-ordinanza del 30 settembre 1983 (in risposta a requisitoria del 19 aprile 1983 del P.M . P. Vigna) ordina il rinvio a giudizio, per rispondere del delitto d ’omicidio di V. Occorsio, di: Sergio Calo­ re, Giorgio Cozi, Stefano Delle Chiaie, Mauro Meli, Claudia Papa, Giuseppe Pugliese, Mario Rossi, Paolo Signorelli, Sandro e Saverio Sparapani, Aldo Tisei. (Cfr. p . v i g n a , op. cit., pp. 914-915.) 92 Della rapina e dell’omicidio sono attualmente imputati, insieme ad altri reati, da­ vanti alla Corte d ’Assise di Roma: G . Bernardini, V. Bravi, S. Calore, P. Concutelli, V. Pau, M . Rossi, S. Ricci, P. Signorelli, Saverio Sparapani, A. Tisei, C.F. Todini, S. Rosati. 93 II nucleo principale degli imputati è lo stesso del precedente delitto, cioè: Calore, Concutelli, D i Bella, Ferro, G u bbini, Papa, Pieristè, Rossi, Rovella, Signorelli, i due Sparapani, Tisei, M eli, Cozi, Fachini, Pugliese. 94 Sul cadavere di Vittorio Occorsio furono gettate varie copie del seguente volanti­ no: “La giustizia borghese si ferma all’ergastolo, la giustizia rivoluzionaria va oltre - un Tribunale speciale del M P O N ha giudicato Vittorio Occorsio e lo ha ritenuto colpevole di avere, per opportunismo carrieristico, servito la dittatura democratica, perseguitando i m ilitanti di Órdine Nuovo, le idee di cui questi sono portatori. Vittorio Occorsio ha, infatti, istruito due processi contro il M P O N , al termine del primo, grazie alla complici­

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tà dei giudici marxisti Battaglili! r ( nini r .li I limone D C Tuviiiiii, Il movimento politico è stato sciolto e decine di anni ili i un ri** «mio '.lui! inflitti ili Mini dirigenti. Nel corso della seconda istrulioiiu, nuiiino«! niilliuntl di i M l'O N sono stati inquisi­ ti, incarcerati e condotti in culm i' dlnuii/l ni 1ilimimi! drl «Imi'inu borghese M olti di essi sono ancora illegalmenlr d rtm u ll m III ili inm min In guli n , umili ullri sono da anni costretti a una dura latitanza L ’atteggiamento inquisitorio trinilo dui nervo drl «l%irniii I hvnrilo non è meritevole di alcuna attenuante, l'accanimento du lui uiuio uri m lp lir «li < il■ llmivUii lo lui drgrudu to al livello di un boia. Anche i boia muoiono! I u «rnlrti/u rtnrMU dui Tiihunulr drl M P O N è di morte, e sarà eseguita da uno speciale nucleo operai I v o A v u t i l i per l'ordine nuovo!” (cit. in p . v i g n a , op. cit., p p . 913-14). Secondo PlCCUM, nteniore di quello volantino fu P. Signorelli (cfr. Sentenza-Ordinanza, G .I. Firenze, cit., pp. IH e 73). 95 Poco dopo l ’assassinio del procuratore generale di Genova, Coco, u opera delle BR, Paolo Signorelli, secondo le dichiarazioni di un coimputato, avrebbe uffermato che “intendeva organizzare un gruppo sullo stile delle Brigate Rosse, e cioè dedito ad autofi nanziamenti, rapine di armi e atti eclatanti. Signorelli elogiò le BR, fece l’affermazione che i soldi non si chiedono ma si prendono...” (r e q u i s i t o r i e f in a l i d e l p . m ., Procedi­ mento 4770/81 R G P M , 1364/81 R G G I, luglio 1983, p. 318). (È la cosiddetta: “linea del professore” .) È superfluo sottolineare la somiglianza fra lo stile e le modalità argo­ mentative del volantino di rivendicazione dell’omicidio Occorsio e documenti analoghi delle BR. Lo spirito di emulazione porta anche alla volontà di distinguersi dai rossi: per esempio Concutelli rimanda l’omicidio Occorsio perché nel giorno inizialmente previsto era presente la scorta che non si voleva coinvolgere, proprio per differenziare lo stile operativo di O N da quello delle BR. 96 p. v i g n a , op. cit., p. 17. 97 Inoltre il suo capo, Delle Chiaie, finito il franchismo in Spagna, deve trasferirsi in America Latina, dove si muove fra PArgentina, il Cile, la Bolivia, “ovunque i militari al potere lo richiamino o lo accolgano per i loro fin i” (r . m i n n a , Per una storia, cit., p. 34). 98 I documenti cui viene più spesso fatto riferimento nelle varie indagini sono: Pro­ spettive dell'azione rivoluzionaria, 1977, sequestrato a E. Bonazzi; Fogli d ’ordine del Movi­ mento Politico Ordine Nuovo, 1978, steso dalla leadership di “Costruiamo PAzione” (Ca­ lore, Signorelli, Raho, Fachini ecc.); Posizione teorica per una azione legionaria, 1978, se­ questrato a S. Latini, steso da F. Zani (portavoce di una linea all’interno di Terza Posi­ zione, poi redattore di “Q uex”); il documento rinvenuto il 31.8.1980 in una cabina tele­ fonica a Bologna, di cui ampio brano era stato pubblicato sulla rivista “Noi Europa” , edita in Sud Africa, a firma di M ario Tuti (giugno 1979); questi, in una lettera, dichiarò di averlo redatto nel carcere di Nuoro insieme ad Azzi, De M in, Bonazzi, Ferro, Fuma­ galli, Marzorati, Malentacchi, Giannettini; Regola dell'ordine dei Ranghi, presumibilmen­ te opera di F. Freda, cui è stato sequestrato; Obiettivi e metodi di lotta del movimento rivoluzionario Terza Posizione (1980), sequestrato a F. Mantello; Legalità borghese e Azio­ ne popolare, sequestrato in Latina a C . Battaglia. (Cfr. s o s t it u t i p r o c u r a t o r i d i Bo l o ­ g n a , Memoria del 25.11.1981; inoltre: g . c a p a l d o , l . d ’a m b r o s i o , p . g i o r d a n o , m . g u a r d a t a , a . m a c c h i a (in seguito: s o s t it u t i r o m a ), L ’eversione di destra a Roma dal ’77 a oggi: spunti per una ricostruzione del fenomeno, “Questione G iustizia”, 4, 1983, pp. 935-980). 99 s o s t it u t i p r o c u r a t o r i d i Bo l o g n a , Motivi d ’impugnazione avverso le ordinanze del 5, 12, 16 gennaio 1982 del G .I. di Bologna, p. 16. (Le ordinanze impugnate erano quelle che, nel quadro dell’indagine sulla strage di Bologna, disponevano la scarcerazione di S. Calore e D. Pedretti, e respingevano la richiesta di mandati di cattura nei confron­ ti di P. Signorelli, M . Fachini, R. Rinani, M . Tuti, E. Bonazzi, V. Fioravanti, F. Mambro, R. Femia, G . Adinolfi, R. Fiore.) 1 00 s o s t it u t i r o m a , L ’eversione di destra, c it ., p . 952. 1 0 1 s o s t it u t i Bo l o g n a , Motivi d ’impugnazione, cit., p. 16. 102 Foglio d ’ordini MPON, cit., p. 4. L ’atteggiamento nei cfr. del M S I e dei suoi leader (“il viscido Yankee Servello”) è assolutamente unanime fra i nazional-rivoluziona-

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ri: “Almirante e i suoi accoliti vengono al vostro funerale, al capezzale del vostro letto all’ospedale, perché hanno bisogno di martiri da pubblicizzare al fine di alimentare l’im ­ magine di ‘partito vittim a’, ma vi vendono per trenta denari ogni volta che il sistema esige un paio di ‘teste calde’ (“Q uex”, 4, Marzo 1980, p. 8). Particolarmente insistente l’accusa al M S I di avere distrutto generazioni intere di giovani, illudendoli di trovare nel partito una forza rivoluzionaria; di “castrare le energie rivoluzionarie” esistenti al suo interno; di impedire che le tendenze rivoluzionarie neofasciste si muovano in dire­ zione diversa da quella parlamentare ecc. 1 0 3 La prima pagina del n. 0 di “Costruiamo l’A zione” , 5 dicembre 1977, riproduce visivamente questa antinomia: l’articolo principale si intitola Morte dell’ideologia; di spalla, su una colonna, un fondo dal titolo: Costruiamo l ’azione. 1 04 Posizione teorica per un'azione legionaria, cit., p. 19. 1 0 5 Ibid., p. 13. 106 “Ancora in un opuscolo della fine degli anni ’60, O rdine Nuovo, in sede di d i­ rettorio nazionale, parla di ‘valori occidentali’ e degli stati bianchi, capitalisti africani, come di qualcosa di positivo e da difendere” . (Cfr. Azione rivoluzionaria, p. 8). 1 0 7 Questa frase evoliana è citata letteralmente in due dei documenti analizzati: Azione rivoluzionaria, p. 10; Azione legionaria, p. 5. 1 0 8 Azione legionaria, cit., p. 13. 109 “j] Fascismo, il nazionalsocialismo, e il loro naturale alleato, il Giappone dei nuovi Samurai, pur sconfitti, colsero in pieno una parte del successo ambito. Dimostra­ rono infatti di aver creato delle generazioni autenticamente diverse: l’eroismo fu la ca­ ratteristica principale tanto dell’SS quanto delle camicie nere, fino al sommo traguardo dei Kamikaze Giapponesi.” A questi sono da aggiungere “le migliaia di legionari rumeni, seguaci di Codreanu, e di spagnoli falangisti, e di fascisti francesi e di molte altre nazio­ ni ” ; bisogna riconoscere che l’Italia non diede “globalmente buona prova di sé. [...] Eppure la forza dell’ideale ‘legionario’ era tale che fino all’ultimo, migliaia di giovani incolsero, a guerra ormai persa, nelle file dell’R S I” (Azione rivoluzionaria, cit., p. 6). Il Pantheon degli eroi è assolutamente consolidato: “La direzione essenziale è nello spirito legionario |...|. Lo spirito legionario degli uomini di Codreanu, delle SS, ma anche di tutti i volontari fascisti, in Spagna, Africa, Russia” (Azione legionaria, cit., p. 19). 1 1 0 Azione legionaria, cit., p. 19. 1 1 1 Azione rivoluzionaria, cit., p. 13. Sulla distinzione fra “piccola” e “grande” guer­ ra santa cfr. più analiticamente oltre, p. 97. 1 12 “Uno di quegli uomini che [...] permettono alle élites politiche o intellettuali di ritrovare [...] tutti i punti di riferimento per una vita differenziata in un mondo di rovi­ ne” (Ibid., p. 10). 1 13 Azione legionaria, p. 17. 1 14 Ibid., p. 22. 1 15 Azione rivoluzionaria, p. 12. 116 Cfr. Fogli d ’ordine MPON, cit., p. 1; tutto in maiuscolo nell’orig. 117 In uno scritto sequestrato nel 1980, destinato alla pubblicazione su “Q uex” , M a­ rio Tuti scriverà: “I metodi di lotta indicati nel saggio La disintegrazione del sistema han­ no avuto finalmente la possibilità di essere posti in atto con esito favorevole nell’attuale situazione, ben diversa da quella del ’68-’69 [...] quando le velleità della destra erano ancora di natura più o meno golpista [...] proprio nella lotta contro il fatiscente e innatu­ rale regime pluto-marxista possono trovarsi accomunati i veri uomini differenziati, ind i­ pendentemente dalle etichette politiche” (Cit. in c. n u n z ia t a , Una strategia complessiva, tema costante dell'eversione di destra, comunicazione al Convegno: “Ricordare e capire. Violenza politica e terrorismo in Italia” , Bologna, 29-30 apr. 1983, p. 8). I metodi di lotta cui si riferiva Tuti erano l’attentato a “Radio C ittà Futura” , da parte dei N A R , con relativa rivendicazione. Se ne parlerà in un paragrafo successivo. 1 18 “La lotta armata è la sola garanzia contro i campi di concentramento di Dalla Chiesa e il confino di Cossiga” (Fogli d ’ordine, cit., p. 7; tutto maiuscolo nel testo). 119 “N o n ha importanza l’omogeneità delle sigle (che, anzi, se differenziate consen­ tono di battere meglio la repressione)” (Fogli d'ordine, cit., Marzo 1978, p. 6). “Ripetia­

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mo che la differenziazione delle sigle r , li ti .111Mille momento, unVsigenza tattica e insie­ me il modo più efficace per sfu m ar «11« npi ••»sione". (//’»< /, M 11>:M 1978, p. 4). Nello stesso senso: “Ne consegue un diii n iio ili rIh• 11<iti' nell« iivrndlt «/.ione e nella ‘firma’, piuttosto pericoloso, che richiede grumlr limiin1 1il politica" iA nnni rivoluzionaria, 16). 1 20 Esemplare è il caso dellu rapili« « II' «i m i c i i« '( itimi« Spuri", aita nel centro di Roma, effettuata nel marzo 17*^, AH'a/lmir, uru«nI«#«t« p rrim il II IA N di Via Siena, partecipano nuclei, o rappresentami, dei N AK , del I IIA N di Uniini r di Trieste, perso­ naggi gravitanti intorno «Ila sede M SI drll« M im i «unni«, militanti .li Aviingtiurdia Nu zionale e di Terza Posizione. l x armi rupinuir vriinuiin ip « iiiir li« IVt/ii l'osizimte e il FU AN ; queste ultime ulteriormente suddivise Ir« I I IIA N di Koina, Knvigu •• Titrstc ( s o s t. ROMA, op. cit., p. 950.) Questo episodio è esemplari- «min- drl rimi« i»m »nn di questi anni. La rapina, infatti viene lungamente discussa e preparala nell« sc-dr ilei F U A N , aperta alla frequentazione anche di ragazzini: “il numero delle persone che sono a conoscenza del progetto è tale che si decide di coinvolgerne, in ruoli secondari e so­ stanzialmente superflui, il maggior numero possibile per assicurarsi l’omertà, mentre ac­ cadrà che taluno, privo di compiti operativi, si rechi sul posto ad assistere in qualità di spettatore. Eppure per molto tempo non si riuscirà a capire chi o che cosa ci sia dietro la rapina” (Ibid., p. 64, stesura originale). U n altro esempio di intrecci, questa volta a livello di “vertici” : nella primavera del 1980 F. Freda, dopo aver incontrato nel carcere di Trani P. Concutelli, si convince che solo quest’ultimo potrebbe effettivamente rilanciare il movimento nazionalrivoluzionario, e decide di facilitarne l’evasione. Il placet di Freda rafforza l’autorità di Concutelli nei rapporti sia carcerari che con l’esterno, mantenuti soprattutto da S. Calore (Co­ struiamo l’Azione). Il tramite dei contatti è Angelo Izzo (“Q uex”), che ha modo di spo­ starsi tra le carceri. Calore diventa così il punto di riferimento di Concutelli con tutto l’ambiente eversivo romano, e attraverso questo canale si affida a Valerio Fioravanti (FU AN , N A R , Terza Posizione) il compito di organizzare l’evasione, con la collaborazio­ ne dei vecchi amici di Concutelli (Mangiameli, i fratelli Sparapani e altri) (s o s t . BOLO­ GNA, Motivi d ’im putazione, cit., pp. 32-33). (L’evasione non ebbe poi luogo per il trasfe­ rimento anticipato di Concutelli ad altro carcere.) 1 2 1 Se ne veda una biografia provvisoria in F. f e r r a r e s i , La cultura politica della de­ stra eversiva, cit. 1 22 La prima e l ’ultima, in particolare, sono definite da Ingravalle come “le plus cohérent exemple d ’action politique tirée de l ’étude de la Tradition” (f . i n g r a v a l l e , Pour une analyse du Mouvement Révolutionnaire en Italie, “Totalité” , 10, Nov.-Dic. 1979, p. 45). 1 23 “Costruiamo l ’azione”, 4, p. 9. 1 24 L ’attacco è molto più forte nei confronti degli Stati U niti che in quelli dell’altra superpotenza — forse perché qui è scontato: “L ’America è l’unica nazione passata dalla barbarie alla decadenza. [...] N on soltanto [...] è stata la culla [del capitalismo globale], grazie anche alla creazione ex novo di un tipo umano consumista che non avendo radici di popolo è il prototipo dell’uomo massificato, ma anche passando attraverso il genocidio di un popolo (quello indiano), e risolvendo le contraddizioni interne senza passare per la forma finale del capitalismo, il marxismo” (Ibid., 1, p. 5). 1 25 Ibid., 4, p. 8. 126 Durissima in particolare la polemica col M S I, la cui storia inizia con personaggi del calibro di Michelini, “che rubava prosciutti destinati al fronte russo” , e prosegue con Almirante, “che interrogava i suoi ‘ragazzi’ negli uffici di polizia, e che ora si dedica a cercare di far sposare suo figlio con una ‘principessina’; che fa la spia regolarmente al V iminale” (Ibid., 5, p. 12). 127 Ibid., pp. 1, 6. 128 L ’interesse, negli ambienti di destra, non è però nuovo in assoluto, e viene anti­ cipato, per esempio, dalle posizioni di raggruppamenti come la menzionata Organizza­ zione lotta di popolo, attiva a Roma fra la fine degli anni sessanta e il 1973: “il popolo ha deciso di esprimersi al di fuori e contro le istituzioni borghesi — partiti e sindacati — che non rappresentano le sue aspirazioni legittime, ma che sono al contrario emana­

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zione degli interessi economici e politici dell’imperialismo russo-americano, del Vatica­ no, e del Sionismo internazionale” (Gennaio 1970; cit. in G. b e s s a r io n e , Lambro/Hobbil, La cultura giovanile di destra in Italia e in Europa, Roma, Arcana 1979, pp. 79 sgg.). In altri termini, secondo 1 'interpretatio autentica di un esegeta interno all’“area” , qui il popolo è individuato come realtà in movimento, che cerca di darsi un’unità di destino, di cultura e d ’azione, attraverso le avanguardie politiche che nascono dalla lotta, cioè al di fuori di ogni struttura rappresentativa. La dicotomia destra/sinistra, fascismo/antifa­ scismo viene respinta come prodotto di manipolazione dello stato democratico borghese, sorta di forma generalizzata della teoria degli opposti estremismi, (f . i n g r a v a l l e , Pour une analyse du mouvement révolutionnaire, cit., p. 43). Anche sul piano internazionale si cerca di tradurre in pratica la linea definita da Ar: “punto di riferimento strategico (e non dottrinale, come è evidente)” (Ibid., p. 44: si noti una concettualizzazione nella qua­ le potrebbe ritrovarsi il marxismo strutturalista) è quello dei paesi non allineati (soprat­ tutto la Cina), che rappresenta l’antitesi reale, pratica (benché non priva di contraddizio­ ni sul piano teorico: ancora una volta la distinzione fra livello delle pratiche e livello della teoria ha delle origini concettuali ben individuabili), al mondo di Yalta. (Per un esame più approfondito, cfr. f . f e r r a r e s i , Cultura e ideologia della Nuova Destra in Ita­ lia: il quadro introduttivo, e M . r e v e l l i , Panorama editoriale e temi culturali della destra militante, entrambi in f . f e r r a r e s i (a cura di) Cultura e ideologia della Nuova Destra, pro manuscripto, Milano, Fondazione G . Feltrinelli 1982.) 129 Ibid., 5, p. 5; la qualità letteraria è del livello seguente: “Noi siamo gli ultimi discendenti di un popolo di Uom ini, di guerrieri, cui un esercito di invasori, quello bor­ ghese [...] ha usurpato il potere legittimo [...]. Noi, i figli senza tempo di questo popolo antico, ci ritroviamo così in un mondo che non ci appartiene e che ci disgusta [...]. Ecco perché, mentre le case crollano, noi usciamo allo scoperto, abbattendo i recinti. Con ra­ pide sortite, con entusiastiche cavalcate, diamo battaglia al nemico” (N. 4, p. 6). E anco­ ra ‘Pensiamo alla nostra terra, al verde, al blu, pensiamo al vino denso come il sangue del toro, pensiamo al sole che ci ristora nei campi e all’olivo che lo sfida nella sua eterna |xitcnza (...]. Che fare? [...] fare un popolo a cavallo, uomini e donne nel sole e nel venin, con archi e frecce. Con dardi appuntiti di legno duro a caccia di cinghiali, da cuocere .il tuoni nella festa del sole, nel giorno sacro del raccolto e in quello della semina. Voglia­ mo poco: la nostra vita. Una mandria di bisonti anche, che tornino con l’occhio calmo ili 1 1ii slida il tempo. Vogliamo i nostri sciamani che curino con le erbe e siano uccisi quando sbagliano I I Vogliamo la morte degli infami. [...] E fosse per un giorno, fosse per un'ora, ritorneremo ad alzare il grido di guerra. E il falco ancora canterà per noi canti perduti. Che trionfi la rivoluzione!” (N. 1, apr. 1978, p. 5). Su questi temi, più analiticamente, cfr. i f e r r a r e s i , Nazionalrivoluzionari e Nuova Destra. Alcune temati­ che, Documento interno ili ricerca, Istituto Cattaneo (gennaio 1983, pp. 9-22). 1 , 0SOST. ROMA, Op. cit., p. 941 Sgg. 1.1 Per il Fronte unito, in “Costruiamo l’Azione”, 4, luglio 1978, p. 1. 1.2 Tramite questo gruppo avviene il contatto con G . Cavallini, destinato a divenire uno dei più spietati killers dei N A R , socio fondatore della banda Cavallini-Fioravanti (s o s t . ROMA, op. cit., p. 942). 1.3 Pure letterale è la lunga citazione della metafora del viaggio sul fiume, prove­ niente dalla Disintegrazione del sistema ("Costruiamo l’Azione", 5, p. 11). 134 Uno il nemico, una la lotta, “Costruiamo l’Azione” , 1, apr. 1978, p. 11. 1 3 5 “Su queste considerazioni (...) sarebbe dovuto nascere un movimento rivoluzio­ nario politico, cioè su tesi politiche non ideologiche, che, potendo raccogliere tutta l’area fuori dal potere, avrebbe anche avuto i mezzi per scatenare una battaglia contro di es­ so.” M a la capacità di reazione del neocapitalismo e dei suoi ausiliari (“scimmiette idiote [...] luridi servi”), soprattutto tramite l’uso strumentale dell’antifascismo, ha reso diffici­ le il processo unitario: “bisogna dare atto ai compagni che [...] sono sfuggiti più degli altri alla trappola delle provocazioni, non rispondendo ai morti e ai pestaggi per lungo tempo. [...] M a alla fine anche loro sono crollati” . (Chiarezza in “Costruiamo l ’azione”, 5, p. 1; si noti che le stesse considerazioni sono sviluppate da F. Freda nell’intervista riportata nell’opuscolo cit., Giorgio Freda: nazimaoiste ou révolutionnaire inclassable?)

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1,6 SOST. ROMA, Op.

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94}.

137 Ibid. 1 1 us>> siiuniciiinle dei conati pseudori­ 138 Chiarezza, cit., p. 12, l.u ig ..... iiiii/imie m11 voluzionari è di vasto raggio, c coinvolte’ liunui/.luitto II M SI r II "servo Rauti”: “sicco­ me i ragazzi si agitano, mettiamo imi iiipn Munì' (ionie pilinii Situucd), che li ecciti e soprattutto gli faccia fare ni/./,nlc inveì e di ..... .......... I . |» i il sisienia”; i N A R (“quattro impotenti frustrati [dici si ili,m ulinino u n i li Imo pinole u lluaund o , gli croi, donne o ragazzini indifesi"), sono littll di i|iie*lu lugli n iiiinneiiiule "iiiiscono in una specie di raccogliticcio sottobosco peroni',in privo di lim n | iliili ,i, unito diillu volonlìl di agire in qualsiasi caso |...|. Ed e pei questo die quesli eroi | | ninni di sé e con i loro cannoni, vanno ad ammazzare uno qualsiasi din .uhi ,i inni sr/lonr |,mii, ulio /itili, 0 assaltano una radio politica, ma dopo clic all'interno sono rininne solo donne [assalto a ‘Radio C ittà Futura’]” (Ibidem). 1 39 SOST. ROMA, op. cit., p. 947. 1 40 Ibid. 1 4 1 Complessivamente all’M R P si attribuiscono un’ottantina di attentati, (minna, op. cit., p. 39.) 1 42 L ’attentato alla Sala Consiliare del Campidoglio, che causa danni ingentissimi, è del 20.4.1979, e viene rivendicato dal seguente volantino: “Movimento Rivoluzionario Popolare - Questa notte, alle ore 12,50 abbiamo colpito la sede del Comune di Roma al Campidoglio, centro di potere e di controllo. Distruggere i covi della repressione palese e occulta! Battere lo sforzo repressivo con la guerriglia popolare diffusa. Libertà per tutti 1 rivoluzionari prigionieri.” L ’esplosione, di elevatissima potenza, contro Regina Coeli è del 14.5.1979, e ha effetti devastanti. Viene rivendicata da due volantini; il primo affer­ ma: “Questa notte alle ore 1.37 un nucleo armato del M R P ha colpito il carcere di Regi­ na Coeli. Rivendichiamo la determinazione a colpire le strutture portanti del controllo capitalista, gli uom ini della ristrutturazione, i meccanismi del potere statale diffuso. L i­ bertà per i detenuti politici.” Il secondo afferma, tra l’altro: “Nel momento in cui i nuo­ vi strumenti del capitalismo spezzano la composizione di classe e producono una ristrut­ turazione per ‘crisi’ susseguentisi, lanciamo un appello alle forze rivoluzionarie per l’in ­ tensificazione di una pratica di contropotere diffuso, contro il fascismo [sic!] dello Stato aprendo un fronte dialettico e armato che, nella distruzione delle strutture di trasmissio­ ne del potere, ricomponga quell’unità di cui ora necessita la rivoluzione.” (Si noti l’ana­ logia fra il concetto di “strutture di trasmissione del potere” , e quello di “cinghie di trasmissione del potere” , discussi in un precedente paragrafo.) L ’attentato contro il C .S .M . (94 candelotti di esplosivo) non si realizza per motivi tecnici. Quello contro il Ministero A A .E E . (24.5.1979) viene rivendicato, con la solita grafica, nel volantino se­ guente: “ ... L ’attuale fase della lotta al capitalismo non è quella di una guerra di libera­ zione: ne costituisce però le premesse. G li attacchi condotti dal M R P sono stati diretti contro strutture ‘simboliche’ del potere. Questo per aprire la contraddizione fra apparati formalmente ‘democratici’ e il loro uso antiproletario. [...] accentuare la pratica della guerriglia diffusa per la creazione di aree liberate dal punto di vista militare e sociale. [...] Contro l’imperialismo e il fascismo, lotta senza tregua” . Il termine “fascista” in que­ sto e altri luoghi è applicato, come epiteto, al potere (al sistema) “naturalmente, nella misura in cui esso rappresenta, qui e ora, tutto quanto vi fu di compromessi, tendenze filoborghesi e filosioniste nel regime mussoliniano fino al 1943, e che fu puntualmente ripresa [...] dall’attuale ‘repubblica laica, democratica, antifascista, nata dalla Resisten­ za’” (Cfr. F. i n g r a v a l l e , Pour urie analyse, cit. p. 46). Oltre che degli attentati il gruppo è imputato di un numero straordinario di altri reati, fra cui numerosissime rapine e l ’or­ ganizzazione della fuga di F. Freda da Catanzaro. 143 SOST. ROMA, op. cit., pp. 948 sgg. w Ibid., p. 949. 1 4 5 Ibid., p. 949. 146 Ne facevano parte Pedretti, V. Fioravanti, Trochei, Alibrandi, A. Pucci, Pizzonia e Livio Lai, giunto appositamente dal F U A N triestino (Ibid.). 147 Ibid., p. 950.

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'" Ib id ., p. 951. 149 Ibid., p. 951; in precedenza si era avuta un’altra formazione, Lotta Popolare, collegata all’emittente “Radio Contro” , entrambe connesse a iniziative di Signorelli. 1,0 I rapporti di Freda con TP continuano anche dopo la fase iniziale: ad esempio, i capi di TP, Fiore e Adinolfi, sono, con altri, cooptati nell’O rdine dei Ranghi, la super­ segreta, super-selezionata confraternita istituita da Freda alla fine degli anni settanta (s o s t . Bo l o g n a , Memoria, cit., pp. 10, 17).
151 R. MINNA, Op.

cit.,

p . 38.

1 52 Come questa “canalizzazione” funzionasse in pratica lo spiegherà, durante un interrogatorio padovano, Valerio Fioravanti: “I capi di TP erano abili, perché non dice­ vano ai giovani militanti: ‘occorre fare questa o quella rapina’, ma, nel corso di una riu­ nione, esponevano l’esigenza di avere del denaro per delle iniziative, e facevano in modo che i ragazzi ‘volontariamente’ proponessero un piano di rapine.” 1,3 A Roma i nuclei principali sono quelli dei quartieri Trieste, Balduina, Talenti, Parioli, Flaminio, E U R , Tuscolano, Portuense; fuori Roma esistono nuclei di TP in Ve­ neto, Romagna, Umbria, Marche, Basilicata, Sicilia e, pare, anche in Lombardia e Ligu­ ria. I dirigenti politici nazionali sono: Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi, Marcello De Angelis, Giancarlo Laganà, Fabrizio M ottironi, W alter Spedicato, Francesco Mangiame­ li (s o s t . ROMA, op. cit., p. 954). 1 54 Si consideri, ancora una volta, lo stretto legame fra “vecchie” e “nuove” aggre­ gazioni, che fa sì che nell’ambiente, molti considerino TP una mera filiazione giovanile di A N (Ibid.). 1,5 Ibid., p. 955. 156 A ll’uscita dal carcere, Fioravanti, secondo le sue dichiarazioni successive, regi­ stra la delusione delle sue speranze “rivoluzionarie” di primavera, ed è condotto a elabo­ rare una nuova antropologia del (neo)fascismo, in base all’analisi delle scelte di vita dei camerati. Secondo Giusva questi ormai si potevano distinguere in “fascisti bucolici” (Pedretti, Pizzonia, Morsello, e le loro compagne Mambro, Angelini, Marinella), che consi­ deravano "scelta rivoluzionaria” utilizzare il provento delle rapine per acquistare case e terreni dove andare a vivere insieme, avere figli nello stesso periodo, educarli nello spiri­ to rivoluzionario, farli sposare fra loro dando così origine a tante generazioni di ribelli in attesa della rivoluzione finale, e “fascisti mercenari” (Alibrandi, Carminati, Bracci) che consideravano rivoluzionaria in sé l’azione (idest: rapina, furto) e non avevano scru­ poli a utilizzarne i proventi a fini di vita dispendiosa ed elegante (Ibid., p. 956). 1 5 7 Riesce a fuggire G . Fioravanti, che sarà condannato in primo grado per l’omici­ dio insieme agli altri, e al mandante, P. Signorelli. Questa azione va sottolineata per un duplice ordine di ragioni: da un lato raccoglie operativi di tutte le tendenze della Destra (CLA, TP, NAR-FU AN , gruppo Roma Sud ecc.); dall’altro era stata concepita come un gesto di apertura nei confronti della sinistra, perché la vittima designata era accusata di aver tradito una militante dei N A P , A nna Maria Martini. 1,8 La circostanza sembra troppo curiosa per essere del tutto casuale; ma i tentativi di individuare interventi “esterni” che avrebbero “pilotato” questa catena di arresti si sono, finora, rivelati infruttuosi (Ibid., p. 957). 1 59 Si tratta di Vale, Ciavardini, D . M ariani, cui si aggiungono però V. Fioravanti, la Mam bro, Cavallini, da qualche mese partner fisso di Fioravanti, oltre a M . Rossi e G . De Francisci; il primo, già luogotenente di Concutelli, di provenienza ordinovista e quindi già confluito in Costruiamo l’Azione; l’altro, proveniente dal gruppo Eur-Montagnola, già confluito nel F U A N (Ibid., p. 960). 160 Le carenze di provvedimenti sistematici nei confronti dell’eversione neofascista a Roma nella seconda metà degli anni settanta costituiscono una delle pagine più nere nella recente storia giudiziaria italiana. Basti pensare che, malgrado il dilagare della vio­ lenza, soprattutto giovanile, solo nel 1978, e per iniziativa di un solo sostituto, ha inizio un’indagine generale in materia, mediante la riunione e trattazione complessiva di nume­ rosissimi procedimenti contro ignoti rivendicati da sigle di destra. “E significativo,” vie­ ne fatto rilevare dai sostituti che hanno assunto l ’eredità di Amato, “che per riunire e classificare i processi si debba ricorrere alla ‘spulciatura’ del Registro Generale della Pro­

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cura: fino ad allora infatti i lusi'leoll muto drlrgati, più <1 menci 1 usualmente, a sostituti diversi” (Ibid., p. 961). N on sorprendentemente, si Itruiitolu uri I..... hi pulizia h lilialmente disorientata; i carabinieri non sembrano intarsim iI a indiam i .......... ili, In 1 «rivizi di sicurezza taccio­ no. Anche gli arresti in flagranza, limili amln min tulli' 1Ir finiti, n siano fatti casuali e poco significativi: tutto ciò malgrado l'ainlilriiir, m iiir «l e vl«li>, sin altamente per­ meabile. Q uando Amato assunte in blocco i|iir»ll pini rdliiirnll nuli virile «giiivutn drl lavoro ordinario, né gli vengono forniti «p niall «liiiineiill d'indagine pini dl«pmu- di un nolo funzionario della D IG O S , dotato di alia prolessImialliA ma 1 1 «mi volta la ir n ir ili mezzi, uomini, appoggi (Ibid., p. 964), Ancora più grave è l’atmosfera non solo di lottile 1 .ni,míenlo ma .li veia e propria ostilità che circonda M . Amato quando si comincia a delineare In pollala della sua inda gine, e l ’ambiente eversivo ne percepisce la pericolosità. Vengono mobilitate, allora, Hit te le solidarietà — di classe, ideologiche, di parentela ecc. — di cui la Destra può dispor­ re nel mondo giudiziario. (Dirà Valerio Fioravanti nel corso del processo bolognese per l’uccisione di Amato: “U no dei motivi per cui scegliemmo come obiettivo Mario Amato fu la necessità di dare un segno evidente, quasi plateale della rottura che doveva crearsi fra noi e alcuni apparati dello Stato ai quali eravamo, diciamo così, simpatici. Noi face­ vamo quello che volevamo, eravamo i figli della borghesia ai quali era permesso tutto, loro erano troppo occupati coi ‘compagni’, erano tolleranti...” [Cit. in F. c o p p o l a , “Sia­ mo stati noi a uccidere Amato", “La Repubblica” , 9 marzo 1980, p. 13].) Oltre agli inter­ venti (documentati) di colleghi che cercano di spingere Amato ad assumere la (fino ad allora normale) linea morbida della procura nei confronti della Destra, viene montata, con l’aiuto della stampa, una vera e propria campagna di criminalizzazione a rovescio, che cerca di descrivere Amato come un persecutore fazioso, che per motivi esclusivamente ideologici, vuole soffocare ogni spazio di espressione della Destra. La campagna culmina in un “vergognoso episodio” di cui si fa protagonista l’ordine forense di Roma, che, in un durissimo documento di protesta, sollecita contro il magistrato l’apertura di un provvedimento disciplinare: Amato, infatti, si era permesso di arrestare ... Paolo Si­ g n o r ili! (Cfr. s. C a s t a l d o , L'omicidio di M. Amato, comunicazione al convegno su “Terrorismo ed eversione di Destra” , Grottaferrata, ottobre 1983, dattiloscritto, p. 6.) Le responsabilità più gravi sono tuttavia quelle del capo della Procura, De Matteo (il cui atteggiamento generale viene definito dal P M bolognese che ha svolto le indagini sull’omicidio Amato, in termini di “indifferenza, di superficiale pavidità”): le pressanti richieste di Am ato di essere affiancato da altri colleghi per non dover sopportare da solo il peso e il rischio delle indagini si scontrano sempre con la latitanza di De Matteo. (Ibid., p. 7.) E ciò, si badi, nel momento in cui, sempre secondo l’inquirente bolognese, la procura di Roma si dedicava all’arresto spettacolare di “una ventina di giocatori di pallone, ancora freschi di gloria e madidi di sudore. Cinque, diconsi cinque, sostituti vennero delegati a seguire le vicende degli osti Trinca e Cruciani...” (cit. in F. c o p p o l a , Due killer per uccidere Amato, “La Repubblica” , 7.5.1983, p. 15). N on c’è dubbio che, se confrontato con quello più morbido e distaccato degli altri inquirenti, il comportamento di Amato sia, dal punto di vista della Destra, oggettiva­ mente persecutorio: “quando le indagini si appuntano per la prima volta su ambienti e personaggi di livello elevato, il pericolo diviene troppo grave” ; l’eliminazione di Amato entra nel “bagaglio programmatico di tutti i terroristi, obiettivo comune e quasi u nifi­ cante della Destra ‘rivoluzionaria’” ( s o s t . r o m a , op. cit., p. 965). Anche di fronte a que­ sto pericolo Mario Am ato viene lasciato completamente solo: inerme, senza scorta, in ­ contrerà il suo assassino a una fermata d ’autobus, il mattino del 23.6.1980. 1 6 1SOST. r o m a , op. cit., p. 966. 1 6 2s o s t . r o m a , op. cit., p. 969; Fiore sarà arrestato a Londra nel settembre 1981; lo comunica il giornale del movimento: “l’ l l settembre, forse a un anno esatto dall’ucci­ sione di Francesco [Mangiameli], [...] sono stati fatti prigionieri a Londra Roberto Fiore, militante e dirigente rivoluzionario, e Marcello De Angelis, fratello di Nanni, caduto nell’ottobre ’80” (“Terza Posizione” , ott.-nov. 1981, p. 3).

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1 6 5 Quest’ultimo, caponucleo territoriale di TP nel quartiere Trieste, aveva svolto un ruolo rilevante nell’omicidio Mangiameli, attirando la vittima nell’agguato mortale ( s o s t . RO M A, op. cit., p. 969). 1 6 4 V. retro, n. 153. 1 6 5 E il caso di un gruppo, già riferentesi al FU A N e alla sezione Prati del M S I, gravitante intorno ad Aronica, D i Vittorio e Frega; lo stesso vale per un nucleo attivo a Ostia e un altro operante nella zona Sacrofano-Formello (Ibid., p. 970). 166 p er ta[e omicidio la Corte d ’Assise di M ilano il 12.1.1984 ha condannato all’er­ gastolo Cavallini e Soderini. 1 6 7 Che sarà, poco dopo, pagata con la vita del capitano Straullu e del suo autista ( s o s t . r o m a , op. cit., p. 972). 1 6 8 SO ST. RO M A, Op c it, p. 975. 1 6 9 Ibid., p. 977. 1 70 In un documento sequestrato nel 1980, e destinato alla pubblicazione su “Q uex” , Mario Tuli scriveva: “L ’originalità politica di questi nuovi militanti nazionalrivoluzionari [i N A R I | ] è dimostrata dal testo del volantino con cui veniva rivendicato l’attentato a Radio C ittà Futura. In detto volantino, riprendendo frasi e concetti della Disintegrazione del sistema, si individuano nei centri di potere democomunista gli obietti­ vi da colpire e si arriva a proporre ai giovani m ilitanti comunisti o autonomi una tregua se non addirittura una cobelligeranza contro lo stato borghese” (cit. in c. n u n z i a t a , Una strategia complessiva, cit., p. 8). 1 7 1 Sentenza Ordinanza Giudice Istruttore di Padova, 28.2.1982, p. 61. '" Ib id ., p. 63. 1 7 1 Ibid., p. 61. 1 7 4 Ibid., pp. 62-63. 1 7 1 Ibid., p. 62. 1 7 6 Ibid., p. 60. 1 7 7 SOST. RO M A, op. cit., p. 958. 1 7 8 V. nota 152. 1 7 9 SOST. RO M A, op. cit., p. 959. 1 8 0 Esistono inoltre prove di basi logistiche comuni fra la destra e la sinistra ( s o s t . b o l . , Motivi, cit., p. 47). 1 8 1 Lo Hitlerjunge Quex è un personaggio della mitologia nazista, cui sono stati dedi­ cati romanzi e film: nel più noto di questi, H eini, figlio quindicenne di un militante comunista, entra nella / litlerjugend-, ne nasce un conflitto familiare che culmina nel suici­ dio della madre di H eini; il tragico evento “converte” il padre che abbandona il comu­ niSmo. 18 2 La redazione è composta, fra gli altri, da E. Bonazzi (omicida di Mariano Lupo), Mario Murelli (protagonista, con V. Loi, del giovedì nero di Milano, 12.4.1973, quando l’agente M arino venne ucciso dal lancio di una bomba a mano), Angelo Izzo, Fabrizio Zani (secondo Freda: “E prezioso, ma va staffilato”). (Cfr. l’importante ricostruzione della vicenda di “Q uex” compiuta da M . n o z z a , "Quex": spontaneismo o progetto nazional-rivoluzionario?, cit., p. 274.) La presenza, fra i collaboratori di “Quex” di Angelo Izzo, uno degli assassini del Circeo, merita una chiosa. Il suo primo articolo, di comme­ morazione dei morti di destra (Sono al vostro fianco), viene così presentato dalla redazio­ ne: “La firma di questo articolo sconvolgerà le vestali di quart’ordine della morale e del­ l’etica ‘fascista’, quelli che identificano l’uomo ‘esistenzialmente qualificato’, di cui parla Evola, col buon padre di famiglia. [...] A i rivoluzionari [invece] facciamo presente che non è il sistema democratico che può accusare o condannare i camerati. Le affermazioni della giustizia borghese non ci riguardano...” (“Q uex” , 2, p. 35). Poco dopo la “giustizia borghese” conferma, in appello, la condanna all’ergastolo di Izzo. La rivista così com­ menta: “Il dibattim ento ha dimostrato che non c’è stata violenza carnale, e non ha chia­ rito minimamente il perché dell’improvviso momento di violenza (sic!!) che è costato la morte alla ragazza. Il N A Z IS T A Angelo Izzo, il mostro del Circeo, non aveva diritto che a un giudizio sommario, con orde di femministe scatenate...” (“Q uex”, 4, p. 13). Si deve dare atto a Franco Freda di avere almeno qualche perplessità su Izzo. In una lettera

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a Tuti ordina: “N on si firmi col mio ih iiih Non gli riconosco itncora la condizione di soldato politico.” L ’ordine scmhrn r u m .imo disatteso. ( O r , M n o z z a , op. cit., p. 274.) 1 8 5 “In particolare le posizioni u h ........li I vi,In, r Ir inlrrpri in ..... . politiche di Freilm Inlllmrnti delle strategie da, nella fredda logica che le unimn, lmli|.....li n i....... .. politiche seguite tanto d a l're d a q u im lo ■ In i Iti, m m r ( u n / i n n i n i n lln modi, ha tentato di seguire le indicazioni e v o lta n e , d i r spesso v in o M nn in, n-ili I iliiu r lile velleitarie e d i­ staccate dalla realtà — ci sembrano p a r t lc n lm m r n lr lu lr g n n lr " (" O l i r *” , >, maggio 1979/marzo 1980, p. 9); ancora: “Vogliamo [ | t in ila o h i p m U n i r d i r 'Q i i r x ' si rico­ nosce in grandissima parte nelle posizioni rivoluzionarie rs p rrs s r < In l i n l n n r lla Dtsinte grazione del sistema, più in generale nelle posizioni metapolitiche in d ic a te d a i t r i t i «celti e pubblicati da A r” (“Q uex” , 2, marzo 1979, p. 32). L ’omaggio a Evola si accompagna allo scherno feroce contro chi “imbratta le carte di pensiero evoliano” (f . g in o k i, Contro le ideologie, “Q uex” , 2, p. 35), e in particolare contro gli eroi da poltrona, coloro che mancano di coerenza fra pensiero e azione. Per questi M . Murelli conia il garbato epite­ to zoologico di “suini verticali” , distinti in due razze principali, il “suino ascetico", che predica il distacco, e il “maiale da combattimento” , che enuncia la via del guerriero. Sono i due corni del dilemma di fondo della dottrina evoliana, che Murelli propone di risolvere suggerendo ai sostenitori del primo di “ritirarsi, in nome della coerenza, sulle pendici di un vulcano, possibilmente attivo” . A l secondo tipo si chiede invece “come mai ha ancora la possibilità di grugnire fra le pagine di pubblicazioni idiote, invece di essere in qualche campo di concentramento (pardon! [•..] ‘supercarceri’) [...] visto che se solo mantenesse un m inim o di C O E R E N Z A fra l’enunciazione e l’A Z IO N E sarebbe automaticamente un fuorilegge” ( m . m . , Personale e/o politico, “Q uex”, 1, p. 8). M olto più aperto e disponibile è invece il giudizio nei confronti della Nuova Destra, benché negli ultim i numeri del bollettino tendano a prevalere le sfumature negative. Nell’artico­ lo appena citato, ad esempio, si afferma che, malgrado “Q uex", per fedeltà alla propria natura, intenda continuare a muoversi su un cammino diverso “crediamo opportuno ap­ poggiare chi vuole ‘operare nella direzione di un ‘Gramscismo di destra’ che miri alla riconquista della società civile.’” [La citazione interna è tratta da un articolo di “D iora­ ma Letterario” .] Pesante invece l ’attacco che lo stesso Murelli, qualche numero dopo, porta al “nuovo animale del giardino zoologico”, l’“alaindebenoista” ( m . m . , Bestiario, “Quex” , 4, p. 45). L ’argomento viene trattato più diffusamente nel prossimo capitolo, cui si rimanda. 1 8 4 M . t u t i , Considerazioni inattuali, “Q uex” , 2, p . 12. 1 8 5 m . t u t i , Organizzazione e spontaneismo, “Q uex”, 2, p . 9. 186 s. l a t i n i , e . b o n a z z i , Coerenza, “Q uex” , 2, p. 7. 1 8 7 l a t i n i , b o n a z z i , op. cit., p. 7; “Q uex” , 3, p. 8. 1 8 8 “Q uex” , 3, pp. 6-8. 189 j. e v o l a , La dottrina aria di lotta e di vittoria, Padova, Ar 1970, 1977; contiene anche, in appendice, un articolo apparso sul II , 24 di “La difesa della razza” , dal titolo: La razza e la guerra (pp. 41-53 dell’attuale opuscolo). La traduzione francese, opera di Philippe Baillet, compare come supplemento al n. 7 di “Totalité” . Nello stesso ambito tematico si veda anche: Metafisica della guerra, originariamente in “Diorama filosofico” , maggio-agosto 1935, riedito a cura di M . Tarchi nel 1974; tr. francese, Milano, Arché 1980. 1 90 j. e v o l a , Dottrina aria, cit., pp. 16, 42. 1 9 1 “Q uex” , 2, p. 1. 1 92 J. e v o l a , op. cit., pp. 17, 43; Metafisica della guerra, § IV. 1 95 “Q uex” , 2, p. 1. 1 94 J. e v o l a , Dottrina aria, cit., p. 46. 1 9 5 “Q uex”, 3, p. 6. 196 j. e v o l a , op. cit., p. 25. 197 “Q uex” , 4, pp. 11-12. N on manca la citazione letterale: “Ricordiamoci e faccia­ mo nostra, ma veramente nostra, questa massima del Bhagavad-gità: ‘... Mentre tu poni sullo stesso piano di valore piacere e dolore, vantaggio e perdita, vittoria e sconfitta,

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arm ati per la lotta: cosi non ci sarà nessuna macchia sul tuo onore’.” (Cfr. s. l a t i n i , e . op. cit., p. 7; il brano proviene da j. e v o l a , op. cit., p. 24.) 198 F . j e s i , Cultura di destra, cit., p. 87. Il m ito dell’atto eroico può forse aiutare a com prendere anche un altro fenomeno caratteristico dell’eversione di destra a differenza di quella di sinistra: la penuria di pentiti fra quanti hanno occupato posizioni di responsa­ bilità nelle form azioni eversive (Fino a tem pi recentissim i, in fatti, com e è noto, i pentiti sono, a d estra, m eno numerosi che a sinistra, e si trovano prevalentem ente ai livelli ge­ rarchici più bassi.) Q uale che sia l'interpretazione che si vuol dare del pentitism o di sini­ stra, è indubbio che uno dei suoi, fattori determ inanti sia stato la percezione, da parte dei protagonisti, della sconlitlu del progetto politico di cui essi si consideravano p o rtato ­ ri. Ma a d estra, almeno nelle Itisi successive al golpismo, si rifiuta esplicitam ente qualun­ que p rogetto politico, e si dichiara di battersi in nom e di valori m etastorici, che negano qualunque riconoscim ento alla realtà contingente del m ondo m oderno. Suprem o onore è anzi, giusta la lezione evoltami, battersi anche sapendo che la battaglia è m aterialm ente perduta. Q uesto orientam ento è strettam ente connesso con un altro fascio di fenom eni, relativi al privilegiam entu clic, nella d o ttrin a di destra, assume l’agire dell’individuo, (lo “stile”) ribadito in topoi come quello di “ soldato politico”, “uomo differenziato” , “gran­ de guerra sa n ta” ecc. A ciò al contrappone lo scarso interesse che la figura del singolo riveste nell’universo terrorista ili ainistra, risalente forse a una lettura do ttrin aria e limitatrice del m arxism o, secondo cui gli atto ri sono visti com e meri portatori ( Tràger) di stru ttu re e processi storici, il che, ancora una volta, giustifica il getto della spugna quan­ do appaia che proceaai e stru ttu re si m uovono in direzione diversa da quella prevista. Q u an to precede, naturalm ente, costituisce una ricostruzione congetturale, per di più basata prevalentem ente su m ateriali teorico-dottrinali, che andrebbe sottoposta alla veri­ fica d ell’indagine em pirica. Per avere u n ’idea delle possibili discrasie fra il modello teo ri­ co del “soldato politico” e la sua realizzazione concreta, si considerino solo le dichiara­ zioni di “Q uex" relative ad A. Izzo, rip o rtate poco sopra. (Sul pentitism o fra i terroristi di destra cfr. anche p. v ig n a , L'omicidio del magistrato Occorsio, cit., pp. 931 sgg. 199 m . n o z z a , op. cit., p. 271. 200 “Q u e x ” , 2, p. 1. 201 V. sopra, n. 97. 202 p. 10. 203 p. 11. 204 p. 11. 205 Si consideri inoltre che il regime attuale, am orfo, spugnoso, privo di centri ner­ vosi e di organi vitali, non si regge su “uom ini chiave” né su stru ttu re ben individuate. Il “cecchinaggio” , p ertan to , pu r valido dal p unto di vista tattico, non è di per sé suffi­ ciente a m ettere in crisi le istituzioni, e, strategicam ente, va affiancato da m etodi di lo tta di più ampia p o rtata (p. 11). 206 p. 12. 207 C fr. retro, p. 60. 208 p. 12. 209 R . M IN N A , O p . Cit., p. 30. 210 c. n u n z i a t a , Una strategia complessiva, cit., pp. 12-13. 211 s o s t . RO M A , op. cit., p . 978.
b o n a z z i,

3. La nuova destra
di M arco Revelli

1. LE ORIGINI. CAM PO HOBBIT E LA “ RIVOLUZIONE COPERNICANA” DEL ’77 Se una d a ta di nascita si vuole assegnare alla N uova d estra ita lia­ na è al 1977 che bisogna guardare. E q uesto l’anno del prim o C am po H o b b it, organizzato dalla com ponente rau tian a e giovanile del M o v i­ m ento Sociale e assunto esplicitam ente dai suoi stessi p ro tag o n isti — con u n ’e v id en te en fatizzazione del suo significato e della sua p o rta ta — com e il p u n to d ’inizio della p ro p ria “rivoluzione co p ern ican a” ; co­ me l’occasione — scriveranno essi stessi nell’in tro d u zio n e del volum e celebrativo H o b b it/H o b b it, a u to d efin ito “l’album d i fam iglia della N u ova d e s tra ” 2 — p er “ m o strare l’altra faccia del ‘p ian eta fascio’, la faccia al sole” 3. A M ontesarchio, u n piccolo paese vicino a B enevento, in un cam po sportiv o adorno di b an d iere contrassegnate dalla croce cel­ tica, all’insegna dei m itici personaggi della le tte ra tu ra to lk ie n ia n a 4, cir­ ca u n migliaio di ap p a rte n e n ti al F ro n te della G io v en tù e alla confusa e in tric a ta “galassia pulviscolare” d ell’eresia nera si riuniscono p er due giorni — l’i l e il 12 giugno — atto rn o a quello che definiscono il “p ri­ mo festival di m usica, spettacolo e grafica dell’estrem a d e s tra ” : un a fe­ sta m usicale sim ile alle m olte diffusesi nel b iennio p reced en te nell’area giovanile d ell’estrem a sinistra dopo le clam orose esperienze d i P arco L am bro e di Licola. E l’approdo operativo di u n a lunga b attaglia in te rn a al M S I, p o rta ­ ta avanti dalla co m ponente più radicale ed estrem a g u id ata d a Pino R a u ti 5 e in c arn ata nelle posizioni di L inea F u tu ra , il gruppo più im p e­ g n ato in u n ’op era di “ m o d ernizzazione” e di “d e-istitu zio n alizzazio n e” delle s tru ttu re e della politica del p a rtito neofascista. T erm in ata la “breve stagione dei consensi ” 6 della prim a m età degli anni s e tta n ta (il periodo delle “m aggioranze silenziose”); svanito il “p ro g etto di co n d i­

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zionam ento delle stru ttu re istitu z io n ali ” 7 d a p arte di un a “g ran d e d e ­ stra ” ed esau rita la fase più calda della “strateg ia della te n sio n e” (più sopra am piam ente descritta); v erificata, in sostanza, alla m età del d e­ cennio, l’assenza pressoché totale, sul v ersan te dell’estrem a d estra, di una qualche strategia credibile, sul m edio periodo, di rilancio e d i avvi­ cinam ento al p otere, l’ala rau tian a pro poneva u n ’altern ativ a radicale, b asata su un pro g etto di “sfondam ento verso il sociale” , per così dire, e di nuovo radicam ento nella società italiana, d a realizzarsi attrav erso una fo rte capacità d 'innovazione politica e culturale. Al C ongresso del 1976 questa opposizione in te rn a era v en u ta allo scoperto e aveva d ato battaglia, m e tte n d o in discussione lo stesso stile politico del p a rtito , e la sua politica istituzionale e burocratica: “Il docu m en to congressuale,” an n o terà uno dei protagonisti di quella vicenda, “già lo annunziava: se il ‘lo ro ’ m etodo era stato quello delle adunate-con-rim borso-spese, d el­ l’episodicità dei cortei, della form ale artificiosità di tesseram en ti e s tru ttu re sulla carta, ‘n o i’ avrem m o ro tto . A ll’insegna del volontarism o e della a u ten ticità, avrem m o ripreso la strad a della ricerca” 8. O ra , essa inten d ev a d are concreta o p era tiv ità alle p roprie opzioni. C am po I lo b b it è quindi, in prim o luogo, l’occasione per un a rige­ nerazione dello stile e per una “sfida al form alism o delle s tru ttu re ” ; il m om ento em ergente di una b attaglia in te rn a di p artito attrav erso il quale un gruppo di m inoranza cerca e tro v a legittim azione (“La p ro ie­ zione stereofonica di u n C ongresso senza delegati ‘di d ir itto ’” lo d e fi­ niranno, sottolineando la crucialità del problem a d i “so stitu ire una classe d irig en te [del p artito ] inabissata con u n ’altra che rappresentasse dei d u b b i e delle certezze della generazione ‘so tto i ventisei a n n i’” ) 9. M a il prim o C am po H o b b it ha u n significato che va al d i là del sem plice scontro in te rn o tra le co m ponen ti del M o vim ento Sociale I ta ­ liano. E sso è, in fa tti, anche la p rim a occasione in cui l’estrem a d estra italiana m ostra di aver av v ertito la possibilità di u n ’in ed ita presenza all’in te rn o delle dinam iche sociali e so p ra ttu tto d ell’area m assificata del m ondo giovanile, superando quella “ sindrom e della sc o n fitta” che per lungo tem po l’aveva paralizzata nel “g h etto delle nostalgie” e p u n ta n d o — com e scriveranno — all’“afferm azione d i u n m ovim ento giovanile che si esprim esse nel linguaggio, nei gesti e nelle aspirazioni così com e ogni giovane degli anni o tta n ta ” 10. Il 1977 è anche l’anno di u n nuovo tip o di “rivolta giovanile” (un anno, per m olti versi “di svo lta” nella sto ria delle culture politiche ita ­ liane): per la prim a volta nel secondo dopoguerra un m ovim ento giova­ nile di m assa si esprim e, con u n a carica d iro m p en te sco n certan te, in te ­ ram en te a l d i fuori non solo del “sistem a dei p a rtiti” — com e, per certi aspetti, già il ’68 — m a dello stesso “sistem a po litico ” " , contrapponendovisi fro n ta lm e n te ed esprim endo un a radicale “critica della p o liti­ ca” e del suo stesso linguaggio razionalizzato . In v estita d all’o n d a d ’u r­ to di u n m ovim ento che sem bra utilizzare p iù i codici com unicativi d el­

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l ’avanguardia artistica del primi) N ovecento che non l’esten u ato lessico politico d ell’ideologia, e che privilegili upertiinienle le incandescenti te ­ m atiche esistenziali (per molli vcim vicine alla ! rl'i'inrcform e d ’inizio del secolo) risp e tto al p ro p ello |»>lilu < > , Ih -.itusiih cui era sp e tta to tradizionalm ente, dal 1945 in poi, il m onopolio della m obilitazione an ­ tagonistica — accusa il colpo S c o iu ri '1ut it dilli Y m n>icu/ii ili soggetti collettivi dai profili sociali im e n i, * lie «tienili il colli» me uH'iiilei no del la “com posizione di classe” c u rico n d u rle h precisi ruoli pro d u ttiv i; d iso rien tata da una m obilitazione fo n d ata, in via im m ediata, su una ra ­ dicale soggettività “non negoziabile” e su una generica “dom anda di senso” cui è cultu ralm en te im preparata a rispondere, essa e n tra in una brusca, b ru cia n te “crisi d ’id e n tità ” : m en tre le form azioni della più re ­ cen te “sinistra rivoluzionaria” , consolidatesi organ izzativ am en te nel q u inquennio p reced en te si dissolvono, in b u ona p arte, “ nel m ovim en­ to ” fran tu m an d o si in una pluralità d ’id e n tità parziali (fem m inism o, p ro letariato giovanile, ecologism o ecc.), i grandi ap p arati della “sinistra ufficiale” , orm ai vicini e quasi p ienam ente responsabilizzati alla gestio­ ne governativa, finiscono per trovarsi fro n talm en te co n trap p o sti alle nuove realtà in m ovim ento nell’universo giovanile. N é il fenom eno, e so p ra ttu tto le sue potenzialità, sfuggono a quella co m p o n en te del n eo ­ fascism o che, com e si è visto, da tem po lavorava a un p ro g etto di d ra ­ stica innovazione attrav erso una cauta “strategia d ell’atte n z io n e ” nei co n fro n ti dei nuovi m ovim enti sociali: “Il S etta n ta sette. A lias l’altra faccia del S e ssa n to tto ” , scriveranno al proposito. “ Se quello n o n l ’ave­ vam o ‘fa tto ’ (ma no n ne eravam o usciti indenni. C i sarebbe voluto un d ecennio p er constatarlo. B eata anestesia delle nostalgie!), stav o lta ‘ci sarem m o s ta ti ’ .” 12 La nuova co n g iu n tu ra è colta, con in d u b b ia p ro n tezza e lucidità, com e l ’occasione p er una brusca q u an to in a sp e tta ta rim essa in discus­ sione degli equilibri cristallizzati; una so rta di “riap e rtu ra dei giochi” e n tro cui te n ta re una rilegittim azione di posizioni fino ad allora rigida­ m ente em arginate d all’universo politico e culturale per e ffetto degli esi­ ti del secondo co n flitto m ondiale ed e n tro cui cogliere i segni d i quella “fine di un dopoguerra d u ra to q u a ra n t’an n i” di cui gli esp o n en ti di “q u e sta ” D e stra parlano con tin u am en te. “La prim avera d ell’au to n o ­ m ia” , com e essi la qualificano, “q uesto fenom eno che per un attim o da se tta rio pare farsi epocale, nell’esplosione di ferm en ti germ ogliati nel­ l’arco di alm eno nove a n n i” 13; il convulso m oto giovanile che p u r — occorre ricordarlo — era iniziato a R om a p roprio con un a m obilitazio­ ne an tifascista, diviene, per q u e st’anim a della D estra radicale italiana, un te rm in e di riferim en to irrinunciabile nella ridefin izio n e della p ro ­ pria id e n tità e della p ropria strategia. In essa — scrivono, utilizzan d o u n linguaggio p er m olti versi in e d ito nell’area neofascista — “per la prim a volta la sinistra istituzionale, egem one nel cam po del p o tere in ­ tellettuale, da p ro tag o n ista e sp etta trice si fa bersaglio e v ittim a desi­

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gnata. G li in diani m etropolitani avvolgono di u n nuovo involucro l’u ­ topia rivoluzionaria, affidando alla gestualità, al terrem o to del linguag­ gio, al p o te re espressivo dell’im m agine ciò che altri avevano delegato all’ideologia” M . N el v uoto di “egem onia” che si crea, sem bra farsi spa­ zio per ogni innesto culturale e p er ogni m etam orfosi, m en tre la realtà politica sem bra farsi m eno vischiosa, più facilm ente p en etrab ile, e i tem pi irrealm ente rapidi: “ La sin istra” , concluderanno, “gioca e perde. U n ’occasione, una caria, u n ’im m agine di so lid ità .” 15 A nche la sinistra rivoluzionaria, che pure era sta ta fino a quel m om ento egem one nel m ondo giovanile e che in quel m ovim ento si era spesa in teram en te: “Q u an d o l’aria stagnante già da tem po com inciava a farsi più to rb id a e p e sa n te ,” scrive il p refato re di H o b b it/H o b b it nel descrivere il clim a politico alla vigilia ilei "cam po” , “ fuoriuscivano i m iasm i della crisi, del d iso rien tam en to , della decom posizione di quella che fu la nuova sin i­ stra giovanile (e rivoluzionaria?) italiana, che attrav ersan d o la palude della società del riflusso arrivavano a lam bire i confini della n o stra c o n te a ...” 16 C osì, a questa com ponente “ a ttiv a ” del radicalism o di d estra, sem ­ b ra g iu n to il m om ento per esibire — scartata quella “sta tu a lista” e co n ­ servatrice e quella “co rp o ra tiv ista ” e tecnocratica — l’anim a “riv o lu ­ zio n aria” del com posto ideologico fa sc ista 17, accentuando i tr a tti di q u ell’esistenzialism o vitalistico e pessim istico, insiem e “eroico” e “tra ­ gico” , che già nel pieno della crisi degli anni v en ti e tre n ta aveva p o tu ­ to, alm eno in p arte, innestarsi sul clim a spirituale d i u n ’o n d ata riv o lu ­ zionaria in riflusso p er deviarne le energie com presse e deluse verso so­ luzioni ap e rtam e n te au to ritarie e falsam ente “ev ersiv e” d ell’o rd in e so­ ciale ca p ita listic o 18. E S tenio Solinas — uno dei “fo n d a to ri” , se così si può dire, della N uova d estra italiana — a p ro p o rre il 21 giugno 1977, sulle pagine del “R om a” , com e dag h erro tip o del nuovo m ilitan te d i d e ­ stra: “il r itra tto di una g ioventù decisam ente rivoluzionaria, che si tr o ­ va a disagio col binom io ordine-legalità; che ce l’ha più con il sistem a che con il com uniSm o; che sogna u n repulisti generale m a sa che, alla fin fine, tu tte le rivoluzioni vengono tra d ite ” 19; e ad abbozzare una prim a galleria degli “a n te n a ti” , u n som m ario q u ad ro delle ascendenze culturali che v errà via via arricchendosi e precisandosi m a che configu­ ra, fin d ’ora, col suo intreccio di “nichilism o a ttiv o ” e di “realism o eroico” , di “volontarism o” esasperato e d i idealism o sp in to fino al soli­ psism o, u n preciso co n testo tem atico ed esistenziale in cui, nietzschean am ente, rifiu to integrale dello sta to d i cose esisten te e v o lo n tà assolu­ ta d i dom inio sul m ondo confluiscono fino a identificarsi: “ È g e n te ,” egli scrive, “che per m aestri si è scelta C o d rean u ed E vola, gli an tich i codici d ’o nore e il gusto dell’intransigen za; che stim a La Rochelle p e r­ ché con il suo suicidio onorò u n a ‘firm a’, e P ound perché col suo silen­ zio disprezzo u n m ondo. P er c u i,” concluderà Solinas, “poi, nel rifiu to di u n ’epoca e di una m en talità, di u n regim e e di u n sistem a, sono m ol­

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to più vicini alle frange d ell'estrem ism o ‘in d ia n o ’ ili intanto non pensi­ no: negli altri c ’è lo stesso sciimi ili im potenza, lo stesso clim a di em ar­ ginazione, la stessa consapevole/,/,« della g h e tti/z a /m iie ,,. Il m ondo gio­ vanile è una polveriera, e gli a l l i b i m i possono arrivare da qualsiasi p a rte .” 20 Il prim o C am po H o b b it a p p a i e , a l l o i a , > ii i n n i o i g a n i / . / . u t o r i c a una p arte dei p arte cip a n ti, anche e sopì’a l l u n o m i n e il p n i u o allo ili una “palingenesi in te g rale” , volili a s f u g g i r e a l l a ‘' t e n i a / i o n e torbida del g h e tto ” e a im m ergere nella generale “crisi ili g e n e i a / i o n e " la ristretta avanguardia, rim asta fino ad allora isolata nella fedeltà im m obile ai m i­ ti p aralizzanti di un m ondo sconfitto: “ Si ricom inciava ila cap o ,” scri­ veranno, “p arte n d o da zero alla riscoperta delle nostre rad ici” 21; e d e ­ scriveranno l ’esperienza com e u n prim o, decisivo passo nel processo di progressiva “lib e razio n e” dalle form e nostalgiche e dai riti iden tifican ti del neofascism o tradizionale, quello “delle tram e, dei sordi p ro p o siti di riv in cita, dei golpe sem pre prom essi e mai a ttu a ti, del reducism o p a te ­ tico ed esasp e ra to ” 22. N o n sono queste, a d ir la verità, le im m agini che del C am po H o b b it rip o rta la stam pa n on ap ertam en te di d estra, p re ­ sen te alla m anifestazione, la quale segnala “il solito ritu ale dei convegni neri, i saluti a m ano tesa, gli slogan cadenzati sul tip o “A rm i ai fascisti p er la riv o lu zio n e” 21, un sospettoso servizio d ’o rdin e di “o tta n ta m u­ scolosi fedelissim i con fasce bianco-rosso-nere (‘I colori della T rad izio ­ n e ’, spiegano. M a quale? Bianco rosso e nero erano i colori della b a n ­ d iera del T erzo R e ic h )...” 24. “P an o ram a” si lim iterà a rilevare 1’“am b i­ g u ità negli slogan, alcuni a d d irittu ra presi a p restito dal fem m inism o (‘Io sono m io ’) o dal M aggio francese (‘F antasia al p o te re ’). La m aggior p a rte in cerca di una ‘te rz a v ia’ tra capitalism o e comuniSmo (‘N é M arx né C oca Cola; né banche né so v ie t’)” 25; “ La R ep u b b lica” , per p arte sua, liquiderà l’in iziativa com e una “scopiazzatura delle esperienze ‘cre ativ e’ della nuova sinistra, so p ra ttu tto quelle d i Licola e P arco L am bro” , p u r sotto lin ean d o n e la pericolosità: “C h i è sta to a C am po H o b b it,” scrive M auro Bene, “ si è accorto che tra le m ontagne desola­ te del S annio è e ffettiv am en te n ata u n a nuova form a di radicalism o di d estra , dai co n to rn i ancora confusi e incerti, m a non per q u esto m eno pericolosa p er le istitu z io n i d em o cratich e .” 26 C iò n on toglie, tu tta v ia , che gli esp o n en ti di q u esta N u o v a d estra in gestazione (apparen tem en te in d ifferen ti allo scarto ev id en te tra la p o rtata lim itata di u n ’esperienza giovanile e le grandi categorie della politica) co n tin u in o ad au to rap p resen tarsi l’esperienza del “C am p o ” com e la vera e p ro p ria ap e rtu ra di u n “nuovo ciclo” ; l ’a tto d i nascita di u n ’in e d ita co rren te d ell’estrem a d estra “m eno ip n o tizz ata dal passato, disposta a m isurarsi col m ondo esterno, capace di parlare nella form a e nei tem i della lingua co n tem p o ran e a” 27. S o p ra ttu tto , capace di a ttin g e ­ re ai livelli più originari e au ten tici della pro p ria id e n tità ; di riscoprire, al d i so tto della superficie ossificata e istitu zio n alizzata del neofascism o

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“ufficiale” le ragioni “esistenziali” del p ro p rio essere: il “C am p o ” co­ m e espressione della “volontà di form are un a co m unità o rganica” e d el­ la “capacità di creare uno spirito nuovo, la ricerca di noi stessi e la p roiezione del fu tu ro ” 28. “M o n tesarch io com e lib erazio n e,” scriveran­ no, en fatizzan d o i toni dello statu nascenti , “l’ansia d i calarsi nella festa, ab b an d o n are i riti un p o ’ tristi e gli in n i alla m orte, per scoprire insie­ me la gioia di partecipare, di assistere d a p rotagonisti alla n o stra C R E ­ S C IT A .” 29 M ontesarchio com e “scoperta della d iv e rsità” .

2. LA VICENDA I>0LITICA: IL PROGETTO In realtà la ricerca di u n “nuovo m odo di stare a d e s tra ” e, so p rat­ tu tto , il te n ta tiv o di u n ’“om ologazione gergale” col m ondo giovanile erano iniziati qualche anno prim a, nel dicem bre del 1974, con la p u b ­ blicazione de “La voce della fogna” , un a ru d im en tale rivista giovanilistica che già nella d en o m in az io n e 30 anticipava il proprio ca ratte re dis­ sacrante e sarcastico di “giornale d iffe re n te ” (“Il no stro d iritto all’underground" 3I, la qualificheranno). N a ta a F iren ze per iniziativa di M a r­ co T archi e del gruppo di m ilitan ti “n o n co n fo rm isti” del M S I che gli si era form ato a tto rn o e che si consoliderà nella collaborazione a n u m e­ rose riv iste “a c cred itate” della D estra italiana, com e “La D e stra ” e “In te rv e n to ” 32; ricalcata sul m odello della francese “A lte rn a tiv e” (e non, com e è sta to so stenuto, del “ M ale” , che inizierà le pubblicazioni alcuni m esi più ta rd i) 33, e g estita in rap p o rto con l’organo degli u n iv e r­ sitari fascisti francesi “V aincre” , essa aveva raggiunto in brev e tem po la diffusione di circa 4 .000 copie, d ed ican d o — con u n linguaggio che p er la v erità di “giovanile” conservava solo la volgarità dei to n i goliar­ dici — am pio spazio alla m usica pop e rock (la ru b rica “in asco lto ”), alla Fantasy (so p ra ttu tto d ’ispirazione eroica e tolkieniana), alle segnala­ zioni librarie (la rubrica dall’evocativo tito lo “Q u an d o sento parlare di k u ltu ra ...”), al fu m etto , ai viaggi (la rub rica “O n thè R o a d ”) ecc. Si e ra­ no sp e rim en tate qui, sulle pagine poco im pegnative di un a riv ista m ar­ ginale, le form e che avrebbero ca ratte rizz ato poi in senso fo rte l’id e n ti­ tà della N uova destra: la presa di distan za dal neofascism o “u fficiale” , c o n d o tta con u n a dissolvente satira dello stile e del linguaggio nostalgi­ c o 34; l’accen tu ato interesse per le te m atich e esistenziali e culturali, p ri­ vilegiate risp etto a quelle politico-istituzionali; l’estrem a atten z io n e al­ l ’o rien tam e n to librario con u n a f itta re te d i schede e recensioni d ire tte a tracciare u n percorso ideale di le ttu ra al m ilitan te alla ricerca d i “fo n ­ d a m e n ti” . P oi, dopo la tappa “sto rica” del prim o C am po H o b b it, H o b b it due: “m o rte (e rinascita) di u n a sp eran za” 35. T ra le colline d i F o n te R om a­ na, nel giugno del 1978, il p ro g etto d i rin n o v am en to culturale d ell’e­

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strem a d estra italiana crii •.<■mln.uu insabbiarsi, paializzato dalle resi­ stenze e contraddizioni d c ir" u m b ie n ic " (come am ano definirlo). Alle viscosità e ai ten tativ i egem onici d cll'ap p ara lo di p u n ito , alle chiusure in tran sig en ti del neofascism o ¡n ie lla le della T ra d i/ln n e e ili quello co n ­ vulso dello squadrism o si era a n im ilo , in d o tto dal diluii u m erale e mai sopito, l’oscuro fascino del lo m ln itirn iis in o <lan d c.iin o I,'universo n eofascista si conferm ava o p in o e disperso, Ir im m illalo in una pluralità di linguaggi incom unicanti, pro n to a riconoscersi solo nella rip etitiv ità dei gesti e nei miti delle origini " T eiilralila nazionalpopolare, m iiansi gentism o dogm atico, rissosi!à di capi senza carism a," scriveranno qual che anno più ta rd i, ricostruendo quella fase. “ La filosofia d ell'irrealtà, lo sbando. C anzoni già sen tite, il vano sforzo di coordinare, le ridicole com iziate. Q ualche corpo u n to steso al sole, la selva dei saluti rom ani com e surrogato di v ita lità di u n a specie d estin a ta all’estinzione. Il m on­ do torn av a lo n ta n o ” 36. N é b asterà la rigida e b u rocratica “gestione u n i­ ta ria ” del “C am p o ” 37 — seguita allo scioglim ento delle co rren ti all’in ­ te rn o del M ovim ento Sociale — a sopire le polem iche. B en p resto alla den u ncia del fallim ento della strategia d ’in nesto nel sociale e nei nuovi m ovim enti da p a rte dei se tto ri più vicini alla linea ufficiale del p a rtito si aggiungerà il richiam o all’ortodossia statualista e integralista d ell’in ­ transigenza tradizio nale: “ Siam o sin ceri,” scriverà, nell’agosto dello stesso anno su “C a n d id o ” , N icola C ospito, “chiunq u e tra noi abbia un m inim o di sensibilità politica e operi da qualche tem p o nel n o stro m on­ d o giovanile, ha tro v a to a ‘C am po H o b b it’ esattam en te quel che si asp ettava, e cioè un am biente van am en te rum oroso, superficiale, igno­ ran te e, quel che è peggio, p resu n tu o so .” 38 T ra m o n ta ta l’ipotesi di una risoluzione dell ’impasse a tem pi brev i e di una rapida rigenerazione all’in te rn o di situazioni di m ovim ento, al nucleo tra in a n te della N uova d estra n on restava che p rocedere “p er li­ nee in te rn e ” , rin u n cian d o a im m ediate iniziative pubbliche sul m odello dei “C a m p i” e lavorando p iu tto sto — in u n clim a sociale ca ratterizzato dalla dissoluzione dei nuovi m ovim enti — a precisare e raffin are gli stru m e n ti di form azione e di o rien tam e n to politico e culturale. V iene p o te n zia to “D ioram a le tte ra rio ” , il m ensile d ’inform azione libraria ed i­ to com e supplem ento a “La voce della fogna” : “ In un m om ento storico in cui la D estra , nel no stro paese e in tu tto il co n tin en te, conosce e soffre una crisi di operatività politica e u n a di con tin u ità d o ttrin a ria, d i cui sono specchio le polem iche di recen te affacciatesi su fogli com e ‘C a n d id o ’, ‘La T o rre ’, ‘Secolo d ’Ita lia ’, ” si legge sul num ero d i se tte m ­ b re del 1978, il prim o ad apparire in v este tipografica, “ ‘D io ram a’ v u o ­ le porsi in n a n z itu tto com e veicolo di form azione e di inform azione, e com e stim olo a un d ib a ttito sulla funzione della cultu ra di d estra e sulla c ern ita tra essenziale e accessorio nel bagaglio ‘ideologico’ d i qu esta che, prim a che una p arte politica, è u n a com unità um ana e ideale le cui ra d i­ ci affondano nelle p ro fo n d ità dei secoli .” 39 A ttrav erso gli stru m en ti

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della recensione critica delle opere d ire tta m e n te o in d ire ttam en te affe­ ren ti a tale “cu ltu ra” , il reperim ento agevolato dei volum i più significa­ tivi e il m iglioram ento “q u alitativ o e q u a n tita tiv o dell’ed ito ria ‘a lte rn a ­ tiv a’” 40, l’ed ito riale prom ettev a u n preciso im pegno a p orre d efin itiv a­ m ente “la parola fine a riguardo di due vizi finora prosperanti: il D O G ­ M A T IS M O settario e l’assoluta P E R M IS S IV IT À I D E O L O G IC A ” 41. C o n tem poraneam ente nascono “D im ensione am b ien te” , l’organo “scientifico” della N uova destra, con in teressi in cam po “ecologico” e “biopo litico” , cui si collcgano num erose “sezioni ecologiche” del F ro n ­ te della G io v en tù ; "l'.ow yn” (tra tto dal nom e d ell’eroina tolkieniana), periodico di “altern ativ e fem m inili” im pegnato ad afferm are i “valori della fem m inilità” co n tro il “fem m inism o” ; “M ach in a” , periodico ro ­ m ano di spettacolo c com unicazione; “D im ensione cosm ica” 42, rivista bim estrale di fantascienza c astronom ia; e, so p ra ttu tto , “ E le m e n ti” . P rom osso d all’intero nucleo fo n d ato re della co rren te politica culturale che verrà ben presto d en o m in ata “N uova d e s tra ” 43; d o ta to di u n a v e­ ste tipografica elegante e m oderna e d i un som m ario co m p ren d en te un am pio ventaglio di tem atich e “ im pegn ate” 44, “E le m en ti” com pariva in edicola dopo u n ’accanita battag lia all’in te rn o del M o vim ento Sociale e n o n o sta n te la du ra opposizione dell 'establishm ent del p artito . N ell’ed i­ toriale si sottolineava il c a ra tte re “g enerazionale” d ell’in iziativ a (“I suoi id eato ri e fo n d a to ri,” vi si legge, “h an n o tu tti, fa tto in d icativ o , u n ’e tà m edia inferiore ai tr e n t’anni, e in com une un a b en precisa visio­ ne della vita, pur se diversi possono essere i m aestri avuti o quelli tro ­ vati o quelli infine rifiu ta ti”) 45, e, dopo u n fuggevole accenno alle “ m il­ le difficoltà e polem iche” , si rib ad iv a la volontà, per così d ire, “d i seco­ larizzazione” del suo gruppo pro m o to re, d eterm in a to a p ren d ere ra p i­ d am en te le d istan ze dall’integralism o d i taglio “trad izio n alista” che p u ­ re ne aveva, p er un certo tem po, coinvolto alcuni m em bri e a procedere a una rap id a “m ondan izzazio n e” 46. N asce, co n tem p o ran eam en te, la ca­ sa ed itrice “ Il la b irin to ” , anim ata da S tenio Solinas, che nella collana “ La genealogia della m orale” , d ire tta da M aurizio C ab o n a, in izia a pubblicare u n certo num ero di opere della N o u velle droite fra n c e se 47, con cui si v anno stringendo co n sisten ti rap p o rti. Le successive tap p e più significative — lungo quelli c h ’essi d e fin i­ scono “i se n tie ri del rito rn o alla re a ltà ” — sono co stitu ite dal sem ina­ rio su “Ipotesi e strategia di u n a N uov a d e s tra ” te n u to d a circa 80 m ili­ ta n ti nel gennaio del 1980 “in u n ascetico m onastero p realp in o ” , com e recita la prefazione agli “a tti” di G en n a ro M algieri, “per d iscu tere, alla luce di q u an to era avvenuto in F rancia, le ipotesi o p erativ e d i una N uova d estra ita lia n a” 4S; e dal convegno “C o stan ti ed evoluzioni d i un p atrim o n io cu ltu rale” , organizzato tra il 12 e il 14 m arzo del 1981 a C ison di V aim arino, in provincia di T reviso, con l’o b ie ttiv o d i “com ­ p orre, in u n a prim a sintesi, ferm en ti e m otivi di u n a nuova id e n tità p ro g ettu ale” , e di “verificare il cam m ino d i u n ’evoluzione orm ai dise­

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g nata, tesa tra u n passalo rivinto in profo n d ità c un fu tu ro illum inato p er in tu izio n i” 49. F ino alla lasc pin n ie n te , in cui S irn io Solinas, nel­ l’ed ito riale del num ero clic apri- la nuova s e r i e ili " l ;,Irnienti” , può o r­ m ai afferm are la stabile, irrc v rilib ile esistenza ili "• ( i i el l u N D e/o N C [N uova C ultura] che, superato il lu m o ili il mi i n in n ilo delle fru strazio ­ ni e delle incom prensioni, degli errori r delle ingenuità, ni prepara ad affro n tare questi anni o tta n ta con il preciso in te n to ili l e i H a i vi un ru o ­ lo da p ro tag o n ista” 50, La N uova destra si i(insiderà, n o e . urinai, un “m ov im en to ” , auto nom o e relativam ente precisalo nella sua id en tità politica e culturale. E m erge così, pu r tra le co n trad d izio n i di un percorso non sem pre rettilin e o né in te ram e n te d o cu m en ta to e docum entabile, il profilo di u n p ro g etto il cui nucleo ce n trale sem bra c o stitu ito dalla ricerca — in s tre tto c o n ta tto con u n a realtà che si avverte in rapida trasform azione — di una so rta di “te rz a v ia ” tra parlam entarizzazio n e e trad izio n ali­ smo ortodosso, tra neofascism o istitu zio n ale e “p o litica n te” e neofasci­ sm o trad izio n alista e “in c ap a citan te” ; di u n ’altern ativ a sia all’“ integrazione neg ativ a” nella dim ensione istituzionale sia alla “paralisi” nella fed eltà pura ai principi, nel te n ta tiv o di acquisire — nel q u ad ro di una ridiscussione radicale del rap p o rto tra “D e stra ” e “M o d e rn ità” — u na p ro p ria nuova, rapida legittim azione al di fuori dei canali co n su eti e in a rid iti d ell’estrem ism o di d estra consolidato. L egittim azione da co n ­ q u istarsi, ap p u n to , attrav erso u n uso spregiudicato d ell’in treccio tra “stra o rd in a rie tà ” del co n testo storico e “inno v azio n e” della p ro p ria p ratica politica (sul m odello dei fascism i storici), e il privilegiam ento della presenza nella “ società civ ile” . A u n M S I che sceglie ap ertam en te d i g estire la spaccatura sociale d eterm in a ta dai m ovim enti di c o n testa­ zione sul v ersa n te co nservatore giocando la carta delle “ m aggioranze silenziose” , essi o b ie tta n o so tto lin ean d o il caratte re c o n tra d d itto rio e fallim entare del p ro g etto ai fini di una reale trasform azione politica e istituzionale del paese (l’essere, per l’ap p u n to , quelle m aggioranze, “ si­ lenziose” !), e co n tra p p o n en d o la sfera convulsa dei m ovim enti sociali com e area privilegiata d ’in te rv en to . N ella p ratica istitu zio n ale del p a r­ tito “ufficiale” dell’estrem a d estra , denu n cian o un “progressivo ritiro dal politico com e categoria dell’agire um ano p er chiudersi nella spiccio­ la politica q u o tid ia n a ” 51 e, co n tem poraneam ente, un a so rta di “tra d i­ m e n to ” dell’anim a rivoluzionaria e in tra n sig en te (“sovversivista”) del Fascism o, o ste n ta n d o , quin d i, u n volto radicale e in tran sig en te, teso a ricuperare le radici, p er così dire, “a u te n tic h e ” del m ovim ento e a co n testarn e le deviazioni com prom issorie e, per m olti versi, “leg itti­ m a n ti” d ell’o rd in e repubblicano: “ La D estra p o litica,” afferm ano pole­ m icam ente, “ sbandierava la sua opposizione al sistem a dei p a rtiti, ma d i fa tto riduceva il suo raggio d ’azione nell’alveo delle istitu zio n i re ­ p u b b lic an e .” 52 C o n tem p o ran eam en te, però, sviluppano un a durissim a critica anche “sulla D e s tra ” , nei co n fro n ti delle co m ponenti più rigida­

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m ente fedeli ai principi e che avevano tro v ato nel T radizionalism o d ’im postazione evoliana uno stru m e n to p artico larm en te adeguato ad afferm are la propria totale, irriducibile alterità politica ed esistenziale e la p ropria integrale contrapposizione al “ m ondo m o d ern o ” . D i esse rifiu tan o il dogm atism o e quello che giudicano uno sterile d o ttrin a ri­ smo (“ ... io confesso," afferm erà S ten io Solinas nella sua relazione al sem inario del 1980, “che di certezze ne ho poche e d i ‘u n iv ersali’ an ­ cor m eno; e trovo irrita n ti tu tti questi ‘g esu iti’ della rivoluzione che v o rre b b ero indicarti la vera via e in ta n to sono lì, da tr e n t’anni, im m o­ bili a m aledire il m o n d o ” ” ); ma so p ra ttu tto co n d an n an o l’im m obilism o politico e culturale, il ca ratte re di “fazio sità” e di “ anacronism o” , la te n d en za a creare inutili “steccati” consolidando più un sordo “rifiu to ” che non una reale "rivolta co n tro il m ondo m o d ern o ” 54. S uperficialità e so p ra ttu tto fatalism o sono le critich e più d u re mosse a q u esta com po­ n en te, in alcuno lasi decisam ente m aggioritaria ed egem one all’in te rn o dell’area della D estra rivoluzionaria, accusata ap ertam en te di “d e te rm i­ nism o sto ric o ” (“la d o ttrin a delle Q u a ttro E tà com e alibi”) e di m istici­ smo contem plativo, incom patibile con un a d o ttrin a d ell’azione e con una concezione “ volo n taristica” della sto ria quali quelle p ro p o ste dalla N uova destra per “ forzare” il p roprio rap p o rto col m ondo. L ’“uom o d iffe re n z ia to ” evoliano, strap p a to all’am letica altern ativ a tra “via asce­ tica” e “via eroica” , è chiam ato a co ntam inarsi col m ondo storico, a farsi, più genericam ente, “agente p o litico ” di un p ro g etto reale. In co n ­ trapposizione alla p ratica “in c ap a citan te” del tradizionalism o, in fatti, pu r con una sostanziale fedeltà all’“essenziale” e ai principi di fondo (critica della m o d ern ità com e “d ec ad en za” , afferm azione dei valori di gerarchia, fedeltà, o rd in e tradizionale, sacralità del politico, opzione per lo “ S tato organico” , rifiu to dell’“eguaglianza livellatrice” e della po ten za a s tra ttiz z a n te del “m e rc ato ” , della “securitas ” borghese e d el­ l’um anesim o cristiano ecc.), essi propongono un maggiore attivism o, una più spregiudipata presa di c o n ta tto con l’universo politico e sociale circo stan te (“ non ci si risolleva da u n a sco n fitta com e quella del 1945 com portandosi da schizzinosi o da m assim alisti...” 55), un a m aggiore ca­ pacità di incidere e di “cre are” (“qui si tr a tta di costruire, d i creare, di d a r form a, n on di co n serv are” 56), m an ten en d o ferm i e, anzi, consoli­ d an d o i “ fin i” e flessibilizzando e am pliando il ventaglio dei “ m ezzi” (“Si tr a tta di u tilizzare spregiudicatam en te tu tti i m ezzi in n o stro pos­ sesso, di sem inare nel cam po avverso panico e d isag io ...” 57). U n p ro g etto , questo, che se no n rinunciava ai to n i bellicosi del g er­ go m ilitan te e ai m iti g uerrieri delle aree più viru len te, in fu n zio n e evi­ d en tem e n te “co ncorrenziale” nei co n fro n ti degli altri gruppi p iù ag­ gressivi dell’eresia n e r a 58, tu tta v ia doveva tro v are proprio sul piano culturale il p roprio asse p o rtan te; al p u n to d a accreditare la d en o m in a­ zione di “N uova C u ltu ra ” assunto da q u esta co rren te. Il rifiu to della

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politica “p o litica n te” in nom e d cll'im p ig iio sul piimo della “m eta-poli­ tic a ” diviene il m otivo qualificarne di questa arca

2 . 1 . A lle radici della "scelta welapulllini': i m i ,Iella I in tra , crisi della Sinistra, rottura generazionale

T re ord in i di considerazioni s em in a n o ><>-.i1111nc Ir . m in im a le di tale scelta: In p rim o luogo la consapevolezza del p rofondo vuoto i n in n ali' i n a tosi “ a d e s tra ” e dell’assenza quasi assoluta di c o n trib u ti id eo lo g i i si gnificativi nel pensiero della D estra italiana del secondo dopoguerra. Se si escludono i rife rim en ti o bbligati a quel “grand e ere tico ” del F a­ scismo che fu Julius E vola e al giovane ideologo A driano R om ualdi ” , per m olti versi suo seguace, il bagaglio culturale del neofascism o italia­ no in to rn o alla m età degli anni se tta n ta risultava rid o tto a b en poca cosa, oscillante com ’era tra u n ’asfittica e sta n tia “cu ltu ra del ran co re” e una m eccanica riproposizione dei tem i più triti della d o ttrin a di regi­ me, declinati in chiave nostalgica. U n p ro g etto di rilancio e rig en era­ zione in chiave di “critica della so cietà” m oderna e d i sua radicale co n ­ testazio n e avrebbe d o v u to passare, necessariam ente, attrav erso la ri­ fon d azione di u n ’app arato teorico adeguato ad aggregare più vasti set­ to ri in te lle ttu a li e a “ m o b ilita re” nuove energie creative; ap p arato da ridisegnare secondo una “geografia” storica e ideologica p er m olti versi in ed ita. D i qui il ca ratte re di crucialità assunto dal te rren o della “poli­ tica cu ltu rale” e i co n n o tati “acqu isitiv i” — potrem m o d ire “o n n iv o ri” — d ell’op era di rifo n d azio n e, tesa a d ilatare i confini del p ro p rio am b i­ to d i riferim en to b en o ltre i tradizionali lim iti del pensiero reazionario e a sussum ersi au to ri e tem atich e anche assai lo n tan i q u an d o non ad d i­ rittu ra co n tra p p o sti all’esperienza storica cui esplicitam ente la N uova d estra si r if à 60. N é il cam po dei rife rim en ti si lim ita alla sola saggistica stre tta m e n te politica, “sfo n d an d o n e” spesso, consapevolm ente, la linea di d em arcazione nei co n fro n ti della n arrativ a e della le tte ra tu ra d i co­ stum e considerata, anzi, com e la form a ideale di com unicazione d i un pensiero che te n d e a sfuggire la razionalizzazione co n cettu ale e che preferisce m uovere e “tra d u rsi” p er im m agini, attrav erso “ fondazioni co n crete d i v alo ri” 61. E , d ’altra p arte, li conduceva in q u esta d irezione anche u n ’a tte n ta e lucida analisi della p ratica della S inistra, la cui capa­ cità d i “p rese n za” a livello di costum e e di o rien tam e n to sul piano dei valori e delle m e n talità era a ttrib u ita al solido apparato culturale che le aveva perm esso d i offrire in ogni circostanza il p ro p rio “p u n to di v i­ s ta ” e la p ropria chiave in te rp re ta tiv a sull’in te ro ventaglio dei problem i sociali ed esistenziali p resen ti a livello di massa. N e concludevano che “solo u n a forza capace di operare in ogni cam po del vivere um ano, p ro ­ p o n en d o soluzioni filtra te dalla p ropria concezione del m ondo, può

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aspirare a raggiungere il p o te re e, attrav erso questo, a trasfo rm are la società” 62, offren d o , nel contem po di u na tale organica “visione del m o n d o ” , anche i prim i, generalissim i tra tti: “Il fin e in positivo è uno solo,” scrive a q uesto p roposito G en n a ro M algieri nella sua in tro d u z io ­ ne a P roviam ola nuova, “la d iffusion e di u n a rigorosa, organica, com ­ plessiva W eltanschauung, una vision e d e l m on do che si estrin sech i al tem po stesso com e stile d i vita e atteggiam ento spirituale di u n tip o um a­ no d iffe ren ziato , che n on vuole essere m assa e n eppure m onade preda della corruzione, della N ecessità e del Caso, m a partecip e di un a com u­ n ità (la G em einschaft di T ònnies) nella quale un gruppo um ano v iv en te in com une, consapevole di avere u n a stessa origine, degli stessi se n ti­ m enti e di n u trire le m edesim e aspirazioni, d ifen d e la p ro p ria eredità spirituale per tram an d arla ai p o ste ri .” 63 M e n tre M arco T archi, sulla stessa deriva, provvederà a precisarne, con m aggiore sforzo analitico, gli elem enti c o stitu tiv i indicati, appu n to , nell’assunzione della “com u­ n ità organ ica” tònniesiana in contrap p o sizio n e alla m eccanicità della società capitalistica, q u a n tita tiv a e spersonalizzata, in tellettu alistica e a s tra ttiz z a n te 64; nel conseguente “rifiu to del m ercato ” e dello spirito m ercantile, u tilita ristic o e m aterialistico, in nom e d i una superiore “v i­ sione spirituale della v ita ” 65; nel m ito della “riscoperta delle rad ic i” , con la conseguente concezione organicistica di un m ondo fo n d ato su un preciso “o rd in e ” gerarchico e funzionale tra id e n tità d iffe re n ti per genesi e sv ilu p p o 66; e, infine, nella “ripulsa del m ito eg u alitario ” , n u ­ cleo fo n d an te e radice “e tic a ” deH’in te ra c o stru z io n e 67. In secondo luogo li o rien tav a verso il p rim ato della scelta culturale o, se si preferisce “ m etap o litica” , il giudizio — m atu rato all’in te rn o di questo filone dell’estrem ism o di d estra italiano — sullo sta to d i crisi e di dissolu zion e laten te del “paradigm a eg u alitario ” e, più in particolare, della cultura d i sinistra, alla cui analisi la N u o v a d estra — fa tto rela ti­ vam en te in e d ito nella storia delle cultu re politiche, so litam en te concen­ tra te su se stesse e d ecisam ente “eg o cen trich e” — dedica am plissim o spazio, fin quasi a te n ta re u n a p ro p ria id en tificazio n e “p er d iffe re n z a ” : “Q uella che fino alla p rim a m e tà degli an n i s e tta n ta era in d icata com e la ‘cu ltu ra v in c e n te ’, nel duplice segno m arx ista e liberaldem ocratico, oggi è m iserabilm ente alle co rd e ,” 68 si proclam a con com piacim ento, precisando, nel contem po, che “ciò non significa che non è p iù egem o­ n e ,” — anzi, si aggiunge, “lo è forse più d i allora dal m om ento che ha consolidato la p ropria forza sulla p o v ertà d i un a p ro p o sta cu ltu rale di segno co n tra rio ” 69 — q u an to p iu tto sto che risu lta d e s titu ita d i fo n d a­ m en ti di verità. Lo “s ta tu to ep istem ico ” , cioè, o, se si preferisce, il n u ­ cleo essenziale della W eltanschauung “d i sin istra” , n o n si tro v ereb b e più in consonanza col “corso del m o n d o ” né con le recen ti acquisizioni delle più m oderne “scienze dell’uom o e della v ita ” , le quali, pu re, ave­ vano svolto u n ruolo d i prim o piano nella d iffusione del “m ito ” eguali­ ta rio e progressista. P iù che sul fallim ento delle esperienze sto rich e le­

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g ate all’universo di valori drllu " smisi i n ” com e “ potenza p o litica” (pro­ gressiva delegittim azione clin i c om ologazione tirile socialdem ocrazie; im p roponibilità e indifendibiliirt del "sin iulismo leale"), è d u n q u e sulla d issoluzione d ell’im pianto critico della ••inistra to m e "p o ten za cu ltu ra­ le” e, p er ce rti versi, “m orule” • I»' Li N uova ilesini pone l'accento. Si so ttolinea l ’in d u b b ia crisi dcH '"idea di p io g i r s s o " , d iiIu sa tan to all'in tern o del m ondo intcllcl m ale •inalilo a livello di massa di h o u le alla d isp eran te im m agine del diffondersi di una "le c n iia dello siri m inio" che ten d e ad associare sem pre più l’idea dello sviluppo tei n o lo ^ n o im i quella della fine dell’um anità anziché della sua “em ancipazione"; si l i chiam a la sem pre più estesa “crisi della rag io n e” e la messa in discus­ sione dei grandi paradigm i “f o r ti” e “c e n tra ti” che avevano segnalo il trio n fo di quella “intellettu alizzazio n e del m o n d o ” cui, d a sem pre, la D estra estrem a era an d a ta co n trap p o n en d o il p roprio m odello di “ sape­ re co n c reto ” , “q u a lita tiv o ” e d iffe ren ziato . Si fa leva sul crescente fa­ scino di una “cu ltu ra dell’in e ffab ile” tesa ad assorbire nel “m ito ” e nel “sim bolo” le dom an de d i senso no n più so d d isfatte sul te rren o “d isin ­ c a n ta to ” del “realism o critico ” ; per giungere, ancora, sem pre su questa d eriva, a insistere sulla più recen te prevalenza di u n “pensiero n eg ati­ v o ” orm ai ap e rtam e n te avviato no n solo ad accettare, m a ad accelerare la “dissoluzione della d ia lettic a” hegelo-m arxiana (ultim o residuo di sintesi tra soggetto e “m o n d o ”), e sulla crescente diffico ltà a rico n d u rre le d inam iche contem p o ran ee all’o p era tiv ità di “soggetti sociali” rad ica­ ti nel te rren o stru ttu ra le e “q u alifica ti” dalla collocazione all’in te rn o dei rap p o rti di p ro duzione (latenza storica ed “epistem ologica” del co n ­ c e tto di classe operaia, in una fase di radicale ristru ttu ra z io n e e “astrattizzazio n e” capitalistica). N é m anca, ovviam ente, la considerazione d ell’in d u b b ia “crisi della d em ocrazia” , e delle ev id en ti diffico ltà d i essa a “selezionare” classi politiche le g ittim ate e adeguate alle sp ietate sfide co n tem poranee, declinata sul v ersan te della “risacralizzazione della p o ­ litica” e della “do m an d a di a u to rità ” . La stessa dilagante te n d en za all’“ec lettism o ” a “sin istra” ; la recen te m oltiplicazione degli inn esti culturali e delle “risco p e rte” di filoni di pensiero trad izio n a lm e n te estran ei o com unque assai lo n tan i dal pen sie­ ro politico “progressista” , in u n a parola, la “p en e trab ilità cu ltu rale” della sinistra, è le tta , “a d e stra ” , com e u n significativo in d icato re della crisi in atto : “T o lk ie n ,” scrive a questo proposito S tenio Solinas, “è u n classico com e d im ostrazione delle capacità di p en etrazio n e in altri am bienti, in altri m ondi. C osì com e le nuove scienze — il caso d ell’e to ­ logia è il più tipico — d im ostrano la perm eabilità d i u n am b ien te in crisi da qu an d o n on riesce più a coniugare il plusvalore con la società dei co n su m i...” 70 D i qui traev an o conferm a della giustezza di quell’ip o ­ tesi di “critica delle idee della sinistra e dei m etod i della d e stra ” 71 che aveva p o rta to a fo n d are il nuovo p ro g etto politico p ro p rio s u f “te n ta ti­ vo di organizzare u n co n tro p o tere culturale da opp o rre finalisticam ente

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alla cu ltu ra oggi d o m in a n te ” 72 e di afferm arlo com e “risposta globale all’in te rn o di una società avversaria e m alata” u n p ro g etto , q u esto, di cui M arco T arch i p rovvederà — nella p arte relativa al passaggio D a l­ la m etapolitica a l p o litic o della sua relazione al sem inario del 1980 — a form ulare in term in i quasi “sta tu ta ri" la definizione, precisandone, nel contem po, lo spessore d ire tta m e n te politico: “La N uova d e s tra ,” affer­ m a in fa tti, “propone, in sintesi, una graduale azione di rico n q u ista del consenso finalizzata all’erosione d ell’egem onia del fro n te m aterialista ed egalitarista sulla cultura e sul costum e co ntem poranei, e al suo supe­ ram ento. E il m om ento — aggiungo — del raccoglim ento su se stessi, della rim ed itazio n e del bagaglio culturale, ideologico, politico della D e ­ stra classica, della ridefinizione dei co n ten u ti, della fondazione d i una com u n ità in grado di rendersi, col tem po, S tato in p o te n z a .” 74 A d esso, solo in u n secondo tem po, nell’am b ito d i u n m odulo “a più sta d i” , e solo se “un casuale aggregato di forze si trasfo rm erà in m o v im e n to " 75, d ovreb b e succedere u n ’azione im m ed iatam en te politica, d ire tta alla conquista del po tere e alla messa a fru tto d ell’“estesa leg ittim azio n e di tesi e idee che d u e secoli di oscurantism o egalitario h an n o invano cer­ cato di cancellare" 7 ‘. In terzo luogo l’analisi delle nuove “culture giovanili” . E in fa tti so­ p ra ttu tto la considerazione della vera e pro p ria fra ttu ra generazionale consum atasi e n tro il ciclo sociale che va dal ’68 alla seconda m età degli anni se tta n ta a conferm are la N uova d estra nella sua scelta “ m e tap o liti­ ca” e a segnalarle la p rio rità d ell’in te rv e n to sul te rren o del costum e e delle m e n talità risp e tto a quello sem plicem ente politico-istituzionale. Si giungerà, anzi, a parlare di una vera e p ro p ria “nuova antropologia cul­ tu ra le ” 77, a sottolineare la p ro fo n d ità e la radicalità della trasfo rm azio ­ ne nell’atteggiam ento delle nuove generazioni (quelle che potrem m o defin ire “po striv o lu zio n arie” , per essere, p er così d ire, “passate a ttra ­ v erso” le speranze e le delusioni b ru cia n ti d i una fase storica d i “ m obi­ litazione to ta le ” a tu tti i livelli della com pagine sociale) nei co n fro n ti della politica e dell’esistenza. A quel “ciclo g enerazionale” ap erto si tra la fine degli anni cin q u an ta e l ’inizio degli anni se tta n ta ap p arten ev an o le m asse giovanili che, dopo aver te n ta to d i forzare, o ltre i lim iti is titu ­ zionali delle società occidentali, i valori “fo n d a n ti” d i “eguaglianza so­ stan ziale” e di “dem ocrazia rea le” in n estan d o li in un “im m aginario u to p ic o ” radicalizzato e integ ralm en te co n trap p o sto allo “sta to d i cose p re se n te ” , avevano poi vissuto in form a lacerante la dissoluzione di quel p ro g etto e il conseguente riflusso della m obilitazione che l’aveva so stenuto, ripiegando su u n a in c erta “cu ltu ra dell’a tte s a ” q u an d o non del “rim o rso ” , unificata, com unque, d a u n a dissolvente “critica della p o litica” . A llo stesso am b ito generazionale ap p arten ev an o , d ’altra p a r­ te, anche i “p ro tag o n isti” della neiv toave neofascista, p ro d o tto ed espressione, essi stessi, di quel “m u ta m e n to n atu rale del tipo um ano d i riferim ento d ell’a m b ien te” che p e rm e tte loro d i proclam are, ap p u n to , la

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N uova destra, com e “aspetto di ima nuova antropologia delle giovani generazioni italiane, com e spaccato particolare di unu situazione ge­ n erale” 78. O ra, si dom andavano gli «B O M M Ì d i qU M tl "giovane D e stra ” (emuli, per m olti versi, delle eo m p o n rn ii " \ii)iyk<ni\cr\'tiliven” tedesche degli anni venti), il v uoto di pro p ello ed r»l»len/l«le apertosi a sinistra tra i vapori del “ riflusso” e la disponihìiiltl iiiiovu, r in rig rn tc Milla d e ­ stra, a rid efin ire una proposta culturale ili crilieii rad u a le della società contem poranea, s tru ttu ra la in torm a di Wrltunw/uiuHHH untugonr.i n a, non avrebbero p o tu to incrociarsi in m odo fecondo, daiulo vita a una nuova, d iro m p e n te o n d ata di m obilitazione “generazionale"? 1 nuclei più tenaci della p reced en te o n d ata di rivolta (riten u ta solo “ accidental­ m e n te” di sin istra )79, te m p rati nella “ca ta rsi” della cad u ta delle sp eran ­ ze rivoluzionarie; le giovanissim e generazioni em erse sulla scena sociale dopo la consum azione della parabola discen d en te del ciclo di m o b ilita­ zione sessantottesco; e la “generazione degli anni c in q u a n ta ” d ell’area estrem a della D estra, em ancipata dai “ m iti in c ap acitan ti” e dalla p ara­ lizzante identificazio n e con gli sc o n fitti del ’45, che l’aveva esclusa da ogni p reced en te esperienza di m assa, n on finivano per configurare in e­ d ite costellazioni culturali ed esistenziali? e n on avreb b ero p o tu to co n ­ fluire p er d a r v ita a nuove com binazioni conflittuali, sul m odello della “ k o m erva tive R e v o lu tio n ” tedesca, o com unque degli in fin iti m ovim en­ ti m itteleu ro p ei dei prim i decenni del secolo, “eversiv i” nei m etodi e nelle form e di espressione e in tra n sig en tem e n te “re sta u ra to ri” dei valo­ ri tradizionali nei c o n te n u ti...? “P ure, il ’68 qualcosa significò, m olte speranze sollevò, alcuni p ro ­ cessi d istru ttiv i in n escò ,” si legge in M acondo e P .3 8 , un p am ph let su­ perficiale e giornalistico e tu ttav ia , per m olti versi, significativo d i co­ m e la “ N uova d e s tra ” ha p osto “ so tto osservazione” l’universo giovani­ le che le era sta to estraneo e co n tra p p o sto e ne ha analizzato la d isfa t­ ta. “F ra ta n ti cascam i le tte ra ri e non, tra ta n ti m oduli sco n tati e déjà vus, p ro sp ettò rea ltà nuove, a livello di rap p o rti um ani, e politici, e so­ ciali ,” 80 co n tin u a l’estensore; e dopo essersi dom an d ato cosa facciano “i v en ten n i d ’oggi, [...] quali p ro sp ettiv e inseguano, quali sogni, o in cu ­ bi, ne tu rb in o le n o tti” , conclude, abbozzando i tr a tti d i un a società desertificata: “Il panoram a è tristissim o, desolante. D ove sono fin iti i grandi sogni p urificatori? D ove gli entusiasm i per la C ina, per il Che, per le rosse bandiere? T u tto è ap p ia ttito , tu tto conform istico, u n n u o ­ vo o rd in e è in a tto , ed è u n o rd in e grigio, burocratico , com prom issorio che non vuole sc atti d ’ingegno né scoppi d ’allegria. Il p a r t i t o l a sezio­ ne, i com pagni, la com une, la vita altern ativ a, tu tto si è sgretolato, più n ien te rim ane in piedi se non qualche pezzo fra n tu m a to di un a gioven­ tù che n on sa più essere ta le ...” 8 1 “C h e cosa succederà d o p o ? E il g rande q uesito del dopom aggio,” aggiunge, sul v ersan te francese, A lain D e B enoist, il m aître à penser d el­

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la N ou velle dro ite, indicando le opposte p o ten zialità di sviluppo della generazione ribelle del ’6 8 , d efin ito , d ’altra p arte, più un “ p ro d o tto ” che non una “reazione co n tro lo spirito del te m p o ” 82, e lasciando ap er­ to uno spiraglio alla possibilità di recupero a d estra d i alcune sue com ­ ponenti: “ Io, dal canto m io ,” risponde in fa tti, “penso che un certo ex ­ traparlam entarism o di sinistra può ancora evolvere in m odo che rich ia­ ma, con le d e b ite differenze, il rom anticism o (e, p er restar più vicini a noi, la riv o lta espressionista). P enso che in fu tu ro assisterem o a una separazione sem pre più accentuata fra coloro che, a forza d i parlare della v ita , co m p renderanno di non p o te r fare a m eno di un a riflessione sulla q ualità dei viven ti, e quelli in cui la passione egualitaria sarà più forte, quelli che fin iran n o coU’am m ettere che il trio n fo di u n ’idea passa attrav erso la conquista della poten za necessaria a farla trio n fare e quelli in cui p revarrà l’o rro re di ogni po tere; coloro che consacreranno il p ri­ m ato di una concezione estetica della v ita e quelli che consacreranno il p rim ato della “ m orale” ; quelli che d ifen d eran n o realtà viventi (la causa dei popoli) e coloro che si b a tte ra n n o in nom e di e n tità a s tra tte (‘la i ¡11 im i d e l popolo’); coloro che cercheran n o d i ren d ere di nuovo l’uom o padrone della sua storia e quelli che p referiran n o ferm are la sto ria per tcmn c h ’cssii produca sem pre degli ‘schiavi ’ .” 83 U na sorta di “scissione culturale" inevitabile, quasi che le due co stan ti p o larità im m an en ti alla storia del pensiero politico — la dim ensione “realistica” e quella “utopicu" siano d estin a te a spezzare la “generazione del S essa n to tto ” fino a co n tra p p o rn e u n ’anim a (pragm atica) all’altra (etica) in u n co n flit­ to che, ancora una volta, finirebbe per richiam are per analogia il con­ vulso clim a spirituale degli anni v e n ti... Q uali che siano, com unque, le sfu m atu re nell’analisi della “rivolu­ zione p e rd u ta ” degli ultim i anni sessanta, certo è che di quella espe­ rienza la N uova destra, nel pro p rio processo di “m u tazio n e” , ha fatto am piam ente tesoro, e che p roprio negli “spazi cu ltu rali” ap erti d all’i­ brid a m iscela di aspirazioni fru stra te al m u tam en to to tale e di su b o rd i­ nazione fo rzata alla po ten za in e rte d ell’esisten te (miscela sulla cui “esplosività” arrischia la p ropria scommessa), essa m ostra d i cogliere il sintom o e il segnale di una “d isp o n ib ilità” in ed ita del “sociale” a u na p ro p ria p en etrazio n e; uno stim olo a “porsi com e istitu zio n e a lte rn a ti­ va, fuo ri della ‘società p o litica’, in a rid ita dalla orm ai lunga m ancanza di linfa vitale e d estin a ta a crollare, e [p ro n ta a] incunearsi nelle fib re della ‘società civile’, o scuram ente bisognosa d i cu ra” 84. D opo circa un q u ara n ten n io di isolam ento sociale, l ’estrem a d estra, può, cioè, to rn are a im m ergersi nella “società civile speran d o n e (è p rem atu ro giudicare con quale fondam ento), u n a qualche legittim azione; certo con la consa­ pevolezza della dissoluzione dei tradizio n ali fa tto ri d i “penalizzazione au to m atica” dei suoi fo n d am en ti ideologici (m em oria del secondo con­ flitto m ondiale, o p era tiv ità m onopolistica delle subculture catto lica e socialista, credibilità delle élites politich e antifasciste ecc.) e della ere-

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scente circolazione, lungo i >.iniili drlla co m u n ica /lo n r sociale, di co n ­ te n u ti e valori a essa consonimi i

2.2. I l “gramscisnjo d i ilesini" e hi un/ieih i ilelhi "toi'lflà civile" Si profila l’inquietanti- fornuilii del "giiim>n hm o ili d rs tta " ; d i r al tro n on è, in fondo — con ev id en te nem pllflcflxlont • Impovi i m iento del pensiero gram sciano — che la rip ro p o si/io n e di un p ro g riio di eve m onia culturale e sociale prim a d i r politica, ni lei inalo, app u n to , m u ir p recondizione di u n a successiva in iziativa di approccio al p u tr ir stallia l e 85. M u tu a n d o , in fa tti, dal linguaggio di G ram sci la d istin zio n e tra “società p o litica” e “società civile” (ma perché, allora, non lim itarsi alla d icotom ia m aurrasiana tra “paese legale” e “paese reale” , certo più af­ fine ideologicam ente?) essi afferm ano (in polem ica conseguente ta n to con la com p o n en te “istitu z io n ale” dell’area neofascista, in co rp o rata in ­ tegralm ente alla “società politica” , q u an to con quella “trad izio n a lista” , “in te g ralista” e con le frange te rro riste e squadriste, rigorosam ente e stra n ee e co n tra p p o ste , tu tte , alla “ società civile”) l’im p raticab ilità di qualsiasi p ro g etto strategico che non si sia assicurato, p rev en tiv am en te, u n ’am pia base di assenso e di id entificazione nella società (intesa qui, più che com e il “luogo dei rap p o rti di p o te re di fa tto ” o, tan to m en o , dei “rap p o rti di p ro d u zio n e” , sem plicem ente com e l’am bito di fo rm a­ zione delle “ m e n ta lità ” , delle “cre d en ze” , delle “visioni del m o n d o ” , com e am ano definirle). U na svolta, questa, senza d u b b io significativa, tesa a rom pere con l’in te ra trad izio n e del neofascism o nel dopoguerra (esso fu, sem pre, o eletto ralisticam en te istituzionale, o rigorosam ente elitario, gruppuscolare, più o m eno esplicitam ente co m p lo ttista e clan­ d estin o , mai com unque d o ta to di aspirazioni ap ertam en te “egem oni­ ch e”) e a rito rn are, p iu tto sto , allo spirito del prim o Fascism o — del “Fascism o m o v im en to ” , p er usare l’orm ai abusata espressione d i R enzo D e F e lic e 86. Se ne tro v a un prim o, ancora generico accenno, nella rela­ zione di S tenio Solinas al “sem inario” del 1980: “ Si d irà ,” vi si legge, “[che] è il dom inio culturale che conta, e G ram sci lo teorizzò assai b e ­ ne [...] ‘G ram scism o di d e s tra ’, allora, se ci si in te n d e sul significato dei term in i, vale a d ire conquista della società civile e solo dopo di quella p o litica .” 87 Poi, nella relazione di M arco T archi, nella stessa oc­ casione, il co n cetto è ripreso e sviluppato: “ Si tr a tta ,” egli precisa, “in p ratica, di una rile ttu ra della m etodologia gram sciana d i co n d izio n a­ m ento e form azione della m en talità, te n d e n te alla co stitu zio n e d i un a egem onia culturale, prem essa alla conquista di uno stabile p o tere p o liti­ c o .” E più o ltre aggiunge: “Q u in d i nessun interesse può dirsi estran eo a q uesta strateg ia ‘gram sciana’ : il tem po libero e le espressioni di cu ltu ­ ra popolare, i mass m edia e l’educazione, la sessualità e la psicologia, la politica in senso s tre tto e lo sport, il cinem a e la m usica e via via i

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mille rivoli delle a ttiv ità u m a n e” 88, precisando, tu ttav ia , clic tale stra ­ tegia n on rap p resen tereb b e, in realtà, alcuna “ro ttu r a ” con le radici più au ten tich e del radicalism o di d estra , avendo già, in Italia, E vola e R o m ualdi p osto le basi p er una concezione “m etap o litica” 89. T archi rito rn erà ancora sul “gram scism o di d e stra ” nella sua rela­ zione al C onvegno di C ison di V aim arino nel 1 9 8 1 90, so tto lin ean d o il rap p o rto s tre tto tra tale form ula e la scelta “m etap o litica” della N uova d estra e sostenendo la necessità — per darle o p era tiv ità effettiv a — di individuare e defin ire il “ tipo u m a n o ” (in senso jiingeriano) di riferi­ m ento, e i va lo ri , le m en talità, i con ten u ti “altern ativ i” al m odello socia­ le d o m in a n te in rap p o rto ai quali o rien tare l’opera di fondazione. D ove è ev id en te , anche al più superficiale le tto re d i G ram sci, la n e tta to rsio ­ ne in senso spiritualistico del “ m essaggio” gram sciano, disin carn ato , così, da ogni referen te sociale e stru ttu ra le. M a quel che più co n ta, ai fini del nostro discorso, è che in con fo rm ità con q u esta scelta d i p re ­ senza m assiccia a livello del costu m e e col p ro g etto d i conquista d ell’e­ gem onia a irin te rn o della società civile, questa co m ponente d ell’estrem a d estra pone in essere un m assiccio processo d i m im esi linguistica e p ro ­ gram m atica , liberandosi rapidam ente dei residui gergali del vecchio les­ sico politico (il “gergo del g h e tto ”) e facendo pro p ri, nella form a, gran p arte dei tem i e delle p roblem atiche dei m ovim enti giovanili em erg en ­ ti, pu r in una sostanziale co n tin u ità di fondo con i principi isp irato ri della tradizionale “fam iglia ideologica” . Così, si teorizza esplicitam ente 1’“abb an d o n o del D E S T R E S E , te rm in e u tile per in q u ad rare l’accozza­ glia di espressioni reto rich e e l’insiem e di luoghi com uni linguistici con cui spesso si è p arlato e sc ritto a d es tra negli u ltim i 30 a n n i” 91, e si vara u n program m a di ricostruzione linguistica che, assum endo il p rin ­ cipio form ulato da Je an P ierre Faye nel suo Langages to ta lita iresn , se­ condo cui “la lingua p roduce sto ria allo sta to n ascen te” , p e rm e tta di fo n d are una nuova id e n tità co m u n itaria antagonistica (socializzazione delle spengleriane “idee senza paro le” e passaggio d ell’“in d icib ile” nel “patrim o n io del ‘già p o ssed u to ’”) e, nel co n tem po, di “resistere” allo sradicam ento e all’om ologazione dei linguaggi “fungibili” d ell’in fo rm a­ tica. C osì, ancora, si scopre la crucialità dell 'ironia com e “linguaggio d ell’altro v e” , m ediu m tra corposità del reale e forza “a-logica” del tra ­ scendim ento utopico, coniugati nella d im ensione “d ionisiaca” del gioco e del rito (“P er u n m ovim ento rivoluzionario che vuole prim a d i tu tto creare ‘fe sta ’ — cioè luoghi e tem pi d iffe ren ti, segnati ritu a lm en te — i linguaggi d ell’ironia sono le più vive e credibili espressioni d ell’u to p ia a n tic ip a ta ”) 93; d e ll’entusiasm o com e “ p ro g etto trasfig u ran te” teso alla “fo ndazione del nu o v o ” e alla testim o n ian za d i una “visione del m on­ do basata sulla trascendenza a ttiv a ” capace d i strap p are a u n ’esausta sinistra “il m onopolio del ‘p rincipio-sp eran za’” 9''; dell 'autenticità, ri­ co n d o tta d ire tta m e n te al m ito della “g iovinezza” intesa, in q u esto co n ­ testo , n o n ta n to nell’accezione paleofascista del vitalism o biologico e

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“sp o rtiv o ” q u an to — con ev id en te derivazione dalla benjam iniana M e­ tafisica della gioventù — com e "m odo ili vivere ap erto ni nuovo, rifiu to della chiusura m entale, accettazione dcH'umumi av v e n tu ra” A t\\'ela ­ sticità m entale, aperta a “prevedere l'im i/in n r .Irli., •.tt.i.iidinario nella vita di tu tti i gio rn i” % e ad assum ere il "disagio" esistenziale e c u ltu ra­ le, il d u b b io , la “politica dei fram m en ti" m in e lu tim i positivi di stim o­ lo e di conferm a della "serietà d e ll'in te n to "; In sostanza, di tu tti quei fa tto ri com portam en tali ed espressivi che erano venuti caratterizzan d o in senso fo rte soggettività e cultura dei m ovim enti giovanili di rivolta dei ta rd i anni se tta n ta . D ei quali, d ’altra p arte, la N uova d estra m ostra di voler assum ere (form alm ente) anche le principali issues politiche, d al­ la “cultura della d iffe re n z a ” (declinata però in chiave ap ertam en te o r­ ganicistica e gerarchica) al rifiu to dei “blocchi” e al terzom ondism o (in­ q u ad rati però in u n pro g etto fo n d ato sul m ito d ’u n ’E u ro p a grande p o ­ ten za alla guida dell’in te ra area dei non allineati), d all’anticapitalism o (rid o tto tu tta v ia al rifiu to della “so c ié té marchande" e d ell’u tilitarism o liberale in nom e dei valori d ’o n o re e fedeltà pre-borghesi) all’ecologi­ sm o... U n quadro, q uesto, che rom pe ap ertam en te con l’in te ro p a tri­ m onio “antropologico-culturale” (per usare l’espressione di T archi) del neofascism o italiano (le differen ze lessicali e com po rtam en tali dal quale sono evidenti) e che vede l’in nesto del vecchio (e mai, com e vedrem o, innovato) nucleo “d o ttrin a le ” e “ideologico” , all’in te rn o d i form e di espressione e di com unicazione ta n to in e d ite da d ar luogo a un v ero e p ro p rio “p ro g etto in n o v a tiv o ” di radicam ento e di pratica sociale d el­ l’estrem a d estra e da segnare, senza d u b b io , le coord in ate di una svolta. Svolta che esprim e, lo si è visto, q u an to m en o sul piano fenom enico, gli e ffe tti di u n a vera e p ropria “ro ttu ra generazionale” , ta n to p ro fo n ­ da, ap p u n to , da far parlare a d d irittu ra di una “nuova an tro p o lo g ia” , m a che sarebbe incom prensibile nella sua p o rta ta e nelle sue radici rea­ li, se non ricollegata a due significativi riferim en ti generali: la m odifica­ zione “di s tr u ttu r a ” del sistem a politico italiano nel corso degli anni se tta n ta e, in p articolare, nella seconda m età di essi (il segno, cioè, as­ su n to dalla “crisi” all’in te rn o del m odello politico italiano) e, su un p ia­ no diverso, gli e ffe tti del d iffe ren te clim a culturale “a d e s tra ” p ro d o tto d all’elaborazione della N o u velle d ro ite francese. E sam iniam oli sep aratam en te.

3. IL CONTESTO NAZIONALE. OVVERO: IL “ GRAMSCISMO DI DESTRA” COME
REAZIONE ALLA FALLITA “ RIVOLUZIONE PARLAMENTARE” DEI TARDI ANNI SETTANTA

Le rassicuranti certezze del tradizionalism o evoliano avevano co sti­ tu ito , in fondo, per quelle com ponenti del neofascism o italiano che si

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volevano più fedeli all’“essenza del fascism o” , la principale “b arriera p ro te ttiv a ” co n tro il senso della storia-, la più efficace, se non l’unica, garanzia del perm anere della p ro p ria iden tità politica co n tro le p otenze disgreganti di una fase storica (il secondo dopoguerra) di sc o n fitta e di “c a d u ta ” . O ra , l’abbandono esplicito d i esse, verso la m età del d ecen ­ nio, p roprio da parte dell’ala più radicale del M S I, e la conseguente scelta di “porsi in m ovim ento” , di “coinvolgersi con le ro v in e” , per co­ sì dire, per praticare vie nuove, non po tev a non assum ere il ca ratte re di u n vero salto di qualità; di una vera e p ro p ria svolta storica di n o te ­ vole rilievo. Così com e, d ’altra p arte, appare ev id en te il ca ratte re di svolta assunto dalla scelta, m a tu rata p ro p rio in quegli anni nell’am bito di quei se tto ri del neofascism o fino ad allora più p esan tem en te coinvol­ ti con i te n tativ i golpisti e con le p ratich e terro ristich e con su m ate al­ l’om bra degli apparali separati dello S tato , d i au to criticare il proprio passato (“su b a lte rn ità ” , “com prom issioni” , “stru m en talizzazio n i” del potere) e di rad icaliz/are (secondo gli itin erari d escritti nel p reced en te capitolo) la p ropria azione, d apprim a con l’attacco fro n tale co n tro lo S tato , poi con gli esiti nichilisti dello spontaneism o arm ato che si sono visti. N é può sfuggire la sim m etria con i processi di ro ttu ra e di dissolu­ zione-trasform azione che — ancora u na volta alla m età degli an n i se t­ ta n ta — si m anifestano nell’area d ell’estrem a sinistra. D ifficile è, allora, so ttrarsi al fascino di ipotesi che ricerchino — alle origini di dinam iche per m olti versi così diverse tra loro, m a co n te­ stuali e sim m etriche — cause, o, per lo m eno, con testi com uni; variabili per così d ire “en d o g en e” risp e tto alla vicenda dei singoli m ovim enti, capaci di spiegarne, quan to m en o , la co n tem p o ran eità delle innovazioni. A p artire , ovviam ente, dalla variabile per n a tu ra più “g enerale” e com ­ prensiva dei relativi so ttosistem i coinvolti: il sistem a p o litic o , per l’ap­ p u n to , e le sue trasform azioni “di s tr u ttu r a ” . In questa d irezio n e sem ­ b rereb b e allora utile — a puro scopo “sp erim en tale” e con ca ratte re di m era ipotesi — form ulare un sia pu r schem atico e provvisorio “ m odel­ lo ” in te rp re ta tiv o della più recen te vicenda italiana, in c en trato , so p rat­ tu tto , sulla “cesu ra” della m età degli anni se tta n ta; un m odello c e rta ­ m ente parziale e soggettivo, m a tu tta v ia su fficien tem en te artico lato e, so p ra ttu tto , com prensivo del rap p o rto tra S tato e società civile d a p o ­ te r p e rm e tte re di verificare su di esso il senso e le origini della m e ta ­ m orfosi neofascista. E q uesta la linea scelta nel p resen te paragrafo. A ssum endo la d efinizione (per m olti versi anom ala) della “riv o lu ­ zio n e” com e ro ttu ra della norm ale e arm onica “divisione del la v o ro ” tra i d iffe re n ti livelli funzionali che articolano il sistem a politico (“ so­ cietà civile” , “ società p o litica” e “istitu z io n i”) in seguito alla “p recip i­ ta zio n e” , p er così dire, dell’in te ro p o ten zia le d ’attrazione delle energie del sistem a in u n p u n to solo (una “fra ttu ra fo n d am en tale”) e all’assun­ zione, da p a rte di u n solo livello, di dim en sio n i to ta liz za n ti e assorben­ t i 97, potrem m o concludere, paradossalm ente, che, q u an to m en o a p a rti­

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re dal 1975-76, l’Italia lia > mi |>i<>|>ri<> , silenzioso, “processo ri­ v o luzionario” ; processo d ie , dopo avei raggiunto il suo apice in to rn o al 1977, si è concluso con mi sosian/iale ìh IIiiik-ii Ii < in torno al 1980, lasciandosi però alle spalle una traili» pollticii p io lo n d a m c n te m u ta ta 98. In quel periodo, in fa tti, il livello della "uiririri politica" - nella sua accezione ristre tta al “ sistem a ilei pai liti" loie ad assolili ¡zzare il proprio ruolo e ad assum ere una posizione ......mula, piem ineiiie e pei vasiva risp etto ta n to alla sleia dei ni/i/inrti wn i,ih q u an to a quella delle istitu zion i statuali, proponendosi anziché to m e "a le n a" di co n fro n to e m ediazione tra d om ande c o n tra sta n ti em ergenti dalla "società civile" — com e unica area decisionale, e p rete n d en d o di po rre i propri "codici fu n zionali” com e fo n d am en to e regola alla to ta lità d ell’universo socia­ le. Sono gli anni d ell’“u n ità n azionale” — nelle sue form e più o m eno “p u re ” — qu an d o a u n ’o n d ata im petuosa ed estesa di dom an d e sociali di partecipazione dem ocratica che giungeva a sfidarne, in p arte, la legit­ tim azione, il sistem a politico rispose rinchiudendosi in un blocco unico di m aggioranza superiore al 9 0 % , che rischiava di travolgere non solo la fondam entale distin zio n e tra “gov ern o ” e “opposizione” , m a la stes­ sa separazione tra p o te re legislativo e potere' esecutivo e tra q u esto e il “sistem a dei p a r titi” . F allito il passaggio a un m odello superiore di dem ocrazia (lo stadio, ap p u n to , della “dem ocrazia p arte cip a tiv a” , per usare la classificazione di M acpherson) " , la “società p o litica” italiana te n tav a , in fa tti, per sopravvivere com e “g arante dell’o rd in e sociale” , la p ro pria “rivoluzione p arla m en tare” , ricercando nell’u n ità (e nell’u n i­ form azione) del pro p rio “sistem a dei p a rtiti” la fo n te di u n ’a u to rità e di una legittim azione che forse solo u n vero e p rop rio p ro g etto o rg an i­ co d i riform a sociale — sacrificato invece alle esigenze d i “schieram en- \ to ” — avrebbe p o tu to p ro d u rre e, so p ra ttu tto , sp ostando fin d e n tro la “società civile” il confine della pro p ria o p erativ ità, nel te n ta tiv o di sussum erne e d eterm in a rn e le m ultiform i espressioni. In quella fase — è possibile osservarlo ora, a quasi u n quin q u en n io dalla sua consum a­ zione — il sistem a politico venne a coincidere e a d ip en d ere da u n d u ­ plice “p a tto ” , sociale e p o litic o , il prim o dei quali (il “p atto sociale” , in ultim a istanza “fo n d a n te ” e q uindi p rio ritario risp etto al secondo) sanzionava l’im pegno delle organizzazioni sindacali e im p ren d ito riali a “n eu tra liz za re” la fra ttu ra “capitale/lavoro” attrav erso l’assunzione sta ­ tu ta ria delle risp ettiv e “co m p atib ilità” 1 0 °; e il secondo, il “p a tto p o liti­ c o ” , im plicava l’im pegno degli op p o sti schieram enti p arlam en tari a “deradicalizzare” la fra ttu ra “d e stra /sin istra ” e a gestire consensual­ m ente il livello “istitu z io n ale” , ridu cen d o al m inim o lo “sc arto ” tra “ si­ stem a dei p a r titi” e “ S ta to ” . Spingevano in q uesta direzione, da una p arte il ca ratte re d iro m p en ­ te del co n flitto sociale, radicale al p u n to da m e tte re seriam ente in d i­ scussione la stessa capacità di “in te g razio n e” della società c iv ile 101; d al­ l’altra la stru ttu ra le incapacità dello “ S tato ap p a rato ” a preservare quel

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ruolo di a m m in istra zio n e 102 che, solo, avrebbe perm esso all’elevata co n ­ flittu alità di dispiegarsi senza porre d ire tta m e n te in discussione le basi stesse della “F o rm a -S ta to ” consolidata. U na situazione, q u in d i, ecce­ zionale (per m olti versi paragonabile allo “sta to d i em ergenza” sociale posto alla base del “pactu m societatis" hobbesiano), d estin ata a pro v o ­ care sull’o rd in am en to politico italiano , sui suoi equilibri in te rn i, sulle tradizionali id e n tità politiche in esso rap p resen tate, sulla s tru ttu ra stes­ sa del sistem a dei p a rtiti e sul loro rap p o rto con la società civile, e ffe tti a ltre tta n to eccezionali e t u t t ’altro che con tin g en ti. La prim a a essere in v estita dalla pro fo n d a trasform azione del rap ­ p orto tra società civile e società politica, che il “nuovo m odello” p rev e­ deva, fu p roprio l’articolata area delle forze e del m ovim ento “ an tisi­ stem a” ta n to sulla sinistra q u a n to sulla d estra (i più m arginali risp etto al sistem a politico c i più sensibili all’innovazione), i quali videro modifi«.ali q u alita tiv a m en te i propri co n n o tati politico-culturali e p oste in discussione le proprie stesse condizioni di esistenza. M atu ra in questa lase quella contrapposizione Irontale tra “culture giovanili” e “p o liti­ c a ” (intesa com e “o rganizzazione” , “p ro g e tto ” , riferim en to a categorie “universali” , "razio n alità stru m e n ta le ” , “etica della resp o n sab ilità” , e id e n tifica ta senza residui con gli sta tu ti del “p o te re ”) d i cui il m o v im en ­ to del '11 co stitu ì l’esem pio più clam oroso. A una concezione p er così d ire “v erticale” della politica (in cui specifiche id e n tità sociali venivano associate a co rrisp o n d en ti “cu ltu re p o litich e” in lo tta fra loro) te n d e a poco a poco a so stituirsi, so tto l’e ffe tto del nuovo assetto istitu zio n ale del po tere, u n ’im m agine o rganizzata p er linee “o rizzo n tali” , in cui sin­ gole variabili di n a tu ra prepolitica, in tersecan ti trasv ersalm en te la so­ cietà (i “giovani” , le “d o n n e ” , il “sociale” , il “paese reale” ecc.), sono co n tra p p o ste ad altre (il “ceto p o litico ” , il “p o te re ” , il “P alazzo” , il “paese legale” , e così via), in d iv id u ate com e antagonistiche “per n a tu ­ r a ” . M e n tre sulla sinistra, dopo la dissoluzione delle organizzazioni ex ­ trap arlam en tari, la convulsa “area dell’au to n o m ia” brucia nella sogget­ tiv ità esasperata e nel puro gesto u n a carica antagonistica priva d i p ro ­ g etto e di “rag io n i” , e la “m em oria co n flittu ale” , ossificata e orm ai senza “speranze sto ric h e” si torce nell’incubo org an izzativ ista del te r­ rorism o BR, sulla D e stra tram o n ta il vecchio m odello fo n d ato sulla com binazione di legalism o m issino e di provocazione (proprio della fase della “strateg ia della te n sio n e”), e si lib eran o spazi in e d iti d a u n lato p er le in iziative cultu ralm en te più radicali, d all’altro, sul v ersan te ev er­ sivo, p er l ’autonom izzazione dell’azione arm ata. Il consolidarsi d i un blocco unico di governo esteso fino al P a rtito L iberale e la scelta, o p e­ ra ta anche dai se tto ri più reazionari dello schieram ento d i ce n tro , di privilegiare la m ed ia zio n e to ta le risp etto al co n flitto , chiude in fa tti d e fi­ n itiv am e n te il “p ro g etto istitu z io n ale” ed “egem onico” (nei co n fro n ti della società politica) del M ovim ento Sociale, liq u id an d o la scom m essa di condizionare la D em ocrazia C ristian a in d irezione d i u n blocco d ’o r­

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d in e e sb arran d o la via d cll’inliltrazio n c nei corpi separati dello S tato . D ’u n colpo, senza più voti dii acumi)iute e da offrire in funzione an tico ­ m unista, il suo peso istituzioinile veniva azzerato (si pensi alla dissolu­ zione, inconsueta nella storia italiana pei lepenlin ilìt e radicalità, di D em ocrazia N azionale, clic su quel progetto aveva p u n tato tu tte le p ro p rie carte), com e pure la sua funzione di provocazione, m entre av ­ vizziscono e, prive orm ai di co p e rtu re efficaci, si sciolgono le stru ttu re p aram ilitari clandestine (si pensi alla vicenda ili A vanguardia N azionale o del F ro n te N azionale, tr a tta te am piam ente in altra p arte del presen te volum e). D ’ora in poi, occorrerà “co n tare sulle proprie fo rze"; per ge­ stire gli spazi che, in d u b b ia m e n te, il “m onopolio d ell’o p p o sizio n e” gli apriva nel paese “reale” (in m isura d ire tta m e n te proporzionale a quelli che gli chiudeva in quello “legale”), l’estrem ism o di d estra deve lav o ra­ re a u n p ro g etto di “altern ativ a to tale al sistem a” per il quale il M S I non possiede (la cosa è ev id en te fin dal congresso del 1976) né le e n e r­ gie in te lle ttu a li, né la sensibilità politica e n eppure lo “ stile” neces­ sario. D alla crisi istitu zio n ale del p ro g etto neofascista usciranno fo rte ­ m en te attiv iz za ti e rilanciati s o p ra ttu tto i se tto ri “estre m i” dell’area, quelli che in passato p iù si erano o rie n ta ti verso soluzioni “ to ta li” e verso il colpo di forza e che, per altro verso, si erano fa tti p o rta to ri delle posizioni più radicali sul piano ideologico e culturale. Così, m en tre la co m ponente te rro ristic a si ricicla dal “m odello cen ­ tralizz ato ” e “g o lp ista” a quello “d iffu so ” , p roprio in u n a fase in cui si p u n ta ad attac ca re i nodi di m ediazione politica nelle loro capillari articolazioni nella “società civile” (a co n tra sta re il sistem a nella sua nuova “m icrofisica del p o te re ” ), all’altra anim a del neofascism o — che p ure con q u esta prim a aveva avuto, in precedenza, c o n ta tti n o n secon­ d ari in forza s o p ra ttu tto della com une m atrice e v o lia n a 103 — non resta che te n ta re , com e si è visto, la p ropria “rivoluzione cu ltu rale” con l’in ­ ten zio n e di inserirsi pien am en te negli spazi apertisi, e d i radicarsi a fo n d o in u n a società civile fattasi, d ’u n colpo, più perm eabile e d isp o ­ nibile a in e d ite egem onie. Inizia, in q uesta fase, quello “ strap p o ” e quella “m arcia di allo n ta n am e n to ” dal M ovim ento Sociale (dalla “vec­ chia casa m adre, in to rp id ita nell’attesa d i im possibili rito rn i” d a cui — scriveranno — li separavano orm ai “più che i ragion am en ti, gli im pulsi istin tivi. I gusti, i disgusti, le qu estio n i di pelle” 104), che p o rterà q u esta co m ponente, più sensibile alle trasform azioni politiche e ai m ovim enti della società, a rivendicare una p ropria strategica “au tonom ia pro p o si­ tiv a ” alla ricerca, ap p u n to , di una “ N u ova destra, m eno ip n o tizz ata dal passato ” . U n processo, questo, di cui è sta ta so tto lin eata d a più p a rti la radicalità e la significatività, in particolare ten en d o co nto del fa tto che le critich e più d u re al “ neofascism o oleografico” e al “reducism o p atetico ed esasp e ra to ” del p a rtito “ufficiale” e la presa d i d istan za più n e tta dagli “e te rn i reduci di u n a guerra p e rd u ta ” 105 p rovenivano p rò ­

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prio dall’area più in tran sig en te e “irrid u cib ile” del M o vim ento Sociale. Il che conferm erebbe, ap p u n to , la p o rta ta e lo spessore della trasfo rm a­ zione (1’“accelerazione te m p o rale” della m etam orfosi, si p o treb b e dire), spiegabile tu tta v ia — com e form a di adeguam ento istin tiv o alla m odifi­ cazione deH’“ am b ien te” , pro p rio nell’am bito d i quella innovazione q u alitativ a del sistem a politico italiano, di quella sua “rivoluzione an o ­ m ala” , tratteg g ia ta più sopra, che ne costituisce, per m olti versi, la spe­
cificità.

3.1. S pecificità italiana e crisi generale “d i sistem a
N u ova destra

l ’h ab ita t ideale della

P er la verità, nel più recen te d ib a ttito politologico, il “caso italia­ n o ” è sta to quasi sem pre tra tta to più com e un a semplice “v aria n te in ­ te rn a ” della ben più generale — “epocale” , si p o treb b e d ire — crisi del W elfare State che com e uno specifico m odello d o ta to di una p ro p ria sia pu r relativ a au ton om ia. Di volta in volta si è fatto riferim en to , in fa tti, per d ar ragione della p rofonda “politicizzazio n e” dei rap p o rti sociali, a quella crescente integrazione tra ap parati b u ro cratico -am m in istrativ i ed econom ia che C laus O ffe individua com e risposta generalizzata alla ge­ nerale ingovernabilità dell’assetto socio -stru ttu rale del capitalism o m a­ turo; o ppure — p o n endo al ce n tro d ell’atten zio n e la m u tata dialettica tra dom an de sociali e risposte istitu zio n ali — si è so tto lin eato quello “sc arto ” tra “problem i e asp ettativ e in crem entali sul lato del sistem a sociale” e “soluzioni inefficaci dal lato del sistem a po litico ” che, nella concettualizzazione di C. D onolo e F. F ic h e ra 106, avrebbe d ato origine, in paesi diversi, a seconda ap p u n to del “la to ” considerato, alle o p p o ste “te o rie ” (e solu zion i) dell ' “o verlo a d ” (cioè del “sovraccarico” del siste­ m a politico p er “inflazione di d o m a n d e” d a p arte del sociale) e, sim m e­ tricam en te, del d eficit di “p o lic y m aking capacity" all’in te rn o del siste­ m a p o litic o 107; né è m ancato chi ha in teso rico n d u rre l’am plissim a coa­ lizione del V unità nazionale e n tro il p iù generale m odello delle “d em o ­ crazie consociative” 10S. N o n sono allora già di p er sé sufficien ti — si p o treb b e so sten ere — le m odalità generali della “crisi” (politica, sociale, econom ica) diffusa nell’O cc id en te in te ro , p er “q ualificare” le trasform azioni del sistem a politico italiano e, insiem e, p er d a r ragione della “m etam o rfo si” p o liti­ ca e culturale d ell’estrem a destra? Q u ale bisogno vi sarebbe, d i rico rre­ re a p re su n te “specificità” italiane? E in e ffe tti la generale crisi dello “ S tato sociale a dem ocrazia di m assa” — secondo l’espressione d i H a ­ berm as — h a c o n trib u ito a o ffrire, u n p o ’ d o v unque, am pi spazi alle rinàscenti “ teorie an tid em o cratich e” d i p arte conservatrice e reazio n a­ ria. C osì com e — è difficile negarlo — la p o rta ta “ca ta stro fic a” della “grande trasfo rm az io n e” in corso a livello strutturale e sociale n ei paesi

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a più elevato tasso d ’inclusi i iuli/./n/.ione (In generale di .soluzione della vecchia “com posizione ili ellisse" sotto In spinta delln rivoluzione in fo r­ m atica ed elettronica; la perdìln ili o p ein tiv ità di lli- lindizionali “ sin te­ si sociali” nel quadro di unii lirir.ui nu elei a/,ione delln tem poralità so­ ciale e di una rapida obsolesi e n /u delle lu n n r e dei i udiri d ell’aggrega­ zione sociale) stanno alla bnse delln proloiidn n is ì d 'id e n tità della “si­ n istra ” a livello interna/ionnli- K im invin, I ' II' .............il*..... lo ili i|iic ste te n d en ze parallele si e riso lili. quasi o v iin i|iie , nel i ni l u i /nm eiilo delle forze conservatrici relativam ente " m o d e ll i li ", dei imiiih no Imiin ne, com unque, dalle posizioni “ antisistem a" d cll'estiem n il e s in i il alia na, e nel rilancio di politiche “d ’o rd in e ” fo n d ate sulla riduzione degli elem enti di “socialità” . U na “statizzazione della so cietà” (per restare al m odello di O ffe) c o n d o tta in form a pura, e una problem atica della sua crisi co n d o tta e n tro le linee classiche della teoria d ell 'overload o del d e ­ ficit di decisione istituzionale avreb b ero do v u to d ar luogo, in linea di principio, anche in Italia, a una relativ a “sem plificazione” delle d in a­ m iche politiche e a una razionale “polarizzazion e” d estra/sin istra com e è avvenuto ta n to in G ra n B retagna q u an to in G erm an ia e in Frància: nel caso di p revalenza del “m odello d el Voverload" — col suo corollario di soluzioni n eoliberiste — avrem m o d o v u to cioè assistere, p ro b ab il­ m ente, alla nascita sulla d estra dello schieram en to politico d i un vero e pro p rio “blocco co n serv ato re” in senso classico, tale da assorbire l ’e­ strem a d estra (sul m odello reaganiano) e da saldarla ad am pi se tto ri del cen tro (in u n certo senso, il trio n fo del p ro g etto della D estra N azio n a­ le, com e si sa invece m iseram ente fallito); così com e, nel caso fosse p re ­ valso il m odello in c en trato sulla razionalizzazione del sistem a politico al fine di accrescerne l’efficienza decisionale e di p o ten ziarn e le capaci­ tà di in te rv e n to , avrem m o d o v u to reg istrare il consolidarsi d i u n ’a lte r­ n ativa di sinistra (sul m odello francese), d eterm in a ta a in terv en ire con operazioni d ’ingegneria istituzionale. Invece, nulla di tu tto ciò si è verificato. La soluzione prevalsa nel delicato periodo che va dal ’76 all’80, fo n d ata sulla m era consociazione delle forze politiche al fine di p o ten ziare la capacità d i m ediazion e ca-! pillare del sistem a e di controllo da p a rte di esso sui m ovim enti della società civile, ha fin ito per bloccare ogni “p recip itazio n e” d i alleanze politiche in e d ite e fo rte m e n te qualificate in term in i d i program m à su l piano istitu zion ale, favorendo ap p u n to , nel contem po, quella rapida m o­ dificazione delle variabili “e ste rn e ” al blocco di p o te r e 109, che h a p o rta ­ to, com e si è visto, alla form azione “anom ala” della N u o v a d estra. T ale soluzione co stitu iv a una so rta di “ te rz a v ia” , caratte rizz ata p ro p rio d a quello straripam ento di “politicità negoziale” dalla società p o litica verso la società civile, da u n a p arte , e verso le istitu zio n i, d all’altra, che h a d ifferen ziato il “m odello ita lia n o ” ta n to dai modelli diffusi di “sta to m assim o” p ro p ri dell’epoca dell’econom ia sta tiz za ta (qui, in fa tti, più che le stru ttu re statu ali era il sistem a politico stesso, il suo “ceto p o liti­

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co” , le sue “grandi fam iglie” , a p ervad ere la società civile fin nelle sue più intim e fibre), q uanto dai m odelli assunti dalla “teo ria del ì ’overload" (ché, qui, più che a un deficit di politicità ci si tro v a d av a n ti a u n su r­ plus, più che a u n ’overload di socialità all’in te rn o del “po litico ” , a un “sovraccarico” di politicità all’in te rn o del “sociale”). E d è pro p rio in q uesto fa tto re di specificità, in q u esto nuovo assetto della “divisione del lavoro” tra il livello politico e le altre sfere del si­ stem a sociale, che sem bra tro v are il pro p rio h ab ita t ideale la linea ev o ­ lutiva del radicalism o di d estra; la quale, se d a una p arte rinvia, com e con dizio n e necessaria e n tro cui legittim are la p ropria “sindrom e nichili­ s ta ” , al generale operare della crisi, tu tta v ia ritro v a e ffettiv am en te nel­ la p artico larità politica del “ m odello ita lia n o ” la ragion sufficiente della p ro p ria in e d ita vitalità e, s o p ra ttu tto , della rap id ità con cui, ab b an d o ­ n ato il vecchio “g h e tto ” tradizionalista, h a im boccato la via d i u n a vo­ cazione “eg e m o n ic i" sulla società civile che, seppure di in d u b b ia im ­ p o rtaz io n e dalla ben più m atura esperienza francese, sarebbe com un­ q u e sta ta im pensabile fino a pochi ann i o r sono. E in fa tti p ro p rio nella p o rta ta storica di una tale rottura nella co n tin u ità politica d ell’Italia re ­ pubblicana che sem bra assum ere significato quella “chiusura di un d o ­ poguerra che sem brava e te rn o ” 110 su cui così insiste la pubblicistica “del disgelo” neofascista. E d è, ancora, nel “d oppio m ulinello” di una crisi d ’id e n tità insiem e sociale e p o litica , quale quella ora d escritta , che può spiegarsi l’em ergere q u i e ora (in Italia, e in particolare in quella fase cruciale di trapasso che sono gli an n i in to rn o al ’11) di u n ’estrem a d e stra così socialm en te aggressiva, p o rta tric e d i una carica ta n to rad ical­ m ente an tid em o cratica da qualificarsi esp licitam en te com e “rivoluzio­ n a ria ” e, so p ra ttu tto , im p ro n ta ta a un “nichilism o a ttiv o ” s tru ttu ra l­ m ente “superom istico” , “an tieg u alitario ” e “g erarchico” , “geneticam ente d iffe re n te ” , cioè, da tu tte le cu ltu re p o litich e prev alen ti in m odo pressoché to ta lm e n te egem one nell’u ltim o q u aran ten n io . C o n q u esto non s’in te n d e sostenere, si badi, che la N uova d estra possieda, fin dal suo nascere, una tale p ro fo n d ità del cam po d ’analisi e un a tale consape­ volezza delle m odalità della trasfo rm azio n e in corso; né che essa autorifletta in qu esti term in i sulla p ropria collocazione all’in te rn o della d in a­ m ica politica italiana ché, anzi, la form a ideologica con cui essa si ra p ­ p resen ta la co n giuntura politica e la descrive — im p ro n ta ta, com e si vedrà meglio in seguito, alla m orfologia m itica e irrazionalistica d i q u el­ la che potrem m o defin ire una “m etafisica della crisi” — si colloca ep i­ stem ológicam ente e so stan tiv am en te su linee assai lo n tan e dalle catego­ rie strutturali e sociali qui utilizzate. Si vuole p iu tto sto so tto lin eare co­ me, effettiv am en te , sia pro p rio in quel partico lare e anom alo co n testo politico co stitu ito si nei ta rd i anni se tta n ta e, in special m odo, nel “d u ­ plice m o v im en to ” della società politica ta n to sul lato della società civile qu an to sul lato d elle istitu zio n i c o stitu tiv o in senso fo rte dei ca ratte ri specifici del “caso ita lia n o ” , che la N u o v a d estra sem bra tro v are ogget­

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tivam ente una sia p u r ¡nau<-tial>il<- "raz io n a lità” p n parole d ’o rd in e e categorie non c e r t o “ o r i g i n a l i " , imi d a t e m p o d e s i ¡ m i t e di o p erativ ità e ora per m olti v e r s i “ ri l ai u hi l c " o h i i n c d i l n u d i c i i / n Val la pena esam inare nei dellugli, i sepuirtliim cnlc, i du e lati del m odello, e i loro rispettivi rapporti o h i Ir p ro p o iir della N uova d estra.

3.2. I l lato della società civile: iden tità sociali, fO M W É) organica e critica
della dem ocrazia

Su q uesto v ersa n te il m ovim ento del “p o litico ” si svolge nella fo r­ ma di sincronico processo di ritrazione dalla “società civ ile” di quella che potrem m o d efin ire “politicità id e n tific a n te ” e, co n tem p o ran eam en ­ te, di im m issione in essa di “politicità negoziale” n i. La dilatazione, in fa tti, dell’am bito di o p era tiv ità della “società p o li­ tic a” fin d e n tro le relazioni stesse della “società civile” , la possibilità, in p articolare, di ren d e re op erativ o quel “p a tto sociale” che, com e si è visto, ha svolto u n ruolo strategico nella ridefinizio n e del q u ad ro p o liti­ co e di rico n v e rtire , quin d i, le tradizionali “cu ltu re an tag o n istich e” in “cu ltu re negoziali” , presupponevano una sistem atica “n eu tralizzazio ­ n e” della carica an tagonistica im plicita nelle consolidate “su b c u ltu re” e la rap id a dissoluzione dei residui nuclei di resistenza ideologica. Il che, in u n paese in cui, ap p u n to , le grandi fam iglie politiche avevano sed im en tato capillari ram ificazioni nella società civile e in cui le “cu ltu ­ re p o litich e” erano sta te p ro fo n d a m en te coinvolte nel sociale c o n tri­ b u en d o fo rte m e n te a conn o tarv i id e n tità collettive e a fondarvi lin ­ guaggi, m orali, m ondi vitali e universi di valori, era d estin a to a tra sfo r­ m arsi, in e v ita b ilm e n te, in u n diffuso processo di d es tru ttu razio n e delle id e n tità sociali e dei p ro g etti collettivi, in una, a volte dram m atica, ca­ du ta del senso di ap p a rten en za a stru ttu re di valori condivisi, che rilan ­ ciava a livelli più alti la già avanzata “atom izzazione sociale” o p era ta dagli e ffe tti disgreganti della crisi so c iale112. N é gioverà a com pensare tali te n d en ze disgregatrici la spin ta m assiccia del “ sistem a dei p a r titi” ad articolare m olecolarm ente la p ro p ria funzione di m ediazione all’in ­ tern o stesso delle stru ttu re relazionali più elem entari della società civi­ le, d eterm in a n d o v i, ap p u n to , quell’“inflazione di n egozialità” che sem ­ bra c o stitu ire uno dei tr a tti più significativi di quella fase politica. A n ­ zi, p er m olti versi co n trib u irà a esasperarle — essendo, la “ negoziali­ tà ” , a to m izza n te p er n a tu r a 113, tesa com ’è a fondare su criteri relaziona­ li (e relativi) anziché su criteri sostan tivi (naturali, etici, com unque “ as­ so lu ti”), l’aggregazione sociale — accentuando, nel co n tem po, il senso d i “artific ia lità” e di “discrezio n alità” dell’in te ro sistem a. E d è pro p rio su questi elem enti che si inn esta il discorso della “N uova d e s tra ” , la quale individua nel “v uoto d ’id e n tità ” ap erto si d o ­ po il “ritra rs i” delle cu ltu re politiche d em ocratiche la condizione ideale

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per quella “ria p e rtu ra dei giochi” e, so p ra ttu tto , p er quella “d isp o n ib i­ lità ” e “p erm e ab ilità” della società civile ai m oduli culturali del rad ica­ lismo di d estra che costituisce, com e si è visto, la prem essa principale della sua scelta m etapolitica. Il prim o e ffe tto è, in questa direzione, il recupero del co n cetto tr a ­ dizionale di “com unità organica” , che il felice rap p o rto tra ruolo id en ti­ ficante e ruolo universalizzante delle cultu re politiche aveva perm esso, per un lungo periodo (1’“etern o dop o g u erra” , appunto), d i superare nel q uadro di u n a dinam ica insiem e m odern izzan te e n o n d ev astan te. A ll’i­ stanza com un itaria sfid ata dal rischio della disgregazione e della p reci­ pitazio n e in u n in d ifferen ziato , atom izzato e spersonalizzato coacervo di fra n tu m i sociali privi di linguaggi com uni e d i stru ttu re di elab o ra­ zione collettiva di com portam enti e di valori, si in ten d o n o o ffrire — sm arrite le d e te rm in a n ti “socializzanti” e “ so lidaristiche” delle “su b ­ cu ltu re” socialista e cattolica — i te rrito ri regressivi del rad icam en to ancestrale, del biologico e dell’organico; all’ap p arten en za delusa nelle sue com ponenti “razio n ali” , consapevoli e volontarie, p o rtatric i d i ista n ­ ze “u niversali” (quale era, ap p u n to , l’adesione conscia a u n p ro g etto com une di em ancipazione e di trasform azio n e d ell’esisten te, a una “cultura p o litica”) si co n trap p o n e, a un livello più “p ro fo n d o ” , consusta n ziato con il sostrato natu ralistico del paesaggio e della specie, con gli stra ti a lento scorrim ento della storia, la seduzione, in q u ie ta n te, di nuovi criteri e di nuovi fatto ri: l ’etn ia, la razza (sia p ure “dello sp iri­ to ” , secondo la le ttu ra evoliana), il patrim o n io filogenetico e m itico, la fitta re te di quella “volo n tà organica n a tu ra le ” che non si perde, perché in n ata, né si com unica razio n alm en te com e i co n cetti e le idee perché concreta e n atu ralisticam en te p o sse d u ta 1 4 (che, quindi, alcuna fun zio n e a s tra ttiz z a n te e negoziale del politico p o trà m ai disp erd ere, né d e te rm i­ nare, o, ta n to m e n o , “alien are”): “La N uova d e s tra ,” scrive a q u esto proposito M arco T archi, “privilegia i valori rad icati nell’in d iv id u o e nei gruppi n atu rali per l’adozione delle ere d ità — culturali, g enetiche, storiche — che si esprim ono nella v ita delle co m u n ità , luoghi d i esp res­ sione di quella ‘volo n tà organica n a tu ra le ’ b en d escritta d a T ò n n ies nel suo C om u n ità e società." 115 U na deriv a di pensiero, questa, che p o rta, senza soluzione di co n tin u ità , a co n tra p p o rre alla m inaccia d i dissolu­ zione della “so cietà” nella m olteplicità irre la ta dei suoi in d iv id u i un p ro g etto “o rg an icista” e “g erarchico” di ricom posizione basato sull’“elem ento sacrale, superindividuale, im m ateriale, fo n te di le g ittim ità d el­ le gerarchie in te rn e ” 116: la sacralità, a com pensare il dileguarsi della “politicità id e n tific a n te ” ; l’au torità carism atica a co n ten ere e sfidare il m ercantilism o in e rte della “politicità negoziale” ... N é m anca u n esplici­ to cenno alle nuove “re a ltà ” sociologiche e ai processi sociali in atto : “N o n va d im e n tic a to ,” am m onirà S tenio Solinas in u n altro co n testo , “che la rea ltà delle classi è orm ai perco rsa d a u n tal reticolo d i ceti, corporazioni, gruppi d all’aver orm ai d efin itiv am en te p erd u to la p rece­

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d e n te fisionom ia. R im anere ledili i a u n ’o ttica di ilavie, quindi, n o n so­ lo è fu o rv ia n te ma storicam ente lallim enture " li aggiungerà, poco ol­ tre: “La N D e/o N C Ita, al c o l i t i an o | |, la sua organicità nei co n fro n ­ ti della com unità di cui è parie in ten tan te > • la llo r r estern o di recezione del consenso e di veicolo ili trasm issione delle tensioni interne. E , d i­ ciam o, la facciata p ensante ili un inov im rn lo com unitario non co n ­ fessionale. E la com ponente intellettuale di utm u rte < li an tiforpi \i'ì/nl>
patisi all'interno d elle cellu le disastrate d ello Stato." 1 17

Il secondo e ffe tto di rilievo è il rilancio, su basi nuove e, perlom eno nelle in ten zio n i, socialm ente fo n d ate, della tradizionale critica della d e­ m ocrazia com e form a “d e te rio re ” e “d issacra ta” del politico, irrim ed ia­ b ilm en te co n tam in ata d all’adozione di criteri m eram en te “ m ercan tili” , “q u a n tita tiv i” e “u tilita ristic i” , e q u in d i com e form a d i governo de-legittim ata. Le nuove dinam iche di p en e trazio n e del “po litico ” (come n e­ goziatila) nel sociale tendevano, n on v ’è d ubbio , com e s’è visto, a esal­ ta re e a disvelare i m eccanism i dello “scam bio p o litico ” e l’alto grado d i identificazio n e tra m o d ello dem ocratico e m ercato (la “d em o crazia” non solo com e la form a di governo più adeguata alla form a econom ica m ercantile, m a anche, e so p ra ttu tto , com e m etafo ra politica del m erca­ to). La stessa trasform azione dei co m p o rtam en ti elettorali, con lo spo­ stam en to crescente, segnalato dalla politologia, dal co sid d etto “v o to di ap p a rten e n za” al “vo to d ’o p in io n e” e, so p ra ttu tto , al “v o to d i scam ­ b io ” 118 — o, p er usare la classificazione di G . Sani, assai esplicita, dal m odello di v o to “senza scelta” a quello “a scelta lim ita ta ” e al “m o d el­ lo di m e rc ato ” 119 — , denuncia u n m u tam en to q u alitativ o nel rap p o rto tra citta d in i e politica; u n crescente rilievo della m o b ilità del “co n sen ­ so” , della sua circolazione in d ip e n d en tem e n te d a id e n tità rad icate e da ap p arten en ze subculturali in u n am bito sem pre p iù simile a u n ’area di “libero scam bio” in cui l 'adesione può m uovere esattam e n te com e un a q ualunque altra “m erce” , d o ta ta di u n a p ro p ria in d ip en d en za dal sog­ g etto che la scam bia. U n processo, p er m olti versi, di allin eam en to alle caratte ristic h e da tem po consolidate all’in te rn o d i altri sistem i d em o ­ cratici, p er così d ire “più m a tu ri” (en trati, cioè, nella fase co sid d etta “di eq u ilib rio ” del m odello d e m o c ra tic o )120, m a che in Italia, segnando un brusco passaggio dalla “dem ocrazia co n flittu ale” del “lungo d o p o ­ g u erra” alla nuova “dem ocrazia c o n tra ttu a le ” , finiva p er assum ere, in e ­ v itab ilm en te, il c a ra tte re di un o “stra p p o ” , di un a vera e p ro p ria “ m u­ ta zio n e” , critica ta dall’estrem a sinistra com e form a d eterio re e, p er co­ sì dire, “secolarizzata” risp etto ai valori della “dem ocrazia p arte cip a ti­ v a” , e in d iv id u ata , dall’estrem a d estra , com e inveram ento del m odello dem ocratico in q u an to tale, e p er q uesto m otivo rifiu tata. F in ivano, al­ lora, su qu esto secondo v ersan te per essere rim essi in gioco u n p o ’ tu tti i to p o i classici della critica tradizionale del radicalism o d i d estra alla dem ocrazia, d o ta ti di un'apparente nuova “v ita lità ” : d all’accusa di “spoliticizzazione dei m otivi essenziali della p o litica” 121 d a p arte del

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m etodo dem ocratico, a causa d ell’annegam ento delle categorie “p u re ” del “p o litico ” nell’in e rte m aterialità del “m ercato" , a quella (vero e p ro ­ prio luogo com une del “tradizionalism o ”) d i rid u zio n e della “q u alità a q u a n tità ” e del valore alla p ura “poten za del n u m ero ” ; dalla sfiducia (tipica del pensiero “organicistico”) nella capacità della form a d em o cra­ tica a m a n ten e re u n ita la società co n tro le ten d en ze allo sgretolam ento alla considerazione (tecnocratica) della sua incapacità d i selezionare éli­ tes adeguate ai loro com piti storici e, finanche, d i in d iv id u are e in d ica­ re “com piti sto ric i” (seduzione “pro m eteica”). R ito rn a, così, il co n su n ­ to m ito nietzscheano della “grande po litica” , quella per cui “chi dice p o litica dice vo lo n tà , cioè p o te n za ’’ 122, e che, e n tra n d o “in co n tra d d izio ­ ne con m igliaia di a n n i” m , spezza il “m ito eg u alitario ” riafferm an d o i c o n cetti di signoria e di dom inio. E riappare, insiem e, la sch m ittian a concezione p olem o lo g ie a della politica, la cui antitesi fondante “am ico/ nem ico” è chiam ata a riscattare, in term in i eroico-sacrali, il d eficit di “politicità id c n tilica n te" c di “carism a” del m ercantilism o d em ocratico e a saldarsi, per questa via, con quell 'esistenzialism o guerriero di d eriv a­ zione evoliana e tradizionalista, che affida alla “m etafisica della g u er­ ra ” e alla “via ero ica” il risca tto dal “d eserto della m assificazione” p ro ­ prio della “so ciété m archande". Il “c o n flitto ” è così evocato — in una società im pegnata m assicciam ente a “rim u o v erlo ” — al d i fuori d i ogni determ in azio n e storica e sociale, com e categoria etern a (antropologica­ m ente e m etafisicam ente fondata) in c arn an te 1’“a u te n tic ità ” della forza c o n tro l’a s tra tta convenzionalità del con tratto, e insiem e l’“e tic ità ” del co m b attim e n to rivoluzionario co n tro la “m iseria” della securitas b o r­ ghese: “C o n tro il v uoto ‘norm ativ ism o ’ lib erale,” scrive al p ro p o sito M ario B ernardi G u ard i, “co n tro il m istifican te astrattism o d em o crati­ co, co n tro il dogm a del num ero elevato a p o ten za e posto a fo n d am en ­ to del d iritto , co n tro la legalità neu trale che n o n si giustifica in su p erio ­ ri valori da trasm ettere, S ch m itt riscopre la leg ittim ità che pro ced e da rap p o rti reali, d a u n concreto o rd in e di riferim en ti, dalla decisione ‘p o ­ litica’ di d eterm in a re il ‘nem ico’ da co m b attere, dall’afferm azione di una forza che si pone com e ‘sov ran a’ tro v an d o le sue ragioni nella ch ia­ ra individ u azio n e del nesso S tato /C o m u n ità, d ove lo S tato n o n è puro arb itrio m a form a e funzione della C o m u n ità .” 124 “Il significato della distin zio n e am ico/nem ico,” aggiungerà P iero V isani, il “polem ologo” del gruppo, “consiste nell’indicare il m assim o grado d i in te n sità di u n ’associazione o di u n a dissociazione e qualsiasi p o litica si b asa sulla d ia lettic a am ico/nem ico... La n o stra politica, la n o stra cultura, la n o stra teoria e la n o stra p ratica del co n flitto [...] d o v ran n o racch iu d ere in sé u n co n ten u to di inim icizia relativ a o assoluta nei co n fro n ti d i tu tto q u an to è ‘altro da n o i ’ .” 125 N é p o te v a m ancare, in q u esta galleria di pen sato ri antid em o cratici “m o b ilita ti” a sostenere la riv o lta co n tro la “m ercantilizzazione” dell’universo politico, il riferim en to allo Spengler di Jahre der Entscheidung: la tem atica ru d e degli “anni decisivi” ; il so­

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gno dell’ingresso in u n ’“ent lutule", in u n ’“epoo i Iu rte” in cui pulsa il d estino e tu tto può essere rid elin ito u! ili fuori o contro le esauste p rocedure dem ocratiche e I' imi »rii«- spirilo m en m il ile* a p artire da fo rti volontà e da uom ini idonei ullu "( ìm w c p o lltlk " , in cui non vi sia posto p er “l’ideologia e hi religione delle lui inni " 11iti solo per i valori “v e ri” , m isurati sulla loro clrm etilure openilivilri, Milla durezza delle decisioni (contrapposte alla “ m ediazione"), in in i iillii pulitini come scam bio si contrapponga la politica com e do m in io , "m in e padronanza di disporre da conoscitori della realtà e di governare il m ondo con la forza, com e fa ogni buon cavaliere con la pressione delle cosce" lì, in sostanza, u n p o ’ tu tto l’arm am entario della reazione al “razio n ali­ sm o” illum inistico a essere m o bilitato fino ad a ttrib u ire — con una b iz­ zarra “to rsio n e ” nell’argom entazione — alla “d em o crazia” p ro p rio quei “vizi” (totalitarism o, segretezza e m ancanza di “trasp a ren za” del p o tere, in so stitu ib ilità delle élites) p er co m b attere i quali essa era nata: “Allo S tato organico con il suo ecum ene im periale, con i suoi vertici p eriferici e i suoi corpi in te rm e d i,” afferm a G iuseppe D el N in n o , in u n sobbalzo d i “trad izio n alism o ” , ripro d u cen d o la classica critica “re a ­ zio n aria” alla R ivoluzione francese e allo “stupid o X IX secolo” , “si so­ stituisce una dicotom ia: da u n lato i d e te n to ri di u n p o tere che si m a­ schera con i p aludam enti della rap p rese n tativ ità m a è totalitario com e non m ai, ora in m aniera aperta, o ra strisciante; dall’altro, u n a folla di c itta d in i ‘uguali’, a cui vengono riconosciuti sem pre più d iritti form ali e sem pre m inori possibilità d i sostituirsi a lle élites dom in an ti." 127 E in e f­ fe tti, nella sua fro n ta le b attag lia co n tro il pensiero dem ocratico, questa N uova d estra sem bra d eterm in a ta ad assum ere sistem aticam ente le aporie della dem ocrazia — com prese quelle den u n ciate dalla critica di sinistra, p artico larm en te radicale in u n a fase in cui, sco n fitto , ap p u n to , il passaggio a una fase più avanzata di “dem ocrazia sociale” , il m ero rito rn o a u n a form a di dem ocrazia form ale-negoziale appariva, su q u e ­ sto versan te, com e u n inaccettabile a rretram en to — al fine d i piegarle a una critica radicale del m odello dem ocratico to u t court. C osì se ne co n testa la n a tu ra esclusivam ente form ale, incapace d i m odificare gli assetti reali del p o te re , so p ra ttu tto e c o n o m ic o 128; il ca ratte re fittizio e “m an ip o lato ” del c o n s e n so 129; la più o m eno occulta vocazione “rep res­ siva” : “ La liberal-dem ocrazia,” si legge su “E le m en ti” , m a p o treb b e tra tta rsi di u n qualsiasi giornale “d i m ov im en to ” d i quegli anni, “n o n h a bisogno di creare m artiri. Le b a sta creare dei falliti. N o n toglie la lib ertà. Toglie i fini verso cui indirizzarla. N o n priva della vita. P riv a della gioia di vivere. N o n nasconde gli scandali: n o n per o n està, m a p er m ancanza di vergogna [...]. N o n p ren d e col ferro: p ren d e p er fam e. N o n assale di p e tto le opposizioni: le um ilia; le ad d o rm en ta, le fagoci­ ta. Sino a farle v ergognare.” 130 O p p u re , ancora, si può co n tin u are — com e fa M arcello V eneziani — “critican d o la dem ocrazia nel nom e d el­ la lib e rtà, che per noi è sem pre lib e rtà per qualcosa, della qu alità della

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vita, delle trasform azioni tecnologiche, della d iv ersità inevitabile [sic] tra gli uom ini, ta n to nei loro m e riti e valori (istanza gerarchica e tra d i­ zionale, ‘di d e s tra ’) q u an to nei loro bisogni (istanza attualissim a e ‘di sin istra’)” 131. P erché, com unque, quello che co n ta è l’o b ie ttiv o , l’effi­ cacia di “q uesta operazione di ‘accerch iam en to ’ della dem ocrazia, a t­ taccata con argom entazioni efficien tistich e e popolari, etich e e te cn i­ che, di d estra e di sin istra” 132.

3.3. I l lato d e lle “istituzioni": a lle radici della legittim azion e; lo Stato
co m e “fo rm a ”

S im m etricam ente, su q uesto versan te, lo “ sfo n d am en to ” della “so­ cietà p o litica” assum e la form a di u n progressivo slittam en to d a criteri d i s tre tta “legalità” a criteri di “n egozialità” e, infine, di m era “ad e­ g uatezza allo scopo” nella gestione degli ap p arati dello S tato: dalla so­ v ran ità della “n o rm a” all’o p era tiv ità d ell’“ accordo” . D a un certo p u n to in poi della storia istituzionale italiana, cioè, Vordinam ento statuale sem ­ bra aver cessato di co stitu ire il co n testo stru ttu ra le, d ato u na v o lta per tu tte nelle sue ca ratte ristic h e fondam en tali (costituzionali), all’in te rn o del quale le forze politiche po tev an o dispiegare il p ro p rio “gioco” e d e ­ finire i propri accordi, e ha fin ito per d iv en ire l ’oggetto stesso d i tali accordi: ha cessato di porre le regole del gioco politico, p er esserne
posto.

E qu esto, in fondo, il senso della pratica, in au g u rata nel corso degli anni se tta n ta , di privilegiare la negoziazione tra partners (forze politiche e gruppi corporati) risp etto alle sedi co stitu zio n alm en te d e p u ta te (in particolare il P arlam ento); di governare p rev alen tem en te per “d ecreti legge” l33, favorendo le sedi inform ali di negoziazione (si pensi alla m ol­ tiplicazione dei “v e rtic i” tra le segreterie dei p a rtiti d i m aggioranze plebiscitarie o, peggio, delle tra tta tiv e bilaterali), e d i a ttrib u ire un cre­ scente ruolo di “su pplenza” a istitu z io n i (in prim o luogo la “ m agistra­ tu ra ”) c o s tre tte così a “politicizzarsi” 134. P er questa via, il concreto m odello politico italiano, nella sua p rem in en te ricerca di u na “razio n a­ lità ” più adeguata allo scopo e alla vo lo n tà dei partners istitu zio n ali che no n alla norm a, è sem brato allontanarsi dal tradizionale “S tato d i d ir it­ to ” — b asato , ap p u n to , sulla norm a “di co n tin u o m isurabile e d e te rm i­ nabile, im personale e perciò generale, p restab ilita e perciò p en sata per d u ra re ” , assunta com e prius risp e tto all’a ttiv ità di governo — p er rical­ care, p iu tto sto , le caratte ristic h e fondam en tali dello sch m ittian o “ S tato g o v ern a tiv o ” , rese tu tta v ia “im p erso n ali” e in trecciate con quelle dello “ S tato am m in istra tiv o ” ; di quel m odello statu ale, cioè — co n su eto in “perio d i di grandi m u ta m e n ti e trasfo rm azio n i” 135 — il quale tro v a il “pro p rio principio esistenziale nell’adeguatezza allo scopo, nell’u tilità e, in co n tra sto con la conform ità alla norm a dello S tato legislativo, nel­

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la co n fo rm ità im m edia tu me lite m in reta delle sue misure, p ro vvedim en­ ti e com andi, alle cose" U ....... odello, tu ttav ia , che p roprio perché d estin a to ad affidare lu p ro p ri........'.min m ie iu u e siulnliia non alla v o ­ lo ntà di un sovrano unico, u hi p iu tto sto u un lu ito ie "m obile” , “ sogget­ tiv o ” e “rela tiv o ” com e la ikiIiiiiI,) il'a iiiih ln , lim liluvu |» te n u em e n te la disgregazione, non appenu quella "volontà lo n iia ltu a le " tosse venutu m eno. Il che si verificò alla line »U>>li unni le liu u tu , i|uum lo la politici) “d ’u n ità nazio n ale” term inò, lasiiam losi alle spalle un sisienm polii u o orm ai privo di ce n tro e di equilibrio, tuie ila lui ilom uiuluir a^li ossei v atori più av v e rtiti, se in Italia esistesse “ancora uno S tato " U na tale situazione non poteva sfuggire a u n ’estrem a d estra clic, proprio dalla relativ a stab ilità (n onostante le sue gravi carenze di fu n ­ zionam ento e di dem ocraticità) dello “ S tato di d ir itto ” italiano nei d e ­ cenni successivi alla L iberazione era sta ta pesan tem en te m arginalizzata e “ n eu tra liz za ta” : “Lo S tato è m a lato ,” può proclam are nel gennaio 1980 G . D el N in n o , abbozzando una som m aria diagnosi in c en trata, p are tian am en te, p roprio sulla te n d en za alla disgregazione dello S tato e sulla m oltiplicazione dei cen tri di decisione extraistitu zio n ali: “A lla cri­ si dello S tato com e m o d u lo d i aggregazione,” scrive, “corrisponde in fa tti un consolidam ento di form ule altern ativ e, m ai sanzionate d a alcuna carta costituzionale, quali il P a rtito , il S indacato, la H o ld in g m u ltin a­ zio n ale ...” 158 Se d u n q u e — ci si com incia a chiedere a destra — lo stesso “ arco co stitu zio n ale” abbandonava i p ropri principi guida per m u tare q u alita­ tiv a m e n te i fo n d am e n ti stessi d ell’a u to rità statuale e i m eccanism i v ita ­ li delle d inam iche politiche, perché n on rilanciare la p ro p ria reale “al­ te rn a tiv a to ta le ” allo “ S tato di d ir itto ” ? E poi: perché non co n tra p p o r­ re al “decisionism o d eb o le” , di fa tto p raticato dalle forze d i governo, e in p arte anche teo rizzato , il pro p rio “decisionism o fo rte ” (il vero d e­ cisionism o) quale em erge dai classici del pensiero reazionario? C onfusam ente, anche in q u esto caso senza u n a reale percezione delle te n d en ze p rofonde e dei processi stru ttu ra li, quasi p er intu izio n e, la N u o v a d e ­ stra sem bra com unque percepire che la m etam orfosi del sistem a p o liti­ co italiano finiva per aprire varchi profo n d i nella cultura dem ocratica do m in an te, in prim o luogo sul te rren o , delicato e cruciale, della legitti­ m azion e (del processo, cioè, giova ricordarlo, attrav erso cui u n ’a u to rità non riceve solo obbedien za m a adesione), di cui venivano disvelati gli asp etti di crescente relativ ità e a rb itra rie tà . S postando, in fa tti, il fo n ­ d am en to della legittim azione dal “principio di legalità” (proprio dello S tato di d iritto ) al “principio di p restazione e d i efficien za” (proprio dello S tato am m inistrativo), e affid an d o all’“u n an im ità” dei co n tra en ti politici (i p artiti) o, com unque, al loro accordo co n tin g en te il principio g eneratore di tale au to rità, si finiva p er m e tte re a n u d o il ca ratte re del tu tto discrezionale e co n tin g en te d ell’esercizio del p o tere ; per disvelare l’insufficienza della m era p ratica negoziale a fondare lo S ta to 159.

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C he tale “negozialità diffu sa” n on avesse nulla a che fare col m o­ dello giusnaturalistico di “c o n tra tto sociale” (originario, stip u lato “una volta per tu tt e ” e quindi co stitu tiv o in senso fo rte di uno S tato fo n d a­ to sul consenso e sulla volontà razionale dei cittad in i), è cosa ev id en te. C iò n on toglie, tu ttav ia , che la N uova d estra abbia colto q u esta occa­ sione p er in n estare sulla confusa dom an d a di legittim azione certa, em ergente dalla società, la p ro p ria tradizio n ale polem ica “a n tic o n tra t­ tu a lista” e “an tirazio n alista” (il “c o n tra tto ” com e form a debole d i le­ gittim azione) e per rim e ttere in gioco le p ro p rie concezioni carism ati­ che e organicistiche del p o te re e dello S tato : “ Interrotta la con tin u ità tra la trascendenza e l ’autorità," scrive ancora D el N in n o , “d ie tro le ap p a­ renze del p a tto non è rim asta che la b ru ta im posizione o la trap p o la di un consenso in d o tto con l ’a stu z ia .” 140 “Il c o n tra tto ,” aggiunge C laudio Finzi, “è l’ultim a risorsa di uom ini che non h an n o un vero^m otivo basi­ lare per stare insiem e, per ap p a rten e re allo stesso gruppo. E il te n ta tiv o di sostitu ire un rap p o rto personale con u n legam e im personale,” che, essendo fo n d ato esclusivam ente su criteri di u tilità, “ognuno è d isposto a risp ettare so ltan to fino a qu an d o il vantaggio esiste oppure è ancora p ossibile.” 14 1 A tali criteri (“d eb o li”) di legittim azione, “relativ istici” , p rev alen ­ te m en te o rie n ta ti sui “m ezzi” (le “p ro ce d u re”) di form azione della v o ­ lo n tà politica e di “im p u tazio n e” della sovranità, e so p ra ttu tto p ro v e­ n ien ti “dal basso ” , la N uova d estra co n trap p o n e i p ro p ri criteri, d ich ia­ rata m en te “f o rti” e “sostanzialistici” , artico lati nella duplice versione “trad izionalistico-evoliana” (focalizzata sull 'origine superum ana e sacra­ lizzata della sovranità), e “prom eteico-spengleriana” (qualificata d ai fini di essa). N ella prim a accezione, la sovranità è co n sid erata com e u n a sor­ ta di tra m ite — di “p o n te ” , la qualificherà E vola — tra “m o n d o ” e “sovram o n d o ” , tra regno della contingen za um ana e universo dei p rin ­ cipi etern i, tale da tra d u rre sul piano storico 1’“o rd in e ” m etastorico della T rad izio n e, trasfo rm an d o il caos in Cosm o, e d a esprim ere, per questa via, il m edesim o ca ratte re “sacrale” , “ trasc en d e n te” e “su p e ru ­ m an o ” di quel sistem a u ltra te rre n o , rigorosam ente gerarchico e o rg an i­ co, trae n d o n e u n a legittim azione superiore. N ella seconda accezione, l’essenza della sta tu a lità è p iu tto sto in d icata nella capacità di im porre una form a all’in e rte coacervo di energie co stitu e n ti u n a N azione; d i o r­ ganizzarle in funzione del pro p rio d estin o storico che è, sem pre, la p o ­ litica di p o te n za e l’espansione verso l’estern o ; di plasm are, q u in d i, la sostanza storica a p a rtire dalla forza, in cui risiede, in ultim a istan za, il fo n d am en to della legittim azione di ogni p o te r e 142. U n ’im postazione, questa, che anche se d eclin ata nel più laico e ap ­ p are n tem e n te “relativ istico ” n o rm ativism o eroico à la D e B enoist (di cui si tra tte rà più am piam ente o ltre), rin v ia p u r sem pre, e com unque, a un processo p ro ce d en te e rigorosam en te “d all’alto ” ; a u n ’im m agine di “im -posizione” dell’au to rità sulla società civile, d estin ata a coniuga­

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re indissolubilm ente politici! c dom inio, statu alità c signoria, nel q u a­ d ro di u n a concezione irridu« follm ente a u to ritaria della legittim azione del p o te re politico. Ni- c ceri n in n ile un cnso clic due autori di P rovia­ m ola nuova term inino i propri lo n liilu ih m n »lue significative citazioni “classiche” , en tram b e im p ro n tate n unii visiour %|>iriutiimcnte “v ertica­ le” e, per così d ire “ tim ocratica" dell« p olitila: "D m ," scrive S tenio Solinas rip re n d en d o l’elogio di C asti n a io Clustrili uni del Mm liiuvelli, “è am atore degli uom ini fo rti, perché si vede che sem pre castiga gli im p o ten ti con i p o te n ti” 143; “Q u a n ti si riconoscono nella N uova C u ltu ­ r a ,” aggiunge G en n a ro M algieri, non disperano perché, “avendo misti rato i passi della d ecadenza, sanno che vi sono con crete possibilità di rinascita, e le cercano, le inseguono, vogliono predarle, perché com e N ietzsche sanno che c ’è anche u n ’altra specie di b arb a ri che vengon d all’alto: una specie di n a tu re d o m in atrici e conq u istatrici che cercano un a m ateria che possan foggiare. P rom eteo era un simile b a rb a ro .” 144 Si è rito rn a ti così, con q ueste ultim e afferm azioni m a tu rate nell’am ­ b ito dell’analisi su l lato d elle istitu zio n i, al cam po classico del pensiero reazionario e au to ritario , declinato nella sua form a tradizionale, assai più vicina — p er l ’acceso statualism o e per il fo rte co n n o tato centralistico a ttrib u ito alla sovranità — al m odello classico fascista (o anche, per alcuni versi, alla critica p are tian a alle Trasform azioni della dem ocra­ zia 145) di q u an to n on fosse, invece, l ’o rdine di considerazioni m atu rato sul lato della società civile in cui prevaleva, lo si ricorderà, u n ’in d u b b ia valorizzazione delle m icroaggregazioni com unitarie e uno spiccato o rga­ nicism o politico (anticentralistico al p u n to da assum ere il feudalesim o com e m odello positivo) più affine, forse, a form e d i solidarism o cari­ sm atico p ro p rie dell’estrem a d estra francese “anni tre n ta ” o al ca tto li­ cesim o sociale che non alla “ m acrofisica del p o te re ” dei regim i storici. U n ’antinom ia, tu tta v ia , che allo sta to attu ale del d ib a ttito , sem bra rin ­ viare più a una n on ancora d efin itiv a sistem azione d ell’ap p arato co n ­ cettu ale che a u n a reale divaricazione form alizzata d i posizioni e di s tra te g ie 146; e che com unque finisce per ritro v are com posizione nella com une rivolta c o n tro quell ’ideale m oderno egualitario e dem ocratico co n siderato, senza appello, com e “vero stu p rato re d i an im e” e accusato di aver “sottom esso le coscienze al più tragico dei to talitarism i: quello della V olontà G enerale, albero della Cuccagna per im becilli irricu p era­ bili che qualche volta [...] credono ferm am ente di essere liberi e sovra­ n i” 147. O ltre a spiegarsi, per m olti versi, e a “rid u rs i” , se dal piano di le ttu ra della più recen te vicenda italiana secondo criteri a n alitici e in term ini storici e strutturali (un approccio, è utile rip eterlo , esattam e n te agli an tip o d i risp etto all’epistem ologia organica e spiritualistica p ro p ria del radicalism o di destra) si passa al concreto e specifico m odo con cui la N uova d estra au to ra p p re sen ta il p roprio ruolo e il co n testo politico — “sin tetizza la crisi” , si p o treb b e d ire — a p artire dal proprio sta tu to

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culturale; se cioè si passa dalla dim ensione analitica oggettiva ed essoteri­ ca fin qui p ra tic a ta a una soggettiva ed esoterica riconducendo il q uadro d ’analisi a quella “m etafisica della crisi” che costituisce, lo si è d e tto , e lo si ved rà m eglio ora, il fa tto fo n d a n te d ell’im maginario p o litic o della N uova destra; il m eccanism o o ttico attrav erso il quale i tr a tti essenziali della rea ltà storica e sociale si “tra d u c o n o ” e “rap p rese n tan o ” in form a m itica e ideologicam ente co n n o tata , co n trib u en d o a d efin ire le stra te ­ gie di risposta e a selezionare i rife rim en ti storico-culturali. E in fa tti in una vera e p ro p ria “m etafisica della crisi” — espressio­ ne di u n m odello culturale radicalm ente “an tirazio n alistico ” e “ a n tisto ­ ricistico” , e in q u an to tale luogo “ n a tu ra le ” della coincidentia oppositorum , am bito privilegiato di produ zio n e di u n a serie sco n certan te di “ossim ori p o litici” — che la “le ttu ra ” della co n g iu n tu ra attu ale p ro p o ­ sta dalla N uova d estra sem bra tro v are la p ro p ria “legalità” , e gli e te ro ­ genei spezzoni d ’analisi, le c o n tra d d itto rie p ro p o ste con cui essa d im o ­ stra di voler “ca p italizzare” sulla crisi italian a possono ricom porsi in un quadro organico in c en trato su u n m odello esistenziale e antropologicoculturale più che n on politico. C osì com e è ancora nell’am b ito d i un a concezione m etastorica e transpolitica della crisi che può legittim arsi il richiam o, così centrale nella defin izio n e della sua nuova id e n tità , all’e­ sperienza w eim ariana (sulla cui filigrana, ap p u n to , è co n d o tta l’analisi dell’attu ale politica) e al patrim o n io culturale della kon sem ative R e v o lu ­ tion (assunto com e chiave di le ttu ra privilegiata della im passe “sp iritu a­ le” contem poranea).

3.4. M etafisica della crisi e “R iv o lu zio n e conservatrice" N el 1978, nell’analizzare la d elicata co n g iu n tu ra italian a com e tra ­ vagliata fase di transizione dal “ciclo liberal-dem ocratico” p ro p rio del dopoguerra ad u n più avanzato “ciclo dem ocratico-sociale” (un passag­ gio gravido di rischi, com e già lo era stato , negli anni v en ti, il su p era­ m ento del “ciclo lib erale” tro n ca to , in Italia, dal Fascismo), Paolo Farn eti osservava com e m ancasse, nel nostro Paese, una forza politica d e ­ te rm in a ta a “in v e stire” seriam ente e a “cap italizzare” sulla crisi: “non c ’è, per o r a ,” egli scriveva, “quel fenom eno d i form azione e d i sviluppo di u n m o vim en to p o litic o della crisi, che cioè p u n ta sulla crisi, d i cui si autodefinisce e riconosce figlio e che dalla crisi spera d i essere com p en ­ sato in te rm in i di potere. Esso ca ratterizzò sia la crisi del prim o d o p o ­ guerra in Ita lia e la genesi del Fascism o sia, p iù ta rd i, la crisi della R e­ pubblica di W eim ar e la genesi del N azional-socialism o.” 148 O ggi, possiam o d ire che u n tale m ovim ento esiste , e che p ro p rio in quegli an n i esso stava, in form a silenziosa e so tterran ea, m e tte n d o ra d i­ ci. La “N uo v a d e s tra ” , in fa tti, assum e a tal p u n to la crisi com e re fe re n ­ te qualificante, da affidare a essa la d efinizione della p ro p ria stessa

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id e n tità e da porre, eflcttivm m -nu-, nella crisi Ir iasio n i stesse della p ro p ria esistenza e le coordinate della propria lincii strategica. Se di ‘‘scom m essa” si può palline, u proposilo d ell'av v en tu ra della N uova destra, è p roprio sulla p o lla la "i aiasiro lii a s u l l a p ro fo n d ità e d u ra ta della crisi, sulla sua capacità di in tim a degli equilibri consolidati e di “rim escolam ento” delle posizioni m<|iiisiie, elie essa e giocata, al p u n to che l’identificazione tra “ N uova cultura" e "Cultura della crisi” è ap ertam en te riven d icata dai suoi stessi esponenti. È nella crisi, in tesa com e “crisi d ’id e n tità " d ell'o rd in e sui iale dom i n an te — com e crisi, cioè, di “m o tiv azio n e” e di "inte)',razione" »Inessa in te n d e, lo si è b en visto, giustificare la propria genesi, sottoli n eando la dram m atica im passe a ttrav ersa ta da una società incapace di trovare adeguate risposte istituzionali alle dom an d e em ergenti: una si­ tu azione, ap p u n to , assai sim ile a quella caratte rizz ata dal breakdoivn del m odello liberale negli anni v e n t i149. E d è ancora nella crisi — q uesta volta in tesa in senso specificam en­ te politico-culturale — che essa cerca legittim azio n e e spazio per la p ro ­ pria strateg ia “m etap o litica” radicalm ente altern ativ a e fo n d ata, ap ­ p u n to , sulla considerazione del crollo sim ultaneo delle du e o pposte co r­ re n ti ideologiche (quella liberal-dem ocratica e quella m arxista) che av e­ vano te n u to p er l ’in te ro dopoguerra, il cam po 1 5 °. M a, s o p ra ttu tto , è alla crisi — considerata lungo tu tto l ’arco dei suoi “re g istri” e nelle sue m olteplici dim ensioni di “generalizzata crisi d i v alo ri” , di “crisi della rag io n e” , “della p o litica” , “d ell’idea di p ro ­ g resso” , di “crisi dell’econom ia” e, si b ad i bene, non d i “crisi econom i­ ca” — che la N uova d estra affida le possibilità di rilancio delle p ro p rie categorie “ fo rti” . In prim o luogo di quel “decisionism o to ta le ” , n ich ili­ stico, che, com e si è visto, costituisce p arte in te g ran te della sua critica della d e m o c ra z ia 151. M a anche, e con p articolare insistenza, di quello scardinam ento dei tradizionali to p o i politici; di quella radicale cancella­ zione delle “n o rm ali” distinzioni politiche — a com inciare dalla fondam entale co n trapposizione tra D estra e S inistra — cui la N u o v a d estra sem bra voler affid are b u o n a p a rte delle p roprie speranze di rilancio egem onico da giocarsi, ap p u n to , all’in te rn o di u n paesaggio politico p ro fo n d a m en te trasfo rm ato e sconvolto dalla eccezionalità d ei processi di trasform azione. È in fa tti nella p o rta ta “ca ta stro fic a” della crisi, nella sua capacità di cancellare soggetti sociali e politici “o b so le ti” per farne em ergere dei “n u o v i” , p o rta to ri di istanze e com p o rtam en ti in e d iti (“p alin g en etici” , si p o tre b b e dire) che essa individua — in accordo, su q u esto te rren o , con alcuni esp o n en ti della sinistra e della sua crisi, com e M assim o Cacc ia r i 152 — l’origine di quel processo di “liberazio n e” da u n ’esten u a ta e repressiva (“norm alizzatrice”) ragione politica, nem ica del “n u o v o ” e del “d iso rd in e” , da cui, attrav erso un “travaglio feco n d o ” , d o v reb b ero em ergere alleanze in ed ite, costellazioni e convergenze, collusioni e co n ­

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lam inazioni fino a pochi anni o r sono im pensabili: “C risi di referen ti, di paradigm i, di id e n tifica zio n i,” scrive a q u esto proposito M arco T archi in u n articolo dal significativo tito lo Q uando S ch m itt incontra K a rl M arx. “C risi che deve e può, nel seno dei trad izio n ali (e anacronistici) aggregati ideologici, spingere la critica ai confini dell’eresia. ” 153 E p ro ­ segue, p arafrasando Cacciari: “Q u el che è certo è che orm ai il sistem a destra-sin istra, con la sua rappresentazio n e assiale, è ‘fisiologicam ente in a d a tto a esprim ere situazioni c ritic h e ’. Privilegiando decisioni d ra sti­ che di esclusione, suggerendo com e unico sbocco in ogni form a del co n ­ flitto la p u n tu ale ‘gravitazione al ce n tro m edico’ d i tu tte le co m p o n en ti del sistem a, accom pagnandosi allo schem a bipolare sul piano dei ra p ­ p o rti in tern azio n ali (e rap p rese n tan d o n e , anzi, il logico presupposto), esso si è reso incapace di spiegare l’avven to sulla scena di nuovi sogget­ ti, che n e v anno d eterm in an d o , con crescente dinam ism o, la progressi­ va d eleg ittim a zio n e .” 1,4 In una tale, crescente “crisi di o p e ra tiv ità ” dell’an titesi lineare-assiale D estra/S in istra (in partico lare nella sua su p ­ posta incapacità di d ar co n to dell’id e n tità “n u o v a” del radicalism o di destra degli anni o tta n ta ), gli esp o n en ti d i q u esta so rta di “rivoluzione cu ltu rale” neo-fascista non vedevano solo la riproposizione d i esp erien ­ ze storiche qualificanti — com e il Fascism o, in prim o luogo, e i sociali­ smi nazionali, il cattolicesim o sociale, le dem ocrazie a u to rita rie . . . 155 — m a anche la condizione p er quel “d islo cam en to ” in chiave co n serv atri­ ce delle energie rivoluzionarie fru stra te che, com e si è visto, h a co sti­ tu ito u no dei tr a tti più significativi delle “rivoluzioni co n serv atrici” entre deux guerres. Senza tralasciare — e n o n p er ultim o — l’o b ie ttiv o di una ta rd iv a ri-legittim azione delle p ro p rie is ta n z e 156. E tu tta v ia , n o n o sta n te la proclam ata ce n tralità della crisi nelle te ­ m atiche e nelle stesse istanze strateg ich e della N uova d estra, m anca nella sua elaborazione ogni traccia di analisi d ettag liata delle origini e delle dinam iche stru ttu ra li — sto ricam en te d eterm in a te — di essa. Al di là della som m aria m orfologia e d i u n ’a ltre tta n to generica — anche se “ca ta stro fistic a” — fenom enologia della crisi, non si ritro v a, nella sua p u r ricca pubblicistica, riferim en to alcuno al p iù recen te d ib a ttito sociologico ed econom ico — com e si sa am plissim o — sui te rm in i spe­ cifici della crisi in corso (un silenzio che stupisce se co n fro n tato con le dim ensioni ip e rtro fich e del m ateriale d ’analisi e di discussione elab o ra­ to a sinistra), m e n tre i rife rim en ti al d ib a ttito politologico e giuridicoco stituzionale sem brano arrestarsi, ancora un a volta, agli an n i tre n ta . La realtà è che, tra l’accezione n o rm alm en te u sata dalle scienze eco n o ­ m iche e sociali e l ’accezione del te rm in e crisi assunta dalla N u o v a d e­ stra esiste u n no n dich iarato slittam en to . Q u an d o essa parla d i crisi non in te n d e, cioè, la crisi d i u no specifico “m odello d i accum ulazione” , o di u n d e te rm in a to ciclo di sviluppo capitalistico con cui si m isurano gli econom isti, e n eppure si riferisce esclusivam ente alle m olteplici in te r­ p retazio n i o ffe rte dai sociologi per d ar co nto delle crescenti diffico ltà

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del W eIfare State. G li " in d u a tm i" r i “ livelli” cui guarda si collocano a “p ro fo n d ità ” diverse risp etto a . nulli m ateriali e o m ettivi delle d in a­ m iche econom iche e sociali I n M i a c , per m olli v e n i, una concezione “m etafisica” della crisi, la quale ......mie, pili sciupìi-, l'abissale “crisi dello sp irito ” , la verticale "caduta dei vaim i", la ilici/sch ean a “ m orte degli d e i” che a partire- dagli uh uni dei ru m dell'! litui m io era venula ad annunciare la prossim a finis H um piw e ilie, fiu tila a mutimi espres sione con gli anni venti, si era m anifestala nella im m a <-',pliiiia della decadenza. E , in q uesto senso, crisi epocale, dilatata nel tem po e nello spazio fino a coincidere, senza residui, con t u t t ’intera la " ( d a n d e Crisi del V entesim o secolo” 157 — u n tem po indifferen ziato al proprio in te r­ no, c a ratte rizz ato dal disagio e dall’o stilità verso un “ m ondo fatto di in dustrializzazione, in cui la m acchina ci ha distaccati dalla n atu ra , o r­ mai segnato dai cam biam enti antropologici, dalla superorganizzazione della v ita pubblica, dalla civiltà di m assa e dalla carenza d i p ersonaliz­ zazione della v ita in d iv id u ale” 158 — la quale non tro v a nel “ciclo b re ­ v e” della co n g iu n tu ra attu ale che un sem plice episodio, un p u n to di passaggio e di conferm a di una te n d en z a secolare. E , in fondo, p ro p rio in q u esto slitta m en to di piano dalla storia alla m etastoria e dalla politica alla metapolitica-, in q uesto passaggio dalla “ fi­ sica sociale” alla “m etafisica della crisi” , che si costituisce quel m ecca­ nism o dogm atico di le ttu ra della vicenda italiana attu ale che finisce per tra d u rre in chiave epocale e p er sublim are in una m acrom orfologia sto ­ rica organ izzata per cicli om ogenei al loro in te rn o i concreti e sto rica­ m ente d e te rm in a ti processi politici in corso. Q uel m eccanism o, a p p u n ­ to , che trad u ce, senza residui, la d om anda di solidarietà sociale em er­ gente dalla crisi delle consolidate cu ltu re politiche, p ro p rio del passag­ gio congiunturale dei ta rd i anni se tta n ta nei m edesim i term in i della tò nniesiana te n d en za alla dissoluzione della G em einschaft, quasi si tr a t­ tasse della m edesim a sostanza “ sp iritu ale” ; o che legge la specifica crisi di leg ittim ità del m odello statuale italiano — connessa, com e si è visto, con le diffico ltà stru ttu ra li di u n difficile passaggio a un a dem ocrazia più am pia — to u t cou rt com e la prova di una strategica “spoliticizzazione dello S ta to ” p ro p ria delle epoche egualitarie, trasferen d o la su u n piano in cui nulla la differen zia dalle violente convulsioni del m odello liberale dopo la m assificazione del prim o co n flitto m ondiale. E che ri­ vela, pro p rio in forza di q u esto p erm a n en te “sc arto ” (mai colm ato) tra piano storico-concreto degli ev en ti e loro trad u zio n e m itico-ideologica, l’origine della relativa forza culturale della “N uova d e s tra ” , capace di u n ’in e d ita autoleg ittim azione sul piano dei riferim en ti in te llettu ali, e, insiem e, della sua im poten za po litica . C osì si spiega il “rito rn o a W e im a r” di questa D estra. W eim ar co­ me luogo di ricostruzione della p ropria iden tità storica e com e am b ito idealtipico di d efinizione della p ro p ria strategia politica; la sua congiun­ tura catastrofica com e reticolo su cui leggere e in te rp re tare la crisi ita lia­

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na e, d e n tro di essa, la costituzione di nuove id e n tità catastrofico-antagonistiche, segnate e d eterm in a te dalla crisi e, in q u an to tali, irrid u cib i­ li alla “n o rm alità” delle categorie stru ttu ra li irrim ed iab ilm en te coinvol­ te con lo “sviluppo” e con 1’“o rdine sociale” . W eim ar e la sua “d em o ­ crazia c o n tra tta ta ” , razionale e negoziale, e perciò “d eleg ittim a ta” — “im p ro v v isata” , per usare l’espressione d i E rn st T ro eltsch — , in sid iata d all’endem ica m ancanza di lealtà da p arte d ei co n tra en ti dei suoi “p a tti fo n d am e n tali” e da una mai sopita “guerra civile” ; la G erm an ia d ell’“epop ea” dei Frei K orps e dei P roscritti™ , della “tellu rica” incandescenza, al di so tto della superficie razionalizzata d i u n “a stra tto n o rm ativ i­ sm o” , dei radicali m ovim enti esistenziali giovanili e delle convulse esperienze hündisch e “g u erriere” , espressione della più d iro m p en te m odernità e del sim m etrico (a ltre tta n to d irom pente) con flitto con la m o ­ dernità — p iu tto sto che l’Italia del ’22, forse ancor tro p p o “o tto c e n te ­ sca” e “riso rg im en tale” , scarsam ente capace di parlare e farsi in te n d ere dal no stro orecchio di con tem p o ran ei... C osì si spiega, ancora, l'assunzione, com e luogo d i rico stru zio n e della p ropria iden tità culturale, dell’artico lato sistem a di pensiero della konservative R evo lu tio n tedesca, indicata com e il sim bolo di quella “ri­ volta dei valori q u alitativ i c o n tro la reazione dei pregiudizi borghesi e pro letari, nel te n ta tiv o rivolu zion ario d i conservare ciò che è etern o , im p eritu ro nell’esperienza sp irituale e m ateriale di un individuo, d i un popolo, di una civ iltà” 160, rite n u ta valida oggi com e allora e in q u an to tale prop o sta esplicitam ente com e “la chiave che svela gran p arte degli enigm i del no stro te m p o ” 161. F in dai ta rd i anni sessanta, attrav erso la puntigliosa (e p er m olti versi tendenziosa) ricostruzione di A rm in M ohler col suo orm ai classico D ie K on servative R evo lu tio n in D eutschland, 19 1 8 -1 9 3 2 'b2, d ivulgata in Italia da A. R om ualdi col volum e C orrenti po litich e e ideologiche della destra tedesca d a l 1918 a l 1 9 32 , essi avevano im p arato a o rien tarsi all’in ­ tern o di quell’in tric a ta “ topografia di co rren ti so tte rra n e e ” che, in m o ­ d i e con accenti diversi, avevano c a ratte rizz ato l’opposizione “e tic a ” (e m ilitare) al m odello di W eim ar. E rap id am en te ne avevano fa tti p ro p ri tem i e argom enti: dall’espressionism o m istico e com unitario della h ü n ­ disch Jugend, la com ponente forse più am pia del D eutsche Bewegung (la quale fo n d av a la p ro p ria n a tu ra rivoluzionaria sul caratte re d iro m p en te d ell’o riginaria in te rio rità , dell’“E s che è in n o i” , v io len tem en te a n tite ­ tico allo spirito com prom issorio della politica istituzionale), all 'etnologism o radicale, spinto fino al razzism o, d ei V ölkischen (il gruppo che con m aggiore forza te n ta v a di c o n tra p p o rre allo “ srad icam en to ” m etro p o li­ tano u n a “cu ltu ra delle rad ic i” fo n d ata sull’idea d i u n ’id e n tità o rig in a­ ria rad icata nel re tro te rra biologico e “filogenetico” e affo n d ata nella stirpe, nella lingua e nell’anim a del paesaggio); dal m isticism o guerriero dei N azional-rivoluzionari (il gruppo che p iù d i ogni altro in te n d ev a rap p rese n tare la “generazione del fro n te ” , ca ratte rizz ato d a u n fo rte

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spirito soldatisch, da una s c o n f i n a t a lede nel m o d e l l o etico e politico prussiano e d a u n ’ideolonia dcH 'adem pim cnto e del silurificio co n tra p ­ p osta esistenzialm ente ni c u r m i e r e u t i l i t a r i s t i c o e culi olistico della m o­ rale m ercantile) al N a z i o n a l - b o l s c e v i s m o il hi N i r k i •.« 11 < • Paetel, d e te r­ m inati a coniugare il m ito del d e s t i m i t r d e s r o < • il l a s c i n o della n atu ra p rim ordiale e b arbarica (“au ten tica " e "or i e. umt i a") d e l l ' o r i e n t c russo, in dividuando nell’alleanza tra O rd in e p r u s s i a n o e K i v o l u / i o n e bolscevi­ ca l’asse per u n ’in e d ita esperienza geopolitica r a p i n e ili r ovesi iure gli equilibri di Versailles; dal T radizionalism o intran sig en te, infine, della nebulosa Jungkonservative, n ietzscheanam ente aristocratica (si pensi allo Herren K lu b di von G leichen) e p ro fo n d a m en te affascinata d all’organicism o m edievale e dal m ito im periale ghibellino (Evola può esserne considerato il più fedele “tr a d u tto re ” in Italia), al ruralismo regressivo del Landbewegung, m ovim ento co n tad in o vio len tem en te an tiu rb an o , spenglerianam ente ostile all’“arroganza dello sradicato sp irito c itta d i­ n o ” 165 e in p erm an en te, la te n te riv o lta co n tro la m etro p o litan a classe politica w eim ariana. In ognuna di tali co rren ti avevano tro v ato un brandello delle p ro p rie “rag io n i” ; u n tra tto della p ro p ria id e n tità . So­ p ra ttu tto , attrav erso l’identificazio n e con quelli che M ohler definisce “i tro zk isti del nazism o” — a so tto lin earn e il ca ratte re etero d o sso e, p er m olti versi, an tite tic o , p u r nell’am bito della m edesim a “fam iglia ideologica” , risp e tto all’esperienza nazional-socialista — avevano rite ­ n u to , finalm ente, di p o te r risca tta re la pro p ria o rig in arietà politico-culturale per radicarla fino in fondo nella W eltanschauung che le era più p ropria senza, nel contem po, d over pagare lo scotto dell’id entificazione di una tale id e n tità politica con le “d egenerazio n i” d i quel m odello ideologico una vo lta fatto si S tato e incarnatosi nella v icenda h itlerian a. A quella “concezione del m o n d o ” diffusasi, ap p u n to , con tu tta la p o te n za espressiva dello statu nascenti, im m ediatam en te a ridosso del prim o co n flitto m ondiale (della prim a ca tastro fe contem poranea) com e radicale riv o lta co n tro le tensioni egualitarie e d em ocratiche della m o ­ d ern ità, si sarebb e p o tu to rito rn a re — essi pensavano — per analogia, ogniqualvolta la tecnica fosse rito rn a ta a “p erd ere influsso sulle opere e sui co m p o rtam en ti, e l’industrialism o [ad apparire] com e u na fo n te di disgregazione sociale” 164, spezzando la lineare razionalità illum inistica del pensiero progressista. E ta n to p iù oggi, quan d o , n o n v ’è d u b b io , “la constatazio n e del clinam en perverso della civiltà, della universale reificazione, della m inaccia di a n n ie n ta m e n to ” 165 — così qualifica, con efficacia, la congiu n tu ra esistenziale attu ale Luigi C o rtesi in u n bel v o ­ lum e su Storia e catastrofe — ridisegnano sull’o rizzo n te della storia, co­ m e segno di arresto o com unque di u n a sua rep e n tin a irrazionalizzazione, l’im m agine della crisi, “la sensazione di essere g iu n ti al p u n to fin a ­ le ” , in cui “il tem po p resen te appare cupo, senza speranza, ed il fu tu ro si p ro sp etta com e u n in c u b o ” 166. D ue elem enti in particolare, nel corpus ideologico e categoriale “ri­

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ni “p o strivoluzionarie” che vede, ap p u n to , la N uova destra candidarsi a rap p resen tare l’unica altern ativ a globale al sistem a. U na direzio n e, questa, che conferm a il ca ratte re assorb en te del terren o esistenziale ri­ sp e tto al p ro g etto com plessivo della N u o v a d estra e la ce n tralità in esso riv estita, appunto, da quella sua etica tragica, d a quella “cu ltu ra del d isin ca n to ” (o, se si preferisce, da quel d isp erato am or fati) che pur consapevole dell’inevitabilir fallim ento cui è d estin a to ogni sforzo e ogni aspirazione al cam biam ento, p u rtu tta v ia co n tin u a a trascin are co­ m unque al “co m b attim e n to ” nella convinzione che In a d e m p im e n to ” , a prescindere dal risu ltato , abbia com unque senso. E attrav erso u n tale m odello etico che essa ritiene, in fatti, d i p o te r co n ten d ere — in tem pi di verticale caduta della speranza palingenetica in un a m odificazione qu alitativ a e soggettiva dcH 'esistente — al naufragio della rivoluzione le sue residue energie; perché è per q u esta via, grazie alla sua capacità di passar o ltre la linea ili caduta del proprio o rizzo n te storico, in forza del suo “pessim ism o p rev e n tiv o ” , di quell’am ara coscienza d ell’im m o­ dificabilità del m ondo che gli fa com pren d ere in anticipo che “in fo n d o tu tte le rivoluzioni vengono tra d ite ” , e che n o n v ’è riscatto in u n q u al­ che aldilà m etafisico o storico, senza con questo rin u n ciare all’ethos dell’azione, che il “nichilista a ttiv o ” di oggi, d i fro n te a u n m ondo p ie­ trifica to nei suoi im m odificabili rap p o rti di forza, ritien e di p o te r cele­ brare e afferm are la pro p ria superio rità sul “rivoluzionario” sco n fitto di ieri. E su questa base lanciare — consapevole di “giocare sul proprio te rre n o ” — quella p roposta di “sintesi giudicate fino a ieri im possibili” tra “la g en te di d estra della sinistra e la gente di sinistra della d e ­ stra ” 173 che ricorda d ire tta m e n te , ancora un a volta, luoghi e p ro g etti p ro p ri dell’area della k on servative R e vo lu tio n , e che sem bra co stitu ire uno dei più significativi assi di sviluppo della ta ttic a politica della N u o ­ va d estra nella fase più recente, e forse, l’unico am bito direttam en te p o ­ litico in cui essa sia riuscita e ffettiv am en te a “cap italizzare” sulla crisi.

4. IL CONTESTO INTERNAZIONALE. OVVERO, L ’iNCONTRO CON LA NOUVELLE DROITE FRANCESE E COL SUO PROGETTO DI “ RIDARE SENSO AL MONDO”

L a seconda d ete rm in a n te della m etam orfosi “m etap o litica” del n eo ­ fascism o italiano è da ricercarsi, s’è d e tto , n ell’in co n tro , m a tu rato negli anni cruciali tra il ’77 e il ’78, con la b en p iù a ttrezz ata (culturalm ente) e rad icata (politicam ente) N o u velle d ro ite francese. E d a essa, in fa tti — assunta com e lab o rato rio politico-culturale avanzato e com e “m odello gu id a” — che il nucleo fo n d ato re della N uova d estra italiana, in piena m arcia di trasfe rim en to dal “g h e tto ” trad izio n alista e nostalgico verso una più am pia legittim azione e u n più m oderno protagonism o (verso la

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p ro p ria dim ensione egem onica ), sentim i aver tratti» la maggior p arte d e­ gli stim oli e delle idee, im portandone m assicciam ente m etodi e co n te­ n u ti, e so p ra ttu tto facendone |>t<»|>i i il dinam ico pragm atism o e la fo rte carica innovativa. E la N o u velle droitc francesi', m in ili, ilie pei prim a, ancora alla fine degli anni sessanta, aveva consumilii> min to tim n lo m p lcia, " ta n to sul piano della sensibilità q u an to su quello delle id e e " 1' 1 , io ti la vecchia D estra, la “d roite ìntronvablc" degli esten u ali m in to talitari e «K-ll' " i 11 n ato passatism o” , dei “ fantasm i a u to rita ri" e del conformiimo reazio­ nario; “la d estra dell’inacidim ento, del rancore e del m alum ore" m . “U na r o ttu r a ,” afferm eranno, “che non può non ricordare quella della nuova sinistra con la vecchia sin istra” 176, e che costituiva la condizione necessaria — anche se n on sufficiente — p er u n recupero di o p erativ ità politica e culturale dopo la rottura generazionale ed esistenziale del “m aggio” . “La vecchia d estra è m orta. E se lo è p ro p rio m e rita to ,” aveva proclam ato A lain D e B enoist. “E m o rta per non aver avuto né volo n tà né progetto ” U7; per m ancanza di co rag g io 178 e di c u ltu r a 179; per in sufficiente “vocazione egem onica” e per eccessiva id entificazione con l’esistente; per im p o ten za te o ric a 180 e p er incapacità tattica. La possibi­ lità di rilancio di u n pensiero di d estra — concludevano — non av reb ­ be p o tu to passare che attrav erso la radicale rim ozione delle vecchie idee e il risanam ento, necessariam ente traum atico, della “m alattia della d e s tra ” 181. E , quin d i, attrav erso u n d u ro scontro all’in te rn o del p ro p rio stesso cam po. E ancora la N o u velle droite francese ad aver den u n ciato , per prim a, la ce n tralità della questione del p o tere culturale della “sin istra” , in d i­ cando nella sua capacità di o ffrire sistem aticam en te u n p u n to di vista organico sul m ondo il fa tto re principale della sua “egem onia” sociale, e nella sua tendenziale crisi il co n testo ideale e n tro cui d efin ire le linee p o rtan ti di u n p ro g etto egem onico altern ativ o , conserv ato re e radicale insiem e, di tipo, ap p u n to , m eta p o litic o , d ire tto cioè alla fondazione di un a W eltanschauung organica e an tite tic a. “La N o u velle d ro ite ,” ha scritto D e B enoist, “no n si situa sul te rren o politico, m a culturale. Sin dal prim o m om ento, essa si è prefissa com e o b ie ttiv o il p o r fin e al m o ­ nopolio culturale di cui beneficiava fino ad allora l’ideologia d o m in an ­ te .” 182 D ove, p er “ideologia d o m in a n te ” s’in te n d e il p u n to d i vista egalitario e m etodologicam ente “individ u alistico ” della vecchia élite lib era­ le e della nuova intelligencija freudo-m arxista; quel com posto di razio ­ n alità illum inistica settecen tesca e di teleologism o storico o tto cen tesco , d i um anesim o cristian o e di m onoteism o giudaico, che h a fo n d ato , ap ­ p u n to , le m o derne teorie d em ocratiche e l’universo politico-culturale co n tem poraneo, e che gli uom ini della N o u velle droite assum evano co­ me “nem ico p rin cip ale” d enunciandone, nel contem po, l ’obsolescenza e l’insufficienza di fro n te alle più recen ti sfide della “m o d e rn ità” 183. Essi — aggiungeva a q uesto p roposito D e B enoist — “pren d ev an o a tto

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della disgregazione delle d o ttrin e alla m oda — freudism o, n eo-m arxi­ smo, scuola di F rancoforte, stru ttu ralism o della ‘m o rte dell’u o m o ’ — e della stanchezza e dell’am arezza di m olti loro discepoli. In corporavano nel pro p rio sistem a alcune idee di ‘sin istra’, cosi com e la nuova sinistra aveva inco rp o rato nel suo alcune idee d i ‘d e s tra ’. C o n statav an o che il m ovim ento recen te delle scienze n on andava nel senso delle idee che com battevano; sembravi! sem m ai co n tra d d irn e più d ’una. E ra n o co n ­ v in ti che i problem i-chiave del nostro tem po sono in n a n z itu tto p ro b le­ mi culturali; che lo scontro « .le i le idee è più decisivo d i quello d ei p a rti­ ti; e che i d ib a ttiti sulla s tru ttu ra dell’esistenza, sui m odi del vivere, sul significato della vita, co ntano m olto d i più di quelli che v erto n o sulle istitu z io n i o sulle torm e ili gov ern o .” 18 4 Sono i francesi, d ’altra p arte, ad aver le tto p er prim i G ram sci “da d e s tra ” , ed è in Francia che è sta to coniato il term in e “gram scism o di d e s tra ” , al p u n to che il G R E C E ha significativam ente in tito la to il suo X V Ièm e colloqui- in ternational con la denom inazione: P our un “gratnscism e d e droite": "C ita n d o G ra m sc i,” vi si legge, “noi n o n abbiam o cessato di d ire che nelle società sviluppate, la conquista del p o te re p o li­ tico passa attrav erso quella del p otere culturale-, che nessun p o te re può durare, anche se esso è repressivo (e a maggior ragione se esso è ‘lib era­ le’) se non beneficia del consenso im plicito che gli può conferire solo l’accordo p rofondo esisten te tra i valori che esso incarna e quelli ai quali aderisce la m aggioranza dei m em bri della società; che u n a m aggio­ ranza p arlam en tare n o n accom pagnata d a un a ‘m aggioranza ideologica' non pu ò legiferare che in via provvisoria; che u n ’au to rità p o rta ta a n e­ garsi a p ro fitto di u n o rien tam e n to tro p p o esclusivam ente ‘g estio n ale’ o di u n ‘ideale n e u tro ’ è, prim a o poi, co n d an n ata; infine, che l’azione a breve te rm in e m u tilata della sua dim ensione di p ro fo n d ità, cioè della sua dim ensione storica e ideologica, è v o ta ta alla sc o n fitta .” 185 U n G ram sci, com e si vede, anche qui “a d usum delphini", in teg ralm en te risolto in una dim ensione “o rganicistica” (che pure, in un a ce rta m isura fu p rese n te nel suo pensiero) e trasfo rm ato in u n critico della d em o cra­ zia in nom e di u n a concezione carism atica del p o tere e vö lk isch della società civile (quei riferim en ti al “consenso im p licito ” , all’“accordo p ro fo n d o tra i v alo ri” , in p ratica a u n a sorta di transfert ideologico e culturale tra élite di p o te re e popolo, e così via). E tu ttav ia , q u esta ne è, per l’ap p u n to , senza la m inim a m odificazione, la versione assu n ta e im p o rta ta in Italia: “P er noi essere ‘gram sciani’” scrive M ichel W ayoff, e si n o ti l ’assonanza pressoché p e rfe tta con le “d efin izio n i” di M arco T arch i e S tenio Solinas, “ significa riconoscere l ’im p o rtan za del ‘p o te re cu ltu rale’: n on si tr a tta di p rep arare l’accesso al p o te re d i un p a rtito politico, m a di trasfo rm are le m e n talità per prom uovere u n n u o ­ vo sistem a di valori la cui trad u z io n e politica n o n ci com pete in alcun m o d o .” 18 6 N o n stupisce, d u n q u e, di ritro v are nel rep e rto rio tem atico della

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N ou velle droite, anticipati e " m iliti,m ", i m edesim i “ tem i di co n fin e” , com uni al “nuovi m ovim enti", >In- « vivano co stitu ito il fatto più n u o ­ vo (e p er m olti versi scotìi r i i unte) nell« uirtiim m losi i ulturale del ra d i­ calismo di d e stra italiano c clic pnreviino, sotto alenili «spetti, tra tti d i­ re tta m e n te dal patrim onio transpolitii o d elib ren drilli rivolta giovanile: dalla rivolta esistenziale con tro il "m ito p ro d u ttiv i» !lio " r la "d itta tu ra del benessere” (dalla critica etica del c oiimiiiiimiio. >lori all'al In m a/io ne del p rim a to della “ politica" s u ir “fconom iii" (ilu- nei iiioviinciiti ri voluzionari dei ta rd i anni sessanta esprim eva l'adesione ull'etlios ilei trascendim ento co n trap p o sto allo stato di cose presen te e che qui si m anifesta, invece, com e superiorità delle “form e spirituali d ell’attiv ità u m an a” risp e tto ai suoi asp etti “m a teriali”-); dal rifiu to della falsa a lte r­ n ativa tra u n O cc id en te capitalistico ed egem onizzato dagli S tati U n iti e u n O rie n te pseudosocialista, statalista e p aleo im p erialista 187 alla c riti­ ca della spersonalizzazione e dell’“individualism o d isg reg ato re” p ro p ri della civiltà in d u striale e u r b a n a 188. N é m anca una relativ am en te in e d i­ ta (nel pensiero di d estra più recente, ché il neorom anticism o invece ne abbonda) identificazione con le “cu ltu re n eg ate” (si pensi al feeling nei co n fro n ti degli in diani d ’A m erica), e una specifica atten zio n e fol­ klórica ed etnologica p er le classi su balterne intese, so p ra ttu tto , com e com posti culturali a len to scorrim ento. M en tre, sul piano m etodologi­ co, in p articolare nel cam po storiografico e delle scienze sociali, la d i­ sp onibilità al “n u o v o ” e la consonanza col “p o stm o d ern o ” si esprim ono nella lo tta ap e rta d ic h iarata e co n d o tta (con anim us foucaultiano) a “ fa­ vore degli em arg in ati” e co n tro “la p rete sa razionalità degli sto rici­ sm i” 189 — co n tro , quin d i, il co sid d etto “pensiero fo rte ” e la “d ia le tti­ ca” — e nell’adesione entusiastica agli stim oli e alle innovazioni m eto ­ dologiche della “n u o v a” storiografia, critica nei co n fro n ti della vecchia histoire m usée (apologetica pu r sem pre delle classi egemoni) e più a tte n ­ ta “ al n on espresso, alle culture del silenzio” 1 9°. “Il fatto è ,” com m en­ te rà D e B enoist, “che esistono tra ‘nuova d e s tra ’ e ‘nuova sin istra’ al­ tre tta n ti p u n ti di im m ediata convergenza — rifiu to del totalitarism o , critica della società dello spettacolo e dell’econom icism o m ercantile, ri­ messa in causa dell’egem onia delle superpotenze, rito rn o alle cu ltu re popolari, desiderio di rad icam en to — q u an ti ve ne sono d i divergenza, reali o p o ssibili.” U n tem a, q uesto della com m istione tra o p p o ste posi­ zioni e della trasgressione risp etto ai tradizionali to p o i politici (il fu tu ro — si sostiene — ap p artien e a chi “saprà pensare sim ultaneam ente ciò che, sino a oggi, è stato pensato con traddittoriam en te ” 191), che rito rn e ­ rà, com e si è visto, con spirito da n eo fiti nei m eno sofisticati e p iù af­ fre tta ti teorici della N uova d estra italiana e che h a fa tto sostenere u n p o ’ im p ru d e n tem e n te , e con una b u o n a dose di superficialità, a F ranco C ard in i che “se i vari gruppi della N o u velle droite [...] avessero vo lu to p ren d ere la scorciatoia verso il successo, avrebbero benissim o p o tu to ,

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dicendo esattam e n te le stesse cose che dicono ora, presentarsi com e n ouvelle gauche o nouveau centre" 192. D ’altra p arte la stessa storia della N o u velle droite francese l’accredi­ tava di una m aggiore m a tu rità e di u n più am pio radicam ento risp etto alla più tard iv a com ponente italiana, attrib u en d o le un d iritto di prim ogen itu ra e un carism a in te lle ttu a le indu b b io . U na storia innegabilm ente più com plessa, pro v en ien te in form a m eno lineare e d ire tta d all’“area p oliticam ente m a led e tta” (secondo la loro stessa d enom inazione 19J), del neofascism o, anche se le sue radici restav an o p u r sem pre affo n d ate nel­ l’am bito d ell’estrem ism o di destra. In prim o luogo, i suoi teorici erano sta ti d e n tro quella grande fra ttu ra che fu il ’68 — e in partico lare il “m aggio” — con occhi e con spirito diversi da quelli dei loro co rrisp o n ­ d en ti italiani, allora ancora coinvolti nella politica “d ’o rd in e ” del M S I 194; ne avevano p o tu to recepire stim oli e insegnam enti sul piano del m eto d o p o litic o , in particolare p er q u an to riguarda le tecniche della com unicazione e del radicam ento sociale (anche se, sul piano dei c o n te ­ nuti, ne rim anevano agli a n tip o d i)l95. S o p ra ttu tto , avevano cap ito il ca­ ra tte re “di svolta” di quegli anni: il fa tto che, dopo d i allora, linguaggi e im m agini della politica non avrebbero p o tu to più restare gli stessi. A nziché reagire con la tecnica alm irantian a dello “scontro fro n ta le ” nei co n fro n ti della m obilitazione di massa giovanile, avevano in iziato fin da subito il lavoro (di lungo periodo) di ricostruzione culturale; la ri­ fondazione di u n pensiero di d estra capace di recuperare un rap p o rto attiv o con la realtà sociale e di configurare un p u n to d i vista organico sul m ondo. In altre parole, erano p a rtiti con alm eno un decen n io di anticipo nella d irezione poi seguita anche dalla “ N uova d e s tra ” ita lia­ na: “N ouvelle E cole” , la riv ista teorica del gruppo, esce (ciclostilata), nella prim avera del 1968 per iniziativ a di Jacques Bruyas, ex d irig en te della F E N (Fédération des E tudiants N ationalistes) di N izza e di A lain D e B enoist (il cui nom e vero è F abrice Laroche); pochi mesi d opo, il 17 gennaio 1969, viene reg istrata, presso la P réfectu re des A lpes M aritim es la fondazione del G R E C E (G ro u p em en t d e Recherche e t d ’E tudes pou r la C ivilisation Européenne) e si tien e, sem pre a N izza, so tto la p ro ­ tezione di Jacques M édicin la prim a riu n io n e della nuova société d e p en ­ sée, o rie n ta ta fin dalle sue origini in senso m etapolitico e so p ra ttu tto rigorosam ente elitista. Le linee di riflessione del gruppo sono ch iare fin da allora: ci si occupa di m a rx ism o 196 e di g iu d a ism o 197, di lin g u istic a 19 8 e di ep iste m o lo g ia199, di d ifferenziazio n e razziale e an tro p o lo g ia 200 e di relig io n e201. D i tem i, cioè, che sfuggendo alla contingenza del m om en­ to per affro n tare la realtà a un livello più generale di astrazione, si p re ­ stano p artico larm en te a defin ire le linee strategiche d i una id e n tità p o ­ litica in fase di accelerata ridefinizione. In secondo luogo — e q uesto è pro b ab ilm en te il m otivo principale della m aggiore dinam icità e “a p e rtu ra ” al nuovo degli esp o n en ti della N o u velle droite — la D estra francese aveva vissuto la p ropria “d iasp o ­

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r a ” e la “m utazione g e n e tic i" d i r quella italiana subirà nei ta rd i anni se tta n ta in epoca relativamc un .........a , liti da quel 1962 q uando la d u ­ ra, irrim ediabile scon fitta nella Min luttn per l’Alnetin Iruncese e il d e fi­ n itiv o consolidam ento in régime del nulli .mo (un mim mi e una trasfo r­ m azione d tW h a b ita t politico perlom eno ronlro n lu liile per in ten sità e dim ensioni alla m odificazione di iilitcm« iluliana di un q uindicennio più tardi) avevano fa tto le tte ra lm e n te m p lo d rie l'urcu inclinile lino ad allora egem onizzata d all'O A S (Ornfinisalinii Artnt'e Scm'/r) spe/./nudola in più tronconi. M e n tre l’ala te rro rista aveva fondato il ('iin w il N a tio ­ n al d e la R évo lu tio n (C N R ) iniziando una lunga serie di a tte n ta ti, e l’a­ la legalitaria aveva te n ta to di raccogliere il vecchio am b ien te in to rn o alla riv ista “L ’E sp rit P ublic” e al R essem blem en t de l'esprit p u b lic (R E P), una te rz a com ponente aveva scelto di m e tte re a fru tto la scon­ fitta d ell’esperienza O A S p er avviare una radicale revisione teo rica e ideologica e, so p ra ttu tto , per m u tare q u alitativ am en te la p ro p ria im m a­ gine pubblica. E ra n ato allora il periodico “ E u ro p e-A ctio n ” il quale aveva co n tin u ato le sue pubblicazioni nel trien n io che va dal 1963 al 1966 e aveva segnato — com e scrive F. C ard in i, anche in questo caso con u n a ce rta fo rz atu ra — “una vera ro ttu ra tra la destra ‘rad icale’ ré­ tro e nostalgica e una nuova d estra giovanile, attiv a , d ecisam ente eu ro ­ peista, so sten u ta da un co n ten u to sociale o rien tato a sinistra p u r con p u n ta te dem agogiche e ingenue e fo rte m e n te ca ratte rizz ato d a u n ’im ­ p ro n ta antiam ericana sia politica che cu ltu rale” 202. Lo dirigeva D o m in i­ que V enner, au to re di u n vero e pro p rio m anifesto di fondazione di u na nuova d estra radicale “insiem e più m oderna e più a p e rta ” , dal tito ­ lo P our une critiqu e p o sitive (la “c ritic a ” è ovviam ente d ire tta alla vec­ chia d estra), e dirig en te, grazie anche all’appoggio di vecchi m ilitan ti O A S , della Fédération des E tudiants N ationalistes. E gli aveva im presso alla riv ista una linea d u ram e n te antigollista n on aliena da atteggiam enti terzo m o n d isti e a d d irittu ra filoguevaristi, e già allora in c en trata sull’i­ dea d i u n ’alleanza tra E u ro p a e T erzo M ondo in altern ativ a alla pola­ rizzazione dei blocchi, scegliendo, nel contem po, di dedicare am pio spazio a tem i allora decisam ente eterodossi com e l’ecologia, la n a tu ra e la “q u alità della v ita ” ... 203 N o n stupisce, d unque, di ritro v are tra i suoi collaboratori l’allora v en ten n e A lain D e B enoist. Così com e non stu p i­ sce che, pochi anni più ta rd i, nel C o m ité d e patronage e nel C o m ité de rédaction d i “ N ouvelle E cole” si ritro v i u n b u o n num ero d i ex collabo­ rato ri di “E u ro p e -A c tio n ” , da E m ile L ecerf a Je an M a b ire 204, d a Ja c ­ ques de M a h ie u 205 a François d ’O rcivai 206. Essa non faceva, in fa tti, che rielaborare a un livello più alto e con m ezzi b en più co n sisten ti la linea culturale e politica già m a tu rata , e in p a rte tracciata, nella fase p reced en te, rip re n d en d o n e atteggiam enti e tem atich e e coniugandoli con un a singolare capacità im p ren d itiv a e con u n ’incom parabile forza di p en e trazio n e in vasti am bienti dell ’establishm ent politico e acca­ dem ico.

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È così che la N ou velle droite francese può, a ridosso della “svolta sessan to ttesca” , costituirsi effettiv am en te in centro d i potere culturale, utilizzando u n patrim onio di riflessione e u n a trad izio n e di “d estra al­ te rn a tiv a ” consolidata e, so p ra ttu tto , riuscendo a com binare, nel suo te n ta tiv o di uscire dalla dim ensione di m in o rità e d i m arginalità, un solido appoggio di nom i significativi della cu ltu ra europea (da Ju lien F reu n d ad H an s J. E ysenck, da K onrad L orenz a M ircea E liade ad A r­ th u r K oestler) e uno spregiudicato uso dei m ezzi di com unicazione di massa. N el se tte m b re del 1973 inizia le sue pubblicazioni (quasi in co r­ rispondenza col rilancio, in veste tipografica estrem am en te raffin ata, di “N ouvelle E co le”), la rivista di agitazione culturale del gruppo: “Elém e n ts” , la quale assum eva l'im pegnativ o so tto tito lo “p o u r la civilisation européenne" e dichiarava di rivolgersi “a tu tti coloro che rifiu tan o il terro rism o intellettu ale, da qualunque p arte esso provenga, e a tu tti co­ loro che non vogliono seguire lo snobism o d ell’ideologia d o m in a n ­ t e ” 207. N el novem bre del 1974 nasce “E tu d es et rech erch es” , “rivista teorica d ell’associazione G R E C E " , stru m en to di com unicazione all’e­ stern o del lavoro di elaborazione e di ricerca com piuto dalle num erose “com m issioni di lavoro” 208 in cui è s tru ttu ra to il Secrétariat E tudes et recherches (SER) del gruppo. M a è so p ra ttu tto col 1975 che si realizza il vero e p roprio salto di qualità con l’accesso di num erosi esp o n en ti della N o u velle droite a uno dei più diffusi periodici culturali francesi: il supplem ento dom enicale del “F ig aro ” , “F igaro-M agazine” , che dopo esser passato in p ro p rie tà all’ex p étain ista R o b ert H e rsa n t e attrav erso la m ediazione di Louis P au w els 209 offre la p ro p ria rubrica “Le m ouvem ent des id ées” in gestione al nucleo fo n d ato re del G R E C E , a Je an C laude Valla, a P atrice de P lu n ck e tt, oltre, n atu ralm en te, ad A lain D e B enoist. D ’ora in poi la N o u velle d ro ite ha la possibilità di influenzare il g rande pubblico con quella tecnica d i len ta p en etrazio n e sublim inare (con quell’“om eopatia cu ltu rale” , com e l’h a d efin ita Yves Plasser a u d 210), consisten te nella diffusione d ’idee fo rte m e n te co n n o tate id eo ­ logicam ente attrav erso u n linguaggio “n eu tra liz za to ” e “ste rilizzato ” , che ne c o stitu irà uno dei tr a tti d istin tiv i. C o n tem p o ran eam en te essa prosegue il pro p rio processo di radicam en to , sia m oltiplicando le p ro ­ prie s tru ttu re periferiche, favorendo la form azione d i circoli e d i socie­ tà di pensiero, conducendo capillari cam pagne di o rien tam e n to cu ltu ra­ le con sem inari e conferenze, sia stabilen d o rap p o rti d i collaborazione con altre s tru ttu re a essa analoghe. T ra q u este il C lub d e l ’H orloge, u n ’associazione assai m eno radicale e d ecisam ente p iù id e n tifica ta con lo status qu o , n a ta nel 1974 p er in iziativ a di u n cen tin aio di tecn o crati pubblici e p riv ati p ro v en ie n ti dall ’E co le N ation ale d ’A dm in istration e dall 'E cole P o ly tec h n iq u e 2U, con cui, tu tta v ia , il G R E C E stabilisce un a relativ a convergenza tem atica sull’interesse com une alla difesa delle realtà com un itarie e m icrocom unitarie, e sulla p roblem atica generale dell’antiegualitarism o, declinata da en tram b i in chiave biopolitica e sul­

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la b a s e d e lle più recenti a a |u isizio n i nel cam po della genetica e della sociobiologia. N é si può d im m i ¡cure la fondazione, nella prim avera del 1979, del gruppo M aistra all’in ic m o ilei quale convergono, in to rn o al nucleo pro m o to re del G R E C E , nomi Immisi della cullim i francese co­ m e il biologo P ierre G rassé, lo storico l ’u n . U n tu m i . l’econom ista O livier G iscard d ’E staing, e il cui “ m a n ile iio " può evn-ie indicato nel volum e collettaneo Renaissance d e l ’O ccid en t piti> 1> 1 1 <aio poi In im a più ta rd i da Plon. C om pleta il quadro la recentissim a uve.la di divulga/,io ne scientifica “T roisièm e M illénaire” , inaugurata nel 1l)H \ e dedicala specificam ente a “le scienze, la società, le arti, la religione, gli u o m in i...” . Q u an d o d u n q u e, al term in e del suo “decennio d i p rep arazio n e” , nel 1979, fu “sco p erta” dai m edia, ed esplose in F rancia il “caso ” 2U, la N o u velle droite aveva orm ai s tru ttu ra to una pro p ria id e n tità m olto d efin ita; quella, ap p u n to , di una “m inoranza a ttiv a ” , p o rtatric e di “tu tti i c a ra tte ri della m o d e rn ità ” 213, d eterm in a ta a rom pere — p ra ti­ cando la “v irtù d ell’insolenza” — l’isolam ento in cui era p recip itato il vecchio radicalism o di d estra e a fo n d are la pro p ria specificità su u n ’am biziosa o pzio n e d i m e to d o : “quella di chi si p o n e,” com e scrive­ ran no en fa tica m e n te i p refato ri italiani di V isto da destra, “al crocevia della sto ria d ell’uom o, dei suoi costum i, del suo pensiero, della sua o r­ ganizzazione sociale, con la volontà di ripercorrere e analizzarne le ta p ­ pe alla luce di una concezione del m ondo b en d efin ita, rad icata nelle origini e id e n tifica ta nei principi isp ira to ri ” 2U. U n atteggiam ento rev e­ renziale, q u esto dell’acerba N uova d estra italian a nei co n fro n ti della b en più p o te n te casa-m adre francese, del tu tto com prensibile d ata l ’e­ v id e n te sproporzione di esperienza (“m e n tre ‘N ouvelle E co le’ vede se­ d ere nel suo C o m ité d e patronage gli E liade e i D um ézil, i L orenz e gli A rd re y ,” am m etteran n o essi stessi, “ al di qua delle A lpi i b o llettin i ci­ clostilati e i periodici più sporadici aprono u n d ib a ttito che ancora la d e stra ufficiale ignora o so tto v alu ta” 215) e di capacità propositive. “ Se oggi afferm are il pro p rio d iritto alla differen za, in d ividuo d a in d iv id u o , popolo da popolo, n on è più sacrilegio,” scriverà G iuseppe D el N in n o , riconoscendo esplicitam ente il p roprio d eb ito sul piano della co ncreta b attaglia politico-culturale, m a anche su quello della p ura elaborazione delle idee, “se il m ito riaffiora nelle mille espressioni della v ita q u o ti­ d iana (festa, cinem a, le tte ra tu ra) e n ep p u re gli esegeti della cu ltu ra lai­ ca lo bollano com e reviviscenza di secoli bui; se discipline giovani com e l’etologia, la b iopolitica, la sociobiologia sono svelate nei loro asp etti salienti anche ai n on specialisti, il m erito va ascritto prin cip alm en te a sc ritto ri — nella doppia veste di au to ri e divulgatori — com e Pauw els e D e B enoist, Locchi e M arm in, Vial e F ay e .” 216 In altre parole, se la “N uova d e s tra ” italiana ha p o tu to iniziare la p rop ria m etam orfosi m eta ­ p olitica; se ha p o tu to in n estare sul vecchio “g h etto cu ltu rale” (ancora un a volta il tradizionalism o evoliano, qualche testo classico della kon-

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servative R evo lu tio n , gli “sc ritto ri m a led e tti” della F rancia tra le du e

guerre) quelle linee di sviluppo “n u o v e” che (pur n o n co n trad d icen d o la p reced en te base ideologica) le h an n o perm esso di m ostrare u n ’im m a­ gine m eno scontata, ciò è do v u to al fa tto che le si è o ffe rta la possibili­ tà, nel m om ento cruciale della transizione, d i attin g ere all’ap p arato te o ­ rico e culturale elaboralo o ltr’A lpe, collegandosi con un a co rren te d ’in ­ novazione intellettuale « ’riam en te im pensabile nell’am bito della “cul­ tu ra di d e s tra ” del no stro Paese.

4.1. L ’apparato culturali' della N ouvelle droite.- una W eltan sch au u n g
inegualitaria

A u n ’osservazione superficiale l’id e n tità culturale della N ou velle droite sem bra caratte rizz ata , in prim a istanza, d a un a sorta di eclettica m u ltidisciplinarità a sp e ttro am pio; da u n ’in q u ieta ten d en za a spaziare in ogni cam po del sapere secondo percorsi ap p aren tem en te privi d i d i­ rezione, quasi che 1’“organizzazione del discorso” sulla conoscenza p re­ valga sui suoi co n ten u ti. Si va, così, dalla linguistica all’epistem ologia, dalla biologia alla genetica, d all’etologia alla storia delle religioni all’an ­ tropologia e alla psicologia del pro fo n d o e, ancora, dalla m itologia al­ l’archeologia, dalla fisica alla sociologia, dalla logica all’etnologia alla storia delle m entalità. G li stessi tem i tra tta ti, spesso in form a m onogra­ fica, da “N ouvelle E cole” , nella loro asistem atica etero g en eità rinviano a una generale aspirazione alla globalità non assistita, ap p aren tem en te, da u n a solida coerenza in tern a: vi si tro v an o , in casuale successione — com e scrive A lain D e B enoist — “gli S tati U n iti, la condizione fem m i­ nile, la dem ografia, la cu ltu ra celtica, l’idea nom inalista, l’etologia, l’eugenetica, la religione dei C elti, la psichiatria contem p o ran ea, il M e­ dioevo, il w agnerism o, l ’evoluzione, H . de M o n th e rlan t, il folklore eu ­ ro p e o ...” 217. E poi, ancora, l’em pirism o logico d i B e rtra n d Russell e la teo ria del p o te re di P areto , gli stu d i in d o eu ro p ei d i D um ézil e la critica al m eto d o socratico, la m itologia della “caccia selvaggia” e il problem a della com unicazione razionale tra le scienze... La si p o treb b e più facil­ m ente scam biare per una b uona guida tem atica d ’o rien tam e n to b ib lio ­ grafico (e a q uesto essa aspira nella form a) che n o n riconoscere com e una riv ista politica (o m etapolitica) ideologicam ente o rien tata . N é i te o ­ rici della N o u velle d ro ite sem brano preoccuparsi più d i ta n to della co e­ renza m etodologica e dell’u n ità epistem ologica del loro “sistem a” , com ­ b in a n d o d isin v o ltam en te e “ senza fatica u n neoscientism o m ilitan te con u n a viva atten z io n e per l’irra zio n ale ..., il culto della G recia an tica e una vera fascinazione per la b arb a rie (celta, n o rren a e germ anica); il gusto del classicism o e u n rom anticism o ansim ante, un giacobinism o tricolore, l’appello alle etn ie e u n europeism o o n n ip rese n te ...” 218 E tu tta v ia u n a “legalità” — e u n a “legalità forte" — c’è nell’ap p a­

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ra to culturale del G R E C I ,, ed t-ssn m u siste in un c im ie n to decisam en­ te co n n o tato in senso ideologito r politico: la netln o pzion e antieguali­
taria.

“C hiam o qui di destra, in icnio num nionte convenzionale," aveva afferm ato A lain D e B enoisl, in un r l f l n u r »loi'/o d rlin ilo rio , “l’a ttitu ­ din e che consiste nel considot un- le <lin i\it,i del un nidi > r , di conse­ guenza, le diseguaglian/.c relative d ie n r uhiu iirirm n iin iu rn lr il p ro ­ d o tto , com e u n bene, e l'om ogcncizzu/im ir jnnnirs'.ivn del m ondo, pro p osta e realizzata dal discorso bim illenario a d l ’idcoluKin <>’iinliini in, com e u n m ale .” 219 E d è in fondo in to rn o a q uesto principio - da cui deriva com e logica conseguenza l’assunzione, com e nem ico principale, di “queìY ideologia egualitaria le cui form ulazioni, religiose o laiche, m e­ tafisiche o p retesam en te ‘scien tifich e’, fioriscono incessantem ente da duem ila anni, di cui le idee del 1789 non sono che un a tap p a e di cui la sovversione attu ale e il com unism o sono l’inevitab ile p u n to di a rri­ v o ” 220 — che ru o ta l’in te ro “sistem a delle scienze” della N o u velle droite. H a ragione Yves Plasseraud: “L ’etologia, la sociobiologia, l’ecolo­ gia, l ’etnologia, la linguistica, la storia, la paleontologia, la cu ltu ra e in generale tu tte le discipline che a ttira n o la loro atten z io n e n o n han n o , nello spirito [dei teorici della N o u velle droite] e so tto la loro pen n a altra fun zione che quella di co n trib u ire, ciascuna p er la sua p arte, alla p a­ zien te d istru zio n e del super-ego giudaico-cristiano e dem ocratico-m ar­ xista che, secondo loro, inibiscono le nostre società .” 221 Al cen tro d i q u esto fitto reticolo disciplinare, è possibile individuare, cioè, u n crite­ rio d i organizzazione “su p erio re” e, in q uesto senso, “fo n d a n te ” , co sti­ tu ito , ap p u n to , da una ben stru ttu ra ta “epistem ologia in eg u alitaria” la quale funziona da principio di controllo e di selezione dei saperi isolan­ do — disciplina per disciplina — gli elem enti funzionali alla ipotesi guida, senza preoccuparsi m olto, lo si è visto, della loro coerenza in te r­ na m a g aran ten d o n e, p iu tto sto , la fu n zionalità e la convergenza risp e t­ to all’o b ie ttiv o finale. A n tirid u zio n ism o e realism o biologico ne sono i fo n d am en ti, en tra m b i caratte rizz ati da una violenta reazione co n tro il m etodo “an alitico ” e “m eccanico” del sapere egualitario e co n n o tati, qu in d i, in term in i espliciti sul piano della “b attaglia ideologica” . “L ’e r­ ro re rid u z io n ista ,” essi afferm ano in fa tti, “n on ha conseguenze solo sul piano p u ram e n te a stra tto . O g n u n a delle grandi filosofie egualitarie si fonda su qualche form a di riduzionism o sul piano antropologico” 222; perché — concludono — ridurre significa, pu r sem pre, “rid u rre sullo stesso livello ” 22), sia che si tr a tti del m arxism o econom icistico (col suo riduzionism o econom ico) o del freudism o (col suo riduzionism o sessua­ le), del cristianesim o (col suo riduzionism o spirituale) o dell’an tro p o lo ­ gia stru ttu ra le (col suo riduzionism o culturale), del liberalism o (col suo riduzionism o m ercantile) o, infine, d ell’in tellettualism o scientistico (col suo riduzionism o in tellettuale). N essuno di questi approcci conoscitivi sarebbe, in q u e s t’o ttica , in grado di cogliere l’“uom o to ta le ” ; in o g n u ­

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no il reale v erreb b e com unque rid o tto a un livello m eno com plesso (una critica, questa, da sem pre co stitu tiv a della filosofia della conoscenza conservatrice, com e ha so tto lin eato K arl M a n n h e im 224). A esse la N ouvelle dro ite co n trap p o n e una “teo ria globale, organica d ell’u o m o ” as­ sunto com e “sistem a v iv e n te ” , organizzato, differenziato e gerarcbizzato, tale da fo n d are sia una antropologia a base n atu ralistica e, per alcuni versi, darw in ian a (il realism o biologico), sia un a sociologia a base etica, di derivazione tònnesiana (il com unitarism o organico) radicalm ente an ­ tiegualitarie. In base alla prim a, il realism o biologico, si in d iv id u a nella dialettica tra determ inism o (biologico) e vo lo n tà (etica) il cam po an aliti­ co e n tro cui defin ire le condizioni di u n eq u ilib rato sviluppo (selettivo e co m p e titiv o ) d ell’individuo e della specie (“E tn ia e dressage sono i due fo n d am en ti di form e superiori di v ita ” 225) e legittim are le d iffe ren zia­ zioni sociali (“Il principio di d ifferenziazio n e si in co n tra d a p p e rtu tto in biologia, evoluzione e sviluppo del sistem a nervoso, co m p o rtam en to , psicologia e cultura) 226. In base alla seconda, il com unitarism o organico (che del realism o biologico rap p resen ta, per m olti versi, il n atu rale ri­ flesso sul piano dell’organizzazione sociale), si ipotizza un m odello di società s tru ttu ra ta in com u n ità organiche in cui 1’“organizzazione in e­ gualitaria (dei rap p o rti tra gli uom ini) p erm e tte ai m igliori elem enti, al­ le personalità, di forgiare le istitu zio n i del disciplinam ento sociale (altri­ m enti d e tte ‘gli elem enti fondam entali della civ iltà’)” e di co stitu irsi in “aristocrazia organica” , cioè nel “raggruppam ento dei migliori elem enti sociali al servizio della co m u n ità” 227; in cui cioè è possibile in n estare su u n “patrim o n io g eneticam ente sano ” e g ara n tito dal risp etto delle norm e “biologiche” fondam entali ulterio ri gerarchizzazioni d i n atu ra etica, s tru ttu ra te dal “c a ra tte re ” e dalla “v o lo n tà” . E d u n q u e attrav erso q uesto m eccanism o (per la v erità relativ am en ­ te sem plice) che vengono “filtra ti” e selezionati i m ateriali p ro v en ien ti dalle “scienze u m a n e” di rife rim en to (con u n ’in d u b b ia preferenza, per così dire, per le “scienze d u re ” com e la genetica, l’etologia, la sociobio­ logia, più p ro fo n d am en te radicate nel re tro te rra n aturalistico d ell’u o ­ mo), e ric o n d o tti (ridotti, p u r sem pre!) a u n quadro organico. A una dura, cogente W eltanschauung inegualitaria. C osì, nel cam po della biologia, nella d isp u ta tra am bientalism o neolam arckiano (fondato sui bisogni) e innatism o neodarw iniano (fondato sulla selezion e naturale), ci si schiera — sia p u r con qualche d istin g u o — per il secondo, nella versione “neo -m u tazio n ista” d i Jacques M onod (definito u n “nietzschiano inconsapevole”) 228, e, con ancor m aggiore entusiasm o, nella v aria n te p roposta da P ierre G rassé. D a M o n o d è tra tta l ’idea secondo cui \'evo lu zio n e sarebbe go v ern ata d a un a com bi­ nazione di caso (il fa tto re d ete rm in a n te della m u tazione so tto fo rm a di “em ergenza " , della capacità, cioè, degli organism i d i elaborare stru ttu re com plesse so tto lo stim olo di u n a trasform azio n e dell’am b ien te esterno) e di necessità (rapp resen tata dall’invarian za del successivo sviluppo, gui­

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d ato dalle leggi im m utabili d ell'ered itarietà); da G rassé è assunta, in v e­ ce, 1’ipotesi del “finalism o > 1 1 ta llo " |» i cinto dui u tfrn ii vìventi i quali (a parziale correzione dcll'ca'ruxiva "i a»uulità" del modello di M onod) sarebbero, per così dite, "proni am m ali" al " I li rtalisza re il g en o ti­ po più a d a tto alle condizioni d c H 'a m b ln u e " (il clip spiculicrebbe, per l’ap punto, “la causa principale delle d l l l n r n / r tia gli individui, le raz­ ze e le specie”) 229. Per In ilrv .a rnntonc c d c d iia ia hi nude atten zio n e alla genetica: in essa si trova una conferm a al p nn cip in ArW n rilita rictà (“P er il g en etista l’essere v ivente rapp resen ta l'esecuzione .li un p io grammo isc ritto nella sua e re d ità ” lw) e dell'invarianza ("lai teoria del gene è una teoria dell’in v a ria n z a " 2>l); all’idea che esista un “o rd in e n a­ tu rale” in sc ritto nei fon d am en ti biologici della specie, in d ifferen te alle vicende individuali, incapaci di per sé di m odificare il “codice g en eti­ co ” e q uindi di influire sulle m utazioni (ritorno dell’antindividualism o di fondo), e sensibile solo alle grandi dinam iche di aggregato (ai proces­ si d ’interazio n e tra gruppo, o specie, e am biente). Così, ancora, nel cam po dell’etologia — d efin ita com e “quella branca d ell’evoluzione scientifica che applica alcuni insegnam enti della teo ria d ell’evoluzione all’analisi del com p o rtam en to degli uom ini e degli anim ali” 252 — si ap ­ prezza e si assum e 1’“epistem ologia organica” di K o n rad L orenz (deri­ v ata da von U exkull) fon d am en talm en te “ an tiato m istica” , “an tirid u zio n istica” e “an tib eh a v io ristica” , tesa a dim o strare il ca ratte re innato dei principali atteggiam enti sociali dell’uom o (“ P er l’etologo, parole co­ me ‘o d io ’, ‘ira ’, ‘fe d e ltà ’, ‘risp e tto ’, ‘p ro p rie tà ’ si trad u co n o con aggres­ sività, gerarchia, territorialità ecc. Q u esti co n cetti sono considerati com e dei com portam en ti in n a ti" 2” ) e la n atu ra biologicam ente d eterm in a ta d e ­ gli atteggiam enti sociali ed etici. D ai co sid d etti “etologi della seconda g en erazione” , poi, v errà tr a tta la d u ra concezione “eupolem ologica” à la E ib l-E ib e sfe ld t 254 e l’esasperato “pessim ism o antropologico” di R o­ b e rt A rd rey (“L ’u n io n e del carnivoro e del ‘grande cervello’, ecco l’o ri­ gine dell’uom o. Il nostro più antico an ten a to era un assassino. Le sue ab itu d in i di killer sono q u an to vi è di più sicuro nella n o stra ered ità. L ’uom o n on discende da un angelo caduto, m a da u n an tro p o id e ev olu­ to. E u n a b estia da p re d a ”) 255. N o n stupisce allora la sim patia nei co n ­ fro n ti della sociobiologia (com binazione, ap p u n to , d i ecologia scien tifi­ ca, genetica e studio della dinam ica delle popolazioni), co n sid erata co­ me co eren te applicazione “della teoria neodarw iniana (‘e litis ta ’) d ell’e­ vo luzione ” 256 e declinata nella versione più rigida e ideologicam ente co n n o tata prop o sta da Yves C h risten , il quale no n si lim ita ad assum e­ re la d efinizione di E .O . W ilson, secondo cui essa sarebbe “la scienza che studia tu tte le basi biologiche dei com p o rtam en ti sociali” 257, m a ne restringe il cam po accentuandone il c a ra tte re “agonico” e n atu ralistica­ m ente o rie n ta to in senso elitistico: la sociobiologia sarebbe, cioè, in questa accezione, la disciplina che si occupa, in particolare, del m odo in cui “alcuni co m p o rtam en ti possono assicurare agli in d iv id u i che li

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posseggono m aggiori possibilità di successo ev o lu tiv o ” 238. Così, ancora, nel cam po della psicologia e della p sich iatria ci si rivolge — in chiave radicalm ente an tifreu d ian a e nell’in te n to più co n tin g en te di c o m b atte­ re fro n ta lm e n te 1’“an tip sic h iatria” contem p o ran ea — alla scuola “ered ita rista ” di G alto n e P earson (A rth u r Jen sen , C yril B urt e so p ra ttu tto H an s E ysenck), fo n d ata sull’idea che il p atrim o n io genetico di alcune popolazioni (in particolare i neri) ne determ in i u n basso livello d ’in telli­ genza e che, sul piano pedagogico, l’attu ale “egualitarism o d id a ttic o ” vada sup erato in u n ’o ttic a selettiva e d ifferen zian te: “ Sem bra assai p ro b a b ile ,” scrive ad esem pio E ysenck, “d ato che l’evoluzione procede per selezione, che le differenze innate tra esseri um ani si esten d an o a tr a tti e capacità com plesse com e quelli che si m anifestano n ell’in telli­ genza e nella personalità, nella m alattia m entale e nella crim in alità .” 239 N é ci si lim ita al solo cam po delle scienze n atu rali o, se si p referi­ sce, alle “scienze della v ita ” , ché, anzi, l’in te ro m odello analitico ora delineato viene d ire tta m e n te tra sfe rito all’in te rn o delle “scienze della società” e della p o litic a : “O gni p o litica ,” scriverà allora A lain D e Benoist, “ im plica necessariam ente una biop o litica .” 240 C e rto , il nesso non può essere che analogico-, fo n d ato , cioè, su u n ’im m agine ideologica d el­ la società com e organismo e d ell’organism o com e m etafora della società: “ In a p p a ren za ,” scrive A n d ré Low off, u n ’altra delle “fo n ti” scien tifi­ che privilegiate da “N ouvelle E co le” , “n o n vi è n ien te di com une tra una società m olecolare e una società um ana. N o n si può com unque non essere colpiti da una certa analogia tra l’evoluzione filogenetica degli o r­ ganism i e l’evoluzione storica della società. La selezione e la variazione sono in te rv en u te nell’uno e nell’altro caso. E poi le in terazio n i che go­ vernano l’o rd in e m olecolare e cellulare rico rd an o i fenom eni che assicu­ rano il fu nzionam ento delle società um ane: le m olecole e gli uom ini so­ no parzialm ente sottom essi a d u re costrizioni. In fin e, le m olecole in ri­ volta e le m olecole parassite h anno i loro equivalenti nelle società u m a­ n e .” 241 U na sem plice analogia unisce du n q u e n atu ra e società, m a ciò è sufficiente per p erm e tte re alla N o u velle droite d i elevare la logica dei sistem i vìven ti a chiave erm eneutica attrav erso cui leggere la società um ana. D i più: p er collocare nel cam po biologicam ente d eterm in a to delle dinam iche naturali il “luogo” privilegiato d i d efinizione delle leg­ gi fondam entali dei co m p o rtam en ti um ani e sociali. La prim a di q uesta so rta di feroci “leggi di n a tu ra ” (fondam ento di un in e d ito “giusnaturalism o” a sfondo antiu m an istico e n eo d arw in ia­ no) stabilisce la diseguaglianza originaria e crescente degli uom ini e d e­ gli aggregati um ani; la n a tu ra irrim ed iab ilm en te e in crem en talm en te antiegualitaria della società: “U na so cietà,” scrive a q u esto pro p o sito R o b ert A rdrey, “è u n gruppo di esseri diseguali, o rganizzati p er far fro n te a bisogni com uni. In tu tte le specie b asate sulla rip ro d u zio n e sessuata, l ’eguaglianza degli individui è un a im possibilità n atu rale. L ’i­ neguaglianza deve q u in d i essere considerata com e la prim a legge delle

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stru ttu re sociali, sia iu ll< sin n 1.1 um ane d ie nelle nitri-" co n tra ria­ m ente ai sistem i fisici, i quali evolvono naturalm en te verso una progres­ siva om ogeneità — aggiuntela Stepliane I .lipasi o. la cui “epistem ologia agonica” verrà fatta integralmente propria dalla N nurelle lim ite — i si­ stem i viven ti (e tra questi, prei inamente, le »mieta limane) procedono per selezione verso la d iffe re ti/ia /in n e " l ’m m «ale iirli ><iiline degli o r­ ganism i pluricellulari," scrive, "più aumenta la ililte ie n /ia /io n c Si può du n q u e ben d ire che la m ateria v iv e n lr possiede un principio am i Clausio [opposto all'en tro p ial I.¡t vita non i‘ ¡litro che irru e n t i' im yjiii glianza .” 241 La seconda “legge” afferm a che Vaggressività, "in tu tte le specie v i­ venti, è u n im pulso fo n d am en talm en te in n a to , così com e lo sono la ses­ sualità, la fam e, la paura. E u n a m anifestazione della v ita stessa: ogni organism o m an m ano che si sviluppa, si im pone a scapito d ell’am b ien te che ‘aggredisce ’ ” . 244 Secondo q uesta visione, lo “stato di n a tu ra ” hobbesiano, c a ratte rizz ato app u n to dal b ellu m o m n iu m contra om nes, sa­ reb b e cioè ta lm en te naturale che la sua soppressione, o com unque il suo su p eram ento verso u no stato di “società civile” sostanzialm ente pacifi­ cato, eq u iv arreb b e a uno sn a tu ra m e n to della specie, a un a sua co n d a n ­ na alla degenerazione e alla decadenza. In una parola alla sua “co n d a n ­ na a m o rte ” : “In u n m ondo in cui l’antagonism o costituisce la regola, più un organism o è sprovvisto di aggressività, più è vulnerabile e in a­ d a tto alla v ita .” 245 E sem pio questo, p er così d ire “di scuola” , di un a concezione eupolem ologjca della società, in cui il co n flitto è assunto non solo e non ta n to com e inevitabile ed estrem o a tto d i risoluzione del co n tra sto tra interessi co n tra p p o sti e incom patibili form atisi in d e ­ te rm in ati con testi storici e in d eterm in a te form azion i sociali, m a com e n aturale e positiva pulsione um ana, in sc ritta nel p atrim o n io genetico ed ere d itario della specie e garan te della sua evoluzione selettiva. N e risu lterà u n d u ro codice di com p o rtam en to sociale isp irato ai principi di u n ’“eugenetica v o lo n ta ria” (“la n o stra specie non m an terrà le qualità in n a te dei prim i H o m o sapiens se non osserva le regole che assicurano l’esistenza delle specie anim ali” 246), radicalm ente selettiv a e an tium anistica. In esso è b a n d ita ogni form a di um anitarism o teso a m itigare la “ ferocia in g iu sta” della n a tu ra nel qu ad ro di una concezione sociale re tta d all’etica dell’assistenza: “ D isg raziatam en te,” afferm a in ­ fa tti K on rad L orenz, “gli interessi della specie non concordano con le esigenze u m a n ita rie .” 247 A nzi, ogni form a di socialità fo n d ata sul p rin ­ cipio della sicurezza, della p ro tezio n e dei soggetti più deboli, del recu p e­ ro u m an itario dei co m ponenti più sfavoriti o dev iam i, ogni form a di “ S tato assistenziale” e di politica sociale (accom unate, tu tte , nella ge­ nerale con d an n a di L orenz c o n tro la “m ortale tiepidezza del m ondo m o d ern o ” ) sono considerate com e u n vero e p rop rio a tte n ta to alla “sa­ lu te g en etica” della specie; com e un passo verso la decad en za e l’e stin ­ zione, suscettibile di provocare, col suo ca ratte re “co n tro se le ttiv o ” ,

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Hi nvi processi di “en tro p ia q u alita tiv a” e, q u in d i, di degenerazione gene­ tica. Per co n tro la gerarchizzazione, la selezione delle élite, la logica della conferm a d ell’id e n tità del gruppo attrav erso la contrapposizione istintiva allo “stra n ie ro ” , la natu rale te n d en za alla guerra com e “stato norm ale” dell’um anità, tu tto q u esto risu lta p rescritto d a un tale codice eugenetico fo n d ato sulla forza “co stitu e n te della legge naturale" . N ella prim a, E ib l-E ib esfeld t coglie l ’unica m isura sociale efficace a co n tro lla­ re le tensioni aggressive all’in te rn o del gruppo (“La g erarch izzazio n e,” scrive, “sem bra co stitu ire un m eccanism o d estin a to a n eu tralizzare le aggressioni all’in te rn o di u n gruppo; da questo p u n to d i vista la si può considerare com e un a d a tta m e n to ” 248), m en tre nel ruolo tra in a n te delle élite P ierre G rassé indica la funzione m otrice di una dinam ica storica rid o tta , integralm ente, a storia naturale d e ll’u o m o : “Q u an d o le masse odiano l ’é lite ,” afferm a, “sono a ltre tta n to stupide q u an to il boscaiolo che sega il ram o sul quale è seduto. C olpendola colpiscono se stesse, in q u an to tu tto ciò che è co n trario all’élite è co n tem p o ran eam en te d an n o ­ so all’in te ra collettività. L ’egualitarism o si oppone al progresso sociale e intellettu ale; abolisce la ragion d ’essere d ell’individuo desideroso di m igliorare, sopprim e lo spirito d ’in iziativ a e genera una pesan te noia, nera e stupida. La v ita ristagna, inizia la decadenza sociale. Q u esti so­ no i fru tti di una d o ttrin a che si ispira a co n cetti arb itra ri, con tro evo lu ­ tivi, in u m a n i.” 249 “N elle condizioni prim ordiali della selezione n a tu ra ­ le ,” può aggiungere A lain D e B enoist, citan d o L orenz, “il ‘rifiu to dello stra n ie ro ’ è u n a delle condizioni p er la sopravvivenza del gruppo: ‘tu tti gli anim ali e gli scim panzè in particolare, attaccan o i loro sim ili che sentono d iffe re n ti com e la scim m ia poliom ielitica, il cui co m p o rtam en ­ to sem bra loro stra n o ’.” 250 L ’antico credo del pensiero reazionario e tradizio n alista, il suo m istico pessim ism o antropologico fo n d ato sul peccato e sulla colpa originaria, to rn a a com parire, smessi i pan n i teo lo ­ gici e m etafisici, nella form a dello scientism o biologico ed etologico. G ià il co n te Jo sep h D e M aistre aveva proclam ato che “la terrib ile legge della g uerra no n è che u n capitolo della legge generale che pesa sull’u n i­ verso” , ind iv id u an d o nella “grande legge della d istru zio n e v iolenta d e ­ gli esseri v iv e n ti” il fru tto della m aledizione divina conseguente alla cacciata dal paradiso te rrestre: “ N el vasto cam po della n atu ra v iv e n te ,” aveva sc ritto nel celebre settim o colloquio de L e serate d i Pietroburgo, “regna una violenza m anifesta, u n a specie d i rab b ia d ec reta ta che arm a tu tti gli esseri in m utua funera ; appena o ltrepassate le soglie del regno dell’insensibile vi tro v ate di fro n te al d ec reto della m o rte v iolenta scrit­ to sui co nfini stessi della v ita ... N o n vi è u n solo ista n te in cui u n esse­ re v iv e n te n on sia d iv o rato da u n a ltro .” E d aveva concluso: “La guer­ ra, dunque, è divina in se stessa, p o ich é è una legge d e l m o n d o .” 251 S osti­ tu ita a D io la N atu ra , e alla forza del peccato l ’o p erare p rogram m ato del D N A , quello che si co n tin u a a celebrare è l’etern o rito rn o d ell’antiroussovism o; la critica radicale del suo ottim ism o antropologico: lad d o ­

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ve R ousseau afferm ava ¡1 m i m i e t e n liturgie d e l l ’e g u a g l i a n z a e la n atu ra sociale della diseguaglianz.il ( o v u n q u e I' u<>ti h > n a s c e ug u a l e ; la società lo fa diverso), qui si p r o c l a m a la n a t u r a l i t à d e l l a n e m i c h i l i c il ca ratte re d egenerato di una s o c i e t à e g u a l i t a r i a i l»- nel t e n d e n z i a l e ap p iattim en to delle differen ze r i s c h i a d i p r o v o c a r e u n ii i cv e i u b i l e c o r r u z i o n e e il d e­ cadim ento della s p e c i e ( o v u n q u e l ' u o m o m i m e d i v e n n i , la s o c i e t à lo li­ vella)', laddove R ousseau (e d o p o ili lui, in g rn riu lr, p i a t t i i r ni ent e t u t t e le teorie egualitarie) p r o p o n e v a la s o s t a n z i a l e " l u m i a " d e l l ' u o m o (la sua n aturale te n d en za al bene ) e la funzione d e g e n e r a t i v a i l e H" ' am! > i e n t c " sociale com e fo n d am en to di ogni pro g etto di t r a s l o n n a z i o n e del l a so cietà, qui si rovescia integ ralm en te la pro sp ettiv a, collocando il m ale nell’uom o (“In re a ltà ,” ci si chiede, con dom and a reto rica, “è la società che corrom pe l ’uom o, o l’uom o che corrom pe la società?” 252) e d ecre­ ta n d o — non più sulla base di una “teologia po litica” ma, ap p u n to , di uno specificam ente m oderno “realism o biologico” — 1’irriform abilità della società e la ce n tralità d ell’uom o c o sì c o m ’è, nella sua to ta lità o rga­ nica biologicam ente d eterm in ata: tra il tradizionalism o cattolico d ell’i­ nizio dell’O tto c e n to e le contem poranee teorie reazionarie e “su p ero ­ m istich e” sta, in fa tti, la “m o rte di D io ” e, so p ra ttu tto , C harles D a r­ w in: “ N o n siam o degli d e i,” p o trà concludere R o b ert A rdrey, con u na sintesi esem plare della sua L o i naturelle, “e Jean-Jacques aveva ragione. Siam o una p arte della n a tu ra e lo dice anche lui. M a la principale d iffe­ renza tra il m io c o n tra tto sociale e quello di R ousseau consiste nel fa tto che il suo era u n accordo tra angeli ca d u ti, m e n tre il mio è un a in tesa tra scim m ie e v o lu te .” 253

4.2. La diaspora neofascista: tra nom inalism o e tradizionalism o “O gni concezione del m ondo inegualitaria è fo n d am en talm en te n o­ m in alista." ™ C o n q ueste parole, apparse nell’estate del 1979 sul n u m e­ ro 33 di “ N ouvelle E cole” ded icato specificam ente a L ’idée nom ina li­ ste, la N o u velle droite francese annunciava b ruscam en te il p ro p rio ap ­ prodo a una nuova, organica sintesi filosofica. D ue articoli di A rm in M ohler e d i A lain D e B e n o ist255, pubb licati in ap e rtu ra della riv ista e d estin a ti a sollevare am pie, a volte laceranti discussioni all’in te rn o d el­ l’area d ell’estrem a destra, s’incaricavano di tracciare i lineam enti fo n ­ d am entali della nuova d o ttrin a . E ra , per l’appu n to , la “svolta n o m in a­ lista ” . “E ssa ,” si afferm ava nella n o ta in tro d u ttiv a , “p one com e p o stu lato che le d ifferen ze tra le cose, tra gli esseri, tra gli uom ini, n o n sono so m ­ m abili, e che è per pura convenzione che si può trarre un co n cetto u n i­ versale, una categoria generale da u n a serie di osservazioni p artico la­ r i .” 256 M e n tre l ’universalista, aggiungeva M ohler, fonda la propria v i­ sione del m ondo sull’o p era tiv ità di “principi generali (gli ‘u n iv ersali’)

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che preesistono all’individuale ” 2,7 e sull’idea che “la realtà sia basata su di un o rd in e in te lle ttu a le” , per il nom inalista non esiste che la p a rti­ colarità concreta, l’individuale irriducibile (un individuale, si b ad i b e ­ ne, ed egli lo preciserà con forza, che nulla ha a che fare con l’in d iv i­ duo atom izzato del liberalism o, p o te n d o rig u ard are u n gruppo, u n a co ­ m unità, un popolo, com unque u n ’id e n tità organica): “ P er lu i,” scrive­ va, “i co n c etti generali sono dei nom i che l’uom o ha apposto a p o sterio ­ ri sull’individuale, sul reale; n ien te di più che u n flatus vocis, d u n q u e u n soffio che scuote l’aria, com e dicevano i nom inalisti m edievali” 258; e nel sottolineare com e l'essenza del nom inalism o risieda, in ultim a analisi, e ancora una volta, in una concezione (eroica e volontaristica) dell’uom o com e creatore di form e , dedicava il proprio articolo “à m on am i A la in D e Benoist, nom inaliste par excellence" . Il quale, per p arte sua, s’incaricava di d are al con cetto u n a com piuta sistem azione in ch ia­ ve esistenziale ed epistem ologica nel q u ad ro d i un a filosofia del d isin ­ can to e del riscatto attrav erso la poten za della volontà che finiva per declinarlo com e “ neosoggettivism o eroico ” e, nel contem po, com e te o ­ ria etica della conoscenza (come decisionism o m etodologico fo n d ato sull’“etica deH’o n o re ” e delle “fo rm e” ). Se gli oggetti, il “reale” , h anno solo significato in sé, in q u an to e n tità singole, nella loro concretezza oggettuale — sosterrà in fa tti D e B enoist — allora ogni sistem a di rela­ zioni sta b ilito tra di essi, ogni ordine qu in d i, non p o trà che essere arbi­ trario, d efin ito , per così dire, “d all’e s te rn o ” , privo di valore ontologico. Se — in altre parole — il m ondo è di per sé caos-, se non è possibile co n statare “alcun ‘senso’ nell’organizzazione e nella configurazione del m o n d o ” 259, allora ogni sistem a o rd in a to non p o trà che riferirsi a una qualche volontà estern a, d o ta ta di poten za o rd in atrice, capace di im ­ porre v o lo n taristicam en te una form a. C apace cioè d i ergersi a nom os del m ondo in ragione della poten za della pro p ria id e n tità (l’uom o, ave­ va sc ritto Jiinger, è “il signore delle fo rm e” ; “l’u o m o ,” aggiungerà D e B enoist, “è u n anim ale d a to re di senso; una v o lta che ha posto del sen­ so nelle cose, te n d e a credere che q u esto senso vi sia sempre sta to ” 26°). E la versione au to rita tiv a e ap e rtam e n te decisionistica del “p o litei­ smo dei valori” ; dove il rifiu to del m onoteism o sostanzialistico “ebraico-cristiano” (e, sul piano stre tta m e n te filosofico, aristotelico-tom istico sia nella versione tradizionalistica e d i “d e s tra ” sia in quella m arxista e di “sin istra”) si esprim e nella form a d i u n pluralism o relativistico fo n ­ d ato sulla riduzione della m olteplicità dei sistem i culturali e n o rm ativ i (delle W eltanschauungen) alla m olteplicità (e gerarchia) dei soggetti di poten za capaci di fondarli. E dove, nel contem po, il valore eu ristico di un sistem a di conoscenza finisce per d ip e n d ere dalla qu alità etica della forza che lo decide e lo “ a u to rizza” (nel senso che gli “trasferisce au ­ to rità ”). N é si tr a tta di un itin erario in e d ito , per il pensiero d i d estra, q u e­ sto che p o rta dall’esasperazione di u n em pirism o co n d o tto alle estrem e

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conseguenze, p er o r r o r e d e l r e l a t i v i s m o assoluto c h e c i ò co m p o rtereb ­ be, alla sua “to rsio n e” i n a s s o l u t o u l e a l i s m o il q u a l e , sulla d isp eran te inerzia del d ato d e l l ’e s i s t c n / u , sulla m i « t o t a l e a f a s i a e irriducibile com ­ plessità, in n e sta il p r i n c i p i o s a l v i l i m d e l l a v o l o n t à , l ' azione di fo rz a” d ell’io nei confro nti del m o n d o o n d e i m p o r g l i uhm l ot t i l a, E , in fondo, la stessa linea di f u g a p r e s a , n e i |>in d i s p u t a t i m i i i p i , i ni gli a n n i dieci e gli anni tre n ta — nel p i e n o d e l t r a v a g l i o r p u i r m o l o g i i o s e g u i t o alla svolta, in te rn a al cam po positivistico, d a l s o s t a n / i u l i s m o o t i o i c n t e s c o al convenzionalism o novecentesco e a U’e m e r g e r e , d e n t r o la i t i s i d e l l o storicism o, di u n nuovo, aggressivo idealism o a t t u a l i s t i c o - • d a q u e l l e corren ti culturali più ap e rtam e n te d eterm in a te a p raticare f o r m e d i d e ­ cisionism o m etodologico: si pensi, per esem pio, al “co stru ttiv ism o le t­ te ra rio ” di G o ttfrie d B enn, o al “soggettivism o ero ico ” d i Jü n g er, o, ancora, al “decisionism o politico” di S ch m itt co n trap p o sto , significati­ v am ente, all’“universalism o” del norm ativism o kelseniano... M a anche, perché no?, alla “sindrom e culturale fascista” in cui un positivism o in ­ tegrale (spinto fino al biologism o), co stitu tiv o di quello sguardo realisti­ co sul m ondo capace di coglierne la “c a d u ta ” , e u n in candescente spiri­ tualism o, sim bolo del risca tto volontaristico e vitalistico, si coniugano in u n ib rid o che si giustifica solo nel qu ad ro di u n nostalgico “n ich ili­ smo a ttiv o ” . O ra , p er l’ap p u n to , e n tro il contesto culturale e lin g u isti­ co co stitu ito dalle m oderne teorie del “pensiero d eb o le” e della “disso­ luzione della d ia le ttic a ” ; e n tro , cioè, u n a cu ltu ra della crisi dei sistem i centrati e della m oltiplicazione dei fram m enti, è questa v arian te che s’in te n d e veicolare com e residuo di u n passato che si rifiu ta di “tra ­ p assare” . E , d ’altra p arte, la “svolta no m in alista” recuperava e sin tetizzav a g ran p arte dei tem i “classici” della cu ltu ra di d estra, ponendosi, per m olti versi, com e p rolungam ento natu rale del suo percorso ideologico. C e rtam e n te , e in prim o luogo, il postu lato inegualitario, il principio ra ­ d icalm ente antirid u zio n istico che aveva co stitu ito , com e si è visto, fin dalle sue origini il tr a tto d istin tiv o del sistem a culturale della N o u velle droite e che ora veniva a d d irittu ra elevato a fond am en to epistem ologico e in q u an to tale incorporato al nucleo co stitu tiv o del sistem a n om inali­ sta: “ P er il n o m in a lista,” si afferm a, “la diversità è il d ato fo n d am e n ta­ le del m ondo; per l ’universalista, al co n trario , è o p p o rtu n o ricercare, d ie tro il gioco delle contingenze e degli a ttrib u ti particolari, l 'essenza che, fra gli uom ini, li ren d e tu tti eguali d av a n ti a D io .” 261 E poi, in secondo luogo, l’irriducibile carica antirazio n alista e an tin te lle ttu alista che, fin dai tem pi della reazione aristocratica alla R ivoluzione francese e al “secolo dei lu m i” , passando per il rom anticism o politico e il n ichili­ smo nietzscheano , la kon servative R evo lu tio n e il vitalism o prim o-nove­ centesco, ha sem pre ca ratte rizz ato il pensiero reazionario, e che K arl M annheim ha segnalato sottolineando lo stre tto nesso d ’id entificazione in te rc o rre n te tra pensiero concreto e ideologia conservatrice262: “Il n o stro

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deve “essere p o sto ” e la norma — riconosciuta orm ai ap ertam en te co­ me “co nvenzionale” e quin d i “stab ilita d all’u o m o ” — deve essere rile­ g ittim a ta attrav erso l’attrib u zio n e di p oten za norm ativa al soggetto um ano che la pone (la sacralizzazione artificiale del legislatore in ragio­ ne esclusivam ente della sua forza etica), nel m odello m etafisico e spiri­ tu alista del tradizionalism o evoliano la legge co n tin u a a essere ciò che corrisponde a l vero e trae forza dall’essenza delle cose. N o n d iversam ente avviene p er la con cezion e della storia : alla storia com e regno della vo lo n tà di D e B enoist si co n trap p o n e la sto ria com e m era apparenza di Evola. N ella filosofia della storia nom inalista, in fa t­ ti, l’uom o è libero di afferm are ista n te per istan te, in u n tem po storico d iscontin uo, in una dim ensione di assoluta lib ertà da ogni co n d izio n a­ m ento storico, la propria volontà com e atto . (“La sto ria ,” essa afferm a, “n on ha senso: ha solo il senso che le conferiscono coloro che la fa n ­ n o ” 275.) E siste, quindi, m a è priva di direzione. N el tradizionalism o evoliano, invece, essa è priva di e ffe ttiv a esistenza, ma ha una d irezio ­ ne: quella della regressione e della decadenza, perché la storia non è altro che il m ovim ento di ciò che è accidentale e co n tin g en te nel suo regressivo d istanziarsi dall’essenza originaria. N el prim o caso il rife ri­ m ento sarà alla concezione nietzscheana del tem po, alla sua dim ensione sferica, m ai p reo rd in ata, suscettibile di essere o rien tato in q u alunque direzione dal soggetto d o ta to della poten za sufficiente per farlo; nel se­ condo, la tem poralità rim arrà nella dim ensione lineare e ciclica delle d o ttrin e tradizionaliste: m ovim ento co stan te sul circuito circolare dei cicli, o rd in a ti nella loro successione o rie n ta ta daH’originaria età d ell’oro alla m od erna caduta. “ P er i fau to ri m o d ern i della teo ria trad izio n ale (Julius E vola, R ené G uénon), “scriverà D e B enoist, polem izzando esplicitam ente con questa posizione, “la n o stra epoca corrisponde così a u n periodo di fine ciclo (il kali-yuga indiano, T 'e tà del lu p o ’ della m i­ tologia nordica). La nostra libertà nei suoi confronti se ne trova pertanto lim itata, con tu tti i rischi che d erivano logicam ente nella pratica d i una sim ile analisi: sm obilitazione, politica del peggio... 276” Il tem po, cioè la m o d ern ità, costituisce, d unque, p er il nom inalista, pur sem pre, il “luo­ go” d ell’azione: u n cam po di forze da do m in are e dirigere, m e n tre per il trad izio n alista esso non p uò che co n tin u are a essere la d im ensione dissolvente del “p erd e rsi” , l’an tite si, in q u an to divenire, d i ciò che è. D i qui la violenza della reazione trad izio n alista nei co n fro n ti della dim ensione innovativa assunta dalla N o u velle droite, accusata senza m ezzi te rm in i di confondersi con la “sovversione” m oderna e d i scen­ dere a p a tti con lo “ stato di cose p re se n te ” leg ittim an d o n e la n atu ra deg en erata e la m en talità prev alen te (m aterialism o, scientism o, secola­ rizzazione). T ra l’estate del 1979 ed il 1980 è in e ffe tti l’in tero fro n te trad izio n alista a m uoversi: da u n a p a rte con u n libro di D aniel Cologne, espo n en te d ell’ortodossia g uénonian a e d i quella che viene d e fin i­ ta com e la “p ro sp ettiv a m etafisica” , dall’inequivocabile titolo: N o u velle

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droite et subversion2V\ dall’altr»a con un numero speciale della riv ista
“T o ta lité ” , organo d e ll'in ie n i u l i s mn neulascista d ’impostazione evoliana, assai vicino alle p o s i z i o n i di l i , i n . .. I i e d n , .Ir.li. ulti .1 La “Nouvelle droite" à la lumière de la traditim i Nel prilliti si u l l e n i mv f i , senza m ezzi term ini, che era d iv e n tato ormai i l i i n i u m u t e "il visti perverso della sovversione integrale si celasse d i e t r o In iniim l i m i de l l a ’rivoluzione conserv atrice’” 278, e si denunciava la p r e s e n z a , nel p a t r i m o n i o culturale della “nouvelle école” , di “ tu tte le ta re d e l l a s o v v e i s i t i n e l i l i eml e un tro p o cen trism o trab o ccan te, positivism o stre tto , scie n tiim o cieco, relutivism o m orale e critica a n ticristian a” , fo n d ati, tutti, “ su di un ‘libero esam e’ che non è altro che l’intreccio dell’anarchia m entale e del terrò rism o m aterialista e a te o ” 279. N el secondo, con ben più am pio spiega­ m ento di argom enti, si co ntestava alla Nouvelle droite la sostanziale in u tilità della battag lia culturale e il ca ra tte re com prom issorio e, tu tto som m ato, d eg ra d an te della sua istanza egem onica, form a di coinvolgi­ m ento col m ondo d ecad u to della m o d ern ità (al “gram scism o di d e s tra ” si con trap p o n ev a u n ben più aggressivo ed elitario “leninism o d i d e ­ stra ” , fo n d ato sul c a ra tte re professionale e intran sig en te del “rivoluzio­ nario trad izio n a le” 28°); il suo finire inevitabilm en te, col puro m ito della differen za, non so sten u to da una teoria ontologica della gerarchia e della decadenza, p er sostenere “false é lite ” non leg ittim ate (“C h e p ec­ cato se alcune delle vostre teorie non servissero, per ‘e te ro te lia ’, che a co n fo rtare la b uona coscienza degli industriali e il senso elitista dei n o ta b ili!...281”); il suo em pirism o, il suo scientism o e so p ra ttu tto , il suo inaccettabile relativismo2 ^ . M a so p ra ttu tto — e q u esto pare co stitu ire il p u n to decisivo della critica tradizionalista, espresso in un sin tetico saggio di F rancesco Ingravalle Sur les fondements philosophiques de la “Nouvelle droite" — si accusava il nom inalism o, in teso à la D e B enoist com e “co stru ttiv ism o eroico” , di con d u rre, attrav erso il decisionism o m etodologico (coincidenza di verità e potenza ) e la conseguente, so stan ­ ziale storicizzazione della v erità (una v erità per ogni tem po e per ogni soggetto di potenza), a una form a di pensiero tecnico specificam ente borghese e capitalistico in q u an to pensiero q u a n tita tiv o e stru m en tale, in ultim a istanza pragm atico e u tilitaristico (“Il m ondo n o n si organizza in funzione del vero (giudicato inesprim ibile), ma in d irezione d ell’u ti­ le” 285). “L ’oblio del senso dell’essere,” scriveva Ingravalle, “conduce alla teoria del ca ratte re inesprim ibile della v erità e, attrav erso il m o­ m ento d ialettico-negativo del nichilism o, a una concezione u tilita rista e v o lo n tarista del m ondo, da cui em ergono le figure del capitalism o e della te cn ic a.” E aggiungeva: “ D io m uore nell’epoca della tecnica, l’im ­ m agine dell’essere si occulta perché l’uom o si fa D io attrav erso l’a ttiv i­ tà dem iurgica della tecnica. E u n passaggio necessario, un a razionalità sottile che conduce il pensiero relativ ista a div en ire pensiero tecnico. Se la v erità non esiste, noi la produciam o grazie alla prassi tecnologica; noi produciam o il m ondo grazie alla scienza ip o tetico -d ed u ttiv a e alla

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tecnica .” 284 A ncora una volta, du n q u e, la critica di eccessiva m o d ern ità — di trad im en to delle proprie alterità e separatezza risp etto al m ondo m oderno — m ossa alla N o u velle d ro ite il cui m odello um ano p ro d o tto rischia — sosterran n o i più in tra n sig en ti d ifensori della rivoluzione to ­ tale trad izio n alista — di approdare più che all’uom o indifferenziato e al soldato p o litic o , “ all’esatto opposto: ... l’im piegato in d ifferen ziato del m ondo della tecnica, il funzionario di u n ’organizzazione m ondiale so t­ to le insegne deU’im perialism o” 285. La spaccatura è evidente. E non si tra tta solo di co n tin g en ti co n ­ trad d izio n i politiche; di d iffe ren ti p u n ti di v ista “ta ttic i” q u an to , p iu t­ tosto, di u n a p rofonda polarizzazione di “sistem i di p en siero ” all’in te r­ no dell’area culturale d ell’estrem ism o di d estra in cui, ap p u n to , la co­ m une contrapposizione al ca ratte re “a s tra tto ” e “in te lle ttu a liz za n te” del razionalism o, apparsa a lungo om ogenea al suo in tern o , finisce per divaricarsi, inev itab ilm en te, nell’accezione (nom inalista e c o s tru ttiv i­ sta) del pensiero concreto nichilista, da un a p arte, e nell’accezione (tra­ d izionalista e ontologica) del pensiero organico spiritualista-evoliano, dall’altra. D ue p u n ti di vista p ro fo n d am en te diversi nei loro fo n d am en ­ ti gnoseologici e prasseologici, che solo il com une ruolo di fro n tale co n ­ trapposizione allo schieram ento politico e culturale uscito v in cen te dal secondo co n flitto m ondiale aveva p o tu to m an ten ere u n iti in un a com u­ ne area m ilitan te, m a che non p otevano non divaricarsi non appena uno di essi si fosse “posto in m ov im en to ” . I contraccolpi della fra ttu ra sulla “N u o v a d e s tra ” italiana non p o te ­ vano m ancare. L ’evolism o era stato p er lunghi anni, com e si è visto più am piam en te nei capitoli preced en ti, in pratica, l’unico cem ento ideolo­ gico e il solo fa tto re co stitu tiv o d ’una id e n tità culturale fo rte p er q u el­ l’area d ell’estrem ism o di d estra che n on si era id en tificata p ien am en te con il “parlam en tarism o ” e 1’“istitu zio n alism o ” m issino. D i più: il suo esistenzialism o aristocratico e per m olti versi “m istico” , fo n d ato sul ti­ po um ano “d iffe ren ziato ” e sul rifiu to radicale e in tran sig en te del m on­ do m oderno; la sua etica guerriera, fo n d ata sull’idea di u n ’alterità asso­ luta; la sua ontologia spiritualista, coniugata con un idealism o assoluto spinto alle soglie del solipsism o, avevano co stitu ito , per così d ire, l’in ­ volucro im p en etrab ile grazie al quale il neofascism o italiano aveva po­ tu to a ttrav ersa re senza disgregarsi e dissolversi, la lunga fase d i “resi­ ste n za” , d u ram e n te m in o ritaria e catacom bale, dell’“etern o dop o g u er­ ra ” . Il suo stesso “rifiu to della sto ria ” e della tem p o ralità — il suo co n ­ cepire il “corso del te m p o ” com e inevitab ile caduta — b en aveva p o tu ­ to identificarsi con l ’atteggiam ento esistenziale dei vin ti della R ep u b b li­ ca Sociale e “n o b ilita rn e ” , p er così dire, la “cu ltu ra della s c o n fitta ” che li aveva accom pagnati per o ltre un tre n te n n io p resen tan d o la loro posi­ zione non solo com e aristo craticam en te legittim a, ma anche com e etica­ m ente superiore. In fondo, questo tip o d i evolism o politico — p er lo più scevro dagli integralism i esoterici dell’ortodossia p ura e a tte n to so­

3. LA NUOVA DESTRA

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p ra ttu tto alle opere s t r e t t a m e n t e p o l i t i c h e d e l M a e s t r o , assai m eno a quelle a ca ratte re m a g i c o e i m / i n t i m tivevii p o t u t o coesistere e com ­ binarsi persino c o n la s c e l t a " m e n i p u l i i i i u" m u t u n i i i i .ilIn m età degli a n ­ ni se tta n ta, d i c u i , a n z i , si i n d ù n v n n u (ili mi t e s i gi m n i p i o p r i o in Julius E vola e in A d r i a n o K o m u u l d i , i pi imi ad avtl "ribadito p i ù volte il taglio m etapolitico d e i l o r o interventi" **, La ictlta d'integrale s e p u r a ­ zione dal co n testo soci ul e e c u l t u r a l e m o d e r n o , dii <p l e s i •> i n o n d o di “uom ini crepuscolari” , m a t u r a t a d a l i e d . i , l.i i m u e / . i o n e s e i o n d o i n i il radicale di d estra vivrebbe “nel m o n d o degl i alt r i , ( i n o n d a t o dagl i al tri, da questi degni rap p rese n tan ti d ell’epoca b o r g h e s e " " cui n e s s u n a spiegazione o ta n to m eno giustificazione del proprio " e s s e r e a l t r o " l i e ­ ve essere d a ta — si sosteneva — n on era l’unico approdo possibile del l’evolism o. E sso avrebbe p o tu to essere p raticato , anche, com e presenza culturale nel m ondo: com e prospettiva egem onica m . E questo un altro m odo di declinare il significato bivalente im plicito nel co n cetto di “ap o litia” . M a già m aggiori d ifficoltà si trovavano a in teg rare il m es­ saggio scientista prov en ien te d ’o ltr ’A lpe col preced en te ap p arato tra d i­ zionalista; e inconvenienti ancor m aggiori presentava l’assim ilazione della “ svolta no m in alista” . T racce di un accidentato d ib a ttito su qu esti tem i p resen ta il sem inario del 1980 su “Ipotesi e strateg ie della N uova d e s tra ” , in cui la q u estione del rap p o rto con il p o te n te m ovim ento fra­ tello francese e le resistenze ad assum erne integralm en te e acriticam en­ te l’in te ro “sistem a di pen siero ” appaiono centrali: “ N o n vorrei p ro ­ p rio ,” disse, in quell’occasione, G io v an n i M onastra, sin tetizzan d o in form a organica il diffuso m alessere dell’in te ra area “c o n tin u ista” p re ­ sente, “che, dopo una v en tin a d ’anni di scolasticism o ‘trad izio n a lista’, ci dovessim o so p p o rtare una decina d ’anni di scolasticism o ‘g recista’! D i un m ovim ento che non ha mai riconosciuto una dim ensione real­ m ente trasc en d e n te nell’uom o e ha sem pre u sato la trad izio n e in d o eu ­ ropea, alla quale fa spesso riferim en to , in chiave positivista, solo com e u n insiem e di valori e idee coagulanti u n popolo, con uno strum entalismo analogo a quello di M aurras nei co n fro n ti del cristian esim o .” 289 R iem ergevano, in quella sede, le accuse di relativism o, d i em pirism o, di evoluzionism o mosse alla cu ltu ra del G R E C E giudicato “prigioniero di tu tte le co n trad d izio n i e di tu tte le falsità del pensiero m o d ern o ” 290; il tim ore della p erd ita di u n ’“id e n tità d o ttrin a ria , fru tto di d ecenni di studi e d ib a ttiti, che se da una p arte ci h anno o fferto esem pi penosi d i scolasticism o evoliano e guénoniano, dall’altra sono serviti anche a p urificare il n o stro am biente da m olte idee spurie e a enucleare un si­ stem a di valori co e re n te ” 291; l’im pressione che, in fondo, l’im m agine dell’in te lle ttu a le espressa dalla N o u ve lle droite finisce “p er coincidere con quella dell’in te lle ttu a le b o rghese” , e che la sua p ura azione cu ltu ra­ le, sganciata da articolazioni specificam ente politiche rischiasse, “ in Francia, di d are u n supporto in tellettu ale alla tecnocrazia d i stile giscardiano” 292.

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Lo stesso nucleo fo n d ato re della “ N uova d e s tra ” italiana, il più v i­ cino alle posizioni francesi, p u r u tilizzan d o pien am en te l’ideologia “g recista” per forzare e dissolvere i resid u i tenaci del vecchio “m ito in c ap a citan te” e paralizzante di u n tradizionalism o d i stre tta osserv an ­ za, si garan tiv a in quella sede una certa presa di d istanza, per lo m eno sui p u n ti più controversi e più ap e rtam e n te in co n trasto con i fo n d a­ m enti ultim i d ell’antico credo: “P er q u an to riguarda i discorsi n ati sulle scelte culturali e politiche del G R E C E ” , ci te rran n o a precisare che esse “sono sta te d eterm in a te dalla diversa situazione politica fran ce­ se” 293 e che “in Italia, com e si è d e tto più volte, le cose stan n o diversam e n te ” 294; che qui “esiste un m ovim ento politico d i d estra organizzato con cui fare i c o n ti” 295 e che quin d i, anche il rap p o rto con le radici culturali si pone in term ini più articolati. P eren n em en te in certo tra la “conquista del g h e tto ” neofascista e la “conquista della so cietà” , tra ten d en ze integraliste e vocazioni egem oniche, anche il filone più d in a ­ mico del radicalism o di d estra esita a scegliere tra la m ediazione cu ltu ­ rale con le altre com ponenti dell’eresia n era e la m odernizzazione id eo ­ logica indispensabile a o tte n e re una più vasta audience esterna. E se riuscirà con relativa facilità ad assim ilare lo “scientism o d i su p erficie” francese (chiave im p o rta n te p er presen tarsi “all’altezza dei te m p i” e per o ffrire u n crism a di “o g g e ttiv ità ” alle p roprie proposte politiche), p roprio p er il ca ratte re p u ram e n te stru m en tale e non sostantivo d i q u e­ s to 296 — p er il suo p erm an en te rinviare, p u r sem pre, in ultim a istanza, a u n “m ito delle orig in i” , a un qualche p u n to genetico posto “p rim a ” della storia, c o stitu tiv o di quell’id e n tità etn ica che sta alla base delle culture differenziate ta n to care alla N o u velle droite — , non giungerà p e­ rò mai ad accettare pien am en te il m odello nom inalista, d a cui anche di recente, co n tin u a a p ren d e re ap e rtam e n te le distanze. C e rto , ciò n on sarà sufficiente a preserv are la N uova d estra dalle du re critich e delle co rren ti tradizionaliste orto d o sse (“N ien te d i più che il C lu b M editerranée della tra d iz io n e ” , la d efin irà sp rezzan tem en te D aniele V erzo tti su “ A rth o s” 297), né a riconciliarla con l’in tran sig en te ala “m ilita n te ” e “s e tta ria ” del radicalism o più e s tre m o 298, arrestan d o a m età il suo p ro g etto di unificazione cultu rale della D estra radicale. E tu tta v ia co n tin u erà a testim o n iare di una sua relativ a “c o n tin u ità ” nel m u tam en to difficile da negare.

I
N ote

1 II termine “Nuova destra” , di evidente importazione francese sul modello della più nota Nouvelle droite, coniato dai mezzi di comunicazione di massa per qualificare il nuovo fenomeno politico e poi accettato, sia pure con riserve, dai suoi stessi esponenti, è solo parzialmente soddisfacente. E d ’altra parte esiste un’indubbia difficoltà di deno­ minazione dei movimenti emergenti nell’area dell’estrema destra, difficoltà che come giustamente notano R. C h i a r i n i e P. c o r s i n i , autori di uno dei più utili e ampi contributi alla ricostruzione microstorica del neofascismo italiano, Da Salò a Piazza della Loggia. Blocco d'ordine, neofascismo, radicalismo di destra a Brescia (1945-1974), Milano, Angeli 1983, rinvia a un’ancora incerta e parziale conoscenza e concettualizzazione del fenome­ no: “Si oscilla," essi scrivono, “da neofascismo a radicalismo di destra, a destra eversiva a neonazismo, a nuovo fascismo, senza riuscire spesso a individuare specifici referenti, a delimitare coordinate cronologico-spaziali e componenti ideologico-culturali” (p. 19). Forse la denominazione proposta da Giorgio Galli — il primo e finora praticamente l’u­ nico scienziato politico a essersi occupato di quest’area — di “radicalismo di destra” appare la più adeguata, in forza anche della sua ampiezza raccogliendo in generale quelle culture connotate in senso gerarchico e autoritario, antirazionalistiche o solo parzialmen­ te razionalizzate che tendono, in forma ricorrente, a emergere, nel nostro secolo, in cor­ rispondenza delle periodiche crisi delle politiche riformiste: Cfr. G. g a l l i , La crisi italia­ na e la destra intemazionale, Milano, Mondadori 1974; sullo stesso tema Galli è tornato recentemente con un’opera su La Destra in Italia, Milano, Gammalibri 1983; all’interno di tale vasta categoria, è poi possibile distinguere, per lo meno a partire dagli anni set­ tanta, una componente che potrebbe definirsi “di setta” o “di milizia” in ragione di un progetto organizzativo di tipo mistico e “iniziatico”, orientato alla netta separazione dal mondo “decaduto” della modernità, dall’altra componente, quella di cui qui più direttamente ci si occupa, qualificabile come “egemonica” per sottolinearne il carattere “secola­ rizzato” e la tendenza a conquistarsi una reale egemonia culturale e sociale: cfr. M . r e v f . l l i , Panorama editoriale e temi culturali della destra militante, in Nuova destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta, Cuneo, Istituto storico della Resistenza in Cuneo 1983. Sul neofascismo in Italia le opere di ricostruzione storica e cronachistica di ampio respi­ ro si arrestano, generalmente, alla metà degli anni settanta: Da n i e l e b a r b i e r i , Agenda nera. Trentanni di neofascismo in Italia, Milano, Coines 1976; T . b a r b a t o , Il terrorismo in Italia negli anni settanta, Roma, Bibliografica 1980; oltre all’ampia opera di G. f l a m i n i , Il partito del golpe, Ferrara, Bovolenta 1981-82 di cui tuttavia sono stati pubblicati solo i primi tre volumi. U n’ampia documentazione sugli ambienti di estrema destra vicini al­ l’integralismo cattolico, è contenuta nel volume di G. t a s s a n i , La cultura politica della

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NOTE

destra cattolica, Milano, Coines 1976. È disponibile, invece un buon numero di articoli

sull’evoluzione più recente dell’area definibile sotto la denominazione di “Nuova de­ stra” ; in particolare si veda: G. t a s s a n i , Identikit della Nuova destra, in “Bozze 81” , marzo-aprile 1981, citato con apprezzamento dagli esponenti della Nuova destra stessa; F. c a r d i n i , Pensare a destra? Ma è così poco garbato!, in “Vita sociale”, 188, NovembreDicembre 1979 che però solo apparentemente costituisce un’analisi “critica” collaborando l’autore alle più significative pubblicazioni della “Nuova destra” stessa; il superficia­ lissimo saggio di G. m u g h i n i , Da destra venite, in “Pagina”, agosto-settembre 1982; le relazioni di d i n o c o f r a n c e s c o , La nuova destra dinanzi al fascismo-, f r a n c o f e r r a r e s i ,
La destra radicale in Italia: forme ideologiche ed esperienze organizzative-, GIORGIO g a l l i , La componente magica della cultura di destra-, ALESSANDRO p o r t e l l i , Tradizione e metatradizione: appunti su “Il signore degli anelli" e a n n a r o s s i d o r i a , Nuova destra e movimento delle donne nel cit. Nuova destra e cultura reazionaria negli anni Ottanta. Inutili, invece,

per il carattere prettam ente giornalistico e per le numerose imprecisioni gli articoli dedi­ cati alla “Nuova destra” da ENRICO f i l i p p i n i s u “La Repubblica” (E allora le “carogne" lasciarono le fogne, 13 gennaio 1984; Cosa porti dentro il sacco?, 17 gennaio 1984; Sotto un cielo vuoto, 21 gennaio 1984). Alla “Nuova destra” ha dedicato un inserto dal titolo Una tradizione che tra passato e presente cerca una rivalutazione emotiva, “L’Opinione” e un numero del “ Raccoglitore” la “Gazzetta di Parma”, 9 novembre 1983. 2 Introduzione a a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, Roma, LEdE 1982, p. 11. ’ Prefazione a a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, cit., p. 7. 4 Lo Hobbit è il protagonista dell’omonimo volume di heroic fantasy di j . r . r . t o l k i e n (Lo H obbit o la Riconquista del tesoro, Milano, Adelphi 1973) e uno dei più signifi­ cativi abitanti dell’affollato mondo mitologico del più maturo II signore degli anelli (Mila­ no, Rusconi 1977). Rappresenta un minuscolo essere, timido e schivo, ma di antichissi­ ma origine, “dolce come il miele e resistente come le radici degli alberi secolari” la cui arte, assai vicina alla magia, è “unicamente dovuta a un’abilità professionale che l’eredi­ tà, la pratica e un’amicizia molto intima con la terra hanno reso inimitabile da parte di razze più grandi e goffe” . Nel fantastico mondo tolkieniano, intreccio di saga nordica e di narrativa eroica medievale, la “Nuova destra” ha trasferito, in buona parte, il proprio immaginario identificante, e da esso ha tratto molti dei propri simboli (La roccia di Erec, luogo tolkieniano per eccellenza, è, ad esempio, il nome assunto dalla sua coopera­ tiva editoriale): “Tolkien: una scoperta, uno specchio, un’identità di colpo ritrovata,” scriveranno, “[...] Tolkien come sintomo. Come fuga del prigioniero, per rifarsi alla splendida teoria del saggio Sulla fiaba espressa nel suo Albero e foglia. [...] Quel mondo fantastico di saga, coi suoi toni tragici e delicati, coi suoi confini marcati — giusto inu­ miditi d ’ingenuità — fra un Bene e un Male che meritano la maiuscola, plasticamente definiti nella levigatezza dei contorni, ci salvava dal rischio della diserzione” (Progetto, itinerario, prospettive, in a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, cit., pp. 17-18). In esso la Nuova destra vedeva non solo la realizzazione in chiave fantastica della propria “concezione del mondo”, ma anche l’occasione per ricostruire un nuovo “senso della comunità ” non più sui vecchi stereotipi mitizzati ma su un’inedita trama simbolica di più rapida ed efficace circolazione: “Ce lo saremmo raccontati, più tardi,” commentano, “scoprendo nell’ilari­ tà quei nostri destini ‘paralleli’ che non s'incontravano, come avevamo creduto/sperato adolescenti, sulle ultime rovine di Berlino in fiamme, simbolo a un tempo della nostra Europa piagata e di una nostalgia romanticamente inevitabile, bensì tra i nomi e le de­ scrizioni di un universo fantastico popolato di elfi e maghi, di orchi e nani.” E, in fon­ do, il simbolo della trasformazione nella continuità; del mutamento di linguaggio entro il medesimo orizzonte. Ma è anche qualcosa di più: nella heroic fantasy la nuova cultura di destra coglie, insieme, il simbolo più radicale di una trasgressione del reale declinata nella chiave del m ito e la sintesi della propria Weltanschauung radicalmente “altra” ri­ spetto all’esistente; da essa trae — come scrive Alessandro Portelli, nella citata relazione al Convegno di Cuneo — “la capacità di scorgere un altro ordine di realtà, di non ap­ piattire il possibile sull’esistente” senza, nel contempo, doversi misurare col compito del­ la trasformazione sociale. “Venerato da legioni di ‘marginali’, di estremisti dei due cam­ pi, di reprobi della civiltà consumistica, il filologo di Oxford, mago della saga e degli

NOTE

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u n i v e r s i f a t a t i , r e c a s u d i s é il s i m p r i t o i i l r n l n u i m d i c o n t a g i o ili p o s i z i o n i ‘n o n a l l i n e a ­ t e ’, ” s c r i v e m a r c o T A R C H l, in t r u d i t i m i In i m i u n b r e v e s c r i t t o iiii r o s p e c ia le d i “ D io r a m a le t te r a r io " la m i n i l o

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il n u m e ­

I* >/*> ) d e d i c a t o , u|>|*i il il «> , n q u e s to a u to re , e a c c r e d i t a n d o n e l ’i m m a g i n e " l i i i H g i r n i l v u " , a i i i a g o i i l i l l i u ni iiih ih I ii m a t e r i a l i s t i c o , u t i l i ­ se co n d o i v o ti t a r i s t i c o e r a z i o n a l i s t i c o d e l l a "sin u i . i ili I In ................ " , > n p u i p ili u n i i .......... d i q u e s t a N u o v a d e s t r a , t u t t i i " m a r g i n a l i " r (ili "unii i^i >nl <11 " • .Il l i u v n l | | r r r le t r a d i z i o ­ n a l i c a t e g o r i e d e l l a p o l i t i c a . E , q u a t t r o u n n i piti m u l i , u r i « ' U m i l i l i >IrI l ' I H l , i n t r o d u ­ c e n d o u n n u m e r o s p e c i a l e d e l l a s t e s s a r i v i s t a , I t i l c i i m i m i r , li . In .ilo n l l ' " A l t r i n n l i v H f a n ­ t a s t i c a ” , C o r r a d o f e d e r i c i , Per u n ’ a lternativa fa n to lin i, i l > t m i n i l / « r i i l Ir i > 1^ .11’in ilellu
f o r t e a d e s i o n e d e l l a N u o v a d e s t r a a ll a l e t t e r a t u r a l u n iu M u a , In i |t i u l t i o ......... 11 ! 11 li- im i

derne fantasy e Science fiction derivano, in s e g u i t o a d e g r u d i i/ . i o n l ile i ni. 1 0 , .lui n u l o . 2) di esso conservano inconsciamente ancora u n b a r l u m e d i s t r u t t u r a e ili v a l u t i , t) e n l l u i n bi i generi, ma soprattutto il primo, sono in c o n t r a s t o c o n la r e a l t à , la t r n s g i c d l s i u n o ; 4) entrambi i generi, ma soprattutto la fantasy, si p o n g o n o c o m e ‘a l t e r n a t i v a ' p o s i t i v a ni reale, alternativa di valori, naturalmente” (p. 3). E s e m p l a r e p e r u n a c o m p r e n s i o n e ilcllu forza d ’appello della heroic fantasy sul pensiero “trasgressivo” d i N u o v a d e s t r a , l ’a r t i c o l o di G. d e t u r r i s s u Tolkien, L ’ultimo scrittore di saghe, pubblicato sulla rivista n e o f a s c i s t a “L’Italiano”, febbraio 1974. De Turris dirige anche, con Sebastiano F u s c o , la c o l l a n a “Mondi alternativi” delle edizioni Akropolis ed è autore di numerosissimi saggi s u lla fantasy. A Tolkien la “Nuova destra” ha continuato a dedicare una costante attenzione: nel volume a p i ù m a n i , Proviamola nuova. A tti del seminario “Ipotesi e strategia di una nuova destra", Roma, LEdE 1980 compare un intervento di U m b e r t o c r o p p i , Ma Tol­ kien ha fatto la resistenza? in cui sono indicati i temi tolkieniani comuni (“l’eroismo, il mito animatore, la immanenza del soprannaturale in ogni manifestazione della natura che conferisce un senso religioso all’intera narrazione in cui si realizza, la equazione tra il ‘bene’ e il ‘divino’, e poi la gerarchia e la forza, tutto incorniciato in una aria di saga nordica che ne sottolinea il carattere iperboreo e tradizionale”, p. 130), e una lunga co­ municazione di LUIGI d e ANNA, Un posto per gli gnomi; negli atti del convegno “Costanti ed evoluzioni di un patrimonio culturale”, A l di là della destra e della sinistra, Roma, LEdE 1981, figura un intervento di Gi a n f r a n c o d e t u r r i s , Dal mito alla fantasy. 5 Giuseppe Rauti (alias Flavio Messalla) è nato a Catanzaro nel 1926; volontario a 17 anni nella GN R, è catturato; riuscito a fuggire si arruola, nel Marocco spagnolo, nella formazione franchista “E1 Tercio” . Arrestato nel 1946 viene liberato alla fine dell’anno. Iscritto al MSI, aderisce anche ai FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria) di Almirante, partecipando da protagonista, con Clemente Graziani, Julius Evola, Fausto Gianfranceschi, Franco Petronio, Mario Gionfrida, Alberto Ribacchi, alla seconda fase di questi, tra il 1950 e il 1951 e dirigendone, insieme con Enzo Erra, la rivista “Imperium” . Arre­ stato, insieme agli altri, nel giugno del 1951 per “associazione a delinquere” e per una serie di attentati terroristici con pericolo di strage, firmati Legione Nera e FAR (i volan­ tini di rivendicazione risultarono composti con gli stessi caratteri della rivista “Imperium”), e liberato dopo dieci mesi, torna alla militanza nel MSI a fianco di Almirante, nell’“ala dura”. Dal 1953 diviene redattore de “Il Tempo” . Nello stesso periodo fonda Ordine Nuovo (si veda il capitolo precedente) che, dal 1956, si rende autonomo dal MSI. Tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, come leader di O rdi­ ne Nuovo, fa parte del N O E (“Nuovo Ordine Europeo”), movimento neonazista che aveva tra i propri promotori personaggi come O tto Skorzeny e Leon Degrelle. Stringe rapporti con il SID e partecipa al Convegno già citato dell’istituto Pollio nel maggio del 1965. Nel 1966 collabora con Guido Giannettini alla stesura del volume Le mani rosse sulle forze armate (commissionato dal generale Aloja) e, sempre con Giannettini, è accu­ sato di partecipare alla famosa riunione di Padova del 19 aprile 1969 con Franco Freda in cui, secondo il giudice Alessandrini, sarebbe stata preparata la “strage di piazza Fon­ tana” e, nel settembre del 1969, a una “missione” in Germania per conto dell’esercito italiano. Sempre con Giannettini, fonda i Nuclei difesa Stato — la cui costituzione era stata caldeggiata nel noto convegno dell’istituto Pollio. Stabilisce anche, dopo il colpo di stato dei colonnelli greci, stretti rapporti con Kostas Plevris, capo del movimento neo­ nazista 4 agosto e uomo di primo piano della “strategia della tensione” in Grecia, dove

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aveva solidi legami con i servizi segreti. È in collegamento anche con Stefano Delle Chiaie, con Michele Mario M erlin o e Stefano Serpieri, con cui partecipa a uno stage in Grecia. Il 15 novembre d el 1969 rientra, con parte del gruppo dirigente di Ordine Nuo­ vo (G. Maceratini, R . C o ltellacci, I’. Andriani) nel MSI, ed è immediatamente cooptato nel Comitato centrale. M en o di u n mese dopo, avverrà la strage di Piazza Fontana, per la quale il giudice Stitz lo a c c u s rtà , insieme a Freda e a Ventura, ordinandone l’arresto. Scarcerato il 25 aprile d el 1972, viene eletto nelle liste del MSI il 7 maggio dello stesso anno. Il Parlamento n eg h erà l'autorizzazione a procedere contro di lui, richiesta dal maggio del 1974. 6m . t a r c h i , Il problema di /<//.; nuova destra" italiana, Prefazione a a l a i n d e b e n o i s t , Visto da destra, N a p o li, Akmpolis 1981, p. 9. 7 Ibid. “Svaniva,” scrive l'a u to re >li Progetto, itinerario, prospettive in H obbit/H obbit, anonimo ma probabilmente lo « to n o Turchi, “l’ipotesi del polo di aggregazione di una massa conservatrice, c h e allean ze r »incessi elettorali, nel nome della ‘maggioranza silen­ ziosa’ e attraverso la p ro p o si« dell« 'd e s tra nazionale’, avevano per almeno tre anni ac­ creditato. Il visceralismo a n tic o m u n ista mostrava la corda, l’occasionale vicinanza con la Democrazia cristiana p ro d m r v u i suoi g u asti. [...] Repressione, scontro ‘militare’, cedi­ mento di sostanza d o ttr in a r ia d iv e n ta v a n o p e r molti i tre rischi da studiare ed evitare” (H obbit/H obbit, c i t . . p. 20). D i q u i, la sce lta di ricercare “un nuovo modo di stare a destra" (lbid., p. 21). 8 Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 22. “Verso la metà degli anni ’70,” aggiun­ gerà Giuseppe Del Ninno, un altro dei promotori della “rifondazione” della Nuova de­ stra, “il Movimento Sociale, ma anche gli altri partiti, chi più chi meno, rappresentava ormai una tentazione davvero blanda, per chi non volesse rassegnarsi al ripiegamento nel privato-, tuttavia più degli altri partiti poteva offrire di sé l’immagine della comunità, di un ambiente umano coerente pur nella diversità degli atteggiamenti e continuo seppur nella naturale dialettica delle generazioni” (g . d e l n i n n o , Nouvelle droite e nuova destra, Introduzione a A. d e b e n o i s t , Visto da destra, cit., p . 19). 9 Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 23. “Con ‘Democrazia nazionale’,” aggiunge l’autore, “si inabissava nell’azzardo un’intera classe dirigente giovanile, incancrenita da­ gli anni e resa intoccabile da un gioco degli equilibri che mai ci era parso accettabile. Il senso di liberazione, nel 1976, prendeva corpo e proiettava le prime immagini” (lbid., p. 22). 10 Introduzione a APIÙ m a n i , H obbit/H obbit, cit., p. 11. Anche se la nascente insof­ ferenza verso il vecchio mondo della destra missina non porta poi, in fondo, molto lonta­ no dal luogo di partenza, al punto che l’autore conclude: “Destra radicale era altro. Erano Evola e Adriano Romualdi, una cultura originale, la tentazione di vedere, oltre la politi­ ca, qualcosa di più pieno ed elevato” (Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 20). 1 1 Si assume qui la definizione che di “sistema politico” ha dato Paolo Farneti quali­ ficandolo come “quel complesso di strutture di disposizione (delle persone o ‘strutture di potere’) tendenti alla differenziazione e specificità dei ruoli e alla loro interdipendenza, orientate a risolvere (e sollevare) i problemi posti dalle fratture della società civile (nella loro espressione associativa e organizzativa) e interpretabili in termini di legittimità (dal­ l’appoggio alla legittimazione) e di efficacia (dal ricorso alla forza alla mediazione) come presupposto d e b o rd in e ’ della società civile” (p . f a r n e t i , Sistema politico e società civile. Saggi di teoria e ricerca politica, Torino, Giappichelli 1971, p. 83). 12 Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 23. Né manca, al proposito, l’orgogliosa af­ fermazione di aver partecipato alla cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma nella primavera del 1977: “Forse la domanda intorno alla reale portata di quel pugno di ‘fasci d ’avanguardia’ che giuravano di aver contribuito a mettere in fuga Lama e la sua milizia sindacale,” si afferma, “non aveva agitato che la mente di qualche sospettoso insoddisfatto” (lbid., p. 23). 1 3M . t a r c h i , Il problema di una “nuova destra" italiana, cit., p. 7. Esplicito è il rico­ noscimento del “fascino” esercitato dalle più esasperate manifestazioni dell’“autonomia” e, seppure di natura assai diversa, dalla pratica armata delle Brigate Rosse su parte del­ l’area neofascista, facendo emergere tentazioni di emulazione e di “confluenza”: “Quan-

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ti, in una ‘destra’ sem p re meno u cce llali« ........ tuie m a s u b ita s o p ra ttu tto nelle sue impli­ cazioni umane ed esiste n z iali ili ‘luogo iliiu o h lr it ', cercarono nella sorprendente vitalità degli autonomi la ric e tta p e r ginn in- il» im'/m/Miic c h e odorava di ideologismo non meno che di snobismo d i b u o n a famigliti, urli« minima più d isg u sto sa c h e trentatré anni di confusionismo d o ttr in a r io avesse supino prepararri1" «i c h ie d e un redattore di H obbit/ H obbit, e risponde: “ Sì. I ra quell'autunno v la iiiccrssiv» p rim av e ra si compiva la para­ bola di una fra le p iù n e fa ste illusioni I . 'inopia tlrll'im itu ri'ihm azionale, c o m p iu ta non in nome di ciò ch e a ffra te lla v a o g g e ttiv a m e n te luna Molla, m o lti c o n fro n ti, il co m u n e riferimento a G u c c in i e D e A n d ré , a sc o lta ti pei vnloinu o |>n | v o la n tin i d a ti e rifiutati, il fascino d i N ie tz sc h e e Arancia Meccanica, Il liceo, li «snemhlrr, Ir p ia z ze ...) ma di ciò che s o g g e ttiv a m e n te contrapponeva e a tlru rv u (Ir spranghe, li m o lo io v , il clan destinismo b ie rre , l’esproprio ‘rivoluzionario’)" (lbid., p. 27). 14 M . t a r c h i , II problema di una ‘‘nuova destra" italiana, c it., p. 7. 15 lbid. 16 Prefazione a a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, cit., pp. 5-6. 17 L’individuazione di tre “diverse immagini del fascismo” — “fascismo conservatore”, “fascismo eversivo” o rivoluzionario e “fascismo mediatore”, corrispondenti a tre diversi “soggetti” che confluirono nel fascismo: i conservatori provenienti dalla Destra storica e dal nazionalismo di destra, gli “sradicati” dalla guerra e i “piccoli borghesi” schiacciati tra grande capitale e proletariato — appartiene a n o r b e r t o b o b b i o , L ’ideolo­ gia del fascismo, in “Quaderni della FIAP” , n. 14, 1975; ora in c o s t a n z o c a s u c c i (a cura di), II fascismo, Antologia di scritti critici, Bologna, Il Mulino 1982, pp. 598-624. 18 Per un’interpretazione in questa chiave del nazional-socialismo si veda il noto F. n e u m a n n , Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Milano, Feltrinelli 1977. 19 s t e n i o s o l i n a s , Dove va la destra giovane, in “Roma” , 21 giugno 1977, ora anche in a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, cit., pp. 48-51. Nel medesimo articolo Solinas fa riferi­ mento, assumendola “per certi aspetti”, alla teoria dell'omologazione di Pasolini, a cui tuttavia, in occasione della morte, “La voce della fogna” aveva dedicato un articolo di inqualificabile volgarità. 20 lbid. 21 Introduzione a a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, c i t . , p. 12. 22 Progetto, itinerario, prospettive , cit., p. 20. 23 m a u r o b e n e , La destra alla ricerca del Pop, in “La Repubblica” , 14 giugno 1977. Ora anche in a p i ù m a n i , H obbit/H obbit, cit., p. 44. In un breve articolo su “Panorama” m i c h e l e c o n c i n a (A cantafascio, 21 giugno 1977) riporta anche il brano di una truce poesia declamata dal complesso napoletano “Il vento del sud”, che avrebbe ottenuto le più entusiastiche ovazioni, intitolata Eri un rosso: “Le budelle marce esposte al sole / sei morto come ti meritavi, come un porco / Scannato, schifoso anche cadavere. / Eri rosso come il tuo lercio sangue / che bagna ora le mie scarpe. / Sotto il mio culo il tuo cranio spaccato / un po’ ti sono grato, mi hai fatto divertire / in fondo sei stato solo il primo.” Episodio e testo, riportati anche in Gi u s e p p e b e s s a r i o n e , Lambro/Hobbit. La cultura gio­ vanile di destra in Italia e in Europa, Roma, Arcana 1979, pp. 147-148, sono liquidati disinvoltamente dall’anonimo redattore di H obbit/H obbit con poche righe infastidite: “Ancora però il grosso e le avanguardie,” scrive, “il disprezzo per le parole di quell’En un rosso che avrebbe fatto la fortuna dei critici più infami e/o smaliziati; la stravolta diversità del rock degli Janus, pietra dello scandalo gettata su un palco troppo lontano. Le esibizioni demenziali di uno scimmiottamento da San Babila ore venti a far da primo reagente, da solvente di kitsch e folklore in chiave funeraria" (lbid., p. 24). 24 M . c o n c i n a , A cantafascio, c i t . 25 lbid. Come principale organizzatore del Campo, Concina indica “Generoso Si­ meone, membro della direzione nazionale del MSI e proconsole di Rauti a Benevento,” e aggiunge: “Il campo, costato, ufficialmente, appena tre milioni, è stato una passerella del nuovo ‘circuito di destra’ lanciato dal fondatore di Ordine Nuovo.” 26 M . b e n e , La destra alla ricerca del Pop, cit. Articoli elogiativi sono stati invece dedicati al Campo H obbit dai giornali di destra: p i n o q u a r t a n a , sul “Secolo d ’Italia” del 29 giugno 1977 (Campo H obbit I. U n ’ altra prova che la giovane destra ha saputo supera­

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re), dopo aver affermato che “il bilancio è in complesso positivo e risulta tale anche a

prima vista”, aggiunge, rivolgendosi agli scettici e a quei settori che, evidentemente, ma­ nifestavano resistenze e preoccupazioni nei confronti del “nuovo corso”: “Costoro devo­ no comprendere che è in atto, e che non può e non deve essere fermato, uno sforzo di crescita qualitativa della giovani- destra; che questo sforzo non comporta né il rinnegare le nostre tradizioni, né il ricalcare supinamente le esperienze già fatte da altri. Questo nessuno lo vuole, ma non bisogna nemmeno assumere atteggiamenti nicodemistici, di apparente accettazione di formule nuove all’esterno e di sostanziale disinteresse all’inter­ no.” Anche “Il Tempo” , cim un articolo di E n r i c o m a r r a , Un controfestival pop per i giovani di destra (15 giugno l‘>/7) ¡ il “Roma” , col già citato articolo di s. s o l i n a s , Dove va la destra giovane, elogiano l'iniziativa. 27 Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 20-21. 28 Introduzione a H obbit/H obbit, cit., p. 11. 29 Ibid., pp. 11-12. 50 II riferimento allo slogan ile i movimenti di sinistra “fascisti carogne tornate nelle fogne” è evidente, cosi come evidente è l’intenzione di rovesciare in “identità trasgressi­ va” l’immagine spregiuiivu del "l.isi isia", dominante in quegli anni nel mondo giovanile. 51 Progetto, ¡tinnitilo, pnupeltive, cit., p. 21. “Ma dall’underground delle catacombe qualcosa può nascere,'' si aggiunge, “Una neolingua da inventare, che prendesse le di­ stanze dal destrese sezionale senza ricalcare i fonemi dell’avversario...” (Ibid.). Un pro­ cesso e un atteggiamento, questo, .issai simile a quello iniziatosi nell’area giovanile dell’e­ strema sinistra qualche tempo prima, il che conferma la piena subalternità dell’“innovazione” in campo neofascista, per lo meno in questa fase, rispetto ai diffusi comporta­ menti giovanili e alle loro trasformazioni; il suo carattere, per così dire, di “mimesi” e di adeguamento a un ambiente su cui non possono, in alcun modo, incidere. ,2 Alla rivista bimestrale “Intervento”, edita da Volpe, nel cui Comitato scientifico compaiono nomi assai noti della Destra europea, come Julien Fround, Thomas Molnar, Jules M onnerot, Ernest Topitsch e italiana, come Giuseppe Ugo Papi, Ettore Paratore, Sergio Ricossa, Franco Vaisecchi, collaborano, con continuità, numerosi “fondatori” del­ la Nuova destra, come Mario Bernardi Guardi, Carlo Fabrizio Carli, Giuseppe Del Nin­ no, Gianfranco De Turris, Stenio Solinas (che fu capo redattore della rivista, mentre direttore fu, per una fase, Enzo Erra di cui si è trattato in altra parte del presente volu­ me), oltre a numerosi protagonisti del Convegno su “Costanti ed evoluzioni di un patri­ monio culturale”, vero e proprio atto di costituzione della Nuova destra, come Franco Cardini, Francesco Gentile, Claudio Finzi. Parte di essi (M. Bernardi Guardi, G. De Turris), oltre a Marco Tarchi, figurano anche tra i collaboratori della rivista trimestrale “La D estra” del cui “Comitato internazionale” hanno fatto parte, tra gli altri, Ernst Jiinger, Vintila Horia, Thomas Molnar, e a cui hanno collaborato, a più riprese, esponen­ ti di primo piano della Nouvelle droite francese come Alain De Benoist, Jean Claude Val­ la, Pierre Vial, Pierre Gaxotte, oltre a Giorgio Locchi, per una certa fase trait-d’union tra Nuova destra italiana e Nouvelle droite francese. 33 U n’analogia tra “La voce della fogna” e “Il male” , proposta nell’ottica della con­ sueta (per la Nuova destra) linea della “trasgressione dei confini” e della coincidentia oppositorum, è contenuta nel già citato saggio di F . c a r d i n i , Destra o sinistra in crisi?, in cui si legge: “Tale simpatia (per la cultura underground) si riflette negli organi più intelli­ genti della ND italiana, per esempio quella dei ragazzacci fiorentini [con cui, sia detto per inciso, Cardini collabora strettamente] che stampano ‘La voce della fogna’ e che ri­ cordano insistentemente gli altri ragazzacci che dall’altra parte (ma sono poi davvero dal­ l’altra parte?) stampano ‘Il male’” (Ibid., p. 408n.). Una documentazione su “La voce della fogna” in G. b e s s a r i o n e , Lambro/Hobbit, cit. G. Bessarione è indicato come lo pseudonimo di Gianni Emilio Simonetti, situazionista, attentissimo alle realtà giovanili e alle loro culture, collaboratore della rivista alternativa “Gong”, il quale per primo ave­ va orientato la propria attenzione verso i segnali emessi dalla “Nuova destra”. Così si esprime F. Cardini sul volume, considerato “lavoro di un intelligente ‘collettivo’ dell’ul­ trasinistra che avrà certo attirato, per l’abbondanza delle notizie che dà e per la buona qualità della loro disposizione, l’attenzione non solo degli interessati al discorso culturale

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e politico della neodestra, ma unclir > |<icll<> drl m a g istra to . A > 1 1■ In verità, scorrendo queste pagine, si ha l’im p ressio n e c lic, olirr u un g ru p p o di i n d u t t o r i schedatori, ci sia sotto le informazioni del c o lle ttiv o ili 111 11 n'•1 1■ t> i r u il lav o ro di >|ii>iK lir Inliltrato di quali­ tà culturali non trascurabili... infiltrino, o i|imli uno c h e non lui unioni deciso da che parte stare? O che l’ha d e ciso pcrirltuiuriilr, rii . | i quello iln |H iiluu contempora­ neamente neodestra e u ltra s in is tru ? " (lim i, |. -ll'ln ) Cmmiin|ur, .il di li* dei dubbi di Cardini, il taglio nettamente a n tif tli is tu tlc-ll' 11ili >■<lii / n i< - di / .iim h rn /l ln l'h il, non sem­ bra prestarsi a equivoci. 54 “Che potessimo essere altro delle piccole burnir di dr«|irtudun, .lugli .unirli r di­ sonesti sacerdoti dei riti nostalgici celebrati con scudrn/.u piinluulr prt i r m i In un i blocchi traballanti di un consenso elettorale ereditato fino u nummi, rsiin/ionr dri . mi traenti. Che un’evoluzione vissuta al ritmo di un’epoca potesse essere non solo quuliosn di diverso da un cedimento, ma forse, e meglio, una necessità vitale per uscire duU'anonimato della mediocrità. Che, infine, la sorte di un rivoluzionario potesse essere diversa da quella dei bigotti dell’integralismo votati a scomunicare e a consumare nel chiuso del­ le loro sette il rito di una mummificazione progressiva e dei testimoni di un dogma circo­ lante a circuito chiuso e in involucri preconfezionati. Legittimarsi. Qualcuno lo ha scam­ biato per un cedere, per un concedere: come se solo l’immobilità garantisse la purezza. Ma per noi era ed è riannodare genealogie dimenticate per l’invidia di qualche accaparra­ tore di eredità politiche o culturali” (Il progetto, in “La voce della fogna”, 28, inverno 1981). E a conferma della “continuità” anche col peggiore passato più recente, pochi mesi prima, compare una recensione apologetica al volume di g u i d o g i a n n e t t i n i , Le ori­ gini storiche della libertà, Roma, Volpe 1980, definito “sanissima lettura”, rispetto alla quale si tratterebbe solo di superare “l’allergia al cupo giallino della copertina” ; in “La voce della fogna” , 26, primavera 1981. 35 Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 25. “Campo Gollum” lo soprannomineran­ no, riprendendo la toponomastica tolkieniana; luogo di ricomposizione delle “forze del male”, delle “ombre di M ordor” ; simbolo del ritorno dei mali antichi del “ghetto” neo­ fascista, dal burocratismo di partito alle tentazioni militariste e nostalgiche. 36 Progetto, itinerario, prospettive, cit., p. 28. 37 Parrebbe, nelle riflessioni dei protagonisti, esser stato questo il momento più si­ gnificativo della presa di coscienza di un insanabile contrasto con le strutture ufficiali del Movimento Sociale; il punto d ’inizio di una marcia di allontanamento conclusasi un paio d ’anni più tardi con l’espulsione di Marco Tarchi dal MSI a causa di una clamorosa satira dell’intero gruppo dirigente del partito pubblicata su “La voce della fogna” del­ l’autunno 1980. “Trionfava il modello integrato,” scriveranno di quel “Campo” finito male. “L’ondata di riscoperta della specificità, l’armonia progressiva delle parti cedeva alla rozzezza della gestione unitaria. Miraggio. Come se due stili, due mentalità, due espe­ rienze — compatibili, certo, ma in una composta e dialettica pluralità — potessero fon­ dersi d ’un colpo sotto la spinta di un accordo firmato. Il forzato scioglimento delle correnti in seno al Movimento Sociale Italiano forniva un primo risultato. Né gustosa né compatta, la maionese impazzita di Fonte Romana lasciava la bocca amara” (Ibid., p. 27). Il numero satirico de “La voce della fogna” che costò l’espulsione a Tarchi, riprodu­ ceva (sul modello del “Male” , anzi come finta riproduzione del “Male”) un falso numero del “Secolo d ’Italia” dal titolo Annullato il XII Congresso Nazionale del MSI-DN. La segre­ teria scopre le truffe e gli imbrogli dei “. b adogliani" ServeIlo, Tremaglia e Pisano e della loro sporca banda. L ’On. Almirante si dimette dall’incarico. Vi compariva un falso editoriale di Almirante, false dichiarazioni di Rauti e Romualdi, la notizia della “fuga in America” di Pisano, di un improvviso infarto di Tripodi e dell’arresto di “Tremaglia mentre fuggi­ va con i ‘treni tricolore’”. Nella pagina accanto, col titolo Trame nere. Cosa diavolo bolle
in pentola. Il nazicrogiolo ovvero lettera inquisitoriale sulle nere trame dei figli della notte,

un resoconto in prosa secentesca, a firma Louis Perchfish, Magistrato del Tribunale di Salem, di una caccia alle streghe. Nello stesso stile nel numero successivo della rivista (“La voce della fogna” , 26, primavera 1981) si darà notizia dell’espulsione di Marco Tar­ chi (soprannominato Marco da Fiorenza) (Storie nere. La vera e lacrimevole istoria della

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fogna infame narrata dalla sua stessa voce) rappresentato nel corso di un giudizio d a parte

del Magistrato della Santa Inquisizione (MSI) nella persona del suo Segretario Generale frate Jorge. Avendo Marco d a Fiorenza confessato “di essersi rifiutato di diffondere le copie residue di Parlo con Bruno... di avere sbadigliato durante la proiezione d e \'Assedio d ell’Alcazar al cinefórum ‘Boia chi molla’ di Vitorchiano... di aver espresso dubbi sul fatto che la Conciliazione avesse restituito l’Italia a Dio e Dio all’Italia, di non aver personalmente alcuna bandiera da far garrire al vento” e avendo aggiunto “che personal­ mente non gli sembrava il caso che, se la società marciva, la gioventù nazionale dovesse continuare a marciare”, concludeva l’articolo, fu condannato al rogo... 5 8 NICOLA cospiro, Campo H obbit 2, in “Candido”, 31, agosto 1978; ora anche in G. b e s s a r i o n e , Lambro/Hobbit, cit., p p . 150-151. Ricordando, in polemica con la linea “nazional-rivoluzionaria” e, se così si può dire, “movimentista” che “il Fascismo è stato e resterà Ordine, Autorità, Gerarchia, Senso dello Stato, e, soprattutto, al di là del siste­ ma politico, una concezione della vita e del mondo che non apparteneva certo a Carlo Pisacane”, e ammonendo che “l 'Emile di Rousseau non ci ha mai interessato e continue­ rà a non interessarci. Non vogliamo Giacobini tra noi!” (figuriamoci...), Nicola Cospito riaffermava bellicosamente la priorità dell’obiettivo da raggiungere “se vogliamo soprav­ vivere ai tempi duri che si preparano: la formazione del militante come soldato politico" Ubid., corsivo nostro). w Mantenere un impegno, in " D io ra m a le tte ra rio ” , 14, settembre 1978. 40 Ibid. 41 Ibid Significativi, fin da q u e s to primo numero a stampa, i titoli recensiti: E. n o l ri., / tre volti de! fascismi!, nella ristampa di Milano, Mondadori 1978 (recensore E. Nistri); r é g in u l'K RNOUD, Luce del Medioevo, Roma, Volpe 1978 (M. Sanesi); Re n z o d e f e ­ l i c e , D ’Annunzio politico (1918-19)8), Bari, Laterza 1978 (M. Sanesi); j o h a n h u i z i n g a , L'autunno del medioevo, Firenze, Sansoni 1978 (S. Solinas); J . l a r m a t , La genetica del­ l ’intelligenza, Roma, Armando 1978 (G. Monastra); P i e r r e d r i e u l a r o c h e l l e , L ’uomo a cavallo, Venezia, Il Sigillo 1978 (M. Tarchi); d e n i s d e r o u g e m o n t , L ’amore e l'occi­ dente, Milano, Rizzoli 1977 (S. Solinas); a a . v v ., Nichilismo e imperialismo. L ’avanguardia letteraria in Italia (1903-1914), Verona, Bertani 1978 (S. Solinas); JOHN k e e g a n , Il volto della battaglia, Milano, Mondadori 1978 (G. Sinatti); p h . b a i l l e t , Julius Evola e l ’ affer­ mazione assoluta, Padova, Ar 1978 (P. Sanpaoli). 42 Per la verità “Dimensione cosmica”, rivista bimestrale di fantascienza e astrono­ mia, nasce qualche mese prima, nel 1977, con un gruppo redazionale relativamente auto­ nomo rispetto agli onnipresenti dirigenti della “Nuova destra”, coinvolti invece piena­ mente in “Dimensione ambiente” e in “Eowyn” . Qui, il collegamento è rappresentato solo da G. De Turris e da S. Fusco. 43 Direttore responsabile è Stenio Solinas; nel Comitato di direzione figurano: G iu­ seppe Del Ninno, Gennaro Malgieri, Enrico Nistri, Marco Tarchi, Carlo Terracciano, Piero Visani; redattore capo: Maurizio Cabona. Tra i collaboratori, oltre ai soliti Carlo Fabrizio Carli, Claudio Finzi, Giorgio Locchi, Franco Cardini, Sigfrido Bartolini, Enzo Erra, Gianfranco De Turris, anche un gran numero di esponenti della Nouvelle droite francese, da Alain De Benoist (di cui, praticamente in ogni numero, sono tradotti artico­ li già pubblicati su “Eléments”) a Pierre Routhier, da Guillaume Faye a Michel Marmin... Con l’estate del 1979 si esaurisce la prima fase di “Elementi” , dopo la pubblica­ zione di tre numeri. Ritornerà in circolazione nel novembre-dicembre del 1982 in veste tipografica invariata (solo la numerazione: nuovamente anno I, segnala la cesura) e con un nuovo comitato di redazione: non vi figurano più Enrico Nistri, Gennaro Malgieri (uno dei collaboratori più tradizionalmente legati all’estrema destra “classica” , per così dire, e meno sensibili al mito della coincidentia oppositorum) e Carlo Terracciano (inte­ gralista evoliano, più vicino alle Edizioni di Ar di Franco Freda e, successivamente, alle Edizioni Barbarossa, gruppo tradizionalista-guerriero); accanto a Giuseppe Del Ninno, a Marco Tarchi e a Piero Visani, compaiono, in compenso, Raffaello Beicaro, Monica Centanni, Umberto Croppi, Peppe Nanni, Cristina Paterno, giovani messisi in evidenza nel corso dei due convegni-seminari di Cison di Vaimarino (TV) nel 1980 e nel 1981 e i cui interventi si possono leggere nelle due pubblicazioni già citate Proviamola nuova,

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di cui Monica (Centanni) e Crisi imi {l'nieiuò) figurano come curatrici, e A l di là della destra e della sinistra. Direnine imi.... ......un Nn nin Snlinas, menni- m passa dalle Edi­ zioni Il Labirinto alle Edi/inui S riir ( nloil, -.mnimn di un proemilo di chiarificazione interno (probabilmente maturato unilir ini....... al mpporlo il« m irre con la Nouvelle droite francese dopo la sua »volta nominali«!,!, ili ini n |>Ht In A plu nlirc) avente per og­ getto il maggiore o minori- fi"“ !" di In li'lu i ..... m id i uhi Ir |>i•i|>iIr radici politico­ culturali e la soglia accettabili- ili "liii>||ii'Mlvllt" 44 “Sociologia”, natiirulminn ninne.luna. hi, mu.i .ninnali ", "><iiuiinitk"; "icienza politica” , di derivazioni- ululimi,imi, ", , h i , Il/Im ir |,m i 1il ul I, ", "1 iviilii/luni- minerva “ , "»ilrn»»", "Untasti trice”; “storia” , “pittura", "Icllrralur»", i l . . ! . , , , rellg.... i> co”, sono alcune delle SttloM in cui In rlvlulu. an, In- ln i|umln »ul nuiilrlln di lla più matura sorella francese "I lim rnls", i- strutturata 45 Perché elementi, In " E le m e n ti" , 1, Autunno 1978, p. 2. 46 I suoi ideatori e fondatori, vi si legge, “hanno compreso che in un’epoca di crisi come è quella che attraversiamo, si deve essere disposti, fermi restando alcuni punti fon­ damentali, a mettere tutto in discussione, a confrontarsi spregiudicatamente con le idee altrui, a polemizzare e scendere, se necessario, addirittura in campo avverso” (Ibid.). 47 In essa comparirà Vlntervista sull’ecologia a Konrad Lorenz a cura di a l a in d e b e n o i s t e, dello stesso, Nietzsche. Morale e grande politica. 48 Ge n n a r o m a l g i e r i , Prefazione a Proviamola nuova, cit., vero e proprio documento di fondazione — insieme al già citato A l di là della destra e della sinistra, della “Nuova destra” italiana come movimento indipendente. Al Seminario parteciparono, tra gli altri: Monica Centanni, Umberto Croppi, Stenio Solinas, Giuseppe Del Ninno, G iovanni Mo­ nastra, Carlo Fabrizio Carli, Giovanni Perez, Peppe Nanni, Maurizio Cabona, Marco Tarchi, Luigi De Anna, Sandro Giovannini, oltre a un certo numero di interlocutori identificati solo per nome. 49 Introduzione a A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 5. Al Convegno parteci­ parono (in ordine d ’intervento): Marco Tarchi, cui toccò, appunto, una sorta di introdu­ zione; Stenio Solinas, Marcello Veneziani, Giano Accame, Mario Tonin, Francesco Gentile, Piero Visani, Enzo Erra, Roberto Fondi, Giovanni Monastra, Adolfo Morganti, Carlo Fabrizio Carli, Mario Bernardi Guardi, Giovanni Allegra, Franco Cardini, Giu­ seppe Del Ninno, Luigi Filippi, Gianfranco De Turris, Peppe Nanni, Sandro Giovanni­ ni, Monica Centanni, Claudio Finzi. Si trattava, come si vede, di un milieu — per usare un nome a essi caro — consolidato da lungo tempo attraverso una fitta collaborazione e una rete di rapporti culturali e politici stretti. Quasi tutti avevano in qualche modo colla­ borato a “Elementi" o a “Diorama letterario”; molti a “Intervento” e a “La Destra” . Tra di essi non pochi avevano alle spalle una solida esperienza politica e pubblicistica: Marco Tarchi, in primo luogo, che nonostante la giovane età — è nato nel 1953 — ave­ va al proprio attivo una consolidata esperienza editoriale (condirettore di “Elementi”, animatore de “La voce della fogna” e di “Diorama letterario”, direttore dell’edizione italiana di “Nouvelle Ecole” , collaboratore della rivista tradizionalista francese “Rebis” e de “La Destra” e “Intervento”) e un’intensa attività di prefatore (sue sono le prefazio­ ni a J o s e p h Go e b b e l s , La conquista di Berlino per le edizioni padovane Ar di Giorgio Franco Freda; a M a r c e l d e c o m b i s , Ernst Jünger, l'ideale nuovo e la mobilitazione totale per la casa editrice II Tridente di La Spezia; al “classico” del tradizionalismo e m a n u e l m a l i n s k y , Fedeltà feudale e dignità umana, pubblicato nella collana “Sangue e suolo” del­ le Edizioni Ar; all’edizione italiana di Vu de droite e successivamente di Les idées à l'endroit per le edizioni Akropolis di Napoli, di cui è anche traduttore) e di curatore (ha curato nel 1973 per le Edizioni Europa l’antologia evoliana Diorama Filosofico, raccolta di scritti apparsi nella pagina speciale di “Regime fascista” diretta da Julius Evola, di cui ha redatto anche la lunga Introduzione-, sua è anche la cura della raccolta di scritti di Julius Evola comparsi sulla rivista “La T orre”, per la casa editrice II Falco; ha curato, inoltre, per la casa editrice Volpe, nel 1978, Degrelle e il rexismo, raccolta di scritti del generale belga delle SS, preceduta da un suo ampio saggio apologetico su Degrelle e la mistica dell'Europa e per le edizioni di Ar il volume già citato di E. Malinsky, oltre 11 1. l o c c h i , L ’essenza del fascismo, Edizioni del Tridente, 1981); è inoltre autore del volume

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Partito unico e dinamica autoritaria, Napoli, Akropolis 1981. Dirige la collana "Diagnosi” per Akropolis. E poi Giano Accame, forse il più anziano del gruppo. Nani nel 1929; volontario a 16 anni nella Repubblica sociale (si arruolò il 25 aprile 1945); tra i fondatori del MSI, all’interno del quale milita, fin dall’inizio, nell’ala d ’estrema destra, gravitante intorno a “Imperium", insieme a Piero Buscaroli, Enzo Erra, Fausto Gianfranceschi, Pino Rauti, Cesare Pozzo, Primo Siena, Franco Petronio; fondatore dell’associazione universitaria missina “Il Carroccio”, corrispondente de “La Caravella”; uscito dal MSI nel ’56 (anno, si ricordi, in cui anche Rauti e Ordine Nuovo lasciano il partito) diviene redattore del “Borghese” di Tedeschi dal ’58; come risulta da un procedimento giudizia­ rio da lui intentato contro un settimanale il suo nome figura negli archivi dell’Agenzia Aginter Press di Lisbona, collegata con la PI DE portoghese e coinvolta nella “strategia della tensione”; partecipa, naturalmente, al convegno dell’istituto Pollio all’Hotel Parco dei Principi di Roma; tra gli animatori di Nuova Repubblica con Randolfo Pacciardi è caporedattore della rivista del movimento "La folla”; figura tra i fondatori della Associa­ zione amici delle forze armate che negli unni a cavallo del 1969 svolse un ruolo tu tt’altro che limpido; saggista c giornalista del "Fiorino" e del “Settimanale”, curatore degli An­ nali dell’Economia italiana 1PSOA (per cui ha scritto il fascicolo dedicato alla Storia del­ la Repubblica da De (iai/icri a Moro (194)-19}8), sostenendo tesi per lo meno ardite), membro del Comitato scientifico ili "Nouvelle Hcole", ha di recente pubblicato il volu­ mi- Socialismo tricolore, Novara, Editoriale nuova contenente ampie aperture verso il PS1 di Cruxi (si veda, al proposito, l'amichevole servizio di Giampiero Mughini a lui interamente dedicato, e da cui alcune delle presenti informazioni sono tratte: Destra mia, per piccina che tu sia, in “Europeo”, 21 marzo 1983; una breve intervista autobiografica in E . f i l i p p i n i , E allora le “carogne" lasciarono le fogne, cit.). Stenio Solinas, giornalista del quotidiano “La N otte”, collaboratore del “Roma” , della “Gazzetta ticinese” e de “Il Settimanale”, ex redattore capo di “Intervento”, corrispondente per l’Italia di “Nouvel­ le Ecole” , nato nel 1953, ha pubblicato un volume su Prezzolini, un testimone scomodo, Roma, Volpe 1976 e il panphlet Macondo e P.38, Milano, Il Falco 1980 ed ha curato, sempre per Volpe, il volume Alla conquista dello Stato-, su “Nouvelle Ecole” ha anche pubblicato il saggio Giuseppe Prezzolini, un machavélien néoconservateur, 35, 1979-80. Anche Mario Bernardi Guardi (nato nel 1944, laureatosi con una tesi su Piero Gobetti e la Rivoluzione liberale, autore di due volumi: L ’io plurale (Borges et Borges), Milano, Il Falco 1979 e II caos e la stella. Federico Nietzsche e la trasgressione necessaria, con presen­ tazione di Franco Cardini, Milano, Il Falco 1983) ha una lunga esperienza di collabora­ zioni editoriali con riviste di estrema destra (come “Intervento” , “Arthos", “La De­ stra”, “La T orre”, “L’Italiano”) o letterarie e storiche (come “Prospettive libri” , “Pro­ spettive nel mondo”, “Nuova Antologia”, “Antologia Vieusseux”, “Storia illustrata”), oltre a quotidiani come il “Messaggero Veneto” e la “Gazzetta di Parma” . Marcello Ve­ neziani, nato nel 1955, collaboratore di “Vita”, “La Torre” , “Intervento", “Il giornale d ’Italia”, è stato direttore della rivista “Om nibus” , edita da Volpe, e ha pubblicato La ricerca d ell’ assoluto, Palermo, Thule 1979; Mussolini il politico, Roma, Ciarrapico 1981; Vilfredo Pareto il Maestro disincantato, Roma, Volpe 1981; dirige una collana presso l’edi­ tore Ciarrapico. Per non parlare di Franco Cardini, medievista, collaboratore di “Inter­ vento”, “Totalité”, “Vita sociale”, “Il Tempo” , “La Gazzetta di Parma”, coordinatore della sezione storica dell’“Antologia Vieusseux”, autore di un gran numero di opere di storia medievale presso gli editori Sansoni, Nova Civitas, Editoriale nuova, La nuova Italia, Volpe, SEA-Dupliart (a lui ha dedicato un ampio servizio il solito G. m u g h i n i , Vedo un luminoso passato nel mio futuro, in “Europeo” , 31 gennaio 1983), e di Enzo Erra, giornalista del “Roma” e de “La N otte”, ex direttore di “Intervento” e autore di un saggio II fascismo tra reazione e progresso in a a . v v ., Sei risposte a Renzo De Felice, Roma, Volpe 1976. Giovanni Allegra, infine, collaboratore de “Il Tempo” e delle riviste “La Fiera letteraria”, “Estafeta literaria”, “Prospettive nel mondo”, ispanista, ha tra­ dotto e prefato il Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo di Juan Donoso Cortés per l’editore Rusconi e la prima edizione di Un destino tedesco di Ernst von Salo­ mon per le Edizioni del Borghese, oltre al Libro d ell’Ordine della Cavalleria per la casa editrice tradizionalista Arktos; ha pubblicato anche un saggio su De Maetzu presso Volpe

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e La vigna e i solchi da Bulzoni; r ninnim i del Cornile dr puirnnnage di “Nouvelle Ecole”. 50 s. s o l i n a s , Ricomincio < In i/iuillm, "I Inni mi", I , nnvrmliir dicembre 1982, p. 2. 51 m . t arch i, Ipotesi e u m tttir .li hh* ««ih« ,/n/iw, in l'roi'lniHiil.i nuova, cit. , p. 108. 52 G. DEL NINNO, Naturili limili ............... I................... > m ni M .I M , Vnto da destra, cit., p. 19. 53 s. s o l i n a s , V a m m i e n i n n il i .h ......... ............. W É . n liiu . il. . In P roviam ola
nuova, c i t . , p. 3 3 . C o n tpfV R/ 1
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e i luoghi comuni dcllu vruliiii ili.in i iniliniuli' "Snnn «uni," illid, "il»»' il «i lumiMilu di questa pittoresca eililona il ir ili rii m inovliuriill linci«!!' rimi* I* 'milllllv ili glilmi io della Lapponiu' o disertili ani »Imboliamo drlln /.uciu nell'm• .i uno.limili il. o w n o |m tende di convertirci lutti alla dottrina inlamica " l//>h/, pp, ' / 'M I, dovi i rw dniii II riferimento al neofascismo intninsiurnir e tradizionali»!» < i hi Claudio Mimi («ludlono di folklore tradizionale dell'Europa orientale e autore di un pamphlet »u (iheddafi templare di Allah) e, in parte, alla Giorgio Franco Preda. 54 “Questa cultura,” constaterà beffardamente Giuseppe Del Ninno, “che ha la sua culla in Europa e nella quale, come in un diorama accidentato ma unitario, si riconosco­ no le voci di Donoso Cortés e di Spengler, di Joseph De Maistre e di Nietzsche, di G ué­ non e di Evolà, non è stata distolta dalla sua introversione neppure dall’esplosione vitalistica dei fascismi, sui quali ha saputo esercitare un’influenza marginale, sporadica e di­ sarticolata” (La tradizione, lo stato orgflnico, le nuove comunità, in Proviamola nuova, cit., p. 42). 55 M. c a b o n a , Nuova cultura e mass-media, in Proviamola nuova, cit., p. 104. Cabona traccia anche una sommaria strategia di penetrazione morbida all’interno dei circuiti del­ l’opinione e di condizionamento “sub-liminare” , per così dire, delle “culture dominan­ ti”: “L’emittente che volesse avere un’effettiva incidenza,” dice, “non deve apparire strumentalizzata, ma svolgere un’azione sfumata, di persuasione subliminale. Il messag­ gio cadrebbe così su ascoltatori ‘indifesi’, convinti di essere sintonizzati su una stazione commerciale, e assai più numerosi di quelli di una radio di partito” (Ibid., p. 105). Nel­ l’intervento di Cabona è esplicitato, nella forma più netta, il significato di quella tenden­ za alla trasformazione mimetica del linguaggio ed alla continuità dei contenuti propria della metamorfosi neofascista dei primi anni ottanta. 56 s. s o l i n a s , Uomini e correnti di pensiero per una rinascita culturale, cit., p. 32. 57 Ibid., p. 33. 58 Si ostenta, a questo proposito, una “rinnovata attitudine — perché aver paura delle parole? — guerriera, di dominio nei confronti del mondo circostante, anche con le armi e sul terreno capaci di dare successo più che gloria...” ( g . d e l n i n n o , Nouvelle droite e nuova destra, cit., p. 21). 59 Si veda, a questo proposito l’ampia trattazione a essi dedicata nel primo capitolo, e il saggio specificamente dedicato al pensiero di Julius Evola. A essi la “Nuova destra” rimarrà sempre fedele, pur prendendo, come si è visto e come si vedrà più ampiamente in seguito, nettamente le distanze dalle correnti più ostinatamente ortodosse. Adriano Romualdi (1940-1973) è considerato come l’unico vero intellettuale di estrema destra della “generazione di mezzo” : incaricato di Storia contemporanea aH’Università di Paler­ mo, membro della Fondazione Volpe, iscritto al Movimento Sociale Italiano, tenne i collegamenti con Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale; collaboratore delle Edizioni di Ar, vi ha pubblicato, nel 1971, Nietzsche e la mitologia egualitaria e G li indoeuropei, men­ tre per II settimo sigillo ha scritto Idee per una cultura di destra e La destra e la crisi del nazionalismo (1973). Fondatore, nel 1965, della casa editrice Edizioni del Solstizio, vi ha pubblicato, introducendolo, R. b r a s i l l a c h , Lettera a un soldato della classe ’40; idea tore e direttore della Collezione Europa presso le edizioni Volpe, vi ha curato gli scritti di s p e n g l e r , Ombre Sull’Occidente (1973) e, sempre da Volpe, ha pubblicato due proprie opere: Platone (1965) e Julius Evola, l ’uomo e l ’opera (1968). Sono state edite postume Le ultime ore dell'Europa, Roma, Ciarrapico 1976; Il fascismo come fenomeno europeo, Roma, L’Italiano 1978; e soprattutto Correnti politiche e ideologiche della destra tedesca dal 1918 a l 1932, Roma, L’Italiano 1981, una sintesi dell’opera di a r m i n m o d i i h , l>ie

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konservative Revolution in Deutschland (1918-1932), Darmstadt, Wissenschaftliche Buch­ gesellschaft 1972. Ha collaborato con “La Torre” , “Vie della tradizione”, “Civiltà”, “Il Giornale d ’Italia”, “Il Secolo d ’Italia” , “L’Italiano”, “La Destra” , “Il Conciliatore” . Ha tradotto e prefato per Volpe l’opera di s a i n t l o u p , I volontari europei delle Waffen SS (1967); a lui si deve, inoltre, la traduzione e la cura delle opere di HANS F .K . GÜ NTHER, Religiosità indoeuropea, e Humanitas, Padova, Ar 1970. 60 Oltre al nucleo originario fondante, costituito dal pensiero “rivoluzionario-con­ servatore tedesco dei primi anni venti (gli sperimentati riferimenti a Ernst Jünger, Ernst von Salomon, Moeller van den Bruck, Oswald Spengler, Carl Schmitt, G ottfried Benn e cosi via) e dai “poeti maledetti” della decadenza francese (Pierre Drieu La Rochelle, François Ferdinand Céline, Robert Brasillach) — nucleo “spesso difeso, affermano, co­ me fosse il bunker della Cancelleria” ( s . s o u n a s , Uomini e correnti di pensiero per una rinascita culturale, cit., p. 34) — troviamo l’invito ad ampliare il campo al variegato mon­ do delle riviste italiane del primo Novecento, e non solo agli scontati nomi di Papini, Prezzolini, Soffici, relativamente noti al tradizionale pubblico di destra, ma anche a Michelstaedter, Boine, Serra e persino a Scipio Slataper, oltre, naturalmente, a quel “teppi­ sta delle lettere” che è il Malaparte di Mamma marcia, di Tecnica di un colpo di stato e de La pelle. E poi, ancora, sparsi tra i numerosi interventi e tra le pagine di “Elementi” , i richiami alla “letteratura della nostalgia”, da Joseph Roth a Musil, da Huizinga a Ben­ da < • alla “filosofia della crisi” , dall’esistenzialismo antiumanistico di Heidegger all’ari»tociuticismo di Ortega y Gasset per giungere fino allo spiritualismo esoterico di Gué­ non Mu è, più in generale, tutta la letteratura della finis Europae — con Stephan George ■ I homu» Munii, Charles Maurras e D ’Annunzio in bizzarra mescolanza — che interessa .i i|inMu i o rm ile di pensiero come Incus identificationis, come territorio ideale di radica­ mi Mio ilrllu propria identità antagonistica, quasi fosse, appunto, essa l’“esecutrice testa....... m i di i|iu-l Instilo... Né manca, sul versante opposto — quello delle discipline ......... il i/ . m . . .1. Ile n u o v e S c i e n z e s o c i a l i " n o v e c e n t e s c h e — u n ' a t t e n t a cernita dei re.........II. m in 11 II le Iile .Hill « intuitili Iinsiti litica ili derivazione tonniesiana, tu tt’interna itila 11 1a li-11 h h ii'xn ".iiv.i ili “coimmilà” e " s o c i e t à ” (il s o m b a r t d e l l a critica del Capitali­ smi! wihlrrtiii, il '.immi i dellu l i/mafia del denaro, d u cui la Nuova destra deriva la propriu ideili il icu/ione i r a c a p i t a l i s m o , d e n a r o e società mercantile) o al filone del ruralismo <i la S o r o k i n ; c o s i c o m e n el c a m p o d e l l a nascente scienza politica, è alTantiparlamentaris m o e aH’elitismo dell’elaborazione paretiana, alla critica del burocratismo partitico di Michels, al pensiero di Gaetano Mosca — ricondotto, sulle orme di J. Gregor e con no­ tevole forzatura, al violento antidemocraticismo di Gumplovicz — che si guarda, oltre che, naturalmente, a tutta l’elaborazione del pensiero politico in chiave schmittiana così come giunge fino a noi nelle opere di Julien Freund. Nel campo della psicologia del pro­ fondo sarà poi la psicanalisi archetipica junghiana a esercitare un indubbio fascino, così come l’antropologia mitologica e simbolica di Kerényi o di Mircea Eliade e di Dumézil, pur tra loro profondamente differenti, finiranno per confluire in un medesimo raggio di interesse, esteso a tutto ciò che, al di fuori del razionalismo classico, rinvia in qualche modo a profondità sacrali e numinose. 61 M. Tarchi attribuisce ad Hannah Arendt l’intuizione secondo cui la Destra avrebbe “come caratteristica l’essere portatrice di Weltanschauung e non di una filosofia politica; di essere contraddistinta da una mentalità fondatrice di valori, dalla capacità di tradurre nei vari piani dell’esperienza una visione del mondo e della vita” (Ipotesi e stra­ tegia di una nuova destra, cit., p. 109). Sul medesimo tema si veda G. l o c c h i , L ’ essenza del fascismo, La Spezia, Ed. del Tridente 1981, e l’annessa intervista a cura di Marco Tarchi. 62 M . t a r c h i , Ipotesi e strategia di una nuova destra, c i t . , p . 119. 65 G. M a l g i e r j , Prefazione a Proviamola nuova, c i t . , p . 20. 64 “M entre la società risiede nella quantitativa coincidenza di un certo numero di esigenze individuali,” afferma Tarchi, “la comunità si fonda su una realtà qualitativa e volontaristica. Scelta e non subita, essa vive perché eredita e riproduce valori, comporta­ menti, mentalità espressi attraverso il succedersi delle generazioni dal linguaggio del mi­ to e del simbolo” (m . t a r c h i , Ipotesi e strategia di una nuova destra, cit., p. 116).

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65 “Poggiando su u n a v i s i o n e spirituale della v i t a , " a g g i u n g e T u r c h i , “che non si le­ ga alla particolare e s p r e s s i o n e ili min lollgioiie li v e ll il a , m a si t u o n i t e n e piuttosto a quel­ la unicità della T r a d i z i o n e printonlinle > In ini le singolo lonlrssiimi l i m i n o t r a t t o alimen­ to [...], la sua [ d el la N u o v a desimi loiuivlone dei inppmti miei pei so n a li si oppone a quella u t i l i t a r i s t i c a t i p i c a ilei llhrruln...... i//•>./ p I I / 1
66 “ A l l a b a s e d i o g n i g r u p p o i n g n i l l i t i , ililllu 11IIm itilo S i a l o , « U n i v e r s o In plu ra li t ìl
d e l l e c o m u n i t à i n t e r m e d i e , sin di i t e s i o l > li ............ «n, m i e , a t i p i ' i l i n l l v l d u u l r , I m m n t e r i a

le, ( o n t e d i l e g i t t i m i t à d e l l e g n a u l i l e m i e t i l i ' " Ill'hl , ti I I m ... Ini |ill in d i v i 67 “ L a n u o v a d e s t r a , " c o i u lililr I n n l t l "ni lei itili In l i m i l i ........ d u i p o r t a n d o a sostegno tirile proprie lesi I rutilimi deirinilnglnr «t lem II li u «vt »Il n | | i n q u e s t i u l t i m i d e c e n n i dii studimi come A I p i i s i i i , W Slmslilev, l l | I v»« in l<, Il | H e r r n s t e i n . E r i c o n o s c e r e le d i v e r s i t à , la disegtingllau/a degli uomini sigillili a tinniti Ime ai p r o g e t t i c h e t e n d o n o a u n i f o r m a r e l ' u m a n i t à i n t o r n o u un unico valore, u u n unito m o d e l l o . S i g n i f i c a c i o è p r e n d e r e le d i s t a n z e d a c i ò c h e si è c o n v e n u t o | | t II illimitate t o t a l i t a r i s m o , d e l l e c u i b r u t a l i m a n i f e s t a z i o n i r e p r e s s i v e l ’u t o p i a i l l u m i n i s t i c a d e l l a 'so­ cietà degli eguali’ non è c h e l ’a n t i c a m e r a t e o r i c a ” (Ibid., p p . 117-118).

68 G. m 69 Ibid.
70 s .

a lg ie ri,

Prefazione a Proviamola nuova,

c it., p .

9.

Uomini e correnti di pensiero per una rinascita culturale, c i t . , p . 3 8 . , Nouvelle droite e nuova destra, c i t . , p . 21. m a l g i e r i , Prefazione a Proviamola nuova, cit., p. 9. s o l i n a s , Intellettuali, minoranza e strategia del consenso, in A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 32. 74 M . t a r c h i , Ipotesi e strategia di una nuova destra, c i t . , pp. 123-124. 75 Ibid. 76 Ibid. 77 A questo tema è dedicata in buona parte la relazione di m . t a r c h i , Dalla politica al ‘politico’. Il problema di una nuova antropologia, in A l di là della destra e della sinistra,
s o l in a s ,

71 g . 72 G. 7) s.

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cit. 78 Ibid., p. 9. “L’esperienza storica di quello che oggi è definibile come ‘ambiente’, come mondo, come progetto, direi meglio, è l’esperienza di una generazione [...] ‘la ge­ nerazione degli anni Cinquanta’,” aggiunge Tarchi, “perché è dai nati di quegli anni, nella fascia d ’età compresa tra i 20 e i 30 anni che, senza voler far torto a nessuno, si è enucleato il gruppo dirigente o, se volete, il motore in fieri” della Nuova destra (Ibid., p. 11). Gruppo separato dal resto del mondo giovanile da insuperabili differenze di con­ tenuto, ma ad esso assimilabile per il medesimo atteggiamento esistenziale ed antistituzionale... 79 “In Italia,” scrive ancora Tarchi, “alla domanda sul perché la contestazione abbia finito per incanalarsi sui binari del marxismo Adriano Romualdi risponde seccamente: ‘Perché dall’altra parte non esisteva più nulla’” (Il problema di una “nuova destra" italia­ na, cit., p. 8). Dure sono, a questo proposito, le critiche e le recriminazioni contro le azioni squadristiche — in particolare quella guidata da Caradonna contro le facoltà o c c u ­ pate nella città universitaria di Roma — condotte nel ’68 contro il movimento d e g l i s t u ­ denti, che avrebbero tagliato irrimediabilmente fuori la Destra da ogni possibilità d i p r e ­ senza all’interno del movimento. Il rimpianto per non aver partecipato al ’68 s e r p e g g i a un po’ in tutti i discorsi della Nuova destra. 80 s. s o l i n a s , Macondo e P.J8, Milano, Il Falco 1980, p. 38. “Sono d o d i c i a n n i , ” continua Solinas, “che virtualmente [il ’68] non c’è più, pure è sempre p r e s e n t e , t r a le righe, fra noi, a vari livelli; sorta di vecchio fantasma che non si riesce a e s o r c i z z a r e , e che continua a alimentare equivoci e illusioni, soprassalti di violenza e di r a s s e g n a z i o n e Non fu una rivoluzione, e proprio per questo le sue tracce ancora permangono; co s i c o ­ me non fu un fuoco di paglia destinato in breve a scomparire” (Ibid.). 81 Ibid., pp. 38-39. 82 A. d e b e n o i s t , Postfazione a Le idee a posto, Napoli, Akropolis 1983, p. M IO SI tratta di un dialogo tra Alain De Benoist e Jean-Edern Hallier, uno d e i p r o t a g o n i s t i d el maggio francese, tra i principali collaboratori del giornale “L’Action” e d e i “ C'a liiers ile

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Mai”, fondatore de “L’Idiot International”, organizzato nel maggio 1978 dal “FigaroDimanche”. 83 lbid., p p . 3 0 0 - 3 0 1 . 84 G. d e l n i n n o , La tradizione dello stato organico, cit., p. 52. 85 Con, forse, in più la scoperta, o la ri-scoperta, della crucialità politica del “con­ senso” (“Per la prima volta,” osserva Del Ninno in Nouvelle droite e nuova destra, cit., p. 18, “si constatava che il potere della società politica, cioè delle istituzioni che compon­ gono l’apparato statale, non può essere mantenuto senza il sostegno del consenso manife­ stato, giorno per giorno, dalla società civile (famiglie, università, corporazioni economi­ che, mass-media, chiese, gruppi di pressione”); il che non significa della democrazia, po­ tendo essere, appunto, il consenso inquadrato in un contesto organicistico e autoritario (come fu, appunto, il Fascismo) ed essendo, la società civile, intesa non certo nel senso gramsciano (come luogo delle dinamiche di classe) ma piuttosto in senso corporativo e gerarchico. 86 Si veda per tutte R. d e f e l i c e , Intervista sul fascismo, Bari, Laterza 1975. 87 s. s o l i n a s , Uomini e correnti di pensiero per una rinascita culturale, cit., p. 34. 88 m . t a r c h i , Ipotesi e strategia di una nuova destra, cit., p. 119. 89 lbid., p. 120. “In Italia,” scrive, “Julius Evola e Adriano Romualdi hanno più volte ribadito il taglio metapolitico dei loro interventi, e non a caso è nella cerchia dei loro estimatori che hanno tratto linfa quelle iniziative di penetrazione nel corpo sociale da destra, che sono state definite ‘parallele’... ma che sarebbe forse meglio chiamare ‘nuovi strumenti d ’opinione’.” Derivazione, dunque, evoliana, del “gramscismo di de­ stra” , nonostante che il termine “società civile” sia quanto di più lontano e antitetico esista rispetto al sistema di J. Evola (che come si è visto esplicitamente si pronunciò non solo contro il concetto di “società civile” ma anche contro l’“oggetto” stesso identifican­ dolo con la società borghese e con la frantumazione disgregante liberale). Forse per que­ sto, qui il termine è sostituito con la dizione — certamente più organicista — di “corpo sociale” . 90 m . t a r c h i , Dalla politica al “ politico". Il problema di una nuova antropologia, cit.,
p. 14.

91 p e p p e n a n n i , Nuova destra: primi percorsi esistenziali, in A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 214. 92 j e a n - p i e r r e f a y e , Langflges totalitaires. Critique de la raison — la économie narrati­ ve, Paris, Hermann 1972. 93 M o n i c a c e n t a n n i , La prova dell'ironia, in A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 225. È forse questo il punto in cui più ci si avvicina a un approccio “di sinistra” al problema della trasgressione e della trasformazione. 94 p e p p e n a n n i , Nuova destra: primi percorsi esistenziali, cit., p. 216 “L’entusiasmo, quasi etimologicamente lanciato alla riscoperta della dimensione del Mito si offre oggi come progetto di trasformazione della realtà, dalla quale parte e alla quale rimane intrec­ ciato a filo doppio, caricandola di significati prima trascurati o nascosti: sospesa tra espe­ rienza del presente e fondazione del nuovo, la ND deve trovare continuamente la forza di ‘far professione dei due contrari’” (lbid., p. 216); coniugazione, questa, in chiave “settantasettina” del modello esistenziale rivoluzionario-conservatore del “nichilista atti­ vo” , per una più ampia trattazione del quale si rinvia ai paragrafi successivi. 9’ lbid., p. 218. A W alter Benjamin Peppe Nanni ha dedicato un lungo articolo, Per una metafisica della gioventù, “Elementi” , 2 n.s., gennaio-febbraio 1983; in esso coglie “l’occasione per confermare che ‘l’eros di coloro che creano’ rimane un ingrediente fon­ damentale di ogni forma superiore di convivenza” (p. 25). 96 p. n a n n i , Nuova destra: primi percorsi esistenziali, cit., p. 216. 97 Si veda, a questo proposito, P . f a r n e t i , Lineamenti di scienza politica (dispense ciclostilate): “La situazione rivoluzionaria," vi si legge, “è data dalla scomparsa della ca­ pacità di resistenza di uno o due dei tre settori che articolano il sistema politico. E que­ sta disparità che, al contrario, si esprime come potenziamento rapido e talvolta improv­ viso di uno dei tre settori che realizza, almeno momentaneamente, una condizione di dominio sugli altri riuscendo a mobilitarne le risorse non per i loro specifici fini, come

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nel caso della ‘stabilità’, ma per i fini propri” (p. 14). I termini “società civile”, “società politica” e “istituzioni” sono qui usati nel significato loro attribuito da p. f a r n e t i in Introduzione a II sistema politico italiano, Bologna, Il Mulino 1973. In esso, in particola­ re, la sfera dello Stato (istituzioni) è distinta da quella della società politica: “La società politica,” scrive infatti Farneti, “raccoglie tutto ciò che è espressione di volontà politica non statuale (non istituzionale): essa si pone come concorrente al monopolio del politico da parte dello Stato. Le strutture della società politica corrispondono dunque a tutte le forze di aggregazione e mobilitazione di una volontà politica privata per fini collettivi, sia essa spontanea come nei movimenti di piazza, e in tutte quelle forme di dissenso (ma sovente anche di consenso entusiastico) che oggi vanno sotto il nome di comportamento collettivo, sia essa organizzata come nei partiti politici, e in particolare nei partiti di mas­ sa; sia infine aggregazione e mobilitazione istituzionalizzata nelle procedure elettorali che danno luogo a una classe politica elettiva” (p. 16). Nella sfera delle istituzioni, invece, Farneti colloca “la burocrazia centrale e locale (ma anche la burocrazia degli enti ‘para­ statali’, almeno nei paesi in cui l’intervento economico-industriale dello Stato è assai am­ pio), la magistratura (ma anche la polizia) e, infine, Xesercito" [lbid., p. 20). 98 Si assume qui, come termine finale del processo in questione, la fine della politica cosiddetta dell’“unità nazionale” (rescissione del “patto politico”) e la durissima verten­ za alla FIAT dell’autunno 1980 (vera e propria “denuncia" unilaterale del “patto socia­ le”). Da esso il sistema politico italiano usci sostanzialmente privo d ’equilibrio e di “cen­ tro”, iniziando una fase di costanti oscillazioni da cui non si è, probabilmente, ancora usciti. 99 c.B. M a c p h e r s o n , The reai world of democracy, Oxford 1966. 100 Si pensi, a questo proposito, ai grandi accordi-quadro confederali, stipulati nel 1975 in materia di scala mobile e di Cassa Integrazione, diretti, appunto, a regolare per via contrattuale e in forma consensuale dinamica salariale e dinamica occupazionale. Si veda a questo proposito, per una più ampia trattazione dell’argomento, M . r e v e l u , Crisi di sistema e partito del capitale, “Primo maggio” , 15, 1981. 101 La sua possibilità, cioè, di ritrovare al proprio interno i meccanismi di compensa­ zione e di reintegrazione dell’equilibrio spezzato dal conflitto, pur attraverso spostamen­ ti successivi dei rapporti di potere di fatto e una differente distribuzione delle risorse. 102 Dove per “amministrazione” si intende quel ruolo di erogazione di servizi, di elaborazione di procedure consensuali e di affermazione di contesti formalizzati tenden­ zialmente “universali” entro cui è possibile, appunto, ricondurre la mediazione delle fratture della società civile. 105 Si veda, a questo proposito, l’intensa collaborazione intrattenuta da Marco Tar­ chi, in particolare, con le Edizioni di Ar, protrattasi fino al 1978 (a questa data risale la pubblicazione di J . g o e b b e l s , La conquista di Berlino da Tarchi tradotto e prefato). 104 M . t a r c h i , Il problema di una nuova destra italiana, c i t . , p . 1 1 . 105 Le prese di distanza dal partito ufficiale della destra neofascista si susseguono sulle pagine di “Diorama letterario”: “E un fatto,” si legge sul n. 27, del giugno 1980, “che la destra in Italia, ha accumulato in oltre un trentennio un patrimonio di contraddi­ zioni che la rendono uno dei più pittoreschi mosaici del panorama contemporaneo. T ut­ to e il contrario di tutto vi si è annidato. Dall’atlantismo più visceralmente yankee al terzomondismo insurrezionalista. Dal conservatorismo più gretto alla demagogia nazio­ nal-popolare. Dal patriottismo coccardiero all’internazionalismo terzaforzista. Dal rigori­ smo moralistico all’immoralismo superomistico. Dal nostalgismo riottoso ai pruriti parlam entaristici...” ( m . t a r c h i , Una cultura, e uno stile). “Si cerca,” lamenta l’editoriale del n. 34, febbraio 1981, “con chiusure politiche e pesanti polemiche culturali di dar vita e senso a quell’immagine di vecchia destra, consunta e irritante, che una generale e pro­ gressiva mutazione antropologica dell’elemento umano del campo non conformista va so­ stituendo e abbandonando” (“Diorama Letterario", Vento di riflusso?); mentre nel n. 43, novembre-dicembre 1981 si invita al coraggio: “Quello di respingere i richiami di quan­ ti, mescolando malafede e settarismo, cercano di ‘richiamare all’ordine’ dalle pagine di fogli squalificati, intrisi di presunzione e di nostalgie rituali, un fenomeno la cui evolu­ zione è ormai disegnata. L’epoca delle suggestioni sentimentali, delle impossibili convi­

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venze, deve dirsi terminata. Si impongono, chiare, le priorità di una scelta metapolitica che nessuna logica di corrente o di partito può inquinare. Destra, sinistra: perdendo i contorni dell’assoluto, i concetti ritornano categorie, che all’estinguersi di un’epoca è indispensabile superare. Per andare, seguendo le proprie radici, oltre. Altrove” ( m . t a r c h i , A destra e altrove). 106 C a r l o d o n o l o , f r a n c o f i c h e r a , Il governo debole. Forme e limiti della razionalità politica, Bari, De Donato 1981. 107 Per una rassegna delle più significative “teorie” sull’argomento, si veda il già ci­ tato testo di Donolo e Fichera. Sull’ipotesi dell’“overload" (con una sistematica rassegna sulle politiche europee) si veda: r . r o s e (a cura di), Challenge to Governarne. Studies on Overload Politics, London, Sage 1980, e, in particolare sull'Italia, il saggio di p . f a r n e t i in esso pubblicato: Italy: thè Response to Overload. Sul deficit di “policy making capacity" , il più esplicito testo sul caso italiano è forse quello di G. d i p a l m a , Sopravvivere senza governare, Bologna, Il Mulino 1978. Sulla crisi italiana in particolare si veda L. g r a z i a n o , s . t a r r o w (a cura di), La crisi italiana, Torino, Einaudi 1979, 2 voli., e a a . v v . , Discutere lo Stato, Bari, De Donato 1978. Per un inquadramento di tale problematica nel più gene­ rale contesto economico e politico si veda: j. o ’c o n n o r , La crisi fiscale dello Stato, Tori­ no, Einaudi 1977; M . j a n o w i t z , Social Control of thè Welfare State, Chicago, Chicago U.P. 1978; D. b e l l , The Cultural Contradictions of Capitalism, New York, Basic Books 1976. Utile può essere la consultazione del recente Critica della crisi (a cura di g . a l b e r t e l l i e G. F e r r a r i ) , Trento, Luigi Reverdito Editore 1984 e, in particolare, dei saggi di G. a l b e r t e l l i , Alcuni aspetti politologici della crisi e di G. p a s q u i n o , La crisi sistemica: una riflessione politologica. 108 p er “democrazia consociativa s’intende, in genere, quella forma di governo tipi­ ca di paesi con profondi “cleavages", con radicali “fratture” (sociali, etniche, religiose, culturali ecc.) in cui, di fronte al rischio della perdita di controllo sulle dinamiche del conflitto e di crescita della sua distruttività, le élite politiche scelgono, consapevolmente, di deradicalizzare l’antagonismo che le vede contrapposte e danno luogo a coalizioni estese. Si veda a questo proposito il saggio di L . g r a z i a n o , Compromesso storico e demo­ crazia consociativa: verso una “ nuova democrazia” ?, in L. g r a z i a n o , s . t a r r o w , La crisi italiana, cit. Un tale modello, però, sembra dar conto solo di una parte dei processi e delle modalità con cui è evoluto il rapporto tra la “società politica” e gli altri segmenti del sistema politico nella seconda metà degli anni settanta. Mentre infatti nelle democra­ zie “consociative” classiche (si pensi al caso dei Paesi Bassi) la formazione della coalizio­ ne ha implicato, normalmente, un semplice “patto politico” che, pur depotenziando la portata dirompente del conflitto, lasciava sopravvivere le consolidate identità prepoliti­ che, nel caso italiano essa ha presupposto, per così dire, uno “sfondamento” sul sociale, una penetrazione, come si è visto, nella “società civile” al fine di “neutralizzarne” le tensioni “sub-culturali” e di funzionalizzarne le componenti alla logica dell’accordo. Così come dal modello “neocorporativo” , applicabile effettivamente in parte alla vicenda ita­ liana dei tardi anni settanta (ma meglio forse sarebbe il ricorso alla formula della “demo­ crazia contrattata” proposta da Gian Enrico Rusconi per la Repubblica di Weimar) la soluzione italiana è differenziata dal carattere “non imperativo” del mandato affidato alle rappresentanze sociali (sindacati, soprattutto, ma anche in parte le organizzazioni industriali) le quali mantennero, per tutta la fase della “gestione contrattata e consensua­ le” del sistema politico-economico italiano, una notevole autonomia rispetto ai rispettivi “interessi” rappresentati. 109 Si veda D. d e l l a p o r t a , g . p a s q u i n o ( a c u r a d i ) , Terrorismo e violenza politica, Bologna, Il Mulino 1983. 110 Introduzione a A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 6. 111 La distinzione tra “politicità identificante” e “politicità negoziale” richiama, in parte, la dicotomia classica del pensiero politico tra “politica come conflitto” e “politica come mediazione” o “armonia”. Per “politicità identificante” si intende, qui, quel pro­ cesso genetico di valori condivisi (e quindi di identità collettive) che assume il processo politico nella definizione (conflittuale) di “alterità” contrapposte o, comunque, in reci­ proca competizione (definizione del “Sé” collettivo in rapporto all’“Altro”); più in parti­

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colare si fa riferimento a quello specifico rapporto di stretta interdipendenza tra “culture politiche” (soprattutto comunista e socialista ma, in parte, anche cattolica) e “identità collettive” che, per lo meno nei decenni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, ha caratterizzato l’Italia, facendo, appunto, dell 'appartenenza politica un po­ tente fattore di aggregazione e di fondazione d ’identità sociale (la base, per molti versi, su cui si fondava \'egemonia culturale della sinistra). Col termine “politicità negoziale” , s’intende invece quel particolare aspetto del “politico” che tende a esaurire la propria funzione nella riconversione sistematica di “solidarietà sociali” (eticamente fondate e, per questo, non negoziabili), in “interessi” (negoziabili) e nella loro mediazione. 112 Si veda a questo proposito R. d e m u c c i , Processi di depoliticizzazione e forme di partecipazione politica. Ipotesi per una ricerca sul “ quartierismo ”, in II sistema politico italia­ no tra crisi e innovazione, Atti del convegno in memoria di P. Farneti, a cura del c e n t r o d i se. p o l . p a o l o f a r n e t i , Milano, Angeli 1981. 115 La “negozialità” — la tecnica dello “scambio” e della “mediazione” politica — è infatti, per sua natura, individualizzante; pone, in un certo senso, in comunicazione (e disgrega) ciò che criteri di stretta “appartenenza” manterrebbero distante (e aggre­ gato). 114 E impossibile non cogliere, qui, l’assonanza con lo Spengler che, nel 1933, scri­ veva: “Ciò che abbiamo nel sangue dei nostri padri, idee senza parole, è l’unica cosa che garantisce la solidità dell’avvenire”, Anni decisivi, Roma, Ciarrapico 1983, p. 21. 115 M . T a r c h i , Ipotesi e strategia di una nuova destra, cit., p. 116. 116 Ibid. 117 s. s o l i n a s , Intellettuali, minoranza e strategia del consenso, in A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 34 (sottolineatura nostra). 118 Si veda a questo proposito A. p a r i s i , g . p a s q u i n o , Relazioni partiti-elettori e tipi di voto, in (a cura di), Continuità e mutamento elettorale in Italia, Bologna, Il Mulino 1977. Si veda anche G. s a r t o r i , Parties and Party System. A Framework for Analysis, Cambridge, Cambridge U.P. 1976. 119 G. s a n i , Sistema dei partiti e società italiana, in II sistema politico italiano tra inno­ vazione e crisi, cit. 120 Cfr. c . b . m a c p h e r s o n , The reai world of democracy, cit. 121 “Con questo [con la democrazia],” scrive Spengler, “si completa la detronizza­ zione della politica da parte dell’economia, dello Stato per mezzo dell’ufficio commercia­ le, del diplomatico attraverso il dirigente sindacale; qui, e non nelle conseguenze della guerra mondiale stanno i germi della catastrofe economica attuale. Essa è in tutta la sua gravità niente altro che una conseguenza della decadenza della potenza dello Stato", Anni decisivi, cit., pp. 62-63. Questo concetto, espresso da Spengler all’inizio degli anni tren­ ta, viene ripreso integralmente, dalla “Nuova destra”, oggi, nel pieno della crisi di legit­ timazione attuale. 122 A. d e b e n o i s t , Nietzsche. Morale e “ grande politica”, Sanremo, Il labirinto 1979, p. 69. Il volumetto di De Benoist è un esempio “di scuola” di lettura esasperatamente antiegualitaria e antidemocratica dell’opera nietzscheana, frontalmente contrapposta a qualunque tentativo di “recupero” di Nietzsche a una qualche forma di “pensiero debo­ le” e a qualunque ipotesi di recupero della tematica della “diversità” in chiave non gerar­ chica. 125 “Egli,” proclama De Benoist, “è l’antiegualitarismo riapparso e cosciente” (Ibid., p. 62). 124 M . B e r n a r d i g u a r d i , Appunti sul primo Jünger: il milite del lavoro e la città del sole, in A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 123. 125 P i e r o v i s a n i , “ Amico " e “ nemico ". Una teoria del conflitto, in A l di là della destra e della sinistra, cit. p. 77. “Per ora,” conclude Visani, a conferma dell’ethos guerriero della Nuova destra, “poiché non sappiamo se ci sarà ancora un tempo per i guerrieri quali incaricati della funzione militare nell’ambito di una comunità organica, quello che ci ser­ ve è il soldato politico, l’uomo che sappia abilmente destreggiarsi, all’interno di una real­ tà eminentemente e costantemente conflittuale, tra le mille esigenze difensive e soprat­ tutto offensive imposte da una situazione caratterizzata dai continui spostamenti dei li­

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velli di conflittualità, dalla commistione tra pace e guerra, tra guerra e politica, dalla necessità di intervenire in ogni momento e in ogni campo se si vuole che la propria azio­ ne risulti davvero efficace e foriera di successo” (Ibid., p. 81). 126 La frase è di o. s p e n g l e r , Anni decisivi, cit., pp. 43-44. La medesima è assunta nella sua Prefazione da G. Malgieri, il quale, nell’entusiasmo dell’argomentazione, ha dimenticato di virgolettarla, Ibid., p. VI. La Prefazione alla prima edizione italiana era di J. Evola. 127 G. d e l n i n n o , La tradizione, lo stato organico, le nuove comunità, cit., p. 43 (le sottolineature sono nostre). 128 “Da quando i borghesi, possessori di ricchezza, hanno reclamato il diritto alle decisioni politiche; da quando la produzione si è messa sotto il segno della quantità e ha modificato le abitudini e la mentalità dei singoli e dei ceti, si è profilato l’avvento dell’uomo-massa” (Ibid., p. 42). 1 21 ) “Un consenso che si deve verificare in occasioni e a scadenze sempre più serrate, che si deve coartare e determinare con strumenti sempre più sofisticati e ‘morbidi’” (Ibid.). 150 Lettera a un soldato della classe sessanta, in “Elementi”, 2, Estate 1979, p. 6. “Ri­ percorrendo le tappe principali della tua vita,” vi si legge, “mi rendo conto di come un mondo sia tramontato, e di come ne sia sorto un altro senza che avessimo neppure il tempo di capire. [...] Forse rispetto a noi tu sei più forte. Perché sei corazzato dalla tua mancanza di illusioni. Perché hai meno speranze. Ma in compenso avrai anche meno delusioni [...] noi, invece, di bandiere da innalzare al sole e di ideali in cui credere ave­ vamo un patologico bisogno; e forse è per questo che abbiamo finito per credere a tutto, e magari al contrario di tutto: a De Maistre e a Nietzsche, a Evola e al ‘Che’, al generale Giap e al maresciallo Kesselring. A Dio e a Giovanni Cantoni” (Ibid., p. 7). 131 M . v e n e z i a n i , Per una cultura dell'intervento, in A l di là della destra e della sini­ stra, cit., p. 40. Dopo il convegno di Cison di Vaimarino, Veneziani — che già nel corso del dibattito aveva espresso pesanti riserve sulla “svolta” verso il “gramscismo di destra” accentuerà la propria distanza rispetto alla Nuova destra, mantenendosi su posizioni più “tradizionali”. 132 Ibid. ' 133 Tale pratica ha portato, secondo la documentazione fornita da F. c a z z o l a e M . m o r i s i , La decretazione d'urgenza continua : da Andreotti a Cossiga, “Laboratorio politi­ co”, gennaio-febbraio 1980, in meno di otto anni, ad accumulare un numero di provve­ dimenti dell’Esecutivo superiore a quello dei precedenti ventiquattro anni di storia re­ pubblicana. 134 Si tratta di un processo di progressiva relativizzazione e soggettivizzazione dei codi­ ci di funzionamento istituzionale simmetrico al parallelo processo di soggettivizzazione e relativizzazione delle relazioni tecniche d ’impresa maturato nella “società civile” nel perio­ do (1975-1980) caratterizzato dall’operatività del “patto sociale” e da una sostanziale “tregua produttiva” (si veda, per un approfondimento, M . r e v e l u , Crisi di sistema e par­ tito del capitale, cit.). 135 c. s c h m i t t , Legalità e legittimità, in c a r l s c h m i t t , Le categorie del “ politico" (a cura di G. Miglio e P. Schiera), Bologna, Il Mulino 1972, p. 216. 136 Ibid., p. 217. Lo Stato legislativo — o “Stato di diritto — è, secondo Schmitt, “il veicolo tipico di un’era riformistico-revisionistico-evoluzionistica”; quello “governati­ vo” , invece, “che ha il suo tratto caratteristico nella volontà personale e nel comando autoritario di un Capo di Stato che governa” (p. 213) è proprio delle “epoche forti”. 137 “Bisogna riconoscere,” scriveva allora Norberto Bobbio, “che di fronte a questa domanda chiunque osservi dall’esterno ciò che accade nel nostro Paese, si trova in gran­ de imbarazzo. Anzitutto deve mettere da parte quella carta topografica ormai ingiallita che è la Costituzione. Ma è come avventurarsi in un Paese sconvolto da un terremoto o da un ciclone senza una mappa. Nella Costituzione, cioè sulla carta, ogni pezzo è al suo posto, e tutti insieme compongono un disegno armonico, una figura razionale, un insie­ me che può ben dirsi, secondo le tre diverse metafore [dello Stato come “macchina”, come “organismo” e come “sistema”] un congegno ben fatto, un organismo vitale, un

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sistema in equilibrio perfetto. Nella realtà, una volta gettata via la mappa, diventa sem­ pre più difficile orientarsi, trovare un punto di connessione fra i diversi pezzi o membra 0 parti, individuare l’elemento unificante” (Chi governa?, “La Stampa”, 14 marzo 1980). Di N. Bobbio si veda anche Un sistema scentrato, “La Stampa”, 28 dicembre 1980; in esso si rilevava “la tendenza all’emarginazione del Parlamento, a una perdita della sua credibilità, a una riduzione delle sue funzioni” . “Altro che centralità del Parlamento!” concludeva Bobbio. “Il nostro sistema non ha più un centro. Il che non significa che è decentrato... Significa che è scentrato.” I due articoli sono ora raccolti in N. b o b b i o , Le ideologie e il potere in crisi. Pluralismo, democrazia, socialismo, comuniSmo, terza via e ter­ za forza, Firenze, Le Monnier 1981. 1,8 G. d e l n i n n o , La tradizione, lo stato organico, le nuove comunità, cit., pp. 43-44. 139 Dove critica antilluministica all’artificialità della ragione e affermazione mistica della sacralità dello Stato (di derivazione demaistriana) s’intrecciano strettamente. 140 G. DEL NINNO, O p . cit., p. 44. 141 C l a u d i o f i n z i , Culture proibite e legittimazione del potere, in A l di là della destra e della sinistra, cit., p. 229. 142 Circa l’impostazione evoliana, si rinvia per una più ampia trattazione al capitolo del presente volume specificamente dedicato a Julius Evola; basti qui segnalare i “classi­ ci” Rivolta contro il mondo moderno, Roma, Mediterranee 1969; e Gli uomini e le rovine, Roma, Volpe 1972. Per l’accezione spengleriana, oltre a Anni decisivi, cit., si veda II tramonto dell'Occidente, Milano, Longanesi 1978. 143 s. s o l i n a s , Uomini e correnti di pensiero per una rinascita culturale, cit., p. 41. 144 G. m a l g i e r i , Prefazione a Proviamola nuova, c i t . , p . 21. 145 v. p a r e t o , Trasformazioni della democrazia, Bologna, Cappelli 1966. Si vedano, a questo proposito, le osservazioni sui rischi di una feudalizzazione della società e di un suo “sgretolamento” a causa dell’emergere di soggetti collettivi autonomi (in particolare 1 sindacati dei lavoratori), improntate a un solido “statualismo” e a una forte carica anti­ comunitaria. 146 Anche se l’allontanamento di Malgieri dalla rivista “Elementi” — alla cui prima fase aveva invece collaborato intensamente — e, in generale la divaricazione tra il grup­ po fondatore della “Nuova destra” e i collaboratori più legati alle posizioni tradizionali del conservatorismo estremo sembrerebbe accreditare l’ipotesi di una vera e propria frat­ tura politica e organizzativa. 147 g . m a l g i e r i , Prefazione a Proviamola nuova, cit., pp. 20-21. 148 P. f a r n e t i , La democrazia in Italia tra crisi e innovazione, Torino, Edizioni della Fondazione Agnelli 1978, p. 15. 149 “L’ambito culturale nel quale la Nuova destra si trova ad agire e ad operare,” scrive Malgieri, “è segnato da una profonda crisi intellettuale che si traduce nell’impossi­ bilità di dare risposte adeguate alle domande che salgono dalla società civile” (Prefazione a Proviamola nuova, cit., p. 9). 1,0 “Cosi singolarmente convivono in Italia due cadaveri: quello liberaldemocratico che del resto già mezzo secolo fa aveva segnato il suo requiem e che a forza d ’ossigeno e di trapianti fu fatto rivivere; e quello marxista che ha dimostrato la sua incapacità rivoluzionaria, nel bene o nel male, a creare ex novo un altro mondo non importa se peggiore, almeno diverso” (Macondo e P.38, cit., p. 98). 151 Si veda, al proposito, a p i ù m a n i , Hobbit/Hobbit, cit., p. 229. 152 m . c a c c i a r i , Sinisteritas, in a a . v v . , Il concetto di sinistra, Milano, Bompiani 1982. Si tratta degli atti del convegno su “Il concetto di sinistra” tenutosi a Roma il 20-21-22 ottobre 1981, per iniziativa dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Roma. 153 m . t a r c h i , Quando Schmitt incontra Karl Marx, in “Elementi” , 1, n.s., novem­ bre-dicembre 1982, p. 8. 154 Ibid. 155 Ibid. La “ trasgressione dei confini” , la coniugazione tra posizioni e forze di de­ stra e di sinistra, la retorica della coincidentia oppositorum, il mito dell’“al di là” e dell’“altrove” diventano dall’inizio degli anni ottanta un tema ricorrente, riproposto osses­ sivamente dalla Nuova destra e talvolta accolto da qualche ex militante della sinistra. Si

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veda a questo proposito l’intervista rilasciata da Massimo Cacciari a “Panorama”: Massi­ mo Cacciali e la nuova destra. Parliamone (intervista di l u i g i m a n c o n i ) , “Panorama”, 29 novembre 1982. “La nuova destra del nostro Paese,” disse allora Cacciari, “pensa, pro­ duce, si muove proprio nella prospettiva del superamento dei termini tradizionali della contrapposizione tra destra e sinistra. Una prospettiva, dunque, che contesta e rifiuta la geografia convenzionale del sistema politico, e la conseguente rigida compartimentazione degli schieramenti.” E aggiunse: “In realtà sono assolutamente a-nostalgici: hanno esau­ rito e superato [...] qualunque relazione col loro passato di adesione al totalitarismo. Di più, direi che ormai non esiste nemmeno il problema di un confronto con questo passato, né la necessità di continuare a farvi i conti.” E concluse, annunciando un pubblico in­ contro con esponenti della Nuova destra: “E un confronto, questo, di cui si sente il biso­ gno come dell’aria per respirare. Non ci basta più l’ossigeno della vecchia casamatta: è aria viziata, ed è scarsa, per giunta” (Ibid., p. 145). L’incontro avvenne, organizzato da “Diorama letterario”, il 27 novembre 1982, a Firenze, sul tema “Sinistra e nuova destra: appunti per un dibattito”; vi parteciparono Giano Accame, Massimo Cacciari, Giuseppe D el Ninno, Giovanni Tassani e Marco Tarchi. Gli interventi furono pubblicati integral­ mente su “Diorama letterario”, n. 56-57, febbraio-marzo 1983. Sull’iniziativa presero posizione in senso critico N. t r a n f a g u a , Togli il martello e metti il manganello, “La Re­ pubblica”, 25 novembre 1982, N. b o b b i o , Tentati dalla destra, “La Stampa”, 28 novem­ bre 1982 e F. a d o r n a t o , Davvero la Destra è un atteggiamento?, “L’Unità”, 27 novembre 1982, cui Cacciari rispose su “Il Manifesto” del I o dicembre 1982 (Un’ adunata nazifasci­ sta); sulla questione intervennero, inoltre, tra gli altri, F. f o r t i n i , Perché oggi si parla di una nuova destra “Corriere della Sera” , 3 dicembre 1982, f . m a s i n i , E Destra? Allora non può essere nuova, “L’Unità” , 1 dicembre 1982, s. a c q u a v i v a , Oggi sinistra e destra sono solo vecchie parole, “Il Secolo X IX ”, 2 dicembre 1982, F . r e l l a , Che vuol dire "in­ tellettuale di frontiera” ?, “L’Unità”, 3 dicembre 1982, g i a n n i b a g e t b o z z o , La nuova de­ stra non è in Krisis, “Il Manifesto”, 9 dicembre, 1982; P . f l o r e s d ’a r c a i s , Per la demo­ crazia, non contro, “Il Messaggero” , 6 dicembre 1982. s. s o l i n a s commentò su “La N ot­ te” dell’11 dicembre 1982: Nasce la nuova destra. Saltano i nervi alla vecchia sinistra. L’in­ contro di Firenze era stato preceduto, nella primavera del 1982, da un dibattito su “La tolleranza nella cultura” , cui avevano partecipato Massimo Cacciari, Gennaro Malgieri, Giampiero Mughini e Marcello Veneziani; moderatore: Gianfranco De Turris. Esso era stato pubblicato sul primo (e unico) numero della rivista di estrema destra (diretta da M. Veneziani) “Om nibus” , Aprile 1982. Recentemente il “dialogo” è proseguito col di­ battito, organizzato a Venezia, sul tema “Le forme del politico” (ottobre 1983) con la partecipazione di Massimo Cacciari, Sabino Acquaviva, Francesco Gentile e Claudio Finzi. 156 Si veda, in questo senso, G. a c c a m e , Questi vecchi concetti di destra e di sinistra, “Diorama letterario”, 44, gennaio 1982: “Sinora chi riteneva scarsamente rilevanti le distinzioni tra destra e sinistra in quanto sorte da delle contrapposizioni di topografia parlamentare del secolo scorso oggi invecchiate al punto da non significar più nulla, per questo suo impertinente scetticismo veniva subito etichettato a destra. Ora i confini tra questi due atteggiamenti verso la vita diventano più labili. Il confronto se non la riunifi­ cazione del pensiero politico e metapolitico si sta ponendo tra i grandi temi di rimedita­ zione per gli anni ottanta” (p. 4). 157 G. m a l g i e r i , Prefazione a Proviamola nuova, c i t . , p . 16. 158 GIORGIO g h i d e t t i , recensione a Tecnica e cultura della crisi (1914-1939) di m i c h e l a n a c c i , “Diorama Letterario” , 67, gennaio 1984, p. 4. 159 E r n s t v o n s a l o m o n , I Proscritti, Parma, All’Insegna del Veltro 1979. La prima edizione fu pubblicata nel 1943 presso l’editore Einaudi, Torino, probabilmente su se­ gnalazione di Giaime Pintor (si veda a questo proposito M . r e v e l l i , I “ nuovi proscritti": appunti su alcuni temi culturali della “ nuova destra", “Rivista di storia contemporanea” , 1, 1983, p. 37). 160 G. m a l g i e r i , Prefazione a Proviamola nuova, c i t . , p . 16. 161 Ibid. “Non c’era poi troppo da creare,” affermeranno in altra parte, a conferma della sostanziale immobilità del patrimonio culturale in questione. “Da sistemare, orga­

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nizzare, rielaborare, forse. Perché un mondo provvisto di radici non cessa di generare, magari dimenticato” (Il Progetto, “La voce della fogna”, 28, inverno 1981). 162 Una prima “guida” alla lettura della “konservative Revolution" era apparsa, a fir­ ma di GIORGIO l o c c h i , La rivoluzione conservatrice in Germania, “La Destra”, 1978. Si trattava di una sintetica descrizione dei principali filoni di pensiero e delle più significa­ tive correnti “rivoluzionario-conservatrici” tratta dal volume di Mohler, con un’ampia appendice bibliografica; in precedenza era stato Julius Evola il tramite attraverso il quale la Destra radicale italiana era venuta a conoscenza delle tematiche “rivoluzionario-con­ servatrici” . 165 o. S p e n g l e r , A nni decisivi, cit., p. 31. 164 G. g h i d e t t i , recensione cit., p. 5. 165 l u i g i c o r t e s i , Storia e catastrofe. Considerazioni sul rischio nucleare, Napoli, Liguori 1984, p. 162. ' 166 g . g h i d e t t i , recensione cit. 167 A. m o h l e r , Die konservative Revolution in Deutschland (1918-1932), cit., p. 153. 168 L’espressione, di Ernst Jünger, è citata da a . m o h l e r , Die konservative Revolu­ tion in Deutschland (1918-1932), cit., p. 112. 169 E . j ü n g e r , Der Kampf als inneres Erlebnis, Berlin, E.S. M ittler 1922, p. 76. Con­ cetti assai simili ritornano nell’Evola di Cavalcare la Tigre, Milano, Scheiwiller 1961, la­ sciando emergere anche su questo versante l’immagine di un “anarchismo di destra” che ritornerà con tenacia nella confusa area neofascista, comprese le componenti più estreme e legate al cosiddetto “spontaneismo armato” . 170 A. m o h l e r , Cultura e ideologia, in c i d a s , Intellettuali per la libertà, Atti del I Congresso internazionale per la difesa della cultura, tenutosi a Torino il 12-14 gennaio 1973, Torino, CIDAS 1973, pp. 21-25. Organizzato dal CIDAS, Centro culturale “co­ stituito alla fine del 1970 da un gruppo di [...] uomini del mondo del lavoro che sentono la necessità di un supporto culturale adeguato ad affrontare i problemi del mondo mo­ derno”, e “aperto a ogni corrente del pensiero non marxista” che intendesse affrontare sulla base di un impegno “rigorosamente culturale” i temi della “decadenza della cultura e del suo rinnovamento”, il Convegno aveva raccolto l’adesione di un gran numero di esponenti della Destra (moderata ed estrema) europea. Vi erano intervenuti, oltre ad A. Mohler, T. Molnar, E. Garrigues (ambasciatore della Spagna franchista presso l’UNESCO), A. De Benoist, R. Paseyro (Panti-Neruda uruguaiano); F. Deloffre (segretario dell’UN I, un’organizzazione di studenti e professori antimarxisti), V. Titone, M. G enti­ le, M. Bon Valsassina (che fu già, si ricorderà, tra i partecipanti al Convegno dell'istitu­ to Pollio), H. Habe, E. Ionesco, G. Marcel, G. Berto, S. Bartolini, Saint Paulien (auto­ re, fra l’altro de I leoni morti, edito in Italia dalla neonazista Sentinella d ’Italia), M. Mourlet, E. Massi, S. Ricossa, M .T. Maitre, J. Evola, C. Arean, V. Horia, P. DebrayRitzen, A. Plebe. Tra i partecipanti F. Gianfranceschi, direttore di “Intervento” , D. Jamet (del “Figaro-Littéraire”), Jean Mabire, C. Q uarantotto (direttore de “La Destra”), G. Rasi (direttore dell’istituto di Studi Corporativi), C. Sburlati (collaboratore delle Edizioni di Ar), J.C. Texier (direttore di “Contrepoint”), D. Venner e G. Volpe. Un organigramma che sembra anticipare, in embrione, temi e strutture della “Nuova destra” ed in cui figurano già, lo si sarà notato e risulterà maggiormente dalla lettura del paragra­ fo successivo, i nomi più significativi della Nouvelle droite francese. Una presenza che si farà ancor più massiccia l’anno successivo quando al II Congresso internazionale per la difesa della cultura (CIDAS, Conoscenza per la libertà, Torino 1975), svoltosi a Nizza il 27-29 settembre 1974, parteciperà un’ampia rappresentanza di collaboratori della rivista “Nouvelle Ecole” , da A. De Benoist a J. Cau, da P. Debray-Ritzen a J. Freund, a Ste­ phane Lupasco ed Armin Mohler fino a L. Pauwels, L. Rougier e J. Mabire. 171 Ibid. 172 E . j ü n g e r , Der Kampf als inneres Erlebnis, c i t . , p. 2. 173 s. s o l i n a s , Ricomincio da quattro, c i t . 174 M. Tarchi la definirà “una ‘novità’ che contraddiceva l’incessantemente invoca­ to senso della storia” (Presentazione di A. d e b e n o i s t , Le idee a posto, cit., p . 6 ). 175 A. d e b e n o i s t , Destra: la vecchia e la nuova in Le idee a posto, cit., p. 70. “La

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destra,” aggiunge De Benoist, “con il suo lamento, cade in un errore tipico della sinistra: quello che consiste nell’attribuire agli altri la responsabilità del proprio torto.” 176 A. d e b e n o i s t , Introduzione a Le idee a posto, cit., p. 22. L’autore spinge anzi avanti l’analogia affermando che “i rappresentanti della ND appartengono alla ‘genera­ zione del maggio 1968’” e che “le loro iniziative sono nate in massima parte da una rottura con la vecchia destra” (Ibid .). 177 A. d e b e n o i s t , Destra: la vecchia e la nuova, cit., p. 59. 178 “Si è detto,” scrive a questo proposito De Benoist, “che le parole chiave del vocabolario della destra erano state discreditate dai fascismi. [...] Di fronte alla prodigio­ sa faccia tosta dei sostenitori di una dottrina in nome della quale sono già stati massacra­ ti centocinquanta milioni di uomini, e che non per questo rinunciano a presentarsi, la mano sul cuore e la rosa nel pugno, come i difensori della libertà, essa risponda con una risata liberatoria — e tiri dritto per la sua strada” (Ibid., p. 63). 179 “Essa,” aggiunge De Benoist, “ignora i risultati dell’etologia, della genetica, del­ la storiografia, della sociologia, della microfisica” (p. 63). “Uno dei drammi della destra, dalla destra gollista a quella moderata, è la sua inettitudine a capire la necessità del lungo termine. La destra francese è ‘leninista’ senza aver letto Lenin. Non ha colto l’importan­ za di Gramsci. Non ha capito in che cosa il potere culturale minacci l ’ apparato dello Stato” (Ìbidem, p. 65). “Senza teorie precise, non esiste azione efficace. Non si può fare econo­ mia di un'idea" (Ibid.). 180 “La destra potrebbe ricavare idee da quanto scrivono Jules Monnerot, Raymond Aron, Debray-Ritzen, Louis Rougier; ma, curiosamente, si ha la sensazione che sia so­ prattutto a sinistra che essi vengono letti, da avversari più attenti di quanto non lo siano i loro presunti sostenitori. [...] Ormai è la sinistra, non la destra, a criticare il mito del ‘progresso’ assoluto, legato all’idea assurda di un senso della storia. E la sinistra che do­ po aver sostenuto che la festa è essenzialmente rivoluzionaria si accorge oggi che essa è soprattutto conservatrice. E la sinistra che, dopo aver innalzato ai sette cieli la speranza di un’eguaglianza di possibilità realizzata attraverso la scuola, vi vede ora una ‘mistifica­ zione’. E ancora essa a sottolineare i limiti di un razionalismo riduttivo e pseudoumani­ stico, a constatare che lo spirito delle masse è più transitorio che rivoluzionario, e così via. La destra si fa così, a poco a poco, spodestare dei suoi temi e delle sue attitudini menta­ li" (Ibid., pp. 63-64). Lo scritto risale al gennaio-febbraio 1976 e riproduce un’intervista rilasciata allora alla rivista “Item ”. Alla vecchia destra De Benoist contesta anche di non aver compreso né il senso delle trasformazioni in atto nel mondo moderno, né le possibi­ lità inedite che esse aprono: “La vecchia destra,” scrive, “non si accorge che le sedi e le forme del potere sono cambiate. [...] I media, i gruppi di pressione, hanno preso il posto delle forze politiche classiche” (Ibid., p. 67). 181 L’espressione è di y v e s p l a s s e r a u d , La nouvelle droite fait son chemin, “E sprit”, agosto-settembre 1983, p. 55. 182 A. d e b e n o i s t , Introduzione a Le idee a posto, cit., p. 15. “Ciò che la stampa chiama ‘Nouvelle droite’,” aggiunge, “è un insieme, informale, l’ho già fatto notare, di gruppi di studio, di associazioni e di riviste la cui attività si situa esclusivamente sul terreno culturale” (Ibid., p. 19). 183 De Benoist cita, al proposito, Pierre Billard che sulla rivista di destra “Le Point” proclama: “La sinistra perde nell’intelligencija la funzione di ideologia dominante. Il pe­ sante coperchio della pentola marx-socio-freudiana si è sollevato. Finalmente, nel giardi­ no del pensiero, si respira” (Ibidem, p. 17). 184 Ibid., p. 20. Uno scenario da “palingenesi culturale”; un mondo di “rovine ideo­ logiche” è tratteggiato anche da Marco Tarchi, come legittimazione ed esplicitazione delle condizioni specifiche della nascita di posizioni nuove a destra: “Cade il mito occi­ dentale,” scrive, “travolto dalle nuove necessità geo-politiche e dal rifiuto del modello universale della civiltà mercantile; vacilla il presupposto di metodo della democrazia, in­ capace di scoprire nuovi soggetti del politico oltre i partiti incrostati di burocrazia e clientelismo, e condannata dai propri vizi endemici a cader vittima della patologia di quel conflitto di cui aveva fatto un insostituibile presupposto. Rovinano i paraventi mo­ rali della egemonia delle superpotenze e franano le illusioni di affrettate novità: una eco­

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nomia che istituzionalizza il contratto fra gruppi senza legittimità e riscatena il bellum omnium contra omnes nella proposta di uno ‘stato-mercato’; una filosofia che in alternati­ va alla morte di Dio propone il risorgere del messianismo egualitario; un romanticismo incapace di ritrovare una memoria storica” (Presentazione a Le idee a posto, cit., p. 10). Una “grande trasformazione”, dunque, dell’intero universo politico-culturale, a giustifi­ care la metamorfosi della Destra. A porla, dunque, come “punto alto” del tempo; come sintesi adeguata alla congiuntura in corso. Sul tema della crisi dello Stato fondato sui partiti e sulla necessità di una risposta micro-comunitaria, Tarchi era intervenuto in “Elementi”, 2, n.s., marzo-aprile 1983, Quando lo Stato è sotto tiro. 185 A. d e b e n o i s t , Les causes culturelles du changement politique, in G r e c e , Pour un “ gramscisme de droite" "(Actes du XVI colloque national du GRECE), Paris, Le labyrinthe 1982. Si veda anche M i c h e l w a y o f f , Pourquoi un “ gramscisme de droite"?, in idem. 186 M . w a y o f f , Pour un "gramscisme de droite", cit., p. 7. 187 Si veda, in proposito, F. c a r d i n i , Destra o sinistra in crisi?, cit., p. 405. Durissima è, ad esempio, la critica al way of life americano, sostenuta in numerose pubblicazioni: A. d e b e n o i s t , g . l o c c h i , Il male americano, Roma, LEdE 1978 (l’edizione originale è del 1976); h e n r i g o b a r d , Les Gallicains sont parmi nous, “Eléments”, 23, septembrenovembre 1977; g u i l l a u m e f a y e , Il sistema di uccidere i popoli, Milano, L’Uomo libero 1983 e, soprattutto, l’ultimo volumetto di a l a i n d e b e n o i s t tradotto in italiano da Tar­ chi: Il nemico principale, Firenze, La roccia d ’Erec 1983; oltre al numero speciale di “Nouvelle Ecole”, 27-28, automne-hiver 1975. D ’altra parte — ricorda Cardini — non si può dimenticare l’anti-americanismo “di un Pound, di un Hamsun, di un Evola”; “... se l"ideologia americana’ è uno dei rifiuti della civiltà europea, l’America è essa stes­ sa il rifiuto materiale dell’Europa. Tutto quello che l’Europa non sopportava, tutto quel­ lo che in Europa non sopportava l’Europa e non si sopportava: puritani alle prese con l’anglicanismo, cattolici perseguitati dai protestanti, protestanti perseguitati dai cattolici, ebrei vittime dei pogrom, affamati che avevano preso in orrore la loro terra, asociali e spostati d ’ogni sorta — tutto ciò ha dato nascita al popolo americano. Sin dalla sua origi­ ne l ’ America nasce da un rifiuto dell'Europa, anzi da un odio dell’Europa, da un desiderio di vendetta e di rivincita sull’Europa” ( a . d e b e n o i s t , g . l o c c h i , Il male americano, cit., p. 22). Dell’America, spiegherà l’introduttore de II male americano, Enrico Nistri, si ri­ fiuta soprattutto il “biblismo sociale” , cioè l’illusione di poter tradurre nella vita colletti­ va i precetti evangelici riducendo la politica alla morale, l’anti-aristocratismo, l’“idolatria del successo economico” e l’incapacità di produrre una cultura autonoma (Ibid., p. 14). 188 f . c a r d i n i , Destra o sinistra in crisi?, cit., p. 405 n. Si pensa, qui, probabilmente al recupero e alla rivendicazione da parte della Nuova destra francese e italiana delle posizioni e delle opere di Foustel de Coulanges. 189 Ibid., p. 410. 190 Ibid. A nche C ardini insiste sul tem a del “superam ento” della dicotom ia “destra
sinistra” , dell’“o ltre ” e dell’“altrove” , sottolineando il carattere “trasgressivo” della Nouvelle droite ed enfatizzando le com m istioni tem atiche tra destra e sinistra.

191 La frase è riprodotta in s . s o l i n a s , Ricomincio da quattro!, cit. 192 F . c a r d i n i , Destra o sinistra in crisi?, c i t . , p. 408. 193 L’espressione è di M . t a r c h i , Presentazione di A. d e b e n o i s t , Le idee a posto, cit., p. 6. 194 “Oggi si dice,” commenta A. De Benoist: “‘Da che parte stava lei durante le barricate?’. Significa già falsare la prospettiva. Salvo chi faceva il CRS, il celerino, tutti, nel maggio 1968, erano dalla stessa parte della barricata” (Ibid., p. 292). 195 “Una delle grandi lezioni del 1968,” afferma A. De Benoist, valorizzando, del fenomeno, come si vede, esclusivamente l’elemento formale dell’intuizione e dell’inno­ vazione comunicativa, “è in questa prodigiosa capacità di assimilazione di una ‘società dello spettacolo’ sulla quale, un anno prima, i teorici del situazionismo avevano già detto tutto quello che c’era da dire” (Ibidem, p. 294). 196 Nel primo numero di “Nouvelle Ecole” ci si occupava di Mancisme et religion. 197 Si veda, G. f o u r n i e r , Rome et la Judée, “Nouvelle Ecole”, 1, 1968. 198 A. d e b e n o i s t , De la langue à la structure: procès du language, “Nouvelle Ecole”,

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2, 1968; G. LO CCH i, Linguistique et sciences humaines, i v i ; J .C . r i v i è r e , Nicola\ Marr et la linguistique soviétique. 199 j. m o n o d , Une éthique de la connaissance, “Nouvelle Ecole” , 2, l'XiK, i h o i k . i k r , Du sens des énoncés, “Nouvelle Ecole”, 13, 1970; A. d e b e n o i s t , L'empirnnie Ingique et la "'Wiener Kreis”, ivi; p h . d e v a u x , Bertrand Russell et le Cercle de Vienne, ivi. 200 d . a . s w a n , Différenciation raciale et anthropologie physique. Le procewm biologi­ que de formation raciale, “Nouvelle Ecole”, 3, 1968; w .c. g e o r g e , Biologie du problème racial: génétique et comportement, “Nouvelle Ecole” , 7, 1969. 201 L. r o u g i e r , Une mise au point sur l ’ existence de Dieu, “Nouvelle Ecole", 1, 1968; j. l e b e l , Le judaisme, morale et religion, “Nouvelle Ecole", 4, 1968. 202 F . c a r d i n i , Destra o sinistra in crisi?, cit., p. 404. Sull’intera vicenda r i moi per­ sonaggi si veda s e r g e d u m o n t , Les brigades noires, L ’ extrême droite en I raine et en Belgi­ que francophone de 1944 à nos jours, Berchem, EPO 1983; alcuni accenni sul rapporti tra “Europe-Action" e il GRECE in t h . s h e e h a n , La nuova desini fraine ic, "Alfabeta”, 23, aprile 1981. 201 Dominique Venner ha pubblicato premo Akropoli» un volume aulì'"epopea” del­ l'esercito sudista nella guerra civile américium: Il Inaino Mite ilri vinti (I9HI) oltre alla sua più nota opera Haltihim dii Ciarraplco, Koiim, l'l/H, im'muliazione dell'operato dei Irei Korf)i limante 1 primi anni della Repubblica ili Welmai Sul "mito" di Guevara nella Nuova ileitra i i andini, Destra o tinnirà in crlil?, ili "Erneito Guevara," egli scrive, “è una prctcìi/« Importante, quaiiiii meno una pre»en/.a mitica, nel mondo della ND; al 'Clic' II sagginili e gioì nali.ia Jean Clan non lonlauo dall'ambiente debenoistiano, ha de­ dicato un libro in cui >i si «lor/.o di mlnimi//.are le forme Ideologiche marxiste dell'impe­ gno politico e militare del Guevara per sottolinearne piuttosto i caratteri tipologici che lo avvicinano aH'espcricn/.a umanitario-cavalleresca, d'impronta erasmiana, il cui vangelo è custodito dal Don Chisciotte del Cervantes, il livre de chevet, come è noto, del ‘Che’” (Ibidem, p. 404 n.). “Pubblicato nel 1963 dalle Edizioni Saint-Just ‘Europe Action’ be­ neficiava dell’appoggio della FEN ed era l’organo del movimento MNP/REL (Mouve­ ment Nationaliste de Progrès/Rassemblement pour une Europe Libre) diretto da D. Venner,” scrive S. Dumont, e aggiunge: “Fatto interessante, ‘Europe-Action’ sviluppava già a quell’epoca degli argomenti anticristiani che si ritrovano attualmente nel GRECE" (Les brigades noires, cit., p. 44). 204 E. Lecerf (alias Coriolan): militante dell’estrema destra belga, già direttore del periodico neonazista e razzista “Jeune Europe", direttore di “Nouvel Europe-Magazine”; dirigente del Mouvement d ’action civique, gruppo filocolonialista; assai vicino a Forces Nouvelles (al cui congresso di fondazione partecipò); si colloca anche vicino alle correnti integraliste cristiane e in particolare alla Pro-Vita. Cfr. s. d u m o n t , Les brigades noires, cit. Jean Mabire, già collaborazionista durante la seconda guerra mondiale, fu re­ dattore capo di “Europe-Action”, collabora anche con “Item ” ; cfr. op. cit. e T . s h e e h a n , La nuova destra francese, cit. Ha partecipato a entrambi i Convegni organizzati (a Torino e a Nizza) dal CIDAS. 205 J. de Mahieu, rettore dell’Università di Buenos Aires, ha pubblicato un volume d ’ispirazione razzista (Précis de Biopolitique) sotto l’egida dell’“Istitut des Sciences psy­ chosomatiques, biologiques et raciales” fondato nel 1969 a Madrid in corrispondenza “del congresso di un’organizzazione di estrema destra avente ramificazioni in tutto il mondo: il ‘Nuovo Ordine Europeo’, la cui sede è in Svizzera” (s. d u m o n t , Les brigades noires, cit.). H a partecipato a entrambi i Convegni organizzati dal CIDAS. 206 Dirigente della Fédération des Etudiants Nationalistes (FEN), particolarmente attiva negli anni dell’Algeria francese. Aderì al primo Convegno del CIDAS. 207 “Eléments”, 1, septembre 1973. 208 I quattro “ laboratoires” si occupavano rispettivamente: 1) di questioni filosofiche; 2) di problemi biologici; 3) di questioni politiche economiche e sociali; 4) di arte e scienze umane. Cfr. M i c h e l n o r e y , Bilan des travaux du S.E.R., “Etudes et recherches”, 1, novembre 1974. 209 l o u i s p a u w e l s , ex combattente nel rnaqui francese, allievo del cultore di esote­ rismo e scienze occulte Gurdjieff e seguace di René Guénon, ha pubblicato, in traduzio­

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211

ne italiana e in collaborazione con Jacques Bergier, II mattino dei magfii, Milano, Mondadori 1963; inoltre è autore di Lettre ouverte aux gens heureux et qui ont bien raison de l ’être, Paris, Albin Michel 1971 ; lìlumroch l'admirable ou le déjeuner du surhomme, Paris, Gallimard 1976; e di numerosi romanzi 210 v. p l a s s e r a u d , La nouvelle droite fait son chemin, cit. 211 In particolare le ultimi- posizioni del Club de PHorloge relative all’assimilazione di “fascismo” e “socialismi'" come forme di “Stato interventista” nell’economia, sem­ brano decisamente lontane dall'impostazione del GRECE, inquadrabili, senza residui, nell’ambito di una Destra tradizionalmente conservatrice e tecnocratica; si veda al pro­ posito Une réponse aux thèses idéologiques de l ’opposition. Zeev Stemhell: socialisme n ‘égale pas fascisme, “Le Monile Dimanche", 11 mars 1984. 212 La “campagna" incnmim ia, secondo Alain De Benoist con un articolo di T h i e r ­ r y p f i s t e r , La nouvelle droite i im itile su “Le M onde” del 22 giugno 1979 e con un Dossier sulla Nouvelle droite sul "Nouvel Observateur” del 2 luglio. Seguirà sulle pagine del quotidiano francese un lungo dibattito in cui interverranno tra gli altri, M a u r i c e d u v e r g e r , che già il giorno successivo, 23 giugno 1979, interviene sul gruppo vicinissi­ mo al GRECE, Maistra, con un articolo dal significativo titolo: Un chevai de Troie-, A n ­ d r é f o n t a i n e , La nouvelle jungle (“ Le Monde” , 11 juillet 1979); b e r n a r d s t a s i , Nouvel­ le droite. Une incompatibilité de nature, ("Le Monde", 12 juillet 1979); r e n é r e m o n d , “Nouvelle droite" ou droite de tou jour?, (“Le Monde” , 20 juillet 1979); p i e r r e v i a l , Le GRE CE et la révolution du XXI'• siècle ("Le Monde”, 24 août 1979); s e r g e s u r , Ils rou­ lent pour Giscard, (“Le M onde”, 1 septembre 1979) e p i e r r e d o m m e r g u e s , Face à la “révolution conservatrice" (“Le monde diplomatique” , Décembre 1979). “Le M onde” dà anche notizia di una dura polemica intentata da L. l’auwels dalle pagine di “Figaro-Magazine” (7 luglio) contro la campagna di stampa sulla Nouvelle droite (Débat intellectuel ou projet politique, 8 juillet 1979) e di una dichiarazione di adesione e simpatia verso la Nouvelle droite da parte dell’organizzazione neofascista francese Parti Forces Nouvelles
(Le P.F.N. et la “nouvelle droite: Nous sommes de la même famille et de la même généra­ tion" souligne M. Pascal Gauchon.). Anche il quotidiano dell’estrema sinistra “Libéra­

tion” interviene con due articoli di Guy Hocquenghem il 5 e il 6 luglio 1979. Anche il giornale cattolico “La Croix” dedica al nuovo movimento una serie di articoli e servizi: h e n r i t i n c o , La “nouvelle droite” a-t-elle un avenir politique? (“La Croix”, 27 juillet 1979); e t i e n n e b o r n e , De la science comme ideologie politique (“La Croix” , 13 juillet 1979); j e a n b o i s s o n n a t , La gfluche, la droite et la pensée (“La Croix”, 13 août 1979); e t i e n n e b o r n e , Visionnaires en délire (“La Croix” , 17 août 1979); p i e r r e p i e r r a r d , Georges Hourdin et la nouvelle droite (“La Croix”, 22 septembre 1979); p i e r r e b o i s d e f f r e , Pour un regard serein sur la “nouvelle droite” (“La Croix”, 17 octobre 1979), espri­ mendo in generale un giudizio estremamente severo. Individuato in “tre negazioni” il nucleo fondante dell’identità della Nouvelle droite (“non democratica” , “non cristiana” e “non nazionale”) la si accusava di essere “un pot-pourri di riferimenti pseudostorici e scientifici, di arcaismi derivanti dall’Ancien Régime e di scenari futuristi” ; “nuovi cro­ ciati dell’Occidente laico” , “neostalinisti di destra”, sono paragonati all’Action Françai­ se e ne è colta la reale pericolosità (con l’eccezione di P. de Boisdeffre che, invece, spez­ zava alcune lance in favore e invocava il dialogo contro la cultura della “guerra civile”). 213 "... lungi dall’essere nazionalisti e oscurantisti,” scrive Guy Hocquenghem, “i pensatori della Nouvelle droite hanno tutti i segni della modernità”; e aggiungeva: “Con­ dannano il modello americano, la xenofobia francese, rivendicano la libertà dei costumi, s’interessano alla ecologia.” E tuttavia, concludeva, la loro “critica dell’antiscientismo umanitario” finisce per trasformarsi in “fascismo ideologico” . 214 m . t a r c h i , Il problema di una “nuova destra" italiana, cit., p. 13. 215 Ibid. 216 G. d e l n i n n o , Nouvelle droite e nuova destra, c i t . , p . 17. 217 A. d e b e n o i s t , Introduzione a Le idee a posto, c i t . , p . 2 1 . 218 y . p l a s s e r a u d , La nouvelle droite fait son chemin, c i t . , p. 54. 219 A. d e b e n o i s t , Destra: la vecchia e la nuova, cit., p. 60. In questo modo De Be noist contraddice, in parte, esplicitamente, la definizione che un altro esponente della

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NOTE

destra francese aveva proposto; Jean-Fran^ois Revel, per il quale è di destra "c|tidln dot­ trina che fonda per principio e senza dissimulazione l’autorità su qualcosa di diverso dui la sovranità inalienabile dei cittadini” (I b i d p. 59). Giustamente De Benoist considera un prius rispetto alla “teoria delle forme di governo” e alla questione della sovranità po­ polare il terreno “antropologico” e la teoria della diseguaglianza tra gli uomini du cui deriva il giudizio negativo sulla democrazia (e non viceversa). “D ’altro canto," aggiunge De Benoist, “professare una concezione antiegualitaria non significa voler accentuare le ineguaglianze, non di rado detestabili, che vediamo costituirsi intorno a noi. Ma piutto­ sto pensare che la diversità è la caratteristica del mondo per eccellenza: che questa diversi­ tà produce ineluttabilmente diseguaglianze di fatto relative ; che la società deve prendere in considerazione queste diseguaglianze e ammettere che il valore delle persone differi­ sce a seconda del criterio a cui facciamo riferimento tra i tanti che esistono nella vita quotidiana,” agendo in modo tale che ne “risulti una gerarchia basata sul principio delXunicuique suum." Un modello tradizionalmente organicista e gerarchico fondato su un sostanziale “realismo eroico” secondo le più pure linee del pensiero “superomistico” e nella più perfetta aderenza a quella “essenza del fascismo” definita da G. Locchi, nel volumetto omonimo. 220 Ibid. 221 Y. p i A s s i HAUD, La nouvelle droite jait son chemin, cit., p. 57. 222 M. norey, Rilan des travaux du S.É.R., cit., p. 4. 221 Ibid 224 k . MANNHK1M, Ideologia e utopia, Bologna, Il Mulino 1971. 225 m n o r e y , Rilan des travaux du S.E.R., cit., p. 5. 22b LUDWIG v o n b e r t a l a n f f y , Tbéorie genérale des systèmes, citato in M . n o r e y , Bilan des travaux du S.E.R ., cit., p. 6. 227 Ibid., p. 7. ■ ’•’Ka . in b e n o i s t , Visto da destra, cit., p. 169. Di J a c q u e s m o n o d è citato soprattut­ to Il casa r la necessità, Milano, Mondadori 1970. Altro punto di riferimento significati­ vo è F r a n c o i s j a c o b , La loyca del vivente, Torino, Einaudi 1971. In proposito si veda anche m a i « HI.TGBEDER, Le contre-Monod, “Nouvelle Ecole”, 25-26, hiver 1974-75. 229 In A. DE b e n o i s t , Visto da destra, cit., p. 178. Si fa qui riferimento sia al saggio di PIERRI', p . g r a s s e , L ’evoluzione del vivente, Milano, Adelphi 1978, che sembra il più vicino al pensiero della Nouvelle droite nella sua organicità, e al suo successivo La défaite de l'amour nu le triomphe de Freud, Paris, Albin Michel 1976, sia a l . v o n b e r t a l a n f f y , Les problèm a de la vie. Essai sur la pensée biologique moderne, Paris, Gallimard 1961. Si veda anche il numero speciale di “Nouvelle Ecole” sull’evoluzione, 18, maggio-giugno 1972. 2.0 A. d i ; b e n o i s t , Visto da destra, cit., p. 16}. 2.1 Ibid., p. 181. 2.2 Ibid., p. 188. 2» Ibid. 2,4 Cfr. i r e n a u s e i b l - e i b e l s f e l d t , L'homme programmé. L ’inné, facteur déterminant du comportement bumain, Paris, Flammarion 1975; i d ., Etologia. Biologia del comporta­ mento, Milano, Adelphi 1977. Di recente è stato tradotto in Italia dello stesso autore Etologia della guerra, Torino, Boringhieri 1973. 235 r o b e r t a r d r e y , La loi naturelle, Paris, Stok 1969. Dello stesso autore si veda African Genesis (1961) e soprattutto The Territorial Imperative (1966), oltre all’ultimo The Hunting Peoples (1976). 2!6 A. d e b e n o i s t , Visto da destra, c i t . , p. 226. 257 Ibid. 238 y v e s c h r i s t e n , L ’ora della sociobiologia, Roma, Armando, p. 36. 239 h a n s j. e y s e n c k , Race, Intelligence and Education, London, Tempie 1973 tradot­ to in italiano col meno compromettente titolo Educazione e selezione tra genetisti e am­ bientalisti, Roma, Armando 1977. Eysenck appartiene alla scuola psicologica e pedagogi­ ca di Galton e Pearson i quali hanno sostenuto la teoria dell’ereditarietà dell’intelligenza e dell’inferiorità naturale di alcune razze (in particolare quella nera), derivandone una

NOTE

213

proposta pedagogica seletlivu < ■ vgieHn/.iuiiiHu Sulla stessn linrn è l’opera di Arthur R. Jensen, che ha sollevato ampio m nl|mie i h fili Siuii Uniti per In 111« Impostazione razzista (vi sostiene il necessario fulliniriiin drllr 1 uiii|>>igii<- di neeiillutn/ione della popolazione di colore data la sua naturulc inleiliuitn Inlellriiivul, sull’"•ili>111< ■ )rnsen” la Nouvelle droite ha raccolto un dossiei ptibblli uin i h I IIIh•> di 11 an imi imi i i ^ h u k t , Race et Q.I., Paris, Copernic 1977. "Dopo il ninnile p n m ln .1.11.. «nmiihinllmnn," scrive polemicamente A. De Benoist, "lu sinisliu Inlellellunle il ul>inlll//n mi due poli: Inni ¡pedagogia e l’antipsichiatria. Vi si ritrovano le »Unie ini li irn/i liiii >|.i>i nlln Knunemi, l'eiistenzialismo e la fenomenologia, il 'freudo-marxUmo' (W Krlili), il iirnuiriilliiruliumo (Fou­ cault, Lacan) e l’inevitabile ‘scuola di Francofone' (M im ine, HIihIi |<u| Adorno). Il caso non è più ai suoi inizi. Bisogna prestarvi attenzione" (Vitto dii dain i, eli , p 240). 240 Ibid., p. 185. 241 An d r é LO W O FF, L ’ordre biologique. 242 r o b e r t a r d r e y , La loi naturelle, c i t . 24’ Citato in A. d e b e n o i s t , Visto da destra, cit., p. 165. 244 Ibid., p. 192. 245 Ibid. Aggiunge De Benoist: “L’uomo si differenzia dagli altri primati, principal­ mente per il fatto che è prima di tutto un cacciatore e che una gran parte delle sue carat­ teristiche fisiche e psichiche si possono spiegare con il suo tipo di vita di predatore” (Ibid., p. 212). 246 Per realizzart ciò occorre, nietzscheanamente, battere quella che Lorenz chiama la “morale della tiepidezza” . 247 Cfr. F r i e d r i c h h a c k e r , Aggressività e violenza nel mondo moderno, Milano, Il Formichiere 1976 (contiene un’intervista a K. Lorenz). Si veda anche, in proposito, K. l o r e n z , G li otto peccati capitali della nostra civiltà, Milano, Adelphi 1981. 248 Citato in a . d e b e n o i s t , Visto da destra, cit., p. 197. 249 p i e r r e P. g r a s s e , Toi, ce petit dieu, Paris, Albin Michel 1971. 250 a . d e b e n o i s t , Visto da destra, c i t . , p. 192. 251 j. d e m a i s t r e , Le serate di Pietroburgo, Milano, Rusconi 1971, pp. 395-396. 252 a . d e b e n o i s t , Visto da destra, c i t . , p. 215. 253 R. a r d r e y , La loi naturelle, c i t . 254 N .E ., L ’idée nominaliste, in “Nouvelle Ecole”, n. 33, été 1979, p. 11. 255 a . m o h l e r , Le tournant nominaliste: un essai de clarification ; A. d e b e n o i s t , Fon­ dements nominalistes d'une attitude devant la vie, in “Nouvelle Ecole”, 33, été 1979. 256 N .E ., L ’idée nominaliste, c i t . , p . 11. 257 A. m o h l e r , Le tournant nominaliste, cit., p. 13. 2,8 Ibid. 259 A. d e b e n o i s t , Fondements nominalistes d ’une attitude devant la vie, c i t . , p. 23; Il
s a g g io è o r a i n a . d e b e n o i s t ,

Le idee a posto,

c it.

260 Ibid., p. 28. 261 Ibid. 262 K. m a n n h e i m , Conservative Thought. 263 A. d e b e n o i s t , Fondements nominalistes, cit., p. 22. 264 c a r t e s i o , Discorso sul metodo, Roma, Ed. Riuniti 1973. 265 A. m o h l e r , Le tournant nominaliste, c i t . , p. 14. 266 j. d e m a i s t r e , Le serate di Pietroburgo, cit. 267 A. m o h l e r , Le tournant nominaliste, cit., p. 20. 268 Ibid. 269 Ibid. 270 A. d e b e n o i s t , “Le Figaro”, 4 febbraio 1978. Cit. in A. m o h l e r , op. cit. 271 a a . v v ., Hommage à Julius Evola, Paris, GRECE 1976; a a . w ., Julius ¡¡vola, l ’bomme et l ’oeuvre, Paris, GRECE 1977; a a . w ., Julius Evola le visionnaire foudroyé, Paris, G RECE 1978. 272 j. e v o l a , G li uomini e le rovine, cit., p. 25. 273 Cfr. T . s h e e h a n , La nuova destra francese, cit. 274 Ibid.

214

NOTE

275 A. d e b e n o i s t ,

Fondements nominalistes,

c it., p .

24.

276 Ibid.
2/7 d a n i e l C o l o g n e , Nouvelle droite et subversion, Paris, Collection Métapolitique et Tradition 1982. L’autore “salva”, all’interno della Destra, solo i gruppi delle riviste “Totalité” e “Rebis” e alcune “personalità” come André Delaporte e Maurice Bardèche. 278 l b id , p. IV. 279 Ibid., pp. IV-V. 2 8 0g e o r g e s g o n d i n e t , Lettre ouverte à Alain De Benoist, in “Totalité”, numero spe­ ciale dedicato a “La 'nouvelle droite' à la lumière de la tradition", 11, été 1980. 281 Ibid., p. 51. 282 Si veda a questo proposito Gi o v a n n i m o n a s t r a , Pour un Jugement “Traditionnel” sur le Monde de la Science, in “Totalité” , 11, cit. Si tratta della traduzione in francese dell’intervento tenuto al Seminario della Nuova Destra italiana e riprodotto in Provia­ mola nuova, cit., col titolo Scienza e scientismo. 283 F r a n c e s c o i n g r a v a l l e , Sur les fondements philosophiques de la “Nouvelle droite”, “Totalité” , 11, p. 80; Nel medesimo numero di “Totalité”, sempre di F r a n c e s c o i n g r a ­
valle,

Vérité et puissance dans le néo-nominalisme.

284 Ibid. 285 Ibid., p. 81.
286 m . t a r c h i ,

Ipotesi e strategia di una nuova destra, p . 120. m L'espressione è di Giorgio Franco Freda, riportata da

g

. g o n d in e t ,

op. cit.,

p. 52 (.oil come il concetto di apolitìa (vedi oltre) si presterà a una pluralità di interp reu iio n i c di esiti. •'" ’ GIOVANNI m . (probabilmente Monastra), in Proviamola nuova, cit., p. 89. lbid. 291 lbid. 292 Proviamola nuova, cit. M AURIZIO <:. (probabilmente Cabona), in Proviamola nuova, cit., p. 148. 294 lbid 295 Ibid. 296 Numerosi sono i richiami in questo senso sparsi nei vari interventi in a p i ù m a n i , Proviamola nuova, cit. 297 Da n i e l e v e r z o t t i , Recensione a a a . v v ., A l di là della destra e della sinistra, “Arthos”, 25, gennaio-giugno 1982, p. 314. 298 Si vedano le prese di posizione contro gli “intellettuali" della Nuova destra su “Q uex” .

4. J. E vola, il p e n s in ol e della tradizione
di A nna Jellam o

I . PREMESSA

La d o ttrin a e l’insegnam ento di Julius E vola h an n o av uto u n ruolo centrale in m olte delle vicende politiche e ideologiche discusse nei capi­ toli che precedono. D ato il tipo di interesse ivi prev alen te, il pensiero evoliano è sta to considerato so p ra ttu tto nei suoi risvolti e nelle sue conseguenze più p ro p riam en te politici: il che, tra tta n d o si di un pen sie­ ro com plesso e articolato, ne ha, necessariam ente, d eterm in a to u n a v i­ sione parziale se n on rid u ttiv a. E q u in d i o p p o rtu n o fo rn ire un a p an o ra­ mica più com pleta di tale pensiero, presen tan d o , in q u esto capitolo, un profilo che ne tracci gli itin erari di sviluppo, indicando anche le te m a ti­ che principali e più rico rren ti della riflessione evoliana. Si tra tta , anco­ ra una volta, di u n lavoro prelim inare, che non p reten d e di colm are il v uoto di stu d i in argom ento, m a sem plicem ente d i indicare i tem i di m aggiore interesse per fu tu ri ap profondim enti.

2.

d a l l ’a v a n g u a r d ia

a l l ’i d e a l i s m o

LA TEORIA DELL’INDIVIDUO ASSOLUTO

Julius E vola è la m assim a espressione di quella p arte del radicalism o di d estra che ha il p roprio riferim en to nel M o ndo della Tradizioni*, quale co n trapposizione al M ondo M oderno. T radizion e' è un co n cetto rife rito a un atteggiam ento m entale, a una disposizione d ’anim o, u im i m odo di essere e di porsi di fro n te all’esistenza; è “trad izio n ale", osiiii riconducibile alla concezione tradizionale della vita, o^ni aiienniniin n i" che individua la ragione prim a delle cose in u n principio o ordini' ini

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ANNA JELLAM O

scendente, che regge e governa la dim ensione m ondana d ell’esistenza così com e d eterm in a la dim ensione in te rio re d ell’essere. “T rad izio n ale” e “M o d e rn o ” sono p e rta n to due categorie d i pensiero, due “fo rm e” e r­ m eneutiche, che rifletto n o nella loro dicotom ia l’an titesi irriducibile tra due “universi co n cettu ali” . Il discorso di E vola si svolge sem pre all’in te rn o di questa opposizio­ ne, e con riferim en to a essa; il tem a di fondo è la ricerca di un a d im e n ­ sione dell’esistere che sia conform e alla vera natura d ell’essere: questa dim ensione è app u n to quella, m etastorica, della tradizione. A questa idea tra in a n te si riconducono tu tti i m om enti della riflessione evoliana, e le fasi che essa attrav ersa, quella artistico -letteraria (1915-21), quella prop riam en te filosofica (1920-27), e quella di m aggiore im pegno p o liti­ co, collocabile a p artire dal 1928. N on si tra tta com unque d i fasi ben definite; a p arte il prim o periodo, che m ostra una n e tta conclusione, gli altri due si intersecano co n tin u am en te, così com e si intersecano le tem atiche, solo apparentem ente eterogen ee, che E vola affro n ta lungo l’arco della sua produzione, e che risen to n o d i un com plesso e vasto re tro te rra culturale. Vi confluiscono in fa tti istanze filosofiche e fer­ m enti culturali di diversa origine e natu ra: le tem atiche rivoluzionarie e spon tan eiste d ell’avanguardia artistica dei prim i decenni del secolo, l’idealism o, le teorie organicistiche, l’espressionism o tedesco, il ro m an ­ ticism o politico, la filosofia o rien tale e l’esoterism o. E vola si form ò d u ra n te gli anni della reazione an tip o sitiv ista, q u a n ­ do di fro n te al d o m in an te idealism o si afferm avano i m ovim enti d ell’a­ vanguardia, e con essi personaggi com e P apini, Soffici, P rezzolini, O rian i, M a rin e tti, e le loro riviste, “L acerb a” , “La V oce” , “L ’an im a” , “L eo n ard o ” 2. Si predicava, nell’am bito di una ro ttu ra to tale con i ca­ noni espressivi e com portam entistici del passato, l’esaltazione d ell’io e la sua afferm azione com e poten za di fro n te al m ondo, la glorificazione della guerra e della violenza. E vola a ttin se sia all’idealism o sia all’irra ­ zionalism o avanguardistico, rap p rese n tan d o in certo qual m odo il p ro ­ d o tto di questo incontro. D erivò da en tram b i il violento an tip o sitiv i­ smo; dall’idealism o m utuò le linee della teoria gnoseologica, attrav erso la quale giunse alla costruzione teorica d ell’in dividuo assoluto, e le ca­ tegorie logiche fondam entali (reale-razionale, io-non io, spirito-m ateria), ma non il ragionam ento per triad i, relativ am en te al quale E vola è più vicino, nello svolgersi irriducibile delle “p o la rità” , al rom anticism o politico. D a una certa avanguardia d eriv ò l’avversione verso ogni fo r­ ma di dem ocrazia, il radicale inegualitarism o, la concezione “ m istica” della guerra e della m orte eroica. Q u este sono tem atich e che rim ango­ no sem pre fondam entali nel pensiero evoliano, e che si arricchiscono, una volta fuori dal fragile co n testo avanguardistico, n ell’in co n tro con l’espressionism o tedesco, filtrato attrav erso Spengler, Ju n g er, W eininger, Benn, o ltre che, n atu ralm en te, con N ietzsche. Il c o n ta tto con l’am biente d ell’avanguardia fu un fa tto im p o rta n te

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nella vicenda in tellettu ale di E vola, che vi trovò il lerreno ad a tto per m e tte re a p u n to le prim e “fo rm e” del suo pensiero. A ttraverso l’av an ­ g uardia e n trò in c o n ta tto con la cu ltu ra francese, e in particolare con il m ovim ento di T rista n T zara, conobbe le opere «li M eister E ck h art, e si avvicinò all’esoterism o. P articolarm ente s n e llo fu il rap p o rto con Papini — “la più auten tica espressione ilei rinno v am en to le tte ra rio ” 5 — nel periodo in cui questi dirigeva "I .acerba", In cui influenza sul giovane E vola sarebbe sta ta d e te rm in a n te 4; sem pre attrav erso l’av an ­ guardia si avvicinò alle opere di M areshkow sky, deriv an d o n e secondo alcuni critici i prim i ca ra tte ri di quello che sarebbe d iv e n tato “l’uom o trad izio n ale” e al pensiero di C arlo M ichelstaedter, la cui teoria della “persuasione” si ritro v a nella teoria evoliana dell’in d iv id u o A ssoluto. F a tto n on casuale, E vola aderì al dadaism o. In “A rte A s tra tta ” del 1920 egli scriveva che col dadaism o “l’arte ha finalm en te e per la prim a volta tro v ata la sua soluzione spirituale: ritm i illogici e arb itra ri di li­ nee, colori suoni e segni che sono u n icam ente il segno della lib ertà in te ­ riore e del pro fó n d o egoism o raggiunto; che non sono m ezzi che a se stessi” . C iò che E vola tro v av a nel dadaism o non era sem plicem ente un a nuova form a dell’arte, m a p roprio l’esaltazione dell’io che si fa leg­ ge a se stesso, sottraen d o si a ogni vincolo e lim ite che co n trasti la asso­ luta afferm azione di sé: più ta rd i, E vola ricorderà in fa tti il dadaism o com e la difesa di “una visione generale della v ita in cui l’im pulso verso una liberazione assoluta, con lo sconvolgim ento di tu tte le categorie lo­ giche, etich e ed estetiche, si m anifestava in form e paradossali e scon­ c e rta n ti” 6. C ’è una co n tin u ità ideale tra qu esto prim o periodo e la p roduzione successiva; poiché qui la ricerca è già in c en trata sulle form e dell’egoi­ smo inteso com e espressione di lib e rtà in te rio re e di p otenza, com e “m eta rag g iu n ta” di un Io to ta le e assoluto. In questa d irezione sono già in d irizzate le prim e com posizioni le tterarie, La parole obscure du paysage in térieu r1 e Raa&i B la n d a 8. C ’è in queste opere quella stessa ri­ cerca di assolutezza in c en trata sulla volontà che sarà sem pre filo con­ d u tto re della produzione evoliana; la volontà, quale “tensione allo sganciam ento dalla oscura gravitazione dell’esiste re” , è già volontà di potenza. È però dall’idealism o che Evola trae le basi necessarie per p o rtare avanti la sua ricerca di assolutezza, e in q uesto senso l’idealism o è forse la com p o n en te principale del suo pensiero. In fa tti l’esasperazione delle tem atiche idealiste conduce E vola alla teorizzazione d ell’in d iv id u o A s­ soluto, che costituisce il fo ndam ento m etodologico e teorico del suo d i­ scorso sia so tto il profilo filosofico sia sotto il profilo politico, giacché con la figura d ell’in d iv id u o A ssoluto la negazione del principio di puri tà ontologica tra gli uom ini esce dal piano della p ura teoria per triidiii' si, o q u an to m eno per essere tra d o tta , in prosp ettiv a “politica", in |>n>

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posta operativa. D a qui nasce, in contrapposizione critica all’Idealism o, l’idea di u n idealism o “co n c reto ” o “m agico” . Il m om ento centrale della critica all’idealism o riguarda il problem a della determ in azio n e d ell’io. “E ssi co n trap p o n g o n o ,” scrive E vola rife­ rendosi agli idealisti, “l’individuo concreto a quella astrazione che è il loro Io trascen d en te e in nom e di q u esto dissolvono il p rim o ... Se poi si va a vedere cosa rap p resen ti in loro, persone viv en ti, questo A ssolu­ to, poco occorre per accertarsi che esso non è altro che una sm o rta idea, u n m ero principio esplicativo e, al più, un afflato lirico” 9. Così concepito, prosegue, l’io finisce per risolversi o nell’io reale o nel Dio: nel prim o caso ciò significa il trio n fo della m aterialità, nel secondo in ­ vece finisce per sfociare in una “soluzione religiosa” che com unque p o ­ ne l’A ssoluto fuori dall’io — D io, N atu ra , Id ea, ecc. — , in u na d im e n ­ sione intellettualistica e astra tta . A q u esto idealism o E vola co n tra p p o ­ ne la pro p ria concezione dell’io secondo la p ro sp ettiv a che definisce “idealism o concreto o m agico” 10: l’io com e reale trasfigurazione d ell’e­ sistenza em pirica nella d iv in ità, com e risoluzione d ell’io reale nel dio. In altri term in i, il farsi dio dell’io reale. “ Se d u n q u e p er soluzione reli­ giosa — il riferim en to è alla d estra hegeliana — non si in te n d a l’a b b a n ­ dono di tu tte le posizioni, la b an c aro tta di ogni p o ten za e di ogni ce r­ tezza presso al m agro storicism o della fede, occorre che una tale solu­ zione venga rife rita a un processo m istico o, meglio, magico, in cui D io non è che u n fantasm a quando non venga g enerato da noi stessi e non con parole, concetti, fantasie o bei sen tim en ti, bensì con un m ovim en­ to assolutam ente concreto; in cui cioè l’esistenza em pirica venga real­ m ente trasfig u rata e risolta nella d iv in ità ” 11. Secondo q u esta p ro sp ettiv a l’io tro v ereb b e il suo principio non al di fuori bensì e n tro se stesso, in u n in fin ito p otenziarsi e ren d ersi suffi­ ciente del suo principio: ciò av verrebb e prin cip alm en te attrav erso l’ac­ cettazione della propria insufficienza alla to tale d eterm in azio n e del m ondo, e il contem poraneo rifiu to di ogni ragione o causa a ciò, a sé esterna. C osì E vola può dire, richiam andosi a M ich elstaed ter, che “l’indiv id u o n on deve fuggire alla p ro p ria deficienza, non deve [...] concederle una realtà, una ragione e un a persona che essa, com e m era privazione, n on può in nessun m odo av ere” '2, e q u indi a ttrib u ire la realtà m ancante all’io a qualcosa di “ a ltro ” : “d ire che una cosa n o n è causata da m e n on è lo stesso che dire che essa è causata da a ltro ” 13. S eguendo q uesta linea di ragionam ento, la “re a ltà ” viene a coinci­ dere con “ciò che è v o lu to ” , e l’“irre a ltà ” con la “p riv azio n e” della vo­ lontà: la realtà in d ip e n d en te dall’io d iviene in tal m odo u n ’illusione, causata dalla p ropria insufficienza, che l’io stesso deve colm are m ed ian ­ te un processo incondizionato che in stau ri “l’assoluta presenza di sé alla to ta lità della sua a ttiv ità ” 14. Il co n cetto d i “sufficienza ” , co rrisp o n ­ d en te a ciò che M ichelstaedter definisce “persuasione ” 15 — l’assoluta sufficienza dell’io a se stesso quale principio reale dell’io — , e che si

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ritrova nella figura del “persuaso” , è uno dei m om enti p o rta n ti della teoria evoliana, e tra quelli che m aggiorm ente si presi.ino a un a “le ttu ­ ra ” politica. “C hiuso nella sua sem plice e immollile* u n ità [il persuaso] vi si com piace e vi si riposa, am andosi solo creando i|iu-l tu tto che crea per q uesto am ore solitario... O gni fenom eno procede dii lui e in lui si consum a, com e nella p otenza trascendente clic, quale incondizionata neg atività, folgora nella sintesi etern a dell'assoluto possesso." "• L’en te di p otenza è tale, secondo la concezione evoliana, perché "si la" tale, si ren d e attrav erso la volontà, distruggendo ogni lim ite, in tcrio re ed esterno, che si frapponga alla piena realizzazione della propria assolu­ tezza; l’io che è sufficiente a se stesso non riconosce altro valore “ fuor da quello che sgorga dalla p ropria incondizionata arb itraria v olontà. [...] P er lui ha valore ciò che egli vuole, e unicam en te perché lo v u o ­ le” 17, e p e rta n to “n on si può parlare di poten za finché si riconosce la p rio rità di una qualunque legge o norm a, sia essa razionale che m orale o n aturale, alla lib e rtà epperò all’io , finché essere o non-essere non venga sem plicem ente deciso dall’assoluta afferm azione dell’in d ividuo e d a n u ll’altro che essa” 18. Il p u n to della assoluta p o ten za viene così a coincidere con quello della assoluta lib e rtà, vale a d ire con il m om ento d ell’autorealizzazione dell’individuo com e “puro se stesso” . Il processo attrav erso il quale l’io si ren d e en te di p o tenza, giungen­ do al dom inio e quin d i alla “creazio n e” del reale si svolge in n an zi tu tto attrav erso la p ad ro n an za delle pro p rie facoltà m entali, in tesa secondo la trad izio n e esoterica. P er realizzare q uesta idea E vola si rivolge alle costruzioni teoriche della filosofia orientale, ai grandi tem i d ell’ascesi e della trascen d en za nella m editazione b u d d ista e ta n tr ic a 19, ricercando un a “dim ensione to ta le ” d ell’essere, u n diverso tipo di uom o, che possa giungere, attrav erso il dom inio di sé, al dom inio d ell’estern o . E il p rin ­ cipio della “poten za com e d o m in io ” , dell’io quale “cen tro p ro fo n d o di v o lo n tà e di p o te n z a ” 30. C on suggestivo aggancio E vola p o rta l’eso teri­ smo all’in te rn o della filosofia idealista, e anzi d ell’asp etto più ap p ari­ scente ed “e lita rio ” dell’esoterism o, l’occultism o, fa la chiave del suo idealism o magico. A ll’in te rn o di questo, sostiene in fatti, l’occultism o “vi ripone per così d ire l’organo per la conoscenza e la verifica delle sue v erità e studia una m etodologia volta ap p u n to a ciò, che l ’io , im p u ­ g n ato e p o te n zia to attrav erso la concentrazione, la m editazione e p ra ti­ che speciali, il p roprio pensiero, vada per m ezzo d i esso a suscitare nuove facoltà e nuovi p o te ri” 21. L ’io perviene d u n q u e al dom inio della p ropria m ente, e p er m ezzo d i q uesto si libera di tu tto ciò che ap p artien e alla sfera della necessità, riafferm andosi co n tin u am en te com e en te di lib ertà e di potenza; in tal m odo l’idealism o m agico supera secondo Evola il p u n to critico della cu ltu ra m oderna, d o v u to alla contrapposizione, diversam ente non stipe rabile, tra l’in sé e il m ondo estern o , tra l’apprensione astiati.i della realtà da p arte d ell’io e la sua co n creta im potenza di fronte a essa Si

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apre in tal m odo la prosp ettiv a di u n io che si ren d e “co n c reta m en te” assoluto, o p eran d o una effettiv a incidenza “ fuori di sé” attrav erso il dom inio di sé e dell’altro; il ca ratte re essenzialm ente p ratico che Evola rivendica al p roprio idealism o m agico tro v a il fond am en to nella p ro ­ sp e ttiv a di una effettiv a po ten za, che si ren d e tale non attrav erso il sem plice “pen siero ” m a anche attrav erso “l’azione” . La prim a form a della azio n e è un a tto di assoluta negazione del m ondo, condizione indispensabile per l’afferm arsi dello sp irito quale principio p ro ced en ­ te da sé. Lo S pirito viene d efin ito da E vola com e “l’in fin ita energia che si riafferm a in tu tte quelle form e in cui si coagula e d eterm in a il suo p o te ­ re [...] la vam pa creatrice e dissolvitrice che ogni realtà risolve n ell’as­ soluto, innom inabile splendore del ce n tro che possiede se stesso, d i co­ lui che è e n te di p o te n z a ” u . Q u esto “possedersi in te ra m e n te ” esprim e il senso di uno S pirito che non “è ” , bensì “si h a ” : aversi, com e nega­ zione di sé quale sem plice esistenza per porsi assoluto en te di dom inio. R iconosciutosi, attrav erso un a tto di negazione, principio sufficiente, l’individuo si è reso e n te di poten za. E p er questa via, per la quale l’individuo “ si re n d e ” assoluto, che il m ondo diviene reale: il processo conoscitivo coincide con quello della autorealizzazione. E sasperando in tal m odo i tr a tti della gnoseologia idealista, E vola svolge u n discorso in realtà funzionale all’ideale di potenza; in un certo senso la p ro sp ettiv a, risp etto all’idealism o, si capovolge: lì il problem a di p o rtare a esistenza l’altro da sé, qui il problem a di p o rtare a esisten ­ za l’io, diversam en te d estin a to a risolversi in un “essere ag ito ” , in un am orfo “n u lla” . L ’A ssoluto deve allora necessariam ente d iv en tare non la m eta, m a il “p ro d o tto ” dell’i o 2\ D a qui la “necessità sto rica” d ell’i­ dealism o m agico, quale “sintesi di u n d ialettism o , in cui la tesi è il ra­ zionalism o della filosofia rom an tica il quale, esaurendosi in un m ondo concettuale a s tra tto della realtà e d ell’in d iv id u alità, generò l’an titesi del m aterialism o e del positivism o. P er la consum azione della tesi n el­ l’an tite si la vu o ta idealità si andò riem p ien d o di u n co n ten u to co n creto onde, al term in e della sinistra hegeliana (S tirn er, N ietzsche), d e tte n a­ scita alla afferm azione dell’individuo reale nel valore d ell’in co n d izio n a­ to. [...] C om e la tesi razionalistica culm inò in una idealizzazione del reale, così dalla sintesi dell’idealism o m agico viene p o stu lata una realiz­ zazione d ell’ideale (che è poi la vera derealizzazione del reale), cioè una po ten za d ell’individuo così reale q u an to lo era l’essere e la d e te rm in a ­ zione della n atu ra stu d iata dal m om en to a n tite tic o della scienza .” 24 Su queste prem esse si svolge la congiunzione vo lo n tà-p o ten za-lib er­ tà: l’uom o v eram ente libero è colui che ha in sé il proprio principio, essendosi lib erato , attrav erso la volontà, di ogni “fuori da sé” necessi­ ta to . C iò si com pie ap p u n to attrav erso la v olontà, che si è resa in tal m odo p oten za, e che com e poten za si esprim e, in q u an to o rig in ata da sé, nei co n fro n ti del m ondo esterno.

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Va da sé che per porsi com e puro se stesso l'in d iv id u o deve lib e rar­ si da qualunque form a di legge m orale: m oralila c- libertà sono in fa tti “due dim ensioni della coscienza assolutam ente iiudim inuibili” . C om e già il superuom o, l ’individuo assoluto evoluii io e prilliti e oltre ogni leg­ ge m orale — m orale del pari intesa com e "religione sein lu rizzata” , o v ­ vero com e sem plice “fo rz a” nascosta sotiu il velo ili ap p aien ti e fittizi ideali. E tu tta v ia E vola ha “bisogno" della monile, al p unto di rich ia­ m arsi al suo significato tradizionale, d ie esprim eva il relazionai si del l’“u m an o ” col “d iv in o ” . In E vola, è p roprio col ven ir m eno di tale re­ lazione che la m orale cessa di esistere, di avere senso; perde il suo fo n ­ d am en to invulnerabile e il suo ca ratte re “sacrale” per appoggiarsi a ca­ tegorie p articolari ed “e ste rn e ” , dalle quali trae oggi fo n d am en to e co n ­ te n u to . Q u esto processo, che E vola indica com e conversione della “m orale” in “ m oralism o” , sarebbe già p ienam en te p resen te in K an t, al­ lorché l’im p erativ o categorico si scontra con il problem a teo retico del suo “c o n te n u to ” , lasciando ap erto e insoluto l’in terro g ativ o co n ­ n esso 25. In e ffe tti la critica evoliana della m orale si incanala in un a duplice p ro sp ettiv a, p er cui si ha, per un verso, afferm azione della au tonom ia della m orale risp e tto alle categorie dell’“u m an o ” e necessità della sua riconduzione a un principio “ sup erio re” che ne sia fo n d am en to ; per l’altro, critica di quelle form e di autonom ia suscettibili d i in ficiarn e il c a ratte re assoluto e di trad u rsi in relativism o. Il che significa, per usare categorie proprie del pensiero evoliano, necessità d i so ttra rre la m orale a ogni possibile “d iv e n ire” p er ricondurla alla etern a fissità dell’“esse­ r e ” . Q u i, un principio “superio re” reste reb b e a suo fo n d am en to , co n ­ servandole quel ca ratte re di assolutezza che solo consente di p o te r p a r­ lare di m orale. N o n a caso, è p roprio la m ancanza di tale “su p erio re” riferim en to che E vola critica in N ietzsche e che sostiene, ren d ereb b e nulla la sua “volontà di p o te n z a ” 26. Si esprim e in q uesto senso la critica alla conce­ zione im m an en tistica dei valori che, priv an d o d i u na “giu stificazio n e” la volontà di po ten za, ne dim in u ireb b e il significato: la negazione della trascendenza finirebbe in tal m odo per inficiare la figura del superuo­ mo. D i questi, peraltro , E vola critica uno degli asp etti fondam entali, l’essere “p ro g e tto ” di una um an ità fu tu ra , den u n cian d o in ciò la p re ­ senza di u n a com p o n en te “finalistica” che si m an ifestereb b e com e la negazione dell’“essere” e la conseguente afferm azione della possibilità del “d iv e n ire ” . C om e l’uom o che “deve essere” , sostiene E vola, il su­ peruom o si costituisce com e il senso dell’um anità, e com e il suo “fin e"; per ciò stesso, esso segna la cad u ta della tem poralità nel m ovim ento del d ivenire, spostando il senso della v ita fuo ri dalla v ita stessa, quale è nel suo etern o im m ediato essere. La stessa teoria dell’etern o rito rn o viene accolta seguendo q uesta p ro sp ettiv a, secondo la valenza teo retica prò p ria della filosofia evoliana, quale “v ed u ta che in fondo conduce già . li

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In del m ondo del divenire avviando verso u na eternizzazione d ell’esse­ Così, l’im m obilism o d ell’universo evoliano nega ogni possibile spazio al p ro g ettare um ano perché tu tto è già posto, è già in sé com piu­ to. Q uel che E vola non può “ accogliere” è la possibilità, sia p ure rem o ­ ta e virtuale, di “risc a tto ” dell’um an ità insita, secondo u na ce rta le ttu ­ ra, nell’idea del superuom o; risca tto che è già negazione di un a co n d i­ zione “in trin se ca” , e quindi ap e rtu ra verso un possibile fu tu ro . L ’in d i­ viduo evoliano è invece colui che guarda al passato, colui p er il quale il fu tu ro è ancora un rien tra re nel passato. N o n a caso nel m ito d ell’e­ tern o rito rn o E vola coglie p roprio il rip ro p o rsi della m edesim a “fo rm a” dell’essere: “il m ito deil’etern o rito rn o è la disposizione di chi, in id e n ­ tità con se stesso, con la radice ultim a del p roprio essere, afferm a se stesso a tal segno che non lo terro rizza, ma lo esalta, la p ro sp ettiv a che, per u n ricorso in d e fin ito di cicli cosm ici, egli già fu e to rn erà a essere com e è innum erevoli v o lte .” 28 D ietro il “m ito ” nietzscheano, però, c ’è un diverso “se n tim e n to ” del tem po; e c ’è anche un se n tim en to del dolore che in E vola è del tu tto assente, e che dà all’etern o rito rn o nietzscheano un significato certo più profondo di quello colto dal nostro. C iò vale anche a proposiiii della morale, dove, se l’operazione d i negativizzazione è sim ile, assai diverso è il suo significato; si pensi, ad esem pio, alla d en u n cia del ca­ rim ele "m enzognero” della m orale cristiana, e ancor più alla “ m orale dell« perni": N ietzsche in fondo critica p ro p rio ciò che E vola cerca, il f(indum ento "su p erio re” . Il bene e il m ale appaiono convenzioni create dui più lorte c .1 suo uso: la critica n on è alla logica del più fo rte , ma nlln Min p ie ie s n ili m ostrarsi com e qualcosa di più, com e l ’espressione di un principio superiore — qualunque nom e gli si voglia dare. L etto in questi! otticu l .volu sviluppa un discorso in qualche m odo an tite tic o risp etto il quello nietzscheano: deve giustificare la m orale, fondarla su un principio supcrum uno. lì ciò vale non solo per la m orale, m a anche per lo S tato , In Legge, il P otere, e persino l’econom ia, e in genere per tu tte quelle dim ensioni suscettibili di “ trad u z io n e” politica. E le stesse form e della razionalità non sono riconducibili a criteri “u m a n i” , m a a principi superiori. 1 quali per loro stessa n atu ra non necessitano di spie­ gazioni, m a solo di un a tto di fede.

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3. IL TEM PO E LA STORIA. MONDO TRADIZIONALE E MONDO MODERNO N ella stessa dim ensione “su p eru m an a” si colloca la concezione evoliana del tem po: non il tem po storico ma il tem po m itico, per il quale il d ato em p irico-quantitativo n on ha valore. U n tem po che n o n scorre lineare e irreversibile, m a si fra ttu ra in cicli conclusi e in sé p erfetti, aventi ciascuno in ogni suo m om ento una pro p ria in d ividualità. N ella

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p ro sp ettiv a evoliana il ciclo rapp resen ta, per la circolarità del suo m ovi­ m ento, la chiave p er superare l ’elem ento della d u rala storica, per so t­ trarre il tem po alla m obilità del div en ire e ricondurlo alla etern a fissità dell’essere. E una p ro sp ettiv a che chiaram ente risente dell’influenza della concezione nietzscheana — il tem po sferici) -, ma che a d iffe­ renza di q uesta propone l'im m agine del circolo come indicativa di un processo in sé com piuto, che non si ripropone se non aH 'interno dei suoi singoli m om enti. I cicli, scrive Kvola, “ rap p resen tan o ciascuno uno sviluppo com pleto, form ando u n ità chiuse e p erfette, identiche d u n q u e le une risp etto alle altre, e ripeten d o si non m utano e non si m o ltiplicano” 29; da qui l’idea tradizionale che “d u ra te q u a n tita tiv a ­ m ente diseguali potevano essere considerate com e uguali un a volta che ciascuna di esse contenesse e riproducesse tu tti i m om enti tipici d i un ciclo” ’0. P rim a conseguenza di questa “com pletezza” , organica e non q u an tita tiv a , è il fran tu m arsi della d u ra ta storica, e qu in d i la non co n ­ fo rm ità e labilità della d u ra ta cronologica, che con sen te di rap p rese n ta­ re il tem po com e “serie di e te rn ità ” M; tale è la concezione trad izio n ale del tem po — “im m agine m obile d ell’e te rn ità ” 52 rip ete E vola — , ove la “m o b ilità” , svincolata dal processo del divenire, si lega alla dim ensione d ell’essere. A q u esta opposizione essere-divenire E vola fa co rrispondere quella tra civiltà d ello spazio e civiltà d e l te m p o : le prim e sono quelle a c a ra tte ­ re tradizionale, le cui radici affondano app u n to nell’atem porale; civiltà dello spazio, perché lo spazio è in fin ito e indeterm in ab ile, sem pre uguale. In q uesta sfera “ a ltra ” risp e tto a quella m oderna, il tem po non si m isura per q u a n tità m a si rap p resen ta per im m agini e sim boli; i num eri stessi valgono a indicare non delle q u a n tità m a dei “ritm i” — “o nde possono o rd in are d u ra te m aterialm ente diverse ma sim bolicam ente eq u iv alen ti” ,5. Il sim bolo assolve in tal m odo la funzione o rd in atrice che altrove è pro p ria del num ero, d iv e n ta u n d ato reale, p erd en d o il ca ratte re fan tastico che gli viene a ttrib u ito dalla m en talità m oderna. C osì il tem po si esprim e attrav erso “significati” : è il luogo degli eroi, dei m iti, degli dei tradizionali, un luogo magico, nel quale la d u ra ta è scandita da riti: “so tto vari rig u a rd i,” scrive E vola, “si può convenire con chi ha d e tto che l’antico calendario non segnava che l’o rd in e di periodicità di u n sistem a di r iti.” ,4 Secondo questa p ro sp ettiv a, il ra p ­ p o rto tra m agia e rito è strettissim o , com e pure quello tra sim bolo e realtà: è dalla loro concatenazione che nasce il tem po, nel suo significa­ to sovrastorico e “m agico” . N ell’am bito di q uesta concezione anche lo spazio assum e u n significato particolare che no n indica sem plicem ente u n luogo geografico delim itato , m a anche il suo rap p o rto con la n atu ra, con gli elem enti fisici e m etafisici, con tu tto ciò che nel m ondo tradi zionale ne d eterm in av a la sacralità: “a ogni direzione dello spazio," scrive E vola, “corrisposero anticam en te anche influenze d eterm in in e,

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spesso d a te so tto form a di en ti, genii e simili: e questa conoscenza fon­ d ò non pu re asp etti im p o rta n ti della scienza augurale e la geom anzia [...] sem pre conform em ente alla legge delle analogie e alla possibilità che q uesta offre di prolungare l’um ano e il visibile nel cosmico e nel­ l’invisib ile.” 5 5 Q u esta contrapposizione um ano, visibile-cosm ico, invisibile, p eral­ tro co rrisp o n d en te a quella divenire-essere, E vola la deriva dallo stu d io delle filosofie orientali e delle p ratich e esoteriche. E ssa si rifa a quella “d o ttrin a delle due n a tu re ” che, operan d o un a scissione del reale dal sensibile, consente l’uso dei term ini secondo un significato inverso ri­ spetto a quello della cultura m oderna. E in fa tti il reale, nel senso in cui lo usa E vola, indica ciò che, essendo più vicino al cen tro d ell’essere, è per ciò stesso più lontano e inaccessibile all’um ano. Secondo la d o ttrin a delle d u e n a tu re — E vola sottolinea rip etu tam ente il ca ratte re di “d o ttr in a ” , di “conoscenza” , rifiu tan d o quello di “te o ria” — esiste un o rd in e fisico e u n o rd in e m etafisico, un a n atu ra m ortale e u n a im m ortale, una ragione “ su p erio re” dell’essere e un a “inIcrio re” del divenire; ciò era n o to all’“uom o trad izio n ale” , il quale sa­ peva “della realtà di un o rd in e dell’essere m olto più vasto d i quello a m i ogni corrisponde di m assim a la parola “reale” 56. “R eale” p e rta n to u d ii e ciò che m an ifestam ente appare, ma ciò che si cela, e, p u r non idem il ii undosi necessariam ente con il sop ran n atu rale, tu tta v ia afferisi e ii unii dim ensione più vasta dello sp irito , a una form a d ell’esperien/.i raggiungibile attrav erso l’a sce si” . D i co n tro , “irreale” è ciò che m a­ nifestam ente appare, ciò che è sem plice m aterialità — analoghi co n cet­ ti dominimi) com e si è d e tto l’idealism o magico. Vera conoscenza è allora la conoscenza del sovrasensibile, d i ciò che, essendo identico a se stesso, al di là del tem po, costituisce l’etern a im m utabile formi dell'essere: il m ondo dello S pirito. Sull’opp o sto v er­ sante è il m ondo della M ateria, del divenire, quello che viene d efin ito “il m ondo delle cose, dei dem oni, degli uom ini, delle passioni” 58. A q uesta diversa idea del reale, e alle diverse “fo rm e” della cono­ scenza che vi si collegllilo, va rico n d o tto il co stan te riferim en to alla leg­ genda, alla sim bologia, al m ito, com e form e gnoseologiche afferen ti a dim ensioni reali. Il m ito in particolare ha una im portanza fondam entale nella filosofia della storia evoliana, assunto nella accezione già pro p ria di B achofen — ma in una qualche m isura anche di N ietzsche, e ancor prim a d i V ico — , il term ine indica non una costruzione fan tastica, ma una v erità p rofonda, superum ana e superstorica, una espressione del reale d unque, nel suo senso più pro p rio e antico. Seguendo ancora B a­ chofen, E vola considera il m ito, e le dim ensioni a esso correlate, com e l’asp etto più au ten tico delle civiltà, il più valido stru m en to di co n o ­ scenza della loro essenza e della loro sto ria stessa; il m ito è anzi “l’in te ­ grazione di senso” della storia: “ m en tre dal p u n to di v ista della scienza si dà valore al m ito per quel che esso può fo rn ire di storia, dal n o stro

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si dà invece valore alla storia per quel che essa può to rn ire d i m ito, e p er quei m iti che si insinuano nelle sue tra m e ” Nella 1ilosofia evoliana il m ito “su p e ra” la storia, p roprio perché si iuj>|>.> i t;i a una diversa form a della razionalità, che n on si m anifesta come m irra/ione d i fa tti m a com e rap p resentazione di u n ’“id e a ” , sim bolo ili unii "situ azio n e” che n on ha p ro p riam en te un inizio né una line II m ito v i i oltre la storia perché si situa in u no spazio atem porale e s o v n i s t o r i c o , e d è perciò “stru m e n to ” p er superare il divenire: nel m ito in fatti il tem po non ha storia né d u rata , div en ta espressione di stru ttu re sucre, m etafisiche, im m ortali. In q uesto diverso “se n tim e n to ” della tem poralità, e nel d i­ verso significato delle categorie storiche e m etastoriche, è il senso della critica evoliana alle m oderne form e della razionalità, e alla m oderna concezione della storia. E vola è un “irrazio n alista” in senso im proprio, vale a d ire nella m i­ sura in cui p ro sp etta una diversa dim ensione della razionalità, u na ra ­ zionalità “a ltra ” , che raccoglie quelle espressioni del profo n d o negate dal razionalism o di tipo positivistico; più che altro, la filosofia evoliana è quella dello spirituale e del sovrarazionale, che non quella d ell’irrazio ­ n a le 40. In term in i di critica della ragione il suo “irrazionalism o” è p iu t­ to sto la critica della ragione m oderna quale non-ragione, in funzione dell’afferm azione di una razionalità che si rap p o rta a un senso diverso della “re a ltà ” e della “rag io n e” . La critica al razionalism o scientifico si inserisce in q uesta pro sp ettiv a, com e critica alla “p rete sa” di spiegare in term in i di “rag io n e” ciò che n on è indagabile dalla ragione m oderna, dalle m oderne form e della conoscenza. A ncora nella p ro sp ettiv a di una diversa form a della conoscenza, e di un diverso rap p o rto tra il reale e le form e della razionalità, si svolge la critica allo storicism o. In ta n to , lo storicism o viene ricollegato al pas­ saggio da civiltà d e ll’essere a civiltà d e l divenire, vale a d ire al passaggio da una dim ensione esistenziale ad e ren te a principi superiori a una d i­ m ensione legata alla contingenza; già per questo lo storicism o, quale stru m e n to p roprio della concezione m oderna dell’esistenza, racchiude tu tte le deform azioni delle m oderne form e dell’indagine conoscitiva, e p rincipalm ente quella che, negando l’esistenza di u n principio trasc en ­ d en te, giustifica la prassi attrav erso se stessa. “Passiva filosofia del fa t­ to co m p iu to ” , secondo la d efinizione di T ilgher, lo storicism o rap p re­ senta per E vola una “ideologia” priva di co n ten u ti p ro p ri, asservibile p e rta n to a qualunque idea politica, u n “criterio di v alo re” che d eterm i­ na ciò che è “sto ric o ” e ciò che è “ an tisto ric o ” sulla base del suo e ffe t­ tivo ac c a d e re 41. M uovendosi all’in te rn o di u n diverso senso del reale, E vola definisce lo storicism o una ideologia “irrealistica o grossolana­ m ente realistica” , sottolineando ancora una volta la valenza negativa del d ato em p irico -fa ttu a le42. A m onte della polem ica co n tro lo storici smo c ’è in fa tti la critica nei co n fro n ti dell’idea stessa di storia, e ili tem po, della cu ltu ra m oderna. D al p u n to di vista evoliano, se c o n s i i l e

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rata nel suo significato e nel suo “senso” moderno, la “storia” è un m omento negativo in quanto appartiene al regno della fattualità, della mera empiria, nel quale la razionalità in senso “proprio” — cioè nel senso m utuato dalla concezione tradizionale — non ha spazio alcuno; così considerata, la storia cade in una dimensione dove tu tto è comun­ que distorto; perso il contatto col divino, una razionalità materiale e umana viene accolta come criterio, e l’equazione col reale diventa stru­ m ento erm eneutico “ideologico” per giustificare il “fatto com piuto” . Una volta ricondotto nell’alveo della concezione tradizionale dell’esi­ stenza, l’intero problema della “storia” assume contorni del tu tto di­ versi, e una diversa forma di razionalità, un diverso concetto di reale consentono di superare il “tempo storico” e di sfuggire a leggi “evolu­ zionistiche” . Q uel che la cultura moderna chiama “storia” secondo Evola non è altro che la manifestazione della involuzione spirituale del­ l’um anità, delle tappe del suo distacco da un “principio superiore” ; la “storia” non ha dunque un senso profondo, bensì si pone come mera successione di “fa tti” disarticolati e privi di significato. M uovendosi nella stessa prospettiva di Spengler, Evola propone una immagine regressiva della storia, che però, a differenza di quella spengleriana, contiene il riferim ento a un principio trascendente, che ne costituisce la ragione stessa. È appunto da questo “principio”, o me­ glio dalla sua mancanza, che origina l’idea della storia come decadenza, come progressivo inverarsi di un principio materiale e umano in luogo di quello spirituale e divino. Secondo questa linea interpretativa, comune anche a G uénon, l’u­ m anità avrebbe conosciuto un processo di lenta e costante involuzione, a partire dalla primordiale età dell’oro, attraverso l’età dell’argento, del bronzo e del ferro; poi con la fine dell’età del ferro, sarebbe precipitata verso quelle forme di dissoluzione totale delle quali è espressione il M ondo M oderno. Evola considera questi quattro cicli o età in relazio­ ne al loro rapportarsi a un principio superiore: il metro del regresso è dato dalla misura del distacco rispetto al principio “superiore” o “divi­ no” . La mancanza di tale principio è il tratto specifico che segna le società di tipo moderno , differenziandole in modo netto e definitivo da quelle di tipo tradizionale. Secondo la mutuazione da G uénon la “ Tradizione ” rappresenta la struttura fondam entale di una società di tipo organico. “Una civiltà o società è tradizionale quando è retta da principi trascendenti ciò che è soltanto umano e individuale, quando ogni suo dominio è ordinato dal­ l’alto e verso l’alto .” 43 Tradizione è un concetto che unifica esperienze “tem poralm ente” diverse; come G uénon, Evola usa il termine sempre al singolare proprio per sottolineare il carattere di univocità di civiltà storicam ente e geograficamente diverse: nella concezione evoliana del tempo è possibile parlare di “esperienza” tradizionale come di qualcosa

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che supera la durata del tempo storico per collocarsi iti una dimensione ideale. Il M ondo Tradizionale è infatti, nella sua completezza organica e sovratemporale, il mondo dell’Essere, dello Spirilo, dell’O ggettività, dell’O rdine; al contrario il M ondo M oderno è il mollilo del Divenire — ciò che essendo soggetto a m utam ento, non e ruppoti ulule a un prin­ cipio superiore e oggettivo — , della Mutcriu, del C,«os In virtù dell’e­ lem ento della trascendenza il Mollilo Trudizionule non conosce, per il principio di identità universale che lo determ ina e lei sorregge, i|iiellu contrapposizione tra essere e dover essere sulla quale si costruisce il Mondo M oderno: qui il dover essere, non essendo rapportabile a un principio o fondam ento “superiore” , incombe sull’uomo come mera co­ strizione, come dimensione sostanzialmente estranea perché priva di una “superiore” giustificazione. A un principio o ordine trascendente è invece im prontata l’intera organizzazione giuridico-politica del M ondo Tradizionale, e le sue strutture sociali: lo Stato, la Legge, le strutture castali hanno significato e finalità- trascendenti. Conform em ente alla trascendenza del suo stesso fondam ento, lo Stato è considerato il “tra ­ m ite” tra l’um ano e il divino, la sua guida incarna sia il potere tem po­ rale sia il potere spirituale. Tale guida, il pontifex — appunto “facitore di pon ti” — o “Re D ivino” , è inform ato alla medesima sostanza divi­ na, che estrinseca attraverso l’esercizio del Rito — il rito è un momen­ to fondam entale della Società Tradizionale, proprio in quanto rappre­ senta il com pim ento dell’unione tra l’umano e il divino — ; ed è un principio “divino” che legittim a il pontifex, conferendogli il potere e l’autorità necessari al comando. In tal modo la “legittimazione superio­ re” giustifica un potere che “deve” essere assoluto, perché non può darsi la relatività nella trascendenza, e che altrim enti non troverebbe fondam ento che nell’arbitrio. Q uesta forma di legittimazione è il fon­ dam entale criterio di differenziazione — dal quale tu tti gli altri proce­ dono, e al quale si riconducono — dello Stato Tradizionale rispetto a quello M oderno: da questa prospettiva, lo Stato M oderno, traendo la propria legittim azione “dal basso” , viene considerato come espressione di regressione spirituale e politica, come autentica “perversione ideolo­ gica” 44. Evola sostiene infatti che il popolo è portatore di una sostanza “dem onica” che ne costituisce il fondam ento stesso; tale sostanza de­ monica (nel senso antico, non cristiano del term ine, precisa) “abbiso­ gna sempre di una catarsi, di una liberazione prima che possa valere come forza e m ateria — dynamis — di un sistema politico tradizionale, epperò perm ettere che al di là di un substrato naturalistico prenda sem­ pre più rilievo un ordine differenziato e gerarchico di dignità” 45. Se­ condo la concezione tradizionale “lo Stato sta invece al popolo come il principio olimpico sta a quello ctonio e infero, come idea e forma nous — stanno a m ateria e spirito — hyle — epperò nel rapporto stesso di un principio luminoso maschile, differenziato e fecondatore, di Iron te a una sostanza femminile labile, promiscua e notturna” 4 '’. I .i I .egge

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partecipa dello stesso principio trascendente dello Stato, possedendo lo stesso carattere divino, e perciò reale — nel senso indicato — , per cui Evola parla di un “realismo trascendente ” 47 come presupposto della nozione tradizionale di legge. Poiché trae la propria legittimazione da un ordine superiore, del quale riflette la sostanza, la legge tradizionale si m anifesta come il riflesso di un ordine oggettivo, la trasposizione in term ini umani di principi universali. Così Evola scrive che nella dim en­ sione tradizionale il significato “m oderno” della legge, come strum ento di convivenza, non ha alcun senso: “L’utilità della legge in senso mo­ derno, cioè come utilità m ateriale collettiva, non fu mai il vero criterio: non che questo aspetto non fosse considerato, ma esso era pensato co­ me accessorio o consequenziale in ogni legge, una volta che essa fosse veram ente tale [...] per essere utile in tal senso, si richiedeva che la legge si presentasse altrim enti che come mera e mutevole creazione del­ la volontà degli uom ini .” 48 Ancora il medesimo principio divino “giustifica” l’organizzazione sociale: le caste. Il sistema gerarchico-castale è considerato infatti il ri­ flesso dello stesso ordine cosmico, quale si sviluppa per gradi successivi daWinferiore al superiore. La gerarchia tradizionale è infatti costruita se­ condo una struttura piramidale che ha al vertice il Re Divino, espres­ sione di “ciò che nell’uomo va al di là dell’uom o” , poi le aristocrazie guerriere, quindi la borghesia (“gli esperti del traffico e dello scam­ bio”), e infine la massa. La divisione castale presenta secondo Evola un fondam ento spiri­ tuale, che esprime la corrispondenza per gradi progressivi alla vittoria del “ cosmos ” sul “caos", e il grado di elevazione spirituale al quale cor­ risponde la situazione castale è proporzionale al grado di dominio delle forze materiali in funzione del principio universale ordinatore. Prima che gruppi sociali le caste sono infatti momento di definizione delle funzioni e dei modi di essere e di agire degli individui: le due caste superiori esprimono le due massime estrinsecazioni dello Spirito, la Co­ noscenza Pura (Contemplazione) e l’Azione Pura (Azione Eroica), che sono le attività libere per eccellenza. L ’idea della Azione Eroica corri­ sponde alla concezione della guerra come fenomeno spirituale — Xeroi­ co indica in questa prospettiva la reintegrazione ottenuta per mezzo dell’azione — 49, ossia la guerra come mezzo per la realizzazione spiri­ tuale, e la vittoria come momento di legittimazione del potere — legit­ timazione “superiore” perché rispondente al giudizio divino. La Conoscenza Pura esprime lo stesso significato trascendente del M ondo della Tradizione quale mondo dell’Essere; è la conoscenza del non visibile, del superumano, che si raggiunge attraverso la m editazio­ ne e l’ascesi. È conoscenza del divino, di ciò che costituisce il senso dell’E terno e Imm ortale principio. Connessa è la nozione di aristocra­ zia che, secondo la concezione evoliana, è quella dello spirito, e il vero aristocrate è colui il quale è “spiritualm ente superiore” ; ma questa su­

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periorità dello spirito risulta indissolubilmente legni ¡1 n un fatto geneti­ co. Ciò emerge dalle stesse parole di Evola, l]iuiiuI<>. riferendosi alla tradizione ellenica e romana afferma che “unii 1rudi/ione sacra, non semplicemente una tradizione di sangue e unii selezione razziale fece tale l’antico aristocrate [...] il principio vero delln dillerenza era dato dal fatto che gli avi del plebeo e del servo non r u m o ".ivi divini” come quelli dei ceppi patrizi. Col sangue 1 1 essi non si trasmetteva nessuna qualità di carattere trascendente e nessuna "lormn" nllidiilii ¡1 unii Iradizione rigorosa e segreta reggeva la loro vita” I.'importanza del san gue come tram ite attraverso il quale il carattere divino dei patres si tra­ sm ette ai discendenti spiega l’idea evoliana della superiorità dello spiri­ to aristocratico: l’aristocrate è tale non semplicemente “per nascita” ma perché attraverso la nascita egli riceve quel patrimonio spirituale che si è afferm ato nelle generazioni precedenti attraverso la lunga a tti­ tudine alla disciplina interiore, al dominio delle passioni, al comando. Quella evocata da Evola non è semplicemente una aristocrazia in qual­ che modo rapportabile alla sua espressione m oderna51, è piuttosto quel­ la propria del M ondo Tradizionale, nel quale il principio endogamico impediva unioni “spurie” proprio per evitare il disperdersi dei caratteri “sacri” della tradizione familiare. Di fatto però, Evola non riesce a su­ perare seriam ente lo “scoglio” genetico; anzi, proprio il fatto di ricon­ durre i concetti di “superiorità” e “inferiorità” a una base “naturale”, in senso biologico, rafforza la com ponente genetica. Infatti, è proprio su questa base che la differenza tra aristocrate e plebeo diventa un da­ to assoluto e irreversibile; il principio di divisione castale è tale da ren­ dere il “passaggio” dall’una all’altra casta addirittura illogico, perché ciò che è per natura inferiore non può diventare superiore, e viceversa, a meno di non perdere com pletam ente la propria id e n tità 52. L ’apparte­ nenza all’una o all’altra casta non è casuale. Secondo la dottrina tradi­ zionale — la dottrina del Karma o Dharma — lo spirito preesiste alla persona fisica e ne determ ina la nascita terrestre, così che si ha un de­ term inato spirito perché si è nati in una determ inata casta, ma in pari tempo si è nati in quella casta perché “trascendentalm ente” si ha già quel determ inato sp irito 53. A ttraverso lo stesso procedimento Evola spiega i concetti di “superiorità” e “inferiorità” razziale; in term ini moderni, la dottrina del Karma spiegherebbe come l’appartenenza a una determ inata razza non sia un fatto casuale, bensì una situazione determ inata dallo status spirituale di ciascuno (il “nucleo della persona­ lità”), il quale preesiste all’individuo fisico determ inandone la nascita “terrestre” : “l’io um ano,” sostiene Evola, “come io avente una data natura propria, sarebbe l’effetto, la produzione, il modo di apparire sotto certe condizioni di esistenza di un ente spirituale che gli preesiste e che lo trascende.” 54 La nascita terrestre, storico-biologica, non smeli be dunque altro che il riflesso di una “eredità trascendentale” — unii superiorità o inferiorità spirituale — , così che lo “status mondano" di

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ciascuno è tale nello spirito prima che nella sua estrinsecazione storica. Secondo Evola, la dottrina del Karma supererebbe il problema del “razzismo volgare” o biologico, giustificandolo nei termini di un supe­ riore principio spirituale55. Sulla base della reciproca implicanza del dato spirituale e di quello biologico-sociale Evola giunge a sostenere l’assoluta estraneità del con­ cetto di giustizia alla divisione castale, come pure alla discriminazione razziale: non si tratterebbe infatti di situazioni volute o imposte da una volontà umana, bensì di situazioni conformi alla “natura delle cose”, quale procedente “verso l’alto” . Q ui è la ragione della necessaria aristo­ crazia dei capi. Per il non aristocrate accettare questo principio signifi­ ca autom aticam ente accettarsi come inferiore; ma, paradossalmente, proprio questa sua accettazione, che è poi fedeltà a un principio dato per “divino” , contiene la chiave del riscatto, perché solo in tal modo egli acquista una funzione e un ruolo. Per questa via, egli si inserisce con un proprio compito nell’armonia del “tu tto ” , e da ciò la sua fun­ zione, il suo lavoro, la sua stessa esistenza ricevono una “dignità” altri­ menti preclusa: il plebeo serve nella consapevolezza dell’im portanza di questo suo servire. Così, l’incondizionata obbedienza diventa nel di­ scorso evoliano dignità del proprio essere, mentre il moderno “uomo libero” non è che il “paria glorificato” . Ma “libero” non è neppure l ’aristocrate: egli deve rimanere al suo posto, nella sua collocazione sociale, nell’ambito della sua cerchia di ap­ partenenza. Per questa ragione, sarebbe inesatto vedere nella teoria evoliana il “disprezzo” verso il plebeo in quanto tale; il disprezzo è in realtà diretto verso qualunque manifestazione di fuoriuscita da un ordi­ ne prestabilito, che riguardi il plebeo o l’aristocrate. Q uesta difesa del principio gerarchico è talm ente radicata che il di­ sperdersi della tradizione, e il conseguente avvento del M ondo M oder­ no viene ricondotto proprio all’azione di un principio sovvertitore del­ l’ordine castale: il progressivo disgregarsi del principio gerarchico sa­ rebbe infatti il principale responsabile del trasferim ento del potere dal­ le classi superiori a quelle inferiori. Tale processo di frantum azione del principio gerarchico sarebbe a sua volta dovuto alla perdita del “divi­ no” come referente esistenziale assoluto, quindi al declino della supre­ mazia dello spirito sulle altre com ponenti, soma e psiche. Da qui il di­ sperdersi del principio spirituale quale principio regolatore e il conse­ guente affermarsi di principi-guida sempre più vicini alla “m aterialità” . L ’aspetto politico di questo processo si manifesterebbe con il passaggio da Stati di tipo aristocratico-sacrale a Stati monarchico-guerrieri, già in gran parte “colpiti” dalla secolarizzazione, a Stati retti dal principio capitalistico, e infine a Stati ispirati a principi socialisti e collettivisti. Parallelamente, a una fase di predom inio della casta sacerdotale sareb­ be subentrato il predom inio della casta guerriera, della casta borghese, e della casta dei servi, m entre si compiva il progressivo distacco del

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potere spirituale da quello temporale, originaria menu- unificati, come si è detto, nella figura del pontifex. A ll’interno di questo processo involutivo Evola individua però due m om enti storici durante i quali le strutture del mondo Intdizionale ven­ gono nuovam ente affermate, l’im pero Romano e il Medioevo ghi­ bellino. L ’Im pero Romano rappresenta pei Kvola il (limilo della virilità guerriera e dell’etica pagana; delle antiche strutture tradizionali l'im p e­ ro fa proprio principalm ente il fondam ento divino dell’autorità e de! potere, che rende imperium il comando del Capo. La nozione romana di imperium designava infatti la potenza pura del comando, la forza quasi “m istica” e Vauctoritas inerente a chi ha funzione e qualità di C a­ p o 56. Come nelle organizzazioni tradizionali l’im pero era strutturato “dall’alto” , secondo rigidi criteri di gerarchia e differenziazione; la di­ sciplina, il coraggio, la disposizione al sacrificio, le “virtù guerriere” tornano a essere valori fondamentali. Si è già rilevato in un capitolo precedente che il concetto di rom a­ nità non è assolutamente assimilabile a quello di latinità, usato sempre con valenza negativa. “L atinità” è per Evola sinonimo di debolezza, passionalità, decadenza; la latinità è il preludio della italianità, e si ri­ congiunge idealm ente a quella “anima m editerranea” portatrice di tu t­ te le caratteristiche negative del m oderno uomo europeo. L ’elemento latino rappresenta anzi l’antitradizione, giacché in esso non sopravvive nulla dei “veri valori” tradizionali; così come il mito “classico”, anche quello “latino” rappresenta la fine della civiltà di tipo eroico-sacrale dei romani e dei greci: “è con la prima rom anità e con Sparta che ci si trova dinanzi a un mondo eroico avente in proprio un ethos severo, l’a­ more per la disciplina e una tenuta virile e dominatrice dell’animo, mondo che assai poco si continuò nella successiva età ‘classica’.” 57 Il Cristianesim o segna il punto oltre il quale avviene la “discesa” 58. “Forma esasperata di dionisismo” , il Cristianesimo, osserva Evola, so­ stituisce all’elem ento eroico quello fideistico, all’elemento divino quello umano (l’incarnazione del Cristo), al culto della forza virile l’esaltazio­ ne dell’um iltà e della “debolezza” , e soprattutto pone un ideale eguali­ tario antitetico e sovvertitore rispetto alla “pura idea rom ana” . La critica di Evola al Cristianesimo si svolge lungo due linee fondamentali, contro il principio di parità ontologica, e contro la sostanza fideistica e dogmatica. Asserendo il principio di parità ontologica degli esseri um ani, il Cristianesim o compie secondo Evola un livellamento “verso il basso” , e attraverso l’esaltazione della virtù dell’umiltà im pe­ disce la tensione dello spirito verso il “reale” superamento della condi­ zione umana. Nel contempo, la mancanza di una tradizione esoterica impedisce all’individuo di portarsi fuori dal sé finito non attraverso un atto di fede, ma attraverso l’esercizio delle facoltà mentali, la disciplina interiore, la m editazione59. L etto in questa ottica, il volgersi di Evola

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verso la meditazione buddista non è certam ente casuale: essa è conside­ rata infatti la sola forma di religione conforme alla dignità umana per­ ché non retta dalla dinamica della colpa-punizione, che schiaccia l’uo­ mo sotto il peso della minaccia impedendogli la piena appropriazione di sé. La liberazione dal senso del peccato è infatti condizione impre­ scindibile per realizzare la restituzione dell’io a se stesso, e quindi per­ ché si attui quell’idea di libertà che solo si realizza attraverso l’assolutizzazione di sé. Alla accettazione passiva di una verità “eteronom a”, il buddismo contrappone la ricerca interiore della verità attraverso la m editazione, così che il “riscatto” dalla condizione di fragilità umana non necessita di un intervento “esterno”, bensì si svolge e si risolve all’interno dell’io. Del resto il processo non è dissimile da quello de­ scritto nel M ondo Tradizionale, quando il rito dell’iniziazione rappre­ sentava il momento della rinascita spirituale (il “risveglio”) che consen­ tiva il naturale rapporto con la dimensione trascendente. La divinità era allora un fatto di “principio” immanente all’intero ordinam ento mondano. II Medioevo ghibellino rappresenta il secondo momento di “inter­ ruzione” del processo storico regressivo. Ritornano con esso gli elemen­ ti tipici del M ondo Tradizionale: la natura superpolitica e universale del “Regnum ” e la sua origine super umana (presenti nell’ideale impe­ riale ghibellino); la natura superumana del potere dell’im peratore quale rappresentante di un potere che trascende la comunità di cui egli ha la direzione60; l’elemento della fedeltà come vincolo spirituale assoluto (nel legame che unisce i feudatari al principe e le varie comunità feudali tra loro e all’im peratore); la mistica della vittoria in armi (la forza è infatti considerata una virtù affidata all’uomo da Dio “per far trionfare la giustizia, la verità e il d iritto sulla terra” 61); la presenza fondam enta­ le dell’elem ento cavalleresco, immagine ideale dell’antica aristocrazia guerriera, quale “naturale complemento dell’idea imperiale” 62. E so­ p rattu tto , con il Medioevo ghibellino la sacralità, intesa come aderenza e rispondenza a un “principio divino” , permea di sé e sostiene l’intera costruzione dell’im pero, così da apparire indissolubilmente legata ad esso. “Se un Im pero non è sacro,” scrive Evola a questo proposito, “es­ so non è nemmeno un Im pero, ma qualcosa come un cancro nell’insie­ me delle funzioni distinte di un organismo vivo.” 6J L ’ideale imperiale rappresenta inoltre la tensione al superamento della divisione tra “tem ­ porale” e “spirituale” , da operarsi m ediante una “sintesi spirituale” che consenta di unificare i due poteri corrispondenti; la riunificazione dei due poteri, separati dalla ideologia cristiana, significa il ripristino della tradizionale funzione pontificale dell’im peratore. Inoltre, l’organizza­ zione della civiltà ghibellina consente al potere di irradiarsi dal “cen­ tro ” — dall’alto — alla periferia e da qui nuovamente al centro; la rela­ tiva autonom ia delle parti è garantita proprio dal loro far parte di un

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unicum , al vertice del quale è l’im peratore, la cui Iun/ione trascenden­

te assicura all’intero sistema stabilità e arm onia'’4. La fine del M edioevo ghibellino s e g n a il d e l i n i t i v o tramonto della Tradizione, e il ribaltam ento di u n ’intera t a v o l a di val or i : il predom i­ nio d eli'umano sul divino, del caduco e m o r t a l e s u l l ' e t e r n o , della mate­ ria sullo spirito.

4.

il

“ g u e r r ie r o ” e l ’“ a p o l it ia ”

Sulla base delle argomentazioni sostenute nel paragrafo precedente, Evola propone una “rivoluzione in senso proprio”, intesa come costru­ zione, o meglio ricostruzione, di un “tu tto ” completamente diverso dall’esistente; ricostruzione di un “già esistito” che si è perso lungo il processo di modernizzazione. Ciò si rende “concretam ente” possibile perché l’opposizione tra le due dimensioni, Tradizionale e M oderna, si svolge all’interno di una tem poralità ideale, come opposizione non tra parti di uno stesso tem ­ po, ma tra tem pi — “esperienze del tem po” — che non sono della stes­ sa specie. N on si tra tta di una contrapposizione storica, perché tu tto ciò che è individuabile storicam ente rientra già nella categoria del “mo­ derno” ; la Tradizione, come si è detto , vive un tempo qualitativam ente diverso, che è quello della sovratem poralità storica. A causa di questa diversa tem poralità, per cui il “m oderno” vive nella dimensione del tempo storico, e il “tradizionale” in quella della sovratemporalità, i due mondi sono irriducibili e incomunicabili: così come il mondo moderno non può essere che storico, allo stesso modo il mondo tradizionale non può essere che sovrastorico , situato in una sfera nella quale espressioni come passato, presente e futuro sono prive di significato. M ondo Tradizionale e M ondo M oderno rappresentano non l’e­ spressione di due “epoche” , bensì si pongono come due “tipi universa­ li”, due “categorie aprioriche” di civiltà. In questa prospettiva, la T ra­ dizione non è più semplicemente un fatto del passato, al contrario è una dimensione idealm ente sempre possibile65. E d è con questa “possi­ bilità” che il discorso filosofico diventa politico, snodandosi lungo due possibili direzioni, quella del “guerriero” — l’uomo tra le rovine — , e quella dell’apolitia. Nel modello del guerriero, già discusso in un capitolo precedente66, si ritrovano quasi tu tte le com ponenti del pensiero evoliano; in un cer­ to senso è proprio la figura che congloba le esperienze intellettuali del l’autore. Innanzitutto, si ritorna al “m otivo” centrale, l’individuo As soluto. Il guerriero può essere considerato come l’individuo assoluto nel quale lo slancio della volontà di distruzione e di potenza è tem pri a to dall’inquadram ento nelle maglie di un ordinam ento politico-niilitaie

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La volontà di dominio esce qui dal puro se stesso per incanalarsi lungo le linee di un programma stabilito “dall’alto” : nel “ruolo” assegnatogli il guerriero indirizza la sua volontà di potenza verso l 'esterno al servizio di un ideale che non “nasce” dall’io — cioè non è prodotto im m ediata­ mente riconducibile all’io — ma è però assolutamente recepito e in te­ riorizzato. Si perde con il guerriero il tratto “ribellistico” che domina l’individuo Assoluto, m entre si affermano le virtù care a Evola: l’obbe­ dienza, l’amore per la disciplina, il coraggio, la disposizione al sacrifi­ cio, il senso dell’onore, frutto di una formazione militare dello spirito ricalcata sul modello di quella propria del guerriero tradizionale. Con questi infatti le assonanze sono evidenti e totali, e non a caso Evola parla proprio di “guerriero” e non di “soldato” . Il guerriero, come lo concepisce Evola, incarna un modello di uomo e un tipo di ideale di vita, entram bi impostati sui valori tradizionali; l’azione in senso propriam ente bellico è considerata solo una situazione contingente eventuale, non il fine al quale è indirizzata, e per il quale si rende doverosa, la “formazione m ilitare dello spirito” . Vale a dire, questa ha un suo valore intrinseco indipendente dalla sua concreta u ti­ lizzazione per scopi m ilitari67; piuttosto, serve a trasporre sul piano della vita “civile” le caratteristiche e i valori della vita “m ilitare” . Si ritrovano nella fisionomia del guerriero alcuni tra tti dell ’Arbeiter jüngeriano, “figura generale che ha dell’ascetico e, a un tem po, del guerriero” 68. Comune è il principio del totale distacco dalla “civiltà del benessere” che Jünger esprime col concetto di “mobilitazione totale” , l’estendersi al tempo di pace dei principi che dominano il tempo di guerra. È la situazione che Jünger definisce “realismo eroico” , e che Evola indica come “l’attitudine che fa continuare ad agire anche quan­ do si prospetta la distruzione e si delinea la vanità dei propri sforzi” 69. In questa sua “disposizione eroica” il guerriero rappresenta infatti, al di là del suo essere risposta alla decadenza, un modello di uomo “nuovo” , nel quale la spiritualità guerriera rinnova le “form e” della Tradizione. Come ideale, il guerriero si pone come l’antitesi del “m er­ cante”, figura tipica della società moderna, della quale simboleggia la alienabilità e caducità dei valori; l ’opposizione guerriero-mercante rap­ presenta in questo senso quella tra spiritualità e materialismo, tra esi­ stenza “eroica” e benessere borghese. Da qui l’esaltazione della lotta, e della m orte eroica, come senso stesso dell’esistenza, istante che rac­ chiude nella sua pienezza e assolutezza l’intera esperienza dell’esistere. E una prospettiva comune a diversi autori sorretti dalla medesima “ispirazione”; Jünger, Benn, Ham sun, Pound, Drieu La Rochelle, Céline — per non dire di M arinetti e del gruppo futurista — sviluppano tu tti un discorso di sublimazione della lotta come momento esistenziale prima ancora che politico70. In Evola, sorretta dalle connotazioni dell’i­ dea tradizionale, la guerra riproduce quegli stessi caratteri che sono propri della lotta esistenziale tra l’io spirituale e l’io materiale e umano ;

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qui trova la sua ragione l’immagine della guemi citine momento di “ascesi”, dom inato quindi dall’elemento interiore r in funzione di prin­ cipi e finalità “trascendenti” 71. Come in Jü n g et, il com battim ento di­ venta allora espressione del superam ento dell» iliinrir.ioiic individuale, e la preparazione m ilitare — la “formazione militine" dello spirito — costituisce un momento di “liberazione" in trriorr A questo livello, il confine tra "guerra" e "pan-” n o n può che esse­ re assai labile, e quasi inesistente mentre diventa c o s t a n t e l’interferen­ za dei valori connessi all’“idea guerriera” con la pratica della vini “civi­ le” . Per chiarire questo punto occorre anticipare alcuni momenti della teoria dello Stato organico. L’elem ento “portan te” dello Stato evoliano è un 'etica guerriera o militare, intesa secondo l’accezione tradizionale, tale cioè da com porta­ re una fusione tra l’elem ento etico “m ilitare” e l’elemento etico “civi­ le” . A ttraverso la connotazione “etica” l’elemento militare perde il tratto “grossolano” e materialistico, non è più considerato elemento “altro” rispetto al vivere civile, alla sfera spirituale e culturale in gene­ re, e diventa esso stesso incarnazione ed espressione della spiritualità e della cultura, quindi del grado di “civiltà” di un popolo. Valori “milita­ ri” e valori “civili” trovano in tal modo piena; coincidenza, e la vita “civile” viene vissuta con spirito “m ilitare” . In contrapposizione a una concezione della vita pacifista e um anitaria, Evola sostiene il “superio­ re d iritto di una concezione guerriera della v ita” 7J, e un’etica guerriera come caratteristica dello “Stato fo rte” : “La democrazia antim ilitari­ sta,” aggiunge, “è espressione della ‘società’ 7", che coi suoi ideali fisici di pace e, al massimo, di guerra per la pace, si contrappone al principio politico, a quello della ‘società di uom ini’, forza formatrice dello Stato, che sempre si è appoggiata a un elem ento guerriero o militare avendo in proprio altri ideali non fisici ma di onore e superiorità .” 75 II signifi­ cato e il senso della figura del “guerriero” va ricercato all’interno di questa generale prospettiva. Pertanto il “guerriero” non è rapportabile né assimilabile ad alcuna figura di “m oderno” militare; l’idea che ne ha Evola è ancora legata all’immagine del guerriero tradizionale: l’eroe privo di passione, privo quindi anche dell’odio verso il nemico, senti­ m ento considerato “degradante” per il vero soldato. Il nemico potreb­ be dunque essere assimilato a quello che Schm itt definisce Vhostis, il nemico in senso politico, quindi pubblico — “non c’è affatto bisogno di odiare privatim e personalm ente il nemico in senso politico ...” 76 — ; ma in Evola il nemico non è un concetto altrettanto centrale che in Schm itt, è anzi marginale rispetto al “senso” della politica, e funziona­ le invece rispetto all’affermazione del principio dell’assoluta obbedien­ za. La mancanza di “passionalità” nei confronti del nemico non è ri conducibile tanto al carattere “estraneo” ed “esterno” àeWhostis, quan to piuttosto alla necessaria “impersonalità" del guerriero, a sua volta < !< term inata dall’assolutezza del principio dell 'imperium. Il “sentim ento"

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verso il nemico com porterebbe secondo Evola la presenza di una “giu­ stificazione” emotiva alla lotta, qualcosa quindi che esce dal piano della semplice e incondizionata obbedienza 77; al “vero soldato” deve in real­ tà bastare il solo fatto d ell’imperium, la “potenza pura del com ando” , di un potere che non richiede giustificazioni perché trae la propria le­ gittim azione da un ordine “superiore” . Cercando di attualizzare i ca­ ratteri dell’antica rom anità, Evola fa sovente riferimento sia al princi­ pio dell’imperium , sia a quello della auctorìtas — aetema auctoritas — , a sostegno della necessità di una obbedienza assoluta, e indica le linee di fondo alle quali deve ispirarsi la “nuova” figura del guerriero, e l’at­ teggiamento da tenere di fronte alle “rovine” . Parla di una “attitudine generale e un certo livello di tensione, che in molti settori della vita contem poranea si rendono necessari, con l’effetto di relativizzare la di­ stinzione tra vita di pace e vita di guerra [...] si tratta di tu tti quegli aspetti del vivere moderno che per poter venire padroneggiati, per non avere effetti distruttivi sul singolo, esigono una assunzione completa della propria posizione, un essere in atto tale che, come nel soldato, non si rifugga dal far del rischio e della disciplina una parte integrante del proprio modo di essere” 78. Sono questi i presupposti perché possa realizzarsi una “rivoluzione conservatrice” che riporti alla luce i princi­ pi della tradizione, che proprio in quanto principi non sono mai real­ m ente inficiati dalle situazioni contingenti: “Come da un seme, da essi possono sempre ripullulare forme nuove, omologhe rispetto alle anti­ che, per cui nel loro eventuale sostituirsi — perfino ‘rivoluzionaria­ m ente’ — alle prime si m anterrà una continuità in fra il m utare dei fattori storici e sociali, economici e culturali .” 79 E questa rivoluzione, che Evola intende in senso hegeliano come “negazione della negazio­ n e” — negazione della civiltà m oderna quale “già negazione” di quella tradizionale — viene considerata “con riferim ento all’attacco contro qualcosa che ha un carattere negativo, a un complesso di m utam enti, violenti o meno, m iranti al ripristino dello stato norm ale...” 80. Del mondo moderno, della società di oggi, Evola non salva nulla, e anzi m ette in guardia contro la possibilità di “infiltrazioni” , sia pure incon­ sapevoli, degli attuali valori; la “tensione” dovrebbe servire, tra l’altro, anche a evitare questa possibilità. Il discorso si fa esplicito: “N on si può certo esigere che un simile clima di tensione viga in perm anenza e sia presente in ognuno nello stesso grado; tuttavia nei tempi attuali in diversi casi non vi è altra scelta, e proprio in base alla varia capacità dei singoli di adeguarsi a tale clima, di amare tale clima, possono determ inarsi in ogni dominio selezioni e gerarchie nuove, gerarchie reali, esistenziali, tale da trovare naturale riconoscimento in ogni essere sano .” 81 Si tratta, come si è vi­ sto in un capitolo precedente, di una precisa indicazione di carattere politico-operativo, inserita in un particolare clima e progetto politico82. Con Cavalcare la tigre il discorso di Evola muta sensibilmente. Il

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“guerriero” non è più la figura centrale della proposi a politica, e si pro­ spetta una nuova soluzione alle “rovine” , una soluzione che, se pure meno esplicita nelle sue m anifestazioni esteriori, < ■ ¡incora una risposta politica: Yapolitìa. “Apolitìa è la distanza interiore irrevocabile ila questa società e dai suoi ‘valori’, è il non accettare di essere ledali ud essa per un qualche vincolo spirituale o m orale” “'; Yapolitìa è la proposta ili un distacco in­ teriore assoluto rispetto al mondo moderno per salvare ciò che è ancora salvabile della dimensione individuale, la proposta per coloro clic “non possono o non vogliono tagliare i ponti con la vita attuale e che perciò si trovano davanti al problema dell’atteggiam ento da prendere nell’esi­ stenza già in ordine a quanto si riferisce alle reazioni e alle relazioni umane più elem entari” 84. Secondo questa prospettiva l’individuo può continuare la sua lotta per i valori “tradizionali” muovendosi su un piano interiore, cioè senza integrarsi nel sistema dal punto di vista interno, e senza uscirne radi­ calmente dal punto di vista esterno, cioè per quel che riguarda 1’“attivi­ tà pura e semplice” 85. L 'apolitìa così intesa non crea secondo Evola al­ cuna pregiudiziale nel campo esteriore, e non ha per corollario necessa­ rio un astensionismo pratico. L ’uomo veram ente “distaccato” è colui che vive con assoluto distacco interiore la realtà circostante, non rico­ noscendosi in essa e non accettando i suoi principi e i suoi valori. Resta però il problema di cosa debba intendersi per “campo esteriore”, e a cosa debba indirizzarsi l’eventuale “astensionismo pratico” ; vale a dire, se l’attività esteriore riguardi le attività non politiche e se l’astensioni­ smo si riferisca all’azione politica, o se invece il discorso sia l’inverso e la mancanza di pregiudiziale per quel che riguarda il “campo esteriore” e 1’“astensionismo pratico” non debba allora intendersi come rivolto all’azione propriam ente politica. Come si è visto in precedenza, questa duplice possibilità di interpretazione trova infatti puntuale riscontro al­ l’interno della “destra” : si è così vista nell’idea di apolitìa quasi una proposta di abbandono della lotta politica, ma anche dall’altra parte, il fondam ento di una attività politica propriam ente rivoluzionaria86. L et­ ta in questa seconda prospettiva, l’apolitìa non sarebbe in contrasto con la teoria del guerriero, della quale anzi potrebbe costituire lo svi­ luppo e il perfezionam ento, proprio nella misura in cui sottolinea e raf­ forza il tratto del “distacco” interiore avvertendolo nel senso della “im ­ personalità attiv a” , e il suo inevitabile corollario, l’obbedienza che non chiede giustificazioni e rassicurazioni. In questo caso l’irrevocabilità della “distanza” sarebbe tale da produrre ancora la figura dell’eroe, in senso jùngeriano, o anche quella dell’individuo differenziato, lontano e isolato, partecipe di u n ’altra dimensione esistenziale. Lungo questa li nea, la mancanza di presupposti per la validità della lotta perde di si gnificato, secondo il principio del “realismo eroico” . Se si accetta questa interpretazione, il discorso di Evola divelli n

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semplicemente la denuncia della mancanza di tali “presupposti” neces­ sari alla lotta politica, e non anche la proposta di un diverso “com por­ tam ento” . D ’altra parte, resta la considerazione che, se così fosse, non avreb­ be senso indirizzare all’apolitìa coloro che non possono o non vogliono “rom pere” con la vita attuale, vale a dire, coloro ai quali la partecipa­ zione ad attività “pure e semplici” potrebbe apparire inconciliabile con un rifiuto veram ente profondo e radicale del sistema nel quale si trova­ no a viv ere87. In questo caso la mancanza di “pregiudiziale” riguarde­ rebbe appunto le attività e le relazioni umane esterne — non politiche — e il “campo esteriore” . Secondo questa prospettiva apolitìa significa possibilità di partecipare alla realtà circostante, avendo però cura di m antenere un distacco interiore rispetto a essa, attenti a non farsi coin­ volgere dai suoi “falsi valori” . L ’impegno politico attivo passerebbe in secondo piano. Probabilm ente questa è l’interpretazione più vicina al “sentim ento” evoliano, e in ogni caso il problema non è di secondaria importanza, giacché è strettam ente connesso al tipo di atteggiamento che il radicali­ smo di destra può assumere nel concreto di fronte all’attuale sistema. La ragione della apolitìa non è però da ricercare comunque in un pro­ getto di “resa”, e ancor meno in una qualche forma di “ripensam ento” rispetto al fondam ento della teoria del guerriero: le idee evoliane ri­ mangono in tatte nel loro significato esistenziale e politico. Piuttosto, Vapolitìa rimane legata alla considerazione di una realtà sociale e politi­ ca che non consente un attacco “d ire tto ” e frontale — “non possiamo non riconoscere apertam ente l’inesistenza delle premesse necessarie a che, in una lotta del genere [ossia una lotta per una “azione politica rettificatrice”] oggi si possa giungere a un qualche risultato apprezzabi­ le” "" — , una realtà di fronte alla quale, mancando dei “veri capi” — quand’anche ci fossero “questi capi non avrebbero quasi presa alcuna sull’attuale società ” 89 — l’unica possibilità di azione è quella che si svolge appunto attraverso l 'apolitìa. Il “distacco” , inteso come non par­ tecipazione interiore, diventa allora un dato “costruttivo” , un momen­ to di lotta, l’espressione di una non-azione ideologicamente m otivata e politicam ente orientata, che ha in sé il seme di una possibile vittoria. Il senso del “cavalcare la tigre” è appunto in questa possibilità: “E que­ sto un d etto estremo orientale esprim ente l’idea che, se si riesce a ca­ valcare una tigre, non solo si impedisce che essa ci si avventi addosso, ma non scendendo, m antenendo la presa, può darsi che alla fine di essa si abbia ragione.” 9 * ’ La tigre, è appena il caso di notarlo, rappresenta il “sistem a” . Così considerata, l 'apolitìa costituisce sì un “salto” all’interno del pensiero evoliano, ma più apparente che reale, più di metodo che di contenuto. La differenza effettiva rispetto alla teoria del guerriero non è rapportabile a un discorso di maggior o minore avversione al sistema,

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quanto invece al fatto che l’una necessita per sua stessa natura di una situazione politica di segno “negativo” , ed è quindi una proposta utiliz­ zabile politicam ente solo di fronte alle “rovine” , mentre la figura del “guerriero” si rende possibile comunque, quali tlie siano le condizioni politiche esterne. Nel “Nuovo ordine” infatti il "nuem ero” ha un’im ­ portanza fondamentale.

5 . LA TEORIA DELLO STATO ORGANICO

L ’idea di un Nuovo O rdine si sviluppa in Evola con riferim ento alle linee fondam entali della Civiltà Tradizionale; la forma di organiz­ zazione politica, lo Stato organico, è im prontata a u n ’etica guerriera, intesa come supremazia del momento “m ilitare” su quello “sociale” e “civile” . Come nel M ondo Tradizionale, la caratteristica principale dello Stato organico è la trascendenza del suo principio: “Il fondam ento di ogni vero S tato ,” scrive Evola, “è la trascendenza del suo principio, cioè del principio della sovranità, dell’autorità e della legittim ità .” 91 In conform ità a tale principio lo Stato è “espressione del sovramondo e via verso il sovram ondo” 92, esso nasce “dall’alto” e tende “verso l’al­ to ”; considerato nel suo principio di formazione sovraordinata e dominatrice del contingente, empirico e particolare, esso è partecipe del principio stesso dell’Universalità: si parla a questo proposito di “poten­ ziale relazione intim a tra il principio di ogni Stato e quello della U ni­ versalità” 95. Secondo la concezione già propria del M ondo Tradiziona­ le, il fondam ento del potere è in un ordine trascendente, e il carattere sacro della sovranità inerisce a esso non per il tram ite di una legittim a­ zione di tipo umano — ovvero non per “convenzione” — ma come “d ato ” inerente a tale ordine trascendente. In virtù della trascendenza del principio di legittim azione cade ogni possibile differenza tra “for­ za” e “carism a” così che i concetti di forza, di autorità e di potere si identificano necessariamente: traendo dall’alto la propria legittimazio­ ne il “capo” non può che essere “capo carismatico” . Ciò esclude che si possa parlare, all’interno dell’universo evoliano, di arbitrarietà del po­ tere, e di relatività del medesimo, intanto perché un potere a legittim a­ zione trascendente non può che essere assoluto, essendo improponibile una relatività nella trascendenza, e inoltre perché proprio la trascen­ denza della legittim azione e del fondam ento esclude la possibilità del­ l’arbitrio. Richiamandosi al principio romano della auctoritas — aetema auctoritas — Evola sostiene che un potere che sia anche autorità “deve avere in proprio il carattere decretativo di qualcosa che costituisca IV strema istanza. U n potere e una autorità che non siano assoluti non sono né autorità né potere .” 9 4

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Lo Stato evoliano è l’antitesi del moderno Stato di diritto, è uno Stato assoluto in senso tradizionale, la cui “assolutezza” cioè deriva dalla legittim azione trascendente. Per questa ragione soprattutto esso non può essere assimilato allo Stato totalitario di tipo moderno. Il to ta ­ litarismo si configura infatti secondo Evola come “un sistema in cui l’unità è im posta dall’esterno non in base alla forza intrinseca di una idea comune e di una autorità naturalm ente riconosciuta ma per mezzo di forze d irette di intervento e di controllo esercitate da un potere pu­ ram ente, m aterialisticamente politico, affermantesi come l’estrema ra­ gione del sistem a” 95. Lo Stato totalitario manifesta inoltre una in trin­ seca “tendenza livellatrice” che di per sé esclude la possibilità di rap­ porti autenticam ente gerarchici, come pure manifesta una “eccessiva” centralizzazione e burocratizzazione del potere, con una invadenza “in­ solente” del pubblico nel privato. Privo di un riferim ento a un “supe­ riore principio”, lo Stato totalitario vive attraverso la forza e non attra­ verso l’“idea” , l’obbedienza non esprime l’interiorizzazione del princi­ pio, bensì semplice “conform ismo” , l’adeguamento alla volontà di un potere che, privo di carisma, non è “autorità” ma semplice “forza” 96. Un principio “m ateriale” e “um ano” è dunque alla base del totalitari­ smo, di contro al principio “spirituale” e “divino” dello Stato organico. Uno Stato è organico “quando ha un centro, e quando questo centro è u n ’idea che inform a di sé in modo efficace i vari domini; è organico quando esso ignora la scissione e autonomizzazione del particolare e, in virtù di un sistema di partecipazioni gerarchiche, ogni parte nella sua relativa autonom ia ha una funzionalità e u n ’intrinseca connessione col tu tto ” 97. La “somma” delle parti è meno del “tu tto ” , e questo “è qualcosa di intero e di spiritualm ente unitario che si articola e si dispie­ ga, non una somma di elementi e un aggregato con un disordinato in­ terferire di interessi” 98. In questo Stato il potere è “base di ogni diritto senza essere esso stesso soggetto a un altro d iritto ” 99; si prospetta in tal modo un rove­ sciamento del fondam ento concettuale dello Stato di diritto — definito “la condizione propria di un organismo politico spento” 1 0 0 — , conside­ rato espressione tipica della civiltà moderna, e ovviamente costruzione teorica antitetica rispetto a quella evoliana. La critica allo Stato di d iritto va inquadrata nell’ambito dell’oppo­ sizione generale al M ondo M oderno, e altresì nell’ambito dell’opposi­ zione specifica all’ideologia liberale. Indicato da Evola come l’origine delle “disfunzioni” moderne — costituzionalismo, democrazia parla­ m entare, socialismo e comunismo non sono che gradi di uno stesso ma­ le, sviluppi ulteriori di u n ’idea “sbagliata”, quella appunto liberale — il liberalismo costituisce il primo e principale bersaglio ideologico di Evola. Intan to perché l’idea di libertà che è alla base dell’ideologia li­ berale, libertà verso l’esterno, libertà di fare e quindi anche di non fa­ re, è del tu tto opposta a quella evoliana della libertà in senso funziona­

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le, come libertà per fare, e indirizzata non verso l'esterno bensì verso il proprio io; ancora, per l’assenza di un principio supcriore, per il carat­ tere estrinseco dello Stato rispetto ai soggetti, pei il concetto di ordine — quindi di legge — inteso come limite e regolamentazione della liber­ tà, invece che come “form a” della medesima, pei In "supremazia” del­ l’elemento quantitativo in luogo di quello qunlitntivo. Ma soprattutto perché il liberalismo pone al centro della sua visione l'uomo come indi­ viduo, indipendentem ente dalle "qualità", e ciò costituisce una fondam entale antitesi rispetto alla concezione cvoliana dell'uomo come perso­ na. È proprio da questa idea dell’uomo come individuo che scaturisco­ no secondo Evola tu tte le caratteristiche “negative” delle moderne ideologie, e principalm ente quella che negando l’esistenza di un“principio superiore” riconduce l’ordinam ento giuridico e politico alla volontà umana. La concezione organica dello Stato presuppone invece un ordine trascendente che si costituisca come momento di legittimazione delle strutture politiche e giuridiche101; Evola parla di una legge generale “che guida e sorregge senza costringere” 102. Ciò che egli intende per legge non è in alcun modo rapportabile a una forma di “conventio ” ; come già la legge tradizionale, essa non è frutto di un “patto " , né è riconducibile a una “volontà” comunque umana: è invece la diretta espressione di un principio o ordine superiore, del quale riflette la so­ stanza. In quanto tale, essa si identifica con il “vero”, con ciò che è nell’ordine naturale delle cose, una legge che si impone non con la for­ za ma in forza della sua superiore autorità. Viene a mancare, in virtù di tale identificazione, il dualismo di essere e dover essere, giacché l’u­ no si risolve inevitabilm ente nell’altro. Inoltre, la legge perde, a rigore, lo stesso carattere coercitivo, inserendosi nell’ordinam ento mondano con intrinseca “naturalità” . Per le stesse ragioni viene anche a cadere ogni possibile antitesi tra obbedienza e libertà: la libertà si estrinseca nella interiorizzazione del comando, e quindi nell’obbedienza. In realtà la legge evoliana, che riprende tra l’altro alcuni motivi propri del rom anticism o politico — l’idea della “consapevolezza natu­ rale” della legge, che in Evola si sviluppa però non tanto in direzione della consapevolezza quanto piuttosto in quella della “naturale acquisi­ zione” di un principio superiore — , e reca evidenti tracce dell’influen­ za idealista, è assai vicina a qualunque idea di norma religiosa; con que­ sta condivide, non solo il fondam ento “superiore” e il carattere “sa­ cro” , ma anche l’assolutezza di significato e di direzione. Della norma religiosa ha anche il necessario carattere della interiorizzazione del co­ mando e della “com plem entarità” della sanzione, come pure il fatto di collocarsi in una prospettiva nella quale ogni possibilità di giudizio di valore diventerebbe una contraddizione in termini. Si comprende allo ra la considerazione della libertà come momento funzionale rispetto ullu legge, non libertà di fare ma libertà per fare, secondo l’idea uietzsi lira

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na; libertà p er fare qualcosa di intrinseco alla funzione specilli n ili « ni scuno, e nel quadro politico-sociale stabilito. Del resto la libri In inni ni m anifesta in Evola come liberti» verso l’esterno, libertà di "sceltn", uni verso l’interno, rispetto a se stessi: come già si è detto a proposito del l’individuo Assoluto, la libertà è intesa come vittoria sulle componenti naturalistiche e istintuali dell’individuo “fisico” . Pertanto, il concetto di libertà contiene una valenza fortem ente qualitativa , afferendo unicn m ente alla “persona”, vale a dire all’individuo “differenziato mediante le qualità” 103. “Il principio che per natura gli uomini sono tu tti liberi,” scrive a questo proposito, “e possiedono tu tti eguali diritti, è un vero assurdo, per il semplice fatto che ‘per n atura’ gli uomini non sono uguali e che, quando si passa a un ordine non semplicemente naturalistico, l’essere ‘persona’ non è una qualità uniform em ente distribuita, non è una d i­ gnità uguale in tu tti e derivante autom aticam ente dalla mera apparte­ nenza del singolo alla specie biologica ‘uom o’.” 1 0 4 Libertà come diffe­ renza dunque, e in ultim a analisi come ineguaglianza: questa secondo Evola è la sola libertà “secondo giustizia e secondo il diritto ” 105. T utto l’universo concettuale evoliano è dom inato dal principio della inegua­ glianza: giacché gli uomini sono per natura diseguali essi “non solo non possono essere uguali, ma non debbono nemmeno esserlo, che la dise­ guaglianza è vera di fatto solo perché è vera di diritto, che essa è reale solo perché è necessaria” 106. Viene meno, di conseguenza, il principio della im parzialità del diritto, al punto che il “ 5uum cuiquc tribuerc" è “rivisitato” in chiave del tu tto particolare: per essere conforme a giu­ stizia il d iritto deve trattare gli individui in maniera disegnale perché essi sono strutturalmente — ontologicamente diseguali. È la negazio­ ne del principio di parità ontologica applicato alla sfera giuridica. Di conseguenza, la legge non vale per tutti; innanzi tu tto non vale per il “sovrano”, il quale per essere veram ente tale, ossia informato al carat­ tere trascendente della sua legittimazione, deve essere legibus solutus; né vale allo stesso modo e nella stessa misura per i “consociati” . Qui la critica al razionalismo giuridico si accompagna a quella al giusnatura­ lismo: “non vi è nulla che possa fondare l’idea di un universale diritto, di un d iritto che, come vorrebbe il giusnaturalismo, sia valido senza differenza per ognuno” 107. Il medesimo principio di ineguaglianza rimane a sostegno dello Sta­ to, ove si m anifesta nella “necessità” delle strutture gerarchiche. Al pa­ ri della Legge, lo Stato per sua stessa natura non può avere funzione “sociale” ; in quanto dominio del principio “politico” esso si contrappo­ ne anzi a qualunque forma di principio “sociale” : mentre il “principio politico” si caratterizza per l’idea di un ordine differenziato e gerarchi­ co, spirituale e guerriero, il “principio sociale” esprime tu tti quegli ele­ m enti negativi che sono propri della società e del popolo, la mancanza di differenziazione, la “prom iscuità” , la debolezza108. La principale

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funzione dello Stato è pertanto quella anagogica, consistente nel “susciUrc e alimentare la disposizione del singolo ad agire e pensare, a vive­ re, lottare ed eventualm ente sacrificarsi in funzione di qualcosa che va ni ili là della sua semplice individualità” ,m. Come si è visto nel primo capitolo di questo volume, alle coppie di imi itesi Stato-società e politico-sociale corrisponde quella tra Stato e Nazione. Lo Stato rappresenta la virilità guerriera e il principio “sola­ ti-", la Nazione invece è espressione di una dimensione “m aterna” e di un principio “lunare” ; perciò “il nucleo politico sta alla nazione natura­ listicamente intesa come l’anima quale ‘entelechia’ sta al corpo: le dà forma, la unifica, la fa partecipare a una vita superiore” uo. Tanto più l ’opposizione tra “politico” e “sociale” è accentuata, tan­ to più lo Stato viene ad essere sostenuto da una “tensione m etafisica” , indispensabile perché lo Stato possa realmente rappresentare l’immagi­ ne di un organismo “di tipo superiore” m , spirituale, non “contam ina­ lo” dalla sfera dell’economia. “Si deve affermare senza mezzi term ini,” scrive, “che tu tto ciò che è economia e interesse economico come sod­ disfacimento dei bisogni materiali e delle appendici più o meno artifi­ ciali di essi ha avuto, ha e sempre avrà una funzione subordinata in una um anità normale, che di là da questa sfera deve differenziarsi un ordine di valori superiori, politici, spirituali, eroici, un ordine che non conosce e nemmeno am m ette classi semplicemente economiche, che non sa né di “proletari” né di “capitalisti” , un ordine, solo in funzione del quale debbono definirsi le cose per le quali vale davvero vivere e morire, deve stabilirsi una gerarchia vera, debbono differenziarsi delle dignità e, al vertice, troneggiare una superiore funzione di comando, di imperituri.” 1 1 2 Per la critica all’economia, condotta secondo le consuete categorie dicotomiche, Evola riprende le idee di Sombart denunciando ^ ‘anoma­ lia” della civiltà m oderna come “demonia dell’economia” : l’inversione del rapporto naturale tra sfera economica e sfera politica, tra “persona” e “lavoro” , che porta l’economia al centro della vita individuale e col­ lettiva riducendo la dimensione politica a funzione di quella economi­ c a 112. La critica alla “società dei consumi” parte appunto da queste considerazioni. Il “consumismo” è in contrasto con due aspetti im por­ tanti del pensiero evoliano: innanzi tu tto esso allontana l’uomo da su­ periori interessi spirituali, lo “imborghesisce” inducendolo a trovare appagamento in “falsi bisogni” , e contrasta l’azione di differenziazione operando un appiattim ento della personalità. All’interno della prospet­ tiva basata sulla dicotomia spirito-materia, il consumismo rappresenta il trionfo della m aterialità sulla spiritualità, e dell’ideale borghese su quello “virile” . La critica dell’economia, perfettam ente in linea con l’intera conce­ zione evoliana dell’esistenza, è peraltro tale da non riguardare uno spe­ cifico “sistem a” bensì il valore stesso del fatto economico. A questo

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livello, che si tra tti di una economia capitalistica o marxista non fa al­ cuna differenza, essendo entram be incentrate sul “mito della produzio­ ne” : la “sovversione” marxista e la “prevaricazione” capitalista hanno secondo Evola il medesimo fondam ento e la medesima giustificazione. Dall’una e dall’altra parte la “classe” rimane un concetto definito in term ini economici, così come di natura economica rimane la giustifica­ zione al predom inio dell’una o dell’altra classe. L’inevitabilità dello scontro deriverebbe dunque proprio dalla mancanza di una giustifica­ zione “superiore” al potere di classe114. La vera antitesi secondo Evola non è dunque tra marxismo e capitalismo, ma tra centralità e marginali­ tà della sfera economica rispetto alla vita umana nella sua interezza, al suo senso più profondo e alle sue possibilità più a lte “ 5. Deriva da que­ sta considerazione la proposta, “di là sia da ‘destra’ che da ‘sinistra’” di una inversione dell’attuale rapporto mezzo-fine tra economia e poli­ tica, di un diverso rapportarsi dell’uomo alla politica e al lavoro, di una ridefinizione del ruolo e della ‘classe’” u\ Per questo generale “ripensa­ m ento” vengono richiamati i principi dell’antica etica corporativa, “ove avevano risalto i valori della personalità e della qualità, e ove, in ogni caso, la quantità di lavoro era sempre in funzione di un livello determ inato di bisogni naturali e di una specifica vocazione” " 7. A que­ sta “etica corporativa” si ispira ovviamente l’organizzazione economica dello Stato organico, che realizzerebbe la signoria dell’uomo sul lavoro — il “mito del lavoro” è considerato un naturale portato di una società materialistica — in luogo dell’attuale schiavitù. Conseguentem ente, il progresso umano non verrebbe più definito dal grado di sviluppo eco­ nomico e “ materiale” bensì dal livello del suo sviluppo interiore, reso possibile proprio dalla subordinazione del fattore economico; la nozio­ ne stessa di progresso m uterebbe la sua fisionomia: non “l’uscir dai ranghi per farsi avanti, per conquistare una posizione che non sia la propria” bensì la possibilità per ognuno di essere quel che realmente è nell’am bito della posizione sociale che gli è propria, e di rapportarsi allo Stato con la dignità derivantegli dall’avere lo Stato riconosciuto il suo “ruolo” . L’im portante è dunque riportare i “veri valori” su un piano di cen­ tralità rispetto alle altre sfere della vita, valori che non hanno alcuna “relazione obbligata" con le condizioni sociali ed economiche, e sono indispensabili “perché ci si possa approssimare a un ordine di effettiva giustizia sullo stesso piano m ateriale” “ 9. Ciò basterebbe secondo Evola a risolvere le attuali contraddizioni sociali e i conflitti, peraltro “artifi­ ciosi”, cioè artificiosam ente creati dai mezzi di sovversione e propagan­ da: “L ’im portante è che di contro a ogni forma di risentim ento e di competizione sociale ognuno sappia riconoscere e amare il proprio po­ sto, quello al massimo conforme alla propria natura, riconoscendo così anche i limiti entro i quali può sviluppare le sue possibilità, dare un senso organico alla sua vita, conseguire una propria perfezione...” 1 2 0I

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“veri valori” riguardano infatti ‘T esser se stessi”, lo siile di una imper­ sonalità attiva, l’amore per la disciplina, una generii n disposizione eroi­ ca” 12‘. Tra essi, il concetto di “impersonalità attivu" < ■ il più significati­ vo per com prendere l ’idea di Evola circa i rapporti tr i individuo e Sta­ to organico corporativo. L ’impersonalità è In negn/ione dell’elemento individualistico e dell’interesse “materiale" Icenlo allu produzione, sia essa manuale o intellettuale, e anche il predominio delln propria “crea­ zione” nei confronti dell’individualità p ro d u ttric e1” . L’attuazione di questo ideale, realizzando un diverso rapporto tra l’uomo e il lavoro — “sproletarizzazione" dell’operaio, che si porrebbe di fronte al proprio lavoro in un rapporto di partecipazione anziché di alienazione, ed eliminazione del tipo deteriore del capitalista, estraneo al processo produttivo — consentirebbe il verificarsi della situazione adatta per una ristrutturazione dell’organizzazione economica vera e p ro p ria123. Per questa opera di riorganizzazione dell’economia Evola si richiama ai principi del corporativism o feudale, il cui spirito fondam en­ tale “era quello di una com unità di lavoro e di una solidarietà produtti­ va, a cui i principi della com petenza, della qualificazione e della natura­ le gerarchia facevano da saldi cardini, il tu tto avendo in proprio uno stile di im personalità attiva, di disinteresse, di dignità” 124. I punti fondam entali del nuovo modello economico dovrebbero es­ sere i seguenti: settorializzazione del lavoro e raggruppamento dei lavo­ ratori secondo il criterio del corporativismo feudale — per arti, mestie­ ri ecc. — ; rappresentanza delle istanze economico-sociali attraverso una “Camera bassa”, e di quelle politiche attraverso una “Camera al­ ta ” , com pletam ente separata dalla prima e a questa sovraordinata; mas­ sima autonom izzazione delle aziende e ristrutturazione dei rapporti economico-sociali all’interno delle medesime, e nei confronti dello Sta­ to, secondo criteri gerarchici, di responsabilità e di fedeltà; determ ina­ zione differenziata dei salari da operarsi aH’interno di ogni singola azienda, fuori da ogni imposizione sindacale, ed eliminazione del capi­ talista in quanto estraneo al processo produttivo. La nuova figura del capitalista dovrebbe essere quella di un “capo”, provvisto non solo di capacità finanziarie, organizzative e im prenditoriali ma anche di un suo “crisma politico” 1 25, come il Betriebsfùhrer del corporativismo tede­ sco 126. A m onte di queste specificazioni del nuovo modello economico il principio inform atore dell’intera proposta è ovviamente la separazio­ ne della sfera economica da quella politica e la rigorosa subordinazione della prim a alla seconda. E un principio di natura politica che risponde a un duplice scopo: “spoliticizzare” le forze economico-sociali — “to­ gliere a ogni rappresentanza corporativa ciò che potrebbe chiamarsi il suo plus-valore politico” 1 2 7 — , ed evitare ogni possibile forma di coruli zionam ento della politica “dal basso” . M a soprattutto si evita in lai modo ogni possibile ricambio al vertice dell’organizzazione polit i» a I a detenzione del potere politico sarebbe così assicurata in via definii iva

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e assoluta; la “separazione” tra economia e politica infatti potrebbe va­ lere, a rigore, solo “verso il basso” , ovvero per quel che riguarda la non ingerenza dell’economia nella politica, ma non viceversa, giacché “l ’estrem a istanza”, quella appunto “politica” , non potrebbe conoscere condizionam ento alcuno a meno di non limitare in qualche forma la sua assolutezza. E infatti la rappresentanza di questa “estrema istanza” , la Camera alta, avrebbe una composizione lontana da ogni principio de­ mocratico, e quindi da ogni form a di autentica “rappresentanza” : “ad essa si dovrebbe appartenere,” scrive Evola, “non contingentem ente e tem poraneam ente, per ‘voto’, bensì per designazione dall’alto e per la vita, quasi come a un Ordine, per naturale dignità e inalienabile qualifi­ cazione. È infatti necessario che stabilità e continuità non siano assicu­ rate solo pel vertice, ove risiede il puro, saldo principio politico dell’w»perium, ma, quasi per partecipazione, anche per una classe selezionata avente in proprio i caratteri e le funzioni di classe politica già posseduti dalla nobiltà tradizionale” 128. Si ritorna così al tem a dom inante, l’idea tradizionale in tu tte le sue possibili estrinsecazioni. Come si è visto in maniera analitica nel capitolo di apertura, il con­ cetto di stato tradizionale fornisce il term ine di paragone ideale cui com­ misurare anche il Fascismo. All’interno, infatti, di una valutazione complessiva che è sempre largamente positiva, gli aspetti del Fascismo che Evola sottopone a critica sono quelli che si distaccano dal modello tradizionale. Senza perciò riprendere quanto è stato detto in preceden­ za, va qui richiamato almeno un aspetto della critica evoliana al Fasci­ smo, quello rivolto all’idea di stato e tic o 129 — “lo stato pedagogo per minorenni spirituali” 1 M ). “T utto ciò che nel Fascismo ha avuto il carat­ tere di un pedagogismo di S tato ,” scrive Evola, “e di una pressione esercitata non sul piarlo politico e oggettivo ma su quello della vita mo­ rale personale [...] va dunque annoverato tra le deviazioni del siste­ m a.” 1,1 In polemica anche con le concezioni gentiliane Evola critica la com ponente “m oralistica” e “borghese” del Fascismo, in nome di un ideale militare e “virile” di per sé estraneo alla dimensione della morale propriam ente intesa. La pretesa eticità dello Stato fascista è considera­ ta come un aspetto della degenerazione “totalitaria” del regime, esem­ pio di quella invadenza del “pubblico” nel “privato” che Evola consi­ dera tipica dei regimi totalitari, ed estranea invece a ogni Stato autenti­ cam ente tradizionale, la cui “etica” è quella “guerriera” che esprime la stessa natura “superiore” dello Stato. La negazione della dimensione etica è in realtà congruente all’elimi­ nazione di ogni possibile funzione “sociale” , ulteriore espressione della volontà di ricondurre l’idea stessa di Stato al puro “principio politico” . È appunto come puro ente politico che si configura lo Stato organico, lontano e isolato rispetto alle forme del sociale. Logicamente estraneo al problema del “consenso” , per il fatto stesso della trascendenza della

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legittimazione, questo Stato rimane ancorato a un indefinito “principio spirituale”, un “principio im personale”, “da cui procede ogni forma e realtà, un noumen o thernis cosmico; una essenza priva di passione o di m utam ento che ha una distanza rispetto a tu tto ciò che è um ano” 132. Sorretto da questo “principio” , lo Stato organico evoliano vivrebbe della sua stessa funzione anagogica, a null’altro diretto clic alla assoluta affermazione di sé. Si ripropongono in tal modo nella teoria dello Slato le stesse idee e gli stessi criteri che regolano la teoria dell’individuo Assoluto; si ri­ torna all’istanza iniziale, la ricerca dell’assoluto in sé. Q uesti due "asso­ luti” sono però incompatibili: nella improponibilità di due contem pora­ nei “assoluti in sé” , o il soggetto individuale, l’io Assoluto, è tale, e si dà come costruzione teorica e possibilità effettiva fuori dallo Stato organico, come risposta alla indifferenziazione del mondo moderno, o finisce per essere riassorbito dallo Stato, ed è quindi una figura tran­ seunte, destinata a scomparire proprio con l’avvento della massima estrinsecazione del “politico”, appunto con lo Stato organico. Anche a prescindere da questo aspetto, lo Stato organico nega al­ l’individuo ogni reale possibilità di incidenza e di emergenza, e il mo­ m ento della individualità ha un peso unicam ente in funzione della po­ tenza dello Stato. E ancora la com ponente idealista — e certi risvolti del pensiero hegeliano — che si insinua nelle tram e della struttura teo­ rica dello Stato organico, e nella configurazione della relazione individuo-Stato. Ma lo Stato evoliano non è la massima estrinsecazione dello spirito etico, hegelianam ente inteso, e ancor meno la società civile esprime alcun grado di eticità; quanto all’individuo, la “coscienza indi­ viduale” ha un senso solo se im postata verso la volontà di potenza, e la “p erfettibilità” dello spirito rimane impigliata, e di fatto lim itata, nelle maglie di una composizione sociale invalicabile. I dualismi che Evola vuole propri della cultura moderna — individuo-Stato, Stato-società civile — vengono eliminati, ma non “supera­ ti” , attraverso il riferim ento a un sovrastante “principio superiore” , dal quale tu tto procede. Proprio questo, però, finisce per collocare l’uni­ verso politico evoliano in una “situazione” di immobilismo che è assai vicina a ciò di cui vorrebbe essere negazione: una dimensione esisten­ ziale “determ inata” e politicam ente totalizzante.

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1 II termine è mutuato da René Guénon, al quale Evola fa esplicito riferimento. 2 Per una analisi di quel periodo v. N. b o b b io , Profilo ideologico del Novecento, in Storia della Letteratura Italiana, Milano, Garzanti 1969, voi. IX. ’ Il giudizio si riferisce ovviamente alla prima produzione di Papini, cfr. J. e v o l a , Il cammino del cinabro (1963), Milano, Scheiwiller 1972, p. 16. 4 Cfr. su questo punto G. l a m i , g . b o r g h i , Julius Evola. L'uomo e l ’opera, Roma, Volpe 1980, cantra, P. b a i l l e t , Julius Evola e l'affermazione assoluta, Ar 1978. 5 Cfr. l a m i , b o r g h i , cit., p. 60. k J. e v o l a , Il cammino del cinabro, c i t ., p . 22. I Pubblicato nel 1920 per la Collection Dada, La parole obscure du paysage intérieur (■ u n p o e m e tto a quattro voci simboleggiami “i quattro elementi” della vita interiore: I V iru le n to u m a n o e affettivo, la volontà indirizzata verso la distruzione, ^ ‘astrazione d is in te re s s a ta ” , la “contemplazione descrittiva” . MII v o lu m e tto c o n tie n e le composizioni scritte da Evola tra il 1916 e il 1922, ed.
S ole N e ro , i.d . II Evolti m u tu a IV sp re ssio n t “magico” da Novalis, riprendendo l’idea della forza c re a tiv a d rilli v o lo n tà " d iv in a " q u ale substrato del mondo; secondo Novalis l’identifica­ zio n e d e ll’u o m o c o n tuie forza gli c o n se n te di diventare “mago”, ossia onnipotente. Il tra m ite pei *|iic si ■ > 11|« >d i id e n tific a z io n e è per Novalis la poesia.

I0J. EVOLA, Stimi sull'idealismo Magico (1925), Alkaest 1981, p. 15; cfr. anche j. EVOLA, Superamenti! ilrH Idcalnmri, in Diorama filosofico (1934-35), a cura di M. Tarchi, E u ro p a 1974, pp. 211 «H K 1 1 j. evola, Saggi sull'idealismo Magico, c it., pp. 1415. 12 lbid., p. 19. 15 lbid., p. 20. 14 7bid., p. 19. 15 c. MICHELSTAEDTER, La persuasione c la rcttorica, Milano, Adelphi 1982; per inci­ so, la “persuasione” n o n è c o m u n ic ab ile, nasce dall’io stesso, dalla sua propria forza, cfr. j. e v o l a , Saggi sull’ idealismo Magico, cit., pp. 21, 22. 16 j. e v o l a , Saggi sull’idealismo Magico, cit., pp. 61-62. 17 lbid., pp. 51-52. 18 7W ., p. 55. 19 lbid. , p. 27. 20 j. e v o l a , L'individuo e il divenire del mondo , Parma, Arthos 1976, p. 43.

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21 Per questo aspetto v. in particolare J . e v o l a , L'uomo come potenza (1925), i.e. Lo Yoga come potenza. Saggio sui Tantra, Roma, Ed. Mediterranee 1' 1 fiK 22 j. e v o l a , Saggi sull'idealismo Magico, cit., p. 61. 23 Ibid. 24 Ibid., p. 135. 25 J . e v o l a , Teoria dell'individuo Assoluto (1927), Rotini, Ed. Mediterranee 1973, p. 31. 26 Ibid., pp. 130 sgg.; cfr. j. e v o l a , Il nichilismi) attivo di Irdcrico Nietzsche, in “Quaderni di testi evoliani”, 8, Roma, Volpo 27 j. e v o l a , Cavalcare la tigre (1961), Milano, l'ulco 1981, p p . -Il-42. 28 Ibid., p. 43. 29 j. e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno (1934), Roma, Ed. Mediterranee 1982, p. 183. 30 Ibid. 31 L’espressione è di Hubert e Mauss, ivi cit. 32 J. e v o l a , I tempi e la storia, in “Quaderni di testi evoliani” , 16, 1982, p. 15. 33 j. e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno, cit., p. 138; di questa simbologia fa parte l’ascia, che indica la vittoria di un eroe solare contro le figure delle tenebre, e la nascita di un nuovo ciclo. 34 Ibid., p. 187; il riferimento è ancora a Hubert e Mauss. 35 Ibid., p. 190. 36 Ibid., p. 19. 37 Ibid., p. 20. 38 Ibid., p. 21; il mondo tradizionale, prosegue Evola, conobbe questi due grandi poli, “fu concepita una nascita secondo l’una natura e secondo l’altra, e il passaggio dali’una all’altra nascita". Tale “passaggio” si riferisce alla “nascita spirituale” , quell’atto del transito che si compie attraverso l’iniziazione. 39 j. e v o la, Rivolta contro il Mondo Moderno, cit., p. 12. 40 Cfr. T . s h e e h a n , La Nuova Destra francese, “Alfabeta” , 23, aprile 1981; cfr. con la critica di Evola all’irrazionalismo spengleriano nella Introduzione a o . s p e n g l e r , Il tra­ monto dell’occidente, Milano, Longanesi 1957, ora anche in j. e v o l a , Spengler e il tra­ monto dell’occidente, in “Quaderni di testi evoliani”, 14, ed. dalla Fondazione Julius Evola 1981, e j. e v o l a , Il cammino del cinabro, cit., p. 181. 41 j. e v o l a , Storia e Antistoria (1974), in I tempi e la storia, “Quaderni di testi evolia­ ni”, 16, p .17. 42 J. e v o l a , Gli uomini e le rovine, cit., pp. 105 sgg. 43 j . e v o l a , Cavalcare la tigre, c i t ., p p . 9-10. 44 J. e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno, cit., p. 43. 45 Ibid., p. 44. 46 Ibid., p. 43. 47 Ibid., p. 40. 48 Ibid. , p. 41. 49 j. e v o l a , Metafisica della guerra, in “Diorama Filosofico” (antologia delle pagine dirette da Evola “Regime Fascista”, 1934-35), a cura di M. Tarchi, Europa 1974, voi. I, pp. 293 sgg. 50 j . e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno, c i t ., p p . 57-58. 51 V. Ibid., p. 59. 52 V. La discesa del potere in Occidente (in “La Torre”, 2, 1930), Introduzione di M Tarchi, Milano, Falco 1977, pp. 63-69. 53 J. EVOLA, Rivolta contro il Mondo Moderno, c i t ., p . 123. 54 J. e v o l a , Sintesi di dottrina della razza, Milano, Hoepli 1941, p. 134 (trud ledi . u Grundrisse der faschistischen Rassenlehre, Ruge Verlag, Berlino 1942). 55 Oltre a quelli citati, i principali scritti evoliani sul razzismo sono: Ire inpelll 7 problema ebraico, Roma, Ed. Mediterranee 1936 (ripubblicato Padova, I d di Ai l'Viu Il mito del sangue, Milano, Hoepli 1937 (Ar 1978); Indirizzi per un'educartuHi• imi * .< /• Napoli, Conte 1941 (Ar 1979); cui sono da aggiungere numerosi «rtii'nli ,i ...... . >

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NOTE

1933: Sulle ragioni dell’ antisemitismo, “Vita Nuova” , 5, 6, 8, 1933; Superamento del razzi­ smo, “Bibliografia fascista”, 6, giugno 1935; Il problema della supremazia della razza bian­ ca, “Lo Stato” , 7, luglio 1936; Dottrina della razza, “Bibliografia fascista” , 6, giugno 1939; Inquadramento del problema ebraico, “Bibliografia fascista”, 8, 9, agosto 1939; Die Juden und die Mathematik, “Nationalsozialistischen Monatshefte”, Berlino 1940; Ueber das Problem der arischen Naturwissenschaft, “Zeitschrift für die gesamte Naturwissen­ schaft” , Berlino 1940. Evola ha inoltre collaborato alla rivista “Dottrina della razza” con numerosi articoli tra cui: Psicologia criminale ebraica, 18, luglio 1939; Gli ebrei e la matematica, 8, febbraio 1940; Le razze e il mito delle origini di Roma, 16, giugno 1941; Filosofia, etica e mistica del razzismo, 8, 11, 12, 13, 20, 22, 1941. 56 j. e v o l a , Gli uomini e le rovine (1953), Volpe 1972, p . 29. 57 Ibid., p . 2 1 2 . 58 j. e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno, cit., p. 339. 59 Cfr. quanto scrive sull’argomento R. GUÉNON, Il re del mondo (1958). 60 j. e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno, cit., pp. 350 sgg.; un’operazione di recupero dell’organizzazione medievale era già stata proposta, nell’ambito del romantici­ smo politico, con riferimento al medioevo germanico. Con la fondamentale differenza, rispetto all'idea evoliana, che il potere temporale avrebbe dovuto essere limitato e guida­ to dalla superiore autorità spirituale della Chiesa, v. per tutti N o v a li s , Die Christenheit oder Europe, 1799. 61J. e v o l a , Rivolta contro il Mondo Moderno, cit. p. 364. 62 Ibid., p. 363. 6> Ibid., p. 105. 64 Cfr. Ibid., p. 102. 65 j. e v o l a , Gli uomini e le rovine, cit., pp. 19-20. 66 V. retro cap. III.
67 “ ... la f o r m a z io n e ‘m i l i t a r e ’ d e llo s p ir it o h a u n v a lo r e in d i p e n d e n t e d a m i lit a r i­ s m o e d a g u e r r a ; p e r ò e s s a c r e a il p o te n z ia l e n e c e s s a r io a c h e , o v e u n a g u e r r a s i im p o n g a , si s ia a ll’a l te z z a d i e s s a e p e r c o m b a tt e r la s o rg a u n n u m e r o s u f f ic ie n te d i u o m in i c h e r ip r o d u c a n o in f o r m a n u o v a ... il ti p o d e l g u e r r i e r o p iù c h e n o n q u e llo d e l s o ld a t o ” 0 ' e v o l a , Gli uomini e le rovine, c i t ., p . 133). 68 ]. e v o l a , Il cammino del cinabro, c i t . , p . 185. 69 J. e v o l a , L ’“Operaio" nel pensiero di Ernest Jünger, Volpe 1970, p. 79. 70 V. su questo T. k u n n a s , La tentazione fascista (1972), Akropolis 1981, pp. 92 sgg. 71 j. e v o l a , Gli uomini e le rovine, c i t ., pp. 128 sgg.

72 V. E. j ü n g e r , Der Kampf als inneres Erlebnis (1922); id e m , Feuer und Blut. Ein kleiner Ausschnitt aus einer grossen Schlacht (1925); v. M . r e v e l u , I “ nuovi proscritti". Appunti su alcuni temi della “ nuova destra", “Rivista di Storia Contemporanea”, 1, 1983, pp. 54-56. 73 j. e v o l a , Gli uomini e le rovine, c i t ., p . 128. 74 Come si vedrà a proposito della teoria dello Stato Organico, la “società” ha in Evola una valenza negativa, contrapposta a quella positiva dello Stato. 75 j. e v o l a , Gli uomini e le rovine, c i t ., p. 132. 76 c. S c h m i t t , Principi politici del Nazionalsocialismo, Firenze, Sansoni 1935, p. 52. 77 J. e v o l a , Gli uomini e le rovine, cit., p. 138. 78 Ibid., pp. 132-133. 19 Ibid., p. 19. 80 Ibid., pp. 23-24. 81 Ibid., pp. 132-133. 82 Gli uomini e le rovine venne infatti pubblicato per la prima volta nel 1953, quan­ do, sostiene l’autore, “sembrava che in Italia fossero presenti le condizioni per dare ini­ zio alla formazione di uno schieramento di Destra: di Destra non nel senso politico, ma anche e innanzitutto in senso ideale e spirituale” (Ibid., p. 7). 85 j. e v o l a , Cavalcare la tigre, cit., p. 175. 84 Ibid., p . 1 1 .

N OTE

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85 V. lbid., pp. 174-175. 86 V. quanto scrive in merito G. fred a , Per un radicalismo di dcura: cavalcare la tigre, in p. b a ille t , Julius Evola e l'affermazione assoluta, Ar 1978, |>|> 105 sgg.; di fred a v. anche La disintegrazione del sistema, Ar 1970. 87 j. e v o la , Cavalcare la tigre, cit., p. 11. m lbid., p. 173. 89 lbid., p. 173. » W , p. 15.

91 j. e v o l a , Gli uomini e le rovine, c i t . , p. 29 92 lbid., p. 42. 95 lbid., p. 44. 94 lbid., p. 30. 95 lbid., p. 68. 96 lbid., pp. 68-71. 97 lbid., p. 66. 98 lbid. 99 lbid., p. 30. 100 lbid. 101 lbid., pp. 30, 71. 102 lbid ., p. 71. 105 lbid., p. 48; contrapposto alla persona, l’individuo è indicato da Evola come una specie “appartenente più al mondo dell’inorganico che dell’organico” (lbid ., p. 47). 104 lbid., p. 49; cfr. idem , L ’ arco e la clava (1968), Milano, Scheiwiller 1971. 105 J. e v o la , L ’uomo e le rovine, cit., p. 51. 106 lbid., p. 46. 107 lbid., p. 49. 108 lbid., p. 23. 109 lbid., p. 58. 110 lbid., p. 38. 111 lbid., p. 32. 112 lbid., p. 91. 115 lbid., pp. 89 sgg. 114 lbid., pp. 90, 92. 115 lbid., p. 92. 116 lbid.; cfr. pp. 169-170 e sgg. 117 lbid., p. 98. 118 lbid., p. 98. m lbid., p. 96. 120 lbid. 121 lbid. 122 lbid., pp. 173 sgg.; Evola definisce l’impersonalità anche come “anonimia”, cfr. Cavalcare la tigre, cit., pp. 105 sgg. m J. e v o la , Gli uomini e le rovine, cit., p. 172. 124 lbid., p. 170. 125 lbid., p. 173. 126 V. lbid., pp. 171-172. 127 lbid., p. 181; non a caso Evola ammette la “compartecipazione alla proprietà" da parte del lavoratore ma non la divisione degli utili, e ancor meno la cogestione dell’a zienda, cfr. lbid., pp. 174-175. 128 lbid., p. 182. 129 Specie in un primo tempo, Evola fu vicino al Fascismo proprio nella misura in cui in esso vedeva la possibilità di un rinnovamento in senso antiborghese e antidemo cratico, il “primo passo” verso una rivoluzione radicale che avrebbe però dovuto eulcii dersi ben oltre i confini ideologici del regime, e coinvolgere un riordinamento in »rimo autenticamente tradizionale. Con questo spirito Evola fondò nel 1930 la rivisiti "l.u Cm
re”, caratterizzata nelle intenzioni da un discorso di “critica costruttiva" e dull'lnlrrim

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NOTE

nei confronti del regime. In questa prospettiva essa avrebbe dovuto rappresentare “il tentativo superfascista” : “volli vedere in che misura era possibile esercitare un’influenza su certe correnti culturali e anche politiche del tempo, in che misura poteva venire accol­ to l’appello a una rivolta radicale contro il mondo moderno proponendo dimensioni su­ periori al movimento fascista [...] l’opera politica del fascismo [...] avrebbe potuto costi­ tuire una base e un punto di partenza” (“La Torre”, 1930, in “La Torre”, 2, 1970, p. 4; cfr. M . t a r c h i , La Torre o il tentativo superfascista, in “La Torre” , Milano, Falco 1977, pp. 9 sgg.). La rivista non ebbe vasta eco, fu osteggiata dagli alti vertici del partito, subì il sequestro di un numero per “non conformità” sul tema della politica demografica, e infine l’intera pubblicazione cessò nel volgere di pochi mesi. Qualche tempo dopo Evola iniziò la collaborazione alla rivista di Farinacci “Regime Fascista” , con la rubrica “Pro­ blemi dello spirito nell’etica fascista” ; v. su questo m . t a r c h i , Diorama Filosofico o la ricerca nella ortodossia, in Evola e il fenomeno storico del Fascismo, Introduzione a Diora­ ma Filosofico (1934-35), Ed. Europa 1974, pp. XLII sgg. In realtà Evola non fu mai il “filosofo del regime” come sottolinea R. De Felice definendolo “un emarginato” privo di ruolo (r . d e f e l i c e , Intervista sul fascismo, Bari, Laterza 1975, p. 99): l’idea imperiale e aristocratica di Evola era troppo in contrasto con l’immagine di regime “popolare” e “di massa” che il Fascismo voleva dare di sé. (Cfr. quanto, in merito, si dice nel II capi­ tolo di questo volume). 1 3 0j. e v o l a , Il fascismo visto da destra, cit., p. 79. 131 Ibid, p. 40.
132 T. SHEEHAN, O p .

cit.

5. L’opposizione destra-sinistra Riflessioni analitiche
di Anna Elisabetta G aleotti

1. Uno degli interrogativi concettuali che sottostanno a buona par­ te delle tem atiche affrontate in questo volume, emergendo anche più volte in maniera esplicita, riguarda la validità della dicotomia classica destra/sinistra. Q uesta viene energicamente messa in discussione da settori politici e culturali della D estra, in u n ’operazione che ha però recentem ente trovato interlocutori disponibili anche nella S in istra1. Che tale messa in discussione sia provocata dalla D estra non deve sor­ prendere, malgrado la presenza, in quest’area, di intransigenti richiami al rigore, al rifiuto della compromissione, all’ortodossia politica e d o t­ trinale — di cui l’insegnamento evoliano può essere considerato l’esem­ pio più autorevole. Ma già le oscillazioni storiche del Fascismo fra m o­ vimento e regime; la sua pretesa di porsi come terza via fra capitalismo e marxismo, fra rivoluzione e reazione (illustrate in maniera esemplare da una lettura del fenomeno come quella di E. Erra, discussa nel primo capitolo) m ettono in luce le ambiguità reali dei regimi storici di destra (il concetto medesimo di Nazionalsocialismo può esser visto come un ossimoro e forniscono un fondam ento autorevole alla pretesa della D e­ stra contem poranea di collocarsi oltre le distinzioni classiche. Fra i pre­ cedenti prossimi c’è solo l’imbarazzo della scelta: ad esempio, il rifiuto di identificarsi con uno dei due corni del dilemma Oriente-O ccidente, espresso dal filone Evola-Romualdi — ma si è visto quali conseguenze fattuali ne sono state tratte; le simpatie per la Cina di Franco Freda teorico della superiorità ariana (vulgo, “nazimaoismo”); da ultimo, il ra­ dicale rifiuto di ogni distinzione ideologica e l’offerta alla Sinistra di alleanza antisistem a, proveniente dai filoni dell’estremismo “guerriero" come “Costruiam o l’À zione” e Terza Posizione (il cui nome medesimo implica il rifiuto programmatico della alternativa tradizionale desi ru/si nistra, capitalismo/marxismo: e si ricordi che l’alleanza con la SinUiru

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è stata originariam ente proposta da Freda). Sul versante non violento, come si è visto diffusam ente nel terzo capitolo, la Nuova destra fa un proprio cavallo di battaglia della denuncia di “categorizzazioni rigide e discrim inanti”, proponendo la sostituzione di una cultura dell 'et-et a quella, di cui proclama l’obsolescenza, dell 'aut-aut2. Prendendo lo spunto da queste discussioni, il presente saggio inten­ de presentare la questione in term ini analitici, affrontando il problema metodologico dello statuto delle due categorie. Si distingueranno dun­ que i diversi contesti o universi discorsivi in cui il binomio viene usato, valutando l’utilità e l’efficacia dei due termini all’interno di ciascuno di essi, sulla base delle finalità proprie di ogni settore. Verrà poi preci­ sato che l’am bito nel quale “destra-sinistra” vengono qui usate è pro­ priam ente l’analisi delle ideologie e, dentro questo confine, verrà offer­ ta una definizione e argom entata la capacità delle due categorie di identificare im ’alternaiiva ideologica ili fondo, a partire dalla Rivolu­ zione francese fino ad oggi.
2. Gli interrogativi sulla coppia destra-sinistra, sulla sua capacità ef­ fettiva di gettar luce nello spettro politico, su visioni del mondo, atteg­ giamenti, com portam enti, partiti e “politiche” sono molteplici e non datano da oggi. Scrive Jean Paul Sartre nel 1955: “Les notions de ‘gau­ che’ et de ‘d ro ite’ ont elles encore un sens? Si oui, que relavrent elles? E t si la gauche, parce q u ’elle est divisée, est aujourd’hui impuissante, est il possible de la rassembler?” 3 La molteplicità delle posizioni critiche contro l’impiego della distin­ zione di destra e di sinistra si può raggruppare intorno a due argomenti centrali: a) D a una parte, l’impiego dei due term ini, che si riferisce a un arco temporale di quasi duecent’anni (a partire dalla Rivoluzione francese), sembra inadeguato a cogliere i cambiamenti, gli sviluppi, i ribaltam enti ideologici e strategici intervenuti nelle aree di “destra” e di “sinistra”, nel corso del divenire storico. Così per esempio, un tema come il nazio­ nalismo, che nel X IX secolo era decisamente patrimonio della sinistra liberal-radicale vs. i tradizionalisti e i nostalgici àa\YAncien Régime, è passato, a cavallo dei due secoli, fra i temi della destra imperialista, per essere identificato poi decisam ente col Fascismo, e infine, in questo secondo dopoguerra, di nuovo associato alla Sinistra, almeno in relazio­ ne ai m ovimenti di liberazione nazionale nel Terzo mondo. Quello del nazionalismo è forse l’esempio più patente, ma analogo ragionamento può essere applicato sia ad altre tematiche, quali la liber­ tà, l ’autoritarism o, l’internazionalism o, la disponibilità al cambiamento e allo status quo ecc., sia a concrete politiche quali accentram ento/de­ centram ento, sviluppo differenziato o uniforme, pianificazione econo­ mica ecc., sia ai mezzi impiegati, cioè legalità e insurrezione arm ata4. Infine anche l’identificazione di “destra” e “sinistra” con una “ba-

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se sociologica”, con una classe sociale privilegiata, non regge in modo intertem porale5. L ’insieme di queste considerazioni sembra dunque' vanificare l’uso della coppia con riferim ento al divenire sto ria i' b) D ’altra parte, il binomio non sembra salvarsi neppure limitando il suo impiego a u n ’analisi strettam ente sinrm nu a ili un sistema politi­ co. In questo caso l’interrogativo riguarda la *nm plrv.uù delle società contem poranee, la vastità delle dilletenziazioni e la solistica/ione del dibattito ideologico. Da un lato, ci si chiede se un'unica opposi/ione, destra-sinistra, possa mai rappresentare spazialmente in modo significa­ tivo i numerosi conflitti e demarcazioni della società attuale, dalla d i­ stribuzione del reddito, alla razza, alla religione, al sesso, e quindi se lo schema non vada piuttosto complessificato e reso più sensibile alle diversificazioni. D ’altro lato, ciò che il linguaggio comune in modo vago e impreciso denom ina “di destra” e “di sinistra” raggruppa rispettivam ente una ta­ le varietà di sfum ature sul piano ideologico e comportamentale, spesso non coerenti né coordinabili in un set significativo, che la consistenza della differenziazione appare essere, una volta di più, quella di etichet­ te em otive e di comodo, prive di un contenuto propriam ente specifi­ cabile7. In conclusione le categorie di destra e sinistra non troverebbero una precisa corrispondenza nella complessità dello spettro politico con ideologie e com portam enti definiti, al di fuori dell’idea che la gente comune ha di esse, idea che si rivela, a una prima analisi, confusa, con­ traddittoria, inconsistente, dunque fuorviarne. 3. Dai rilievi critici qui riportati possiamo enucleare le domande centrali che definiscono il problema: 1 ) esiste u n ’appropriata e univoca definizione di destra e di sinistra? 2 ) in caso negativo, possiede il bino­ mio alcun senso, al di là del linguaggio grossolano dell’uomo della stra­ da? 3) in caso positivo, è tuttavia questa divisione utile a interpretare la complessità della realtà politica contemporanea? La risposta a questi tre quesiti non può prescindere da una descri­ zione dei diversi modi e dei diversi campi nei quali si parla di destra e di sinistra. I nostri apparati concettuali non sono precostituiti ai campi disciplinari e ai codici in cui vengono usati: solo in relazione al conte­ sto specifico è possibile entrare nel m erito del senso e dell’efficacia dei concetti impiegati. Si pensi per esempio al concetto di tempo: non è definito nello stesso modo in teologia, nella teoria della relatività e nel­ la metodologia storica; ma questo non significa che non sia definibile univocam ente né che manchi di senso. Vorrei a questo punto ricordare che, indipendentem ente dai conte sti d ’uso, “destra” e “sinistra” sono comunque concetti o modi eli rap presentazione della realtà. Sgombriamo quindi il campo da un p ossibili

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equivoco: quello di pensare che la distinzione in esame sia inerente o im m anente alla realtà storica (o non lo sia più) e da questa tragga la sua verità o falsità. Ovviam ente possiamo constatare l’esistenza storica di m ovimenti di destra e di sinistra, ma il fatto che siano connotabili in un modo o nell’altro dipende non da una qualità inerente ai movi­ m enti stessi, ma dalle definizioni o dalle immagini di destra o sinistra retrostanti e dall’accordo intersoggettivo sul loro significato. Passando ora ad esaminare i contesti d ’uso dell’antinomia in que­ stione, se ne possono identificare quattro: il linguaggio ordinario, quel­ lo dell’ideologia, l ’analisi storica, sociologica e politologica e, infine, lo studio dell’immaginario sociale. M entre i primi due si collocano al livel­ lo della vita quotidiana e della prassi politica, tanto l’analisi storica-sociologica-politologica, quanto lo studio dell’immaginario si situano sul piano scientifico, seppure con tagli profondam ente diversi. a) Nel linguaggio ordinario i due term ini vengono usati nella vita politica, fanno parte del senso comune dei cittadini, degli uomini poli­ tici, dei partiti, della stampa. In questo caso “destra” e “sinistra” rien­ trano in ciò che W ittgenstein chiama “giochi linguistici” 8. Come tutti i giochi linguistici del linguaggio ordinario, la loro definizione è mobile e aperta, orientabile in modo diverso a seconda degli scopi del parlan­ te. N on è pensabile trovare gli elementi specifici e caratterizzanti le parole “destra” e “sinistra” in tu tti i possibili usi del linguaggio comu­ ne, quasi fossero essenze platoniche, ma sono invece rintracciabili so­ miglianze, affinità, relazioni, dal che risulta che i due concetti includo­ no una famiglia di significati, im parentati fra loro, ma anche mai iden­ tic i9. N on per questo i due term ini sono inutilizzabili, anzi la capacità di usarli e di com prenderne l’uso altrui, insieme all’impossibilità di dar­ ne una definizione precisa è proprio ciò che caratterizza il linguaggio ordinario e tu tti i giochi linguistici che con esso siamo capaci di ingag­ giare 10. Nel contesto del linguaggio ordinario dunque la domanda sul senso dei due term ini trova, come ultim a risposta, il fatto che essi vengono usati e compresi dalla com unità dei parlanti. Finché i parlanti sapranno usare i due term ini e sapranno capirli, porre la domanda sulla loro utili­ tà sarà fuori luogo. Anzi, il fatto stesso di porla indica il persistere del loro uso generalizzato: nessuno infatti penserebbe di porre in questione il senso del binomio bianchi/neri perché nessuno sa più come usarlo. Va poi d etto che il linguaggio ordinario e la comprensione intersog­ gettiva rispetto a esso rappresentano la base o il punto di partenza delle definizioni specifiche per scopi particolari in contesti determ inati. D a­ re una definizione specifica significa infatti tracciare un confine nel campo aperto del linguaggio ordinario. Nel caso delle nostre due cate­ gorie, il riferim ento implicito, ma in qualche modo imprescindibile a questo sostrato fa sì che anche le definizioni più rigorose non sfuggano a una certa circolarità. René Remond, per esempio, riconosce, nella sua

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RIFLESSION I ANALITICHE

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A la recherche de la droite", che cercando una definizione corretta di “destra” per poi connotare, interpretare i movimenti storici, lo storico normalmente assume già questa connotazione, almeno per i casi univer­ salmente riconosciuti “a d estra”, come il governo di Pétain, per esem­ pio. Analogamente, David Caute am m ette che per costruire dei buoni modelli di destra e di sinistra è impossibile non fare entrare implicita­ mente nel modello stesso il riconoscimento pressoché universale che, per esempio, Bismarck e lo Scià di Persia non erano di sin istra1J. Di nuovo, con W ittgenstein, si può dire che per m ettere in discussione qualcosa non si può m ettere in discussione tutto e qualche punto di rife­ rim ento è necessario anche per le critiche più severe. Così se il senso di definire un concetto è quello di spiegare poi qualcosa con esso, allora le definizioni di destra e di sinistra non servono per i casi “scontati” , ma proprio per i casi “dubbi” , su cui l’accordo non esiste. b) U n secondo contesto in cui le due categorie vengono impiegate è propriam ente quello dottrinario-ideologico, cioè il luogo di formazione, produzione, revisione delle ideologie, nel senso debole del term ine di rappresentazione della realtà implicante un appello pratico-politico. In questo caso, le definizioni di destra e sinistra hanno sempre una valenza prescrittiva nel senso che riguardano piuttosto ciò che si deve intendere per l’una e per l’altra, se si vuole autenticam ente aderire all’una o all’altra. Norm alm ente succede però che il carattere prescrittivo dell’uso delle categorie in questo contesto rimanga implicito, nascosto da una forma descrittiva, “all’indicativo” , da cui derivano poi molti equivoci e confusioni l\ Una volta chiarita la dimensione norm ativa dei concetti — e quindi il loro riferim ento a valori e principi in alternativa ad altri possibili — nulla vieta che, all’interno del d ib attito ideologico, le due categorie vengano continuam ente ridefinite, accentuando più o meno alcuni tra t­ ti, oppure che vengano lasciate del tu tto in disparte. Basta ricordare che l’attività di rimessa a punto degli apparati concettuali è in relazione agli interessi, agli scopi, agli usi pragmatici degli stessi all’interno delle ideologie e rispetto all’im patto di queste sul mondo esterno. Ciò non implica l’inadeguatezza dei concetti in sé o l’assenza di contenuti ben identificabili e inequivocabilm ente dati. Così la pluralità delle defini­ zioni non deve far pensare a una pluralità reale di destre e di sinistre: come s’è già detto, i concetti sono costrutti del pensiero e non mero riflesso della realtà. Sui modelli norm ativi di destra e di sinistra si possono poi formula­ re due giudizi: uno analitico, relativo alla coesione e coerenza interna dei modelli, alla bontà delle argom entazioni e alle implicazioni e le con­ seguenze che esse com portano; e uno, pragmatico, in relazione all’effi­ cacia pratica che riescono ad avere, alla risonanza, all ’appeal e alle ade­ sioni ottenute. Il prim o giudizio implica una meta-ideologia o analisi non norm ativa delle stesse in cui i valori connessi ai concetti di destra

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e di sinistra vengono considerati fatti. Su questo piano si colloca per esempio il saggio di N orberto Bobbio sull’Ideologia del fascismo l4. Si ricorda, di passaggio, che l’analisi fattuale delle ideologie non va confu­ sa con la “critica dell’ideologia”, di tradizione marxista che altro non è se non una controideologia, nella nostra accezione15. E però infine sull’efficacia nella pratica politica che si decide dell’utilità pragmatica di una certa definizione di destra e di sinistra ed è in base al suo suc­ cesso politico che la stessa definizione viene m antenuta e fissata quasi come proprietà del movimento che in essa si riconosce oppure viene modificata o accantonata. c) Il binomio destra-sinistra si trova poi impiegato come coppia ana­ litica in diversi settori delle scienze sociali, nelle discipline storiche, nella politologia e nella sociologia politica. In quest’ambito, lo statuto logico della dicotomia s’identifica propriam ente con il tipo ideale weberiano. Come è ampiamente noto, nella metodologia weberiana, la co­ struzione di tipi ideali costituisce una procedura basilare nella forma­ zione delle teorie nelle scienze sociali, sia nei procedimenti di im puta­ zione causale, in funzione erm eneutico-interpretativa, sia nei giudizi di probabilità oggettiva, in funzione p red ittiv a 16. C ostrutto derivato da una selezione della molteplicità empirica e da u n ’accentuazione di alcu­ ni caratteri, in base al “punto di vista” orientante l’indagine, il tipo ideale non è né una descrizione della realtà, né un’ipotesi interpretati­ va, ma piuttosto il terreno per orientare le ipotesi. Questo fatto implica che un tipo ideale weberiano non può essere falsificato empiricamente, ma piuttosto si può rivelare più o meno fecondo nell’orientare ipotesi (queste sì falsificabili). O ra ritornando alla dicotom ia destra-sinistra, appare chiaro che, quando usata come costrutto analitico, un giudizio sulla sua capacità euristica non può prescindere da un collegamento con le finalità espli­ cative della teoria in cui è inserita. Così per esempio Remond, nel suo già citato studio storico sulle destre in Francia, dalla Rivoluzione alla V Repubblica, sostiene la fe­ condità delle nozioni di destra e sinistra nel fornire una griglia organiz­ zante il sistema politico francese nel suo sviluppo storico. Quello che si vuole qui sottolineare è appunto il fatto che la possibilità di un ferti­ le impiego di destra-sinistra non deriva da una loro definizione già esi­ stente di per sé, a disposizione dello studioso, bensì proprio dalla speci­ ficazione della condizione del suo impiego aH’interno della teoria. In questo modo la definizione stipulata da Remond prevede che destra­ sinistra siano considerate come posizioni relative, cioè mobili su un as­ se, interne al sistema e, come tali, modalità di una lettura globale della realtà ideologica e politica, fattore strutturante il campo di o p in io n i17. A partire da questa griglia generale, Remond è poi in grado di m ettere a punto tre submodelli di tradizioni politiche di destra in Francia (che

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egli stesso riconosce im parentati a tipi ideali weberiani) e rendere così intelligibile la complessila empiili .1 del divenire sto rico18. Nel caso delle scienze politiche e sociali, la strum entalità dei con­ cetti di destra e sinistra è pariirolanueiiie evidente: essi sono usati per rappresentare spazialmente s ii lim i lit ic a m utin u a i comportamenti e le preferenze degli attori politici. In uue-.io in mi, l'interrogativo sul loro uso riguarda esclusivamente il problema della tmidimensionalità o me­ no dello spazio di rappresentazione n . Il punto non coinvolge cioè la definizione dei due term ini, dei due estremi della linea, che in genere viene data per scontata e assume aproblem aticam ente l’equazione: sini­ stra = socialismo = classi inferiori = richiesta d ’intervento dello Stato nel sociale e, dall’altra parte, destra = conservatorismo = classi superio­ ri = totale privatizzazione dell’economia e del sociale. L ’interrogativo qui concerne piuttosto due fattori: 1 ) la capacità di un unico cleavage, destra-sinistra, appunto, di sussumere in sé tu tti gli altri (religione, te r­ ritorialità, sesso ecc.) indi la capacità rappresentativa di un modello unidimensionale; 2 ) la possibilità di collocare tu tte le posizioni su tu tti i punti della linea in modo progressivo da + 1 a — 1 senza soluzioni di continuità. Per quanto riguarda la presente analisi, è chiaro, comunque, che la discussione a questo proposito non m ette in questione le categorie di destra-sinistra, ma unicam ente la possibilità di ridurre a una dimensio­ ne sola i diversi aspetti conflittuali di un sistema politico, cosicché, an­ che nel caso della pluridim ensionalità non si viene a negare un luogo a destra-sinistra, quanto piuttosto l’esclusività dello spazio nel modello. d) Infine va considerato un ulteriore approccio disciplinare al cui interno i term ini destra e sinistra giocano un ruolo particolare: il setto­ re di studi sull’immaginario sociale. Q u est’am bito di ricerca, che da non molto tempo ha cominciato a esplorare le proprie possibilità20, si propone di esaminare le immagini, i miti, gli stereotipi e i luoghi comuni della vita associata, cioè in una parola la dimensione simbolica nel politico e nel sociale. L ’intento è quello di ricostruire questa com ponente nella convinzione che essa svolga un ruolo determ inante nelle azioni degli individui e dei gruppi, costituisca fattore centrale nella legittimazione del potere, nella rottura del consenso, nelle rivoluzioni. Di conseguenza l’immaginario politico costituirebbe un luogo strategico per lo studio del potere, attraverso l’osservazione delle continuità, della formazione e permanenza degli stereotipi, dello spostamento degli avvaloramenti ecc. M entre le ideologie politiche (sempre nell’accezione debole sopra fornita) sono in genere espresse in dottrine, programmi, manifesti, for­ mulati in modo esplicito da teorici “specializzati”, caratteristica degli immaginari è la loro dimensione collettiva, anonima e diffusa. Baczko identifica senz’altro il soggetto degli immaginari nella collettività, nel senso che la produzione degli stessi non è ascrivibile ad alcuno, ne ad

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alcun disegno intenzionale, ma è piuttosto un risultato non anticipabile che emerge spontaneam ente e spesso influenza gli individui behind theìr backs. M a al di là dell’origine spontanea e inintenzionale, questo appa­ rato viene a rappresentare il modo in cui una collettività si vede ed esprime desideri, paure e speranze, definendo al contempo modelli nor­ mativi di com portam ento e di ordine sociale. Per queste sue caratteri­ stiche, l’analisi dell’immaginario sociale si serve piuttosto delle proce­ dure messe a punto dall’antropologia politica, dagli studi sul folklore, dalla etnografia che non dei m etodi tradizionali di storia delle idee e del pensiero politico. All’interno di questo approccio, trova spazio una indagine sui ter­ mini destra e sinistra che non rivestono più, in questo caso, il ruolo di categorie norm ative o analitiche, ma sono invece oggetto di studio in quanto m etafore spaziali per una topografia politica immaginaria. Lo studio più completo sulla polarità destra-sinistra secondo l’orientam en­ to qui accennato è quello di J. A. Laponce, Left and Right. The Topography of Politicai Perception21, su cui vale la pena di soffermarci, data ap­ punto l’originalità del taglio disciplinare, fuoriuscente dalle modalità familiari di trattare i concetti qui in esame. L ’ipotesi di fondo dello studio è che le metafore spaziali di destra e sinistra e i simbolismi a esse collegati non siano apparsi nel mondo politico in modo casuale, né per pura convenzione. Com ’è noto i term i­ ni entrarono in uso durante la Rivoluzione francese, nel corso della C o­ stituente, in occasione del d ib attito sul diritto di veto del Re: coloro che erano favorevoli a concedere al M onarca diritto di veto incondizio­ nato sedevano a destra, m entre i contrari sedevano a sinistra. Ma la distribuzione dei posti fra le due fazioni non fu un fatto contingente, in quanto corrispondeva alla collocazione precedente degli “stati” di fronte al Re — collocazione carica di significati metaforici e rituali in quanto alla D estra spettava il lato del prestigio. A ttraverso questo lega­ me, secondo Laponce, la dicotomia destra-sinistra, fin dal suo ingresso nel linguaggio politico, si collega alla simbologia dell’asimmetria latera­ le, propria della nostra cultura, e in generale, alle immagini stereotipiche connesse alle rappresentazioni spaziali prim arie22. L ’apparato delle immagini spaziali da sempre ha avuto una chiara funzione metaforica nei confronti del potere: la Rivoluzione francese m antiene il riferim en­ to a esso, ma nel segno di un cambiamento di rotta, in quanto è tipico di tu tti i periodi rivoluzionari di stravolgere la forza inerziale degli im ­ maginari sociali23. La tesi di Laponce si viene poi specificando lungo i seguenti punti: — destra e sinistra corrispondono a una percezione spaziale prima­ ria, la lateralità, che insieme ad altre (alto-basso, vicino-lontano, davanti-dietro) costituisce i cardini per organizzare la visione dell’universo in tu tte le diverse culture. — il simbolismo legato alle percezioni spaziali suddette non è a ttri­

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buito in modo casuale c coni ¡nudile, Ciò troverebbe sostegno nella corrispondenza transculturnle de^li stereotipi lennli alle metafore spa­ ziali, con un generale privile^inm ruio dellu sequen/u “alto-destra-davanti-vicino” , rispetto a m i "Imv.o -.1111.11.1 dietro loninno” costituireb­ bero il polo negativo (a eccezione dell« 1 u h m > 1 filíese d ie è m ancina)24. — la ragione della non 1 usualità 1ousisierelilie nel lutto che le per­ cezioni dello spazio non possono evitine un riferim ento ni corpo umano che è il principale fattore della suddivisione dello spazio, dui corpo si risalirebbe all'influenza di alcuni fattori fisico-biologici (In posizione della testa rispetto ai piedi, l’impossibilità di vedere dietro, la direzione della gravità terrestre ecc.) che darebbero ragione del privilegiamento di alcune dimensioni sulle altre. Nel generale avvaloramento positivo della destra (e, correlativam ente, negativo della sinistra) entrerebbero due com ponenti preculturali: un fattore fisiologico o genetico che pro­ duce una m inoranza di mancini sugli am bidestri e sui destri e il fattore genetico per cui l’emisfero cerebrale sinistro controlla sia la mano de­ stra che il linguaggio. Pur evitando una posizione strettam ente biologicista, secondo Laponce, una seppure lim itata influenza di fattori pre­ culturali è richiesta per spiegare gli aspetti comuni e perm anenti tra e entro le culture in relazione agli stereotipi e alle metafore spaziali. Co­ sì, ancora oggi nelle lingue europee, i term ini destra/diritta/droite/ right/recht indicano anche la direzione d ritta, il d iritto o i diritti fanno insomma parte di una famiglia semica cui si assegna un valore positivo di ordine, chiarezza, non arbitrarietà. E a ciò si collegano tu tti i rituali del “sedersi alla destra” , “offrire la destra”, stigmatizzati dai riferi­ menti religiosi “stare alla destra del Padre” . Dal lato opposto, sinistramanca-mancina/gauche/left/links si collegano all’idea negativa dell’as­ senza dell’ordine, della minaccia, della confusione. — prima della Rivoluzione francese, la rappresentazione del potere secondo m etafore spaziali non usava la dimensione laterale-orizzontale, ma solo quella verticale, dall’alto in basso. Così alla vetta stava il re, poi veniva il clero, poi la nobiltà, più giù il terzo stato e all’estrem ità, ma in uno spazio imprecisamente confuso, il popolino e/o i nemici del regno. La dimensione laterale era invece usata nel simbolismo religioso, dove alto e destra costituivano i luoghi del sacro, e basso-sinistra i luo­ ghi del profano e dell’impuro. — Laponce sostiene che il simbolismo politico verticalizzato con una struttura debole alla base — perché il re non ha un polo opposto chiaram ente definito — ha facilitato la messa in questione della dimen sione verticale nel momento del cam biam ento ideologico che minaccili va direttam ente la vetta della gerarchia. Si è così prodotta nella rapprr sentazione m etaforica una rotazione dalla verticalità aU’orizzontaiiliV in cui “destra” sostituisce l’alto e “sinistra” il basso secondo l'asso» In zione delle due coppie nel simbolismo religioso. — la rotazione com porta però che i due poli, destra e sin r.n 1

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sumano i significati simbolici connessi all’asse verticale. Ciò, come spiega Laponce, non significa necessariamente che la destra mantenga il segno positivo contro la sinistra. Il ribaltam ento rivoluzionario ha in­ fatti prodotto un tale cam biam ento nel pensare la politica, nell’identificarne i soggetti attivi e passivi e nella distribuzione del potere, che la sinistra ha guadagnato con ciò l’accesso alla positività. In base a questa interpretazione delle metafore spaziali e alla conse­ guente ricostruzione dell’ingresso di destra e sinistra nell’immaginario politico, Laponce ritiene che siano caratterizzabili elementi stabili di fondo nel paesaggio di destra e in quello di sinistra. Se infatti l’asse­ gnazione di certi valori ai due term ini non è stata una scelta arbitraria e contingente, ma emerge dall’universo profondo dei simbolismi spazia­ li e religiosi, l’uso delle due m etafore non sarà mai neutrale, ma carico di connotazioni e associazioni, non puram ente convenzionali. Deve al­ lora essere possibile individuare alcune caratteristiche ricorrenti nel lo­ ro uso, transtem porali e transpaziali. L ’autore m ette così a punto due strategie per cogliere queste caratteristiche costanti e al tempo stesso per verificare la sua ipotesi. D a una parte un’indagine sulla letteratura politica degli ultim i 150 anni — ideologi, teorici, giornalisti ecc. — , dall’altra u n ’inchiesta empirica sulle percezioni politiche in term ini di Left-Right, svolta presso la popolazione studentesca di tre diversi paesi (Canada, Stati U niti, Francia). Dai m ateriali ricavati, le caratteristiche che risultano attribuite in modo inequivocabile all’una o all’altra entra­ no a comporre gli elementi stabili della destra e della sinistra. Così si ottiene una duplice tavola in cui destra e sinistra sono rispettivam ente associate a:
Sinistra Contrasti politici Contr. religiosi Contr. economici Orient, tempo Egualitarismo Libero pensiero Classi disagiate Discontinuità Destra Gerarchia Religione Classi agiate Continuità

Al di là delle suggestioni di cui questo lavoro è ricco, l’interesse specifico della tesi di Laponce consiste nel sostenere, sulla base di u n ’indagine scientifica e non unicam ente col linguaggio dell’ideologia, non solo l’universalità della diade destra-sinistra nella rappresentazione della vita politica, ma anche la perm anenza di tratti caratterizzanti la coppia oppositiva. O vviam ente, destra e sinistra non sono qui presen­ tate come categorie dello spirito, essenze reali dietro la fenomenologia storica, ma come immagini m etaforiche, insieme descrittive e norm ati­ ve, profondam ente radicate nella rappresentazione topografica della

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politica, proprio perché innestate sull'antichissim a r pervasivo simboli­ smo delle percezioni spaziali T uttavia questa tesi noti e (".rute <la alcune difficoltà di complessa soluzione. Innanzitutto l.aponcc tendi- a pn-seniair questa polarità co­ me dotata di una resistenza particolaie, in liane alla tesi della non-arbitrarietà delle immagini delle peri cziom spaziali li ilei 11.1 in ultima istan­ za a componenti biologiche), O ra, anelie se gli immaginali sociali sono dotati di una specifica forza inerziale, su| >ei i or e .1 1piella delle idealo gie, più direttam ente sfidate dalla realtà storico-empirica, l'ipotesi di un loro riferim ento a fattori biologici è ben lungi dall’essere condivisa o tantom eno provata. Inoltre il loro autom atism o non impedisce spo­ stam enti e slittam enti di senso e di luogo, inversioni di segno, modifi­ cazioni anche radicali. Secondariam ente, le procedure di verificazione dell’interpretazione di Laponce, la survey nella letteratura e l’inchiesta empirica sulle percezioni e le associazioni, sono insufficienti a provare che proprio quelle e solo quelle quattro coppie oppositive costituiscano gli “elementi stabili dei due paesaggi” . Come esempio, tra i tanti possi­ bili, basta citare la percezione del Fascismo da parte di un autore am­ piam ente citato nei capitoli precedenti, Enzo Erra, emblematico per la sua chiarezza: “Il fascismo non si pose mai nell’atteggiamento di difesa dell’ordine costituito e dei privilegi che in seguito gli storici antifascisti vollero attribuirgli: come ha osservato il W eber ‘si potrebbero rovescia­ re tu tti i term ini dell’equazione e dire che i fascisti erano contro lo sfruttam ento, contro il disordine civile in patria, contro il vecchio mar­ cio regime di borghesi e di egoisti capitalisti, per un rinnovam ento e la purificazione nazionale, per l’ordine e l’unità della nazione ’ .” 25 Risulta chiaro, secondo questa interpretazione, che il Fascismo non è associato né alla continuità, né alle classi privilegiate e, in questo sen­ so, la stabilità degli elementi della D estra, secondo la classificazione di Laponce, è messa in questione. Resta, certo, la scappatoia di dissociare il Fascismo dalla Destra: ma, usando questo espediente, il modello di Laponce rivelerebbe un grave limite, cioè il non saper dar ragione di tu tta la D estra radicale del Novecento, dalla konservative Revolution , al Nazionalsocialismo, ai materiali stessi di questa ricerca. L ’immagine archetipica della destra sarebbe dunque lim itata solo al conservatori­ smo tradizionale, ma questo verrebbe a contraddire l’ipotesi di fondo dello studio, relativa alla universalità dell’archetipo e alla sostanziale continuità con riferim ento ai contenuti e alle associazioni. Credo che il problema consista proprio nel voler stabilire empiricamente dei confi ni chiari alla polarità destra-sinistra nel magma dell’immaginario sociale e che tale intenzione fuoriesca dalle possibilità stesse di una ricerca orientata all’analisi delle immagini. C ertam ente, comunque, dello studio di Laponce possiamo accogli« re l’identificazione di destra e sinistra come metafore profondami no radicate nel nostro immaginario sociale con plausibili richiami li 1 1

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mensione spaziale, avvaloramenti simbolici e programmi ideologici Q uesta caratterizzazione profonda dei due term ini spiega poi la loro specifica influenza e il loro uso ricorrente nei modi usuali di concettualizzare la politica. Il binomio destra-sinistra viene così preferito ad altre possibili opposizioni binarie, più estrinseche, proprio per l’associazione di esso alla simbologia e agli stereotipi spaziali che costituiscono i cardi­ ni di ogni spontanea rappresentazione dell’universo. 5. Riassumendo il percorso fin qui svolto, si è innanzitutto sostenu­ to che il problema della definizione e dell’utilità dei due concetti destra-sinistra non può essere risolto indipendentem ente dalla precisazio­ ne metodologica degli am biti specifici e degli scopi loro propri in cui il binomio si trova impiegato. Si è dunque proceduto ad individuare quattro contesti d ’uso: il linguaggio ordinario, il linguaggio ideologico, l’analisi scientifica della realtà storica e socio-politica e l’indagine sul­ l’immaginario sociale. Per quanto riguarda il linguaggio ordinario, s’è visto che la definizione è aperta e che l’impiego dei due term ini si fon­ da sulla comprensione dei parlanti relativam ente al loro uso e che la capacità di usarli è costitutiva del loro senso. In riferim ento agli altri due contesti, ideologico e scientifico, s’è concluso che il giudizio sulle due categorie (come su qualsiasi altro concetto o modello) è relativo all’efficacia rispetto agli scopi ideologici o teorici: cioè far seguaci o in­ terpretare perspicuam ente il mondo o predire eventi. Infine l’indagine dell’immaginario sociale indica che i due term ini “destra-sinistra” del linguaggio ordinario incorporano una metafora spaziale profonda, cen­ trale nella nostra raffigurazione politica, perché legata alla percezione primaria della lateralità e all’universo simbolico a essa collegato. Da cui possiamo dedurre che, rispetto a categorie e classificazioni puram ente accadem iche26, questa polarità si presenta come universalmente diffusa e quindi più im m ediatam ente disponibile a essere riutilizzata e rin­ novata. Vorrei, a questo punto, sostenere che nell’ambito dell’analisi delle ideologie, che è quello in cui propriamente si colloca la ricerca presen­ tata in questo volume, è possibile proporre una definizione dei due ter­ mini tale da consentire una classificazione binaria significativa di tutta la produzione ideologica post-Rivoluzione francese. Con ciò non inten­ do né che questa sia l'unica classificazione possibile né che sia una di­ stinzione riassuntiva di tu tte le altre, né che sia una specie di attribu­ zione di essenza, cosicché una volta riconosciuta una ideologia come attribuibile all’uno o all’altro dei due poli, se ne possano dedurre i con­ tenuti per via assiomatica. Più semplicemente l’uso delle categorie di destra e di sinistra ci consente di classificare le svariate e internam ente variegate ideologie del X IX e del XX secolo in due grandi famiglie.

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Le ideologie di sinistra sono raccogliteli intorno al principio comu­ ne e unificante i diversi orientam enti e i programmi concreti dell’egua­ glianza. Le ideologie di destra sono invece tu tte ispirate al principio di fondo deU’inegualitarismo gerarchico. La demarcazione delle espressio­ ni ideologiche lungo quest’asse non è certo nuova e gli esempi possibili sono num erosi27. L ’accordo di diversi studiosi su questa definizione di per sé non costituisce una prova della correttezza o della verità della stessa (casi di fallacia essenzialista), ma piuttosto suggerisce l’ipotesi di un’immagine diffusa che privilegia la corrispondenza fra sinistra e eguaglianza da una parte e destra e gerarchia dall’altra. Ritengo che la ragione della specifica salienza della doppia associazione abbia a che vedere con l’immagine archetipica delle metafore di destra e di sinistra di cui ha scritto Laponce. Senza dover necessariamente presupporre condizionam enti biologici nei simbolismi legati alle percezioni spaziali né ricorrere ai residui simbolico-rituali da culture primitive, ma parten­ do pure dalla Rivoluzione francese, è possibile cogliere la relazione fra metafore spaziali della politica e programmi ideologici delle “p arti” . E infatti stata la Sinistra che durante la Rivoluzione francese ha fatto ruotare l’asse della raffigurazione immaginaria della dimensione politi­ ca da verticale a orizzontale, laddove all’orizzontalità si associava un preciso programma ideologico contro il privilegio e la gerarchia. La D e­ stra invece, che ha subito la rotazione, m antiene nella sua immagine e nella sua ideologia la precedente verticalità. Mi sembra cioè plausibile che l’apparizione della polarità nella vita politica sia avvenuta sotto il segno della corrispondenza sinistra-orizzontalità-uguaglianza e, all’op­ posto, destra-verticalità-gerarchia e che questa situazione inaugurale dell’impiego dell’opposizione abbia in qualche modo fissato u n ’immagi­ ne che è divenuta poi stereotipo per cui l’associazione delle dimensioni spaziale e ideologica è ora largamente familiare e operante nella nostra cultura politica. Veniamo ora a precisare il senso della definizione dei due term ini in relazione all’oggetto specificato, cioè l’analisi delle ideologie (non delle politiche, dei com portam enti, dei mezzi) a partire dalla Rivoluzio­ ne francese, appunto. Innanzitutto, va osservato che il binomio egualitarismo-gerarchia può tradursi in svariati programmi ideologici concre­ ti, perché entram bi i criteri sono relativi e da definire rispetto ad altri valori28. L ’eguaglianza da realizzare può essere eguaglianza di fronte alla legge, eguaglianza di dignità, eguaglianza politica, di opportunità, economica. Così dall’altro lato, la gerarchia può essere quella tradizio­ nale di ceto, fondata sulla stirpe, o fondata sul censo, sul merito, sulla razza. In term ini sintetici, eguaglianza significa riconoscimento di uno o più aspetti relativam ente ai quali gli individui, indipendentem ente da tu tte le altre diversità, sono uguali, e in base ai quali hanno titolo a uguale trattam ento, m entre gerarchia significa l’individuazione di una specifica superiorità di alcuni che, al di là di possibili aspetti comuni

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fra gli uomini e fra le donne, richiede un trattamento differenziato. Si noti che dal punto di vista puramente formale, entrambi i principi rien­ trano nella regola di giustizia di derivazione aristotelica, che “tratta i casi eguali in modo eguale e i casi diversi in modo diverso”. Rifletten­ do su questa regola potrebbe sembrare che la distanza fra destra e sini­ stra, seppur grande nei concreti programmi, dal punto di vista metodologico consistesse solo nel diverso computo delle differenze fra gli indi­ vidui che vanno tenute in considerazione nell’ordine politico-sociale. E se così fosse lo spazio ideologico sarebbe rappresentabile da un conti­ nuum di posizioni graduate esattamente da + 1 a — l 29. In realtà nel conto delle differenze e delle eguaglianze fra gli esseri umani entrano in gioco atteggiamenti antropologici e approcci metodologici qualitati­ vamente diversi nell’uno e nell’altro caso. Proprio per contrassegnare lo scarto qualitativo che definisce dunque lo spazio ideologico come r o m p o n o di .li ce coni igne, ma giustapposte — preferisco parlare del criterio l i d i a gei a r d i i « , d i r non dell’ineguaglianza in relazione alla delira Pei meglio illusi I . , I V 1« distinzione fra ineguaglianza e gerarchia, e quindi lo scarto ideologico Ira destra, sinistra e, come by-product, di un’urea d ie pei comodità potremmo chiamare di centro, farò riferi­ m e n t o «H'iileologi« liberale, ionie esempio ili caso di confine, euristica­ mente utile per la demarcazione qui richiesta. Il liberalismo è stato volta a volta considerato di destra o di sinistra (e spesso di centro) a seconda dell’avversario cui lo si contrapponeva, e di conseguenza della focalizzazione di un aspetto piuttosto che un altro della sua ideologia. Se il liberalismo è giustapposto al conservato­ rismo tradizionale, l’accento cade sull’aspetto dell’eguaglianza legale contro i privilegi aristocratici e sull’eguaglianza di opportunità contro le differenze di origine familiare, e quindi è connotabile come di sini­ stra. Se invece è misurato con il marxismo, appare allora come ideolo­ gia a sostegno dei privilegi di classe e delle diseguaglianze economiche contro un programma materiale e sostanziale di eguaglianza. Risulta co­ sì a favore di un regime plutocratico e/o meritocratico e, sotto questa luce, difficilmente può essere considerato di sinistra. Vorrei qui argomentare che, nonostante questa fondamentale ambi­ guità, da Marx in poi ampiamente riconosciuta, un programma liberale comporta delle ineguaglianze sociali che sono qualitativamente diverse da quelle implicate in una concezione gerarchica della società che carat­ terizza un’ideologia di destra’0. Nel liberalismo classico, la distribuzio­ ne ineguale del reddito, sia essa riferita alla differenza di capacità degli individui sia al caso, non dà luogo a un’organizzazione socio-politica direttamente corrispondente alle “fortune” individuali. L’ideologia li­ berale che chiede eguaglianza di opportunità e apertura degli uffici, produce forse una società fortemente inegualitaria, ma non autentica­ mente gerarchica. E vero che all’agiatezza economica si accompagna

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verosimilmente prestigio sociale, potere d’influenza, ampliamento delle chances di avere accesso al controllo politico: ma tutto ciò è — dal punto di vista liberale — una conseguenza di fatto, non un’implicazio­ ne necessaria. Fa anzi intrinsecamente parte dell’ideologia liberale l’i­ dea (consolatoria, probabilmente) della mobilità sociale, della possibili­ tà sempre aperta di far fortuna, della necessità dell’audacia e della re­ sponsabilità individuale per il successo: tutti elementi profondamente estranei a una cultura gerarchica, che comporta invece un’etica della rassegnazione del proprio posto come base per il mantenimento della gerarchia stessa. Non a caso tutta la cultura della Destra radicale, dagli inizi del Novecento, si è sempre opposta ai regimi liberali, la cui classe dirigente non è una “vera” élite, un’autentica aristocrazia (del sangue o dello spirito), carismaticamente dotata del potere di comando, perché appunto la sua consistenza è solo economica, mercantile, quindi natu­ ralmente interscambiabile e priva di valore intrinseco’1. Il fatto è che nell’ambito dell’ideologia liberale, le differenze e le diseguaglianze sociali, prodotte per il gioco della fortuna e delle capaci­ tà individuali, sono considerate accidenti che non intaccano l’umanità degli individui, cioè il riconoscimento, attraverso un processo d’astra­ zione, degli attributi concreti degli individui, di tutti gli esseri umani come membri della stessa specie,2. In questo senso l’individuo astratto portatore dei diritti precede logicamente le persone concrete, ricche o povere, belle o brutte, donne o uomini che siano. Ed è su questo mo­ dello di persona umana che la società liberale viene configurata ideal­ mente con tutto il carico di aporie che deriva poi dallo split fra univer­ salità del modello e persistenza di vantaggi e svantaggi attaccati alle differenze fra individui empirici. Nelle ideologie della Destra, invece, le differenze fra gli esseri uma­ ni sono costitutive dell’individualità concreta, che è inscindibile dagli attributi specifici e non è ipotizzabile astrattamente come modello di uomo e di donna. Da ciò il rilevamento di una differenza (razza, stirpe, sesso...) non comporta unicamente uno specifico trattamento in relazio­ ne a quell’aspetto, ma il conferimento di uno status complessivo alla classe degli individui portatori della differenza stessa, status che defini­ sce poi il posto appropriato nella gerarchia sociale. Nel modello di essere umano liberale, l’individuo non è mai esauri­ to dalle sue determinazioni concrete ed è quindi chiaro che per quanto esse possano avere peso nella realtà quotidiana, non solo possono essere ritenute irrilevanti nella costituzione dell’ordine politico, ma anche, non sono teoricamente insuperabili, attraverso una compensazione e bilanciamento degli svantaggi che da esse possono derivare. N ell’antropologia di destra, la determinazione concreta fa l’uomo e la donna, e non può in nessun modo essere accantonata né mutata. í; . evidente perciò che la gerarchia che si viene a creare sulla base di que­ ste diseguaglianze non è artificialmente costruita, ma si innesta sullu

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naturale diversità degli esseri umani e quindi non può essere artificial­ mente cambiata. Possiamo dunque distinguere fra inegualitarismo e gerarchia, nel senso che il primo è un term ine puram ente descrittivo e il secondo im­ plica una connotazione valutativa e prescrittiva: non solo le inegua­ glianze nel genere umano sono empiricamente evidenti, ma prescrivono un ordine sociale strutturato dal superiore all’inferiore. In conclusione al nostro esempio, il liberalismo, quando configura una società profon­ dam ente inegualitaria, non è certo classificabile a sinistra, ma neanche a destra propriam ente, in quanto estraneo alla visione gerarchica. Vor­ rei anzi suggerire che è stato proprio il modello universale e astratto di essere um ano elaborato dal liberalismo a costituire la precondizione per l’egualitarismo più sostanziale delle successive ideologie della Sini­ s tr a 55. G razie a questo modello gli individui vengono dichiarati uguali, ancorché in term ini formali: ma è appunto la discrepanza inevitabile con una realtà inegualitaria che ha portato le ideologie della Sinistra non a rifiutare il principio dell’eguaglianza, ma piuttosto a cercare una via per la sua piena applicazione. In questo senso, credo si possa dire legittim am ente che la storia del pensiero di sinistra sia la storia del pro­ gressivo ampliamento, specificazione e completamento della carica po­ tenziale contenuta nei principi dell’89, sia in senso estensivo che in senso intensivo. La critica che M arx ha mosso al liberalismo borghese, di rivestire in forma ideale, universale e astratta i brutali interessi di una classe, può essere dunque capovolta. Proprio la formulazione di ca­ rattere universale dei d iritti che la borghesia chiedeva concretam ente per sé ha reso quei d iritti potenzialm ente rivendicabili da parte di tutti gli esclusi, m entre la loro definizione formale e astratta ha reso possibi­ le la specificazione degli stessi via via in modo più integrale. Da questo filo rosso che lega tu tto il pensiero composito della Sini­ stra (radicale, marxista, anarco-libertaria, per citare gli esempi più ov­ vi), rinviandolo a un inizio ben preciso, l’89 appunto, le ideologie della D estra sono radicalmente estranee, sia nel caso del conservatorismo tradizionalista del secolo scorso, sia nel caso del pensiero reazionario a cavallo dei due secoli, sia nelle ideologie fasciste e naziste che da que­ sto pensiero traggono ispirazione. In ogni caso, eguaglianza-libertà-fraternità vengono rifiutati e confutati proprio sulla base dell’astrattezza del modello di individuo che presuppongono. A esso viene contrappo­ sta l’evidenza della concretezza empirica, l’ineliminabilità delle diffe­ renze, l’intraducibilità della qualità nel linguaggio quantitativo dei nu­ meri. E , come conseguenza di questo approccio al mondo umano, l’irri­ mediabile d atità delle ineguaglianze e la gerarchia che le incastra su tas­ selli bene ordinati. Sorge a questo punto una domanda: in un mondo che già conosce gli argomenti per l’egualitarismo, la democrazia, l’auto­ nomia degli individui, in un mondo che già pensa la politica in termini orizzontali, come rendere attraente una gerarchia verticale per coloro

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che la dovranno, verosimilmente, subire dal basso? È necessario trova­ re un collante fra la vetta della gerarchia e la base, e questo richiede la concezione della società come intero, come supersoggetto e la conse­ guente de-valutazione dei singoli che dell’insieme sociale sono solo par­ ti e funzioni. Ed ecco dunque la patria, la nazione, la razza, la terra, il sangue e tu tte le possibili forme di com unità rette da vincoli di soli­ darietà naturali e non da interessi. A ttraverso il principio fondante dell’inegualitarismo gerarchico è dunque possibile recuperare tu tto l’arm a­ m entario delle ideologie della D estra, dell’antropologia di fondo, all’i­ stanza com unitaria, al rifiuto di u n ’etica e di una politica fondate sugli interessi individuali, quindi al rifiuto della dimensione economica, di una dimensione razionale della politica e del metodo democratico, sia concepito idealm ente come sovranità popolare, sia come procedura di decisione collettiva. 6. Il problema che resta qui da affrontare e che è quello da cui si era partiti concerne l’applicabilità del binomio destra-sinistra, nell’ac­ cezione sopra specificata, alla riflessione ideologica rispettivam ente del­ la Nuova destra e della Nuova sinistra di oggi. Infatti i dubbi sollevati da Marco Tarchi e dai suoi amici, che hanno trovato buona accoglienza presso autori presum ibilm ente di sinistra come Massimo Cacciari, ri­ guardano l’oggi non il passato: nella “crisi delle ideologie” tradizionali, nel fare i conti sia da destra che da sinistra con un certo modo di far politica, è ancora possibile dem arcare fra una Weltanscbauung di destra e una di sinistra, in cui i giovani possano riconoscersi? Non c’è forse una superiore istanza generazionale critica verso tutti gli schematismi e verso tu tti i moralismi, che invece unifica tu tti i soggetti nei “biso­ gni”, nei “vissuti” , al di là del confine politico ormai invecchiato? Q ue­ sto interrogativo viene da una parte consolidato dall’interesse degli in­ tellettuali di sinistra per la cultura e la filosofia della crisi del mondo germanico, classicamente patrim onio della D estra, a partire da N ietz­ sche fino a Cari Schm itt, attraverso tu tta la gamma del patrimonio weimariano che costituisce un primo elem ento di “rottu ra” nella cultura marxista. Da parte di costoro si legge nelle trame della cultura della crisi il carattere essenzialmente eversivo, radicalmente critico nei con­ fronti della civiltà borghese. Critica che non si limita alla dimensione economico-politica, ma penetra via Schopenhauer, Nietzsche e Spen­ gler, nel cuore stesso del pensiero dell’O ccidente, nella sua metafisica e nella sua logica, contrariam ente alla filosofia della storia razionalista del marxismo. In secondo luogo, il m ovimento del 1977, preceduto e avviato dal femminismo, ha generato u n ’atmosfera di ripensamento e ripiegamento interiore e una carica di ribellione verso la dominanza della politica, in direzione di u n ’apertura sul privato, sui bisogni, sui desideri e le specificità. A questo punto la generale posizione difensiva della Sinistra, che

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traduce, nella teoria, in una sorta di Methodenstreit, in un’affannosa ri­ cerca di nuove vie, nuovi strum enti, nuovi padri, la proliferazione dei dubbi e delle autocritiche, la moda delle incertezze, rappresenta un ter­ reno favorevole alla Nuova destra per u n ’opera di penetrazione culturale-ideologica presso i giovani. Proponendo un’immagine di sé rinno­ vata e sottolineando lo sconcerto e il clima di sconfitta della Sinistra, la Nuova destra dichiara: “I tem pi del manicheismo culturale sono fini­ ti [...]. Le chiusure erm etiche di fronte a talune posizioni hanno con­ dotto alla incomprensione e quindi allo sterile ripiegamento su se stessi: non è un caso che da qualche tempo da sinistra si riscoprano e si ripro­ pongano autori certam ente, inequivocabilmente di destra a cominciare da N ietzsche e finendo a Pound, passando per Spengler, Jùnger, Schm itt e tu tto il cosiddetto ‘pensiero negativo’. Il revival tradisce la povertà, la miseria dell’intellighentsia progressista italiana.” 1 4 Come si è visto nel terzo capitolo di questo volume, il tema specifi­ co intorno a cui viene argom entato il superamento della divisione destra-sinistra è propriam ente quello della “differenza” . La novità dei movimenti emersi dalla Sinistra — donne, creativi, “verdi” ecc. — è la rivendicazione dello specifico, del particolare, del diverso contro le istanze massificanti e livellanti della società dei consumi. In ciò, i teori­ ci della Nuova destra colgono una somiglianza con la propria tradizione che da sempre avrebbe com battuto ogni forma di livellamento. “Stiamo assistendo a un fenom eno nuovo: la ‘vecchia’ D estra e la ‘vecchia’ Sinistra sono obbligate a misurarsi con la Nuova cultura sul terreno scelto da quest’ultima. Per la prima volta, dopo 35 anni, si ro­ vesciano consolidati rapporti di forza. Nel frattem po la Nuova sinistra s’allontana sempre di più dal resistenzialismo, per orientarsi verso il re­ gionalismo, la lotta contro la massificazione consumista e la abdicazio­ ne dell’identità culturale, congiungendosi così di fatto con quella N uo­ va cultura che verbalm ente com batte.” 3 5 Il problema che viene posto qui riguarda la possibilità che questa nuova tem atica della differenza annulli effettivam ente la distanza ideo­ logica fra destra e sinistra. Poiché abbiamo precedentem ente identifica­ to questa distanza nella contrapposizione fra egualitarismo e gerarchia, bisogna dom andarsi se u n ’ideologia della differenza è compatibile o meno con gerarchia da una parte, e con egualitarismo dall’altra. Se essa si rivela incompatibile con l’una o con l’altro o con entram bi, evidente­ mente la coppia analitica destra-sinistra, nell’accezione sopra specifica­ ta, non è più utilizzabile. Se però la rivendicazione della differenza ri­ sulta compatibile sia con una concezione gerarchica (com’è ovvio, mi pare), sia con una egualitaria, allora l’opposizione di fondo fra destra e sinistra non viene annullata autom aticam ente dalla presenza di questo tema in entram bi i settori dello spettro politico. Che ci siano differenze fra gli esseri umani, le lingue, le culture, le generazioni ecc., è u n ’affermazione quasi banale ampiamente sostenuta

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dall’evidenza empirica. L’osservazione delle differenze è peraltro anco­ ra neutrale rispetto a come esse debbano essere trattate in un arrangia­ mento sociopolitico. C ertam ente dal riscontro delle differenze si può facilmente slittare in una concezione inegualitaria gerarchica, non ap­ pena esse vengono avvalorate secondo una scala dal più al meno. Ed è esattam ente questo che l’ideologia della D estra vecchia e nuova ha compiuto: scivolando implicitamente da un rilevamento “descrittivo” delle numerose e visibili differenze del genere umano a una loro propo­ sizione norm ativa, ne ha sviluppato una concezione gerarchica del mondo sociale, giustificata dalla "natura delle cose” . Rinviando al ter­ zo capitolo di questo volume per illustrare tale affermazione, riporto qui solo un passo di Alain De Benoist particolarmente lucido al propo­ sito: “J ’appelle ici de droite, par pure convention, l’attitude consistant à considérer la diversité du monde et, par suite, les inégalités relatives qui en sont nécessairement le produit, comme un bien, et l’homogénéi­ sation progressive de monde, prônée et réalisée par le discours bimillénaire de l’idéologie égalitaire, comme un mal. J ’appelle de droite les doctrines qui considèrent que les inégalités relatives de l’existance in­ duisent des rapports de force dont le divenire historique est le produit [...]. C ’est dire q u ’à mes yeux, l’ennemi n ’est pas ‘la gauche’ ou ‘le communisme’ ou encore ‘la subversion’, mais bel et bien cette idéolo­ gie égalitaire dont les form ulations religieuse et laïque, métaphysique ou prétendem ent ‘scientifique’ n ’ont cessé de fleurir depuis deux-mille ans, dont les ideés de 1789 n ’ont été q u ’une étape, et dont la subver­ sion actuelle et le commnunisme sont l’inévitable aboutissem ent.” 3 6 D ’altra parte la rivendicazione delle differenze è comunque compa­ tibile con la concezione egualitaria. Un primo esempio classico: il famo­ so m otto marxiano dalla Critica al programma di Gotha “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni” 3 7 racchiude in sé il riconoscimento della rilevanza delle differenze fra gli esseri umani, sia per quanto riguarda la contribuzione, che per quanto riguar­ da la distribuzione. Dobbiamo forse concludere che Marx è antieguali­ tario? Bisogna piuttosto non assimilare il principio dell’egualitarismo a quello di livellamento, cioè “rendere eguali tu tti in tu tto ” . Il principio marxiano rappresenta in nuce il modello dell’egualitarismo non livellan­ te: riconoscere a tu tti pari dignità e pari chances di esprimere la propria individualità senza penalizzazioni e col riconoscimento di handicap. Ed è appunto in questa direzione che si muovono i nuovi movimenti verso differenze “orizzontali” , per ottenere eguale dignità, opportunità, chances di vita, senza dover rinnegare la propria differenza, di donna, nero ecc. In questo senso il Quota-system, adottato in diversi settori negli Stati U niti (posti all’Università, posti di lavoro) e il différence prin­ cip e di John Rawls che del primo rappresenta l’espressione teo rica38, sono da interpretarsi come forma di risarcim ento e handicap positivi, fintantoché il processo contro le discriminazioni non sia effettivo so-

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<inlmcnte e quindi lo svantaggio connesso a certe differenze sia ancora operante. Nei casi in cui la cultura della differenza ha perduto il nesso vitale col principio d ’eguaglianza, erroneam ente identificato con uniform ità, ha dato luogo a forme di autoem arginazione senza sbocco, esauritesi in se stesse. Posto dunque che siamo in grado di distinguere la tematica delle differenze vista da destra e da sinistra, si può ora riconoscere che le critiche all’impiego della demarcazione destra-sinistra e la proposta di una terza posizione non si collocano sul piano analitico, bensì propria­ mente sul terreno ideologico, anche se l’interferenza dei piani rimane implicita. Come abbiamo detto, nell’ambito delle ideologie è certam en­ te possibile ridefinire i due concetti o accantonarli del tu tto, il limite di tali operazioni essendo il successo politico, che non viene deciso dal­ l’analisi. Piuttosto ci si chiede perché u n ’area politica come la Nuova destra sostenga questa posizione. Si può suggerire, come risposta, la volontà di proporre u n ’immagine di sé nuova e autonoma, sganciata dal prevalente disvalore associato al term ine “destra” nella cultura politica italiana degli ultimi quindici anni. Q uesto progetto diventa possibile e pensabile nel momento della “crisi” delle sinistre in Italia, nella genera­ le perdita d ’identità politica che rende la contrapposizione destra-sini­ stra em otivam ente meno “calda” . Indubbiam ente poi la cultura delle differenze offre un appiglio particolarm ente favorevole per “cavalcare la tigre” . Specificamente essa svolge un duplice ruolo ideologico, all’in­ terno del programma della Nuova destra: a) diventa la chiave di volta per condurre la critica al totalitarism o e, quindi, fra l’altro, per sconta­ re il proprio passato, tram ite l’equazione: differenze = pluralità = plura­ lismo = antitotalitarism o; b) viene usata come giustificazione della vi­ sione gerarchica, che si incarna nello Stato organico, rispettoso delle com unità e individualità concrete, benché, a loro volta, rispettose del luogo loro assegnato. In conclusione, la dichiarazione di obsolescenza dell’opposizione destra-sinistra viene avanzata, in term ini ideologici e non inficia la sua capacità analitica di gettar luce sulle nuove ideologie, di identificarle secondo la demarcazione egualitarismo-gerarchia. Anzi, in una situazio­ ne di apparente rimescolamento, sembra particolarm ente opportuno poter distinguere analiticamente fra le differenze gerarchicamente ordi­ nate della D estra e le differenze orizzontali con richiesta di pari dignità della Sinistra.

N o te

1 m a s s i m o c a c c ia r i , Sinistreritas, in a a .v v ., Il concetto di sinistra, Milano, Bompia­ ni 1982; Gia m p i e r o MUGHINI, Da destra venite, "Pagina”, agosto-settembre 1982, pp. 70-76. 2 m a r c o TA R C H i, Dalla politica al “ politico". Il problema di una nuova -antropologia, in A l di là della destra e della sinistra, Roma, LEdE. 1982, p. 21. Si noti che la discussio­ ne non avviene solo in Italia, ma, per esempio, anche in Francia, dove all’inizio di marzo 1984 YInstitut Socialiste d ’études et de recherches (ISER) e il PS hanno organizzato un colloquio su “L’extrème droite et ses connivences” , uno dei cui temi è stato la discussio­ ne della tesi, cara alle opposizioni al governo attuale, secondo cui il socialismo porta con sé i germi del totalitarismo (tesi che nella versione del Club de l’Horloge afferma l’ugua­ glianza socialismo-fascismo). (Cfr. “Le M onde”, 7; 11/12 marzo 1984.) Sugli orienta­ menti storici della Destra francese cfr. z. s t e r n h e l l , Ni droite ni g/iuche, l'idéologie fasci­ ste en France, Paris, Seuil 1981. 3 “Les Temps Modernes” , La Gauche, 1955, p. 1583. 4 Cfr. E . w e b e r , The Right. An Introduction, in The European Right, a cura di H. ROGGER e E . W EB E R , p. 2. 5 D. c a u t e , The Left in Europe since 1979, Verona, Mondadori 1966, pp. 9-25. 6 Come esempio di questa posizione vedi j .L . t a l m o n , Who’ s Left What’ s Right, “Encounter” , Febbraio 1977. 7 Vedi ancora il numero dell’“Encounter” che raccoglie fra i suoi contributi diversi esempi di questa posizione. 8 L. W i t t g e n s t e i n , Philosophical Investigations, Oxford, Blackwell 1968, p. 31, nn. 66-78. 9 Ibid., n. 67. 10 Ibid., n. 69. 11 R. r e m o n d , Les Droites en France, Paris, Aubier Montaigne 1982, cap. I, p. 16: “Le problème de définition est de ceux qui ne comportent pas la solution pleinement satisfaisante pour la raison qu’on ne peut exclure tout à fait la pétition de principe. La definition de la droite — et pareillement de la gauche — implique en effect deux démar­ ches distinctes dont chacune devrait logiquement précéder l’autre: cette antériorité qui doit être réciproque constitue l’aporie majeure. Elle est d ’ailleurs inhérente a toute iden­ tification pour laquelle on ne dispose pas d ’un point de départ irrécusable.” 12 D. c a u t e , op. cit., p. II: “A further difficulty arises from the fact that the m et­ hod of argument, or model-building, must necessarily rest on the assumption that cer-

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NOTE

tuin movements, men and policies are almost unanimously acknowledged to be of the left, and others to be on the right, or non-left.” 1 5Sulla necessità di tener distinti l’uso descrittivo e l’uso emotivo dei termini cfr. n o r b e r t o b o b b i o , Per una definizione della destra reazionaria in Nuova destra e cultura reazionaria negli anni 80, Atti del convegno di Cuneo (1982), Cuneo 1983, pp. 19-20. Sull’inscindibile commistione di linguaggio normativo e descrittivo nelle ideologie e a proposito dei termini “destra” e “sinistra” cfr. D. c o f r a n c e s c o , Per un uso critico dei termini “ destra” e ‘‘sinistra", in “La Cultura” , n. 3-4, 1975, pp. 387-414. Un esempio di questa commistione è il saggio di k o l a k o w s k y The concept of the Left, in Marxism and Beyond, London 1969. 1 4“Quaderni FIA P” , n. 14, 1975. 1 5Paradigmatica al riguardo è la Distruzione della ragione di G. l u k a c s , Torino, Ei­ naudi 59. 1 6M . w e b e r , Il metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Einaudi 1974J 1 7R. r e m o n d , A k recherche de la droite, cit., pp. 31-33. 1 8Ibid., p. 39. 1 9Classicamente il modello unilineare di rappresentazione spaziale della politica è stato inaugurato da A. d o w n s , An Economic Theory of Democracy, New York, Harper 1951, in seguito a cui una vasta letteratura è stata prodotta. Tra i tanti ricordo D. R o ­ lli k ison, A Theory of Party Competition, New York-Sidney-Toronto, Wiley 1976, che è particolarmente chiaro riguardo allo statuto epistemologico del continuum destra-sinistra (p. 56). Come esempio dell’uso del binomio in sociologia, vedi s.M. u p s e t , Fascism-Left, Right iin<l Center, in Political Man, London-Melbourne-New York, Heinemann 1959, pp. M i l 76, dove è particolarmente chiaro il carattere stipulativo delle due categorie: aven­ do 1111ii11i definito destra « classi privilegiate e sinistra = classi inferiori e centro = classi Minili', 11 > i«111ii a il Iu seismo come “radicalismo di centro” . s mai /mi, Immaginazione sociale, in Enciclopedia Einaudi. I I mi. min Mulinili New York, University of Toronto Press 1981. " ( i m i ii|i|iiuii in itiiu lo g n » quello di Laponce è l’articolo di s. d e g r a z i a , Right in Voltiti \ //•< ■ m ir /ni \ymhnlu lateral asymmetry, "Political Studies” , 29, 1981, pp. 254.'ii l, i Ih u n ii ti|i|iiinlii ill te m u ti*/ ,n ir In continuiti della simbologia della lateralità nelI'u t ilv i*i mi ] ii 1111 u n i Im m illilo dn d e n im c sinistra. 21 », MAI/*(>, up ch., |>. 79. '' Cfr ii in in /. The Preeminence of the Right Hand: A Study in Religious Polarity, III li ni 11111AM (ii m in ili), Right and Left, I.nayi in Dual Symbolic Classification, Univer■ily of Chicani! P ré» 197). II i i kka, Il lasciimo fra reazione e progresso, in Sei risposte a Renzo De Felice, Ro­ ma, Volpe 1976, pp. 55-10). 2 6Cfr., per esempio, c o f r a n c e s c o , cit., che elabora il binomio classico-romantico per l’analisi delle ideologie, p. 17. 2 7Per tutti gli esempi possibili, basti riferirsi alla survey condotta da l a p o n c e , op. cit., da cui destra-gerarchia e sinistra-eguaglianza risultano associazioni costanti nella let­ teratura. In relazione al presente dibattito con la Nuova destra, vedi: N. b o b b i o , Per una definizione di destra reazionaria, cit., e m a r c o r e v e l l i , La nuova destra è di destra, “Pace e guerra”, 4, die. 1982. 2 8Sulla relatività del concetto di eguaglianza e del suo contrario vedi b o b b i o , op. cit., p. 25. 2 9Di questa opinione sembra essere b o b b i o , op. cit., che distingue, sulla linea com­ presa fra destra e sinistra, quattro posizioni graduate da una sinistra estrema a un cen­ tro-sinistra a un centro-destra fino a una destra estrema, secondo il grado di egualitari­ smo (o antiegualitarismo) che ciascuna esibisce. In questo modo, a mio parere, non risul­ ta soddisfacente la collocazione del liberalismo nel centro-destra, in quanto ideologia li­ bertaria, ma inegualitaria. Si perde cosi la differenza qualitativa fra liberalismo e destra radicale — fra ineguaglianza di fatto e valore della gerarchia cercherò di argomentare nel testo. E infatti l’À. stesso deve poi riconoscere che l’inegualitarismo liberale riconosce l’eguaglianza formale e quella delle opportunità.

N OTE

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3 0Sull’atteggiamento di disprezzo della Destra radicale nei confronti del liberalismo e dei regimi liberali, la ricerca presentata in questo volume fornisce un’ampia documen­ tazione. Basti ricordare la posizione di Evola per cui liberalismo, democrazia e sociali­ smo non sono che forme diverse del medesimo male che contrassegna la modernità. 3 1M . r e v e l l i , Le filosofie ¡»egualitarie, mimeo, O rta 1983, sottolinea che l’atteggia­ mento gnoseologico sottostante a una filosofia egualitaria è l’astrazione razionale dalla particolarità empirica per giungere a concettualizzare individui astrattamente uguali e, correlativafhente, sul versante delle filosofie inegualitarie, l’approccio è intuitivamente empateticamente concreto. 3 2Paradossalmente, una qualche forma di continuità o, meglio, coerenza fra il mo­ dello liberale, quello democratico e quello socialista è stata affrontata proprio dagli auto­ ri della Destra considerati in questo volume, che appunto sostengono essere il socialismo lo sviluppo estremo del liberalismo. Cfr. Erra, Evola, Benoist. Riporto qui paradigmáti­ camente solo un epigono significativo: "La Nuova destra afferma la profonda diversità del genere fra gli individui portando a sostegno delle proprie tesi i risultati dell’indagine scientifica finora svolta in mezzo agli anatemi dei seguaci dell’ideologia e agli ostacoli frapposti dai detentori del potere culturale [...]. Riconoscere la diversità, la diseguaglian­ za degli uomini significa rinunciare ai progetti che tendono a uniformare l’umanità intor­ no a un unico valore, a un unico modello. Significa cioè prendere le distanze da ciò che si è convenuto chiamare totalitarismo, delle cui brutali manifestazioni regressive l’Utopia illuministica della Società degli Uguali non è che l’anticamera teorica” ( m . t a r c h i , Ipotesi e strategie per una Nuova destra, “Interventi", giugno 1978). 3 3a p i ù m a n i , Introduzione a Proviamola nuova, atti del seminario e strategie di una Nuova destra, LEdE 1980, p. 12. 3 4m . c a b o n a , Nuova Cultura e mass-media, in a p i ù m a n i , op. cit., p. 102. 3 5A. d e b e n o i s t , La droite introuvable, in Les idées à l'endroit, Paris 1979, p. 58. 36 K. m a r x , Critica al programma di Gotha, Roma, Editori Riuniti 1976. 3 7J. RAW LS, A Theory of Justice, Harvard University Press 1971 (tr. it. Una teoria della giustizia, Milano, Feltrinelli 1982).