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ALDO ROMANO
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L. :.-,
CARLO PISACANE
pensatore politico
e teorico della guerra
Estratto da «Rassegna Storico Na pole tano,
An no IV - N. l - 1936
tc}o-XIV
Tipogrnflll Edil rice A. Miccoli
NAPOLI
i
l
• Ouello cui ci opponiamo noi foscisli è la
mascherolura bobcevica dci socilliismo ita-
liano. E' che una rozzo che ho lIvulo
Pisacllne c Mazzini vada a cerCll re i vangeli
prima in Germania e poi in Russia. Biso-
gnerebbe sfudiare un po' PisoclIne e Mllzzini
e si vedrebbe che alcune dell e veri là che s i
pretendono rivelole doli a Russia non sono
che ve rilil già nei libri dei noslri
grandi ifoliani . ,

I.
In tutto il movimento del li pubblicistica liberale che
seguì la ri voluzione del 1848 - 49, Carlo Pisacane ebbe un
posto notevole per una serie di vivaci ar ti coli, di violente
polemiche, di lettere antimurattiane che pubblicò su vari i
giornali e riviste e, sopratutto, per un suo li bro sull a Ouerra
combattuta in Italia Ilegli anlli / 848 - 49, il quale impe-
gnava i problemi più vivi e gli uomini più rappresentat ivi
dell a vita poli tica itali ana. La carat teristica pri ncipale di que-
sti suoi scritt i era una mentalit à decisa mente reali st ica, una
maniera di concepire la storia degli avvenimenti trascorsi
in modo tutto differente da come li facesse concepire la
comune mentalità dott rinari a. Vi si senti va l' influenza del
.. Memorio lell o 01 XXI Congresso della Socielò Nllzbnale per lo Stori a
del Risorgimento, in Brcscio, scllcmbrc 1933 XI.
6 À. Romo.no
pensi ero federali sti co di Carlo Cattaneo e di Giuseppe Fer-
rari, e, sopratutto per la mediazione di quest' ultimo scrit-
tore, quella di alcuni pensatori rivoluzionari fra ncesi in
. '
pnmo luogo il Proudhon. Si afferlnava, per il trionfo della
rivoluzione italiana, la indi spensabil e necessità di un supe-
ramento del mazzinianesimo.
Quale era infatti, per il Pi sacane, l' esperi enza che si
ri cavava dalla di sfatta subìta .? Poteva questa essere almeno
ammaestramento per un più logico e realistico operare du-
rante la ri voluzione futura? Nel 1848 la città di Milano
- egli dice - aveva compiuto il suo movimento rivoluzio-
nario in guisa e con svolgimenti siffatti che, se lo si con-
siderava obiettivamente, lasciava apparir chi ara la ragione
del suo fallimento. La ri voluzione lombarda era stata in -
fatti dapprima la sola rivoluzione vittoriosa d'Italia. Lo
strani ero era stato ributtato a furore di popolo fuori la
città: il moto rivoluzionario avrebbe potuto dilagare per
tutta la peni sola e la nazione sarebbe stata in pochi giorni
libera dallo strani ero. La ri voluzione di Mil ano non fu la
guerra di un governo o la guerra di una classe sociale,
~ a fu guerra di popolo: ed il popolo, quando si desta,
e come gUIdato da una for7.a estraterrena, possiede armi
invincibili. La vittoria, rapida e miracolosa, ne fu una prova.
Se il popolo si fosse deciso a prendere subito l' offensiva
senza ricorrere ad aiuti altr ui, il trionfo sarebbe stato du-
raturo: invece il popolo non era ancora maturo, n0n aveva
un comune concetto,' vi fu perciò la scissione delle opi-
ni oni e, tra il fluttuare delle tendenze incerte, i pochi uo-
mini consapevoli furono combattuti e vinti. La Lombardia
già vittoriosa, che non avrebbe avuto bisogno di ausili di
sorta, accettò l'aiuto che le offriva il Piemonte, un paese
che aveva ordinamenti ed esercito monarchico, e che per ·
ciò non poteva fondersi con una rivoluzione popolare ope-
rante, senza Che si determinasse una delle probabilità di
questa alternativa: o il Piemonte si sarebbe adeguato all a
Lombardia con una sua propria rivoluzione in senso a nti-
monarchico, o avrebbe gravato su di essa col peso morto
ClI rlo Pisocone 7
delle proprie istituzioni politiche ed in ultima analisi l'avrebbe
limitata, corrotta, dissolta. Ciò - secondo il Pisacane - fu
proprio quell o che avvenne. Adagiandosi sugli allori della
facile vittoria ottenuta, i Milanesi si dettero a Carlo Alberto ,
ossia cedettero la propria ini ziat iva proprio a chi non po-
teva che condurre una guerra regia, dinastica, interessata.
E quello che era stato l' ardore dei pri mi giorni scomparve:
l'esercito, che non era esercito di popolo, operante pei suoi
stessi interessi, salvo qualche raro caso, non si battè o si
battè fiaccamente. La sconfitta, che pur sarebbe stata irre-
vocabil e, fu affrettata dal fatto che la dire7ione della guerra
fu data ad uno straniero, ad un generale imbell e, lo Chza-
ranowsky.
I fatti di Lombardia, e la piega irreparabil e che pren-
deva la guerra anti aust ri aca nell'Italia settentri onale, avreb-
bero dovuto servire di ammaestramento ai ri voluzionari
italiani, quando, nel primo trimestre del '49, la rivoluzione
parve riaccendersi nelle altre par ti d' Itali a.
Invece il rnuuicipalismo operò la disgregazione. Se-
condo il Pisacane, per il successo della rivoluzione italiana
sarebbe stata necessaria una salda intesa tra le tre repub-
bli che rivoluzionarie, Venezia Fi renze e Roma, contro l'Au-
stria il Piemonte e le Due Sicilie, i tre stati monarchici
che non potevano avere che in teressi e mire del tutto con-
trarie all a causa della ri voluzione. Queste idee che scaturi-
va no principalmente dalla influenza che sul Pisacane operò
il pensiero politico del Cattaneo, erano il fulcro ideale della
sua criti ca, il punto cruciale dal quale si disarticolavano e
si svolgevano tutte le altre idee del suo libro.
II fallimento della rivoluzione era stato deter minato
adunque dalla mancanza di un concetto direttivo, da cui
dipendeva la scarsa compartecipazione del popolo, che non
era stato attratto da quelle promesse di mi gl ioramento so-
ciale ed economico che lo avrebbero spinto alla lotta con
più ardore: il concetto direttivo era l'unità dell' idea mo-
tri ce della rivoluzione, non l'unità delle forze politiche con-
tingenti, sia pure dirette allo stesso scopo. Questo era stato
8 À. Romano
il segreto del fallimento della guerra lombarda, nella quale
si erano voluto fondere res insociabiles, questo era il se-
greto del fallimento della ri voluzione nelle tre repubbliche
itali ane nel '49_
A Venezia, a Firenze, a Roma, che cosa si era fatto
per incrementare la rivoluzione nazionale, per far diventare
il moto veramente italiano? Null a_ Si era invece accentrato
il potere nelle città, mentre occorreva che il potere, in
quanto rivoluzionario, fosse ri sentit o egualmente in ogni
città e villaggio, e tutti indistintamente avessero sentito
eguale il bisogno di ribelli one contro lo straniero; , i
era lasciato sussi stere un dualismo ormai assurdo tra eser-
cito e guardia nazionale, mentre invece ness un contrasto
doveva esistere tra popolo e potere sovrano, ed ogni cit-
tadino doveva essere soldato; si era sostituito ai governi
passati un governo borghese, ad una oligarchia una oli gar-
chia, e i mutamenti si erano avuti nel nome, non nel fatt o_
Ecco tutto_ Il Mazzini stesso non rimaneva immune da que-
ste criti che: egl i aveva conservato in Roma l'ossequio for-
mal e al cattoli cis mo, aveva asservi to supinamente la poli-
ti ca estera a nazioni che avevano interess i e mire contrari e,
si ostinava a credere nell a Francia e nel Piemonte, paesi
da cui non si poteva trarre in alcun modo profitto. Una
rivoluzione in movimento, con le possibilità di g uerra che
la Repubbli ca romana aveva avuto in alcuni momenti,
avrebbe dovuto mirare ad invadere il regno di Napoli , e
portare laggiù le armi e le idee dell a rivoluzione, appic-
cando così il fuoco a quel paese che era tutto una polve-
riera. Mazzini a Roma, e gli altri altrove, con una poli ti ca
cieca e personalistica, avevano puntuali zzato la rivoluzione.
Fin qui il pensiero del Pisacane, così come si era ve-
nuto formando a traverso gli eventi dol orosi dell a rivolu-
zione a cui aveva assistito, non è che critica e negazione.
La storia che egli tenta di abbozzare nel suo li bro è, a I-
meno in ques ta sua parte logicamente esposit iva, il tragico
inventario di errori e si chiude con un netto bilancio fal-
limentare. Come egli era arrivato all a sua concezione del
ClIrlo PiS6cnnc= 9
libero amore rivoluzionario a traverso la critica della so-
cietà borghese e dall a sua moral e così arri va alla sua vi-
sione poli ti ca a traverso a piena negazione di tullo il buono
che la rivoluzione aveva recato con sè. Egli , quasi scono-
sciuto fin o a qnel momento, ini zia la sua vita pubblica as-
sumendo spontaneamente e logi camente il ruolo tipi co del
" cittadino che protes ta ,, _
Quando traccia la storia degli avvenimenti della repub-
bl ica romana, egli si melle decisamente contro tutto e contro
tutti: anche Garibaldi, Roselli , Avezzana, Manara, e gli
altri capi militari di Roma nel '49 sono giudi cati non senza
severità nel libro polemi co del Pisacane. Vi è una sponta-
neità, una immediatezza, una sincerità di opini oni che, poco
velata nel suo libro e nei suoi articoli, trova completo ri-
scontro neJl a sua forma più genuina in tutto il suo episto-
lari o : anche qui giudizi netti , lagli enti come sciabolate : la
parte viva e saliente del suo libro è la critica, il tono pill
alto della sua voce la protesta.
Quanto al nuovo programma da ini ziare, il Pisaca;le si
mostra assai scetti co, materialistico. Conseguentemente a
quanto aveva affermato, sostiene che bi sogna rifare l'edu-
cazione del popolo: ma non bisogna rifarla coi vecchi cri-
teri : perchè un popolo possa volontariamente e consape-
volmente fare una ri voluzione, è necessario in primo luogo
" un concetto pratico che prometta al popolo un cambia-
mento di stato. " Questa è la rivoluzione che il Pisacane
vuoi tentare, queota è la grande novita che egli vuole in-
staurare_ A differenza del Mazzini e degli altri teorici del
Risorgimento, una parola nuova entra nel programma ri-
voluzionario del Nostro, una parola che sarà a lungo me-
clitata da lui, è che in certo modo riassume il suo pensiero
politico dagli anni più maturi: sociali smo.
Quelli che non conoscevano altro del Pi saeane che
codesto suo li bro e gli articoli minori press' a poco dello
stesso tono, non dovettero stentare a riconoscere perciò,
dopo la morte cii lui, la patente contraddizione tra un pen-
siero deci samente antimazziniano e materi al istico, che egli
IO
A. Romllno
aveva espresso in modo cosÌ sicuro ed apodittico, e la sua
fine che era puramente romantica e mazziniana. Ma la spe·
dizione di Sapri e la morte del condottiero lasciarono in
tronco una vasta opera inedita, i Saggi storici politici mi·
litari sull' Italia, dai quali si sarebbe potuto rilevare che
il pensiero del Pi sacane aveva un importanza assai supe·
riore a quella che poteva apparire da questi suoi scritti
d'indole polemica. Il manoscritto che egli lasciò, alquanto
diverso dal testo che fu poi dato alle stampe, è, ri spetto
alla continuità e allo sviluppo del pensiero, frammentario.
l passaggi logici a volta sono compiuti, altra volta s'in·
tendono suscett ibili di ulteriore maturazione. Pure, come
ben eIa borato abozzo dell' opera, esso già dà la visione
chiara e completa di quello che avrebbe potuto essere una
ulteri ore stesura.
Come la Guerra combattuta, cosÌ anche l'assunto dei
Saggi è principalmente politico e di oaratt ere contingente.
Però questa volta, il Pisacane cercava di enunciare In ma-
niera' sistemati ca il pensiero corrente di molti gruppi e di
molte tendenze dei liberali italiani, facendo sÌ che ques to
pensi ero, attraverso elaborazione e critica, diventasse suo
proprio. Che egli in quest' opera sia giunto al pensare fi-
losofi co vero e puro, come da taluni è stato sostenuto, noi
non oseremmo ùire, se la filosofia vuoi essere. valutazione in
eterno di problemi del tutto indipendenti da necessità con-
tingenti. L'opera del Pisacane invece, come già la Guerra
combattuta, ri entra a ri gore di classificazione critica ancora
nella pubblicisti ca del Risorgimento e perciò, più che fil o-
soiia o stori ografia, dev'essere considerata come prassi po-
litica come documento della storia in atto: egli ri vèrsava
infatti nella enunci azione dei problemi politici correnti la
sua particolare intuizione della soluzione di essi, tentando
più che una teorica, una tecnica della ri volu.zione. Questa
rifusione. di pensiero e azione, questo schiet-
tamente pragmatistico del Pisacane, rende la sua opera ori-
ginale anche ri spetto a quella dei suoi contemporanei più
rappresentativi che a prima vista possono appanre onen-
l
Carlo Pi.'Sc'lclIne II
tati verso lo stesso indirizzo politico, giacchè, mentre essi
facevano volta a volta pura teori a o pura pratica, egli ten-
tava teoria e prassi insieme saltando a piè pari il dualismo
che si nascondeva nella stessa formula mazziniana dalla
egli era partito, pensiero e azione. L'aspirazione al
sociali smo, che è la caratteristica principale dei Saggi, lo
differenzia, ponendo un problema nuovo nella politica dei
suoi tempi, da quelli che, come il Mazzini o come il Cat-
taneo, pur sentendo la necessità di dare adeguata soluzione
al problema sociale, avevano come interesse principale la
unità politica del paese. Nei Saggi il Pisacane accentua la
esigenza che i due primi avevano soltanto intuìto, si pone
come .problema principale' il problema che essi aveva no
soltan to sfiorato, e giunge ad una teori a social isti co - anar-
chica che è la prima netta formulazione ci el pensiero socia-
li stico ital iano. Il popolo per lui non è, infatti, una entità
vaga, astratta, irreale: è una collettività fat ta da individua-
lità che conservano la propria individuale vita, etica e po-
litica: il popolo è un termine concreto della storia, ed in
funzione di esso si svolge tutta la dottrina del N03tro.
L' esame dei problemi dell a rivoluzione, che il Pi sacane
svolge nei quattro volumi di questa sua opera maggiore, è
di duplice aspetto: storico-politico e storico-militare. Nel
pri mo volume egli compie un esame degli avveniment i sto-
rici italiani e nel terzo quello dei metodi migliori per il
trionfo dell a ri voluzione; nel secondo egli traccia la storia
dell e milizie ital iane e nel quarto disegna il progetto del
mi crlior modo di orclinare la Nazione armata. Non si può
b
comprendere quest' ultima parte se non si conoscono dap-
prima le idee storiche-politi che dello scrittore.
Tracciando nel primo libro clella sua opera il somma-
rio di una sua storia d'Italia, dai tempi remotissimi ante-
riori alla egemoni a di Roma fin o agli ultimi rivolgimenti
italiani, mentre dapprima egli aveva cercato di compren-
dere quegli avvenimenti nel loro essenziale signifi cato sto-
ri co giovandosi della interpretazione di Oiuseseppe f errari,
ora il Pisacane si mette di fronte allo scrittore francesiz-

12 À. Romano
zante in una situazione apertamente polemica, che lo induce
ad irrigidirsi sempre più in una tesi strettamente naziona-
listica. Sono convinto·- egli s:rive - "che ogni nazione ha
i! proprio essere, la propria coscienza, che risulta dall ' in-
dole del popolo, dalle tradizioni, dalle condizioni presenti,
dalle aspirazioni ad un avvenire; e che la rivoluzione altro
non è che la. libera manifestazione di queste volontà nazio-
nali, non trasmessi bili da nazione a nazi one, come non lo
sono tra gli uomini ". Per quegli scrittori che vogliono at-
tribuire tale supremazia all a Francia, in modo da distrug-
gere i prinCÌpi della rivoluzione nazionale che essi propu-
gnano, /I non si può sentire ripugnanza !l' L' orientamento
schiettamente nazionalistico del quale è pervaso tutto il li-
bro, ha origine da questi suoi convincimenti. Infatti: "Per
non incorrere in un errore così grossolano - egli continua-
mi diedi a cercare l' essere dell' Itali a non in Francia, come
quegli scrittori hanno fatto, ma nell' Italia medesima, nelle
pagine della nostra storia, nelle dottrine dei nostri filosofi
nelle aspirazioni dei nostri martiri, nella tendenze del po·
polo II'
Il libro è tutta una rivendicazione dell' unità nazionale
d'Italia. L'esame storico che il Pisacane compie di questa
unità ideal e è uno dei primissimi tentativi di storia econo-
mica, giacchè lo svolgimento progressivo delle vicende è
visto con prevalente interesse alle quistioni che riguardano
l'economia, le quali, secondo l'autore, sono il fattore de-
terminante la storia. Secondo idee assai diffuse nel suo tem-
po, egli accetta senz' altro la tesi di una grande città pre-
romana. Da quell' epoca la storia d'Italia ha sviluppo uni-
tario e in certo senso, oltre che nazionali stico, fatalistico.
Questa storia si svolge in cicli di sviluppi e di decadenze,
determinati sempre dalle forme che assume la proprietà
nello svolgimento della sua progressiva dissoluzione. La
storia d'Italia - dice con parole che riecheggiano inconsa-
pevolmente il Manifesto di Marx ed Engels - è " la cro-
naca sanguinosa dei suoi tiranni". Dai colori che egli usa
per la descrizione del suo quadro, è facile comprendere
Carlo PiStlCllne

che le simpatie dello scrittore SOno rivolte alla Roma re-
pubblicana assai più che alla Roma imperiale, alle repub-
blIche mannare e non i Comuni delle arti, insomma ai
periodi in cui si manifesta la forza militare economica po-
hhca del popolo, ma non a quelli in cui un eccessivo grado
di progresso civile e spirituale, secondo la sua meccanici-
stica visione storica dei corsi e dei ricorsi economici, gli
fanno apparire prossimo il declino.
Per il Pisacane lo sviluppo della storia è dunque sem-
pre dipendente dalla corruzione delle forme di proprietà.
L'ottocento è il secolo in cui questa corruzione più pale-
semente traspare: la scissione tra maggioranze proletarie e
minoranze abbienti ha raggiunto l'acme perchè "la ric-
dlezza socia le si accresce e i! numero di coloro che la
possegono diminuisce ". Il secolo XIX sarà dunque il se-
colo della rivoluzione sociale : questa sua profezia è insieme
la conclusione della dottrina esposta nel ter2.0 Saggio: lo
scoppio della rivoluzione sarà inevitabile quando la pres-
sione dei bisogni avrà spinto il popolo ali' azione.
Non è stato notato che il sociali smo del ha
una genesi che è esattamente antitet ica a quella del socia-
lismo scientifico tedesco: il Marx arriva alla teoria storio-
grafica della settima sezione del Capitale, al materialismo
storico, attraverso un processo esterno, formulando una
concezione della storia nel senso delle sue anteriori sco-
perte economiche enunciate nel '59 (introd. al Zar l(ritik
der politischen Oekollomie) ed osservando così alcune idee
hegeliane, assimilate durante la sua g iovinezza, ali' esperien.
za posteriore da lui fatta nel campo della economia politica.
Il Pisacane · invece ha già una sua geschicfzfelhere quando
arriva alla formulazione della sua teoria socialistica, la quale
come passaggio dell'anal isi del primo Saggio alla sintesi del
terzo, sorge in concreto dall' esperienza storica di lui.
Infatti per Marx la rivoluzione è il prodotto della bor-
ghesia stessa; è l'ineluttabile prodotto dell' ordinamenlJ
economico·sociale della società capitali stica la quale, giunta
ad un punto del suo sviluppo, per una crisi del tutto in-
À. Romll no
terna (e q ui la teoria del plusvalore ha punti di contatto
con la teoria pisacaniana della crescente ricchezza) deter·
mina la sostituzione della società proletaria alla società ca·
pitalistica, così come la società borghese·industriale dell' evo
moderno si era sostituita alla società artigiana del medio-
evo. Per contrario il Pisacane enuncia e profeti zza che la
rivoluzione dovrà sorgere dal ceto inferiore, che sco ppi erà
quando il popolo potrà essere veramente uno dei fatt ori
storici concreti. Anche qui la sua teoria sorge dall'esigenza
fondamentale di un superamento del mazzinianes imo, in
quanto la formula pensiero e azione, ed in un senso assai
più vasto e comprensivo eroe e popolo, deve superare il
duali smo che essa nasconde. Così, mentre egli tenta di su·
perare teoricamente il mazzinianesimo sostituendo all a foro
mula duali stica pensiero e azione, la formula pragmati stica
pensiero·azione, dopo essersi dibattuto a lungo nell' anti tesi
di una stori ografi a che consi derava i due termini come op·
posti, eroe e popolo, cerca di eliminare l' antites i con una
concezione del popolo eroici zzato : scegliendo, ci oè, tra i
due termini il secondo, quello soltanto che aveva la passi·
bi lità di ri assorbire e contenere in se stesso l' altro. La ri·
voluzione perciò non rimane, come pel Mazzini, un princi·
pio bandito dai geni precursori , iniziata e svolta dagli eroi:
essi non precorrono mai, ma sono espressi dall a ri voluzione.
Da questo travagli o sorge la sua visione della stori a come
storia di popolo. Pel Pisacane infatti la grande realtà, la
molla della storia, è il popolo. Solo le masse sono attuose,
solo di masse è fatto il grande conflitto delle rivoluzioni.
Per compiere il Risorgimento occorreva che il grande gi·
gante si svegli asse, che il popolo assente entrasse nel ciro
colo della vita politica. Bisognava che la rivolta dei sin-
goli di ventasse ri voluzione popolare. Pi sacane aveva scritto
che " le ri voluzioni del popolo hanno luogo quando una
viva idea motrice è diventata popolare ". Ora saggi ungeva
che la rivoluzione sarebbe avvenuta " quando il contadino
avrebbe sentito spontaneamente il bisogno di abbandonare
I la marra per imbracciare il moschetto ". Contrariamente
ClIrlo PiSllCllne 15
all e leggi fatalistico - economiche del marxismo, quella del
Pi sacane è una concezione romantica basata essenzialmente
sulla considerazione dei rapporti economi co·giuridici e giu·
ridi co· morali tra i produttori. Pure vi è in essa lo stesso
senso della irrevocabilità della storia che aleggia in Marx.
La concezione pisacaniana del mondo e la sua visione
cl elia storia sono determinate un poco da leggi esteriori e
meccaniche che non riescono a penetrare nell a materia viva
cleli a storia, e che non rimangano anzi irrimediabi lmente al
di fu ori. Se pure abbiamo perciò nella sua ol;era un ten·
tativo di ri pensament o filosofico dell a storia, non abbiamo
una chi ara visione della storia stessa. Bisogna pure confes-
sarl o, leggendo il li bro del Pisacane, (e questo può dipen.
dere, come prima si è accennat o, dell a mancata elaborazione
dell' opera, che egl i lasciò inedita) si prova un senso di
sgomento : questo geniale organizzatore di idee altrui spesso
non riesce a fonderle insieme, a contenerl e e a dominarl e
tutte. Ciò, se dipende dal fatto che egli, colti ss imo nell e
scienze mili tari, 110n si era formato - o si era formato male
con i elifetti dell' aulodidascali smo - una cultura profonda
e ordinata, è maggiormente determinato dalla sua doppia
origine culturale, franccse e italiana. fra ncese è il suo at· t
tegiamento mentale, le sue simpa,tie per il sensismo e per
il romanticismo, il suo scarso senso storici stico' francese , ,
e di netta derivazione rousseauiana e proudhoniana, è so-
pratutto l' origine delle sue idee sull a ingiustizia sociale,
sull a illegalità ori ginari a e storica dell a proprietà : ma per
opposizione polemiea egli si pone arti ficiosamènte in con-
trasto con quell a francia che tanti dolori recenti aveva re·
cato ai patriot i italiani; e per inclinazione senti mental e tgli
è portato a non tener conto di qnesti elementi culturdli così
operanti in lui, e a irri gidirsi nel suo isolamento nazionali-
stico. Da ciò l'iato profondo che vizia originariamente il
il suo pensiero.
Oli scrittori ai quali egli tenta di rifarsi sono gli scrit·
tori dell e origini della filosofia italiana: ma ad essi egli è
costretto a fermarsi perchè, sfuggendogli i nessi tra la fi-
16 À. Romano
losofia europea e quella moderna italiana, gli sfugge il si-
gnificato vero di questa_ " A la metà del secolo XVI-egli
scrive - quando le dottrine aristoteliche dapertutto preva-
lenti angustiavano, anzi soffocavano affatto il pensiero, si
fondò l'Accademia cùsentina o telesiana, la quale proclamò,
prodigioso ardimento, i principii sui quali è venuta mae-
strevolmente svolgendosi la filosofia italiana; quella filoso-
fia che, rotti i ceppi di anguste tradizioni, di oscuro lin-
guaggio, di inutili formule, lascia che il pensiero si allarghi
in vasti ssimo campo, non prendendo a fondamento che i
fatti, a guida la ragione, a fine la verità ". Questo concetto
esteriore, elllpirico, dello svolgimento storico rimase fisso e
puntuale in tutta la sua opera. Quando, arrivando al Vico,
egli si trova di fronte a un pensatore la cui complessità
richiede una maturità di pensiero che egli non possiede,
non riesce più a dominare quel pensiero e ad assorbirlo.
Ciò che del Vico egli riuscì facilmente a far suo non è che
lo schema esteriore. Ma a lui in verità sfuggirono i pro-
blemi essenziali della filosofia vichi ana, così come gli sfug-
girono i problemi dell' idealismo tedesco che soltanto la
corrente moderata, i Gioberti, gli Spaventa, De Sanctis,
avevano assorbito.
La sua teoria della storia è uno strano e sia pure ori-
ginale connubio del pensiero illuministico e del pensiero
vichiano, quale egli potè conoscere attraverso l' alterazione
di alcuni divulgatori del Risorgimento, anche qui primo
il ferrari. 11 Vico aveva scritto che gli uomini dapprima
sentono senza avvertire; da poi avvertiscono con mente
perturbata e commossa; indi finalmente riflettono con mente
pura. Ed egli ripete strettamente la teoria vi chi ana senza
assorbire la parte viva eli essa. La storia in lui è la storia
del passaggio esteriore dell'età sensitiva all'età eroica, fino
ad una età avvenire della mente spiegata. Ma non è un
processo dialettico, non il processo interiore dello spirito
che si crea e si ricrea. II vichianesimo del Pisacane è un
vichianesimo alla Mario Pagano. Le origini del mondo sono
concepite alla maniera del naturalismo francese. Tutta la
Carlo Di.socone 17
storia è dominata come da un fato trascendente, il quale
non è razionalità interna, come avrebbero pensato degli
epigoni ammodernati del Vico, ma è invece una pura causa
economica. Da ciò l'irrazionalismo della storia che egli ne
deduce, e che lo spinge sempre più a mettersi fuori di essa,
contro di essa.
Antistorico come tutti i rivoluzionari, pessimista come
tutti quelli che concepiscono la storia come sèguito el'ingiusti-
zie, la vita aveva creato in Pisacane una forma mentale
più confacente allo spirito 'francese, scettico ed irrazionale,
che a quello raziùnali ssi mo ed ottimi sta degli scrittori sto-
rici sti della sua terra. Solo a volte egli intui sce l'esigenza
' . \
d'una più matura valutazione dei valori ideali, d'una più
equa valutazione dell a eterna positività della storia: ma
egli spende come da un patrimonio posseduto per caso,
di cui ignora il valore, di cui non sa gli sforzi fatti per
conquistarlo. 1 aie è la posizione di Carlo Pisacane di fronte
a quella corrente di pensiero italiano da cui è sorta la mo-
derna cultura italiana, posizione determinata da una parte
dal suo irriducibile temperamento critico, dall' altra dalla
sua incapacità costruttiva.
A proposito di questo originale scrittore nato ai piedi
del Vesuvio, vien fatto spontaneamente di pensare ad un
vulcano, che lanci luce e chiarità meravigliose nel cielo,
(
ma anche ceneri e scintille, lapilli e fumo densissimo: in-
fatti egli fu ricco di idee felicissime quanto eli inopinata
incongruenze, fu brillante e ingegnoso, ma a volt e confuso
e disorganico. Occorre perciò che un amorevole e paziente
opera critica segua lo sviluppo delle sue idee c, integrando
\
le fratture logiche, chiarendo i punti ove l'elaborazione è
insufficiente, temperando gli eccessi, ricostruisca quel pen-
siero fin dalla genesi, lo riviva nel progressivo suo svi-
luppo: si vedrà che il suo pensiero, anche quando sembra
che non abbia interni nessi di sviluppo, ha la sua salda
logica e la sua interiore struttura; anche quando appare
poco elaborato in alcuni particolari, è sorretto dalla ma-
turità di quelle convinzioni politiche, frutto di molti ann i
Hl A. ROnlil no
di meditazione: allora la tela di quel confuso pensiero si
dipana, i nodi si sciolgono, le contraddi zioni si dissipano.
Quale che sia il valore logico di questo pensiero, certo
è che esso assume un grandi ssimo signifi cato stori co quando
si considera lo stretto legame di coerenza che aveva con
l' azione ri voluziouaria di lui. Pisacane aveva infatti com·
piuto la critica della prassi mazziniana giovandosi in primo
luogo dell' insegnamento del Cattaneo e del f errari, a tra·
verso la mediazione dei quali egli aveva assimilato i primi
elementi socialistici che poi ampiament e aveva sviluppato.
Arri cchito cosÌ il suo pensiero, ben presto, come si è visto,
anche il federali smo gli era apparso insuffici ente, e, se pure
la sua criti ca al mi sti cismo mazziniano era rimasta immu·
tata, egli era ritornato al post ul ato essenziale del mazzini a-
nesimo l'unitari smo Li berando così man mano il suo pen- ,
siero da elementi per lui inassimilabili (il federali smo cat·
taneano ed il mi stici smo mazzini ano) non sopravvissero in
lui che due problemi, quello dell a classe e dell a nazione.
Averli fusi armoni camente e averne tentato un' unica solu·
zione è forse il merito principale di Carl o Pi sacane come
pensatore ed uomo politi co.
Il problema di cl asse è ri solto in senso soci ali sti co·
anarchi co con la formul a libertà ed associazione, in quanto,
solo su una base di comune li bertà civil e per tutti i citta-
dini, si può effettuare un'as,oci azione in senso comuni sti co
come equa di stri buzione dell a ri cchezza tra tutti i produt·
tori. Ma - ed è questo che rende il pensiero del Pisacane
ancor oggi vivo e presen te - il probl ema dell a cl asse cosÌ
impostato non di strugge il problema dell a nazionalità, come
in successive degenerazioni soci ali sti che, ma vive rifuso in
que,to.
Associ azione o collaborazionismo economi co (anche la
parola corporativismo ha, se pur lontane, le sue radici nella
stessa esigenza), è un metodo di prassi soci ale che s'ingra-
na nella vita di uno Stato-nazione, il quale raggiunge la
sua unità effettiva, etica e pratica, solo quando -questa aro
monia è raggiunta.
CerIo PiMcane 19
La ri voluzione che il Pi sacane volle tentare, ed alla
qual e, seguendo la sua logica, si sacrificò, doveva appunto
svolgersi su queste basi: essere una rivoluzione non sol-
tanto di struggitrice, ma cost ruttiva : una ri voluzione che
non soltanto emancipasse i napoletani dal giogo borboni co,
che non desse soltanto . agli italiani una labile unità poli-
tica, ma una concreta vita nazional e, economica e morale,
a traverso la li berta e l' associazione. Il suo programma,
come è ben noto, s'i nfranse contro l' ostili tà dei ·contadini
di Sanza: il popolo era ancora assen te ed egli trascendeva
i suoi tempi.
In vero la nazione da lui auspicata non poteva ancora
formarsi perchè mancava la di sciplina necessaria alla sua
formazione : quella disci pli na - come egli aveva scritto -
che non doveva essere " meccani cismo ottenuto con la ri -
peti zione dei medesimi at ti, non la paura del casti go, ma
la volontà nata da un comune convincimento ".
Ciononostante, la morte del Pisacane fu, da parte sùa,
un gesto cii coerenza.
Che vale la vita o la morte di un individuo, di pochi
indi vidui ? Pisacane aveva raggiunto la verità e si immolò
a quell a perchè sapeva che le sue idee erano ormai matu-
re: gli doveva parere che, restando, egl i non avrebbe a -
vuto più null a da dire. Anche se la spedizione di Sapri fu
politi camente soltanto un tentati vo fallito, essa rappresen ta
moralmente uno dei maggiori tri onfi dell a rivoluzione : di -
mostra che l' Ital ia già nel 1857 non difettava nè di uomi-
ni nè di idee: mancava soltanto di quella coll etti va I
che doveva nascere da un Il comune convinci mento
Il.
Ma per giungere all a pi ena maturità dell e sue idee, il
Pisacane, oltre all' anali si dell e vi cende della storia italiana
compiuta nel primo li bro dei Saggi, aveva sentito la ne-
cessità di compiere un' anali si dell e vicende militari e dell o
svol gimento dell' arte bellica in Itali a che integrasse la
20 À. Ronulno
sua vIsione storica. La sua concezione militaristica della
vita sorge in lui dalla credenza che nella storia dell' uma-
nità, complesso intrigato di fattori economici, avessero pre-
valentemente peso quelli che erano di natura particolarmen-
te militare. Le 'guerre - secondo il Pisacane - sono la causa
e il fattore di ogni svolgimento sociale, in quanto, media nte
questo inevitabile flagello, la società tende a svilupparsi.
La civiltà romana - egli dice - solo con le armi fu im-
posta a tutte le genti dell' impero: quando a sua volta
l'impero fu decrepito, conquistandolo con le armi i barbari
poterono assimilare la civiltà latina_ Avrebbero infatti oggi
gli ultramontani quella civiltà di cui si vantano - egli si
domanda - senza le incursioni in Italia? "La civiltà tende
a livellarsi come le acque: la guerra non fa che abbattere
le dighe: distrugge città e nazioni, ma in ognuno di queste
vicende l'umanità progredisce di uu secolo verso la civillà
mondiale, perciò non dovrebbero schivare la guerra coloro
che la grandezza patria a quella dell' umanità sacrificano
volentieri". La guerra è dunque fatale, ed è forza accet-
tarla, utile e nociva che sia. " L'Italia deve ad essa le sue
glorie passate e la schiavitù presente, e da essa solamente
può sperare giorni migliori. I propugnatori della pace do-
vrebbero dimostrare che iutti gli interessi di diversi popoli,
e delle varie classi in un popolo medesimo, . sono in un
perfetto equilibrio, oppure se non ci è equilibrio, dimo-
strare come possa esso stabi.lirsi senza la guerra, cioè come
possa mutarsi l'umana natura. Ma finchè l'Europa è in
balia di tre o quattro despota sostenuti da una selva di
baionette, finchè in Europa la decima parte degli abitanti
vive eziandio nell' opulenza, mentre nove decimi vivono
producendo nella miseria, parlare di pace perpetua (parlo
ai signori del comitato della pace) è inutile ipocrisia ".
Sono parole, queste, di altissimo tono morale che an-
cor oggi non si possono leggere senza ammirare la lungi-
miranza di chi le scriveva. Ma queste convinzioni non erano
il frutto di una intuizione profeti ca, bensÌ il portato di una
saldissima logica, di mature riflessioni, sorte insieme dalla
I
Carlo Pisa cline 21
esperienza della storia e dalla pratica della vita. Le convin-
zioni politiche del Pisacane, formatesi, oltre che dalla prepa-
razione dottrinale della quale abbiamo già a lungo discorso,
dalla particolare visione di questo aspetto militare della
storia, non potevano che rimanere inserite in questa visio-
ne militaristica della vita ed indùrlo ad operare in questo
senso. Dopo aver riconosciuto che solo a traverso la guerra
la società poteva compiere il suo progresso civile, e perciò
solo mediante una siffatta crisi poteva compiersi la unifica-
zione d'Italia, il Pisacane da queste premesse teoriche non
poteva che stabilire un programma pratico, il suo ben de-
terminato piano rivoluzionario. Nessun'altra ragione lo aveva
spinto " ad interrogare la storia" : egli è un pratico della
politica ed un pratico della guerra, e la storia non ha per
lui che questa funzione chiarificatrice.
Come tecnico della guerra, l'analisi dello svolgimento
dell'arte bellica in Italia gli dà il modo di conoscere quale
genere di guerra sia il migliore per l'emancipazione del
popolo italiano dal dominio straniero. A traverso questo
esame egli giunge alla sua teorica della guerra d'insurre-
zione, che è forse tra quanto di più originale egli abbia
espresso, è il punto d'approdo della sua concezione poli-
tica. Egli infatti credeva " la propaganda dell'idea una chi-
mera, l'educazione del popolo un assurdo. Le idee - scri-
veva - risultano dai fatt i, non questi da quelle, ed il po-
polo non sarà libero quando sarà educato; ma sarà edu-
cato quando sarà libero ".
Con simile convinzione, acquistata dopo un decennio
di inutile attesa, appare chiaro perchè il Pisacane insistesse
sulla necessità di una guerra di esercito, di una guerra che,
sostenendo con la forza delle milizie l'idea della rivoluzione,
fosse solo in primo tempo guerra d'insurrezione. Stabilito
che la guerra in se stessa non è un bene nè un male, ma
volta a volt" un male, quando è compiuta in nome del re- J ~
gresso e della tirannide, un bene, quando è compiuta in
nome della libertà ossia del vivere civile inteso come pe-
renne progresso, il Pisacane cercava di dimostrare che
22
A. Roml'lno
l'indipendenza itali ana doveva essere ottenuta medi ante la
guerra del popolo, una guerra li beratrice che imponesse
l' idea dell a li bertà con la fo rza dell e baionette'.
Il problema dell a nazional ità, come abbiamo . visto, è
qllell o al quale il Pi sacane dà maggiore importanza, è il
porro l/ll/Wl dell a sua concezione politi ca, quell o al quale
egli sacrifi ca anche il probl ema della cl asse, ossia il pro-
ble ma sociali sti co, che pure tanto peso ebbe in lui. È per-
ciò che questo problema dell a unit à nazionale è quell o che
maggiormente lo interessa anche nell o st udio dell a solu-
zione militare dell a rivoluzione da ui propugnata. La tra-
sformazione dell a massa insorta in esercito regolare, ossia
lo svil uppo dell a rivoluzione in nazione, dev' essere inte-
grale, deve abbracciare tutto il paese. " Al tri menti - egl i
si aff retta a chi arire - noi calcheremo la via dei moderni
reggimenti, i quali, non seguendo nelle loro rifor me ed isti -
tuzio!) i un disegno generale e prestabilito, a cui t utto ve nga
gradatamente adattandosi, vanno sempre rattoppando, e ne
ri sulta quel disaccordo, quel difetto d 'insieme che distingue
tutti i loro atti. O'e una regione qualunque d' Itali a esordi-
sce con ordinamenti militari circoscritti al solo suo ter ri to -
rio, commette errore gravissimo e pernici oso, perchè i suoi
fu turi desti ni sono inesorabilmente stabiliti: o verrà schiac-
ciata, o l'Itali a intera sarà libera: quindi. l'esercito cile sor-
gerà in essa non dovrà essere eserci to romano, toscano o
napoletano, ma parte del fut uro esercito itali ano .. .
Non era pessimismo quell o che induceva il Pisacane
a non credere nell'infl uenza che le esigenze intell ett uali pos-
sono esercitare sull e coll etti vità, ma visione realisti ca dell a
vita. Con profondo acume psicologico egli ammette senz'al-
t ro che le masse possono essere spinte alla lotta c!a fattori
di indol e ideale; ma solo elementi spirituali alogici , come
l' entusiasmo o la credenza reli giosa o altret tali, ma prati ci
I
e non ideologici, economici e non eti ci. La guerra infatti
dev' essere guerra di popolo (ogni cittadino dev' essere sol-
clato): ma, .. perchè possa sorgere un esercito di popolo
che duri in campagna II/ è necessario sempre quel (I COIl -
CerIo Pislicone 23
cetto pratico che prometta al popolo un cambiamento di
stato ... Soltanto quando il soldato è convinto di operare
e morire per una fi nalità che coincide coi suoi propri in-
teressi, egli si batte con ardore.
. Citando al proposito l' esempi o el egli insurgent s della
n voluzlOne americana, o quell o dei f rancesi all a battaO' lia
di fon tenoy, giunge all a conclusione che la vittori a
g uerre è data ad un tempo dall' en tusias mo dell e masse e
dall ' abil ità strategica del condotti ero. Sorge cosÌ il pro-
blema dell' ordinamento dell a nazione armata. Oli eserci ti I
secondo il Pisacane, essendo lo strumento dell a guerra'
debbono anch' essi essere considerati nè un bene nè U1:
male, ma l'uno o l'altro a seconda dell a g uerra che com-
piono. Seguire coloro che negano a priori l'utili tà di essi
è vano, come è vano dire male a priori dell a guerra : . sa-
rebbe - egli di ce coloritamente - come protestare cont ro
i rigori dell ' inverno. "Oli eserci ti permanenti non si di-
struggono con l' impedi re che l' Austria contragga prest it i
111 costringendola cosÌ a farli con maggiore suo
profitto 111 itali a con la forza dell e baionet te ; ma con ar-
gomen ti che, di mostrino a quell e stupi de masse i vantaggi
che la II berta promette, e, ave non vogli ano intenderli con
le buone, combatt endo con la forza dell a di sperazione e
col coraggio di un profondo convinci mento ". Ordi nando
idealmente la Nazione armata, il Pisacane infatti affermerà
che gli eserciti permanenti asservi ti agli interessi dei ti·
ranni, pongono la necessità di un li bero esercito nazionale.
Esso si di stinguerà dagl i eserci ti che sostengono il dispo-
ti smo perchè ogni milite non sarà uno str lllllell to cieco di
occhiuta r apilla, bensÌ un cittadino convinto che combatte
in nome dei suoi sacrosanti di ritti.
,. Nell a concezione del Pisacane la teorica dell a g uerra
d II1 surreZlOne e le Idee sull' ordinamento dd dare al futuro
eserci to. nazionale sono strettamente coll egate, hanno un
rapporto di diretta filiazion e perchè, solo a traverso la ri-
voluzione, un popolo si può costi tuire in esercito. Le
fasi dell o sviluppo sono nettamente di sti nte : "Due pe-
24
A. Romano
riodi bisogna distinguere nelle rivoluzioni: il tumultuoso
combattere del popolo e la trasformazione delle sue masse
in esercito. Durante il primo, se un progetto d'ordina-
mento militare si dilionda soverchio nei particolari, non
solamente potrà riuscire d'impaccio in quei mome'lti,
ma ri chi ederebbesi, per porlo ad effetto, tempo calma ecl
a ti tori tà 1/"
La prima fase clelia rivoluzione cloveva clunque com·
piersi spontaneamente là ove il travaglio economico era
tutto compiuto, se una scintill a avesse dato fuoco all e 1'01·
veri' la seconda si doveva realizzare innestando una tecnica
, .
bellica nella forza operat ri ce delle masse, sfrutt ando COS I
questa forza meravigliosa, indi rizzandola, potenziandola. Il
primo segreto per giungere alla totale adesione popolare.
e quindi per avere il massimo rendi mento da quella forza,
era per il Pisacane quello di "non far cessare mai da.ll e
armi il popolo, ma sospingerl o per mezzo dell a sua esal·
tazione dalle città all e campagne, impedendo ch' esso ri ·
manga noghittoso, dopo una vittoria, nell a città ". Soltanto
così egli crede che la rivoluzione possa avere vitalità e forza,
val idità pratica. La rivoluzione è preleribile che scoppi nella
città, ove è più facile la preparazion.e, la sorpresa, la vito
toria dell' insurrezione stessa: ma è necessario che al mo·
mento buono questa forza sia centrifuga, che si
egualmente a tuti i paesi della provlnc.a, a. borghi rurah,
alle case di campagna, e perchè tutti sentano la necessità
' dell a rivoluzione ed a essa tutti concorrano, e perchè il
popolo quando è organizzato in esercito ha bisogno cl' un
territorio assai vasto per operare i suoi movimenti, un ter-
ritorio che sia il proprio, ossia che abbia tutte le popola-
zioni favorevoli all' esercito che vi opera.
Questo popolo in rivoluzione è per il nostro teori co come
una fiamma che ha perpetuamente bisogno di essere alimen·
tata: onde occorre "ne' primi istanti che sorgesi a libertà,
gettare le basi della futura costituzione, che per dirsi vera·
mente libera bisogna che tutto vi proceda dal basso in alto".
Ecco qui un altro concetto fondamentale della guerra d'in·
(
Carlo Pisa cline 25
surrelione ideata dal Pisacanc: questa libera ascensione dei
valori, questo scaturire dal popolo stesso quell o che al l' o·
polo deve sovrastare, colui che deve emergere e guidare le
masse. Il popolo, anche se guidato da un capo, rimane il
protagonista della storia. Non esiste ant itesi tra iI' popolo e
l' eroe. Il demiurgo è egli stesso il prodotto del popolo, ossia
dell a rivoluzione. Infatti, quando per umane vicende si inco-
a stabilire un di va rio tr,l il popolo e l' eroe, bisogna
ehmmare questa antitesi che può rovinare irreparabilmente
l'esito della rivoluzione. L'esperienza vissuta durante le gior·
nate dell a repubblica romana, quando il Pisacane aveva visto
che il mito del Oaribaldi aveva nuociuto alla compattezza
dell' esercito e aveva provocato disordine ed inceppamento
nei comandi, lo induce ora a formulare il principio : " U;!
popolo avvezzo a servitù, che tende sempre a crearsi nuol'i
padroni, conviene costu marl o ben presto a scegli ersi i capi
senza aver bisogno di idoleggiare indi vidui ". Occorre dun·
que che nella seconda fase della rivoluzione il popolo, avei,do
purificato se stesso nel suo procedere tumultuari o, si venga
sempre più ordina ndo in esercito regolare, onde conclu·
dere cosl la rivoluzione, diventando nazione nazione aro
. '
mata. Tutti gl i indi vidui debbono essere assorbiti nell' or-
dinamento generale " onde evit are quell e bande, quell e le·
gioni , che fannosi un idolo del capo, e che senza estendere
i loro desic,eri o il loro sguardo all 'in tera nazione, mirano
solo a qualche scaramuccia da cui, vincitori o vinti, spe·
rano lode 1/'
Dopo quanto si è esposto si può comprendere perchè
il problema della disciplina sia stato sempre tra quelli che
più abbia interessato il Pisacane. Avendo educato se mede-
simo alle leggi ferree che impone il dovere a cbi ri cono-
sce questo imperati vo morale, non avendo mai ri conosciuto
frattura tra il dover fare ed il fare, il Pisacane crede che
una di sciplina totalitaria sia la prima espressione pratica di
chi vuole consa pevolmente operare una rivoluzione. Uomo
reli giosissimo quanti altri mai ve ne furono, nonostante le
sue dichiarate convinzioni d'ateismo, egli nutriva lIna sua
r
26 A. Romono
religione civile, la religione del dovere: il vecchio insegna-
( mento mazzi ni ano, che egli tante volte aveva cercato di ban-
dire da se medesimo tenlandone una confutazione che lo
liberasse da questa sorta di dominio ch'esso esercitava sul
suo spirit o, appunto perchè rispondeva ad una verità indi-
struttibi te, ad una esigenza spontanea dell o spirito umano,
ri tornava e ri viveva inconsapevolmen te in lui . Teoricamente
egli aveva tentato di superarl o sos tituendo a quel concetto
un concetto di diritto che gli veniva ispirato da deri vazioni
contrattuali sti che: senonchè, presupponentlosi i due termini
e rimanendo unitaterate qu. lsiasi dott rina che ne avesse
considerato uno solo negando l' altro, egli non avanzava
con ciò la posizione esclusivistica mazzini ana. Un supera-
mento effetti vo del mazzi ni anesimo si poteva avere soltanto
teori zzando insieme i due termini: di questa necessità il Pi-
sacane ebbe una intui zione confusa, ma 110n riuscì mai a
chiarirla in ter mini logici.
Si è parlato spesso di ana rchi smo della dott ri na del Pi-
sacane, ma questa parola, ptr le molte equivoche accezioni
che in seguito ha avuto, offre adito a confusioni non li evi.
Quantunque per molti rispetti la formul a ri entri nella con-
cezione anarchica, bi sogna tener presente che il vero pen-
siero del Pi sacane è espresso dall a formula libertà e asso-
ciazione, e soltanto da essa. " Una terra, un borgo che in-
sorga-egli scri ve-non ha bisogno di attendere gli ordini
e l'i mpulso dalla capital e ; qualunque sarà il Il umero dei
:;uoi armati , con un tal metodo potrà sempre campo rre
1II1 battagli one, una un plotone, una squadra,
eleggere i capi corrispondenti e inviarli ave appuntasi a
fa r massa. E senza attendere la sentenza dei dittat ori, o
consultare il volere dei tanti che in simile circostanze vo-
gli ono governare, l'ordinamento mili tare, come il civile,
sorgeranno dalle viscere stesse dell a nazione. L'unità ri -
4 sulterà precisamente dall' assoluta libertà proclamata come
legge sovrana ".
La libertà dunque è la legge suprema, l'i stituto uni-
versale che regola l'associazione dei componenti questa
,
-
CorIo Pi5o.cnne 27
nuova società ideale. Nell a trasformazione rivoluzionaria
degli insorti in soldati, degli uomini schiavi in liberi cit-
tadini, la nuova costituzione deve sorgere su una base
di giustizia sociale che solo dalla li bertà può essere garen-
tita. La costituzione dev' essere omogenea, armonica, ri-
spondente tanto all e es igenze mili tari quanto all e esigenze
civili, senza che queste possano sull'altre sopravvalere. "La
schiavitù delle nazioni moderne, ri comparsa più terribil e
dopo sanguinose rivoluzioni, tra Sua origine dall a costitu-
zione militare poco armonizzant e con quella civi le. Quindi
è un errore fatale trattare con troppa leggerezza l' ordina-
mento dell' esercito, e per pi egarsi a qualche esigenza mo-
mentanea, gettare basi fal se, su cui in seguito tutto l' edi-
fi zio vi ene a informarsi; poichè la costituzione civile, al-
lontanandosene, genera quell' att rito da cui la tirannide
prende forza ". Ad ognuno secondo i propri meriti, uni-
versalmente e liberamente ri conosciuti: nell' esercito non vi
dovrà essere più il caso di generali senza eserciti , di uffi -
ciali senza soldati, che cerchino di infiltrarsi tra le fila, di
emergere e comandare. Ogni nucl eo deve eleggere libera-
mente i suoi capi, e, nel caso che qualcuno volesse crearsi
dittatore, "ogni corpo, col su ffragio universale, scaccerà
dal suo seno tutti quegli uffi ciali che verranno dalla mag-
gioranza dichiarati immeritevoli, e di dubbia fede pel nuovo
ordine di cose: e quindi, col metodo elettivo proposto per
le promozioni, verranno ri empiti i vuoti. L' esercito così ri-
formato, uni to all e mil izie popolari, eleggerà il Tribunato
mil itare e il generale che assu merà iI' comando dell e schi ere
riuni te .. .. . Non avverrà che i favoriti degli uomini che il
caso spinge al potere, usurpino i gradi superiori dell ' eser-
cito: le pretese degli innumerevol i colonnell i e generali che
sono in Italia vengono annullate di fatto: ciascuno come
indi viduo dovrà offrirsi volontario al suo comune O dove
si trova, e avventurarsi all e elezioni : infine si avranno ca;:>i
i quali godranno la fiducia dei militi ".
Queste, secondo il Pisacane, dovèvano essere i con·
cetti informatori del libero reggimento della Nazione futura.
f
28 A, Romano
Quanto del di segno fosse prati camente attuabile, e se que-
s ta vi sione aderi sse realmente al1' umana natura, inclomabile
se non costretta nei li miti del1a legge, non è possibil e
s tabilire e perciò lasciamo volenti eri la soluzione ci el pro-
b lema a chi si dil etta dell e ipotesi e del1 e previsioni.
Anche se bisogna ri conoscere che nel1a formulazion e
del1a sua dottrina rivoluzionaria il Pi sacane considerasse
l' uomo piuttosto come dovrebbe essere che come realmente
sia, pure, nel1 a ricerca del metodo ri vol uzionari o, per feli ci
intui zioni psicologiche, egii spesso riusciva acl aderire al1a
realt à e a ritrovare princi pi che la esperi enza success iva
degli eventi ci mostra foncl ati. Essenziale ci sembra la sua
idea che il popolo non si m"ova in rivoluzione se non per
pressioni d' indole economica : è una idea che ha dato ori-
i
gine a tutto il movimento sociali sta ita li ano, e ad essa è
strettamente ingranat. la sua concezi)ne dell' ordinamento
da dare al1' eserci to. " Con quali mezzi, con quali promesse
- di ce infatti il Pisacane-la ri voluzione può conqui starsi
la simpati a di un esercito? Rovesciate la tirannide, -ecco
che cosa bi sogna dir loro,-e non saranno più vost ri capi
i favoriti di un principe, ma uomini cii vostra scelta; voi
meclesimi scaccerete dal vostro seno coloro nei quali non
avete fiducia; voi medesimi vi decreterete i premi e le pene.
Terminata la guerra, coronati di g lori a, l' obbli go del1 a na·
zione verso cii voi, che dovrà provvedere alla vostra agiata
esistenza, è naturalmente sancito; ques te promesse vengono
a voi garantite da voi medesimi; voi siete armati, ordinati,
compatti, valorosi, con capi di vos tra scelta : se in premio
il paese vi destina la miseri a e l'obli o, voi stessi vi farete
giusti zia: ogni cittadino ha diritto di vivere, e più di tutti,
colui che col proprio petto fa scudo agli altri contro il
nemi co Il '
Con l' affermazione del1 a sopravvalenza dei diritti del
soldato su quelli del comune cittadino, tocchiamo la logica
conclusi one di tutto il pensiero di Carl o Pi sacane. Che in
ques to ideale ordinamento del1' esercito e del1a soci età al-
cune idee siano inattuabili , è cosa che non altera la pro-
Clirto Pi sacane 29
fondi ssima verità ed importanza del1e esigenze fondamen-
tali che la sua concezione del mondo veniva a sanci re.
L'eleggibilità degli uffi ci ali nel1' eserci to è, per esempi o,
tra i tanti di segni del Pi sacane, quell o che più lascia pen-
soso e dubbioso del risultato chi ha visto in altre forme
ci el vivere sociale le defi cienze che sempre il sistema del
suffragio ha avuto in tutte le sue prati che attuazioni.
Bi sogna riconoscere anche che il Pi sacane, quando ten-
tava teori zzare la rivol!.IZìlJ l1e futura, voleva essere ill certo
senso l'ostetri co del1 a storia : e perciò, come sempre accade
quando si vuole operare al difuori del processo della sto-
ri a, le dras tiche soluzioni da lui escogitate erano inattua-
bili e sono perci ò rimaste inattuate. Non aveva egli stesso
insegnato che le idee nascono dai fatti e non questi da
quel1e? Le ri voluzioni sono dei fatti concreti che si r isol-
vono sempre nel processo del1a stori a perchè sono opera
dell e masse, ossia dell a ideale totalità degli incl ividui : ma
non si att ua no quando sono vagheggiate o profetizzate da
un indi viduo, appunto perchè pensate al difuori del pro-
cesso stori co. Per ques ta ragione anche il Pisacane fa parte
del1a innumerevole schi era di fil osofi solitari che in tutte
le età, e speci e nel secolo XIX. hanno vagheggiato o pre-
vi sto lill a certa forma del vivere social e, la quale, anche
quando gli avvenimenti posteriori si sono svolti in certo
modo secondo le loro previsioni, hanno avuto sempre un
corso diverso da quell o profetizzato : basti pensare all'ori en
tamento prati co del sociali smo moderno, non escluso il
bolscevismo, ri s pet to all a dottrina marxi sta ; oppure all a
recenti ssima storia itali ana ri spetto al grande vati cinio del-
l' Oriani. Ciò naturalmente, non distrugge l' importanza sto-
rica dell' opera di questi politici, così dell' economista di
Treviri come dal filosofo del Cardello: anatomi zzando la
società del loro tempo essi hanno scoperte e indi cato al-
cune esigenze che si sarebbero imposte, alcuni germi che
avrebbero avuto sviluppo. La stori a posteri ore ha loro dato
ragi one. Così, per tornare al Pisacane, nOli importa se di
quanto egli ha asserito molto è rimasto sulla carta: l'esi-
,o À. Romano
genza fondamentale da lui proclamata è a base della storia
presente, è l'esigenza più sentita oggi: ed il Pisacane è
stato uno dei pochissimi uomini del Risorgimento a com-
prendere che l'avvenire d'Italia era fondato principal-
mente sul valore dei suoi soldati.

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