Evangelista Torricelli

Lezioni accademiche

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QUESTO E-BOOK: TITOLO: Lezioni accademiche AUTORE: Torricelli, Evangelista TRADUTTORE: CURATORE: NOTE: Il testo di riferimento è presente in formato immagine sul sito dell'Istituto e Museo di Storia della Scienza http://www.imss.fi.it/biblio/ibgaloleana.html Per una corretta visualizzazione del file RTF, le immagini incluse devono essere salvate nella stessa directory del file. DIRITTI D'AUTORE: no LICENZA: questo testo è distribuito con la licenza specificata al seguente indirizzo Internet: http://www.liberliber.it/biblioteca/licenze/ TRATTO DA: "Lezioni accademiche d'Evangelista Torricelli ..."; In Firenze : nella stamp. di S.A.R. : per Jacopo Guiducci, e Santi Franchi, 1715 CODICE ISBN: informazione non disponibile 1a EDIZIONE ELETTRONICA DEL: 6 ottobre 2006 INDICE DI AFFIDABILITA': 1 0: affidabilità bassa 1: affidabilità media 2: affidabilità buona 3: affidabilità ottima ALLA EDIZIONE ELETTRONICA HANNO CONTRIBUITO: Claudio paganelli, paganelli@mclink.it REVISIONE: Catia Righi, catia_righi@tin.it PUBBLICATO DA: Claudio paganelli, paganelli@mclink.it Alberto Barberi, collaborare@liberliber.it Informazioni sul "progetto Manuzio" Il "progetto Manuzio" è una iniziativa dell'associazione culturale Liber Liber. Aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito Internet: http://www.liberliber.it/ Aiuta anche tu il "progetto Manuzio" Se questo "libro elettronico" è stato di tuo gradimento, o se condividi le finalità del "progetto Manuzio", invia una donazione a Liber Liber. Il tuo sostegno ci aiuterà a far crescere ulteriormente la nostra biblioteca. Qui le istruzioni: http://www.liberliber.it/sostieni/

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LEZIONI
ACCADEMICHE

D'EVANGELISTA
TORRICELLI
Mattematico, e Filosofo

DEL SERENISS. FERDINANDO II.
GRAN DUCA DI TOSCANA
Lettore delle Mattematiche nello Studio di Firenze

E ACCADEMICO DELLA CRUSCA.

INN FIRENZE M. DCC. XV. Nella Stamp. Di S. A. R. Per Jacopo Guiducci, e Santi Franchi. __________________________________________________ Con Licenza de' Superiori.

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per rendere la dovuta onoranza al merito di questo illustre letterato. il cui titolo si è Morale Monasticum. e quali sieno le cose da esso lasciate ne' preziosi suoi scritti. poiche vedendo. a lui si debba d'onoranza. fu ammaestrato. ed abbominazione. che da alcune azioni ne deriva danno. non divengano infelice preda del Tempo divoratore. e saggio costume. nel che tutta la prudenza. e chiaro. e di che alta dottrina fornito. e vantaggio più stabile. nobile. il giorno 15. e quei che rimanevano in vita. commecche queste sono meritevoli di maggior nominanza. e ristretta. e quanto per gli ammirabili. ed inaccessibile sia il cammino che a virtù conduce. che coll'investigamento delle scienze si sono acquistati altissima fama. per rendere un giusto tributo d'encomio a quei savi. e del bene. che altro non è. coll'occasione. che il far conserva. Ed in vero. Conciossiache in somigliante guisa il guiderdone de' trapassati. e le maniere. che si danno ora alla luce le sue Lezioni Accademiche. e tramandare alla pubblica luce. e il non lasciar perire nelle profonde tenebre dell'obblivione. Monaco Camaldolense. e gli atti. considerando in questa guisa con quali arti. che ritrovandosi la Mattemattica. e custodire. si trova racchiusa. chiari. che troppo disastroso. si è riputato. e l'arte di ben vivere. nella conoscenza delle quali frettolosamente avanzandosi. dalla maggior parte delle Nazioni più riguardevoli ricevuto. Autore d'un opera non istampata. e nel coltivamento di essa hanno renduto il nome loro celebre. nel raccogliere. virtuosamente adoperato. che nascendo noi rozzi. e sconvenevoli.PREFAZIONE È stato sempre antico. ma servano per rendere indubitata fede della forza del loro spirito. e per lo contrario a schivare le dannose. Ed avvengache sembri. ci facciamo savi. ed acuto ingegno. per pregio di singolar virtù. la falsa credenza. insigne filosofo. a qual alto segno giugnesse l'intendimento del Torricelli. e fugace vita. e del male egualmente ignoranti. venne impiegato nello studio delle buone lettere. sieno giammai a pubblico benefizio state vedute. gli scritti di coloro. Per la qual cosa essendo oramai un lungo corso d'anni trapassato. sieno gli uomini grandi. ampia. Fra queste non vi ha dubbio alcuno. così apporta bel giovamento a noi. che ciò si debba più diligentemente osservare. e per quali vie. l'azioni di coloro. ed inesperti. imperciocche siccome la sanità è cagione del ben essere del corpo. dove da se solo le aveva 4 . l'onorare con isplendida rammemoranza. lasciarono a i posteri un illustre esempio. ne derivi benefizio. di quegli. hanno professato con lode. ed instruito. il far noto. che una così bella. così il sapere della felicità dell'animo. da altre ne vien grandezza. sieno per mezzo delle stampe renduti pubblici. alla cima di quella sublime altezza pervenuti. e mattematico. e ben presto. chi egli fosse. con franco animo. dal Padre. siccome serve. che per universale consentimento. affinche con grave danno de' posteri. nel partire da questa breve. e profitto. che avendo mentre. ed esperti. che vissero. sopra l'altre ottengono il pregio di maggioranza. alle quali aveva già cominciato a dare opera in Faenza. contuttociò fra queste ancora si vuole avere spezialmente riguardo a quelle. e alla posterità. nel quale questi ancora. che non giunga il tempo. da i loro antenati segnate con tanto applauso. Nacque Evangelista Torricelli d'onorati Parenti l'anno di nostra salute 1608. e più sicuro ne arrecano. di camminare per le gloriose vestigia. al merito loro rendevano. ignominia. che debba servire almeno in parte. per potere colla sicura guida del loro esempio. che la verace lode delle magnanime imprese. Quindi è. gloria. incamminarci per l'erto sentiero della gloria. di segnalata virtù. si debbe fare onorata memoria. e a togliere dalle timide menti. per quanto possibil sia. che fu Gasparo Torricelli. e i parti dell'ingegno loro. si possa far manifesto a chi che sia. utilità. l'opere degli uomini. e splendore. e sentendosi maravigliosamente chiamato alla contemplazione dell'altissime geometriche verità. ed ebbe per patria la nobil Città di Faenza. e d'applauso. col riguardare con attenta cura l'opere de' nostri Maggiori. dal Padre Don Jacopo suo Zio paterno. si sentivano maravigliosamente incitati. vergogna. con diligente cura conservare. d'Ottobre. e stupendi suoi ritrovamenti. appoco appoco impariamo a seguitare con ardente brama le cose utili. cui non sarà quest'ora molto antica. e che debba riuscire di non piccola utilità. Ma facendo il giovanetto Torricelli ogni giorno vie maggiori progressi nelle scienze. e famosi. essendo di pronto. acciocche fino a tanto. dopo la morte d'Evangelista Torricelli. senza che l'opere maravigliose da esso lasciate. ed oneste. e fruttuosa Disciplina.

e gli errori innumerabili. che quando poi uscirono alla luce i famosi Dialoghi delle scienze nuove del Galileo. a voler restar servita. e dimostratele geometricamente. aveva propagato con qualche studio mio. e pel desiderio. che il P. ma anco l'oscurità. Eccellentiss. in cui potesse a suo talento sfogare il generoso suo desiderio. scrissi questi fogli. che ivi si celebrava. potesse produrre il rimanente delle sue speculazioni.pel corso di due anni studiate. se io per ammaestrar me stesso trascorsi nel far questa parafrasi alle sue scienze. Abate Castelli medesimo fu il portatore. egli aveva stabilito d'aggiugnere alle quattro de i precedenti Dialoghi delle Meccaniche. compose egli ancora un Trattato del moto per promoverla. e scuserà appresso di lei. Tullio. Questa seconda parte non è copiata. ma scritta per la prima volta con molta fretta. Lo stupore è stato in me supremo fin dal primo giorno. per compagno. Eccellentiss. e con molte lodi lo celebrò. in cui con diversa maniera da quella tenuta dal Galileo. si diede interamente allo studio di esse sotto la disciplina di così eccelso maestro. per trovare un ampio teatro. avesse la bella consolazione di conoscere qual abbondevol copia di perfettissimi frutti. e divozione. della quale il P. che il comento. Ed umilmente me le dedico. che aveva io di formar questo memoriale d'erudizione alla mia poca intelligenza. mentre egli era ancora vivo. acciocche quel sapientissimo vecchio. Abate Castelli già vecchio di 78. la sua disciplina. dimodoche vedendolo il P. Accompagnò il Torricelli il suo Trattato con una lettera al Galileo. e fu la seguente. come anco in assenza. che in altre due Giornate. dove ritrovandosi allora il Padre Abate Don Benedetto Castelli Monaco Cassinense celebre scolare. così come egli la porta. senza che ne anco sia stata riletta. Eccellentiss. per leggere in quell'Università le Mattematiche. molte. e l'orazioni di M. ed ampliarla. Eccellentiss. Egli supplirà col rappresentare i sensi della mia devozione a VS. si conviene piuttosto l'ammirazione. e la riverisco. e palesi. che era stato chiamato dal Sommo Pontefice Urbano VIII. che quanto io cedo al Magiotti. che meriterei questo concetto. che teneva di mostrare al mio Maestro lontano. che particolarmente saranno nella seconda parte. che io giudicassi averne le sue dottrine. che a lui riuscivano omai troppo gravi. d'assolvere la mia ossequiosa reverenza. e principalmente avanti al supremo giudizio di VS. volle portar seco questo Trattato del moto del Torricelli. affinchè nel passaggio. e fece manifeste. gli propose di fargli venire il Torricelli. lo potesse far sentire al Galileo istesso. Abate Castelli difenda la causa sua per discolpa di se stesso. e perciò bisognevole d'ajuto. All'opere di VS. Intanto io supplico umilmente VS. e spirante. lascerò. e affatto cieco. che l'anno 1641. e al Nardi nel merito dell'ingegno. acciocche coll'opera sua. che la meraviglia. dovendo egli andare a Venezia per intervenire al Capitolo Generale della sua Religione. Accettò di 5 . che egli voleva far per Firenze. non per bisogno. anni. e lo commendò molto. e nojose indisposizioni. che io mi possa gloriare del titolo di suo servo. e consacrato all'eternità. e del Moto. ma per necessità. ed in tal guisa ne divenne posseditore. so che ancor ella avrà fatto l'istesso da fanciullo nelle scuole d'umanità. quanto è il P Reverendiss. e tale avanzamento vi fece. già da lui pubblicati. dalle sue gloriose fatiche si raccoglieva. e belle verità comprese. e fece un alto concetto del sapere del componitore. e le malattie gli toglievano di poter per se stesso consegnare alla fede delle carte. e di sollievo. del chiarissimo Galileo. nome benemerito dell'Universo. ed il violento. il Torricelli era giunto a così sublime grado. perche non si perdessero gli avanzi di quelle sublimi speculazioni. che osserva il moto naturale. si portò a Roma in età di circa venti anni. e aggravato da molte. altrettanto eccedo loro nel pregio di riverire con infinita stima il famoso nome del Galileo. e la rendo certa. Compiacciasi VS. che co i principj adoperati dal Galileo in quella nascente maravigliosa scienza. che fui fatto degno di poter vedere i suoi libri: parrà nondimeno. lo stile. e che gli anni. Piacque sì fattamente questo nobil parto al Padre Castelli suo Maestro. sopra i versi dell'Eneide. la cecità. Eccellentiss. Quanto poi al far vedere ad altri le mie povere debolezze. che questo ultimo del moto abbia eccitato in me piuttosto l'ardire. Sentì il Galileo il Trattato del Torricelli. non solo la povertà delle materie del libbretto. Confesso. che egli teneva. e per sostenitore di quelle fatiche. ne' quali quel pellegrino ingegno il primo di tutti aveva indagato le leggi. Stimo imprudenza il consegnar lettera più lunga in mano d'un oratore tanto eloquente. o altrove. quando l'intenzione mia fosse mai stata di far comparire queste poche scritture in Roma.

dal quale ella la riceverà. che egli l'anno 1674. Gli scriveva anco la grande stima che faceva. Gli accennava in detta mia lettera il gaudio che ne sentiva. qualche piccola difficoltà. però mi riserbava a pagar tale ufizio e debito con VS. 6 . sicchè meno imbrattati. perchè son sicuro che l'affetto dell'Ospite non lo ritroverebbe in altro luogo più fervente. Dispiacemi in estremo la perdita della lettera. e nel Diporto Geometrico. insieme colla dimostrazione di quello che io supponeva nell'ultimo mio Dialogo. strada la quale a me parve sempre tanto astrusa e recondita. e del Cilindro.. Abate Castelli. ed a tutto il triunvirato con reverente affetto bacio le mani. non vedendo ella mia risposta. sovvenuto. egli ampliava la dottrina d'Archimede nel libro della Sfera. potesse parteciparli tutte l'estreme reliquie degli altissimi suoi sentimenti. ed al Galileo medesimo. dove collo studio per avventura di cento anni. stando sulle speranze d'aver pure a goderla per qualche giorno avanti che la mia vita. cioè che io meno del giusto avessi stimato per cosa di poco momento quello che io sopra modo ammirai ed ammiro. riputato da lui di vantaggio. dove giunse nel principio del mese d'Ottobre dell'anno 1641. Ne fu perciò dal P. Abate Castelli fatto consapevole il Torricelli. mercè de' quali con grandissima chiarezza. comunicandola anco al terzo mio riverito padrone. intorno alle due nuove scienze. in una sua amorevolissima non lieve speranza. in voce. il dì 27. Abate Castelli. Mando questa sotto una del Sig. tanto sopra le comuni scienze elevato. ed erano scorsi poco più di tre mesi. Non voglio. dote propria del Torricelli. come ho detto. se non il carico. ma d'attribuirgli le meritate lodi non mi pareva che uno o due fogli ne fosser capaci. inviando a questo con quell'occasone. uomo per la sua profonda dottrina. ne in perpetuo. potessero lasciarsi vedere coll'altre mie coserelle. a trattarne seco a bocca. acciocche più agevolmente. Ma appena erano incominciate così belle fatiche. la partecipò egli con altra sua lettera al P. siccome egli stesso ne scrisse allora al Galileo. che poi s'è veduta stampata da Vincenzio Viviani ultimo scolare del Galileo. e so bene che alla vera virtù piace questo sopra ogni altro comodo. Si risolvè finalmente il Torricelli. e per le molte. di supplire alle lezioni delle Mattematiche nella assenza del P. e con maggior comodità. e gli offerse di riceverlo nella propria sua casa. e delle dimostrazioni mattematiche. alla qual lettera essendosi perduta la risposta. e sotto la direzione del Galileo diede subito principio a distendere la quinta Giornata da aggiugnersi all'altre quattro de' discorsi. ne altro lo trattenne in Roma per qualche tempo. e facilità. che Archimede con strade tanto inospite e travagliose investigò nelle sue Spirali. de' quali mi mandò le conclusioni. Dello adempirsi tal mio desiderio me ne dette VS. ma bene gli dirò con sincero affetto. e leggiadria quello. Magiotti. ne debbo cercare di ritardare sì buoni incontri ed avvenimenti che meritamente doverebbono costì succedere al valor suo. degli altri suoi trovati. per quelche intendo nell'altra sua scritta al Padre Reverendissimo Castelli ed a me mandata aperta. ma dipoi frapponendosi alla effettuazione del suo pensiero. il Sig. ed il mio basso tugurio non gli riuscirebbe per avventura ospizio men comodo di qualcuno de i molto sontuosi. non mi sarei disperato del tutto di trovare l'altre conclusioni del medesimo Autore. nel suo libro della scienza universale delle Proporzioni. che nel mio petto. che. come principio conceduto: vedanla insieme e l'emendino. ed a i movimenti locali. come anco di conferirli alcune mie reliquie di pensieri mattematici e fisici. non tardò punto a deliberare. che gli fece il virtuosissimo vecchio. ritraggo pochissimo o niente di vivo rimanere in tal mia speranza. e fo. ma ora non sento nell'ultima sua cenno di confermazione. di chiarissimo grido. nel veder questa lettera. quale mi sia riuscito il suo gentilissimo trovato. che mandava a VS. per dimostrare con tanta facilità. appartenenti alla Meccanica. si terminasse. che aveva preso. la quale condusse al segno. che forse anco quà sarebbe riconosciuto il merito del suo ingegno peregrino. si sarà formato concetto di me del tutto contrario dal vero. di Settembre altra egli ne soggiunse in questa guisa. per potere col suo ajuto ripulirgli. di venire a Firenze. ma s'offerse prontissimo a venir tosto a Firenze. alcuni Teoremi sopra i solidi sferali. ed ammirabili sue opere. e di gloria. mentre che. cioè il maraviglioso concetto a VS. anzi. di questa sola non mi sarei promessa l'invenzione in mill'anni. Ora giudichi VS. omai vicina al fine. ma di tutto mi riserbava. appresso i giusti stimatori delle nobili Discipline. fece stampare in Firenze.buona voglia il Galileo una così bella proposizione. il quale sentendo con soddisfazione indicibile un invito. Nardi.

dopo l'arrivo del Torricelli, quando appunto gli amatori del vero, nel fiore delle loro speranze, stavano aspettando bramosamente, i dolci frutti, e benefici, che dalla congiunzione in terra di questi due Luminari del mondo mattematico, si potevano senza alcun fallo, in grande abbondanza raccogliere; nella persona del Galileo, estinse la morte il maggiore, conceduto a i mortali da Dio sommo Sole, per dimostrar loro ne' Cieli, e nella Natura novità maravigliose, e verità pellegrine, all'Antichità tutta, state nascose, ed occulte. Per un così funesto avvenimento essendo rimaso il Torricelli senza scorta, aveva stabilito di far ritorno a Roma, allorché il Gran Duca Ferdinando II. di gloriosa memoria, stimolato dal suo genio magnanimo, di promuovere, e di proteggere con reale beneficenza le Lettere, ed i professori di quelle, udendo dal Sen. Andrea Arrighetti, che Galileo, di cui egli era stato degno scolare, ne aveva avuto contezza, quanto fosse eminente, il merito del Torricelli, e di che raro talento, egli fosse guernito, al suo real servizio il fermò, e dichiaratolo suo Mattematico, e Filosofo, per lui rinnuovò nello Studio Fiorentino la lettura di Mattematica, che per lungo spazio di tempo era stata tralasciata; ascrivendolo in quell'antica Università per pubblico Lettore di essa. Corrispose egli ampiamente all'onorato giudicio, che era stato fatto di lui, e mercè delle sue rare virtù, e della profonda sua dottrina, si rendè grato, ed accetto a i Principi della real Casa Toscana, e dagli altri fu sempre riverito, ed ammirato. Frattanto avendo posto insieme alcune nobilissime Opere, si determinò di far pubblici colle stampe alcuni Trattati Geometrici, che uno fu della Sfera, e de' Solidi Sferali, il quale per la novità del metodo, e per l'universalità della materia, gli sarebbe stato agevolmente invidiato dall'istesso Archimede, che così mirabilmente, ma forse con iscarsezza, scrisse il primo sopra lo stesso argumento. Il Trattato del moto, nel quale dimostrò l'ingegno della Natura scherzante col moto intorno alla linea parabolica, e tutta la dottrina de' proietti, colla descrizione d'un solo semicircolo, rendè compita, e perfetta. Quello della quadratura della Parabola, in cui si scorge la ricchezza d'una felice, e profonda inventiva dell'Autore, dimostrante in tante maniere diversissime dalle due praticate da Archimede, e molto più facili, e spedite, quel medesimo gran Teorema. Un altro della misura di quel suo nuovo solido acuto Iperbolico, d'infinita lunghezza, nella misura del quale facendogli d'uopo quella del cerchio, la ritrovò col triangolo, come Archimede, ma con modo tanto più facile, e chiaro, che essendo stato da alcuni Geometri, avvengache senza darne la dovuta lode al Torricelli seguitato, è servito anche al Barrow nelle sue lezioni mattematiche per arricchire, e adornare con esso il suo libro. A tutte queste pellegrine invenzioni aggiunse la nuova misura della Cloclea, o vogliamo dire della Vite, e dello spazio della Cicloide, la qual linea essendo stata ritrovata già dal Galileo, da lui non era stato poi misurato lo spazio, perche immaginandosi, che fosse triplo del circolo suo genitore, come in fatti lo dimostrò il Torricelli, lo tentò prima coll'esperienza di pesare la figura di cartone, per quanto si poteva avere, molto uniforme, la quale avendola ritrovata sempre un poco meno, che tripla, prese motivo di dubitare, che la proporzione fosse irrazionale, onde ne abbandonò l'investigamento. Aggiunse a questo Trattato altre nuove, ed ingegnosissime conclusioni il Torricelli, che meriteranno sempre l'applauso di tutta la posterità, dalla quale verrà con istupor confessato, egli solo essere stato il primo Geometra, che abbia avuto ardimento di ridurre a misura certa, e determinata, i solidi di misura infinita, e tutti questi Trattati uniti insieme fece stampare in Firenze l'anno 1644. Nel tempo che attendeva alla pubblicazione di quest'Opera nobilissima, vedendo egli quanto rari erano coloro, che fossero valevoli a condurre i vetri con quella perfezione che fa di mestieri, tanto quelli, che servir debbono per i microscopi, quanto gli altri per i cannocchiali, si pose a speculare sopra questi due problemi Ottici, ed allo scioglimento dell'uno, e dell'altro squisitamente pervenne; conciossiacosache oltre a i microscopi a due lenti, inventati già lunghissimo tempo avanti dal Galileo, che occhialini per vedere le cose minime ebbe in costume d'appellarli, ritrovò quegli, che colle palline di vetro lavorate alla lucerna si fabbricano, i quali, senza alcun fallo, sono perfettissimi, comecche mirabilmente ingrandiscono gli oggetti. Ritrovata che egli ebbe questa lodevole invenzione, molti con diletto, e con maraviglia ne furono spettatori, e coll'uso di essi fecero accurati, ed utili esperimenti; e non solamente in Firenze, ma fuori ancora, fece egli avvisato gli amici di questo suo ritrovamento, e prima che agli altri ne scrisse al Padre Cavalieri scolare del Padre Abate Castelli, e del Galileo, e d'ingegno sottilissimo, e profondo, siccome le geometriche
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ammirabili opere sue, ne fan fede; al quale avendo fatto nota ancora la scoperta dell'altro problema riguardante l'investigamento della figura de i vetri per l'uso del cannocchiale, il dottissimo Mattematico congratulandosi seco amichevolmente, il giorno 15. di Marzo dell'anno 1644 colla seguente lettera gli rispose. Sento dalla sua la maravigliosa operazione de' suoi vetri, e molto me ne rallegro seco. Vedo, che ella non vuol lasciar luogo di gloria ad alcuno in questo nobilissimo strumento, poiche col vigore del suo ingegno è arrivata al minimum, & maximum, quod sic, come dicono i Filosofi, e si è mostrata prodigiosa non meno nella piccolezza, che nella grandezza di tali strumenti, poichè non meno ammiro quei globetti di vetro, che io intendo, che ella aveva ritrovato, di questo, che ella nuovamente ha inventato. Io ne ho dato ragguaglio quà in Bologna a i miei scolari, e ad alcuni amici miei, fra quali vi è chi ha lavorato con qualche singolare diligenza intorno a questi vetri, e tutti stanno con gran desiderio meco aspettando di poter fare qualche saggio della sua invenzione. Per soddisfare al giusto desiderio dell'amico, mandò il Torricelli alcuni di questi suoi microscopi al P. Cavalieri il quale ne lo ringraziò con una sua lettera de 5. d'Aprile dell'istesso anno, confessando d'aver con essi abbondevolmente soddisfatto all'espettazione grandissima, che ne aveva nell'animo suo concepita. E tale fu la stima con cui fu questo ritrovamento ricevuto, ed approvato dall'universale, che il P. Atanasio Kircher nell'Arte magna della luce, e dell'ombra, per questo appunto l'antipone a Francesco Fontana, che nell'istesso tempo lavorava di somiglianti strumenti con molta lode, e fu autore d'un libro d'osservazioni celesti, e terrestri stampato nel 1646. il che, mosso dall'autorità del Kircher, fa ancora il P. Filippo Bonanni nel suo libro intitolato Micographia curiosa. Grande in vero fu la riputazione, che per aver inventato quella sorta di microscopi s'acquistò il Torricelli, checche se ne abbiano detto alcuni, che con debolissime, e frivole ragioni hanno tentato, benche invano, di far credere a i meno avveduti, esser quest'invenzione un più moderno trovato; ma molto maggiore applauso, ed utilità, ritrasse egli dalla soluzione dell'altro problema della figura de' vetri per l'uso del cannocchiale, poiche essendo giunto ad investigare, quale veramente debba essere la tanto ricercata figura, lavorò poscia vetri di così squisita eccellenza, che oltrepassarono quegli, che fino allora, da tutti gli altri erano stati con gran fatica, e con molta industria, in lungo spazio di tempo, fabbricati. Piacque per sì fatta maniera al Gran Duca Ferdinando II. questa bella scoperta, che assicurava sempre più la perfezione di questo nobilissimo strumento, dal quale con immortal gloria del maraviglioso Galileo, lume splendentissimo di questa dominante Città, tanti, e così grandi, ed importanti benefizi erano derivati, che volle mostrarne la stima, che ne aveva fatta, con donare al Torricelli più volte per ricompensa, grossa somma di denaro ed insieme una ricchissima collana d'oro, dalla quale pendeva una medaglia, in cui vi era il motto Virtutis præmia. Accennò il Torricelli medesimo, quanto quì ora vien riferito, nella sua Opera; che, come già si è detto, stampò in Firenze l'anno 1644. nella quale dice Accidit enim intermedio hoc tempore, ut plurium mensium studio, atque labore, inciderim in solutionem optici illius Problematis tamdiu perquisiti, cujus videlicet, figuræ esse debeant superficies vitrorum, quæ ad usum Telescopj elaborantur. Exitus demonstrationem confirmavit, quamquam enim neque optatam figuram (ut credibile est) perfecte haberent, neque undequaque absoluta, & perpolita a tirone adhuc inexperto, & inexercitato viderentur; ope tamen, & vi figuræ illius ad quam proxime tantum accedebant, ad eum usque perfectionis gradum pervenerunt, ut Telescopia optimi cujusque artificis, cujus ad hunc diem fama in hac Urbe innoverit, superaverint. Neque judicium hoc perperam prolatum est, sed reperitis sæpius, summaque cum diligentia varijs experimentis, nocte, dieque, & adhibitis eruditissimis testibus, quorum judicium nemo jure damnaverit. Certe qualecumque fuerit inventum, nescio plusne gaudij, laudisque mihi attulerit an præmij, quandoquidem Serenissimi Magni Ducis effusa, & vere regia liberalitas, magno auri pondere, donatum me non semel voluit. Ma non contento di quanto nel suo libro aveva scritto, ne fece ancora consapevoli con varie lettere gli amici suoi, partecipando loro l'effetto mirabile di questi vetri da lui lavorati, ma tacendo sempre l'artifizio, che egli adoperava, mercè del quale, egli era certissimo, di dar loro quella figura, che egli voleva, e che col suo sublime intendimento, aveva conosciuto esser necessaria per la perfezione di somigliante lavoro. Fra gli altri a cui ne scrisse, uno fu il dottissimo Padre Cavalieri,
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cui giugnendo gratissimo l'avviso di un così giovevole scoprimento, in una sua lettera de 16. Feb. 1644. se ne congratulò seco; e perchè in questa lettera il P. Cavalieri ragiona molto partitamente intorno a tal materia de' vetri, si è creduto, che possa riuscir di soddisfazione di chi legge, il vederla in questo luogo, quale egli al Torricelli la mandò. Dopo scritto, e mandata la lettera alla Posta mi è sopraggiunta la sua gratissima, nella quale dopo la cortese commemorazione, che fa della lettura delle mie leggierezze, nel primo Dialogo, ella mi da una notizia così segnalata, di aver ritrovato cose nuove in materia di refrazioni, e de' vetri del Telescopio. Io glene rendo grazie singolari, e mi rallegro seco dell'onore, e del premio riportatone dalla generosità di cotesto Serenissimo. E veramente non è poco, che dopo molte fatiche, e vigilie, essendosi ritrovata qualche cosa di pregio, s'abbia poi chi la conosca, e la riconosca, come da cotesta augustissima Casa possono sperar sempre i virtuosi. Ciò le scrissi, che aveva ancor io speculato intorno alle refrazioni delle lenti, non già in ordine al Cannocchiale, ma al mio Specchio Ustorio, da me ancora non messo in pratica, per non aver io quella fortuna di poter lavorare, e malamente potendosi servire d'artefici, in questo fatto, che non intendono, o non vogliono operare con quella diligenza, che vi bisogna. Le dissi che aveva trovato una regola per saper il concorso delle lenti, fatto da' raggi, che ricevovono paralleli, ma che non sapeva poi, ciò che se ne potesse ritrarre per i vetri de' Telescopi. Avvertii con tale occasione l'equipollenza della lente convessa da una banda, e cava dall'altra, colla convessa di gran sfera, essendo le predette due di piccola sfera. Cosa notata anco dal Keplero nella sua Diottrica, sebbene egli non ha la regola ferma di trovare il detto concorso di questi Menischi, come egli li chiama, siccome fondata sopra i suoi principj; cioè in particolare, che fino al trigesimo grado dell'inclinazione, la rifrazione sia circa un terzo della inclinazione, l'ho ritrovata io. Non so però, che miglioramento si possa avere in questo, se non di lavorare in cambio d'un gran convesso, un convesso, e cavo piccoli. Basta, che fin quì è arrivata la mia speculazione, quanto alle lenti variate, come si voglia, quanto al piano concavo, e convesso, cioè ho trovato regola per sapere il concorso de' raggi paralleli, o il punto dal qual divergono i raggi paralleli per l'ingresso nelle dette lenti. Ma fin quì siamo dentro il piano concavo, e convesso, ma VS. forse, sarà uscita da queste superficie, e passato a speculare sopra la linea, che possa per refrazione unire in un punto, cosa da tanti ricercata, ma tentata invano. Sebbene mi pare, che l'Erigonio nel suo Corso Mattematico, cioè nella sua Diottrica, supponga, d'averla trovata, fondandosi sopra questo principio, che i seni dell'inclinazioni sieno proporzionali con i seni delle refrazioni, ma perche questo principio lo prova solo facendo un trapasso dalla Meccanica alla Diottrica con dire, che l'impulso del raggio cadente per un piano eretto, o inclinato sopra l'orizonte, ha la medesima inclinazione, che ha il raggio sopra la superficie del diafano, e di questo non porta altra ragione; per questo sono stato sempre dubbioso, e di questo principio, e di quella sezione, o linea se sia veramente quella, che unisca i paralleli in un punto. Ma il suo ingegno, atto a fare ogni gran passata, avrà al certo superati tutti questi intoppi, o sarà camminato per altra strada libera da ogni dubbio, mentre ella ne ha parimente avuto il riscontro nella pratica. Mi saria caro il sapere se ella con questa nuova forma de' vetri fa acquisto in grandezza, e chiarezza, ed anco nella lunghezza del Telescopio, cosa tanta desiderata da tutti, e s'ella si ferma nelle superficie piane, e sferiche, o esce fuori di queste. Non intendo poi sapere, che forma sia, anzi protesto di non chiederli in questo cosa alcuna, mentre ella voglia per degni rispetti tenerla celata, fino che le parrà espediente il pubblicarla; assicurandola però, che quanto si compiacerà significarmi il tutto sarà da me tenuto con segretezza. E per fine di nuovo rallegrandomi seco, e ringraziandola di tal nuova datami le bacio affettuosamente le mani. Si sparse frattanto la fama dell'eccellenza del Torricelli nel sapere con maestrevole artifizio lavorare i vetri, onde molti gli fu di mestieri fabbricarne, sì per servigio del Gran Duca, e degli altri Principi di questa Real Casa, come ancora per compiacerne coloro, che da varie parti a lui ricorrevano per esser fatti partecipi di così perfetti cristalli, i quali per vero dire, non hanno giammai ceduto in bontà, a quanti se ne son veduti di qualunque eccellente artefice, avuto riguardo all'ampiezza del vetro, alla qualità, alla lunghezza del cannochiale, e all'altre circostanze, che in somiglianti paragoni si debbono con diligenza osservare. Uno fra i molti altri, ne lavorò pel Gran
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averebbe potuto fare il vacuo dentro ad uno spazio molto minore. si vedevano gli oggetti chiari. perfetta. la quale ha dato grande. e particolare. sia puramente fortuna. che egli scrisse a Michelagnolo Ricci. l'esito fortunato della sua speculazione. per non prendere giammai abbaglio. a cui con una sua lettera. che ancor oggi si conserva. perche erano di figura convenevole. ed altri per lo contrario. e bella occasione da molti anni in quà. che prendendo un corpo. per quanto si puote avere. e coll'argentovivo. e con queste nuove. che per fare i vetri ottimi. che colle sue eccelse virtù. e netti. e quasi invisibile mancamento. non arriva oltre a diciotto braccia in circa d'altezza. Quando poi egli udì. dalla quale ella depende. e far sì. onde gli venne in pensiero. insieme con tutti gli strumenti proporzionati per lavorare i vetri. tosto si rompe. e di poi allontanandosi finche facesse il ricercato effetto. Consiste questo segreto principalmente in saper dar la figura a i vetri. che nel dar loro poi il pulimento ella non si guasti. suo scolare nelle Mathematiche. conciossiache essendo verissimo. quando giunse al termine della sua vita. ed il pulimento. e far sì. che aveva un palmo di diametro. avendo veduto de i vetri. che appena cominciavano a trasparire. ancorche quest'esperienza si facesse all'aria aperta. poiche questa osservò il Torricelli. il trovarla quale si richiede al bisogno. e non ostante la grana grossissima. Fece perciò fabbricare una canna di vetro intorno a due braccia di lunghezza. e che il pulimento è di poca considerazione. meritò dipoi d'essere ascritto nel Collegio de' Cardinali. che quella figura. laddove gli altri trovano a caso la figura. la famosissima Esperienza dell'argento vivo. di quello.Duca di straordinaria grandezza. siccome ancora della ragione della pression dell'aria. 10 . a tutti gli uomini scienziati di speculare. all'altezza d'un braccio. che ne lavorano. che l'acqua nelle trombe. e s'immaginò. che importa assaissimo. averebbe lasciato nella palla. e che quando trapassa. il felice esito dell'operazione. egli era certissimo. mercè del quale. e in parte ancora nella canna uno spazio. saranno i vetri singolarmente buoni. l'istessa appunto poteva dar loro anche in pratica. e dall'altra restasse aperta. e sommergendo l'apertura della canna dentro ad altra quantità d'argentovivo posto in un vaso. e che per quel che riguarda la materia. giusto come averebbe fatto l'occhiale. lasciando voto lo spazio superiore. che riescano buoni. Non si fermò qui l'ingegno feracissimo di sempre nuove. ne corresse risico di guastamento veruno. onde fra moltissimi. adoperò il Torricelli una maniera di centine. che la figura fosse perfettamente sferica. del quale dice il Torricelli in una lettera. la materia. fu innalzato. contuttociò. e nobili scoprimenti vi fece. personaggio. e ben turata voltandola. ed il mirabile effetto dal Torricelli presagito potesse chiaro vedere. e buona. ed alle fisiche rivolgendolo. fuoriche a Raffaello Magiotti suo carissimo amico. e un quarto. molto più grave dell'acqua. che quando sarà ella. facevan bene l'ofizio loro. che da una parte s'allargasse in una palla. ed una forma d'attaccare i vetri al macinello. che si dicono operare per attrazione. vi debbe concorrere necessariamente la figura. l'aveva fatto palese. giusta il suo calculo. che il peso dell'aria equilibrandosi coll'acqua. per un piccolissimo. che per ancora avevano. e prezioso parto del suo fecondissimo intendimento. quali diamanti puliti. e si perda. che fa di mestieri. che facendolo tenere in mano da un uomo. che così pregevole esperimento facesse. e ristringendolo in un cilindro di vetro. e dipoi aprendola. sua propria. e andava lungo venti quattro passi andanti. Considerò quanto scrisse il Galileo nei primo Dialogo intorno alla resistenza de' corpi solidi all'essere spezzati. che teoricamente aveva speculato. Conferì egli questo suo concetto a Vincenzio Viviani. che sferica. la quale dee essere non altrimenti. Di questa fu inventore il Torricelli. donò al Gran Duca Ferdinando II. e non fermo interamente. che aveva avuta. che egli aveva di lavorar questi vetri. e per lo avanti l'aveva sempre tenuto celato. al quale altissimo grado dal Sommo Pontefice Innocenzio XI. ma togliendo talvolta il suo pensiero dalle cose mattematiche. che verisimilmente si sarebbe potuto creder vacuo. il quale fu il primo. e mirabili speculazioni del Torricelli. che si ricercava per farlo coll'acqua. quivi ancora penetrò molto addentro. la figura ha tanta parte in quest'opera. e da lui inventate diligenze. e luminosa. e che il vetro fosse tenuto a caso. che empiendola d'argentovivo. quale appunto sarebbe stato l'argentovivo. e spezialmente fu nobile. e che restando sospeso. si confermò maggiormente nella credenza. con quello solo. senz'altro vetro all'occhio. che in quella si ritrovava. rendè intieramente sicuro. l'argentovivo si sarebbe nella palla calato a basso. rari son quelli. suo magnificentissimo benefattore. riuscivano di niun valore. Il segreto.

e fra gli altri in Roma a Michelagnolo Ricci colla seguente lettera. che quando ancora una tale esperienza si facesse in luogo. che alcuno abbia detto. contuttociò sarebbe seguito l'istesso effetto. colla medesima forza. e grossa. che questa grossissima vicino alla superficie terrena. ne diede contezza agli amici. che pesa. una perenne sorgente per lo scoprimento di molti. pesa circa una quattrocentesima parte del peso dell'acqua. e tanto. che si stava facendo non so che esperienza filosofica intorno al vacuo. s'intenda dell'aria bassissima dove praticano gli uomini. ma che sopra le cime degli alti monti. che si dia senza fatica. ed allora pensò. indarno mi pare si cercerebbe d'attribuire al vacuo quella operazione. ora più grave. che non fa. Quando fu ben sicuro il Torricelli della verità dell'esperienza. e profondi misteri. o cinquanta quattro miglia. come suole per ordinario accadere. senza apportare verun altra utilità. che si sente nel fare il vacuo. che deriva apertamente da altra cagione. non per far semplicemente il vacuo. e senza resistenza della Natura.per le diversità del peso. sebbene vi è per loro il ripiego. o al Sig. Noi viviamo sommersi nel fondo d'un pelago d'aria elementare. che poi si son messe in pratica con avvedutezza. non avesse comunicazione coll'aria di fuori. dovrebbe per se sola far maggior contrasto. Io discorreva così. averebbe operato sopra l'argentovivo del vaso. che conseguenze grandissime si tira dietro. Magiotti. ma per fare uno strumento. che anche la Natura concorre a repugnare al vacuo. altri. e riflettendo seriamente a quella gran cagione della pression dell'aria. e di molto minor peso. che l'aria vaporosa. Gli Autori poi de crepuscoli hanno osservato. anzi che facendo certi calculi facilissimi. la quale per esperienze indubitate si sa. che mostrasse le mutazioni dell'aria. e con senno da coloro. ma io non credo tanto. che non si dia. che il vacuo doverebbe far molto maggior resistenza. cioè il peso dell'aria. l'aria cominci ad esser purissima. con pregarlo. Mandai queste settimane passate alcune mie dimostrazioni sopra lo spazio della Cicloide al Sig. erano stati nascosi. Noi 11 . restasse del tutto esclusa. pensò ad una gran parte di quelle osservazioni. non dicesse di conceder l'operazione del peso aereo. e gli animali. che la gravità dell'aria cagioni la repugnanza. di Giugno dell'Anno 1644. che l'aria contenuta dentro alla canna. se trovasi una causa manifestissima dalla quale derivi quella resistenza. che la causa da me adattata. così perfettamente chiuso. che ella non fa nel tentarsi il vacuo. ma con repugnanza della Natura. la quale ha avuto questo vantaggio sopra l'altre. Dico ciò. che quel peso scritto dal Galileo. non so già. io trovo. conciossiache l'aria racchiusa. Le accennai già. che si sente nel voler fare il vacuo. Quindi replicando più volte l'esperimento. non è terminata in se stessa. che si dia. Antonio Nardi. che hanno così ingegnosa esperienza promosso. che era di già compressa. ora più leggiera. ma è stata. che dalla maestra Natura. e visibile si alza sopra di noi intorno a cinquanta. e sottile. che gli scrisse a gli 11. che la quattrocentesima parte del peso dell'acqua. sostenesse quelli ad altezze diverse. onde la pretesa pressione. ma persistesse nell'asseverare. che dopo averle vedute l'inviasse a dirittura a VS. perche qualche Filosofo vedendo di non poter fuggir questa confessione. perche mostrerei. siccome era usato di fare degli altri suoi ritrovamenti. Molti hanno detto. e sarà sempre nella lunghezza del tempo avvenire. che. e con fatica.

salirà quasi sino a diciotto braccia. Sulla superficie del liquore. sicchè non vi abbia più comunicazione l'aria superiore al vaso. e attraente. e ciò non segue tenendo solamente lo schizzatojo in giù. quanto che a lui pareva. che quella del pochissimo spazio B. ma sul coperchio. ma io pretendo. perche il livello A B si muta per un altra causa. che è nella catinella gravita l'altezza di cinquanta miglia d'aria. e molto sensibilmente. cioè di conoscer quando l'aria fosse più grossa. e turando intieramente ogni parte. perche più forza averebbe avuto il vaso A E. che egli la giudicava tanto migliore dell'altre. che spigne l'uno. e B grossi. ogni altro corpo. che sta nel vaso. turando poi in cima il foro. ne vi ho fin ora incontrato cosa che non cammini bene. che si sentono nelli vari effetti. entri. benché gravissimo. e quando più sottile. quanto l'argentovivo è più grave dell'acqua. verrebbe allora a gravitare. il collo però A D restava sempre pieno all'altezza d'un braccio. e leggiera. Primieramente. che quasi in equilibrio ve lo sostenga. e un quarto. dove era più roba rarefatta. sopra il cui manico gravita l'aria. e freddo. e di collo lungo due braccia. e colla canna B ne' quali l'argentovivo si fermava sempre nel medesimo orizonte A B segno quasi certo. che il vaso fosse perfettamente voto. come prima. ma spero anche. ma segue per ogni verso. e voltando in su l'animella. o di vacuo. l'esperienza fatta nel medesimo tempo col vaso A. e un dito di più. attribuiti al vacuo. non toccata da veruno. e l'argentovivo si sosteneva. che suol tener la Natura nell'opere sue. perchè ponendovi un coperchio con un solo foro. in considerar cosa. acciò escluda colla sua corpulenza. La mia intenzione principale poi non è potuta riuscire. che si equilibri colla gravità dell'aria esterna. che si fossero potute pensare. e vi s'innalzi fin tanto. e tirando per forza l'animella in dietro. che non gli pare. che sia stata interna nel vaso A E. che lo spigne. e mantenendosi l'argentovivo sospeso in aria. appunto come se il vaso A E fosse pieno d'aria. che ciò si faccia. So che a VS sovverranno molte obiezioni. Confermava il discorso. e non succeder niente nel vaso. Ho poi cercato di salvar con questo principio tutte le sorte di repugnanze. cioè tanto più dell'argentovivo. descender quell'argentovivo del collo. Ed umilmente la riverisco. dove l'argentovivo non ha inclinazione. ne anco repugnanza per non esservi nulla. si è creduto fino adesso. ma molto più lungo. che egli si conformasse più alla semplicità della maniera. che pensando le supirà. Secondariamente afferma il Ricci. che io non credeva mai.abbiamo fatti molti vasi di vetro come i seguenti segnati A. che si possa escludere l'azione dell'aria. per equilibrarsi colla medesima cagione. e l'altro. e grave. che abbia la sua animella tutta per la parte di dentro. Per mostrar poi. che preso uno schizzatojo. si vedeva quando la bocca del vaso arrivava all'acqua. però qual maraviglia è:se nel vetro C E. o di quella roba sommamente rarefatta. ed alzando il vaso appoco appoco. nel collo A C. che fossero per sovvenire al Ricci dell'obbiezioni contro alla sua esperienza. non si potrebbe attribuire l'effetto al peso dell'aria. d'acqua fino in D. che regge l'argentovivo contro la sua naturalezza di ricader giù. cioè pel caldo. questi pieni d'argentovivo C si vedevano votarsi. e molto più gagliarda per la rarefazione maggiore. L'acqua poi in un vaso simile. che si votava. Non andò ingannato il Torricelli in supporre. nel gravitare sopra la superficie estrinseca dell'argentovivo. e pure non 12 . delle quali lo pregava a dargliene lo scioglimento. si sente grandissima resistenza. questa forza. ma che però vi incontrava alcune difficultà. e riempiersi con impeto orribile l'acqua fino al segno E affatto. fino allora. dice il Ricci. poiche indi a poco replicando alla sua lettera gli fece sapere. collo strumento E C. che suole essere usato assai in questo soggetto. si riempieva la catinella sottoposta. e che la forza venga di fuori. che approvava il modo col quale egli salvava con essa la riprova del vacuo. Il discorso si faceva mentre il vaso A E stava voto. non più sulla superficie dell'argentovivo. e che ammirava il suo nobile ardimento. che la virtù non era dentro. che ella sia esterna. pel quale passi la canna di vetro.

Il vaso A B C D è un cilindro pieno di lana. o ferro tagliente F G sicche entri. ma il metallo sostenuto in quel collo di vaso. è vero. che resistano con forza minore della forza di essi liquidi. che vi sta sopra. ancorche essendo presa dalla Geometria paia più gagliarda di tutte. diciamo d'aria. e libratile. in ogni modo spingono. vuole. e non orizontalmente. e dalle bande. allora il metallo sollevato descenderà alquanto. Giugno del medesimo anno 1644. che pativa prima. l'altra superficie confina con aria premuta. sicche ella pigli dentro anche dell'aria. in questa guisa. per l'esempio che darò adesso della lana. e schizzano per tutti i versi. che al moto del corpo immerso si muove. io domando. ascende scacciata da quell'altra. che il vino non sarebbe mai venuto. A tutte queste obbiezioni soddisfece ampiamente il Torricelli. colla bocca all'in giù. che non gravita punto. che se la lana F B C G sarà compressa come prima. purche trovino luoghi dove andare. che si possa dire. da un servitore. La terza obbiezione non mi par troppo a proposito. s'immagini il 13 . intenda quanta violenza sia per sentire il fondo B C. ne in vetro. ma perche quello della catinella non potrà dar luogo. anco all'in su. Finalmente asserisce. che l'istessa dottrina fosse da applicarsi alla librazione dell'argentovivo. Se poi VS. la induce di maniera. e perchè stima. ne in vacuo. come il peso dell'aria vi abbia parte veruna. quanta è la sua mole. che a lei medesima saranno sovvenute le soluzioni. e A D mobile. ma con quella solamente. non mi pare. il qual vaso ha due fondi B C stabile. che quello innalzato del collo del vaso resterà come prima sollevato. Che un corpo posto nell'acqua contrasti solo con tanta mole d'acqua. se poi fosse infinitamente rarefatta. una superficie del quale confina col vacuo. Ora se noi spingeremo a forza il piano. che copre la superficie della catinella. io dico. lo bravò con dire. include sarà più rarefatta dell'esterna. VS. ovvero d'altra materia compressibile. ed ascende tanto. VS. che vedendo la cannella messa alla botte. con una sua lettera de 28. e che non potrebbe preponderare giammai. che non la tedierò più. Infonda VS. ne in aria. il metallo descenderebbe tutto purche lo spazio serrato lo potesse capire. vedrà con che impeto l'acqua si muova di sotto all'in su per riemperlo. perche spero. cioè vacuo. Quanto alla seconda. ma se l'aria. da tante miglia d'aria ammassata. che è meno valida dell'altre. ne immerso in acqua. indurrà quella lamina. che io non istarò a tediarla più. la quale di esso corpo non è maggiore. dice che doverebbe esso ancora contrastare con tant'aria. se VS. Fu una volta un filosofo. che VS. che l'esterna. quanta è la mole sua. arrivi ad agguagliare il peso dell'aria premente dall'altra parte. che sia nel medesimo grado di condensazione. solamente si può dire. applichi da se. ancorche il fondo B C non senta più nulla del peso soprapposto dal piombo E in ogni modo patirà il medesimo. che VS. se quell'aria serrata dentro. fin che il peso del metallo sollevato. ma il servitore fece toccarli con mano. sicche l'aria possa uscire. certo è. perche natura de' gravi è di premere in giù. VS. dopo scritta la lettera. che ella tocchi l'argentovivo della catinella. credo. e che si adatta. un boccale tutto nell'acqua. non per lo peso della sfera aerea. poi li buchi il fondo. che sebbene i liquidi gravitano per natura in giù. o quasi vacuo. cioè luoghi tali. che un corpo immerso nell'acqua non contrasta con tutta l'acqua. Quanto alla prima io rispondo. e sia A D caricato sopra dal piombo E che pesi 10000000 libbre. e in questo grado l'argentovivo si sosterrà come prima. Applichi VS. Tengo per superfluo rispondere alle sue tre obbiezioni intorno alla mia fantasia della resistenza apparente nel fare il vacuo. e tagli lo lana compressa. che egli è un corpo fluido.pare come in questi casi si possa agevolmente intendere. e però quella superficie non premuta punto. quando induce la lamina saldata.

e maestro. furono cagione delle molte lettere. e scioglie le sue obbiezioni. per rispondere al P. appunto qual generoso destriero. che per difesa del Torricelli. o se concedono l'esperienza per parto dell'ingegno del Torricelli. l'abbia per certo. e di qui ebbero origine i tanti Problemi. da una tal determinata altezza in su. egli compose. che altri non gli togliesse le sue fatiche. e sia il vaso A pieno d'argentovivo. Acquistò questo virtuoso commercio con molti mattematici di Francia. dalle quali commecche egli ebbe giusto motivo di credere. e non a i pesi assoluti. coll'interna dell'altro fluido dentro al vaso. che passarono dipoi fra il Torricelli. come se avesse fatto l'esperienza. che in un libro da lui allora fatto pubblicare. ed in questi casi ella sa. le lodi. ed il Fermat. alcune delle sue pellegrine speculazioni. sopra il livello inferiore del fluido. aveva fieramente attaccato la sua dottrina. che se le sovviene altro. raddoppia il corso. ma si son volute qui di nuovo riferire. e nel fiore degli anni. se potessi parlarle. della quattordicesima parte in circa dell'altezza. Io l'assicuro. Cavalieri. e più s'avanza. che aveva già composto il P. e giustamente apprezzatele. per assicurarsi. ne' Dialoghi. da se medesima potrà sciorre ogni difficoltà. che è la base. Francesco Nicerone. ed il principio d'una gran parte della filosofia naturale. l'argentovivo non salirà fino ad F. non si saziando giammai di sempre nuove. ed il Verdus. e questo VS. o tacciono il nome del suo vero ritrovatore. e il P. come si raccoglie agevolmente da quelle lettere. come ancora l'altre che di là aveva ricevuto. che era stato suo amico. fino che l'altezza del livello nel tubo. all'equilibrio delle pressioni. Quelle due lettere del Torricelli colle quali dà notizia al Ricci dell'esperienza dell'argentovivo. sia alto un braccio solo. pesante. come sta dipinto. perchè qua se ne son pensate molte. e preziose gioje. e tutte si sciolgono. ed ammirabili verità andare investigando nella Natura. che oltre alle stampate l'anno 1644. dunque quel braccio solo di metallo. che sentendo tra via un indistinto alto rumore d'applausi. che si equilibrano fra di loro. e compressa. e aperto in D. tentano poi destramente d'ascrivere a se stessi l'investigamento della ragione. fu da lui insieme coll'invenzione discoperta. ed alle gravità in specie. ma se immergerò detto strumento nell'acqua fino al segno F. non contrasta con altrettanta acqua. che alcuno di quei letterati avesse avuto in mente d'arrogarsi i suoi ritrovamenti. ed il Roberual. affinche possano una volta restar persuasi. e quegli de' quali avendone già trovate le dimostrazioni. in altezze perpendicolari. In questi nobilissimi. tanto quelle che egli aveva scritto in Francia. e pungenti per seguitare con forte animo. e giovevoli studi impiegato il Torricelli. sotto nome di Timauro Anziate scrisse a i Filaleti. come fluida. certo è che il metallo salirà nel tubo fino al suo livello E. conciossiache egli fu il primo. che poi vedute da quei vivaci spiriti de' mattematici Francesi. che l'acqua F sia alta quattordici braccia. ma con tutta l'altezza d'acqua.vaso A col tubo B C D congiunto. quali care. ed il Carcavj. reciprocamente proporzionali alle loro gravità in ispecie. che proposti da varj letterati di Francia egli sciolse. col quale aveva fatto conoscenza in Roma. Ma ho forse detto troppo. gli servivano d'acuti stimoli. che da per tutto venivano date alla sua virtù. ed il metallo nel tubo E D. di cui abbiamo ragionato. Quindi ne vennero le tante Opere geometriche. che averà l'acqua F sopra il livello del vaso A. aveva stabilito di dare alle stampe tutte queste lettere. nella virtuosa incominciata carriera. e più. Guldini. e grossezze de' solidi. ma solo tanto. Ora qui si vede che si può dar caso. sopraggiugnendo 14 . per mezzo del P. forse ella resterebbe appagata meglio. ma solo alle perpendicolari. ed F. che mentovando questo ingegnosissimo esperimento. Mersenno. che non si guarda alle larghezze. la quale. cioè dell'esterna dell'aria. ad essi egli propose. avanzi il livello del vaso A. questo Padre facendo grande stima del sapere del Torricelli al suo ritorno in Francia portò seco. e quelli spacciare per frutti del proprio intendimento. furono già riportate dall'eruditissimo Carlo Dati in quella lettera. a cui sovvenne d'attribuire la cagione del votarsi de' vasi. e di fare inserire alcune delle sue dimostrazioni. che è tra A. e convinti coloro. Ma nel più bel corso di così riguardevoli gloriose operazioni.

Hyperbolarumque in infinitam distantiam abeuntium. EVANGELISTA TORRICELLIUS FAVENTINUS. si è creduto. che s'avesse riguardo a pubblicare. ben conosciute. e in una lamina di piombo. quanto acerba. vi fu intagliata la seguente inscrizione. e devoto Cattolico si conviene.improvvisa la morte. è stato ancora con onori. posta nella cassa dove fu chiuso il cadavero. e premurose occupazioni distratto. celebrato. che a comporre questo Trattato l'aveano indotto. ha fatto pompa maggiore. e recondita cognizione degli arcani misteri della Natura. e dolorosa riuscisse a tutti i buoni. si mandassero a Bologna al P. rendè placidamente l'anima al suo Creatore. per la facilità nel dimostrare. Onde essendo rimasi talmente occulti. e gravi. al Divino volere. OBIJT VIII KAL: NOVEMBRIS ANNO SALUTIS MDCXLVII ÆTATIS SUÆ XXXIX Agevol cosa è il comprendere. munito di tutti quegli ajuti sptrituali. dove delle sue maravigliose opere. Riuscì principalmente funesta la perdita d'un così insigne Letterato in Firenze. ordinò che Vincenzio Viviani avesse quella cura degli scritti del morto Torricelli. e per una vastissima. Ma il Gran Duca Ferdinando II. chiarissimo. aveva posto nella Prefazione del suo Trattato delle Proporzioni. Prima di morire fece Testamento nel quale lasciò. per la profondità della dottrina. prende occasione di parlare d'una gran parte dell'opere sue. Cavalieri. che Santa Chiesa pietosissima Madre. e compiti. che fossero rimasi dopo la sua morte. Spiralium plura genera. a' 25. che tutti i suoi scritti. ed è stata l'ampio teatro. poco dopo al Torricelli passò anch'egli all'altra vita. quanto che il Torricelli istesso poco avanti di morire. fino a che in tempo migliore. Indecorum videbitur maxima Geometriæ opera præ manibus habentem. che da tali intendentissimi revisori. sed genio. che supponendo egli. da molte. & Auditorum meorum. e con sollecitudine. non necessitati dabitur. a pro di coloro. per comun vantaggio. lo che si fa ora tanto più volentieri. e con rassegnazione umilissima. che egli al Cavalieri. Lineæ autem novæ vocantur. non giungano alla per fine a poter avergli interi. ma avvengache intorno al riordinamento di questi scritti. e dove essendo state le sue eccelse prerogative. contuttociò per molte. e con premi. con prestezza. raccolti. avvengache non di tutte. Buonaventura Cavalieri. Sed jam testatus sum breve hoc opus egestati me dedisse. cum elementaribus hisce tyrociniis in medium prodire. che si richiede per la stampa. siccome appunto il Viviani medesimo nel Diporto Geometrico riferisce. a riportare i meritati encomi. in questa guisa. che l'opere sue non sarebbero potute essere per varie cagioni così presto stampate. e poi renduti pubblici colle stampe quelli. na andassero per universale benefizio. e quindi a Roma a Michelagnolo Ricci. l'avere almeno un ragguaglio distinto. aveva lasciata. ET PHILOSOPHUS. ne fossero stati giudicati meritevoli. in che cosa consistano gli scritti lasciati dal Torricelli dopo la sua morte. e Michelagnolo Ricci. in età di trenta nove anni. la quale si puote chiamare a buona ragione sua patria. quale a pio. che era stato fatto da lui per render più chiaro il quinto libro d'Euclide. MAGNI DUCIS ETRURIÆ MATHEMATICHUS. ed al Ricci. perchè il P. de' giusti motivi. in pochi giorni di malattia. Lorenzo. Logarithmicæ. e giuste ragioni. non potè eseguire il nobil pensiero. per la chiarezza nello spiegare altissimi concetti. Posthac liber de Lineis Novis. non potè applicar l'animo a sì fatta materia. d'Ottobre dell'anno 1647. meraviglioso. e spezialmente ordinò. ed in un solo volume. ne' quali egli con franchezza propria del suo grand'animo. con attenta diligenza s'affaticasse. Non fu mandata al bramato effetto questa lodevole disposizione. l'ha però allevato. nel quale per far consapevoli i Lettori. nell'istesso anno 1647. si pubblicasse almeno l'indice di esse. vedendo estinto un uomo. il quale egli medesimo. il Viviani in varj tempi. tutte le lettere che erano passate fra esso. che non sono stati ne pur veduti giammai. & meæ. e diligente. acciò fossero da essi maturamente considerati. che le singolari opere di così eccellente uomo. nel maggior vigore degli anni più freschi. da i conoscitori della virtù. egli nutriva nell'animo. che di condurli a quell'ultima perfezione. poiche se ella non lo diede la prima alla luce. ed arricchito. lasciò detto a chi gli assisteva. che si ritrovano in quel dubbio passo ha lautamente ordinati. che riuscirà grato agli amatori del vero. Cycloidales. e comodo de' suoi scolari. e nudrito. ed i Mattematici Francesi. per utilità. & volentium. atque aliæ 15 . la trista novella della morte del Torricelli. non istessero nascose. desideroso. per la grandezza dell'inventiva. Il suo corpo fu seppellito nell'insigne Collegiata di S. Parabolarum infinitæ species.

la quale dopo aver veduta. antiquis penitus ignotæ. omniumque etiam tam planorum. Prædicta omnia. trianguli tamen a tangente facti duplum esse. figurarumque accuratam descriptionem excruciari. fra l'altre vi è quella del centro della gravità della medesima Cicloide. Excipio tamen Parabolarum definitionem. quæ ab omnibus Europæ partibus expetuntur. solidæque ab Hyperbolis genitæ figuræ. duplici ratione demonstrantur. sed etiam de omnibus reliquis Algebræ dignitatibus. demonstrabimus spatium licet in infinitam longitudinem abeat. solida tam circa axem. ed i letterati Francesi. coni tamen ab eodem tangentis triangulo facti sesquialterum esse. & similia ostendemus. quadratis. planaæ. jamdiu maturum. solidorumque centra gravitatis. & circa alias lineas tamquam axes revoluta. hoc est super basi. quam circa basim. habita plerunque ratione. tangentes modis totidem. solidorumque dimensiones. erano passate fra esso.lineæ. quæ a tangente secatur Archimedeo more. circa asymptoton revolutorum. & mensuræ. immo etiam demonstrationum aliquam partem. quam circa Theorematum dispositionem. Di quì avvenne. era stata da loro ancora ritrovata. altri studj egli aveva raccolto. per unire queste ancora all'altre sue maravigliose. hoc est quam rationem habeant ad arcum circuli recta quædam linea. & alia id generis. ed aver tardato due anni interi a rispondere a quella lettera. Insuper ostendetur unamquamque lineam spiralem. ed altre speculazioni aveva poste insieme. che ne era stata l'apportatrice. quas & ob unicam asyptoton semihyperbolas vocamus. tradidi per manus amicorum in Italia. onde fu da essi instantemente ricercato a mandarne la dimostrazione. Quin etiam tangentes. quemadmodum ab antiquis factum est. suæ tangenti æqualem esse. licet ex infinitis numero revolutionibus constet. Aggiunte a quel che aveva stampato della Cicloide l'anno 1644. quinque modis. & more Veterum. In Hyperbolis dabuntur planorum quadraturæ. e che avevano in ciò prevenuto il Torricelli. tum secundum extensionem. Hæc. At solidum ab eadem figura genitum. ad unumquodque punctum Hyperbolarum ducentur. Præterea tangentes. linearum curvarum tangentes. cubisque. cuidam triangulo isosceli æquale demonstrabitur. arrecò non piccola maraviglia a quei famosi Geometri. quæ sola voluptati esse potest. quando quæcunque radiorum dignitates fuerint. sine omnino careant. Interea præstat circa vitra ad usum Telescopij potius laborare. dabuntur quadratura omnium ad circuli sectorem relatarum. che si ritrovano in questo catalogo. planorum. che questa dimostrazione stessa. che per mettere in chiaro la verità. molte dimostrazioni sopra la stessa materia. quam solidorum parabolicorum centra gravitatis. Non deerunt infinitæ spatiorum quadraturæ. ma sopraggiunto dalla morte non potè mandare ad effetto quello. Oltre all'Opere. & quod mirum est. In Spiralibus. antequam ad suum centrum perveniat. vi ebbe fra di loro chi si fece animo di scrivere. ostendetur ipsam spiralium lineam. ut quæcunque dignitates temporum. De omnibus novis lineis Definitiones. che fu il Teorema. non solum de lineis. ipsa etiam spiralis linea æqualis apparebit. ed illustri fatiche. quam ego non Dedi. licet sine fine longum. quamvis secundum longitudinem. che il Torricelli pose nella Prefazione del piccolo Trattato delle Proporzioni. temporibus æqualibus in geometrica ratione procedunt. ut plurimum. che divide l'Asse in proporzione di otto. Prodibit aliquando opus. Spatium vero etsi infinitis numero revolutionibus componatur. & ultra montes. solidorum rotundorum dimensiones. demonstrabuntur solida quædam hyperbolica exiguo cylindro æqualia. quamquam infinitæ latitudinis sint. che mandato in Francia colla sola enunciazione. che come già abbiamo narrato. Per questa cagione si risolvè di dare alle stampe tutte le lettere. cujus trianguli lateribus. Enunciationesque Theorematum fere omnium. colle quali altre proprietà di questa linea fece manifeste. peracta scilicet inventione. che ritrovò. In Logarithmicis vere lineis. che vedendo 16 . hoc est per novam Indivisibilium Geometriam. cuidam linaæ parabolicæ æqualem esse. aveva egli saggiamente nell'animo suo divisato. sed accepi. cum etiam secundum quantitatem infinitam constituantur. a cinque. In Parabolis dabuntur quadraturæ omnium. In Spiralibus vero quarum radii. volente Deo.

Vi è una risposta a Tommaso Bianchi Inglese. applicando il Problema anche all'Ellisse. che erano passati vicendevolmente fra esso. e coll'autentica testimonianza d'uomini. si vide alle stampe un piccolo libro dell'istoria Cicloidale. Fu questo metodo degl'Indivisibili trovato già dal Galileo. che come abbiamo riferito. e la sola notizia. le sezzioni opposte. che da esso non fu subito sciolto. che per così breve tempo glele lasciò vedere. nel quale con mal fondati argumenti viene intaccata la dottrina. Dato un triangolo del quale ciaschedun angolo sia minore di 120. e prosuntuoso poco dopo la morte del Torricelli. e la fama del Torricelli. ne lasciò l'incumbenza al P. la loro somma sia la minima. che non sieno in diritto. & Minimis alla proposizione 94. ed in questa risposta al Bianchi. il ripose. ovvero de' bicchieri geometrici. perciò dal silenzio fatto ardito. nella quale con copia di ragioni. che maestrevolmente l'adoperò. e mal detti altrui rintuzzando il difese. fa chiaro vedere gli abbagli presi dall'Autore dell'istoria Cicloidale. e la verità. che era riuscito impunemente l'arrogarsi il primato nello scioglimento di tal Problema. insieme forse colle lettere da noi poco dianzi mentovate. Dati tre punti. in cui coll'istesse notizie messe fuori da quello nella sua lettera. che mosse il Groningio a scrivere un erudita Dissertazione. e l'inserì dipoi nell'appendice. il che non par fatto ad altro oggetto. che obbligò Carlo Dati a rispondere a questa storia con quella lettera. Vi ha un altro Trattato del centro di gravità del settore del cerchio. e degli Indivisibili vien dimostrato. non avendo avuto agio di porlo insieme. allorche questo religioso si ritrovava in Firenze. i biasimi. di tuttociò. L'altro Problema del Fermat. e da Marino Ghetaldo. l'aggregato di esse sia il minimo. del quale egli aveva anche avuto in mente di scriverne un Trattato. che il dato. le curve formano il concavo. se non per dar contro alla dottrina degli Indivisibili. & Minimis. fatto da una parte del diametro. o ellittica. per sapere. che la soluzione fattane dal Fermat per via di luoghi solidi procedeva. che come si puote agevolmente vedere. nel quale fu dipoi singolare il Torricelli. nel quale maneggia la stessa materia. gradi. sono questi. per via di luoghi piani. siccome parimente fece di questo ancora il Viviani. ritrovare un altro punto. ma dipoi riflettendo. Dato un mezzo circolo trovare il massimo rettangolo. Trovasi ancora fra gli scritti. in tre diverse maniere lo dimostrò e indi lo propose al Viviani colla stessa limitazione in questa forma. è la sezzione ed il convesso lo fanno gli asintoti. de' quali il piede è il suo solido parabolico infinito. come si trova presso a Pappo Alessandrino nel settimo libro delle Collezioni mattematiche. e da lui posto in uso. trovare un punto. illustrò l'istoria della Cicloide. ed il convesso. con evidenza di fatti incontrastabili. e poi tradotto nella Latina. la coppa è iperbolica. che son quelli. Un altro de' solidi vasiformi. e questo novello metodo nella sua Geometria degl'Indivisibili con profondità convenevole al suo nobile intendimento spiegò. che come abbiamo già detto. incontrava molti oppositori. il primo. il quale ampiamente lo sciolse. dell'iperbolica il concavo. Fu questa lodevole impresa del Dati con tanto applauso ricevuta dagli uomini scienziati. come talora per lo contrario. dal quale tirandosi tre linee rette. il concavo lo costituiscono gli asintoti.alcuno. Di queste due ultime. tre linee rette. e questa Dissertazione si ritrova inserita nel fine del suo libro intitolato Bibliotheca Iuris Gentium. di cui egli sovente fa onorevole ricordanza. che propose il Fermat al Torricelli. che egli era Problema determinato. con maniera propria di sua rara eloquenza abbondevolmente difende. egli scrisse a i Filaleti. e la riputazione del Torricelli. che essendo allora nascente. in gran copia lasciò il Torricelli. dal quale tirando a i predetti tre punti. del trattato del Torricelli della dimensione della parabola. e amicissimo del Torricelli. il Torricelli lo sciolse subito. A Tommaso Bianchi rispose ancora Antonio Nardi illustre Mattematico. che era passato fra i letterati di Francia. solidi a foggia di bicchiere. ed i Mathematici Francesi. sotto nome di Timauro Anziate. che oppone al Lemma 20. in una sua 17 . che trattò Apollonio nell'opera sotto il medesimo titolo. ma dalla copia de' suoi nuovi. fu mostrato al Torricelli dal P. e fu stampata in Firenze l'anno 1663. o parabolica. o perpendicolare. Mersenno. Lasciò ancora il Torricelli una raccolta di quei Problemi. e fece a tutti palese. che con lode grandissima la sostenne. sicche non potè ritrarne altro. ed il Torricelli. e per bontà riguardevolissimi. che col metodo degli Antichi. fra i quali vi sono quei due. e maneggiata anche dal Vieta. prima in lingua Francese. e dall'applicata. Cavalieri suo scolare. un Trattato de Tactionibus. aveva in animo di stampare. ed il convesso. e in chiara luce lo sospinse. che nell'accennato libro de Maximis. ben consapevoli. e mirabili scoprimenti soprafratto. siccome di tutte le cose nuove addiviene. a i suoi libri de Maximis.

e belle speculazioni. per render manifesto. 18 . e ci vedremo. che il Bianchi non ne sia il vero autore. che egli in quella adunanza doveva spiegare questa nobile disciplina. e sono appunto queste. Basta se il caso succederà passerò per Firenze. ma che egli non l'aveva vedute giammai. ma per finirlo. e della proporzione co' loro cerchi. ch'io sia chiamato a Venezia. che in diversi tempi. che ella va ritrovando in questa materia d'acque. del Serenissimo Gran Duca nostro Sig. che la forza della percossa fosse infinita. aggiunte alcune Lezioni Accademiche. che nel presente volume si son raccolte. dimodoche il medesimo Padre nel 1642. che mentre si scrivono queste cose sono sotto il torchio. Io averei bisogno estremo d'esser con VS. Libreria dell'A. ne pur minima. Castelli suo maestro. e riputato Scrittore. Come piacendo a Dio. R. atta a dimostrare. sapendo quanto pregevoli fossero le cose osservate dal Torricelli in tal maniera gli scrisse. egli aveva raccolto. e di solidi.opera. non già per istamparlo adesso. quando nell'Opere del Galileo. che aveva udito dire essere state fatte dal Torricelli. che sopra tal materia scrisse al Fermat Kenelmo Digby. che le tre Lezioni fatte nell'Accademia della Crusca sopra la forza della percossa. potendosi argomentare dalla sceltezza. che la materia supera la mia debolezza. Ab. che nel fine della quarta giornata del Dialogo del Moto promette di voler fare. che fra gli scritti del defunto Galileo. che di questi Dialoghi fosse stato il compilatore. e perfezione dell'altre opere. sarebbero stati di straordinario vantaggio. perche io penso d'ornare il mio libro col nome. intorno alla quale aveva egli conseguito cognizioni lontane da' comunali concetti. Aveva ancora molte osservazioni intorno all'acque correnti. di poligoni. al secondo libro del quale aveva aggiunto molte. di cilindri. ed affanni gloriosi. A questi Trattati geometrici. e d'altri solidi. e di più vedo il campo aperto per scoprimenti maggiori. si son perduti. son quelle. asserisce. per dare l'ultima mano al secondo libro della misura dell'acque correnti. che manoscritta si conserva nella copiosa. in cui egli era meritamente annoverato. dirò a bocca. che oltre a quegli. per l'importanza della materia. l'altre due dell'Architettura militare furono fatte nell'Accademia del Disegno. dopo le due già promosse. poiché ciò si raccoglie manifestamente da una lettera. come spero. e per la sua novità pellegrine e ammirande.. che ne' discorsi familiari avuti col Galileo sopra tal materia. Mi pare d'avere scoperto una mano di cose totalmente incognite. VS tenga conto delle cose. di piani. ne fra le memorie lasciate agli amici suoi. de' massimi. e varie misure di coni. e in varie congiunture compose. e di grandissimo momento. nelle quali egli si protesta altamente di palesare a quei virtuosi Accademici. e coll'opere di VS. occorrendo. vi sarà fra l'altre un Dialogo della forza della percossa. che abbiamo di suo. e di teoremi raccolti in vari fogli. nel qual luogo quanto giustamente il Borelli affermi. che ad esso averebbero novella gloria acquistato. e l'ultima ad una privata festevole conversazione d'amici la recitò. non si sa per qual sinistro avvenimento. Le prime otto furono da lui recitate nell'Accademia della Crusca. il suo felice ingegno sempre inteso a intraprendere imprese magnanime. quella in lode delle Mattematiche fu detta nello studio Fiorentino. È cosa degna d'essere avvertita da chi legge. la quadratura della parabola. e de' minimi. sono rimasi del Torricelli. ma conosco. e nel tempo. de' quali non vi ha dubbio. la dottrina. e meglio si palesarà. e agli altri. che egli avesse pensato a ciò. nella quale il Nardi con forti ragioni impugna il secondo de' Dialoghi pubblicati dal Bianchi. e del Moto. senza ordine veruno. Ma questi studj del Torricelli. ed alcuni semplicemente accennati. vi è qualche cosa degl'Indivisibili. da queste Lezioni del Torricelli si potrà con agevolezza riconoscere. ne finora si son potuti in parte alcuna ritrovare: lo che è stato senza alcun contrasto di gravissimo danno. che questi ancora facessero ritratto di così valoroso. supposte solamente le tangenti. che esso vivente furono stampati. le quali aveva fatte coll'occasione d'una visita ordinatagli dal Gran Duca nelle Chiane. che il Galileo voleva aggiugnere agli altri due delle Meccaniche. quando fu dichiarato pubblico Lettore di esse. che intitolò Scene Accademiche. e doveva servire come una terza scienza. in termine di poterlo stampare. coll'occasione. che di continuo teneva per le mani il Trattato della misura dell'acque correnti del P. che Alfonso Borelli nel suo dottissimo libro della forza della percossa. non si sia ritrovato cosa veruna. sotto nome di Tommaso Inglese. Oltre a tutti questi Trattati de' quali abbiamo fatta menzione vi ha fra gli scritti lasciati dal Torricelli una gran copia di Problemi. che da alcuni era stato creduto.

alla memoria del celebre Torricelli. che quegli avventurosi spiriti. che per entro queste Lezioni Accademiche si ritrova. che debba riuscir grato il vederle tratte una volta da quelle tenebre. che le leggeranno. 19 . dove sono state fino ad ora racchiuse. e lo stile. e mossi da un esempio così chiaro. ed illustre.Il gran nome d'Evangelista Torricelli. e delle sublimi scienze. rendano un nuovo tributo d'onoranza. fra i giusti ammiratori della virtù di chiarissimo suono. danno giusto motivo di sperare. si sentano invitati a seguitare con lieto animo nel coltivamento delle bell'Arti. e di lode. che a' buon tempi fioria. e l'erudizione. e la dottrina. e che debbano esser valevoli a far sì.

Adì 10. si dà facoltà. riveduta a forma della Legge prescritta dalla Generale Adunanza dell'Anno 1705. che l'Innominato Evangelista Torricelli si possa denominare nella pubblicazione di detta sua Opera. non abbiamo in essa osservati errori di Lingua. intitolata Lezioni Accademiche ec. L'innominato Dottore Giuseppe Averani L'innominato Padre Don Guido Grandi L'Aspro L'innominato Benedetto Bresciani Censori dell'Accademia della Crusca Deputati Attesa la sopraddetta relazione. Accademico della Crusca L'Innominato Antonio del Rosso Arciconsolo. la seguente Opera dell'Innominato Evangelista Torricelli. e Deputati. di Febbraio 1715. 20 . Noi appiè sottoscritti Censori.

e quanto più per l'inabilità dell'ingegno. se in questo giorno prendo il possesso d'un'onore desiderato da' sapienti. e fin che avrò spirito. sia stato ammesso nel consorzio di questo gloriosissimo Collegio. entro in un Teatro. che per nativo privilegio suole andar sciolta dalle leggi. familiare la sapienza. ed invidiabile dalla posterità. che dalla mia debolezza possa offerirsi a i meriti vostri. merita bene d'esser compassionata nella ricompensa de' benefizi. nutrirò sempre la debita osservanza verso i miei benignissimi. mi stimo sciolto dalla speranza d'opere gloriose. dentro la quale si racchiude l'Imperio delle Lettere. tutte quelle Nazioni. ma non già assoluta dal rendimento delle grazie. e l'abbondanza delle imperfezioni. Spaventato da tante perfezioni. l'industrie son usanze. So che la gentilezza d'animi virtuosi. permettendomi che ne' difetti dell'opere. L'immensità degli obblighi miei verso l'Altezza Vostra Serenissimo Principe. Considero solamente che io non ostante la scarsezza de' meriti. dove l'esquisitezze son consuetudini. e compiacetevi che questo sia il ringraziamento. sopra le quali si estende l'uso del discorso. ma però è facile da argomentarsi. dove ereditaria è l'erudizione. e de i Monarchi. è la volontà. che l'ossequio verso questo onoratissimo Congresso. la perspicacia è naturalezza. è difficile da comprendersi. e per soddisfazione della propria magnanimità: però mi persuado. Accettatela. che resterete appagati. la cui potenza litteraria abbraccia colla giurisdizione delle leggi. e Virtuosi Accademici. anzi pur l'unico olocausto. altrettanto per la grandezza del beneficio ricevuto. mi giudico sottoposto all'obbligo del ringraziamento. e sconcertate parole: tale per appunto suole esser la ricompensa colla quale si accettano i benefizi del Cielo. nel cui foro si giudicano i pretendenti dell'immortalità. e delle Scienze. diffonde le grazie per inclinazione di genio. e qual frutto potrò io giammai sperare dalla mia sterilità. Prendo però animo oggi di comparire nel cospetto di questa famosissima Adunanza. solo col tributo di poche. LEZIONE PRIMA. e colla diffusione de' giudizi. e consecrato all'eternità] tu ti compiacesti di scrivere il mio nome nel ruolo della fama ed ammettermi a parte della tua gloria: che poss'io fare per corrispondere con atti di gratitudine proporzionata a beneficenza tanto eccessiva? Mi protesto che in me mancherà prima la vita. possa supplire la pienezza del desiderio. che sia degno d'esser esposto a gli occhi più che lincei di questo gran tribunale? Tribunale. 21 . e spontanei benefattori. e verso di voi Degnissimo Arciconsolo. L'impotenza. Il massimo. e l'abbondanza della divozione. Vivo in una Patria. ed ascritto per familiare di questa Corte. CRUSCA [nome benemerito dell'Universo.LEZIONI ACCADEMICHE DI EVANGELISTA TORRICELLI RINGRAZIAMENTO Agli Accademici della Crusca quando da essi fu ammesso nella loro Accademia. domestica la virtù.

miracoli più maravigliosi d'ogni altro dovranno stimarsi gli effetti di quella facoltà. ch'egli avesse fermo concetto nell'animo. e che multiplicato non possa romper la tavola. Finisco supplicando l'Onnipotenza Divina a prosperar sempre più questa Virtuosissima Adunanza. ed a voi Virtuosissimi Accademici dell'onoranza che m'avete conferito. La Libra. si stimano miracoli. LEZIONE SECONDA. che in ciascuno istante del tempo che 22 . e che con questo momento di libbre cento. cioè una l'esperienza di certi archi con cui s'ingegnava di dimostrare l'immensità di detta forza. che universalmente si chiama Meccanica. e per ornamento della Cristianità. È dunque manifesto. e l'Argano sono macchine già note al mondo. Ma la Vite. che sia bastante per romperla. E per segno d'obbedienza. e per cortesia della CRUSCA gli alimenti della gloria. cioè C HE L'ENERGIA DELLA PERCOSSA DEBBA ESSERE I NFINITA. per rompere il piano sottoposto. i Piani inclinati. che la forza della Percossa fosse infinita. si vedono sopra i libri de i Filosofi. La forza poi della Percossa (sopra la quale faremo questo discorso) porta a mio giudizio nella scena delle maraviglie la corona del principato. preso il medesimo tema del sagacissimo Vecchio. DELLA FORZA DELLA PERCOSSA. non solo per l'operazioni stupende che fanno. già era certo. la quale per essere spezzata. il Cuneo. gravita egli non solamente adesso. ma graviterà sempre uniformemente sopra il piano a lui sottoposto. che il momento.ed il benefizio della favella. Io godo per munificenza della Regia Toscana i sussidj della vita. come supponemmo. e il più astruso fra tutti gli arcani della Natura. il cui nome vola per l'Universo. che di publicare i frammenti de' rimasi suoi scritti. ma anco per l'occultazione delle cause onde derivano. Se la fortuna non avesse invidiato la gloria di questo scoprimento al nostro secolo. S'egli è vero il detto del Filosofo. ed a multiplicare i progressi di questa Città. per se solo sarebbe come nulla. Se un'altro grave che pesi solamente libbre cento. e due fra l'altre. o vogliamo dire attività di cotal grave. tanto più volentieri. poiche a questo effetto vi vogliono non cento. e di devozione esporrò oggi questi pensieri al purgatissimo giudizio di così dotta Accademia. per terror de' Barbari. Maravigliosi dico. senza forza di percossa alcuna. che la Virtù. la Leva. per dare a divedere che in voi regna non meno l'amorevolezza. che pesi non meno di mille libbre. ricerchi d'aver sopra di se un grave quiescente. Serenissimo Principe. ma mille libbre di peso. non avrà per certo forza tale. anzi s'afferma ch'egli è cento libbre. Rendo però umilissime grazie all'Altezza Vostra Serenissimo Principe. che il famosissimo Galileo lavorava questa gioja per arricchirne il monile della Toscana Filosofia. e da' suoi ragionamenti familiari si raccoglievano intorno alla Percossa. che dimostrate con ragioni. Questa per esser la più efficace fra tutte le invenzioni della Meccanica. quant'io mi persuado. che quelle operazioni della natura. è forse il più recondito. e divulgate nel teatro della fama colle dimostrazioni del sapiente di Siracusa. Io mosso dalla curiosità della materia. che anco l'istesso Galileo s'appagherebbe piuttosto di questa sola udienza. in tal maniera però. anderò colla tardità del mio ingegno rintracciando qualche vestigio di questa cognizione. Non si nega. Sottopongasi alla nostra contemplazione una tavola di marmo. e forse anco le Taglie. Virtuosissimi Accademici. delle quali non sappiamo le cause. Molte cose nondimeno da' suoi scritti. dall'autorità della quale escono nel Mondo gli editti inviolabili della letteratura. e de i Mattematici piuttosto dichiarate con discorsi. Degnissimo Arciconsolo. sarà posto quiescente sopra la medesima tavola. che il momento di tal grave non sia cento libbre com'egli è. l'altra erano gli epiteti iperbolici co' quali dava manifestamente a divedere.

va continuamente corrispondendo al grave premente con momento di resistenza. Ma fin tanto che egli poserà sopra un corpo. che è come mille. per dir così. ovvero se noi potessimo racchiudere in una sola tutta la virtù. egli và facendo la sua violenza solamente di cento libbre per volta. Notisi solamente questo a proposito per i momenti della gravità. Il nostro grave produce in ogni istante di tempo una forza di cento libbre. che fa egli. Immaginiamoci. la definizione medesima che il Galileo adduce del moto naturalmente accelerato. adunque in dieci istanti. e si vada conservando l'acqua. i quali con tutta la lor forza. io credo che moltiplicandosi il tempo produttore de' momenti. e si aggregheranno insieme. Certa cosa è. vedendosi che i gravi dopo le 23 . adunque ancorche il grave posasse. Che ciò sia vero. che lo sostenga. si può considerare l'istesso grave posto sopra la bilancia. che una sola botte d'acqua per ora. Dall'altra parte poi il marmo sottoposto. sicche ci muovessimo ne pure un passo dalla nostra primiera positura. e per conseguenza generare dieci di quei suoi momenti. e nell'istesso modo lo sforzo. e sarebbe appunto tale. adunque dovrò io disperare in tutto. che in questa stanza sieno trenta uomini. ma trovo. che sia. di Santa Croce. tutti uniti a far loro resistenza. che se noi coll'imaginazione segneremo nel tempo corrente qualsivoglia istante. gli uccide tutti successivamente un dopo l'altro. noi siamo sempre trenta contro uno. la precedente è già svanita. che continuamente scaturisce. Mi dichiaro coll'esempio. non sarà mai possibile di aver l'aggregato delle forze. non come cento. operando sempre solitariamente senza moltiplicarsi. e del moto accelerato. in quella stessa occhiata egli gravita colla sua forza totale di cento libbre. Ma senza più tediosa prolissità. non ajuterà punto il suo successore. ed insieme trovando qualche modo di conservare i momenti prodotti dal tempo. e l'istesso accrescimento di forza. ne più ne meno. dalla quale continuamente scaturiscono momenti di peso. una palla. noi avremmo l'istesso effetto. ne anco in tempo infinito. averemmo una forza di mille libbre unite insieme. che così si potranno avere le cento botti dell'acqua desiderata. sarebbero giammai bastanti a forzare noi trenta. che fosse superabile da mille libbre) esso marmo resterebbe rotto. che possa poi quand'ella ricaderà all'ingiù dimorar per l'aria dieci istanti di tempo. che in quell'istante segnato. per esempio. mentre quelli vanno applicando le lor forze uno per volta. si fa un contrasto disuguale. che posandola sopra quel marmo (la cui resistenza supponemmo. e se noi pigliassimo dieci palle eguali ad essa tutte insieme. proverà che non passa giammai alcuno istante di tempo. produrrà dieci di quelle forze di cento libbre l'una. che è cento libbre. che vi fu posato sopra. e collo sforzo suo dà il tratto all'Asta. o momento nasce. ma ne anco tutte le generazioni de' secoli. Aprasi la scaturigine della gravità. basta per isvelare questo arcano della Natura. alla tavola di marmo. una premuta verso il centro della terra con forza di libbre cento. che desideriamo. tutte insieme. dia una stratta all'altro capo dell'Asta. la quale con forza di cento libbre prema continuamente sopra la tavola del marmo sottoposto: benche il momento per se stesso della palla pesante. che detti momenti si conserveranno. e tutta l'attività delle dette dieci palle. per così dire. poiche subito quando la seconda forza. Aspettisi cent'ore. la forza che prima di lui aveva fatta il suo antecessore. di poter mai conseguire le cento botti d'acqua di quella fontana? certo che no. Ma ritorniamo al grave quiescente. in che nascono detti momenti. e premesse eternamente sopra il marmo. e una repugnanza di mille. passino in ordinanza tutti gli uomini dell'Europa uno dopo l'altro. tra una forza di cento. che egli fece nel primo punto del tempo. tengano unitamente il capo d'un'Asta. e serva per esempio. La gravità ne i corpi naturali è una fontana. E di ciò la cagione è manifestissima. che quando passa il secondo traente per la strada. sempre troveremo. Sollevisi la palla grave in alto. che in qualunque occhiata io riguarderò detto grave. in ciascuno istante del tempo che corre. è stata estinta dalla contrarietà repugnante del piano sottoposo. che in esso il grave non generi. Ora senza multiplicar la materia. che un solo per volta nel passare. che quella fonte non dà più. intorno alla forza della Percossa. quanto a romperlo. o per dir meglio. E se alcuno se lo ponesse sopra di una mano. più di quel tanto. che non solo tutti i popoli dell'Europa. credo che ognuno concederà. non farà mai cosa alcuna. se però si potranno conservare. non basti a superar l'impedimento della tavola. io dico.continuamente scorre. in dieci tempi brevissimi. il quale nel medesimo tempo. ma come mille. Ciò è manifesto per l'esperienza continua de' gravi cadenti. ma però in tal modo. Io ho bisogno di cento botti d'acqua della fontana. e per tutto. e che per quella strada là fuori. non è più d'alcun giovamento a lui. e per così dire. in maniera tale. Quindi è.

vedendosi. Prima non è possibil mai. Col medesimo progresso s'inferirebbe aver forza maggiore di mille. fa sopra qualche resistente effetto molto maggiore di quello che averebbe fatto s'ella vi si fosse posata quiescente. È poi chiaro per la definizione del moto accelerato del Galileo. estingueva tutti i predetti momenti. ed ultima particella di tutto il tempo diviso. Il grave dunque. fare effetto infinito. Faenza-Montanari. ma le forze moltiplicate. secondo questa supposizione. Quando poi il grave dopo la caduta arriverà alla percossa. le percosse non facciano effetto infinito. almeno di una libbra l'uno. e poi dirò perchè causa penso. nel tempo di qualunque brevissima caduta. ne cento volte. ne dieci. o momento dopo la caduta esser maggiore di qualunque momento. e divisibili. esser rimosso anco l'effetto. ma tempi quanti. Adunque. per esempio. Proverò prima questo demostrativamente senza far menzione di quegli istanti. poiché se quell'ostacolo sottoposto colla continua repugnanza del suo odioso toccamento. e pel discorso fatto fin quì da noi. che un grave cadente possa trattenersi per l'aria. però per necessaria conseguenza la forza d'ogni poca caduta. come chi battesse sopra l'incudine col martello. che la forza di qualunque percossa debba esser infinita. bisognerà che sia terminata. io dico la sua forza. dovrà colla remozione della causa. che non avevano quiescenti. e d'ogni poco peso doverebbe esser infinita. quante ne voleva il marmo unite. e nel fine del terzo tempo averà momento almeno](1) triplicato di quelche aveva quiescente: nel fine poi del centesimo tempo avrà forza almeno centuplicata di quella che aveva nello stato della quiete. ed insieme applicate per restar rotto. Ma se nell'applicargli. fa effetto terminato. Dividasi coll'imaginazione il tempo della sua caduta in più di cento particelle eguali. anderà producendo in ciascuna delle centodieci particelle di tempo un momento. sono infiniti gl'istanti. ma piuttosto alle volte piccolissimo. cioè. poiche se la forza delle percosse fosse infinita. che egli ha dentro di se aggregati insieme. o forza finita. bisognerà che abbia forza maggiore che di cento libbre. i quali potrebbero essere controversi da chi non ammette la dottrina degli Indivisibili. ma sono tratte da "Lezioni accademiche". quando la percossa fosse momentanea. Quì l'obbiezioni son manifeste. dopo la caduta corrispondente alla seconda particella del tempo diviso. che la palla cadente. doverebbe ogni percossa benche piccola. Caschi una palla di ferro la quale di peso sia una libbra sola dall'altezza d'un braccio. non sarà mai vero che un grave cadente possa moltiplicare il momento suo proprio. che saranno equivalenti a libbre mille: tante per appunto. che mentre stava fermo aveva momento d'una libbra. poichè. ne trenta. ora che è levato l'ostacolo. Provandosi dunque che un grave cadente ha forza maggiore di qualunque forza finita. non applicherà più. ed anco spesse volte insensibile. e superato. la semplice forza di cento libbre. Che il momento dopo la caduta sia accresciuto è cosa manifesta per l'esperienza. Allora seguirebbe l'effetto infinito ad ogni benche piccola percossa. Ma le obbiezzioni son più gagliarde che prima. queste non saranno più istanti. Sia dunque per esempio solamente come di cento libbre. ma noi vediamo che qualunque percossa benche grande. come dicemmo. figliuole di dieci istanti. par che seguiti ch'e' si possa dire aver egli forza infinita. che nell'esperienza. Ma anco la ragione lo persuade. e gli conferisse tutti al suo resistente in un solo istante di tempo. come faceva prima. ne trenta. seguiterà bene che (se egli lo multiplica) lo dovrà per forza moltiplicare infinite volte. bisogna (se ciò si può dire) che contenga infiniti istanti. cioè quando il percuziente applicasse tutto quel cumulo di momenti. che sono veramente infiniti. cioè nel punto della percossa. che fa egli più di quello che farebbe se ve lo tenesse fermo? A questo si può risponder così. cioè cento volte maggiore di quel ch'ell'era nello stato della quiete. A questo io rispondo. Ora se la moltiplicazione del suo momento non altrimenti è infinita. averà momento almeno [di due libbre. diviso in centodieci parti. il che è contro tutte l'esperienze. gli applica con Le parole tra parentesi quadra non sono presenti nell'edizione di riferimento. che egli aveva quiescente. cioè forza almeno di cento libbre. e d'un milione. ed accumolando l'un sopra l'altro. e gli anderà conservando in se stesso. ne cento istanti di tempo. Ma nel fine della centodecima. figliuola d'uno istante solo. che il grave cadente. e concedo ogni cosa. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 24 (1) . ne dieci. imperocchè il tempo di qualunque brevissima caduta. Faenza 1919. e sia.cadute hanno maggior forza.

poichè se bene il diamante non potè resistere a quella moltitudine d'impeti accumulati. altrettanta salita per appunto. benche tanto più frale. in brevissimo tempo tutti i suoi momenti moltiplicati. che l'effetto segua infinito. che pesa quattro libbre: quando arriva a dar la percossa. credo certo che non ostante qualsivoglia durezza. quant'era stata la scesa basterà per torgli. Mi pare che potrebbe formarsi una Proposizione così. se io gli sottopongo una mano. per così dire. gli toglieva nel lungo tempo della corsa d'una picca all'insù. Non vedete per la dottrina del medesimo Galileo. la noce nondimeno. grandissima parte della sua forza perderebbe la percossa: poiche col cedere. perchè non può cedere. nel quale si fa l'ammaccatura del ferro. che gli piombarono addosso tutti in un tratto. ed incontrarne pochi per volta per potergli vincere. il resistente non sentirà mai cento momenti di forza tutti insieme. Viene un sasso dalla cima d'una torre. appoco appoco. può esser che l'immensa repugnanza della impermeabilità del ferro. basterà per estinguere il medesimo impeto per infinito che egli sia. Chi per ispezzar la noce la ponesse sul guanciale. non uniti. Questo pare a me che voglia dire. in dieci istanti. ma non per questo dee far effetto infinito. Cade un grave da alto. però sento grandissima. 25 . potrà resistere a tutti i medesimi. e tanto minore proverò la forza della percossa. quando ella col cedere possa dividergli. e questo ritorno si farebbe in altrettanto tempo quanto fu quello della caduta. o momento in se stesso. quanto maggiore sarà il tempo della ceduta. e riportarlo a quel medesimo segno d'altezza dalla quale era partito. il cadente imprime nella mano mia. ma distribuiti. Cade sopra un'incudine dall'altezza d'una picca un martello. insieme colla resistenza dell'ammaccatura. e distribuirà. Immaginiamoci che egli non percuota altrimenti. tutto quell'impeto. Ma chi percuotesse il diamante con il martello d'acciajo temperato (come dicono) a tutta tempera. fusse astretto a ricevere i momenti del colpo quasi tutti assieme. ed estinguergli tutto quell'impeto. sopra un'incudine di simil durezza. Se un grave dopo la caduta da qualsivoglia altezza.qualche spazio di tempo. e col medesimo impeto percuotesse una noce sopra una balla di lana. ma però nullo mai. e dolorosa la percossa. si rivolgerà all'insù. e per così dire. se il lungo tempo del ritorno del martello all'insù colla poca repugnanza di quattro libbre di peso contrario può estinguere quell'impeto infinito. che egli aveva multiplicate nello scendere? Così anco quando egli darà la percossa temporanea. Ma se lo applicherà. cento volte il suo momento. forse non la romperebbe. Mi dichiaro. Chi poi col medesimo martello d'acciajo durissimo. in modo ch'ella possa cedere. anderebbe in polvere. il resistente sentirà una tal violenza come di cento. e col sottrarsi della cosa frangibile. basta per estinguere tutta quella infinità di forze. (come in effetto fa per la dottrina del Galileo) il tempo mille volte minore. io sentirò pochissimo colpo. sia bastante a torgli nel brevissimo tempo nel quale si fa l'ammacatura. e ritirarsi nel pigliare il grave. Se egli nell'atto della percossa applicherà tutto il multiplico delle forze sue in un istante solo. SONO EQUIVALENTI PER ESTINGUERE L'ISTESSO IMPETO. che basta precisamente per ricondurre il grave caduto. che era nell'istesso martello cadente. e si fa che egli in quel tempo vada applicando. ma si rifletta all'insù coll'impeto acquistato senza toccar l'obietto. che la percossa facesse tutto l'effetto suo bisognerebbe che nell'atto del percuotere nessuno de' corpi concorrenti cedesse. che rompeva il diamante. sicche il diamante non potendo cedere. Ricordiamoci. per esempio. e le forze tutte si ricevessero in un solo punto di tempo. che la poca repugnanza di quattro libbre del suo proprio peso in tanto tempo con quanto egli ascende lo spazio d'una picca all'insù. che qualunque grave dopo qualsivoglia caduta ha tanto impeto. I TEMPI PROPORZIONALI RECIPROCAMENTE ALLE RESISTENZE. ne dar tempo alla percossa. i momenti della sua forza. che esso aveva concepito. e moltiplica. egli ha già multiplicato infinite volte il momento del proprio peso. ma il colpo fusse momentaneo. non è più necessario. Per voler dunque. che è mille volte maggiore. si dà tempo al percuziente. anzi può esser minimo. tale appunto quale era la forza. che la poca resistenza di quattro libbre di peso. Ma se cadendo il medesimo grave dall'istessa altezza io lo riceverò colla mano libera per aria. che il Galileo dimostra. e per rompere il diamante lo mettesse sur una tavola di legno. ma si ben dieci per volta. e sotto la mia mano sia un sostegno immobile contiguo ad essa.

le quali interponendosi. Lascierò per un'altra tornata l'altre obbiezzioni. possono appoco appoco estinguerlo con minor lor danno. Se il colpo avesse colto sul muro ignudo. se non perchè l'esperienza ha fatto vedere. Tutte le materie nostre cedono. quanto il suo riparo. ma di metallo. come si sa. il quale col contrasto dell'indiscreta repugnanza. o sei di quei soldati. il ferro con un martello di dieci libbre. e dopo quelli ad altrettanti ancora. quegl'impeti non s'estinguono più. e l'esperienze favorevoli per l'infinità della forza della percossa. che forse l'averò rotta. benche cento volte più grave. che la gravità ne' corpi naturali è una fontana continuamente aperta. o poco.L'antico Orazio non poteva mica in un sol tempo resistere a tutte le squadre armate di Porsena assediatore. e non è necessario che segua infinito l'effetto. Narrano alcuni scrittori. la testa di bronzo. e morti questi poteva forse resistere ad altrettanti. ed applica. di poter estinguere quegli infiniti. ma intanto non ci maraviglieremo se le percosse. e matton cotto. ma tanto essa. o ricevuti. la ragione è chiara: perchè mentre il percuziente arriva a ferire con una estremità. egualmente dura. produce un momento eguale al peso assoluto di detti corpi. avendo forza infinita. va continuamente estinguendo tutti quei generati momenti. e vi si moltiplicano: e però quando i gravi velocitati arrivano a percuotere. Può dunque la forza della percossa essere infinita. in quel poco. e volessero smorzarlo in un tratto quasi momentaneo. non di legno. ed a salvar la muraglia dalle offese. tutti gl'impeti prodotti se ne trascorrono via. non cede se non pochissimo. venendo. Allora dunque si può credere. cioè tali. quando si potessero trovar due materie. poteva bene sull'angustie d'un Ponte andar contrastando con quattro. e nel Mondo assegnatoci da Dio per abitacolo. È ben vero. e cedenti. La fortificazione moderna proibisce il far le mura delle fortezze con pietra dura. quando abbiano qualche tempo. la quale ad ogni istante di tempo. e simili. però tralasceremo di filosofare sopra un'impossibile. non abbiamo (ch'io sappia) materie infinitamente dure. che la forza della percossa fosse per fare effetto infinito. Dignissimo Arciconsolo. i quali siccome ad uno ad uno si erano generati. e ritirandosi sotto il colpo. appoco appoco fossero atte a smorzare qualsivoglia grandissimo impeto. I fabbri moderni spianano. che quando i gravi stanno quiescenti. non fanno effetti se non terminati. i difensori calavano giù gran sacchi di lana. ed in tempo insensibile. e per conseguenza conferisce. Sereniss. come si vede. quanto la fabbrica. e anco piccoli. che quando le mura delle Città venivano percosse colla disusata macchina dell'Ariete. o (se non piacciono gli istanti) ad ogni brevissimo tempo. che le facili. come pare che persuada la ragione. così anco ad uno ad uno si possono annichilare. o annichilati dal corpo sottoposto. tutti i suoi momenti uniti. la 26 . che l'artiglieria offende assai più le materie forti. LEZIONE TERZA. sarebbe stata infranto dallo strumento percuotitore. Principe. DELLA FORZA DELLA PERCOSSA. o sopra altra materia interposta. si dà campo all'infinità della forza. Noi però nella Natura presente. non per altro. le quali lasciandosi traforare. o materie simili cedenti. che se lo ricevessero con materia più dura. Ma quando i medesimi gravi cadono per l'aria. Si diceva nel passato ragionamento. Sapientissimi Accademici. e pigliando l'impeto della palla con maggior lunghezza di tempo. All'Ariete antico (essendo una trave di legno) facevano. che niente cedessero. o molto tempo della cedenza. che l'atto della percossa fosse un contatto istantaneo. ed altrettanto più impetuoso. conoscendo d'aver io percosso omai tanto la pazienza vostra. ma si conservan là dentro. o molto. poco o nessun giovamento averebbe sentito la cortina. ma d'acciajo: non già riuscirebbe loro spianarlo con un mazzo. come tufo.

quando il momento interno sarà accresciuto infinite volte. ed è. ed altre cose. avendo poi dopo la caduta acquistato qualche velocità. ambedue si acciaccherebbero assai. come quei momenti infinite volte multiplicati. In qualunque grave cadente. che si percuotono insieme. Quando il projetto è giunto al punto sublime. che par difficile a me ancora. Chi dicesse così. se ambedue fossero acciajo. come è quello nel quale si fa il concorso di due ferri. avendo avuto più contrasto. Se ambedue i corpi concorrenti fossero materie cedenti. ne sarà estinto più. che il mobile ritornasse in giù. dunque se la forza della Percossa era infinita. perche egli opera in contrario. privo di tutta la velocità. io non sò perch'e' non possa(2) in una sola. nell'atto poi del percuotere non faceva l'effetto infinito. che possa senza ceder punto ricevere il colpo momentaneo. Impossibile mi parrebbe. che aveva acquistata nella caduta precedente. il piombo riceverebbe grandissima ammaccatura. l'avversario intende. che s'incontra nell'immaginarsi. e morta: se però qualche nuova causa non produce nuovo impeto. già s'è detto. Ma in favor nostro sarà non solo l'esperienza del pallone. nei quali l'impeto và mancando. ambedue patirebbero. Sul principio del contatto il moto. Mentre cade un grave. io crederò che discorra benissimo. e si dice. velocità infinite volte maggiore di qualche altra minor velocità. è tutto vivo. come piombo. Osservisi che quando si fa questo argomento contro. questo mi pare che si possa chiamare accrescimento infinito. Corretto dopo confronto con edizione Faenza-Montanari. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 27 .forza. se ciascuno di quei momenti per estinguersi volesse tempi quanti. e si riduce al punto della quiete senza moto alcuno. e siccome tutto quell'aggregato di forze era nato in quattro battute di musica. ma prima con produrrre l'argumento come pare che vada portato nel caso nostro. anzi so che questo non è assolutamente vero. ma pochissimo. ma l'estinzione si và facendo in tempi istantanei. Se nuova causa operante non producesse impeto nuovo. sarebbe sciocchezza aspettare. che il momento dopo una caduta più piccola. Si potrebbe opporre l'esperienza del pallone. se uno fosse piombo. ch'e' non è possibile averlo di tal materia. possano poi estinguersi in un tempo quasi istantaneo. in fine si riduce a non camminar più oltre. Rappresentasi con forza d'obbjezzione la difficoltà. ma (2) Nell'originale "passa". il centro del grave percuziente con moto grandemente impedito. Ora nell'ammaccarsi i due corpi concorrenti. Poiche se quel grave aveva per momento una libbra di peso mentre era quiescente. la velocità ancora doverà esser infinitamente accresciuta. o nella millesima parte di una mezza esser'annichilato. per qual causa. che il momento dopo una caduta grande sia infinite volte maggiore. ma resterà dopo la percossa. Così niuna materia del mondo risalterà. ovvero in una mezza. ma non già impossibile. e dopo qualche caduta l'ha multiplicato infinite volte. o virtù loro dee essere infinitamente accresciuta. Ma io non ho mai detto. le quali mentre risaltano danno segno che l'impeto non si è estinto. e gli si oppone la repugnanza della propria gravezza. quando sarà à mezzo dell'ammaccatura. suol giudicarsi mutazione infinita. Sorge ora una nuova difficoltà. o impeto del percuziente. A questo risponderò. Abbiamo l'esempio nei projetti all'insù. Quando egli nella quiete aveva il momento d'una libbra. ed il marmo poca. cioè ad aver perduto tutto l'impeto. e divisibili. e finalmente s'annichila tutto. Faenza 1919. e nuovo momento di velocità nel mobile. in virtù dell'impeto della projezione. Discorremmo anco intorno a quella principale obbiezzione. il che repugna all'osservazione dell'esperienza. o lo spazio di questa discesa impeditissima. concedendo ogni cosa. discenderà per qualche spazio. immobile. dunque doverebbe avere velocità infinita. ed arriva a percuotere in qualche solido. doverebbe avere anco velocità infinita. l'impeto impresso è estinto tutto. è quello che si dà per effettuare l'estinzione dell'impeto. e cedenza. allora di velocità non aveva cosa alcuna. che se un grave. e l'altro marmo. E il tempo. Il passaggio dall'esser nulla all'esser qualche cosa. A questo si risponde. dopo aver superato un quarto della detta scesa impeditissima. il medesimo per appunto egli ha fatto anco della velocità. se ne sarà estinta parte. cadente avesse dentro di se momento infinito.

Quelle che restano ammaccate come piombo. e fa come quel barcaiuolo che stando in barca spinge lo scoglio. o pochissimo si discosta dal piano eretto. come palle di legno. sarà pochissimo. che fa risaltare il pallone. ma solo smorza quello. e pur non cammina lo scoglio. Che l'impeto impresso nella caduta non sia quello. per un piano. La dimostrazione è chiara. ci è l'esperienza manifesta. o di fieno. l'opera la lane nelle palle. Ogni sorta di materia conviene. Quel che fa l'aria nel pallone. avendo contrastato con tutta la repugnanza. che dopo la cedenza. Risalterà il projetto. ma quell'altro no. E chi diminuisse anco mille volte più la forza di quella debolissima percossa. che dopo l'ammaccatura rispinge la materia compressa al suo luogo di prima. quanto più il percuziente sarà materia cedente. palle piene di lana compressa. e però con impeto. per così dire. quando sia. come fa la corda dell'arco nello scagliar la saetta. che anco il piombo. di direzione equidistante alla parete. che avrà calcata là dentro quell'aria imprigionata. quando è concepito. o cose simili. o assai cedono alle percosse. vedremmo far la reflessione. che io non sò. e fa il balzo. ma solo perchè in lui si genera impeto nuovo dalla forza della pelle. la quale compressa nel dilatarsi poi rispingesse il percuziente. in ogni modo un colpo solo di quella percossa farebbe effetto in questo fortissimo resistente. ma per una che. e ammaccatura. non per la linea. perchè questo nell'urtare trova la contrarietà sua. ed invigorisse mille volte più la durezza del solidissimo repugnante. è estinto tutto. Ma seguitando le obbiezioni. ma resterà tutto l'impeto estinto ancorche sia maggiore come quando era pieno d'aria. che al sicuro non ribalzerà. anzi asserisco. che tutte. benche insensibile. e cose simili. ovvero pieno di crusca. Ma chi la difenderà quand'ella non faccia operazione di sorte alcuna? O questo si. alcune ritornano alla lor primiera costituzione. cioè che gli impedisce il suo viaggio. potrebbesi opporre. L'altre materie risaltanti. ne anche di cento. spinge con gran forza nel pavimento. A quell'urto furioso dell'aria inclusa. Ma perchè l'aria inclusa compressa di prima. o pure.anco di tutte l'altre materie corporee. che fa l'angolo eguale a quello dell'incidenza. contro una parete a quello eretta. che si faranno sul piano ad angoli retti verso la detta parete opposta. Ciò sia detto per le projezioni. lo rispinge da se. che gli spiana una parte della sua superficie. o poco. e più d'ogni altra il pallone. o la terra sulla superficie dell'istesso pallone. Segno manifesto (quando ciò sia vero) che la forza della percossa sia infinita. oro. Cade il pallone da alto. o minore la forza. Questo effetto però. hanno questa proprietà (e la causa è nota abbastanza) che la loro superficie compressa per qualunque violenza. che fin ora abbiamo scusato. che si nega assolutamente. ed anco con maggiore. e tanto più insensibile. alcune si restano ammaccate. che aveva la superficie. e nel percuotere riceve una tale ammaccatura. e l'oro avessero qualche poco. non si conoscerà l'effetto d'un colpo. come più volte ho esperimentato con palle di piombo e di terra. ed argomento evidentissimo. di quella virtù. non fa poi effetti se non piccoli. Ma dall'altra parte poi son differenti in questo. che volendo tornar con prestezza alla sua costituzione. indizio. si conserva per qualche tempo. che il primo colpo operò. che non faccia effetto in qualunque gagliardissimo resistente. sieno pure scagliate con quanto impeto è mai possibile. ma la barca. ed ora maggiormente ricompressa. Non è però vero. o sulla pelle del tamburo. Imperciocchè se il primo non avesse operato cosa 28 . non già perchè gli resti più parte alcuna dell'impeto della projezione. che mai torneranno indietro se non in quanto. e minore impeto. secondo che sarà stata maggiore. cioè con gran prestezza. che la percossa estingua quell'impeto. che vi è di perpendicolare alla parete. quando stà così l'impeto che aveva della caduta. cioè con quant'aria può naturalmente capire. L'istesso seguirà quando sia scagliato il piombo. Caschi il pallone dal tetto sgonfio. ha forza di ritornare al suo stato di prima. il pallone si solleva per tanto spazio quanto fu la cedenza. che è nel mobile. all'essere spianata in questa guisa. e s'accorda in questo. Confesso che nelle percosse debolissime. l'aria ne pori del legno. terra molle. la codardia della percossa. il quale. o comprimessero qualche poco d'aria fra i pori del contatto. ma però col progresso del tempo si vedrà ben l'operazione di molti. ne di dieci. che niuna sorta di percossa tanto debole si può mai ritrovare. vuol ritornare allo stato suo. ma quando si scagliasse ad angoli obbliqui per una linea inclinata. la quale avendo in se forza infinita. e torna al suo primo stato in tempo insensibile. o tocca.

non posino velocitate. o più di numero. dunque saranno più di numero. se non avesse operato anco il primo. che un infinito sia maggiore d'un altro. è manifesto dall'effetto stesso. potrebbe giammai operare. o allontanato dal sostegno. che nel medesimo corpo sia necessario concedere la varietà de i momenti. benche sono infinite. e d'Euclide furono gli anni dell'infanzia per la scienza della nostra adulta Geometria. Io domanderò qual'è la causa del moto de' gravi all'ingiù? Certo non può esser altro che l'interna gravità. anco la velocità del moto doverebbe sempre esser eguale a se stessa. che si possano praticare nella Meccanica Filosofia. che si accresca anco la causa. reciprocando più volte l'andate. la quale se fusse sempre la medesima. appresso al quale non solo non è assurdo. o le distanze dal centro della Libra. e così un infinito sarebbe maggiore d'un altro. quanto alla quantità. adunque bisognerà concedere. Mi maravigliava una volta come fosse possibile. abbiano la medesima proporzione. ne esso ancora opererà cosa alcuna. potendo venir costituito con diversi. o quaranta gradi del suo cerchio. dice egli. Basta che il peso assoluto de' corpi naturali sia invariabile. ed ora con venti. Che tutte le linee d'un parallelogrammo a tutte le linee d'un parallelogrammo minore. che i secoli d'Archimede. Il ferro non è egli materia durissima? Nulla dimeno. che il parallelogrammo al parallelogrammo. la quale formasse un pendolo. o le porte di Agrippa. Certo è che ella lasciata in libertà tornerà all'ingiù. Gli oppugnatori degli infiniti Indivisibili hanno abbondanti materia di contradire. or minor virtù di momento. seguirebbe che gli infiniti momenti di quella fossero. che l'acutezza della Mattematica non potè mai diminuirmi colla dimostrazione. che nella stadera il medesimo romano. o men dura dell'acqua? Dura tamen molli saxa cavantur aqua. io credo che sia una delle più evidenti verità. che con maggior 29 . che averà fatto. e le tornate: è anco certo. ed all'estremità di esso fusse attaccata una palla di piombo. e ritrovando il resistente nella medesima disposizione per appunto. sia variato. ed invariabile. benche sono infiniti. Si vedono pure benché di bronzo durissimo consumate dal solo accostamento delle mani del popolo curioso. Rammentatevi fra l'anticaglie di Roma. e devoto. La nuova Geometria degli Indivisibili va per le mani de i dotti come miracolo di scienza. adunque il secondo colpo si potrebbe chiamare. Che poi il medesimo grave dovesse esser sempre diverso da se stesso. Ma che il momento interno de' gravi cadenti vada continuamente crescendo. e che tutti i cerchi d'un cilindro maggiore a tutti i cerchi d'un cilindro minore. Così proveremmo che nè il millesimo. e che nel commercio civile quando si pesano le mercanzie. per avere in se una volta più caldo che l'altra. Immaginiamoci che detta palla venisse rimossa dal perpendicolo per trenta. e per essa ha imparato il mondo. o maggiori di forza. perchè essendo dell'istesso grave. sieno come il cilindro al cilindro. conforme che varie saranno. che vanno fra i principi della sua dottrina. Imperocche avendo un grave velocitato. che avendo or maggiore. ma noi vediamo l'accrescimento troppo cospicuo nella velocità. ed ora con cento libbre di peso. Se da questa soffitta pendesse uno spago lungo fin quì. che dopo quella di due. Io quanto a me credo poi. secondo le maggiori. Qual cosa. appresso di lui son verità. parli questa volta per me l'ingegnosissimo Ovidio. son tutti eguali. e diversi momenti di forza. o i tempi delle cadute perpendicolari. e mutato da quel che era prima. Che poi li molti operino. o le statue del Vaticano. ma quiescenti.alcuna. è più dura de' sassi. Siccome non si può dire diversificato da se stesso il medesimo corpo. o le inclinazìoni de i piani. che quanto al resto io credo. maggior forza dopo la caduta da dieci braccia d'altezza. che quelli di questa. se non fossero stati toccamenti di mano. ma è necessario. o più colorita tintura. equiponderasse ora con quattro. o maggior lume. finalmente l'assiduità dell'esperienza m'ha addomesticato quella maraviglia. nè il milionesimo. su quali si troverà. così anco mi pare non possa inferirsi. che molto maggiore effetto avrebbero fatto in quei metalli. o minori cadute. e considerar per primo: essendo poi il secondo eguale di forza al primo. Qui bisogna che io rimetta questa causa al foro del meraviglioso Fra Buonaventura Cavalieri. Ferreus assiduo consumitur annulus usu. e moltiplicandosi. ma percosse di qualche grave. Di forza no. solo coll'esser avvicinato.

Ciò si vede ne' gravi applicati alla Libra con diverse lontananze. Ma pensatelo voi. per levar di possesso la moltiplicazione interna. diceva egli. e le invenzioni di quel famosissimo Vecchio eran queste. e più gagliardi. che un non so che posteriore. è infinita. Prendasi due palle di piombo eguali: pongasi l'una. per esempio dieci libbre. e l'unica causa della maggiore. Prendeva poi il più debole di tutti. L'esperienze che la favoriscono. attaccata con un filo lungo. e possono stare. e conservazione de' momenti. senza l'ajuto. quella medesima pallina farà effetto equivalente ad un milione di libbre di piombo. Pigliandosi poi un arco mille volte più gagliardo di quel gagliardissimo. e si faccia cadere sopra di esse un martello dell'altezza di un braccio. che la forza di quel poco peso. e facendola cadere dalla medesima altezza. fermato l'arco in una morsa. che la forza d'ogni percossa sia infinita. E questo è certo. che l'interna gravità ha prodotti in tutto il tempo del precedente movimento. ma le diverse velocità solo in potenza. ed osservava che tal peso voleva essere circa dieci libbre. o compagnia di velocità alcuna.velocità trascorrerà le infime parti del suo cerchio. conforme che l'esperienza si fosse fatta con archi più. quando discendeva per le più precipitose. ma volevano esser più di venti. i quali non degnavano di mostrare il lor valore nello steccato. tanto che facesse il medesimo effetto. Attaccava poi del piombo quiescente. e di quel braccio di caduta. e di quella medesima caduta. certa cosa è. osservava. un peso quiescente tanto grande. quella palla di piombo. Egli mentre viveva in Padova fece far dimolti archi. e l'altra sopra l'incudine. prendeva un altro arco più gagliardo del primo. che non si 30 . e lasciandola ricadere. e maggior peso. che faccia la medesima ammaccatura. per via d'un vaso sonoro sottoposto. se io piglierò un arco gagliardissimo. che per le più alte. notava per quanto spazio ella attraesse la corda. che la forza di quella percossa fusse equivalente al momento di quelle dieci libbre di peso quiescente. contro bestie poco feroci. che nell'altra aveva fatta il martello. che incurvasse. e si tirasse dietro la corda dell'arco. alzava quella palla. molto maggior momento abbia dentro di se. sempre vi voleva maggiore. Prendasi i due medesimi pezzi di piombo egualmente ammaccati come stanno. farà effetto equivalente a mille libbre di piombo. e propriamente un effetto causato da i momenti intrinsechi del corpo che discende: ma i momenti intrinsechi sono un certo che precedente. Ora alcun crederebbe. Adunque. fatto questo. Ma non dovrebbe egli seguire il contrario? Chi non sa che le infime parti del giro son le meno declivi di tutte l'altre? però la palla doverebbe correr per esse con minor velocità. e minor velocità. e sussistere da se stessi. e più declivi (parlo della palla quando viene all'ingiù). tutti però di diversa gagliardezza. e trovava. per quanto spazio l'impeto della palla incurvasse. Attaccava poi alla corda del medesimo arco. È certo che quel piombo si ammaccherà. e sbranar Elefanti. colla quale egli inferiva. alla corda di esso sospendeva la medesima palla di piombo col medesimo filo. per esser quasi orizontali. noi supporremo che fusse intorno a quattro dita. Diversa dall'esperienza de gli archi. ell'ha pochissima inclinazione al moto. ma si fanno ben conoscere nello strangolar Leoni. e son la vera. un braccio. che mentre la palla passa per le bassissime parti del giro. La velocità ne' gravi cadenti. poichè mentre la palla arriva al bassissimo punto del suo viaggio. per esempio. che le più alte. ha dentro di se conservati tutti quei momenti. sulle quali. che non bastavano più quelle dieci libbre. che non aveva sul principio del moto. dove hanno i diversi momenti in atto. Assomigliava la forza della percossa a quei Cani generosi. Qui non vorrei che e' si facesse ricorso all'ajuto della velocità. Quì mi pare che bisogni necessariamente concedere. che bastavano prima. trovava che per agguagliar la forza di quella medesima palla di piombo. Pigliando poi di mano in mano archi sempre più robusti. se sopra uno di essi io poserò dieci libbre di peso quiescente. ed al mezzo della corda di esso sospendeva una palla di piombo di due oncie incirca. Abbelliva egli le specolazioni della filosofia con ornamenti di erudizione. Pongasi sopra quell'altra palla un peso quiescente tanto grande. ovvero posti sopra piani diversamente inclinati. che non passa due oncie. segno evidentissimo. è quest'altra operazione. che sarà. ed osservisi il peso sovraposto. Sieno fin quì dette le opposizioni contro l'infinità della forza della percossa. ma però simile di conseguenza. e tirasse giù la corda dell'arco per lo medesimo spazio di quattro dita. altro non è. Ma la velocità per se stessa non può già sussistere senza i momenti interni.

che l'ecclisse della Luna nasca. dovrebbe distruggersi affatto. non per questo quella sua opinione. si provasse per fare il 31 . di fuoco. non da altra cagione. ciò non mi par necessario. particolarmente quando percuotono con moto orizontale. la quale non avendo necessaria dimostrazione in contrario. bisognerà posare sopra l'altro pezzo di piombo. che la forza di quella medesima percossa farà maggior effetto. e s'accomoda più d'ogni altra. la specie della gravità. che quel di prima. che ha molti altri riscontri favorevoli. entra la dimostrazione di pura Geometria. e per agguagliar questa. molto maggior peso. ed il Sole. e de' martelli. Ma se vi farò cadere il martello dalla medesima altezza come prima. ovvero all'insù. come da vento. che la forza della percossa sia infinita. Almeno l'esperienze pare che lo dimostrino. per esempio. Passeremo senza perder più tempo nell'applicazione della similitudine alla seconda spezie di percossa la quale sotto nome di URTO sarà da noi considerata. Però mi pare. salva la maggior parte dell'esperienze praticate. che mille. anzi che un milione. e per prova del suo detto. o cose simili. Degnissimo Arciconsolo. e ributtarsi per vana. Supponemmo ne' passati ragionamenti. al sicuro che io non avrei tanto cuore di starci dentro. e daremo ra fine al discorso. e non facendolo. sia obbligato a render la ragione di tutte le diversità d'accidenti. e concorrono per provare. levatane l'asta. o di quella debol tintura di luce con che ella risplende. che possono accadere. quand'uno di essi sia accelerato dall'intrinseca gravità. con gli effetti della materia proposta. Sapientissimi Accademici. dopo detto un suo sentimento. Se un soldato robusto dovesse tirare un colpo con una picca. nel quale caso niuna operazione può far l'interna gravità. in questa famosa bugnola. che direbbe assai bene. che quella opinione possa ammettersi per comportabile. o di qualche altro simile accidente. se non nelle opposizioni: che l'ombra quando entra sulla faccia lunare si mostra rotonda. Che poi il filosofo. segno che può venire dalla sfericità del globo terreno: che l'ecclisse non si fa mai se non quando la Luna ha pochissima lontananza dall'Ecclittica. E' questo succederà sempre con progresso. credo. L'Urto par propriamente fratello della percossa. Ad un altra tornata rinnuoveremo il tedio. Ma se quel filosofo non sapesse poi render la ragione de i colori che si scorgono nella Luna ecclissata. farà ben nuova ammaccatura.spianerà più di quello che sia. e mille milioni di libbre di peso quiescente. da forza d'animali. ed anco la figura. che dall'interposizione della terra. che la sua ipotesi fosse falsa. avendo egli già un'altra volta sostenuto il medesimo peso di dieci libbre. DELLA FORZA DELLA PERCOSSA LEZIONE QUARTA Rare volte. che la Luna non si ecclissa mai. Così sotto questo genere di percossa artifiziale. ne i problemi naturali. benche la ragione ci persuade il contrario. seguiti per conseguenza. Sereniss. Nell'efficacia dell'urto pare primieramente. si comprenderanno i colpi dell'artiglierie. Dunque si potrà dar caso. Per urto s'intenderà ora quel concorso di due corpi. dalla qual via non si diparte mai l'ombra della terra: e potrebbe allegare altre conjetture simili. che abbia gran parte la quantità della materia. Ma se quel medesimo uomo col solo ferro della picca in mano. Principe. e potrebb'esser padre di molte specolazioni. le quali hanno forza di dimostrazione astronomica. Se alcuno attribuisse la causa degli ecclissi Lunari all'interposizione della terra fra essa Luna. Segno manifesto. sino in infinito. che la percossa sia lo scambievol concorso di due corpi. di tutti quanti gli altri projetti. quando almeno uno di essi sia velocitato da causa esteriore. almeno fin tanto che da altri se ne adducesse una migliore. e buoni. d'archi. Egli addurrebbe per contrassegni di verità.

Ma il celebre Galileo ci ha fatto vedere. Se noi chiederemo quand'egli tirava il Galeone. Che la maggior mole faccia per accidente maggior operazione. i quali stimarono. e da nervi di quel facchino. che mentre dee muover anche tutta l'aggiunta di quel lunghissimo legno? Chi è quel che non sappia. che l'accrescimento della materia ne' moti artifiziali. riesca intendere qualche cosa ancora intorno alla generazione della forza dell'urto ancora. si accrescerà cento volte più anco la velocità. e non serve se non per impedire. che gli avesse impedito il movimento. o piuttosto una leggierissima tavola di abeto. è cosa troppo manifesta. e resistere alla virtù operante. fuor che nell'intima corpulenza de' solidi naturali. un vastissimo Galeone lontano dalla sponda. che per lo spazio di mezz'ora continuamente. il quale serve per ricettacolo della forza. fusse per dare il medesimo urto. che averà fatta lo smisurato Vascello. Non dico la forza. Questo sappiamo. se con principio simile a quello. e là dentro si è andata conservando. che per muovere quella gran macchina per lo spazio di venti passi. urterà essa ancora. che in altre ampolle non si posson racchiudere. Sarebbe forse curioso problema l'investigare. non pare assolutamente. impedisce sempre più la forza della potenza motrice. che non facesse la millesima parte dell'operazione. e doveva essere un'impedimento. poichè la tavola d'abeto urta con maggior velocità. la potenza che ha tirato tanto l'uno. e che un uomo lo tiri per via d'una fune con tutta la sua forza. s'accorgerebbe. quando il legno arriva a dare il colpo. niente opera. risponderà. che ne anco la materia vi avesse che far cosa veruna. La forza poi. questa nell'arrivare alla sponda. che la materia accresciuta. Se l'istesso uomo dalla medesima distanza. Io per me credo. non dovrebb'egli far maggior passata mentre percuotesse col solo ferro. ma però io crederei. Figuriamoci in uno Stagno. ovvero in un Porto sommamente tranquillo. Però la forza. che la maggior quantità di materia. che l'effetto della velocità dovesse seguire a proporzione della materia. che potrebbe far tremare una torre. se quel legno della picca essendo egualmente velocitato. che la minore. o diminuita. ma che la materia per se stessa vi abbia che far nulla. La materia altro non è. la forza di quell'uomo traente è quella. che l'accrescimento della materia nelle cadute naturali. Esperimentiamo ora. dirà qualcuno. vi volle forse una mezz'ora di tempo. e più velocemente si muove dalla medesima forza un peso piccolo. Osservisi nel cadere de' gravi. e violenti. ed il peso. o volata per l'aria. che la causa s'attribuisca alla quantità della materia. quasi da vivace fontana. per quanto tempo durò a faticare. Ma ritornando al colpo del soldato. facesse il medesimo effetto mentre si adopra disteso in asta. e caricato il navilio. che il navilio. che l'aggiunta di quel tanto legno che pareva superfluo. per esempio dieci passi. che ajutarla. Contuttociò io sarei di parere. e mentre si adoprasse raccolto in una palla. Così anco se una trave egualmente velocitata. come più tarda a muoversi. Resta dunque. e gl'impeti. che la materia per se stessa è morta. e di quei ferramenti di che è composto. Ma per tirar quel legnetto piccolissimo. scaturì dalle braccia. e sarebbe tutta stata estinta da quello scoglio. se negli urti abbia che far cosa alcuna la quantità della materia. che un grande? Pare adunque. è stata la medesima. con la medesima forza. Svanita sarebbe quando il Galeone non avesse potuto muoversi punto. Questo è ben certo. dovesse piuttosto impedire la forza motrice. era stato un ajuto troppo grande alla sua forza.medesimo colpo. dove si vede chiaramente. non opera cosa alcuna. son quintessenze tanto spiritose. e pur la maggior mole fa maggior effetto. ch'egli fa in quell'istante di tempo. essendosi dunque centuplicata la materia. Si è bene impressa tutta nelle viscere di quei legnami. tirerà una piccola Filuca. Questa dunque è l'opinion mia. Una palla di piombo pesante una libbra caderà con una tal velocità. è quella che urta. Quì la forza dell'urto non procede dalla velocità. ma tutta quella che egli precedentemente averà fatto dal principio. Abbiamo un altro riscontro. quando arriverà a percuotere. Cercasi la causa di questa diversità d'operazione. che fu l'errore de' Filosofi antichi. È dunque ragionevole la causa del dubitare. ed 32 . per l'istess'acqua tranquilla. che il Galeone. che opera. sino al fine del moto. quanto all'accrescer la velocità. che pigliammo già nella considerazione della percossa naturale. non è mica svanita in fumo. percuotendo una volta per lo lungo. che più facilmente. e da quel ritegno. quanto l'altro. che quel Vascello ancorche pigro. e ciascun di noi sa. ed un'altra per traverso. non vi messe ne anco quaranta battute di polso. e di fatica continua. darà tal urto nella sponda. e de' momenti dell'impeto. sono astratti tanto sottili. che un vaso di Circe incantato. accrescasi la palla fino a cento libbre. e con molto maggior velocità.

o la gravità. che in esso s'imprima molto impeto. durasse a spinger in esso una mezza giornata continua. mettersi sotto qualche portico a giacere sulle pietre. di renella. ma si bene quanto maggiore sarà stata la renitenza del mobile all'esser cacciato. non fusse stata applicata appoco appoco alla muraglia resistente. appoggiate le spalle ad un muro di quest'edifizio. ma per ispiantare una montagna. la medesima operazione. Ma però questa è stata assai ventilata. Ma ritornando dalle passioni alla Meccanica. Nondimeno le forze prodotte da colui. non già quanto sarà maggior la mole. allora si vedrà. quando però si potessero unire. e ristringere dentro a un vilissimo emisfero di noce. era stato libero. che l'avrà velocitato. o di quel projetto per linea orizontale. per un terzo d'ora. appressiamoci alla fine del discorso. che per lo spazio d'un'ora si sarà risparmiato. se un Medico incantatore promettesse di voler con Tessalica Chirurgia sospender quel travaglio a un tribolato. ma sì bene perche a muover quel tal corpo. potrebbero forse esser sufficienti. e con vanto di rovinarlo. o dalla virtù impressa.accrescendo. Sono molti che stridono per dolori di podagra. parrebbe benefizio singolare. e fatica. che il mezzo non sia potente a portar i corpi separati dalle macchine proicienti. Non vi è ignota la quistione famosa. e concludiamo oramai. quasi istantaneo supplire a tutta quella operazione del calcato toccamento. che l'impedimento dell'acqua può aver portato via. e i momenti accumulati in quaranta battute di polso? Io inclinerei forse a credere. e premuto toccamento. farà anche una dormita d'una grossa ora. io non credo. ed applicar poi tutte insieme in un urto solo. che dormire nel grembo dell'aria. e però sì è renduto assai comportabile. non dico per rovinare un edifizio. Ma un guscio di noce lasciandosi muovere troppo presto. per dover poi in un tempo. io fortemente dubiterei. che nello spazio di mezz'ora è stata prodotta dal traente del nostro immaginato Vascello. Vedesi talvolta un Villano affaticato. che tanto maggiore sarà il colpo. e tanta forza. quanta se ne imprime in una macchina immensa di un gran corpo mobile. com'in effetto è. e per dir poco. Ma se dopo il tempo della sospensione. che quello il quale non porta seco altro. ne con riposo più soave. Qual maraviglia sarà dunque se quell'urto. che minore operazione farebbe contro di lui una cannonata. ma infrangibile. con quella tal velocità. ed anco vinta dal Galileo. che tutta quella forza generata nel tempo di un mezzo giorno. che in cambio di dar materia di riso. che per linea orizontale non vi è. non permette che altri imprima in esso tanta virtù. che se e' fusse possibile di racchiudere. che faceva l'immensa mole del navilio. che a noi par maggior renitenza d'un mobile all'esser velocitato. Imperocche quella. tutta quella forza. dal quale per quel terzo d'ora. che virtù impressagli dalla macchina. che la forza di quel martello. crederei dico. e d'altre calamità. non può esser altro. in tutte le parti del corpo) quando poi egli arriverà in terra a dar la percossa. e poi in ultimo si fusse applicata tutta in un tratto al muro resistente. quanto meglio per lui era giacere su i nudi sassi. il quale porta seco i momenti accumulati per lo spazio di mezz'ora farà molto maggior effetto. che cerca se i projetti sieno portati dal mezzo ambiente. che realmente ella sia renitenza di sorta alcuna. non solo ricominciasse il tormento come prima. e sulle piume de' venti. non è. o la velocità del mobile urtante. ed appunto è la medesima virtù in numero. Questi vuole. ma si fusse andata conservando in qualche ricettacolo. che le forze. che egli in virtù del proprio peso ha fatto sopra quei sassi. ma si 33 . che il Prete Janni possa dormire su piume più delicate. si è distribuito per lo lungo spazio d'un'ora. nella sua maggior Opera. che urta con tanta efficacia in quello obietto. tutto quel travaglio accumulato. si ricerca. ma dovesse anco piombare adosso al paziente. la quale sarà stata per di sotto su i duri marmi. astrattone però quel poco. Se una persona mediocremente gagliarda. Se quell'istesso Contadino fosse venuto dormendo con caduta precipitosa fin dal Ciel della Luna (che quanto al sonno. che forse quel leggierissimo guscio facesse nell'atto dell'urtare. io credo. Credibil cosa è. e patir poco travaglio per un'ora continua. che non beffeggiasse il novello Sansone. io non so qual di noi sarebbe sì continente del riso. o tregua del dolore. che nello svegliarsi senta qualche poco di dolore nella parte del corpo. Se fosse possibile. che lo colpisse nel mezzo del petto. si fosse rinnuovata l'antica Tragedia de' Filistei. con intenzione. che dalla macchina medesima scaturì: e diciamo. ma però poco sarà il travaglio: posciache quello stretto. ed anco il sarebbe.

se quando la Ciurma dà la seconda vogata. mi farebbe restar attonito. perchè causa dunque non seguisse l'operazione infinita. avendo io con proposte ottuse. egli non camminerebbe mai con velocità maggiore di quella. che chiamiamo urto. e pur il meno veloce farà maggiore violenza nell'urtare. conforme sarà maggior la materia. converrebbe. che l'ha velocitato. fin tanto. s'io non m'imaginassi qualche virtù assistente. l'impeto della prima. Si può dunque con ragione affermare. ma continuamente lavora: che però in ogni brevissimo tempo procede un impeto eguale al peso assoluto del corpo pesante. cagionato obbiezzioni ingegnose. ed una volta avventata da un Cannone. e resistente. 34 . che la gravità ne' corpi naturali non dorme mai. e la velocità. cioè secondo ch'egli avrà dato maggior campo alla potenza motrice di poter imprimere in esso maggior cumulo di virtù. ed il valor della Toscana per l'Oriente. che la forza dell'urto non riesce maggiore. atta a portarlo per l'aria. Che poi le forze degli uomini. che coll'opporsi gli estingua. non occorrerebbe mandar il nome di Ferdinando. che gli conferì la prima vogata stessa. Dicemmo. non solo s'imprimano. ma fra l'altre questa è chiarissima. e si moltiplichino l'una sopra l'altra ne i corpi naturali. la resistenza continua dell'acqua. Non mi maraviglio. a danneggiar la Barbarie. ma solamente secondo che maggior sarà stata la sua renitenza all'esser mosso. ch'egli è libero. che cosa sia quest'impeto impresso colà dentro agli arcani invisibili delle materie naturali. che un vastissimo Galeone. e fuori del pugno. ed allora la velocità non cresce più. non avendo solido alcuno sottoposto. e del fuoco. Non dipende ne anche assolutamente dalla velocità: perchè con maggior velocità urterà una tavola d'abeto tirata per l'acqua quiescente. Dicemmo anco. che comincia a muoversi. che l'accompagnasse. e non ajutata da potenza alcuna. quando arriva a percuotere. non già per questo verrei a concedergli. se una palla d'artiglieria volasse attraverso per l'aria. se infinita era la virtù. fin ch'egli viene accompagnato dal braccio del proiciente si muova. risvegliato ne i vostri sottilissimi ingegni concetti peregrini. Tronchinsi oramai le superfluità de' discorsi. ed impressa in quel mobile. vi militano l'istesse ragioni dette intorno alla percossa naturale. conforme che maggiore. fa quell'effetto. lanciata una volta da un uomo. così ancora se il momento della seconda remigata non si moltiplicasse. ed alla corpulenza della materia. restando in equilibrio. lasciati da quel sapientissimo Vecchio sopra la Forza della Percossa. non si va facendo. e con pensieri rozzi. Che poi la forza dell'urto debba esser anch'essa infinita. impedita dal mezzo ambiente. o la velocità. o maggiore. atta a cagionare il moto. o la gravità. non fosse conservato dentro alla corpulenza di quel navilio. che la moltiplicazione degli impeti. la qual virtù nell'estinguersi poi. e lo sforzo pur continuo della Ciurma. E che però la moltiplicazione delle forze d'ogni grave cadente. che l'impedimento dell'acqua arriva ad agguagliarsi. l'efficacia nell'atto dell'urtare non sia altro. e non si aggiugnesse sopra quel della prima. facesse sempre la medesima operazione. Che di qualsivoglia corpo velocitato da potenza esteriore. E però si vede. essendomi con lunghezza pur troppo noiosa affaticato nell'esporvi sì alti concetti. ma anco si conservino.ben l'impeto impresso dentro alla crassizie. Sarebbe un effetto senza causa. o minore. Se altri mi chiedesse. Benefizio per certo ha ricevuto questa dottissima Accademia del mio discorso. conservano detti momenti. Adunque par necessario. che nel corpo mobile s'imprima qualche virtù (qualunque ella sia). quel continuare a muoversi per lungo spazio. alla virtù d'una vogata. de i venti. o minore sarà essa virtù impressa. che la medesima palla di sessanta libbre di ferro. io direi. degli archi. che la forza dell'urto non dipende altrimenti dalla quantità della materia. Si produssero alcune ragioni. In quest'ultima parte della percossa artifiziale abbiamo detto. Immaginiamoci una Galera. cioè nell'urtare in un corpo fermo. dee esser infinita. e del suo carico. È ben vero. come sospinto. che i medesimi gravi mentre cadon per aria. ch'egli non vi sia. poiche se ciò fosse. che virtù impressagli dalla potenza di chi l'avrà mosso. se non in quel primo centinaio di vogate. che quel projetto. ma dopo. l'esperienze sono infinite. che non lo so. cioè un assurdo in natura.

la cui naturalezza è fuggir dal mezzo. olio. ma anco tali. senza correggerla coll'uso della ragione. Al contrario poi penserei. fuor che l'oro. dove per esperienza continua ho veduto sempre. Ecco che io son nato. che giustamente meritasse il titolo di leggierezza. e possono formarsi a beneplacito del Geometra definitore. Degnissimo Arciconsolo. metalli.DELLA LEGGEREZZA. ed una gran parte de' legnami. Le Nereidi stabilirono un giorno di voler comporre una Somma di Filosofia. Nondimeno Sereniss. Io fabbricando poi chimere tra me stesso m'accorsi. Esamineremo con questo discorso le opinioni antiche circa la gravità. acciocche elle non sormontino. costituirmi reo di tanta temerità. ma queste cioè le Mattematiche sono libere. che di filosofia. ed hanno inclinazione per natura d'andare all'insù. stimo bene il chiamarle all'esame. che era comportabile l'errore d'inconsiderazione commesso da quelle Donzelle marine. conclusero. che io pratico in questo gorgo. con l'esempio riverito di Filosofi venerabili. Però per purgarle dal sospetto. Grave è quello la cui naturalezza è di andare al mezzo. o per dir meglio. S'elle procedessero temerariamente. che raccontava dianzi delle Nereidi. compresavi anco l'aria. Però fra gli Elementi la terra. prima che sieno state esposte le mie ragioni. alle verità praticate. come aria. Cominciarono poi a scrivere i dogmi della Fisica. tanto l'acqua. e non in luogo alieno. e la gravità. e l'acqua. Principe. che colui. continuando il paradosso. seguitando la semplice scorta del senso. della participazione. Le Definizioni della Fisica differiscono in questo da quelle della Mattematica. e in somma ogni altra cosa corporea fuor che l'oro. Posciache essendo ella stata considerata dal Filosofo nella sua propria sfera. ma alcune son leggieri. perchè le cose definite nella Fisica non nascono insieme colla definizione. sugheri. per principio intrinseco tanto l'andar verso il mezzo. e la leggerezza. poichè nel mare discendono. i metalli. che delle cose alcune son gravi. ed allevato nel fondo di questo fluido metallo. All'Aria poi è stato dato il privilegio della neutralità indifferente. si è veduto che ella vi sta ferma. Queste definizioni potrebbero sembrare ad alcuno poco diverse da quelle. e mi dipingeva sopra la testa un altissimo pelago d'argentovivo. approvate dal senso. pietre. come anco le pietre. che tutte le cose create sieno leggieri. o nò. Che l'incudini. Virtuosissimi Accademici. io non lo so: so bene. che potrebbero difender la causa loro. il quale ardisca di pronunziare. conforme facciamo ancor noi abitatori dell'aria nelle scuole nostre. che potesse seguire negli altri Elementi. La ragione è assai chiara. che la filosofia delle Salamandre (supposto ch'elle abitino nel fuoco) fosse per istabilire ogni cosa per grave. e parte ascendevano. se si potrà. ed aggiustarsi col loro definito. Aprirono la loro Accademia colà ne' profondissimi fondi dell'Oceano del Sur. ma non corrette dalla ragione. discendevano nell'acqua abitata da loro. ma hanno di già la sussistenza 35 . Subito fatto un tantino di reflessione discorro così. che bisogna tener legato tutte le sorti di roba. le colonne. Dunque senza dubbio tutte le cose son leggieri. perchè salgono dentro all'acqua. supplicando però l'esquisitezza de' vostri giudizi a non fulminare contro di me la sentenza. le quali pronunziarono per leggieri molte cose da noi tenute per gravi. però si è concluso aver ella. cioè terra. Però subito senza star a pensar ciò. LEZIONE QUINTA Se alcuno giammai si ritrovò. che vanno verso il centro son gravi: il fuoco che da quello si parte è leggiero. Sono tanti anni. Vedevano queste Ninfe curiose. che abbiano dentro di se principio di leggerezza positiva. Con un altro fra pochi giorni. ci sforzeremo provare la leggerezza assoluta di tutte le cose. il quale solo si ritrova descendente nell'argentovivo. conviemmi ora scrivere un Trattato sopra la leggierezza. e se ne fuggano verso l'alto. sembra proposizione piuttosto di temerità. leggieri è quello. nondimeno avrò io ardimento in questo giorno. Ma passiamo omai dall'immaginazioni astratte. Fantasticava coll'immaginazione. cera. e simili. e assoluta. quanto la terra. che parte delle materie praticate. le montagne sieno corpi non solamente privi di gravità. perchè quelle sono obbligate di addattarsi. Nel primo del Cielo al testo diciassettesimo si definisce così. quanto anco il dipartirsi da esso. nessuno per mio credere può mostrarsi più degno di quest'attributo.

variata solamente nella dose. Grave si chiama quello. abbia questo principio intrinseco di gravità? forse perchè ella si vede discendere? Dunque la proposizione sarebbe fondata sopra il solo giudizio del senso. ed inesplicabile da qualsivoglia facondia. Qui. che quella parola GRAVE non voglia significare altro. che gli conferisce la definizione nell'universo dell'intelletto. e di leggierezza. o minor frequenza dell'esperienze. non posson fare effetto alcuno. che va all'in giù verso il mezzo. ma converrebbe poi in tutto il rimanente del mio libro. per una semplicissima imposizione di nome. perchè molto più spesso. ed alle volte discende? Ma. Se risponderà sono eguali. imperocchè due possanze eguali. e grave. Io l'ho caro. Sia: e pongasi per esempio. non sarebbe mica cattiva definizione. se non descendente nel mezzo più leggiero. che quella parola grave significa un corpo. e superflua. Ogni volta poi. traenti per la medesima linea retta. ma però qualche poco di leggerezza. con quale argumento si sforzerebbero i Filosofi di convincermi? Se nel fuoco io dirò. appunto come se non vi fosse? Se mi saltasse capriccio di dire. senza niuna sorta di gravità mescolata? Forse l'antica Filosofia ha determinato. ed il meno. Ma ritorniamo alla considerazione del nostro Testo. io lo confesserò ancor io. Chi dicesse nella Fisica il Cavallo è animal ragionevole. acciò la definizione fisica si addatti col suo definito. che sia molta leggerezza. che e' vi sia quell'altra contraria minore. e moto violento la salita che fa la medesima terra nell'argentovivo. intendere una certa figura. ma però interpretando sempre. che predomini quella virtù la qual tende in alto. Chi ha poi saputo investigare. tali puntualmente nasceranno insieme colla definizione istessa. Ma le cose definite dalla Geometria. quand'io nominassi cerchio. non sarebbe buona. se quelle due virtù. non meriterebb'egli titolo di Cavallo? Vedasi dunque prima diligentissimamente. e si ritrovano anteriormente nella natura. che la terra. io. che anco nella terra è molto di gravità. in questo modo. fuor che quella. e la leggierezza (siccome il Filosofo in tanti luoghi afferma) a me pare inintelligibile dal mio poco cervello. che fa la terra nell'aria. gravità e leggierezza. che volendosi porre queste due cose. che son nell'aria. Se io dicessi il Cerchio è una figura piana di quattro lati eguali.da se stesse. Mentre dunque non venga dimostrato. che non solo nell'aria. per me medesimo. e leggiera. e non abbia da numerarsi fra le difettose. che e' si dirà la terra è grave. o no. non hanno forza di poter decidere nel litigio di così gran controversia. ancorchè si veda manifestamente andare all'ingiù. e nella terra. perchè alle volte ella sale. ed in maggior quantità si vede discender della terra per l'aria. che tutte le cose le quali discendono. chi potrà giammai persuadermi. se il Cavallo sia animal ragionevole sì. Così quali saranno definite le cose della Mattematica. negli elementi. Interrogherò qualcuno più perspicace di me. vi sta nascosa. Il più. Grave è quello. e nella terra dovrà esser la medesima mistione di gravità. la qual tira all'ingiù. adunque ancora nell'acqua. il quale non vada in giù per accidente. che queste due potenze nell'aria si ritrovino. abbiano principio intrinseco di gravità. non hanno altra esistenza nell'universo del mondo. che da altri è stata detta quadrato. uniti insieme. ma però con qualche poco di gravità. sieno eguali tra di loro. Come dunque ha saputo indovinare la perspicacia filosofica. ed io soggiungerò. Troverò ben io un mezzo nel quale ella ascenderà con impeto più veloce che altri non crede. Che poi nell'aria sieno unitamente la gravità. e poi definiscasi conforme egli sarà. riceverò quella Definizione. ma abbia principio interno di gravità. che egli sia assolutamente leggiero. secondo la diversità de' mezzi. [Nota per l'edizione elettronica Manuzio] 36 . mutando il verbo dell'ESSERE nel verbo CHIAMARSI. che son diseguali. e quattro angoli retti. adunque son nulle. Concludiamo pure questo punto. o pur diseguali. che discende verso il centro. mentre non facendo effetto alcuno. ma ne anco in nessuno degli altri elementi possono ritrovarsi principj diversi di gravità. Ma chi mi assicura. che salire nel metallo liquefatto? Certo no. cosa certa è. al contrario però l'una dall'altra. la maggiore. che l'aria sia naturalmente. E stabiliamo(3). e di leggierezza. altrimenti la definizione discorderebbe dalle cose definite. questo medesimo effetto si vede anco nell'acqua. sempre s'urterà in qualche 3 Nell'originale "stabilischiamo". Si chiamerà forse moto naturale la discesa. che nella terra sia quel principio intrinseco dell'andare all'in giù. mentre non posson produrre effetto alcuno per il quale si manifestino? Mi si risponderà forse. cioè dalla scienza dell'astrazione. con buona grazia de' Testi. accomoderò la definizione. Però se la definizione non si accomodasse precisamente al suo definito. Bisogna dunque.

senza introdurre la necessità d'altra sorta di legame. bisognerà pur ricorrere per isfuggire il pericolo della discontinua continuazione del mondo (assurdo orribile) converrà dico ricorrere alla forza del vacuo. e molto più quello del fuoco. So che altri ricorrerebbe all'ajuto del sognato concavo Lunare. non ha forza alcuna. ed anco non è falsa. e contigua alla terrena. come perniciosa alla continuazione degli elementi. ciò si è veduto impossibile. potrebbe far qualche effetto. poteva rimediare al pericolo di tanto inconveniente. doveva essere infinitamente lontano da quello dell'acqua. e disunione. il quale se si ritrovasse in natura. ed alcuni leggieri. il secondo. che così necessariamente ne seguirà la perpetua continuazione degli elementi. ad aver dentro di se principio intrinseco di separazione. ma secondo la proporzione del suo momento interno. ne diseguali. Restano gli altri due concetti. Dalla gravità positiva dell'acqua alla non gravità dell'aria. o di leggerezza. le qualità dell'umido. si è veduto ciò non seguitare in virtù della definizione. e d'applauso: però da noi si è posta da parte. della gravità. ed equilibrate con ogni egualità. Che nell'aria sieno le due virtù di gravità. o d'altro tale. senza un minimo vantaggio tra 37 . se la sola privazione del calore adempisce tutti gli offizi che posson giammai assegnarsi alla posizione della freddezza? A che serve il raddoppiare. che tali forse non sono. che gli conveniva. conseguisce immediatamente la sua contraria? Comunque ciò sia. cioè alcuni di essi di andare in su. e l'unione degli elementi. ed il fuoco dalla medesima aria. Fin quì s'è veduto. e Leggerezza. a similitudine delle Nereidi. non però ciò. tali bisognerà che sieno le cose definite. una sola sia assolutamente. Io in una delle prossime tornate seguitando il discorso delle mie leggerezze. cioè il freddo. e si da senza veruna repugnanza e piccolo. e l'altro una piccola negazione. che le dette due opinioni stanno bilanciate. alla leggerezza del fuoco. ovvero tutte leggieri. e l'altra una semplice privazione di quella. ovvero ogni cosa sia leggiera. che la filosofia antica. Ma passiamo ad altri argomenti. che ogni cosa sia grave. Alla terra come gravissima è toccata la sede vicinissima al centro. che ella si prova. quanto ha sempre avuto di seguito. e l'acqua. verrebbero senza dubbio gli elementi. la quale ha in se altrettanto di ambiguità. che discende necessariamente sarà grave. quando si concedono questi due principj. spero d'aver ancora tanto da poter in qualche modo provare. che di queste due cose Gravità. e di leggerezza. non confusamente. Nella Fisica ancorche si definisca per grave ciò. il primo è. che gli elementi (considerati tutti insieme) non possono aver in se principj intrinsechi di movimento diverso. e delle tenebre. e del secco. Certo è. della luce. ovvero dall'esser qualche cosa all'esser meno di niente. e positivamente vera. acciò si mantenga la connessione della natura. ed altri di muoversi in giù. Ma perchè ricorrere al vacuo? (il quale. mostrerò. che non debbono moltiplicarsi gli enti senza necessità. che indarno si fa con più cose. all'acqua non tanto grave. e produttrice di assurdi nella natura. colla sola diversità del più. per mio credere. per dir così. o sia di gravità. Perche dunque porre una nuova qualità. e l'acqua sieno assolutamente gravi. che discende. o tutti sieno semplicemente leggieri. Che poi la terra. Che degli elementi alcuni sieno gravi. se la natura colla sola posizione d'una di queste contrarietà. e grande) se la natura con un solo. è un passaggio infinito. Primieramente ciascuno degli elementi si è preso nel Mondo quel luogo. che tutti sieno assolutamente gravi. dall'aria. Nella Mattematica quale sarà la definizione. ed un vocabolo immaginario. Se con isforzo continuo s'affaticano per separarsi la terra. dall'esser qualche cosa all'esser niente. e semplicissimo decreto. e del meno. per continuar la proposizione nell'ordine dell'Universo. La Natura non muta leggi.scoglio d'inesplicabil difficultà. e molto più dalla gravità dell'acqua. ciò che può farsi con meno egualmente bene. Se la natura avesse impresso nella terra l'istinto dell'andare in giù. Ma o conviene. Facciansi tutte le cose gravi. non potendo quelle esser ne eguali. Che di tutti i contrari uno solo sia positivamente vero. ma tali però appariscono al senso. mentre gli uomini formano i decreti. si è veduto esser opinione. Tentiamo ora di provare. si è assegnata la sfera seguente. e della leggerezza. non è opinione nuova. è passaggio infinito: adunque il luogo dell'aria. e di aderire al centro. ma nel fuoco il desiderio di sollevarsi in su verso la circonferenza. dichiarò per gravi quelle cose.

Certo è. se alcuni corpi si muovono in su. la quale spinga in alto le nominate materie. come vittoriose le più leggieri. i sassi. che alcuni Filosofi non solo antichi ma anche moderni. lo salvano benissimo in questo modo. ed incompatibili.di loro. o la leggerezza delle cose. LEZIONE SESTA Nel passato discorso fu detto. che tutte le cose create sieno leggieri. ma si bene per espulsione fatta dal corpo ambiente. Dicono. abbraccio la parte contraria. i sassi. e vanno in su. Ad alcuni dà grandissimo fastidio la chiarezza dell'esperienze in contrario. Ora venendo io alla proposizione del Paradosso. Ma non disputiamo noi per appunto di quella cosa medesima. Principe. che tutti gli elementi sien gravi. e le ributta più lontano dal centro. i metalli posti dentro mezzi meno leggieri ascenderanno essi ancora. Conosco da me stesso che questa ancora è petizion di principio. che l'hanno maggior di loro. che alcune quasi perdenti discendono abbasso. Io so. Il rimanente poi de' moti. che confesserete esser almeno nel mio cervello quella qualità. che negherete essere negli elementi. cioè s'ell'abbia fatto tutte le cose leggieri. ma perche ritrovandosi dentro mezzi. ciò non avviene già per interna virtù. fuggono dal centro. io so. colla quale si salvano tutte l'esperienze praticate. e leggerezza. mentre intanto ascendono sopra il capo di esse. che colla medesima franchezza da lui si usurpa? Primieramente ancora da ogni avversario alla mia posizione. poste nell'acqua vanno in su. gravità. che si sia appigliata la Natura. da me si salva nell'istessa maniera. ma però con disugual virtù: quindi è. per esempio. Tutte le cose per instinto. Quel moto poi di repulsione vien da noi nominato movimento all'in su. overo tutte gravi. nell'acqua. e dilungarsi dal centro. ed abbiano interiormente principio di moto verso il centro del globo terrestre. e molte cose simili. Lo confesso: ma non sarebbe iniquità manifesta. alcuni legni. Opinione veramente giudiziosa. che voi supponete? Il rimanente poi de i movimenti all'in su. il fuoco nell'aria. e sul discorso. La terra. si concederà che uno elemento intero vada in su per natura sua. È vero. ma piuttosto per perdita di contrasto. se altri negasse a me quello. a segno tale. L'aria. e nell'acqua. che seguirebbero. discaccia le materie meno pesanti da lui circondate. supposto ritrovarsi attualmente quelle due qualità contrarie. Tutte le cose le quali si muovono all'in giù. o la sola leggerezza pareva ritrovarsi negli elementi. non vi è forza d'uomo. l'oro in tutte le materie fluide. e i metalli nell'aria. Degnissimo Arciconsolo. con assoluta. bisogna che io lo confessi. che la sola gravità. e si escludono molte inconvenienze. si fondano egualmente sull'esperienza. che vanno in giù. Dicono essi. DELLA LEGGEREZZA. che io stimo totalmente impossibile potersi alcuna delle due opinioni. o convincere per falsa. e nell'argentovivo i marmi. e necessaria dimostrazione provar per vera. Vedesi un gran pezzo di marmo giacere là disteso sopra la terra. e principio innato. la quale necessariamente convinca la gravità. vi vanno per principio di momento interno. hanno creduto. Sereniss. con isperanza. che la terra nell'aria discende. come l'aria. ed io dirò per virtù interna. la quale 38 . son rispinte. Ogni cosa si sforza per andare in alto. che egli possa. per robusto che sia. come abbiam detto farsi dalla setta contraria. i sugheri. non per naturalezza. e discacciate verso il centro dall'ambiente più vigoroso. e pronunzio così. e per inferiorità di momento. e cedenti. Ma però non può negarsi che mettono perpetuamente una petizione di principio troppo manifesta. Non già perche queste cose non abbiano anch'esse quell'interno motivo di salire. Questo come più grave. Virtuosissimi Accademici. o sperienza alcuna. Questi tali fautori della gravità. Consideriamo ora a quale di questi due partiti è più verisimile. Esporrò la mia opinione paradossica. ch'io non ho saputo fin ora trovar argomento.

ma solamente controverto se essi facciano quelle operazioni per elezione della loro interna volontà. o sia di marmo. o pure attivamente. e che però sorgano erette al piano sottoposto. o di ferro. una mole pesantissima cioè a dire. ma potrebb'esser sollevato da ogni debole donnicciuola. s'innalza nell'aria non sò per qual forza d'incanto. dalle quali ricevendo il benefizio dovrebbero anche aver l'attrazione. Parmi che le due opinioni fautrici una della gravità. inciampano casualmente nel seme di quell'erba. a un altro. e restino fra di loro con ogni egualità bilanciate. ma si ben verso 'l punto verticale della nostra Sfera. Appariscono i giorni di Primavera. dove si conosce. che in ogni gran mole. so ben di certo. ch'elle spuntino con indifferente pendenza dalla superficie orizontale della campagna spianata. e nelle radici di quella pianta. lavorino ad arbitrio d'altri. retto. ogni pianta. e queste non sono apparenze chimeriche. o 39 . Io non vidi mai se nell'agghiacciato Settentrione nascano le piante perpendicolari al piano della campagna. io confesso sentirsi quel glutine tenacissimo. Dopo queste vengono l'altre. quei minimi corpicciuoli atti a trasformarsi in piante. se elle desiderassero d'andare a confinarsi nelle più intime angustie della terra? dove. Sopraggiungono intanto per le fibre invisibili nuove materie ascendenti. Ogni fiore. ma piuttosto di partirsi da esso. si affatichino. non meno all'intelletto. e non volontari. Questi dopo l'ozio del freddo iemale. o passivamente per l'attrazione del calore. o pure come agenti forzati. che l'interno principio delle cose create sia il fuggir dal centro. Io non nego. dovrebbero non già innalzarsi a piombo sulle pianure della campagna. come manifestamente si vede. e l'altra della leggerezza. adunque senza tanti sofismi la gravità è cosa manifesta. Aggiungasi di più per rinforzar l'obbiezione. e quei funicoli invisibili. se questa ascensione si faccia. e tante lingue. Veggiamo ora. che verdeggi nelle selve sono tante bocche. una Quercia. e per dir così. che essi non hanno riguardo alcuno. che quando elle fossero attratte dal calore. e vanno successivamente a trapassare. le parzialità della natura a favorire la posizione della leggerezza. Che ignobile appetenza sarebbe quella delle cose mondane. camminino fin quì del pari. cominciando a trascorrere per gli occulti meati del terreno. ed a muovere da un luogo. che vuole ne' campi d'Irlanda. dove la natura stessa parla con voci di chiarezza. la materia creata manifesta la sua interna inclinazione. E questo col popolar vocabolo si chiama peso. Ammetterei questa ragione. ne all'andar verso la Zona passeggiata dal Sole. ed a collocarsi sopra le cime delle già innalzate. o di piombo. ma solo osservano indifferentemente il partir a dirittura dal centro della terra.basti per sollevarlo. ovvero inclinate sull'orizonte del paese nativo. e producon primieramente quel tenero germoglio. Comincia la virtù motrice del caldo ad agitare sotto la superficie del terreno. ma però convien. ma gagliardi. che a viva forza la tirino verso 'l centro. che s'apra in su i prati. ovvero si sollevassero per incontrarlo. Forse amano l'andare a dilatarsi. a respirare nell'ampiezza del Mondo più spazioso. scappano fuori. un Pino. e succedano gli argomenti per abbattere la gravità. non di andar al centro della terra. che le piante hanno bensì la propensione d'andar verso la parte del Cielo Meridionale. che molti Schiavi nella Darsena del trionfal Porto di Livorno. perchè la materia istessa abbia in se principio intrinseco di fuggire dal centro. quand'io non avessi veduto sorgere gli alberi anco sulle coste pendenti delle montagne. donde vien loro l'influenza amica. che al sentimento. e pur da esso ricevono forse minor influenza di consolazione. Sormontando poi per le vene occulte alle parti più alte di esso seme. ma sorger da terra inclinate con angolo meno di mezzo. Se quel marmo fosse leggieri non vi bisognerebbon Turni. Potrebbe alcuno rispondere. Segno assai evidente. Questa si è. Venga ora dove mancano i sillogismi della Logica. che da qualunque punto della Zona infiammata. che par. un Abeto. che di stupidità. Chi lo negasse meriterebbe nota non meno di sfacciataggine. o Polifemi per alzarlo da terra. e col progresso del tempo. colle quali parlando. ma verità palpabili. che a me basta il vedere ne i Giardini della Toscana i Cipressi dirizzati colle cime. e reali. non già verso le parti calorifiche del mezzo giorno. Segua pur ciò. Ma che? non è bisogno di prove silogistiche per via di discorso. e di Norvegia. ne al partir con angoli eguali dalla superficie terrena. e poggiare in su.

osservar come la medesima natura si governi in cose non molto differenti. che vadano al centro. Come dunque vogliono. e la Natura non fanno niente indarno. le quali allargandosi sempre più. L'istesso fanno i raggi de' Pianeti. tutti per conseguire il lor fine. quod non contingit esse factum. ma non però mi si nieghino gli assiomi della Fisica. Non è possibile che si faccia quello. o pervenute che fossero. potrà giammai l'elemento dell'acqua conseguire il suo fine. che gli elementi della terra. ed il loro accrescimento. e ridursi in un punto. le parole non posson esser ne più chiare. adunque non è ne anco possibile. e stanze. come si dice. potrà giammai l'elemento della terra. e l'acqua possano mai ritrovarsi. non è possibile che la terra. la natura sempre si serve di quelle linee. e naturale di andare al centro. Non ho già saputo ritrovar caso alcuno. Impossibile est id fieri. ciò mi è nuovo. Chi non vede. e tendono alla lor propria destruzione. Ma che la natura abbia messo nelle cose create sullunari un principio intrinseco di momento verso il centro. Nel primo del Cielo parlandosi di gravità. che vi pervengano giammai? La natura mostrerebbe bene d'aver usato superflua prodigalità nella distribuzion degl'istinti. anzi l'istesso osservano anco tutti quei simulacri. nel gielo d'una perpetua morte. che giammai si riduca all'atto. Dicalo il Filosofo colle sue parole stesse. inopinabile. che partono dalle materie odorose. fa il nido. bisogna. dove non possono arrivare. dice Aristotile. Non è mai possibile. le quali riconcentrino ad un punto le linee del suono. così poi s'argumenta. Ogni agente opera per lo suo fine. cioè d'annichilarsi? Ma per lo contrario. ed esser insieme nel centro. che si concedono a tutti. nell'ozio d'una semtipiterna infecondità. e se è vero quell'altro assioma Aristotelico. Impossibile est enim ferri illuc quò nullum quod fertur pervenire potest. Se dunque non è possibile. che uniscano i raggi della luce. il ragnatelo ordisce la rete. che le cose vadano naturalmente colà. e dell'acqua. acciò da tutte le supposizioni maggiormente campeggi la verità. che bramano l'esterminio. Per ispiegarsi meglio porge alcuni esempi. che partono dagli oggetti visibili: l'istesso fanno le linee. che la tal cosa sia in Egitto. non è anco possibile ch'ella si faccia in Egitto. che Dio. Domando ora io. Orsù. instinto comune 40 . l'ondate degli increspamenti sonori per l'aria: l'istesso fa la diffusione di quei piccolissimi corpicciuoli. resterebbero sepolte lungi dalla natura vegetante. dicendo. che gli elementi non abbiano quel principio intrinseco di andare al centro. e di appetir la dilatazione. Voglio concedere. che la tal cosa sia fatta bianca. mostrano di fuggir l'angustie. de' nostri fuochi. l'albero fa le foglie. verrebbero a bramare la lor propria ampliazione. nel quale la diffusione. acciò nella versione del testo non si sospetti l'alterazione del senso.non potrebbero giammai pervenire. Osservo che nella diffusione della luce. se è impossibile. che nel caso che si ha per le mani. Sogliono nelle quistioni controverse della natura. Aggiungo io. confessare. cioè possano pervenire al desiderato centro del globo. che gli elementi della terra. o per dir meglio. che l'Iliade d'Omero in un guscio di noce. Così la rondine. che è di pervenire a quel verso. possano giammai ottenere il prescritto fine di pervenire all'amatissimo centro loro. e dell'acqua possano ottenere il fine del loro natural movimento. che partono dal corpo luminoso del Sole. nell'emanazione delle spezie visibili. che non può star fatto. I raggi. e concorrenti in un punto. le quali partendo da un punto. pare a me. ed il moto. si diffondono in una sfera. con appetenza d'eterna infelicità. non m'è nuovo ch'ella fabbrichi specchi. che sia familiare alla natura. la quale non è possibile. cioè verso l'angustie d'un punto. non è anco possibile che ella si faccia bianca. e che ella faccia vasi. che chiamano divergenti. nello spargimento del suono. e s'inferisce. a simili. si diffondono per l'Universo con linee. Se non è possibile. avendo eglino il principio interno di partire dal centro. Ma concedasi anco questo. Sia vero. e leggerezza abbiamo questo Testo. al quale con tanta ansietà sono stati incamminati dalla natura? Sarebbe certo altra maraviglia il veder due elementi così grandi in un punto solo. mentre appetiscono di concentrarsi. Quanto all'Arte. e senza esempio alcuno. quando ella avesse collocato nelli elementi una potenza. che le cose abbiano principio intrinseco. ne più a proposito. si faccia per linee convergenti. l'istesso possa intervenire. ed usitato nel Mondo. dell'altre Stelle fisse. Se non è possibile. che due elementi così grandi sieno naturalmente incamminati verso il centro.

la massima di tutte quante le imperfezioni. che se la potenza degli elementi potesse ridursi all'atto. e mi par anco d'aver sentito. Quanto al riposo. ne in aria. o sarebbero di già pervenuti. egli vi sta fermo non meno che fosse nel centro. che favoriscano questa opinione ogni pianta. ed immobile. che si fanno. Fra tutti i movimenti locali non controversi. ch'ella si serva di linee convergenti. Ma posto quel medesimo sasso quassù nella superficie. la sollevazione di cui. non perciò seguita. cioè l'istinto di andare in su nelle cose create. un sasso nel centro. che fa la Natura. Tante montagne. Anzi se mai vi giugnessero tutti. che quell'antico. quante ne sono dentro a una palla. il caldo col freddo. le specie visibili. Può egli immaginarsi il più infelice. Non veggiamo. Anzi se io dovessi dire un mio pensiero. Eccettuate però pochissime zolle turbate dagli aratri. che le parti della terra cerchino il centro. che vorrebbero pervenir al centro ancor esse. che egli sta fermo. perche non possono arrivarvi. che si chiama peso. tutte stanno ferme. il più imperfetto stato del Mondo. Asseriscono alcuni Filosofi. perchè le cose coll'andare al centro. mi par che la maggior parte delle materie dovrebbe star contenta. avrà guerra continua da tutte le parti. ed un rinnuovare la favolosa confusione del Caos. e indarno la natura averebbe dato alle cose questo momento. tanti scogli. che assegnino la cagione di ciò. e la natura non intraprende l'imprese impossibili: secondariamente. se noi lo consideriamo tutto. la diffusione del caldo. non intelligibile dagli uomini. e ponghiamo fine al discorso. e verso il centro. e non ha perpetuamente quel contrasto con immense moli. par vanità.di tutte le creature. il duro col molle si mescolerebbe e simil mescolanza si farebbe di contrarietà. Non dite voi che l'acqua tutta. del suono. ed ogni altra cosa. come dicemmo da principio. Sarebbe unico il moto de i corpi se si facesse per linee concorrenti. par che congiurino i detti de' Filosofi. primieramente. con certezza anco di non aver a muoversi mai nel corso di tutti i secoli della futura posterità. Questo gran globo di terra. ogni fonte. e verrebbero ad avere un fine assegnato loro dall'onnipotenza creatrice. le cose sono molte. Diciamo ora della perfezione. o almeno potrebbero pervenire. e da tutte l'altre cose. affine di perfezionarsi. e l'acqua hanno dentro di se il motivo intrinseco dell'andar verso il centro. perchè gli elementi non sarebbero più perfetti nel centro. e molto meno il fuoco? Se dunque gli elementi mostrano di non voler commercio. pretendono conseguire non so che lor perfezione. la leggerezza. ed abbominevole nella natura. Si salverebbero con facilità tutti i movimenti. senza cercar altro centro. Chi non vede. che altrove. e si vaste moli di roba. certissima cosa è. se pure hanno questo desiderio. e verso la circonferenza. e l'altre cose pesanti debbano rimaner senza quella manifestissima virtù. e poca polvere agitata dal vento. al quale. Per la quiete. 41 . per esempio. e la penetrazion de' corpi non si dà. come avranno per istinto comune l'andar a racchiudersi in un luogo angustissimo tutti insieme? Concludiamo pure. io stimo che niun altro luogo del Mondo sia meno atto per la quiete. e l'aria dentro all'acqua se ne vola via. Non par possibile. che gli elementi vadano al centro. la terra non può star ne in acqua. proceda da potenza non conosciuta. e le leggi della natura. che la terra. Ponendosi la leggerezza. tante. che ponendosi. se dato che vi giugnessero. e favoloso Caos? certo no. Il centro è uno. che rimane di questo smisurato elemento terrestre tutto sta fermo. perchè arrivandovi sarebbe un distrugger se medesimi. è superfluo. ed alla quiete. e andar al centro. che l'acqua fugge dall'aria. Pare. che il piombo. che di diametro è fino in settemila miglia. in ogni modo ivi non riposerebbero niente più di quello che facessero nella lor nativa regione? Dunque l'andare al centro sarebbe indarno. e tutta la terra s'affaticano per giungere al centro? dunque collocato. Testimonio la luce. Contro la gravità. e riposo. che s'innalzi nelle selve. potendo forse meglio in ogni altro sito del globo riposarsi. Per la perfezione. che scaturisca sulle montagne. Perche dunque vorranno le parti della terra andar a cercare il centro. conseguirebbero piuttosto coll'unione delle contrarietà. che il centro della terra. Del resto tutto ciò. e degli odori. sarebbe un resuscitare quell'altissima confusione di tutte le cose? L'umido col secco. mai non si trova. che da tutti i lati lo spingono per torgli il luogo. non perciò seguirebbero assurdi nella natura.

cioè la stagione riscaldata. So ch'io parlo in un luogo dove la vivacità degli ingegni. che è la genitrice della pioggia futura. fra le cose sue più nascose. che dalla terra allora dovrebbe esalare maggior copia di vapori. agl'ingegni loro non ha contrastato il porto della sapienza. che dopo le pioggie molte volte si svegliano i venti del Settentrione. che gli uditori godano. e le comete. che quei del corpo. poco nota l'origine. una. a pubblicar quell'ignoranza. e l'altra per la pioggia futura. e più diuturni che mai. Pronunziano i Filosofi. mi basterà. e fondamento per la speculazione. che quel vento stesso. hanno per mio credere. ed i mezzi giorni spirano quasi sempre avanti alle pioggie. Degnissimo Arciconsolo. e molto malagevole la contemplazione: nulladimeno benche nate in regioni sublimi. le nevi. e l'altra secca produttrice del vento. volle concederci qualche principio. Avevano questi osservato. La Natura. che ne' campi dell'aria. quando queste due cose concorrono insieme. e si rallegrino nel conoscere. ho riportato. i parelj. che non sia qualche sorta d'ajuto al contemplatore. Le pioggie. perchè la scuola filosofica. chi non vede. i torrenti orgogliosi. non sarà maraviglia. e di fumosità. che alcuna ve n'abbia. che serva per generare il vento. E chi negherà. i baleni. conoscerà per inezie puerili quelle difficoltà. non meno per accecar gli occhi dell'intelletto. esercitata nella cultura delle scienze. mentre lasciandone altri esposti alla vista. che ritrovandosi in quel tempo la terra inzuppata d'umidità. che mi confondono intorno all'opinion comune della generazione del vento. prodotto. ed altri ancora soggetti al toccamento. che dalla terra inumidita svaporano. Ora se la natura quasi con ogni studio proccurò d'occultare il vento egualmente al senso. sono indizi manifesti di un parto della natura invisibile. occultata con maggior segretezza. avrà anco pronta la risposta dell'obbiezioni. che il vento tragga l'origine sua da quelle esalazioni fumose. l'iridi. o compariscono. e le grandini. Non mostrò la natura di tener questi parti fra i più segreti ripostigli de' suoi arcani. che quell'accidente dell'aria. i fulmini. ed altre impressioni. e del calor sotterraneo ne sollevava due sorti d'esalazioni. ma cammina piuttosto al contrario. che in cambio di erudizione. una umida. o al più sul finire delle medesime si quietano. e poi al cominciar di quelle. ma per esser alquanto fuori del mio intento principale solamente l'accennerò. che dal sentimento della vista posson esser compresi? Ma del vento invisibile per se stesso. LEZIONE SETTIMA. se per la moltitudine degli effetti non si palesava? Il gonfiarsi delle vele. Virtuosissimi Accademici. però dissero. e inaccessibili. che dopo le pioggie spirano per l'ordinario i venti più impetuosi. e crescendo sempre quella del vento? Ma passiamo avanti. ma ne i venti Meridionali la regola non solamente fallisce. i prati sommersi. non si sottraggono però affatto da tutti gli umani sentimenti. E quando mai si troveranno più opportune le congiunture per generare il vento. che dopo le pioggie da i venti Meridionali cagionate? Allora vedonsi i solchi delle campagne allagati. e tanti altri accidenti. Aggiungo di più. Se da ogni pioggia due sorti d'esalazione si debbon cavare. dalle studiate carte degli antichi. se io pieno di confusione comparisco oggi in questo luogo. e d'altri simili accidenti. del colore. E pure secondo l'opinione Peripatetica. la forza de' raggi solari. Principe. l'ondeggiar delle biade. mentre la terra innaffiata ha maggior comodità di somministrare gli alimenti all'esalazione. che vuole. non mi par. Sereniss. Ora da me primieramente si dubita dell'osservazioni: imperocche è vero. ed all'intelletto. Ma avvenga pur ciò. o si generano. Gli sirocchi. della grandezza. che più? ancora 42 . qual cognizione avremmo noi. che la materia della pioggia andrà sempre scemando.DEL VENTO. dovrebbero dopo le piogge seguitar più che mai. il quale con nome di Vento comunemente si appella. e più impenetrabili. il quale all'intelletto mio ha cagionato il naufragio. Quì potrebbe farsi un'obbiezione. l'aver certezza almeno della figura. che ha domestica la tramutazione degli elementi. l'incresparsi del mare. il sollevarsi della polvere. lo scuotersi delle piante. e la terra inumidita.

ma la Spagna. se ne cala giù per i fiumi gonfi. che procedesse dalle piogge dell'Emisferio Antartico. quanto delle scaturigini apparenti. poiche col progresso degli anni in un Mondo. ma 400. sembrano d'abbracciare tutto l'Emisferio Settentrionale? Diranno che le piogge precedenti. si distendesse dieci volte più.nelle più chiuse abitazioni penetra di tal sorta l'umidità. la terza in vapore umido. o nella Tracia per isvegliarci l'aura della mattina? O diremo che ogni giorno piova nella Spagna. e genitore della pioggia futura. o l'aure della sera da Levante. La durazione ancora sarà alle volte per lo spazio di dieci. o dodici giorni continui. I Filosofi antichi si pensarono. se le relazioni Cosmografiche mi assicurassero. da pioggie certe. e deboli. che a generar tanto profluvio d'aria. Ma questi sono venti leggieri. Ogni pioggia pare a me. e gli zeffiri sempre dalla medesima parte. e l'umidità. l'altra internandosi per pori occulti del terreno inzuppato. ed inquieti appena si sostentano? Al contrario poi dopo alcun altre pioggie sorgono impetuosissimi gli aquiloni. ma quante volte poi accaderà lo spirare di scirocchi impetuosi. e universale serenità. volte. che dopo la mezza notte fino al levar del Sole. Consideriamo ora quello. secondo il detto del Filosofo. il quale non solo spazerà la piccola Italia. che appena l'intelletto ne comprende la misura. e ventosa esalazione. le quali nella state particolarmente in tempi determinati. alle piante. che colla sua dilatazione occupa la maggior parte dell'Europa. e la quantità. passiamo ad altro. che di difficoltà. che vengono da Ponente. che per lo spazio di più. e certi. si può facilmente argomentare. la quarta. non dovrebbe aver forza di sollevar mai tanta quantità d'esalazioni. la Francia. che una mole d'acqua se per sorte si convertiva in aria. o le nevi polari. e la maggiore. che forse è la minore di tutte. che per la generazione del vento. Forse crederemo. che vogliono. ovvero dieci giorni si faccia continuamente sentire. senza che pioggia alcuna gli sia preceduta? Sono note non solo a i filosofi speculativi. si solleva. che fino i marmi in sudore si distillano. se pur è vera l'opinion del Filosofo. che per quanto è lecito conietturare. che si distribuisca in molte porzioni. in esalazione secca. signoreggiano. o poco più con placidissimi fiati ristorano il Mondo infiammato. ed altre fumosità discacciate. e ventosa si rarefà. tanto dell'acqua occulta. e dalla medesima ora compariscono? e non ci fa sentir qualche volta i venti della mattina. e dieci volte maggior luogo occupasse. e ultima porzione. sieno egualmente necessarj il calore. Ora stante questo principio proveremo che non solo una pioggia. somministrano materia sufficiente per la continuazione di tanto fiato. che dureranno non solo i giorni. e più giorni inquieteranno la terra. la Germania. che risvegliano l'aura. Spirerà un vento. L'altezza poi di questo corso. e altri Regni. o poco più si raggira. e alle vene sotterranee. che ogni notte piova nella Dalmazia. che non è infinito si sarebbe scoperto. e per i torrenti spumosi verso la marina. ed addiacciato dal rigore di quei freddi Boreali. ma anco le settimane intiere in tempo di una continuata. di maggior mole diventa. ma anco a i viandanti ineruditi. o profluvio d'aria. Una. che tanta furia di venti Meridionali nasca dalle rugiade notturne della Zona infiammata? Io concederei. che quel profluvio continuato di venti impetuosi si sentisse giammai passare per le provincie aduste dell'Affrica polverosa. sarebbe 43 . ed il mare? Crederemo forse. e certi. che ciò succeda. l'aura matutina. lasciano l'aria quasi una stufa noiosa. ed i viventi nell'intempestivo calore languidi. hanno con industriose esperienze ritrovato. I moderni più curiosi. ed ancora più diligenti. che appresso di me ha piuttosto forza di dimostrazione. Ma condonisi pure tutto il detto fin quì. Ora il profluvio di questa secca. e pure il Mondo inaridito. aggiugnerei un calcolo per mostrare. Quante volte dal gelato Settentrione spireranno venti Boreali. ma ne anco un Oceano intiero di piogge sarebbe atto a somministrar materia sufficiente per un vento gagliardo. e regolate si cagionano. Per qual causa poi queste cagioni. il quale per otto. forse manca il calore in quella stagione mentre gli aliti pestilenti di mezzo giorno. come dalle nuvole. che dopo il mezzo dì fino al tramontar del Sole. o quattro miglia in alto. l'Etesie. alcune sorte di vento. Concedasi. e di scirocco. i quali spontaneamente nascono. alle volte è così grande. che una mole d'acqua se si converte in aria non altrimente dieci. Ma concedasi tutto quello. Ma che diremo de i venti. o nell'Oceano occidentale per sollevarci i Zeffiri della sera? Io non credo. ed i Zeffiri vespertini. che unitamente considerati saranno una porzione non piccola del Mondo abitabile. che quei venticelli regolati. Se io non temessi ora di affaticar troppo la benignità di chi m'ascolta. per lo meno si solleverà pure tre. si distribuisce per mantenere gli alimenti all'erbe.

non dico per i pori minuti. poco sussistente. si solleva bene. la quale non iscorrerebbe sopra più. il corso andrà al contrario: avvengache la Germania ritrovandosi coperta d'aria condensata. che dagli abissi nascosi esalasse vento. e se il Tempio avesse un'occulta virtù di convertire subito in acqua quell'aria succeduta. il quale senza alterar punto il rimanente dell'Emisfero. divenga quattrocento volte maggiore. Ecco dunque la generazione del vento. proccureremo di soddisfare alla produzione di qualsivoglia sorta di vento. che questa mole non potrebbe reggersi. che pur troppo si prova talora ne i giorni boreali. Io domando. e scaturisca per i pori invisibili del terreno. e senza vento alcuno. che quantunque un Regno vasto del Settentrione spirasse tutto. però il vento sulle porte di esso è tanto impetuoso. Condensandosi è necessario. che apporta maraviglia. Con questo preso opportunamente. ma forse gli scogli. e continua. per forza di vento. senza un alito d'aura. non solamente le piante. che l'esalazione del vento venga a dirittura di sotterra. Quello. che quel notissimo. che da i pori sottoposti scaturisca. l'acqua per esse se n'uscirebbe con grandissimo impeto. In oltre io non mi ricordo aver veduto giammai un foglio. succederebbe altrettant'aria. come da alcuno è stato fatto. manderà per tutti i versi un profluvio di vento. ed in istato di calma tranquilla. e gli edifici. la ragione è questa: perchè l'aria dentro la vasta fabbrica racchiusa. Se la Toscana tutta. il profluvio delle porte sarebbe continuo. avesse sopra di se in cambio d'aria una mole egualmente alta d'acqua. Nel Tempio di Roma il fresco sull'ore meridiane di questi tempi. e lubrica. Venga poi una pioggia repentina. sollevarsi da terra. il corso del vento sarà verso la parte raffreddata: ma nell'infima regione. spianando col corso impetuoso. che lateralmente la percote. si condenserà.necessario il tramutar tutto in esalazione secca un Oceano intero. e vulgatissimo della condensazione. o qualsivoglia altro accidente. che abbiamo esemplificato in due elementi diversi. Se le porte fussero aperte. cioè quel freddo d'una provincia. in tempo per l'appunto quando l'aria si trova tranquillissima. Suppongasi tutto l'Emisferio Boreale quieto. cioè nell'aria conterminante colla terra. dovrà dalle porte uscir quel profluvio d'aria. e per disopra per riempir la cavità. hanno questa proprietà. Certo è. accresca più del dovere il freddo solamente alla Germania. quando fosse tutta in cambio d'aria ricoperta d'acqua. però se più fresca. che subito l'aria raffreddata di quel vasto Regno. e reflessi del Sole. all'ampiezza aperta de' campi spaziosissimi dell'aria. senza un soffio di vento. Alcuni hanno creduto. L'Augustissimo Tempio di Santa Maria del Fiore qualche volta. e per le finestre più sublimi succederebbe nel Tempio altrettant'aria per l'appunto quant'acqua per le porte se ne partisse. non solo diletta. che non dovrebbe essere. opinione. e le muraglie istesse. ma per forza di vento. l'aria di sopra i Regni circonvicini. ma molto più spesso la maggior Basilica di Roma. per via di condensazione. ed anco accresciuta. ovvero una foglia. e non finirebbe mai. se col medesimo principio la causa. qualunque sia la ragione. adunque sarà anco più grave. Ora non sarebb'egli manifesto segno d'aver incontrato la vera cagione dell'origine de i venti. che farebbe? la risposta è pronta. che nell'acqua abbiamo esemplificato. di esalare ne' giorni più caldi della State un vento assai fresco. e passiamo dalle cavità riserrate. ma con profluvio rapidissimo si spargerebbe. io credo dico. che nell'alta regione dell'aria si faccia sopra la Germania una cavità. ma alterato nella qualità. fin tanto che durasse la supposta metamorfosi dell'aria in acqua. fuor delle proprie porte. e rarefazione dell'aria. dilatandosi in giro per tutte le campagne delli Stati circonvicini. Io credo. cagionata dalla predetta condensazione. che lasciasse l'acqua. quanto durasse la causa. In questo modo il vento farebbe una circolazione. si trova più fresca dell'esterna infiammata da tanti raggi. e la necessità di tutti egualmente si dimostrasse? Questo principio altro non è. nel medesimo modo per appunto. Se un grandissimo Tempio fusse pieno tutto d'acqua fino alla sua più alta sommità. che una mole d'acqua convertita in aria. come abbiamo esemplificato nella Toscana. considerisi ora in un elemento solo non tramutato di spezie. scorre a riempier quella cavità improvvisamente nata. che seguirebbe? Si risponde. ma anco offende. onde nelle parti sublimi dell'aria. ma a guisa d'una voragine aperta. E se quest'è vero. io tratto anco supposto quel principio. che non sarebbe bastante a farci sentir quella violenza grande. come fluvida. è anco più densa. e non a rovescio. Applichiamo ora la contemplazione. maggior. in 44 . che ad una parte terminata della terra: e tanto durerebbe l'effetto della circolazione predetta. pare a me. e però più grave della circonvicina.

se nel fondo di un gran lago fusse una stanza simile piena d'olio. e non reggendosi poi colassù. e sono maggiori assai di quel. che per la porta della stanza riscaldata entrerà vento. che non spiri vento di sorta alcuna. la medesima si sia ancora condensata. Quivi poi sentendo quel medesimo freddo accidentale. ed in tempo. ed assurdi. che tutti gli altri paesi sieno senza vento? Altrimenti sarebbe forza il dire. ma effetto reale. i quali certamente da pioggie non si cagionano. formandosi una circolazione contraria alla precedente. ci si cagioni da piogge Affricane. e grave. che parte da un Clima vi si possa restituire? Altrimenti qualche Clima resterebbe esausto d'aria. e di mezzo giorno. ma nel medesimo modo. Che questa circolazione non sia sogno chimerico. o da Laghi. Non mi par credibile. e però rara. o da altre mediocri umidità generati: favoriscono finalmente il medesimo pensiero. perchè l'aria inclusa essendo più leggiera se ne fugge per l'aperture più alte. certo è. che il moto si continui per tutto il circolo massimo. o scorrerà dalle bande. che farebbe. Certo è. l'Etesie.paragone di quello de' luoghi circonvicini. che dovrebbero essere. e altri venti spontanei. E quando questo circolo massimo di vento. o da rugiade. rinfrescata l'aria verso i paesi di Ponente. e aggravata più del dovere. si aggrava. che per ordinario sieno più freschi de' circonvicini: favoriscono i venti repentini della state. cioè quando l'aria d'una Provincia. colla nascita di molti inconvenienti. che i due circoli del vento s'intersegassero due volte scambievolmente fra di loro. o da altri luoghi simili. e notturne. e dureranno tanti giorni. spirano sempre. che l'aria si trova più. essendo ciò contrario alla dottrina d'Archimede. In un altro modo può cagionarsi il vento (e qui giungo alla fine del discorso). per caldo intempestivo. o per altro accidente. Circolazione la chiamo. e per il cammino istesso. la ragione è. i quali sempre dalla parte raffreddata si sentono. che essendosi. quei venti precipitosi. che faranno più di trenta miglia per ora. si condensa. come alcuno ha creduto. Questo si è per rarefazione. Noi vedremo alle volte spirar venti Boreali con impeto tale. che tanto vento passi sotto il circolo dell'Equinoziale? Ma quando anco vi passi. si cagiona la predetta circolazione: favoriscono il medesimo pensiero i Zeffiri. ed un altro soprabbondantemente aggravato. Crederemo noi. che gelata. acciò potessero dirsi. le quali secondo Seneca. e però densa. l'aria concorrerà verso il centro della Provincia riscaldata. o da Ponente. viene il vento. e leggiera. e cagiona sulla superficie del terreno un vento contrario a quello delle regioni sublimi. che comodamente potrebbero aver circondata la metà della terra. si vede il verno nelle stanze. e s'odono i tuoni. 45 . o da Valli. che in questi giorni. si rarefaccia più della circonvicina. come alludono a questo pensiero tutte le sorti di vento delle quali io abbia notizia: favoriscono l'aure matutine. Imperocchè dove comparisce l'apparato della tempesta. o per pioggie. Osservisi ne i più crudi rigori del freddo. ma io temo d'essermi allo spirar di questo vento dilungato oramai troppo dal Porto. sempre da quella parte anco prima della pioggia. non è egli necessario. ed estivi. o sia da Levante. sopra le cose. che circonda la terra. Osservisi che quando da una parte compariscono i lampi. Ma la considerazione de' venti in questa stagione è materia da godersi piuttosto in pratica. che da ventilarsi colla speculazione. E ben credibile. L'esperienza in pratica di questo accidente. scorre da tutte le parti. e però anco più grave. da qualche gran fuoco riscaldate. Quest'aria rarefatta non spingerà altrimenti. poiche nella parte superiore tutto il moto dell'aria concorre verso il centro della Provincia più del dovere raffreddata. onde ne segue necessariamente quella circolazione da noi considerata: favoriscono questo pensiero ancora l'aure. ove non reggendosi. circonda la terra per tanti giorni. si spanderà in giro nell'alta regione dell'aria: intanto quaggiù vicino a terra. che galleggiano. e vengono sempre come precursori al nembo delle tempeste. ma crescendo di mole si alzerà perpendicolarmente più della sua conterminante. che quella della terra. onde poi ne segua la già detta circolazione. può quasi dimostrarsi con una breve considerazione. in quella guisa appunto. e discende a terra. dalle parti conterminanti più aggravate. della quale ne sentiamo l'effetto. Ma nel medesimo tempo quella de' paesi circostanti è caldissima. ed insoliti. che tanta affluenza d'aria velocitata. la ragione è perchè ritrovandosi in quel tempo l'aria sopra il mare assai più fresca. e la terra. per l'appunto turbano il Cielo. e non mi resta tempo di mostrare. che quasi sempre sulla spiaggia marittima in tempo di state si sentono venir dalla marina. non sarà egli necessario. che l'ora è fuggita. o da qualunque altro cardine del mondo. o da Alpi. acciò l'immensa quantità d'aria.

Certo è ch'io mi sforzerò di provare la fama dopo morte esser nulla. o col semplice patrocinio delle lettere. che sotto specie d'encomio onorato. acciò con isforzo anco maggiore. Non è già vero. Degnissimo Arciconsolo. e punitore dell'ebrietà. E qual più degna opportunità poteva giammai rappresentarsi. degli applausi di tutta la futura posterità? Se altri. e l'Insegne dell'Osterie. ne danno. Bacco l'inventor delle Corone. che con modello Carnovalesco. e per affrettargli. proccurino di conseguir i frutti della fama. LEZIONE OTTAVA. e vacillante. anzi confido piuttosto sia per inanimirgli. che onora le virtù. e dall'Europa tutta. e assassinato dalla Fama. non possono immediatamente apportare. Virtuosissimi Accademici. Questo tradimento di fama ingiusta. e come vogliono Plinio. senza la di cui approvazione. e preoccupando le piazze. con ampia tazza in mano. e morta a i morti. che trascorsa con passaggio trionfale l'Europa in parte. i Carri delle Mascherate. e Diodoro. a porgere ossequi cordiali. che il trattar della fama? Mentre la commozione de i Popoli d'Italia nel riverir l'Eroe della Toscana venuto dal Settentrione. e gli auspici dell'Altezza Vostra Serenissimo Principe. ma stravagante. che si forma dell'altrui valore. al purgatissimo giudizio di questa dotta Accademia. le quali non si sentono. ma ancor col possesso? Qual altro ragionamento poteva in questi giorni venir più a proposito. e dell'arte mercantile. i quali lodevolmente operando. che simil proposizione debba atterire quelli. se però sarà vero. abbiano finto sostenuto da Satiri. che dopo l'ultime esequie. il forma di un grassaccio rubicondo. e l'Asia tutta. e della fama. se non gli mancava la terra. mentre vivono. e d'ubriachezza. mentre siamo in una Adunanza dove per l'eternità si lavora. il domatore dell'Oriente. quel sublime concetto. tutti gli uomini sieno per divenir egualmente famosi. benche probabilissima. e non si sanno. quale per tanti anni abbiamo sentito dalla marzial Germania. Primieramente porterò l'argomento comune del volgo. e il concetto d'un valor grande. che trionfi di gloria dovranno sperarsi per un Grande di nascita Reale. quando con testa grossa. che nel progresso poi del discorso questo mio ragionamento sia piuttosto per dimostrarvisi. ritrovator della Medicina. un Bacco imbriaco. fuor che la fama d'un nome trionfale. per discorrer dell'applauso. mia opinione. nutrito nel grembo della potenza. che con sì frettolosa avidità trincierando le strade. nella persona dell'invitto Piccolomini celebrarsi. Sospendete di grazia le vostre giustissime riprensioni. Ed essendomi sovvenuto qualche pensiero frivolo. fosse stato un professore di brindisi. sotto 'l patrocinio. il cui nome già prende un nobil possesso. Bacco il primo trionfatore del Mondo vinto. Ma io temo. che la fama sia viva a i vivi. non porgerò mai l'assenso ad alcuna. E quelche è peggio. come a pietosa madre. e per tutti i rispetti umani inappetibile.DELLA FAMA. non ha sorta alcuna di benemerito? Certo null'altra. è stato fatto degno dell'immortalità del nome. e colla pancia arcata? Appunto come se il fulmine delle guerre. vien tradito oggi. non finiva le glorie. allora stimano d'aver fatta la più bella di tutte l'invenzioni. a cavallo d'una gran botte. con apparenza d'invettiva satirica. sono incamminati per la strada della virtù verso la gloria. con occhi gonfi. che forse appresso di voi. ed a sparger benedizioni tanto affettuose. E che avete. e le scienze. e nutrice del mio ingegno. ho stimato mio debito proporlo con umiltà. o Popoli curiosi. il severissimo Legislatore. l'uccisore de' Tiranni. o per la sola potenza. un viso non più veduto? Quale attrattiva tanto efficace vi muove. sopra una testa. E per qual causa un Eroe così valoroso non sa dipingersi in altra maniera. e favorevole per la fama. che le cose. e insaziabile di gloria. m'ha fatto in questi giorni applicar la mente con qualche curiosità alla considerazione rigorosa della fama. ne giovamento 46 . non solo col patrocinio. benemerito della fama. accorrete per conoscere presenzialmente. Non è dubbio. Capitano prudentissimo. ha dimostrato quanto possa negli animi umani. Insieme pretenderò.

e con quante promesse quei dotti Settentrionali. e un'Aurora di consolazione. Credo pure. che colui il quale s'affatica per la fama futura. a speranza. Si sa con quanti offici. abbiano proccurato dall'acutissimo Mattematico le sue invenzioni. procurassi. la quale acquistandosi con azioni indifferenti.alcuno. Io mi dichiaro prima di passar più oltre. Non occorre già aspettare. Entra il Galileo alla presenza di quelli. Questa io per me credo. o altr'atto di civiltà. e chi l'abbia fatto ardito d'entrar là dentro. in testimonio d'onoranza. nominarla con lode. Ma io m'immagino tutto il contrario. ne con un guardo d'ammirazione. Mi par di vederli turbati. o demerito non apporta. Ora se vogliamo conoscere quanto sia giovevole la fama de i viventi. Partasi il sapientissimo vecchio dalle Ville d'Arcetri. che farei io. che di quelle. ciascun de' quali nell'intimo del cuore ammira. e con linguaggio da lui non inteso addimandargli. senza punto curarsi di quella. e non conosciute. che non tratterò di quel compiacimento. o ad altre simili afflizioni di corpo. io non veggio. e per la quale par che la maggior parte degli uomini pecchi in eccesso di cupidità: tale sarebbe. e alzati alcuni de' più vicini. la quale fusse per restar di me dopo la mia sepoltura. che è ripiena di varie Nazioni. ma incogniti. E che giovano adesso a me negli ardori della state. Così la fama ancorche egregia. imperoche io suppongo di parlar solamente di quella fama. anco ad un vivente. che questo punto sia per esser ammesso senza controversia. che nel secolo dell'eternità sentiremo. dove si stà trattando dell'Arte importantissima del navigare. ch'io dimorai su quell'Alpi col vostro dottissimo. che l'effetto. si tratta d'una Città. alla quale ciascuno dovrebbe infaticabilmente proccurar di pervenire in vita. per aver lasciata nel Mondo a' posteri lodevol memoria di vita santamente spesa. Fin quì non è maraviglia. che alle porte della Città. e per iscoprimento d'invenzioni grandi. debba aver efficacia adesso di muover l'animo mio. merito. che la persona. o per gloria d'invenzioni. e vigilie indiscrete stando in Firenze. o porzione alcuna. per esempio la fama d'uno immortalato per sublimità di potenza. cose che per esser sommamente remote da me. Passiamo ora ad altri argomenti. non vi dispiaccia investigarlo con una curiosa astrazione. e di negozianti occupati. già in tempo. che cosa voglia. si può piuttosto dire esser famoso il nome. Ma quando poi si tratta di persone lontane. in tempi remoti. o l'inondazione del Nilo in Egitto. che molto meno altri debba curarsi in vita delle cose. ne giovamento. Par che dovessero tutti innalzarsi. per lode di virtù. che ivi sono adunati. ma ignoto. o travaglio. ma quasi per ispontanea necessità dovuta a persone di gran merito. Se io provassi. circa la Marinaresca. ed in particolare sopra le Longitudini. e comparisca improvviso nel popolato Amsterdam. ne con un saluto. Questo è l'argomento imparato veramente dalla plebe. quand'ancora io le conseguissi. cioè. che il famosissimo Galileo? Niuno. o a fatiche. che in quelle della sua nutrice Toscana. per possesso di scienze. e di mente. se con faccende. per merito di saper molto. che quell'applauso de' popoli nel riverir la persona famosa. ne con invito cortese. Abbiamo ancor relazioni. ad allegrezza. faccia l'istesso. quand'io non ne partecipo più effetto. o militare. io non sò intendere per qual cagione. farsegli avanti con viso acerbo. ed abbracciarlo come un Iride d'allegrezza. quel mostrarla a dito con ammirazione. o morale. abbia acquistato nell'Europa industriosa maggior fama. o per le vie pubbliche. e riverisce il gloriosissimo suo nome. e con offici di prontissime accoglienze essergli attorno ad accarezzarlo. i freschi dell'aeree montagne di Norcia mentre per tante miglia remoto da esse mi ritrovo? Quanto mi furono giovevoli. sia altro. o la serenità del Cielo nella China. e di gran valore. il quale in questo secolo avventuroso fin quì. vederla con una certa specie di benevolenza non proccurata. gli sia fatto un minimo segno d'onore. non mi possono apportar danno. che la fama fosse nulla. tanto più poi sarebbe nulla per uno già sepolto. e famosissimo Ciampoli. e il frutto derivante dalla fama. mentre la vedono presente. che con maggior applauso di gloria si sentiva il celebratissimo nome di Galileo Galilei. che sia per rimanere dopo la morte. e delle Provincie circonvicine. Chi è stato quello. Conduchiamolo alle porte dell'Accademia. ed appresso di me non ha molta forza. che sia la vera gloria. appunto 47 . o come presente se la concepiscono nel pensiero. altrettanto mi sono disutili adesso. mentre son vivo. le quali vivente lui si fanno in paesi lontani. Mi par dunque. che seguiranno dopo la sua morte. nelle città oltramontane. ed in particolare d'Olanda.

e di coloro. che d'Atabalippa. che vivi ci averanno conosciuti. che non sono state. Io goderei sommamente quand'io fussi tra una comitiva di cent'uomini onorati. che può levarsi. il concetto degli ascoltanti. Ed io soggiungo. Non sia di grazia alcuno. che appartengono alla persona. come faranno poi a conoscerlo quelli. che già fosse quello nella Città di Roma. guai a noi se negli annali della memoria si registrassero altrettanti nomi macchiati d'ignominia. senza mutar punto l'identità della persona. la provvidenza della Natura suggerire al costume degli uomini. del mio genio. veniva ingiustamente ad onorarsi un simulacro. Può ben essere (e siamo sottoposti tutti a quest'obbrobrio) che nel formarsi tanti. che compongono il nome piuttosto del Torricelli. onora il Galileo. cred'io. il quale alla vera. ma subito vola coll'immaginazione. i quali lo vedono presenzialmente.come s'egli non fusse quel famoso. e volin per le bocche degli uomini coll'applauso delle Nazioni quei caratteri. e pregiabili onoranze. Volle. non vorrà già fermarsi in quei pochi caratteri. un fedele. quale si pensa. Odo subito una prontissima risposta la qual dice. che al vero. che ciascuno di quegli colà adunati. e s'assomigli. vizioso. ma della persona reale. incolto di corpo. siccome io diceva. che si prenda maraviglia di così stravagante argomento in questo giorno. Ma dopo morte io non mi curo punto. o Accademici. Certo è. non già perche colle colpe non abbiano dal canto loro meritata l'eternità dell'infamia. ed ecco l'altro punto proposto. mutarsi. e non lo conosce. All'udir quel nome. che sono state. che son per nascere di quì a mill'anni? sento replicarmi l'onoreranno senza conoscerlo. O questo sì. e d'animo. qual'egli veramente fu? Io per me difficilmente lo credo. e sì diversi concetti. Chi non sa. dopo l'esequie nostre. di tutte le creature. o vogliam dir. e di tutto me stesso. e si forma un Catilina ne' ripostigli della testa. che nel corso di pochissimi anni paghiamo tutti il debito naturale della mortalità. La fama. che paja a proposito per figurare quel traditore della patria. quanti son quelli coronati di gloria. posto ad arbitrio. che niuno di quegli onora il Galileo. per esempio. nella gran massa. Dimostriamolo manifestamente nel caso immaginato dell'Accademia Olandese. e nondimeno molto usitato. Col progresso poi degli anni s'appresenta in un popolo un'opportunità di flagellare con implacabil Filippica uno scelerato antico. che ad un Re dell'America. e che anche non saranno giammai. e quelle onoranze. ch'io affermo esser veramente impossibile. che altri in cambio d'un Catilina concepisca un Curzio. che ha fatto tante belle statue. che parlo in causa propria. un buono. e traditore. ed estrae dall'immensa massa de' modelli umani un fantasma. o almeno d'un concetto nella nostra apprensione. per mio credere. intervenga molte volte. se ne va quel concetto. perche quando comparisce egli stesso alla presenza di tutti. Avrei per caro (per dir un impossibile). in cambio d'un Nerone s'immagini un Augusto. Mi dite voi. ma un vecchierello ordinario. che sieno celebrati. e confusa. Non vorrei che si prendesse un equivoco. e concedessero piuttosto la venerazione nel lor pensiero a un Mattematico di Firenze. e reale Galileo si convenivano. com'egli appariva nel sembiante esteriore. alterarsi in molti modi. Eccovi dunque provato. Ed io vi provo. perche non lo conoscono. che ciascuno avesse in testa sua qualche fantasma figurato pel Galileo (siccome l'abbiamo tutti delle persone famose antiche) al quale concedeva quelle lodi. che mai nessuno se lo immaginerà per appunto tale. Crediamo noi Accademici. Io fo conto d'andarmene da questa vita senza lasciarci [per colpa del poco talento della mia inabilità] vestigio alcuno durabile di esserci mai passato. quella specie ideale di ciascuno. per un empio. che lo descrivono. Adunque è necessario. e real persona si conformi. se non rarissimi. degnissimi di lode sempiterna. ch'egli è. che il nome degli uomini è accidentale. che nel catalogo della fama non si arruolassero i nomi degli scelerati. Se quelli. che da esso vien significata. anzi un errore pur troppo manifesto. Che diremo adesso dell'infamia? Guai a noi. dicesse ecco là quel valentuomo. poiche confesso liberamente. Venghiamo all'esplicazione. che di lui non aveva ne anco la simiglianza. Queste sono le vere. Così in cambio d'esser onorato il famosissimo vecchio. Catilina. nessuno lo riverisce. non lo conoscono. ma sì bene per provvedere all'innocenza de' buoni. Che tutti gli uomini dopo morte sieno per divenire egualmente famosi. e che il popolo mostrando me solo a dito. o che ha riportato sì gloriose vittorie. che i secoli avvenire formassero concetto aggiustato del mio corpo. non dee esser del nome chimerico. Non già per questo diffido punto di dover esser anch'io famoso al par d'ogni 48 . un virtuoso. che la fama non serve a nulla.

ma la vera. ogni volta che leggo le storie. ovvero che anche abbia da essere. che il mio. ovvero un altro giovane di cento anni fa. che gli sarà conceduta. Alza una volta la voce in Quinto Curzio contro quel suo prigione di Licia. esaltano Marrani. ed incapace di biasimo. di Virgilio. ma con ogni studio. se nella formazione del concetto fortuito. Al concetto della persona immaginata? O questo sì. e di non aver fatto quell'opere. saccheggiando gli erarj della Persia. e incerta quella. nella seconda lettera al Tiranno Dionisio. mi figuro un giovane di genio reale. circa il venir nelle fantasie umane. non un simulacro suppositizio. ne quei meriti. Gran disgrazia per certo sarebbe la mia. Accademici. ed indegno. ed onore nel cuore. e malagevoli imprese? Vediamo qual fosse il suo fine. e co' Semidei. ed il biasimo. che l'intenzione del fiero giovine. che l'ha meritato: e poi anco resterà dopo la morte quella fama postuma nel Mondo. che di noi è per restar nel Mondo dopo la vita. ad affrettar con ogni studio possibile l'acquisto della gloria. e moderni. dove hai potuto gir tu per causa d'armenti. Alessandro. e di tutto l'Oriente. quanto a me. Achille. che la fama non debba lasciarsi dopo morte. e diligenza dobbiamo proccurare di lasciarla grande. tu non hai fatto quelle prodezze mirabili. di statura piuttosto piccola. per chi la desidera. e buona. e questa gloria immortale per cui tanto s'affaticò il celebrato Re della Macedonia. si dovrebbe con ogni fervore proccurar di goder la gloria anticipatamente in vita. o gli incentivi dell'età focosa colle Regine fatte prigioniere. Ed io. Ritrovai finalmente detta da lui medesimo la cagione del suo gran movimento. che per quei sassi dirupati. che in questo. di Platone. a chi vien ora per vostra fe attribuita da i posteri del secolo lontano? al nome d'Alessandro? No. che la mia persona dopo la morte sia per correre nelle teste degli uomini la medesima fortuna con gli Eroi. e real persona. ch'egli abbia conseguito quel fine. che forse ogni altra cosa avranno meritato. posso con legittima scusa risparmiarmi la fatica della perorazione. Fur materia di gloria. ma s'assicura. Alessandro per la gloria. e per l'eternità della lode. esorterei gli ascoltatori. ed in effetto è favorevole. ma pretendo. par contrario a queste mie speculazioni. che così conseguirà a' frutti dell'onorate fatiche. per celebre. S'io ragionassi ora in altro luogo. Il sapientissimo della Grecia Platone. e non d'Amore. e di tanti altri uomini celebrati. fuor che quella. Cesare. perche il nome essendo un semplice accozzamento di caratteri. fusse d'accrescer l'Imperio con dilatare i confini del Regno al pari di quei del mondo: o pure d'accumular tesori. Non vale il dire. Annibale. il simolacro d'Achille. Io mi pensava una volta. che con errore non volontario. il quale esagerava la difficoltà delle strade alpestri. apprensioni. io non lo sò. ovvero di sfogar il genio della gioventù instabile. ma feroce. venendo all'applicazione del discorso. d'aspetto mediocramente maestoso. o al più una tal formazione di voce. Si loderà dalla fama decrepita degli anni futuri. de i Regni erano alle volte maggiori i donati da lui. la lode. che essendo inutile. Parvi forse. che i tolti. o piuttosto Efestione. Povero Alessandro. onorano le Taidi. dove con assiduità d'azioni virtuose. Perche io vi confesso di non aver quel nome. E le Regine schiave. Dice il gran Filosofo. che non dobbiamo in alcun modo trascurar la fama. a si bel cuore. L'istesso hanno detto tutti gli altri antichi. quelle azioni virtuose. ed illustri. e dico. si dirà d'Omero. d'Aristotile. Io non dissi. la gloria non s'acquista. ma inevitabile. scherniscono Grifoni. per il quale si mosse ad intraprender così perigliose. quell'opere degne d'eternità. che passar doveva per esequir un'impresa. 49 . che dopo morte nel Mondo rimane. che hanno avuto chiarezza nell'intelletto.altro. con pellegrinaggi lontani. e s'accresce. che dalla posterità vivente saranno sempre attribuite a caso. ma asserisco. Ma ritrovandomi in una udienza. a persone. In somma parmi di vedere nelle teste degli uomini. si rende totalmente indegno di lode. e quello dentro me stesso ammiro pel grande Alessandro. ch'egli si sia. non possa andare? Questa lode. vilipendono le Lucrezie. tu non hai quel nome. Ma i tesori erano da lui sparsi con prodigalità. Pensi tu forse. fosse più fortunato. Se poi così fusse Alessandro. per non dire a rovescio.

che spesse volte Acer. ed esclama. venivan poste nelle Sacre Carte. che io posso coll'antico Aristippo rallegrarmi. ma alla sapienza. e i Principi la proteggono. qualche particolarità delle Mattematiche. in tutte l'Università d'Europa. mostra quanta forza. o fantasie d'uomini. perchè non contenti dell'astratte contemplazioni Geometriche. la quale in questi studi ingegnosi. So. Di tuttociò egli apporta vari esempi. non al guadagno. per appagare il vostro intelletto. de Doctrina Christiana asserisce. alla presenza di voi virtuosissimi Uditori. Mal consiglio sarebbe per certo. dedito alla cultura d'una scienza. Non si trova. So. ma non contento. ed inclinato per natura alle speculazioni. anderò toccando con rozzo discorso. se qualcuno lasciata l'affluenza del comun concorso. alza una voce in Plutarco. per la parte nostra. s'applica alla contemplazione dell'abbandonati Mattematiche. che sono già persuasi gli animi de' Signori Fiorentini. nelle macchine materiali. ne difficoltà più frequente. che rispondendosi alla curiosità. la quale non lasci esquisitamente appagato l'animo di chi l'ha intesa. Girolamo nell'Epistola 5. subito che sono scoperte. spero che gl'interroganti saranno astretti a confessare. che mentre voi abbiate un ingegno lucido. ha piuttosto bisogno di freno. & mercenaria indigeat inertia? Ma che le Mattematiche sieno profittevoli ancora. ed ascoltando in più d'un ragionamento discorsi di Geometria. non erano intese molte cose. e al Serenissimo Padrone. e per la Santa Scrittura. e per dar cibo d'ingegnoso trattenimento alla cupidigia di qualunque curioso speculatore? Che frutto d'interna consolazione stimate voi. prima che si applicassero a niun'altra disciplina. e per elezion di giudizio applicati. in questo felicissimo Stato. parvi dico poco benefizio. che ne' libri classici della Mattematica da due secoli in quà. la quale da se sola sia bastante. Dovrebbe bastar questo per appagar l'animo d'un vero filosofo. Si tamen horteris fortius ibit equus. e inopportuni gli encomj della Matematica. e perchè depravate la bellissima Geometria. LEZIONE NONA. Imperocchè sono a mio giudizio totalmente superflue le lodi. ed Archita. odasi S. e in questo luogo. e dell'Aritmetica. il quale dà la sentenza favorevole. gl'insegnamenti della quale non sono opinioni di Dottori. e in sensi mistici. che in questo giorno. delineate figure mattematiche. Platone addirato contro Eudosso. per l'altre professioni. ed efficacia sia nella scienza de' 50 . Nulladimeno insegnandomi l'ingegnoso Poeta. il quale abbia dedicato l'ingegno. ed eterne? Non troverete una sola proposta nella Geometria. legger la Geometria dove ella avesse bisogno di lodatore. 16. e primieramente per la Religione. 37. che le discipline Mattematiche avessero giammai minor bisogno di lode. & ad palmam per se cursurus honoris. che con ragione la sapientissima Antichità costumava di farla imparare a' giovanetti. non per altro. che si cavano da quei peregrini studi. fatto da Dio per intendere. si sia giammai scoperta un'ombra di fallacia. che di sprone. ad sui usum corporea mole. dove Vestigia hominum cerno. Io confesso di non aver incontrato briga maggiore. le quali con trattati. questo medesimo argumento. e verità indubitabili. per esser giunto in un porto. che raccolga un animo veramente filosofico. quasi che ella. e per inclinazion di genio. dove la Nobiltà la professa.IN LODE DELLE MATTEMATICHE. che render grazie a Dio. A che servano queste Mattematiche? Ecco dunque. del primo Tomo. che nel dover ogni giorno rispondere all'interrogazione fattami. trascorre ancora di nuovo nella medesima materia. acciò voi sentiate rammentarvi una particella delle utilità. ed io non debbo far altro. escludono le contradizioni. a' quali siete tanto. tentavano di propagarle ancora per l'utilità. e si pongono in possesso dell'eternità. ed inetti che siete. Agostino. che si trovi una scienza sì nobile. se non perchè le verità Geometriche ritrovate una volta sola. Par propriamente un delirio di malinconia. Io non credo. che per l'ignoranza de' numeri. per avermi dedicato al servizio d'una gioventù. vedendo in più d'un muro. ma beneplaciti Divini. Egli al cap. S. ed esagera più diffusamente nel cap. Parvi forse poco benefizio questo Uditori. sciocchi.

se i famosi Piloti d'Olanda. Che diletto apportano le predizioni tanto aggiustate degli Eclissi Celesti? Vedete pure. e delinear nelle Carte loro. che renderà obbedienza perpetua in tutti i suoi viaggi. & scripta sunt. in vedere dentro i confini angusti di una stanzuola. e della vostra vita. tutto fu solo benefizio dell'Astronomia. e dell'Arte Nautica. e dell'altezze Polari. e in quei giorni per appunto dell'anno. Rispondi tu diligentissimo Ortelio e dacci ad intendere. e le comodità di quasi tutti i popoli della terra. In quanto a me. e insieme rimediò. per così dire. che se le solennità di Cristo Signor Nostro. compose una volta due Volumi. e nell'Agricoltura non credo. E gli risponderà. che si chiama Mondo. e questo fu l'Universo. ma non già impetrare da altra professione. Che per legger la Bibbia sieno giovevoli le Mattematiche. e de i membri massimi di questo gran corpo. che senza l'uso delle Longitudini. ricondusse colla detrazione di quei dieci giorni. Quando 51 . & facta sunt.numeri. dall'Agricoltura dipendono i nostri alimenti. S. e le nostre delizie: dall'Arte Nautica le ricchezze. chiedasi a Gregorio XIII. che ci apporta la Geometria? Questa con alcune sue regolette vi dipinge nel piano de' muri. e le feste de' Santi Martiri sono oggidì celebrate da Santa Chiesa ne' lor debiti tempi. che per venti. a quai Popoli della terra. ne' quali essi Santi Martiri. Agostino nel luogo già citato afferma. e d'Inghilterra potevan giammai situar l'Isole. Attendete. non per altre strade. che dallo Scioterico Architetto gli saranno state dipinte. Pontus. Di quanta utilità sia l'Astronomia nella Medicina. Pontefice Romano. Questo benefizio si poteva ben chiedere. In uno Dixit. quanto benefizio abbia ricevuto la Chiesa di Dio dalla scienza dell'Astronomia. il quale con pensieri magnanimi. quasi per obbligo. e in particolare de' Mattematici allora viventi. o l'uno. quegli se n'accorgerà. & lucidus anguis. sapremmo difficilissimamente. che sia de' Luminari. come famoso autore della correzione del Calendario. si legge nella maravigliosa Georgica Propterea tàm sunt Arcturi sydera nobis Hædorumque dies servandi. che i Teologi doverebbero esser con ogni diligenza istrutti nella Geografia. prescrivete. che la Geometria apporta molta utilità a' Teologi. per intender bene certi misteri delle sacre Scritture. Quàm quibus in patriam ventosa per æquora vectis. il quale si trova poi costretto a mandar l'ombre sue. e assegnate. San Gregorio Nazianzeno si diffonde nell'innalzare con applauso di lodi magnifiche. Mi sovviene d'aver sentito dire da un grand'ingegno. e d'altri Padri. o in altre superficie. Ella insegnandoci la vera quantità dell'anno. l'istesso Sole. le feste a' lor tempi dovuti. Basilio. o nacquero. già sentiste l'opinione di Sant'Agostino. e questa fu la Scrittura. Vedete che e' si predice puntualissimante in qual giorno dell'anno. intorno alle quali navigavano. Ma senza andar ricercando le testimonianze della remota antichità. Poco dopo nel cap. al qual siete certi. perchè egli era non ordinariamente perito nella cognizione dell'Astronomia. ed astrusi: nel qual luogo ancora soggiunge. un Oriuolo. e della Luna. che non potessero mai più trascorrer per l'avvenire. Non vi pare. ma la delineazione della piccolissima Italia. non istimo uomo di gusto umano colui. che ad alcuno di voi sia ignoto uditori. che la posseggono. Sapete benissimo Uditori. nelle Tavole Geografiche dell'industrioso Settentrione. Che per leggere il gran Volume dell'Universo [cioè quel libro. le spiagge de i Continenti. Nella Medicina si tratta della vostra sanità. nell'Arte Nautica. che l'onnipotenza di Dio. della Geometria. il suo gran Maestro S. e cent'anni prima s'indovinano i mancamenti del Sole. Voi intanto con una figura di poche lineette. il quale non sente straordinario diletto. se i benefizi dell'Astronomia sieno importanti per i vostri interessi. e per quanta porzione del suo diametro s'oscurerà. se non erano ajutati dal benefizio dell'Astronomia. & ostriferi fauces tentantur Abydi. che dalla Mattematica. Nell'altro Dixit. o l'altro. e d'osservazioni Astronomiche. che sia una gentil soddisfazione quella. ne i fogli del quale dovrebbe studiarsi la vera filosofia scritta da Dio] sieno necessarie le Mattematiche. Dell'Agricoltura. in che ora del giorno. epilogata la faccia dell'universa terra. che la Teorica musicale (che pure è parte delle Mattematiche) è necessaria a un Dottore Cristiano. se non per quella. aspirerà alla gran scienza delle parti integranti. non dico la configurazione di tutta la terra. o morirono. 19. le leggi al gran Monarca de' Pianeti. La Medicina è piena di precetti. in qual parte del Cielo. aggiugne. per altro assai reconditi. e della Aritmetica.

e quelle macchine. certo s'accorgerebbe. o Pizzicagnolo. il fulmine di Siracusa Archimede. ma poco intesa. che i gran Principi. quando altri ricercasse le proporzioni delle loro grandezze. e cose simili. gli intervalli delle sfere. ed i Luminari. e un uomo libero. è molto adoperata. se chiedesse onde proceda la varietà delle stagioni. erano i Cieli. e l'adoperavate per pertica delle vostre dimensioni. e Fortezze. che giornalmente calpestiamo. Dunque un uomo solo vecchierello. Habuisset profectò tanto impetu cæpta res fortunam. Scrive quell'altro. che ancora. con che lacrime averebb'egli pianto. ed inerme si giudicava equivalente a una squadra 52 . sanno adoperare? Sovvengavi Uditori la memorabil strage. Come sarebbe mai possibile. perchè son note. ne' quali questa facoltà tanto benefica. Quid tantum oceano properent se tingere soles Hiberni. la quale in tanti modi si diversifica secondo le varie obbliquità della sfera. poi coll'ajuto di quella scienza si svelano. che quasi eccedono la capacità dell'ingegno umano. nato per sapere. Quando investigasse le precessioni delli Equinozi. che non goda della scena delle maraviglie. e tanta maravigliosa. schiavo tanto inesperto. Che diremo dell'Aritmetica? Si richiederebbe propriamente un'Aritmetico per numerare i benefizi. si può ben dire. ma solo per conquistarsi qualche minuto frammento di quel braccio. da' calcoli de' banchieri. fuorche per misurare a semidiametri. fino gli stessi facchini. che agli economi. e le operazioni della bilancia. e di Tolomeo. Altri s'esercitano nell'Architettura mercenaria di Palazzi. e fra le vostre tappezzerie si numeravan le Stelle. non so. i fondachi dove voi esercitavate i traffichi dell'industria ingegnosa. dalle Compagnie. se vedeste. se dopo avere scorso con volo trionfale dalla Macedonia fino al Gange. sanno l'uso del misurar le campagne. e di quella misura. che egli non intende quelle cose. ed il fondamento delle Monarchie. qual sia la causa dell'inuguagliauza de' giorni. non ingannare. e le sconfitte degli oppugnatori Romani in molte forme: finalmente prorompe. d'un Mercante di questa sorta? Felici voi anime grandi d'Ipparco. Esagera Plutarco lo spavento. sa l'utilità della leva. da' Bilanci. non si vergogna quando pensa. che ella apporta. col quale egli misura la ricca suppellettile delle sue mercanzie? Qual concetto dico formereste Uditori. ovvero i tempi precisi de' lor periodici movimenti. che eternamente lampeggiano nelle sfere. Non si trova fra le immonde ciurme delle Galere. nisi unus homo Syracusis ea tempestate fuisset Archimedes. di quel Meccanico. che sembrava. e delle Stelle. che fece nell'esercito Romano. non solo possibili. applicassero tutto l'ingegno proprio. quanti problemi. che una particella di quel braccio. e a' Mercanti applicati. Lascio l'istorie. o con maggiore maraviglia. Povero Alessandro. Questa palla di terra. che di credenza. e Livio prove sì eccelse. se con maggior diletto. non sono altro. e i soli caratteri con i quali si legge il gran manoscritto della filosofia Divina nel libro dell'Universo. che l'unico Alfabeto. e i Potentati della terra. Qual concetto formereste voi Signori Uditori. vel quae tarda mora noctibus obstet. la quale nella ricca officina dell'Astronomia. che quelle misere figure. se alcuno desiderasse conoscer da se stesso l'ampiezza di questa palla terrena. della ricchezza d'un Mercante. che non sappia benissimo l'uso dell'argano. che pugnassero contro gl'Iddei. e nel firmamento. non meno a' contemplativi astratti. che per misurare i broccati. troveranno mai sempre più di maraviglia. e la pratica delle taglie. che la somma del suo faticoso acquisto non era altro. e tutte le forze de' sudditi. la trepidazione del firmamento. non per impadronirsi della preziosa drapperia di esso. ne' commerci della vita civile. Altri per mera pratica.alcuno desiderasse di saper le distanze de' Pianeti. che abbia l'istruzzione dell'Aritmetica. Ogni Muratore. o esser ingannato. o si disprezza. per ignorante che sia. che appresso i secoli della posterità. Voi potete far fede ingegnosi maestri d'Algebra qui presenti. avesse pensato. Chi non ammira la Meccanica. non serviva per altro nelle vostre botteghe. E un Filosofo. come ancora in paragon della terra. Mi par ben deplorabile la miseria de' nostri tempi. e i fondi d'oro. i termini degli Eclissi. senza la dottrina del numerare? Qual sapiente avrebbe cuore giammai di svilupparsi dalle lunghe somme de i libri mercantili. ma anco agevoli ad un fanciullo. che pure è la base de' Regni. dal pareggiamento di Cambi diversissimi? Cose le quali si rendono poi. che vedete ne' Geometrici elementi. sì fra di loro. o non si stima per altro. Narrano Plutarco.

d'esentarsi dalle dimensioni. sapete. son quistioni. e idonei a tutte l'altre dottrine: e diffondendosi nelle lodi delle Mattematiche. arriva fino a dire. tutti i giovamenti. 53 . dall'Architettura. di Fortezze. quante volte ci occorre il misurar la superficie de' campi. che gli Aritmetici naturalmente sono atti. che la ricerchi. la quale vi discuopre nelle figure Geometriche le ricchezze della Natura. la quale è più amante della sincerità. Ella finalmente porterà le misure dovunque arriverà con la vista. per resistere (quasi dissi per vincere) un esercito Romano? Un esercito allevato nelle guerre. se non da chi avrà prima avuto la contraccifera. o di quel Castello senza appressarvisi. quante braccia cube di fabbrica. e più eccellente d'ogni altra. Nell'istesso luogo egli afferma. e l'altro stia immerso nell'altissime viscere del terreno. che l'intelletto speculativo durerà gran fatica a discerner le larve di nebbia. e tutti i diletti. Queste. lasciò scritto nel Filebo. che esse apportano. ma anco per l'amministrazione della Repubblica. o il diametro di questo globo. la madre. Nell'istesso soggiugne. o in un fosso. che i libri di Platone. ancorche l'uno. e della Dialettica. Quante volte accade dover levar piante di Città. Nel settimo della Repubblica. che l'occhio dell'anima. dell'Etica. assuefatto alle vittorie. e delle Scuole. facendolo idoneo all'apprensione dell'altre Arti liberali. e determinate. che al contrario de' moderni filosofi meritò il cognome non dalla eccellenza. e dalla Geografia. e rilevanti utilità. son tutti pieni d'esempi mattematici. cioè de i Principi delle Cattedre. per le molte. oggidì è assai più noto. ed inacutiscono l'ingegno. Venga la Geometria. della sagacissima Geometria. fra le carte de' quali concedo. Lascio star da parte. che fusse lavorato. siccome veramente è. dall'Optica. e moltr'altre simili. poi spaventato da un uomo solo? Glorioso Archimede. Pel contrario ne' libri della Geometria vedete in ogni foglio. e i teatri della maraviglia. che se ad alcun de' viventi. che molte volte s'incontrerà qualche vero. e la Regina di tutte le scienze Mattematiche. via d'ogni ingenua erudizione. chiamandole. che quella scienza. è più degna. e la capacità di una Casa. non solo per l'apprensione dell'altre arti. e dalla Musica. ma dalla divinità. la Geometria esser utilissima per l'acquisto della filosofia naturale. trionfatore delle Nazioni. Platone. ovvero dialogo del sommo bene. ed escluderà con la lunghezza dello sguardo. è la più bella fra tutte le figlie dell'onnipotenza) non conviene. la quale dovrebbe stimarsi. l'attività dell'Artiglierie. Ma per toccar qualche suo proprio particolare. di che figura si sia? quante braccia di terra sieno in un monte da trasportarsi. quant'acqua passi per un fiume in un ora. Proclo nobilissimo scrittore testifica. quante ne fussero in un pozzo. de' libri della sapienza umana. con encomio superbo. corteggiato dalla fortuna. che le discipline mattematiche debbano impararsi prima di tutte l'altre.di Dei? Dunque un sol uomo era bastante. ella saprà quanto sia il perpendicolo di quel Monte. solo dalle scienze mattematiche viene recreato. o di qualunque vaso. e nel Timeo. cadesse giammai nell'animo il pensiero di voler vagheggiare la verità (la quale per mio credere. anzi in ogni linea la verità ignuda. che tutte le discipline son vili senza le mattematiche Il medesimo nel settimo delle leggi comanda. e dalla Meccanica. e d'Aristotile. che l'accompagnano. e della verità. ovvero in altro assegnato spazio di tempo. ed assegna le ragioni. L'editto Platonico col quale proibiva l'ingresso della sua famosa Accademia a chi non era Geometra. il quale negli altri studi s'acceca. L'istesso Platone nel Filebo pronunzia. e non sarà possibile ne anco all'altissimo Saturno. che nelle rovine della Patria ancora. e l'istruzione della Geometria. che derivano dall'Aritmetica. ma però come peregrino. ancora quando non possa avvicinarsi al luogo da descriversi. e non da alcun altro professore posson esser sciolte. esalta le Matematiche. e per lo governo delle Città. ed eccitato alla contemplazione. che quando anco non apportassero utilità alla Repubblica (siccome ne apportano innumerabili) in ogni modo dovrebbero impararsi per questo punto solo. dall'Astronomia. prima. sieno in un muro? quanto sia il vano. perchè elle corroborano la mente. e però non posson esser intesi perfettamente. trionfasti nelle lacrime dell'inimico. da' simulacri di verità. ed anco di Provincie? La Geometria con semplici strumenti vi descriverà la pianta desiderata. e da tutte l'altre figliuole subalternate alla Mattematica famiglia. Parlo solamente Uditori. Ella dirà l'altezza di quella Rocca. e tanto manifesta in altri libri. Dovremmo riconoscere da lei. o speri di vederla giammai tanto presente. e la tenuta de' Poderi? Come spesso si ricerca. che osservato. Misurerà coll'occhiate. e tanto avviluppato nella mistione delle falsità. che dal solo Geometra. quanto in quelli della Geometria.

DELL'ARCHITETTURA MILITARE. o imitano in tutte le parti la Natura operatrice. Maravigliosa ancora si rappresenta la Pittura. la Pittura non gli rappresenta con altro che con ombre. sopra le quali per l'incapacità dell'idioma. e la Monarchia d'una letteratura si degna. o per esercizio dell'ingegno. e inemendabile per una sol volta. sieno giammai state ritrovate. se la provvidenza.Ma che occorre. i gesti. che spiranti. amatori. e con apparenze. la pongono nel soglio della gloria. e restano se non imperfetti. e per renderla immortalmente famosa. che ingannando la vista. che essendo addisciplinati nelle scuole de' miei famosi Maestri. e tutte le vedute de i corpi. con offerir l'ossequio di prontissima servitù a tutti quelli. che per esser vecchie son deboli? Abbiamo Uditori. imitata con ogni puntualità la Natura. che mi si rappresenta intorno alle Mattematiche. gli affetti. Famosa dico anco appresso quelle Nazioni barbare. che la materia. e la fertilità de i campi rendono questa Patria abbondante. e l'equità del governo pacifico la fanno felice. che le fatture d'uno Scultore industre. almeno poco maestosi. o in alcuna la passano. freschissimi. se la preminenza d'una favella. non si estende la plenipotenza litteraria de i tribunali delle vostre Accademie. che il perito contemplatore confesserà sempre. e protettori delle Mattematiche. e presenti i motivi. Mirabile invero si dimostra la Scultura. Uditori. e rilevati. che le più degne. e consecrato all'eternità. ma l'azioni medesime. poiche se l'ingegnoso Scultore immita l'opere create con corpi scolpiti. e predecessori. o per ornamento delle Città. e addormentato ingegno. nel contemplare un marmo. mentre da un marmo intrattabile per la durezza. che dall'industria umana. o producono sulle tele immagini colorite. vincono sì di pregio. o dal vostro Toscano Fidia figurato? Vedete in quelle parti dove i corpi viventi mostrano bellezza. debbano giudicarsi la Pittura. con tanta felicità rappresenta i parti della Natura stessa. e particolarmente in questa Città di Firenze. o cavano da rozzi sassi figure poco men. nome benemerito dell'Universo. ma dove gli esemplari animati mancano. che gli stessi movimenti. ed in particolare da quelli. ch'io vada numerando le testimonianze dell'antichità. e nobiltà fra due Arti così 54 . e godono i frutti della sapienza. la quale in questi giorni. accennerò solo la fresca memoria del nostro famosissimo Galileo. che al compimento. e il tedio del mio sconcio ragionamento. LEZIONE DECIMA. e poco meno. e perfezione. che d'invidiare i tempi della passata antichità. se non pure qualità. Fra tutte l'arti. Nominerò solo l'esempio de' vostri Serenissimi Principi. cooperano ora colla maturità dell'ingegno. l'opulenza dell'arte supplisce di maniera tale. Ma fuggasi da noi la controversia dell'eccellenza. ma s'io volessi accennare tutto quello. e la Scultura. L'istesso potrebbe dirsi della Pittura. che il secol nostro ha cagione di compatir piuttosto. Se l'industria dell'arte. nulla con ogni ragione. Qual gioconda maraviglia vi rapisce talvolta. le quali non essendo. come anco di bellezza. Arti che quasi emule dell'onnipotenza creatrice. si possono appellare. Io intanto avrò per gloria il poter imparare da tutti. che si compiaceranno d'essermi condiscepoli nello studiare la Geometria. incomodo. o da gli Artefici Greci. e la ragione. l'opere dell'istessa Natura. per la gravezza. che venga errato. Dissi poco Uditori. esprime nulladimeno con tanta vivezza non solo tutti i corpi della natura. Sarò la cote d'Orazio Acutum Reddere quæ valeat ferrum expers ipsa secandi. senza contradizione alcuna. io per me credo. e le più nobili. all'ornamento della Patria. il solo nome del Galileo era bastante per coronarla di lode. che dovrebbero esser efficaci per isvegliare qualsivoglia più neghittoso. mancherebbe prima l'ordine. e perverremmo piuttosto alla nausea. Resta ch'io tronchi la molestia.

Da una sola Città dell'Epiro espugnata da Marco Fulvio. l'abbellimento e lo splendore delle Città.degne. che gli eserciti espugnatori di Roma. che renderlo eccessivamente adornato. ma non minor quantità ne aveva trasportata Marcello da Siracusa espugnata. imparata dalla nostra industria. e de' Palazzi. e sfacciataggine. che niun altro fine gli aveva mossi a soggiogare una tanta Città. o seguaci. e le scolpite. Pronunzio questo solo. alla quale già cresciuta di grandezza. e Scultura sono infinite. che non essendo per ancora decisa. Ma come potrei io liberarmi oggi dall'accusa di manifesta adulazione. io per me credo. ed al lusso. ed arrichito di preziosissimi. e la rovina. altra dote non pareva mancare. Non è dunque maraviglia. e non sono così ignote in questa famosissima Accademia. tutte singolari per la bellezza. che più d'ogni altra Provincia inclinava alle splendidezze. non solo rapiscono i passeggeri. imperocche alcuni la trovarono in istato di forze tanto afflitte. La Sicilia per la vicinanza della Grecia. ma anco allettano le Nazioni straniere. a Roma trionfante. che le invidiano alla rapina. Il fine di queste due professioni tanto illustri. e le cose create. fuorche il desiderio d'impadronirsi delle preziose spoglie ond'ella era adornata. fuor che gli adornamenti. a saccheggiare un Regno fioritissimo. Ma qual pregiudizio più dannoso può farsi a una Città. Incredibil moltitudine ancora ne trassero gli altri Pretori. e famosissimi ornamenti? L'abbondanza delle statue famose. che potevan anco sperare. che con tanta vostra gloria ve ne dimostrate. resterà forse perpetuamente indeterminata. che gli cagionò l'invidia. ma la Pittura può egualmente figurare. che rendevano una tal Città la più bella. ma anco le qualità impalpabili come sono i colori. e non altrimente insegnataci (come in tutte l'altre arti avviene) dalla maestra antichità. nulladimeno per esser di molta conseguenza. e la moltitudine delle pitture inestimabili. se invitò l'invasione de' Cartaginesi più d'una volta. si era provveduta d'una merce innumerabile di pitture. che le contemplano all'ammirazione. che ciò seguisse per altri fini. fusse l'impadronirsi di quegli adornamenti. e di pellegrino. o professori. se fussi comparso in questo luogo. quante volte Uditori. Io so certo. che giammai fosse stata nella memoria de' secoli decorsi. può giudicarsi degno di qualche accurata considerazione. che di tessere un Panegirico in lode della Pittura. che dopo presa. dopo la seconda guerra Cartaginese. Pare incredibile la quantità quasi innumerabile di statue superbissime. e quasi altrettante di marmo. che tengano necessità d'encomi mendicati per accreditarsi appresso di voi Uditori. che l'unica intenzione de' Popoli espugnatori. è stata presa. e inestimabili di valore. finche l'insaziabil cupidigia di Caio Verre finì di spogliare quell'infelice Regno di quanto v'era restato di prezioso. abbellì Roma. che l'ornamento de' Templi. Non fu perciò maraviglia se il Popolo Romano passato il mare soggiogò quelle nazioni. e della Scultura? In questo luogo appunto dove le Regine dell'Arti quasi in propria abitazione dimorano. dando manifestamente ad intendere. non la presero per ritenerla. che fra tutte l'invenzioni dell'ingegno umano. questa non solo imita la corpulenza degli oggetti solidi. e la più invidiabile. Roma tra le cui mura si congregarono alla fine tutte le maraviglie dell'universo. che se ben tutto può convertirsi in lode. o ad ambedue si conviene egualmente partita la palma del Principato. o una di queste due porta la corona. Nondimeno si legge. Se quella non rappresenta altro che corpi. per la maggior universalità dell'operare. la luce. e col sacco di tante industriose Città. e potente. Non sono così peregrine in questa Città. e a un Regno. La Grecia. Gran parte invero gli fu fatta restituire da i Romani vincitori. che abbiano bisogno d'esser lodate. per depredare in esso le preziose delizie di quella suppellettile. che gli Autori 55 . ch'ella fioriva. dalle nazioni lontane. Pare anco che qualche titolo di maggior preminenza si acquisti la Pittura. ma siami lecito l'additarvi fra tante loro eccellenze un biasimo solo. e depredata l'abbandonavano. non con altr'animo. e l'ombre: quella con gli artifizi suoi non può altrimenti esprimere le cose dipinte. e Proconsoli Romani. e saccheggiata? Creda pure alcuno. altro per mio credere non è. abbondò in quei tempi. ceder la palma alla Pittura. e regnano come in trono dominante. di simili ricchezze assai più ella sola. e di statue famosissime. e reputazion nostra. È vero che noi dovremmo per interesse proprio. In vero le lodi della Pittura. che tutto il rimanente insieme dell'Universo. come figliuola de' nostri secoli. se avessero voluto. per accender gli animi al fervore dello studio loro. furon portate in Roma poco meno di trecento statue di bronzo. di dominarla.

che io con poca ragione abbia avuto ardire di paragonar a due professioni tanto gloriose. che nell'ultimo giorno della sua fatica. di ponti. gareggi colla Divinità? Estirperemo quelle vaghezze. che pronunzieremo noi dover farsi per ovviare a questo periglio? La cupidigia di simili splendidezze. s'impiegarono in lavori di terra gli altissimi ministeri dell'onnipotenza. ed opera. e della Scultura. che di sotterra si cavano. Ogni Tempio. per acquistar fama. se non di terra. non solamente nell'abbellire. o per nascita Reale si sarà incontrato nel Trono. che la sicurezza. e applicazione maggiore del solito. particolarmente in questa Città. d'acquedotti. L'Architettura con opere magnifiche. che forse parrà vile. e specialmente quella parte. ma anco nell'assicurar le Città. ed abbietta. quanto comode per l'alloggiamento. s'è piuttosto accresciuta. per la terra tutta. Ora per lo contrario dopo essersi dissipate le più preziose. che contemplano intorno alla nobiltà. che differenziavano i Palazzi dell'Italia industriosa. Vile potrà parere l'Architettura militare a chi considera. ma ancora la maraviglia de' riguardanti. s'affatica nella custodia delle Città e dei Regni. e Scultura una terza sorella. che diminuita. o il numero degli uomini viventi. i portici. i teatri. per poter poi con equità. Ma potrà forse giudicare alcuno. se le arti dell'ingegno in una pace tranquilla con ogni sicurezza s'esercitano. o vogliam dir l'origine di esse. Questa con assicurar le Città dall'oppugnazioni straniere. che alla militare Architettura. con la fabbrica di Fortezze. Tutto questo però non sarebbe un produrre la sicurezza delle Città. come son la Pittura. che militare s'appella. le ville. che nelle provincie fortificate. e la virtù posson ben dispensare gli Imperi a chi. dalle selve della Barbarie inumana? Non sia vero giammai: anzi con istudio. l'autore.scrivono essersi ritrovate in Roma. considerar il fine. tesaurizzati per mezzo della Pittura. ch'ella nelle sue fortificazioni la maggior parte de' suoi lavori. ogni piazza. Sogliono alcuni. che ella a guisa di trionfante Regina. ed ingegnose concorre colla Pittura. ad altri un così notabil benefizio non si ascriva. quella Città. e degli adornamenti. e colla Scultura anch'essa. di logge. ed immortalità a se stesso. ed accresce il pregio alla bellissima coppia di quelle Imperatrici delle Professioni. Dunque Ascoltatori. Il fine dell'Architettura militare altro non è. possono accendersi gli animi alla rapina. Studino pure l'altre professioni di dar gusto all'orecchie con 56 . e non dal militare Architetto vengono maneggiati. si è ridotta a mendicare fino i frammenti. Non potrà già parer vile a chi considera. di fontane. fa che le Patrie s'adornano per gli abitatori. e con fondamento profferire il giudizio della dignità loro. e d'altr'opere simili. Eccovi gli adornamenti di fabbriche non tanto pompose per l'apparenza. Sbandiremo quell'arti. e non pe' nemici. ogni strada n'era piena: piene n'eran le Case. e per accrescer vaghezze alla Patria. e leveremo affatto dalle nostre Città quegli ornamenti reali. ma piuttosto un accrescer loro insieme con la bellezza anco il pericolo. ch'elle distribuiscono. Castelli. per lungo spazio di tempo mantener il possesso di quei Regni. ed assicurati. e la Scultura. se dalla copia soprabbondante delle ricchezze. Fiorisce in compagnia della Pittura. o per azioni eroiche avrà conquistata la corona della potenza. e le bellezze de' Regni adornati oggidì con pacifico possesso da' cittadini quieti. L'abbondanza dell'opere preziose si multiplica. e la conservazione de' Regni. in un certo modo. Rocche e tante altre sorte di difese. o dal fondo de' pozzi. attendasi oggi all'esercizio di professioni così gloriose. si possano multiplicare gli adornamenti senz'accrescer il sospetto delle rapine. non innalza. nel tempo. che fu già una galleria universale del Mondo. dalle spelonche delle fiere. che oggidì contro l'impeto degli eserciti armati si consumano. di teatri immensi. e i professori. Ma la fortuna. di Templi maravigliosi. e il valore degli Artefici illustri. Non potrà parer vile a chi si ricorda. un arte. e nascere la sovversione de' Regni. o dalle cave de' fondamenti. che quei lavori di terra da vilissimi mercenari. che non sapevano qual fusse maggiore. che quasi terza Grazia perfeziona il numero. se dall'Architettura militare non vengono custoditi. a segno tale. o la moltitudine de' simulacri effigiati. e Scultori più gloriosi. dove i Pittori. o sono nati. o dall'alveo del Tevere. e la virtù non posson già. o son venuti. ed eccellenza delle cose. le terme. le conseguenze. si godono. coll'antichità. a tutta la terra debellata comandava. ogni giorno s'avanza. che non solamente hanno per fine la comodità degli abitatori. Se le ricchezze. nell'esercizio delle quali par che l'ingegno creato. La fortuna. che distinguevano le abitazioni degli uomini. Però l'Architettura sola.

o la Città circondata. per mezzo delle mie parole dimostrate. che timore. e per la felicità. altro le sue conseguenze non apportano. ma oggidì più che mai. mentre si combatte collo spaventoso strumento dell'artiglierie. o del corpo. qual fusse verso di lei più benefico. o di mura. o ne' Regni Oltramontani. servitù. le mogli. vennero a confessare. e da' paesi vicini. di Cesare. e per tutti gl'Imperi della terra un'esempio solo. o per dir meglio. potrà fare indubitata testimonianza a' posteri. che prudentemente se ne sapranno prevalere. con dire. e di tutt'i Regni dell'Universo. e con ingegno si dimostri esperto professore della militar Disciplina? Si sublima a segno tale Uditori. o delle Monarchie. o si son fatti colla virtù. la testimonianza di tutti i secoli passati. che togliendosi dall'età presente. & libertas retinetur. Con quale applauso di gloria si sentono oggi i nomi trionfanti d'Alessandro. Io per l'altra parte risponderò. sine qua aliæ artes esse non possunt. a' colori rettorici. I Professori poi d'un Arte così grande spesse volte o son nati Re. o il Tiranno crudele. e Padre della Città la volle ignuda. e arte militare son così note per se stesse. sempre sono state fortificate a proporzione dell'offese. l'autorità d'una famosa Repubblica. Ma la medesima Sparta. Le conseguenze. o la Città ignuda. Potrebbe alcuno allegarmi contro. e come vero Re. Le Città principali tutte. che rimetterla in quello stato primiero. o della conservazione. quanto meglio giudicassero. l'esercizio dell'intelletto. Serva per tutti i secoli del tempo. Così colle lacrime loro. a quale altezza di fortuna si sublimi un Ministro di guerra. per confermazione di questa verità si potrebbero produr tutte.intrecciamenti di voci armoniose. specula propugnacoli formidabili contro l'ostilità. conservarvi la libertà. che non voleva per guardia della Città altre guardie. Il medesimo in altra occasione alzando la voce esclama: O Viros omni admiratione laudandos. e custodirvi la Religione. che per lo spazio d'ottocent'anni inebriata dalle frenesie di Licurgo. e di difesa. il Tiranno in vece di danneggiarla. alle proprietà de' numeri. di cui abbiamo memoria. & dignitas provinciæ propagatur. che la sicurezza. che sola l'Architettura militare affine di partorir il riposo. e la quiete. e ora delle perdite memorabili. la sicurezza. ignominia. o delle ricchezze. e che fra i popoli della posteriorità. Ve lo dirò io. Licurgo legislatore. la beneficò con armarla di muraglie. si conservò senza mura. ora degli acquisti. e la libertà. Piansero gli Ambasciadori di Sparta nel Senato Romano. o distributor di cariche fra i quieti Cittadini. quando per ordine del medesimo Senato le furon rovinate quelle mura. per la Patria il conservarla circondata da fortificate muraglie. Chi non vede nella marzial Germania. o il legislatore affezionato. ma usanza praticata. che i petti de' suoi Cittadini. ch'io per provarlo con una lunga citazion di Scrittori v'infastidisca. che ne' tempi loro si costumavano. e niun seguace: produrrò poi in contrario per corroborazione del mio detto. di 57 . la salute. ha trovato pochi lodatori. la vita. o della rovina allo stato del Regno. che vi avevano innalzate i Tiranni. come giudice di controversie. che dependono dall'Architettura militare per quei popoli. e delle macchine. sudino intorno a' numeri poetici. & conservatur imperium. si rende arbitro. che non hanno bisogno d'esservi. Le conseguenze poi che appartengono a' Professori dell'Architettura. o de' sentimenti. Chiedasi ora agli Spartanì qual de' due stati sia paruto loro più conveniente per la quiete de' Cittadini. non potrà reputarsi speculazione chimerica. nel quale era stata dal suo famoso legislatore instituita. se per prova di qualche altra proposizione converrebbe allegarvi molte istorie. che se il supremo Dominante si trattiene. l'onore. e priva d'ogni difesa di recinto. e ben accordati colori. Vegezio il gran Maestro della Milizia Romana proroppe una volta in queste parole: Quis enim dubitet Artem bellicam rebus omnibus esse potiorem? per quam. e la libertà all'altre professioni. Se l'altre discipline non hanno per fine se non l'acquisto della fama. qui eam præcipuè artem ediscere voluerunt. che assicurarvi l'esercizio dell'altre professioni. o con accenti di corde regolatamente battute. alle proporzioni delle figure. per fortuna. la Patria. che ne' secoli antichi disprezzò le fortificazioni delle mura. dove per lo contrario se da qualche mal consigliata nazione sarà disprezzata. ed al corso delle sfere. che questa fu una sola Città. i figliuoli. e le ricchezze. facendosi autore. ed in un secolo solo. comanda agli eserciti armati. l'allettamento dell'animo. con la vivace disposizione de' ben intesi. e morte. che con prudenza. Non aspettate già. o delle Repubbliche. s'affatichino pure per allettar le viste de' riguardanti. la militare Architettura altro non si propone per fine. l'altro collo Scettro della potenza in mano. altro non sono.

nel Mondo odierno sia diminuito. di là dal principio degli anni. che fu colà tra le Celesti Gerarchie. Così verranno esercitate nel medesimo luogo quell'arti. si adopera nondimeno. non mi pare. per questa carica. son piene l'istorie. che le conserva. ma però d'uomini. e quella. Giudicano alcuni. che io m'offerisca. dovendosi totalmente sottometter l'ingegno a quello. ma dico bene. Se alcune dell'arti per la soverchia antichità. per compagno. per cosa certa. Io non parlo di quella sognata guerra. e dove è ancor sì fresca la memoria de' miei antecessori. trae l'origine sua. d'Annibale. è differenziata molto più di quel. e supera d'antichità. ma in questa sono affatto superflue l'invenzioni. Proccurerò di rendermi tanto più affettuoso. che si fanno nelle scuole. o la conservazione de' Principati. venisse da me agguagliata alle due nobilissime professioni della Pittura. per accrescer l'acutezza. La sola Disciplina militare. e infastidirvi con gli annali dell'immortalità? Quanto all'Autore. e per assottigliare il taglio de' ferramenti. quale per appunto son io. che averanno. e maestri accreditati. quali hanno proposto. e la creazione del Mondo. e rappresenterò in quest'offizio. o 58 . d'Ottaviano. ancora il consiglio di quei Padroni i quali hanno ordinato. che facevano gli elementi confusi nello sconcertato Caos della favolosa Gentilità. che possiate immaginarvi da tutte l'altre professioni de' mortali. che l'hanno vedute. militarono squadronate le innumerabili Legioni del Paradiso. se discesa da così alta origine ebbe sempre per fine. l'hanno poi lasciata scritta ne' libri. intorno a questa professione. quando sotto l'insegne de i Generalissimi Michele da una parte. qualche curiosità d'intendere alcuna cosa. e venne per lo più maneggiata da' Re. Quanto all'inesperienza. che l'Architettura militare sia ricevuta in questo luogo. che in queste materie di militar Disciplina. per non recitarvi tutto il vocabolario della fama. il medesimo può valer l'industria d'un novizio inesperto. che meriti d'esser proposta. Dunque. LEZIONE UNDECIMA. l'istesso Universo. o l'acquisto. sappiamo nondimeno. o vogliamo dir teorica di fortificazione. In qualunque altra Scienza. e opinioni altrui. i quali avendo appresa l'arte nelle guerre. nata prima della produzione del tempo. e della Scultura. Prudentissimo mi pare. se non Maestri. che quell'antico valore delle cui maraviglie. che senza qualche ragione. e la Scultura hanno la regia loro. un soggetto inesperto. e condiscepolo a quegli. la quale benche ottusa. e debolissimo. consumato nelle guerre. DELL'ARCHITETTURA MILITARE. quanto meno erudito. dove non praticano. io la confesso. e all'origine l'Arte della milizia. Doverebbe ora difendersi da me il giudizio di quei miei Protettori. che io professerò sempre. che non ebbero i lor natali se non dopo la nascita. e nella moltitudine degli anni. e incapace di tagliare per se stessa. e l'hanno scritte. dove la Pittura. hanno smarrito il nome de' loro inventori. o per così dire. Così la disciplina del combattere. In questo non trovo scusa. se non che dove quello potrebbe testificar le cose con l'addurre gli esempi da lui veduti. di portar cose. che s'usa nelle Campagne. ebbe per coetaneo il Mondo. per patria il Cielo. che volentieri tralascio. noi le proveremo coll'autorità d'Autori. quella cote. Altra differenza non vi conosco. che la lunga esperienza d'un pratico. È noto pur troppo. e gli Angioli per professori. o Disciplina si ricercerebbe veramente un soggetto d'ingegno elevato. hanno poco noto i principj. Resta solo. Questo sarà cagione ancora. e la residenza. e Lucifero dall'altra. quasi estinto: o ciò nasca dall'effeminatezza del secolo. che tutte l'altre nascessero.Scipione. il combattimento grande. che abbelliscono le Città. e di tanti altri. esercitata prima. e posseduta da' Potentati. conoscendosi pur troppo manifesta la mia inabilità: particolarmente dovendo questa cimentarsi in un luogo.

non a viltà d'animo. Dunque. l'Etruria. sieno diminuiti. e la marzial Germania. o dal Magno Alessandro. che sapessero fortificarsi. ed aggiungono alle Provincie. Albani. Però ogni volta. Consideriamo ora. Quanto agli assalitori. che assale. Seguitano le vittorie. Ecco. ne partecipa l'ignominia. che una potenza novella di pochi Pastori. potrà mai più sorgere al Mondo. se popoli innumerabili vivono con sicurezza. che una pratica grande dell'esercizio della guerra e una grandissima esperienza nell'arte del fortificarsi. è scusabile. sotto la servitù d'una sola Monarchia. godono la libertà. nata colà fra l'angustie de' Popoli Latini. la Calabria. che aveva regnato quattrocento anni. altro non era. Ecco debellata la Sicilia. col quale null'altro io pretendo. e dell'Affrica. dopo guerre innumerabili. si ascriva. da chi si dovrà riconoscere un benefizio tanto singolare? Certo non da altri. che Roma sapeva ancora perdere. i Regni. se gli cade nel pensiero. e con invenzioni più terribili. le quali col solo rimbombo potrebbero esser atte a spaventare gli Alessandri intrepidi. e la Sardigna. o a mancamento di valore. per la terra. io so certo. e di ridurre tutti gl'Imperi. che si difendono. o da' vittoriosi Romani. i Volsci. Questa difendendo le Provincie dall'incursioni straniere. con cui quel Popolo operava tanti stupori di continuate vittorie. l'altra. e dalla scienza del fortificarsi. e poi consideri. ciò non nasce da mancanza di valore. Ora se oggidì tanti Regni. fuorche dimostrarvi l'utilità della fortificazione. e dilatarsi tanto. che ne' tempi nostri non nasce più un Alessandro Magno. incontrarono delle difficoltà immense nel superarli. che della terra debellata tutto quello possedeva. in ultimo la remota Inghilterra. si vince l'Imperio della Macedonia. e fortificarsi. mostrarono. i Latini. tronca tutte le speranze ad ogni potenza novella. avanzarsi appoco appoco tanto. riempia l'Asia delle sue vittorie. che soggioghi ogni cosa. e Sabini. pensano. e conquistarsi degli Stati nuovi. ma piuttosto da accrescimento di fortezza. Allegano costoro. che si difende. Ecco non solamente proposta. che dall'Arte. e finiscono d'agguagliare l'Imperio di Roma. che non si faceva. per pigliare una Città. che ne' nostri tempi si assaltano le Città. e l'Europa tutta. in comparazione di quella degli antichi. una. non vede. co' Fidenati. ed il valore ne i giorni nostri. Però la tardanza degli acquisti. quella Città. e si spianta loro da' fondamenti in un ora. i maravigliosi accrescimenti della Repubblica Romana. con istragi tanto deplorabili. la Siria. vengono alle Provincie. la Puglia. i Gabii. confidasse d'impadronirsi un altra volta del Mondo. che da' Popoli. e la Città di Cartagine. la quale con invenzioni mirabili. ciò non procede da altro. Uno. la proposizione di questo discorso. che la fortezza nostra. con accorrezza maggiore. quasi al par di loro. ma però in errore. che fino al giorno d'oggi. Ecco poi. Noi viviamo in età. sia come di fanciulli. e assicurando la libertà a' popoli nazionali. Stupiscono. che se oggidì si è fatto difficile il far progressi nelle guerre. cadono in poter de' Romani. I'Egitto. e con armi più spaventose. e tutti i Regni della Grecia. ovvero estinti. congregati da Romulo. il quale con un mediocre esercito. si trovarono a combatter con popoli. comincia a guerreggiare co' Sabini. che arrivasse a impadronirsi del Mondo tutto. con quali arti la Repubblica Romana si avanzasse tanto. che la fortezza. all'estensione dell'Universo.dalla mutazione delle macchine da guerreggiare. contro quelle offese. debellano dopo questi. soggiogati questi. restan vinte ancor esse. la quale ad imitazione d'Alessandro. e i magnanimi Romani. e gli altri Regni dell'Asia. e le altre Nazioni confinanti. l'Umbria. e la Spagna. la Francia. che i Romani. che legga sulle storie dell'antichità. o disprezzarono l'arte del fortificarsi. e di scienza nell'arte del guerreggiare? Nella guerra si considerano due parti. ma piuttosto a gloria di fortezza. e sottometta tutte le Nazioni alla sua servitù. si vincono gli Albani. e co' Veienti. che nessuna potenza nuova. se i progressi nelle guerre vanno lenti. e dilati i confini del suo Regno al pari dell'ambito della terra. che sono sparsi. Adducono ancora questi lodatori dell'antichità. se non di nuovo inventata. partendosi dalla Patria. che dal valore accresciuto di quelli. ha saputo trovare il modo del difendersi. l'Italia. che appena nata la nuova Città. Ma quando gl'Imperatori dell'esercito Romano o non seppero. si conquistano il Piemonte. il Piceno. e non conosciute dagli antichi. d'industria. estirpano la potenza. che era conosciuto. e a lode del nostro secolo industroso. rispetto a' Giganti. almeno ne' nostri tempi eccessivamente perfezionata. Chi di voi Uditori. o di Roma. potesse in quei tempi antichi. quanto ne' nostri tempi si pena. Certo l'unico artifizio. questi progressi maravigliosi. ma provata ancora in gran parte. Annibale 59 . veramente regia della fortificazione.

fa più strage. che fosse nel petto della lor soldatesca. e con ottime fortificazioni. e del sito. siccome è credibile in un caso di così grande importanza. scorre per la Francia. Q. e altri dieci mila fra prigioni. che allora era Provincia amica. Q. senza mai vedere un palmo di terra asciutta. in quell'ultimo si custodisca il bagaglio. e abbrucia quanto trova. comincia a disegnar sul terreno. Serva dunque la raccontata istoria per dimostrarvi. va ad opporsi al Cartaginese vittorioso. che se Flamminio Consolo fu disfatto. conobbe che le vittorie di Roma. Ecco Q. Esso montato sopra un Elefante. e voi in quell'altro: in questo modo dispone per tutto le sentinelle. e si partì. Non si cura di trincierarsi. Quella città era ben fortificata. con esercito di trenta mila combattenti. Si trovarono quattro giorni. o dal valore. qui voglio. contro l'istesso Annibale. quand'egli avesse tenuto il medesimo stile del Consolo Flamminio. non nascevano semplicemente dalla forza. e scorrendo per tutto ruba. e collegata con Roma. per istimolarlo alla battaglia. e principalmente. e sei mila Cavalli. e in 60 . che si cavin le trinciere. Fabio. Così per l'appunto lasciò intagliato egli medesimo in quella colonna. benchè avesse un esercito numeroso. ma ancora affatto esterminati. I Cartaginesi veduta questa temeraria confidenza de' Romani nelle proprie forze. e sconfitti. e più riposati del Cartigenese? Ad ogni modo non solamente furono rotti. che fosse succeduto. quando il Consolo spinge avanti l'esercito. allora estenuatissima di forze. e provveduta. e s'accampa sotto Spoleto. ma desideroso di perseguitare. dalla perizia. e con vergogna propria fu ributtato. che s'era potuta adunare in Roma. Il Consolo Flamminio. senza l'ajuto. Egli non corre con temerità ad affrontar l'inimico. si trincierò. Fabio Dittatore. Viene in Toscana.Capitano Cartaginese (nome sempre funesto. e va finalmente a discendere nel territorio d'Arpino. che anch'esso vi morì con gran numero di nobiltà Romana. giù da' colli circonvicini. e feriti che morirono poco dopo. saccheggia. e quivi mal pratico delle strade. o di fortificare gli alloggiamenti. nella Spagna. dopo passate le Alpi. in campo aperto senz'alcun ajuto di fortificazione. otto mila Spagnuoli. cioè quindici tagliati a pezzi. si riposa la notte. ebbe a disperdere affatto l'esercito fra quelle paludi fangose. dopo la rotta narrata. che alla guerra. col mettersi avanti. qui staranno ben piantati i quartieri. e diligenza nel fortificarsi. e tre notti continuamente nell'acqua. gli mandano incontro Flamminio lor Consolo di quell'anno. e al supplizio. ma piantata l'insegna. e combattere il Cartaginese. andasse propriamente al macello. per discacciarlo. si trasferì dall'Affrica. e discende nella Lombardia. Fabio Dittatore. e potentissimo. colà staranno i cavalli. passa l'Alpi. e costumarono ancora dopo i Capitani più gloriosi di quel Popolo. che mai. queste sieno le circonvallazioni degli alloggiamenti. con quel poco avanzo di soldatesca spaventata. aspettando l'arrivo de' Romani. ed ordinati i guastatori. Ciascuno di voi Uditori s'immaginerà. Così penso ancor io. Parte dalla Spagna. Se ne passa costui da Fiesole. e della gioventù Romana. ond'egli con perdita di molti de' suoi. che solo gli era rimaso. qui voglio i pedoni. e affogati nel lago. S'incammina per la Marca. sotto la Città d'Arpino. con un esercito di dieci mila fanti Affricani. dove poter riposarsi. Che gli giovò l'esser copiosi di gente. voi sarete di guardia in quel posto. che finalmente cavò l'esercito fuori delle lagune. e i corpi di guardia. piuttosto. I Romani vedendosi questo flagello così vicino. pur troppo necessario della fortificazione. Quindi passato più oltre. Su presto non si perda tempo. o vantaggio di sito. senza affaticar i soldati. e circondano l'esercito Romano da tutte le parti. Se ne passa l'esercito de' Cartaginesi vittorioso. da lui innalzata. acquartierò le sue genti indebolite sopra alcuni colli in riva del lago di Perugia. e poi comanda. ed ancora meno affaticato dal travaglio. che in tre ore di combattimento. Appena spuntava l'alba. con un esercito maggiore di numero. de' paesi della Toscana. allagato tutto quel paese. e fiorito di soldatesca scelta. come per appunto avevano fatto sempre per avanti. verso le Chiane. Fabio ancora con un rifiuto di pochi soldatucci avviliti dallo spavento della fresca sciagura. il fiore della soldatesca. si precipitan con furia. e sempre memorabile alla nostra Italia) passato il mare. ovvero il ritrovarsi più freschi. faticò tanto. vi si perderono venticinque mila Romani. Questi si trasferisce ad Arezzo. trovandosi per le piogge lunghe. sentito l'arrivo del nemico. se noi consideriamo lo stile tenuto poi da Q. comparisce alla vista de' Cartaginesi. Flamminio il Consolo di Roma. comparisce sul lago al tramontar del Sole. che ancora gli eserciti Romani. Apparirà molto più manifestamente l'utilità della fortificazione. con disprezzo degli ajuti della fortificazione. Annibale desideroso di combattere. senza l'ajuto della fortificazione eran soggetti alla strage. Raccontano le storie. ma ancora.

Conobbe Q. che furon tagliati a pezzi quarantacinque mila Romani. e raggirando intorno intorno a qualche colle. Trovavasi angustiato da una grandissima carestia di viveri. Felici i Romani. e si nasconde dietro a un monte. Non vi tedierò più colle noiose narrazioni di cose divulgate. Avevano intanto raccolto dalla Città di Roma. va raggirandosi pel paese. Fabio dalle fortificazioni. acciò i Romani credessero. e del combattere. che avessero occupato il monte. pigliando un posto sovra un colle assai erto. s'erano ritirati ne' lor quartieri già fortificati. si fortifica al solito negli alloggiamenti. Questi vanno. Fabio sopra il monte Alisano si fortifica. Q. si vergognano di fuggir la battaglia. torna poi correndo colà donde si era partito. se si dovesse perseguitare. Vanno a ritrovarlo a Canne ambedue i Consoli di Roma. con tutto l'esercito da' suoi quartieri. ed ora non potendo espugnare un piccol avanzo di soldatesca afflitta.somma si fortifica. se non allettare i Romani. o no. e dagli stati uniti col Popolo Romano un esercito numerosissimo. sperando di cavar fuori Q. e un numero tanto grande di Cavalieri Romani. e sprezzano lo star sempre racchiusi fra le trinciere della forticazione. ne accostarsi verso Roma. Soggiungono poi le storie (e quì finisco il discorso) che dopo questa strage tanto memorabile. Fabio. giubbilava d'allegrezza. che in questo tempo Q. che l'esercito Cartaginese se ne sta imboscato tutto. che però non partano. Annibale discende sul Volturno. Avete veduto Annibale. gli cammina al pari. e scosceso. poichè Annibale fingendo quella fuga. ottanta Senatori. Annibale s'incammina verso il campo Alisano. e subito. e a ritirarsi nella Puglia sotto al Castello di Canne. e in suo luogo furono mandati a comandar l'esercito ambidue i Consoli Romani di quell'anno. e lasciando quegli argenti. ma anco a superfluità. e mutando più d'un posto. che le cose più preziose sono sparse. ma una invenzion militare. Fabio fu richiamato a Roma. e che ognuno è partito. ma tutto indarno. e poi disfarlo: però stette saldo ne posti fortificati. indirizza verso il posto de' Romani quelle bestie infuriate. per farlo uscir da' quartieri. e Q. ne meno poter accostarsi a Roma. che quelli non eran soldati. mandano una Compagnia di Cavalli a certificarsi. Annibale. quindi a Telesia. già prigioni d'Annibale. Annibale intesa la nuova di questa mutazione. ecco Q. ecco a fronte di lui Q. o se col medesimo stile lo seguitavano. e sicuri. con un incendio per ciascuna sul capo. e mandati a Cartagine empivano un grandissimo sacco. che porta l'occasione il fermarsi. Fabio. e muniti. sempre mantenendosi chiusi nel recinto delle loro fortificazioni. Se ne passa Annibale a Samnio. o a qualche selva. per mostrarvi di quanta utilità sia stato mai sempre il sapersi giudiziosamente fortificare. che gli anelli solamente levati dal dito a i nobili morti. Per tutto dovunque egli andava. per farlo diloggiare trova quel suo famoso strattagemma. Questi danno avviso. ma s'ingannò. e che i gran vasi d'argento son lasciati alla peggio. Q. e la battaglia fu di tal sorta. e lo seguitassero. In ultimo Annibale vinto dalla disperazione. finalmente fu astretto a partirsi. vedendo di non poter combattere. e poi nel Castel Casilino. Accade. trenta Consolari. e poi dandogli fuoco sul mezzo della notte. 61 . Si parte Annibale qualche volta maliziosamente dagli alloggiamenti propri. che egli fusse fuggito. Fabio. Q. che gli era vicinissimo. Fu combattuto. e cavargli fuori delle fortificazioni. Annibale disperato si parte alla volta di Sulmona. ridotto quasi all'ultima disperazione. e quelle ricchezze per terra. e conoscendosi tanto vantaggiosi di forze. per terra. se lo lasciavano andare. dietro al monte vicino. morì uno de' Consoli. Mentre questi consultavano. ed ogni volta se gli trincera avanti agli occhi. Parmi Uditori d'aver detto non solamente abbastanza. i Consoli ammaestrati gli si fortificavano a fronte. e abbandonate. come se fusse stato in una sicurissima Città. I Consoli vedendo gli alloggiamenti abbandonati da' Cartaginesi. e riferiscono che i padiglioni sono aperti. che oramai da ciascuno si sa. Fabio in giusta distanza lo va seguitando. che conduce a Roma. e dell'approssimarsi alla Città. e di gran lunga superiore a quello d'Annibale. e poi a Benevento. Fabio sulla medesima strada si fortifica. togliendogli totalmente la speranza. pensando che i Consoli non fussero per seguitar lo stile di Q. Annibale conoscendo di non poter vincere costoro. per tagliarli a pezzi. pensa un altro strattagemma. benche per pochissimo tempo. Annibale si volta verso la via Appia. lega sulle corna a due mila tori gran fasci di sermenti. insuperabile. quando può venir a battaglia intrepido. Fabio si trinciera sul monte Massico: il medesimo avviene sul monte Callicola. si parte di mezza notte. Fabio sulla cima de' colli. coll'arte tanto salutare imparata da Q. e fascine. giungono due Romani fuggitivi. null'altro pretendeva. e poi tornano. alcuni pochi Romani feriti. Fabio sempre nell'istesso modo lo perseguita.

si converrebbe ora implorare alla mia inabilità. troppo gran patrocinio. e non conoscono la virtù. che vorrà imparare i principj della fortificazione. dal più caro metallo si derivano i nomi. e spaventati. ma delizioso apparato. e la Lascivia. la Mansuetudine. e le maledicenze si converranno. la Tolleranza. presso la vostra gentilezza. e la Temperanza. temo aureus. che si pregiano del vizio. aurea summæ Curvatura rotæ. ed erudiscono. e trovano nelle miserie i trionfi.l'esercito vittorioso Cartaginese s'accampò per finir la vittoria. Ma qualunque sia la cagione. Aureus axis erat. che sotto nome di ferro rappresenta il secolo de' tradimenti. e contempliamo noi. non si lodi se non da quelli. e onnipotente. ENCOMIO DEL SECOL D'ORO. e la Liberalità. mentre con obbrobrio dell'età corrotta. Declamano con elegante facondia contro se stesse. e le corone della gloria. che da essa. quello stato primiero del Mondo ancor pargoletto. la Prudenza. e l'altre virtù. quei che oggi son Regni combattuti. Così per l'appunto disse il maestro de' costumi. Se la lode. che al vizio con ogni ragione i biasimi. l'assalitore era un esercito glorioso per le molte vittorie. con documenti. denominandola dall'autor delle colpe. per così dire. 62 . ora abbiamo trattato dell'utilità. e gli applausi degnamente si convengono alla virtù. ed anco poi dal Capitan vincitore osservati. non è dubbio alcuno Amici. Al contrario poi quell'età sfortunata. di cui celebriamo le lodi. i quali hanno voluto. e del benefizio. ed omai divenuto. e numerava fra le possessioni quiete. non può biasimarsi. ma chi non vede. radiorum argenteus ordo. ed eccellenza dell'Arte del fortificare. che dalla mia inabilità in questo luogo di quest'arte si ragioni. L'oro. Quod optimum videri volunt. nella mente. Intanto resta solo. LEZIONE DUODECIMA. oppressa da tutte le calamità. e l'altra schiera innumerabile delle umane calamità. e l'Avarizia. saeculum aureum appellant. o divisione. e si assegnano le materie alle cose più riverite? Sentiste già. la Fraudolenza. Che felicità! mentre nelle Provincie indistinte giacevano le campagne senza termine. si cava. tiranneggiata da tutti i vizi. le lodi del secolo già sì felice. quel secol d'oro. che la regia del Sole fu detta Clara micante auro. e malamente feriti. ed espugnare i quartieri. i difensori erano pochissimi. che non possano nominarsi senza i meritati encomi. che io di nuovo m'esibisca prontissimo a servir ciascuno. o l'origine del nome. e delle crudeltà. e sì caro a gli Dei. le quali ammaestrano. e lezioni familiari. gli convenne accordarsi a giusti patti di guerra. se Annibale volle impadronirsi de' quartieri Romani. anco ne' tempi de' nostri antenati. l'Ingiustizia. se ne stava nelle caverne della terra sepolto. la Giustizia. fu innondata la terra da tutte le colpe. In ogni modo. i quali furono stabiliti tra di loro. che con usanza da tutti ricevuta. alle sustanze. l'Ira. Pare. le quali infastidiscono. Nel passato ragionamento. Che ricchezze! mentre ciascuno possedeva il tutto. che nella partenza di quel secolo perfetto. passiamo dalle voci. Rallegratevi però fortunati compagni. Parmi dunque Uditori. in questo rozzo. diede al secolo della felicità il cognome dell'oro: forse crederà alcuno per contaminar l'innocenza. insuperabile. così andremo obbedendo al comandamento de' Padroni. parendomi molto più giovevole l'insegnare i precetti dell'arte. e rinnoviamo l'usanza. ma del Carro. che passar il tempo con leggende noiose. ardito per la continuata fortuna. alle quali per debito si convengono le benedizioni della fama. d'aver dimostrato quanto grande sia stata l'utilità della fortificazione. Figuratevi Uditori. e tormentano. scorrerò brevemente. se ciò non fosse. pronunziate di quassù. che ancor non conosciuto. fu discorso della nobiltà. se non da quelli. che non approvano l'innocenza.

Non si vedono nel secol d'oro le mense aggravate dall'argento. & insigne spectaculum noctium. contese. . i letti innalzati. canti. e de' terremoti repentini. il quale ad ogni passo non sente sbranarsi il cuore da due mastini arrabbiati. e la clemenza delle stagioni mansuete. a' bisogni. o dalla misericordia del Cielo.nulli subigebant arva coloni. Fugit potentum limina veritas.neque ille Aut doluit miserans inopem.. e di porpora. Abbreviano le giornate più lunghe con giuochi. e con scerzi innocenti. ma non sotto i pericoli. & nescia fallere vita. ma senza perfidia. provvedevano con benefizi spontanei.. lieto nell'universal concordia. che turbano la quiete della vita. e più eloquente antichità. non erano ne anche concetti. gli esempi della viltà esaltata. che a possesso d virtù. l'impeto de' Vassalli ribellanti. e di fortuna. austerità di costumi incorrotti. Sorgono del pari col Sole. At secura quies. sub ramis arboris altæ. le gemme incavate per le bevande. per la conservazion della vita necessari. e a' disagi della mortalità. che ributtati gli assalti de' più fieri Filosofi. Vegliano appresso a' Monarchi le cure. che e' convenga mendicargli le lodi dalla fertilità della terra. L'impudicizia. Nec signare quidem. e la tranquillità. Non abitano i Pastori nelle Regie dorate. e schernite le penne della più dotta. ovvero di perturbarsi per l'esaltazione degli indegni felicitati. indarno colla face aborrita. ed ogni età. vivono alla presenza del Cielo. e di fiori: abitano. dormono con i Pastori la sicurezza. indi pascolato l'armento Prostrato in gramine molli Propter aquae rivum. e non pendono sopra di loro le soffitte di metallo indorato. ma non però temono i tradimenti de' servi infedeli. ipsaque tellus Omnia liberius. Felicissimo però quel secolo. Lode nondimeno dovuta piuttosto a beneficenza di natura. abitano però difesi dall'inclemenza dell'aria. mundus in præceps agitur. gli animi de' viventi. mollesque sub arbore somni Non absunt. ma In aperto jacentes sidera superlabuntur. ma con furie veraci. invidia. se non eguali a se di merito. nel quale i carnefici della mente umana. sprezzavano l'ardore di quelle libidini. La fecondità non proccurata de' campi. cioè l'avvoltoio degli animi. La bassa fabbrica dell'edificio leggiero Securos dormire jubet pendente ruina. dove ogni vivente. at frigida Tempe. nullo poscente ferebat. non rimirando. godeva nel comune possesso l'egual distribuzione de' frutti selvaggi. Non magnis opibus jucundè corpora curant. Mugitusque Bovum. e di canne palustri: non calcano i pavimenti di gemme. Dives opum variarum. spettacoli ma 63 . Son così frequenti nel Mondo perverso. fino alle stelle. tormentano. Speluncæ. l'innocenza. l'inferno de' cuori. ma di foglie. corrompono ogni sesso. Felice quel secolo. e la speranza son due mostri così forti. dove per lo contrario. Ecco balli. l'assalto delle Nazioni straniere: abitano. Il timore. aut partiri limite campum Fas erat: in medium quærebant. aut invidit habenti. che per mio credere non ha sensi d'umanità colui. sotto capanne intessute di frondi. e la virtù abbattute. e compassione. il metallo intessuto ne' vestimenti. e musiche.. durezza d'educazione selvaggia. ed escludono non solamente il timore delle stagioni noiose. ma anco de' fulmini. e gli spaventi. Non è così scarso di prerogative proprie il secol d'oro.. d'oro. ma lungi dalla perfidia. che i Pastori del secol d'oro non alzino le moli di peregrino marmo.. s'incontrano così spesso. e dalla menzogna. che nel Mondo odierno tiranneggiano ogni nazione. e d'altri alimenti. ma senza lascivie. non aveva cagione di compatir l'innocenza della mendicità oppressa. vivique lacus. ma di boscereccie sampogne. silentio tantum opus ducens. fra le capanne de pudichi Pastori si raggirava: semplicità di vita esercitata. i due tiranni supremi. at latis otia fundis. Se vedete.

che li trovano. ma però conosciute. ora di robustezza. Hanc Remus. e l'oscenità della libidine. ed ora di genio Ipse dies agitat festos. mentre non costava tesori. le vergogne della vita. e alle rapine. ma però avanti. Siracusa nella Sicilia. ma anco del remotissimo Settentrione. abbandonate le Regie de' Potenti fece l'ultime sue dimore fra' tuguri umilissimi de' Pastori extrema per illos Iustitia excedens terris vestigia fecit. Corporaque agresti nudat prædura palestra. Non parve già al secolo successore. Poco tempo dopo. per cui si semina in tante Provincie. Della Temperanza. i frutti sotterranei della terra più infelice. i Palazzi tanto superbi. e seppellirgli fra l'alpi rovinose? frutti egualmente degni degli animali. non solo del Mediterraneo a noi vicino. per cui si pescano tanti laghi. il privar della luce quegli aborti. Uditori. et facient optata tonitrua cænas Majores. ed esposte: la perspicacia delle gole ingegnose. mentre ROSA il mirabile. dell'intrecciate capanne. tale la dipinse il più vivace di tutti i pennelli. che le trombe marziali. o piuttosto un abisso senza fondo. e il ventre ancorche angusto di un uomo non potrà riempirsi se non co' i tributi adunati di tutto l'Universo? Chi mai crederà. La Giustizia dovendo pure allontanarsi dal secolo corrotto. o l'ombra. Mirate fra passatempi. e per investigar cibi più occulti. che i folti rami d'un albero verdeggiante. ma di tutte le stagioni. frutti che non nascono. e di Numidia. o le caccie del Fasi. Hanc olim veteres vitam coluere Sabini. pinguesque in gramine læto Inter se adversis luctantur cornibus hædi. che un ventre solo. fussero bastanti per sottrar dalla vista del Cielo. perdonisi all'industria golosa.senza passioni: Vedete là ubera vaccæ Lactea demittunt. Così la descrive la più sublime di tutte le penne. per accrescer delizie a una mensa dell'Italia. e della Parsimonia. molti. Ma qual follia fu l'inventrice. e delle bocche. & socii cratera coronant Te libans Lenee vocat. e la memoria? Non vedete voi accumulata in una mensa sola la fecondità. la colorì. se il Cielo adirato non tuona: ma sentite. o d'un orto. e troppo vile. i cui poderi son capaci di peregrinazione. se trasportò le vendemmie di Creta. 64 . Erano merci lontane. Smina. e di tutti gli elementi? È pur vero. Non già mi maraviglio per questo Ascoltatori. & Frater: Sic fortis Etruria crevit. Che giovò alla natura perspicace. e non veniva fra i pericoli. per cui s'impoverisce l'aria d'uccelli. gli armenti incapaci di numero? Che un ventre solo sia quello. o le rupi dell'Egitto? quasi che il sassoso Appennino somministrasse materia troppo scarsa. o di più selve. fususque per herbam Ignis ubi in medio. la Spagna nell'Occidente? Una voragine. e Creta nell'Arcipelago. che altro resta da perdersi fuori che il nome. a cui si dedicano tante vite d'animali innocenti. non dirò di una pianta. il Libano nell'Oriente. a cui si votano tante selve. pecorisque magistris Velocis jaculi certamina poscit in ulmo. e tanti mari. e smisurati Elefanti in una sola selva si nutriscono. è discesa sin sotterra. Non sono stati sicuri su gli scogli più dirupati dell'Appennino scosceso di Norcia. che a molti Tori è comune un prato solo. ma d'una Provincia intiera? Gli animali non di più pascoli. e sì piccolo. s'udissero infiammare altrui all'uccisioni. che gli appetiscono. sarà sempre stimato quello. e difficili sì. le montagne di Paro. è passata più oltre. Che più Aureus hanc vitam in terris Saturnus agebat. sia quello. però non è maraviglia se s'innalzarono nelle Città sublimi. tanti fiumi. per cui vendemmia nell'Italia il Vesuvio. di trasportar per mari così lunghi.

Uditori felici. cavando frutti di gloria. se non virtuosi. acciò voglia. dove trovano spesso. anzi nuova stolidità. e non abitano. figliuoli di terra infeconda. cercano le ricchezze superflue nella regione de' morti. che le Orientali Molucche infettassero con tanta merce di fuocosi aromati ogni cibo dell'Europa svogliata? Nuova industria. che racchiudete nel petto. che nell'età del ferro s'insegnano dalla sapienza. o nel seno delle conchiglie. Era forse poco aggravio. che i tesori. ma quelle ancora. gare. ma i mostri. gli odi intestini. vi scherzano i risi. IL FINE 65 . e dalle nostre mense innocenti. che non nascono se non sepolti. a segno tale. il contagio de' costumi. Exilioque domos. e le crudeltà. che io supplicherò sempre la clemenza del Cielo. Ma parve poco all'insaziabilità del lusso. Atque alio quærunt Patriam sub sole jacentem. mi spaventano di maniera. frutti così contaminati. le rapine. e di questa vita. formò vasi trasparenti. Godete pur dunque voi. e qual sia quello del vizio e delle miserie. confondendo l'ordine de' sentimenti. e d'ingegno. e sentenziare. gli spergiuri. e i veleni. la qual crebbe in questo modo istesso. i parti della Natura. i tradimenti. o confusi. ed indegni. prima la sepoltura. ma d'eloquenza. l'invidie. aborti di sterilità. le mostruose invenzioni dell'arte. che arresto l'impeto nel principio del corso. i furori de' Popoli armati. e di erba incenerita. ma col contento. l'ignominie dell'effemminata gioventù. tanti nomi di sceleraggine. non solo quelle virtù. tramutò in cibo i più preziosi di tutti quanti gli odori. l'invenzione dell'oro. le persecuzioni. o renderci interamente il possesso del secol d'oro. se non mutati. o tra i calcoli dell'arena. e col diletto. e le facezie. se non vengono alterate da' sughi spiacevoli. Trionfa nelle vostre mense la sobrietà. nel condimento de' cibi. qual fusse il secolo dell'innocenza. Altri nel profondo del mare cercano al lusso le superfluità. controversie. Le fraudi della plebe interessata. M'accorgo nondimeno d'esser giunto a quel segno. spendono fra le tempeste la vita. Quindi è. de' frutti più aspri.Adunque la corruttela del secolo si estenderà fino a bramare un fulmine. dove sarà difficile a i vostri purgatissimi giudizi il discernere. Voi che ancora nelle ricreazioni d'allegrezza. Altri mossi dall'avarizia. che in precipizi. Quibus pretium faceret ipsa fragilitas. La brevità del tempo non mi permette il seguitar quelli. donde altri trarrebbe messe di sensualità: voi che con esercizi lodati vi dimostrate figliuoli ben degni di quella forte Etruria. che nel secol d'oro si donavano dalla natura. ed inappetibili. e nella sozza mistura delle vivande? Non piacciono più al lusso delle gole erudite. con mistura di marmo polverizzato. e scorti dalla temerità. ministrò al gusto i tributi dell'odorato. Sono i vostri lussi conferenze di poesie singolari. tante forme di libidini. Ma chi crederebbe giammai Uditori. ma congiunte colla sapienza. Non dilettano le carni de' più delicati animali. per accrescere una vivanda. ed unite le vivande con i profumi. per comprar merci straniere. che discesi nelle viscere della madre comune. ovvero continuarci lungamente la felicità di questa conversazione. ed invocherà una tempesta. non ammettete passatempi. e cambiano la sicurezza co' naufragi. Però nuova industria sagace. & dulcia limina mutant. di lusso e di sensualità. ma d'erudizione. gemelli di fulmini. per fomentare una lussuria? Lungi pur sieno da noi. e dell'argento: si reputava povero Nisi haberet etiam quod posset totum statim perire. e colla modestia. e della felicità. che non si apprezzano più nelle cose i sapori nativi. padri di libidine.

Lezione prima Della Forza della Percossa. Lezione Undecima Encomio del Secol d'Oro. Lezione Terza Della Forza della Percossa. Lezione Seconda Della Forza della Percossa. Lezione Nona Dell'Architettura Militare. Lezione Settima Della Fama. Lezione Decima Dell'Architettura Militare. Lezione Quinta Della Leggerezza. Lezione Quarta Della Leggerezza.INDICE DELLE LEZIONI Ringraziamento agli Accademici della Crusca quando da essi fu ammesso nella loro Accademia. Lezione Ottava In Lode delle Mattematiche. Lezione Sesta Del Vento. Lezione Duodecima 66 .

Gener. di S. e Aud.Imprimatur Nicolaus de Castellanis Vicar. 67 . Si Stampi Filippo Buonarroti Sen. Imprimatur Vicar.R. Florent. Gen. S. Florent. Offic.A.

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