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Come lavoro Come non lavoro.

Che dà egual frutto, a momenti, nella vicenda oscillante d’uno spirito fugitivo e aleatorio, chiamato dall’improbabile altrettanto e forse più che dal probabile: da una puerizia atterrita e dal dolore e dalla disciplina militare e di scuola delabante poi verso il nulla, col suo tesoro d’oscurità e d’incertezze. Una confessione, circa i problemi d’officina, o le angosce o i ragnateli d’officina, comporta di necessità dei riferimenti a una vita, a una biografia interna ed esterna, si ingrana in una gnoseologia e in un’etica, nel mio caso molto più poveramente e meno felicemente che in altri in una esigua e frammentaria poetica: che il deflusso parallelo della mia vita e non vita ha reliquato, sì sì reliquato, frusaglia più o meno inutile, alle sponde del tempo consunto. Pazienterete degli accenni: dovrò stare in sugli schemi. Dovrò, biografando, sorvolare pruni, spini, certe ombre più grevi. Non tutto il dolore è dicibile, non tutto il male e l’orrore: e il Walalla aspetta (che aspetti pure!) un bel busto di stucco. Non voglio deludere i bidelli del Walalla: avanti, dunque, con quella mezza dozzina di verità e con quelle due dozzine di mezze bugie che, mi son rimaste, incomestibili briciole, nel mio tascapane di soldato, di ferito. Il male non deve esistere, no, per i lettori seri, per le stupende lettrici. Deve comunque ritrarsi: rifuggire da sotto i polpastrelli del linotipista: come si cela dietro tamerici allorché privo di tegumenti un irsuto, al Cinquale, ove sopravvengano educande, orfanelli, dealbate cuffie con cerei volti di monache. L’imagine tradizionale e ab aeterno romantica dello scrittore-creatore, dell’ingegnoso demiurgo, che cava di sé liberamente la libera splendidezza dell’opera e nei liberi modi d’un suo stile ne propaga foco alle genti, porgendo in una e rara occasione d’esercizio al tartufare aguto dei critici e novo incentivo a sventolare a tutte le bandiere della patria, e de’ turriti municipi, è imagine in sul nascere viziata. Non meno di quell’altra, del dover essere quello che gli altri si attendono: fabulatori vani da miracolar le genti aspettanti, e lasciarle sazie ebefatte: al suono di quelle concupitissime parole che le son più loro che nostre: anzi soltanto loro, e non nostre. Oh! miseria! oh, dovizia! Parole e parole. Dovergliele buttare di piena mano come a’ polli, grandine di picchiettanti scemenze di che sopra ogni mangime le appetiscono: quali buttò il Colombo le perline vetro a’ Caràibi in uno sgomento d’eclisse: che dalla reverenza loro attendeva oro, il Colombo, festuche d’oro, pepite d’oro, patate d’oro. Non sono, ahimè, scrittore colombaccio. Non cerco polli, da dovergli buttare perle false. Non ispero pepite, non patate. Non ho sottomano Caràibi. Non ne voglio avere. Le teorie fisiche, cioè fisico-matematiche, biofisiche, psicologiche, psichiatriche recenti, hanno profluito contro l’idolo io, questo palo: torbida e straripante conluvie sono pressoché pervenute a sommergerne, col divin permesso, la coglionissima capa. Hanno inespiabilmente corrotto l’imagine-feticcio d’un io che persiste, che resiste, immanente al tempo (di sua storia), trionfante (nel giorno di gloria). Altra è la maniera dei vent’anni, altro è lo scrittore a cinquanta. E i pianeti pure si rivolvono, le mode, l’esperienza, le necessità espressive degli umani. Vigile (quando non è addormentata) e perennemente suspicante sopra i motivi e sopra i fini, la mia cognitiva più cognita mi va susurrando di tralasciare addietro, questa ipotiposi bambolesca (dello scrittore-palo), di renunziarla, con animo benigno ed invitto, al ciarpame stanco d’un repertorio non mio. Ognun di noi mi appare essere un groppo, o nodo, o groviglio, di rapporti fisici e metafisici: (la distinzione ha valore d’espediente). Ogni rapporto è sospeso, è tenuto in equilibrio nel «campo» che gli è proprio: da una tensione polare. La quale, è chiaro, può variare d’intensità nel tempo, e talora di segno: può spengersi. Accade che tanto l’operazione conoscitiva, cioè lo stabilirsi del suddetto rapporto, quanto gli impulsi (espressivi) che ne vengano liberati alla ! "!

Sono i giudizi d’obbligo. Après vous. Sono partito volontario e rivolontario a ventidue. Anche gli errori sono giudizi d’obbligo. dall’io rappresentatore. Sputi in faccia. di quella polarizzazione che ho detto: quella che si determina fra l’io giudicante e la cosa giudicata: fra l’io rappresentatore e la rappresentata. sull’intelletto. urti e strappi. ove davvero desideriate documenti: il che non credo. Non mi è dato affermare. o meglio il sintomo. nel giugno del ’15. talora. di sé medesimo. messieurs. a una richiesta di miracolante intervento. delle ! #! . L’io ha veste di modo. l’adulta vostra legge: che lo scrittore. della loro vestitissima bestialità: e vogliono mettermi me. a quest’ufficio: che odora bruciaticcio da un miglio. dal mondo non nostro. da una storiografia dell’«ambiente». una risposta immancabile. le genti. fino. di cui l’uno si creda aver sospinto al muro (acculé au mur) il su’ rivale. Rabbia di mozzicato da un cane. esaudisce a una preghiera. ignudato. coartazioni del costume. del suo secreto. l’atto espressivo. fino qualche volta ad annientarle. che ha inchiodato al muro lo scrittore. agli altri. è sollecitazione apparentemente occasionale: in realtà inserita in una consecuzione. e’ stanno fra loro come combattenti in duello. Lo ha risospinto ai giudizi disperati. più vera. eppure divenute nostre come per contagio. siano perturbati dal sistema storico (e gnoseologico) ambiente. che intesse il tessuto del testo. al ’19. No. e tal’altra gli errori. donde non può uscire a salvezza. estetiche ed etiche. che ha inchiodato al muro e alla disperazione il proprio antagonista. Il giudizio. ingiurie e sturbi dal caso. che è l’altro termine. si sovrappone alla nostra mano bambina. la rappresentazione. L’attore del giudizio e la cosa giudicata. non fa nessuna grazia a chi non l’ha richieduto di fargnene. dagli «altri». non sono partito volontario a quarantasette anni per la bella guerra del «Se avanzo seguitemi». Così la Pizia. senza il coesistere e il convenire dei due. Una mano ignota. risponde (more suo. sarei già partito volontario». nel luglio ’17. je vous en prie. voi vedete. o sente saettoni alla colonna. lacrime di sangue e di cenere non deterse negli anni. proprio me. dovuti all’operosità nativa dello spirito. ma risponde) a chi le ha rivolto una domanda. nobili costellazioni d’agganciamenti interni. il narratore e la narrata. narrata. In parole povere: i fatti registrabili da una biografia esterna e. inibizioni ragionevoli e irragionevoli. violenze e pressioni dal «di fuori». A me il rogo. molto logicamente. sovvertono in misura orrenda. L’atto espressivo è il resultato. L’atto critico. regge senza averne delega il calamo: lo conduce ad astinenti lettere e pagine. come di ferro. mentre che il monte. Sant’Antonio bello. la Vorstellung (il duello) non può celebrarsi. pesano siffattamente sull’animo. d’avere il suo santo ad altare: il suo martire: da farlo pitturare a ’i Castagno: quello che le riscatti. Sant’Antonio a Padova. lo scrittore e la scritta. la delfica. le sovviene di continuo. lacerazioni del sentire. in una totalità di eventi che infinitamente si articola: ottiene dall’io critico. le nozze! Le si struggano. come polla che ci si ostini a ritenere indipendente. mes amis. è ovvio. e trafitto. Exemplum: quante volte l’imponente guazzabuglio di tutta una fenomenologia storica non ha inchiodato al muro. Leggete i miei testi meno sporchi. viceversa. e quasi alle menzogne salvatrici. abbia a cavare l’eroe: nonché il confessore in graticola della propria verità. che l’uscire indenni dal sabba non ci è dato. Après vous. nel ’40: «S’io fossi un uomo. è bene spesso la cosa giudicata. a sentirmi dire.pagina. L’io giudicante non preesiste in una attesa logica. o in una incubazione partenogenetica. La cosa giudicata (rappresentata) è istanza. è devertita ed è imbrattata in sul nascere. La limpidità naturale dell’affermazione più nostra. di strumento potenziale del giudizio: e nel giudizio soltanto si manifesta. cioè la cosa giudicata. Mentre si concede all’io (alla umana vanagloria dell’io) riconoscere in sé medesimo il duellante migliore. alla mia debilità di bimbo. da accadimenti del tutto esterni al processo analitico-sintetico che costruisce il testo. Contrasta. come una emanazione funzionale del bamberottolo io. alla cosa giudicata. Fatti fisici. e poi nel maggio del ’16. nell’articolazione combinatoria del mondo. come termine polare della tensione fra lui e la cosa. il critico. in modo più lato. del pari. non è concepibile per sé.

vere o supposte. è idolo tarmato. Si tratta. volo d’aquila sopra le miserie degli uomini: più raramente di falco. così felicemente cieco le più volte. e nella fissità centrica che è propria di quel cavicchio ch’egli è. quella volta. dello scrittore-leone venivano orchestrate da un biografismo solerte. il suo poco ponderato e dimolto insulso storiografo. d’ogni prurigine e d’ogni abbandono decadentistico. Ambitissimo anche da chi doveva rivolgerlo a un altro. o come un farfallone briaco sulla lampada. comparativamente al comune uomo. E. di povero. Anzi: fino al ’45: quarantacinque! ventotto aprile. Secondo la tradizione di cui sopra. il lento strazio degli anni. di vocalizzi d’apertura: certa bravura di laringe: emettendo certi suoni molto attesi. fieri. ebbe largo spaccio dal 1840 all’80. e da noi fino al ’15: mille novecento quindici. il mareggiare degli eventi mortiferi. I papi. non ha nulla di comune con la mia identità di ferito. Cigno era di diritto. come li esigo io dal recalcitrante mio figaro. cioè appropriati alla qualifica: con abito e copricapo d’insueta foggia. Contrariamente a una tradizione agiografica di timbro «edificante». si schiarisce l’ugola. Pappi. L’appellativo di profeta. te ne rimane a mano lo stecco. circonfuso d’un tempo stolido e inerte. in ogni modo. era paragonato a un combattente: la vita a una battaglia. un soprappiù d’energia critica e di chiaroveggente ragione. il più raramente possibile: e. coi capelli all’americana o circumrapati alla tedesca. a parole. a foggiarsi il figurino del «vate». «Fragile! Attenzione!» è una tremula fiammella che fatica a rimaner accesa nel vento: uno di quei fiori-pelurie (pappi. per nascita. La chiaroveggenza. il cosiddetto normale. guidò l’idolatria umana. sfere di lanùgine. di smarrito. Non si sapeva bene contro chi avesse combattuto: magari contro il Papa. e magari delle involontarie o volontarie menzogne. di «dissociato noètico». che d’un idolo. in nessuna circostanza. Codesto bambolotto della credulità tolemaica. in realtà: ma è spesso un debole. La stirpe dei poeti-profeti e degli scrittori capelluti non si è consunta col consunto ottocento: checché! Ancor oggi le strade. Rotonde speranze. Né raggiungerei. al vate. alcuna autenticità di scrittura.rappresentazioni più «opportune». nel lento impossibile. in qualche caso. lo scrittore chiuderebbe in sé. si dimandano). come del suo priapo. nel leone. si studiavano avvalorarne la legittimità nella opinione cittadina con atteggiamento e cipiglio vateschi. L’oceano della stupidità. Può darsi che… il… soprappiù. Coloro che ne venivano insigniti andavano assai fieri dell’aggiudicazione: non meno che delle patenti di cavaliere (della Corona d’Italia) un onesto funzionario delle regie poste mazziniano rientrato. cioè vate. delle frasi di rito. Le stesse qualità morali. d’una particolare quadratura. anzi. magnanimità di senso. barbifluenze eccitantissime: tanto da lasciarmi credere che l’antica designazione «capelluta» (comata) sia discesa dalla Gallia all’Italia. Il concetto di volere si abolisce. te ne viene plauso e corona. i caffè. a solo scopo di manutenzione del capillizio e di larghe fluenze dal medesimo o dalla zona pilifera subzigomatica: non mai a scopo recisorio. ci sia. o per più esatto dire nebuloveggenza verbosa d’alcuni tipi di scrittore. ! $! . resistono ai peggiori soffi. non papi. e incoercibile tendenza a sacrificar la pelle alla patria. Talvolta era salutato leone. Prendeva paga il 27. d’intorno a noi. o almeno un fragile. D’intorno a me. e stando di casa. Lo scrittore si intona. per me. alla opposta condizione: che è quella d’un io vagotonico. fermezza di proposito. e al di fuori. Procuravano altresì di ricorrere. alle prestazioni del loro desolato parrucchiere. penso. Certo è che un vate ottocentesco non avrebbe osato affrontare il pubblico. non può vacare un istante. per l’altro verso. lo scrittore ha più di dieci denti. ove mi buttassi con artificio meditato. ma adattata a veggenza. a versar luce nella tenebra come riflettore nelle paure della notte. oppure soccombente per partito preso cioè per deliberata poetica a una storia bugiarda. L’io rappresentatore-creatore veduto nella sua saldezza. che il suo zelo riusciva ad accreditare l’esistenza. temibili vociferazioni dei veggenti. che appena soffiarci su. alla riva opposta. Era attribuito. le accademie della patria sono illustri per ammirevoli cesarie. comunque. bene spesso. il dolore.

in quella contingenza. non suscettive di smentita da parte della contraria profezia. tenne dietro tutta una catena d’eventi che ci permettono. Rappresentano. ce stava scritto su l’anello. Nessun vate profetò.(2) morirono inchiodati secchi a Magenta (4 giugno 1859) con tre palle nello stomaco ciascuno. La mistica materia. verbosa delizia e soave riempitivo della conca (dell’orecchio). e postrema. e 900 (novecento) a San Martino. non molto più enfatici né molto più minchioni dei suoi stessi. «degna di Napoleone». con dispregio infinito per l’avversario. Tà tà tà. fuori degli Stati del Papa: magari contro un qualche povero diavolo che scriveva frasi a sua volta. né prima né dopo il fatto. il mistico. il meglio di se stesso. oggi. come per oppio o magia. essere totalmente priva di fondamento. Non istarò a ridir dove. e mala crepagione alla carcassa vecchia di Cecco. un tentativo d’evadere precisi compiti noètici. Ho lavorato qua e la. «Lo spirito vince la materia!» sosteneva Pirgopolinice. o addirittura prediceva. omicidiali guerre da cannibali. dipoi. (1) S’era limitato a leticare una cattedra a un altro combattente un po’ meno cattedrabile di lui: o aveva sostenuto. Il generale Cley e il generale D’Espinasse. repentinamente fragrante. o pratici. Le accensioni mistiche poco o nulla mi accendono: diciamo nulla. il nostro Pirgo. stragi da tigri. Magenta. il misericorde volume della crocerossa in fuga. alla corta mia vista. lo rotolassero diffilato al muro al flik-flik. e leggermente décalées nel tempo (sfasate). il più profondo interesse per i vaticini: riverisco i vati: non lavoro come i vati: lavoro come i non vati. A Solferino 4000 (quattromila) ci lasciarono in poco più di due ore e in sette assalti la pelle. e dell’amore tra i popoli. in un titillamento dei precordi nostri che ci venga usato da carminanti fantasime. che è parlare più esplicito. non molto padrona della su’ tastiera. si pensò. Quando non si tratti d’alcuna mélode bugiarda.(3) Prestando ad altro il suo genio. il guscio voto. di stupire della esattezza di quelle: alla profezia della pace. a me. come vedete. per quinari o per giambi nell’auspicare incremento alla patria: nel deprecare le guerre: nel volerne una sola. Con decisione fulminea. da chiappar Trieste: nel vilipendere la generalaglia del Re. Nutro. d’una ! %! . Alle profezie isolate. Il combattente non aveva mai preso parte a un combattimento di quelli dove fischiavano le cosiddette palle. che è l’erba fine che induce la nostra lingua in salive e mena per pagina le penne. nonché lo stomaco dei carabinieri. mai sazia di suono: o di truculenta enfiatura e consecutivo pepperepè-pè-pè della nostra piva smargiassa. vinse lo spirito. evacuò se stesso. mi appare essere non altro. i vati. alla impagabile razione di calci nel sedere che il dolce mondo ci serba. infine. una «tesi» storica o filosofica o politica o morale. che pure ignoravano l’esistenza del Naviglio. Sì: dentro l’anello. le quali si sostituiscono. giuppersù dello stesso peso delle sue. Non proferì parola. non patiti nella verità intensa dell’anima e men che meno fatti pragma. o dei versi. non meno che la tesi avversaria. profetavano mediante profezie geminate. la parola del vate riguardava. visto che i popoli erano unanimi col capo: ein Volk. se non il relitto. alcuni chilometri più là. Te sei me. avvenimenti trascorsi: e alcune volte li ignorava totalmente. Molte volte. condotte dalla ferocia stessa dei popoli. ein Führer. nella coartata capienza delle disportive brachettine: fattosi. Altre volte. L’energia profetica si manifestava tuttodì. La retorica dei buoni sentimenti. responsabilità conoscitive definite. Ciò non accadde nell’autolettiga dei reali. avvenimenti contraddittori tra loro e però alternamente impossibili: per esempio: il trionfo di Belzebù e poi quello di Maria Santissima. ein Reich. Una «fuga mistica» si conchiude. detto il Beppe. cioè gestiti nella operosità reale del volere. Un giorno io vorrò rivivere. per vero: nell’augurare alla venerata effigie di Mazzini prosperità e vita eterna. per me. come bere un bicchier d’acqua: 24 giugno. con un raccontino. Magentà. che susseguenti indagini accertarono. me a son te.beninteso. del novo sole. e di teatrati atteggiamenti.

affidarsi. sotto l’arcobaleno della gloria. a un cinismo che non era affatto in programma. in circostanza corrotta. al creare. dal disopra ogni azzurro: cioè dall’invisibile increato. La falsità frusta o melensa d’alcuni ideogrammi regolamentari mi astringe a tentar d’inscriverne altri sulle pareti dello speco. è un cinismo da reazione e da crisi. li sbigottisce: li comanda a patire. Non posso farmi aedo d’un Atride se Atridi non conosco. sicché ti scocca dove la va la va la su’ saetta. il barocco.(4) Il sentimento. dal soffio di una purità primigenia: e sognare che la sua parola la discenda. Quando non è mia la cìtara e sia pur quella di Apollo. O come potrebbero esser barocchi.storia bugiarda: quando non addirittura d’una storia mancata. che gli dice tante belle cose di lei. Codesto bene l’annotano. L’angelella non ha sesso. non originario nell’anima. molto caritatevolmente. Tutto che rimane è gentilezza. Sono un collutorio comune di che più o meno bravamente ci gargarizziamo. Amore ha un peperoncino fra le gambe. altresì. per vero. fuggito per dannato e digrignando i denti il barocco. Nati all’aprile della storia. nonché salvarmi: e risospinge me verso la risacca e la dissolutezza del mare. oro zecchino d’i’ttrecento. elati da platonica ala e prescienza. ha questa caratteristica prima: non è coartabile: non è fingibile. Loro sono mero oro. i poeti. pubblicatissime: che popoli e dottrine ci rimandano. Codesto falso faro mi dirotta. dal momento che sono stilnovisti? Una contraddizione in termini. con gentilezza che d’altronde supera. per il suo lavoro. Du’ pisellini pure. e narcissica (e nei momenti di più accesa bischeraggine). Tanto varrebbe un angelello. che Amore non osservi fair play: lui è armato e te inerme. si spera. Lamenta. Appariranno falsi a lor volta. Disparito. Fresconissimo. freschezza. d’altronde. risputandone ognuno in bocca all’altro e finalmente tutti in un guazzo. In ambienza bugiarda. Crudel ministro d’ogni bàttito. di tutti. Ne viene lode a madonna. un giorno. Mi aduggia. nel mio rococò. Una tale consecuzione d’immagini non è certamente barocca. vah. lo spirito dello scrittore può manifestarsi come elementare purezza. In circostanza. allorché tutto sarà vero e sarà certo nella stagione chiarezza. che vorrebbe recuperare la disciplina mia poca. mi sorprendo a rimuginare seco me: «O invece di sognar lui. Più vitalmente connaturata al mestiere (al mio mestiere) che non sia la bravura a mentire è tutt’all’opposto certa sagacia di governo: la quale indulga ai divergenti impulsi parodistici. da un’unica: col suo segno. reagire alla scioccaggine. La parola convocata sotto penna non è vergine mai. e la nulla mia contrizione. non facevano più presto a sognar lei addirittura? invece di Amore un’Amora? Sì. Amore è bendato. una bella mora. e tutta la birberia di codesto mànfano. duro segno. Il che accade a molti. più adeguati a conoscenza: tali. almeno. Talché talvolta. Barocco è il Gadda. Sognano di sognare una… donna: e gli appare in sogno un pistòla: che gli dice però gran bene della… donna: difatti. Le parole nostre. codesta luce falsa d’una commozione d’obbligo. ed è ignudo. ad un vergine segno. pazienterete. ai paradisi di scempiaggine. bofonchiando biàstime. codesta «beauté de l’âme» di terza mano. lo spirito dello scrittore è preso da un’angoscia. ma le son parole. che non appaiano menzogna in sul nascere. nemmeno anzi concepisce. come in quella scodella di noce cocco del Salgari dove scaracchiavano a circolo i cresputi maggiorenti dei ! &! . Amore è alato. oh! no!: e tanto meno son barocchi loro. Dove si discerne tutto il platonismo degli annotatori. peschi in fiore: tutto un a fresco. come diafana ala di libellula. La diafana esilità degli stilnovisti repudia. gli appare Amore nel sonno. anche se in una ipostasi titillatoria. che sorride. Da ciò discende. guah!». non è chi non veda: e don Ferrante è là. né d’un Pelide che sta ingurgitando maccheroni. invano mi domanderete di grattare. d’un Cupidone buggerone. quello che mi viene imputato a difetto. il cantore di Loretta. Amore è faretrato. i miei troppi demeriti: il barocco. non si può mentirlo quando non esiste nel cuore. come a un segno croce ne’ suoi solfi eterni il demonio. e possa a un tempo infrenarli. lo scrittore può tener sé aliato. in ambienza elementare. è comparata a un’angelella.

Un tono teso di qualità narcisistica l’ho in uggia. poca voce di baritono d’attorno la mia puerile indigenza. come d’un elastico teso. ad orribili torsioni: a contaminazioni intollerabili. l’auto-ironia. Mi studio di evitare. un maledetto pavone. La loro psiche imitativa la bisognava d’un modello. Durano quel che durano: un decennio. ci inducono a rivivere parodisticamente i ventitré. in segno d’onore. può comportare una dissoluzione-rinnovazione del valore. Si demanda loro novo incarico. e che non sapevo. talvolta mi viene attribuita. per così dire. come li chiamo nel mio linguaggio interno. La mia scrittura non ne va esente di certo. in Avenida de Mayo. più o meno estrinsecandosi al pragma. La loro storia. Ma la vanità non è femmina. non meno di quanto la loro… femminilità… bisognasse d’un… ragionevole conforto. è maschio. poi. Orazio. Per inconsideratezza pecchiamo. e alle vivisezioni crudeli. ricreante uso del popolo non più e non meno che la preziosità meditata dei barocchi.Cèp-Cèp con anelli d’oro in nel naso e cerebottana tra i ginocchi: e. perdute sere di Padania. da «criminali narcisisti». nelle rosse. sotto più esperta mano e più sottilmente operante. il vocabolo: non è querce. si aprivano i miei sogni di bambino. A parte il fatto che in ogni uomo (in ogni maschio) si nasconde un pavone. o ventitré: le sfumature. a un timbro perverso. quanto all’altro. La mia timidezza di viola mammola le eccitava a salive. più o meno saggio e felice. con gli sciàveri d’una tradizione genetica non pura venuti via dalla querce e dal pino. Ho incredibilmente sofferto. sono dei momenti-pause (dei pianerottoli di sosta) d’una fluenza (o d’una ascensione) conoscitiva-espressiva. dove gli antidoti laicali resultarono. per difetto d’inibizione estetica: o morale. Buon gusto. nell’epistola «Humano capiti». chi ben consideri ogni fatto. in ognuno di noi: e ci predispone e ci arma all’assalto: allo stantufante assalto dell’amore.(5) Non è immanente ai millenni. Sfocia talora. se pure vi possa essere incorso nolente. a volte. ha tolto a mano bandiera: fiamme in chiesa. comparativamente all’usato. d’avere. ogni slittamento verso innovazioni meramente narcisistiche. dello struggle for life. Le frasi nostre. col variare delle lune. ahi!. non meno tossici della disciplina catechistica. presso taluno. dementi bassaridi.(6) Alla via delle Gallie. Una carica narcissica a dimensioni ragionevoli è contenuta e agisce. uno dei ventitré. (Procedo però guardingo: sulle parole mi si consuma l’ora e tutta la vigilia. «l’impiego spastico». è una muffa: è un prurito dei millenni. d’una certa pavoneria femminile. di peso. a un tono novo. germanico o gallica: nel duro carcere d’un educatoio borromeiano-tridentino. Devo quindi prender nota con orrore che una carica narcissica «esiste e opera in me»: me inconsapevole. «Lo fren dell’arte» non ci governa a ogni istante. come quando si rivolgevano a guardarmi. ci illustra i significati di ognuna: quattro. indelebili ingiurie ho patito. Di proiezioni narcisistiche non andò esente la vita. dai «pavoni delinquenti». anche più bestiale. non si può negare a priori l’esistenza. due secoli. alla pagina. la porgevano bere al missionario. Mutano di significato col costume. impegno o necessità narrativa. un cinquantennio. più che labile moccolo. se persona è. La nova utilizzazione le strazia: la lor figura si deforma. delle donne-educatrici. ognuna. codesto arbitrio. uno alla volta: o invece a rifuggire dalla parodia conferendo un significato nuovo al vocabolo. o dodici. diavolo al convento: s’e sfondato il setaccio. otto secoli. ha indicato esser pensabile. che è la pazza istoria degli uomini. le nostre parole. Alla qual bisogna può sovvenire l’ironia. nella stessa imprecisione. uomini donne e cani: per un impermeabile che avevo. per un arbitrio inventivo che resulterà poi. L’impreciso ma. attuabile un siffatto impiego della parola già nota: lo «spasmo». le minime variazioni di valore: in altri termini il loro differenziale semàntico. per altro. Ho dovuto costruire la mia personalità.) La frase e il vocabolo. si spogliano delle tonalità loro parodistiche: venute in carta al cri-cri lieve della penna. ossia d’una… guida: che non ! '! . si libera. Caduto preda. nella vita. con il lento o con il rapido consumarsi del tempo: e mutano talora di valore.

e del mio misero vestito la tunica di tutti i mali: e di tutti i rattoppi. il dettato proprio e bischerrimo. un testicolo fossilizzato. anni sono. talmente inscatolate (emboîtées) le une dentro l’altre. di tipo barbarico. Le querci responsali dell’antica gente druidica: i pini! il di cui susurro lento. talmente incavestrate (enchevêtrées). Batticuore d’amore. ! (! . a ragionare come… una mia educatrice: non dirò come una donna isterica. origini. (8) «La propaganda vive. Tra queste. quand’anche meno eminenti e meno diligenti a osservare. E non sono quelli. d’un cervello infrangibile: sasso-cervello o sasso-idolo: documento probante. de’ suoi stati nevrotici o paranevrotici.c’era. forma prima. non riesco ad essere. «El polàster el paga dazzi!». curùle o plebea. molto più probabilmente. di indecifrate (da lui medesimo) nevrosi. a commesso e a produttore d’affari. i miei momenti peggiori. Beveva delle gazzose. come «normale produttore d’acido urico.(7) conferirono al pedagogismo delle educatrici la categoricità inespiabile d’un elenco tariffario. coscienza veruna del contenuto (fessissimo) delle sue nevrosi: le sue bambinesche certezze lo immunizzano dal mortifero pericolo d’ogni incertezza: da ogni conato d’evasione. Le leggi mendeliane. fossero eguali ed equiparabili alle fortune delle selve. nelle sue lettere. Perduto nei sogni dell’infanzia: o dissanguato dalla noia o dimenticato dallo sguardo di Dio: inetto a vivere. al numero dei pini che tuttavia la terra ospitasse. né può avere. che fa di me l’erede (squattrinatissimo) delle genti infinite. sclerotizzazione postrema. C’erano lettere. In realtà. Non sono. ideale irraggiungibile. non ha nemmeno il sospetto metafisico. da ogni tentazione d’apertura di rapporti con la tenebra. uno scrittore «equilibrato»: e tanto meno uno scrittore su misura. nonché della gente. il naso del Santo. rifuggivo con le mie speranze alle querci. famosi baritoni a dettare. sviluppo. la piattitudine del rituale cotidiano: a fronteggiare «la millenaria malizia». S’era formato. sentiva che del popolo alto dei pini era la mia genitura e la mia gente. in questo rimasuglio degli anni. al di là degli epifonèmi del dressage. Il modello c’era: ed era la perentoria voce del costume dettato dai maschi. pio nonostante tutto. nel vento del monte. Il cosiddetto «uomo normale» è un groppo. – di cui un mio poco profittevole «adattamento all’ambiente» non è valso a obliterare ogni effetto – risplendono di tutta la loro validità combinatoria in una caratterizzazione ibridata. razzolante. gli uni su gli altri così mirabilmente agguainati da essersi inturgiditi a bulbo. dei pini. per verità. Ma gli alberi sacri erano spenti: erano stati recisi: perché desse albergo. addoppiato d’un normale collezionista di idee fisse». la terra. a volte. nella Germania guglielmina. idolatri della norma. non una tralasciata. in ogni modo. in luogo dello spirito degli alberi venuto dal profondo: e manifesti. un brav’uomo: uomo normale normalissimo: gentiluomo campagnardo: registrato. e cessazione con la sua propria morte delle sue proprie nevrosi. il groppo di rapporti di cui ero il nodo. un lavoratore normale. il migliore si possa avere. l’antica: ed era pervenuto a credere che le fortune della gente presente. nel mio journal. o gomitolo o groviglio o garbuglio. e cartelloni gialli sui muri. Il tono crudo e asseverativo dell’epoca. da dar coàgulo finalmente d’un ciottolo. Il mio spirito. loro stessi. Ho conosciuto e ho dovuto frequentare un signore. credetelo. tetre lettere sulle poche alture della terra. qualche volta. una discretamente chiara intelligenza degli atti: e delle cause. in Oltre Po Pavese. mi regalava il batticuore. pio nodo. sia una formazione cristallina elementare. una testa d’angelo di pittore preraffaellita: mentre è. Mi sorprendo ancora. a cipolla: non ha dunque. dell’esistenza della normalità: da fornire a’ miei babbioni ottimisti. la gente. alla nanificata prole degli umani. tutte le conferme e tutte le consolazioni di cui vanno in cerca. Mi deliziavano. la differenza tra il normale e lo anormale è questa qui: questa sola: che il normale non ha coscienza. e del sottile pensiero. nonché a comprendere. le misericordi sfumature d’ogni gentilezza. Dallo spettacolo d’una edilità pacchiana. ai pini. o cervello normale. in vece nostra: e propaga sé medesima». con l’ignoto infinito: mentreché lo anomalo raggiunge. l’idea-madre che quel sasso.

dalle ceneri dell’alba: quando nel primo gelo del pleistocene si levava primamente. del granoturco: i prezzi venivano imposti dalla legge. approntati all’ara i maiali. non tumultuato da parolacce. da imprecazioni. che s’era messo in tiro con ghette color tortora. Non nella moneta-oro. li sotterrano alla svelta: o se li nascondono in qualche cavità organica delle più recondite. a gradino. La sua normalità gli emanava normalmente dalla faccia come un raro ectoplasma. il fiero ordine con alcuna mancia al barista. castrati i lattonzoli. codesta forcola. a buon conto.Amore alla sua terra. 1949 1. Era di vetta bianca. Amava ardentemente. a collo d’oca-zeta. eguale. promosso a bipede. Paflagone Energetico. normale. Lo lodava. Al tocco emmezzo il suo spirito vinceva la materia. la mia cauta menzogna. e i figli e la figlia grande del Pirgo. un fringuello: requisizione forzosa del prodotto. La madre del ragazzo morì di consunzione psichica. il rito di assunzione del bitter. anòmalo. Epidemia difterica. nella imbambolazione perpetua in cui il suo spirito di coltivatore diretto era venuto a rapprendersi. che è la moneta del passato. del grano. polpute. ma nella moneta-lavoro. s’era fatto pirografare sul didietro. con quelle ghette. Era un normale. nell’orto. Educava asparagi. Ma gli sarebbe costato fatica da non dire. Lui. ricolte. ad azzannare con trentadue denti il futuro. massicce. avrebbe magari anche emesso un alalà periodico in onore del grande Ritratto. fastidita. nonché Maia. alle fatiche operose della campagna: Cerere e Pale: caccia: costosissimi fucili. disse: «Abbiamo vinto!». ghette color tortora. con esibizione del mignolo nel sollevare il calice. forse. si celava e agiva la plurimillenaria nevrosi: quella che ci intride l’anima. e simili. d’imperio: alla maggior gloria del Batrace. Ha fiducia nel Thaon de Revel. amaro. lo recideva e lo strappava alla radice. per quanto normalmente. se la dormiva alla salute della patria e alla facciazza del Pirgo. nella normalità bella dell’anima così serenamente incravattata. La parola bitter (= amaro) gli piaceva enormemente. seduto in poltroncina. tardato arrivo del siero nella clinica principe della città natale amatissima. andava gambe all’aria col su’ ferro in mano: con ghette color tortora. «Non ho fiducia nei titoli azionari». èmulo delle cartoline postali. i più patriottardi pappagalli. A quello strappo lui. Quando in saccoccia l’ebbimo. in Albania). il tipo del normale: dirimpetto a me. dalla pubere elazione della terra. Idolatrava il Pirgo. nella immanenza d’un tempo serio. le tenere fave primaticce – sotto l’apparenza georgòfila. Sotto l’apparenza campagnarda e georgòfila – primizie elate de suo fundo alla dea. Li raggiungeva a centimetri diciotto entro terra. la specie: l’ex-quadrumane. Eine Kugel kam geflogen – Gilt’s mir oder gilt es Dir? ! )! . Si appisolava sui bollettini di vittoria. comprano catenine oro e marenghi. o in una repentina riaccensione da cascaggine. Penetrava la terra. la seconda moglie dell’ex-vedovo morì di noia. si teneva eretto nel sole: uomo: homo sapiens! Perepepepè! è la nevrosi crudele: che ci impelle a mutilare l’avversario. Dea Bona o Maia. di cui uno inglese. Della vittoria era certo. che è la moneta del futuro. Nello stesso modo che dopo Stalingrado l’Adolfo. Lo repudiava. tramontava: dal tocco emmezzo alle diciotto. che soleva chiamare «la contessa». infilato in letto. Tutti. L’asparago. anche. terminato in una forcola tagliente. Beveva bitter. Più. nella recitazione delle quali. Un figlioletto gli ebbe a morire d’otto anni. poerino. battendo. Aveva perciò imparato diciannove frasi a memoria. uno tedesco: e uno belga a tre canne: cavallette sui frumenti: siccità: grandine: gelo ad aprile: due allodole all’anno. composto. Fumava sigarette Fumag col bocchino d’oro. con un suo strumento a ciò fatto. quasi in un soprassalto della normalità. il maiale. era l’obietto d’una trasposizione o transfer. costosissime. dopo desinare (gli alpini dopo non-desinare crepavano. ricingeva lo stelo dell’asparago. molto convinto della cosa. «Vinceremo!». Ma l’evizione lo aveva acceso al tripudio. la patria: la cara patria: sì. da «scatti nervosi». Fu allora che il bisvedovo prese a fumare sigarette Fumag col bocchino d’oro.

promana pure da totale mancanza di lettere. Il sogno è credibile. e’ son tutti imbrattati di lettere turpissime. lì agli Uffizi. Se Corot. sui muri de’ castelli. o sulle incannucciate a’ capanni. cioè di occasionale propaganda. 6. la lèsina: è delegato veramente dalla morte. e’ dovrebbono pitturare. delle chiese. i letteroni cubitali: Panettone Ratta. Il Naviglio Grande. o la disperata rinuncia. Amore. Il di lui naso fu major Nerva: più «timone di cacciatorpediniere» di quello di Nerva. assai frequente nella ambivalenza del sogno). che scorre per alcun tratto parallelo alla fossa del Ticino. il supervisore del Catechismo Romano. 8. Viviamo in presenza della donna. ci divide da lei: massimo la proibizione del rivale. 7. al contrario. all’antica esiguità dell’epigrafe e a quella dell’albo (pretorio). (Addoppiamento del simbolo. catechistica: in senso molto lato. Per Taddeo Minchioni – votate! Nell’Allegoria del Purgatorio. il crudele ministrello. Carlo Borromeo. fu ostacolo impreveduto per il 2º corpo. 4. Iconografia unanime làdessus: Tintoretto in testa. ma in presenza altresì dell’ostacolo che. La nostra vita e il «paese» nostro. Fai mente. è incaricato di rappresentare questa legge: il divieto. Collutorio Bibì. se il Giovanbellino fossero ad opera oggi. Laicali. che attaccava frontalmente dal ponte di Boffalora. per sineddoche. delle case o casipole. Certa nota fascinosa di certe vecchie situazioni architettoniche. se credi. Carabinieri. nell’uomo e nel poeta. Die Wand ist das Buch der Schande. a volte. l’eponimo della parenèsi lombarda. Non è escluso che Amore (nel caso infelice) sia l’angelo della morte. o la severità del caso e del costume. di cui la tela è documento. è una ipotiposi dell’inconscio. tra le loro querci e castella. paesistiche. De’ Cruscanti. Donde un’ansia. 3. te tu leggeresti: Purgativa Battistelli! Acqua! Provatela! Non ismetterete più! ! *! . o la ragione economica. e delle pubblicazioni di matrimonio sull’usciolo di parrocchia: e compàrale con l’imbratto di oggi.2. 5.

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