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PERIODICO DI CULTURA NEO-ILLUMINISTA

NUMERO 20 DICEMBRE 2013

(ANNO VII N.2)

w w w.c iv i l t a l a ica.it

Care lettrici e cari lettori di Civiltà Laica,
la nostra rivista è arrivata al numero 20 e cambia. Niente paura, non siamo stati folgorati sulla Strada di Damasco dalla luce di Papa Francesco I, semplicemente dato il crescente successo del nostro sito web abbiamo pensato di differenziare la rivista dalla nostra offerta “on line”. D’ora in poi la rivista Civiltà Laica consisterà in una pubblicazione degli atti inerenti a piccole tavole rotonde tematiche organizzate dalla nostra associazione tra gli iscritti e i simpatizzanti. Questo per dare spazio ad analisi approfondite che sul web non hanno molta fortuna, il lettore medio di articoli on line arriva a malapena attorno alle duemila battute dopodichè esce dalla pagina. Del resto se pensiamo che attualmente il mezzo di comunicazione più in voga è twitter che impone di usare meno caratteri di un sms per esprimere un proprio pensiero possiamo avere un’idea del perché succede questo. Contro questa forma di minimalismo e la conseguente, inevitabile, superficialità noi continuiamo ad andare in “direzione ostinata e contraria” rilanciando l’approfondimento e la discussione partecipata. In questo primo numero troverete i contributi dei soci e dei simpatizzanti dell’Associazione Culturale Civiltà Laica sull’argomento “come affrontare il negazionismo storico” e nell’ultima pagina una sintesi della discussione che gli stessi soci hanno avuto dopo aver letto ognuno i contributi degli altri. Attendiamo di sapere cosa ne pensate di questa nuova forma della rivista, come sempre siamo aperti a contributi, critiche e possibili miglioramenti. Buona Lettura. Alessandro Chiometti Presidente dell’Ass. Civiltà Laica

PROPETARIO ED EDITORE
Associazione Culturale Civiltà Laica, Via Carrara, 2 - 05100 Terni e-mail: redazione@civiltalaica.it

DIRETTORE RESPONSABILE
Sergio Moscatelli

COMITATO DO REDAZIONE
Maurizio Magnani, Alessandro Petrucci, Massimiliano Brasile; Alessandro Chiometti, Marcello Ricci, Nicoletta Bernardi, Cecilia M.Calamani Stampato per l’Ass. Cult. Civiltà Laica dalla Tipografia Visconti - Terni Autorizzazione del Tribunale di Terni n. 03/07 dell/8 Marzo 2007

Katapulta Design di Agnieszka Goclowska http://katapultadesign.eu

GRAFICA

Memoriale dell’Olocausto a Budapest Neilhooting/flickr.com

FOTO IN COPERTINA

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NEGAZIONISMO E REVISIONISMO
Marcello Ricci

Per comprendere che cos’è il negazionismo occorre capire bene che cos’è il revisionismo. La storia è composta di fatti e di interpretazioni, quest’ultime si susseguono continuamente a seconda dei momenti storici e costituiscono un fecondo cammino nel campo della conoscenza storiografica. In media ogni generazione di storici è portata ad analizzare criticamente il lavoro degli storici precedenti o alla luce di fatti nuovi o di nuove prospettive interpretative. In altre parole sorgono nel tempo storici che tendono a rivedere le precedenti interpretazioni e a revisionarle alla luce di una nuova indagine critica, insomma il revisionismo storico è un fatto fisiologico e altamente positivo. Prima ancora di diventare un’espressione riferita ad una certa storiografia fortemente critica nei confronti di acquisizioni consolidate, il termine revisionismo viene adoperato in sede di lotta politica, sul finire dell’Ottocento, ad esempio, furono i partigiani della revisione del processo contro l’ufficiale ebreo francese Alfred Dreyfus (1894) per dimostrarne l’innocenza a ricorrere a questo termine. A livello ideologico è noto il revisionismo della dottrina marxista operato da Bernstein secondo il quale alla società socialista non si sarebbe arrivati per via di rivoluzione ma attraverso un graduale riformismo. Possiamo perciò affermare che in generale il revisionismo è un’operazione storicamente corretta e positiva. Ma può anche accadere

come è successo al revisionismo sulla shoa, che sulla sua scia si innesti il negazionismo passando attraverso il giustificazionismo. Che cosa vuol dire giustificazionismo? Consiste in quella posizione tipica dello storico Nolte, che giustificava l’esistenza dei campi di concentramento nazisti come risposta e reazione ai crimini dei gulag staliniani. Ebbene sulla scia della posizione di Nolte volta a giustificare i crimini nazisti ha preso piede tutta una scuola di storici che non solo hanno giustificato il nazismo come risposta al comunismo ma si sono spinti a negare l’esistenza delle camere a gas e della Shoà, dunque si è passati dal revisionismo al giustificazionismo al negazionismo. Tutto il negazionismo è basato sulla negazione dei fatti storici accertati, sulla “menzogna di Auschwitz”. Vediamo alcune di queste negazioni:1) qualsiasi testimonianza resa da un ebreo è una menzogna o un’invenzione, 2) qualsiasi documento che mostra i crimini nazisti è un falso manipolato anche le immagini sono dei montaggi, 3) qualsiasi testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra anche quella resa nei processi è frutto della tortura, 4) non è possibile tecnicamente la gassificazione di massa, 5) non ci fu intenzione né pianificazione del genocidio degli ebrei, gli ebrei se lo sono inventato per il progetto sionista di diffamare la Germania e ottenere la fondazione dello stato di Israele, 6) la storia è stata scritta dai vincitori della seconda

guerra mondiale per cui il processo di Norimberga è un cumulo di menzogne giuridicamente e storicamente. E così via. Mettere in discussione la storia scritta da chi è al potere è senz’altro un’impresa legittima e a volte necessaria, ma se la revisione della storia è per motivi ideologici basata sulla negazione di fatti accertati come nel caso della Shoà, i negazionisti non possono essere considerati storici e ben definisce così il loro ragionamento lo storico Vidal-Naquet nel suo splendido libro Gli assassini della memoria: “le camere a gas non esistono, perché non possono esistere, non possono esistere perché non devono esistere, o ancora: non esistono perché non esistono”. Qualche hanno fa ho assistito ad una trasmissione, non ricordo su quale canale televisivo, nella quale si confrontavano un reduce da Auschwitz e un negazionista. Ad un certo punto dopo che il negazionista aveva esposto le sue tesi il reduce esclamò: “ Bene! Lei mi ha convinto, le camere a gas e la Shoà non sono esistite!”...... (lunga pausa) “Sono d’accordo con lei però ad una condizione, prima deve spiegarmi dove sono andati a finire mio nonno, mia nonna, mio padre, mia madre e mio fratello e mia sorella che stavano deportati ad Auschwitz con me e insieme a loro deve dirmi dove sono finiti gli altri sei milioni di ebrei”. Questa è la più chiara confutazione di ogni forma di negazionismo.

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TRA NEGAZIONISMO, ANTISEMITISMO E APOLOGIE DI REATO
Alessandro Chiometti
Diverse volte all’interno di Civiltà Laica abbiamo discusso dell’eterno problema della tolleranza, ovvero sull’opportunità di tollerare gli intolleranti. Chi scrive ha più volte ribadito la sua opinione personale, ovvero che chi si pone al di fuori della dichiarazione dei diritti dell’uomo non deve essere tollerato. Questo potrebbe far pensare che abbiamo una posizione favorevole riguardo all’inserimento del reato di negazionismo della Shoah nel nostro ordinamento giuridico. Non è invece così ma prima di spiegare perché, una doverosa precisazione: quando useremo il termine antisemitismo, non intendiamo la semplice e legittima critica dello Stato d’Israele e del suo operato politico ma solamente gli episodi di discriminazione verso gli ebrei. La prima obiezione riguardo all’inserimento del reato di negazionismo nel nostro codice ci sovviene semplicemente guardando i paesi in cui questo reato esiste da tempo nel loro codice giuridico. Ad esempio la Francia, la Germania e l’Austria. Stando a quanto dicono i recenti rapporti delle agenzie europee per i Diritti Umani, l’antisemitismo è in crescita in tutta Europa parallelamente con l’affermarsi di formazioni di estrema destra. I paesi citati non fanno eccezione, quindi non vediamo nell’inserimento di questo reato nel codice giuridico un nessun effetto dissuasivo come molti vorrebbero. La Francia addirittura è l’unica nazione d’Europa a condannare anche il negazionismo del genocidio armeno oltre a quello ebraico, e questo ci porta diritti alla seconda obiezione. Perché negare alcuni genocidi dovrebbe essere consentito e altri no? Oltre a quelli citati c’è il genocidio dei nativi americani, quello del Ruanda e quello bosniaco solo per citare i primi che ci vengono in mente. Vogliamo stabilire per legge che non si possono più avere dubbi su nessuno dei genocidi della storia? Ci sembra davvero azzardato. Eppure ci sono paesi che hanno scelto questa strada, precisamente Israele, Portogallo e Spagna. E se domani verranno prove “vere” che smentiranno alcuni di questi genocidi? Si aggiornerà la lista? Gli estensori della Dichiarazione dei Diritti Umani quando hanno inserito l’articolo 30 in questa hanno voluto proteggersi dall’uso distorto della libertà di espressione. In breve questo articolo dice che niente della dichiarazione può essere usato per togliere la libertà a uno o più individui. È una posizione ragionevole, ed è la stessa che ci porta ad affermare che non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Tuttavia negare un fatto storico, per quanto accertato, può essere un gesto da ignoranti, offensivo e provocatorio quanto si vuole ma non è una privazione di diritti. Chi vuole può ribattere con argomentazioni e mostrare l’ignoranza di chi sta negando quel fatto storico. E ci sembra che l’espressione “le idee vanno combattute con le idee” ripresa da diverse persone sintetizzi bene questa situazione. Viceversa si rischia di trasformare gli ignoranti in martiri della libertà di pensiero come il sedicente storico Irving, che pure non è stato condannato per negazionismo come spesso erroneamente si dice ma per un analogo della nostra “apologia di reato”. Infatti la sua sentenza parla di “aver glorificato ed essersi identificato con il Partito Nazista Tedesco”, condanna a tre anni poi sospesa in appello dopo 400 giorni di prigionia. Questo ci porta ad un’altra considerazione: altrove, non Italia, l’apologia di reato è severamente punita. Forse una maggiore attenzione a questo tipo di reato eviterebbe goffi tentativi di stabilire per legge verità storiche. Pensiamo ovviamente al nostro principio costituzionale che prevederebbe il divieto di ricostituzione del Partito Fascista, ma pensiamo anche ad altre apologie di reato come quella di Camillo Langone sul Foglio di Giuliano Ferrara in cui diceva, senza possibilità di fraintendimento, che chi ha commesso l’attentato contro la Città della Scienza di Napoli ha fatto bene perché in quel luogo si osava insegnare il darwinismo. Forse può far sorridere, ma l’apologia di reato, soprattutto quando è messa per iscritto su un giornale a tiratura nazionale e non gridata al Bar dello Sport dopo un paio di grappini di troppo, è cosa seria. Ritornando al nostro discorso però riteniamo che introdurre il reato di negazionismo non serva e oltretutto solleva altri inquietanti quesiti. Olocausto a parte, uno Stato cos’altro può decidere che sia “verità storica” per legge? Forse il fatto che il dc9 di Ustica è caduto per un cedimento strutturale? Forse che il rapimento di Aldo Moro è stato commesso solo dalle Brigate Rosse di Mario Moretti senza alcun aiuto esterno? Forse che John Fitzgerald Kennedy è stato ucciso solo da Lee Harvey Ostwald grazie ad un improvviso miglioramento del funzionamento del fucile Carcano? Per molti Stati ci sarebbero numerosi eventi per cui sarebbe comodo stabilire per legge qual’è la “verità storica”. Concludiamo dicendo che i negazionisti dell’olocausto sono anche facili da “smontare” grazie alla minuziosa burocrazia nazista che prendeva nota di tutto e grazie a centinaia di testimonianze filmate dei sopravvissuti. Peraltro occorre ricordare che il negazionismo storico è altrove una fonte preziosa della ricerca storica che costringe ad approfondire dati e fatti troppe volte ritenuti scontati. In sintesi: no al reato di negazionismo e si al rispetto della Dichiarazione dei Diritti Umani perseguendo soprattutto quei reati di apologia che devono essere repressi.

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IL NEGAZIONISMO IPOCRITA
Eraldo Giulianelli
Recentemente il tema del negazionismo è stato al centro di una curiosa polemica tutta interna al mondo laico e antireligioso. E’ accaduto che il noto matematico-pensatore Giorgio Odifreddi si sia lasciato andare, in un suo blog, ad un commento sul tema del negazionismo che ha suscitato un vespaio di polemiche. Vediamo il motivo: il noto matematico ha scritto sul tema queste parole: “Non entro nello specifico delle camere a gas perché di esse “so” appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal “ministero della propaganda “alleato nel dopoguerra. E non avendo mai fatto ricerche al proposito, e non essendo comunque uno storico, non posso fare altro che uniformarmi all’opinione comune. Ma almeno sono cosciente del fatto che di “opinione” si tratti.” Apriti cielo! Immediatamente sono scattate nel mondo laico reazioni infuocate di sdegno contro quello che molti atei e agnostici e razionalisti hanno ritenuto un tradimento, da parte di un ateo professo e di un laico militante, della convinzione profonda che sul tema della Shoah e delle camere a gas dubbi o tentennamenti non sono ammissibili. Questi orribili fatti criminosi non hanno che da essere condannati e mai messi in dubbio a meno di schierarsi dalla parte di tutti coloro che tendono ad annacquare o addirittura a negare fatti storicamente accertati utilizzando la tecnica del negazionismo. Altri hanno cercato di difendere il professore incappato, secondo loro, soltanto in una ingenuità e comunque interpretato al di là delle proprie vere intenzioni: egli voleva soltanto difendere comunque la libertà delle persone di farsi un convincimento sui fatti storici sulla base di concrete e fondate ricerche scientificamente corrette e non solo sul “sentito dire”, il che è in linea con il suo retroterra culturale e la sua storia personale di studioso e di ricercatore. Questo nel mondo laico. Ciò che però rende la vicenda interessante è la reazione che essa ha suscitato nel mondo cattolico militante. L’ Unione Cristiani Cattolici Razionali, U.C.C.R., che fa il verso all’Unione Atei Agnostici Razionalisti, U.A.A.R., ha scritto sdegnate parole di fuoco contro il matematico Odifreddi accusandolo di essere un negazionista, al pari del criminale nazista Erich Preiebke, recentemente scomparso, il quale affermava candidamente che “nei campi di concentramento non esistevano le camere a gas e gli Alleati già durante la guerra hanno cominciato a fabbricare false prove sui crimini nazisti”. E i bravi cattolici dell’U.C.C.R. rimproverano il matematico di non essere nuovo ad insulti contro gli ebrei e contro i “cristiani cretini”, atteggiandosi così a povere vittime, insieme agli ebrei, dell’odio di un non credente. Parliamoci chiaro: che tra noi atei ci siano persone che si indignano per le parole di Odifreddi è cosa comprensibile e giustificabile in quanto siamo tutti estremamente sensibili al tema dell’olocausto e decisamente attenti a che il negazionismo, annacquato o palese che sia, venga combattuto. E possiamo anche dividerci sul tema che sia opportuna o no una legge che punisca il negazionismo o che sia piuttosto preferibile che la storia e i documenti e la consapevolezza dei cittadini facciano giustizia di queste ed altre aberranti idee. Ciò che non possiamo permettere è che i cattolici diventino ora maestri di etica e di morale nei nostri confronti. Siamo costretti a ricordare a lor signori che l’odio verso gli ebrei, accusati di essere gli assassini del loro dio, è una invenzione tutta cristiana. Che essi hanno falsamente addebitato agli ebrei le uccisioni rituali di bambini cristiani in occasioni delle festività pasquali, sono stati i papi ad inventare in pieno medioevo l’obbligo per gli ebrei di indossare segni distintivi sugli abiti, ad obbligarli a vivere nei ghetti, a negare loro diritti civili e possibilità di scambi con i credenti, a costringerli all’esilio, a torturarli e bruciarli vivi quando ritenevano che non fossero convertiti convinti, a scatenare contro di loro le stragi in massa in occasione di ogni epidemia o carestia o alla partenza di ogni crociata in Terrasanta quale atto propiziatorio per il successo della spedizione. I credenti cristiani hanno per duemila anni predicato l’odio ed il disprezzo per il popolo ebraico deicida. Vorremmo ricordare che l’organo dei gesuiti “ La Civiltà Cattolica” negli anni precedenti l’avvento del nazismo al potere si distinse per una violentissima campagna antisemita , carica di odio per gli ebrei di nuovo accusati di omicidi rituali e di volersi impadronire delle ricchezze del mondo intero. Chi prepara il terreno arandolo e dissodandolo per venti secoli e semina a man bassa odio e disprezzo ed umiliazione, non può poi stupirsi ed indignarsi se piante velenose germogliano e danno frutti mortiferi. Occorre una solida faccia di bronzo ed una corazza di spesso cinismo ed ipocrisia per potersi poi atteggiare a innocenti spettatori di crudeltà altrui addebitandole addirittura ad un regime politico “ateo”. Nagazionismo è non solo negare l’esistenza delle camere a gas. Un negazionismo più insidioso e più ipocrita è quello di coloro che dopo aver lanciato sassi per venti secoli poi ritirano indietro la mano e fingono di stupirsi perché s’è rotto il vetro.

Heinz Kiwitz, le caricature di Hermann Göring, Joseph Goebbels and Adolf Hitler. Wikipedia

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NEGAZIONISMO: UN PROBLEMA DI LIBERTÀ D’OPINIONE?
Federico Piccirillo
Vorrei iniziare citando le parole dello storico inglese Richard J.Evans :«Gli storici stimati e professionali non sopprimono dai documenti quei brani di citazioni che sono contrarie alla loro tesi, ma li prendono in considerazione, e, se necessario, modificano la loro tesi, di conseguenza. Costoro non utilizzano, come autentici, documenti che essi sanno essere dei falsi, anche se questi falsi potrebbero dare un supporto a quanto stanno sostenendo. Non inventano geniali, ma implausibili motivazioni, assolutamente non provate, per screditare documenti autentici, se questi documenti sono in contrasto con le loro argomentazioni, ma correggono le loro argomentazioni, se è il caso, o addirittura, le abbandonano del tutto. Non attribuiscono volontariamente le proprie conclusioni a libri e altre fonti, che in realtà, ad un esame rigoroso affermano il contrario. Costoro non cercano avidamente i numeri più favorevoli possibili in una serie di dati statistici indipendentemente dalla loro affidabilità o altro, semplicemente perché vogliono, per qualsiasi motivo, massimizzare i dati statistici in questione, ma piuttosto, valutano tutti i dati disponibili, come potenzialmente possibili, al fine di trovare un numero che resista all’esame critico degli altri studiosi. Costoro non traducono consapevolmente e scorrettamente le fonti in lingue straniere, al fine di renderle più utilizzabili per la loro finalità. Non inventano volontariamente parole, frasi, citazioni, incidenti e avvenimenti, per le quali non esiste alcuna prova storica, al fine di rendere le proprie argomentazioni più credibili.» Queste parole sono illuminanti sulla differenza che intercorre tra uno storico serio (anche revisionista) e un negazionista. Il fatto è che il negazionista non è proprio uno storico, ma un falsificatore. Riflettendo sul valore e la responsabilità che la professione dello storico assume verso la società e i posteri, per ciò che concerne la conservazione e la trasmissione della memoria di un popolo, mi sento di affermare con convinzione che la questione del negazionismo non può essere trasformata in una questione concernente la libertà d’opinione. Non sto dicendo che uno storico non possa o non debba avere le sue opinioni politiche, sto dicendo che le opinioni politiche di chiunque (di uno studioso del passato in modo particolare) devono sempre essere supportate da dati accertati e da un analisi razionale dei medesimi. Soddisfatti tali requisiti uno storico può dare tutte le interpretazioni che vuole. Falsificare la storia non significa avere un’opinione controcorrente, significa svolgere in maniera scorretta la propria professione. Se siamo pronti a tuonare contro un medico che da al paziente un farmaco sbagliato, contro un magistrato che fa condannare un innocente dopo aver artefatto una sentenza, contro un politico che prende una tangente, perché dobbiamo attenuare il nostro sdegno e la nostra riprovazione di fronte ad uno studioso del passato che spaccia menzogne per verità? Voglio ricordare a tal proposito un fatto accaduto nell’ottobre 2005, quando il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad durante la conferenza internazionale Il mondo senza sionismo, ha affermato, citando Khomeini, in riferimento allo Stato di Israele: «questo regime occupante Gerusalemme è destinato a scomparire dalla pagina del tempo...» Queste dichiarazioni sono state riprese da Claudio Moffa, professore ordinario presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Teramo, il quale ha affermato durante le lezioni: «Non c’è alcun documento di Hitler che dicesse di sterminare tutti gli ebrei». Il tutto lodando la grandezza umana e politica di Ahmadinejad. Ora mi chiedo se sia possibile che un insegnante universitario possa avere il diritto di pronunciare tali falsità. Il diritto alla libertà di espressione è un diritto umano sacrosanto, ma è un diritto altrettanto sacrosanto quello di conoscere la verità e di essere informati. Inoltre, un uso illimitato della libertà di espressione potrebbe portare a legittimare anche l’istigazione alla violenza. Il diritto di esprimersi deve essere esercitato nella misura in cui in cui non confligga con altri diritti fondamentali, come il non subire violenze fisiche ma anche morali, e il diritto a ricevere una autentica informazione. Il diritto di dire falsità può essere pericoloso quando la posta in gioco è alta e quando può costituire un incentivo al riaccendersi di odi razziali verso un popolo, considerando che ognuno deve essere responsabile ed onorare il ruolo che ricopre nei confronti della società. Io credo che il negazionismo debba essere punito in maniera intransigente per una questione di onestà e trasparenza, ritengo giusto che uno storico che racconta frottole per motivi ideologici venga punito penalmente e che come minimo non possa più esercitare la sua professione, in quanto non costituisce un buon esempio. Impariamo a scindere il dovere della serietà, della responsabilità e dell’onestà nelle professioni e nei ruoli, anche, se non sopratutto, in quelli istituzionali e del rispetto per popoli che hanno sofferto, con il diritto di dire la propria. Anche se le argomentazioni sono ridicole e si smentiscono da sole, sono comunque atteggiamenti che una buona amministrazione della cosa pubblica non deve incoraggiare e tollerare.

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QUANDO LE LEGGI SONO SUFFICIENTI
Dagoberto Frattaroli
Tra gli argomenti a sostegno dell’inopportunità di adottare una legge che proibisca le variegate opinioni conosciute sotto il nome di negazionismo, appare particolarmente fondato quello che sostiene che nel nostro paese esiste già un corpo di norme che possono essere utilizzate per punire e contenere adeguatamente il fenomeno. L’ulteriore tutela penale invocata in questi giorni (1), oltre ad allargare il campo, già vasto, dei reati di opinione non appare giustificata da carenze normative. Al riguardo esistono le disposizioni della cosiddetta legge Mancino introdotta nel 1993 (2) che punisce nelle sue diverse articolazioni le espressioni d’odio come la propaganda d’idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, l’istigazione e il compimento di atti di discriminazione o di violenza per motivi razziali, etnici, nazionali e religiosi, nonché la costituzione di associazioni o movimenti che hanno tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione e alla violenza per gli stessi motivi. Senza dimenticare la legge per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (3) che all’art. 8 punisce chi pubblicamente fa l’apologia dei delitti di genocidio e di deportazione di gruppi nazionali, etnici o religiosi. Ferma restando infine la previsione dell’art . 414 del codice penale che punisce l’apologia dei crimini contro l’umanità. La presenza di quest’ampia normativa consente una copertura completa delle diverse ipotesi in cui può presentarsi il negazionismo. Occorre però chiarire bene la portata delle norme e il contenuto dei comportamenti sanzionati alla luce delle libertà di pensiero, fondamentale principio dei diritti umani. Non si può infatti dimenticare che le idee negazioniste, per quanto odiose e bislacche esse siano, restano pur sempre delle opinioni e trovano giusta tutela nell’art. 21 della Costituzione che protegge tutte le forme di manifestazione del pensiero umano, come la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. Come allora contenere queste idee quando travalicano il limite della semplice opinione personale e diventano la base ideologica per teorie che propugnano e propagandano la superiorità razziale e la discriminazione razziale ed etnica? Soccorre in questi casi la giurisprudenza, perché il principio della libertà di manifestazione del pensiero tutelato dall’art. 21 della Costituzione non ha valore assoluto ma deve essere coordinato con altri valori costituzionali di pari livello, in particolare, ha affermato più volte la Corte di Cassazione, col principio di cui all’art. 3 della Costituzione che sancisce la pari dignità e l’eguaglianza di tutte le persone senza discriminazioni di razza. Diviene in tal modo legittima ogni legge ordinaria che vieta e sanziona anche penalmente la diffusione e la propaganda di teorie razziste, basate sulla superiorità di una razza e giustificatrici dell’odio e della discriminazione razziale. Si aggiunge che l’art. 21 deve essere contemperato anche con il rispetto degli obblighi internazionali (art. 117 cost.) e a questo riguardo vale il vincolo della Convenzione internazionale di New York sulla discriminazione razziale che impone agli Stati aderenti l’adozione di leggi che vietano la diffusione di organizzazioni e teorie fondate sulla superiorità e sull’dio razziale ed etnico. Ecco allora che le teorie negazioniste possono trovare un contenimento quando non si presentano come pure e semplici opinioni personali, incontrando così la sanzione dell’art. 3 delle Legge Mancino per i casi di crimini d’odio, oppure quella della legge n. 962/1967 quando si concretizzino nell’apologia del genocidio. Analogo discorso può farsi per le tesi negazioniste che nascono e si diffondono in ambito accademico e si presentano come un modo di interpretare la storia in modo non tradizionale. In questi limiti trovano la giusta tutela dell’art. 33, comma 1, della Costituzione relativa alla libertà di ricerca storica e culturale e al loro insegnamento. In questa forma tali idee potrebbero subire solo la sanzione del dissenso dei “pari” attraverso il meccanismo della revisione paritaria e non anche quello del codice penale. Ma anche in questo caso la tutela dell’art. 33 non è illimitata e incondizionata (4) e quando le tesi negazioniste sviluppate nell’ambito di una ricerca storica travalicano gli ambiti specialistici e sono inglobate e acquisite in programmi politici basati sulla superiorità razziale o che istigano all’odio razziale ed etnico o a commettere atti di discriminazione o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi possono essere giustamente sanzionate dalla legge Mancino. Il seppur sintetico quadro delineato fa concludere che la legge appare già ampiamente presente. Si ritiene però che non è sufficiente punire in modo severo un certo crimine per impedire di compierlo, né una ridondanza normativa può chiudere tutte le possibili scappatoie legali invocate da chi viola la norma. Il contenimento dell’odioso fenomeno passa attraverso l’emarginazione culturale di queste idee e lo sviluppo, soprattutto nella scuola, di una cultura che insegni l’uso sistematico e corretto degli strumenti critici della ragione; il tutto attraverso la lente della tolleranza che va esercitata anche nei confronti degli intolleranti, almeno fino a che costoro non minacciano di far saltare il tavolo su cui tutti stanno giocando la stessa partita. Note:
1.

2. 3. 4.

Ci si riferisce alla proposta di modifica dell’art. 414 del cod. pen. per estendere la pena già prevista per l’ istigazione a commettere delitti o crimini contro l’umanità anche a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio. Costoro propongono l’equiparazione tra la condotta attiva di chi istiga o fa l’apologia a quella di chi nega l’esistenza di un fatto seppur storico. Non sfugge il passaggio importante che allarga e di molto il campo della punibilità. D.L. 26 aprile 1993, n. 122, convertito con la legge 25 giugno 1993, n. 205; Legge 9 ottobre 1967, n. 962; Cassazione sez. 3, sentenza n. 37581 dep. il 3/10/2008.

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TAVOLA ROTONDA
Il 30 Novembre 2013 gli autori dei contributi pubblicati nelle pagine precedenti si sono riuniti per scambiarsi le idee sugli articoli proposti. Dalla lettura di questi emerge una sostanziale condivisione dell’opinione che un inserimento del “reato di negazionismo” (della Shoah in particolare) non migliorerebbe la situazione pratica ed anzi aumenterebbe l’esposizione mediatica di questi soggetti. Il che, tenuto presente anche che è proprio la pubblicità ciò che vanno cercando, significherebbe fare il loro gioco. Va tenuta presente però la posizione di Federico Piccirillo, che pur essendo contrario a punizioni di natura reclusiva, vorrebbe che in ambito accademico (e ancora più opportunamente in ambito scolastico) l’operato di persone che negano verità storiche venga per lo meno gravemente censurato finanche con la sospensione dall’insegnamento. Riguardo a questo Dagoberto Frattaroli fa rivelare che in un aula di tribunale sarebbe comunque difficile “provare il dolo” ovvero la malafede del soggetto in esame. Chiunque può sostenere, secondo Dagoberto, di aver compiuto libere ricerche storiche in perfetta buonafede. Su questo punto sia Piccirillo che Chiometti dissentono in quanto la citazione di Evans sull’operato di Irving e di altri negazionisti riportata da Piccirillo chiarisce molto bene quale siano le corrette pratiche storiche. Forse non sempre, ma il dolo molto spesso appare evidente. Marcello Ricci fa notare come per comprendere a fondo il negazionismo sarebbe stato necessario affrontarlo dal punto di vista storico, ma lo spazio della rivista non lo permetteva perciò si è limitato a dare una definizione divulgativa dei termini negazionismo e revisionismo. Ha poi aggiunto a mo’ di esempio che il negazionismo ha avuto un origine in Francia con Rassinier nell’immediato secondo dopoguerra, assumendo da subito uno spiccato carattere ideologico di destra. Successivamente si è spostato con Faurisson su posizioni che avevano la pretesa di essere storiograficamente “scientifiche”, ma che non facevano altro che nascondere le radici ideologiche della destra antisemita.. A proposito di negazionisti Alessandro Chiometti tiene a precisare la posizione di Piergiorgio Odifreddi che non è in alcun modo negazionista ma che è stato scambiato per tale grazie all’approssimazione del mezzo mediatico su cui era avvenuta la discussione (un blog) e ad una campagna mediatica ad hoc che non vedeva l’ora di dare addosso al matematico impertinente. Odifreddi in effetti aveva detto le parole riportate da Giulianelli commentando il post di un utente del suo blog che in effetti negava l’Olocausto. Ma comunque specificava che si uniformava all’opinione corrente. Il giorno seguente al vespaio suscitato ha spiegato in un apposito thread che quello che voleva intendere è che la verità storica non è una verità matematica e per questo l’ha definita “opinione”. Certo un punto di vista discutibile, ma resta il fatto che Odifreddi, al contrario di quanto scritto da quasi tutta la stampa, non è un negazionista dell’Olocausto. Infine Dagoberto Frattaroli trova interessante la posizione di Chiometti sull’esercitare l’intolleranza su chi si pone al di fuori della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e ritiene che il problema della tolleranza (ovvero se essere tolleranti con gli intolleranti) potrebbe essere argomento di una prossima discussione.

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