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LA STAMPA

SETTIMANALE LEGGERE GUARDARE ASCOLTARE
NUMERO 1565 ANNO XXXI tuttolibri@lastampa.it

TUTTOlibri
Quell’utile «rompiscatole» di Alfonso Berardinelli, sul «Corriere» attacca quelli che, secondo lui, sono i «recensori pubblicitari», quelli che non criticano un testo ma lo sponsorizzano. Ma non fa un solo nome, un solo esempio. I puri, i rompiscatole, che il sistema, editoriale, ma anche gli stessi lettori, non vorrebbero avere più intorno sono invece i critici. Berardinelli è ingeneroso, perché a leggere giornali e riviste si leggono invece recensioni che informano e giudicano. I critici hanno bisogno di fiato e spazi e tempi diversi. Non manca la militanza, mancano le riviste.

SABATO 26 MAGGIO 2007 PAGINA I

FULMINI
NICO.ORENGO nico.orengo@lastampa.it

FENOMENI

CRITICO, ROMPI O FAI PUBBLICITÀ?

La bella e il vampiro Il caso Meyer, gli adolescenti e il «mistero»
GIORGIA GRILLI P. III

POESIA

Al «circo» Ripellino L’opera dello slavista e nuovi versi Anni 90
TESIO-CORTELLESSA P. V

DIARIO DI LETTURA

Malerba: Musil l’intoccabile Da Vinci a Nove i magnifici talenti d’Italia
SERRI

P. XI

La nuova società della comunicazione L’informatica propone un mondo immateriale

ma la scrittura cresce, cambia «supporto» e «luoghi», perché non si vive «senza documenti»

CARTA MUORE CARTA RISORGE
MARCO BELPOLITI

Proviamo a vuotarci le tasche e a disporne il contenuto sul tavolo. Oltre alle chiavi e alle monete, probabilmente ci sono banconote, biglietti del tram, scontrini di negozi, la carta del bancomat, un foglietto con la lista della spesa, un vecchio post-it, una ricevuta, e poi il portafoglio con una serie innumerevole di carte: supermercato, carta di credito, tessera della palestra, tesserino magnetico dell'ufficio. Viviamo, si dice ogni giorno, in un'epoca elettronica, fondata sull'immateriale, un mondo leggero, come scriveva due decenni fa Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, in cui tutto sembra veicolato dai bit di computer, un universo postmoderno di farfalle contrapposto al mondo dei dinosauri: la vecchia modernità pesante e ingombrante. Il principale strumento di comunicazione della storia dell'umanità, la carta, oggetto tecnologico ma anche «artefatto comunicativo», secondo la fulminante definizione di Donald A. Norman (Le cose che ci fanno intelligenti, Feltrinelli), di cui si è annunciata più volte la morte, è ancora tra noi. Anzi, non sembra che si sia mai usata tanta carta come da quando l'universo informatico ha iniziato a rigurgitare informazioni, attestati, documenti, articoli, citazioni, email, sulle nostre scrivanie, in ufficio, a casa, a scuola, nel tribunale, in banca. Maurizio Ferraris, brillante filosofo torinese, ha iniziato da qualche tempo a misurarsi con i nostri oggetti d'uso quotidiano, quelli che meglio sembrano definire la vita d'ogni giorno cellulare, iPod, computer, stampanti, «pennette» -, ogget-

ti apparentemente privi di uno statuto filosofico, meglio, ontologico, e tuttavia decisivi per organizzare, svolgere e registrare i nostri atti giornalieri, per comunicare, lavorare, corteggiare o respingere gli altri. Ferraris sostiene ora in Sans papier (Castelvecchi, pp. 231, 14) che viviamo in un mondo sospeso tra «i sans papiers», i migranti, e l'eccesso di documenti di carta, e non solo cartacei. Se da un lato, come sperimentano tutti coloro che varcano più o meno clandestinamente una delle innumerevoli frontiere che attraversano oggi il mondo, essere privi di documento, carta d'identità o passaporto, li trasforma in persone senza-identità, disarmate di fronte agli arbitri del potere di poliziotti, guardie, addetti alla sicurezza; dall'altro, il mondo appare sempre più segnato dalla scomparsa della carta come supporto su cui scrivere: sans papier. Eppure la carta non sembra valere niente - l'esempio più famoso è il foglio sventolato da Chamberlain, primo ministro inglese, al ritorno dalla Conferenza di Monaco nel 1938, con cui pensava di aver scongiurato la guerra con Hitler -, eppure l'uso del documento cartaceo è decisivo per la conservazione di ogni forma di memoria. Contravvenendo una previsione di McLuhan, che sosteneva la crisi della scrittura e il trionfo del visivo, oltre al ritorno dell'oralità (Gli strumenti del comunicare, il Saggiatore), la scrittura non solo non finisce, ma cresce in modo esponenziale: tutti scrivono email, sms, blog, ecc. Certo la carta, dice Ferraris, non è più

Illustrazione di Ettore Viola per Tuttolibri

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Continua a pag. II

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II

Agenda
LA POSTA DI CARLO FRUTTERO
Carlo Fruttero, Tuttolibri-La Stampa, via Marenco 32, 10126 Torino cf@fruttero.net

SABATO 26 MAGGIO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

SCRIVERE A

Tv interattiva, no grazie
Gentile signor Fruttero, sono un pensionato di 69 anni, sposato, che vive in una città di provincia tutto sommato tranquilla. Vado a pescare, gioco a biliardo con gli amici, faccio lunghe passeggiate col mio cane, provvedo alle piccole riparazioni in casa, faccio qualche volta la spesa. Leggo poco per certi problemi agli occhi e la sera sto a guardare la tv, spesso ma

PAROLE IN CORSO
GIANLUIGI BECCARIA

non spessissimo. Una vita semplice, banale, ma gliela racconto perché spero di avere da lei una qualche illuminazione circa quello che mi succede. Giorni fa in tv due illustri personaggi discutevano sul futuro di reti, canali, satelliti, digitale eccetera, e dicevano che tutto sta cambiando rapidamente e che tra poco ognuno potrà farsi la tv che vuole, scegliere un pezzo di qua e uno di là, organizzarsi a suo gusto il pomeriggio o la serata. Tv interattiva, dicevano. Ma a me l'idea non è piaciuta per niente, e mi chiedo, e chiedo a lei, il perché. Considero la libertà un bene primario, mi ritengo un sincero democratico, nei

supermercati ci vado volentieri e sono ben lieto di scegliere tra le tante offerte. Ma per quanto concerne il divertimento, o intrattenimento, mi dà fastidio proprio la possibilità di potermelo programmare da me. Io mi mettevo lì davanti allo schermo e quelli di là, gli addetti, mi presentavano diverse opzioni, belle, brutte, divertenti, noiose, disgustose. E io prendevo quel che c'era. E' vero, spesso lo sapevo in anticipo (dal giornale) e magari aspettavo con impazienza proprio quel film o quella partita. Oppure mia moglie o alcuni amici affittavano dei dvd e dopo una buona cena tutti a guardare il Titanic, per

dire. Una bella festa, ma che non vorrei ripetere una sera dopo l'altra. Perché? Che male c'è a stabilire in anticipo come divertirsi? Anche coi viaggi, coi ristoranti, coi libri è lo stesso in fondo. Eppure io non sono contento di questa libera scelta televisiva, e non me lo spiego. Può dirmi la sua opinione? Suo L.B. di M.

DIALETTO MINIERA D’ITALIA

Caro L.B., sembra quasi che lei parli di sua moglie, che dev'essere affidabile, puntuale, precisa, rispettosa di tutte le scadenze; e nello stesso tempo sbarazzina, imprevedibile, eccitante. Ma la cara donna non può essere tutto per tutti. Si rassegni. Carlo Fruttero

È

S

PROSSIMAMENTE
Eliza Douane, dal N.Y. Times giudicato il suo capolavoro); il fenomeno della chemical generation (capostipite Welsh), le voci del nuovo romanzo americano. Vocazione che si conferma anche nelle due prossime o recenti collane: la «Guanda graphic» (genere ormai irrinunciabile per l'editoria) che parte in autunno, primo titolo molto speciale: il memoir di Bernice Eisenstein Sono figlia dell'Olocausto; mentre la «PiccolabibliotecaGuanda» prosegue capricciosa tra filosofia in senso lato (sinora Massarenti, Safranski, Lars Svendsen) e varietà (dopo l'estate si riprende con Il matematico giallo di Carlo Toffalori, ovvero la matematica nelle pagine di Poe, Sherlock Holmes, la Christie, Maigret).
I 4 DI «GRANTA»

ostiene Luigi Brioschi (fuori dal suo abituale understatement) che l'editoria italiana, in questo momento è «piuttosto dinamica, curiosa di tutto». Non si può non dargli ragione. E, fatta salva, la quantità di carta inutile purtroppo strutturale all'industriadel libro in tutto il mondo, è ancora una volta provato, dal nostro rapido excursus tra le massime sigle, che a tali livelli non si fa solo business, ma si studia, si sceglie tempestivamente, si guarda lontano. E' questo anche il ritratto della Guanda, dinamico marchio letterario del Gruppo Mauri-Spagnol, nata 84 anni fa a Parma, subito originale e innovativa, e che da vent' anni con la guida di Brioschi, presidente, direttore editoriale e ora entrato anche nell'azionariato, è sempre più punto di riferimento per la culturaitaliana.
UNA DOPPIA VOCAZIONE

LA NUOVA FRONTIERA DI GUANDA
MIRELLA APPIOTTI

vono la realtà inquieta delle minoranze etniche londinesi,lotte tra fazioni, bande giovanili, ma dalla parte di un ambiente quasi borghese lontano dai poveracci di Welsh con il quale Malkani ha però in comune «la funambolesca abilità del pastiche di slang multietnici». Ma ci saranno anche, tra giugno e agosto, una nuova Dorrenstein, una nuova Extebarria,il primo «non memoir» della irlandeseO'Faolain,mentre il talento surreale del portoghese Tavares si cimenterà dopo Il signor Valéry con un nuovo esilarantepersonaggio,Il signor Calvino.
Il CARTELLO ITALIANO

Luigi Brioschi, presidente e direttore editoriale: «Altri due autori confermeranno la nostra vocazione internazionale, il russo-newyorchese Gary Shteyngart e l’esordiente anglo-indiano Gautan Malkani»
Luigi Brioschi, presidente e direttore editoriale Guanda

Ben visibile in gran parte delle 1200 novità in catalogo e così sintetizzata da Brioschi: «Ricerca del nuovo "vero". Politica di investimento sugli autori». Un'attenzione su entrambi i fronti mai allentata, visto che la casa della Fenice, senza rinunciare alle proprie radici legate alla poesia, ha raccolto via via: l'esplosionedella narrativalatino-americanae spagnola (Sepúlveda, Coloane; Cercas, Grandes); la rinascita della fiction irlandese (da Doyle di cui sta arrivando Paula Spencer, un Doyle «d'annata», 10 anni dopo La donna che sbatteva nelle porte, stessa protagonista; a Banville con il suo recente esperimento nel noir; a O'Connor del quale la Guanda pubblicherà a ottobre il nuovo romanzo Il lungo viaggio di

Non a caso tra i 20 giovani scrittori Usa vincitori quest'anno della selezione di Granta, la rivista-bibbia inglese, «quattro della lista - tiene a sottolineare Brioschi - appartengono alla nostra scuderia: ormai da tempo con noi Foer e la Krauss; CristopherCoake e, ultima acquisizione, il russo-newyorchese Gary Shteyngart. Sono Shteyngart e l'esordiente angloindiano Gautan Malkani i due autori destinati a confermare anche quest'anno la vocazionedi Guanda». Definito dal New Yorker il più bel libro del 2006, Absurdistan di Shteyngart è la storia di un picaro russo che deve lasciare Manhattan per colpa del ricchissimo padre rifugiandosi nel piccolo inesistente staterello del titolo dove vivrà strabilianti avventure nel solco della tradizione fantastico-satirico russa, Gogol,Bulgakovecc. Londostani di Malkani, «vero caso inglese degli ultimi 2 anni», è uno dei primi romanzi che descri-

E' vero come scrive Piperno (La Stampa, martedì) che «l'America non scopre i nostri libri». Quanto meno non abbastanza, e così per i francesi: «segno della debolezza delle due società europee»? Occasione di dibattito, ma anche occasione per la Guanda di sottolineare il peso (non paragonabile, per ora, a quello degli stranieri) dei nostri autori legati alla «casa»: «Tutti o quasi scovati da noi (a parte un grande Cavazzoni, «più stralunato che mai, all'apparenza, appena uscito con la sua Storia naturale dei giganti, ndr), esordienti che si sono imposti all'attenzione dei lettori». Basti nominare Biondillo con il Giovane sbirro; Arpaia e Conti, Vichi e Morozzi, in testa la Mastrocola, prossimo un nuovo romanzo. «Una narrativa che offre espressività molto diverse, difficile da racchiudere in qualsiasi formula». Non estranea al panorama internazionale che sempre più riconduce all'esperienza dell'integrazione e del meticciato: il futuro di oggi. Ma sul quale, e non solo per una maggiore competitività, vorremmo sentire più forte la sua voce. Quanto spera anche Brioschi.

indubbio: disporre soltanto di una varietà locale (un dialetto) limita fortemente le possibilità comunicative, lo scambio. Già si è limitati se si conosce l’italiano soltanto e l’inglese no. D’altra parte i dialetti nostri sono così ricchi, spicci e vivaci, e di concreta corposa arguzia che è un peccato rinunciarvi. Pensiamo alle migliaia di proverbi e modi di dire. Tra i tanti mi piace il siciliano cu di sceccu ni fa ’n mulu ’u primu cauci è so, «chi promuove un asino al rango di mulo ne riceverà il primo calcio». Perfetto. Un lettore calabrese mi ricorda un motto della sua terra che dice: anu perdutu u vue e circano e corna, cioè si interessano di cose di poco valore, poiché hanno perduto il bue e stanno a cercare le corna. Non è male! A molti piace parlare in dialetto proprio per serbare la loro espressività, che è indubbia. A Napoli o vallo ncoppa a munnezza, «il gallo sopra l'immondizia» alla lettera, serve per indicare la persona molto presuntuosa e vanitosa. Stupendo. Certo, sono modi che appartengono a una sepolta Italia rurale, che non conosceva la tachigrafia da sms. Il dialetto era anche, spesso, cattivello anzichenò. Non mi spiego il verbo sinistro che ricordo di aver sentito da bambino, il piem. scursé, «accorciare» alla lettera, voce gergale per «uccidere» che certamente deve esser nata dopo la decapitazione da ghigliottina. Chi ama i dialetti a dismisura ama l’Italia periferica, popolare, l’Italia del passato, non ama la sostituzione dell’efficacia comunicativa di un oggi rapido e spiccio all’efficacia espressiva, teme il sopravvento di una lingua strumentale, nella quale sembra che ci sia sempre meno posto per l’invenzione espressiva. Cosa che in realtà io non credo avverrà.

La carta muore, la carta risorge
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Segue da pag. I
il veicolo esclusivo della comunicazione, a vantaggio di file e memorie elettroniche, nuovi supporti su cui l'attuale «società della registrazione» ha preso ad incidere. Questo tuttavia non significa, come aveva previsto il filosofo Lyotard nella mostra Les Immatériaux, aperta nel 1985 al Beaubourg, che viviamo in un universo «privo-di-materia», ma che la materia su cui si fonda la nuova società informatica e tecnologica possiede caratteristiche differenti: plastica e silicio nel computer, plasma nello schermo, invece della graffite della matita, dell'inchiostro della penna o delle fibre vegetali della carta. Ma c'è ancora dell'altro, afferma Ferraris: la scrittura si delocalizza grazie ai memory stick, alla pennetta e ai cd. Noi e la scrittura siamo diventati nomadi, non nel senso previsto da Michel Maffesoli (Del nomadismo, Franco Angeli) o da Deleuze e Guattari (Rizoma e Mildella società in cui viviamo. Sans papier ci mostra, attraverso una serie di mosse filosofiche e concettuali, come ogni tipo di società possa esistere solo attraverso la «documentabilità», ossia la possibilità d'iscrizione, attestazione e identificazione; con l'argilla, con la carta o con i file, ovvero con i supporti della scrittura, comincia davvero ad esserci la società. La stessa idea di globalizzazione, l'Impero come lo hanno definito Negri e Hardt nel loro volume (Rizzoli), non c'è solo in ragione della circolazione mondiale delle merci e dello scambio finanziario, ma anche e soprattutto attraverso il sistema della circolazione della scrittura; la delocalizzazione, su cui Ferraris insiste più volte nel suo volume, è all'origine della globalizzazione stessa: il documento informatico non ha

più un luogo specifico. Se io rispondo a un formulario di una pubblica amministrazione che si trova su Internet, che importanza ha se mi trovo a casa mia o in un Internet-caffè di Mosca? Anche il supporto - il computer, il video - si delocalizza, dal momento che posso trasportarlo ovunque, oppure trovarlo ormai ovunque. Ma è soprattutto la deloca-

Il silicio ha preso il posto delle fibre vegetali C’era una volta la penna oggi c’è la «pennetta», il «memory stick»
lepiani, Castelvecchi), ma secondo una modalità che è ancora una volta fondata sulla tecnologica: l'iscrizione. A questa tecnologia del contemporaneo Maurizio Ferraris fornisce una teoria filosofica mobilitando Derrida e la sua idea della scrittura, per definire la forma

Soggetti e oggetti della comunicazione si «delocalizzano»: è questo il fondamento della globalizzazione
lizzazione dell'intenzione che conta secondo Ferraris, la quale non è più situata in una persona fisica. Chi riceve il mio formulario inviato via Internet è infatti una macchina, la quale elabora una risposta sulla base di parametri già prefissati. Se la carta scompa-

re, il suo posto è preso da una «scrittura potenziata», dice Ferraris nel capitolo intitolato «Platone al call center»; e non si tratta più della trascrizione di una voce come sosteneva il filosofo greco: funziona per conto suo, senza impiegati, senza niente. Voci senza corpo, senza luogo, e senza nome: «Sono Sara, in cosa posso aiutarla?», risponde con una formula, e non un'identità, la telefonista di turno alla nostra accorata telefonata. Chi risponde - la macchina o Sara - non è più responsabile di quello che dice, proprio come un messaggio o un foglio di carta. Scrive Ferraris in modo ironico, ma non troppo, che questa trasformazione nel campo della responsabilità oggi rende giustificata la risposta dei militari tedeschi colpevoli di efferatezze e stragi: «Eseguivo solo un ordine». Il call center e il sistema informatico sembrano dunque realizzare su scala di massa la

«banalità del male» di Hanna Arendt. Anche la Fine del lavoro, teorizzata da Jeremy Rifkin (Baldini& Castoldi), è una ipotesi errata, dal momento che la reperibilità - cellulari, computer, telefoni, Skype - fa sì che lavoriamo anche sul bordo della piscina. Il merito di questo libro è quello di aiutarci a capire anche concettualmente la «grande trasformazione» che sta subendo il mondo contemporaneo. Tuttavia in queste pagine spira una forma di ineluttabilità che la filosofia di Ferraris, logica e coerente, finisce per tirare a lucido e rendere così tutto brillante e convincente senza fornirci nel contempo alternative. Si tratta di un atteggiamento intellettuale alla fin fine pessimistico, il vero stigma di questo inizio di millennio, dove la sistemazione dell'esistente sembra impegnare menti eccelse ben più della ricerca di un futuro diverso.

Il personaggio
IL LIBRO

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SABATO 26 MAGGIO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

III

congiungerci con quanto della natura più profonda (anche nostra) abbiamo dimenticato e lasciato fuori dalla porta nel momento in cui abbiamo sviluppato un ego preoccupato solo di trovare abitudini e modi per conservarsi uguale.
PERDERSI IN CIÒ CHE È ALTRO

STEPHENIE MEYER

New Moon

traduzione di Luca Fusari FAZI, pp. 446, 17, 80

È il seguito di «Twilight» (tradotto sempre da Fazi), inizio di una quadrilogia che proseguirà con «Eclipse» e «Breaking Dawn»). L’autrice (americana, madre di tre figli, residente in Arizona) ha un sito (www.stepheniemeyer.com). Anche in Italia ha un fan club ufficiale: www.twilighters.it
Si chiama Bella l’adolescente innamorata del vampiro Edward in «New Moon» di Stephenie Meyer ( a destra)

Fenomeni Lo straordinario successo mediatico di Stephenie Meyer, che con «Twilight»

e «New Moon» propone (non solo) ai ragazzi un amore tanto impossibile quanto necessario

LA BELLA E IL VAMPIRO
GIORGIA GRILLI

Oggi, stando alle classifiche dei libri più venduti, sembra che gli adulti si dividano nettamente tra «integrati», per i quali è la realtà così com'è a dover occupare esclusivamente la nostra seria attenzione, e «cinici», o «scanzonati», per i quali il mondo sociale è una farsa e non c'è che da deridere e decostruire. Leggiamo, noi, o molti libri-inchiesta o molti libri-barzelletta, la cronaca o la comica, mentre la narrativa pare non sappia più bene cosa inventare per risultare a tutti i costi originale. La letteratura per ragazzi invece non ha mai dimenticato che non si può prescindere da certi exempla per suscitare la passione dei giovani lettori. I libri per ragazzi - e soprattutto quelli che davvero piacciono ai ragazzi - pur trasformandosi, pur modernizzandosi, continuano a raccontare storie archetipiche, senza pudore. Christopher Booker, insigne studioso inglese, nel saggio The Seven Basic Plots (Continuum 2005, non tradotto in Italia) spiega perché da sempre l’umanità racconti storie (e le racconti in fondo sulla base di pochi elementi riconducibili a pochi elementi capita-

li. Lo scopo sottostante tutto il narrare sarebbe quello di ricongiungere gli esseri umani con il senso di qualcosa di più profondo, più atavico, più misterioso che non la loro semplice esistenza individuale. Di riconnetterli con ciò che hanno lasciato «fuori» (nel buio, nell’ombra, nel profondo) rispetto a quanto è qui, è noto, è «proprio» ed è rassicurante o conveniente. Nei libri per ragazzi, un'alternativa a questo modo riduttivo di esistere si rivela possibile, si lascia intravedere, attira, seduce, conduce a rischiose esplorazioni oltre la soglia. Quella di casa, quella della propria famiglia, quella della comunità in cui si è cresciuti, e anche e soprattutto quella della propria identità. Di quell'identità che vorrebbe esserci «data», mentre essa, nei libri per ragazzi, va cercata, scoperta, sperimentata, affinata, rivista e rigiocata a modo proprio. Qualunque cosa comporti, qualunque cosa si possa perdere di «certo». Non c'è forse in questo momento un esempio più perfetto di questo meccanismo che funziona e che ritorna, nelle storie per ragazzi, dell'opera di Stephanie Meyer, vero e proprio fenomeno editoriale, più che semplicemente una serie di libri, di cui così tanti adolescenti si sono appassionati, e che si è diffuso pri-

ma in America e poi in Europa originando stuoli di fans non solo attivi come lettori, ma anche come scrittori a loro volta, perché pur di indulgere in una storia che li ha tanto colpiti hanno creato blogs e comunità virtuali per commentare, immaginare e proseguire la trama e la vicenda lì narrate. Dopo Twilight, uscito in Italia nel 2006, il romanzo che ha dato inizio a questo entusiasmo giovanile rimanendo per 23 settimane in testa alle classifi-

Un’adolescente attratta da una creatura della notte, una metafora del bisogno di cercare un’altra identità, di ricongiungersi al «mistero»
che dei libri per teenagers negli Stati Uniti, dove ha venduto 400.000 copie, è in libreria il sequel intitolato New Moon, ambientato in parte a Volterra. La storia, lasciata sapientemente sospesa alla fine del primo romanzo, è quella di Bella, una diciassettenne che nella noiosa e piovosissima cittadina di Forks si innamora fatalmente di Edward, ragazzo misterioso dal fascino irresistibile che si scopre essere un vam-

piro. Un amore che si direbbe impossibile, come tutti gli amori tra «diversi», in questo caso anche perché lui deve combattere contro la propria natura per resistere al richiamo del sangue di lei, ed è da se stesso che, amandola e desiderandola, deve proteggerla. Ma un amore così totale da rendere i protagonisti disposti a tutto, a pagare qualunque prezzo. Ci si stupisce, nei commenti a questo successo, che in tempi di cinismo quali i nostri diventi così importante per i ragazzi un libro che, al di là di tutto, è un libro sull'amore. Ma qui l'amore non va visto in modo banale, bensì per la metafora potente che è di viatico per accedere all'«altra» dimensione. Chi ama si butta nel vuoto, si dà, accetta di potere non tornare (dov'era prima, com'era prima, in quella dimensione tutta conscia che garantiva sicurezza). E il fatto che l'autrice abbia fatto di Bella una ragazza dei nostri giorni e di Edward una misteriosa creatura della notte, di lei una studentessa un po' impacciata e di lui un non-umano che preda nel buio dei boschi, non è che un modo per enfatizzare e insieme rendere letterale il messaggio atavico delle storie: quello secondo cui dobbiamo uscire da noi e dal nostro mondo limitato per ri-

Timida, imbarazzata, un po' goffa quale era e si conosceva, Bella, innamorandosi perdutamente, si scopre e si rivela coraggiosa e imprevedibile fino alle estreme conseguenze. L'amore è il motore che può far compiere il salto fuori da un io pieno delle proprie precauzioni e paure. E' l'avventura totale. Lo è sempre. In epoca di contatti facili, di rapporti semplificati e superficiali, di possibilità moltiplicate di pronunciare e vivere con molta leggerezza la parola amore, mettere un vampiro tenebroso e irresistibile come colui al quale, se si ama, non si può che darsi, può servire a ricordare qualcosa dell'originaria essenza dell'amore. Dell'amore inteso come eros, come attrazione oscura e profondissima prima di tutto sensuale, sensoriale, che in qualche modo si rivela fatale (qui è l'odore del sangue, è il corpo, più che mai, a richiamare, e ovviamente per la ragazza, che assolutamente vuole questo amore, si tratta anche e soprattutto di una iniziazione). E può servire a ricordare come l'amore, quando è tale, possa essere collocato ad un livello affatto diverso da quello in cui l'umanità ha collocato da sempre anche tutta intera l'arte, o perfino la religione: lì l'io accetta di fondersi, di con-fondersi, di perdersi in ciò che è Altro, cerca un'unione tra le proprie profondità e profondità che lo trascendono; si apre e si affida al punto da potersi sentirsi, oltre le strettoie egotistiche, non più (solo) se stesso. Questo, peraltro, lo porta a sviluppare facoltà che non sapeva di avere, tra cui una grande forza interiore e preziose capacità empatiche e intuitive, affatto inconciliabili con la ragione.
NON BASTA IL MONDO COSÌ COM’È

Forse può bastare, come messaggio (anche al di là dello stile incalzante, dell' efficacia dei dialoghi e di altre eventuali qualità propriamente letterarie dei libri della Meyer) a giustificare molto del fermento, dell'entusiasmo e della mobilitazione giovanile intorno a questa narrazione. I ragazzi, evidentemente, non hanno smesso di sentire che il mondo così come lo abbiamo costruito, un mondo totalmente a nostra misura, non basta (né quando lo si approva né quando lo si critica), e che oltre quello è essenziale, per crescere, per trovarsi, per capire chi si è, cercare di sintonizzarsi con il battito oscuro, potente, boschivo del cuore del mondo. Il quale ci chiama, a volte, nella forma per esempio di una seducente creatura della notte, e verso il quale allora non si può che andare per sentirsi profondamente vivi, anche quando il rischio è quello di morire. Serve dire che prima di Bella un'altra Bella era stata fatalmente attratta da una «bestia» dalle buone maniere, e che Cappuccetto Rosso aveva accettato senza troppe resistenze un invito uguale?

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IV

Narrativa Italiana
Sandro Veronesi Lo scrittore ha vinto l’anno scorso il premio Strega con il romanzo «Caos calmo»

SABATO 26 MAGGIO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

Sandro Veronesi «Brucia Troia»,
in quegli incredibili Anni 50-60

PREGHIERE E CASTIGHI D’ITALIA
Sandro Veronesi soppesa quella storia vista e rivista, vi cerca un motivo di conforto, dopotutto costituisce l'apripista di ciò che lui sarebbe poi diventato, un narratore attento e misurato, moderno nel senso etico di una ricerca mai fine a se stessa, attuale come le problematiche perennemente irrisolte dell'uomo contemporaneo. Quelle pagine - genuine, istintive, neanche sovrabbondanti - non costituiscono un peccato di gioventù, o quantomeno lo sono nella misura di una deriva ancora impersonale di personaggi e accadimenti, in quel fuoco d'artificio di entusiasmi che qui accomuna la memoria del Pasolini borgataro al realismo sociale, il Dickens dei romanzi più avviliti all'ironia strampalata di un John Irving che aveva appena sfornato un nuovo best con il fluviale romanzo sugli orfani, Le regole della casa del sidro. Lo stile forse un po' provvisorio della prima stesura si è affinato in continue, sapienti riscritture che hanno reso il romanzo generosamente vivace anche nella forma. La sostanza è fatta di quei personaggi che continuano a bussare e a chiedere strada, che rifiutano di essere abbandonati sul fondo di quella provincia tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, cercano di elevarsi in statura letteraria per convincere l'autore di es-

serci davvero stati, di aver vissuto e sofferto in quella stralunata epoca percorsa all'insegna di un boom trasversale e marginale, atipico, grottesco ma non incredibile. Così Veronesi sorride compiaciuto al ricordo di Salvatore, l'orfano scappato dal brefotrofio dei Cherubini gestito con vibranti preghiere e solenni castighi corporei da padre Spartaco, ex-missionario integralista simbolo di un'Italia pronta a tuffarsi nei miracoli di provincia. Salvatore è una bella creatura, lui può farcela anche giù al Cantiere, il quartiere dei diseredati attorno al quale il boom economico va edificando villette e caseggiati destinati a espandere i sogni di gloria della piccola borghesia rintanata nelle Fiat 600. Salvatore scappa a Veronesi, ma continua a vivere, diventa un piccolo boss che appicca incendi su commissione, accanto al vecchio trafficone Miccina, mentre i deliri di padre Spartaco attirano folle di fedeli attorno al monumento psichedelico zeppo di ingranaggi e tubi al neon - la «Finzione Permanente» - destinato a proteggere la Vergine Maria da altri deliri più concreti, quelli del progresso. E il Pampa? Il dodicenne Pampa sembra destinato a prendere il posto di Salvatore nel disagio di un'emarginazione sempre più marcata, ad accompagnarlo - negli incendi e a letto - in una scorribanda di traffici improvvisati nel contesto sociale ormai isolato al centro di un'Italia che cresce, sfreccia, va in vacanza, implode nel suo stesso boom, lancia le ultime grida di vittoria in una notte magica in cui una mitica partita Italia-Germania4-3 - tracciò il segno tra il prima e il dopo, tra la morte di Salvatore e la follia di padre Spartaco, le illusioni di un

Brizzi Quattro giovani ripercorrono
un favoloso itinerario medioevale

IERI E OGGI CHE PASSI PELLEGRINI
Enrico Brizzi Esordì nel 1994 con il romanzo «Jack Frusciante è uscito dal gruppo», poi tradotto in 24 Paesi

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Sandro Veronesi BRUCIA TROIA BOMPIANI pp. 232, 16

SERGIO PENT

Una stralunata epoca percorsa all’insegna di un boom trasversale e marginale, grottesco ma non incredibile
Pampa incatenato alle nevrosi violente delle suore del brefotrofio e il profilo di un futuro destinato ad affidarsi sempre di più ai miracoli dei suoi santi, più o meno reali o credibili. Sandro Veronesi guarda oltre, ma li lascia infine andare, tutti quei personaggi che costituiscono la sua giovanil zavorra, emblemi stazzonati di un'Italia ancora fiduciosa e provinciale, ingenua e sicura di avere sempre le spalle protette da qualcuno. Adesso il cassetto è vuoto - finalmente - dopo vent'anni di ripensamenti, vuoto come le tasche delle illusioni che ci hanno rubato per strada, chissà quando, chissà dove.

p Enrico Brizzi p IL PELLEGRINO DALLE p MONDADORI p pp. 316, 15,50
RENATO BARILLI

BRACCIA D'INCHIOSTRO

Cerchiamo di immaginarcelo, Sandro Veronesi, mentre apre il cassetto in cui giace il manoscritto più volte rivisitato di quel romanzo nato quando lui era un giovanotto ancora lontano dai fasti del successo. Il romanzo scotta - non nel senso del titolo definitivo, Brucia Troia, ricavato da una aggrovigliata canzone dell'ultimo cd di Vinicio Capossela - chiede ancora attenzioni, così come le chiedono i suoi personaggi, dispersi sul fondo di un'italica provincia ormai defunta insieme alle sue illusioni corali di crescita sociale infinita.

A prima vista si potrebbe temere di essere in presenza di un narratore salutato da un precoce successo ottenuto con un'opera quasi adolescenziale, cui hanno fatto seguito prove via via più incerte, convinte di non poter ritentare le vie del felice esito iniziale, ma incerte sui giusti cammini da imboccare, fino a giungere a una specie di grado zero, o di manifestazione primaria del narrare, quale sarebbe la cronaca di un viaggio avventuroso. In fondo, il caso di Brizzi sembrerebbe simile a quello di un manager forte

negli affari, ma che all'improvviso rinuncia a tutto e si ritira in un cascinale, però avendo cura di riadattarlo e di dotarlo di ogni comfort attuale. Questo vecchio contenitore è nientemeno che il pellegrinaggio, e proprio in partenza da Canterbury, il mitico luogo inglese dove si tennero i racconti di Chaucer, ancor oggi considerati quale il capolavoro iniziale della letteratura d'oltre Manica. Infatti Canterbury, con relativa citazione propiziatoria, è il punto di partenza di quattro baldi giovani dei nostri tempi che si sono messi in testa di ripercorrere una delle favolose rotte dei pellegrinaggi medievali, la via Francigena, che dalla lontana località inglese porta a Roma. Ma l'abilità di Brizzi sta nel riposizionare tutti i suoi temi e motivi precedenti in questo contenitore in apparenza informe e datato, dando loro una nuova, stringente necessità. Magari i quattro protagonisti non sono più teneri adolescenti, come ai tempi dell'opera prima, ci appaiono abbastanza cinici e smaliziati, ma guardandosi bene, d'altra parte, dal toccare i picchi di violenza che Brizzi aveva esperito ai tempi di Bastogne; e premono senza dubbio su di loro afflati mistici, come era quando il nostro autore aveva

intessuto un Elogio di Oscar Firmian. I nostri quattro giovani sono fatti di pasta abbastanza comune, e sta in ciò senza dubbio un pregio di questo Brizzi, che mentre invia i suoi personaggi sulle rotte di un nuovo misticismo, non li distacca del tutto da un robusto inserimento nell'oggi. C'è Galerio, il fotografo della spedizione, c'è Leo, un industrialotto in pausa affari, e Elvio, che vive di espedienti nel mondo dello spettacolo. E c'è l'autore, che però non si dichiara come tale, rinunciando all'«io» consueto alle pagine di diario, ben sapendo che, come predicava Boileau, l'«io è detestabile». Meglio rivolgersi a se stesso col tu, rinverdendo l'invenzione stilistica che era già stata nel «vous» con cui Michel Butor dialogava con se stesso al tempo della Modification. I nostri, seguiti in cronaca diretta nel tratto che va dal Lago di Ginevra al passo del Gran S. Bernardo, procedono tra difficoltà logistiche, incanti di bellezze paesistiche, incontri fortuiti, imprevisti, arcani, violenti, proprio come deve avvenire in ogni pellegrinaggio che si rispetti, e nelle tappe si raccontano tante storie, cosicché tutta la tematica dei nostri giorni ha modo di insinuarsi nella trama arcaica. Nei vari ostelli e rifugi i nostri riescono perfino a gettare un'occhiata alle partite del campionato mondiale di calcio (il tutto si svolge nell'estate 2006). Si ha insomma un delizioso impasto tra elementi arcaici e improvvisi inserti dell'attualità più sfacciata e volgare. Ma soprattutto, lungo la strada, i nostri quattro incontrano un personaggio favoloso, un tedesco della Svevia di nome Bern, attempato, con la pelle ta-

Un delizioso impasto tra elementi arcaici e improvvisi inserti dell’attualità più sfacciata e volgare
tuata come una pagina di enciclopedia, curioso personaggio che sta tra la santità delle origini o invece una brutalità che fa temere il peggio. I nostri sono affascinati e respinti, da una figura così complessa, desiderosi di lasciarselo alle spalle, ma poi costretti a ritrovarselo ad ogni svolta del complesso sentiero. Con grande abilità l'autore riesce a infilare dentro questo sacco da montagna perfino un'orrida vicenda di sangue, ovviamente incentrata attorno a Bern, ma anche a scioglierla nel modo più spontaneo, senza che sul pellegrinaggio si stampi una macchia cruenta.

4 in ediz 1 m ion es i e

Perriera Il capocommesso e il sogno
giallo che svanisce in una sola notte

VALE UNA VITA LA CASA GIALLA
BRUNO QUARANTA

www.sperling.it

A chi sparisce il naso, a chi la dimora tanto agognata, «sommamente gialla». E’ un atto di Italia magica La casa (Sellerio, pp. 81, 9) di Michele Perriera, fondatore e direttore di Teatés, teatro e scuola di teatro in Palermo. Un mistero buffo, di un buffo integrale, Palazzeschi e dintorni. Accade che l’impeccabile capocommesso di un centrale negozio di abbigliamento si avvii a coronare il sogno in forma di mattoni: «...quella casa - scri-

ve alla fidanzata - è la più cara aspirazione della mia vita. Tutto sarà più splendente, nel mondo, quando finalmente sarà pronta». Se non che, nottetempo, la casa svanisce. Ma veramente è svanita? Perché non c’è anima che la ricordi. Francesco si dispera. Ballerino sulla corda pazza, non troverà solidarietà alcuna. Dalla banca alla polizia, alla gente comune: chi lo scambierà per un visionario, chi per un demente, chi per un debole irredimibile (la sua Irene: «...non posso condividere la mia esistenza con un uomo che non sa accettare, quando

occorra, la precarietà della vita»). Che cosa gli resterà se non la «buffa ostinazione a cercare di conoscere il destino della mia casa scomparsa»? Giungerà, Francesco, al cospetto di chi ha le mani sulla città. Stoicamente rifiuterà il compromesso (una sontuosa villa al mare se solo dimenticherà quella casa). Stoicamente richiamerà l’attenzione, ottenendo giustizia, sul caso che lo ha annichilito. Si ribella, il capocommesso, alla «vita più crudele, quella che ti porta oltre te stesso, nel ginepraio della tua stessa estraneità». Interpretando un copione pirandelliano, opponendosi sino alla fine all’altrui tentativo di domarne il libero spirito, di frangerne la dignità, di farlo a pezzi. «Come se già cominciaste a compenetrarvi un poco della mia pazzia - par di sentirlo il signor Uno, nessuno e centomila -, subito d’ogni cosa che vi dico, vi adombrate; domandate - Perché? Che c’entra questo? Che c’entra la casa?».

Percorsi
Omnia Tutte le poesie del grande slavista,
aggrappato allo scoglio-orologio della vita

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JAZZ E DALIE NEL CIRCO RIPELLINO
GIOVANNI TESIO

Provar gratitudine non è un atto critico, ma può essere un atto dovuto. Leggere tutte - ma proprio tutte - le Poesie prime e ultime di Angelo Maria Ripellino che l'editore Aragno ha appena pubblicato per la cura di Federico Lenzi e Antonio Pane (con un'Introduzione di Alessandro Fo e una Presentazione di Claudio Vela), è un esercizio che vorrei raccomandare per l'aumento di vitalità che ne deriva, per l'energia emotiva che sprizza dalla ricchezza baroccheggiante delle immagini, dalle faglie e dalle maglie del belletto sperimentale. Viene da domandarsi se Ripellino abbia mai vagheggiato - come i poeti che «aspettano il pennello della gloria» - il suo «lungo trenino / coi vagoni delle opere complete». Ma qualcosa del genere parrebbe sul punto di accadere, perché in queste stesse Poesie prime e ultime che comprendono gli esordi e la fine (ma anche le poesie pubblicate postume e quelle ulteriormente ritrovate), si dà notizia del fatto che Einaudi sta per pubblicare le tre opere centrali: Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde. Un poeta fuori dall'ordinario che a distanza di anni fa sentire la sua voce molto più forte che non negli anni in cui (tra i Sessanta e i Settanta) poté lanciare la sua scommessa dell' oblio o annotare in alcuni versi di Autunnale barocco la solitudine di un cruccio tendenzioso: «Non si accorgeranno nemmeno / di quello che hai scritto. / Getteranno i tuoi versi tra gli stracci vecchi. / Resterai sguattero, guitto / in questa fiera di grattigrù delle lettere». Dietro «il basso continuo della tristezza», dietro la «sparviera tristezza» che l'attanaglia come l'«ardente attinia» che si attacca «allo scoglioorologio della vita», questo ippogrifante lunare, questo splenetico illusionista di sillabe e di allitterazioni, questo giocoliere «sul filo dello spasimo», questo clown post-diluviale, questo guitto e teatrante fastoso, è animato da una singolare volontà di tenerezza e di gioia. Preoccupato se mai di rintuzzare la riduttiva etichetta di «slavista» (la chiamava «l'etichetta depositata») in cui i commis

IL LIBRO

ANGELO MARIA RIPELLINO

Poesie prime e ultime
a cura di Federico Lenzi e Antonio Pane ARAGNO pp. 526, 30

Col loro diverso «taglio» (Testa parte dagli Anni Sessanta, Afribo dai primi Ottanta: spartiacque epocale al quale finalmente si dà il giusto rilievo), esse danno l'impressione che un canone, in effetti, si vada formando. Si potranno fare integrazioni (auspicabili), ma una dorsale del paesaggio poetico italiano anche alle sue latitudini più prossime - è ormai in vista. I due libri si somigliano: non tanto per la comune formazione linguistica (da rimarcare l'originalità della collana in cui esce Afribo, la «Storia linguistica italiana» diretta da Luca Serianni, entro la quale è recente pure un'antologia gaddiana assai ben commentata da Luigi Matt) quanto per l'impostazione «saggistica», cioè decisamente critica. Più a tesi Testa, più analitico Afribo, entrambi hanno com'è inevitabile le loro preferenze (una stella polare segreta, alla quale commisurare il resto) ma le temperano con un'attitudine, diciamo, fenomenologica: così offrendo un buon campione di «esemplari del sentimento poetico contemporaneo» (per parafrasare un titolo una volta famoso). Selezionando severamente i suoi autori (solo otto: ai già in qualche misura «canonici» Valerio Magrelli e Patrizia Valduga affiancando Gabriele Frasca, Fabio Pusterla, Umberto Fiori, Stefano Dal Bianco, Antonella Anedda e Mario Benedetti), Afribo può dotare una congrua dose di testi di un commento non solo linguistico, bensì pienamente interpretativo: che dà conto della loro ricchezza di motivazioni

delle patrie lettere - i «grattigrù» appunto - lo avevano confinato. La tessitura poetico-teatrale di Ripellino inscena una lucida festa di figure che non sono la semplice esibizione di una bravura e di una cultura prodigiose, ma la coscienza necessitante di una voce «fuori sesto», animata da scarti e dissonanze che rifiutano i conformismi di tendenza e la facilità rimevole (certo lui non ha mai attaccato ai suoi versi «rime come ciondoli / come amuleti acustici»). Tanto da suonare come un'eccezione argutamente candida il componimento di quattro quartine (irregolari e rimate) giocate con ritmo di canzonetta a conclusione della raccolta d'esordio, Non un giorno ma adesso: «Vivere è stare svegli / e concedersi agli altri, / dare di sé sempre il meglio / e non essere scaltri». Da un lato c'è nella poesia di Ripellino la consapevolezza torturante dell'«enorme ricchezza della realtà» che le parole non arrivano a esaurire. Dall'altro la consapevolezza non minore che «nel circo del mondo» siamo «come cubi staccati che non si amano». Viene di qui la «tenebrìa malsanile», l'«amarità del destino», l'«amorosa estranìa», in cui - impastando «sicilitudine» e «slavità», «jazz iroso» e «pigolìo delle dalie» - passa un'opera che vale davvero la pena di mettersi a rileggere per intero.

Angelo Maria Ripellino (Palermo 1923 - Roma 1978), autore di «Praga magica»

La «Poesia contemporanea dal 1980 a oggi» secondo Afribo: capofila è Fiori, alle spalle dei suoi giochi dialogici il filosofo viennese
culturali, filosofiche, politiche. Non si contano i rilievi centrati (alla strutturale allusività di Magrelli, all' ipervisività in Benedetti, all'articolazione sintattica in Dal Bianco, all'eredità montaliana di Pusterla) ed è non meno che esemplare la lettura di un poeta solo in apparenza «facile» come Fiori, la cui lingua piana e il cui strumentario «comune» - senza sbalzi analogici né sciattezze pseudoprosastiche - sono ricondotti a una tutt'altro che banale consapevolezza filosofica (c'è Wittgenstein alle spalle dei suoi giochi dialogici) e a una sottilissima vena comica (umoristica, anzi). Fiori è letto da Afribo come poeta «politico» - che interroga con decisione, cioè, limiti e «disturbi» dell'umana convivenza - anche se, e anzi proprio perché, post-ideologico. Se insomma la «stella polare» di Testa è Caproni, Fiori è quella di Afribo. Il che a volte lo porta a postillare con una certa impazienza poeti ai suoi antipodi dei quali, pure, non può non riconoscere l'acuminatezza formale e l'impegno politico (Frasca), la lussuosità sensuale e l'ambiguità esistenziale (Valduga), il voltaggio liricoanalogico e il respiro visivo (Anedda). Dove si vede, insomma, che anche l'equilibratissimo Afribo, ci mancherebbe!, ha le sue faziosità.

Se è Wittgenstein a ispirare nuovi versi
ANDREA CORTELLESSA

Andrea Afribo, veronese sulla quarantina, ha all'attivo studi importanti su Petrarca e sulla poesia del Cinquecento, e insegna Storia della lingua italiana a Padova. Non si sbaglia - con questa padronanza della tradizione unita a un'attenzione «militante» all'oggi - ad ascriverlo alla scuola di Pier Vincenzo Mengaldo. È un fatto di rilievo, dunque, che abbia scelto di esercitarsi su un repertorio «caldo» come quello dell'ultima (o penultima) generazione di poeti italiani. Dopo il '78, quando uscì quella appunto di Mengaldo, nessuna antologia poetica è riuscita a imporre la sua egemonia. Col risultato che non s'è ancora formato un canone che scremi, insieme valorizzandole, le ultime leve di una sezione tradizionalmente privilegiata della nostra letteratura. A differenza che in narrativa (dove il mercato senza

più ostacoli impone i suoi «valori»: buona fortuna) in poesia la critica continua a contare qualcosa, insomma. Ma sino a poco fa latitava: preda forse d'una crisi di motivazione, senz'altro di autorevolezza. A chi ritiene che la poesia più recente sia destinata solo a una stanca sopravvivenza epigonale, non si possono che opporre lavori strumentati quanto appassionati: che cioè, senza sopravvalutarli ma neanche snobbarli, i poeti d'oggi li prendano sul serio. Perché dalla nicchia e dal sottobosco si esce solo riattivando un circolo virtuoso fra autori, interpreti e lettori. Così negli ultimi anni abbiamo ripreso ad occuparci di poesia. Ed è rivelatorio che fra le molte antologie recenti brillino per nuova autorevolezza quella einaudiana di Enrico Testa e, ora, questa di Andrea Afribo «Poesia contemporanea dal 1980 a oggi», «Storia linguistica italiana», Carocci, pp. 238, 18,80).

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Narrativa Straniera

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Banville «Dove è sempre notte»,
un «nero» quasi shakespeariano

Imma Turbau Due adolescenti,
fra trasgressioni e inquietudini

IL MISTERO SOTTO IL LENZUOLO
parenza si tratta dello scatto iniziale di un poliziesco, ma questa sarebbe una inadeguata semplificazione. Vero: Quirk, sollevando il lenzuolo che nasconde il corpo di Christine, si inoltra nella esplorazione di un mistero: a dirla banalmente, di una violenza, di un delitto. Quirk si trova costretto a indagare, a riscoprire se stesso, il suo personale mistero, le sue personali contraddizioni. Quirk è un trovatello, recente vedovo di una moglie morta di parto, di cui sente la mancanza anche se era stato innamorato della sorella di lei. Siamo in una Dublino caratteristicamente notturna - tema ricorrente nell’irlandese Banville - popolata di pub cui Quirk, cronico bevitore e accanito fumatore, ricorre come tutti (l’alcol è quasi un rifugio sacramentale). Ma, quasi specularmente, si affaccia il mondo inquietante dei bambini orfani, un’estensione della sua storia personale. Christine è morta di parto, ma che si sa se il neonato, o la neonata, sopravvive? E se sì, quale il suo destino, e soprattutto a chi attribuire la paternità? Il cognome di lei, simbolicamente, sancisce la «caduta» (e «il peccato»). A questo punto la vicenda si sposta negli Stati Uniti, a Boston, dove vive e morirà il vecchio, ricchissimo Crawford, vero patriarca dell’intera famiglia di cui Quirk fa parte. Il cinico benefattore Crawford finanzia un’istituzione gestita da suore cattoliche di matrice irlandese, che accoglie piccoli orfani e ne cura l’adozione. Quirk scopre che si tratta di un coacervo di ipocriti interessi, e d’altronde ha appreso da poco che la ventenne nipote Phoebe è di fatto sua figlia sottrattagli quando la moglie era morta, con un meschino inganno. Ma soprattutto comprende quale orribile storia si nasconde dietro la morte di Christine, e in quale misura ne siano responsabili i suoi rispettabili parenti, che hanno persino tentato di sopprimerlo.

E’ UN NODO LA GELIDA PASSIONE
trasformerà in passione. E sullo sfondo la vita di provincia di una città in cui «tutti si conoscono». Per questo motivo il loro rapporto deve essere tenuto ben nascosto: dapprima in biblioteca, tra occhiate e sussurri, a giocare all' impiccato, a confessarsi i reciproci desideri di trasgressione, le proprie inquietudini. E poi, col passare del tempo, la musica, le prime canne, la Vespa… Ma verso i quattordici anni accade l'imprevisto, una cosa che non sarebbe dovuta succedere, soprattutto in una tranquilla città di provincia dove «tutti si conoscono», e per mano di uno qualunque poi. Sai bene che queste cose succedono, che possono succedere. Però non avresti mai pensato che potesse accadere proprio a te. Ma se questo accade, se ti vieni a trovare faccia a faccia con la violenza, con la paura, con l'orrore, con la morte, la tua esistenza cambia. E non solo la tua. E infatti, la vita di Sandra e di David, inevitabilmente cambia. Il «loro» segreto,

John Banville interverrà al festival «Letterature» il 29 maggio
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Imma Turbau IL GIOCO DELL'IMPICCATO traduzione di Elena Vozzi CASTELVECCHI pp. 174, 12

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John Banville DOVE È SEMPRE NOTTE traduzione di Marcella Dellatorre GUANDA pp. 350, 16,50

Al Festival di Roma
John Banville sarà ospite martedì 29 maggio, con Catherine Dunne, di «Letterature», il Festival internazionale di Roma, alla basilica di Massenzio. Claudio Gorlier, in un ritratto dell’autore scritto per l’occasione, sottolinea che «la statura davvero unica di Banville, la sua unicità nella letteratura contemporanea, sta nella folgorante capacità di raccontare, con un linguaggio insieme magico e speculativamente lucido, il dilemma spesso inesorabile e stringente dell'io, rappresentandolo in una prospettiva insieme esistenziale e intellettuale, ontologica. Pensiamo alla trilogia Doctor Copernicus, Kepler e The Newton Letter, che non a caso recano in epigrafe versi di Wallace Stevens, ove si legge l'invito a ridiventare un uomo ignorante "per rivedere con occhio ignorante il sole e vederlo chiaro nella sua idea". La "musica sacra" dell'universo appare così a Copernico; "il futuro" sembra trovare espressione per Keplero; il biografo di Newton diviene ossessionato da una crisi nervosa, abbandona la ricerca e conclude con la angosciosa domanda sul suo possibile, sconvolgente risveglio. Non possiamo affidarci a definite certezze, e qui ricorre una parola chiave nell'opera di Banville, fake, falso. [...] L'eros emerge sottilmente introiettato, diviene parte dell'universale e individuale inquietudine, tormento, doloroso, inappagato, o, ancora una volta equivoco, nel segno del falso, come in The Untouchable. [...] Il tempo è certo uno dei protagonisti dell'opera di Banville, privato di appigli concreti, introiettato. Ma lo è la stessa arte del narrare, in un raffinato gioco di specchi, in un linguaggio di favolosa e al tempo stesso controllata fascinosità, capace di raccontare malinconia, bellezza, amore, scoperta tormentosa di sé e del mondo: commedia e tragedia di cui si era perduto il senso».

CLAUDIO GORLIER

PAOLO COLLO

«A volte Quirk aveva la sensazione di preferire i corpi morti a quelli vivi... Sì, era affascinato dalla muta misteriosità dei defunti... Per lui la scintilla della morte era altrettanto vitale della scintilla della vita». Potrebbe trattarsi di una pura e semplice distorsione professionale, visto che il dottor Quirk, personaggio trainante del nuovo romanzo di John Banville, Dove è sempre notte, è un anatomopatologo, e con i cadaveri ha quotidianamente a che fare. In realtà, il commercio con la morte, si sarebbe tentati di dire la introiezione della morte, appare quale condizione esistenziale, oltre che mentale, di Quirk. Se volete si tratta di un paradosso che Quirk ( nome che indica sia «il cavillo» sia «il motto di spirito») vive, e lo constatiamo quando egli si trova davanti al cadavere di una donna, Christine Falls, la quale fornisce il titolo originario del romanzo. Il lettore, come Quirk, fa la conoscenza di Christine quando è ormai defunta, ma la vicenda di lei, la sua vita e la sua morte, fanno scattare il meccanismo insieme lucido e complesso del romanzo. In ap-

Si intrecciano altre violenze, altre morti, e al ritorno a Dublino Quirk comprende che l’astuto ispettore Hackett ha egli pure capito. Si muoverà, forse, perché «si solleverà un sacco di polvere se verranno abbattuti questi particolari pilastri della società». Il romanzo prospetta una fine caratteristicamente aperta, con le parole di Hackett: «Ci proverò». Ecco perché Dove è sempre notte si pone nei termini di una tragedia grottesca, di un «nero» quasi shakespeariano che scava nei labirinti oscuri dell’esisten-

za, con le sue domande senza risposta. Banville possiede il tocco magico del ritratto. Ecco l’ipocrita, torbido cappellano dell’orfanotrofio di Boston: «pallido come una patata, con capelli rossi e occhi verdi acuti ma scialbi». E poi la galleria dei parenti, uomini ambigui, egocentrici, superbi, donne inquiete, subalterne, represse nella loro sessualità. O, naturalmente, le vittime, come Christine. Ha ragione DeLillo quando parla del «talento quasi feroce di Banville, nel leggere nell’anima degli uomini». E di raccontarla.

«E' una settimana che l'hanno trovato, impiccato, e solo io, che di lui non so più niente da molti anni, so perché l'ha fatto. Così ora, invece di custodire un terribile segreto, ne custodisco due». Ecco le prime, misteriose righe di questo romanzo - che presto diventerà anche un film - della giovane scrittrice catalana Imma Turbau, giornalista di professione e direttrice a Madrid dell'Ateneo Americano, centro multidisciplinare di Casa de América. E se un buon libro si vede dall'incipit, beh, questo è certamente azzeccato. La storia inizia nel 1981. Lei, Sandra, ha sette anni, ed è di una famiglia che vive a Girona da generazioni. Lui, David, ha un anno di più, ed è un «forestiero». Lei legge, studia, è iscritta a una scuola privata: una brava ragazzina, anche se un po' ribelle. Lui invece tira sassi contro le auto, sale con la bici sui marciapiedi, è rissoso, frequenta - male - una scuola pubblica: una cattiva compagnia, insomma. Ma proprio tra questi due opposti nasce un' amicizia fortissima, esclusiva, che, col passare degli anni, si

«Il gioco dell’impiccato»: un romanzo della scrittrice catalana, amicizia e violenza nella terribile provincia
li accompagnerà per sempre, e ad esso se ne aggiungeranno altri, come se a questo punto fosse impossibile chiudere «quella» porta. E fino alla fine, fino al suicidio di David, con cui Sandra, ormai ventisettenne, ha aperto il suo romanzo-confessione. Un viaggio nel mondo dell' adolescenza, nei suoi misteri, nelle sue ossessioni, nei suoi segreti, nelle sue quotidiane crudeltà, con una scrittura che promette bene, ridotta all'osso e animata da una sorta di «gelida passione». Un libro non banale: la storia di un'educazione sentimentale a tinte forti, che riesce comunque a non cadere nello squallido pulp di molti romanzi di e del genere.

ANGELA BIANCHINI

Carlos Fuentes, messicano, vincitore dei premi Cervantes nel 1987 e Príncipe de Asturias nel 1994 (e anche del Premio dell'Istituto Latinoamericano a Roma nel 1989), si è venuto via via affermando come uno degli scrittori classici dell'America Latina di oggi. E' stato detto, giustamente, che, negli ultimi cinquant'anni, Fuentes, così come García Márquez e Vargas Llosa, hanno cambiato il panorama della letteratura latinoamericana, scrivendo non soltanto romanzi esemplari, ma addirittura un unico libro fatto di un'infinità di personaggi, registri e scenari, ormai parte del nostro immaginario. E se Vargas Llosa ha seguito l'esempio di un Flaubert, Carlos Fuentes sembra aver concepito piuttosto una sorta di Commedia Umana alla maniera di Balzac nella

quale trovano posto tante voci diverse, a volte quasi in conflitto. Basti ricordare, nella narrativa, La morte di Artemio Cruz e Il vecchio gringo, L'istinto di Inez, Gli anni con Laura Diaz, L'albero delle arance e, tra i saggi, Contro Bush e In questo credo, quasi tutti editi dal Saggiatore. Oggi, escono queste Storie per vergini che, datate 1994, si inseriscono facilmente accanto al Vecchio gringo oppure ad altre opere in cui Fuentes ha puntato l'obbiettivo verso gli Stati Uniti. Ma, in realtà, si tratta di una distinzione fallace e quasi inutile, proprio per la tendenza, sempre più accentuatasi nell'opera di questo grande scrittore, di abolire le differenze e barriere tra luogo e tempo. Non a caso, in un'intervista recentissima, Fuentes dichiarava: «scrivere è sempre una forma di ribellione contro il destino... non esiste un presente assoluto, ma esiste un presente letterario nel quale il passato e

Storie per vergini Nel mondo

tragico dello scrittore messicano

CARLOS FUENTES: MA LA SPOSA E’ UN FANTASMA
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Carlos Fuentes STORIE PER VERGINI trad. di Michela Finassi Parolo IL SAGGIATORE pp. 334, 17 Il libro raccoglie cinque racconti, che risalgono al 1994. Tra i più noti romanzi di Fuentes ricordiamo «La morte di Artemio Cruz», «Il vecchio gringo», «L'istinto di Inez», «Gli anni con Laura Diaz», «L'albero delle arance» e, tra i saggi, «Contro Bush».

l'avvenire acquistano realtà». E ancora più significativo è il fatto che sia stato proprio Fuentes a promuovere un comitato internazionale, capeggiato da scrittori latinoamericani, per aiutare la ricostruzione di New Orleans, devastata dall' uragano Katrina. E, in quell'occasione scrisse: «Una battuta ben nota dice che l'America Latina comincia a New Orleans. Faulkner fu accusato di essere un «gongorista del Sud». Può darsi. Il barocco è la cultura dell'assenza, della perdita da colmarsi a qualsiasi prezzo». E' una definizione, questa, che si adatta mirabilmente al primo, il più bello, di questi cinque racconti. Si intitola Constancia e si svolge, non a New Orleans, bensì a Savannah. L'epoca è quella di Reagan che Fuentes forse odiava un po' meno di quanto non odi oggi Bush. Ma, in realtà, l'epoca è molto più antica, quella della Guerra Civile spagnola. Infatti, l'americano che ha sposato la donna

spagnola di nome Constancia, attraverso una struggente ricerca e ricognizione, deve rendersi conto, un giorno, che la moglie non esiste, non è mai esistita. Se è sparita, è semplicemente perché non c'è mai stata. Era un fantasma, il fantasma o l'immagine di una donna spagnola che aveva tentato invano di partire per l'America, ma non ci era riuscita ed era stata uccisa. A vivere a Savannah è, come dire? la sua storia, collegata con quella di un altro fantasma, un attore russo emigrato, che forse era stato suo marito, e che muore definitivamente anche lui (se è mai vissuto), sempre nello sfondo limitato e assurdo di una città del Sud degli Stati Uniti di tanti anni fa. Anche la mescolanza dei generi delle altre quattro vicende dice molto sulla versatilità di Fuentes e, al tempo stesso, ci fa capire come si sia ampliata, negli anni, la sua visione tragica del mondo.

Idee
Un particolare da «La notte stellata» di van Gogh

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VII

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Paolo Mauri BUIO EINAUDI pp. 118, 10

p Paola Bressan p IL COLORE DELLA LUNA
Come vediamo e perché

p LATERZA p pp. 192, 15

Mauri Schegge, riflessioni, appunti

attraversando notti reali e artificiali

SAPER MASTICARE IL BUIO
NICO ORENGO

Jean Giono, lo scrittore provenzale, autore dell’indimenticabile L’uomo che piantava gli alberi, si ferma un giorno a cena da un pastore che gli offre un’insalata chiara, di quelle che crescono all’ombra delle colline. «Il buio lo masticavamo con l’insalata», scriverà, ricordando l’episodio, Giono. Ed è questo particolare a colpire uno studioso di letteratura come Paolo Mauri che su quel «buio masticato» ferma la sua attenzione chiedendosi cosa rappresenti per l’uomo, nella sua longeva storia, quella mancanza di luce, materialmente e psicologicamente.
MILLE SFUMATURE

che può essere una «notte» reale o artificiale e le sue più o meno dirette conseguenze. E’ un libro che sarebbe piaciuto al Calvino delle Cosmicomiche e delle Città invisibili e che Mauri richiama attraverso un altro scrittore, Luigi Malerba dei Fantasmi romani, quando scrive: «Ma lo sai che nei grandi spazi interstellari la luce

che offre la possibilità di «vedere ciò che non si vede». Buio come quiete, come riposo, come paura, come attesa. Buio come metafora del presente e proiezione del futuro. Mauri declina, con linguaggio asciutto, navigando fra letteratura, scienza, memoria, la «notte dei tempi» che ci accompagna, la vitalità e lo smarrimento che se ne prova e, tirando le somme, il rapporto che fra luce-buio, sia il secondo ad avere più spazio nella nostra esistenza. Siamo più fotofobici di quanto pensiamo, non riflettiamo «mai troppo su quanto buio lasciamo volutamente intorno alle cose che pure ci riguardano», come se appunto, nutrendoci di buio non si cercasse noi stessi di diventare o tornare ad essere esseri di buio.
L’IMPLACABILE FRANCESCO

Gli occhi Guardano ma non vedono,
è il cervello che decifra il messaggio

LA LUNA È NERA, COME L’ASFALTO
PIERO BIANUCCI

Navigando fra letteratura, scienza, memoria: vitalità e smarrimento, attesa e paura
viaggia al buio? Nel vuoto la luce scompare mentre il suo viaggio continua velocissimo. Diventa luce solo quando incontra un corpo solido...». E’ il buio che ci invade e quello che ci inghiotte, quello di H.G. Wells nel suo Paese dei ciechi, dove gli uomini senza vista sono dei «normali», quello disperato di Rotko che con le sue tele nere nega la Creazione, quello melanconico che partorisce la comicità del clown, quello indistinto di Leopardi

Nasce così questa svelta, affascinante indagine sul Buio, a schegge, a riflessioni, ad appunti, alla ricerca delle mille sfumature di una condizione che ognuno di noi attraversa e dalla quale è attraversato, con l’invito preciso, ad ogni pagina, di fermarsi per completare, con la propria esperienza, quello

Come fosse impossibile perdere un rapporto con l’«aldilà», con le Città del Buio, i Regni delle Tenebre, le discese agli Inferi, la conoscenza di quel luogo dal quale solo un Eroe, uno Scaltro, può tornare indietro a riferirne le proprietà. Ma dal buio che tutto può avvolgere può anche non significare solo morte, per esempio la «spazzatura», luogo in apparenza della fine delle cose è anche un possibile luogo di recupero, di continuità di esistenza in altra destinazione e romanzieri come Dickens, Calvino, Tournier ci hanno scritto saggi e romanzi che ne decantano la loro potenzialità e voglia di sopravvivenza. Un buio messo temporaneamente alle spalle, anche se poi è impossibile dimenticare l’implacabile frase di San Francesco: «nullo homo vivente pò skappare».

Non credo ai miei occhi. Un modo di dire banale che nasconde una verità profonda. L’errore è riservarlo a casi eccezionali, eventi imprevedibili. In realtà non dovremmo MAI credere ai nostri occhi. Ce lo insegna Paola Bressan, psicologa ricercatrice all' Università di Padova, in un libro chiaro, scritto con gusto e disseminato di illustrazioni curiose che sono anche piccoli esperimenti sul funzionamento dei nostri occhi. Incominciamo dal titolo, Il colore della Luna. La Luna sembra bianca. Invece è scura come l'asfalto. Ma la piccola parte di luce solare che riflette, meno del 10 %, è un miscuglio di colori che gli occhi vedono come assenza di colore. Cioè come qualcosa di bianco. Gli occhi vedono? Errore. Gli occhi guardano ma non vedono. L'immagine della realtà è il risultato di una elaborazione estremamente complessa che avviene nella zona posteriore del cervello. Lo sguardo è la somma di fisiologia, esperienza e cultura. A vedere si impara. Un gattino con gli occhi bendati nei primi mesi di vita non svilupperà più i meccanismi necessari per inter-

pretare certe immagini. La vita si è evoluta in 3,5 miliardi di anni alla luce del Sole. E' normale che il 96 % delle specie abbia sviluppato organi per formare immagini. Ma le soluzioni adottate dalla natura sono molto diverse. L’evoluzione della vista è partita da zero una quarantina di volte e si sono affermati undici progetti diversi: occhio a foro, due tipi di occhio a camera, un occhio a specchio

Lo sguardo è la somma di fisiologia, esperienza e cultura; l’iride è unica per ognuno di noi, come le impronte digitali
concavo e parecchi tipi di occhio composto. Occupiamoci del nostro occhio. Vediamo luci debolissime grazie a 120 milioni di cellule a bastoncello sensibilissime ai fotoni. Ma queste immagini sono in bianco e nero. Dobbiamo la visione a colori ad altre cellule, i coni: sono 7 milioni e hanno tre pigmenti diversi che combinati tra loro permettono di distinguere migliaia di sfumature. L'iride è unica per ognuno di noi: come le impronte digitali, è diversa persino nei gemelli monovulari. Il cristallino, la lente

che mette a fuoco l'immagine, l'unico organo che cresce in continuazione. In novant'anni quadruplica il suo spessore. E' formato da mille strati di cellule che fatalmente con il tempo tendono a diventare opache. La stessa cosa succede al liquido che riempie il bulbo oculare. A cinquant'anni la quantità di luce che raggiunge la retina è meno della metà rispetto a quando eravamo ragazzi. La vita è un percorso verso il buio. Ogni specie ha occhi adatti alle sue esigenze. Il cristallino dei colombi è una lente bifocale: sotto mette a fuoco oggetti vicinissimi (un chicco di grano), sopra orizzonti lontani, cosa utile quando si vola. Scimmie molto simili a noi non vedono a colori. Cani e gatti vivono in un mondo senza colori, come in un film di Charlot. Insetti e pesci hanno addirittura una visione in quadricromia: percepiscono una meravigliosa varietà di colori, anche nell'ultravioletto. I meccanismi più sorprendenti sono quelli che permettono di distinguere un oggetto dallo sfondo, di valutare la distanza, stimare le velocità, riconoscere un volto. Incredibile è la capacità del cervello di selezionare il messaggio che ci interessa. Durante una partita di pallacanestro i giocatori non si sono accorti di un gorilla (finto) che lo sperimentatore aveva fatto entrare in campo: seguivano solo la palla. Il paradosso più straordinario è quello del movimento: quando ci muoviamo o spostiamo lo sguardo, le immagini degli oggetti scorrono sulla retina. Eppure la scena ci sembra ferma. Il cervello sa che il mondo è stabile e provvede. Non può accorgersi, però, che la lampada al neon si accende e si spegne 120 volte al secondo. Troppo veloce per noi. Un'ape, che ha una frequenza di fusione delle immagini di 300 cicli al secondo, la vedrebbe lampeggiare. San Tommaso credeva solo a ciò che toccava. Faceva bene.

Borgna L’oscurità della psiche
da van Gogh alla Dickinson

AUGUSTO ROMANO

IL DOLORE NELLO SPECCHIO DELL’ARTE
p Eugenio Borgna p COME IN UNO SPECCHIO
OSCURAMENTE

p FELTRINELLI p pp. 225, € 16

Inizia con una memoria autobiografica il saggio di Borgna ( il perché di una scelta -«fare psichiatria quando sembrava una disciplina emarginata - e gli anni di lavoro nell’ospedale di Novara): la conferma di un intenso, coerente legame tra vita e opere.

«Dove tu non sei, là è la felicità», recita l’ultimo verso de Il viandante (Der Wanderer), uno dei molti Lieder di Franz Schubert nei quali con maggiore intensità si manifesta il sentimento tragico della vita. Giacché non sarà sufficiente, per incontrare la felicità, cambiar luogo, viaggiare; il canto dice, con le parole e ancor più con il tono desolato, che la felicità è un miraggio perché sempre dimora dove tu non sei. Si può invocare questo verso, questa musica - e tante altre dello stesso autore - per avvalorare il nesso tra psicopatologia (nel caso, la condizione depressiva) e produzione artistica? La risposta è certamente negativa, ove non si voglia ridurre l'opera d'arte alla biografia dell' autore e utilizzare il concetto di sublimazione, che è una delle categorie più incerte della teoria psicoanalitica. Infatti Eugenio Borgna , nel suo libro Come

in uno specchio oscuramente, in cui la ricchezza dei contenuti incontra la emozionante musicalità della scrittura, si pone un obbiettivo assai meno vincolante e al tempo stesso ricco di importanti implicazioni teoriche. Esclusa l'assimilazione dei prodotti artistici ai sintomi di una condizione patologica, ed anzi riaffermata la capacità che l'arte ha di attribuire senso a ciò che nell'esperienza vissuta si presenta spesso come insensato, Borgna inserisce la riflessione sul rapporto tra arte e psicopatologia in una strategia più ampia.
SCIENZA DELLO SPIRITO

Anzitutto, la lettura dell'opera d'arte aiuta a meglio comprendere le radici emozionali di ogni espressione umana, cioè a inoltrarsi nelle loro segrete ed essenziali nervature. Questo significa però anche negare la discontinuità tra psicologia normale e patologia, e di conseguenza riportare ancora una

volta la psichiatria tra le «scienze dello spirito», sottraendola a uno statuto meramente naturalistico. Questa impostazione di matrice chiaramente fenomenologica ha delle ricadute pratiche di straordinaria importanza. Essa infatti fonda la possibilità di sottrarre all'opacità di ciò che è incomprensibile l'esperienza psicotica e di rivendicare, sia come regola etica sia come necessità terapeutica, il dialogo tra medico e paziente, la reciproca apertura nel sentimento della comune fragilità. Il che significa anche che l'ascolto non serve soltanto al paziente, ma rivela noi a noi stessi. Senza dimenticare infine l'osservazione di Nietzsche, secondo cui «ovunque esista follia, esiste anche un granello di genio e di saggezza»: osservazione che apre il discorso sui nessi tra follia, innovazione e creatività. In un'epoca come la nostra, di infatuazione scientista, l'ap-

pello di Borgna per una psichiatria «più gentile ed umana» ci sembra di assoluta attualità.
LA PAROLA CHE STANA

Molte altre cose ci sarebbero da dire su questo libro in cui l'esperienza clinica, la riflessione teorica e la sensibilità estetica compongono un arazzo dalle innumerevoli sfumature. Ricorderò almeno, accanto alla partecipe auscultazione di alcuni grandi artisti (tra i quali, Dickinson, Plath, Bachmann, Trakl, van Gogh, Giacometti, Bacon), le acute rivisitazioni delle più importanti aree della patologia psichiatrica, considerate soprattutto dal punto di vista delle differenze di genere. «Il dolore è un topo - / sceglie l'intercapedine nel petto / per nido timido - /ed elude la caccia», scrive Emily Dickinson. A stanarlo, a umanizzarlo, sono necessari la parola, il gesto, o il rispettoso silenzio, nei quali il dolore viene accolto come fosse il nostro stesso dolore.

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VIII

Visioni

SABATO 26 MAGGIO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

Un antropologo e l’arte Amselle studia

le «connessioni» fra primitivo e modernità

IL LIBRO

COSÌ L’AFRICA RIGENERA L’OCCIDENTE
MARCO AIME

JEAN - LOUP AMSELLE

L'Africa come specchio: uno specchio che ci dica quanto siamo davvero i migliori del reame, i più avanzati, i più evoluti. Uno specchio deformante, che attraverso una luce misteriosa e anche un po' morbosa, ci rimandi un'immagine rassicurante di noi stessi. È così che abbiamo utilizzato e ancora oggi utilizziamo l'Africa, terra che ci evoca paure, ma che scatena anche passioni sensuali e sessuali, fino a quando continuiamo a pensarla come regno di popoli più vicini alla natura. È grazie a questa immagine, erede moderna di una passata, ma mai del tutto cancellata, visione evoluzionista, che l'Africa, viene utilizzata per «rigenerare» un' Occidente sclerotizzato, esaurito, esausto o ingessato nelle sue istituzioni. La vitalità africana che travolge il nostro asettico mondo, per rimetterne in discussione le carte e dare il via a un gioco nuovo. È questo il cardine centrale del nuovo libro di Jean-Loup Amselle, che affronta il tema dell'arte africana contemporanea e lo fa utilizzando un gioco di parole, intraducibile in italiano. Amselle parla di arte della friche, termine che indica una zona incolta, abbandonata, non finalizzata a qualche operazione utilitarista. Per esempio, Amselle descrive spazi abbando-

nati in palazzi di Parigi, che diventano locali notturni e ritrovi per congolesi che abitano la capitale francese. Spazi inutilizzati dall'amministrazione, pubblica o privata, che ridiventano «luoghi», grazie a un processo di rigenerazione, partito dal basso. «Lì si poteva osservare un uso informale, clandestino o selvaggio della città, una riappropriazione dello spazio urbano che rendeva il vero significato della parola friche» scrive Amselle. Così, nel campo della politica, la palabre africana diventa un'alternativa più umana rispetto alla sclerotizzata burocrazia nostrana, in ambito economico il settore informale viene letto come una risposta all'imposizione delle regole di mercato e così via. L'Africa, continente «degenerato», proprio grazie a questo suo essere altro da noi, assolverebbe questa funzione rigeneratrice, in particolare nell'arte. Lo ha già fatto in passato, quando pittori celeberrimi come Picasso, Braque, Matisse attinsero a piene mani dall'estetica africana, da quell'arte, definita première in accordo con una «sana» logica evolutiva, che esprimeva, secondo loro, pulsioni e forze magiche ormai perdute nel nostro mondo. Peraltro, la maggior parte di quegli oggetti ispiratori, maschere e statuette africane, sono diventate «arte» nel momento in cui sono arrivati nelle collezioni e nei musei europei o america-

L'arte africana contemporanea
BOLLATI BORINGHIERI pp. 188, 19

Un ‘opera di Moke, pittore congolese. A destra l’antropologo Jean-Loup Amselle

Un’operazione di riciclaggio da Picasso ai contemporanei, una ricerca di vitalità, uno sfruttamento coloniale e mercantile del «selvaggio»
tendo in mostra solo l'arte tradizionale, si è esclusa l'esistenza di una qualunque primitività nel presente, a dispetto di quei processi rigeneratori, che hanno attraversato l'arte contemporanea. «Le collezioni di Quai Branly - dice l'antropologo francese - dovrebbero sembrare appartenere al passato dell'umanità, ed è solo a questa condizione che esse possono ambire alla doppia qualifica di opere primitive e opere d'arte». Riprendendo il modello teorico delle «connessioni», elaborato in precedente libro, Amselle opera una riflessione, che parte dall'arte, per allargarsi al rapporto globale che, ancora oggi, l'Occidente, anche quello dei buoni propositi, intrattiene con l'Africa, imponendo e determinandone spesso le scelte.

ni. Perdendo la loro autorialità: infatti, nella maggior parte dei casi, tali oggetti venivano razziati senza troppa attenzione al contesto d'origine. Così, manufatti realizzati da artisti conosciuti nella comunità e inseriti in un processo rituale e coreografico locale, hanno finito per diventare anonimi e astorici e pertanto ancora più «altri».
L’ESTETICA DEI COMMITTENTI

L'Occidente si costruiva così (e si costruisce ancora, secondo Amselle) una nuova primitività, riciclando le espressioni artistiche africane. Un'operazione sintetizzata con crudo, ma efficace realismo dallo scrittore franco-congolese Henri Lopès, secondo cui la letteratura francofona sarebbe oggi fatta «dalla lingua di madame de Sévigné,

con le palle di un negro». Se è vero per la letteratura - si chiede Amselle - è altrettanto vero per quanto riguarda l'arte contemporanea? Arte ancora inserita in un rapporto di forza favorevole all'Occidente, che non solo controlla il mercato, ma condiziona anche l'estetica dominante. L'arte contemporanea africana, per quanto moderna, deve rispondere alle regole di committenti occidentali e finisce così per diventare un'appendice o una versione tropicale dell'arte occidentale. La critica di Amselle tocca anche i molti tentativi di mettere in mostra l'arte africana con mostre e musei come, per esempio, il caso più recente del Musée de Quai Branly, inaugurato nel 2006, che ha sostituito il vecchio Musée de l'Homme. Anche qui, met-

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Storie
dunque trovato nella sua prosa ispirata potenti slogan per esprimere il loro desiderio di liberazione. Marx, però, non era un liberatore: era uno studioso che passava il suo tempo in biblioteca e a quelle stesse persone intendeva offrire non grida di battaglia ma un'analisi teorica che tracciasse con sicurezza la strada verso la liberazione agognata. E qui salta fuori la contraddizione: le migliaia di pagine di analisi da lui offerte non fanno che dimostrare l'inevitabilità del capitalismo, la sua logica stringente, il suo sovrumano potere. Nessuno ha studiato il capitalismo meglio di Marx e nessuno sa spiegarci così bene, saldando dialettica hegeliana e determinismo economico, come ogni utopia non sia che un vaneggiare irresponsabile e come la soluzione dei mali del capitalismo non possa venire che attraverso more of the same. Il riferimento al comunismo a venire, in quest'ottica, suona posticcio, un po' come quei finali appiccicati ai film di Hollywood in cui l'eroe si salva (o trionfa) comunque, dopo che tutto l'intreccio ci ha convinto che per lui non c'è salvezza possibile. E acquista una decisiva importanza, allora, per conferire un minimo di credibilità all'insieme, che del film si conosca soltanto il finale. Qualche anno fa, in un mio libro sull'argomento, ho auspicato che si potesse finalmente cominciare a leggere il Capitale come si leggono la Critica della ragion pura e la Fenome-

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SABATO 26 MAGGIO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

IX

LONTANO E VICINO
ENZO BIANCHI

LA FEDE NON È IDEOLOGIA
Una «Lettera ai cristiani» di Roberta De Monticelli, pagine taglienti e scomode, eppure preziose, nate da una ferita: credenti e non credenti di fronte alla vita e alla morte di Welby

p Karl Marx p ANTOLOGIA p a cura di Enrico Donaggio p p p p p p p p p p p p
e Peter Kammerer FELTRINELLI pp. XX+268, 10 Francis Wheen MARX, IL CAPITALE Una biografia traduzione di Milvia Faccia NEWTON COMPTON pp. 124, 9,90. Autori Vari DA MARX A MARX? a cura di Riccardo Bellofiore Manifestolibri pp. 270, 28

Un classico Morto il profeta, vive

il migliore analista del capitalismo

E’ TEMPO DI LEGGERE MARX, SENZA I COMUNISTI
ERMANNO BENCIVENGA

Karl Marx era un filosofo di notevole sostanza, che ha dato anche importanti contributi al pensiero politico ed economico; ma la discussione sulle sue idee e argomentazioni non ha mai avuto un briciolo della serenità e del distacco intellettuali con cui vengono analizzati i testi di Spinoza o Kant, di Grozio o Rousseau, di Ricardo o Keynes. Per un lungo periodo le sue opere sono state trattate come testi sacri dagli uni e come farina del diavolo dagli altri; dopo la caduta del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica e la conversione della Cina a una forma selvaggia di capitalismo, in un momento storico in cui i comunisti sembrano sopravvivere solo nelle

invettive di Berlusconi, è calato su di esse un tombale silenzio, imbarazzato per gli uni e compiaciuto per gli altri. Alcuni libri di recente pubblicazione suggeriscono che ci siano nuovi segni di vita in questo paesaggio improvvisamente desolato: non è solo la Manifestolibri a proporre una raccolta di interventi intitolata Da Marx a Marx?; ci sono anche la Newton Compton che traduce una breve biografia del Capitale e la Feltrinelli che se ne esce addirittura con un'antologia di passi del Maestro. Un'inquietante caratteristica del rapporto che fedeli e avversari hanno avuto con il lavoro di Marx è che entrambi, perlopiù, si sono guardati bene dal leggerlo. Il che non vuol dire che non avessero familiarità con qualche pagina «immortale» o che non fossero pronti a

discettare all'infinito a partire dal Frammento sulle macchine o dalla Critica del programma di Gotha; vuol dire invece che di quel lavoro evitavano accuratamente la mole sterminata e l'infinita complessità. Louis Althusser (se dobbiamo credergli) ha confessato (nell'autobiografia L’avvenire dura a lungo) di essersi inventato, sulla base della sua «intuizione», buona parte di quel che ha attribuito a Marx; e Roberto Finelli, nel suo saggio contenuto in Da Marx a Marx?, dichiara senza mezzi termini che «la storia del marxismo italiano, anzi dei marxismi italiani, è stata essenzialmente, salvo alcune eccezioni, una storia di teoria e pratica politica “senza Capitale”, cioè senza riferimenti, quanto a categorie interpretative e scelta di valori praticocomportamentali, alla concettualizzazione dell'opera matura di Marx». Né si tratta di una reticenza soltanto latina, se è vero che il primo ministro britannico Harold Wilson (dando voce a un uso piuttosto comune nei Paesi anglosassoni) si vantava di non aver mai letto più di un paio di pagine di quella stessa opera matura. È assai probabile che sia stata questa scarsa familiarità con il testo ad aver prudentemente occultato ai più l'intima contraddizione che attraversa Marx. La sua retorica è quella di un profeta; la sua appassionata denuncia degli orrori del capitalismo non lascia dubbi su quali siano i suoi valori e le sue speranze. Milioni di persone che hanno condiviso quei valori e quelle speranze hanno

P

Un’opera sterminata e di infinita complessità con cui misurarsi come sulle pagine di Kant e di Hegel
nologia dello spirito: con attenzione e rispetto, e anche con uno spirito critico fondato sulla conoscenza reale di quel che c'è scritto, invece che su miti e preconcetti. Questo piccolo incresparsi del mare che sembrava per sempre richiuso sulla produzione di e su Marx può essere inteso come un segnale incoraggiante che qualcosa si stia muovendo nella direzione giusta, anche nella pigra e distratta editoria italiana. Una nuova generazione batte alle porte, e fra loro ci sono anche i filosofi, gli economisti e i politici di domani; leggere Marx - leggerlo davvero, intendo, e acquisire consapevolezza dei suoi effettivi meriti e difetti - non potrebbe che far loro del bene.

arlo, come parla un ferito - anzi, come parla una ferita». Sono parole amare e sanguinanti, eppure dense di affetto e di sim-patia, di comune patire quelle che Roberta De Monticelli scrive Sullo spirito e l’ideologia indirizzandole come una «Lettera ai cristiani» (Baldini Castoldi Dalai, pp. 158, €10). Parole che nascono da una ferita che, come l'autrice, molti hanno patito nella vicenda umana della vita e della morte di Piergiorgio Welby: una ferita che molte parole pronunciate attorno a quella tragica vicenda umana hanno acuito anziché lenire. Eppure sono parole di cui dovremmo fare tesoro, credenti e non credenti, perché nella loro parresia non possono sanare ma nemmeno vogliono ferire, non pretendono di spiegare e tuttavia non cessano di interrogare. E da quella circostanza particolare si dilatano fino a porre una questione che oggi pare a molti cruciale: «è possibile per il sentimento del divino, per una fede cristiana, fondare e poi abitare un'istituzione terrena senza perdersi?». Docente di Filosofia della persona presso l'Università San Raffaele di Milano, l'autrice riesce a tenere un tono di elevato dibattito filosofico senza per questo risultare «accademica» nel senso deteriore del termine: nessuna risposta preconfezionata, nessun pregiudizio ideologico ma, al contrario, uno smascheramento delle ideologie che sopraffanno lo spirito, uno svelamento delle distorsioni che oggi subiscono le parole e i concet-

ti, uno sforzo costante di andare al cuore delle questioni e delle persone. Sì, l'incalzare dei ragionamenti della De Monticelli a volte risulta tagliente come una spada, ma se ne intravede sempre la passione sincera che lo pervade: nessuna irrisione della fede cristiana, nessuna supponenza di un pensiero laico nei confronti della teologia ma, anzi, un chiedere conto delle istanze più profonde contenute nel messaggio di Gesù di Nazaret e del Dio dei cristiani. Il rivolgersi ai credenti come ad amici cui si scrive una lettera non è un artificio letterario, ma l'atteggiamento di fondo che anima queste pagine scomode eppur preziose che non esitano a entrare nel complesso rapporto tra ragione, fede e violenza; così come non si rassegnano al crescente «disagio intellettuale» di chi vede contrapposti artificiosamentefede e verità. Disagio che deriva anche dal fatto che «oggi il confronto tra “credenti” e “non credenti” sembra ridotto a un confronto di opinioni e complessi contenuti mentali» e non riesce a sostituire alla ormai usurata domanda «in cosa crede chi crede?» l'interrogativo ben più stimolante «cosa vede chi vede il mondo consentendo a Dio?». Nate «in reazione a una ferita» queste pagine che non lasciano indifferente il cristiano si chiudono su un'insolita preghiera di congedo rivolta al Tu di un Dio non troppo ignoto: «Chi fosse capace di legare nella sua carne l'Idea del Bene e la rinuncia alla forza. Incarnazione, è questo: altro non so... Aiuta la mia incredulità». Sì, da una ferita può venire anche un balsamo di lenimento.

GIORGIO BOATTI

Il catalogo dei cattivi maestri, ai quali recapitare i conti dello sfascio attuale della scuola italiana, a quanto pare si sta allungando sempre di più e corre a perdifiato indietro nel tempo. Prima si è puntato il dito contro il movimento del '68, reputato responsabile non solo della distruzione dell'«armonioso ordine» esistente prima della contestazione ma altresì sospettato di essere il padre di tutte le sbilenche velleità riformatrici e livellatrici che si sono succedute nei decenni venuti dopo. Poi qualcuno è già andato al di là del '68 e ha messo la scuola di Barbiana e la Lettera ad una professoressa di Don Milani sul banco degli imputati. Andando avanti di questo passo non ci vorrà molto perché nel «giudizio universale» che vorrebbe giungere al redde rationem contro ogni refolo di innovazione, di autonomia,

di ribellione mai spirato dentro e fuori le aule, ai cattivi maestri si aggiungano anche le «cattive maestre». E così, nonostante solo pochi anni fa sia stata celebrata solennemente - riproducendo sulle banconote da mille lire e sui francobolli il suo viso autorevole -, sembra tirare una brutta aria anche per Maria Montessori, l'ideatrice di un progetto pedagogico, quello della «Casa dei bambini» diffuso in tutto il mondo e che proprio cent'anni fa prendeva il via in un locale delle case popolari dell'Istituto Romano dei Beni Stabili di via dei Marsi 58. A cent'anni dall'avvio di quell'esperienza, in una Roma che stava conoscendo una stagione di illuminato riformismo laico, sotto l'ombrello protettivo del sindaco Nathan e del più lungo dei governi di Giovanni Giolitti, Grazia Honegger Fresco va a ricostruire l'intera parabola intellettuale ed esistenziale di Maria Montessori in un suo documentato e agile saggio,

Maria Montessori Vita e metodo

di una pedagogista ancora attuale

LA BUONA MAESTRA RISPETTA I BAMBINI
appena pubblicato da l'ancora del mediterraneo. La vita di Maria Montessori (Chiaravalle, 1870 - Roma 1952) viene delineata espiantando con sobria cura tutti gli aspetti agiografici e le aggiunte non asseverate che in passato hanno caratterizzato altri lavori. Ma, al di là dei dati meramente biografici, che pure sono certamente rilevanti, l'attenzione maggiore viene data alla dialettica, spesso conflittuale, che ha caratterizzato il rapportarsi del lavoro intellettuale della Montessori con le istituzioni ac-

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Grazia Honegger Fresco MARIA MONTESSORI L'ancora del mediterraneo pp. 202, 14

cademiche del suo tempo e con un sapere e un potere, amministrativo e politico, arroccati nelle loro certezze e sordi a ogni proposta innovativa. Da questa angolazione Maria Montessori non è solo l'ideatrice del «metodo» rivoluzionario, basato sull'indipendenza e sull'osservazione rispettosa del bambino, che permea le sue scuole, ben presto diffuse, all' inizio del Novecento, in molte nazioni. Rispetto ai caratteri fondamentali della nostra storia la Montessori rappresenta anche la capacità di condurre, al femminile, la partita del rinnovamento e dell'innovazione radicale, in un ambito delicatissimo quali l'istruzione e l'educazione dei bambini, con grandissima duttilità e con la concretezza che caratterizza sin dall' inizio la sua opera instancabile. Giovane laureata in Medicina a Roma nel 1896 la Montessori, sia quando si batte per il diritto al voto per le donne sia quando si occupa di bambini ri-

coverati negli ospedali psichiatrici o procede con le sue prime esperienze pedagogiche, sa attingere all'apporto di grandi maestri. Non solo i suoi insegnanti - che vanno dal celebre fisiologo Jakob Moleschott agli psichiatri Sciamanna e Bonfigli (avversario di Lombroso) - ma anche potenti e illuminati mallevadori quali i ministri Baccelli e Credaro che vigilano protettivi sul decollo del suo metodo, avversato sia dai gesuiti de La civiltà cattolica che dagli idealisti alla Gentile. Altrettanto fondamentale è l'apertura internazionale che la porta in tutto il mondo, tanto da consentirle - quando il compromesso raggiunto con il regime fascista non regge più e le sue scuole, nel 1934, vengono chiuse - di lavorare proficuamente altrove. «Cittadina - dirà al suo ritorno in Italia dopo la Liberazione - di una patria che gira intorno al Sole e che si chiama Terra». gboatti@venus.it

Diario di lettura
Luigi Malerba
Vita. Luigi Malerba è nato a Berceto (Parma) nel 1927. Laureato in giurisprudenza, è giornalista, sceneggiatore cinematografico (per piccolo schermo e cinema, in film con Lattuada, Monicelli, Tonino Guerra fino ad arrivare al primo Casino Royale), scrittore.

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SABATO 26 MAGGIO 2007 LA STAMPA

Tuttolibri

XI

Opere. Tra l’altro Le pietre volanti (Rizzoli, 1992), Le maschere (Mondadori, 1994), Itaca per sempre (Mondadori, 1997), Le galline pensierose (Mondadori, 1994), Il viaggiatore sedentario (Rizzoli,1993). L’anno scorso, per i tipi di Mondadori, è uscito Fantasmi romani.
mensioni, il tomo si può consumare a passo di lumaca».
Su chi riesce a trattenersi e non interviene?

LE SUE SCELTE

f

«L’uomo senza qualità di Musil è come una Bibbia: lo apro a caso, leggo due pagine e lo chiudo. E poi tra gli autori preferiti c'è Dio, ovvero la stessa Bibbia».
E' religioso?

GUIDO CONTI
GUANDA pp. 190, 14

La palla contro il muro
Quest'ultimo romanzo di Conti è la storia di una guerra famigliare senza esclusione di colpi ed è raccontatata «dal basso», con lo sguardo di un ragazzino. Bravissimo, in tutti i suoi racconti, ad usare un linguaggio fisico, carnale. Le sue descrizioni del Po, del fiume in piena, della sua furia e della furia dei suoi abitanti sono uniche. Luigi Malerba, come Guido Conti, ha radici parmigiane (Berceto, in particolare, dov’è nato nel 1927). A Roma arrivò nel 1951: « Qui ricorda - avevo affittato con Attilio Bertolucci una bella casa di Roberto Longhi a via del Tritone. Era animata da strane presenze. Il pianoforte suonava da solo. Le porte si aprivano all'improvviso. Le finestre pure».

«In maniera intermittente. Vorrei esserlo con più continuità. Mi confronto anche con il Corano. Tra i miracoli di Maometto che preferisco c'è quello in cui con un caldo torrido lui aveva una nuvola personale che lo seguiva».
Lei, nella sua critica continua al potere in tutte le sue manifestazioni, ha scritto anche opere a sfondo storico. Le letture «base»?

Luigi Malerba in un ritratto fotografico di Paola Agosti. Allo scrittore è dedicato un numero doppio della rivista «l'Illuminista»

“SOLO PER MUSIL NON USO IL LAPIS ROSSO E BLU”
MIRELLA SERRI

f

«Per Il fuoco greco ho lavorato per un anno per farne una serie tivù negli States - osserva Malerba che ha alle spalle anche una lunga carriera di sceneggiatore per piccolo schermo e cinema, in film con Lattuada, Monicelli, Tonino Guerra fino ad arrivare al primo Casino Royale -. Dirigenti delle compagnie televisive che non avevano mai nemmeno sentito nominare Bisanzio avevano però apprezzato l'idea. Quando si è passati alla ricerca dei finanziamenti, i produttori di pop corn che avrebbero dovuto aprire i cordoni della borsa hanno giudicato molto negativamente qualcosa ambientato in Grecia e a Bisanzio. E così è nato il romanzo».
E per il Rinascimento, protagonista de «Le maschere»?

« Consiglio Jean Delumeau. Che racconta la vita quotidiana nei minimi dettagli. Per esempio, quando il Papa si trasferisce ad Avignone, a Roma crollano le importazioni di vino
TURSUN BEY

La conquista di Costantinopoli,
MONDADORI, pp. 293, 16.

«Eccoli, sono tutti qui: Simona Vinci, Niccolò Ammaniti, Silvia Ballestra, Rossana Campo, Tiziano Scarpa, Aldo Nove». E' vero: sono proprio lì in bella mostra, nella libreria dello scrittore Luigi Malerba, al lato della finestra che affaccia sui Fori Imperiali e sul Colosseo. In fila ordinata ci sono: Dei bambini non si sa niente della Vinci, Io non ho paura di Ammaniti, Occhi sulla graticola di Scarpa, Il compleanno dell'Iguana della Ballestra e i romanzi della Campo: tutti autori che per età anagrafica non hanno ancora compiuto mezzo secolo. «Sono loro i nuovi veri talenti», osserva Malerba, lettore molto sofisticato, ironico e assai speciale, scrittore italiano dallo spirito sulfureo, tra i più tradotti nel mondo, conosciuto e amato dal pubblico italiano fin dall'epoca della neoavanguardia. «Da uno di loro dunque mi aspettavo il libro non dico del duemila ma del decennio. Sono ancora in attesa. Nessuno lo ha ancora scritto. Ma non ho perso le speranze». Questi scrittori non hanno fatto, dunque, il gran balzo necessario per avere un posto di privilegio nel Gotha della nostra narrativa, secondo il metro di un lettoregiudice un po' sdegnoso e molto particolare. «Il mio giudizio su Ammaniti, Campo, Scarpa, Ballestra non è una valutazione critica. - continua Malerba - E' l'esercizio di un intuito. Di cui però mi fido molto. Anni fa mi capitò di dividere i critici letterari in due categorie, i Caproni Dialettici e le Pecore Dogmati-

che», osserva l'autore di opere che hanno lasciato una traccia consistente nella nostra letteratura, come Il serpente, Il viaggiatore sedentario, Fantasmi romani, e che in questi ultimi tempi sta lavorando a un nuovo libro di racconti. «Nella prima categoria rientravano i critici più umorali, più determinati e aggressivi, nella seconda quelli più descrittivi e testimoniali. Ovviamente io sono fuori da entrambe le categorie». Ne esiste una terza? «Niccolò Machiavelli diceva di scegliere per ogni tipo di opera un abito particolare. Per i classici come Tito Livio, lascia intendere che indossava sontuose palandra-

Leggo solo quella di destra. E' più comodo. Si va più veloci e si coglie l'essenziale. E poi correggo, correggo continuamente».
Scusi, cosa corregge?

«Sostituisco parole, opero piccoli tagli, metto le virgole, i punti. Non si tratta di presunzione. Come chiamarlo? Un tic? Un'abitudine? Una depravazione?».
Fin da ragazzo procedeva così?

«Certo. A scuola il professore di italiano leggeva uno scrittore che mi annoiava molto come Renato Fucini o brani ispirati di Silvio Pellico e si commuoveva e piangeva. Io mettevo i punti e le virgole».
Altre passioni giovanili?

In Occidente si è da sempre parlato della caduta di Costantinopoli.Lo storico turco Tursun Bey, nel capolavorodella letteratura ottomana antica, la chiama conquista. Come dire: mutevolezzadei punti di vista. Varie le opere a sfondo storico di Luigi Malerba. Tra le altre, «Le maschere», nel Rinascimento:«Per comprendere quest’epocaconsiglio Jean Delumeau. Che racconta la vita quotidiananei minimi dettagli.Per esempio, quando il Papa si trasferisce ad Avignone,a Roma crollano le importazionidi vino navigato - così lo chiamavanodal momento che arrivava attraverso il Tevere in modo da non ricevere troppi scossoni. Senza i beoni papalini la città non consumava».

«Vinci, Ammaniti, Ballestra, Campo, Scarpa, Nove: sono i miei magnifici talenti, sono in attesa che uno di loro scriva il libro del decennio»
navigato - così lo chiamavano dal momento che arrivava attraverso il Tevere in modo da non ricevere troppi scossoni. Senza i beoni papalini la città non consumava. Oppure ci descrive la potenza e la ricchezza delle prostitute romane che, tutte concentrate tra piazza del Popolo e piazza Augusto Imperatore, ne avevano finanziato la pavimentazione con sampietrini».
L'anno scorso ha festeggiato i primi 50 anni dall'esordio. Le letture di quegli anni?

f

«Quando leggo, correggo, sostituisco parole, opero piccoli tagli, metto le virgole, i punti. Un tic? Un’abitudine? Una depravazione?»
ne. Mi ha sconcertato l'ultimo libro di Ammaniti, Come dio comanda, troppo ad effetto, troppo brutale. Mi sono chiesto: come vestirmi per leggerlo?». Proprio in questi giorni un numero doppio della rivista «l'Illuminista» celebra Luigi Bonardi, in arte Malerba, come «uno dei narratori di più calcolata originalità di linguaggio e di più esuberante e vigile fantasia»: così il critico Walter Pedullà lo colloca nel Pantheon. Tempo fa all'università di Vienna, alla domanda «cosa lo spinge a scrivere?», Malerba rispose: «Scrivo per sapere cosa penso».
E cosa pensa quando legge?

«Mandrake e Jules Verne. I miei genitori erano cattolicissimi, avevano quella che chiamavano la biblioteca proibita. Era nascosta dietro un armadio. Una volta sono riuscito a spostarlo».
Cos'ha trovato?

ALBERTO ARBASINO
ADELPHI, pp. 264, 12

«Il libro più “audace” era la storia dell'Inquisizione spagnola. La loro era censura politica, non morale».
Oggi continua a leggere sempre alla stessa maniera?

Dall'Ellade a Bisanzio
Una vera arbasinisana educazione sentimentale e culturale. I questo racconto dell'estate del 1960, in cui alcuni ragazzi italiani decidono di evitare le Olimpiadi a Roma e di visitare invece Olimpia (e gli altri luoghi della grecità mitica) c'è proprio tutto Arbasino: magnifico snob ricco di intuizioni e di presagi che racconta l'incombere del turismo di massa. A proposito. Malerba è autore di «Il fuoco greco». In principio aveva immaginato una serie tivù in Usa: «Dirigenti televisivi che non avevano mai nemmeno sentito nominare Bisanzio avevano apprezzato l'idea. Quando si è passati alla ricerca dei finanziamenti, fu giudicato negativamente qualcosa ambientato in Grecia e a Bisanzio. E così è nato il romanzo».

«Certo. Mi piace anche impegnarmi su più libri in contemporanea. Per esempio, ho ricevuto Il profumo della neve di Franco Matteucci. Ottima impressione. L'inizio in cui il protagonista lotta contro il tempo va al passo per slancio immaginativo al precedente Festa al blu di Prussia, molto ben scritto. Poi sto leggendo Quattro elementi di Cesare De Seta, racconto molto teso di un rapimento e di tensioni politico-sociali».
Anche su questi autori opera con penna rosso-blu?

«Nel 1956 pubblico il racconto Le lettere di Ottavia, in questi giorni riproposto da Archinto. Ero arrivato a Roma da Parma cinque anni prima. Qui avevo affittato con Attilio Bertolucci una bella casa di Roberto Longhi a via del Tritone. Era animata da strane presenze. Il pianoforte suonava da solo. Le porte si aprivano all'improvviso. Le finestre pure. Non era un ambiente troppo confortevole per un esordiente. Cominciai comunque a scrivere. Questo racconto lo pubblicai su Cinema nuovo. Era la storia di una ragazza provinciale e un po' cretina approdata alla Hollywood sul Tevere. Attricetta alle prime armi, fa il bagno nella Fontana di Trevi e partecipa a un film che si chiama Dolce amore».
Una storia già sentita: quattro anni dopo Anitona Ekberg farà anche lei un celebre bagno nella «Dolce vita». Un plagio?

«Per niente. E' vero che il racconto fu molto apprezzato da Federico Fellini. Che mi fece tanti complimenti. Ma non è detto però che quattro anni dopo vi si sia ispirato».
L'autore che più avverte come consanguineo?

«Sono onnivoro. Sdegno solo i libri gialli. Ma ho un modo molto particolare di cimentarmi con la pagina.

«Guardi che lo faccio su tutti, una coazione. Ho cominciato Franco Cordero, L'armatura, di cui amo molto la vis polemica. Ma, date le di-

«Buster Keaton che corre giù per una collina inseguito da sassi rotolanti che lui stesso ha spostato. Magnifica rappresentazione delle angosciose perplessità dell'uomo moderno».

TUTTOlibri RESPONSABILE: NICO ORENGO. IN REDAZIONE: LUCIANO GENTA, BRUNO QUARANTA.

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