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NOTHING TO SEE HERE
THE OTHERS/ GLI ALTRI
#1
Progetto didattico realizzato nel periodo luglio-settembre 2009 dagli studenti del Master Photography and Visual Design, organizzato da NABANuova
Accademia di Belle Arti Milano e FORMACentro Internazionale di Fotografa.
Contributi degli studenti del Biennio specialistico Arti Visive e Studi Curatoriali, organizzato da NABANuova Accademia di Belle Arti Milano.
Un progetto di:
Francesco Jodice
Direttore responsabile:
Denis Roberto Curti
Art direction e coordinamento editoriale:
Sara Ronzoni
Contributi esterni
Per i testi e per le immagini:
Matteo Capelli p.36
Jacopo Cirillo p.39
Tara Kaboli p.66
Emanuele Midolo p.27
Si ringraziano per la collaborazione:
Amos Bianchi
Elisabetta Galasso
Alessandro Guerriero
Alessandro Montel
Giulia Pitzolu
Francesco Zanot
Stampato da:
Linea Graphica S.r.l., San Giuliano Milanese (MI)
© Copyright 2008
Master Photography and Visual Design
Master Photography and Visual Design
Direttore: Denis Curti
Biennio specialistico Arti Visive e Studi Curatoriali
Direttore: Marco Scotini
Distribuito presso:
Castello di Rivoli - Museo d’Arte Contemporanea, Piazza Mafalda di Savoia, Torino
Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Piazza Strozzi, Firenze
Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Viale della Repubblica 277, Prato
Connecting Cultures-Associazione Culturale, Via Giorgio Merula 62, Milano
Fondazione Arnaldo Pomodoro, Via Andrea Solari 35, Milano
Fondazione Merz Via Limone 24, Torino
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Via Modane 16, Torino
FORMACentro Internazionale di Fotografa, Piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano
Galleria Civica di Modena Palazzo Santa Margherita, Corso Canalgrande 103, Modena
Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Via San Tomaso 53, Bergamo
GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Via Magenta 31, Torino
MADRE - Museo d’Arte Contemporanea Donna REgina, Via Settembrini 79, Napoli
Museo di Fotografa Contemporanea Villa Ghirlanda, via Frova 10, Cinisello Balsamo (MI)
NABANuova Accademia di Belle Arti, Via Darwin 20, Milano
PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Via Palestro 14, Milano
Triennale Bovisa, Via Lambruschini 31, Milano
Triennale di Milano, Viale Alemagna 6, Milano
NOTHING TO SEE HERE #1
Via Darwin, 20
20143 Milano
Tel. (+39) 02 973721
Email: master@naba.it
www.master-naba.com
Piazza Tito Lucrezio Caro, 1
20136 Milano
Tel. (+39) 02 58118067
Email: info@formafoto.it
www.formafoto.it
Testi e immagini:
Michela Battaglia p.84
Fabrizio Bellomo p.64
Daniela Benedetti p.35
Francesca Catastini p.22
Giuseppe Fanizza p.56
Michela Frontino p.40
Giovanna Guerrisi p.27
Andrea Kunkl p.56-90
Valentina Maggi p.90
Massimo Pisati p.32
Monica Merigo Salado p.46
Priscilla Lewis Stewart p.76
Camila Rodrigo p.6
Giovanni Scotti p.66
Viola Varotto p.53
Saverio Pesapane p.52
Giuseppe Pizzola p. 40
Giulia Ticozzi p.16
Francesco Zanot p.88
Roberta Cavallari
Giulia Ticozzi
Tara Kaboli
Saverio Pesapane
Giuseppe Pizzola
Marco Trinca Colonel
BOGOTÀ. Il presidente Uribe si accinge a cambiare per la seconda volta la costituzi-
one e la storia della Colombia, concedendosi così l’opportunità di un terzo mandato
presidenziale. Al di là della incostituzionalità dell’atto, a quali risultati si deve il suc-
cesso plebiscitario di Uribe? Il primo, ben noto, una durissima lotta al narcotraffco
che ha sostanzialmente indebolito le FARC e i cartelli del narcotraffco accrescendo
il senso di sicurezza del paese e riducendo il rischio di attentati, sequestri o violenze.
Il secondo motivo del successo di Uribe risiede nella sua politica securitaria: promos-
sa dal governo non mira esclusivamente a difendere la società civile dalle organiz-
zazioni criminali o eversive, ma anche a proteggere le classi abbienti da tutti gli altri,
indistintamente. È una difesa preventiva, una posizione pregiudiziale che mantiene
a distanza l’altro perché povero e quindi potenzialmente pericoloso. Durante i due
mandati presidenziali a Bogotà è aumentata la forbice sociale: i ricchi sono più ricchi,
i poveri sono rimasti tali. La capitale oggi è un paesaggio continuo di gru che costruis-
cono gated communities, protette e difese dal rischio di contaminazione fsica e cultu-
rale con le fasce più deboli. Si usa l’architettura per produrre segregazione spaziale,
il cemento come deterrente al crimine, come struttura divisoria della realtà sociale.
DUBAI. All’aeropoto internazionale una nota società immobiliare reclamizza apparta-
menti da mille e una notte defnendoli: “Opulence Personifed”. Opulenza è un ter-
mine desueto in Occidente, generalmente ci accontentiamo del concetto di lusso o,
tuttalpiù di extra-lusso. Lo slogan degli immobiliaristi degli Emirati Arabi ci sugge-
risce una domanda: ma in cosa consiste oggi lo scarto tra lusso e opulenza, e perché
i frst & middle class tourists dovrebbero desiderare una esperinza opulenta? Una
risposta possibile è che tale scarto non consiste in alcun surplus, nessun optional o
gadget, non offre una jacuzi con rubinetti in oro o porte con maniglie tempestate di
brillanti: nulla in più è dato, piuttosto veniamo privati di qualcosa. Nella vacanza o
nella residenza opulenta veniamo privati dell’inaccettabile rischio di doverci confron-
tare, o peggio incontrare con la povertà. Nella Dubai di inizio millennio i 2 milioni di
lavoratori Indiani, Pakistani, Bengalesi che hanno di fatto eretto le nuove cattedrali
nel deserto, sono costretti a vivere in città-dormitori come Sonapur, landa di container
e prefabbricati a 30Km da Dubai, dove in 400.000 vivono in condizioni sub-umane e
prossime allo schiavismo. Ogni giorno, oltre a turni di lavoro massacranti di 10 ore
con temperature fno a 55 gradi, i lavoratori sono costretti ad estenuanti spostamenti
in autobus dai dormitori ai cantieri e viceversa. L’operazione, onerosa e apparente-
mente sconveniente per le imprese, risponde in realtà ad una esigenza intima seb-
bene non dichiarata: risparmiare al residente o al turista la vista e la conseguente
partecipazione alla povertà. L’esperienza Dubai include un nuovo beneft che cambia
radicalmente e per sempre la storia del turismo di lusso: il viaggio a Dubai è esente da
qualsiasi rischio di rimorso, senso di colpa o sconcerto di fronte al prezzo pagato da
milioni di diseredati per erigere la nuova capitale mondiale del leisure time experience.
LA RETE. Il bisogno di difenderci dagli altri, ovvero il bisogno di vivere nella invisibi-
lità del diverso, possibilmente liberi da sensi di colpa, è un sentimento che si è forti-
fcato di recente producendo nuovi sistemi relazionali che risulatano segretamente
dotati di moderni anticorpi. Ne sono un esempio i social networks. Nello statement
di Facebook leggiamo: “Iscriviti a Facebook e interagisci con le persone che cono-
sci in un ambiente protetto”. A Small World riesce a fare di peggio: “L’iscrizione a
ASW è solo per invito. ASW è un network unico, e privilegiato, affdabile e leale. I
membri che presentano alcuni criteri possono invitare un numero limitato di amici. Se
conosci un membro con tali privilegi puoi chiedegli di entrare a farne parte, diversa-
mente, sii paziente e continua a chiedere in giro”. Apparentemente nati per abbreviare
il mondo ed accogliere chiunque, i social network promuovono un sistema di relazioni
che presenta rischi minimi di contagio con una vastissima parte di umanità alla quale
semplicemente non è concesso l’accesso ad un sistema informatico. Il più delle volte
benefciamo di questa forma di segregazione virtuale con serena inconsapevolezza.
L’ALTRO. Il concetto di altro ha recentemente smarrito la sua declinazione esotica,
una volta l’altro era distante fsicamente e culturalmente. Gli ultimi anni hanno vis-
to una sostanziale modifca degli eqilibri geopolitici e la comparsa di una condizione
di crescente pressione territoriale e culturale da parte di altri gruppi etnici su di noi.
Tale pressione ha trasformato l’altro in una fgura temibilmente prossima e reale. Le
categorie di altri che sono rappresentate tra le pagine di Nothing to see here, origi-
nariamente distinte (i poveri, gli arabi, i rifugiati, i neri, i meridionali, gli extra-comu-
nitari, gli ebrei, gli omosessuali, i rom, i tossicomani, i clandestini, i senzatetto), si
stanno rapidamente confondendo in una unica grande specie Kantiana che pres-
to potremo riconoscere come facciamo con i mammiferi o i celenterati. Consideria-
mo ormai insostanziale retorica la teoria per la quale la diversità è sinonimo di ric-
chezza e si fa largo invece una convinzione, quasi scienza umana, secondo la
quale la diversità non è speciale ma una specie. Una unica nuova grande specie
socio-umana colpevole di diversità, un cirimine potenzialmente in via di defnizione.
Francesco Jodice
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Yeimi Ramirez Herrera, 18 años, trabaja
hace 6 años en la casa de la familia Rod-
rigo. Ella vive con ellos seis dias a la se-
mana, cocinando y limpiando la casa. Los
domingos, en su día libre, viaja 2 horas en
bus para llegar a su casa de Comas, donde
viven sus tres hermanos, su papá y su tío.
Tomás Ramirez, 45 años, el padre de famil-
ia, sirve todos los días menu a la gente de
la zona. Por 5 soles (1.50 euros) les da un
plato de sopa como primero, un plato de
guiso de segundo y un vaso de refresco.
Cesar Ramirez, 21 años, el hermano may-
or, viaja todos los días 3 horas a un res-
taurante en el centro de la ciudad, donde
trabaja como ayudante de chef. El turno
concluye a la una de la mañana y por eso
llega a su casa a las cuatro o tres de la
madrugada. Hace dos sábados, cuando
Cesar regresaba de trabajar, un grupo de
jóvenes de la zona le intentaron robar y lo
apuñalaron en la cara y espalda, por suerte
Cesar está bien aunque muy asustado por
la experiencia.
Pedro Ramirez, 16 años, acaba de terminar
el colegio, por ahora ayuda a su padre en
el negocio de menu, no sabe si estudiar
para ingresar a la Universidad o comenzar
a trabajar como sus hermanos mayores.
Omar Ramirez ,14 años, todas las tardes al
salir del colegio se hace cargo de su sob-
rina Araceli, de 8 meses.
Santo Domingo Herrera, tío de Yeimi, tam-
bién vive en la casa desde hace 3 años.
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ALBERT WATSON
IL CONIGLIO BIANCO
18 SETTEMBRE
22 NOVEMBRE
Pierre
Gonnord
TESTIMONI
TESTIGOS
16 OTTOBRE
22 NOVEMBRE
18 SETTEMBRE
11 NOVEMBRE
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I PROSSIMI
APPUNTAMENTI
DI FORMA
Main Partner Partner
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Progetto di Giulia Ticozzi
Uniti nel mattone
18 19
20 21
Se attraversare il paesaggio marocchino può signifcare, talvolta, annodarsi
in viottoli, camminare sulla sabbia, abitare in una casa di fango, tutte cose
sempre più ridotte a pascolo dei turisti, può signifcare anche e soprattutto
attraversare necessariamente grandissimi spazi vuoti. Abbandonando questi
luoghi molto pittoreschi le strade portano in zone dove il mattone regna.
Se ci sono aree dove sembra non esserci nessuno, ci sono, per contro, aree
dove sembrano esserci Tutti.
Lo sviluppo edilizio Marocchino ha avuto negli ultimi anni un boom incredi-
bile: nel 2007 il ministero dell’ urbanizzazione proponeva un piano di edilizia
residenziale pubblica di dimensioni impensabili: eliminare le 50 mila barac-
che che circondano i centri urbani e costruire 44 mila nuovi alloggi ad un
ritmo distruttivo di 26mila baracche l’anno. Se è chiaro che la baracca non è
la tipica casa marocchina, è anche chiaro che i numerosi grattacieli e i vas-
tissmi resort turistici non lo sono. Le città e i paesi si trasformano sempre più
velocemente. Il paesaggio che ne scaturisce è chiaramente un paesaggio
profondamente urbano composto però, oltre che da palazzi dalle forme più
stravaganti, arabeschi grattacieli bianco latte o rosa carne, ville holliwoodiane
con parchi verdissimi, anche da cantieri punteggiati da giubbini antinfortunis-
tici al lavoro, e soprattutto buchi.
Buchi che si riempiono di sacchetti di plastica diventando parcheggi per i
vicini, discariche di gomme e carretti, orti, selvaggi giardini per improvvisare
picnic o aree di gioco.
Buchi tra una casa e l’altra che creano retri di scenografe di cemento e mat-
toni generando profli squadrati che tagliano il cielo e mostrando le case
vicine da una prospettiva nuda, che solitamente resta nascosta. Chi aveva i
terreni ha costrito, se poteva, chi non l’ha fatto ora attende. La scritta “A Ven-
dre” a modi murales troneggia sui muri grezzi delle case attigue. Si attende,
così dicono, che la crisi contribuisca all’aumento dei prezzi sui terreni dove
un giorno verranno inserite le abitazioni.
E’ un territorio che fa gola, che non sembra aver paura di svilupparsi veloce-
mente e che attira moltissimi investimenti stranieri.
Con una classe borghese in ascesa, la capacità di spesa aumenta e gusti
e costumi diventano insistentemente prossimi a quelli europei. Mentre nel
mondo così detto occidentale si urla alla Crisi Mondiale ed Universale, nelle
zone in pieno boom essa porta “ricchezza” oltre ad un conseguente e sicuro
divario sociale perfettamente visibile in Marocco.
Nel 2008 si è tenuta a Casablanca la terza edizione del Salone delle Costruzi-
oni BTP Expo, uno dei principali appuntamenti del settore edile marocchino.
E chiaramente molti paesi Europei, che nel frattempo preparavano piani per
fronteggiare l’emergenza “Immigrazione Clandestina”, non si sono lasciati
scappare l’occasione di gettare cemento proprio nei principali paesi di prov-
enienza di queste persone, paesi in veloce arricchimento grazie anche alle
entrate dei lavoratori all’estero: dove ora c’è spazio e soprattutto agevolazioni
legislative, sgravi fscali, nonchè soldi stanziati per il tanto agoniato sviluppo
oltre che il commercio di materiali per costruzioni; manutenzione; terraz-
zamenti e lavori stradali; condotte; fondamenta, perforazioni; rivestimenti,
isolazione; falegnameria, carpenteria metallica; elettricità; montacarichi e
ascensori; climatizzazione; sanitari; segnaletica stradale; architettura e de-
sign; trattamento acque.
Sul Web sono numerosi gli appelli della camera di Commercio Italiana a
partecipare a questo evento: il settore dell’edilizia vale un interscambio di 27
milioni di euro tra i nostri due paesi.
Si scopre poi che se la Lombardia è la regione che esporta di più in Marocco
e che un imprenditore marocchino su tre nel nostro Paese è attivo nel settore
delle costruzioni. C’è quasi da immaginarsi i nostri palazzinari ormai delusi
dai sempre più numerosi vincoli edilizi Italiani agitarsi e sbacciare in segno
di pace con quelli che nel nostro paese vengono considerati degli invasori,
magari accennando al famoso Vu’ Cumprà.
22 23
Il «minuto di silenzio» è la testimonianza
dell’incapacità della società contemporanea di
elaborare il lutto e di percepire se stessa come col-
lettività. Attraverso una rilettura dislessica delle
forme di cordoglio del passato siamo giunti ad un
esorcismo laico senza morto.
La crisi del concetto di «cultura uffciale» ha por-
tato all’abbandono di rituali, tempi e spazi legati
all’esperienza del lutto, celando accuratamente la
presenza della morte in una sorta di dissimulazione.
Ci sono luoghi deputati per moribondi e appena
morti: gli ospedali e gli obitori.
La sofferenza, nell’ottica del consumo, non ha al-
cuna utilità, di conseguenza, anche il lutto deve es-
sere liquidato in fretta, preferibilmente senza turbare
troppo il corso degli altri eventi.
Il «minuto di silenzio» incarna questa realtà: si tratta di
un rito globalizzato, funzionale ad affermare la propria
innocenza, istituito ogni qualvolta sia ritenuto utile, per
commemorare le vittime di turno del migliore dei mondi
possibili. I morti, i feriti, gli sfortunati, in onore dei quali si
rimane in silenzio per sessanta secondi sono gli «altri».
Non partecipano mai.
Questo costume pare una curiosa congiunzione tra il
phàrmakon della Grecia classica e un superfciale senso
di colpa cristiano. In quel breve lasso di tempo (che va da
un minuto ad un massimo di tre, in base alla gravità del
fatto e alle diverse usanze geografche) si affermano due
cose: noi vi siamo vicini virtualmente e voi e la vostra sfor-
tuna siete lontani fsicamente.
Un minuto di silenzio
- Finchè morte non ci separi -
Progetto di Francesca Catastini
24 25
Il «minuto di silenzio» è spesso una questione di
immagine etica, non a caso, per raggiungere il
massimo della sua effcacia ha bisogno di testi-
moni mediatici qualifcati che ne attestino il val-
ore. C’è sempre qualcuno a riprendere e immor-
talare questi silenzi di massa, allo stadio, durante
cerimonie uffciali e persino a scuola.
Le vite non sono tutte uguali, ciascuna ha un
peso differente, e un evento luttuoso può riuscire
come no nel pizzicare le corde del sentimento
collettivo, attirando l’attenzione morbosa o de-
cretando l’eclissi completa di fatti notevoli.
Le 2.749 vittime degli attentati al World Trade
Centre, gli oltre 70.000 morti del terremoto di
Sichuan, i 229.361 decessi a seguito dello Tsu-
nami che ha colpito l’Asia nel 2004 e i presunti
400.000 dello scontro civile ancora in corso nel
Darfur non hanno avuto una risonanza mediatica
proporzionale tra loro. Un altro fattore da consi-
derare è il momento in cui le sventure accadono.
Il cancro che ha ucciso Farrah Fawcett avrebbe
avuto probabilmente un altro valore, se non fosse
morta lo stesso giorno di Michael Jackson.
Il lutto televisivo, quando è personale, ha spesso
toni urlati. Questo aiuta ad entrare in empatia
con chi prova angoscia, senza impedirci poi di
uscire di nuovo da quel corpo e cambiare ca-
nale (un perfetto esorcismo al contrario, non è
il male ad uscire, siamo noi ad andarcene). Nel
caso di un lutto collettivo invece serve il silen-
zio. In tale circostanza infatti non viene richiesta
l’immedesimazione con i meno fortunati, lo scopo
è quello di farsi esempio di cultura civile e socia-
lizzata, in grado di esprimere cordoglio e profon-
do rispetto nei confronti di coloro che sono stati
colpiti da disgrazie.
L’identità collettiva di cui ci si avvale in queste oc-
casioni è però labile, costruita esclusivamente per
differenza. Noi siamo tali e stiamo zitti assieme
solo perché non siamo loro. Chi partecipa a ques-
to sforzo di collettività palesa spesso imbarazzo;
pose e sguardi, nei casi più riusciti, simulano
quelli di soldati sull’attenti a una parata, o di con-
triti chierichetti. Avlcuni tengono le mani giunte,
altri le intrecciano dietro la schiena, altri ancora
stanno mano destra sul cuore (o sullo stomaco,
come George W. Bush). E non si sa dove posare
gli occhi, perché non c’è niente da vedere, manca
il morto, o i simboli suoi surrogati.
Alla fne è di nuovo l’individualismo a prevalere.
I video intitolati a minute’s silence su Youtube
e i gruppi un minuto di silenzio di Facebook ne
sono la dimostrazione. Si carica un video in cui si
manifesta il proprio cordoglio e si spera che altri
ci guardino di fronte ai loro computer. Nei «gruppi
solidariteà» di Facebook i membri rappresentano
sì un insieme, ma sono facilmente distinguibili tra
loro, ciascuno con nome, foto e proflo propri. In
questo caso il «minuto di silenzio» è ancora più
concentrato e si riduce addirittura a un click. Join
this group.
26 27
BLACK SECURI TY
Progetto di Giovanna Guerrisi
Nell’arte antica, i “telamoni” erano grandi statue mas-
chili impiegate come sostegno, strutturale oltre che
artistico, di monumenti e templi. Rappresentavano, in
epoca greca, il dio Atlante, che con la forza delle sue
braccia reggeva il peso del mondo. I romani, invece,
accordavano alle popolazioni sconftte l’onere di sos-
tenere i pilastri della loro civiltà. Da fgure titaniche e
superbe, questi giganti divennero barbari sottomessi,
costretti in ginocchio a sopportare il peso dell’Impero.
A chi conosca questa storia potrebbe esser capitato
d’imbattersi, con un po’ di stupore, in questi giganti
mori proprio al giorno d’oggi, in una cornice tutt’altro
che mitica: stiamo parlando del centro di Milano.
Schiere di telamoni moderni in carne e ossa presiedo-
no infatti gli ingressi dei maggiori centri commerciali,
negozi d’abbigliamento, grandi magazzini, librerie e
music store del capoluogo lombardo. Vestiti rigorosa-
mente in abito scuro, raramente più bassi di un metro e
novanta, muscolosi e imponenti, questi “men in black”
si occupano della sicurezza dei grandi marchi commer-
ciali: presidiano gli ingressi, sorvegliano le casse, vigi-
lano sui prodotti esposti, controllano borse e zaini dei
clienti, respingono gli indesiderati. Vigilare, control-
lare, respingere. Tutte attività che, in altre circostanze,
sarebbero costretti a subire quotidianamente da parte
nostra. Perché questi giganteschi ragazzi di colore non
sono in niente dissimili dai loro connazionali senegalesi,
eritrei, somali, etiopi ecc. che affollano i C.I.E., Centri
d’Identifcazione ed Espulsione (quelli che una volta si
chiamavano C.P.T., Centri di Permanenza Temporanea)
o più semplicemente gremiscono le carceri italiane,
che sono per due terzi riempite da immigrati. Viviamo
in un paese che si vuole sempre più ossessionato dal
tema della sicurezza, che per tale motivo legittima il
Governo ad adottare misure straordinarie per preve-
nire la criminalità: nei giorni scorsi è diventato leg-
ge il famigerato “Pacchetto Sicurezza”, che prevede
in particolare misure molto restrittive in materia
d’immigrazione, a partire dall’introduzione del reato
d’immigrazione clandestina. Lo spauracchio della peri-
colosità del migrante irregolare (nonostante una sen-
tenza della Corte di Cassazione dichiari che tale con-
dizione non è di per sé “sintomatica di una pericolosità
sociale” [Sent 78/2007]) dovrebbe giustifcare uno
stato di polizia sempre più violento e repressivo, anche
se defnirlo in tal modo sarebbe riduttivo, visto il clima
da Far West che si respira oggi in Italia; con migliaia
di militari a pattugliare le strade, ronde e contro-ronde
in agguato a ogni angolo, e pubblici uffciali obbligati a
denunciare chiunque non presenti regolare permesso
di soggiorno. Le conseguenze di questo fosco quadro da
paranoia securitaria si rifettono sulle nostre abitudini
quotidiane, alimentano una paura che media e governo
ci narrano senza sosta, e che porta inesorabilmente a
isolare e respingere ogni forma di diversità, abituan-
doci al terrore e alla violenza nei confronti dell’Altro.
In una metropoli come Milano, che detiene un triste
primato per casi di razzismo, odio etnico e sadismo ur-
bano, la schizofrenia più evidente è forse rappresenta-
ta dalla presenza di questi colossi di colore, incaricati
- proprio loro che in qualsiasi altro contesto vengono
costantemente discriminati, emarginati, se non perse-
guitati a causa della loro etnia - di compiere una selezi-
one all’ingresso, di tenere lontani gli “indesiderabili”,
di escludere qualsiasi elemento di disturbo dal regno
dell’acquisto spensierato e impulsivo. Che il “progresso”
si regga sulla fatica e sulla sofferenza delle spalle dei di-
versi, degli sconftti, degli esclusi, è un fardello storico
di cui, evidentemente,
non riusciamo a fare a meno.
Testo di Emanuele Midolo
28 29
30 31
32 33
VICINI DI CASA
Progetto di Massimo Pisati
34 35
5p
4p
3p
2p
2p
pt
Abito qui da quando ho quattro anni.
Al pianterreno.
Mi ricordo quando guardavo dallo spion-
cino i vicini di casa entrare in ascensore
o nella porta di fronte alla mi
Solo adesso mi sono accorto che gli stessi
vicini di una volta non hanno mai avuto
un nome.
Li ho sempre salutati o chiamati Sig. e
Sig.ra “cognome” del campanello.
36 37
THE PERFECT
MONOMANIA
//HO TROPPA PANCIA//NON MI PIACE IL MIO NASO, È COSI GRANDE//VORREI RIFARMI IL
SENO//MI SENTO TROPPO MAGRA, SEMBRA CHE HO 12 ANNI//SONO PIENA DI CELLULITE//
MI SENTIREI MEGLIO CON UN PAIO DI CHILI IN MENO//CON QUESTA CICATRICE NON MI
METTO IL BIKINI//HO LE SMAGLIATURE SUL SEDERE//NON MI PIACE LA FORMA DEL MIO
CORPO//VORREI AVERE LE GAMBE PIU MAGRE E DEFINITE//NON MI PIACCIO//NON SONO
DA COPERTINA//NON SONO PERFETTA//NON SONO//
L’umanità perfetta è fatta di esseri umani perfetti. Perfetto. Tutto il
resto conta poco o niente. Non ci sono virtù che reggano il confronto
con un’idea di bello sempre di più simile ad una bambola gonfabile:
naso, bocca, glutei, orecchie, seno, pancia, zigomi, fanchi e polpacci
compresi. Perfetti, è ovvio. Dove stiamo andando allora? È poi così
lontano un mondo pieno di persone standard? Diffcile dare una ris-
posta secca, diffcile spiegare perché sia diventato così diffcile fare a
meno di uno specchio. Specchio. Ecco dove s’incontrano il vero “io”
e l’”io” perfetto, quello che la società decide di consacrare a modello
estetico, abitudinario, culturale. Ecco dove nasce l’ossessione di un
fsico boop! Oppure il panico causato da una smagliatura o la dipen-
denza da bisturi, la lipo-vendemmia, il gossip dalla lingua biforcuta e
depilata. Gli esperti la chiamano M-O-N-O-M-A-N-I-A D-A P-E-R-
F-E-Z-I-O-N-E. Se siete convinte che il vostro cervello non sia sodo
come quello delle vostre amiche, beh, potrebbe già essere troppo
tardi.
Difetto: La pancia.
//MONOMANIA//
//FOTOGRAFIE DI DANIELA BENEDETTI.
//TESTO DI MATTEO CAPELLI.
//MONOMANIA//
Difetto: Smagliature.
Difetto: Asimmetrie nel seno.
38 39
//MONOMANIA//
Difetto: Cicatrice//Pancia.
Difetto: Magrezza//Seno piccolo.
L’altro in let(tera)tura.
Di Jacopo Cirillo
È un periodo diffcile per l’industria editoriale: i lettori sono sempre di meno. Ed è un peccato – perché leggere è bello, fa ridere e fa pensare
– e un problema, visto che nel maliziosissimo triangolo autore-libro-letteratura sono proprio loro (i quarti incomodi, gli outsider poco consi-
derati) che, in fn dei conti, decidono. I lettori, gli altri, sono quelli indispensabili.
Diciamo che la letteratura è l’insieme dei libri (ma non è vero) e che un libro corrobora la letteratura in misura del suo “valore”. E chi decide
il valore di un libro? Di certo non l’autore, che in questo sembra non contare nulla. Verrebbe allora da parlare di sistema: in effetti il valore di
ogni libro si defnisce dalla relazione che esso ha con tutti gli altri, in un rapporto di mutua interdefnizione. Questa sembra una spiegazione
molto intelligente, da salotto letterario, ma le cose sono più complicate di così.
Viene spontaneo associare la parola valore – ancor più di questi tempi di crisi – al denaro, alla moneta. La moneta, a pensarci bene, ha in realtà
due valori: uno intrinseco, ad esempio 1 euro, e uno di scambio, ad esempio un pacco di pasta o un litro di latte.
Per circolare allora, la moneta ha bisogno di una chiusura e di un’apertura, un’immanenza e una trascendenza. Come le banche con i loro gravi
problemi di liquidità ci insegnano, la moneta deve circolare per funzionare.
Secondo l’approccio sistemico di cui si par- lava prima, i libri sono come le monete:
circolano. Sono opere aperte verso l’esterno, intertesti con gli altri libri e le altre opere cul-
turali, in un sistema, appunto, di riferimenti continui.
Hanno sì un valore intrinseco, che inizia con la prima e fnisce con la quarta di copertina,
ma si sviluppano all’esterno, fuori da sé, a con- tatto con l’enciclopedia mondiale, l’insieme
di tutti i testi e di tutte le conoscenze dell’umanità, virtuali o già attualizzate.
Se siamo d’accordo con questo, allora sia- mo anche d’accordo con l’eliminazione
dell’autore empirico dal gioco. I libri, infat- ti, sono di chi li legge, non di chi li scrive:
l’autore, producendoli, li ha in qualche modo proiettati fuori da sé e li ha regalati alla
comunità e al sistema culturale, rinunciando alla legittima paternità. È il babbo che dice
al fglio, ormai cresciuto: va’, e trovati il tuo posto nel mondo.
Ma c’è molto di più: in economia, oltre alla moneta, al mercato e le banche, c’è la borsa.
E la borsa non è altro che un discorso sull’economia, fatto da un livello “meta”
che però risulta invischiato nella dinamica economica allo stesso piano dei broker e
del denaro che effettivamente circola. Ma è la borsa, cioè i discorsi (o lo sguardo)
sull’economia, che ne sancisce le futtuazioni, creandone a tutti gli effetti il valore. È acen-
trata (nel senso che non può avere centro) e costruita sulla compravendita, dunque sulle
decisioni degli operatori.
A rigor di metafora, allora, il valore di un’opera culturale è costruito sì da i rapporti che questa intrattiene con altre opere ma anche, e soprat-
tutto, dai discorsi della comunità di lettori. Dagli altri. Da coloro cioè che hanno sempre avuto un ruolo apparentemente passivo: leggere nella
loro cameretta, da soli, e fantasticare. Ma i lettori hanno opinioni, pre-giudizi, impressioni, esagerazioni, pettegolezzi e invenzioni. L’insieme
di questi discorsi defnisce il valore dei libri.
L’esempio estremo, in cui i discorsi sulla letteratura, oltre a costituirla la eccedono, è Il giro del mondo in 80 giorni. Un piccolo sondaggio in feri
mi dimostra quotidianamente che tutti quelli che non lo hanno letto – o l’hanno letto in gioventù – sono convinti che il mezzo principale di
Phileas Fogg per vincere la sua incredibile scommessa sia la mongolfera. Lo credono tutti. Ma non è vero. La mongolfera viene citata, mar-
ginalmente, solo una volta – per dileggio – e nessuno la prende mai in considerazione come mezzo di trasporto effcace. In effetti, come si
fa a circumnavigare il globo in meno di tre mesi con una mongolfera? Suvvia.
Ma questo libro è così bello, questo libro è grande letteratura, anche perché la banalità dei treni e delle navi viene oscurata dal fascino della
mongolfera. Che, pur assente nel libro, è presente e fondamentale nei discorsi sul libro. Dunque, è come se ci fosse sempre stata (non a caso
è parte integrante dell’iconografa del romanzo, è disegnata nelle copertine per esempio).
Ecco il ribaltamento: il libro e il suo valore sono defniti da coloro che, solitamente, vengono considerati passivi nella dinamica culturale, quelli
cioè che leggono. Più che la scrittura, è la lettura l’atto creativo. E la letteratura non è fatta dai libri ma dai discorsi sui libri. I discorsi degli altri
che, in ultima analisi, sono gli unici che possono permettersi di dire qualcosa.
“Menino vanto altri delle pagine che hanno scritte; il mio orgoglio sta in quelle che ho lette”.
Jorge Luis Borges
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Appunti Agosto 2009.
Nella valle della Daunia il sole picchia incessante, sempit-
erno. Tutto il giorno un opprimente caldo liquefa il paesag-
gio, prende la gola e il senso di soffocamento amplifca
l’immagine irreale di una pianura desolata.
Una distesa immensa di pomodori oramai maturi per la
raccolta. L’oro rosso.
Alle quattro e trenta del mattino frotte di stagionali emergo-
no dai ghetti, come ogni dannato giorno, per raggiungere i
campi dove resteranno le successive 12 ore, tempo neces-
Scaricati in immondi alloggi-dormitorio, favelas nel pieno
stomaco della raggiante Europa, stanno in baracche in
aperta campagna, lontani dal respiro del mondo. Uno
squallido soggiorno nella speranza che arcigni caporali li
reclutino per una giornata di lavoro, non sempre garantita.
Vivono in questi campi “d’accoglienza” in condizioni miser-
evoli, senz’acqua potabile e senza elettricità; non godono
d’assistenza sanitaria alcuna e di nessun altro banale
diritto, quotidianamente esposti ad azioni violente ed intol-
leranti.
Non disponendo punto di servizi igienici, espletano i loro
sario a colmare fle estenuanti di cassoni.
La misera paga è sancita a cottimo: 3 euro per ogni cas-
sone da 300 kg; se le forze li assistono, se il tempo è cle-
mente possono strappare 36 euro al giorno al lordo del
costo di trasporto trattenuto dai caporali.
Durante l’orario di lavoro è loro concesso pure il pranzo:
2,50 euro per un panino e una scatoletta di tonno.
Arrivano da Marocco, Tunisia, Togo, Costa d’Avorio, Mali,
Burkina Fasu, Senegal, ma anche da Polonia, Romania,
Albania.
bisogni fsiologici nella stessa terra su cui la notte riposano
le ossa, adagiati su cartoni putrescenti o nella migliore
delle ipotesi tutti ammucchiati su un unico, deplorevole
materasso.
Salendo da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fn oltre
San Severo, una visione generalizzata di povertà depri-
mente e di esclusione sociale.
Quest’anno il ghetto di Rignano Scalo (FG), causa ritardo
raccolta, denuncia presenze raddoppiate: migliaia di poveri
cristi ammassati in baracche di legno, strutture fatiscenti
costruite con rifuti di materiale raccattato alla peggio, sen-
IL PREZZO DELL’ORO ROssO
“La vie est un combat que nous devons combattre”
Progetto di Michela Frontino
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za infssi e serramenti, con muri e tetti pericolanti, pareti
sventrate. Sulla parete sudicia di un ex-magazzino, una
scritta: “La vie est un combat que nous devons combattre”.
Un totale nel 2009 di oltre 80.000 stagionali impiegati in
lavori usuranti nelle campagne del Sud Italia; solo nel 2001
erano meno di 20.000.
Corpi che raggiungono il nostro amato BelPaese abbagliati
dal miraggio di un benessere udito nei passaparola delle
tristi notti senza pane delle terre natie, e che fniscono
schiavi di un bieco e sordido proftto.
Anche oggi il sole batte duro sulla valle. La sterminata pia-
nura risplende d’oro e di rosso.
Dall’alto però solo schiene nude ricurve, spesso dalla pelle
marrone, senza volto e gobbe sulle piante di pomodoro.
Che nemmeno mangeranno…
Testo di Michela Frontino & Giuseppe Pizzola
p. 40. Accampamento – Lesina (FG)
p. 41. Ghetto – Rignano Scalo (FG)
p. 42. Ghetto – Rignano Scalo (FG)
p. 43. Ghetto – Rignano Scalo (FG)
p. 44-45. Ghetto - Rignano Scalo (FG)
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Make over them
Di Mónica Mérigo Salado
Regole del gioco:
Osserva le due fgure. Prendi delle forbicine con la punta arroton-
data e ritaglia lungo il perimetro dei corpi. Nelle pagine seguenti
troverai gli abiti con i quali potrai vestire i tuoi personaggi. Adesso
ritaglia le immagini dei vestiti, avendo cura delle linguette. Fatto
questo puoi iniziare a giocare! Scegli quale abito fare indossare
ai protagonisti delle tue storie: poggia il vestito sulla sagoma del
corpo e piega le linguette per fssare bene i vestiti!
Buon pregiudizio!
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_brasile _cuba _italia
Il n.i.e. è la reifcazione dei valori politici europei, ma in
Spagna.
Devi avere un “visto” (cioè il permesso di soggiorno)
per avere il n.i.e.
Nel caso dei cittadini europei questo permesso è valida-
to dall’Unione Europea (accordo di Shengen di 1984).

In Spagna la situazione è particolare soprattutto con
cittadini latinoamericani, flippini e persone d’origine
ebraico-sefardita, molti dei quali hanno il diritto di lib-
era circolazione senza permesso di soggiorno per tre
mesi.
Ma per avere il permesso di soggiorno (sia per lavo-
rare sia per studiare) bisogna richiederlo nel proprio
paese.
Con il resto dei paesi non europei la situazione é più
o meno uguale, ma senza il vantaggio della libera cir-
colazione per tre mesi.

Un esempio: il Messico non darà mai la nazionalità mes-
sicana ad una donna straniera, a meno che non vada
in Messico, ci viva per dieci anni, e poi chieda (sempre
sposata con un cittadino messicano) la nazionalità.
in Italia per una coppia composta da un cittadino ital-
iano e uno straniero, si può richiedere la nazionalità
italiana, se si vive in Italia dopo sei mesi; se non si vive
in Italia, dopo tre anni.
In Spagna un cittadino latinoamericano può chiedere la
nazionalità dopo due anni che vi ha vissuto, e dopo un
anno se è sposato con un cittadino spagnolo.
questo senza contare l’assistenza sanitaria universale
per tutte le persone che abbiano un n.i.e., e molte volte,
anche per quelli che non ce l’hanno, infatti a Barcellona
è suffciente essere “empadronado” (ossia domiciliato).

Il n.i.e., credo sia una cosa buona, e che fa parte dello
spirito europeo.
Il n.i.e., almeno per i cittadini dell’unione europea, cerca
di congiurare l’ideologia fanatica dell’identità che era
stato motivo di “confronto” in Europa per secoli.
Nel momento in cui la fanatica e identitaria Spagna si
apre all’ Europa e da diritti estesi a francesi, tedeschi,
italiani, ecc., rinuncia di fatto alla giurisdizione identi-
taria.
N.I.E.
(numero de identidad de estranjero)
Fotografe di Viola Varotto
LE FOTO RICORDO DI YALTA
Di Saverio Pesapane
A Yalta, in Crimea, in una stanza ottocentesca tre cor-
tigiane posano sorridenti.
Qualcuno scatta una foto. È il 22 agosto 2009.
Se allarghiamo il nostro campo visivo ci accorgiamo che
la stanza non è altro che un set fotografco costruito
sul lungomare invaso da turisti russi che dalla fne della
seconda guerra mondiale hanno scelto questa regione
come luogo di vacanza. Alla destra della stanza otto-
centesca troviamo il set ambientato nell’america anni
60, quello fantascientifco ispirato a Star Trek, quello
dello sbarco sulla luna e a seguire un’altra ventina di
scenari, ognuno naturalmente con gli abiti a tema da
indossare, tutto per una indimenticabile foto ricordo
fatta in Crimea ma ambientata in un altro tempo e in
un altro luogo.
A tre chilometi ad ovest di Yalta c’è il palazzo di Liva-
dia, che fu costruito su richiesta dello zar Nicola II da
Nikolay Krasnov, architetto in voga a Yalta all’inizio del
ventesimo secolo. Nicola II, tornato dal suo viaggio ita-
liano del 1909 durante il quale apprezzò l’architettura
rinascimentale illustratagli da Vittorio Emanuele III,
chiese a Krasnov un palazzo in stile neorinascimen-
tale, con una serie di ambienti diversi, tra cui il “patio
Arabo”, la “torre Fiorentina”, un portico in marmo di
Carrara, e il “patio Italiano”, con una logica associativa
non molto distante da quella dei set fotografci che oggi
popolano il lungomare cittadino.
Proprio nel patio Italiano fu scattata, nei giorni tra il 4
e l’11 febbraio 1945, una celebre foto ricordo. Frank-
lin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin
posano per un anonimo fotografo facendosi immorta-
lare in un’immagine che da sola racconta le tre anime
profondamente diverse dei paesi che si apprestavano
ad uscire vittoriosi della guerra, e a decidere i destini
dell’umanità.
A guerra ancora in corso ma vicina alla conclusione, nel
secondo e più importante incontro di un ciclo di 3 con-
ferenze, i tre capi di stato gettarono le basi per il futuro
assetto del mondo, e per la creazione dei due blocchi
contrapposti che avrebbero dominato l’ordine mondiale
per i successivi 45 anni. Per tutti questi nove lustri
ognuna delle due metà del mondo, a causa della man-
canza di informazioni e comunicazione in entrata e
in uscita dall’ Unione Sovietica, seppe molto poco
dell’altra.
Per decenni, per noi occidentali, gli abitanti del blocco
sovietico sono stati “gli altri”.
Per decenni, per i cittadini dell’Unione Sovietica, gli oc-
cidentali sono stati “gli altri”.
Cos’è successo oggi, a quasi vent’anni dal crollo
dell’impero, alle persone che vivono in quei luoghi? In
che modo il loro rapporto con il mondo occidentale è
cambiato?
Proprio dalla Crimea, che fa parte di una delle prime re-
pubbliche dichiaratasi indipendente dall’USSR, ma che
è stato il territorio più conteso tra la Russia e l’Ucraina
nel processo di indipendenza, e che rimane la regione
più autenticamente russa della nazione, si ha un os-
servatorio privilegiato di quello che oggi è l’ex impero
sovietico, e del suo rapporto con “gli altri”, con quella
cultura occidentale che per anni è stata scrutata solo
attraverso l’occhio dell’informazione di stato. Yalta, che
rimane un luogo di villeggiatura estremamente popo-
lare per i russi, è oggi una sorta di contenitore di tutti
gli eccessi della Russia post-comunista.
Gli enormi scheletri dei residence in costruzione sulla
costa; la devastante campagna di speculazione edilizia
in attuazione su tutta la penisola; i giganteschi cartel-
loni pubblicitari che mostrano il volto futuro della costa
con i nuovi manufatti degni delle peggiori costruzioni
della Dubai contemporanea; gli alberghi di lusso del
lungomare, con all’ingresso fle di Hummer, Mercedes,
Bentley, tutte rigorosamente con vetri oscurati e per-
sonalizzazioni luminescenti; l’incredibile quantità di
gioielli che le donne sfoggiano in spiaggia: tutto questo
ci racconta il desiderio feroce di esprimere la propria
diversità di quella piccola parte di popolazione che è
riuscita ad approfttare della fne del regime, quando
ogni regola scomparve e il paese fu “regalato” ai nuovi
oligarchi, per arricchirsi, per emanciparsi da decenni di
egualitarismo, per diventare come “gli altri”.
Questo tentativo di emulazione del popolo sovietico è
evidente in tutto l’ex impero, dagli adolescenti che sul
lungofume di Yekaterinburg si riuniscono la domenica
pomeriggio per fare acrobazie sulle bmx e sugli skate-
board, alla gara canora che annualmente si ripete
ad Aral, dove una comunità di pescatori che ha visto
scomparire in poco più di 40 anni il lago che gli con-
sentiva di vivere si impegna annualmente nel deserto
in una esibizione con canzoni pop anglosassoni, fno ai
giganteschi fuoristrada Hummer usati dai nuovi ricchi di
Mosca per muoversi in città.
L’ impero ha affrontato il suo processo di cambiamento,
e per la maggioranza degli abitanti dell’ex Unione Sovi-
etica le condizioni di vita non sono migliorate, mentre
i loro riferimenti culturali sono scomparsi. Oggi in Rus-
sia per la gran parte della popolazione “gli altri” sono i
nuovi ricchi, una categoria che esibisce la propria diver-
sità e che viene scrutata, ammirata e invidiata.
Come sul lungomare di Yalta, con le famiglie che
passeggiando ammirano le luccicanti automobili
parcheggiate sul lungomare, e che poi si travestono da
cortigiani per una foto ricordo.
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_costa rica _inghilterra _pakistan _israele _italia _germania
_andorra _afghanistan _finlandia _spagna _bangladesh _sri lanka
_india _armenia _argentina _cina _marocco _uruguay
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immota manet
Andrea Kunkl
Giuseppe Fanizza
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REBECCA progetto di Fabrizio Bellomo
“in questo siamo noi ora…
…in questo invece siamo noi come vorremmo essere”
Rebecca Covaciu, artista rom tredicenne.
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Uploaded from You Tube:
iranian mobile phone protest
Un progetto di Giovanni Scotti in collaborazione con Tara Kaboli
Teheran 12 giugno 2009: quello che doveva essere un momento di gioia,
un motivo di festa – la vittoria elettorale ormai certa del leader democratico
Mir-Hossein Mousavi – si è trasformato in una delle pagine più nere della storia
dell’Iran. In un vero e proprio bagno di sangue.
Il popolo iraniano reagisce alla rielezione di Ahmadinejad
alla presidenza della Repubblica Islamica dell’ Iran,
accusando il “sistema” di corruzione;
l’ipotesi del broglio elettorale diventa una certezza.
A migliaia, in particolare giovani e giovanissimi,
si riversano nelle piazze e nelle strade,
vogliono solo difendere e far valere i loro diritti, pacifcamente.
È il massacro.
They say: Down with America
People shout: Down with Russia
They say: Down with England
People shout: Down with Russia
They say: Our Blood is dedicated to our leader
People shout: Our blood is dedicated to our people
Russia, shame on you
Leave my country in peace

They still shout “God is great”...
Sono un po’ avverso al progresso. Soprattutto a quello tecnologico, digitale. Mi spaven-
ta molto. Tutti i nostri passi stanno avanzando verso una pericolosa virtualizzazione
della realtà. Ai quali corrisponde un’inesorabile marcia indietro dal nucleo autentico
della vita. Dal suo attrito. Soprattutto oggi: che la vita si ostenta nei suoi momenti più
trionfali nelle sequenze di scatti patinati sulle pagine Facebook. Si ghiaccia. Come in
preda ad un’ansia collettiva di prestazione.
Queste rivoluzioni comunicative, iniziate con gli sms e conclusesi sulle pagine dei
vari social network (c’è ancora spazio per un prossimo passo?) sono complementari
all’involuzione della conoscenza. Quella vera: che riassume tutti i nostri sensi. In primis,
quello tattile. E innalzano muri tra gli interlocutori.
Ma ora mi arrendo. Perchè la Storia, ancora una volta, si è comportata con quelli come
me (un po’ passatisti, diciamolo) come l’onda anomala con le palme e gli ombrelloni da
spiaggia. Come la fne del Novecento con il muro di Berlino. In questo futuro la rivoluzi-
one non cessa d’esistere, ma sembra piovere dall’alto. Piove da quei veicoli comunica-
tivi inventati in primo luogo per controllarci. In un processo di elisione quasi disarman-
te. In un diluvio di urla insanguinate.
[Luca Ottolenghi – giornalista
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After 30 years of desperation, the people of Iran decided to change
their destiny. It was the residency elections. One week before that
dark day, the people were in the streets, chanting slogans and poetry
all about the hope of brighter days. They had danced and celebrated
their decision, and had shown how united they are... But they did not
know that the sad, ugly and disgraceful clouds of the devils are coming
to cover the horizons of their tragic and unknown future. They voted.
They went home. They got betrayed. The next morning once again they
were in the streets, not for celebrating their triumph but this time to
rage against the demons gate. This time to change their history.
This story is all about “resistance”. Resistance against those who have
stolen your basic rights & liberty. Those who humiliate you every day &
everywhere, those who want to control every detail of your life, those
who treat you like criminals, in the schools, streets, universities, homes.
Every breath of this story is about vice & virtue. It’s time to raise up and
fght for knocking out the demons and take back “hope”. Time to say
“Don’t get scared, we are all together”.
[Tara Kaboli]
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Progetto di Priscilla Lewis Stewart
Vorrei mostrare come nella rappresentazione dei migranti in tv c´è sempre una tendenza alla drammatizzazi-
one e alla spettacolarizzazione dell’informazione. I migranti sono raffgurati attraverso stereotipi, più come
rappresentanti di una categoria che come individui. I media aiutano a rafforzare quest’idea, fornendo una rap-
presentazione distorta della realtà sociale.
Ho scelto il programma “La valigia con lo spago” perché da un lato è un programma di tipo giornalistico che
affronta il tema migratorio in Europa, dall’altro usa gli stessi stereotipi che si trovano nelle fction (montag-
gio per esempio). Penso che in questo modo non si riesca ad approfondire veramente il tema, bensì si rafforzi
l’idea dell’altro come diverso.
Informazioni sul programma (dal sito della Rai):
“La valigia con lo spago” ci pone di fronte a interrogativi che spesso si affacciano alla nostra mente e che noi
non vogliamo ascoltare: il fenomeno migratorio, che noi europei abbiamo vissuto in prima persona, è un fenom-
eno estremamente attuale. Non possiamo fngere che non esista, solo accorgerci che l’altro c’è e sta vivendo
un dramma di cui noi siamo parte.
¨La valigia con lo spago”- Rai Uno
20/07/09 ore 23
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«Mamme!». Così una mattina A. urla per ottenere
l’attenzione di entrambe le madri.
Era il secondo giorno che entravo in quella casa,
il primo che fotografavo. Ho fatto ingresso in un
mondo che non conoscevo, una dimensione che
non mi appartiene, eppure sapeva di casa.
Altro: «come diverso, differente da persona o cosa
già indicata»*. [*De Mauro, Il dizionario della lin-
gua italiana, Paravia online.] Quindi altro come
qualcosa che, semplicemente, è diversa da noi e
che, spesso, non si conosce. Ho così provato a co-
noscere qualcosa a me non nota.
Una storia nuova, altra. C’erano una volta una don-
na e una donna. È comunque una storia, la loro.
Con personaggi e vicende non dissimili da tante
altre storie.
Sono entrata in quella casa con la timidezza e
l’impaccio che mi contraddistinguono. Sono stata
accolta secondo le migliori tradizioni dell’ospitalità.
Il mio obiettivo non è mai stato per loro una bar-
riera, anzi, come un piccolo ponte tra loro e altri
ancora. Quegli altri che giudicano senza conoscere.
Per alcuni potrebbe essere addirittura stupefacente
scoprire che anche loro facciano la spesa o che
usino la Moka come tutte le madri del mondo.
Ho scoperto un calore umano e una normalità che,
spesso, in famiglie “tradizionali” non si trovano.
mamme
progetto di Michela Battaglia
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NEW YORK CITY TO mAPPATELLA BEACH
Di Francesco Zanot
La fotografa di cronaca (nera) è sempre l’espressione di un
ritardo. Prende avvio dalla frustrazione per non avere potuto
assistere allo svolgersi degli eventi, ma concede la possibil-
ità di contemplarne i resti senza fretta. Le vittime di ogni tipo
e quantità di violenza sono protagoniste indiscusse di ques-
to genere fotografco e la loro alterità è la chiave del suo
successo. E’ lo stesso principio del voyeurismo: il piacere
deriva dall’atto di guardare e dalla consapevolezza del fatto
che ciò che si vede sia accaduto (o accada) ad “altri”. La
fotografa di cronaca nera consente di spiare dal buco della
serratura ciò che avviene spesso al di là della nostra pos-
sibilità di vedere.
Tuttavia sulla scena delle tragedie che i fotograf immortalano
accade talvolta che vi siano degli spettatori. Sono anch’essi
“altri” all’interno di questo immaginario, sullo sfondo delle
vittime-protagoniste. Raramente concentriamo il nostro
sguardo su di loro, a meno che il fotografo non decida im-
prudentemente di escludere tutto il resto dal suo campo di
ripresa, come ha fatto Weegee affancando in Naked City
l’immancabile primo piano del morto ammazzato con uno
straordinario ritratto collettivo in cui è raccolto un vorticoso
campionario delle pulsioni umane, oppure quando sono le
parole nella didascalia a farci scavalcare cadaveri e feriti.
Questo accade sulla prima pagina del Corriere della Sera
del 31 luglio 2009. Al centro, una fotografa a colori mostra la
sagoma, distesa sotto a un ombrellone, di un uomo annega-
to. Più sotto, le parole del giornalista spostano l’attenzione
verso coloro che gli stanno intorno, intenti a proseguire
indifferenti le tipiche pratiche da spiaggia: fare un bagno
nel mare, prendere il sole, contemplare l’orizzonte. Viene
voglia di guardare in faccia ognuno fra quelli che compaiono
nell’inquadratura, da pochi passi, ma il reporter non si è av-
vicinato abbastanza, restituendo esclusivamente una vista
d’insieme di questa folla inerte. Riferendosi alla fotografa di
Weegee, John Szarkowski scriveva che il fotografo “aveva
imparato con l’esperienza che il pubblico era spesso tanto
terrifcante quanto l’evento cui si rivolgeva”.
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A Mosca ci sono almeno tre o quattro punti in cui non è possibile andare
avanti sen¬za quella particolare strategia fatta di spintoni e mosse serpen-
tine della cui tecnica ci si impadronisce nella pri¬ma settimana (contem-
poraneamente a quella di destreg¬giarsi sul ghiaccio),…Ma quale esuber-
anza ha qui la strada, gonfa non solo di gente; e com’è morta e vuota, al
confronto, Berlino! A Mosca la merce trabocca dappertutto fuori dalle case:
è appoggiata alle siepi, è appesa agli stecca¬ti, è stesa sul selciato. Ogni cin-
quanta passi ci sono don¬ne con sigarette o con frutta o dolciumi,…Vien da
pensare a una nonna che prima di usci¬re di casa si sia guardata intorno
alla ricerca di un’inf¬nità di cose con cui fare una sorpresa ai nipotini. E
ora si ferma per la strada, in piedi, per riposarsi un po’,…
…, L’occhio è di gran lunga più occupato dell’orecchio. I colori acqui¬stano,
sullo sfondo bianco, un’intensità estrema,…Tutti i gior¬ni è come se ci si pre-
parasse per una festa di bambini. Ci sono uomini che hanno le ceste piene di
giocattoli di legno, carretti e pale; i carretti sono gialli e rossi, gialle o rosse
sono le palette dei bambini. Tutti questi attrez¬zi intagliati e squadrati sono
più semplici e più resisten¬ti che in Germania, la loro provenienza contadi-
na salta subito all’occhio,…
…, Tutto però qui si svolge in sordina; nessuna traccia delle grida imboni-
trici, consuete a tutti gli am¬bulanti del Sud. I venditori si rivolgono ai pas-
santi piut¬tosto con perorazioni contenute se non addirittura som¬messe,
in cui c’è qualcosa dell’umiltà del questuante,…Il commercio ambulante è
per lo più illegale, e quindi evita di esibirsi. Delle donne - la mano aperta che
regge su di uno strato di paglia un pez¬zo di carne cruda, un pollo, un pro-
sciutto - stan li in piedi e li offrono ai passanti,…Il commercio ambulante
è più che mai intenso nei grandi mercati, al¬la Smolenskaja e all’Arbat. E
nella Sucharevskaja,…
Di posti a sedere neanche l’ombra: tutti stanno in piedi, ciarlano e traffca-
no. Qui si manifesta la fun¬zione architettonica della merce: panni e stoffe
forma¬no pilastri e colonne; scarpe, valenki, appesi in fla a dei cordoni
sopra il banco, fniscono per crearvi sopra un baldacchino; grandi garmoski
(fsarmoniche) formano delle pareti sonore, capaci di canto come la statua
di Memnone…,
Ogni pensiero, ogni giornata e ogni esistenza è, in Russia, come esposta
sul tavolo di un laboratorio,...Questo sorprendente, incessante processo
di riorganizzazione - qui lo chiamano «remont» - non ri¬guarda solo
Mosca, ma la Russia intera. Questa diffusa passione racchiude tanto una
ingenua volontà di miglio¬ramento, quanto una inesauribile curiosità e
giocosità. Niente caratterizza di più la Russia d’oggi. Il paese si sente mo-
bilitato giorno e notte, in primo luogo ovvia¬mente il Partito. È veramente
così: ciò che distingue il bol¬scevico, il comunista russo, dai suoi compagni
dell’Oc¬cidente è proprio questa incondizionata disponibilità al cambia-
mento. La sua base esistenziale è talmente ristretta, da renderlo pronto a
ricominciare daccapo anno per anno.
1
1
Walter Benjamin, Mosca in Immagini di Città, trad.it. di M.Bertolini, Ein-
audi Editore, Torino, 2007, pp. 17-29
[ed.orig. Moskau, Stadtebilder, Suhrkamp, Frankfurt, 1963]
EQUILIBRIO
Progetto di Valentina Maggi
Fotografe di Andrea Kunkl
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Visitando la “fera dell’est” ⎯ così è comunemente chiamato lo spazio
milanese in cui si riuniscono persone di provenienza moldava,
ucraina, russa e rumena ⎯ è possibile riconoscere alcuni aspetti della
vita di Mosca descritta da Walter Benjamin in “Immagini di città”.
Passeggiando per la fera siamo in grado di riconoscere l’attitudine
raccontata da Benjamin alla vita di strada, all’esercizio delle più
svariate professioni al di fuori degli spazi commerciali e alla ven-
dita auto-organizzata di prodotti che si trasforma facilmente in festa
partecipata in sordina. Ritroviamo i piccoli giocattoli in legno tipici
della tradizione dell’est Europa, immagini sacre e sacchettini di cibo
venduti da donne che sostano in piedi, offrendoli e presentandoli con
le mani protratte verso i passanti.
Lo spazio cittadino milanese, al pari delle grandi metropoli europee si
identifca sempre più come un grande melting pot.
Cambiano così le esigenze della comunità e con esse le strategie di
utilizzo dello spazio urbano che diventa teatro dei luoghi natii, ricordo
di una casa ormai lontana.
Si può ipotizzare una pericolosa generalizzazione suddividendo per
categorie di spazi le differenti etnie. Esistono luoghi di preghiera,
luoghi di scambio merci, quartieri ad alta prevalenza di una sola
etnia, luoghi di svago e incontro o semplicemente mercati tematici
in cui acquistare prodotti provenienti da uno specifco paese. Rimane
un unico denominatore comune: la suddivisione di volta in volta in
comunità della medesima nazionalità.
Esaminando con cura, nel tentativo di superare il fascino dell’esotico
e la pericolosità degli stereotipi, si dedica agli spazi menzionati la
giusta attenzione. Diviene così possibile percepire e ipotizzare un
tentativo, un bisogno o un’attitudine, da parte dell’emigrante a
ricreare la propria tradizione, parte delle personali consuetudini e
delle proprie radici. Si tratta forse di “illusioni” realizzate attraverso
i semplici oggetti del quotidiano, attraverso la preghiera di gruppo,
la frequentazione di connazionali e grazie alla conservazione delle
proprie abitudini.
Il sabato e la domenica alcuni parchi cittadini si trasformano. Sono
divenuti da tempo sede di incontro per persone provenienti dal Suda-
merica e dalle Filippine. Il parco Strozzi, un piccolo ritaglio di verde
in un quartiere abbastanza periferico di Milano, è frequentato da
circa sette anni da una comunità di ecuadoriani. Ogni sabato pomer-
iggio intere famiglie si incontrano per mangiare cibo tradizionale
dell’Ecuador e sfdarsi nel gioco del volley ecuadoriano, un particolare
tipo di pallavolo giocata da due squadre composte da tre giocatori.
Il mercato islamico si svolge la domenica nel parcheggio della met-
ropolitana di S.Donato. È nato tempo fa come fera dell’antiquariato,
oggi si presenta come un luogo molto particolare.
Ogni settimana persone di origine per lo più marocchina si ritrovano
in questo spazio, lo stesso che è divenuto col tempo la riproposizione
rivisitata per mezzo dell’esportazione del tipico suq islamico.
Come accade in Marocco, il suq di Milano ha cadenza settimanale, le
persone vi si recano non solo per acquistare ogni genere di oggetto
ma anche per incontrarsi, mangiare insieme e bere del tè alla menta.
Come avviene nei suq odierni ⎯ quando non vi è la necessità di in-
cantare il turista ⎯ i prodotti venduti provengono dall’industria occi-
dentale e si possono acquistare a seguito di una trattazione.
In via Paolo Sarpi si trova il quartiere cinese, spesso oggetto di polem-
iche al soglia dell’intolleranza.
La Cina è un paese che proviene da un forte e vertiginoso sviluppo
economico e la popolazione cinese si è formata in un clima socio-cul-
turale che educa alla crescita industriale.
Percorrendo le vie del quartiere cinese a Milano ⎯ così come accade
nei quartieri cinesi di molte città del mondo ⎯ si percepisce la mede-
sima inclinazione allo scambio economico, colti da un susseguirsi di
attività commerciali di matrice cinese.
Il quartiere ebraico che comprende via San Gimignano, Arzaga e Mon-
tecuccoli ha caratteristiche differenti. La comunità ebraica è presente
in Italia da varie generazioni, per cui è oramai notevolmente inte-
grata, in equilibrio con la città. Scuole ebraiche e luoghi di preghiera
realizzano per queste persone una personale armonia e un punto di
unione con le antiche radici.
In tutti i luoghi menzionati si può riscontrare la stessa propensione
alla conservazione di una propria identità socio-culturale, tipica di chi
è stato spinto ad allontanarsi dal proprio paese da uno stato di neces-
sità.
Osservando con lo sguardo attento e disincantato di chi non cerca il
“pittoresco” a ogni costo, si percorrono i contrasti e i paradossi dei
luoghi raccontati e si evince la voglia di guardare avanti, ma senza ri-
nunciare alle proprie certezze, nella ricerca di un costante equilibrio.
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