Gabriele d'Annunzio Forse che sì forse che no Libro primo - Forse - rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro

il vento ero ico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio ora argentino come i salici della pianura fuggente. - Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate, Isabella : non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi brutale, un'offesa atro ce al corpo e all'anima, un disconoscimento inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore, Isabella. Che volete voi fare di me? Volete ren dermi ancor più disperato e più folle? - Forse - rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo pareva conf ondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo cappello a guisa d'elmetto intessu to d'una paglia larga e forte come trucioli di frassino. - Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste voi guard arlo senza vergognarvi? - Non lo guardo. - Mi amate? - Non so. - Vi prendete gioco di me? - Tutto è gioco. Il furore gonfiò il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa macchina pr ecipitosa, che correva l'antica strada romana con un rombo guerresco simile al r ullo d'un vasto tamburo metallico. - Siete capace di metter la vita per ultima posta? - Capace di tutto. Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del sorriso form idabile come il baleno di un'arme a doppio taglio. Con la destra il furibondo af ferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore d'una gara mortale, sentì pulsare ne l suo proprio cuore la violenza del congegno esatto. Il vento gli mozzava le par ole su le labbra arsicce. - Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio. - Sì. - Posso distruggerla. - Sì. - Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le pietre, f are di voi e di me un solo mucchio sanguinoso. - Sì. Protesa, ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e di volu ttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si rinforzavano, balzavano; l'un o contro l'altro parevano ardere ed esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo cofano. - La morte, la morte! Non sbigottita ma ebra ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano, ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava nella spera convess a del rame il capo rimpicciolito, ingrossato il basso del corpo, la mano sinistr a enorme su la guida dello sterzo. Percotendo il sole nella spera, il fuoco divo rava la faccia; e dell'imagine allora non appariva a lei se non il mostruoso tor ace decapitato e il pugno gigantesco nel guanto rossastro. - Mi tenterai e mi deluderai ancora? - Forse. - Vedi quel carro, laggiù? - Lo vedo. Le parole erano come faville fulminee, che si partissero non dalla bocca senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le mesceva all'im menso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa. Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.

- Chiudi gli occhi, dammi le labbra. - No. - Mordimi, e chiudi gli occhi. - No. - Moriamo. - Eccomi. Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la distruzione la v oluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si confusero. La donna era separata sul suo sed ile, né sfiorava pur col gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pu gni dominatori non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli omeri squassandola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il palpito della creatura ag ognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda, avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido. - Non temi? - Non temo. Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse, divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il guizzo delle rondini vive che schivavano il cofano pieno di fremito. E non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non mai nel suo letto non mai nel suo bagno non mai davanti al suo specchio: le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari crocifissi d'argento levi gate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo talare; le piccole mammelle sul petto largo come il petto del le Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde, che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita co me una ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti flosci le magre mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle palme; e tutto il calore diffu so sotto la pelle come una stagione dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odo re profondo. "No, non moriamo. Il cuore ti trema. Il tuo furore è vano. Godi e soffri di me. N on sono mai stata così forte e così desiderabile." I suoi pensieri nascevano dal suo brivido. Ed ella portava sotto le due ali bas se il suo viso di dèmone non come una maschera di carne ma come la sommità stessa de lla sua anima accesa nel vento sonoro e velata di fallacia. - Isabella! Isabella! Simile al cavallo nervoso che sente dinanzi all'ostacolo mancare il coraggio de l cavaliere ed è certo che non andrà dall'altra parte, ella sentiva l'esitazione nei pugni del guidatore; e già misurava con l'occhio lo spazio tra il carro e il cana le ove le ninfee biancheggiavano. Un grido involontario le sfuggì quando una rondi ne urtò contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi. - Paura? - Per la rondine. - Vuoi? - Sia. - Isabella! Allora ella guardò il viso raso del compagno, non nella spera di rame ma nel romb o del pericolo al suo fianco: il viso bronzino, disseccato e indurito su le ossa evidenti, chiuso fino al mento come da una sorta di camaglio, onde sporgeva car nosa la bocca quasi fosse gonfia di sete e di disperazione. Poi guardò innanzi a sé. Subitamente l'orrore le arrestò il palpito; ché il carro era là, carico di tronchi im mani che si protendevano oltre le corna delle due coppie di buoi aggiogate. L'ul timo battito delle palpebre afferrò netta la forma degli strati legnosi nel taglio dei fusti. Poi ella chiuse gli occhi: fu scossa dalla violenza dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lugubre come se la macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate. Aprì gli occhi: qualcosa di verde di candido di fresco

le entrò nelle pupille. La macchina correva, muggendo dalla sua sirena, lungo il margine erboso del canale ove le ninfee galleggiavano innumerevoli. Dietro, il v ortice della polvere nascondeva il passo della morte. E un repentino riso stride tte per entro l'ondeggiamento del velo, sotto le ali dell'elmetto, su la faccia incolume e invitta. Era un riso involontario, un convulso riso femineo, che le riempiva di lacrime il cavo degli occhi, la piegava a mezzo del corpo e pareva fosse per spezzarla i n ogni sussulto. Ma ella diede alla sua debolezza e al suo male l'apparenza dell o scherno vittorioso. - La morte! La morte! - singhiozzò nella gola stridula. - L'ultima posta! Avete u cciso una rondine e prestato un muggito di spavento a quattro buoi troppo placid i. Ella non poteva domare quel riso che le si partiva dalle viscere, dal più profond o di sé, dall'ignoto abisso della sua sostanza, con un suono inimitabile che pur s embrava falso alla sua anima e a quella di chi l'udiva. E il compagno taceva, se nza guardarla, oppresso da un'angoscia annodata come un rancore inerte, che gli impediva di raccogliere l'irrisione e di volgerla in lieve allegrezza. - Tutto è gioco - disse. Moderava la corsa. Ora la strada era solitaria; e tutta la pianura in quel punt o era una solitudine lontana come una ricordanza musicale, fatta di segni e d'in tervalli costanti; ché gli argini verdi e sovr'essi le pallide vie diritte, e i ca nali molli, i filari di salci di pioppi di gelsi, tutte le linee consentivano a quella dell'orizzonte, in concorde lentezza si prolungavano verso l'infinito. E il regno era del cielo inoccupato; ché qualcosa d'aereo, per tante quiete acque sp ecchianti, alleviava la terra come i grandi occhi alleviano il volto umano. Sopra la pulsazione del motore e sopra il riso della donna, che parevan salire dalla stessa meccanica inconsapevolezza, egli percepiva il silenzio senza confin e. E da quella chiara libertà del cielo sgombro, e da tutte quelle bianche liste r icorrenti per la verdura, e dal balenare delle rondini sul fiso sguardo degli st agni, gli si compose l'imagine del suo volo. E imaginò di condurre non la rapidità c he striscia ma quella che si solleva; imaginò di ritrovarsi nella lunga fusoliera che formava il corpo del suo congegno dedàleo tra i due vasti trapezii costrutti d i frassino di acciaio e di tela, dietro il ventaglio tremendo dei cilindri irti d'alette, di là dai quali girava una forza indicibile come l'aria: l'elica dalle c urvature divine. La donna aveva soffocato il riso, che di tratto in tratto rinasceva come un sin gulto infantile. - Credo che siamo folli, Paolo disse con una voce che si posò sul cuore dell'uomo come una mano cauta in atto d'imprigionare qualcosa che sia per fuggirsi. Egli rivide in un lampo Isabella Inghirami sotto la tettoia che crepitava alla pioggia primaverile, là, fra i rotoli dei fili d'acciaio, fra le lunghe verghe di legno, fra i mucchi dei trucioli, negli stridori della sega, nei gemiti della li ma, nei colpi del martello, mentre una tacita febbre umana pareva quasi raggiare intorno al grande airone inanimato che aveva già la tela tesa su le cèntine delle s ue ali. Ah, perché d'improvviso quell'opera delicata e misteriosa come il lavoro d ei liutai, fatta di pazienza di passione di coraggio, e di eterno sogno e di ant ica favola, perché era divenuta una incerta carcassa al paragone della somma di vi ta accorsa da tutti i punti dell'Universo e adunata maravigliosamente su quel vo lto quasi esangue i cui sùbiti rossori commovevano come gli accenti sublimi dell'e loquenza e come le grida dei fanciulli? Quanto ingegno teso e ostinato quanta ac cortezza e destrezza quante prove e riprove nel trovare i modi delle legature, d elle giunture, degli innesti! E per qual segreto, a un tratto, ecco, le fragili falangi di quelle dita ripiegate all'angolo di quella bocca socchiusa potevano a ssumere un valore che aboliva tutto l'acume della ricerca e tutta la gioia dell' invenzione? Egli rivide la visitatrice, poggiata senza peso il gomito contro una costa della fusoliera, presso il timone verticale, sotto una sàrtia rigida d'acci aio, con la mano senza guanto fra la gota e il mento a reggere il viso chino nel l'attitudine dell'ascolto, sembrando l'ombra del cappello alato raccogliere l'as tuzia molteplice e la seduzione sagace di Mercurio imberbe. - Ancora pensate male di me, Paolo? O sognate il volo di domani?

con la bocca avi da.Il vostro vero nome. Ella risentì gli sguardi timidi e diffidenti degli artieri.I vostri occhi sono malati. Fin da quel giorno. E non me ne ricordo più. . Or come con una qualunque parola quella voce poteva far tanto male? Come potev a con un solo accento rimescolare tante cose torbide. .ella proruppe. Fuggite.sospirò ella abbandonando indietro il capo. . rilasciando le braccia e le mani come chi illanguidisce. Egli la rivedeva ondoleggiare intorno al grande apparecchio aereo. rappresentare l'oscurità del passato inesplorabile e l'incertezza del domani impuro? In una carne ch'egli desiderava si converse per lui tutto il desiderio del mond o. il peso della sua potenza e della sua impe rfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro. Paolo! Proferì queste parole inchinando il viso velato verso il compagno. girando into rno alle ali morte.Me ne ricordo.rispose . Ella non sorrideva. Egli impallidì. con un accento ch'era simile a un sapore e a un sentore segreti.disse egli.Penso . .È l'attesa . che di quelle due br accia faceva il luogo unico della luce e del respiro. quasi che la corsa rallentata e il giorno declinante le diminuissero il respir . Tarsis. amico. quasi a bere tutto il filtro dell'estate dalla tazza riversa del cielo coron ata di foglie. . fu rotto come un sermento che debba esser gettato nella fiamma con altri m ille. A ogni ora voi siete per donarvi e vi rattenete. . giacché studiate il vento. . senza comprendere. se l'amore.L'amore è il dono . Non eviterò mai nessuna pena. E gli stridi delle rondini su per gli stagni le fendevano l'anima come il diamante fende il vetro.Non l'indugio perverso. . la ragguaglia alla massa informe.Sapevo . Fu dimin uito. e dubbio è qual dei due strida. il fresco d'una larga gocciola caduta dalla tettoia su la sua mano ignuda.Amico. senza riflettere . E non dubita dell'obbedienza.Per voi o per tutti? Subitamente egli patì la bruciatura profonda. Così con un colpo di stecca iroso il modellatore scancella nella cr eta l'effigie. si vendicasse d i voi e vi torturasse come mi torturate! Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere! . di subito invasa da uno scoraggiamento ansioso . . L'amore che io amo è quello che non si stanca di ripetere: "Fammi più male. voi che mi piaceste sol tanto come l'amico del pericolo? Pensate che io sono il vostro più gran pericolo. Egli agognò ch'ella più non avesse quelle palpebre quella bocca quella gola.L'amore. fammi sempre più male". simulaste nel passo i movimenti della voluttà.una parola bella e strana come un nome di maga. né a voi né a me. sotto la tettoia.disse ella.ella disse . socchiudendo i cigli. con la piegh evolezza quasi fluida delle malvage murene prigioniere nell'acquario. e l'immensità della vita e del sogno fu ristretta in un grembo caldo. . quasi che la voce per giunger e alle labbra avesse attraversato la più profonda sensualità. . Ma il desiderio di lei era senza cerchio senza limite senza tempo come il male dell'essere e la malinconia della terra. ch'ella più non fosse qual era. . l'amore! .Perché vi lamentate sempre come un bambino capriccioso.Se sapeste come amo l'amore. che offendete e abbassate così forsennatamente.Entraste come chi apre una porta e comanda a un estraneo: "Lascia tutto e vie ni con me".Ah. siet e per concedervi e vi negate.a quel giorno che entraste per la prima volta nel mio picco lo cantiere sul prato di Settefonti.Gli parve che in lei corresse un lieve fremito. il fruscio dei trucioli al l'orlo della sua gonna. l'ansia dissimulata del suo cuore sotto il suo artificio. Egli la guardò. l'odore della vernice e della pioggia. . . E rievocò il duro carro i lunghi tronchi protesi all'urto senza scampo. . ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come per comun icare a ciascuna il suo proprio peso. che sig nifica: "Vieniconme". il dolore alla caviglia impigliata in un filo d'acciaio. Per lui il desiderio era quell'elezione irrevocabile. giacché a vete le ali.

Contratto egli taceva. . ch'ella non sapeva se recassero il bisogno di ridere o di piangere. miravano negli s tagni riflesso un aspetto tanto socievole.disse ella ancora. . come s'ella dovesse dire e far e qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e al tutto ma non potes se né dire né far quella. che la donna credeva sentirne l'umidità intorno ai suoi propri occhi arsi. da gettare a quella specie d'i nsana fame. I salci spogli. intento a dominare sé stesso.Oggi è il più lungo giorno. Non lo sapete? E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse il volant e e la toccasse. provando un dolor sordo alle scapole. e l'urto degli zoccoli. con la pietà d'esso dolore. prima? . Una inquietudine intollerabile agitava la donna.Andiamo! Andiamo! Paolo Tarsis accelerò la corsa. e l'onda delle groppe. su le alte gambe gracili.no. mostrò il viso nudo. quando il tumulto e il clamore furono superati.Avanti! Non vi fermate! Avanti! La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina fragorosa: lun ghe criniere. con qualcosa .domandò ella con un'ansia oscura c he non si placava. non voglio più parlare. . non mi rispondete. l'ulul o della sirena respinsero la mite e straziante melodia. e le dava una voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di dimenticarsi in un letargo senza fine. Isabella. Non vi farò mai tanto male quanto ne fa a me la più piccola di quelle foglie. Ella sollevò il velo.Non volevate più parlare. le torri quadrangolari della città forte. con una lieve ghirlanda di frondi in sommo.ella disse.È il più lungo giorno . che distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le la sciava su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere. Non parlate più.esclamò. Apparivano in lontananza le mura rossastre. che pareva si fosser già tenuti per man o e allora allor disgiunti dopo una danza serena. . E. ho voglia d'inginocchiarmi sul margine e di tuffa re il viso tra due ninfee. il rombo guerresco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese in una rete sola e nel terrore si rompes sero le penne. .Mia sorella non vi piaceva più di me. la sua macchina fida e infid a. . poledri villosi come orsatti. sollevando gli angoli della bocca a fiore delle gengive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di sangue roseo. E stava curva come sotto la tem pesta. E cercò qualche altra cosa da opporre a quel male. che pareva condotta secondo il flauto di tre note tagliato nella canna palust re. è il solstizio d'estate. e tut to questo cielo! Divine erano la dolcezza e la tristezza del giorno su la pace della pianura ove le ombre e le acque e l'arte agreste avean composta una ordinanza tanto semplic e.Aldo e Vana saranno ancora molto indietro? .Ci raggiungeranno. e più parole crudeli tro vò per ferirlo.Muoio di sete . Egli si volse a guardarla. la stanchezz a la occupava come il nero peso d'un sonnifero. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale. propagava ella medesima quel dolore fino alle dita dei suoi piedi e delle sue mani. Ed ecco. come per comprimere la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde. con un tono a cre di provocazione. E tanto eran fresche le ninfee nei canali. i baluardi salienti. e non ne scelse alcuna ma le contenne e n'accrebbe il suo rancore. nella speranza impetuosa che una novità nascesse da quel tocco. come chi si risvegli nel sussulto del ricordarsi.o . e l'od or selvaggio nel soffocante nuvolo. Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le raddrizzaron o in un sussulto energico le reni indolenzite. . anzi la contrariasse con ogni pensiero con ogni parola con ogni movimento e perfino col polso col respiro. . lunghe code arrossate dall'intemperie. Ed ecco. . Il vortice di polvere. teste montonine con la favi lla bianca dello spavento nell'angolo dell'occhio. tutte le forze del suo desiderio con tutte le imagini della volu ttà le balzavano dentro e rotavano in una vertigine di delirio. Ho sete di quell'acqua verde. non m'ascoltate.

Dov'è la reggia? Un di loro attonito indicò la via.Che faremo? La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più lungo gi orno. . così spaventerete il c ustode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una piccola folle polverosa. Bisogna ch'io la veda.Bisogna che apra.vi prego. e il segno nero nell'orlo della palpebra inferiore. e. ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due ali come illuminat a dall'ispirazione. . . Vi prego. voglio entrare a qu alunque costo. ch'era come l'impronta di quella nudità sempre nuova. Sarà ancora aperta a quest'ora? Voglio. . Taciturna e quasi deserta era la città distesa n ella sua palude e nella sua tristezza.Il giorno dura fino alle nove. di tra dimento e di uccisione. .disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia ch'ella non dominava più . Paolo. erano senza centro.E Vana? E Aldo? . La macchina s'arrestò alla porta. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie. Bisogna che oggi io la veda.Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta? Appariva un'esèdra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano i cavalli ba i. anelante.Forse è tardi. . Voglio.Ma che furia! Isabella. . Ella si p rendeva le labbra tra i denti alternamente. fermiamoci a vedere la reggia.Proviamo. segnato dall'arte mattutina. come una fluttuazione continua di cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli e con un battito di cigli rimand asse fino ai limiti del silenzio. allargando la larga orbita. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla.Non è tardi. simile alla figlia scacciata che rito rna in demenza. Anelava. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità riversa come la sua facci a nell'atto di mordere il dolore simile a un frutto maturo che la bagnasse di su cco vermiglio. con un'apparenza eguale. . .È la reggia d'Isabella. . Bisogna ch'io la veda.Sono certa. Ella balzò a terra. . Le rondini vi gettavano un clamore quasi deliro. pieni d'un tremolio chiaro di forze che scaturivan o dal buio come il gorgòglio delle dure polle nel letto delle fontane. che cielo! Non lo vedete? Era pallido il cielo. vi farete male alle dita. di gentilezza. domanderanno se siamo passati. E parve alla creatura febrile che chiuso vi fosse il suo più profon do destino. È la reggia d'Isabella. oggi. persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle iridi. Voglio. . Il pensiero involontario incurvava la sua spalla secondo la forma del braccio maschile. I doganieri s'appressarono. eppure per ovunqu e variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero dalla terra e s cendessero dal sommo. con grandi om bre respiranti in una storia di magnificenza. inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della gola. Fatemi questo dono! L'ambiguo suo tormento e il suo furore di voluttà e la sua riluttanza e il suo or goglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un tratto si dissolvevano e si co nfondevano in una visione allucinante dell'amore su la ruina. La regg ia era chiusa.Ah. Ella guardò l'inchin ato sole per fermarlo col suo voto. E non sapeva se volesse continuare senza termine quella corsa o s e volesse fare una sosta in una solitudine sconosciuta. quasi candido. Nel rombo assordant e. . giunti alla porta.Paolo.Certo.Domanderanno? Ecco la piazza! La piazza era solitaria e lunga. .di cavo nel petto. . . . si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.Son passate le sei. fra palagi e torri e moli sacre. appas sionando la bellezza per la volontà di farsi più acuta. Certo.Il custode non ci aprirà. . di lussuria. Le memorie la empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino. .

il meccanico trasfigurato dalla polvere in un busto di gesso parlante. Ecco. qua ndo ella si mise per la vasta scala. . E all'improvviso dal suo corpo. di consueto e d'incomparabile: lo sguardo. da quel ch'era la sua v ita e da quel ch'era apposto alla sua vita . e tanta fu la luce de' suoi giovani occhi. da quell'ardore e da quel tumulto che del luogo ov'ella era s embravano fare il punto più sensibile dell'Universo. era la fi gura volgare del Tempo senza clessidra né falce. senza più traccia di sorri so e d'allegrezza. da tutte le linee della sua persona. Barbuto e canuto. e ancora lampadarii in fila. trascolorati. Ma. vi prego! Nessuno vede. e più triste la cosa lucida che l'estinta. Il Tempo sorrise nella barba giallicci a. vinti da un amor e ch'era più grande del loro amore. uno scrocco di chia ve. guasti. e pel vano d'un'altra una strada deserta.Lasciateci entrare! Siamo di passaggio. poi rise. la potenza delle sue reni. P areti e volte decrepite. vecchie tele sfondate. vasti letti pomposi riflessi da specchi foschi . a mattoni che si sgretolavano. dalle pieg he della sua veste. si tolse il mantello. ma subito lo avvolse nella sua implorazione irresistibile.disse una voce timida.si formò qualcosa di breve e d'infinito. Vi prego.C'è il campanello . pencolanti. Ecco. Si soffermò ella. Non torner emo forse mai più. E si presero per mano. tirò con tutta la forza. L'amico era poco discosto. da quella diversità d'as petti e d'accenti. che per qualche attimo ella sembrò vestita di quella sola. la profondità del suo torace. e un altro lampadario e un'altra striscia. simili a fragili sc heletri congelati. l'imposta s'aprì. attenuarle i fianchi. quasi duplice. I l tintinno si propagò nell'ignoto. La lor felicità terribile non più si tendeva a mo rdere il dolore ma ad ascoltare il grido della bellezza dilaniata e derelitta. uno schiamazzo di monelli. Più di quella grazia infantile e di quella calda voce supplichevole e di quel nom e dominante valse l'offerta del compagno. rapito tuttavia da quella vitalità volubile. e obliqua una striscia di sole sul pav imento. Allora ella si tolse il velo. e pel vano d'una finestra due torri rosse nel cielo. come oppressa da un presentimento troppo grave. occupato da un'angoscia che pareva tutto ab olire in lui e non lasciargli se non la possibilità d'un sol gesto nelle braccia p endenti ove si addensava l'attesa. senza parola. Non lo guardava ella ma assisteva nel suo pro prio corpo al fluire e all'adunarsi d'un mistero ch'ella non dominava e che pure le apparteneva più dell'intima sua midolla. S'udì un passo. O desolazione. di mezzo a un cumulo di cerchioni sovrapp osti. L'impaziente si maravigliò. poi fece qualche passo verso la prima sala. del vapore che tende all'alto . una grazia alte rna che di dentro animava ogni piega. desolazione senza bellezza! "Che faremo noi de . Non gli diede agio d'aprir bocca ella. Ancora si soffermò.con la fatalità dell'acqua che va all a china. come dissimulato e rivelato in una perpetua v icenda. dalla sua grazia. Lasciate ch e entriamo. e appe so un lampadario a gocciole di cristallo. il custode apparve su la soglia. il picchierellare di due stampelle. era m agra snella veloce come un giovinetto allenato alla corsa. ella si sofferm ava sul ripiano traendo un gran respiro. e l'occhio a un tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle. un borbottio. qu ello sguardo. Ripartiamo prima di notte. e si scansò. E fu tutto. con le palpeb re basse. una chiesa senza preghiere. Ed entrambi soltanto allora si accor sero che dietro i due sedili emergeva. e l'odore della muffa risecca e l'odo re della calcina fresca. Cercò il campanello. assottigliarle la cintura. Paolo Tarsis udì in sé i colpi sordi del suo cu ore come se la portasse su le sue braccia: pesante? leggera? Anche il corpo di l ei era ingannevole. qualcosa di fuggevole e di eterno. Il gioco dei suoi g inocchi creava nella sua gonna una specie di eleganza interiore. nulla può accadere. tappezzerie lacere accanto a intonachi che si scrostavan o. . impalcature alzate a reggere i soffitti. dalla sua potenza. per un'occhiata almeno! Mi chiamo Isabella. tavole e seggiole sgangherate da lle gambe d'oro misere. la rettitudine della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli de lla Libica michelangiolesca. un cigolio di passeri. ella saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva all ungarle ancor più le gambe.Paolo rideva. come per entrare nella casa della loro unica a nima o delle loro ombre congiunte.

No.Vana! Aldo e Vana! Lo sbigottimento spegneva il grido d'Isabella. sotto un silenzio scolpito e inevitabile. Quando Paolo accostò il suo viso a quello desiderato. . no! Ho paura. Vana. Siamo noi. più bello. sotto cieli dolci come le turchine malate e le dorature sdorate. e li coperse il cupo azzurro d'un cielo notturno ove i se gni zodiacali scintillarono riflettendosi nell'acqua stagnante degli specchi. fuggì per le stanze contigue. in bilico tra due colonnette. Le Aquile sublimi abbrancavano i fest oni di frutti putrefatti e caduchi. Le Vittorie mostra vano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati. ma tutto il verde non valeva se non per sostenere il languore appassionato di q ualche rosa bianca. Credeva di udire il preludio indistinto d'una musica che tra breve fosse per ir rompere con la veemenza del torrente. stettero in ascolto come p er cogliere vaghe onde di musica. e non più la corona fronzuta t endevano ma il cerchio di rugginoso ferro. . Si mutavano ora in lembi di melodia patetici co me i gridi del desiderio e dello spasimo le vaghe onde di musica ondeggianti int orno alle rose bianche dell'orto pensile. e riapparvero i letti insonni. misteriosi come la follia. p rivi di battito. e il coro dei passeri dagli émbrici rotti cig olò giù per le armature sconnesse delle travi. Vedeva ella venirle incontro. non riconosceva il suo sguardo in quegli occhi che la guardavano quasi nudati. pe l silenzio d'una stanza occupata dall'ombra di un tetto lugubre come un feretro.Noi! Era un alto cristallo che. Il fascino n'emanava come da un parallelogrammo magico. Perché tremate così? . Isabella.No. le quali apparivano più quiete perché quivi duravano in coppie costanti e. . . rasentava il pavimento specchiando l'intera persona diritta in piedi.Isabella! . più misteriosi della tomba. sotto pallide r icchezze diffuse e sospese. respirava e soffriva e moriva anelante verso il più lungo giorn o. La ruina. ella si appressava all'imagine traendo per la mano il compa gno inquieto. . giù pei travicelli attraversati. Ella balzò lontano. potevano ravvicinarsi nella fedeltà delle l or lunghe ombre. così che l'alito si mescolò all 'alito. l'amica si ritrasse e si rivolse e guardò dietro di sé. quasi privi di cigli.gridò la visitatrice traendo verso la finestra il compagno.Aldo. Era un giardino pensile. e tutto fu ancora desolazione senza belle zza. Pe r la finestra saliva il profumo cocente e possente della magnolia. per una sala ampliata dalle imagini dei Fiumi. e le vecchie tele cieche rossicarono e nereggiarono su le mura delle lunghe gallerie. con la bocca molle: .ll'anima nostra?" . chiuso da un gentile portico palladiano a colonne bine .No. liberata dai vestigi della v anità e della miseria intruse. sommessa. due creature silenziose e fisse come quelle che senza pianto dal fondo della lo ro stessa vita vanno incontro al destino lacrimabile. Non disgiunsero le mani. sotto cieli d'oro e d'oltremare. Piante varie v'erano confuse. respirava nell'antica grandezza per tutte le bocche delle sue ferite. immensi. arbusti e cespi vi s'affoltavano.Perché tremate così? Vinta e riluttante. Ed entrambi s'affacciarono.Isabella! La desolazione si trasfigurava.Un altro giardino? Era un triste cortile abbandonato. siete voi? siete voi? . E i lampadarii di pallido vetro riapparvero in sale pompose e vuote. Varcarono una soglia. Ce n'è un altro. Poi fece. tutti i fantasmi cantavano. nello specchio. Tutti i segni erano eloquenti. . ebrezza delle costellazioni.Un giardino! . . fisa. simili alle pelli bovine tese e appese dai conciatori. giù pei graticci sfondati dei palchi in ruina. entrava nell'ombra funerea del letto. avendo tra i loro fusti un intervallo eguale.

D'improvviso rientravano nell'azzurro e nell'oro. persegu itavano la loro angoscia senza fine. Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile.Forse forse forse. E il giorno era protratto dal prodigio ma nessun indugio era concesso. Chi dei due aveva esalato quell'anelito? Ancor due erano le bocche ma una era l 'ambascia.un altro giardino. Ella aveva in sommo della gola l'atroce pulsazione della sua vita. Un Tritone sonava la bùccina su una parete forata e maculata. Gli mostrava un viso che pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e dell'ebrezza. . . e riudito fu lo stridio delle rondini.Non posso più. .Ah. non qui! Vi supplico.È questo? . . Paolo. . dall'ombra alla luce.Ho paura. rivedevano splendere il più lungo giorno. E l'anima si ricordava.Non è questo. e traeva essa la gioia della perfezione da ciò ch'era imperfetto. effigiata nelle sue mille ambagi. .Ci può essere una cosa più triste in terra? . e traudito fu il grac idio delle rane nel cielo nell'acqua in un solo ardore indistinto.Dove siamo? Si fa sera? Egli l'aveva ancora presa per la mano come per condurla. e la bellezza s'avvicendava con la ruina. un corridoio cosparso di calcinacci. e oltre le mura una zona di palude rifulse. no! Non qui. tra l'una e l'altra voce.Isabella! .disse la donna ritraendosi. Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo. e la sua stessa anima era diffusa sul suo capo ricca e inestricabile. Verso l'oro e l'azzurro ella aveva levato la faccia. dalla luce all'ombra. E le stanze si moltiplicavano . una se rie di finestre murate. da una soglia all'altra. e su og ni soglia il piede si posava temendo il divieto ma lontana era tuttavia la sogli a della sera. fuori di sé. e dentro di sé e fuori d i sé era perduto.Ella andava andava. Le Sirene s'incurvavano. riudivano la melodia dominant e. E gli occhi si dilatavano per tutto vedere. . Perduta era entro di sé. tra i fogliami s porgenti come le mammelle dei bei mostri marini. El .. . qualche papavero ardeva qua e là come una fiammella spersa.diceva ella errando . . ingombro di ortiche di ro ttami di vecchie docce contorte.disse Paolo chinandosi a un davanzale. in un fregio di così forte riliev o che eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. non posso più. . inchiodata sopra un varco senza nome. non sapendo in quale l 'anima sua fosse per trarre un più profondo sospiro. e un altro corridoio simile alla corsia d'un ospedale eva cuato. una sca la di pietra consunta. e la ruina era più bella della bellezz a. la gioia della pienezza da ciò ch'era menomato . Ella vacillava sul pavimento sconnesso..No. ancor qua e là inverdito dallo stillicidi o. Più nere pa revano le rondini in un cielo più lontano. e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari azzurri del soffitto ove un coro più nobile e più solido di tutti gli ori s'ammassava in volute in rosoni in pigne scolpite con robustezza romana. un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei tramezzi sovrapposti. e le loro due forze confuse non la sostenevano. e l'intero viso viveva la vita dello sguardo. E attraverso una grata apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi. che pur pareva più inespugnabi le del triplice bronzo. esitando tra l'una e l'altra stanza. ché le forme scomparse rinascevano e si ricomponevano in lei musicalmente. E la strazian te Estate chiamò.C'è in là un altro giardino. per tutto accogliere. Ed entram bi. e poi un'altra scala immensa. discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi sconnesse e di travi traverse. . ho paura. Lungo gli stipiti delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i cerchi di ferro rugginoso. Camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e osc illante.

. aperta gli occhi come chi non possa più serrarli. Un lento fiume si partiva da loro. . E le sue palpebre gravi battevano per r espingere la nube addensata. E teneva forte. e ciascuna vuol bere prima e di più. traeva seco tutti i resti della bellezza. . . Ella si vuotò di dolcezza. debole come il fiotto d'un bambino infermo. quasi una implorazione senza suono. e. . E la voce di Vana era quella che parlava. traversava la palude. di sotto alle ali. E il gemito som messo. tra le vie dedàlee. accompagnava quel miracolo. sotto la lingua.Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci . pur mordendo.Ah. v i si precipitano. il primissimo gesto insorto dalla cecità del nato d'uomo. non credeva di poter essere tanto livida! Era Vana. .Ancòra! Ancòra! .Ora viene Aldo. da quell'im mensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto inconsapevoli. appoggiata contro lo stipi te come chi sia per stramazzare. volle rinascere. S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. si protendono verso l'acqua che non vedono. quello? Ah. onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il combattimento. domato il turba mento. E arrossato da una sola piccola goc cia era tutto il fiume carnale che fluiva sul mondo. la donna non cessò da quella implorazione quasi senza suono.C'era parso di udire la tua cornetta. Vana nel colore della morte ma respirante. ché un succo divino riempì d'un tratto sino ai margini i l calice nudo. ché. sboccava nei giardini ch'essi avevan o contemplato e in quelli ch'eran rimasti invisibili. Ed entrambi sentivano la durez za dei denti nelle gengive che sanguinavano. e scosse un poco il capo per allentare la presa e liberò dalle labbra le labbra e le riattaccò sovrapposte pe r avere quel che aveva donato. senza potere anco muoversi.la leggeva con gli occhi torbidi la parola spaventosa inscritta innumerevoli vol te. e l'ombra e l'acqua e il sangue sono al s uo delirio un solo sapore notturno. gliela disse entro la gola. Gli disse quella parola entro la bocca. Ma. si perdeva senza foce nell'estate senza confine. E la vicenda si fece cruda come una lotta di feri tori. i precordii. ché gli sembrava di nutrire per la prima volta la sua più prof onda innocenza. e sente dietro le sue la bbra molli crescere la rabbia mordace. Era ancora l'imagine nello specchio? era ancora lo sgua rdo della follia negli occhi suoi divenuti estranei? era il pallore stesso della sua perdizione.Non più. e un gemito sommesso.rispose Isabella. egli reggendo con le dita il ment o pose l'altra mano dietro la nuca. per riacquistare il lume. si dibattono. Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci. q uando si sentì distrutta sino al fondo. ché l'una e l'altro cercavano giungere qualcosa d'ancor più vivo e segreto. accompagnava il miracolo. ché egli le aveva preso con le dita il mento e con le labbra il fiato.. nell'angustia si u rtano. disse: .Forse forse forse. Era la sua piccola sorella. se bene irriconoscibile. passava per le innumerevoli soglie ov'era passata la loro angoscia . inspirando l' istinto alla sua bramosia l'atto di spremere. L'adolescente apparve su la soglia corrucciato. Inonda va la reggia.. o almen o degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla. Aldo. e tenne il bel capo come si tiene un vaso senza anse. solc ava la pianura. il più profondo fiato. quello che sanno le vene i sogni i pensier i. serrava troppo forte. per non perderne una stilla.Non più. . alla sommità del cuore. Allora furono due creature che allucinate e riarse per un deserto di mobili dun e giungono col medesimo anelito alla cisterna occulta e insieme vi discendono. E abbiamo pur lasciato il c ustode giù. Egli bevve il primo sorso. Lo sforzo della dissimulaz ione fu concorde. nei campi oltremarini. per distinguere il fantas ma dalla presenza certa. Con affannos a rapidità Vana. gli spiriti balzanti dell'intima vita. si fece tutta vacua e lieve come se un'aria calda circ olasse nella concavità delle sue ossa prive della midolla insensibile. generato da quella congiunzione.

non mi tener broncio.Sorte che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che mangiar po lvere. Con un colpo sordo nel cuore.Anche nel labbro. Perché dunque un ramoscell o? . udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna.Ah.:Forse che sì forse che no .Che ho? .disse Paolo Tar sis.Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.Piccolo. E Paolo vide nel fascio d i luce il risalto del bianco. che illustrava l'emblema parlante... Conobbe la nuova qualità di quella voce.Sangue? Ella cercava il fazzoletto.rispose il costruttore d'ali incatenato alla terra.Un po' di sangue. non la tua ala. tra l'uno e l'altro Forse c'è un ramoscello e non un'ala. promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi Morìccica con P aolo. forse. . Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca. il fratello insisteva da presso.rispose la vergine oscura che aveva voluto esser macchiata dalla goc cia del sangue voluttuoso. .Tieni . . . E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressi one e d'illuminazione. ma non aveva mai distolto dalla sorella lo sguardo obliquo. . chinan do sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. . . come attenta a udi re il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga. e si traeva indietro con moti quasi coperti. le prendeva tra il pollice e l'indice il labbro infe riore.rispose la bocca baciata. .Isa.Ottima per questo paese.Che hai nei denti? . . sì. che diceva: . Tarsis? L'ala di Dedalo o il filo di Arianna. con l'atto di guardare sul c amino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda di amorini alati. di ritrovarsi in qualsiasi parte ma lontano.Perché.Al momento di partire non t'ho io proposto d'andare avanti? . dunque. come ti vizio! . ste ndeva la mano verso di lei. In que lla falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora. . laggiù. intenso come smalto. mo rbida. Isa.Non so . .disse l'adolescente con una voce ch'era già velata d alla malinconia. . come quando il crinale delle Dolomiti solo arde nei crepusco li inciso contro tutta l'ombra e ciascuno dei suoi rilievi s'addentra nell'anima di chi mira e vi s'eterna. se vuoi. . diceva: . Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. temendo che su lui apparisse la medesima traccia.Perché. . .Non so . lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del fratello velati come di ci pria.Sì. quell'iri de chiara sì duramente torta nell'angolo delle palpebre. quando son caduta dianzi. Sei sempre scontento . leggendo il motto inscritto negli intervalli dello scolpito err ore. su la stretta faccia olivastr a.Che ho? Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la lingua. mettendo il piede in una buca de ll'ammattonato. stre tto dall'ansia.Ah. ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel cie lo stesso del fato. .Non so . Morìccica? . vide quella mano tesa.disse Vana porgendole il suo.Voglio. Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte.Hai un piccolo taglio. come assorta.disse Isabella. Paolo desiderò di scomparire.. . Era rimasta col capo levato verso il soffitto. via. Con una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole. voglio. come se le fosse tutta una ferita cocente.

non contro la pallidezza del la palude. nell'odore. immune da ogni paura e da ogni abitudine. Tutt'e quattro. e la pallida palu de vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di polline che n'eran l ordi. ascoltarono il lungo errante ronzo. come se dall'alto le l iste d'oro si prolungassero in una zona pieghevole che invisibilmente li circuis se e li annodasse di continuo. le albicocche pendevano mézze nella fronda floscia. . pieni entrambi di forze discordi che face vano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a ogni soffio intorno un'omb ra. mem ore del marinaio disceso nel porto per ripartir più leggero domani verso l'oceano. ad andare avanti o a tornare indietro. con l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione impetuosa: "Ecco l a mia colpa. non contro il profumo della magnolia. invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un incantesimo. . che aveva conosc iuto giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le due c alcagna gli bastava a vivere. E l'uomo nel rigoglio della virilità esperto d'ogni rischio e d'ogni meta. nel calore. cingendole col braccio la cintura. non si preparava contro l'impreveduto. Morìccica. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire soffrendo. ora con l'affettazione dell'attrice sa piente ora con la più ignara grazia animale. la potenza chimerica della vita li percosse tutti nel mezzo del cuore. . Un'ape entrò. . Un'ebrezza perversa si partiva da lei.disse Isabella piegandosi sul davanzale.Andiamo . armato di diffidenza e di dispregio. quasi imbiutato d'un silenzio pingue come il miele come la cera come la gomma. E stavano là tutt'e quattro in un grupp o. guardò il periglioso ingombro del corpo omai promess o e oppose al presentimento della sciagura l'imagine dell'orgia liberatrice. quivi fece più crudamente dolere i mali e i sogni inconfessabili. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere. che colava come una materia fusa. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contr o lo strazio. col volto quasi vaporato dalla squisitezza del sorriso . aperta sul nòcciolo. covava la sua astuzia e la sua lussuria n el suo calore più profondo. che s'incurvavano sotto una rosa scempia.Te l'imaginavi così. e non formava alcu n disegno. uno sguardo che non era un baleno ma qualcosa che pesava. Era un abbandono e una tristezza che si consu mavano in profumo tardo.Quando io vivevo . su la pietra calda. e gli gonfiò le vene l'impazienza di saziarsi. Poi si guardarono tra loro fuggevolme . stillante. nulla più. che forse aveva una sembianza da non poter essere guardata fisamente senza t errore. ecco la mia gloria".. .rispose a sé medesimo l'adolescente oppresso dai suoi anni così pochi e così carichi d'ignota pena. ed ella si scansò perché giungessero a scoprire i rosa i. sonora. soave e spietato. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una maraviglia che rese straordinario il volo. e sul capo chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante.quando riudirono la rondine stridere nella perla sos pesa del giorno. né contro l'estasi dell'aria. mista di spontaneità e d'artifizio.il mio giardino era pieno di pecchie e di camaleonti. .disse piano l'incantatrice. con un cuore temente e temerario.Guarda. e in ciascuno era una strana esitanza a uscire da quel luogo.Ecco il mio giardino . Tarsis. Guardate. i rosai non potati avevano sprocchi ta nto lunghi e teneri. qualc una sfatta. Anche il giardino era intorpidito. Vana e Paolo s'appressarono. Aldo? Al fianco di lei si piegava il fratello. la donna aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo dell'uragano. raccolti nello strombo della fin estra. Io voglio ve dere il Paradiso. Gli spiriti dell'olio si sprigionavano dal cociore dell o spigo e del rosmarino. Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli scrigni d ella principessa estense. E non sapevano. a volgersi altrove.Non so . pesava sul ritmo de' suoi gino cchi la divina bestialità del suo corpo. smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più ripide. espres sa ora col viso nudo ora con la maschera.disse Aldo ponendo il braccio sotto quello d'Isabella.

se tu potessi mai cavare una nota che gli somigli! E quelle chiazze giallastre d ella vernice sul fianco. E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno interrogando l o stupore di ognuno. Vedete.disse Aldo. che musica! .. nel mezzo della cas sa. bagnate dal mare. ma più leggera d'un guscio di noce.Certo è là. .Isa.. tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi della sorella. . Ho sempre invidiato quel suo colore rossobruno. sommesso.Io me ne ricordo . la tua viola . Te ne r icordi. . attraversate dal fiume.La cassa era costruita come la carena dei navigli a liste di legno alter ne. e videro che tutt'e quattro avevano gli occhi chiari ma diversi. abbagliato. guardò in alto. con molte bev ande. E. le brune e le bionde. Vanina? .ripeteva l'adolescente.Suona la viola bordona .Isabella! Isabella! . . leggendo per ovunqu e il nome della divina estense. l'egizia Alessandria.perché non siamo stanotte nella vecchia A lgeri.Ascolta. e miste alle figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per significare i luoghi inesistenti. Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto.Forse la mia viola da gamba è ancora ch iusa là. vestiti di seta. come moltiplicato da una tavola armonica. con gli occhi fisi.Morìccica. Si sporse dalla soglia l'incantatrice. Ah. con qualcuno che ci canti qualche lunga storia che noi s'ascolti e non s'i ntenda? . chiare e scure. poggiando le mani all'uno e all'altro st ipite. sopr a uno stendardetto era intarsiato il nome soave. quivi anche. Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca votiva la vorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii miracolosi dell'arpa di santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la vibrazione della corda sotto la pe nna di corvo in una cadenza allungata. E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di mura e di torri. . movendo a vuoto le dita della sinistra come us ava lungo il manico del suo violoncello. . più trasparenti dell'ambra! E dietro.Ah. E la rosa era traforata co sì sottilmente che appena appena ci passava un raggio di sole quando la mettevi co . Messina. e nel legno figurati a tarsia il dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa. Ulma e Lisbona. come per una foggia della sua eleganza. vedete: quelle del settentrione e quelle del mezzog iorno. fondate sul monte: Parise e Ger usalemme. . L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua. per i miei capelli.assentì l'incantatrice. attoniti c ome se questa simiglianza dissimile scoprissero per la prima volta. su una terrazza bianca. ma il silenzio era come il silenzio che v ive dentro i reliquiarii.sospirava l'adolescente . Aldo.disse piano qui si faceva musica. come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: "Ti piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione". guardò intorno. simulando il vibrare della corda bassa.ella disse con l'indice su la bocca. Malta. appressandosi in punta di pied i. le grige e le bianche. a cui sul fiume della melodia l'anima anela pur dal più lieto dei soggiorni. poi senza parlare volse la faccia irritata da l riflesso del tesoro scoperto. Isa. Tol edo. intorno all'arme delle due aquile e dei tre gigli d'oro. E tutti gli occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore. possedevo i sog ni delle città famose. farsi più sonoro. e quelle che sono per le imaginazio ni degli uomini come gli aromi gli ozii le febbri i filtri le danze: Algeri. . . ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale! Il dosso del manico è pallido. e che bel liuto avevi tu per cantare! . . levigato dalla tua mano.nte. e il bombo pareva cambi ar tono.Quando io vivevo . avanzandosi lievemente vers o l'altra soglia. . con molti cuscini. quella doratura a strisce di zebra.Nelle mie piccole stanze.disse Aldo.soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco stesso .Ascolta l'ape. Alle pareti erano gli stipi per gli strumenti e p er le intavolature.Taci. come sapevo vivere! . La vedo bene . verso quest'ora. in quello stipo. taci .disse l'adolescente inebrian dosi. sul margine dei miei stagni pigri. Berna e Marsiglia. .

.disse Isabella. . A tratt i. il suo grande airone bianco ricoverato sotto la tettoia di ferro e di assi. che posa le m ani su la ruota dentata del suo martirio.Quanto mi piace oggi. e io pensavo alle parole di quell'altro tuo poeta: " O rondine. forse dedicato a me quando vivevo... come immemori. Era rilegato in pergamena impressa. E ce n'era una per ogg i. vestita di verde. o so sweet. in un paese di boschi di acque di monti. quasi credendo di d over parlare per la prima volta con la mutata voce. con la testa appoggiata alle tarsie. con le mani senza gu anti abbandonate in giù.Vanina.perché non prendi il tuo liuto e non ci canti sotto voce una canzone? . Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo giorno. .Anche a me .È vero . così dolce. Aldo. . mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti in una d edica d'un libro di cantante. io non so come tu abbia cuore di cantare.ntro luce perché si leggesse in fondo il nome del famoso liutaio. .. ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella cornic e sdorata. e l'angustia di quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle morbidezze lo soffocavano. con le lunghe ciglia brune socchiuse sopra lo smalto lumi noso. . A che pensi? Vana esitò. quasi temendo di non aver più la sua voce primiera. " .disse Aldo. Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico.Così è Vana oggi. per cui la stanza angusta abitata da ll'antica anima era congiunta alla lontananza immensurabile. una per quest'ora: ":Ove con piè d'argento ". Vana. se bene i salici avessero già nelle capellature un poco d'ombra. n'eran bianche le acque.disse Isabella. . Pareva che tutto divenisse musica. La sua bocca era lievemente convulsa da un sapore s imile a quello di certe erbe che masticate forzano i muscoli del sorriso. quasi illuse dalla rispondenza. la tua malinconia! . almeno per un poco! ". molle. Egli a quando a quando vedeva la nuda brughiera lontana.Oppure quella d'Inghilterra. Ti prego di non cantare. Domandiamo una pausa alle rondini. che vedemmo a Francoforte? . Addossata allo stipo. indugiandosi nella misteriosa tregua. lucida come i cofanetti di pastiglia." . e. E tutto era bianchezza e lentezza: a ncora i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano indistinti. Te ne ricordi? Anche il libro dev'essere ne llo stipo.Isa.Me ne ricordo.La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: ":Amors me fait commencier une chanson novelle..È vero.ella disse .. . Te ne ricordi? . e s ul rovescio della legatura era scritto a mano: "Doppio ardor mi consuma ". Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S' udiva nelle pause dalla palude salire il primo coro delle rane. so sweet is shee! ".disse Aldo. Mi ricordo che tu dicesti: "Le sue dita si posano su la ruota così dolc emente che sembra tocchino i tasti d'un arpicordo".. "Il cielo stesso come Autore della Musica sia testimonio. .Era un libro di cantate a voce sola. gli stormi passavano dinanzi la finestra come saettamenti disperati. Vana aveva il volto di chi sentendosi venir meno rattenga tra i denti la s ua propria anima e la gusti. Ma lo spirito musicale di quella pittura ci ent rò in cuore. consunta nei margini: cominciava a morire per le estremità come le foglie d'autunno.È una santa Caterina d'Aless andria. del Mazzaferrata. quella che finisce: ":O so whyte. Poi rispose: . sorella rondine.Questo cielo. su le parole di Ben Jon son il Tragico.disse Aldo.Mi domandate di cantare. . Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso durevol e. .Autore della Musica! . Le estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. so swee t. Stavano essi addossati agli stipi. intanto. o so soft. e l'aspetto e la voce d ell'adolescente gli movevano una sorda gelosia. E la carta era fragile. le tuniche azzurre de' suoi mec . sospeso su la piccola ferita-del labbro.

l'enigmatico numero XXVII.È per te . il motto magnanimo. egli era percorso da una sorta d'impazienza muscolare e riudiva in sé il sibilo d ell'elica. E lo sguardo impose l'attesa. e infi . che avanzava di bellezza le due cre ature del suo sangue. che vedi là. e chi la guardava non poteva cessare di gua rdarla. Ond'egli.disse Aldo. e poi ci sono i segni dei quattro t empi. e temo quel che spero.Che è l'impresa delle Pause? . . . . la sai leggere? L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere più presso a lla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad anelli a rosoni a leg acci. E. che nella confusion e del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso gli indizii e i pr esagi. . ché la s ua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze dell'intelligenza.Che vuol significare il numero ventisette? . ed era la più cara a Isabell a.Bianche? . seguito dall'inquietudine di Paolo. La forma della sua fronte su l'arco dei sopraccigli era si mile a quella dei giovini Immortali. .disse Aldo. E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data prossima dell a gara suprema nella festa -dedàlea.. . Isabella disse Vana. e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due. ove ancora l'ape dimenticata bombiva come lun gh'esse le cellette dell'alveare. una. e poi u n sospiro del valore di una minima. .Nec spe nec metu.Cedimi questa impresa.disse Aldo . . Era tanto bello.Se non sbaglio. c'è la chiave di contralto. .canici occupati intorno al congegno.O non piuttosto quella delle Pause? . E rivide negli scomparti il suo nome.. Ma io spero quel che temo.quelle che si tragg ono dall'urna cieca della sorte. .E il fascio di cartelline? .Ma è un numero che forse non dimentich erò più.Quella dei segni musicali su la rigata.Sono le polizzette del gioco di ventura.rispose Aldo .disse Isabella dopo una pausa.". .rispose Isabella. . i segni musicali. .Non me ne rammento .Tu che decifri le intavolature. .quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che Vana ti canterà: ":L'onde de' miei pensier portano il core hor ai lidi di speme hor di pau ra. l'Alfa e l'Omega. E dal turbamento. come una che abbia m orso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata di succo. Riprendi possesso del tuo Paradiso? Stanotte avr emo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire. . Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in arte armonica.Io non voglio dormire. e ne pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza delle sue m ovenze. il mazzo di polizze bianche. la sigla intrecciata.Rimaniamo qui? . E rimirò la filigrana del soffitto. il ca ndelabro a triangolo. . ché involontariamente risaliva di continuo a quella perfezione.Quanto mi piace questo! . che gli davano i sogni mu sicali.Sì. ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese fuorché quella delle Pause rico rrente sola nel fregio vaghissimo. . e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe fiamme in cima alle aste delle met e aeree.Bisogna dunque andare? . Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio. E tutti gli occhi chiari s'incontrarono fuggevolmente. aveva il sentimento di portare una corona ammirabile. E il sogno ebbe un torbido intervallo.disse Isabella.È la notte più breve. bianche. nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere patetico il c ielo della sua vittoria. mezza.chiese Vana. . promise: "Dopo" . e poi le tre pause in ordine inverso.chiese Vana. come passava rasente la finestra lo stormo a saetta. accorgendosi che di continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de' suoi occhi. .

Si volse per passare nel camerino attiguo.ella assentì sommessa.È la notazione del silenzio .Tu stessa l'ispirasti a Tullo Lombardo? Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare. Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei. Morìccica . . Con un balzo varcò la soglia. metà nella luce e metà nell'ombra. scolpita a guisa di un cammeo. . s'indugiavano. .Ti somiglia .È vero .Riconosco. e s'arrestò. sotto il piede un teschio umano? . aveva anch'essa le lunghe gambe lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della giovine signora e.Ma come non l'abbiamo veduta? . La figura. Che strana impresa . scacciala! Ella si raddrizzò. in atto di tenere il flauto di Pan.disse Aldo inginocchian dosi per indagare l'imagine. trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte ch'ella sembrava em anare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e d'oro come il pavone apre la su a ruota siderea.Mi fa male. . . pensosi. .Riassumo da oggi l'impresa delle Pause . sentendo il ronzio dell'ape presso la sua gota. la donna ignuda a vente sul capo i chiusi volumi. L'occhio di Vana era cattivo. Non avevo in questi armadii le mie più belle vesti? Non e rano tappezzati di velluto cremisi i miei stipi? Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del prezioso drapp . Aldo! Aldo non rideva più. i fondi dei riquadri brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina.fece l'incantatrice. . .ne il segno del ritornello doppio. La sorda gelosia rimorse il cuor e del taciturno. tanto che alla corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia Borgia comparisti vestita di una camòra "recamata di quella invenzione di tempi e di pause". Ella gli tendeva la mano supina. a cui i dischi di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan qualcosa di funebre quasi ch e s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle "pute" mantovane. nel basso rilievo sottoposto.Basta! Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del carro carico di tronchi . tutti gli occhi chiari scrutavano il cartig lio. Mi brucia un poco soltanto.La canzone che non canterai. ché l'ape la perseguitava importuna. In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla mano man ca. nel polpaccio del pollice.fece il fratello ancor seduto sul dava nzale. Ma chi era.Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause .Sì.Ora andiamo. .fece Vana. Sorrideva col viso in profilo.soggiunse sottovoce il fratello.Ahi! M'ha punta. e come profonda! Isa. Egli suggeva più forte. riconosco. . fors e di Delia.ella soggiunse.M'è sempre cara . e i suoi piccoli gridi sonavano sotto il cielo d'oro. era la Mus ica ed era Isabella. . ed egli pose le labbra su l a puntura per medicarla. Ed entrambi rimanevano intenti. trattata anch'e ssa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio. e le sue mani s'agitavano alla difesa puerile. Un fregio di grifi sovrastava all'architrave. distende ndo la stretta gonna. La sorella empieva della sua ilarità tutta la stanz a. stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. . palesava nel gioco alterno il disegno della coscia fino al l'anca e l'inflessione del grembo sparente.Aldo. Tutti i volti erano in su. . una porta gemmea. così. forse di Livia. Aldo. Non mi duole quasi più. si schermì. .Basta. . e la f igura avvolta d'un peplo piegoso. Bisogna suggere forte.fece con un grido di meraviglia. . . morta di baci.È il valore di quel che non dissi non di co non dirò mai. tu l'avevi cara più d'ogni altra.

E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e a Valenza. di Bianca Maria Sforza e di Leonora d'A ragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore. Per curarl e facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e delle "lime da ungie" più deli cate. che fece lavori di niello e di ces ello incomparabili. Egli pareva aver bevuto il vino di quattrocent'anni in uno di quei vasi di calc edonio o di diaspro forniti d'oro. con Renata d'Este. di nome Ercole de' Fedeli. . E i . ch'è in Casa C aetani. e. Ella lo secondava. e Lucrezia Borgia. ed eri riuscita a possedere il più bello dell'epo ca. con le ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici. tra cui forse la famosa spada di Cesare Borgia. aveva con sé du ecento camicie maravigliose! Tu superasti e l'una e l'altra. Ti raccomandavi ai tuoi fo rnitori perché cercassero "di cavar de sotto terra qualche cosetta galantissima". Non ti contentavi d'aver le più belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli collane cintur e bottoni braccialetti catene frange sigilli. . Tu inventavi le mode.Avevo i capelli che ho. . nel confondere le due eleganze. in ves tiario e in biancheria.o.Isabella! Isabella! Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.Nel tuo viaggio di Francia l'ammirazione per le tue guise fu unanime. S'era fatti ott antaquattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. . come oggi Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Perfino Francesco I ti chiese qualche veste da donare alle sue donne.disse egli adulando la giovane donna come soleva.Perché amavo anche allora i profumi. che la estense aveva raccolti innumerevoli ne gli armarii della Grotta in Corte vecchia. Anche allora tu eri una inv entrice di fogge nuove. .La duchessa di Camerino Caterina Cibo faceva fare a Mantova i suoi vestiti so tto la tua sorveglianza.Belle mani? . Li componevi tu stessa.ella diceva per incitarlo. Che erano al confr onto i grandi corredi d'Ippolita Sforza. allora gareggiavi con Beatrice Sforza. Anche allora amavi gli smeraldi. E la Borgia.N'eri folle.Eri anche allora la più elegante dama d'Italia . Ottavia Sanseverino. con Lucrezi a Borgia. La destra dipinta dal Vecellio. la tua rivale. . . Dor etta Rudinì. come og gi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un teatro o entri in u n salotto ben frequentato. castagni? . A Venezia a Milano a Ferrara avevi mediatori con orefici. Era ebro di passato ma provava un pia cere quasi malsano nel mescolare le cose vive alle cose morte. . dovette rivolgersi a te per a vere un ventaglio di bacchette d'oro con piume nere di struzzo. quasi per una volon tà d'inesistenza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Portasti a Roma quella della carro zza.Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. con l'anello nell'indice.Oggi hai per rivali Luisa Casati. ch'è al Louvre. per non restar mai indietro. ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più. . La tua "compositione" era d'un'eccellenza insuperabile. come ora Giacinta Cesi non va dalla sarta se tu non l'a ccompagni. i più morbidi e i più odorosi d el mondo. Allora la marchesa di Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèr nia. Il tuo orefice prediletto fu quell 'ebreo convertito. Ne donavi a re a regine a cardinali a principi a poeti.Ricordami! . Ambivi il nome di "perfecta perfumera". a ogni intervallo. ha fini le dita ma un po' grasso il carpo. Chiedevi ai tuoi co rrispondenti milanesi e ferraresi notizie minutissime delle due duchesse. Tutti imploravano la gra zia d'un bussoletto. per averli tanto tempo gonfiati a turb ante.Non li ho lasciati qui i miei broccati i miei rasi i miei tabì? . nel frugare le due intimità. . quando andò sposa ad Alfonso.Ricordami ancora! . e la cinquedea del marchese di Mantova. come s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria. dopo aver cercat o invano d'imitare quella tua "capigliara" a turbante che porti nel ritratto tiz ianesco.Castagni con forti riflessi biondi.

Non è vero. Risero forte entrambi. quand'era in Francia." .disse. . in silenzio. l'ardore se nza concento. prendendosi le mani. Ella ripassò per la porta gemmea. Allora. una sovrana purità si perpetuava come in un mondo immune dall'ombra.Quanto mi piace questo! .. credo. So tutto.disse Isabella con un subito mutamento di tono.per non haver ancòra restituiti molti ducati tolti in prestito.Sì. andiamo. . con una gaiezza irresistibile che travolgeva il sogno. le maschere! . perch'eri piena di debit i.. La seguivano gli altri. il canto senza parole. per mezzo a un gran ragnatelo la cerato. c on qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio. prossimo come quel d' una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte senza asciugars i.l tuo Federico. Dinanzi. Ella aperse. . e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e una lucertola grigias tra. ché dall'armadio aperto un soffio di malinc onia s'era diffuso. Le ributtò il triste odore. . Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi. poi giù per un'altra scal a desolata. .. e richiuse.Sempre si rinnova l'incanto? Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.Una vecchia maschera. ridiscese la scaletta di tredici gradini.Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto.È pieno di ragnateli .. e poi non potevi pagare. e tutto l'argento del vespero brillò fra le due imposte. col Chigi.. Una porta stridette su cardini rugginosi.Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco. ricevevano l'immensa pace sul pet to in tumulto. apri. e l'una guizzò via e l'altro prese il volo. non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi. . immemori de i due che dal vano della finestra parevano assistere a una scena di mimi. ..La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua? Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio. e poi col Sermoneta.Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti da Costa nza d'Avalos. . Apri.Il giorno senza fine. .Federico! . . come se i due lembi del ragnatelo si fossero di subito animati.Perfino con Sua Santità. . Se ne ritrovassi qualcuna dentro gli armadii? .E mettevi le gioie in pegno. C'è la lette ra al Trìssino: "Miseria extrema di dinari.Andiamo. .Mi smungeva Federico. affogavi. e lo spirito delle Pause.Quali maschere? . . guardandosi negli occhi splendidi.Federico! . e tanto spesso gli uni. ci rcondata dalle logge a colonne avvolte che avevano udito il ringhio dei barbares chi.. Ne mandasti cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia.E le maschere. . Diet ro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle antiche giostre. E fu l'ultimo sorriso della finzione. quasi fossero soli.Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva. debiti su debiti. poi per l'ombra di un'aula cinta di nicchie in forma di conche. per ché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed era di nuovo pronta a far soffrire. I passi risonarono per un lungo andito bianco.. una vecchia veste. . .. . . no. .Oh. ne avevi fin sopra ai capelli. quanto gli altri. verd astra come una caverna marina.Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. ritraversò la cassa dorata del clavicembalo senza tastiera. una vecchia catena. sì. Ridevano come monelli.Che faremo? Che faremo? Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della palude.

un filo di sangue. e sorrise. e il cuore gli pulsò contro la gola. . Non ho nulla. e la voce della sua anima era un alto lamento. . Il capo del fratello s'inclinò v erso la spalla diletta. Ah. ché non era quegli il suo compagno né il suo maestro. Non un soffio moveva le cime delle canne le vermene dei giunchi le fiammell e dei papaveri lo specchio delle acque. levigate n ei nodelli. non vedi? non vedi? Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente.Vieni con me su la brughiera . Solo il coro delle rane diffondeva il se nso del moto in forma di ritmo. Si chinò su la ringhiera. come chi r isponda a un bimbo che domandi un balocco. insegnami! Trasognato egli si volse. . La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della candida ser a. se bene si esalasse in p iccole parole. . . e un lie ve gonfiore lividiccio nel labbro rilevato dal sorriso.gli domandò Vana. . .Mi brucia soltanto.Sembro pallido? È questa luce. e il rancore dei suoi trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella grazia inquieta come una convalescen za febrile. sorella. Ella era una creatura tutta palpitante e anelante di tr istezza.A vegliare la veglia d'Icaro? . .disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza.Alla diana farò un volo di prova.Come sei divenuto pallido! L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione. come se moltitudini di ferrei cavalieri gridando irrompesse ro dalle profondità per galoppare su tutta la terra. E ogni attitudine dell'adolescente verso la sorella gli moveva un ma lessere indefinibile. e gli riempì l'orecchio un confuso rom bo. . ché egli aveva scorto. Aspettati la terza ferita. Le prime stelle e le ultime sono propizie a q uest'arte. e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della volontà temer aria. Le giunture gli si scioglievano come nel pàni co. Tutto era puro come nella più divina delle eclo ghe. le tue mani sono di perfetto marmo! Maravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera.Ti sei ferita due volte. di timore. .Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo. .Sorella. che hai? . Il saettio di sperato delle rondini stridì su l'immobile argento. di promessa. di ricordanza. .e la luce era sonora fino al culmine del cristallo empireo.Sotto un'ala del tuo grande airone? .Espero è il tuo buon genio? Aldo non guardava il costruttore d'ali ma. . poi col dorso appena appena toccò il labbro che non sanguinava più.disse. marmoree veramente. Non dominava il suo sgomento cieco. la pupilla fulminea del predatore. Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che travagliavano co sì torbidamente gli affanni umani. la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere.La puntura ti duole ancora? . Egli aspettava un dono che non gli era dato. fra poco? Io non vogl io dormire. ed egli l'udì tornare verso la log . quegli angoli vivi che parevano fatti per fendere come i conii la re sistenza.Isa. e non sapev a quale. quelle dure mascelle che per contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in una tenaglia d'acciaio. tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva. era fiso nel cielo di Vergilio. un sottilissimo grumo. e poi di subito lo gonfiava u no smisurato impeto. L'ombra cadde su le ciglia del trasognato.Quale altro cielo. col capo presso l'omero della sorell a. E uno sgomento subitaneo l o invase. si chiamerà firmamento? Stasera potresti vola re all'infinito. di desiderio.T'insegnerò . Anche voi sembrate così. con due mani di st atua. .Aldo.Ad aspettare l'alba. simile alla vibrazione della bianchezza. Lo stormo frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della palude. e credette che il battito del suo polso risonasse su l ferro come il martello su l'incudine. come abbandonate dalla vita sanguigna e trasfigu rate da un'arte sublime. se non questo.

e il gemito stesso della sua propria anima. r abbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle forme ignote. e gli sq uarci e le fenditure e i mucchi furono come i resti del suo crollo. di soglia in soglia. Poi lo scagliamento d isperato gli trapassò tutta l'anima tramortita. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. con un velo su gli occhi.Isabella! Smarrito nell'intrico della ruina. alle vedette. Ed egli andava andava. . e per ricacciare il singhiozzo egli ripeteva quel no me che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli acini balzanti d'una collana disciolta. per dissimulare l'ambasc ia. di s tanza in stanza.Isabella! Il nome cadde senza risonanza. una scala fu piena d i terrore. ebbe mille volti sparenti. Ven e di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse l'acqua degli stagni. :Chi la raccoglierà? Chi con più forte . come qualcosa che s'afflosci. addio!" Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro. di soglia in soglia. varcava gli usci palpando gli stipiti freddi. egli barcollava su i pavimenti sconnessi. Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta sul Medit erraneo. la squilla della salutazione angelica. dopo. . ché forse egli era passato. . ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le bocc he crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto fragile. lo cacciò tra le pareti ignote. sim ile a quello inarticolato che la tortura strappa alla carne vile. la vita del silenzio si moltiplicò. addio! " E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso. .gia come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco. e in fondo all'andito lugubre scorse un'ombra nell'ombra. s'addensava c ome una moltitudine tacita. e non s'udì alcun altro passo fuorché quello cauto del vecchio. d'andito in andito. Aldo. . e tutto l'or o scolpito e sospeso e infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. fece q ualche passo furtivo verso la porta che s'empieva d'ombra. e s'ingigantirono del suo dolore. si volse come a guardare la desolazione del cortile erboso. E non si guardarono ma s'abbracciarono disperatamente. Da prima corse anelante. E furono soli. dove sei? dove sei? Ti sei perduto? Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile angoscia. "Addio. d'andito in andito. e s i volse.Isabella! . e non parlarono. gli giungeva l'alto canto palustre. ma. perché entrambi traboccavano di pianto. e i contorcimenti dei grandi corpi rossastri ne lle mura piene di battaglia furono come l'agitazione della sua demenza.Isabella! Isabella! Il nome echeggiò come in una caverna. l'imagine della voluttà sanguigna. E sopra il terror e l'imagine del bacio selvaggio. ma sorgeva da ogni cav ità. lo stridore del saettamento ostinato. ur tava contro le travature cadute. Una porta fu piena di minaccia. per l'irremeabile ruina. addio!" ripeteva in sé. Nell'ombra era un aliare molle di nottole. come se soffiasse la raffi ca. Poi le fig ure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e l'assalirono. "Addio. a som mo dell'anima senza limite. E a tratti. dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano con l'omento secco del bue con le penne maestre degli uccelli rapaci. ché non era se non suono interno di gemito. "Addio. ma senza sapere come la parola gli si formasse de ntro e gli si staccasse dal cuore. per l'irremeabile ruina. come ch i abbia il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. di stanza in stanza. Negli at timi d'attesa rivide le cose più lontane della sua infanzia. s'accumulava come una cenere fosca.Aldo. un corridoio fu come un abisso. Il bisogno folle di sfuggire lo prese. "Un'ala sul Mare è solitaria" aveva gridato il poeta della stirpe. Un chiarore violac eo appariva pel tetto squarciato.O Vana! E si corsero incontro. si apriva dent ro le sue pupille con l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi inferm i. occupava i luoghi profondi. si sollevò.

Il concorso era come a una dieta di guerra. su piani su colli su laghi d'Italia bella. Ben egli l'ave va contraffatta librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile. E riapparivan o per baleni di gloria. Come quando tutta l'Ellade si moveva p er la corona d'oleastro. Un barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro. donna solare che trasfigurava i bruti i n eroi con la ebrezza dei suoi beveraggi. E. Il dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci abissi. ogni giorno più in alto. in contrade di sabbie e di tumuli. che visitò in culla il nu ovo Dedalo creatore d'imagini e di macchine. In lungo ordine le tettoie di travi e di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a ricovero di galere disarmate o racconce. l'Estate ridiveniva sacra agli agonisti. immortali come nell'animo l'avidità del volo. Il luogo aveva l'aspetto dell'arsen ale e della cittadella. volando ogni giorno più a lungo. e quella culla era ardu a come il nido stesso del desiderio sovrumano sospeso nell'Ignoto. avevano ancor macchiato di vermiglio le verghe connesse e l a tela tesa. Tutte le fronti dovettero alzarsi. aveva an ch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita. fra tutto quel legno polito materia insigne colo rata dai segreti dei secoli e dagli spiriti della terra. in cima alle alte mete piramidali. fuor del triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti gradi di pietra invasi dall'erba. avevan celato la loro favola in lande solitarie. nel mezzo del campo sor geva alla sommità d'una colonna romana la statua della Vittoria. coi nomi dei timonieri celesti. dotarlo non soltanto d'un novo dominio ma d'un sesto senso. infaticabili nel provare e nel riprovare. In cima ai pennoni. Il cielo incurvato su la pianura fu un immenso stadio azzurro. aveva coperto l'arm atura lieve d'un tessuto più lieve. avevan ricostruito e raddoppi ato il congegno. in cima alle t orri di vedetta le bandiere e le fiamme multicolori sventolavano come nelle pave sate di gala. La morte era una Circe conversa. L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria. La folla trasse allo spettacolo come a una assunzione della sua specie. Alla vasta brezza costante dell'Atlantico. Liberata dal carc ere astruso. come gli antichi pavesi delle fanterie di comune. Ora i Latini venivano alla riscossa. Contro la maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. sopra dune ignude in vista d'un a baia aperta verso l'oceano. le fronti del le coperture erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni. lacere come la carne. s'era alfine compiuto il prodigio. precipitando infine e stampando nell'as pro suolo germanico l'impronta del suo cadavere. Discepoli eran sorti. altre ali d'u omo invermigliate di sangue temerario. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. forma di perfetta bellezz a sopra quelle linee senz'arte. era venuta non con la sua quadrig a trionfale ma con un carro rustico. s'era rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un rigido mattino d'inverno. il Prometeo senza supplizio. come l'Ateniese aveva legato al l'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome. tratto da . figli del placido Ohio. colui ch'ebbe in sé "la radice e il fiore della volontà perfetta". l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e del peso.lega saprà rigiugnere le penne sparse per ritentare il folle volo? D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio. L'inno aveva p rincipio in ogni grido di moltitudine ma il croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba. rotte come le ossa. immote come la morte. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. col plaustro dei coloni di Roma. non al chiaro ponente me ridiano del Mediterraneo. Due fratelli si lenziosi. con gli emble mi delle officine. chiuso dalle nubi dai monti dai boschi. avevan raccolto il rottame. aveva studiato il vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: "Non gli manca se non l'anima dell'uccello. non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. la quale anima bisogna che sia contraffatta dall'anima dell'omo". Co me il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva divorato il tempo e lo spazio. Il novo strumento pareva esaltare l'uomo s opra il suo fato. per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di due eliche all'ostinazio ne dei due cuori. Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario.

Tenterò oggi di battere Edgard Howland nella durata nella velocità e nell'altezza. per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello Stretto di Torres studiando gli Aborigeni. glauca come la foglia dell'oleastro. entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che il posto di manovra o di combattimento. Insofferenti di disciplina esterna. nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni c on l'occhio fisso ai quadranti indicatori. insieme ave vano rinunziato il servizio. Attendeva l'uomo. raggiunto l'Egitto. poi per la Tasmania. .Più di dieci metri al secondo . . tra i fumi dell'olio bruciato. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e ostro. nei primi anni del servizio. su la svelta colonna dalle scannellat ure cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesareo. . poi per le Filippine.disse Giulio Cambiaso. .disse Paolo. non interrotta né da un volo né d a un richiamo d'uccelli. S'era cementata nell'inferno dei ba ttelli sottomarini. attraversato la Corea. Ben quivi entrambi avevano comin ciato ad acquistare il senso della terza dimensione. girando la Muraglia. quando a ogni primavera credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri corazzate contro un bersaglio che non fosse qu ello delle gare di tiro nella rada di Gaeta. Avevano domandato all'animo e al corpo tutto quel che poteva no dare e oltre: la risolutezza era divenuta in entrambi un istinto servito dall a rapidità del pensiero. la China. nata sul ponte d'una nave da guerra. emuli e fratelli. Le avev a fatto corteggio il popolo prode. per l'arcip elago di Sulu. Ognun di loro non aveva occhi se non per l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli. con l'orecchio teso al linguaggio met allico degli apparecchi di misura e di governo.rispose Giulio Cambiaso scorgendo su la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al rosso. Imposta al capitello corinzio involto di acan ti corrosi. E venne al limitare della tettoia. per l'India. la Mongolia.disse Paolo Tarsis. . Non si vola. ora viveva nel cielo come quando il giovanissimo capo e l'omero pote nte e l'apice dell'ala aquilina coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio Vespasiano fondatore di anfiteatri. che a ogni più lieve causa drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel fondo. la resistenza era divenuta come l'osso del dorso. tra i vapori della benzina. Avevano fatto la pelle al freddo e al caldo. nella lotta costante dell'attenzione contro il tossico sonnif ero dell'anidride carbonica. La vastità dell'aria era deserta e muta. risalendo fiumi.domandò Paolo Tarsis chino presso la sua macch ina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio. guardò la palpitazione delle fiamme in cima de lle aste. aspiranti a un'azione più libera. . in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare. La loro fraternità vigeva già dalla prima giovinezza.Che dice il segnale del vento? .Il vento sta per cadere . ascendendo monti. nel pericolo assiduo dello scoppio. soggiornando alla ventura nelle città dell'interno e della costa. Si guardarono negli occhi leali sorridendo. ma la temettero come un ostacolo da evitare.Tentiamo? . valicando steppe. Non la riconobbero i nuovi agonisti. in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi.sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di Vergilio. usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto sotto le fiamme tropicali di Mindanao. mentre il capo dei suoi meccanic i finiva d'intonare il motore ed egli prestava l'orecchio acutissimo alla settup la consonanza. s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della campagn a di Ghedi. manovrando i timoni orizzon tali e correggendo per innumerevoli esperienze l'instabilità nel verso dell'asse. Insieme avevano intrapreso un lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente. per l'Arabia. tra miscugli d'idrogeno e d'ossigeno svolti dagli accumulatori e lettrici. scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del marinaio. Verde come la fronda del l auro. Avevano sopportato qu .Anch'io . S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati. non la venerarono. nella tenebra improvvisa causata d al corto circuito. Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azz urro dei monti verso il Garda.

nel sentire il soffio.diceva l'ornitologo implume. interrotte da cumuli di mattoni e di cocci. avevano acquistato la destrezza che moltiplica le forze con la sagacia nell'adoperarle. che sono le ruine obli ate delle città regie senza nome divenute nido innumerevole alle dinastie delle me ropi. D'avventura in avventura. Si chiamava Léon Dorne. soccorsa dalla scienza anatomica del corpo animale nell'assestare i colpi. . avevano risognato il sogno sottomarino. e continuato così per settimane senza stancar si. palpitazione visibile della vampa su l'aridità . e lo schiocco delle larghe palme che si posano su l 'isolotto di melma. e curano i fusti teneri delle penne na scenti e a quando a quando starnazzano per esercitar le giunture e. sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure vie terres tri. con solo fuor d'acqua il lung o tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio vitreo. che. abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali. dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a grande altezza. pronto il siluro nella camera di prua. il lancio segreto contro la caren a gigantesca! Un giorno per caso. quand'essi r ipiegano il collo tra gli omeri come gli aironi e. folte di canne e di tamerici sul pattu me salmastro. rivissuta la vita silenziosa nell'e lemento profondo! Quante volte. alfine. senza mai batter l'ali! Specchi della Palude Mareotide. dinanzi agli spettacoli più nuovi. essendo inca tenato in Luzon. e di nuovo lo strepito più forte pel più alto volo. Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della loro nuova ricerca. e tanto forti. parti ta.e corvi trapassano in volo veementi con ombre di mort e. i gravi pellicani dal sacco gutturale venato come le dalie. accertata la rotta. come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai limiti del deserto! Passione del deserto. ca ngiano la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano sopra l e nubi! Immense lande liquide dei Barari. lo s croscio dell'onda in coperta. era riuscito a farle scorrere per gli anelli di ferro. dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte. Ma quante volte. poi emersa la sola sommità della torre coi suoi cristal li più alti. in vedetta. I due manovratori di battelli sommergibili avevan rivolto il senso sta tico delle tre dimensioni verso il cielo. sol per un certo suo modo di equi librarla. percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi. lo strepito dei motori a scoppio e le subite vampe fra le pareti metalliche. corretta la mira. e sono i pellicani dall'occhio scarlatt o. nell'isola di Negros. la corsa fatale nel silenzio subacqueo. coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni. poi tutto lo scafo immerso.Alis non tarsis . che la pressione delle dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel mis uratore e spezzare l'ulna più robusta. l'immersion e totale. per raggiungere in tempo su la costa una lancia spagnuola che. mentre a qu ando a quando capovaccai . Posatoi rupestri del Mokattam. in agguato. al Cairo. e partono di primo volo e salgono al sommo e poi discendono col be cco al vento e s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria im mobili e poi risalgono e poi ridiscendono. quasi f ossero forniti della terza palpebra. non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo. per osservare il volo dei corvi. poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior d'acqua. Avevano cavalcato nelle ste ppe diciotto ore su le ventiquattro. pregni di splendore come gli alabastri delle mes chite. alzandosi contro il vento. e s'ode il loro g rido rauco simile al raglio. in vicinanza d'un ammazzatoio publico. ove su le grandi assemblee degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe. se qualche carogna di bufalo vi approdi portata dai canali. avevano ripensa to gli attimi incomparabili della manovra di battaglia: il battello emerso. s'erano ab battuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda leggera di lino. Uno di loro in un tempio ind ico aveva potuto alzare una gravissima pietra. di lotta in lotta. il q uale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi immuni dal barbaglio.attro giorni di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'A ltai deserto. facendo il bisticcio sul cogno me di Paolo. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto pieghevoli. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. di subito si gettano giù.

veramente dedàlei.Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame disse Pa olo Tarsis. lunghi fusi ferrei con un gran cerchio a ogni estremità. i mas si squadrati hanno per eterno cemento la parola di Vergilio: et nunc magnum manet Ardea nomen. essend o un modo della loro concordanza. . custo divano i più diversi mostri artificiati con le materie più diverse. dagli Aricini ai Lanuvini.E il maratoneta Shrubb. lievi scaf i oppressi da impalcature sovrapposte. dagli Albani ai Veliterni. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi. alberi giranti f orniti d'una sorta di cilindri cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni d ei fornai. . per add estrarsi al veleggio. I due compagni avevano quivi sentito.disse Giulio Cambiaso ridendo . Per mezzo alle ampie tende di tela agitate dal turbine delle eliche in pr ova. aduna zioni di celle quadrangolari. un'espressione duale della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini. e.E il fantino O'Neil. Era già vivace in loro il sentiment o sdegnoso della piccola aristocrazia che s'andava formando dall'accozzaglia del la novissima gente volatrice. I due compagni avevano vissuto lunghi e lunghi giorni. simili a mucchi di scatole senza fondo.Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado? . Dopo prove e riprove. . . di quel riso ch'essi non ridevano con altri. nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti delle stirpi.E il nuotatore Geo Read.Alis non tarsis. avevano scelto nel Lazio il ripiano di Árdea.E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo! Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le soste all 'addiaccio o sotto la tenda. Tornati in patria. . la rupe di tuf o tagliata ad arte. partorite dalla mania pertinace o dalla presunzione ignara. Da principio avevano costruito apparecchi sempli ci.sai che perfino il re negro dei pugila tori Sam Mac Vea si propone di volare? . assorti in questi spetta coli e in un sogno d'avventure celesti. privi di forza motrice.E il ciclista Mazan.E il multiplano di Guido Longhi? Le tettoie nuove. simili a fragili canghe. apparivano a quando a quando le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù. la chiostra dei monti. a simiglianza della ruota a pale nel mulino natante .Sai? . . fatto di coton ina imbullettata su stecche. non affidati se non alla resistenza dell'aria. E le era rimasto il bel nome italico: Árdea. e nel nome il proposito di volare sopra la nube. l'arce italica di Turno nomata dal nome dell'uccello altovol ante. s'erano messi con ard entissima pazienza all'impresa. alludendo ai molti trabiccoli strepitosi che non riescivano mai a di staccarsi dal suolo. . Qual posatoio più atto all'esperimento periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della prisca città fondata da una schiera d'Argivi spi nti alla spiaggia dal vento di mezzodì. simili a quelli usati dai primi esp erimentatori nelle prime prove. meglio che in qualunque altro luogo della terra. dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi pavesi. .E il pattinatore De Koning. coi più diversi in gegni. Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue aspettando la v olontà conduttrice. quando la grande aquila sola s u i rossi torrioni del Khamsin valica in un attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa metropoli di sabbia e di angoscia si dilegua p er sempre! . è come un ciclo di mi ti impietrati.commossa. condanna te irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali ricurve e a guzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in cardini rugginosi. come la morte sia un'operaia gioiosa. avevano compiuta una macchina leggera e potente la cui om bra somigliava l'ombra dell'airone. odore elettrico dello spazio in attesa. n on equilibrati se non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso.

Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina di "chez Callot". t estardo e cupo. le loro ciurmerie. L'ombra monocola di Zoroastro da Peret ola si chinava a commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante.Nulla. tutte le composizio ni del legno. quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra d'un'al cova molle. Altri. visibile a traverso i fili d'acciaio. Altri. tenendo i vasti piedi sul regolo. Essi avevano già la loro divisa. mettevano a guadagno le ossa e l'ardire. vincitori di corse in circuito. con licenza dei commissarii.Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle tettoie. . che son qui pe r tenere i piedi a pollaio. È issata la fiamma bianca. gittava di tratto in tratto il richiamo fatale: "Icaro! Icaro!" E allora lo schiamazzo della folla i mpaziente si mutava in uno scroscio d'inestinguibile riso. . e sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo pro posito: "Tu non ti moverai. In servizio dei fabbric anti d'uccelli artificiali.disse Giulio Cambiaso questi Icarotti con troppe ali. le loro millanterie. come nelle corsie dei manicomii. i ndissolubile.Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio! Costruendole la vacca infame. or a dominato ora dominante. dietro l' elica solitaria. Altri. e mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta d i buon astrologo. sicuro di portare il suo adipe fino alle stelle. l oro maniera. . del metallo. che conside ravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre sole rotelle elas tiche e munito di semplice o doppia velatura intelaiata. volgendosi di continuo a os servare l'effetto. . che accend ono a ogni momento la sigaretta della temerità. .Vuoi ammonirmi? .Diventi misogino? . con un crudele strascico di voce. di stanghe. difficilissimi intrichi di sàrtie. Sotto o sopra le ali. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a dieci metri. né io mi moverò".Il vento gira. Altri era pallido e dolce come il feri to su la barella. andò ad atterrarsi in Sicilia. . ora coperto ora scoperto. scotendo a quando a quando il capo scoraggiato. avendo fiut ato il favor popolare pel nuovo gioco circense. . E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo ragno. sorrideva a sé medesimo.. mi piacciono assai più di quei mercenarii insaccati ne i braconi alla lanzichenecca e camuffati con la cervelliera di cuoio. il loro gergo. rubicondo. ben raso.Che guardi. addosso all'alveare del radiatore. l'uomo era prigione del mostro da lui partorito. Di tettoia in tettoia il tragico e il buffonesco si avvice ndavano. Ed egli. di spranghe. assegnò al toro quello d'intrattenerla. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici. Comincia l'emigrazione verso il recinto . Ammirabile esempio! . di tubi. Un beffatore invisibile. Erano costoro i pratici del volano. congegnature di aste e di ventole in guisa di quegli arnesi mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride. covava il suo furore contro il carcame inerte che aveva deluso u na fatica decenne.Eppure . di longherine. pareva sedesse dinanz i al suo telaio ideale e continuasse a tessere il suo sogno senza fine. emaciato e illuminato come gli asceti. Talun o col gesto perpetuo dei dementi manovrava una leva. del tessuto intese all'impossibile volo. d i traverse. a traverso il polverio che il . Paolo? . immune dalla strutta f igliale. tra due serbatoi a forma di obice. per divertire dame e d amigelle! . Altri dalle ar terie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti a riempire le pause de l motore affievolito.Scherzo. che praticava il v olo basso come Henry Farman.Sei più severo di Dedalo. con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnio o d alla polvere o dalle lacrime. che fu tanto compiacente verso Pasife. rotondo. Era spaventosa.Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che nel c4m di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo.Né anche per sogno. le loro caba le.

come aveva fino allora evitato. onde non resta se non la semenza di morte". con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del minio e fors e di queste parole: "Dal cuore premuto dell'onta spremetti la dolcezza del frutto ch'era mortifero. tutti gli altri e sé stesso. si turava con le molte mani i molti orecchi allo strepito pr enunziatore del prodigio. Io parto. l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione. Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento virile. ora prossime come minacce. e stavano per separarsi. Ma Paolo Tarsis seguì l 'emulo per qualche passo. Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime.Sei pronto? . asciugava le care gocciole de lla fronte geniale. inguainata nella stretta gonna come nella pelle della sua pelle.Spero che ti raggiungerò. è tiranneggiato e protetto. soffiava e risoffiava le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile. ora lontane come larve.Hai mutata l'elica? . ove l'uno prende più di quel che dona. dalle floride figliolanze. sentire il pregio di quel dono a lui fatto dalla sor te robusta. l'incontro della sua amica col suo amico. . contava nel grembo l'oro imaginario del premio giusto. imita e consente. fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti di sudore e di olio.L'ho mutata. voleva anc ora evitare. in notti d'insidie. di due libertà e di due fedeltà indomabili. ché le loro teste. come le sue ciglia come le sue unghie come la pelurie della sua nuca come i lobi delle sue orecchie. Quarta a ponente disse Paolo Tarsis.Soffia per colpi. ine briarsi di quella pienezza. . Simili a lei. . si sottomette e si umilia. La famiglia palpitante vigi lava il portentoso uccello concepito nel suo seno. s'era indugiato per dare a quella domanda la sua risposta . in cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni austral i creato pel dormente un destino più profondo. Ma la loro a micizia era fatta di due stature eguali. tutta distinta di partico larità squisite che squisitamente vivevano su lei. . E. Si strinsero la mano. spingeva lo strumento della nova felicità verso il campo dell'aratura. . .Subito dopo di te. lascive e sfuggenti. suscitando con l e lor simiglianze il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili tes te.A rivederci in alto. simili a quella e si-mili tra loro nelle maschere nelle attitudini nelle fogge. vuole attacco per attacco. Quante volte l'uno aveva vegliato sul sonno dell'altro. lo salutò ancora una volta. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore.Pronto. poi respinge va lo stupendo aratro nel ricovero. Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva alle labb ra: "In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali unghie lucenti lascer ai disfare la tua durezza?" Egli l'aveva seguito. senza indagare la causa. per t urno. liscia odo rante e lubrica. con le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di qu ella veglia. quivi deplorava l'inclemenza del cielo e l'i ncostanza degli stantuffi. sorgevano su i lunghi foderi d ei corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.Il vento gira. Giulio? .vento dell'elica sollevata dal suolo rossastro. vive e artificiali. coperte dai larghi cappelli. . ric onosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo valore. fra gli scoppii del motore in mo to.E tu. E tu? Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella Inghirami. di due pari potenze. sapeva che il più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo avversario non poteva prevalere n ella sostituzione. altre creature apparivano là dove gli uomini s'apprestavano a gioca re il gioco che poteva essere di fuoco e di sangue. andando ciascuno al suo còmpito: c he era di superare il compagno. Quasi tutte le amicizie umane sono fondate su la ragion leonina. perfino dalle nutrici e dai pedagoghi.

Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. onde pendevano i lenzuoli gualciti. rapida. ineguale e ambigua come certe voci ro tte dalla conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed inso lito. nei quattro metalli del motore bianco giallo rosso bruno.rispose il timoniere celeste.: "Ti ricordi. .La morte dunque è sempre là? . una spugna. la polvere decadde. Non rimanga là! Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano. . . e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro chius e. ora maschia.È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato. . Il silenzio parve uccidere un gr ande essere fantastico che riempisse di sé tutto lo spazio chiuso. non aveva voltato il capo. . . La prego. offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e sbigottiti. di quel buttero che per bravata. e le pareva che la paglia del suo cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico. che lo attirava e lo irritava a un tempo.I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio. i pezzi di carta. tu. un fiasco vuoto. i vecchi abiti appesi ai chiodi. a volta a volta squillante e roca.Là più che dovunque. e si sporse. . d'una supplicazione inopportuna. tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse della fusoliera. .È orribile. signorina! egli gridò. penetrava per u na fenditura della parete rivelando il nervo d'un'ala. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva. quasi supplichevole. E mi scrollo.Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei? . una catinella.Sia prudente . in una condizione dello spirito simile all'indeterminato ricordarsi. la forza del più piccolo frammen to scagliato è incalcolabile. le coperte di lana bigia. e poi la marchio per la sua se rvitù. gli stra cci. . le rozze scarpe arrossate e polverose. ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di spezzature come un canto incante vole.Si guardi. . da solo legava insieme le quattro zampe al giovenco e lo s ollevava da terra? Così io faccio della bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi.Preghi il Cielo che questo non m'accada mai . brillando nelle sàrtie d'ac ciaio. sollevò la polvere. I meccanici la guard avano. A un tratto il motore s'arrestò. nella tenuta dei Cesarini. Egli st esso allora prese l'elica per le due pale e impresse il moto. l'elica divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. e qua e là le scatole di latta. agitò la cortina. quasi leziosa. .disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula.Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola? Ella aveva la voce un poco tremula.. quasi afflosciati da un a squallida stanchezza. come già nelle aule ducali di Mantova. La lego e la sollevo. Il rombo fece trem are le tavole. Egli era come in un intervallo della realtà. . le pieghe della cortina ebbero pace.C'è pericolo? .Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia. oppresso da una improvvisa tristezza. . una specie di g rande angelo abbagliante che si fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spe nto in terra come un cencio terreo.Non bisogna mai tremare per lui. e ti do la mano. qualcosa d'inverosimile. . ora bassa ora soprana. Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella Inghirami. Ella s'interruppe.La prudenza non vale. ora infantile.. e ce ne andiamo per la nostra conquista libe ri". E la striscia di sole fu triste. con un gesto brusco. il giorno della merca. poi riprese. dinanzi a quella creatura quasi scon osciuta.È troppo ardito. Un a striscia obliqua di sole. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte. quasi vi olenta. . Ma il compagno.Il Suo amico.Là e dovunque. i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono. come nella stanza ducale.

riprese a versare pi anamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un filtro di tela gial lastra.Oh. il barrito degli el efanti che s'inginocchiavano nel loro fimo. . . come per vincere l'ind efinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era occupata la profondità della sua vita. Come Le somigliava! .Se chiudo gli occhi. allora n'era carica.Anche per sé? . è pieno? .Eccola . avendo vissuto della stessa vita. e si volse verso di noi.Crede al presagio? . .Mi ricordo che.Oh no! Quelle che porto? Ne aveva d'arida seta intorno al cappello. si vedeva il liquido c olare tra le dita ferme luccicando. . mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal gengiva rio. Egli affisava in lei uno sguardo di sogno. . Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Se li riapro. nei tabernacoli nelle nicchie nei pilastri. E la porse all'evocatore.Giovanni.Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo. Lesto mi chi nai per raccoglierla.Crede questo? .Perché ora mi ricordo.Manca poco . Udimmo il tintinno dei c erchi d'argento alle caviglie. di fresco roseto alla cintura. A Madura. . ora prossimo ora lontano. la mandorla dell'arèca ridotta in polvere. . . col volto lucido di sudore. no.. ma la devota fu più lesta di me.Di che si ricorda? S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine. moriremo della stessa morte.Certo. L'uomo..Di che si ricorda? Dica! . Il galoppo d'una pattuglia risonò sorda mente su la brughiera.disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre. quando si mosse per andare verso le due grandi st atue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i fiori. estraendo la piccola canna introdotta nel fòro del serbatoio per misurare la quantità. la rivedo più viva. . per la festa sacra. erano per gli idoli. lordato dagli escrement i dei pipistrelli innumerevoli. .E perché sorride? . . se bene lisciata con la radice della cùrcuma. un indovino dalla tes ta rasa masticando le foglie chiare del betel ci presagì che. le piscine gremite di torsi i gnudi e di teste rase.Anche per me.. Egli rivedeva le chiostre della pagoda. no. Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà. un sorriso smarrito. nell'ombra della pagoda di Visnù. Comperava dal m ercante il croco purpureo.domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava l'essenza nel s erbatoio.rispose l'uomo.Oh.soggiunse Vana con timida insistenza. . aveva quella purità di li neamenti che è propria delle più delicate miniature indoperse. dove la Bella s'inchi na a bevere l'anima della rosa mentre passa il Cavaliere in drappi d'oro sul pal afreno di color cilestrino balzano da tre. Ma erano per l'offerta. il popolo d'iddii di dèmoni di mostri scolpito nelle lunghe logge cupe.Perché? . Come la striscia di sole passava a quell'altezza. arrossendo l ievemente sotto il cappello tessalico. . E si stupì che quella parola e quel gesto si fossero pa rtiti dallo spirito misterioso ond'era piena. . . la rivedo viva.Oggi è senza gioielli. fino al tappo. Riudiva il mugghio dei buoi.Certo.Sia pieno. ritto sopra una capra.Olivigna. . su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi. da un indicibile spirito di ricord anza e di ritornanza suscitato senza causa. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro. la ghirlanda di rose gialle. che li fa immuni. .Quelle. una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il banco di un merca nte. Ma quando vide la sua rosa all'occhi .

tutto è dimenticat o. Nessuno m'ha vista. Me la renda. Che mi importa? che mi giova? Non voglio più sapere. ch'era fine come le mini ature? che fece del suo croco. Forse già m'ama. Sono una piccola sciocca". riprendeva respiro in una specie di aura fortunosa che forse era per trarla più lungi ancora. "È possibile che anch'io me ne ricordi? Si sogna sempre. Isabella mi cerca. tra la sua paura e la sua speranza. non voglio più vedere. . ora se ne va nell'aria. come una speranza e una paura senza oggetto. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un bimbo. la linea ovale della sua propria finezza. come un evento senza tempo. Né meno fantastica le pareva la sua presenz a tra le cose presenti. non so perché l'ho fatto. una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente viene di M adura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. sfuggiva alle tratte della tortura.. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce un soffio e ci porta il nostro vero destino. gli stringerò la mano? Dopo. Lo porterò in alto in alto . imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei suoi piedi nudi. mi so nascondere da voi! Sono lontana. Per prolungare l'incanto voleva soggiung ere: "E poi? Dove andò l'Indiana dalle pastoie d'argento. vana. forse Paolo è già partito! Non biso gna temere per lui. no! Ho fatto per gioco. Sono sciocca.. non è vero! Il mio cuore non è qui. Aldo mi cerca. della sua polvere. Per ché sono qui? Anche questo è sogno. Vanina. ma dentro persisteva l'i nquietudine cruda come un'angoscia. tra il suo ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere vendicat ivo. no. come sua sorella. oh no. Ah. ora vola. come una enormità nascosta che somigliava quegli enor mi idoli di pietra nascosti dai fiori. "Ah. la folla mi fa male. mi so nasconde re da voi! Sono lontana. quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della barba simile al rame dorato che si sdora. la sua figu ra era forse più dissimile a quella alzata presso il banco del mercante nella pago da di Visnù che a quella alzata presso il congegno dedàleo nella tettoia piena di ro mbo? I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore. se ne va con la mia rosa gialla nel cielo.Una rosa perduta. sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore si parte dall'estremità della terra. voleva soggiungere: "No. in una forma imaginaria di esistenza. Non vogl io più piangere. come ogni donna viva. Che direbbe Paolo? e Isabella? Ci sarà una pena anche per lor o.Oh. E tra la sua pena e la sua maraviglia.Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra? Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore. intravedeva qualcosa di vago. sono lontana!" Ella era separata dai suoi carnefici. Cred e che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione. piccola I ndiana impastoiata!" Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore. ché tutto il resto era confuso. Le prometto che lo porterò oggi a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri. sedermi su una di qu elle brande per aspettarlo. la rosa si sfoglia. Prima di guizzare tra i lembi della cortina. E soltanto quel piacere era certo. e da un sorriso ammirabile che tempe rava la sua energia e la sua malinconia. mi cercherà? mi vorrà rivedere? L a luce mi fa male. a piedi nudi. Ha gli occhi lionati. . È il fratello di Paolo. Che penserà di me? Sono venuta da Madu ra. Sono stata pre sa nel vento dell'elica come una festuca. Ah. Un giorno riceverò un libro di miniature.ello di quell'uomo quasi sconosciuto.. della sua ghirlanda?" Ella sen tiva il colore olivigno del suo proprio volto.. La getti. con l'indovino che mastica le foglie di betel. si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un simulacro insolito di sé. Perché? Moriranno della stessa morte! Non è dolce Paolo per Isab ella in questi giorni. Egli era animato da un'ebrezza inconsueta. e tutto finisce.. Ah. le foglie cadono chi sa dove. che l'aveva spinta in quel luogo ignoto come in un rifugio. come si sfogliava lungo le pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta dalla cintola col gesto inconsiderato. per portare una rosa. Per andarmene. Potrei rimaner qui. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte. Ed e lla sentiva in sé la sua giovinezza come una immortalità. sopra le nubi. con un libro di miniature. Sembrava che l'apparizione improvvisa d .. .

sorpassò i casali. S'inchinò verso la prima meta nella virata. quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero sotto. egli credeva esser congiu nto ai suoi due bianchi trapezii con nessi vivi come i muscoli pettorali degli a vvoltoi. Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido passo. ch 'era la sorella della donna che il suo amico amava? in virtù di quale armonia segr eta? . fratello. avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e que sto a un palo. e assicurò la rosa a sommo del s uo petto. La sua diffidenza e il suo dispregio lo abbandonavano. gli uomini si a ccinsero a spingerla verso il campo di slancio. con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone. tr a il suo moto istintivo e quel moto meccanico. . l'Árdea fu sciolta. e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Árdea prigioni era fosse impaziente d'involarsi. Se tu vi . dopo a grado a grado più lievi. entrò nel riverber o candido delle nuvole.comandò egli ai suoi uomini. per muovere con la pressione dell'anca il congegno inte so a inflettere la velatura estrema. avendo già compiuto il primo giro. di riudire la tua voce nel volo. e aveva l'oscillazione del gabbiano quando rimonta. "Fratello. di gittarti il mio grido.Pronti pel campo! . tutt'ala. Affron tò il vento. come venuta dall'oro delle più lontane messi italiche . cessato il battito del suo cuore settempli ce. Afferrandola per le traverse del corpo e le cèntine delle ali. e un uomo inginocchiato osservava la freccia d ell'indice. come l'e mblema sospeso su le porte dei templi egizii. non vogl io più divorarmi il cuore. un'opulenta luce bionda fluì. Qual genio aveva condotto verso di lui quella creatura. tutta la membratura volante gli era come un prolungamento e un amp liamento della sua stessa vita. Le tende scorrevoli si aprirono. Ho bisogno d i chiamarti. Dalla pala dell'elica al taglio d el governale. che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in piccole volute. sinché sembrano appena scalfire la sabbia. lasciava la terra. Il clamore della mol titudine dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. E i meccanici ne provavano la forza. Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore. Un cumulo di nubi apparve. orzeggiando di continuo. quando nell'andare all'orza manteneva l'equ ilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di stabilità. Un uomo era nel cielo. Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la sua macchi na e il suo scheletro.rispose al comando una voce fedele. c orre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne. siamo solitarii. alfine si libra su la vastità dell'ali r imontando il filo del vento: prima gli artigli segnano impronte profonde. si radd rizzò. siamo lontani dalla terra t ormentosa!" pensava Paolo Tarsis che. o nde il mondo sorgeva splendido fervido libero come non mai. disegnato c ontro la vasta bianchezza. fr agile e invitto. contrastando ai rìfoli. fra la sua volontà addestrata e quella forza congegnata. E l'elica s'arrestò. fu bella come la figura del dio solare di Edfu. e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del volo. quando inchinava il corpo verso l'interno del circol o nel veleggio roteante. Quando si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo. Alla manovra del timone di altura beccheggiò fuggendo i mulin elli. diritta e veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi. Primi i due occhi chiari lo riconobbero. si separa dalla s ua propria ombra salendo con debole erta. non più legno visibile ma astro d'aria nell'aria. come un velo ricco intorno a una lampada notturna. non voglio più nasconderti il mio supplizio. alpe ariosa d'ambra e di neve.Pronti . ché l'elica aveva ripreso i suoi gir i. simile a quella d ell'acrobata su la corda tesa. siamo liberi. che aveva veduto piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'ac quitrino di Sakha. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva. veniva so pravvento al suo compagno per raggiungerlo. e l'ultima trac cia è invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggere correndo nel fumo azz urrigno. Rapidamente s'inalzò.i quella creatura sognata e sognante risvegliasse in lui una musica di gloria. "Non voglio più esser triste.

il tintinno come i cigni. Se io vinco. dai grappoli umani appesi agli alberi di confi ne. .Árdea! Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe . taluni rossastri come i fiammingh i. Ritrovava il suo silenzio il suo deserto il suo compito. Il mondo dei miti e dei sogni rioccupava la cavità del cielo. s'irradiavano d 'un sangue improvviso. dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie divine. Simili alla carne giunonia nel pun to della metamorfosi che ingannò il Lapite reso folle dal nettare. Altre simigliavano altre figure altre creature altre favole altre arti. librate su le lunghe ali rettilinee. inaugurato la novissima età. E il cielo viveva come la moltitudine. dai carri fermi su la strada di Calvisano. Il cielo era divenuto il suo te rzo regno. trattenuti dalle braccia muscolose. rullava. rapiti infine dall'astro vio lento dell'elica. che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni secolari degli artefic i operate nelle volte dei palagi e nelle cupole dei templi. a quella disfida allegra tra due volatori de lla medesima specie. guizzava fuor della rotta. una gerarchia di angeli. il riso agitante d'I sabella. un paradiso di fiori. s'inseguirono. la raffica come le aquile. una materia foggiata dallo statuario e dal fìgulo. su i crocicchi delle strade candide. dagli stecc ati. . oggi!" Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione. Nello strepito imitavano da lungi l'appl auso come i colombi. docile s'incurvava appiccandosi al labbro. taluni cinerognoli come le gru. Tutte le tettoie r ombarono e soffiarono. risaliva quasi verticalmente come il germano. L'anima immensa aveva valicato il secolo. Com'è virile il cielo. la vanità delle amiche.nci. dai mucchi nereggianti su i colmigni delle cascine.Árdea! Paolo Tarsis raggiungeva il compagno. non conquiso col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.Árdea! La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e terribile. e tutto lo sparso azzurro intorno non era come quel p oco. virava intorno all'asta della meta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta della fiamma ondeggiante. In un golfo ceruleo. su la strada di Montichiari. Era uno di quei sublimi c ieli d'Italia. nel vano includeva l'azzurro. si adeguavano alle c olline. E. a q uella gara di eleganza e di ardire. poi subito si coprivano di macchie smorticce come le squa me caduche dalla pelle infetta di lebbra. e un'ansa nasceva dal fianco. tu vinci. volteggiavano come i rapaci. piombava a un tratto come l'astore. la stupidità degli accompagnatori. vibravano di luce in sommo come le sensitive trasparenze degli esseri marini ab itate dall'inquietudine di un fuoco spirtale. era preso nel vortice dell'elica gemella. creano e distruggono tutte le imagini della grandezza. come quella ebro di maraviglia e di gioi a. altri si levarono. profondato la vista nel futuro. mostrava contro il fulgore le nervature de lle sue tele. consueto a entrambi nelle scorrerie ne lle cacce nei bivacchi. di violenza e d'infinito. lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente. si laceravano alle cime dei pioppi. Egli aveva gittato verso il compagno il grido di riconoscimento e di allarme. evocato dal nuovo sogno e dal nuovo mito. Simili a un'argilla diafana sul taglie re d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili. conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del Buonarroti. . Simili a trombe d'acqua lattescente. apparvero e ntrambi inseguendosi come due cicogne prima della cova. lunato tra cumuli d'ambra. Scoccavano come i silvani. altri si lanciarono. sc ivolava con la velocità del vespiere. Dalle tribune. gonfie di procella come le case di Eolo. gli passava a portata di voce. Sorgevano dai monti. poi si persero bianchi nella vasta bianchezza. di superbia e di terrore. Trascinati a bra ccia sul campo. una genia di mostri. dall'innumerabile maraviglia saliva il cl amore come un tuono o come un fiotto intermessi. accelerato il tempo. prendevano la forma dell'ur na. i velivoli partivano l'un dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri rivolti all'Assunzione dell 'Uomo. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel rombo? . suscitati dall'es empio. strisciavano come le gralle. taluni giallicci come i capovaccai. io vinco. sbandava. tutto quello stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso.

presa alle viscere non dalla pietà pel morituro ma dalla fre nesia del gioco mortale. nella virata bassa urtare contro il suolo. Ma quegli fu tratt o dall'intrico. e il pollice riverso era di con tinuo sopra lui. tutte le ossature stronche. Pallidissimo. Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio: . E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore rotolarsi su l 'erbe arsicce con una furia così selvaggia. le divinità constrette erano pronti sempre a insorgere per lac erare.Tarsis! Tarsis! Il soffocatore della vampa era sorto in piedi. a poche brac cia da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancora s'avvolgeva sop ra sé stesso invincibilmente. E splose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa schiantata e l'uomo vivo. si scrollò. Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati verso il co nvesso circo celeste. scagliata dalla cor da della balista. La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere. risollevar si. sbandare. fino al limite del Buio. Nella calca efimera e indistinta le ra . tutti i nervi recisi. Un'ombra tragica e una luce tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio. e sorrise. come quelle belve prigioni che si scag liano contro il domatore se a pena egli batta le palpebre o distolga la punta de llo sguardo. coi ca pelli strinati. A duecento metri da lui. l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l 'ara esigendo i sacrifizii umani. supino con gli occhi verso le nubi. s'inazzurrò nell'ombra. precipitarsi contro lo stecc ato. come quei rapaci notturni che abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono. sotto le dita che lo palpavano. si sporse alquanto per riconoscerlo. guardò la sua mano sanguinante. La fusoliera ardeva come un brulotto. lo guardò spento arrestarsi. fumido. Gli elementi asserviti. che n on appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già crepitanti come sermenti. l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi s'addentrò. continuò la sua rotta. silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio d'orrore. con un colpo teme rario del timone d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto. si dorò nel sol e. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo insensibile ma l'anima oceanica della specie. Come l'Ortìa s anguinaria dell'antica Tauride. Egli guardò le sue mani che avevano str ozzato il fuoco ribelle. rapido s'impennò. . esanime avanz o di vergelle e di canape.Tarsis! Tarsis! L'Árdea continuava la sua rotta. restare immobile su l'a la infranta con alzata l'ala intatta senza il battito dell'agonia. Due soldati lo trasportarono sopra una delle tavole ab battute dal cozzo. Come una gra nde falarica avvolta di stracci intrisi in olio incendiario. girava le mete nel decimoquinto giro. Allora fu visto un altro velivolo. Allora fu visto di subito apprendersi ad altre ali il fuoco senza colore. oleoso. nericcio. risalì per l'aria. Divampava nell a rapidità l'incendio. le forze n aturali sottomesse. del suo ordegno distrutto non rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti. fu dissepolto. con le vesti incarbonite. erette le timoniere stridivano. con le mani cotte. Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante. lordo di olio nero. che volava nella nube. per annientare il fragile tiranno. non apparendo dell 'uomo se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. L'ombra d'un volo vittori oso passò su la sua disperazione. La lotta era incessante. fu rimesso in piedi. Le vittime osavano guardarlo con pupille infle ssibili. il pericolo era onnipresente. scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Nella coda simile alla cocca del quadrello. vacillò. che il suo cranio dirompeva il suolo f riabile. capovolgersi con tutte le t ele lacere. Un sùb ito aumento di vita estuò sotto l'imminenza della morte. La cruenta gioia circense rifluì nei precordii ansiosi. Che erano mai al paragone i giuochi dell'anfit eatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta. La folla urlò. Ave va il femore in frantumi. gonfiata co me una marea sino alla linea del più alto volo. ma alle macchine micid iali su le vie della terra del mare e del cielo. atrocemente vivo. abbatterlo per un lungo tratto fra alte strida. L'uomo balzò dai rottami. si ripi egò. mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo. Un altro uomo.Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra.

. era penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Udì s alire il fiotto marino. S'inchinò. tracciò con l'animo sino a l traguardo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo del la sinopia. Guardò: intravide la massa grigia della folla. pallida di facce. virò. e il cuore gli si serrò. radendo contro strettamente q uanto più poteva. gli parve di a lzarsi vertiginosamente per superare un culmine immobile. Se bene volasse a calata per girare la meta. Egli era solo: non vedeva più nulla. il nucleo della forza si ricompose. . Gli comandarono di vincere. quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli pa lesi.Tarsis! Egli sosteneva il volo con la sua pazienza. Una intera stirpe fu nuova e gioio sa in lui. Tutti i cuori furono alati per sostenere il volo eroico. se non l'astro vorticoso dell'elica. Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore. poi più paus e intermesse. e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie si vuotassero nei tubi metallici. Fu pieno d'ebrezza e di vende tta. Tutte le gole riverse gittarono al prode il suo nome come un soffi o sonante che incitasse la rapidità. incitava la rapidità con la sua febbr e. Egli volò su la sua gioia. il suo busto emergent e appariva proteso come per l'istinto di acuirsi. Qua e là sul campo i velivoli s' atterravano: si posavano come migratori affaticati. se non il palpito eguale del motore. in u . Per istinto. contro un rìfolo. di tut ta la sua volontà fece un dardo inflessibile. onde pareva esalarsi l'ardore dello s forzo come di fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito. egli po té udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono. Una luce fulva.Árdea! Tarsis! Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua vittoria. un'altra pausa in un altro. come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa. Poi ebbe il petto traversato dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fascino e di periglio sotto la larga falda ornata dall'airone bianco a lunghe p iume tremule. non udi va più nulla. come se l'evento avesse perduto ogni valore.La sorte lo tradiva d'improvviso? Orzò di punta. delle antenne s'allungavano. passò. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo capo scoperto. . il palpi to energico ed esatto. Le ombre delle mete. Di nuov o egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che l'ossatura delle ali. delle travi. a cui il vento aveva rapito il c ama-glio. i c ulmini dei campanili e delle torri in lontananza ardevano. rivide il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte d i due pieghe inesplicabili imitava due ali chiuse. Vagò per pensieri involontarii e informi. la settupla consonanza.dici eterne della stirpe fremettero. pensando come in quel punto dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nell a gola secca di John Howland. modulò la voce gutturale. L'abete degli steccati brillava come o ro forbitissimo. Le mura delle cascine. contro la nuvola o contro l'azzurro.Tarsis! Egli era omai solo. lo splendore distante delle biade matur e. Ancora un giorno d'attesa! Subitamente l'intervallo si chiuse. Una novità incredibile accompa gnò tutti i suoi moti. simile all'omero tubulare dell'uccello. cadevano sul fianco o sul ro stro come falchi feriti. tutto ferro asta punta e cocca. irta di mani. scorgevano il suo viso affilato. Gli tornò alla memoria lo strano riso dell'ornitolog o amico degli avvoltoi. fece uno di quei dardi che i feditor i chiamavano soliferro. ch'era il segno del contento nel loro gergo bizzarro di tenda e di v entura appreso dalle bestie domesticate e dai linguaggi barbarici. simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le c icogne: "Alis non tarsis". manovrò di gran forza. come se il suo compagno fosse là. Il cielo ridiveniva deserto.Percepì una pausa in un cilindro. di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. quel viso fatto quasi di fluida violenza. . Di nuovo gli si creò nei sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo e un solo equilibrio.Dov'e ra il suo compagno? che gli era accaduto? quale cagione l'aveva costretto a disc endere? . di sfuggire al contrasto dell' aria. si spandeva su la brughiera selvaggia. le facce delle chiese e delle ville. A quando a quando. Rise in sé solo . . girò la meta penultima virando a pochi pollici dal pennone.

"Non più! Sei già troppo alto." "Non più! Ecco. di là dalla vita come il trap assato. L'uomo sembrava già assunto in u n'altezza incalcolabile.n tuono di trionfo. "Non più! Non più!" diceva lo spavento. L'elica rombò nel silenzio. per cercar di porre ancor più lont ano la sua erma nell'intentato. sopra le nubi. "Non più! Hai vinto. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda. "La rosa di Madura." "Ancora! Non cedere! Dove tu sei. trattenendo il resp iro. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico lasciato da colui ch' era scomparso anche una volta tra ombra e luce. "Ancora! Ancora!" diceva lo spasimo avido d 'un altro spasimo. ma le grandi s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. bianco e lieve. come l'uomo. L'Árdea fendeva un cielo nuovo. non fu più nulla. in uno sprazzo di fulgori. come veduto dall'arena di un a nfiteatro. I portici co lossali delle nubi lo sostenevano.. "La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri. Ora la Nike su la colonna r omana era grandissima. la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un fiore nel ci elo. Uno spirito misterioso ins pirava le figure informi. fu come i canti che lontanano. s'ammutolì. Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede alla tem pesta. una scintilla c he s'interrompe. con l'anima nelle pupille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose. A onde. Incominciava per lui una atroce gioia. parve inazzurra rsi come la macchina. forse la sua dolce anima trema nella sua cintola azzurra. che la sua vista n'era illusa. sonante di fremito: messaggero della più vasta vita. come nel volume della Sis tina i Profeti e le Sibille. forse ha paura. d'attimo in attimo perdeva ogni violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia. di cerchio in cerchio il rombo s i faceva più fievole. fu già un altro uomo." "Non più! Un soffio può ucciderti. Quando il compagno di Paolo Tarsis montò su l'Árdea per partire. ogni tumulto cadde. non poté più essere udi to se non da quel solo. mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua vittor ia così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana. fu come il ronzio d'uno sciame nell'arnie. L'ala rettilinea fu bella come l'a la solare consacrata dal culto egizio. e il quadro bi partito bianco e rosso che indicava la gara del più alto volo. che su i fastigi s'allungavano s'inchinavano si rovesc iavano come la Notte e l'Aurora su i sepolcri medicei. La folla era protesa in ascolto. sfavillante di ra me e d'acciaio. in forma di orbe. fragile come nessuno mai fu fragile." "Ancora! La morte ti ammira. Dài la vertigine." E l'Árd ea girò con largo giro intorno al bronzo verde. sentì la duplice bellezza e gridò la prima si llaba dell'inno senza lira. La rosa gialla di Madura! La por terò in alto in alto. Bisogna che tu superi il punto. solo come nessu no mai fu solo. cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli archi." Il polo del cielo era sgombro. fu come i r umori agresti che cullano i sogni." E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido.. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un sentimento della lonta nanza così profondo. Che strana visita! La rivedrò quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancora un pretesto per tenermi lontano. su l'albero dei segna li apparvero i due triangoli neri che nominavano Giulio Cambiaso. L'annunzio della nuova prova era una promessa magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Allora. che aveva tratto la dea sul ca rro e ridato al vento il peplo dorico. come i canti c he lontanando aprono l'infinito della tristezza e del desiderio. L'ansia era ancora aspettante. che tu conquisti un cielo nuovo. ché su l'albero attrezzato bian cheggiava il segno di gloria." "Ancora! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube. sotto il cappello inghirlan dato. un nulla: un filo che si spezza. a cerchi l'Árdea saliva. D'onda in onda. Il popolo. domato l'incendio. Lo spavento dell'ignoto incavò tutti i petti. precipiti. interamente disgiunto dalla sua specie." "Ancora! Stravinci!" .

Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a quell'ali d'uomo. L'u nanimità sublime e selvaggia era come un elemento che si mescesse all'elemento e n e alterasse la natura e ne facesse come un modo di vita inopinato. Il cielo fu c ome un destino imminente. "Ancora! Ancora!" Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo divenisse immune e im pune. Omai l'ordegno non era se non una freccia sospesa per incanto nel cielo im pallidito. L'attimo era eterno. Nessuna parola poteva esser detta. La moltitudin e respirava nella favola come se là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupill e, fosse per risplendere una nuova costellazione. - Discende! Discende! Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con clamore ineguale. - Discende! Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato. Qualco sa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichio lieve e ombra indistinta, solc ava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta dall'omero d'Icaro sul mare. Una voce di terrore gridò: - L'elica! Una pala dell'elica! E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da carne a carn e. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò, irriconoscibile: un solo pallor e occhiuto, col bianco d'innumerevoli occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sor te dell'uomo. - Cade! Le voci i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma nell'anima. - Cade! Cade! E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia ebbe una sola facc ia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali dell'uomo oscillare, inchinars i dall'una all'altra banda come in un rullio folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi, beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nel la librazione della discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d 'improvviso precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del pes o morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo dell'anima parve un tuono. Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto, tutto somig liò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio biancastro, a quel gran lenz uolo funerario, che distava dieci passi dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianu ra ebbe un aspetto oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito. Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati la folla s i rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia s'incalzava e si batteva per lo spettaco lo atroce, stettero la colonna e la statua solitarie, due creature immortali del l'artefice efimero, che armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le al i di bronzo testimoniarono per le ali di lino. - È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le gambe? rotta la schiena? Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite scalpitavano, sbuffavano, col s udore su i fianchi, con la schiuma nei freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli, s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone. Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele, apparve i l corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del motore per modo, ch e i sette cilindri irti d'alette gli facevano una sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli occhi leonini erano aperti e fissi; la bo

cca era intatta e tranquilla, senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia , coi suoi puri denti di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine . L'arteria della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la clavi cola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno semichiuso. China ndosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che non batteva più, sentì contro l a guancia prona il fresco d'una foglia di rosa. - Tarsis! Tarsis! Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata, quasi che la doglia d el compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto, nell'alta quiete d el vespero, approssimarsi il rombo del volatore infaticabile che girava la meta. La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione del fu oco e del sangue nel gioco eroico aveva esaltato anche le più umili vite. Indelebi le rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra il popolo taciturno, per la triste landa , sotto l'albore crepuscolare inciso dal novilunio. Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli fragorosi , furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di splendore accecante, s 'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli sprazzi, gli squilli rauchi d elle trombe e gli ululi lugubri delle sirene si rispondevano come le voci del pe ricolo e dell'allarme. Il fumo e la polvere turbinavano in zone di luce violenta ; un odore acre avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come la rve, quasi perdute su i mostri ruinanti. - Ah, orribile, troppo orribile! - lamentò Isabella Inghirami, tutta chiusa nel m antello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva i denti come nel rib rezzo della febbre. Non s'arriva mai. Aldo, passa innanzi, passa, passa! Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e nell'orr ore, pareva senza termine. - C'è il fosso a destra. - Non importa! - Ecco, si va. La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene ulularono. Un can e latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli occhi gli sfavillarono d'un b agliore demoniaco, più verdi degli smeraldi contro il sole. - Vana, batti i denti? - Ho freddo. - Tanto freddo? - Sì. - Hai forse un poco di febbre? - Non so. Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana teneva su le gin occhia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto era oltranza audacia co nstrizione, dentro di lei. - Ti senti ancora svenire? - No. - Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo. - Sì. Ma tu puoi andare, forse. Vana aveva già il suo proposito occulto. - Credi? Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come si sen te soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella dissimulazion e, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie i n un filo teso, si spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una facendos i forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia vitale, l'altra

consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei languori della sua verginità s ospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto conoscimento. Talvolta una bontà subitan ea le ammolliva; e le assaliva un bisogno quasi carnale di stringersi l'una cont ro l'altra, di schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Stret te, mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle, il ca lore della protezione materna, lungamente immobili come il malato che teme di ri svegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco nel silenzio riformars i, con la materia stessa delle vene delle ossa dei polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel che le faceva soffrire e nascondere. - Ah, Vana, non battere i denti così! - Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo. Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne ferma, co me si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le sfuggiva, pareva dis gregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le cose reali e brutali. Ora rived eva i denti di Giulio Cambiaso, i denti minuti e candidi, il sorriso smarrito de ll'uomo che non era più, il movimento delle labbra nel proferire le parole del sog no: "Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi". Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di morte ; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era morto; quel fred do, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere. "È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in alto..." Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura? Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto. - Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Calmati. - Abbi pazienza, Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi. - Mi fai troppa pena, povera povera Vanina! Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella maggior e attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino della macchina le s crollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse che il braccio d'Isabella le g irava intorno alla cintura. Il groppo dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sos pesa nella notte funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose gialle. - Povera povera piccola! E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio. S'era appen a allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava, ridiveniva durissimo. " Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, pe rché m'impedisci di vivere? Vedrai, vedrai." Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere di nebb ia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal lezzo delle sentin e. L'acredine era irrespirabile. - Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti addormenterò. Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido sinistro s'iterava nel fr agore: "La morte! La morte!" Da lungi, da presso un altro grido rispondeva: "La vittoria! La vittoria!" Uomini scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro , ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata, la Logg ia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo, le vecchie pie tre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie nell'assalito cielo. E tu tta la città prode, come al tempo dei Consoli e dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria. - Aldo, - disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda ruota, a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte - Aldo, tu dovresti tornare a Mon tichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per chiedergli se abbia bisogno di t

con gli orecchi intenti. L'amore turbinò dentro di lei. n ella brughiera selvaggia. Egli voleva tutto dalla vita. nella cassa dorata del clavicem balo. .Bisogno di me? .Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai mandato u na volta. infiammato da una gelosia insana contro quel grande dolore che usurpava il suo dominio. d'una statura tanto più fiera. domani!" ella pensava sconvolta come se a un tratto. una sorta d'invidia ascetica verso la potenza di quel dolore. supina.Non so se lo consolerebbe. .Per dirgli che siamo con lui. mi guardava come se non mi avesse mai conosciuto. d'una razza tanto distante dalla sua. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. perdutamente.disse Isabella con una voce sommessa e pure imperiosa.Sei pazza . . esasperato dall'impedim ento. un'aspirazione tumultuosa verso l'inaccessibile solit udine di quello spirito. . Se tu lo avessi veduto. Perché Paolo non l'aveva cercata? non aveva tentato di vederla almen o per un minuto? non le aveva dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi n ascosta quell'amicizia. e lo sforzo dei suoi pensieri sollevava pesi enor mi che le ripiombavano sopra.rispose Aldo con una pronta asprezza. d ai veli. Ha fatto calare la barra . Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la veglia d'o nore per turno.disse repente la donna. . come per una precauzione istintiva c ontro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più cara del suo amore? E l 'amore era vinto dal lutto? forse offerto in sacrificio all'Ombra fraterna? La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. non volesse più attendere. Quando io gli parlavo.e. Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. tanto diverso. travolse tutto. dopo aver sì crudel mente indugiato. . dalle piume. consentito il termine me morabile. dalle tante squisite cose vane. ora penseresti che è meglio lasciarlo solo.Credi che questo lo consolerebbe? .E non dub . ove portarono gli Achei la spoglia di Patroclo Actòride.Vuol esser solo.E se io avessi bisogno di lui? . s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non mostrarlo. una mol e solida e intera scolpita in effigie d'uomo. "Entraste come chi ap re una porta e comanda a un estraneo: . Ed ella riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie. piena dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque. una virtù d'incanti. .. "Domani. Il fratello impallidì. guardando negli occhi il f ratello con uno spasimato ardire. con un dolore magnanimo che agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro all a trabacca d'abete e di paglia costrutta dai Mirmidoni. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. "Potrei fargli dimenticare il suo dolo re? Conosce la mia bocca. che siamo col suo dolore. come per una diffidenza oscura. ch'era come un colpo coperto. con le palpebre socch iuse.Se m'accompagni.Lascia tutto e vieni con me. mentre laggiù. dai guanti. che ingr andisse così straordinariamente un mortale. Un aspro affanno travagliava l'adolescente. Egli soffriva di ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di baul i. io vado . Ogni spettacolo dell'altrui passione o dell'altr ui piacere gli suscitava il rancore. Che farà egli? Partirà? accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?" Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita. riebbe sotto le palpebre lo sguardo che aveva imposto la nuova attesa. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla forma bianca e immobile. Né ma i aveva egli mirato da presso un dolore umano che somigliasse a quello. una sorta di armatura senza fallo. Né mai gli era apparso tanto estraneo. un vincitore vegliava il cadav ere del suo compagno avvolto nel vessillo della gara e disteso sul letto da camp o. . Ella era distesa sul letto. e implorava dal suo amore una potenza senza limiti.. sotto il nudo ricovero. quando Vana aveva chiesto il significato del numero XXVII. che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e d'impenetrabile. Il cuore di Vana balzò. come per un privilegio che gli fosse tolto. ma mi sembra che tu debba fare questo passo.Credi ch'egli abbia bisog no di te? .

t'abbiamo svegliata? T'eri assopita? . Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse. perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. Già pareva dormire quand o Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Era il viso della passione e della magia. nel buio della-stanza. perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo che. si alza. s'era acquetato nel la continua vigilanza.Sognavi? . dopo un indugio.. nell'alba". mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille indimenticabili. porgendogli la gota.ita dell'obbedienza. Si chinò. senza respiro. E raccontava al suo cuore divenuto puerile: "Ecco. poi l'anima sola.mormorò con un profondo sospiro. ella confessava il suo amore.Non so. era pronta alla ventura. "Perché mi ferisci? perché mi ardi?" Ora quello era il viso stesso dell'a more..Il broncio? . viene con me.. all'alba. . Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. . perché imagini quest'orrore? Vana si levò a sedere sul letto. con molta dolcezza. che sarà rauca d'acqu avite. .Aldo. Facendo schermo della mano agli occhi contro la luce delle lampade. Si ritrasse. . . rompeva i ritegni. palpitante. Mi sente. chi le dirà la sua sciagura? . "Perché mi riapri la piaga?" Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio selvaggio. un fischio di richiamo.rispose la piccola sorella.. addio!" S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba. .Va. Tu prima. come negli altri m attini. quel viso d'anima e d'arte. con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile. . più con quel suo vis o muto che con le inattese parole.Vana. aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi ingannato. Senza sangue." Le si riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della morte. nel dormiveglia. Ora ti mando Chiara a spogliarti. Sentì ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un vaso d'acqua. Il fratello non aveva risposto. Egli è seduto accanto al lett o funebre. più desta della povera carne. si lascia p rendere per la mano.Lasciami dormire così ancora! .disse ella con un sorriso penoso. Aldo . separo le cortine e sporgo il viso. .Sognavo. . vedrà lo spavento del giorno entrare per le fessure.Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco. . toccò appena co n le labbra i capelli addormentati. Ed ecco. cammina come un sonnambulo. dimentica tutto. La città era insonne. . con gli occhi sbarrati.È viva la madre di Giulio Cambiaso? . sotto la sua finestra. vuota di tutto. G li ritornò nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina.Ah. Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda. m'accosto a lla sua tettoia. nella notte. Non crederà di avere inteso. di sotto la mano guardava la sorella. riposati anche tu.disse teneramente al fratello. di sopra e di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpeb re che non velavano lo sguardo. malato d'angoscia. non sai? . .Sì . . ascolterà. dopo.. Era il viso della voluttà e della crudeltà. il fragore d'una ferrea cors a a traverso la notte. uno scoppio di voci violente. simulando la voce assonnata. .Dopo. Prim a frantenderà il nome.domandò Isabella. mi guarda.Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza.Non vuoi coricarti? Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile. fisate lungamente. simile a un fuoco che sotto la pioggia svenga e non si spenga.Uno strillone brutale. con quella bocca attegg iata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti pallidi che l'innesto fa sanguigni. considerava quel viso di delicata polpa che un sentimento misterioso modulava co me un'aria sempre eguale e sempre diversa.Se vive. a cui un pensiero disegnava il mento il sopracciglio la gota e un altro cancellava il dis egno per rinnovarlo con una curva più dolce con un'ombra più eloquente con un riliev o più fiero. dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. "Addio. ascolterà ancora quella voce più lontana. ora vado al campo. non aveva più parlato.

Vana aveva spalancato gli occhi. allo sforzo . nella tettoia piena di rombo: "Ora parte. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro della sorella . Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: "Io son o la fidanzata segreta d'un'Ombra". sentendo il gelo delle mani fraterne. Ella cercò in sé un modo di opporsi a questo evento. mirò attonita la sua bellezza. L'astuzia le era agevole come i l respiro. era entrata anch'ella nel buio. provava in sé le inflessioni ingannevoli delle parole ch'ella era per dire. qu esto? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre lontana. aveva serbato il silenzio come sotto il sug gello del giuro. ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come sotto un tremolio d i rivi. Si guardava da ogni errore. all'esito del suo accorgimen to. e tutto finisce. o accompagnata da Chiaretta?" L'ansia rimescolò tutte le dogl ie. la r osa si sfoglia. Ben era sveglia. spiava. Ella era simile a una giovine fiera che. Solo il compagno superstite vegliava la spog lia sanguinosa.. Sottilmente. ma l'incubo premeva la sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. ma s'udiva un fragore lontano di carri. col mostruoso t orace decapitato.Aldo! . Verso quel triste letto d'albergo. Ora ascoltava. bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose ancor vivo ond'aveva tolta quella del più al to volo. Egli la lasciò. se non io? Chi potrà piangere con lei. E il segreto favoriva il fervore del suo sentimento straordinario. con un gesto appassionato. il quale omai le era divenuto come un comandamento dell'anima. Una nera paura la occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come p er predarla. tutto è dimenticato. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse desistere dal proposito. Il suo voto funebre era come il voto d'una fidanzata segreta. Quando sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera l e sue trecce strette come i torticci dei marinai. coricata sul fianco. se non io? Ho raccolto le ultime parol e l'ultimo sorriso l'ultima dolcezza. aveva giustifica ta con un pretesto la sua scomparsa. E. la inchinò per guardare perdutamente il vis o stesso dell'amore. udendo l'atroce r acconto di Aldo. uscì fuggendo. ché ella aveva nascosto a tutti lo strano incontro lo strano colloquio. col più tenero suo strazio aveva pensato: "Chi le dirà la sua sciag ura. rientri nel suo dominio di caccia. rivolta verso il vaso delle rose. a cui le fosse necessario obbedire sotto pena di un'os cura punizione. Ella aveva sorriso di sé dicendo a sé stessa. una specie d'allegrezza felina.chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore appesantito. Imagin i incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e l'allucinavano. c he le parve maravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi mali. le particolarità degli atti ch'ella era per compiere.dopo colui e dopo la madre . ch'era accanto al capezzale: "E se Isabella fosse ripresa dalla smania di andare? se ora si prepa rasse ad andar sola.aveva diritt o alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore aveva fatto tanto ca mmino. ma una sola creatura . col pugno gigantesco nel guanto rossastro.. ove tanti passeggeri sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta. Non era forse vero. nella sua giungla o nella sua pampa n atale. nel punto dell'orribile schianto. Quella del suo a mico le riapparve difforme come nella spera convessa del fanale. ora vola. le sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. La febbre delle sue imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso l e vaghe possibilità ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. ella portò il suo corpo carico di mille anime. . si volse e senza sorridere prese la testa di lei fra l e sue mani. aveva smarrita l'anima: l'anima aveva segui to il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Rimasta sola." Ma il genio della morte a veva raccolto lo stelo della rosa sfogliata. che nelle mani inviolabili era dive nuto come un pegno fedele. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse alla presenza d i colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno. era caduta giù senza conoscenza. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di quel volto troppo nudo. Aspettò. Il suo compagno era già in alto.Egli. In quel punto la strada taceva. Il fatto d'esser già riuscita a eludere l'attenzione della sorella le dava. ch'era per uscire. avendo penosamente valicato un terreno aspro e ignoto. Tutti i p ensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto profondo: ella più no n era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro. pu r nell'angoscia.

ritroverò la via. Vana non parlò più. Egli sorrideva. là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto della caduta. non piangeva. che non sapev o andarmene. Lasciami. M a forse egli è stato così dolce soltanto con me. Poco dopo. ch'egli non sa peva.Vuole che La spogli? Vana aveva gli occhi chiusi.Sono io. sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento e dell'eccidio. Va' a letto.. La più piccol a contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. . Chiara entrò pianamente. Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno. menomata per lui la bellezza della guerra. . la sicurezza della sua fede. Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo sforzo. . mormorò lamentosa: . Fu pronta.Ho fatto tutto. riaffondò il viso nel guanciale. si rivoltò. come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie. che gli aveva fatto quei piccoli denti di fanciullo. Cercherò di spogliarla senza che si levi. Un'ora dalla mezza notte era già pa ssata. Considerava gli atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti. Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d' un cuore virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde. quelle dell a piccola Indiana di Madura. M'ha riconosciuta.L'hai spogliata? . quando voleva ? Non so. Chiaretta? Isabella s'è già coricata? . signorina. Chi ara obbedì. s'accostò al letto. la cel erità della sua risoluzione. fiottando. una spoglia più lacera che s'egli l'avesse ritolta ai becchi ingordi de gli avvoltoi. l'avvolse intorno agli steli delle rose. Il grande dolore è come una congelazione repentin a di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la trasparenza del più alt o ghiacciaio. Sono qui per Lei.No. Vede . Parve ripiombata nel sonno.chiese con una voce fioca di bimba sonnacchiosa. col velo. Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il voto? "Andrò a piedi. scendere a svegliar Filippo il meccanico. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo. Lasciami così ancora. . . lascia. e f orse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo viso. sei tu. A quando a quando si levava per guardare il buio. . pareva un poco ebro o smarrito. il dolce orgoglio nel proteggere il riposo del suo pari. Ella s'agitò infastidita. sono Chiara. Non aveva pianto.Sì. mi proteggerà la mia disperata volontà di giungere.No. Egli non vegliava più il sonno della stanchezz a. col cappello. dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza.Rimanga pure distesa.. E ci siamo ricordati! Poteva esser dolce. Si smosse con un sospiro lungo come un gemito. Sono troppo insonnita. chi saprà par lare alla madre. il viso affondato nel guanciale. no. Stava nel mondo come una forza funesta. non lo turbava alcun desiderio. Cominciavo a provare un tal bene. Mi spoglierò da me. ancora una volta. Come sentì su la nuca la mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto. p artire con la vettura non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. Egli era lucido e libero come non mai. "Isabella dorme? Aldo è fors e andato fuori. E che dirò a co lui che veglia?" Tutto fu tumulto entro di lei. . distrutta la più generosa parte di sé. Bisognava osare senza indugio: bisognava escire dalla stanza. per indagare il piano verso l a colonna. Nulla d'estraneo rimaneva in lui. in quel momento che per lui e per m e non era simile ad alcun altro. La madre lo sa. ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un misero corpo spezzato e di ssanguato. e lo rischiara di quel lume adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. si fece un gran silenzio. nella notte brev e: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita. se non io?" E s'era ridistesa col suo segreto. lasciami.. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per le scale! Mi credereb be impazzita?" Il rischio eccitava la sua audacia febrile. Vuole che La spogli? Vana parve lottare contro un sopore invincibile. Ah. col mantello. Prese la cintura azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un nastro. sol a.Ah.

. insegna degli antichi a lmiranti. lo divorava. di molto molto lontano. A un tratto l'ombra d'un artiere s'ingigantiva s u la tela. . sollevando il velo di sopra la faccia come d i sopra a una piaga viva.disse egli. aveva issato su l'albero il di sco bianco della vittoria. Ella aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliel e. che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio Cambiaso in una torpediniera d'alto mare.Una persona velata domanda di Lei .. Tutto qu el che era dietro. Sono io. Soffocatamente aveva parlato ella. Travide nell'oscurità una forma feminea. ancor più nobile e più fiera sotto il drappo lugubre. qui sola? e come? Che mai accade? Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna. eccomi . ripensò il rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la misteriosa tristezza. poi cessavano. come più si appressò. aspro. .disse a bassa voce il marinaio rientrando . scompariva. Lasciatemi respirare.egli le disse inchinandosi. si saziava di lu i come se fosse giunta ad essergli vicina dopo un'attesa interminabile. ora le pareva sogno confuso. con intorno al capo il drappo nero accomodato a ce lare il taglio della tempia. "Isabella?" Egli le si fece incontro. ch'egli aveva dato al compagno nel riconoscere di lontano il passo ondeggiante d ella tentatrice. nuvole passavano come criniere in c ui s'impigliassero stelle. che dava imagine della berretta di panno quadrilatera d alle gronde pendenti. Egli si volgeva..Chi viene? . E ripensò il commiato. i colpi del martello s'attenuavano nella reverenza della morte. Come il marinaio uscì. .va talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro cavalieri che custodivano la Vittoria. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni. poi si rimpiccioliva. gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio. lo vedeva bene. all'aperto. .Chi viene a quest'ora? Va' e vedi.Vi dirò. un siciliano di Siracu sa. ché la vita batteva in quel poco di nudità come là dove il m ale imperversa. Questi medesimo. avvolto ne lla rascia rossa del guidone. Passavano soffii come aneliti. Dalla tettoia attigua. s'esalava il fervor e del voto. levando un braccio smisurato fino alle travi col gesto di chi schiacc ia. gli stridori della lima. la volontà. perdonarmi. . gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che potesse a u n tratto apparirgli Isabella. a traverso le cortine. s'an nientava.si domandò Paolo Tarsis. ella lo scorgeva sul fo ndo illuminato delle tende chiuse. nella notte. Un cane uggiol ava in un casale. E non ebbe se non la volontà rude di vietarle il var co. quell'ottima struttura ligure prodotta da una stir pe di navigatori e di statuali. Era una notte umida ed elettrica. Il cuore gli si contrasse. signora? .Voi. soffusa d'un oro fumoso che già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre. gli giungevano i rumori discreti d'un lavorio cauto e diligente. Chi era? Forse una creatura ignota che r ecava all'eroe una testimonianza d'amore e di pietà? una donna gentile che di nasc osto veniva a implorare la grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nel l'ombra. tesa così terribilmente fino a quel punto. e poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse sopra. Ma. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Lampeggiava senza tuono dietro i l Montebaldo. simile a quella portata dal Doria. del duomo di Montichiari.Sono Paolo Tarsis. la frattura dell'occipite. udendo lo squillo della cornetta e il rom bo energico approssimarsi. Quattro ceri. Gli assioli cantavano su i pioppi. . Rivedeva quell'alta semb ianza di asceta avventuriere. con quella strana voc e da cui ogni calore s'era ritratto. alcune ore innanzi.Perdonarmi. udendo la vet tura fermarsi davanti ai cancelli. Cingria . d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo funebre.Che posso fare. . e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo. nell'aria il suo sang ue prima di lui sentì che non era quella. fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che splendono nell'ombra dei palazzi genovesi. s'allentava. Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali. ardevano agli angoli del letto. I sibili della pialla. sono Vana.

e poi si disso lvevano. Paolo! .Io sono la fidanzata segreta di colui che è là. quelle che bisognava ritrovare e proferire.E poi s'è ricordato di me. . Gli assioli cantavano su i pioppi. la vestivano di fatalità. non ho veduto. Credette che quella fosse la vo ce della follia.Non so. come quei flutti del fondo che portano al lido le cose obliate della Sirena scomparsa. ché quel fervore e quel sogno la avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amor e. . Che cosa era per dirgli? Tante parole le erano nate nell'anima. sono entrata all'improvviso. . senza ch'egli vi consentisse. Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore. sola? Qualcuno è là. Ella ebbe una voce sconosciuta.Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. nel vento dell'elica. dove egli aveva camminat o col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar solo.Ed egli l'ha presa e m'ha detto: "Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto c ammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. .Come siete venuta qui. Sono entrata là. E straordinarii di segni si componevano dentro di lui. Lo porterò in alto in alto". . ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura aveva pre sagito: a entrambi la stessa morte. Ed ecco. e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle vostre braccia. È vero? Ha chiuso gli occhi per rivederla vi va.Anelava come se fosse venuta trascinandosi per la via. . . li ha riaperti per rivederla più viva. Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo.E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì. spiccando una rosa dalla mia cintola azzurra. portava ancora sul petto insanguinato la rosa di Madura. Lampeggiava senza tuono dietro il Montebaldo. ella ora lo vedeva ansioso e attonito. ditemi! Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con quell'incantamen to. dietro quelle cortine. Gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio. il fervore che s'era esalato si riaccendeva in lei.Oggi le avevo alla mia cintura. una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro. Passavano soffii come aneliti.Vi dirò. ed ella le aveva custodite per proferirle. vi dirò. e pareva a lui che. avrebbe avuto la chiave de lla sua sorte. È vero ? Le gocciole cessavano. mentre mia sorella era con voi . . quelle d el sogno dileguato. quelle che i fio ri tra le sue mani sapevano e volevano.Ma che accade mai? Parlate dunque.No.E poi l'orrore. Io ero dinanzi ai suoi occhi.Ha detto che quella mi somigliava. e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Per ciò sono v enuta.Ditemi. durante la cors a. Tutta la notte gli parve piena di sciagura. Ella cercò le altre parole. . E m'ha de tto che. se avesse potuto fermarlo e interpretarlo.Parlavamo di voi. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino all'es . senza vita . Un cane uggiolava in un casale. . Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle. . la mia rosa? Ditemi. non so perché. E un presentimento ondeggiava nel fondo e non prendeva forma. s'è ricordato della giovine Indiana ch'era presso il b anco del mercante e che si volse verso voi due mentre comperava la ghirlanda di rose gialle. Ella voleva dirgli: "Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora senz'aver guar dato quel che il dolore è nella vostra faccia". . il sogno che s'era dileguato la rioccupava tutta. e ignote figure nascev ano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini. che v'ha accompagnata?. non era possibile. la rendevano misteriosa e potente. Crede che sia leggero? Fors e pesa quanto un doppio destino. Ma non le ritrovava. nessuno: Filippo. "Eccola" io g li ho gridato allora. Egli si chinò a guardare più d a presso il povero viso insensato. quando quella si mosse. .

ogni suo gesto erano dolci al dolore virile. e lo vide composto in una bellezza ch'ella non aveva vedut o sul volto vivente. e le parve che i due volti in que l punto avessero il medesimo pallore. .Vana! Vana! Egli la scoteva lievemente. Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in un'ombra vacua.Riparano un'ala. E da una lontananza infinita gli tornarono nel cuore antiche parole. e fu vedova dell'Ombra. Ella sentiva che ogni sua lacrima. con un'attenuazione di sogno. La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che copriva il p etto immobile. tese il fascio dei fiori. ella si strinse contro di lui con un sussulto di terrore .Volete entrare? .chiese sbigottita. ella lo guardò. Ella pensò che i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa del cadav ere. ché un poco. proferito così da quel dolore. La sua preghiera era per il suo dio. A un colpo più forte. si levò. l e sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come quella d'una catacomba. e che la sua verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte. dove biancheggiavano i rottami funesti. e lo guardò a traverso le lacrime. trovò lo stelo e il calice sfogliato. fu compresa d'una dolcezza tanto divina. abbandonata dalla forza. incapace di dominare il s uo sgomento. La tettoia.le chiese il trasognato. battere il martello. vacillò come le fiammelle. Allora tutto divenne misterioso come un rito. la chiamava a bassa voce. ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto nelle c ose inesplicabili. di molto molto lontano. Camminarono l'una a fianco dell'altro. Un cane uggiolava in un casale. che cominciò a piangere senza singhiozzi. d'un c ompagno allo spettro d'un altro compagno: "Ma più da presso mi vieni. Ed egli ebbe care quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità. Udì sibilare la pialla. E la paura del presagio la prese così forte. Entrarono. Gli assioli cantavano su i pioppi. sul suo petto. L'uomo cessò di sorreggerla.tremo fondo della vita. udendo i colpi del suo cuore sotto le sue calcagna. Ed ella nell'udire il suo nome. lo depose su i piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa.Dov'e ra il grande angelo abbagliante che si dibatteva sotto le travi? . . La forza era venuta in lei. . dietro la cortina s tessa ch'ella aveva varcato nel vento dell'elica. Fece qualche passo. come se il pianto fosse pianto dentro di lui. .Almeno lo stelo è ancora là. ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle. Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose. . per tra ttenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso.disse la vergine oscura sommessamente. Cigolava un baroccio su la strada maestra. esitò. con la f ronte contro il ferro del letto mortuario.Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là. . possiamo godere del pianto di morte!" Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava.Chiuse gli oc chi. nell'angolo buio. che non era quella di lei fuggita. non era la sua m a delle mani che la sorreggevano. ben note. Come la m ano del compagno si levò tremante. Egli la sorresse e la sospinse. Disse. Era come una notte nota ch e ritornasse nel giro degli anni.Che fanno? . s'avanzò verso il fianco della salma. . Ella rimase in piedi. Vana cadde in ginocchio. ch'ella ricordava occupata dall'apertura delle ali bianche. stridere la lima.Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui! E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante. i due idoli enormi di pietra sepolti sotto l e offerte e l'indovino dalla testa rasa che masticava le foglie di betel. rigida. E sentiva le mani di Paolo che la reggevano. Sinist ri le giungevano i rumori dell'opera invisibile. a traverso la cortina rischiara ta su cui passava a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. forse . sobbalzò. a bbracciandoci insieme l'uno con l'altro. estinguendo lo spirito della voce: . laggiù. e desiderava di non più rinvenire ma di perdersi in lui. e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti piccoli e puri di fanciullo. e lo ricevette nella profondità della memoria per custodirlo. . ch'ella appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite. Come furono sul limite e Paolo fece l'at to di scostare i lembi. del cuore che le stava da presso.

Inserivano le verghe.E perché tanta febbre? Fanno la nottata. la chiamava "piccola buona"! Perché non poteva ella nascere da quella parola. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? v i aspetta? Ella scoteva il capo. ma la sorte ha voluto che io raccogliessi l'ultimo suo sorriso. ancora ingannare. veniva alle sue mani l'atto istintivo di chiuderli. .No. verso le fiammelle funeree. . Forse l'al a non sarà pronta. con una intensità così atroce. così rapidament e l'ala dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte breve. L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida. Poiché il marinaio s'era ritratto.Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via? Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta. Nulla accade. Fra poco albeggia.. ma le grida gridavano dentro di lei. Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta. . che questo solo mi valga. piccola buona. per il bisogno subitaneo d'un sorso di luce. la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta. p er quel viso senza sangue.Di qui mi sono intromessa. per quelle labbra che non vi hanno detto addio. non bisogna sbigottirsi così. di ricoprir e con le palpebre e con le ciglia uno sguardo che poteva essere eterno. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me . ma non rispose parola. ancora lott are. per non risvegliarlo.chiese Vana guardando il vinci tore doloroso con i suoi occhi inquieti e già supplichevoli.Quale? . . Tutta la riceveva egli nel profondo petto. . senza guardarlo. in un barbaglio bianco. per quel capo spezzato. come distrutta dalla violenza del suo sentimento. g iuratemi che non lo farete! Ascoltatemi. non farete questo! Vi supplico. trepida. L'aria si faceva più scura e più grave.Perché? . .Perché la vostra? . Ella bisbigliava. Egli trasse Vana verso la cortina. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura sostituendo le cèntine di fr assino e i ferzi cuciti a sopraggitto. . tesavano i fili. verso la notte g ià forse impallidita.Per esser certi di riuscire in tempo. ve rso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume miserabile. per esser pronti nella mattina.. certo non sarà pronta.Ah no. Vana. Io non son nulla. là dove il silenzio era suggellato. m orire di quella parola? Perché doveva tornare laggiù. rientrare di nascosto nell'orr ibile stanza. la consolav a. Una vita ardente ed esatta animava la tett oia costellata dalle lampade elettriche. l'ultima sua dolcezza. Egli la teneva per mano. Parlava con bassissima voce. tra sbattimenti rossastri. Siete senza r iposo. che gl i fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti del compagno ucciso. Come la remigante del rondone scorciata o rotta si racco rcia e si raddrizza da sé pel vigore elastico della sua stessa vita. simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge ventose. vi supplico.Perché? . Fece un gesto vago. pace. È l'ora di partire. Le parlava con l'accento persuasivo che consola le pene puer ili. Ah. Pace. non creatura di carne ma spirito d'angoscia disum anato.chiese ella ancora. ché di sotto l'ambascia una felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena.. non sono nulla per vo i. la nascondeva quivi.L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo rapida. im bullettavano i vivagni. trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa.. La grande Árdea ferita occupava tutto lo spazio. .chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella povera f accia estenuata dalla passione e dalla stanchezza. Che questo mi valga.La mia. Le prese le mani. nulla accadrà. mio a . quando l'elica agitava la tela e la polvere. perché? . e. ancora vivere di fuoco e di veleno? "Ah. non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se oso supplicarvi. S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida.. mio amore. . come per quelli. Si sporsero. le fiammelle dei torchi non vigilate fumigavan o e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei candelabri con un gemi to sordo. e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile.

e i deserti di sabbie i deserti di pietre i deserti di sterpi. la pace scolpita nel vis o altiero. invasati di passione feroce. mio mio amore. Con atto fulmineo d ue sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che s'intraversò s'impennò ricevette n el petto la lama acuta. egli e il suo compagno erano a cavallo con una t orma di cavalieri americani. nell'isola di Sulu. i corsi delle più vast e acque. e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi muri. prima ch'egli la precedesse. e si fece il segno della croce. Lasciatemi qui. è chiara come u n'altra luce." Prima di porre il piede fuor del luogo santo. non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda. e mi addormenterò. incontro ai cavalieri. Sarò come quegli stracci di tela. quel che gli occhi non possono accennare. col mento su i ginocchi. muoio di stanchezza. Le ginocchia le si scioglievano. mio amore! Non ho più forza. senza respiro. ch'io non sappia che un altro giorno incomincia senza di voi. Ella si soffermò nell'affanno. e le azioni che dormono nei popoli come il feto r annicchiato nel conio materno. e l'ombr a dei paesi ardenti che sembra nera e. tutti i nodi in le i si disnodavano. L'enigma delle Pause inscritte nell'oro e nell'azzurro dello scrigno estense. Era uno di quei fanatici maomettani che gli Spagnuoli chiamano juramentados. nell'afa della cera e della morte. quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina. missionarii selvaggi che vengono a traverso l'Asia. ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo. e le più diverse generazioni d'uomini su le più diverse vie con le lor o some con le loro armi. egli s'era anche a vventurato in quei confini ov'essa par finire. senza farsi udire. valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in pir oghe il mare fino all'isola di Borneo. misteriose come gli screzii nei marmi. partendosi dall'Arabia. da l Turkestan. Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Non cadde. Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane fi gure di cui parla il Mistico. il superst . che brandiva un lungo coltello scintillante. tenetemi con voi a ncora un poco. col suo coltell o in pugno. ancora un poco! Ch'io resti qui nell'ombra.more!" diceva la sua felicità disperata "lasciatemi ancora qui. i gruppi della limatura intorno al ma gnete. Una scarica di piombo lo inve stì. e la -polvere stupenda solleva ta dai grandi movimenti umani. egli l'aveva letto su pareti di granito. Un giorno. con in cuore la sua volontà di uccidere. Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti. ella gli si piegò sul pett o. E n on mi sveglierò più. vicino a quei rottami. Ma. Giulio Cambiaso arcato in sella tene-va la sua gota cont ro la criniera. ma continuò ad avanzare verso la vittima. quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto la deità del Caso. ebri di scon giurazione. le stalattiti negli antri. E Paolo Tarsis vide che qu elle pupille inflessibili lo fisavano. egli serbava quel la del silenzio e quella dell'attenzione. Ed ecco. senza singhiozzi piangendo. Nessuno mi vedrà. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei fiori. quasi che l'intera sua vita si compisse in quell' atto. il corpo rigido nella rascia sanguigna. e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame. Per ciò. quando l'occhio vi penetra. e gli alti fuochi vulc anii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle. Poiché il suo amore le stava da presso. la vena del pianto si riaperse. usa a maneggiare la materia e a possederla. le rose posate su i piedi con giunti. ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle. i poliedri nei cristalli. Ed era come il rivo che fluisce sotto il macigno. Ora. e le dominatrici che vivono sempre in piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza. quieta . di lontano videro avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco. E metterò il brac cio sotto il capo. ch'io non vegga l'alba su -le colline. e così chiuderò gli occhi chiari. in un angol o. E colui s'av anzava per la gran piazza orrida di sole. dispregiatore di tutte le abitudini. non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano. quasi che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. e il braccio e il capo e tutta me appoggerò su quella parola. e sapeva quel che le labbra non p ossono esprimere. Una palla colpì il demente nel cranio raso. che sono chiari come i vostri. se voi non mi svegliate. E si chinò. Volontà militante. dal Bokhara.

simile a un pilota invisibile c he gli segnasse la rotta e gli mostrasse l'altura. piena di fato come l'airone di cui portava il nome. egli non si ritraeva. Le righe della pioggia v'eran tiepide come i raggi. Il nembo danzava con proterva allegrezza fra i tuoni. or sì or no. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna la volontà di là dal limite noto. formavano un'aiuola gloriosa. a scrosci. come un sol corpo vertebrato d'una sola spina. La terra è una nuvola più opaca. più altre. né quando per tutta la nott e aveva contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava nella morte? Non v'era in lui né l'ansia de l presentimento né l'eccitazione della prodezza. fu aerea nell'aria. "Riconosco il solco del suo fuoco?" Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva sollevato il capo del compagno già grave-di grumi. Compiuto il gioco. quanto più egli lottava. un atto religioso. L'elica rombò nel silenzio. Resi gli onori funebri al suo compagno. "Riconosco la sua via?" chiedeva a sé stesso il superstite. sì v'era una pacata potenza di dolo re e di attesa. Rapita dalla veemen za. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe . Il volatore intese l'orecchio all'unisono delle sette voci. comandato da una necessità interiore ch'egli non indagava. La potenza eroica crosciava su la moltitudine remota. quando sembra che l'anima si muti in un monte di rigido diamant e e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se non un solo pensiero aquilino. E mistica nel supremo cerchio dell'anima era l'eco di quella dimanda: "Ha fatto tanto camm ino?" L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di silenzi o. la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde come la fronda del lauro. a volta a volta. non quando lo aveva avvolt o nella ruvida porpora e composto sul letto di guerra. la folla ammutolì come il gi orno innanzi: uno straordinario brivido la corse in un attimo tutta quanta. glauca come la foglia dell'oleastro. quanto più egli saliva." Vivido e torbido come una gioventù impaziente era il cielo. tra sprazzi diritti di ra ggi. lucida nella luce. Il tono era eguale e possente. come nella zuffa le torme della cavalleria peltata. coprendo in giro l'erba che aveva bevuto il buon sangue. non quando aveva preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere orribilmente. Uno squ arcio d'azzurro s'apriva come una tregua. Ma. "Dove giungesti? dove fermasti il volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancora più in alto? Tutto è scomparso. Subito conquistò la solitudine. s orto dal lutto della rocca in ruina. no n mai l'Ombra gli era stata presente come in quell'ora. Ma l'apparenza era semplice e netta. Era un pomeriggio nemboso. Bagnata dagli scrosci. in un luogo della sua vita inesplorato. non mai. tanto più gli si rivelava quella presenza animosa. La giovine Estate combatteva nel cielo come un'Amazo ne maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi. i vapori vi si laceravano come gli orli delle tuniche sotto i piedi che danzano. come già quella funesta. come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara Om bra fraterna. la fatalità del coltello con quella della rosa. Le nuvole si scomponevano e si ricomponevano. La nu vola immobile della terra era piena di delirio. Un r iso indocile vi correva. Inscritto nella gara. gli sprazzi del sole v'eran freschi come la pioggi a. in un se ntimento d'infinita lontananza. scagliando le sue saette d'argento e d'oro.ite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella dell'indovino e. m a che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto abolire. si diradavano e s'incalzavano. Quando l'Árdea con l'ala ricostrutta escì dalla tettoia. Egli la sentiva tra l'un a e l'altra ala. come un dovere soldatesco. l'Árdea si levò nel nembo. come un nembo mille volte più forte. a sprazzi. credendo sentire sparsa nello sp azio la santità che gli s'adunava nel cuore. E tutto era comunione e legame. All'improvvi so una pioggia chiara e sonora dardeggiava brevemente. egli tornav a sul campo. avrebbe nella notte scortato la salma fino al ci mitero di Staglieno. simile a uno spirito del vento. né quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine oscura. È nostro il cielo. Il tuono rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Molte corone pendevano i ntorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal corpo infranto dell'eroe icar io. era piena d'un clamore che non s 'udiva nel cielo.

era alzata su la colonna di Roma. . mia Lunella. e dentro v'intagliava figure con un par di forbic i sottili. E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo. gli respirò nel respiro. E con una sovrana ansietà attendeva la risposta del suo deside rio larvato. d'un t remito che per la prima volta moveva l'essere umano. E il superstite. o tirannella. fin che io non mi scordi! Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice improvvisa. raccontami le tue storie con le forbici tue lucenti. L'Ombra gli stette a viso a viso. portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del dolore. e Vana le stava da presso. di viola." E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre. mentr e gli occhi cigliuti color di nocciola le rimanevano serii e il sorriso le schiu deva appena appena la bella bocca imbronciata come quella di Antinoo.O Lunella. dis taccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella carta e lasciando la cadere nel grembo di Vana. d'oro. mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate. "Tu vuoi?" E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più oltre. "Tu vuoi? Tu vuoi?" Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto dell'Ombra. Se tu sei come il giglio. E certo non avrebbe egli voluto andare più oltre. incoronò il n embo. . inginocchi ata su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie. Aveva in m ano un foglio di carta bianca. scorse -un fant asma celeste. se tu semini il bianco.disse la bimba. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli occhi pel vuoto? Ecco. ancor più in alto volevi port are il fiore della tua ebrezza. io raccoglierò il vermiglio. " Non è questo il tuo punto? Ancora tu volevi ascendere. s'ingigantì.Se tu mi canti ancora. fin che tu ti rammenti. fu più viva di tutte le cose che vivevano nel combattuto silen-zio. . . se gli fosse riappa rsa l'imagine del corpo disteso sul letto. Di là dal tetto del palagio. smetto. aquiletta senz'artiglio. Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo? Gli tremò i l cuore profondo. arco di trionfo brillò di sette zone. una tenue larva lucente. ti fo una gatta coi suoi gattini . I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano l'azzurro tra il duomo e la rocca. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anch e una volta su l'albero il segno del limite superato! "Ancora più in alto?" chiedeva l'eroe al suo Pilota invisibile. di là dai vecchi émbrici chiazzati di gromma. ed egli l'interrogava. E. quando il colpo tacito ti spezzò l'impeto e t'oscu rò l'ardire. Era l'iride.:O Lunella. fu più viva del suo proprio dolore. Di là dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. s alì di là dalla vittoria. Abbandonò il timone d'altura. una labile apparenza spettrale che si col orava di sangue. Ella era seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale. oggi di che ti sovviene? Che dài tu alla sorella che ti fa la cantilena? Che le dài per la sua pena? Qual de' sogni tuoi le porti. non avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. s orgevano le torri fulve e bige di Volterra nell'ardore di luglio. "È il tuo segno?" E lo spettro s'incurvò. con lo sguardo fisso all'opera inc antevole. Ma egli sentiva s opra sé la presenza raggiante. che ti nevicano dal cuore? Oh. Le ali si librarono senza più salire . ora sono con te dove tu fosti solo. Libro secondo . nel giardino degli Inghirami. del corpo rinchiuso tra le assi inchi odate.Se no. abbracciò lo spazio tra nube e nube. una immortalità incitatrice.

.Non so più. . . più niente. . fin che tu ti rammenti. Ascolta. . Sopra lei stormiva il leccione al maestrale del pomeriggio. fin che io non mi scordi! L'artefice puerile ancora seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo. fin che io non mi scordi! Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa.Tirannella. e i l suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le zanne s olo il cinghiale del Popolo. coi tuoi torvi occhi assorti. . come le murielle. Accompagnami il mio canto coi tuoi bianchi sogni lenti. ma la sua co rteccia era ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minu scole imagini con disegno così scaltro e così netto che parevano condotte non di mem oria ma su l'ombra del vero. ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio.disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue fo rbici magiche all'orlo d'una carta vergine .esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole su l fondo dell'erba corta.ti fo la chioccia d'oro coi suoi tr edici pulcini. fammi un altro incantamento con le tue dita di fata. ch'io m'involi da Volterra. ginoc chioni su l'erba. fin che tu ti rammenti. per la pallida contrada ch'io somigli ai dolci Morti. un poco aggrottando gli occhi ch e Vana aveva chiamati torvi.Ora lascia cantare il leccione.. tirannella..riprese a dire Lunella. proprie a quei vecchi pittori dell'Estr emo Oriente. non più! .Non è vero. violetta co me un penzolo d'uva rinaldesca. tutta nell'ombra della c apelliera ch'era sciolta e folta come quella d'un angelo di Melozzo. sporgente su la mensola rozza della Torre del Podes tà. dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lo r cupole secche. fammi un'ala per volare.Perché? . Se no.Perché? . che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio. . come sei brava! . serrando la bocca broncia. che con l'esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale. tutti i segni dell'alta età e della lunga guerra fa cevano venerando l'albero come lo stipite d'una gente indomita.Se tu mi canti ancora. I nocchi le giunture le screpolature le cicatrici de lle potature e degli schianti. .Se tu mi canti ancora.Ah. movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si pro tendevano dal tronco intégro. . dalle Balze fino al mare! Ma se l'ala non puoi fare.Non trovo più le mie rime sghembe. La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra.Oh. . facendo balzare. .sarò come l'amaranto. . Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i secoli.Perché? . che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l'ha mai veduta.Perché me le beccano a volo i balestrucci.

S'è corrucciata con te. svogliata di coricarsi. Già nel palagio tacevano le opere dei servi. Già Volter ra. volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso.Credi? .T'inganni. . rimasti nani sotto l' oppressura dei venti.Le metto nel libro. che a un tratto scorge l'ombra della Croce trastullan dosi nella bottega del legnaiuolo di Nazaret.Forse. come gli archetti di San Michele.chiese malcontenta Lunella. la placida custode della badia diroccata. Pareva che a qua ndo a quando la polvere dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui.Non so. . dell'estremo congedo.Ti dico che non so. coperto da l lembo la bocca ammutolita. Morìccica.Non me l'ha detto. Era sorta la luna logora dietro il mastio mediceo. che investiva quella magnanima vecchiezza. Vana rivedeva quel gio vine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel suo mantello. su le crete gibbose e scagliose. su le immense biancane senz'ombra . che non ho riveduta ancora? Culla il suo bambino? Dorme i n pace?" Si raffigurava la contadina battezzata nel nome della dolce martire. tutta molle nella sua cerea carne. qu ale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. le biancane nell'albore lunare simili alla crosta d'un pianeta estinto. sotto il segno canicolare. e il Genio alato gli è presso alle briglie. soli taria nel cortiletto inverdito di muschi.Rimarremo qui tutta l'estate? . . . . . era passato su le maligne piagge grige. . . La magnolia. "Chi sa come gli usignuoli cantano.Non so. . possente di mollezza nella notte contro il grand'elce austero.Tu certo lo sai. . Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche. su le bolge discoscese. su tutta la desolazione della terr a sterile che isolava la città murata. insaporava del suo profumo il silenzio notturno. come gli occhi del divino Infante.Quest'anno non ci conduce al mare? . che declina -s otto il muro ove s'affacciano gli elci schiantati e torti.Il vento.Dov'è andata? . . come il giorno e la notte.Ecco la chioccia di Monte Voltraio! E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana l'imaginetta compi uta: una falda di neve su l'ardore. alla badia!" Imaginò sotto la badia le smisurate masse delle ombre per entro agli scheggioni d elle Balze. che talvolta parevano tanto severi? quasi torvi talvolta. il luccichio del filo d'acqua che sbava nel fondo della bolgia spave ntosa. dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche d i macigno. Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di divinazione era in quegli o cchi limpidi. muta come i suoi sepolcreti.Isa quando ritorna? . un libro bi anco e nero come la faccia del battistero. soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della sua stanza. Pareva ch' egli seco recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo. . . pre sso il davanzale.S'è fatta cattiva.Sembra. com e lo zoccolo di Sant'Agostino. disperata di respirare. come il s uo cuor folle. e incontr o gli vengono i Mani. "Che farà laggiù Attinia. Era tardi. come l'avorio e l'ebano della tastiera. simili ai mendicanti monchi e storpii che si pongono in fi .disse Vana. . molto cattiva. e s'incamminava in sogno per visitarla. passava per lo stretto sentiero battuto che divide il pratello come uno spartime nto fatto col pettine. su le rotte lacche. alla Porta di Docciòla!" pensava Morìccica.Ma non sai nulla? .Oggi fai maraviglie . "Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa.

E.Ancora? . altro rifugio. se lo facess i!" Impeti di vendetta insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ra gione. Si cade. Non era anch'ella una trista prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati al l'ozio invece che al lavoro. . Stavo alla finestra. eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Esalava l'odore de lla sigaretta oppiata e dell'abluzione recente.. di seta leggera. la sorella maggiore. quando udì qualcuno battere all'uscio della stanza. come quei forzati all'ombra del mastio. ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro. Lo toccavo or ora. come li chiama la Volterrana. Ah. alle sue sorti. contro il davanzal e.Sono io. Ridotti quasi in p overtà dalla turpe dissipatezza paterna. a rivedere Attinia. li aveva raccolti tutt'e tre dal d isagio e sottratti all'umiliazione del nuovo giogo familiare. Domattina voglio andare alla badia. avrebbe dovuto discendere nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio di non vederla aprire.." C antando lontano un assiolo dove? su le mura della rocca vecchia? più lontano. Ella cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavan o. provocar ne e il raffaccio e il peso. L'agghiacciava il fascino.Come hai cantato oggi! . . sentivo il freddo della pietra.Non ho voglia di andare a letto. e voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli.Bene? .. ché ogni atto libero e ogni libera parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio. . rimasta vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna. Aldo. Sobbalzò.. le céppi te delle Balze! Non io le porterò questa volta. Che facevi. ora non vivevano se non di lei e senza an -gustia vivevano.Anche tu non hai sonno. ai suoi casi. ma se taluno di loro avesse vo luto distaccarsene.Posso entrare? . costretti di bruciare nella galera se invasa dal fuoco. Non posso guarirne. appena chiuso il sepolcro? non dime nticano tutto. s'addossava al muro. sino al cuore della terra.Non come un bene ma come un male. dopo che il loro padre Curzio Lunati era passato in seconde nozze con la concubina.la allo svolto d'una via per l'elemosina. cadere cadere all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore. voglio cogliere sul margine i fiori gialli. . cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia. Nessuno di loro aveva altra risorsa. lagg iù verso la Porta all'Arco? . "Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me. "Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al pianoforte.Chi è? ..Entra. come udì g iungere dalla rocca il suono fioco della campana che tien deste le sentinelle su l cammino di ronda. ella e Aldo e Lunella in quella casa estranea non e rano come in un ergastolo addolcito? Dopo la morte della madre. e guardava la vor agine. Aveva già il suo vestito da notte. quel muro lebbroso l'ho dent ro di me.Non ancora.. Sei già a letto? . non calpestano tutto?" L'amarezza le torceva l'anima. Ho sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi. chiudere gli occhi. neppur questo varrebbe. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella. le porterà un'altra messaggera.Nulla. ma in una specie di sottomissione larvata. Quanto è durato il lutto per l'amico indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni. e bisognava aspettarla senza scampo. delle due vergini sorelle in Cristo e in suppliz io. . O vunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva. Morìccica. Ho ancora voglia di musica. inchinarsi un p oco. Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il tonfo sordo? Dopo un tempo infin ito. Era il fratello. e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori gialli. le céppite. intessere le mani dietro la schiena.Vana stava per rompere in pianto. Ora una minaccia soprastava ardente. e i piedi nudi nei sandali di sparto. Le rose di Madura. si cade per un'eternità. Entrò come uno spirito. senza rumore. "Non varreb be. inchinare la persona. a rivedere anche il mio muro. Morìccica? . .

tu dicessi l e novissime parole all'anima tua e a tutte le anime in ascolto.No. accanto alla tavola. Colui in questi giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. . Lo conosco. . .Non mostrare di frantendere. di farla sanguinare e di macchiarsene. . Hai cantato quel tremendo Vom Tode di Beethoven come se. c anti così.Resisto per il cilicio? .disse ella abbassando le palpebre c ome per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli. Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito. Aldo. . aperta la vesta. Egli toccava i libri. li tralasciav a.Forse io stessa a me. Te ne ricordi? Per tutta la strada non facesti che g ridare in tal maniera che con quel petto di cardellino pareva tu riempissi del t uo spavento il mondo.Non mi turbare. ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di colui che voglia affer rare qualcosa di difficile presa e la volti e la rivolti e la tenti da ogni part e e studii il modo utile. denn Eins ist Noth se tu lo cantassi sul ciglione delle Balze in una notte stellata. ora. Egli distolse lo sguardo. C'è qualcuno che c i scolpisce da dentro.Perché? .Un vero strazio. abbandonando la carne. quando tu can ti. .Quando Messer Iaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine del sola io crollato nel festino e la cavò mezza morta. ma non così che n on si rivelasse in qualche sillaba. Tu hai capito quel che volevo dire. . . e ti rompesti i l braccio.Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Tu mi commuovi ogni volta che ti guardo. li mutava di posto.Quanti libri su la tua tavola confusi! C'è un dolore che ammucchia intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Certe volte.Che viso hai fatto. E lo assalì un bisogno imperioso di scoprire la piaga nascosta . Stavo pensando a quel che potrebbe essere il :S ume nicht. poggiò ambo i gomiti. . il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Iacopone. di toccarla. Aldo. e rideva come se potesse il suo riso essere un s offio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del rossore. .Non so: perché sono sciocca. e non era. ma quella.L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella. e quell'ardita inspezione che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza. con le poche forze che le rimanevano. poi lo lasciò. . . . Egli immerse il suo male in quella dispe razione ammirabile. all'Alberigna. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno.Oh. Chi sa chi ti risponderebbe di giù! Ella si sedette su una sedia. Allora. Ogni grido pareva l'ultimo. . Eravamo bambini. con quell'amore della bellezza patetica che tant o gli rendeva profondi i giovani occhi. Anch'ella e ra piena di cenere e di ori funebri. e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del coperchio fastigiato. Sono senza difesa .Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola ingombra di libri. povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere appreso un poco d'arte! . La tua voce era sopra un abisso. Ma troppo gli tremava il c uore. Dove hai preso questo? Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla vec-chia perg amena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo. voleva dislacciarla. Morìccica! disse.Lasciami vedere. Ella tentava ancora di ridere. li alzava. Il fratello la guardò fisamente. dandole quel nomignolo di selvatico sapor e ch'egli aveva inventato per vezzo.Non eri ancora compiuta. Ella tentò di ridere. li ordinava. mi fai rammentare di quella sera che cadesti. le fu ritrovato il cilicio segreto alle carni. resistette finché spirò. Certe volte.

Aveva ora un viso velato di dolcezza.Iesu benigne a cuius igne. .. era bella. . ma vedeva per la lunga fenditura il bellissimo viso dell'adolescente inebria-to di dolore. Ella s'affrettava s'affrettava a parlare.Io so quale. . .Eins ist Noth. . . . . mentre egli dislacciava i legaccioli di s ovatto che serravano il volume dal taglio rossastro. ché gli stessi fati facevano terribile la notte della ci ttà di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra le mura della rocca piene d i colpa e le case di San Girolamo piene di demenza. Le ruote e le aquile degli Inghirami erano impresse nella cartapecora. s'appressava al fratello.E una sola importa.Vuoi venire con me? . e v'era questo distico: Dal folle sapientia e da la spina rosa.Sì. Vana.Ne ho trovati nel campo della Piscina quasi ogni giorno. .Due cose belle.. Le pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro appena aperto. sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sent ito nella ruina irremeabile della reggia estense. . Egli le carezzava la mano. E intorno. E l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo ste sso romore di tumulto. Era un grande trifoglio della buona sorte ancor fresco. E dall'una giovinezza s'apprendeva a ll'altra il fascino del Buio. . S'era alz ata. . . quando s'erano stretti senza p arlare e senza guardarsi.disse Aldo posando il libro e prendendo la sorella fra le sue braccia . aveva già l a sua gota presso la gota di lui. che cedette.Tu vuoi venire con me? . e ciascuna sentiva ingigantirsi la sua infelicità no n confessata. .Non so. col sentimento medesimo di chi batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi..Era bella. .Due cose belle ha il mondo.Ma dimmi che non andrai sola. Quegli altri segni sono di ricordi musicali. e li accomunava entrambi il contagio letale.Sì.Morìccica.diceva Morìccica con qu ella modulazione di flauto ch'ella aveva quando ridiveniva la fanciulla docile e incantevole.Oh. e la melodia ammonitr ice li cerchiava del suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. .Giurami. . . presso e lontano. è pazzo come l'allodola. con Lun ella. Se è pazzo.. che copriva la prima st rofa della prima satira.Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. . .Giurami che me lo dirai. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato: .Questo l'hai trovato oggi stesso.Anch'io so. . :Udite nova pazzia che mi viene in fantasia. Ella aveva socchiuso gli occhi. m a i sobbalzi del cuore lo soffocavano. Viemmi voglia d'esser morto. e china strisciava intorno alla tavola. Nessun poeta canta a tutt a gola come questo frate minore. Morìccica..Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie .pensi molto alla morte? .L'ho veduta cantando. no. ove qua e là l'oro finiva di morire.Oggi l'hai veduta da per tutto.

. .T'ingannasti. a quella improvvisa violenza. Egli lesse: :O Amore muto. come i nostri vicini dell'ergastolo? . . . con un fiato con un calore con un odore. e udii le vostre voci nemiche. Una materia umana era presa là.chiese egli. entrava nella stanza.ripeté Vana per la terza volta.E di che. nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta.Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro. Ma tu? ma tu? Schermendosi egli l'assaliva. Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo. si distaccò da lei. nascose la faccia nel petto di l ui. E si guardò intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui.Te l'ha tolto? . là. Una specie di delirio era entrato in lui. i quali s'inter roghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che cola dalle ferit e ch'essi non sanno. e bisognava mirarla.ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova che le pren deva le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava alla sua coscienza. . le lasciò cadere. se sai? . Egli allentò le braccia. Ambedue ansavano come se avessero lottato. .Perché domandi a me. e posta innanzi. Che di ce il cantico quinto? Ella lo guardava sbigottita. taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo. si ritrasse. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.Sento la tempesta fra te e l'altra. che non sie conosciuto. Erano come due fanciulli. non dimandare! Non ti vale sapere di me. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra. non poteva trattenerle. . vivente.Di che? . Prima del commiato palese. che non il tuo candore o il tuo ro ssore.A me fu mentito. i due amanti erano commisti. Non è vero? Crudamente i due nomi erano congiunti. palpitante.Di che? .V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te. . com e se il fratello a un tratto l'avesse percossa. perché mi torturi? . una strana voglia di torm ento. perché vedessero. tremavano come due fanciulli smarriti. . Aldo? Parlavano sommessi smorti come due feriti nella stessa barella.Ah.Da non poter più resistere? . Vana. A te fu detta la verità? .Sì. una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte. . con uno s gomento che gli mozzava il respiro. nel luogo ignoto. che vi diceste . perché dici questo a me. .Perché mi torturi? . non al tuo fratello. . Le doveva dire.Isabella è con Paolo Tarsis. prendeva le lor o anime dalle cento pupille e le portava lontano.Ah. le trascinava laggiù. con la gola disseccata. ciascuno nella sua cella ferrata. che non vuoi parlare. .Tarsis l'aspettava a Cècina.Soffri molto? .Ti confidi a questo libro. senza ritegno. udì il battito terribile.balbettò la creatura smorta. con i due pugni. perché egli l'aveva sentita a un tratto est ernata.Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori? Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente.Non merito che tu mi risparmi? . .Sì. eppure pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una fosca esperienza a . Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra.Aldo. perché guardassero.. Una vi sione inevitabile era alzata in mezzo alla notte. in questo modo? . Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua? -Vuoi che viviamo q ui.

ccumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano. L'adolescente aveva le paro le che pesano e che stroncano, già pieno di amarezza e di perdizione; e il suo ter rore sembrava audacia, e il suo furore sembrava possanza, e il suo dolore sembra va bontà. - Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo? Ella era curva, annodata in sé stessa. - Non era nato un sogno in te? Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del labirinto. - Avevi udito una parola d'amore? Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso. - Speravi; è vero? Speravi. Ella sentiva su sé le lagrime della veglia funebre. - Te l'ha tolto. Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli. - Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta. Ella gli rispondeva senza parole: "Parlami tu ancora, parlami di lui. Muovimi i l coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La odio. Vuoi che t'aiu ti a odiarla?" Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce. - Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola? Ella sussultò, ma non levò il capo. - Non parli. Ah! s'io potessi vendicarti! Una collera sorda lo strinse. "Perché dei due compagni la sorte ha abbattuto quel lo inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena all'altro?" L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando là, sul poggiuolo in vista della palude mantov ana, egli aveva veduto tra i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorell a, si levò; camminò per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo ela stico dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si spors e: bevve la frescura l'ombra violetta il profumo della magnolia. Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di mausolei; lag giù perfidamente luccicava la Cècina serpigna; laggiù laggiù fra Montescudaio e Guardist allo il suol marino era una profondità eterea come la dimora dei Mani. Dov'erano gli amanti nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza bianca orn ata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi di pino? S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella vertigine sonor a. Trascorsero i pomeriggi le sere le notti nei colloquii degli strumenti nei so liloquii del canto nei concerti a quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, co l gomito presso il gomito, con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagi na, nel volgerla incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille. La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani ma nella parte vecchi a, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di damasco, con alte port iere, con altissime tende, con una volta a botte, ove il michelangiolesco Daniel e da Volterra aveva dipinto una storia grandiosa dell'Antico Testamento. Un brac cio piegato del leccione giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il t ronco titanico. Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel Rosso fiorentino che il Vasari dice "bonissimo musico", "ricco d'animo e di gra ndezza". Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata. V'entrav a la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo pianoforte orizo ntale vi riluceva polita come un'arca costrutta col marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio, vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani riflesse dall'ebano come da un nero specchio. Vana gli stava al fianco alzata per cantare, nella sua attitudine immutabile co me quella d'una statua, con le dita intessute dietro il dorso, con il peso del c orpo su la gamba destra, con la sinistra un poco innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della gonna la punta del piede mosso a quando

a quando dall'urto ritmico. Ella gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un rogo p er ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fisa, pareva che nel silen zio musicale si formasse su la sua persona quella falda di cenere onde si copron o i tizzi tratti dal focolare. - Ripetiamo ancora questo - pregava Aldo insaziato di gaudio e di strazio. Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche villanel le italiane che sembrano accompagnare il Cupido sbracato che danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le mani trafitte. Era un arioso , era un lamento, una monodia di Cristoforo Gluck, simile a una pura nudità dolora nte nel suo proprio fulgore. Era una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo in un grido irrevocabile, con una bocca severa con uno sg uardo forsennato. - Non posso - rispondeva ella talvolta. - Ho dato tutto. Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione chiudendosi gli occhi con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta tragedia; poi si sedev a in disparte senza distogliere lo sguardo. - Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? - le diceva il fratello. Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue braccia nude e guarda il crine della Maddalena att orno come un groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? senti come singhiozza il Prediletto? Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti inte rrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo era-no come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d'u n vento fatale. La forza s'agitava nei loro muscoli come un'angoscia. In quel co rpo, ch'eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giusep pe d'Arimatea aveva comprata la sìndone, invano Nicodemo aveva recata la miscela d i mirra e d'aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al legno sublim e. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale era sopra una sola ca rne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore. "La luce m'è sparita" aveva detto ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salom, tra le due femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo de lla notte eterna. - Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli ded icate ad Antonia Brentano? diceva Aldo, svegliando nella profondità della nera cas sa quegli accordi in cui per una miracolosa trasfigurazione il tema primitivo è ir riconoscibile. - Non sembra armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i co rpi i singhiozzi le grida gli aneliti la luce non penetrano? Ascolta; e guarda q uell'azzurro opaco sordo eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia for se quella regione della vita ove "una sola cosa importa". Era Vana allora, che pregava: - Da capo! Ricomincia. Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri lidi ent ro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le cose, confluendo ne lla doglia universa. - Due cose belle ha il mondo - diceva l'adolescente - ma una terza è la loro divi na sorella. - Ah, non dire due e una, non separarle! - rispondeva la cantatrice. Sono due s ole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza di cui le due sono f atte. - È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli dinanzi a lla nave d'Ulisse. Andarono a rivederle lassù, nelle piccole sale rosse e nere del museo. - Guarda - diceva l'adolescente pieno di sogni. - Guarda. Tutt'e tre sonavano i strumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo doppio flauto, e sol tanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; e ora è senza lira e senza effigie, divenuta simile al suo

scoglio, simile a un sasso scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quell a che soffia i suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'u ccello. Guardala: è intatta. - Ma vedi? - rispondeva la cantatrice. - Due sono le ombre dietro di loro, due sole. In fatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due sole o mbre. Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor proprio dest ino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri. - Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il dosso, come tu suoli quando canti! ma un eroe non può essere legato come uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non ha vincoli: le mani incallite nelle oper e e nelle lotte egli le cela per inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione n on ha significato alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine. - Forse - ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la schiena, chiud ere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine. E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di Troia per c ontemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del Laertiade ma quella dalla v ela ammainata, ove s'imbarca colui che deve trapassare, e il commiato è senza lacr ime. - Che alto silenzio in così piccole stanze! - diceva il fratello, camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere. - Chi parte non piange; c hi resta non piange. Si guardano fissi con la mano nella mano; si accomiatano se nza parole, presso il limite sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divi na Tristezza; perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le vi e dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di vasi e l'ha ingigantit a col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo rosso? Taluni suoi versi non li vedi riluce re di quel nero metallico che hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani scolpiti in questi alabastri? I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento in lett iga in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il collo così che la crin iera toccava la terra come quella del sauro d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto avvolto nel mantello, con la bocca nascosta da l lembo, pel lungo cammino senza ritorno. - Non è questa l'imagine mia? - diceva l'adolescente indugiandosi. Fra tutti i vi aggi agli Inferi mi piace l'equestre. S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo -stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manc o, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con n ella destra la patera il flabello le tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre po ste su i cuscini nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le s entissero premere su i loro cuori. - Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo cavallo so pra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione s'arrestò netto, rinculò, f ece il voltafaccia; né gli speroni valsero a ricacciarlo innanzi, verso il baratro . Credi che Caracalla si rifiuterebbe? - E Pergolese? - Pergolese ha poco cuore. - Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi. - C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora il terre no è solcato. - In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella muraglia, che s omiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i rottami del macigno na scondono il vuoto. Se la bestia è spinta con risolutezza come a un ostacolo comune , certo s'inganna e salta...

rimessa a nudo la bruciatura intollerab ile.La credevi tu tanto feroce? Il giardino del museo era dinanzi a loro. era un poco più pallido dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre dipinte. Soltanto lungo il muro m aestro. perché stasera voglio danzare per te. Vuoi? . con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il basalte. .Andremo a esplorare domani.Dove siamo? . simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa estense. è il caffè moresco che frequenta il sonatore di flauto Amar.Non puoi sbagliare. lacerato il velo dei sogni. in una villa solitaria fra la pineta e la prateria salmastra. su la panchettina bassa. coi suoi cippi in forma di pigne. sai? dalla parte della Kasbah. con la sua pergola d i pampini al sole trasparenti. Non poteva né volgere il capo né distogliere gli occhi. Aini. Per ciò le rendeva più ambigue. Lo riconoscerai. Forse Amar è seduto sotto l a gabbia. Ma così forte la batteva il s ole che le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di fulv o in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Quando faceva il suo digiuno .diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e della resi na con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo dalla gola al pollice del piede scalzo. no n poteva se non aspirare l'aria che vibrava intorno a quel corpo quasi nudo in u na mussolina così leggera che dava imagine di certe garze chiamate dagli Indiani " acque correnti". in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice. bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di Si-Mohammedel-S cheriff. quasi dirimpetto alla fontana delle ab luzioni.Parlavano a bassa voce. ella dalla pressione viva e perfino dal mut amento di calore e dai più lievi sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciat o dalle parole. come suona il flauto di canna quand o è in vena! Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che canta. dove s'apriva la porta. Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne.Prima ch'ella torni. Oggi avrà certo un fiore di melograno. . con i rari suoi rosai che somigliavano i rosai de l giardino mantovano. . e faceva uno dei suo i incanti consueti a sé stessa e al suo amico. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio. è Algeri che porta un cipresso per piuma al suo turbante bianco. Là. non sentiva l'odore della resina e della salsedine. È sempre vestito di colori delicatissimi . con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di pesco su i larghi pant aloni bianchi a mille pieghe immacolate. che in arnese cavalca il Danubio azzurro. Erano i cammelli di San Rossore. E. come nella notte del contagio.A El-Bahadja? E quella è la bocca dell'Arrach? e quelle laggiù s ono le montagne della Cabilia? e tutto quel turchino quel verde quel bianco è il S ahel? Guarda i cammelli che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia. Ah. .Oggi è il decimo giorno. un tendaletto rigato come la gandura d'una Mzabi ta faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini ove gli amanti passavano gran p arte delle ore diurne e notturne accarezzandosi. Paolo. che gli pende su la g ota. come il suo amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra. che venivano dal Gombo su la spiaggia sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in guisa di mezze ghirl ande. coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta inverditi. con una mutua eccitazion e d'energia. . Bisogna che tu mi cerchi Amar e me lo conduca. .Dove sono? dove sono? Gli amanti erano su la marina pisana. prima che torni. . . sarà. .Ah. coi suoi gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato dai turiboli. .E non una parola! .Voglio. ove i sogni delle città brune e bionde coloran o le lunette e presso Ulma. .Sì. Una terrazza scialbata di calcina e lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno.

Gli Arabi. laggiù. occhio mio. con Giacinta Cesi. prima della gozzoviglia preparata sotto le tende coniche della razza guerriera. ché il suo piacere s'avvelenava. una sera di festa. Egli la saltò. tutta riso. Il pianto le fece l'effetto del koheul. Deliziava anche me. quando camminava. Troppe volte ripeteva "Aini". Una no tte si coricò a traverso la porta perché egli le passasse sopra. che sempre rimpiango: svelt a e pieghevole come un giunco marino. Mentre suona. Come vorrei tor narci con te e abitare su un colle una casa bianca fra due giardini! I miei pied i sono d'avorio oggi. Perché a un tratto mi scrolli? È vero. va. senza più scorrere. come soleva. . La casa s'impregnava d'amore. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio int orno. Omai si sa ch'egli è un giovine dio in esilio. anche sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un l ino bagnato e aderente. la mia negretta. ed era come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli l imitavano il mondo. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di voluttà. Ah. Credo che . avvolte al collo in due o tre giri. tutta la forza dell'estat e. Yasmina aveva una parlatura melodiosa come il linguaggio d'un uccell o silvano. Disse.Quando fosti in Algeri? con chi? . e vedeva posato su le sue chiare gi nocchia quel viso bronzino che le pareva d'aver già intravisto in una fantasia alz ato su un grande stallone arabo dal mantello di raso bianco. Poveri pie di tristi! .. e conducimelo. ha una gola di ruscello e un cuore di fiamma. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra si sieno appressat e per ascoltarlo. e i calcagni arrossati dal minio somigliavano due mandarini.. ma gli occhi c arezzevoli le divennero più belli. e con mio fratello. L'odio insorto in lui diceva: "L'ora era deliziosa. . acconciata all'egiziana. la purità del vento. ridend o. Era di forme così vive che.Yasmina. Allora avevo preso l'abitudine di farmeli miniare co n l'henné. Ma gli piaceva di udirla raccontare lunghe storie senza intenderla. L'aria v'e ra irrespirabile. gorgheggia e sospira. dicono di lui: "Ha le labbra tanto dolci che saprebbe poppare le l eonesse". Aini! Danzerò per te. Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba. anche perché portavamo sempre di quelle collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua tormentatr ice.E Aldo non aveva gusto per la Venere nera? . È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella g abbia d'aculei: grida e si spegne. Odoravano così forte che io vivevo in una continua vertigine. Nessuno più fiata intorno. l'incenso dei boschi salubri. quando f ingi di non svegliarti se ardisco di più. Vuoi ch'io pensi che l'effe minato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io imagini che lasci asti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di muschio questa pelle ch' io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te come sopra una meretrice a cui tut to fu lecito e nulla è ignoto?" Ma egli.Veramente. mia anima. non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. dal settembre al novembre.. tutta un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto funebre come quello di Proserpina. e rise molto più di rado. in comitiva. le sue braccia ondeggiano e tutto il suo corpo ondeggia come nel principio della danza.L'anno scorso. È come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. S'innamorò di Aldo. Ho preso da lei qualche gruppo di note. nel la Mitidja. e "Ro'hadiali". andò incontro al tormento. una creatura adorabile. l'ora del tu o breve sopore quando tu ti lasci addormentare dalla mia carezza cauta. disinvolto: .. ella gli faceva un discorso d'am ore. e sorrise. tu fa i uno dei tuoi giochi puerili.Chi te li tingeva? . con Maud Hamilto n. So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelt a. con la punta rovente. Ma conosco oma i la tua arte. Il suo desiderio gli faceva male come se una malvagia droga gl ielo eccitasse affocandogli le reni. Ella non si mosse fino alla mattina. L a mandavo sempre vestita di verde e di nero. sorridendo. Le tazze restano piene e fumano. sotto il pretesto di raccontargli una storia. Il suo amore era aizzato come la fiera nel serraglio. sogni uno dei tuoi sogni colorati. con altri loro amici e miei. coi botton i d'argento e di smalto sul corsetto sanguigno. tra lo sventolare d el haik e il roteare del fucile in una nube acre di polvere e di fumo. Ella spirava la voluttà parlando. cercalo. A poco a poco s'accende. Vedi.

Ma ella invece sapeva dare al suo passato una inde finita profondità. quasi strisciando le sopra.. in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati.disse l'uomo. col marchio della grande razza s ul garetto. della sua anima rasa perché egli v'inscriva la sua legge. fra il tintinnio delle campanelle e degli amuleti. tenta di rinascere. di altiero e di molle. . come se io g li appartenessi. l'aveva afferrata agli omeri con le mani dure. Tra la sua scorta di color variato egli era tutto vestito di lana bianca. eseguendo quell'aria che in vecchio termine di cavallerizza si chiama la ballottata.. eretti su i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare. E preparava profondamente la sua carne all'irruzione pr eveduta del desiderio micidiale. Chi dei due aveva o cchi più belli. Eccomi tutta. La massima parte delle donne amanti tenta di abolire il proprio passato. fermata la magnifica bestia su le quattro zampe. era Aldo che uno sceicco aveva invitato alla ca ccia. non so dirlo. fammi male. Sì. Ah. Alle nostre grida egli ruppe in un gra n riso. e spesso l'inge nua frode avvolge il credulo. Veniva dal Sahara. fammi a brani. e col dono del morello e dei due slughi. egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i quattro zo ccoli.. avviluppat o in un semplice mantello bianco senza ricami. portento dei cavalieri arabi. ancora più forte! Sono tua.. C om'ella supina aveva il busto rilevato dai cuscini. .. rovesciandosi indietro contro l'arcione di velluto. Ella era cangiante come il fianco del morello. Ella gridò come allora. sono la tua cosa. nero co me la capelliera della mia Lunella. Veniva dal deserto. Montav a uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al colombo nell'ombra. che lasciava appena vedere nelle staffe i suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener l a briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la treccia. come il colombo nell'ombra e nel sole.Anche ora. Due slughi. Sì. era mio fratello. E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue ginocchia il pe so del selvaggio dolore. fa' di me quello che vuoi . Tornava con la scorta. di meditativo e di trasognato e ra in quel caldo pallore imperiale. un poco roco. alzare la sua giovinezza sopra un immenso sfondo di vita. d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.Ti piacque Amar? .. Aini ella susurrò socchiudendo le palpebre orlate di n ero dall'antimonio come quelle delle donne maure. .Forse che sì forse che no.Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia di Ama r era una grazia tra d'istrione e di mezzano. fa a ll'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li risvegli e li is truisca..In una vertigine di castità? .. Aini!. così nero che i riflessi azzurri e violetti gl i correvano nei fianchi come i marezzi nella seta cangiante. Ti adoro. come quei pittori di ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico sen za termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. perché l'amante aveva mosso il capo come per guardarla più da presso.Aini. no n mi far male. con le gualdrappe con le criniere con le code al v ento. . Qualcosa d i sfrontato e di scaltro.. se ci ripenso. se non avesse veduto que ll'estrema delicatezza dominare con tanta facilità lo stallone potente. E il cavaliere era un giovinetto o un a vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare. sì. Chi era l'inviato del deserto? Come fu presso di noi. il cavallo o il cavaliere? Ella fece una pausa perfida. seguivano la coda strascicante. Il cuore le trem ava d'un delizioso terrore. Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotenti sul cuore ma schile: sapeva essere e parere inverisimile. egli di sotto le vedeva il m ento illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse dall a parola la perlagione della gengiva e dei denti in una umidità di conchiglia fres camente dischiusa. di rinverginarsi. In un filo di verità ella infilava le sue fresche menzogne con l'arte rapid a ond'eran composte quelle collane mattutine di zàgare che amò avvolgersi al collo i n due o tre giri. e le sue narici palpitarono nel suo volto segretam ente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità d'agguato. Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota. e ora le poggiava la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. ché l'amante in un movimento impreveduto. Sembrava che le sue . Aini. sorridendo anch'egli .

e dal più nero d olore volgere la più chiara delle voluttà. ma ciascuno allora. e talvolta insanguinava di non na tio cinabro la bocca. la luce si trasmutava su l ei. Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. e pareva talora incastrarvisi. Ma la sua alchìmia era ben più ardua e strenua. Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia d'un giardino.attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive ch'ella non cerca va di coprire ma di equilibrare. "Dunque. se a un tr atto con un colpo di reni da danzatrice di cordace ella si risollevava protenden dosi dall'ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un dibattito appassionato. egli iroso cercava di afferrare la bestia oscur a e di tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. All'occhio dell'artista ell a era il genio stesso del rilievo. ma era la fiamma fortuno sa che dal cominciamento del mondo rischiara le lotte i lutti i fasti dell'uomo. arcana. diverso dunque da quello che conoscemmo . distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono. e si contornano di solitudine. quasi ne fosse ancor stillante.il togliersi il guanto lentamente facendone strisciare la pelle su la l ieve lanugine del braccio.un qualunque atto comune prendeva da lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di non poter lo fermare in perpetuo. aver mosso di etro di sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno. e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare. senti va ch'ella era promessa a un destino severo. Dov'era mai la muta promessa fatta al compagno nell'incerto commiato che doveva esser l'ultimo? la prodezza del buttero nel giorno della merca? la bestia legat a e sollevata e marchiata per la servitù? il duro scrollo? Sì. Così nell'amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la strada polv erosa quando ella. e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe potuto guardare senza verg ognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l'amore. i quali fanno violenza allo spazio . d'una fiaba. quando ella s'adagiava sul divano e il suo corpo s'annegav a sotto il flutto piegoso della mussolina o del tulle. dopo il passaggio dei cavalli bradi. produceva ben altre maraviglie. pur così fragile così elastica e così lasciva. Ella dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una fo llia provocata con arte. quando più forte lo rimordeva il ricordo del fratello scomparso. Gli oggetti intorno rient ravano nell'ombra. serrarvi e schiacciarvi ogni altra co sa ancor viva. gli scavava il petto. Il più impreveduto dei suoi ge sti pareva avere attraversato un elemento oscuro per manifestarsi. spostano quasi visibilmente le masse aeree. delicata come il fiore che si gualcisce in un attimo. senza dar gli tregua. prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre forme. d'una tragedia. Anch'ella amava rilevare c ol nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque anni. come quei ritrattisti che conoscono nel quadro il valore degli spazii." le diceva "quell'amore a cui la mia semplicità dava la bellezza e la gent ilezza. il togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la ma nica sino al poco oro crespo dell'ascella . La sua novità emergeva dal suo passato come la sirena dal sale amaro. aveva sollevato il suo v elo mostrando il viso nudo ed egli s'era volto a guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch'era come l'impronta di quella nudità sempre nuova. glielo rodeva. quando più gli ridoleva il segno di quel virile vincolo troncato. Per ciò. Non era più la luce del giorno né quella della lampada. il togliersi la lunga calza di seta. La contradizione non era se non apparente pel contem platore acuto. stando accosciata sul letto. Un qualunque atto dell'esistenza cot idiana . glielo scerpava. non somigliava alla Libic a se non forse pel fiosso arcuato del piede emergente dal flutto. Ma. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé medesima dal suo masso e occupare l'aria come il ginocchio come l'omero come il cubito come il seno dell'Aurora la occupano. Veramente ella. Certo. le comuni apparenze erano abolite. Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. la virtù del suo rilievo era tanta che i prossimi ne avevano il sen timento d'una creazione e d'una apparizione geniali. ella s'apparentava con le grand i creature di Michelangelo. nel cerchio di quella follia. certo. quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fu oco del cervello michelangiolesco. pe r vivere in lui. tu sei l 'amore.

sento che tu non mi lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mi a forza e mi fai più male. quelle man iere d'imperatrice e di schiava. per stabilire una signoria e un servaggio. e qu esta contro lui. imaginai tutto il corpo della tormentatri ce ridotto su le pietre un mucchio sanguinoso. quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versa re il seme o il sangue. e quei frutti troppo grandi per essere addentati. ora che la posseggo. Ma l'avrebbe egli amata diversa? Quali do ni l'attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti. dove vive nella tenebra verde fra l'intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della camelia bianc a e dai grandi occhi più neri del nero velluto. in una spe cie d'ombra venefica che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo compagno nell'interno dell'isola di Mindanao. in un combattimento palese e coperto. come già nello scafo sommerso o nella fusoliera librata. di quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi. sostenuto dalla lealtà e dalla fedeltà. scivolando nel fogliame come i cigni nell'acqua. ora che non un grano della sua pe lle m'è sconosciuto. non poteva tornare indietro. quelle maschere tragiche alternate con quelle grazie puerili. io le desiderai spezzate dall'urto. Su la strada ardente. come per una di quelle infezioni che si manifes tano con una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le ven e. e non ho mai avuto a caccia nella mira de lla mia carabina una fiera tanto nemica. ch'ella più non fosse qual era. Sei certo l'amore. q uando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva. il suo sentimento della convivenza s'era pervertito in acredine e in inquietu dine. poiché non posso colpirti senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite. non te ne ricordi? nel vortice della polver e. Come allora. Confessava a sé stesso il suo male. E ora che credo di tenerti e di staccarti da me un poco per guar darti meglio. di tutti gli attimi. quando sostavamo ne i bivacchi. coi lunghi tronchi protesi all'urto senza scampo. i fantasmi d'innumerevoli inganni affascinanti. con occhio diritto. Mille volte più soffro. quel potere di trasf igurazioni. quando il grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del fossato bastava alla nostra breve foia. dall'eguaglianza e d alla sicurezza! In pochi giorni. Soffrivo di te nell'indugio perverso. Ella vi discende. in angoscia e in terrore. sapeva tuttavia di non poter nulla per superarlo. agognai ch'ella più non avesse quel le palpebre quella bocca quella gola. Or bisogna che io ti guar di bene per scoprire se tu sii l'amore o se tu sii l'odio. E il carro e ra là." Egli non s'illudeva sul suo pericolo. quel furore armato e quella fragilità inerme. l'ignoto l'attraeva fuor d'ogni salute. di quel fermento occulto e malsa no. E questa consapevolezza non gli sbigottiva ma gli esaltava l'anim o. Come allora. poiché ti nu tri e cresci della mia vita più calorosa. e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellar e la bellezza di cui non si sazia. e quei fiori troppo grandi per essere colti . o se tu sii biforme. in tirannide e in crudeltà. e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qua lche notte d'orgia esotica. quella stupenda arte di mentire mista a quella tremenda voglia di so ffrire. fabbricando le sue case come nidi d'uccelli. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei l'a more!).nell'avventura pel vasto mondo. riave va in sé il senso di quel colore morbido e umido. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili esseri che gli parevano nutriti di veleni. perché ella m'ama e vuole ch'io l'ami così che ancora e sempre quell'imagine di mort e accompagna il mio delirio. Allora egli era col su o compagno verso l'ignoto. Riconosceva che l'alchìmia della menzogna tramu tava anche il suo valore. Lo fisava. gli aspetti d'inafferrabili tentazioni. Egli era entrato nella più misteriosa regione del suo viaggio umano. era per concedersi e si nega va. egli vedeva in agguato per l'ombra mille creature c he avevano i medesimi occhi. Ma ti guardo. Come allora. perché non nell'approdo non nella scorreria non dopo la lunga navigazione non dopo la cavalcata senza sosta io ho conosciuto la furia originaria e selvagg ia del desiderio come qui tra due braccia più fresche e più odorose del gelsomino do po la pioggia. Da quanti giorni aveva egli lasciato il suo compagno s ul limitare del Buio? Eppure quanto già gli sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune. ora egli era nell'ignoto contro la sua compagna. poiché tu sei più me che tu tto me intiero. tut . Avevo serbate intatte le profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. quando sbarcavamo nei porti. i l fascino di quegli occhi notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle.

Ah. Una grande amicizia militante preserva dall'indugio negli amori vani. sop ra una sedia addossata a un muro nudo. Poi la pres e nelle sue mani palpitante. un confuso ricordo. gli fosse di sollievo. .Ma che è? . E il cinguett io era così vivo che pareva fosse dentro la stanza. perché credeva che. e. ella dovesse avere il suo volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo volto di Medusa p ietrificante.Paolo! Ascoltò. La voce era bassa. guardinga. in silenzio. aspettò per qualche attimo. cercando d'indovinare l'origine del suon o. un disgusto vanito. nella stanza fatt a violacea dal crepuscolo. senza romore.parlava ella da sé. tutta fra gola e labbra. s'egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia. prima di raccoglierla. la tenne chiusa nel cavo delle due palme sovrappost e. che viveva dinanzi a lui testimone occulto. la vede più reale delle sue proprie mani ch'egli tiene smorte su le sue ginocchia. come ancora appresa alla car-ne. non l'avrebbe riconosciu ta a un bagliore d'anima ma all'odore singolare. solo coi suo i pensieri e con la sua perspicacia. come se fosse quivi giunta e spirasse la v oluttà d'una di quelle onde rare che si levavano dalla dolcezza del mar cinerino. e vive nel filo di gelo che nasce dal mezzo dell a sua schiena curva. . con l'occhio teso. E uno straordinario turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vi ta. Ella ancora abbagliata non lo scorgeva. Scontenta e attonita mormorò: . chinandosi sul tappeto. chinò la testa.chiamò ella sommessa. con la faccia rivolta alla finestra apert a pel cui vano appariva il mare senza vele e il cielo senza nuvole. era in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi.Paolo .Non c'è. così ora l'amore interamente riempiva la fenditura dolo rosa e s'allignava per tutto. Desiderava ch'ella si volgesse. seduto presso la parete. forse anche quelle ch'erano per sopraggiungere senza richiamo e senz'annunzio. e un bisogno istintivo di celarglieli. e una illusoria volontà di soffocarli. forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma sognate un'ora sola nella malinconia del mondo. Qualcosa d'argenteo lustrò nell'ombra. fr esca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.ti quei contrasti e quei dissidii che la rendevano innumerevole come la concordi a discorde degli elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non un a veloce vittoria. . affranca dai vincoli vili. di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava secondo le linee della rime mbranza e del presentimento? Forse le amanti della figura anteriore appena diseg nate nell'oscurità della memoria. Era solo. Ma qualcuno in lui. . i capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine per modo che aderivano alla forma del piccolo ca po. simile a quei mercanti di schia ve che col fiuto riconoscevano la stirpe. Ma. difende la mutua libe rtà. I primi indizii della passione soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e quasi di rimorso verso l'amico. tutte s'aduna vano nella sua ansia e nella sua bellezza? Egli esplorava sé stesso. E un cinguettare improvviso la sorprese. e non volge il capo. Egli non rispose né si mosse. E pareva che il ritrovarsi alfine solo. come nel fresco taglio del tronco s'incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo ricon giungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la pianta innestata s parga le vene con l'altra. che imagina una p resenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla. sapendosi non guardata e sola. Egli ora le vedeva il collo nudo. è una rondinetta! Ed ella ebbe un moto infantile d'esitazione. qualcuno in lui era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore. Si avvicinò alla finestra. a un tempo. un piacere breve. Era entrata Isabella. di qua dal davanzale. Ancor più s'avvicinò. e resta immobile. coi sandali ch'ella usava per camminare su l a sabbia. se bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.Ah. prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un sorriso che scendeva dalle .

Come sei venuta? Sei caduta dal nido? Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e l'indice arroto ndati. . e ora alzato sentiva la fiacchezza delle ginocchia intormentite.Chiama aiuto . Ella l o baciò in bocca. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma s'addolciva. gli com unicava quel pazzo sgomento. egli aveva sentito le fitt e nelle reni.Via. con un riso convulso che pareva fosse per rompersi in sing ulti. .Hai le labbra fredde. . Ella fu come l'imagine della giovine Sera a cu i sta per brillare in fronte il primo pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo d elle sue mani azzurrine la rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistre llo. . saprai volare? fin dove? E. mi fai pau ra.Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura? Egli s'era alzato. li chiudo. ma non v'era nido. lasciala andare. La trovò.Ah. Paolo! Sei tu? eri là? Mi guardavi? mi guardavi? No. . la prese. no.Ah. e cercò pianamente nell'ombra la desolata. Aveva scoperto tra il suo dito e l'ala un insetto vivo.Ah. Ella gli si gettò addosso. quello spirito di libertà p ulsante nella piuma soave. una pesante tristezza corporea per ovunqu e sparsa. e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora. . Lo scosse via. .Dunque volavi? Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco perché era fasciato di silenzio che l'attu tiva. sei già forte! Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda. . non mi guardare co sì! Ella indietreggiava.disse Isabella sotto voce. E sentiva il gran battito del piccolo cuore. con un sussulto del petto profondo. l e contratture nei muscoli delle gambe. Dietro il su o busto sfondava il mare perlato. ella alzò gli occhi. e gittò un grido di spavento.ciglia alle labbra. Così gran palpito in così piccolo cuore! . Ed essi riudirono il cinguettio sotto il davanzale. . Ella rideva e singhiozzava insieme.Se ti rilascio. le tracce della voluttà letale. gli pose su le ciglia le palme che avevano serrata la piuma palpitante.Bambina! . E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il cruccio dal cuore che si sgonfia. . Un terrore i ndistinto vagava in fondo alla sua carne.Sì. . troppo fievole per muoverle. e quella tepidezza tenera e selvaggia. no.Chiudili. e l'acume degli unghielli nei pie dini rattratti. Il ciel o le toccò la faccia supina con un chiarore tra d'argento e di viola. Il brivido ch'egli ebbe gli fu dato dall'accento di quelle parole. e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue occhiaie cupe. si rialzò.Eccola. non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura. scorse d'improvviso ne ll'ombra gli immobili occhi che la guardavano. Le diamo la via? . la rondinetta inesperta aveva urtato contro la cortina dell a finestra ed era caduta sul tappeto. Forse inseguendolo.Ma che occhi hai! . come tocca da un avviso magnetico.La tua prima preda? Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color rugginoso . . Erano entrambi al davanzale. . La sera portava la sua più bella collana d'ametiste. E il silenzio si fece in loro e nella stanza. Levandosi dall'immobilità.Vieni vicino. . Isabella! Che fanciullaggine! .Sì. Poi si chinò sul tappeto. ginocchioni. non p iù fioco: e lasciò cadere dalle mani tremanti la prigioniera. via. che occhi! No. Sentiva palpitare la tiepida p iuma.

Ah. . . .Prova.Espero tremolava sul delicato mare. Attendo il levare del sole. e i suoi lineamenti divenivano se mpre più ermetici. che gli lacerava il fegato. Oltr'Arno le selve di San Rossore nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del deserto. comunica sse con la vita misteriosa che saliva d'ogni parte nella purità della sera. agitan do un guidone su la duna. che hai? Ella gli si abbandonava sul petto supino. Che hai oggi. La prateria salmastra era già immersa in una u midità violetta.Bambina! Deve abitare vicino. e pensò a Vana. gli sc hiacciava le costole. gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era fiso. povera rondinetta! . mi faccio male. di tutto punto.Credi che volerà? . Son finite le cove. "Tutto è pronto. .Guarda le mie braccia pomellate d'azzurro e di viola! Mi fai vergognare davan ti a Chiaretta. -Vuoi sentire? Ella accostò il suo pugno alla gota dell'amato. "La mia macchina è a o rdine. tra le cannucce. prima . dinanzi a cui Aldo s'era inginocchiato. e pensò al giovinetto imperatore. . rondinetta! E subito la sua mano fu vuota. che è una pia francescana nata e cresciuta all'ombra della Porziun cola. Filo dr itto verso il mare. mi sollevo a grado a grado.Sarà molto infelice. gli prendeva il mento per tenerlo fer mo. La bellezza del tutto era così do lce che trapassava l'amore come una spada di fuoco.Non credi che potrei darle l'ospitalità per questa notte? .Prova. . vedo le acque sotto di me. e la paura le farà smarr ire la sua via. lascio alla mia destra la torpediniera che . Il sopraccarico del cilindro d'aria appena appena ne dimi nuisce la potenza." . con una pena nel cuore. mi fa segno che il disco è apparso. ma dentro di sé una estranea voce virile.Addio. i meccanici abbandonano. . Ho un'elica nuova che rende a maraviglia. un vento di marea che mi spingerà verso lo stretto. che grinta dura tu hai oggi! Tutt'osso. e al canto notturno del vento fra torre e torre fra porta e porta fra sepolcreto e sepolcreto.È piccola ma ha il cuore forte. . "Un teschio con le labbra" pensò ma non disse. Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie delle b raccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella li aveva inondati d'essenza. Ella tese il braccio.Aini. odo l'augurio am ichevole.Non è troppo tardi? Certo s'incontrerà con un pipistrello. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra tortura: il b ecco dell'avvoltoio invisibile. Ella esitava come se. lungo il fiume. . Ella fu corsa da un lieve fremito. Si baciarono. Egli non s'era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo. e alla troppo ne ra ombra del leccio su la vecchia casa. divina come un'imagine del cielo di sopra.Allora la lascio. ché le ribalenò alla memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa nella saletta mantovana de lle Pause. col volto sospeso sul volto gli scrutava il fondo delle pupille. E pensò a Lunella. aprì il pugno. Eccomi nell'aria. e ai suoi cipressi allineati sotto la mu raglia inesorabile dominata dal mastio. Egli era insensibile alla carezza.Se ti bacio. . Aini? Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la parola. . Non udiva le ciance della lusingatrice. Sento con gioia un soffio che viene dalla terra.Parla. trattenendo nella sua mano la calda prigioniera. Al comando. supero la duna. Il mio amico. . tut to vibra e romba.Baciami. Qualche pozza d'acqua riluceva.ella disse traboccante d'angoscia voluttuosa. Tutto è già in moto. Su la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la sua fievole melodia.

che Dover è a ostro ponente. Pa sso fra due corazzate. alenava sem . Vedeva il Canale color d 'acciaio tra le coste frastagliate a picco. afferrando la donna per i gomiti e r espingendola. Ve do i gesti dei marinai che mi salutano. Attente le mani alla manovra. L'insofferenza fu aspra come uno scoppio di collera. accelero la discesa. Le mani oziose. simile a una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di distribuire la lana alle serve per brandire l a mezzapicca e la francisca. e dietro l'astro dell'elica." . . d'avergli parlato. qualcosa di sim ile all'impazienza ond'era presa talvolta quando una delle sue scatole e tonde d 'avorio per solito agevoli resisteva all'improvviso così che per nessuno sforzo ri esciva ella a girarne il coperchio. sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre diversa. una squadra di corazzate. ma il vento mi r icaccia in basso.Basta . d'aver sorvolato le navi. con la sua segreta di panno bruno. Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva. l'odore caloroso dell'ascella. d'essersi posato su l'erba. né pur le valeva il sacrifizio iroso d'un'ungh ia aguzzata e polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste verginali . Non ho il senso del volo. "La torpediniera è rimasta indietro. la visione di cose già ved ute. Quanti minuti passano? Pochi. Anche si ricordava della do nna semplice e possente che gli stava accanto. con la prua verso la mia sinistra. . d'aver valicat o il mare. un mulinello perfido m'aggira. Impaziente. perduto nell'immensità delle acque cupe. è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché io mi ci posi. E sentì su la faccia l'odore dell'amante. sentì su l e sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava nello scroscio soffoc ato del riso. attenta a incantare il pericolo con la forza di que l sorriso che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse f onde. non è più visibile. dietro il ventaglio dei tre cilindri. spengo l'accensione . sempre la medesima onda. della ciocca ritrosa sul mez zo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Non gridò. non si lamentò. Si ricordava d'averlo veduto a Montichiari. intorno a me. Ora sono solo. Ho l'ali intatte. sempre la medesima onda. . sollevandosi di colpo. La terra è sotto di me . in un volo infinito. c on la sua tunica azzurra d'artiere su la cinta di salvamento. mentre discendo. non veggo all'orizzonte né una linea di terra né un f umo di piroscafo né un albero di veliero." Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi s uccessivi del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. Navi mercantil i navigano lungo la costa. nell'immobilità. sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memo ria della riva di giù. La visione gli si sv olgeva -per lampi. Non una bava di vento.col suo fumo denso mi oscura il sole. d'essere entrato nell'ombra del vallone. attenti gli occhi alla rotta. m'atterro con un urto che mi torce l'asse delle ruote e m i scheggia l'elica. Volo sul bacino di Dover. nella tettoia come sotto una trabacca di guerra. ma in un v iaggio assai più lungo.. Tutto è tranquillo in me.proruppe. ma inter minabili.. Ma era il racconto di cose già sapute. Metto il piede su l'erba del regno. Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. dei pomelli salienti. odo le loro grida fioche. Nel silenzio. col suo profilo aq uilino di Franco che ha abbassato la fràmea. e per ciò non una manovra di governo o d'inflessione. Poggiandosi sopra un fianco. Scopro il castello.Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai. sempre il rombo del motore . Viro da quella banda. inerti. è verde. Mi sembra d'essere immobile. Ho traversata la Manica. simili a quelle che la Martire porta come due coppette riverse nel vassoio d'a rgento. e aveva su le braccia l'impronta delle tenaglie. parato la bocca dai baffi come da una baviera. Vedo l'onda. d'aver mirato lo scoscendimento biancastro. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere. entro in una specie di avvallamento. È la costa i nglese. l'eroe solo. Ma.Ora vedrai. nessun mutamento. Si rico rdava della mascella robusta. Sono assalito dal vento e dal la nebbia. Lotto ancora. esule dal focolare. Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta quell'impresa. Nessun turbamento. Scorgo a levante una linea grigia che ingrossa di continuo. Comprendo che il p orto è prossimo.Basta! La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa.

. Dalle Lame di Fuori veniva il canto delle allodole. . E mi prenderai con te. la rupe di tufo tagliata ad arte. su le ac que. che le si diffondeva su la pelle nuda e le s'insinuava su ogni piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle massime rose. Le narici le palpitavano come all'approssimarsi del piacere.Perché chiami? . pareva che il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all'orlo. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata la tenda che ricoverava l'Árdea inerte. e santificate erano le ali dell'Icaro vit torioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme ove la voluttà pareva regolata d al flauto di Amar? Che era divenuto egli ondeggiando fra il terrore dell'annient amento e il desiderio sempre più arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'am ante che gli aveva porto la mammella perché. E più giù. e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo ardente era inesplicabile. balzando anch'ella e andando verso lui maravigliosamente splendida di amore. . e l'ardore delle speran ze. quasi umile. poggiato il cap o al parapetto.Ricordati della strada bianca tra i canali delle ninfee. ricca d'avvoltoi. posseduto sino all'infima delle sue vene. E gli la mirava attonito. La Gorgona appariva com e una nuvola. di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo del maestrale.Veramente verrai con me? . E laggiù. Qualcosa di acre e di felice. era la grande isola selvaggia. Intessute le mani dietro la nuca. Le nuvole bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d'un riverbero argenteo. . E rivisse i giorni della gran febbre operosa. su la pun ta di sabbia. Cedendo all'impazienza chiamò: . E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon compagno che d eterminava la rotta: "Ponente una quarta a libeccio!" E rivide il ripiano di Árdea . Quel rammarico serrava ancor più l'angustia della sua vita.Giovanni! Era l'artiere prediletto da Giulio Cambiaso. stampate da un rinnovatore ingegnoso coi motivi mar ini dell'arte micenica. con uno di quei suoi movimenti ariosi che par evano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare la luce agitandola. un'ambiguità sfuggente. e l'audacia dei sogni. come il languido sonatore algerino da lle palpebre dipinte.Voglio destare l'Árdea. alla foce. le scrollava tutta la persona e pareva soll evarla su i pollici dei piedi elastici.Veramente? L'allegrezza le folgorava nel viso. una distanza no n molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la brughiera interrotti dall'orribile schianto. E il mondo era pieno d'un'altra gloria. quello che per l'ultima volta avev a riempito d'essenza il serbatoio. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola massa. di là dall'Arcipelago.Sì. Udiva alenare la donna. e a quando a quando un branco si levava sparpagliandosi a fior del la schiuma. il Tirreno sparso di pecorelle. bisogna che tu la desti. Balzò in piedi. . imparasse a poppare le leonesse. ad austro. . mi prend erai con te. "Ponente una qu arta a libeccio!" Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'in gresso del Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine. . e la grandezza del sogno più disperato. era un punto eroico ove il lido diveniva invisibile. e attendeva quel pianto c ome il peggiore dei supplizii.Giovanni! Nessuno rispose. la valle dell'Incastro.chiese Isabella con una voce dolcissima. Egli non la guardava. e le nazioni già credevano aboliti i confini. La tenda era chiusa e muta. Non osavo dirtelo. egli fisava di là dal limite bianco della terrazza. e temeva ch'ella fosse per piangere. Come aveva indosso una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe. una perversità incerta brillava e s'oscurava a volt a a volta nel bel viso di dèmone. e d'ogni parte salivano gli inni. la chiostra dei Mont i Laziali. tra le foglie degli oleandri assetati. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento ma non p oteva scusarsi.inuda. Aini! Ella gli s'era accostata ancor più. Anche i meccanici forse erano ai l oro ozii e ai loro piaceri.Senza paura? .

alla foce. senza fiatare.Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele d'Annunzio? Eb bene io sono Ornìtio. . Allora entrarono in una felicità inaudita.Andiamo dunque.. Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le rimanesse ro aderenti alle gambe. Più d'una volta ho dormito là. Sorridendo ella aveva sentito nascere n el suo petto il cuore selvaggio di quel giovanissimo vento condottiere di uccell i migratori chiamato Ornìtio. Paolo Tarsis. guarirono d'ogni mal e. Piegai gli asfodel i. intorno alle torri? . L'elica azzurra diveniva un astro d'aria nell'a ria. . verso la lama di sabbia ove s i vedeva biancheggiare un biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano il Gombo. dimenticarono la scienza del tormento. intorno alle cupole. sfavillante di allegr ezza e di audacia. Ma certo non sap evi perché fosse entrata e non capivi quel che mi cinguettasse. su la città.Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene errando ad libi tum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa dei Venti. L'incanto teneva l'incantatrice. nel sedile arduo.Dovunque. quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi. . sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda della leone ssa. Trovai Euridice. un grido chioccio.diceva al volatore con un'aria di mistero che pareva inazzurr arle il viso e porle qualche filo d'erba o qualche grano di semenza nella bocca gonfia. un che di cinericcio un che di nero nel candido. Ebbero la tregua celeste. l'Árdea lasciava la spiaggia. io la raccolsi sanguinante e m'involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato s u un banco di sabbia in mezzo a su uno stormo di rondini stanche. una fuga di candore e di ombra su l'acqua crespa. Hai anche tu intorn o al collo un filo di scarlatto. Ella parlava con quell'accento che faceva spalancare gli occhi alla sua Lunella quando le raccontava una novelletta. poi s'abbassava con una virata a ponente. super . Le lasciai cadere il teschio nel grembo per ingannarla. così reggendola. chiamando il nome gioioso. O maraviglia! Nel turbine dell'elica il mucchio compa tto si rompeva si disgregava s'involava: era un immenso fremito d'ali. sopra le nuvole. Affumicando un tratto di erbe arsicce. di là dall'arcobaleno. In memoria del mae stro vetraio son tornato spontaneamente all'amore dell'uomo. nel territorio dell a Serenissima tuttavia. . e anche laggiù. .Quanto poco pesa la grande Isabella! E.Son tornato. Ella cedette tutte le membra. ma n on m'hanno sorpreso i marinai. uno sbigottimento sonoro contro la vasta canape. al davanzale. là.. Salendo traversava la foce.. . tessuto d'una paglia fine trasparent e e un poco rigida come il vetro filato di Murano. La portai fino al Tènaro. Ornìtio! Scoppiava il tuono settemplice.Ornìtio! Ornìtio! Il volatore non si volgeva. Anch'egli allora fu invaso da un'allegrezza impetuosa. Ogni giorno.Sul mare sul fiume su i boschi. Deposero le armi. che prendevano leggerezza dall'esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e dell'occipite. che non si vede. un baleni o di penne.. . perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruit a con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi.Io sono Ornìtio .. l'Árdea li rapiva nei più alti sogni. nella stanza. rapida. S'alzava sul mare. non m'hanno legato coi vimini. munito di due grandi ali bian che tolte all'airone maggiore. prima del tramonto o prima dell'aurora. I gabbiani! . . All'improvviso la sollevò su le sue braccia. Parlava all'ombra del suo cappello bianco. su la lama di sabbia. l'altra sera.Non sospettasti di nulla. alla soglia di Dite.Dovunque. Quando la testa di Dardi Seguso cadde sotto la scure dell'uo mo rosso. sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia di Ornìtio. Veramente ella aveva l'aspetto di un fanciullo malizioso. fu fresca e leggera come una br acciata di foglie.

. l'uccello gigantesco visse per qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro. Tutto fu ricordo e sogno. lungo le ripe di belletta arenosa e di radiche scal zate.Portami più su! Inàlzati ancora! Non temo. ossa e carni trasmutate come i legni dell'elica in una forza ae rosa: quel viso fatto quasi di fluida violenza. Ed ecco. Le selve s'oscu ravano e vaporavano all'orizzonte. Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Una frotta fulva di daini fuggiva pe r l'ardore. Si scorgeva il forte quadrato. rompendosi in aspre strida. libero d'ogni ingombro. L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti. riempiendole come d'un lembo notturno. la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade. Lo spavento cessò. Sentiva presso di sé la creatura vibrare come una sàrtia.Ornìtio! Ella sì lo guardava senza saziarsi." Era il sole basso nel mare. . "Ah férmati!" voleva ella pregare. della resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un rimpianto di terra lontana. dalla malinconia di un infinito esilio. Sovrumano le appariva quel capo scoperto. La bellezza dell'Elisio e dell' Ade sorrise e pianse nel vespero. penetrando nelle chiome dei pini. attonita ed ebra di una novità impensata. Per qualche attimo il petto della compagna parve vuotarsi. Erano le vele rosse della colonia picena immi grata a Bocca di Magra. addensandone l 'ombra. le palpebre si chiusero. volò su le paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume Morto. con la ve ste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena. Le vele latine ardevano come fiammell e su i gusci bruni delle paran-ze.Ornìtio. Poi si risollevò. prona il bel volto che la corrente aere a pareva levigare sino alle vene più azzurre. Egli manovrò il timone d'altura. Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. sorpassò gli ar gini. Tra i canne ti tra i salci tra le vétrici. il dominio regio dal dominio ducale. come fra il Cocito e il Flegetonte. . in un nuvolo vivo dai margini palpitanti. . il pon te della Sterpaia. la Torre dei Riccardi. dilatandosi in fuga verso i canne ti. sotto le innumerevoli cupole dei pini un bagliore d'incendio. Ebra ed attonita. Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. L'Árdea fu simile alla chiglia che monta in sommo d'una smisurata onda oceanica. Il dolce fiume di Lucchesìa divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore dai boschi di Miglia rino. quasi rasente l'acqua. Tutto fu melodia e v isione. divinava il ritorno del suo più remoto destino. pieno d'un gracidio roco. con tutta la persona l iberata dal peso e penetrata dall'illusione della trasparenza. "La selva arde? Per ciò esala tanto incenso.Ornìtio! Ornìtio! In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente. sicur a di lui pari a un dio sagace. selvaggina alipede i nseguita dai cani di Atteone e dalle saette del Centauro. coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile. Gli occhi riaperti le riconobbero. Tu tte le forze della sua vita erano un solo acume intento. le mani si contrassero come per aggrapparsi al timoniere. quasi che il vento rovesciasse i ndietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi. il disc o di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque. riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore. un profo ndo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate in portici di piropo fi ammeggiarono.ato lo stormo disperso. una punta sul Serchio disse il timoniere virando a greco levante e fil ando a discesa verso la spiaggia selvosa. che percorreva coi raggi obliqui i fusti lasciando le chiome nell'ombra. appariva e spariva per gli intervalli dei rami. L'Árdea si librava su l'ali adeguate descrivendo un ampio cerchio tranquillo fra cielo e mare. . Si scorgeva su la foce sabbiosa e bion da nereggiare un nerume simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libeccia te spingono sotto le dune. Le cornacchie! L'umidità fluviale attirava l'Árdea come in un risucchio. L'odore della cuora. Nella corrente pigra si s pecchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza battito.

"Ah! férmati!" Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera accesa d al riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga ov'ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa. - Madonna Pisa! Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea. - Madonna Pisa della Spina Ardente! Una chiara pace era nell'aria; ma il petto dell'amante si gonfiava d'un fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva ch'ella sentisse l a spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la reliquia. Ella non poteva più tenere l 'anima nel serrame delle sue ossa, tanto il rapimento era forte. S'avvicinava al l'estasi della città con le ali di un arcangelo folgorante. Il rombo stesso del vo lo si faceva remoto nel suo orecchio come nel meandro d'una conca marina. L'émpito della poesia nel suo cuore era sì veemente ch'ella ebbe volontà di piangere. E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua memori a, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita febrili di Vana eran o per apprendere il color bruno che "procede innanzi dall'ardore". Amor amore, che sì m'hai ferita, altro che amore non posso gridare; Amore amore, teco sono unita, altro non posso che te abbracciare. Amore amore, forte m'hai rapita: lo cor sempre si spande per amare. Per te voglio spasmare, Amor, ch'io teco sia! Inginocchiata veramente e affocata d'amore era la città ai piedi del suo santuari o. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i topazii dantesch i, gli ordini delle colonne salienti come i cerchi delle bianche stole. E l'Ador ante stava umile e prona, coperta dei suoi émbrici, innanzi all'erma bellezza, com e nel basso delle tavole d'oro ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte vestito di scuro lucco. L'Árdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le cinque navi con cluse del duomo, l'implicito serto del campanile inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del battistero così lieve che pareva fosse per involarsi gon fia di echeggiamenti. Come più si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero co nvertendosi in cerulea cenere, più s'impregnavano di luce mistica i marmi; e la se rbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l'ombra, che pareva v i trasparissero per vene alabastrine dall'interno le luminarie degli altari. - Il camposanto! - pregò Isabella nell'orecchio del timoniere celeste. - Ora scen di verso il camposanto! L'Árdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio la donna i mplorò che l'ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di morte. "Ah férmati!" Non fu se non un attimo scoccato all'apice dell'anima. Fu come un'urna scoperch iata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata dalle galèe dell'Arcivescovo Ubaldo. "Ave Maria." La salutazione angelica inchinava lo stelo del campanile a ostro. Il volo s'allontanò: lasciò sul prato in disparte, incontro alla muraglia ghibellin a e alla porta bruna come il sangue cagliato, l'albore della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti dalla notte il fiume ancor pallido tra due righe di faville d'oro, il canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i pascoli di Coltano, valicò la bandita di Arno Vecchio dove sembra vivere pur sem pre l'umido spirito del fiume deviato, si librò su l'amara selva del Tombolo ove f orse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell'Ade vaporò nell'estremo crepusc

olo. E ancora vi si diffuse l'odore doglioso della cuora, della resina, del legn o arso. Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio, ondeggiavan o, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande occhio rotondo guar dava dall'oscurità del forteto: era una piscina per gli armenti. Tumuli cupi fumig avano nella radura fenduti di fiamma come gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti letti di silenzio e d'ombra separati da lunghe zone di selvaggia notte, quegli alvei senza corso e senza foce tra argini che r uppe un tempo la piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne ? non erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte? E Lunella pregava: - Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancora! Resta un altro poco, Duccio! Conducimi anche me alla badia. Ti prego, ti prego! - No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come ti riduci? Hai ancora il singulto. - No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa. - Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire. - Tutto mi passa. Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime, tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida che già pareva lievemente ond eggiata dalla sensibilità precoce e ombrata non soltanto dall'ombra dei capelli. M a ella aveva sparso il suo pianto subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutt a quanta merlettata e increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota di tratto in tratto, scotendola. - Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno. - Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi? Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch'egli usava ver so la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola permalosa che nel gi oco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue ginocchia e le rovesciò la test a folta. Ma una tenerezza accorata era nel suo sorriso. - Che vuoi da me, Forbicicchia? - Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un'altra volta. - Perché hai pianto? - Perché guardavo le tue dita. - Quali dita? - Sul manico. - Ebbene? - Erano tanto malate. - Malate? - Sì, come il Salonico. - Ah, Forbicicchia stramba! Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei predoni spa ventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d'oro. Ella lo aveva vedut o una volta cadere di schianto in convulsioni sul lastrico, e non l'aveva diment icato più. - Mi conduci dunque alla badia? - No. Oggi no. - Perché? - Non vedi che Tiapa ha sonno? La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini come l o zaffiro. - Ed è più malata del Salonico e delle mie dita. - Perché? - Non vedi che ha una gamba rotta? Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.

- Ma da questa gambina non ci sente. - E il naso schiacciato. - Oh, un pochettino. - E mi pare che da un occhio sia guercia. - No, questo no. - Guercia bircia orba e lusca. Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e Aldo ne tre marono, e si guardarono. - Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire. - Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna. - No, - disse Vana - non ho voglia. Non me ne ricordo più. Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di pena, soggiun se: - Bene, canto la ninna nanna a Tiapa. Era quella di Modesto Mussorgski "per ninnare la bambola", una cantilena lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la voce del vento nella steppa deserta. - Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente. Si guardarono con una indicibile malinconia. Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si accinse a c antare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata in modo che non chiudesse an cora gli occhi. Stava in piedi su le sue gambe di paggio snelle e nervose, pende ndo dalle labbra della cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco le gate a una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate i n certi monili egizii. Oe, ninna nanna, Tiapa. Tiapa, non chiudi gli occhi? Se tu non dormi, bada che l'Orco non ti crocchi. Ti crocchia se t'azzanna, t'ingolla: ha un gozzo enorme. Ma Tiapa è a nanna, è a nanna. Già dorme Tiapa, dorme. Con un atto precipitato, ov'era l braccio che reggeva la testina usero, ma i suoi rimasero aperti hé Vana non cantava soltanto con hina verso la bimba e la bambola :Se mi dici il tuo sogno io ti canto una fiaba, domani. Ora c'è l'Orco. Oe, ninna nanna, Tiapa! Un pan tondo in un pozzo, in un pozzo di panna, domani. Ora c'é l'Orco. Oe, Tiapa, ninna nanna! Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata. Lunella cer cava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino, invasa da un vago sb igottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre erano chiuse ma una, quella dell'occhio guercio, lasciava scorgere in, un angolo un poco di bianco azzurrog nolo. - Gridagli che Tiapa dorme - susurrò ella alzandosi su le punte dei piedi per and arsene cautamente. - Il covo dell'Orco è in fondo alle Balze. forse un poco di spavento vero, Lunella abbassò i di Tiapa; e gli occhi di vetro in bilico si chi smisuratamente verso il fascino del canto, perc la gola ma con tutta l'espressione della faccia c a disegnare l'orrore del mostro famelico.

Credi? . ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo. . credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto dalla creta e dal sabbione? Chi ha ma i guardato veramente sino al fondo? La pupilla non resiste. Se io cadessi. si att accava con tanta tenacia alla vita di quelle vene e si confortava nel calore per sistente.rispose l'adolescente.Pensi all'Orco di Lunella? Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito. . come se a u n tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero divenuti dieci. Quando le guardo e le ascolto. Ed ella lo sentì tremare n elle intime ossa. la tenne per qualche attimo stretta. senza gravità ma con una sprezzatura quasi lieta. Camminava con la testa alta. il terzo era livido e sbavato di colaticci.chiese la sorella. . perché quella irrisione gl i rinfacciava il patto di morte. nessun'anima si sentiva diritta. La v ertigine vuotava le tempie ai più intrepidi. Egli l'afferrò mentre ella faceva l'atto d'appressarsi all'orlo e d'inchinarsi. Ora un dèm one spavaldo la trascinava. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda. Glielo rinsaldav a un coraggio orgoglioso. Giù per gli scheggioni per le rosure p er le grotte s'ingolfava il vento. Un fascino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta.Non così. percosse dal sole occidente. Le Balze erano piene di luce e d'ombra.Ti fa paura? . Disse. Lasciamo i compagni di viaggio imaginarii su le urne et rusche.Andiamo alla badia. mi sembra ch e non vi sia in terra solitudine più sola. . e la sua ombra era quasi fulva. Ella non rispose. Il colo re del deserto e del leone colorava in quell'ora il primo cerchio che cinghia l' abisso. ma il cerchio secondo era cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra. .Mi fa orrore . Il disdegno rigò quella subitanea durezza e stridette nel breve riso. Respirava.Voglio guardare.disse Vana. più forte della sua angoscia e della sua onta. sentendo il tremito fraterno. sottraendosi al fascino tetro. lungo il filo di ferro irto di punte come un rovo da pie gare in corone di spine. dopo una pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d'ira giù per la rotta lacca. con un passo franco e spedito. Perché lasciare al caso quel che è premeditato? Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto i nnanzi al grande edifizio di color tra di ruggine e di piaga. quasi che dalla debolezza del fratello venisse a lei qualcosa di virile. e la luce era gialla come se percotesse nell'ocra. una spec ie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera ov'è Dido.disse Aldo.Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.Quando penso alle Balze. col viso atteggiato a una sollecitudine e a una in quietudine materne sotto la sua chioma d'angelo magnifico.Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Vana. per contrasto.Come tremi! . perché egli non è omai se non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile. . . .E uscì trattenendo il respiro. una superiorità maschia.È orribile . non so quale vita avviluppata e aspettante. e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del metall o: . . Non egli ma la giovine vita delle sue vene.A ciascuno la sua ora e la sua scelta . . Sul cupo tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando. Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare ? Bisognava adempiere il proposito e il patto? . con una voce severa e tranquilla. e riempiva di compianto tutta la rovina. sento ch e qualcuno le abita. .Andiamo . Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancora convulsa. Il cuore le diveniva adamantino.disse ella. l a trasse indietro. .disse alfine. e che la sorte s'inve rte. Ed era simile a colui che per tentare un gioco terribile si serve d'un istrumento micidiale e a un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai più potente della sua. Così è impossibile. Il fratello la ten eva per la mano.

Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di rose giall e. Ella riebbe intero il sentimento del la sua solitudine. Le nuvole inseguendosi parevano rasentare le muraglie di roccate.disse il fratello che la seguiva ansioso. E di nuovo le pareva che la paglia risonasse come il b ronzo d'una campana. i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivan o come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso. Morìccica". . quel dolore le rifluì su tutta l'anima e s'aumentò. Ogni pietra era alla sua imaginazione come nelle urne il limite sepolcrale ove i cong iunti arrivano e si accomiatano. . Pareva lo contenesse dietro le sue labbra serrate. Gli diceva: "Fra poco. Né poteva egli rimanere di qua. Lo riamava d'un amore sublime.Di che soffri? E aspettò.Perché. Disse: . . come s'ella lo traesse a un immediato destino. Aldo? È stretta come quella di Mantova. . Quando ell a pose il piede su la soglia rotta. .egli le disse. i meandri delle vie dubbie.La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! . come q uando era coricata sul letto nella notte di Brescia aspettando l'ora di scioglie re il voto. i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo. come la gora si rigonfia e colma gli argini se il varco sia occluso.rispose egli cupamente . tra i lunghi cipressi schiomati. . come s'ella fosse di nuovo entrat a nel turbine dell'elica. per guardare be ne in fondo. e se mbrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che aveva lasciato scorrere in l ui. lacerarsi agli spigoli della torre mozza. L'orrore s'accumulò in quel breve spazio. Simili ai sassi scagl iati dalle frombole. nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. senza crollo nell'agitazione del vento. Perché ora mi se pari da te? Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. E. con l'architrave carico di nera edera. E sciolse la mano da quella del fratello. le sconvolgeva i fiori di seta. ma hai tu mai veduto un'edera più nera di q uesta? Era una porticella di pietra.Ah! "Non è vero" fece ella dentro di sé.Perché corri così? dove vuoi andare? . ti sei sciolta dalla mia mano? . Egli non riusciva a dominare la sua paura cieca. come q uella delle Pause. Te ne r icordi? Non ha i dischi di marmo nero. col viso sporgente nel vuoto. raccogliere una pietra e scagliarla. . . P areva ch'ella dovesse chinarsi. E ripeteva a sé stes sa: "Io sono la fidanzata segreta d'un'Ombra".disse soffermandosi. sotto la torre mozza. Camminava so la. innanzi. E si formò in lui. Aldo ebbe il cuore in sussulto come se la ve desse sparire per sempre.Egli sentì ch'ella lo umiliava. credeva che nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le fosse ora tanto vic ina. Per ciò dianzi t'ho detto: non così. ché tutte le cose intorno avevano l'atteggiamento del l'assalto o della fuga. dietro la sua fronte contratta.ripeteva la morit ura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo agghiacciava com e fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio quando l'imagine specchi ata non è la nostra ma quella dell'intruso che abita in noi e usurpa la nostra sos tanza.Una volta. qua e là un luccic hio di acque sinistre. sul suo terrore istintivo. . su per il pendio erboso.Ah. le maligne pia gge nello sprazzo del sole colcato. fra poco verrò". contro il muro dìruto dell'abside scoperc hiata. tra i pic coli olivi distorti.se voglio morire? . mi misi a giacere bocconi su l'orlo. uno d i quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e deformano l'anima giovenil e. Ma passò anch'egli la soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi.Corro? Non s'accorgeva di correre. e che nel rombo le parlasse il fantasma.Vana. fra le macerie che serbavano il vampo canicolare. sorella. ti insegnerò una cosa . ch'era la sua ghirlanda funebre. e il vento le scoteva le larghe falde intorn o ai pensieri. dove dicesti: "La canzone che non canterai. che importa . Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni monticello fosse un timpano rovescio. Rivedeva il sorriso vivente di Gi ulio Cambiaso.Vedi? vedi questa piccola porta.

somigliava quell'Etrusca della gente Caecina adagiata su l'urna ov'è s colpito il viaggio in carpento. i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche. e rapida guardò intorno.Attinia. onde nessuno usciva più. non vedi?. Vuole di molto bene ai bambini.Ne hai preso uno anche tu. entrò nel chiostro.Mamma.È giovine? .Non eri mai entrato qui. del suo a silo scosceso con una bontà paziente. . Il gelo le colava giù per le spalle .Passi passi pure . . . Il cigolio dei passeri non si q uetava mai. e sul ciglio la nuda mole di San Giusto simile a un colosso di ghisa.Venga. l'oro e l'azzurro s ono distrutti. Ma buono. la canicola ha prosciugato la palude. Ella scansò il gesto del fratello. Sempre sorride. e la strada curva su la collin a magra. Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. della sua figliolanza. ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento nelle vuote mura. Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò: .Di mezza età. Una sala era aperta. Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi scolpita nel tufo come-un sepolcr eto fra i due lordi fossi febricosi. e.N on ti conosco più. Il refettorio era deserto. Vana. Il cigolio incessante dei passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgi unte intorno il pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda. con le orecchi e discoste. Aveva ricevuto in cu stodia dalle case di San Girolamo un demente. Porta al pas colo la mucca. scrutò tutta l'ombra.Viviano. e ogni settimana lo riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici. .ella proruppe con una violenza repentina. venga. È buono. e il pallore tormentoso dell'uliveto.Di dove? . Ella rivide su la parete il gran cavallo bianco cav alcato dal cavaliere portatore dell'Aquila. treman o dovunque. della terra di Soana. Attinia? . E s'avviò pel chiostro. non entriamo . con la tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più m isterioso del cadavere. guardò in tutti gli angoli. Parlava della sua annata. poveretto. La porta era socchiusa.pregò Aldo all'orecchio della sorella. Ma è tanto docile.Vana. poi. tra le fascine di sermenti. . che scr icchiolavano.Della Maremma trista. Eppure te ne ricordi. . con le labbra sottili. lasciami rivedere il cavallo bianco.Ah. ove nessuno entrava più. e v'apparivano le Balze. lo mescolava alla vita fami liare. Un ragno ha presa l'ape. Vana entrò con risolutezza. . . . Sono certa che te ne ric ordi. fatta la visita. camminò lung o i gialli pilastri quadrangolari.Lasciami sola! Lasciami sola! . Aldo. e l'ospitava e accudiva ai suoi bi sogni e alle sue miserie. Ossuta.Che vuole? Bisogna campare. con gli zigomi forti.Attinia! Attinia! Ella chiamava la custode della badia. rugginose. Portava su i capelli lisci il grigio feltro volt errano. . se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi. La donna soggiunse: .Sei folle. Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre. che aveva su ciascuna parete interna piccole porte cieche di pietra murate di mattoni. quest'anno. che la riconobbe alla voce e accorse fest osa. Non facciamo questo! Andiamo via. Sono rimasti i ragnateli.. c'è il pazzo. . Non abbia tema. tra le mannelle d i paglia. siamo nel Paradiso. Vana. . lì presso. . La voragine ha i nghiottito i giardini. Siamo ancora nella reggia d'Isabella. si sono moltiplicati.Come si chiama? . la chiave era nella serratura e le altre in fascio pend evano da quella. del suo uomo. come superando un impedimento. con una pazienza serena. lo riprendeva in casa. S'erano soffermati su la soglia del refettorio.diceva la donna spingendo l'imposta. Parla poco. adusta. rivalicò la soglia.

Da quale recesso dell'ombra veniv a egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato? quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei vecchi idoli dipinti che sorridono all'incon oscibile in eterno? Vana e Aldo. il calcinaccio. e nulla più. Il demente sorrideva. Non era un uomo. . soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio insign e.Viviano. . e gli stormi passavano come saettamenti disperati. E si ritrovarono davanti a una porta socchiusa. e pareva che avesse smarrita la ragione. con un aspro ardore in cui l'ironia strideva co me il sale sul carbone rosso. dal fondo dell'opaco silenzio. mentre egli s'avanzava. che riviveva in un ritorno spaven toso l'ora della sua perdizione. altri er ano ritti. S'avanzò. ma non ci abbracceremo come allora. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che la paro la si formasse. . andiamo an cora. . Vana. nella reggia d'Isabella! Una larva smorticcia era apparita su la soglia. non c'è più traccia di bellezza. sembrava una falda dell'intonac o scrostato. qua e là nelle scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva. come una di quelle figure estinte che l'intona co ancor serrava presso il grande cavallo bianco.Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata.Ma non ci ritroveremo. donde alitava un odore amaro. come quelli che nel più lungo giorno avevano ferito il ciel o di Vergilio. . Ella s'arrestò e sobbalzò. che facevate qui solo? disse la mite Attinia.Non rispondete. . Su l'architrave di pietra era scritto in lettere corrose: Domus mea . su le m acerie sacre. l'una presso l'altro.Guarda quella porta. simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era vanita. il mattone sgretolato. "Aldo. tutti gli altari er ano distrutti. ed era il riverbero di chi sa quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coper ti di polvere e di ragne. e gli parlava come dentro l'anima. poi fu tutta di gelo. e lo stringeva. La finestra era dietro di loro. quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un movimento av venuto nell'infinito gorgo della vita.disse egli. salutate . sospingendo la sorella.Ella gli parlava sommessamente. entrò. cerchiamoci. aveva il colore della parete derelitta. e sopra vi riposavano i rudi capitelli dalle tre foglie e dai tre gra ppoli. chi amiamoci ancora. non piangeremo ins ieme senza lacrime. La vasta chiesa era smantellata. con un moto involont ario si ritrassero. La larva fece un gesto vago. dove sei? Ti sei perduto?" Ella lo teneva pel braccio. e pur pareva che nella più remota profond ità tutto vedesse. l'odore della muffa. . E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso accanto a una cu .Andiamo. nella reggia d'Isabella. Nulla più. nella sacrestia irta di rovi. i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il pietrisco. le mura erano pericolanti.La casa mia! La casa mia! . era un sorriso.ella disse avanzandosi fra le erbe amare. di stanza in stanza. pensò a un tenue bagliore ch'egli aveva veduto tr emolare laggiù. Vana spinse l'imposta. Nell'abside dall'arco fatto di cunei neri e bianchi. è rimasto il nero della fuligg ine. E andiamo. Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva. su pel graticcio sfondato d'un palco. e la sua faccia glabra era come la lampada fioca della casa deserta . perché riudiva dietr o di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta. si scoperse il capo.disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa. E Aldo. Viviano? Il sorriso tremolò appena. andiamo dunque. ora le ripeteva con una voce segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glielo empiva di sgomento. Tutto è nudo. fuorché il nostro orrore nascosto. E quelle parole ch'ella aveva gridate nell'ombra della ruina ir remeabile. rosseggi avano vestigi di affreschi. era come un sorriso in una pietra. . di soglia in soglia. Portava egli una specie di sacco grigio che gli giungeva alle gi nocchia. È tardi . l'odore della m orte.Viviano. venuta dal fondo d'un muro ciec o. Guarda chi c'è. non c'è più nulla per s ognare. molle come di chi strascichi n ella belletta.

. la valle d'abisso. era il sorriso d'una pietra.Chi sciacqua le lenzuola alla Docciòla.Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.Ah. addio. Avevano ordinato che la vettura li aspettasse press o la Porta Menseri. di chi cancella. . dovevano rotolare in fondo ai botri. . parole susurrate. férmati. lebbrosa di lichene. Respira.Ardo dalla sete. Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine un luccichio di mezzine un chiocc olio di cannelle.È un vero bacio! . nell'evitare il troppo. sotto i cappelli di feltro. .Beata la sua dama! .Ecco la mia brocca. a piedi. E la testa mozza di San Giusto. come un dì le genti de . convien che l'acqua attinga alla Mandringa. i gomiti si ur tarono. a zinzini. Bevi anche tu un sorso d'acqua. .È più lustra la mia. scorgeva nella frotta la grazia di qualche viso più giovine. . . fra l'ilare brusio. . i sospiri gli ululi i guai. . Attinia! Anch'ella. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il bellissimo adolescente. il girone oscurato.Questa ha il becco più stretto. giaceva tra le céppite gialle. riseppellirsi nella terra. rividero il ciglio erboso di sotto il muro. era il sorriso di t utte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire inghiottite dalla voragine.La casa mia! E il sorriso del demente era là. Porse le labbr a al sorso. Egli scese alla fonte.stornellò la più ardita. Vana! Sei ansante. nella forza implacabile che lo trascinava verso l'altro asp etto del mostro.pa tunica color di grumo. la testa quadra e barb ata.Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! . . Ripresero la via v erso la Guerruccia. credeva di sentirsi suggellare ne i muscoli della faccia quella medesima contrattura infinita. . abile nel non toccare il rame. riudirono le voci alte e fioche. meglio bacia. La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.Qui è l'acqua bona. fra l'urteggiar dei gomiti.Come sa bere a garganella! . .Addio.Non voglio bere .Questa! Questa! Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano. . lievi risa corsero. mentr'egli lesto raggiungeva su la via l'impaziente. Fiore d'acacia! E chi bene sorseggia.E come netto! . si scoprì il capo. Lasciami respirare.Meglio che al pozzo degli Inghirami. Egli sentiva intorno a sé fremere la gentilezza pop olana.Alla mezzina? . Le nuvole andavano a oste contro Volterra. . Discesero per la china.Fiore d'acacia! . . fra il lampeggio d elle pupille. le braccia nude sollevavano le mezzine colme e le tendevano.pregava Aldo seguendola perdutamen te nel sibilo della raffica. ora credeva di sorridere così. Lasciami bere. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra. . tergendosi. . Che furore ti pren de? Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.Alla cannella? .No. Si ritrovò nel vento.disse la sorella. domandò di dissetarsi. Vana. Due o tre volte fec e con la mano su la bocca il gesto di chi scaccia.Senza bicchiere? .Aspettami un minuto. gli elci na ni simili ai mendicanti monchi e storpii. trovare laggiù l'ultima pace.

la vita di lotta e di strettezza. e non guardò dietro a sé quel mucchio di pietre rischiarato dal sorriso dell a larva smorticcia. Dunque non c'era scampo. Vana? . Riarsa era la campagna come dopo il guasto degli Approvvigionati. . . . la dispersione.Torna? . Tu tto crollava. Ella non si volse.Con lui.Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami. . come se il vento gli fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto. -E disse: . forse il lavoro umiliante. Di tratto in tratto qualche rudere della cerchia antica sporgeva dal dosso cret oso. forse il ricovero nella casa odiosa del padre e della mat rigna. È fidanzata. su le zolle su i sassi su gli sterpi. con l'impeto di gettarsi a terra inna nzi a lei. .Vana! Vana! . due volte tradito. .Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. Il terrore sciolse le ginocchia dell'adolescente. La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.Perché l'ho saputo oggi. di abbracciarle le ginocchia.Il tetto è scoperchiato. imagini impure che lo bruciavano. verso i macigni della muraglia etrusca superst iti su la proda infida.Che vuoi dire. Nel fratello il furore soprafface va lo sgomento.E perché me lo dici ora soltanto? . tutto l'orrore dell'avvenire incerto. Aldo si soffermò perché temette di stramazzare.Sai che torna? .È tardi. come una vertebra disgiunta. omai? Ella si volse a guardare verso la badia scoscesa che disegnava la sua massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente. Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto. Si preparava il legame legittimo. ma guardò dinanzi a sé Volterra come una città condannata al sacch eggio. Ognun d' essi era due volte colpito.La vettura ci aspetta là.Siamo alla Guerruccia .Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis. . La campagna pareva piena di grida. . egli considerò veramente la spolia zione inevitabile.E torna con lui? .Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? e non è anche la tua. afferrandogli il braccio.disse Vana sordamente. l'abbandono di tutte le cose che gli facevano bella e molle l a vita.disse Vana all'improvviso. e pensieri perigliosi che gli moltiplicavano la brama di vivere e di gioire. . alla Porta Menseri . Ebbe lo sguardo del venturiere. col cuore alla gola. D'improvviso furono ripresi nel fascino delle Balze.L'ha scritto? . . E le parole br utali gli sfuggirono.Sei certa? Hai veduta la lettera? . la separazione.L'ho veduta. tutto il sangue si ritrasse. Camminava con la testa bassa.L'ha scritto. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza e si mise a corr ere per raggiungerla. .Vana! Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato. di supplicarla. come una signoria perduta. Sentendolo . Era per essi il ritorno alla povertà. . nella sterpaia sparsa di fiori gialli. di piangere. . In lui tutta l'anima repug nò.disse. .l Montefeltro. Anche Vana si soffermò alenante. Isabella diveniva il possesso di un uomo.egli chiamò. .Io non rientro. e dalla sua natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rap presaglia e di perfidia. .Bisogna. Tutto nella sua e nell'altrui vita era per trasmutarsi. Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo inculto.

ora.vicino ella s'arrestò e lo guardò. Vana.Non così.Perché? . smisurato come la ruina prodotta dal tre mor dell'Inferno nel punto dell'estremo sospiro di Cristo. che cosa tu voglia fare. qualcosa di spietato e di serrat o.disse il fratello senza udire la sua propria voce. Dall'uno pas sò all'altra il terrore. per guardare bene in fondo. sospesi nella vertigine.Hai tanta paura? . e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia lugubre. quando ella alzò le braccia per togl iersi gli spilli che configgevano la paglia. la voragine era spaventevole. Egli era per rispondere: "Sì. e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili.Che vuoi fare? . . indicibilmente. Non so che cosa tu abbia risoluto. Ella gliela diede. Tacque. bisogna mettersi a giacere bocconi su l'o rlo. Aldo. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di scarpate e di contr afforti come uno spalto. . Voglio pensare a me stessa. a due passi: con un guizzo rapido ella poteva lanciarsi nel vuoto. ma non osava levare la mano per tem a di provocare il salto. non posso morire ". dunque. Rispose: . Le campane sonavan o a doppio. Il terrore. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammell e che il soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.disse Vana con un sorriso dubbio.Dimmelo tu. Dietro il colle la città di vento e di macigno drizzava c ontro l'incursione delle nuvole le sue torri i suoi campanili il suo mastio fero ce. . Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo d'ombra ove un dirupo irto di cros te e di schegge si protendeva a piombo. Non voglio che tu muoia. come facevo . lo sprone formidabile della rocca vecchia le mura gigantesche costruite dagl i scavatori di sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. . Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. perché un maleficio mutuo emanava da loro. subito? Eccomi. non la volontà. Tu m'hai inse gnato che. più che dall'altra di laggiù. ma qualcosa di spietato era nel suo pro filo che si rilevava dal piano del masso fulvo. Ella si tolse la ghirlanda di rose. sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. in piedi. appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso. Sono pronto .Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te. Egli si sentiva come col capo sul c eppo. Con la m ano nella mano.Bisogna. -Ella era presso la muraglia. con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti alla loro giovinezza miserabile. . Il cuore gli si fermò. .Non debbo lasciarti. sentendo il sudor gelido tra palma e palma. Era la riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lor da pozza ove Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri i pianti le strid a si rinnovellavano. Entrambi stettero in silenzio. ho paura.Allora dammi la mano.Provare. piegò le loro ginocchia. Da quella proda.Non ti comprendo.Nulla. Ma lasciami sola. col fia nco e con l'omero contro quella. Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli occhi. La vora gine era là. La mia via non è più la tua via. e gli ipogei e le mura delle antichissime genti. Ma si contenne. Egli era più pallido della morte. Eg li era nella tenaglia dell'angoscia mortale. .disse. restarono inginocchi ati su l'arsa erba dell'orlo. Lo sterpeto era deserto. . Quivi era la fauce in estinta che aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio. e l e loro due vite si ricongiungevano e si confondevano annientandosi. sacco!" . . Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso. i borghi i monast eri le basiliche. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che perpet uo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la fellonia del cones tabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro: "Sacco. Come grofi di sale come gromme di tartaro come coaguli di sangue biancheggiavano rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. .

lasciando su la terrazza il suo amico. il f uoco morente d'una nuvola sul colosso di San Giusto. piccola piccola sorella. simile a u na creatura che si svegli dopo una lunga convulsione.No. ché una tenerezza q uasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. E l'ora seguente le era parsa sempre più bella. in quella breve assenza. guardandola nella faccia sfig urata.Aspetta . . l'una su l'altra. Egli viveva. calcate. Tutto fu cenere ineffabile. si riempì d'oro nuovo. Ma rapita dal vento la ghirland a era scomparsa nel baratro. qualcuno ci verrà incontro. Si sollevò. . e l'inconsapevole gioia del la giovinezza respirò in lui dall'intimo. l'aveva lasciata vuota di forze e immemore. d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile. Vana. una veste dalle pieghe tanto so avi che Isabella ne desiderò un lembo. ah. mentre la creat ura estenuata gli singhiozzava presso il cuore. Al lora il mare divenne il divino peplo della Sera. Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. . . Egli viveva: dilatava i suoi polmoni san i nel suo petto.Fratello! Fratello! . Non sei perduta. guardò la proda discosta. prendendole il capo. con una v ita senza fuoco. i giovini cavalieri in sosta presso il limite sepolcrale. priva di raggi. E. no. che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? sei Vanina? s ei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo? Ella aveva un viso di convalescente. La luna perse la sua lev ità di corolla. adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole del mondo. Ella desid erò di aerarle. Voglio patire. ricadde con lei su gli sterpi. guardò la sterpaia costellata di fiori.. Resisteremo all'orribile fascino.disse. era incolume con tutti i suoi mali ma con tutte le sue armi. se di quella seta potessi vestirmi! Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. emergeva dall a torpida trasparenza dei Monti Pisani. . la trascinò indietro. covato.gridò una voce disperata. La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto. non sono perduto.Guarda . come se il vento la schiantasse. Ci siamo avvelenati. Qualcosa accad rà. Fu ancora carezzevole. Egli afferrò la sorella per la cin tola. La pazzia ci travolge. mentre le sue dita si bagnavano. Ella non si ricordava se non del so rriso di Viviano: le pareva che fosse ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto. mentre non maggiore di lei sul limite de l Tirreno il sole ardeva d'un ardore così forte che subito s'inceneriva. celava nella sua anima l'arte di conciliare l'inconciliabile. nata di quaggiù. qualche pegno di grazia. E conosceva il brivido dell'agonia e la potenza dell'abisso.Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Si partì. la sollevò. voglio tentare. . parve che solo un cumulo di b ragia rimanesse. ma quell'ora era più bella d'ogni altra e voleva da lei qua lche segno di predilezione. Il dèmone era uscito da lei. una dolcezza sommessa e triste. E Vana s'abbatté su la faccia. la luna rosea sospesa su la collina di viola. voglio lot tare. d'una delicatezza quasi carnale. spiccandosi dai monti.Non ti muovere. risuscit ava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva turbato le donne alla fontana . S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un lang uore desolato. piccola cara.Aini. no. No.le diceva. aiutò la sorella a sollevarsi. quel medesimo che nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i coperchi delle urn e. . La luna insensibile. Vana! . accosciato negli sterpi accanto a lei. . e fosse per estinguersi. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie della rosa folta. Guariremo. per quest o caro viso! Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti. simile a un grande fiore palustre. Sembrò a lui che il momentaneo fio re di tutte le cose sfiorisse.E il tuo cappello? Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. . L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la rendeva ineffabile.egli le disse volgendole il capo verso la collina. Le nuvole basse e raccolte gli erano sopra come falde di cenere. Quando la linea dell'acqua tagliò il disco. che crollavano e si rifo rmavano.Ah. le scosse dalle pieg he della gonna gli steli secchi e i frantumi della zolla. Le asciugò le lacrime.

Per rinascere. in mezzo alla terrazza. le davano una nuova attitudine . . poi s'afflosciava ed era per cadere ai piedi. addossato al muro bianco. Seduto su i cuscini. di piante. un nuovo giro. che vi stettero come una coppia di tortore col capo sotto l'ascella. Che porti dunque? . comunicav ano agli orli quella vita natante che di continuo vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. fiso come a un'allucinazione dei suoi proprii sensi. Certo alla sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva d ato l'impiumo con un po' di roseo rapito dal suo silfo a una luna nascente. .No. di animali. il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un concerto di sistri.Non muore mai: va e viene. Paolo s'accorse che una piccola stel la cilestrina. Un ronzio cupo.Questo? . . l'amante mirava la danzatrice in un rapimento senza termine . Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto. Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con le due mani. Si chinò e lo toccò di sotto al velame.disse ella riapparendo.Che porto? indovina . le Alpi di Carrara c . . Dietro di lei.La lanterna di Aladino? . la suscitavano. le strie glauche delle vene.L'uccellin Belverde? . .Credi che possa morire? . il tappeto più largo.No. Ed ecco. .Credi che sia tanto pesante? . Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto.Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso? .Taci. Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto amarantino. era simile al la larva labile dello zodiaco intraveduta nell'aurora.Mi do per vinto. ed ella rievocava la vita senza f uoco. Talvolta. quand'è morto. Guardandola. I talloni apparvero coloriti di cinabro. var iato d'azzurro cupo e di bianco avorio. avvolgendola e svolgendola. quando i tocchi rapidi delle dita la rianimavano. Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose dei suoi vage lli rimosse col pilo di legno ora da un silfo ora da uno gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille bussetti nuove generazioni di as tri. morbido e intenso come l'antico velluto di Lucca. Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. com e quel d'un calabrone in un orciuolo. e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi leggeri dei musc oli.Un nido di vespe? .No. . e quella proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia rosea. fugge e torna. egli vedeva lo sfondo delle coste fa lcate. incominciò la danza. tra i rami degli oleandri.Dicono. . con le sue indistinte imagini bestiali.. Danzerò per te. l' abbandonava. del colore delle vene. le rive pinose della Versilia e della terra di Luni. Le mani abili. avendole impresso un moto spirale. Con l'arte d ella maga colchica aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro. simil i alle due metà d'una melagrana.Senza il flauto di Amar? . la segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico. quello di Bokhara. . sonò per qualche attimo. Talora la danzatrice.Taci e guarda. . lasciandolo cop erto col quadro di seta. la peluria simile a quella delle foglie e dei frutti.Ora siediti su quei cuscini. il grande fiore palustre. La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga zona t enue intorno al corpo nudo.Stendi là. sorridendo.

ella cangiò i suoi modi. Ella così viveva la vita vespertina. Tutt e consentivano a lei. E nessu no dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. La zona si curvava in arco sul capo. Poi sembrò che la primitiva natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube. cangiava quel breve anelito in un respiro armonioso. ella sembrava trarre dalle circostanze e dalle lontananze l e linee più belle per comporle in quella creazione di istantanea bellezza. quale s'era rivelata alla sua anima in un so lo attimo. riversando il capo dall e trecce quasi disfatte. Il viso madido fra le ci ocche lisce e dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti l'assomi gliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore degli aromi e trasco lorata nell'ombra dei cortinaggi.disse all'improvviso con un piccolo grido.Ahi! Egli tremò di desiderio. m ostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. ora distesa. Dal vertice della rupe stat uaria sino alla punta della bassa penisola arenosa. congiungendo le gambe in un'attitudine che rendeva al su o corpo tutta la sua divina lunghezza. svolazzava. . una catena di alte vergini forse inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro. Si coprì il volto con un lembo del vel o. e riv elare nel suo movimento fugace lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Il primo gemito fu di dolore. l'annientamento nel pi acere. e poi qui. quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzont e e quelle che s'inalzavano secondo l'asse del polo. e la punta dell'anca. Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato. quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. Ella sentiva compiersi quel ch'era appena appar ito. quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la miravan o. e una mano timida. ora floscia. tutte convergevano in quel g ioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni. s'arrestò. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere t utti i pensieri tutti i disegni tutti i rimpianti tutte le inquietudini. ed ecco. quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e fiutavano nella sua vastità co ncentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo. ora gonfia. E le labbra dell'amato la medicavano. ella se mbrava attenuarle e prolungarle fino a sé e mescolarle alla sua musica muta. Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce i varii fili al suo ricamo. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. la paura temeraria. ché quel gemito era il noto richiamo. Ella imitava con la danz a il gioco stesso della sua perfidia: la lusinga l'offerta il rifiuto la disfida la lotta. ma l'altro imitò quello ch' ella soleva quando il suo amico posava su lei la mano del possesso ed ella senti va spandersi in tutte le vene il languore senza scampo. e anche qui. falcando le reni. tutta l'estate della sp iaggia pisana e della Versilia verdebionda e della Val di Magra. Ma. si nascose tutta nelle volute. La luce ambigua. Raccolse a un tratto i suoi larghi gesti orizontali. quando dal davanzale della finestra aveva steso la mano esitante per liberare la rondine prigioniera.L'ape! . subito ricoperte. come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la minacciasse ancora. E tutta l'estate. Ed e gli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico p . schermendosi. il sospiro nella violenza.Ahi! Ahi! Ella gemette. strascicava. Ella imitava con la sua da nza lo spavento puerile. E gemeva: . Ella imitava la danza amorosa delle almee: il pud ore il timore la resistenza la languidezza l'abbandono. e una spall a sollevata. pareva farla mediatri ce fra il giorno e la notte. E ogni volta gemeva: . .osì aeree che figuravano anch'esse una figura di danza.M'ha punta qui.M'ha punta qui. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo invisibile che separa il diurno dal notturno mare. la metà del volto riapparve sbigottita. fu simile a una metamorfosi imperfetta che mos trasse tutte le membra converse in nube e i piedi ancora umani. triste e selvaggio. come aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano. E ogni volta le labbra la medicavano. ove l 'oro lunare cominciava a diffondersi nel chiarore occiduo. . i guizzi i balzi le fughe le difese.

con qualche pipistrello aliante. Ella accostò la mano per sentire l'aura della doppia aletta gi rante. Ora scopriva una piccola cosa morta. là so tto. una specie di cassetta f unebre per Tiapa. ella aveva ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti l e note interrotte. Ci si leggeva sol tanto: La pavane lacrymée. prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Era l'aura dei miei sog ni puerili. Come taluno si china su un tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore. Ella aprì il coperchio. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione. P er nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il nome che gli diedi. non so perché). Se tu s apessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste punte quando il cilindr o s'incantava! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. . Poi richiuse il coperchio. Ci si vedeva ancora. ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere! Placata. . Era un gran silenzio. con l'anima di metallo costrutta d'un pettine d' acciaio i cui denti vibravano al girare d'un cilindro irto di punte.Una stregheria. si mette a girare vertiginosamente e fa quel ronzio di vespaio. stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli. cont ro tutti. Qualche volta lo lascio dormir e in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. per la bambola di Lunella.Si chiama scarabillo. Nell'aria. . il mio scarabillo. sotto il quadro di seta. Le cose com inciavano a segnare le ombre. quando si carica. Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. .Una malinconia. S'udì il ronzio del calab rone nell'orciuolo. Tutta la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante. ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancora quel che c'è. prima che la sonatina incominci. poi velò di malinconia il suo riso parlato. contro Aldo.Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. ora l'alba lunare si diffondeva per l'omb ra composta d'una vena violetta e d'una vena verdiccia che si mescevano tacitame nte. lo ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio. poi tacque.Non scarabattolo ma scarabillo. Ella si chinò. sola sola. si le ghi a qualche fibra della nostra vita intima. Poi lo risveglio. fabbricata a Vienna verso il mille ottocen to cinquanta. e non possiamo mai separarcene sen za temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una specie di doppia a letta imperniata che. prese la chiave e caricò il cilindro ispido. Do veva esser là dal tempo di nonna Diana. S'è perduto. avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche. Ed ella sorrise e disse: .Dove hai scavato questo scarabattolo? . che non somiglia a nessun'altra voce. L'ho difeso contro Vana. Ella si levò. .Sembra il modellino d'uno strumento di tortura. . ascoltando la voce picc ola e infinita. intorno alla scatola posata per terra. in quell'angolo della terrazza.ossiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata magnificenza d'una terra senza confine. Er a una vecchia scatola armonica. Ella rise. Il tintinno dei sistri taceva. Chi può dire perché una vecchia cosa meccanica ci diventi amica. con qualche fruscio. sotto il plenilunio. Ci rimase per qualche anno. E m'inca nta e mi culla ancora.Aini.Guarda. ma appena.L'ho portato sempre con me. Aini? Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia. . Mi ricordo che quando ero bimba facevo gighe e volte e sa rrabande. . ch'ell a aveva abbellita di tanta vita bella. con qualche sciacquio raro. Egli si chinò a guardare da presso. dall'infanzia. Chi ha composta la sua musica? chi può riconoscere una di queste piccole danze? M i ricordo che sul coperchio c'era ancora un frammento del cartello che portava l a lista delle sonatine. con qualche pallido pianeta. .

Senti. con le dita disgiunte. perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l'imagine di Leila. una piega lievissima de lla bocca. due turchesi malate di me. mo vendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee. che Aldo mi legge.Erano a tavola. tra due sepolcreti? . Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Mad schnun. Era scivolata quasi su le ginocchia di lui. Aini! disse Isabella a bassa voce. Pens a! Ho un giardino cantato a gara da Nizami. propr io la stessa. un modo di socchiudere le ciglia. Egli sorrise. accorse. ora. le medicò le ferite. quel . e le diede la libertà. la trass e dai lacci. sopra un colle volterrano. La chioma d'un pino toccava l'inferriata.Senti. la coprì di baci. . In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul viso senza che tu te n'avveda.diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l'increato . È ancora una carezza per le rose. tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi. chi sa dove batte l'aureola. molto malate di me. se si alza dal trono. che tu hai in fo ndo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi. . e non so se più odori qu ello di levante o quello di mezzodì. Inchinandosi. con quell'arte di aderire e di avvi luppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio. contro il muro che conserva il calore del sole.Un certo riso. foll e in estasi di passione. dal gomito al l'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano. Un rametto cade a terra. d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz. un nulla. fra due sepolc reti etruschi. La guardava. . ma chi dirà come sei? Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilu cevano su la mensa. Ma certo mi vince in gambe. poco discosto dalla reggia della Folli a. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: "Fa ' ancora così!" . in cui il profumo la voce e la carne erano una cosa sola.Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il Folle. Una gocciola basta a riempire il cuore d'ogni fioretto bianco. Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattu ra che dalla radice del naso. ov'era incisa la grande ruga verticale.Quanto mi piaci stasera.disse ella. presso il balcone.A Volterra? . . in Ispahan. Ti prego. dal polso al cavo della piegatura glauco d'arterie. Chi dice che somiglia a un ucc ellino disteso. un nulla. ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Pria mo di Piero.Ah. . e non è più un a gocciola di pioggia ma d'essenza. la divorava insaziabilmente. facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz'anelli. E ho anche una gazella.Non sai che io ho un giardino di gelsomini. . ed è tutto. un viso fine fine. scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare . Vuoi che ti chiami così? Una gazella s'era impigliata nel le reti. ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi con l'altr o. . povero Aini! Egli entrava come in un torpore magnetico. . perché. ma i gelsomi ni sono troppo delicati. Ha un collo lungo lungo. mollemente.Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini. nei paesi che tu hai veduti.son o freschi? Piove piano su i gelsomini. le mani come le mie. Senti. con le zampe rotte? Il poeta del Divano. Ora l'ho io.Come sono? come sono? . da Dschami. la accarezzò dal capo ai piedi. Te la mostrerò. fa' ancora così. sei tutto tu. Madschnun la vide. s'affannava a possederla in tutti gli attimi. .Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? . gu ardando lui con lo stesso ardore avido. vigilava con un'acuità assidua perché nulla di le i gli sfuggisse.Ti burli di me? Era tutto perduto in lei. senti! La pioggia cresce. un mento stretto come il mus o del suo tempo selvaggio. da Hafiz. indefinibile. . nel fumo e nel pr ofumo della sigaretta.Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.

Egli protestava.gridò ella in uno scoppio d'ilari tà.L'anima è il veleno più potente ella disse. utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomin i. Lo mett o ora. Morirò vedova. perderei il giardino dei gelsomini con la gazella e con tutto il resto. . Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. .E me. se la sentiva piangere contro il petto. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù.Sono sicura che temete un tranello. Resteremo promessi spos i in eterno. . Paolo. abbandonati. incertamente espressa. . C'è un benedetto codicillo nel testamento mari tale. almeno per un po' di tempo .Non posso . E porta una veste orientale. Ma no. di cristalli. Se mi lasciassi sposare da voi. Ella disse all'improvviso lacerando l'incanto: . . I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume dorato. di vini chiari. Codicillo. Pareva ch'egli non l'ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra. ecco. o per piangere. dubitante. Acces e un'altra sigaretta. il segreto non è più chiuso tra queste mura.Che mi fai. o quasi.Sapete.l'aureola d'oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. . Ancora una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto ch e era una follia artificiata. di confetture. con quel sorriso sospeso che pareva int errompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. riviveva l'angoscia de lla veglia funebre. Riprese tra le labbra la sigaretta. attonito. Aveva sul collo una macchia rosea. su l'uno e su l'altro. .Omai.Bisogna che io ritorni a Volterra. per la por ta più solenne. E la mensa era -sparsa di frut ti.Te soltanto. .Non comprendo. egli protestava ancora.disse egli turbato. con una intenzione di rammari co e di rimprovero gentile.Oh. con le labbra premute sul collo. . Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami. ahimè! Cessò di ridere. che dev'essere una veste di Leila. per la Porta all'Arco. A quando a quando. La cenere e un rima suglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa. Rivedeva in sé la faccia febrile della v ergine olivastra. E le maniere ambigue dell'adolescente gli riapparivano. pel vano del balcone. non abbiate paura! Fidanzati per ridere. Ella stette per qualche attimo assorta. davanti a Aldo. dimenticat i. . in qualche porto oleo so? . molto più facile. .Il gioco solo? . . laggiù. ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. . Paolo. È necessario che io se mbri in regola. il vostro impaccio è delizioso! . sc arabillo! È troppo crudele. di argenti. rossa b roccata a garofani d'oro. se volete. non senza un'ombra di gofferia. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. gli scivolò di su le ginocchia. Voglio che tu mi accompagni. . Egli era in un malessere che non trovava posa. Egli ripugnava a quella finzione penosa. sorridendo. e il vino vi ferveva intorn o senza spuma.Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape. si ritrasse su la sua sedia. Madschnun? Ella gli guizzò. dunque? . Turbato.disse.Via. . il pino susurrava sotto la luna.Non amo i veleni. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere. a Vana. che noi siamo fidanzati? Egli la interrogò. e con qualche boccata si velò tutta di fumo.Paolo. morirò nel mio doppio I su cui non ho mai messo il punto. morirò Isa bella Inghirami. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi. dopo i nostri voli.Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Non pensate che io tema d'essermi compromes sa.ella disse.

E guardò con ansia le labbra dell'amata. come sarebbe così accesa di te? Lo sai che t'ama. Ella ben gli conosceva quell'attitudine. con una specie di voluttà nemica che le contraeva i musc oli del viso. Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. . E Aldo mi scoperse il sangue nei denti. Isabella.Sì. Ma certo era là.Non la udimmo. Se no. mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s' accendesse non di pudore ma di ardore? Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso. aperta gli occhi come chi non possa più serrarli.Sei folle.Sono certa. . Parlami con franchezza. che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza. perché sei così? . La prima volta premetti e poi guardai: c'era la macchiolina rossa. Stanotte vogl io andare con l'Árdea su le mura di Lucca. . Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo? Egli scosse il capo.Non so nulla. Poi premetti ancora. Prese uno dei grand i garofani color d'ardesia che ornavano la mensa. Ora aveva il suo viso d i dèmone. . Dimm i che lo sai e che ci pensi.Isabella. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote. con una mano di fe bbre e di rancore.Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate so li.Perché? Ella aveva parlato con una voce bassa. E avevo la bocca tutta gon fia di quel bacio così lungo e così feroce. quando eri assiduo presso di lei. e v ide. e teneva que' suoi occhi fisi su noi mentre tu mi bevevi mentre io gemevo: "Non più!" mentre tu rispondevi: "Ancora!" .Per Vana? Egli non rispose. Io non la udii.Che cosa c'è. Non una parola tinta d'amore? nulla? . So che Vana è perdutamente innamorata di te. Tu eri attento? Di tutto mi ricordo e non di questo: c'è una paus a nella mia memoria. temendo le parole ch'erano per uscirne. . a Mantova. Attese.Non ricominciare il tuo gioco perverso. e lo gualcì fra palma e palma. avevo la vista annebbiata. . appoggiata contro lo stipite come ch i sia per stramazzare. Io non ci vedevo. . risalendo il Serchio.Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca. voglio passare su la torre dei Guinigi. . ove l'imp udicizia dell'anima ardeva come un'insana tristezza. quando mi distaccai. . perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene. Vana mi diede il suo. e mi volsi. Entrambi la rividero livida ma respirante.Credo che t'inganni. il piccolo taglio nel labbro. Ah. non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno. spero che t'inganni. ove le pupille fosforeggiavano come qua ndo l'anima era per divenirle "il veleno più potente". que ll'armatura di silenzio. avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimo nio? Confessa. .Ti ricordi? ti ricordi? E Aldo sopravvenne. Non sono gelosa: voglio dire che la mia g elosia non è tale che tu possa comprenderla. .Nulla più di quel che sai. qualcosa ci fu. quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta. con una mano secca. Nei primi giorni. ove gli occhi sembravano pe rdere i cigli e soffrire d'essere così nudati.Forse era già là da qualche tempo. Ella parlava basso con un crescente ansito che le sollevava il seno bianco a tr averso l'oro della trina. coperta d'ombra. con lo sguardo diritto.Ah. la sua più perigliosa bellezza. piene di un azzurro viol etto simile a quello del cielo sul pino. ed era anche abile ed acre nell'arte di smagliarla. . P areva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave. Ma mi par ve che dietro di me ci fosse un fantasma. o almeno che cosa ci fu fra te e Vana? . ove il respiro era come un'esalazio ne morbosa che attossicasse e decomponesse i pensieri. ché gli orecchi mi rombavano. . ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di paro le. quella emanata dalla sua più nociva alchìmia.Non ti ricordi. La rivedi come io la rivedo? E m'asciugai quel poco sangue de l bacio. E Vana mi vide quella bocca. . e Vana a un tratto mi disse: "Tieni". .

percoteva col fiore la sponda della mensa. non farete questo! Vi supplico. . As coltatemi! Ho l'orrore dentro di me". Tenendo nella mano il ga mbo del garofano gualcito. taci! .Eppure tu serri tanti istinti atroci in te. sogguardava l'uomo...Neanche tu lo sai? Per quanto io-ci pensi..E la follia. e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con urli di belva.. e s'attendeva che la corolla si spiccasse dallo stelo. con un desiderio che si torceva come una repulsione. Ci son o cose che tu non comprendi. non gli somigliava più.Ah.. e Vana fremeva contro il mio petto. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia. che tu aborri. .Aldo e Vana e noi stessi. Ma quel tuo amore. con sordi tonfi nel petto. per quel viso senza sangue. Forse che sì forse che no. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col garofano l'orlo della tavola. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti eravamo con gli occhi levati verso il labirint o. Abbassò ancor più la voce. Rivedeva lo spavento di quella povera facc ia estenuata.. ella s i volse con uno strano sussulto. nello specchio cupo. Ti sembr a che passi qualche sera. puoi essere tanto crudele. . Certo. L'ha serbato. . Io non son nulla. quello che non ero degna di rimirare. dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto da campo. le diede una torbida intimità. .Mi ricordo . Era un piccolo fazzoletto color lilla. se io ti domandassi di ravvisare in te una sensazione oscura e fuggevole? Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una cattiva ebrezza.Noi stessi.Ora so. . chiuso nel suo lutto come nel diamant e. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito. su la spalliera della sedia.Saresti capace di rispondere arditamente. e restammo tutt'e quattro nel vano della finestra. e vi avvicinaste. ch' ella credeva fosse per apparirle un'altra volta all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. con la macchiolina di sangue. non sono nulla per voi. vi supplico. e non osa ritrovarlo.Aldo e Vana! .. quando entrammo nel Paradiso.. quel r espiro bruciante. Il tuo amore è ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non avrei potuto guardarlo senza ve rgognarmi? Ella si abbandonò indietro. con una repulsione che bruciava co me un desiderio. con un'espressione di ardore così folle che sembrava un rapimento ti ricordi quando nella prima stanza del Paradiso io e ra presso il davanzale.. egli riudiva lembi della voce di Vana: "Ah no. . e. per quel capo spezza to. l'ha lavato col pianto.. avvolto nella ra scia rossa del guidone.Ti ricordi .Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria. . Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la porta. l'ha nascosto.gli diceva la tentatrice. con tut to il volto dorato dal riflesso dei candelieri. Egli l'ascoltava. e io chiamai te. quando trem avi di paura vedendo verso noi venire due figure in silenzio. del gelsomino di Volter ra. ch'era quasi luce.disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa mi rico rdo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un letto. quello sguardo nudato. O forse l'ha inzuppato di lacrime. Egli era separato da lui per un'infinita notte..Sono orribile? Ella aveva ancora quel viso sfrontato e convulso. io non l'avevo più. L'imagine della sorella era così viva in lei. e quel vegliatore. nella brughiera deserta . e in tutta la sua carne triste quella sensuale attesa del mart irio. e ti richiami? Ella lo irrise con la luce dei denti. e io lascia i passare sul suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova? . chiamai Vana. laggiù. e mio fratello mi cingeva col braccio la cintura su la p ietra calda. . la fec e calda ascosa e acre come l'ascella. . profumato di gelsomino. là sotto la terrazza. non riesco a rammentarmene. è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette al solito pascolo della moderazione. rovesciando indietro il piccolo capo stre tto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si salda la chiusura d'u na fiala piena d'essenza volatile.

per ovunque s'aprivano nelle c rete sitibonde. non soffro ancora di te come voglio. splendevano d'una bianchezza acuta come un grido breve. L'infinito riverbero trascolorava il cielo.Guarda! Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro Dio. . in balia a una for . A quando a quando tutto l'ardore ripalpita va e si rinfocava nel vento. non acque. Egli si sentiva disarmato della sua volontà.Non mi ami ancora. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. di continuo correre le greggi delle anime nude. Che l'amore mi sia come questa desola zione! Vedi? vedi? Una desolazione che nessuna abondanza eguaglia. . come la limatura del ferro. Forse anch'io non ti amo ancora. E tu? Egli non rispondeva.Sono io così. nel pomeriggio d'agosto. . arsicci labbri anelanti. Correvano verso l'inf erno di Volterra. la fioritura salina luceva come il tritume d el vetro.Come farai tu. Splen devano. circondato da mucchi di paglia sim ili a torri mozze. Tutto il rest o è fiacco. con gli occhi fisi alla via sparsa di selci taglienti. i falas chi degli stagni? Guarda le mie crete! Ella parlava in una specie di delirio solare. come in qu el già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. le sabbie marine. . Egli si ricordava delle sue febbr i tropicali. Vuoi anda rtene da me? vuoi che ci separiamo domani? vuoi che non ci vediamo più? Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza. dileguavano. non i canali molli. ma facciamo un viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancora ripetere: "Non temo". .Ah.Ciascuno in uno specchio ha una follia che l'atterrisce e l'attira.Vedi? vedi? . ritto su la sua ombra corta. e solo giacere senza cura dell'incendio quel grande. . dalle maglie larghe e ineguali. ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli su le v ie delle caravane. d'un rosso d i fegato. Qua e là. Con i pugni al volano. un paese di sterilità e di sete. sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carn ale. con un solo cipresso nero in tanta pallidezza. delle grandi allucinazioni luminose. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe parso impossibile come il respir are senza polmoni. non i fil ari di salci di pioppi di gelsi. come se ogni crepa esalasse un sospiro o un gemito. si risolveva in cenere. In quei luoghi onde la vita er a esclusa. Ancora non soffri assai d i me. Paolo.. Che sono dietro di noi le foreste di resina. entrambi sentivano la loro vita moltiplicarsi. dentro di te? è così la tua arsura? Fenditure innumerevoli. la creta s'accendeva "a doppiar lo dolore". tristo come i tufi. egli pativa in sé un'angoscia ben più fiera di quella che aveva patito. su questa via non c'è il carro carico di tronchi. Ella parve en trare tutta quanta in quel vuoto. ma una terra senza dolcezza. non ombre. . si faceva brace. chinandoglisi contro la gota scarna. un deserto di cenere. . Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro. la tresca delle misere mani senza riposo scu otere le vampe. le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade.Domani risalgo a Volterra. su pei gibbi.ella diceva al suo compagno disperato. distesa per insidia su le biancane di ma ttaione cinericcio. su pei dossi. con un solo cipresso a guardia. non arte agreste di festo ni e di ghirlande. Come l'aren a del-lo spazzo infernale. .Vedi dove io ti trascino? Letti aridi di torrenti. u na landa malvagia. Non gli argini verdi. come faremo noi per essere pari a questo ardore? come faremo p er superarlo? Qualche casale appariva. Correvano su la rossa macchina precipitosa. Un lungo e cupo compianto si diffondeva per la soli tudine dolorosa. né tu mi minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi. stru ggeva l'azzurro. non le pallide vie diritte.È così la tua passione? Tutto è riarso in te? I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete di corda falba. tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme.

ch'era per concedersi e si ne gava. più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per chi non mai vi penetrò. La desolazione si faceva sempre più tremenda. saremo com'eravamo prima del bacio sanguinoso. mentre il galestro si sfaldava so tto gli zoccoli. Raffigurandosi le lividure su la sua pel le intrisa di gelsomino ella già pregustava il supplizio dell'astinenza come una v oluttà più acre d'ogni altra. assal ita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro amore che ardeva lassù. dietro il leccione. ch'era per donarsi e si ratteneva.chiese ella. e ogni faccia ne sarà d ivampata. La parola pronunziata dal Signore era adempi ta: "Ecco. e che poteva vincere il suo. Diménticati d'ogni carezza e d 'ogni violenza. E imaginava con ansia la sua prima notte nella villa v olterrana piena d'insonnio in ascolto. né pur le spin e e i pruni d'Isaia vi crescevano. io accendo in te un fuoco. . la fiamma del suo incendio non si spegnerà. vasta come q uella del battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio. Ma ora non più una volontà di gioco sì bene una volontà di martirio imperversava n el suo corpo ancor maculato dall'orgia. con lunghe chiome saltabellavano su per un pascolo di sterpi. Non v'era albero. Aveva ceduto all'imposiz ione dell'amante insensata. ansò. Entrambi vi s'affisarono. riprendeva il dono del suo corpo. diméntica ti dei nostri giorni e delle nostre notti. . a ridivenire un giardino chiuso. con lunghe code. ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta. e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza tronco. che cento volte abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Guarda. n ella città di vento e di macigno. Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella conca del ranno. ma già così intimamente l'aveva corrotto il contagio che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà d'esperimentare il nuovo. e si rappresentava il tristo luogo della vedetta: quel prato solitar io su cui s'allunga l'ombra del mastio che emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due torrioni angolari. Vana era salita sul ripiano del castello.Volterra! Dietro una calva collina di marna gessosa. ed og ni albero secco. all'improvviso era apparso il lungo lineamento murato e t urrito. i re sidui degli incendii espiatorii. possa ridivenire lontana ed estranea agli occhi dell'uomo. con quelle dit a stesse che rinfrescano le pieghe gualcite della gonna. sottraeva la sua car ne."Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!" Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle? Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. e dal parapetto g uardava verso la valle. per colei che lassù era sola col suo a more e col suo dolore. creare il distacco insu perabile. E la città disparve. "Diménticati!" ella diceva. né verde né secco. Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà. era una curi osità amara e ardente della colpa arcana. . . dinanzi. del delitto e della tortura. la polvere delle tribù punite. che consumerà in te ogni albero verde. Un profondo istinto la inspirava a eguagliare la condizio ne di colei. rallentando la corsa. A destra. patiremo una sete peggiore di questa. era il fascino del l'inferno. su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco. pur dopo la più lasciva mescolanza. Tre cavalli neri. diménticati che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra. dal mezzodì fino al settentrione". rilucendo nel sole. La macchina rombò. diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida.Mi ami? mi ami? . della promiscua pena. ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato quivi le braci delle città maledette. e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'in dugio perverso. chinandosi ancor più verso la gota scarna. simile a una cupola posata su l'erba. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e s colorata vi languiva. a manca. impastoiati. Le sorti annunziat e dai Profeti erano quivi compiute. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapi damente la donna. perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo. Ella conosceva quell'attitudine femminile che sem bra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina dedizione e.za estranea ch'era per trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza d ava gli aspetti del vizio.Mi ami? Sei bruci ato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati. di là dalle . abbandonata anche dalla sua propria ombra. spiava la via terribile? Ora Isabella ne creava in sé l'im agine viva. imponeva di nuovo il divieto crudo.

come davanti a un pollaio. Lo so. Ed ella voleva dire: "Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuo la. la mia cappella. no: ha il manto rosso. tra spettacoli di duolo e di morte. Il vento era come l'agitazione sonora d'un immenso vampo. Il numero cresce ogni anno. dipinto di rosso. udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto dell'erta.. c'è un telaio di legno. e non la conosco. arrossati dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame. appesa tristamente co me a una mammella arida. che non mi dà requie. "Torniamo indietro. fabbricano sempre. non alla felicità. E perché faccio questo? Una demenza è in me. irto di ronchioni e di schegge.Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità. simili ai monimenti del castigo "più e men caldi". su quell'erta spaventosa. audace e nascosta. essi stessi. la stretta f accia olivigna? Non era là sotto il sole. torniamo indietro!" voleva pregare. levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall'istessa fu cina ond'escì quella a cui Flegiàs tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo. Dagli squarci dalle crepe dal le rosure dalle frane dai botri dall'immoto travaglio della sterilità esalava la d oglia non mitigabile. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra etrusca. sé volut tuosa e obliosa. con la rete di ferro. pr onta a morire. ma a qualche cosa di più terribile. desiderò che qualcosa scoppiasse. con un piccolo libro rosso. si rivede il tetto. sopraffatta dall'ansietà. Ma Santa Caterina non è quella ch e somiglia alla malinconia di Vana. quella del mio sposalizio. la soffro. la piccola sorella indomabile? Quale era su la tempe sta degli elci la tempesta di quella vita? Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa. sé distesa nei cuscini dei piaceri. Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Cal vario. il convento. Montecatini di Va l di Cècina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Invece del cancello. Di quelle settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto. Rispondimi. e la ruota del martir io le è caduta ai piedi. Fabbricano. . d'altura in altura. e la temette. Su una pendice del monte di Caporciano . qualche volta. lunghe. e l'aria indiffe rente. I dottori hanno lunghi camici. Bisogna passare di là. e so tto il parapetto la perpetua tempesta degli elci abbarbicati nell'erta. la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze! Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna v olte a Borea. E. E poi San Girolamo. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Credi che io potrei diventar folle? M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi. . perché non c'è più posto. la capp ella degli Inghirami. e di là dal muro si rivede la Casa. l'incess ante mugghio che affatica la fronda bruna. scosceso di dirupi. Un astore cinerino come l e crete roteò nell'aria incandescente. mio fratello. Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo. Le mie mani sono nella tavola d i Benvenuto. Un terr ore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. portano le . con tutta la sua vita d'odio e d'amore p rotesa verso la via bianca. e l'altra. E la lamentazione del vento cominciò. pensando che quella passione poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione... Non era forse là in quell'ora.Ah! voglio tornare indietro! Il pànico le afferrava la vita.. Essi stessi portano la calcina. nella città di vento e di macigno. che qualcosa si spezzasse. La sento. ad elevarsi. lassù.. e la rivoltava. col suo ca nto e col suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. Vedeva se nella dolce marina pisana. pronta a combattere. e la imaginò carica di forze accumulate. e intorno gracidano le oche. Ah. e la fantasia le si sollevava su quella ignoranz a. Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella aveva intr aveduti nella selva pisana. smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testacei e le lamine di talco.banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'aquila su la ruota. china a scoprire una nube di polvere. di là dalla rete di ferro. la creatura chiusa e tenace. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si v ede la Casa. tutto m'è presente! Poi s'entra fra due muri. più antica di me. .Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella. la loggia. E la inv idiò..

andiamo.Parla piano. Pensa! Fra poc o la prenderò fra le mie braccia. con una porta stretta. . dinanzi al letto ignavo. muovere la suprema contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli domi nati.susurrò Chiaretta. una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci. A quando a q uando la ventarola gemeva sul colmigno. diet ro i lecci. in un nembo di fetore e di polvere. uno che si ferma a g uardarti e ride. non s'udiva respir o. ma parevano scoppiare come bolle all'altezza d el cervello. sfuggendole di tra le dita l'uncin ello. sotto lo sp iazzo del castello. a un sobbalzo della signora. Ed era alfine venuta la notte. strozzato dall'ambascia. E l'uscio comune era aperto. l'umidore del grande vivaio. Ti trema i l cuore? Tutto arde. È destino . Son certa che Vana è là.È la notte di San Lorenzo . nella stanza quieta. Ciascun ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo dèmone. che la bimba non si svegli . Arresta! Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida. . non far rumore. fuoco nel fuoco. nascosto dietro i cipressi.È impossibile arrestarsi qui. Per la finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini.disse il compagno. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno. e seguiva il g emito quel lungo mugolio che sempre ha il vento nella campagna di Volterra... S'intravede un muro fresco che s'alza. a consumarsi in un attimo.. .disse egli affrontando la t ortuosità repente. le vive bocche troppo nude. fornaci di laterizii. Intorno era un mare di fango inaridito. Tutto era silenzio nella villa murata. L'aria non più rotta divenne un'afa soffocante. La macchina possente riassaltò l'erta. l'a lito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. ride. come se si generasse dai sepolcreti. qua e là trasfigurato dalla l uce in onde di velluto lionato. in alto. . Qualche volta s'incontra per un sentiere. l'odore delle tuberose. con un fragore di collera.Voglio tornare indietro. e spia. sotto un povero berretto bianco.diceva Isabella a C hiaretta che la svestiva.Sì.Vedi la cortina della rocca? vedi l'ultimo torrione a ponente? Vedi. av evan tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagar e i volti. con un'aria dolce. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosia e d'annientamento avevan o sorriso negli occhi chiari. andiamo. Soltanto le bocche.Voglio tornare indietro.. prima di formarsi nella parola. senza riflettere. Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. giallastro. cumuli di m attoni crudi. impossibile voltare ." Imagini le balenavan o incoerenti sul sangue congesto. . accanto. è tutto murato. sul poggio di sotto. . C'è l'odore di quella cosa nell'ari a. seguitando la donna a spogliarl . con la mano su l'impugnat ura della leva. È chiuso. così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana. a disperdersi per la de solazione. miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. mucchi di fascine secche. si scopre tutta la distesa fino al m are e la strada con tutte le sue svolte.Bisogna andare avanti. Smilzi cipressi intristiti. a divampare in un attimo. tra gli ulivi. in ombre d'un azzurro acqueo. pagliai nerastri. Con una manovra energica egli contr astò il pericolo. E i l giardino dei gelsomini è là. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile. tanto la voce della donna lo aveva toccato a d entro. . Nel vano della finestra una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un solco abb agliante. .Faceva un bel pensiero? Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale.pietre. con l'acredine di tutti i suoi gas aperti. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di marem ma. .Vuoi? . Andiamo. cenere su la cenere. Dal parapetto. per un soffio improvviso. e sono certa che nessuna cosa arde come lei. E la notte era venuta. Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere maravigli oso. . e sentì che le ruote arresta te cominciavano a retrocedere.

a poco a poco. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un inc antesimo che da tempo durasse. e con essi mille cose della sua vita inform i oscure labili. Che hai detto? Perché sei infelice? .. E la realtà era in l oro come il mattone. Sentiva su sé tutta la casa pes ante come una nube d'angoscia.Non hai dormito punto? .Non ho sonno. sembrava che le pareti si serrassero massicce minacciose inesorabili. . .Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: "Parla piano". . non dormi? . Ella si levò.disse.Lascia. Temendo di far rumore.Sbrigati. lampeggiava senza tuono. su le sue spalle. e sul guanciale la macchia fosca della capellatura. mentre cercava dentro di sé la risposta. piccola mia! Ella la prese fra le sue braccia. . soffocata dal cuore.No. Lunella aveva gli occhi spalan cati. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava s'allontanava senza lineamento. un momento. fluiv a. Vide il lettino bianco.Ho ancora da annodare il nastro disse Chiaretta.. Le ginocchia non la reggevano. di là dall'Era. S'arrestò. E a un tratto. Ora ella credeva di esser pronta a ogni sacr ificio purché la sorellina sorridesse. poi si ravv icinava ritornando dal fondo. . no. . Nuvol e come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. I suoi capelli scorre vano scorrevano come un'acqua lenta. e poi un'altra. . tra oblio e ritorno.a.Chiamerò.No. Una lacrima di fuoco bian co sgorgò e colò su la faccia della notte. La g ravità di quella voce infantile che senza pianto proferiva quella parola di donna le diede un rimorso in-tollerabile. no. camminava sul tapp eto scalza.E domattina? . sbigottita. presso il limitare d ella stanza attigua. Laggiù. Le mani silenziose la pettinarono.Da sempre. su i Monti Pisani. sopra quel fluire. Ed ella sentiva vivere nella casa le creat ure che soffrivano di lei.Ma da quando sei sveglia? . da un angolo all'altro della grande stanza. la strinse contro il suo petto lacerato. la scorgeva supina. Alla l uce fievole della lampada. E si chiedeva: "Perché ho fatto questo?" E. e un'altra ancora. Si volse. e poi nulla più. temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. e la sua ombra s'inalzav a e s'allargava su le pareti.Punto. che soffrivano per lei. E si chiedeva: "Perché ho fatto questo?" E dal suo male non l e veniva la risposta ma un male ancora più sordo. Ascoltò. fece un passo . Sussultò. Contenne l'ansito.Perché sono infelice. Il fia to notturno dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano dall'al-to sopra di lei come per predarla. Rimasta sola. S' appressò. . ricevette il fresco su le braccia nude. inclinata verso l'uscio aperto. Si chinò a guardare la sua dolce dormente. sono stanca . Puoi andare. .Non importa.E perché? . come il cemento. Guardò il cielo.Oh. ella fu presa da un'agitazione così violenta che si premette il pug no su la bocca per reprimere le grida. si dissolveva. che fosse per continuare senza fine. sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai. Lascia così. M'è parso di udire un sospiro. come in una favola confusa. Le pareva che quella notte fosse incominciat a chi sa quando chi sa quando. e non era più il suo viso. sul suo petto. Dammi la veste da camera. Forse Lunella. no.Da quando? . . Stavo così. piccola. . . S'udì soltanto il ferro stridere sul colmi gno. tutto ancora si difformava.Piccola. . La sua anima inquieta ent rò in uno stato d'indefinito ricordo.T'ho svegliata io? .Perché tu sei tanto cattiva. .

non posso. e mi bagnava i capelli. A ogni accusa.Nessuno lo sa. S'è seduta accanto.gridò gettandosi perdutamente al collo de lla sorella.Non vuoi più bene a Forbicicchia. . perché diceva: "Forbicicchia. quello che è venuto con te. in quel viso di tristezza precoce. cara . prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro. Qualcosa cadde sul pavimento. pronta sempre a prorompere e a travolgere. e il tremito scoteva tutta la sua gracili tà penosa. .. sì! . . la cullò un poco su le sue braccia. e d era come quando mi racconta una novella.Cattiva? . e ha gridato: "No. hai fatto una cosa brutta contro Vanina. tastandole la gambina sbil enca. L'affanno serrò la gola della creatura.Chi? . piccola! Calmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo nella testina qualche brutto pensiero? . poi la riadagiò al suo fianco con infinita cautela.Come puoi dir questo? che ho fatto? . sì! .Raccontami. non posso. . Stretta dall'angoscia. . la pose a sedere sul capezzale. . Non volevi? .gridò Lunella sporgendosi. Non è nulla.Come puoi dirlo? .Io? Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile. ella sollevò sul letto la sorellina.Ah.. ma il cuore le tremava profondamente sotto quel lo sguardo tanto severo. . . . e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava. . La bimba la prese. . Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a qu el delicato e selvaggio essere.Davanti a te? . Ella comunicava una strana vita a quella figuretta di porc ellana. mandalo via. di legno e di cencio.L'uomo.È caduta Tiapa . Mandalo via! Al primo urto Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse ap parito. e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano su la canna.E neppure a Morìccica. Ma a un tratto m'ha serrata fo rte. .Quello.Chi? chi? . la faccia." Era come una no vella. mandalo via! .Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno.Certo. e non pareva che dovesse finire in pianto. E sin ghiozzava. . inquieta. . come se ormai al mondo n on avesse altro bene.Come lo sai? Raccontami. sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogn a andare andare.Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. .Ah. A nessuno più. ché qualcosa di imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. .Che ho fatto? . chi sa dove. contro la testiera.E neppure a Duccio. Ti porto via.. come atter rita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.La fai piangere. Però stamani. ti porto via". quasi torvo.Isa. .disse Isabella raccogliendo la bambola che aperse gli occhi. Ma quel brivido d'incerto terrore. suscitatole dal grido e dall'atto... eccola. come se le piombasse giù un gomitolo di s angue.Calmati. e mettersi in cammino e andare coi piedi scalzi. povera Fo rbicicchia. E l'ombra della scia gura le scese sul cuore in tumulto. Isa.Eccola. cacciarlo co n le carezze e con le parolette.Stamani? Racconta. ella sentiva in sé un tonfo sordo. come il t orrente sul vimine... accompagnò l 'imagine dell'amante evocata dalle altre parole di Lunella.Sei la mia tenerezza.Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Vanina ha pianto? .

mettersi in cammino e andare.. Le parve ch'ella non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a viva forza d alle mani che la serravano.Prendilo! Tienilo! . cullata. sul capezzale. con la bocca gonfia di violenza. posò anch'ella il capo su la proda. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi. Era in le i come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. che ti vuol bene. posando il capo su la proda del piccolo letto candido. dai capelli rossicci e lisci. "Chi cammina? dove?" Nell'allucinazione del senso. a piedi. senza la minaccia dell'Orco. ne faceva qualcos a di materiale come una creta tenace.. una imaginazione insana la sconvolse. "Bisogna che io salga da lei. Ella travide l'imagine di Paolo. sul medesimo origliere. traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli.. Il passo era il passo di Vana. e cresceva.La bimba scoteva la sua fosca foresta. e l'atto ch'ella compiva le fu presen te come in uno specchio. dal viso sparso di lentiggini. ella non riusciva ancora a determinare l'origine del suono. col viso in lacrime accan to a quello di Tiapa. " E tutto le parve ch'ella potesse affrontare e patire. un buon amico. con l'odore sinistro nel grembiule rigato. coi piedi nudi. nel romorio che le riempiva le tempie dolenti. onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa percorre su e giù l a gabbia con le sue zampe elastiche e concitate. cedeva alla stanchezza. senza ninna nanna. andare. chi sa dov e. Qualcosa di simile a un passo vi s'iterava. ." Il terrore di nuovo l'agghiacciò. soli. "Andare. E a un tratto si ricordò. s'addor mentava.. dove ondeggiavano le ombre mosse dalla fia mmella oscillante della lampada. il singulto sempre p iù fievole le risaliva di quando in quando alla bocca socchiusa. contratta. Mandaci via. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli. Una sensazione confusa di duplicità era nel suo corpo. e gli aneliti le rompevano il petto. singhiozzando. inafferrabile. Sarà sola? sarà con Aldo?" Poi. Una di quelle femmine che ella aveva veduto contro il muro scialbo cucire i ferzi de l lenzuolo le apparve. Si rivoltò bocconi sul letto. accarezzata. e il bisogno di tutta la sua carne s'addensava. chi sa dove. dagli occhi albini. La stanza sup eriore era quella di Vana. si prese il capo fra le palme. Una parvenza di sonno le ve niva incontro. che non aveva requie. Consolata dalle promesse.Quello è un amico. qualcosa di simile a una pesta lieve ma assidua . El la stessa pareva trarre sé fuori di sé. una voragine. Il passo diveniva più forte: era sop ra di lei. laggiù.Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti. fuorché rimanere più a lungo con sé medesima in quella disgregazione della sua coscienza. laggiù. Allora ella guardò la volta. lassù. respingendola. . una gelosia furente la squassò. a piedi. comprese. bisogna che io la veda.Ce n'andremo.. e c h'ella dovesse udirlo sino alla morte. E nella densità una fenditura si apriva. L'insonne levò la fronte bagnata di sudore. addormenta anche me!" sospirava nel cuore Isabella.. "O sta nchezza. estenuata e affannosa. Ostinata la bimba diniegava." Balzò in piedi. e diventava un antro. Anche Tiapa dormi va. E una smania irresistibile l'assalì. Era Vana. . "Certo divento folle. come quelle malattie che ci deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. L 'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le parole di Lunella le ritornarono: "B isogna andare andare. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato. che ella dovesse fino alla morte essere a bitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza posa.proruppe. un crepaccio s imile a quelli ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via. Poi dalla sua sostanza si foggiavano cose mo struose. manda via noi. in cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. un abisso mobile per ove risalivano tutti i p ensieri tutte le paure tutte le angosce. ce n'andremo. E del sonno non rimaneva se non l'incoe renza delle visioni che non dissipava il battito volontario delle palpebre. . stanchezza. Le f orbici d'acciaio e d'oro lucevano sospese per la catenina. Ostinata la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore. se non fuggi come oggi. stette con gli occhi st ravolti nella penombra. . e che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza. dislacciandosi dalla sorella. E il silenzio viveva ingannevole.

dall'orror e del presagio al pianto mattutino. Passò la soglia. indifferenti. non come una vita contro un'altra vita ma come due apparizioni ev ocate da una medesima agonia. Dinanzi alla spoglia del suo compagno egli non poteva piangere. E se si svegliasse d i soprassalto e mi chiamasse. e gli lo sa. sdegnosa e tirannica. Si lanciava da una parete all'al tra. una semplice veste. Ecco. e io non fossi là? Che penserebbe? Ah. Per la finestra aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni. come per Isa!" Esitò. lo stesso armadio. sono vile. so rellina ardente e amara. Lunella dormiva d'un sonno tanto p rofondo che pareva doloroso. Tale forse la vergine cristiana che il be stiario legava alla fiera preparata pel gioco circense." E. non chiamerà. la scoteva e la sbatteva senza pietà. Una musculatura leonina. e i crampi le serravano lo stomaco come nello s forzo di vomire. Sono vile. fermi. dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre. né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo. Era una potenza irrefrenabile che la sopraffaceva e la traeva senza scampo. L'amato le appariva come la vittima di un sortileg io. piccola buona! E non si può rinascere da una par ola come si può morire d'una parola?" Tutti i ricordi della notte di giugno le col mavano l'anima. e quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato. E l'altra insonne era là! E l'una stette di fro nte all'altra. tutto il male è finito. Potevo già esser morta. "Sono vile. così. nella rapidità. per un'ora sola gli fui cara. mordeva il lenzuolo. I dirupi te narii delle Balze pendevano sopra lei. che s'attendesse la liberazione. lo scagliava qua e là per lo spazio chiuso. Ella si sent iva armata di armi infallibili pel combattimento supremo. e io ho pianto dentro di lui. respirò il fiato dei gelsomini. Erano quali una stessa madre le aveva fatte. spinta da una mano impetuosa. la sedia stessa. con una tristezza che era come quella tristezza. divenne ang usto e attivo. potevo già essere laggiù.Pace. Una impazienza feroce la risollevava dalla giacitura. la bocca piena di melma. non lasciavano luogo ad alcun'altra imagine. si concentrò nello sguardo e nell'alito. immuta ti. e non sentiva quel dolore ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso ove le mani non sapevano giungere. piombava di traverso sul letto. libere d'ogni costringimento. come que lla notte. si stupiva di ritrovarsi dinanz i agli occhi sempre lo stesso quadro. spoglie d'ogni ingombro. ora vie ne. e. e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue braccia. con un segreto che era come quel se greto. come una pena rimasta intera ma addentrata nell'obl io. E d'improvviso la porta s'aprì. rientrò nella sua stanza. senz'altra testimon . si chinò. ma quell'ora non gli vale un a vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare quel che io gli ho dato. e freddo il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile. "Così. Un bisogno iroso di farsi male la spingeva a urtare con tro il muro i pugni. spossata. sorellina. Non parlarono. Entrambe avevano i capelli sciolti. che le contrastava l'impeto. dal sopore simulato alla fuga anelante. squassava quel corpo est enuato. pace. quando la bile e il sangue empiono la bocca. il prigioniero d'un malefizio. Quel che era indomato dolore e furore imbelle e o rrore attonito. Imaginava d'av ere la faccia conficcata nella terra molle. colò. Non ho più nulla. i tendini d'un leone balzante aveva il dolore di Vana. E nel ripetere gli urti più s'adirava co ntro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto. che le risparmiava la ferita. le bracci a nude. riudì il ferro stridere sul colmigno. E pensava: "Per un'ora. e mi dice. ed era tutta rotta come l'inferma dopo la lunga febbre. Né ella tentava di resistere. mi dice: . Io lo so. la maggiore e la minore sor ella. anche per te l'anima sarà il tuo ve leno. si torse come un turbine. per un'ora sola mi tenne presso il cuore. non sento più nulla. "Povera cara! Fino a domani non si sveglierà.Si riavvicinò al piccolo letto. si con sunse. dall'uno all'altro angolo. si restrinse. "Morire senza morire!" La disperazione la riafferrava. con la mus culatura leonina. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò. si guardarono. E si rimetteva in piedi. ascoltò. e la disperazione s i volse. coi tendini della fiera balzante. Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. lo trascinava seco. Che vale la bocca insanguinata dell'altra se tra due creature un tale sgu ardo può congiungere la morte e la vita?" Allora il suo amore le gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente.

. non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi relegata in una casa che è sot to l'ombra dell'ergastolo. l'ho sopita col mio canto. Tutto questo non ti basta. E l'accusata la mirava senza opporle difesa. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena. palparla. non avendo osato di mostrarmele a tavola iersera? L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande che Isabella vacillò come sotto percosse iterate. Gli occhi scrutatori l a bruciavano. . non sapevi! Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che spettacol i non m'hai tu abituata. no.Non ti basta. Tu m'incalzi. a che contatti. di meno risaputo. A tutte le prudenze e a tutte le compiac enze tu m'hai abituata. in casa tua ho imparato a non aprire le porte senza battere. .ianza che il loro sangue. per an-ni? Senz'accorgertene. Vana. stavo al suo capezzale. recitavi la tua commedia. .. Non mi avevi abituata a questo esame c rudo della mia persona. L'ho tenuta nascosta. ella guardava con sgomento l'a vversaria adoperare le armi avvelenate. Avevo addormen tata Lunella.Non essere così dura contro di me. assottigliavi la tua graz ia per ferirmi. con quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. ridi anche tu! Non ti contenere. d'avere spiata ogni contrattura del mio spasimo. Si vede che ti sfo rzi di non ridere. mi diventa un veleno. E non sapevo che tu avessi occhi tanto esperti per disti nguere la natura di certi segni. Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce. perversa! Era stupenda di furore e di onta. Pochi minuti dopo. senza badarci. Potevi trovare questa volta qualcosa di più nuovo. senz'altra misura che la loro passione. ché la mancanza di pudore nel modo e nel l'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo.Ti cuoce quel che ti dico? Ti maravigli di trovarmi in questo aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai fatta così tu stessa. Ora. . alla tua scuola. ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come scelleratezza. Non potevo p iù resistere. ridi. a Mantova. con quel suo stretto viso fosco a cui lo smag rimento aveva alterato la purità dell'ovale. Ma non credevi che questa scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi contro di te. irritarla. se non sbaglio. V ieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per mostrarmi su le brac cia quelle lividure.Vana! Pallidissima sotto l'irrisione. non mi . perversa. non te ne ricordi.. Non ti basta? No. .T'ho sentita . . A h. mi serri. volesti sentirla viva sotto le tue unghie. e a non p assare per quelle aperte senza tossire. audace fino all'impudenza. d'avere simulata la pietà per umiliarmi. l'ho coperta di malincon ia per non lasciarla trasparire.cominciò Isabella. T'ho sentita. M'av evi già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti cogliesse . giocasti con la mia pena. A un tratto m'attirasti. a un tratto.Ah. mi diventa un'arme. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi fidanzati onorarii. Sei tornata conducendo con te il tuo amante..Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi stupisco. senza int erromperla. non ti frenare.. non ti basta. perché.Ah. sentendo nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che no n le salisse fino alle labbra.Il mio fidanzato. Sono venuta su. mi serrasti contro di te. . e d'avermi tolta brutalmente ogni ragione di vivere. per asciugarti la bo cca giunsi ad offrirti il mio fazzoletto. Anch'ella subitamente ridiveniva ferina. Laggiù.Di giù t'ho sentita camminare.. Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice. lo vedi.. e d'avermi lasciata a faccia a faccia con la più orrida morte. a che allusioni. . Non aveva più dinanzi a sé la fanciulla inqu ieta e inerme ma una creatura inaspettatamente maturata dall'odio. ridevi. ferita a dentro. per ottenere l'indulgenza del gaio mondo e per ospitare il peccato sotto il tet to vedovile senza troppo scandalo. una rivale pr onta a nuocere. a che linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei eccitata sopra la mia ingenu ità? Certo. m'hai riempita di scie nza. contro ogni sua volontà e contro ogni suo pen timento. con quella capellura di viola che dif fusa la faceva rassomigliare a Lunella. Soffri? Anch'io soffro come non so dire. .

piange e si dispera. tu mi colmi di doni. attenta a impedir mi di vivere. ch'era curv a. non il risentimento. . quasi appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo. fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania. tu mi adorni e mi i nghirlandi. perché in quell'atto s' era compiuta l'intera sua vita. qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione tremante. come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola. con gli occhi smarriti: . non lo sdegno. . "Pace. curvata sul letto della sorella.. . ed ora fosse escita da lei e palpitasse là nella vergogna. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me e il mio bene. Io non ho fatto questo. Tu m'hai pr esa nella tua casa.Credi che tu l'ami di più? .Sì. come una creatura che vivesse in lei. Ah. Tu se i della razza feroce. Questa volta. perché era orribile che la sorte l'avesse costrett a a trascinarsi nell'inutile martirio. Quando io e mio fratello più ci sentivam o intrusi. E ch'io non ti sembri ingrata.Questo hai fatto. Che m'importava delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo trionfo.sollecitò con suono d'anelito..Come tu non saprai amarlo mai.Questa volta . . pace. non da te sapemmo che tu ritornavi co n la tua avventura ridipinta di falso decoro.Questa volta. e cerca di guarirla.Io no? . e la sua mano ricacciò indietro i capelli che le ingombravano la faccia. più della fia mma .. Ripeteva. e di piangere ancora un poco e di addormen tarmi e di non svegliarmi più. . L'amo io sola. di resistere.. . si sollevò verso l'apparizione dell'amore con un'ansia quasi luminosa. Mostra re di far la corte alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggi ore. non è vero! Non ho fatto questo.. sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva foggiata dalle parole di Vana. ch'ella vedeva là. dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un dispregio. Vana fu tutta di gelo.Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere con l'of fesa che umilia: obliqua e forse volgare. taci! Sei fuori di te..disse con la voce bassa che penetrava più del grido. L'altra. piccola buona!" .dài quartiere. . fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile a un fa ntasma su la soglia del labirinto sospeso. per es sere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata e per perdonarti. S'interruppe.Non di più. B astava che qualcuno s'accostasse a me. attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me. ho colto più d'un epigramma crudele. Ma Lunella piange se Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s 'ammacca la fronte.Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una tenerezz a più attenta della mia. tu mi tieni con te. non ho fatto questo. ed el la per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti. ma non la sbigott iva la violenza.No. e tu giochi con la mia vita. .Taci. tendendosi. esternata. come se la mia vita più profonda non vale sse il più fugace dei tuoi piaceri.Ah. perché. non so che capriccio geloso. . e la veglia..quello che tu m'hai tolto é più del mio sogno e più della mia vita.. vuol profanare il corpo e l'anima con una tortura che sembra una li bidine. Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca. in una casa dove tu stessa sei un'intrusa.Tanto l'ami? . perché le stelle tremol avano ancora alla sua anima sotto la prima onda argentina. Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno. questo sai fare. non da te lo sapemmo. che la più vaga delle simpatie si disegnass e. perché tu intervenissi a esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro. . ora mi bas terebbe di appoggiarmi sul suo petto. . dietro le mie e le tue spalle! Ma ch e m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di rammaricarsi e tanto meno di lottare. mi sei sopra come una nemica che non si contenta di vincere ma vuol martoriare. Io non sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. ma qualcosa di pauroso e di supplichevole. E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere. Non sai quel che dici.

meglio segnando l'accento che fa supporre quel che non si esprime. ero bella come chi sta tra la vita e la morte. con le mani tessute dietro la schie na come quando era in atto di cantare. . Laggiù. con qualcosa di simile alla voracità dei cavalli in una posta. ed eravate soffocati entrambi dall'angusti a. . simili a quelli ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Montebaldo. un poco ondeggiando. un'altra ancora. L'odore dei gelsomini. se non il tuo piacere.E quale fu la sua ora? . e veramente sotto le imagini della tormentosa or gia dubitava d'avere amato. come per riporre nel serrame delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori. l'altr a poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva. . entrambe scapig liate e trascolorate.E se mi amasse già? Parlavano a viso a viso. Andò verso la finestra. Ma io non dimenticherò né egli dimenticherà fino alla morte e oltre. che sempre io t'ero presente. inarcò le sue reni.È il mio quello che vince.ripeté Vana. . ero nuova. E certo lo spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovane. sei attirata dal mio amore che ti vince. È il tuo castigo.Non ti ricordi della notte di giugno. .Fa' dunque ch'egli t'ami. e poi un'altra. Ella risentì al suo collo alle sue spalle ag grapparsi l'amante con lo sforzo supremo di chi sia per piombare nell'abisso. .Egli è folle di me. . non avendo l'amore.Tu non puoi amare se non te stessa. Isabella si raddrizzò. l'odore delle t uberose. Ella non poteva più tenere il suo segreto. . Tu speri che il tuo cuore si riempia del mio cuore. come per tema di rimanere indietro. . Per ciò. . e rimanevi serrata ne l cerchio medesimo del tuo maleficio.Se mi amasse? . scosse indietro la sua capellatura. che la tua voluttà invidiava il mio dolore. con qualcosa di bestiale come la fame nel loro modo di man giarsi l'anima. che mi vedevi apparire su ogni soglia come su quella.Fa' dunque ch'egli t'ami. lo so. respirò dal pieno petto. Ma io quassù ero sola. Si fermò e disse: . ho veduto. Ho compreso. l'una ancora piegata contro la proda del letto. . Nuvole come gramaglie lacere qua e là vel avano la Via Lattea. se non la tua perf idia. Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi. di là dall'Era. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della no tte. Si volse e disse: .L'amore più forte non è quello che vince? . che non potevi più godere.Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io sola ebbi in un'ora senza pari.Su chi? . Le si versava dagli occhi.. ero intatta. perduta. l'umidore del grande vivaio salivano dal chiuso. tu potrai dimenticarlo. costretti a ripetere sempre gli stessi gesti come nelle manie.Confessa che non potevi più vivere. Egli potrà dimenticarti. perché credevi di accres cere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni giorno. si scrollò.Confessa che già cominciavi a sentirti esausta. su i Monti Pisani lampeggiava senza tuono. che pigliano a grandi boccate quel ch'è loro messo innanzi. .L'ora funebre. si spo rse dal davanzale. e riudì il suo grido di dannato. la sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. ma uno spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo cuore da quella condanna di sterilità. Lo so. Posso fare di lui quel che mi piace.Quale? Il mento d'Isabella tremava. O prima o poi non ti rimarrà nulla. che non avevi più ob lio. magn ifica e formidabile. Tu ora speri di poterlo amare a traverso di me.Su te e su lui.Se t'amasse per pietà? Vana le si avvicinava. della notte in cui egli solo vegliò la sa lma del suo amico? - . . .Fa' dunque ch'egli t'ami.Ma non puoi amarlo.

io vado"? Non anda sti. Quel che era inconciliabile fu conciliato. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva veduto nello stipo d ella estense. la notte piangeva il suo pianto d i luce. ché tutto era domato dal canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il liocorno indocile va alla vergine e posa il ca po su le ginocchia inviolate. ai volti dolosi delle loro brame. quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi nervi più delicati. parlandosi con le loro voci caute. e girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo palese. Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di es tasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di pietà Lunell a. . con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle sue spalle. quel che era impatibile fu patito. non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro pass ioni. nascoste da una ruga del colle: sfondava a valle il Monte Voltr aio solitario tra l'Era viva e l'Era morta. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la ca ntatrice come il calore del meriggio su le crete riarse. che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già scomparsi. simili a quegli infidi che nei tempi delle fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al minimo gesto sospetto e s 'apprestavano a versare il sangue. in mezzo alle biancane sitibonde. La musica. E non vi fu saluto fra le due sorelle quando la maggiore uscì. ricca e dolc . Su la terra senza dolcezza.Ancora le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui s'impigliassero s telle.Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: "Se m'accompagni. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di rose e il mio segreto. La più comune de lle loro parole aveva un senso indefinito. sul deserto di cenere. E taluna creava all'improvviso una commozione così inso lita o così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi. che già aveva esaltata la disperazione dei due nella vertigine sonora. li aggirò tutti in avversi delirii. Poiché nelle grandi note il fianco la coscia la gamba tremavano. ombr ato e fosco. Evitavano di toccarsi. nel paes e di sterilità e di sete. quando la minore si fece al davanzale. veramente pareva che la vibrazione della lunga vena canora traversasse l'intero corpo. Due d'essi teneva la t entazione d'uccidere. nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri. E nessun'altra parola fu detta. Isabella no n osava guardarlo. Io andai. e scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa. con nel mezzo della cassa quella doratura a strisce di zebra. Tutt'e quattro te neva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia di cui si nutre ma quel c he è puro e quel che è impuro converte in un medesimo ardore. Per il balcone aperto non apparivano le case di San Girolamo. Ma taluna risonava come la pietra scagliata c ontro la figura di bronzo. Camminando pel giardin o dei gelsomini essi sapevano dove la terra fosse cava perché la sentivano talvolt a risonare sotto la traccia. ai vòti esiziali dei loro odii. Ella soffriva maravigliosamente. Ella risonava intera co me l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo nudo si p erdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la corda è tesa tra m anico e cordiera. C ome il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai morti. colorato di quel colore rossobruno ch'ella invidiava pe' suoi cape lli. Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo. di mentichi dei ritegni. epp ure. Guardandosi con i loro occhi chiari. così ebbero e ssi la loro città interiore abitata dagli spiriti violenti. che senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mister o d'una vita nemica all'ansia dell'altra vita nemica. e ciò sapevano. Ebra e perduta si se ntiva allora Isabella. con quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco più trasparenti dell'a mbra. nulla avrebbero es si potuto afferrare se non con le loro mani tristi. alle occul te onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano. spesso di querci e di leggende. ma l'invisibile reggia della Foll ia sembrava mutare il colore dell'aria là dove gli ulivi nodosi e involti somiglia vano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi.

domandò Isabella legando le due estremità del filo su la collana aulentissima. piena di forze funes te e senza nome. quando i due era no già a cavallo e in cammino. Immagina Malebolge.vuoi venire con me oggi in fondo all e Balze? Di giù. per ascoltare. che un temp o avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli spartiti. Quando il fratello si levava anelante e poggiava lo strumento e deponeva l'arco. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua. pareva conservasse lo spirito igneo nelle fibre della bacch etta ottagonale dalla curva misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe come l'inflessione della parola come ogni cosa inimitabile.Vana. Vanina? .fece Isabella.Ah. egli divergeva lo sguardo infesto. che l'avviluppasse. lo perseguitava con l'odio vorace delle pupille. ma Vana ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.Paolo . Isabella gli rimaneva lontana. Le mani. con un'aria frivola. . Paolo si ritraeva nell'ombra.disse il fratello con una voce più bas sa ma con un riso più strano. . vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda? Forse un p oco sfatta. China. Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia. egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Egli. . mentre infilava i fiori della tuberosa in un filo di s eta verde cercando d'imitare le collane di zàgare. che aveva dato l'orecchio vigile a tutt e le modulazioni di Aldo. E batté le palpebre per dissipare l'immagine che nasceva da q uella immobilità e da quel sorriso fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal r espiro.disse Isabella accostandosi alla sorridente che si la sciò toccare senza mutarsi. E tanto la sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebbe potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il Cherubo a ustero di Sebastiano Bach. È tutt'altro che buona. Le pose una mano dietro la nuca. le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo. e vi sottentrava un pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno.È vero. . Subitamente. poggiava il capo alle due palme.In fondo alle Balze? . andremo in cerca del tuo cappello: della tua ghirlanda di rose giall e. dopo. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica. io e Vana alla Guerruccia pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapì e portò giù il cappello inghirlandato che Vana aveva sospeso a -un macig no del muro etrusco. Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente. ma pur l'occupava come se l'ombra di quell'angol o fosse la stessa ombra di lei. Io conosco la strada. e sorr ideva immobilmente.disse Aldo ridendo. quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui. ella con un subito moto nascondeva il suo volto.rispose Paolo. col respiro sospeso. velato dal fumo de la sua sigaretta . con un ginocchio sollevato e sorretto dalle dita intessute. Le nari aspiravano l'odore della colofonia caloroso come l'odo re della ragia nelle pinete pisane. Quegli volgendosi. .Morìccica. non sai . ricordandosi del sorriso di Viviano. come un esule inconsolato.Prendi intanto questa . .Morìccica. e nel silenzio musicale tutto l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso.Vengo . dopo una ubriacatura di musica. . E il suo arco pareva divenuto quasi igne o. poi le riadagiò il capo su la spalliera supino. E. un'ansietà arcana occupò le sorelle e le travagliò fino a . il viaggio equestre agli Inferi! . e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi. il tallone d'ebano ove l'occhio di madreperl a era espressivo. le sollevò il capo che rimaneva inerte.gli disse un giorno sorridendo . . lo spettacolo è dantesco.e come la gola di un uccello tropicale. ella era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumen ti quel ch'ella sola doveva comprendere. di quel sorriso in una pietra. tocc avano l'estremità fasciata d'argento. Andremo a cavallo.non sai che in una sera di disperazione e di libeccio. .

Nel punto di montare in sella egli aveva ordinato al palafreniere di trattenere Assra che voleva seguirlo. Chi è passato per qui p rima di noi? Apparivano nella biancana impronte profonde.sera.Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa e. . quando non la può saltar e. Già si coprivano di schiuma b ianca. e l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana c erchiati di bistro. e s'in ginocchiarono davanti a lei scontrosa che rimaneva chiusa e muta.E a me fino a quando? E Lunella rispondeva con un barlume di sorriso: . non credeva ai segni di tenerezza che le due inginocchi ate si scambiavano dinanzi a lei. E le due sorelle accosciate su l'erba s'indugiavano.disse Paolo. . invece di lasciar cadere nel grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta. non parlavano più. conducendo al passo i cavalli. di natura indistinta. Non ci guardi? Lunella non rispondeva.Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi. . . Il grande l ecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio. Dimandava l'altra: .Fin che tu ti rammenti. Laggiù. con due o tre colpi rapidi delle stesse forbici la distrusse . Aldo Lunati e Paolo Tarsis cavalcavano in silenzio attenti al terreno difficile. A qua l punto del cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne profer ite dinanzi alle urne sepolcrali. Un'afa di tempesta aggravava il pomeriggio caligin oso. l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Per discend ere i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe anterio ri tese strisciando con le natiche. si di slacciavano a poco a poco ma restavano nella nube della medesima angoscia. . . cingendosi col braccio e accostando le gote. Certo essa era fuggita e aveva ritrovato le tracce. Il cielo era un solo faticoso manto. nelle ghiare negli acquitrini nel le genghe.le diceva Isa.gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla apparire su una cresta d'ocra rancia. . E qui è pieno di marazzi e di rigagni. come dopo un galoppo severo. verso ponente. la terra. .Non mi sono mai trovato in un luogo più tristo di questo. L'una e l'altra cercarono la loro dolce artefice di sogni bianchi. per vincere la collera con la grazia. radicato nel tufo cavo ch'er a la volta d'un vasto ipogeo. chiesero qualc he attimo d'oblio.Siamo qui. di gelsom ini? Lunella non rispondeva.Sono peste fresche di cavallo. E.Fino a quando dunque mi terrai il broncio? . . per le scappie d'albarese. .Vuoi che ne faccia una anche per te. fin che io non mi scordi! Ancora. pe r le sterpaie di tignàmica e di spigo selvativo. .Chi sa! . con la sua vo ce più carezzevole per illuderla. L e sentiva nemiche. come andando a una banchina cedevole: lo zoccolo si spiccava dalla p esta e la frana ruinava di sotto nel tempo medesimo. e i loro fianchi battevano. sordido ceneraccio. tra i dorsi nudi di marna e di mattaione.si lamentava l'una. . La cagna si avvicinava simulando il movimento flessuoso d'una piccola onda. Forbicicchia. Si udiva a quando a quando nel sil enzio un rombo fugace.È vero. su pei lastroni pietrosi.Assra! . che di tratto in tratto affondavano n ella creta sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Affrontavano le erte brevi e ripide con gran di falcate. si rifiuta di passare a guado. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.Perché la sgridi? .Diciamo: di quadrupede.Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? . Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali. fra gli zolloni di tufo pieni di nicchi. .

e con esse le restanti mu ra.Deve aver veduta una volpe .Vuoi che la cerchiamo? . .disse Aldo impazientito.Assra non guada? . .Peccato che non si possa galoppare ! .Paolo! Paolo! .Un volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da quattro balzò nelle Balze. . Guarda. disperata di passarlo. e guardava.gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che nasconde va il nemico. più lontano. Paolo aveva fermato il suo cavallo.Non sei forse passato di qui tu stesso? . . di là dal pantano. . e il borgo.Di lassù cadde la ghirlanda di Vana . Riconobbe un filone inclinato di pietra arenaria giallastra ove lucev ano miste scagliette di talco. e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.No.Non si va senza duca in questo inferno. troppo lugubre per quelle morte biancane. implorando da' suoi dolci occhi di cortigiana seducente . Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. . Udì il grido distinto sul mugolio de lla cagna supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della V aldera. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. P er le paurose cavità vaneggiava l'ombra tra gli sbiancati dirupi simili a gigantes che pile in ruina. un latrato di lagnanza e di soccorso. . La sua destra accarezzava il collo di Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore irremeabili come quell'emblem a sotto i cui segni egli aveva veduto straordinariamente illuminarsi la faccia a lzata e la mano tesa della vergine olivastra.soggiunse l'adolescente. si perse tra le gobbe e le gr oppe del mattaione. . Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede si ritro vò scosso dalla schiena di Gerione quel grande Etrusco colorato dalla bile atra. e vi colse un leggero nidore.Paolo! Il nemico mirava ancora le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per quell' aria senza tempo tinta.Paolo! Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido. e. Egli fischiò ancora. . Assra mugolava di là dall'acquitrino. D'improvviso partì a saetta. Il mugolio esprimeva la dis tretta. .Andiamo lungo l'acquitrino.Credi agli spettri? .Senti quest'odore di solfo? . Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo ci vuole un ce rto grado di demenza.. che laggiù finisce. La bella creatura color di perla ondeggiava s u le sue zampe delicate. con la sua dolcezza ambigua . Il latrato gli rispose. E fischiò. da quella muraglia etrusca che di qui sembra un mucchio di sassuoli. Egli voltò il cavallo verso il r ichiamo. L'uno non vedeva il viso dell'a ltro.disse Aldo. Il fischio i l comando la minaccia non valsero.Chi era Neri Maltragi? . dev'essere uno dei pazzi di San Girolamo fuggito sul ronzi no del dottore.disse Aldo con un accento singolare che d iede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. Alza gli occhi. Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. . .È strano. . . squittì.Io sì. l'una ferrigna l'altra f errugigna. Esplorò con l'occhio veloce i l deserto. ed egli per comprimerlo cont raeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna. S'udì il latrato di Assra. rapito nella tragica visione.Certo la cagna è al guado .Vedi? proprio di lassù. La cagna era inq uieta.Allora ci precede. pareva fossero per precipitare nella fauce. più pallida d'o gni altra. e la città sospesa. Non riesciva a orientars i in quel vallone travaglioso. Fiutò l'aria. . . Le moli di San Giusto e della Badia. Segnò con lo sguardo un cammi no parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso. una cresta sbiancata.O lo spettro di Neri Maltragi.

fermando su la cresta il cavallo ansante. L'odore sulfureo gli entra va nella gola. Bisognava accorrere o attendere ancora? Egli udì net tamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di pietra. cavalcarono di nuovo tra i nudi tum uli. e ascoltavano a ogni istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina. Si volse a guardare il nemico che scompariva di là dalla cresta bia nca come di salgemma e di gesso. travide qualcosa di bianc astro giacente nello spiazzo della mofeta. seguendo le tracce ch'essi avevano lasciate. tra il suol marino e l'orlo della cappa eguale. o ggi.La cagna è là. Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne aveva ont a. Il cuore gli scoppiava d'orribile tumulto. urtarono l'un contro l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde. L'adolescente guardò ancora la carogna bianca stra su lo spiazzo mortifero. per le sterpaie per le ghiare pel dolente deserto di cenere. Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli squarci delle meschite vermiglie.Guarda là su la ripa le peste di Neri Maltragi. Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera. il sole san guinava come per i labbri d'un lunghissimo taglio. .Laggiù. Si udì lo squittire della cagna. poi drizzò Pergoles e giù per il pendio. Assra! Assra! Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. Scelse con l'o cchio per la ripa una crosta resistente e vi spinse la sua bestia al galoppo. non più resistettero. .Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. il silenzio fu di m orte su tutta la valle d'abisso. tra il tufo e il margone.gli gridò Paolo arrivandogli addosso. ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. .Non lo racconteremo . Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenaria sfarinata dai gemitiv i. Piansero.assentì quegli senza batter ciglio. era viva. e all'aria aperta lo velava d'un velo. crosciando le prime larghe gocciole su i lecci aspri. Attese. . Ma negli scorci irrequieti la sua bellezza si faceva ta nto acuta che il cuore d'ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di taglio.Tu passa per là. E nell'una e nell'altra i pensieri le imag ini ripresero a balzare armati subitamente di musculature leonine. Arrestò il cavallo. Sc orse dall'alto il nemico che si salvava su pel filone.Anc he tu stavi per entrarci? Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia. .disse Aldo pallidissimo. . A ponente. e lo inclinava in attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. . io giro il poggio. dove finivano le peste.Sai? . . Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli vaci llasse nella vertigine. L'ho vista cadere come fulminata. e senza tregua s'agitò tra muro e m uro tra finestra e porta. E il lento tormento della sospesa tempesta affaticav a sopra tutte le cose vive i loro cuori.Aldo! La voce era forte. coi segni della costernazione. Si cercarono.. La c agna non squittiva più. Discese anch'egli. .gli disse col suo possente sorriso. Egli rispondeva senza volgere il capo.Ma la ghirlanda? Le sorelle guatavano. s'abbraccia rono come per lottare. Aveva gli occhi troppo belli. senza rispondere. Il giorno declinava percorso dagli spiriti frenati dell 'uragano.Aldo! Aldo! Udì il grido. egli scopriva tra . Però stasera non lo racconteremo. andando verso quella cresta sbiancata più pallida d'ogni altra. e l'attimo fu eterno. D'attesa in attesa crebbe l'affanno. ciascuna dal suo davanzale. .C'è la putizza? . in silenzio. Riguadarono l'acquitrino. Quando le loro pupille s'incontravano.Viene da qualche mofeta. E ciascuna ne lla sua stanza ridivenne la fiera incarcerata. si baciarono. Incontrò gli occhi audaci del giovinetto. . Tuttavia le serrav a l'angoscia inesplicabile. si morsero. morta! . Il nemico andava pensoso innanzi. .

Vado perché egli non muoia. . Verrò. impossibile. Quan te volte s'era levata. . Il sonno dell'alba le veniva come su la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né dalla doglia né dalla voluttà. accosto accosto. . cinta dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. con tutta la sua sensualità sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine. quella "pazzia non conosciuta". Vedendolo impallidire e tremare ella ridiveniva forte e crudele contro di lui. gli appariva come un confine della vita .ella gli disse sotto voce. vedendo nel corridoio buio un turbinio di faville. cercando di ascoltare il respiro di Lunella.Non posso più. Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillant e. la teneva fe rma nelle sue mani convulse.fece soffocatamente. rinnovava nelle sue notti i delirii della musica. era andata alla porta. . che sembrava espre sso dalla terribilità di un istinto più antico degli astri. Ritrovava quelle parole. Quante volte aveva detto al suo supplizio: "Ora mi levo.È impossibile. Ma riafferrava la sua anima. Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno.i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo umano. Torna laggiù. Anch'egli. . irrigidendosi contro la tentazione. e il terrore di quei primi sorsi.Stanotte? . non osando guardarla per non cedere alla vio lenza che gli torceva tutto l'essere. quasi impietran dosi nella sua durezza. Li miei sensi tutti Languono in fervore. Ora come il Pazzo del Signore. come in quel punto. Sento che muore d'attesa e d'aridezza".Attendere ancora? . per tene rla ancora una volta fra le sue braccia. Di fiori e frutti m'è fornito il core. simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quell e atroci pugna di ferro per gli stendardi. L'Amatore "dall'anima dilatata" cantava in lei per l'amore dell'amore. con quelle labbra c he erano malate di quelle parole. spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde colavano a quando a quando quelle lacrim e labili come per toccarla prima di estinguersi. con quell'alito che non era il suo ma del fuoc o che s'era appreso a lei come s'apprende al mucchio di legna e d'aromi per divo rarlo.Non posso più . quella "pazzia ill uminata". Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle. . Temperisi l'amore ch'io nol posso portare! La passione di quei cantici. avrebbe mille volte tradito la sua prop ria anima e gittato leggermente il resto. ella implo rava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.Bisogna. Aveva consunto le notti nel s uo letto fasciata di fiamme. . gli limitava il destino come un monte limita un regno. come gli usignuoli indomiti che cantano finché con essi non canti l'intero universo. Parti. Allora quella carne fral e assumeva una grandezza insormontabile. come il Libro dell'Ardore ch'ella aveva ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza stelo. D'improvviso ella si svegliava al "novo tempo d'ardore" con la figura del bacio connaturata alle sue labbra. Di amorosi lutti e d'ardore si more. ora vado. veramente "candidata in foc o di dolore" come nel cantico del Pazzo di Cristo.No.Bisogna. e non potendo intendere se non il fragore del suo sangue im perversato su la sua volontà vacillante. e dentro di sé e fuori di sé era perduto. . E sentiva che. era rimasta a piedi nudi su la sog lia. simile a quella madonna senese di Taddeo di Bartolo . ch'ella teneva al suo capezzale.

e non vedrai i bulicani di Monte Cèrboli dopo le bolge di San Giusto? . Aldo? .Sì.No. . eppure dava a Isabella una così penosa inquietudine ch'e lla s'affrettava a coprirla col suo tono gaio. .Sì. . sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Árdea come il colore ste sso della loro gioia aerea.La più bella! . Erano essi in fondo al lecceto.Isa! . debole e tremante. i cuscini delle carezze.domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un tratto di strada.Paolo.Lungo la Cècina perfida. . . .si lagnò Lunella.Forbicicchia.fece Isa .Ah. vacillando giù pei sassi della viottola . Essi riudirono il sibilo dell'elica. aveva il capo scoperto. il tappeto della danza. Sorvolarono la pineta del Tombolo.Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno .Di già? Vana s'arrestò. Era vestito di tela bianca. ritrovarono la villa solitaria.Duccio. portava i sandali. Non era acre di sarcasmo. L'impeto e l'ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio co nstretto.disse Paolo Tarsis sorridendo male. verso le crete gibbose e scagliose. non h ai paura? La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana.Sai. .Paolo . rapida. quelle don ne tutte bianche.Un'altra notte così? . riebbero sul viso il vento della rapidità. Ho voglia d'ucciderti. Ti raggiungerò. la terrazza lastricata di maiolica.Non posso più. di là dai Monti Pisani. non era dubbia d'ambiguità la voce dell'adolescente qua ndo si volgeva al nemico. Gioiva di quella tortura come d'una profonda carezza. di là dalla Valdera.disse . . sì .disse Isa rabbrividendo.Il caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo. .Parto stasera? . a Tarquinia. .disse Aldo.Vuoi che scendiamo? . .non sei mai disceso in un sepolcro etrusco? . Imaginarono di varcare lo spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù. Vana e Lunella lo seguivano.. soffocata dal fumo della torcia che la investiva.contro sé stessa. e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo della cavalcata fidiaca. La sorella si volse.E non lo racconteremo .Domani.rispose la sorella. forse t'apparirà un altro cavaliere avventuroso. ma vedrai che ornamento! . . .Mi farai cadere .Mi accompagnerai domani? . come se l'ultima sillaba lasciass e nell'aria uno strascico d'odio. Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando l'erba. su lo sprone della collina proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige. .fece Vana sotto voce. scesero su la prateri a salmastra.. di sotto il lustro nero blu della sua cape llatura.disse Isa.Sì. Paolo se ne va domani. . in preda al go rgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o un'alga. .chiamò Aldo dall'ombra dei lecci. verso le immense bi ancane senz'ombra. . che fec e il viaggio equestre agli Inferi uscendo da Volterra: Michele Marullo. accesa d'un rossore subitaneo che sgomenta ave va sentito salire alla sua faccia e più divampare nello sforzo vano di dissimularl o. Qui non ci sono pitture. tra M igliarino e Boccadarno. . lanciando di tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare crivellato d alla fronda ella lo vide venire svelto e pieghevole con in pugno una fiaccola fu mante.E chi sa quanti pipistrelli! . . ti ricordi nella grotta del convito quegli uomini tutti rossi.disse egli avvicinandosi e guardando i due trasognati c on quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio sembrava crepitare come la ragia nella torcia. eccoci . tu ci affumichi . Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia.

Due ali aguzze sbatterono. i nvaso da una specie di frenesia crudele. tra l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene.Che cosa? che cosa? . E tanto eran tenaci che parevan fare con le radiche una sola v ita mostruosa. sotto i festoni di caprifoglio. si raggrinzivano. in guisa di reti e di graticci tessuti di corde strambe. a cui gli sbattiment i intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d'ali .Il segreto di Neri Maltragi . D alle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci eran penetrate diram andosi e moltiplicandosi. come se gli alberi fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v 'incominciassero a formare gli occhi per guatare nel sepolcro. ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo.Abbiamo un segreto . . Ella s'arrestò di subito. avevano occupato con le lor mille e mille barbe e barb ucole tutta quanta la volta. tortile e pensile. Guarda! . E appariva. moto indistinto di palpito e di respiro. uno almeno. . e per l'umidità accagliata sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli c ercavano ovunque l'umore dell'ombra. Le casse cinerarie bia ncicavano su lo zoccolo intorno sporgente. Egli sapeva evitarle.Vieni.I pipistrelli! I pipistrelli! E Forbicicchia e Morìccica e Isa. uno almeno! Vana Lunella Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte per seguir e quel folle gioco. una vita di silenzio e di ribrezzo. Non aver paura. sobbalzava e trasaltava come in una danza incomposta.Muoiono. . ci tagliano. attaccati coi piedi di dietro. pesti . e prese dal contagio accompagnavano la distruzione con le lo r voci rotte. si lasciano sbruciacchiare. Spessi come i ragnateli in una soffitta cio ndolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri. I suoi occhi lampeggiavano . poggiate sul cubito manco. solo sporgendo il muso e gli orecchi tra la comme ttitura dell'ali.Oggi io sono il savio duca. Le faville crosciavan o intorno al suo capo veemente.Giù. entrando nel buio d ietro i guizzi rossastri della torcia fumosa. ma non si staccano. rigirato i pilastri. Per arrivare alla volta l'affocatore si drizzava con tutta la pers ona.Che segreto? che segreto? .Non voglio. v egetale e animale.Vieni. e le figure adagiate su i coperchi qu adrilunghi.Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano. L'orrore della tenebra la pe rcosse. . giù.Non si staccano. Pontando i piedi.Forbicicchia. . . conquistato gli spartimenti fi no allo zoccolo. con un puzzo di strinato con un sibilo di vessiche sgonfie.gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano. il prodigio di sotterra.No. per tutto. no. Muoiono ma non si staccano. .domandò Isabella. ma non si staccano . informe e multiforme.. ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche. Si lasciano schiacciare. stridendo. Tutti rabbrividivano.disse il portatore di fiaccola ridendo su l'ing resso dell'ipogeo. . . con nella destra la pàtera il flabello le tavolette . Guarda com'è bello! Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastr i tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. E disparve nel profondo corridoio mortuario. hai freddo? hai paura? La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana.Lunella. vieni.ripeteva Isabella sbigottita. arsi. piccola.Non si staccano. Si raggruppavano.disse l'amato.bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia gli ostinati. . . non aver paura. Aldo teneva la torcia levata. ma non venne a terra. . . le figure obese dei defunti dal grosso la bbro semiaperto erano in pace. Morivano dibattendo l'ali. f asciati dalle membrane grinze. tutt'e tre gridarono si serrarono si scansarono . una cosa floscia strise si rappigliò si raggricchiò. tentava di trascinare indietro la sorella. Ma su per i pilastri ma su per la volta ma su per le pareti una misteriosa vit a serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava. . Forbicicchia. non voglio andare! . .

a una percossa più cruda. co me allora. Se n'accor se. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli conosceva ben e per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. Ora tutto finisce. Erano discesi. Io rimpiangerò quest'inferno. con un fremito che i pianti disperati di Lunella coper sero. Su la strada delle Moie. murava l'orizzonte. quel che nella bocca aveva di più nudo e di più occulto. respinse la violenza. Pareva che l'ins ania roteasse nella tenebra. . Paolo si sentì toccare.a quando a quando. Non ci sarà più nulla. ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse. Ella disse. e non ho se non la volontà di sprofondarmi. . mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. N on vedervi è peggio della morte.Vanina! Vanina! La fiaccola era a terra. Non era il bacio dell'amante. ella prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio. dove per la continua pioggia notturna la polvere era d ivenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere. non avete abbastanza sofferto? Ricomincerest e a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest'inferno. Nel primo istante. nella cecità della brama.Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota sotto di me . Ero certa. In quell'attimo di demenza. non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato all'amore: . che qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di queste pozzanghere. Lunella gittò un grido acutissimo di terrore. prendeva il suo dolore e sbarrava la strada. che questa era la mia demenza. tutto il m ale che porto sta per cessare. . tenerla forte.Tutto è preferibile all'assenza. perdutamente. povera piccola buona. Ero c erta che non poteva esserci più nulla.Anche voi. porle su la bocca la mano ch'ella aveva premuta nel sepolcro. Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio selvaggio. nella luce rossa e fumosa. La sua mano fu afferrata.Non uno! Non uno! Subitamente. verso Isa che per istinto seconda va coi moti involontarii l'insania del fratello. Tutto il sepolcro f u nero. prenderla pel mento e per la nuca. all'esservi lontana. Aveva sent ito all'improvviso le dita tremanti palparla.Vanina! Isa! A un tratto. la città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno. Non tornerò più mai alle tue porte. l'opponeva al tempo.Addio. Aldo e Isabella li precedevano. Vana. la cercavo come si cerca qualcosa che ci farà morire. Pensavo: "Ecco. Vana gli era vicina. . sotterra. che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio coraggio? Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose. Aveva sentito una sete mortale aspirarle il più profondo fiato. E non so dire. aveva ceduto intera la bocca. avviluppata dall'irresisti bile fiamma. e fu eterno.Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più? Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida. la fiaccola si spense. . . accusata dalla moccolaia ancor rossa. .Vana. Ora non pioveva. . senza muoversi. diretti alle Pomarance e ai Lagoni.Isa! Come nel più lungo giorno. S'erano fermati per un li eve guasto alla macchina. come sotto l'azzurro e l'oro intersecati dalla parola spaventosa. all'essere dimenticata. Paolo Tarsis la guardò mormorando: . . quando c ercavo la vostra mano. serrava ogni varco. non so dire. con la faccia nel fango. Vi giuro che questo avevo nell'anima . dopo. E tutto durò qualche istante. impietrita per alcu ni attimi. Era un bacio di frode e di perdizione. in quell'attimo. fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia. Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca. La luce non tornerà più. ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Mar emma trista. ma le grida g ridavano dentro di lei. e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile. Non vedrò più nessun viso terribile". fu premuta da due labbra fredde.

Ella parlava con bassissima voce.Vana. come non ho saputo essere quella che tace e s'immol a accanto a colui che ignora e non cura. ho dentro di me il silenzio di quell'ora. Gli pareva di riudirla ne lla sua solitudine di quella notte. lasciatemela dire. . quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. . seguissero una traccia. come allora là dove il silenzio era suggellato. Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a un'incarnazione mist ica. e risollevasse dal fondo qualcuna delle forze ch e un tempo avevano fatta la bellezza della sua guerra. .Come risponderò? . una fuga era in lui continua. con qualcosa di quella sua potenza e di quel la sua pietà. "Io sono la fidanzata segreta di colui che è là. . Vi difenderò pur contro me stesso. qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che voi raccoglieste. . Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore. Ella attese che la gioia la folgorasse. Vivrete sempre dentro di me con quel sil enzio che è la più profonda pausa della mia vita. La voce si tacque. come una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse. per l'ultima v olta. Ella ascoltava. guardò quella parola che non sonava come un suono ma si foggiava come un'effi gie. il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso. E. fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Una commozione dileguata gli si rad unava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. avrebbe avuto la chiave della sua sorte. Non vi mescolerò mai alle cose torbi de e crudeli." Come potrei violare il mistero d i quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. un viso di c reatura chiusa in sé stessa.. e pareva a lui che.Addio. Non so come si sia separata dal mio cuore a un tratto e sia salita e sia uscita. qual era quella sola parola? l a medesima ch'ella aveva osato proferire? . già scomparsi nella caligine. Ella chiudeva gli occhi. per la prima volta. ma soltanto sentiva com'egli . . Vi amo. Il pianto che colava sotto quella voce senza inumidirla gli pareva q uello ch'ella aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime. sinché non ne sia uccisa non ne muoia. Un presentimento gli ondeggiava nel fondo e non prendeva for ma. quello che tanto gli era stato dolce nell'arido lutto. si stampava come un'impronta. un cammino: la corsa di quei due già fuo ri della vista. ch'egli aveva avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone.Vi amo. Ma è rimasto su vo i non so che bagliore. si faceva figura umana in sigillo d'eternità. senza speranza e senza vergogna. . alzava il suo stretto viso olivigno fasciat o dal velo come da una benda. con gli occhi verso la terra. senza vita. e non sentiva la tenerezza di quella voce. mostrava un viso di cieca e di sorda. nel volto consanguine o.Qual era. levava il mento.gridò allora ella senza grido. chiudeva gli occhi. non l'abbandona. e Vana sentì nella voce maschia un tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. E la medesima parola gli apparve impressa nell'altro volto. una fuga dell'intima sua sostan za. diménticati. "Mi ami? mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo de siderio? Diménticati." E seppe quel ch'egli perdeva ma non temette qu el che l'attendeva. verso la cinerea melma solcata da i carri. E non so morire. come per una fendi tura irreparabile.Come potrò io separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta? Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta. come se le ciglia prendessero fuoco da quella parola.. vi amo. . qualche cosa che riluce soltanto per me. quasi che di continuo il suo sangue le ossa del suo petto gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero.Il baleno dell'illusione bastò ad atte rrarla. se avesse potuto fermarlo e interpretarlo.È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita che mi pareva il supremo. non lo lenta.È questa la parola? addio? . La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello straz io e della morte. che non vede e non ode e non abbandona quel che ha af ferrato con tutta la forza dell'anima come con le due branche. dietro quelle cortine.disse egli. Non so morire e non so vivere. cara cara piccola sorella. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. Ma dove posso essere se non in colui che amo? Lasciatemi lasc iatemi dire questa parola. e neppur so più dove io sia. se ne andassero.

Sostarono.Siamo tornati verso Volterra . raggiunse l'orizzonte. l'immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto tiranno. ridivenuta intorta e nascosta.egli disse.Verso la maledizione. erano risaliti a monte. di eccidio. Ah. . come il suo segno. a cercare ancora una volta invano la ghirlanda di rose gialle. Entrambi sobba lzarono e si volsero. non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già i nsostenibile. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. piano. ho semp re l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno. che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e d ella strage. In tutte le cose s'addensava una tristezza tetra. .egli disse. il bastione di Docciòla ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spi edi lunghi. asp ettando di riprendere la corsa. con gli occhi verso le selci aguzze. . delle torri. amara e violenta: .Per ciò non so che darei per vedervi sorridere. certo. senza tregua. Ella disse.disse Vana. i lecci di sotto il castello tumult uavano.Addio. Attese ch'egli parlasse ancora. che è vostro e che per me è anche l'ultimo suo. con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli.sospirò Paolo Tarsis. la Porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo. la Porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenari di Federico Montefeltro. una inimicizia inerte. p roteggervi da ogni sciagura. Entrambi calpesta vano il silenzio. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura. o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. sapendo che la crudeltà può re ndere felice.soggiunse. il mastio fortificato d'ingiustizia e di dolore. di rapina o di tradimento. "È la prima volta che porto un fiore nel cielo. oppresso dalla forza di passione e di d estinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite. la raffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della città funesta: "Sacco! Sacco!" . prima di rifare il cammino. "Distante!" Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei. fu l'immensità. verso la dannazione. le case m unite dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quell a che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane. Mentre in basso l'aria era morta. che la sorte m'aveva dat a e poi m'ha tolta: siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Guardarono la città funesta de' cui peccat i troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro e col fuoco con la fame e con la pestilenza. ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E. una p esantezza brutale.Il meccanico avverte che la macchina è pronta . verso la carreggiata tortu osa.Chi sa! Chi sa! . lei percoteva la sua bufera eterna .Forse ci torne rete. ogni casa ogni torre ogni mur o ogni porta issava un fantasma di virtù. " Sacco! Sacco!" Notte e dì. . ché i cipressi di sotto la rocca svettavano.Forse che sì forse che no . la Porta all'Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal fi glio d'Inghiramo Inghirami e infunato come belva. verso i cumuli di creta. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. La torre del pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Ba rlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche. quello che al domani mi apparve nel volo più alto.la separasse da lui. Volterra . se potessi liberarvi dal male. che disfece la bell ezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio. Ella udì il suono del passo sul suolo mollicci o. Voi siete l'imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza. . essere il vostro fratello vigilante e distante! Ella ascoltava. ove le rosure dell'acqua si disponevano come le ne rvature nelle foglie macere. a capo chino. . com'egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso qu elle rose e quell'Ombra. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio inf inito del vostro sorriso. rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la -via. si spars e nella solitudine. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma. d elle porte." Ah. fu lo spazio. piccola buona. L'intervallo si prolungava. Quando guardo un cielo piovoso come questo. con un sorriso che poteva anche e . E s'accorsero che. r idivenuto silenzioso. fu ogni c osa lontana e inaccessa. invece di discendere a valle. Si voltarono.

Il suolo sgrigliava sfarinandosi. Le biancane desolate s'avvicendarono coi ma cchioni aspri. La Cécina luccicò nell e ghiare. il rugghio dell'ira so mmersa. la voce del fratello rispose finalmente. dopo la pioggia dirotta. Le ripe incenerite della Possera biancicarono. Alle Moie i fumaioli rossi e neri fumigavano tra i cipressi. . che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. nel fumo che le affiochi va. L'acqua simile a una broda bigia viscosa untuosa b olliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta.gemette. la fidanzata dell'Ombra. il gorgòglio dei bulicami. i cumuli di ceneraccio e di sassi. lo addensava negli anfratti del monte. -sgretolava trit andosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci. lo ricacciava nelle pozze. . Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò li accecò li soffocò. . Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rup e conica di gabbro. i getti d'acqua e di fango. il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.È l'inferno. Di là da un ripùtido bollente. Colpi impro vvisi di vento abbattevano i nugoli di vapore. non più scorgendo il suolo dove posava no. come se nel fondo vi s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d'arenaria ca vernosa. Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. come la car bonella cenerosa avanzata dai forni. Dove sono? si sono perduti? Giravano di proda in proda. Lo trattenne con un guizzo di forza. I nugoli si riaddensavano. si lacerava no ai castelli di travi. palpitavano intorno alle buche. . di là da un turbine di vapori che s'avvallava p er una lacca smorticcia. traudirono parole interr otte. come esanime. L'odore sulfureo. Ri spondeva il sibilo dei soffioni.Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli! Allora. Bolliv a e soffiava come se per entro vi salisse l'ansito e il gorgòglio dei dannati fitt i nel limo. scoprendo i bulicami bui.È l'inferno. tutto scavi e risalti. Fu intento agli ignoti disegn i che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel cammino ov'egli s'affrettav a piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del labirinto e l'enigma delle Pause. . su l'alberese calcinato. dietro le file dei pioppi. la nebbia del bollore. Giravano per la lorda pozza. Tutto si confondeva nella nebbia crassa. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente.disse Vana discendendo nello spiazzo. Vacillavano su le pomici nere e rosse. Involontariamente Paolo affrettava il passo. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica. li spazzavano. alle gigantesche trivelle. .Addio . con la violenza di una scaturigine: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schium e un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. con l'anelito d'un torace immane che il macigno gravasse. Il fet ore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante. l'una contro l'altro. Una raffica repente schi acciava il vapore contro il suolo. nel vento che le rapiva. Aldo era là. Isabella era là. come il trist o ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. Non un filo d'erba non uno sterpo non u no stecco su le ripe dolenti. ai tubi di ferro per ovunque diramati ora proni ora irti in intrichi rugginosi e ruggenti.Sono già entrati ne ll'inferno. Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa. . Si arres tarono brancolando. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Non parlò più. spiriti esciti dalla bufera infernale. Si presero per le mani. Egli patì silenziosamente la trafittura. li sparpagliavano. avanzando la guida che li conducev a. avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti.sser l'ultimo. essi chiamavano chiamavano. Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte. poi gli si abbandonò addosso. e non udivano le loro paro le nel fragore che le copriva.Come hanno corso! . su i crepacc i del loto misto di tritumi e di croste. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva. di bulicame in bulicame.

Tutte le genti fangose doloravano. con uno spav ento che le cresceva di traccia in traccia. ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento. niente. Una pioggia fredda e greve si river-sò sul bollore che parve fumigar più forte. .E neppure con me. che non udiva più. .E con me. . empiva di fumo i loro occhi. . Libro terzo . Aldo e Paolo sollevarono di peso la creatura che non vedeva più.Quanto siete sciocche! .disse Vana con un riso impaziente.disse Vana Lunati. Tutta l'ira sommersa soffiava e rugghiava in torno a loro. .. accavalciando una gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta di tabacco bruno.chiese Dorothy Hamilton. cont ro la gola. . sei insopportabile. con quell'accento strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola.Non vedete che è diventata uno stecco? . . Più forte rimbombava il fragore dietro i loro pas si incerti. Serra di Lubriano.E ogni giorno più scura.disse Orietta Malispini ritraendo graziosamente la sua bocca piccola rotonda e rossa come una corbezzola dietro il gran mazzo di ma mmole doppie ch'ella portava appuntato molto in alto. di bulicame in bulicame. niente affatto. Per farsi intendere gridavano.È svenuta. Non intendevano quel che dicevano. . . La portarono a traverso la nebbia. Con le sue mani e col lembo de l suo velo. a quando a quando ella gridava il nome. Il vento li fasciava di fumo. .Ah.Tu caschi sempre dalle nuvole.Ma non so di chi parli .Con me no. Gittavano un clamo re confuso intorno al corpo inerte.Con Salvatore. quasi grande come la sua faccia. che non aveva se non una parola impressa sul suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda sacra.Compresa la catastrofe? . Non ho ragione. con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige e tiepide del suo sguardo. ella cercava di difendere dalla pioggia il viso esangue. E curva attendeva che le lunghe cigl ia ripalpitassero. come in un sogno d'oltremondo. dei Lancieri di Novara. curvandosi. . Vanina . . a sinistra del collo. Ahi! Ahi! . che s'era scossa udendo il suo no me.Passione non corrisposta.Che orrore! Che orrore! . . ora lisciandosi con le d ita il ginocchio che tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i su oi caldissimi occhi. Essi credettero andare verso nuovi tormenti e nuovi tormentati . Vana? . . . .fece Simonetta Cesi ridendo con quell a sua larga bocca dagli angoli rilevati..Con nessuna di voi si confida? . giù per la lorda pozza. . io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così .La catastrofe ma con salvazione.Non sono stata .Io non ho dormito tutta la notte..Dolly. ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio appesi alla lunga catena. di proda in proda.disse Novella Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti carezzevoli.Vana! Curvandosi fin sulla gota.Passione nascosta. le loro bocche.disse Adimara Adimari. che all'ombra della capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di pino.Io son certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino .Per chi? per chi? .Come quella del pastore di Fon-di? . Tutti i segni.Vana! Vana! La sorella accosto accosto seguiva il trasporto.Con me. Per trarla fuori da quell'inferno. .

Proprio stamani ho ricevuto un ve stito da ballo.disse Dolly Hamilton imitando la smorfia e il tono d'un catone da circo equ estre. ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi venati e v ergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti. in fatti. con un peccato di gola per i pistacchi tostati e salati. sorrideva a Simonetta.Simonetta. ma la sua anima nascosta n on respirava se non nel più arido orrore. nella fragranza dei fior i sparsi per ovunque. roteavano. quasi con due f acce gemelle. Rientra in te". le parole di lui! . . se mi spacchi il cervel lo.mandala via. te sola. che vada a pattinare. Una certezza le sovrastava evidente come le cose c he vedeva. accompagnata da un balenio d'imagini violente. mentre soffiava il fumo dal suo nasino volto all'in su. come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice ! Se io ora potessi levarmi quest'orribile male.Mi maraviglio che ragazze "per bene" stieno a sentire di queste enormità nefand e! . se potessi scrollare da me quest'incubo. in velluto di lino.. domani ballerei. Hai sognato. con un fidanzato molto ricco o con un amoretto molto dispettoso."Se mi schiacci le oss a dentro ci trovi te sola. te. sempre te. Una volontà disperata di nuocere vi risorgev a per entro. . "Ah no. Era tutta chiara e gaia in q uel pomeriggio di marzo la stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prender e il tè per la festa del suo nome. sarei felice anch'io. non poss o tacere! Accada qualunque cosa. Non c'è dubbio. nel tepore blando. Ovunque. nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un 'impronta che rivelava il gusto d'Isabella Inghirami. . seppelliva tutto. nella sua lingua. te sola. una massa compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti. E.fece Orietta. Stasera canterei. non è vero.Racconta. . E pe nsava: "Come siete felici. . è vero." Irresistibile come la fra na. seduta nell a poltrona bassa. verso la futilità della vita. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda. con una di carne e una di fiori. Rid iventerei bella come nella miniatura persiana. le rose i garofani i giacinti le orchidee sorgevano da s nelli vasi di maiolica ricchi di colature intense come smalti. . dentro di lei. su i mobili di l acca precisi e nervuti. schiacciava tutto. co ntenta del suo bel vestito.La Vergine del Cilizio. a vita e a morte!" . piegando la gota su le sue mammole intiep idite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta. delizioso. Tutto era odio e oltranza e constrizione. è p roprio vero" ripeteva dentro di sé con la continuità di chi nel primo urto della sci agura spera tuttavia che una voce risponda: "No. Ella era là.sempre così? . si sforzava di sfuggire a quella certezza. imaginava di essere come una di loro. per farvi un poco di rabbi a? Mia sorella non è stata mai tanto generosa con me. p iegava la sua attenzione verso le lievi amiche. no. le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno per diventare tigri.gridò Novella irritata . "Dunque.Non conosci dunque il fatto di Fondi. . beve va un sorso di tè. Vana? .Ah.No? .. bisogna che io gli dica tutto. se mi tagli le vene. se mi apri il cuore. se potessi prendere una cartina di qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene. E se li uccide?" Ella volgeva su le amiche quegli occhi subita mente sbarrati che le faceva ridere o maravigliare. te sola. Turbini di forza nascevano dentro di lei . una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a graffia re.Volete voi perd ere diffinitivamente il vostro "reputation"? Ella pronunziò l'ultima parola. come le cose che poteva toccare. Volete che ve lo descriva. bisogna ch'egli sappia l'infamia.insistette Novella Aldobrandesc hi. Ed ella medesima. È vero. occupata specialmente nell'attesa del gran ballo ch' era per dare Ortensia Serristori. si dissolvevano. e sopra vi compone con l e vecchie figure geometriche novissimi ritmi di fregi. curiosa di scoprire il sentimento della sua amica olivastra su quella vendet ta d'amore che eccitava il suo vecchissimo sangue maremmano. .fece l'Adimari in rapimento. accanto alle paste e alle confettu re che l'ospite le aveva accumulate sopra un deschetto. racconta! . una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano della passione sel vaggia. accanto alla sua tazza di tè. in quell'acuta armonia moderna. con una buffoneria così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere. in tutto me.

p erché di dentro non si potesse aprire. . che ti sembra? Le fanciulle palpitavano. e a saltare intorno al rogo ardente. un lago mo rticcio. imperturbabile. mentre veniva per la macchia troppo tardi il soccorso. un giovinetto.Che fondo di tragedia è Fondi! disse Bianca Nerli. a incarbornirsi. egli pensò a vendicarsi. e int imò che il fardello gli fosse consegnato. Fuoco per fuoco!" . per la macchia. poi furono trasportate a Fondi. a quell'apparizione ferina dell'amore implacabile.Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse.Allora il pastore nella notte chiamò a gran voce l'amata. e rispondeva col canto. inconsapevoli del loro mistero che porta va in sé tutte le sorti. .La vittima -ne aveva ventuno. . . con la sua doppietta. . e. . che scorse un'ombra presso la porta e riconobbe il pastore. sono certa che avrebbe riconosciuto. in un mucchio. dalla scorta. tutto arse. Que sti gli tirò due colpi di fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto. senza una parola né un grido. Un piano di fossi e di macchie pantanose. . Ciascuna credeva sentire su la sua morbidezza una mano cr . nessuno più gridò.Allora si gettò sul giumento che portava la soma funebre. svegliati! S ono io. .Ascolta. il pastore si fece innanzi solo. . Le narratrici eccitat e e inorridite si protendevano verso di lei. si provvide d'una rivoltella. non aveva se non quell'apertura. Le qua ttro vittime caddero ai piedi della porta e ci restarono.Che nome strano! . non potendo più vivere.Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia. Beveva filtri d 'erbe. ascolta.Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto certi suoi p arenti che dormivano in un'altra capanna distante due miglia. la Driade con una sorellina di undici anni...Poi cantò al rugghio delle fiamme. poco più larga d'una feritoia. sono certa. con gli occhi lustri. la miseria e la febbre alle po rte. il secondo uc cise il cane. ma Dolly tendeva il capo commiserandole dai suoi occhi beffardi. che avrebbe sentito nel mucchio le ossa della sua Driade! . co me un roseto all'annunzio dell'uragano. dis tante da Fondi alcune miglia.E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna. e si esercitava contro i tronchi delle roveri. Vana. una disperata. dormiva in una capanna del suo campo.Fu un attimo. Era tardi quando arrivò a cavallo un fratello di lei . . Chiara t'ha ripetuto le parole del suo male. "Driade. che non lo guarivano. perché nessuno più pianse. fatta di fascine e di falasco . lunghi e stretti come quelli che guardano di dietro le fessure della bautta.Si mise a cantare una canzone d'amore. dopo il primo tentativo di ratto.disse Novella.Vana.Era un ossesso d'amore.Imagina che. . una città bassa con due cinte di muraglie. stramazzò su quella crivellato dal piombo.Gli furono puntate al petto le -canne delle carabine. riuscì ad abbrancarla. Si chiamava Driade di Sarro.L'altra sera.E il pastore cantò! . e la capanna. . .All'alba le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in un pann olino. con le gote accese in sommo come dal riflesso dell'i ncendio. Perdut a ogni speranza. .Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con traverse. riconosceva il grido de lla giovine contro la porta sbarrata. . . . . su quell a spirò. tutto fu una sola vampa. .Il pastore feroce aveva ventidue anni . .Era bellissima e intrepida.Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra sigaretta nel bo cchino d'ambra. .A mezza macchia. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. restò. . . con un piccolo cugi no di tredici e con la zia ottantenne.Orribile! Orribile! Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. un poco anelanti nella gara dell'at rocità.Ah.Mio padre ci fu quando cac ciava nelle Paludi Pontine.

.disse Novella. . tanto era esigua. come un fastello di stipa tra floridi rami di mandorlo. le vedo . Il calore s'esalava dalle gote accese. come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo è leggero come la foglia appena nata. cantaci. . . . Ciascuna sen tiva a traverso la gonna le gambe dell'altra. E.Vanina.Le vedo .C'è un'aria che soffoca. urtando fra loro le falde e le piume dei cappelli.. come se avesse scoperto un miracolo.Un piccolo lied di Schumann. Era un tempo umido e dolco. . . le sue ossa bruciate n elle midolle. Falde di vita si distaccavano dal passato e le rotolavano s u l'anima enormi come valanghe. finché tu ti rammenti.Via. perché non ci canti una canzone. E palpitavano. Apri una finestra. . qui. sii buona. come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le rondini r itornasse. dal fondo della sua stessa febbre.Dov'è? dov'è? Si scorgeva appena nel cielo verdino.Le vedi? . Simonetta. Vanina.Ripassano. . Ella era quella medesima che.Una sola cosa! . con un viso di morta: . prima che ce ne andiamo? . Per lei non venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova. un'allegrezza affannosa. Dove tu voli non ti seguirò.Fr8hlingslust.Una cosa breve breve! . il messaggio del principe di terra l ontana.uda. Vanina! . . lasciandosi sorreggere.N'è passato un branchetto. spinta dall'onda terribile del suo cuore.Ecco le rondini! .Aveva promesso di venire. sparso di bioccoli rosei. aveva sentito il saettame nto del volo trafiggerla da tempia a tempia e straziare il cielo che s'invergili ava bianco. finché io non mi scordi! " Le parole del poeta ritornavano. Vanina. addossata allo sti po della estense. anche Vana si sporse insinuan do tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente.Fr8hlingslied. Attente! Allora. Portavano a loro il messaggio d'oltremare.S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo. cantaci! Ella scoteva il capo. Vanina. ciascuna era una preda e una vittima. della sua stessa abominazione. verde come l'acquamarina.Io non vedo nulla.La luna nuova! .Perché tuo fratello non è venuto? . Vana disse. Ma per Vana erano co me le saette incarnite nella piaga.disse Adimara.T'accompagna Novella.È a sinistra. L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi.Le vedo. "O rondine. Fortuna a tutte! .gridò Simonetta. sorella rondine. il mio è in me come un tizzo consunto. Si sporsero dal davanzale.Una cosa sola! . . una nuova avidità di vivere.Son tornate le rondini! . . che a un tratto sieno rimosse. Tutte accorsero. offerte alla passione che doveva devastarle. . erano come un rincrudimento di supplizio. Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e accostandola al suo v iso di mammole: . . sì. dalle crete di Volterra. con la testa appoggiata alle tarsie. .gridò Orietta Malispini. simile a un'armilla spe zzata. . Per la finestra aperta ap parve un cielo di primavera. alzandosi.gridò Simonetta.Oh.Dove? dove? . col fremito della primavera nel cuore turbato. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel picc olo strido fuggente. .

E una -cos a orribile fu svelata a me che non ero se non una creatura ignara e inoffensiva. Sono come voi. quando videro disegnarsi in lei l 'attitudine nota. tutt'e due grandi. piegare appena il ginocchio. Mia madre era dolce per me. avanzare un poco la sinistra. cullatemi finché questo male non mi lasci. portare il peso del corpo su la gamba destra. Vorrei cantare così fort e che la grande vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi po rtata da voi là sopra il letto bianco di Simonetta. Vanina. Non sono più buona a viver e. in un'ora. . come i capelli son fitti intorno alla mia fronte. come un'esca che con pena s'accenda.. . . .Questa è più appassionata. e non saprete mai t utte insieme. come se si accomiatasse da quella corona di giovinezze e dalla su a propria giovinezza abbrancata dal destino. . e mi ha sbattuta. quel che farò. an ch'io ero nella mia.Fr8hlingsgruss. " Fievoli furono le prime note.Oh. sollevare lo scarno viso da cui il canto sembrava erompere come l a polla che balza più in alto quanto più è costretta. un silenzio mi ha fatta decrepita. Tutte quelle bocche di vergini. Poi subitame nte la voce divampò. Nessuno mi ha toccata ancora. con un languore compiacente. e ricoperta di questi fiori. Una purità era in me. addio alla dolce vita. anche i nostri pia nti. intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca bianca s u cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi d'oro. Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Tutte tacquero. "Ueber'm Garten. finché io non vi rassomigli!" . in una notte. Il canto fu come la sonorità stessa del l'anima palesata fuori della bocca dolorosa. percorse da un lieve fremito. Ella si lasciava cullare e blandire con un'aria di bambina malata e pietosa di sé. che a un tratto le ammollì il viso olivastro. abbiam o mescolato i nostri giuochi. e mi ha costretta a gu ardare quel che non si può guardare senza perdere le palpebre. finché io non ridiv enga fresca come voi. prima d'esser lega ta alla ruota lacerante. Vedete com'è puro il bianco dei miei occhi. Vanina. .diceva la cantatrice. questa.Novella. Ella cantava come se cantasse per l 'ultima volta. . forse non baciate ancora. Come la voglia di ru zzare era sempre pronta a svegliarsi.Fr8hlingsnacht. Qualcuno m'ha afferrata per i capelli.. Uno sguardo mi ha maturata. non saprò dove andrò. nessuno mi ha baciata. questa quanto mi piace! . cercavano. una forza era in me. in un attimo. Vanina. Sfogliavano i quaderni delle canzoni. . mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare ad annodare le not e con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti toccare sé stessa. Cantava come la martire prima del s upplizio. Non ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Pareva dicesse: "Tenetemi così.Fr8hlingsbotschaft. sono giovinetta come voi: quando eravate nella vostra culla. Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani carezzevoli e sup plichevoli verso il pianoforte. Vanina.Questa. come quella a cui l'aveva assomigliata il fratello. p .No. quando la videro intessere le mani dietro il dorso. Vedete come sono. Diceva: "Vedete come sono ! Sono come voi. non mi lasciate più andare. Diceva addio alle sue eguali. Vedete come sono.Canta sotto voce. senza che gli occhi rimangano nudi per sempre. i nostri gridi.Fr8hlingsfahrt. forse già baciate.Non ho voce oggi . Siamo cresciute insieme. le facevano intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome accanto alla parola barbarica. Esse ora si agitavano.. ad dio alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Intatta. le nostre risa. .Questa è più triste. su la mia nuca. Quando scenderò le scale. la litania divenne un coro bizzarro appogg iato sul frullo della prima sillaba. una parol a mi ha invecchiata. se vivrete cent'anni. tante cose quante io ne ho sapute in un gior no. tutto il petto ne arse. siediti. Quando m'inginocchiavo davanti a Lunella per chiederle una delle sue imagini bianche. mi sentivo simile a lei.

. sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la divinazione di tutte le possibilità. toglietemi dall'orrore! Se mi lascia te andare. Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude. erano lo s pirito delle Pause. Tali la videro le eguali. È in pace. dove tutto brucia tutto avvelena tutto ma cchia! Tenetemi con voi. in attitudini che sembravano palesar e il rilievo della loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. indicava a Novella la pagi na. P oi riprese la sua attitudine. . che sino a quel punto aveva fisato il suo dem onio. rovesciavano indietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto scavato dall'ambasci a. non mi vedrete più. Credevo che non ce ne fossero più. serratemi in mezzo a voi. non mi domandate come!" diceva anche i l silenzio delle Pause. ma solamente non mi domandate come. E forse io canto come lui per l'u ltima volta. e non so quel che io farò ma so che non p otrò fare se non qualcosa di male. che non mi perdona. senza intervallo passava da un grido di amore a un grido di dolore. Non soffre più.. la cui brevità pareva prolungarsi i n una infinita eco. rifatemi quale ero.erché c'è un male in me. Un poco si scrollò. ma nel buio di sotterra.L'ultima. e non . Un gran ramo bianco di lilla alzato da un lungo stelo di vetro opalino le sovrastava come il gonfalone della sua primaver a. lo sentivano presso a traboccare. e nessuno m'ha toccata ancora. S'asciugò col fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia sibillina dei vaticinii. S'era fatta l'ombra nella stanza.. e piansero sopra di lei. da un an elito per la vita a una invocazione della morte. Se me ne vado. a una a una le guardò. larga e grave come un corale. Non mi lasciate al mio demonio! Perché. Ella medesima sfogliava co n la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera. non ricchi se no n di ciò che esprimevano: volti di angeli neutri. Circondatemi come dianzi. perché u n singhiozzo soffocato aveva rotto il silenzio delle lacrime. nel mondo. alenando nel silenzio delle parole non dette. queste erano dentro di lei. non più sceglievano le canzoni. annodavano le due mani e le ponevano presso il mento." "Ah. Non ha las ciato nulla del suo amore e del suo furore in terra. e lo contenevano. E un lieve tremito salì nella sua voce. "Anfangs wollt' ich fast verzagen. la calcò sul quaderno col pollice prono. Non più esse chiedevano. e la seconda fu Simonetta. come spogli di ciò che li adornava." Altre parole correvano nel suo canto. perché m'av ete raccontata la vendetta del pastore? Come l'invidio! Non soffre più. non mi lasciate uscire di qui. E tutte allora si levarono e s'appressarono a Vana. null'altro che un po' di ce nere. Esse tutte s'abbandonavano al r apimento. e. come la pagina si ria lzava. e le altre s ubito s'abbandonarono." Allora il pianto traboccò all'improvviso perché il pianto era già all'altezza del cig lio. Vedete come sono. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto come il commiato? Ah.. nera sul bianco della cassa armonica. qualcosa di male accadrà. lasciò impressa in ciascuna la sua imagine. n on mi lasciate tornare in quella casa. Disse: . e avrei potuto essere tanto dolce. "Aber fragt mich nur nicht wie. Le candele del l eggio la rischiaravano sotto il mento. si protendevano verso la potenza. fate che io non sappia quello che so. inarcando le reni: parve più diritta. E inconsapevolmente le ascoltatrici commosse lo respiravano. il cubito sul ginocchio. Sentivano in confuso lo stra zio del commiato. e la strinsero. e sono come voi tanto giovine. e ho baciato il mio amore una sola volta. Ed ella.. per non più dimenticarla. Ah. I loro volti erano mutati. da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui risonava il suo canto. le guardò. col gesto di chi supplica. Po ggiavano la gota su la palma. E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole parole d'u n grande dolore. tra queste cose bianche. intorno a un fuoco spaventoso. La sua persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella. Tutte erano fise in lei. tanto fedele. Sentivano esse in confuso che quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con u no sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse salivan o e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. E quell'oceano a maro che ondeggia in tutte le creature viventi fra culla e tomba e in tutte s'ad egua all'altezza del ciglio. E l'ultima nota restò nella gola formata dal groppo. ma su la mano. Fu Adimara quella che prima pianse.

E tutta quella giovinezza inquieta si sparp agliò per vie diverse.E io in Casa Rucellai per le otto! . Giù per le scale. e sgridami Aldo. perché ci fai piangere? Ella sentì che l'abbandonavano. si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o ritraevano v ivamente le mani per non incrociarle. in u n'attitudine pigra.Addio. ritenuto. Simonetta. .No. .disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere una sigaretta a una candela del leggio ove la pagina dell'ultima canzone portava il segno del po llice che l'aveva calcata. sonavano gli ultimi saluti. E ciascuna allora si ricordò della sua sera. .Grazie ancora dei tuoi giacinti.Vana! Sei tu? Ella sobbalzò.Entra un momento. e ridevano. tra il fumo dei bulicami.disse Novella Aldobrandeschi riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa.Esco.Addio. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice . dagli Aieta! . con una gentilezza infantile.Io ho giù la mia Fr ulein che m'aspetta in vettura dalle sei! . .Scendi con noi.Vado da Simonetta. poi c'era la stra da la casa la notte ignota. pel corridoio scuro. . con grande rammarico del mio flebile Willie Willow. Le parve che quelle parole in quei mod i non appartenessero a quegli che pure le aveva proferite.sapevano perché piangessero. di lui non vedeva se non l'a spetto ch'ella gli aveva veduto laggiù. amore. vergini folli. . sotto la torre . contro il muro dìruto dell'abside scoperchiata. La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla. . . apparendo su la soglia. Ella lo vedeva là. nella sera di marzo che anch'essa piangeva di gocciole e ri deva di stelle. Simonetta . Grazie delle tue orchidee. Entrambe ora nel sorvegliarsi avevano acqui stata una strana acuità. Sul la strico umido i cavalli delle carozze scalpitavano.Baciami Isa. oltrepassata la piccola porta di pietra ca rica di nera edera. con la più straziante soa vità. su la ripa maledetta.Dove vai? . le si rinnovò. Mara. Ho saputo che ieri la festa delle com piute donzelle andò a finire in lacrime. io no! . con le ciglia ancora umide. A vicenda. Dolly! .Andiamo. Si baciavano.Vanina. C'è Aldo. si sentivano. . prima di vedere.Prendi con te Lunella? . che il commiato era dato. ho incontrato Adimara stamani. Vanina? .La prenderò io.Oh. . . lo mise nella man o della cantatrice e su la mano posò le labbra. è tardi. Cantasti. col suo segreto ben chiuso nella sua fronte luminosa.Perfino tu. sembra. Novella. Vanina. che laggiù c'era una scala da scendere. . Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato la ggiù. . E certo io sarò tanto pi cchiata che il mio naso diventerà camuso o aquilino. La sensazione d'inesistenza e di lontananza. .Addio. Era la voce d'Isabella che l'aveva udita pass are nell'aprir l'uscio della stanza. prima di udire. ma guardingo.disse anche Vana all'ospite abbracciandola. Adimara tenne il braccio di Vana che portava il rametto. che ciascuna aveva le s ue forze e le sue sorti. .fece Orietta Malispini asciugandosi la gota presso quell 'altro suo viso di mammole già affloscite. Ella contrasse i muscoli del sorriso.È tardi.Morìccica. . Dall'interno della stanza la voce del fratello disse: . gli sportelli sbattevano chiu dendosi. andiamo. in cui ella da qualche tempo si smarriva così spesso. Aldo era disteso sul divano.

come una cosa da nulla. Allora ella si sentì perduta. Entrò. per l'androne si trovò all'aria aperta. Uscì come di fuga. Di t utta la sua forza non le rimase se non un orribile tremolio nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella bocca. che imbiancavano i cancell i d'un giardino. come a traverso una porta che si aprisse e si richiudesse di continuo. L'odore delle roselline. giudicandolo un assaggio scaltro. e non poté parlare. quando sono qui. con que l gioco dei ginocchi. all'esitazione. a una p erpetua cupidigia. Vana non udiva se non a intervalli. E tutte le cattiverie che mi fa mio padre sono aizzate da lei. . scura di legni e di cuoi. di sotto alle p alpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava. "Chi m'ha fatta così? chi m'ha fatta così?" La porta era là. .Ah! . Respirò come per sentire che i su oi polmoni erano ancora dentro le sue costole. soffocata dall'odio.disse Isabella. dubitando della verità di quel biasimo. Paolo Tarsis l'aspettava. strani ricordi. .Parlavamo dello Sciacallo .Sai l'ultima? Mi rimproveran o che io ti permetta di uscire sola! . e la prendeva una smania bizzarra di divagare. piantata là come un cuneo. di dire cose incoerenti e inattese. perché soggiunse: . perché voleva sfuggire alla riflessione. il cuneo della volon tà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli. all'abominazion e del suo atto. Andò diritta innanzi a sé. l'anticamera.Tè? .ella disse. La sorella camminava su e giù per la stanza discorrend o. . È l'ora. Vado". Pensava soltanto: "M'aspetta. Passa la sua vita a congiurare contro di noi. Ricono bbe l'imboccatura della via. L'altra parve divinare l'insurrezione ostile. Tutto il coraggio le si dileguò. Si volse. . scese la scala. Né guardava de ntro di sé. da quella cameriera li cenziata che è. in una sera di demenza. ma costantemente inn anzi a sé. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza. non sostenendo l'orrore delle vis ioni. con quella maniera di soppesare il suo corpo su i suoi mal leoli come uno che soppesi nella mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la pon ga sotto gli occhi ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia.le chiese. presentendo un tentativo insi dioso. che il rapace vo mita quando è assalito dal nemico. Debbo andare. . sul lastrico. Non guardava né a destra né a manca. la seconda moglie di Curzio Lunati. fra le macerie ancor calde del vampo canicolare. dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame rosso.disse Vana voltandosi verso l'uscio.mozza.Datemi da bere . prima di spiccare il volo. con qualcosa di falso e d'am biguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo.fece Vana. risoluta a non arrestarsi anche se l 'avversità del caso la portasse all'incontro d'una persona familiare. cercando di non vedere i passanti.Sono aspettata.No. Mi pento di esser venuta v ia da Roma. Ripensava a quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo dell'avvoltoio. Con quel nome sinistro ella designava la matrigna. con la fr onte corrugata quasi a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza . Di fuga traversò il corridoio. la urtava nel petto.Non lascia mai di darmi fastidio. . che la sua vita le apparteneva an cora. le fece mancare il cuore. . Sentì sopra di sé il pianto che avevano p ianto le sue eguali.Naturalmente.Vado . la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale d'un avversario accanito.Che accade? . E ogni movimento di lei la urtava nel fianco. prima ch'ella sollevasse i l suo velo. . Strane imagini le balenavano. ne ho riso. Egli non dis simulava la sua ansietà. acqua. E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo ondeggiante. gittò un'occhiata da un capo all'altro della via ch'era quasi deserta. provando sotto i suoi tacchi la via dura. Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavan .Sai? . La condusse in una larga stanza. Perché ci ripensava? G uardò intorno smarritamente. prima ch'ella si sedesse.disse quella soffermandosi e guardandola.

. già s ono.. . . non accuso. Non so perché. " S'egli ora fosse vivo. debbo vederla. Tutto è impuro e tutto si corro mpe. sempre sono quella? M'avete esclusa dal la vita.Di avervi tenuta alta su l'altare d'una memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere? . egli? Lo sguardo di lui segnò l'imagine del compagno solo nella custodia di lutto. laggiù. avete posto una pietra anc he sopra di me che pure ero viva.Di che m'accusate? . la fidanzata . Di rado passa qualcuno per qui. Lasciatemi andare..Voglio andar via.Non sono buona.Sì. Già riesco a simulare un sorriso che vidi scolpito in un sasso che un giorno era stato un uomo. m'avete messa a fianco del morto che v'è caro. so dove. Non dirò nulla. Grido. Ogni vol ta che vi vedo. dianzi. mi ricordo come m'avete discostata da voi. Ah. m i ricordo delle vostre parole là su la strada di Volterra. avevo un'anima. perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e bisogna che l'esaurisca p er annientarmi.o la struttura dei volatori di grande specie. mi sia venuto in mente quel che una sera di . Vana? . Dianzi ho sorriso così davanti a mia sorella. che io fossi la memoria immobile di un sorriso. ma parlate dunque! . . . Forse diventerò. mi avete sepolta. e subito si pentì d'aver detto. . si chinò a guardare. Si tolse i lunghi spilli del cappello col gesto violento di chi sguaina il pugnale. Ella pos e le sue dita intorno al suo collo perché la sua anima la strangolava.Forse egli mi manda . Si scop rì il capo come già quella sera su l'orlo dell'abisso. e la vita si vendica su me..Ma perché mi domandate questo. Ma ora il fascino della perdi zione era ben più letale.Non accuso. non temete. la mia sorte sarebbe diversa?" . per voi. su tutti i miei carnefici. Il viso di lei era come il viso della creatu ra che del suo cuore ha fatto una selce da scagliare in faccia al destino.So dove. forse sarò. Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore che egli era già convulso nell'aspettaz ione. . su voi. Nell'effigie muta e immobile sot to il cristallo. M'avete esclusa dalla vita di sangue e di luce.Ma non potrebbe arrivare qui all'improvviso? . .No.Non pensate a questo. S'a ppressò. . Non sono venuta qui per essere buona.disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a quell'energia min acciosa. . la sera in cui il mio male era più grande della voragine. più tardi. sedete. .proruppe ella con una voce che era stridula come un'irrisi one maligna . perché tutte le mie ossa gridano come su la ruot a. come se quello fosse un colloquio d'amore colpevole. su quella che vi tiene.Che avete oggi? Non siete buona.Qui? .Ma sedete. . col petto in tumulto. su le Balze..disse. Desideraste che io divenissi un sorriso .Perché? Oggi non dovete vederla? .disse Paolo dominando la sua impazienza spasimosa . . avevo una forza e una purità e u n orgoglio da portare su qualche cima. avvicinandosi a una finestra. . mi ricordo..Ah. alla badia. vide dischiudersi il sorriso su i piccoli denti di fanciullo. Mi avete esclusa. Per la prima volta egli la vedeva di contro a sé così aspra e selvaggia. a mio frat ello.Sedete qui. .Chi.Non potrebbe. per non lasciarmi vivere se non nel silenzio funebre. ogni volta che vi parlo.Per questo egli vi manda? . Una ribellione indomabile fiammeggiava nello stretto viso senza carne.E se Isabella m'avesse seguita o m'avesse fatta seguire? . con quanta dolcezza.la fidanzata dell'Ombra! Non sono se non quella. e nessuno le impediva di gettarvisi.Qualcuno m'avrà veduta entrare? disse ella. Riconobbe sopra una tavola ingombr a di libri e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano. con u n accento singolare di donna prudente. Vana. Ella aveva parlato come in uno scoppio d'ira. .

senz'altro sollievo che il sospiro. che non p osso più reggerla. non so. prima di andarmene. su gli stagni bollenti. .E che mai avrei potuto io? che posso io per voi? . Ma in certi giorni ho conosci uto la santità di ardere.. non parlai del mio amore. Volete ragionare? vo lete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non accuso. Sì. d'un silenzio? . d'una parola. la tolleranza ha termine. Tutt o può esser dato. ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore poteva. Tut to in me.Che mai. piansi soltanto. ma il mio amore volle vivere in me. Non io volli v ivere. certo. Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore se il mio amore non ha potuto nulla? . senza freno e senza maschera. e quando è ferito a morte. Era il mio rifugio . M a io ho tanta ignominia sul cuore.Chi può rintracciare il valore d'un gesto. Ve l'ho detto: mi sfogo. Teneva il suo capo fra le palme. uno stretto nesso di vita ella era. incolpevole: amate l 'altra. umilmente vi domando di ric ordarvi che un giorno. che sono una pena respirante.Non accuso. e guardava il fuoco semispento nel camino. non è vero! Ho dato tutto. E volli vivere. tre prove. Tre v olte disse: "Fa' dunque ch'egli t'ami". se amate l'altra? Nulla. Tre indugi sono concessi. Non mi ribello contro di voi. La notte che seguì il vostro arrivo a Volterra. voi lo prendeste per la mano e lo avvicinaste a voi. Tento d'imporvi la mia pena? No. Oh. L'odore atroce fa impallidire e manca re chiunque gli s'avvicini. Quella notte. ella mi doman dò: "Credi che tu l'ami di più?" Io risposi: "Non di più. E fino a oggi son rimasta distante come chi ha detto addio. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu profanata. una cosa torbida e trista vi rendeva folle. e forse neppure comprendo. Non si perdona a chi abbia vissuto invano. A chi mi confesserò se non a colui che amo? Questo è un sacramento. tre avvertimenti. Ah. per rintracciare il valore d'un gesto. L'amo io sola". dalla fronte al piede. e dopo che è spirato anche. E che cosa ho io f atto per attirarvi a me? Vi dissi addio.ceste dell'avvoltoio che rigetta il suo cibo orribile. -Io ho dato tutto. "Bisog na dar tutto" comanda una parola divina. mi ero già inclinata verso l'abisso. era congegnato per portarlo.. ho tanta abominazione dentro di me. Questa è la mia terza volta. . in un piccolo oratorio di campagna. fu bruttata più di me? A Volterra. lo so. un tenace nodo di potenza. grido. per saper questo. voi veniste incontro al mio amore. su la brughiera. come l'ho sentito! Gior ni d'ardore. quando è assalito. Ell a era smarrita. nel combattimento. Invoco l'indulgenza. Dopo la terza volta. ma mi sia concesso di testimoniare che ho dato tutto.. cerco di farmi perdonare l'ostinazione. Fate conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile. . vi ren . un giorno omai troppo remoto. Pensate ancora per un momento che sono viva . per l'amore dell'amore. in cui null a avanzava non consumato. lo so: non fu se non un gesto interrotto. e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte era come quel torsell o che è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso. "Che cosa hai tu fatto dell'anima tua?" E bisogna risponde re.Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: "L'amore più forte non è quello che vince?" Ah. e mi fu risposto. Egli temeva di guardarla. d'una paro la. Udite questo . io e mia sorella fummo l'una di fronte all'altra così come nostra madre ci fece. Tolleratemi ancora. che sono una creatura di carne e d'anima. qualche volta. Ma. Qualcuno ha detto che la fiamma è di natura animale. finisco c ome vuole la mia sorte. Avevo già guar dato la morte. Invoco forse un diritto? No. a qualunque scellerato. giacché professate il culto delle memorie. Lasciatemi parlare del mio amore! Ben era viva. La seconda volta. se non m'amate. come l'ho compreso. laggiù. Io ho dato tutto. La prima volta. Era una sfida superba? La raccolsi? M'il lusi di poter vincere? E che ho mai fatto io per vincere? Di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancora..Non temo di mostrarvi la mia verità. Voi siete estraneo. La mia anima d isperata io l'ho sostenuta con la speranza. la tolleranza che si concede al più miser abile. Quest a è la terza. Non chiedo nulla in c ambio. Ella aveva detto a d isfida: "Egli è folle di me". era il luogo del mio voto. su la strada fangosa di Volterra. Non ero nata se non per portarlo. parlai. c'è quell'Imagine che por ta i segni delle tre pietre scagliate dal viandante malvagio. d'un silenzio. d'essere sola e di ardere per ardere. Non so perché mi sia venuto in mente questo. giorni d'olocausto.

poteva valere e poteva non valere. tenendole le mani ch'erano fredde e umidicce. Egli si conteneva.Che ho detto? . non è male? . non vi schermite.Ah. le prese le mani. Ella aveva perduto il suo coraggio osti le. con quel modo ch'egli aveva di prendere la materia um ana e di porla davanti a sé e di dominarla.Ah. . La parola poteva essere una rivelazion e e poteva essere un trascorso. io sola.Perché? Che ho detto? . Tutt o poteva egli trarre da quel turbamento. . Non le strinse. Era omai allo sbaraglio. ma egli ricon obbe nell'aspetto di lei quel che era la volontà prima. . . per turbarla più a dentro. Vana. di scatto.Non è male.Parlate. Ma egli stesso fu affer rato da una tanaglia che non più lo lentò. Vana credette c he le pupille chiare di una fiera nascosta la spiassero di sotto a quelle palpeb re umane. abbassò ancor più la sua voce.de folle. Egli la guardò. per creare il cerc hio del segreto.rispose. Ella vacillò. con la voce sommessa per menomarne il tremito. La sorte vi manda a slegarmi. guarda ndola da presso. Ma non avevate occhi per me. . ditemi. E sul pallore e sul silenzio par ve balenare un gran baleno. Egli omai l'aveva in suo potere. L'istinto ferino gli suggeriva l'astuzia. Vi amavo io sola. Vana . non per l'inganno. accostò ancor più il suo viso. non per me. sempre più smarrita sotto le pupille chiare di quella fiera nasc osta. . Come può esser vero? Come si può far questo? . Non l'avete già detto? .Non siete venuta per provarmi che mi amate voi sola? Egli parlava a bassa voce. .Sì. È orribile. L 'istinto ferino del maschio s'impadronì di quell'uomo attossicato. invasa da un languore mortale. si chinò. .Di quale inganno? Ella balbettava. ma tutta la persona di lui spirava tanta violenza. . Il martiri o confessato di quella creatura non valse più del tizzo semispento su gli alari. Ella s'arrestò si smarrì.. per meglio t enerla. Egli la sospinse. ch'ella si sentì come stritolare.Non so più.Ditemi. la considerò.Perché dunque siete venuta? .egli disse. Ed ella vide uscire da quelle labbra le parole ultime. no. Bisogna.Avete parlato d'inganno. del colloquio richiesto. .Mai nessun dubbio? Un gran sussulto la scosse. Ella era come in una intermittenza di so gno e di veglia.No. quel che era la cagione de lla visita segreta. . le sentì s cendere nel più profondo di sé.No.. . ché le giunture le si scioglievano. voi sola. era come chi si assopisce in viaggio e a ogni sobbalzo del legn o si scrolla e si ridesta. Vana. non fate di me qualcosa di male! . non esitate. come un sorso inatteso d'ebrezza. . non le scosse. Egli diede un ardore ambiguo alla sua v oce. fu abolito.Non è più l'amore. Egli si levò. il vigore della rampogna. lasciò ch'ella se desse.Continuate. per non sbigottirla. intrecciò le sue dita alle dita di lei.Una reticenza? Vi disonora. Tenne afferrata la realtà per non più l asciarla: la sorella era venuta per accusare la sorella.Sì. io sola . troppo l'amate! . . . . non buona se non a divinc olarsi. Tutto il resto vanì.Non vi schermite.Voi sola.Perché anch'io sono folle. le s'inginocchiò ai piedi. vi amo io sola. Egli si volse di subito. come or a.

Forse m'amavi già. Egli ritrasse la mano.. Quell'altra cosa torbida e trista non più ti tiene. Roca era la sua voce. E. qual è la più bella?" Come nella notte di Volterra.che non cercherete di lui né ora né mai. ella era discesa a quel punto.Aldo? Ed ella gli s'abbatté su la spalla. ti slego. al suo acco rgimento feminino gli atti e i detti di lui apparivano quali erano: un gioco per fido per indurla alla rivelazione. qual è la più lon tana. Si raddrizzò. che da lei attendesse la libe razione. Ella si r addrizzò come se l'odio e l'orgoglio le risaldassero le vertebre della schiena. Nel tumulto e nell'os curità. el la era rimasta su la spalliera come una cosa vile e inutile. forse non hai mai cessato d 'amarmi.Sì. sin là dove la natura ha nascosto le fibre del dolore disumano..gridò in lei d'improvviso l'istinto. neppure il dispregio. . Egli la respinse.accennò con la convulsione delle labbra . ti consolo. l'amato le era apparso vit tima di un sortilegio. ma col presentimento d'una mutazione miracolosa che fosse per compiersi. che mi porti lontano. Ecco. . ..Dite. nulla più rimane in te. Vide ai suoi piedi un'angoscia bianca come un pannolino attorto e spremuto da due pugna rudi. .Giuratemi . . "Non è più l'amore" egli le aveva detto. neppure il disgusto. Ma parlate! .. aveva tolto alfine di sopra lei la pietra sepolcrale. È la cosa mostruosa. Di tutte le rive.. era tutto disseccato. . s e io metto le dita sulle tue tempie. Ti guarisco. con qualcosa di feroce in tutto l'aspetto.giuratemi che.lui. uno spirito d'ingenua giovinezza ancor superstite in fondo all'abominazion e aveva risposto: "Ecco. non fare te nulla contro di lei..Sì. di tutte le isole che tu hai dentro gli occhi. che an drete lontano. Egli aveva la lingua arida come una scheggia di esca. prigioniero d'un malefizio.. ti rinnovo. sì. . caduto il fascino.supplicò ella nell'orrore . ma con un languore d'aman te pur sotto l'orrore. Era c ome una lacerazione incruenta che mettesse a nudo quanto di più occulto è nell'opaca massa destinata a fallire a patire e a ricordarsi. lo spasimo della bestia.Di che? . Era come se invisibili branche se invisibili zanne fossero conficcate in quella dura carne.. Tanto l'amava? Tanto a dentro egli l'aveva lasciata penetrare nella radice dell a sua vita? Chi mai poteva estirparla? Egli si riavvicinò. come lo straccio st rofinato nella bruttura e gittato via. . dal le labbra ai precordii. Non so se sei tu che mi porti via. a un tratto. dite! Egli sentiva le mani di lei divenir sempre più gelide e madide. T'eri già volto verso di me. E.Come avete scoperta l'infamia? Di nuovo l'energia ribelle fiammeggiava nello stretto viso senza sangue. Ma sentiva l'aria della stanza occupata d a una enormità di furore e di dolore spaventosa. . balzò in piedi. che non cercherete più di vederla.. senza pietà senza bontà senza promessa. ora ritorni a me. nulla contro nessuno.No.Non mi toccate . Non aveva ripetuto: " Egli vi manda". .Lui . sei libero. . ora mi riconosci. Vana. ma con un abbandono avido al potere che l'avviluppava. Egli aveva detto: "La sorte vi manda a slegarmi".Non vi tocco. che ti nascondo . .Giuratemi che stasera non la vedrete. È orribile. Nessun o aveva pietà di lei.Ella spalancò gli occhi. Con che crudezza. tendendosi verso l a creatura già in piedi e in arme. non più t'infetta. ella non aveva pietà di nessuno. o se sono io che ti rapisco. Quasi in un sogno cupo rotto dai sobbalzi delle ossa. la respingeva! Rovesciata dall'urto violento. e con gli occhi sbarrati guardò la passione dell'uomo. Aveva scoperchiato la tomba. E per qualche attimo tutta la sua vita girò e rombò come una fionda intorno al suo capo in fiamma . quando saprete.

. dunque. come per rendersi intangibile. Ella si rimetteva il cappello. Le pareva di sorridere.Ho divinato. da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse intorno come massi d'inimicizia. non respirando che l'ingiuria e la violenza. il velo.Vuole? .Dove La porto? Ella voleva rispondere: "Alla Badia". .Non c'è un destino che sempre mi conduce a vedere quel che non dev'esser veduto ? Voi ne sapete qualcosa. che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla. se fosse riuscita a cancellarla. Si ritr ovò sul lastrico.Non mi toccate! . Ella aveva il passo fermo.ripeté egli sordamente. che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e p oi risollevata tutta contraffatta e lorda." Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra. Ella mise il piede sul predellino. "Viviano. Ella non rispose. la inorridiva. e la sua lunga schiena stecchita si abba . Un domestico la precedeva per accompagnarla fino alla scala. Certo. . nel martirio della sua scienza. le mostrò di nuovo quella faccia. senza fretta e senza fiacchezza.chiese con la voce brutale. Tutto è consumato.Avete veduto? . serrato dalle branche e dalle zanne invisibili. Egli aveva ripreso a vagare per la stanza . traversò l'andito. indietreggiando. alla badia. Era d'un bianco qua e là giallastro. Quella ancora la sco nvolgeva." Ella batteva le palpebre come per cacciare l'imagine della faccia bestiale dianzi veduta tra la fronte e la gola del suo am ore. Io ho vent'anni. Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto. buon compagno. "Un sorriso in una pietra.Andatevene. non aveva veduto nulla di più crudo. La bestia orribile non si affaccerà all'improvvi so fra la tua fronte e la tua gola.domandò il cocchiere. abbassò il velo. perché in quel punto aveva l'illusione d'essersi liberata d a tutto il resto. uscente dalla parete c ome una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serra presso il grande cav allo bianco. con la testa bassa tra due gran paraocchi. una tesa volontà di ripulsa. Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età. da quel leg no. Il c avallo bianco trotterellava zoppicando. Diede l'indirizzo di Simonetta Cesi. che disuggellare quelle labbra. credevo che l'ulti mo saluto sarebbe stato per te.Che cosa? .Da quanto dura? . . un rigore quasi lapideo in tutta la persona. co n un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate. e nessun'altra. . non ti muti più. Senza soffermarsi ne colse una che pendeva all'altezza della sua m ano: era sfiorita. "È compiuto. .Che cosa? . In verità. Era più facile trarre una voce da quella parete. andatevene! proruppe egli. come se fossero and ate al fondo tutte le cose infeste che la strangolavano.. ." Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura pubblica.gridò ella ancora. Egli la richiamò. e so troppe cose. sei scolpito. Ella non rispondeva. "Son o gialle" notò. Tu sei impietr ato. con una selvaggia repulsi one di tutto il suo essere. ma veramente non sor rideva. Viviano" pensò "credevo che t'avrei riveduto. Era come se le avessero capovolta l'anima. fra t utte le miserie fra tutte le ignominie nessuna più atroce di quella che si rivelav a nella convulsione di quella faccia ch'ella aveva amata. ho udito. si sfogliò subito.Vana! Ella non si volse. Ritornò verso di lei. rasentò ancora i cancelli carichi di roselline. rubicondo e lustro. Ma. l'aprì ella medesima. e fosse venuta nel luog o loro una parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema pace. ho veduto. andò verso l'uscio. poiché pensava che una mano potesse a un tratto prenderla per la spalla e trattenerla. le sarebbe quasi p arso di non soffrir più. in verità. forsennato. ella rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù. omai ella poteva ripetere la par ola divina: "È compiuto". in cui ella aveva adun ata tutta la luce della vita." Camminò diritta lungo il muro. "Tutto è compiuto. .

Disse. Lunella era intenta alla sua arte. o cara madre. fu segno e indizio e fatalità. spiò. E Miss Imogen. D io ti guardi. Rived eva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso. smilza e biond iccia. Salì all'appartamento della sorellina. e Aldo non lo ignora. che dirai domani? Piangerai un'altra volta? Ah. e quando tornerai tu dal viaggio? E ben so che non ho altri che te. fra poco verrò". come una minuscola Infanta.. col suo largo collare di merletto. non t orna se non a tarda notte." Con un gran sobbalzo ella rivide que lle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano toccata. a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa. "Simonetta. Poiché stava ella di profilo contro la luce. Lunella era seduta accanto alla finestra. un nido di rondine in una gronda: inutilmente. Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. un grande albero della Giudea fiorito in un giardino. sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le riusciva difficile. con la sua tavola. Vana in quell'att imo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per traverso splendere com . il cavallo bianco. entrò. stringendo i gambi con le due mani. e le cose crudeli la strangolarono. "Isabella è già uscita? va dov'egli l'as petta? E che accadrà? S'egli la uccidesse. con la sua lastra di lavagna ove restava disegnata dal gesso una figu ra geometrica. Scorse nella vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in m ezzo a un fascio di capelvenere. di nuovo il cuore le si torse. A ogni rispos ta del figlio ella s'interrompeva per un attimo. Li tenne su le sue ginocchia." Vana tratteneva il respiro. Udì la voce di Miss Imo gen che recitava nel suo idioma il ritornello d'una vecchia leggenda. con un misto di ribre zzo e d'ambascia. tutta seta e ricami. secondando con le dita a bili l'arrendevolezza del foglio che le si volgeva per ogni verso. Per non guardarla. il suo pr oprio. E tutto. "Isabella va ogni gi orno laggiù dov'egli l'aspetta.ssava verso la spalla sinistra. a stratte. dimmi. simile a un gentile paggio. dimmi.. non vista. con il suo leggio. Seppe dal portiere che Isabella era uscita. con quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella. sorella allegra!" Diede al cocchiere un altro indirizzo. spiando per mezzo ai lembi della tenda. Simonetta. Si soffermò. il muro scrostato . La stanza e ra chiara e tranquilla. "Perché ho fatto questo? Per vendicarmi? La vendetta è u na gioia. Ebbe onta della sua ribellione insensata contro q uella tutela funebre. e anche la Driade. e sentiva che veramente nessuna creatura umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ai suoi piedi Tiapa era seduta su la seggi olina dorata. in piedi p resso i vetri.quelle rose. co' suoi fiocchi di nastro c he le ritenevano il peso dei capelli alle tempie. se tu sapessi quanto male fa l'a more. E qual è la mia gioia? L'ho fatto per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. "E quando tornerai tu dal viaggio.furono i segni che la conducevano verso il com pimento. no n avevano osato più toccarla. leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio. e guardò il cielo. il lieve cielo come sparso di p iume. Spesso ella s'indugia. qualche volta al mattino. che L unella era rientrata. l'anima le si r ivolse. L'ansietà la riprese." Senz a comprendere. Cercò anche una rondin e a volo. in un abbigliamento suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne ." "Quando l'alba si levi a tramontana. ella rimaneva come sotto un incubo deforme. L'ho fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel lordume della vita è una maniera di morire. E allora le figure del caso . Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un palazzo. si tendeva verso il miste ro in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. come sul sentiero della badia: "Fra poco. S'appoggiò indietro. discese. comperò i fiori. o figlio mio gioioso. i denti minuti e puri come quelli di un bimbo. con la sua scansia di libri. da quel punto. cercò una rondine i n una gronda. Fece fermare la vettura. Scese davanti alla sua porta." E la sua inconsa pevolezza profonda. la disparizione delle rondini . respirò la primavera. vestita d i velluto fulvo. sollevava le palpebre ombrose e guardava il libro. Nell'or rore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso l'Ombra. e Aldo non lo ignora. di sotto alla sua scienza funesta.

inconsapevole di ciò ch'era sospeso su la sua chioma d'ange lo magnifico. .Perché sei stanca? ." "Quando le piume sienvi come piombo. anche con gli occhi ap erti." Non il pensiero dominante della morte ma il gelo stesso della morte allora fu n ella misera che di dietro la tenda assisteva allo spettacolo di quella vita igna ra. . mi mette tanta voglia di dormire. le corse incontro. Ella s'agghiacciò tutta.Non si può. "Quando le piume sonvi come piombo. poi reclinava il capo e riprendeva il sottile suo lavoro. dalla nuca alle calcagna. subito morì." "Quando le pietre nuotino nel mare. ." Ella fece un passo di là dai lembi della tenda.E perché lo dici? .Tutte? . come se subito non comprendesse quegli strani modi che dissimulavano la sentenza tremenda..Perché sono gialle. . "Quando le pietre nuotano nel mare.Te lo dico io..Tutte. . . a piedi nudi. E la portò e la diede: ma q uello che l'ebbe. .Sono per me. si partì sola sola . dimmi.No. ché sono tanto stanca. Dormo.Chi l'ha detto? . dimmi." "Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti.E come lo sai? . sono per Morìccica. dall'estremità della terra. da un paese che si chiamava Madura.Perché? . balzò in piedi. Le parve non d'essere sul punto di trapassare ma d'essere g ià simile al trapassato che ritorna nella sua casa come un testimone invisibile e guarda le creature familiari vivere senza terrore sotto le sciagure imminenti. o figlio mio gioioso.Me m'assonna. o cara madre. quando le piume sonvi come piombo? E ben so che non ho altri che te. per portare una rosa: una rosa gialla. dimmi.Perché lo so. o cara madre.Perché una.Perché non si può? .La primavera affatica. queste no. . Non la senti tu? . che non si chiamava Lunella ma era dolc e come Lunella. . dimmi. o cara madre. La figura dello spettro ent rò nella sua immobilità. . si partì di lontano lontano." Nella breve interruzione il cuore di Vana pareva arrestarsi. dimmi. Lunella si volse.e topazii. dimmi. Una volta una bambina. lasciò cadere la carta.Per me? per me? per Forbicicchia? . porta sfortuna. quando le pietre nuotano nel mare? E ben so che non ho altri che te. o figlio mio gioioso. Dammene una! .E che importa? . quando l'alba si leva a tramontana? E ben so che non ho altri che te.Lasciami sedere. Per un attimo la p iccola sorella rimaneva attonita. la cinse con le braccia e pose il suo vi so nelle rose.Dammene una! . dove c'era un Dio che si chiamava Visnù. . "Quando l'alba si leva a tramontana. o figlio mio gioioso.Sta a sentire.

Vanina! Vanina! Gridava come se morisse o vedesse morire. dormire. La bimba dormiva con la gota contro la spalla della sorella. La prima squilla della salutazi one angelica mosse un'onda che le inondò i precordii.Sorellina. Quella si ritrasse. o cara madre. cadessero sul viso di Lunella. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto. Era come un'eco rit ornante. sentendo un calore materno esalar e da quelle braccia e penetrarla. "Ah.Oh. vide le due sorelle aggrappate l'una a .disse Vana. .. f orse anche nell'altro piccolo cuore. Come Miss Imogen apparve al l'uscio. Vana sentiva l'odore e il tepore dei capelli... e la tenne. ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva rispondere per ambagi sempre la parola disperata. Non si mosse. il respiro di Lunella era eguale. non diede il più lieve crollo. Il s opore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata. D'improvviso nell'oscurità un grido si levò. e quando tornerai dal tuo viaggio? E ben so che non ho altri che te. il suo respiro s'ac compagnava al respiro innocente. Sbigottita Imogen accorse. parve le bastasse di appoggiare il capo sopra un petto crudele e di piange re un poco e di addormentarsi e di non svegliarsi più." S'era fatto il vespro. vi s'accomodò con pic coli moti dei muscoli come per meglio aderire. ché anche la misera nella confusione del sonno era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo e tutto il corpo sobbalzare convuls o. tutta la gracilità sensibile delle ossa. entrare così nella pace. per tema che le gocciole calde scorresser o. invasa da una comm ozione che non poté nascondere. l'ombra s'incupiva. sott o le porte. " Il ritornello. ondeggiava nel cuore di Vana. dimmi. La contenne. a cui un altro gr ido rispose. sé medesima nella remotiss ima ora. Quell'accento era sorto all'improvviso dal penetrale della stirpe. o figlio mio gioioso. E quella n on si disciolse ma restò nella stretta. come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi profondi. l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende." Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata. dimmi. "E quando tornerai dal tuo viaggio." Ben era quell'onda stessa che le saliva alle ciglia. abbandonata su le gino cchia che la reggevano. fece la luce. dormire. gridava come nelle tenebre del sepolc reto. non ricordarsi più di nulla. che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva carezzate entrambe nel tempo felice. il respiro quieto. "Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti. sorellina. E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante. un grido di terrore. che tra boccava. palesati a quando a quando con un'aria con un tono c on un gesto con uno sguardo. nella calda tenerezza. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. "Quando le piume sienvi come piombo. "Fin che tu ti rammenti. la riversò dentro. perché tanto mi somigli? . non come verbo ma come melodia. senza risveglio !" Ella pensò che un giorno. non saper più nulla. se non indist into. Ascoltava il silenzio: le cose v i calavano a fondo come in un mare. no! La forza misteriosa del sangue si rimescolò. Il tempo fluiva nella oscurità. Forse la stel la già tremolava sul più alto cipresso del giardino. o cara madre. lievi eppure più certi d 'ogni altra affinità carnale. negli angoli. la risvegliassero. "Quando le pietre nuotino nel mare. Vana cred ette riudire sé medesima in quelle due sillabe esclamate. o cara madre. Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo. di stru ggimento. e l'anima le venne meno. un calore materno. a quell'accento. ove le geniture segnarono i più lievi segni del riconoscimento. fin che io non mi scordi!" Le palpebre di Vana s'appesantivano. " "Quando l'alba si levi a tramontana. con gli occhi ella le accennò di non appressarsi. il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio. . Le campane sonavano.

Ella rimase nella vasta camera di damasco verde. La donna uscì. . .Credo sia giù in guardaroba. nulla. con un sorriso compunto. . La piccola la seguì fino alla soglia. che non s'aspetti.Chiamatela.Non te n'andare! .ll'altra e smorte. Entrò. Scese la scala.Non pranza? . Lunella s'è svegliata e ha avuto paura del buio. . Ha fatto sapere che non torna.Verso che ora? .Ti dico che torno.disse Imogen. pettini e spazzole di varia densità.Non te n'andare.Sono quasi le nove . s'è vestito ed è uscito di nuovo.Sono ancora così. . piccola cara.Chiamate Francesca. scatole di cosmetici. . torni? .No. bisogna che tu ti faccia servir e il tuo pranzo. nella camera da letto. . Si volse per uscire. Il gran letto era preparato.Francesca. Ella baciò l'inquieta.È rientrato. La piccola tremava ancor tutta. uscì. vedi? Bisogna che mi svesta. Era lo stesso modo. Chiamò: .Vanina. Pranzava fuori. e Vana non riusciva a domare il suo proprio tre mito. . . . La sua cameriera non rispose.No. Tutta la ca sa le parve deserta e sinistra. Chiamò: .Che ordini ha per il pranzo? .V'ha parlato ella stessa? avete udito la sua voce? . Un'amarezza così atroce le torse lo stomaco che la donna credette avesse riso. che venga su da me a spogliarmi. la lunga camicia molle e trasparente era posata su la rimboccatura orlata di pizzo. Non reggendo all'ansia. Ella s'allontanò di corsa per l'andito. Er a veramente più atroce che il vomito funebre dell'avvoltoio. .Mezz'ora fa.Torno. Posò i fiori sul suo capezzale.Di dove? La donna chinò gli occhi. in ba .Non ho voglia.Nulla.Quanto tempo è passato? È tardi? Che ora è? . . . . . . A un tratto le faceva ribrezzo. signorina. Non incontrò nessuno.Mio Dio! Mio Dio! Che accade? . si diresse verso le sue stanze. . Era là.Isabella è tornata? .Nessuno.Come l'ha fatto sapere? . . Come avrebbe potuto ella lasciarsi toccare da quelle mani? . Il si nghiozzo frenato le rompeva il petto.Così tardi? Bisogna che tu mangi.Bene. Prese il mazzo delle rose.Sì. . Su la tavola della specchiera brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze. era la stessa voce della no tte di Brescia.Ha chiamata me al telefono.Chiara! La donna rispose.Chiara. Vanina.Si sente poco bene? . . corse verso l'ap partamento d'Isabella.Francesca dov'è? . non te n'andare! Rimani con me stasera. signorina.Vuole che la spogli io? .E mio fratello è rientrato? . che odorava di ge lsomino come l'estate del giardino di Volterra. Poi torno.

riconobbe il Carro.Domattina chiamerà? . Francesca. qua e là. Andò alla finestra. Spense tutte le lampade. . tranne una presso il capezzale. Res istette alla tentazione di rivederla.Andate con Dio. le Pleiadi. n on gittata sul lastrico ma creduta ma temuta ma ripresa.cili o in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi altra ar te. Trasse il pugnaletto d'Andronica. si raddrizzarono le vertebre nella schiena. Lo purificò." Ella sapeva come la salma si ponga in apparecchio di sepoltura: si ricordava di sua madre. Era incolume. E il resto fu silenzio. lo nascose. Ella posò la lama presso il fascio delle rose. cercò intorno. Non richiuse. congiunse i piedi come offrendoli alle pastoie d'ar gento.Aveva vinto. ne provò la punta su l'unghia del pollice. poco dopo lo sciagurato dibattito. Subito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. cercando l'interstiz io. che l a donna non poté trattenere una parola di maraviglia. Ma era tanto bella nel suo rigore adamantino. aveva inebriato di voluttà e di menzogna la bestia rugge nte. Si lasciò pettinare pazientemente. L'ora del pericolo era trascorsa. salì su la proda. Rimasta sola. né di nessuno. un tenace nodo di potenza si riformò n ell'anima. "Dio ti g uardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale. avvolto nella rascia rossa del guidone. Sono pronta. tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del corpo trionfale. ma il cuore le restò prode. Allora si sentì bella di quella bellezza che a traverso le lacrime ella aveva ved uta soltanto sul volto dell'eroe supino. sotto l a massa della chioma piantata intorno alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso. Volle essere intenta a una sola. Un brivido le raccapricciava tutta l a carne. certo. già appartenuto a quell'Andronica Inghira mi il cui nome è scolpito nella pietra fessa d'un architrave. a rabbia e a infamia de lla delatrice. si riadagiò col capo su que' suoi capelli tanto fieri che s embravano nutrirsi del suo coraggio. Vide luccicare quel che cercava: un pugnal etto turchesco dal manico di calcedonio. Risollevò il busto per porre su i nudi piedi congiunti le rose. come ad oss ervare il rito del connubio funebre. quel la di portarla via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. Tenendo stretta l' elsa gemmea nel pugno. "Eccomi. che ancora tentavano di assal irla. mentre l a mano sentiva battere la forza del cuore sotto il costato. . con intorno al ca po il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia. Avev . . io stessa ti guarderò come dianzi quand o tu non mi vedevi. Lo prese." Rivide l'eroe supino. alla badia. per consacrarla. E la visione fu ev idente come se il rude letto da campo fosse a fianco del letto verginale. E dalla selvaggia repulsione risorse la forza. Tornò alle sue stanze. Spense l'ultima lampada. Scacciò da sé le ultime imagini acri. Vigilò sé stessa come il guerriero il qual tema che un pensiero ignavo penetri per la fenditura del suo casco. fuorché di Lunella. scarno e forte come quello d'una Martir e indomabile. Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura ondeggian te con la pieghevolezza delle malvage murene. un sovrano dispregio fiammeggiò nello stretto viso senza carne. insieme col nome d'Ugo Riccobaldi. aveva vinto ancora! Ancora una volta. Scelse la più bella dell e sue vesti bianche. Non schiacciata dall'ira. Si scalzò. si distese. le Guardie. lo sguainò. lo m irò.Chiamerò. resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante: quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia. Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa. l'aperse: la notte era stellata ma fredda su gli orti cupi di cipressi e di allori. Seguendo un ricor do ben distinto. Non ebbe pietà di sé. chiuse le porte. Ella rivide la bestia orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato sopra la vita e sopra la morte. u scì. Evitò di guardarsi nello specchio per non essere indotta a co mmiserare la sua giovinezza. Apprestò il suo giovine corpo. sopra uno scudo a tre stelle.Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. . Con gli occhi d'incorruttibile smalto salutò le giovani ste lle nel cielo di primavera.

più potente che i nervi i tendini il sangue. la vide moltiplicarsi come un mostro che schiacciato rinasca e si ri gonfi e si dirami in più tentacoli tenaci.Che pazzia t'ha preso. .Paolo! Paolo! In un baleno ella aveva compreso. scorse d'improvviso gli immob ili occhi che la guardavano.Aini. mi scacci. non l'aveva di subito avvilu ppata nel suo desiderio inesausto. Aveva es itato. che non fosse vuota. Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito da l sonno? Ancora col barbaglio dell'aria aperta. . aspettava la donna.No. che le rannodò le giunture. . vuotato di sang ue.Che hai detto? Atterrata ella non era ancora: ma certo qualcosa di lei era piombata a terra. s i avvicinò. . come un violatore micidiale. La sua faccia pareva distrutta. Egli si levò. simile a un pugno di cenere. era perduta. come aderente alle vertebre.Perché mi fai questo? Lo sai che non voglio. sono qui. Contratto sul suo spasimo. . non lo vedeva bene sul divano immerso ne ll'ombra. Non una vena in lei. ardeva nella sua parola. ma egli non si levò. la forza viva e invitta della menzogna. che le riempì le vene. non le era andato incontro. .Impazzisci? . come dopo un colpo che atterra. non le aveva sollevato il velo con la mano im paziente per divorarle le labbra. che gridava con tro di lei. Era stroncata. prima di dirigersi verso il nascondiglio dei suoi piaceri. si chinò verso lui muto. come quando aveva lasciato cadere da lle mani tremanti la tiepida prigioniera. a un tratto? di che t'hanno abbeverato per farti c osì bruto? Mi ingiurii.Ah. . non un muscolo. Le sue gambe s'agghiacciavano. risonò cruda fra le quattro pareti.Vattene. Aveva traudito? La parola di vituperio risonò la seconda volta. .No. s e bene ella restasse in piedi.Impazzisci? . con la bocca splendida a traverso il velo. il suo cuore parev a come retrocesso verso la schiena. veramente. che non tremasse sotto la pelle abbandonata dal calore. con l'impeto e co n la grazia in ogni piega delle sue vesti. come quando ella aveva raccolta presso il davan zale la rondinella loquace. E poi si fece una pa usa. e credi che non sia necessario dire una qualunq ue ragione! Sei un insensato. Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur sempre as somigliare a Ornìtio. era un fasciume da gettare sul lastrico. Non mi guardare così! Ella indietreggiava. . che non si snodasse. che l'aveva annientata. Poi aveva riso luto di affrontare il rischio. Paolo! Mi vuoi spaventare? Era come in quel giorno marino. minaccioso. con un riso convulso. Nettamente dico quel che sei. E il riso già somigliava al singhiozzo. non una giuntura. no. Rapidamente si tolse il velo e il cappello. se non vuoi che io ti getti su la strada.ripeté ella. Lo sdegno esalava dalla sua attitudine. Non voglio che tu mi guardi così. . poi sfilandosi i guanti. più cruda. come allora. Non più abbagliata. così. Dormivi? Egli non s'era levato.a raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore e il suo furore. quella che sverg ogna la femmina da conio. Ella indietreggiava. una forza che le rimise il cuore ne l mezzo del petto. con la voce che le si rompeva tra le mascelle come s connesse. L'uomo. . che le ricolorò la faccia. Una parola vituperosa. Aini. . E una forza pr onta proruppe dal suo profondo per salvarla. e gittò un piccolo grido. rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza. Ho pietà di te. non l'aveva abbattuta sul tappeto ancora tutta anelante. E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso. Pa olo. che le concitò la voce. Aveva la colpa nelle midolle. che le rassodò i muscoli.Ora vattene. Lo sai che ho paura.

E v'era per lui un solo varco un solo cammino un solo orizzonte. ed ella glielo serrava. ma è un verbo testimoniato col martirio. Quel che di me più vi brucia e vi crucia. Nessuna parola e nessuna lagrima varrà mai al persuadervi che non ho ceduto al vizio deforme ma a questo senso div ino del patimento. fammi sempre più male. perché vo i siete come tutti gli altri? perché la vostra gelosia è così cieca. di eccitarlo..Tu stesso mi difendi. . Quell'uomo doloroso e iroso. folle e vile! Come osi di gettarmi in faccia questo dubbio mostruos o? . ch'io porto in me. Questo è certo. questo mi dichiarasti.Ho detto quel che sei. Ella era là. t'avessi scagliata nella polvere. discosta.Senza grido. Ella avrebb e voluto rispondere: "È vero.Ah. la colpa di cui mi accusate. ."Capace di tutto!" Ti ricordi? ti ricordi su la via di Mantova? Questo mi ris pondesti. È il mio torto. E promettevi il dolore e l'obbrobrio con le par ole oscure.Mi sono data a te senza misura. Non ho fatto opera di carne ma . in piedi. vederla scomparire. per la frene sia malvagia delle torture. io l'ho commessa. Ed ella era ancora là. Mi ricordo. Anche dissi: . che hai un amante perfino in casa tua. av essi schiacciato me e te contro quei tronchi. Ella balzò. vile. Porto le bruciature. . L'ho commessa per amore dell'amore. E senti va di non poterla abbattere se non per giacerle sopra. egli confermò: . che è il dolore disperato. io non saprei continuare a vivere. Un tale amor e disdegna la felicità per un bene ignoto ma infinitamente più alto. come la s ola cosa viva nell'Universo. le sembrava ottuso e tardo.Non è dubbio.L'amore che io amo è quello che non si stanca di ripetere: Fammi più male. per una delle tue tante perversioni crudeli. E questa non è una dottrina perversa. come i carboni a ccesi tra le dita di chi li raccoglie scottandosi per evitare l'incendio: . Vi sarà più facile toccare le stelle nel volo che avvicinarvi al mio mistero. . Ah. con quanti modi ambigui! Tu lo sai. è così ferina? Vi amo sino alla morte. Io me ne ricordo.Il dubbio tu stessa ti sei piaciuta di suscitarlo.Esigo che tu parli. si disseccherebbe. La necessità della discolpa la umiliava.. come tutte le potenze divine. . Ah.. la mia car-ne.Ah. E nessuna della tua specie ti eguaglia nell'impudenza. lo sai bene. Con questo mi difendi tu stesso. Non vale che io parli. Eppure. Non ho cercato né ho dato il piacere.. non si nutrendo se non della vostr a. è certezza. Qualcosa come un flutto dell'anima saliva di dentro e velava la sua sfrontatezza. Non credevo possibile la duplicità in una creatura che ogni giorno si torce urla agonizza nelle mie bra ccia e ogni giorno mi chiede di più e si dona con più furore. simile a ogni altro uomo nel la rampogna nel dispregio e nel castigo. ed egli voleva ancor più separarla da sé.Folle e vile! . sotto gli occhi delle tue piccole sorelle. lo so: voi non potrete mai comprendere. e n'è curvata verso la polve re o verso la gleba. quante volte. per lui. Se voi ora veramente aveste la forza di scacciar mi o di fuggire. hai perverti to perfino chi ti vive accanto. m entre la coppia richiede il giogo e n'è gravata sempre. dimostri tu stesso la tua demenza. e questo gli uomini sanno ma non osano confess are. ma ho presa nella mia mano tremante un'altra mano tremante per scendere a trovare il f ondo dell'abisso. L'amore. o forse del tempio sotterraneo. non è un gioco di perfidia. respingerl a nell'abominazione. Ma pensavo che tu ti eccitassi col fantasma della colpa. . quan do finalmente l'amante non sarà più lo stupido nemico ma il fratello pensoso e volut tuoso? Lo so. per distruggersi in lei. verso cui l'ani ma si tende di continuo rapita dal più puro dei dolori. Disse. e vorrei non discolpar mi. La sua menzogna ora pesava alla sua passione. e forse è inevitabile che la guidi il bifolco avaro. . con parole aride e rapide che gli passavan tra i denti. perché non è vero che la perfezione dell'amo re sia nella congiunzione di due.Tanto la misura t'è ignota. la sola cosa alzata sul suo varco. avessi annientata la tua perfidia e la mia sciagura! Ella era fisa. in me. . e minacciavi tutto il male. quasi pacato. non si esalta veramente se non nella trinità. gridò d'indignazione irrefrenabile. col più dolente sangue del petto.Quel che hai fatto.

indietreggiò. la sua cintura.Non rispondi? Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. assorta.. ma udiva nella voce il ruggito soff ocato del desiderio. . Ella si levò e disse: . E anche per voi. Ella lasciava fuggire da sé la forza della menzogna. aspettando.Taci? . e tutte quelle vampe di precocità ter ribile emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva perfino l'energia di mentire. e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma. quas i un'implorazione senza suono. Ella rimaneva iner te. L' eloquenza della difesa le diveniva intollerabile.. Già a Mantova. Sen tì il noto sapore dolciastro nella sua bocca. ma turbava intanto co n la sua groppa il maschio. quelle domande roche la stancavano come un clamore importuno.vattene. Ella non gridava né si difendeva. e tutt e quelle linee di pensiero e di divinazione. e non d'una sola stilla. dominando la voglia orribile di gettarsi add osso a lei e di straziarla. Ella era assorta nelle sue penose ambagi in cui la sua anima avviluppava la sua novità invece di liberarla. Quella sua pallida nuca. come un bruciore come una slogatura come un taglio. Si volse per raccogliere i guanti il cappello il velo. e poi sentì l 'altra bocca schiacciarla. quasi in un'attitudine d'invito al desiderio. con un gran fremito: . l'incavo delle sue reni. e le mani pas sare a un'altra violenza.diceva egli ottusamente. . Ora taci? Confessi? La violenza contenuta di lui la affaticava. e la carne penetrare la carne come il ferro che sventr . ella fece qualche passo verso il divano: vi si abbandonò q uasi prona. "Ah. c'era nelle sue affettazioni qualcosa di lubrico. vedeva l'Amore chino su quattro piedi e privo de lla bella fronte. E col pugno la percoteva sul viso su le brac cia sul petto. l'aveva assalita quasi con le stesse domande. e flagellami!" E la fronte del fratello. Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal dissim ulata bramosia.Vattene. più pesante del pugno. e i colpi cessare. quasi con gli stessi gesti. .Da quanto dura l'infamia? Ella aveva commiserazione di lui che tanto in quel punto somigliava a un altro uomo. e si coprì la faccia con le palme. Il maschio già s'era precipitato sopra lei. o taci. ella comprimeva l'enormità della sua vita segreta così cupa d i onde cozzanti che di continuo si frangevano e schiumavano al limitare d'un ant ro in fondo a cui stava nascosta la Sirena dell'inaudito carme.disse .Vado.di triste iniziazione. il quale. Ella non lo guardava ma sapeva che tutta la vi ta di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza né umana né divina avrebb e potuto opporsi. . quel giorno.Addio. non mi dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me qual sono. che tocchi me quale sono. Egli la lasciò. era caduto in un viluppo. quella doglia angusta come ogni doglia carnale. ruggendo la parola vituperosa. questa mia novità nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e per cangiarmi. e l'ardua malinconia d i quelle pupille così perspicaci. L'addio le restò tra i denti. tu l'avevi corrotto. Dimmi quella parola. e quelle labbra così cupide e così scontente. Prona. credendosi ingannato. Ancora una volta ella vedeva l'uomo diminuit o. trasformato in noiosa belva. . . Erano l'una di fronte all'altro.Forse già. e le sue spalle piane. che somigliava il gemito ond'ella aveva accompagn ato il miracolo del primo bacio. debole come il fiotto d'un bambino infermo. Ella non ascoltava più. pudenda co me il sesso. l'aveva a tterrata. A capo chino.Vado. anche per voi io sono una scienza: non sono una felicità né son o una sciagura ma una scienza severa". prima d'incontrarmi e di tentarmi. a un altro amante. ma a ogni colpo gemeva un gemito sommesso. Non voglio ucciderti. taciturno che non parlate se non ad off endere o a delirare. . e i l suo fianco e la sua lunga coscia obliqua e in parte fuor della gonna rappresa i fusoli delle gambe apparivano.

sotto le porte. si sollevò. incro ciare le braccia sul volto.È tardi. rannicchiarsi come una povera bestia sbigottita. E allora egli vide la donna atterrata e devastata raggrupparsi in sé stessa. . tra le qu attro pareti ch'erano quattro testimonii di silenzio e d'ombra.chiamò egli tremando in tutte le ossa. . . Alzandosi.a. il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio.Isabella! . anche una volta si formò qualcosa di breve e d'infinit o. per un tratto. di consueto e d'incomparabile: lo sguardo. con un soffio in cui spirò l'intera sua vita. E nella lividezza del crepuscolo. Perdonami. guardò intorno stupefatta e sos . perdonami. Come rinvenne.Alzati. . con i rest i di un oscuro assassinio fra i loro corpi disgiunti.È vero. Uno spra zzo di luce rischiarò la stanza.Isabella! Le s'inginocchiò accanto. l'una contro l'altro. . Ed ella non cessava di pianger e. carponi. E fu tutto. L'uno urlò come se in lui si compisse lo strappo atrocissimo. cercò di sollevarla di sotto alle braccia ch'ella teneva ostinatamente incrociate sul volto. vinti da un amore ch'era più grande d el loro amore e che forse tornava dal luogo della bellezza dilaniata e derelitta . . nelle lacrime tutto il suo viso pareva stemperarsi. in fondo a quella stanza d'amore.vieni. Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla resisteva. senza freno. negli angoli. fu l. E il cuore gli si divise. Egli s'alzò in piedi. e scoprì i segni delle percosse. quello sguardo. tendendole le mani. poi ricad de. Il suo pianto era come il pianto di Lunella. I singulti precipitati parevano soffocarla. da q uel mento che pareva smagrito nella lugubre ora. Ed ella non cessava di pia ngere.chiese egli. È vero. fu lo squasso rabbioso di chi si sforza strappare dall'infimo le più rosse radici della vita e scagliarle di là dal limite imposto al lo spasimo degli uomini. Ed egli s'arrestò. strabocchevo le. . perché uno scroscio di pianto più alto gli ritolse la forza. brancolò su la parete. qualcosa di fuggevole e di eterno. L'altra si scrollò. se non indistinto. nel barlume violaceo. Ella disse: . ma con qualcosa di esanime fra loro.Mi ami? . Ed egli si trascinò sul tappeto. fu la mischia fe roce di due nemici legati per il mezzo del corpo. che io ti lavi. Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo. premendo quelle mani su la sua voce supplichevole.Mi perdoni? mi perdoni? Egli si torceva d'angoscia. Ella non cessava di piangere. l'olio versato che assume la forma della lampada ove si acquieta e r isplende. è vero: sono folle e sono v ile. . che era l'anima sua stessa divelta.ànsito crescente nel collo gonfio di arterie da recidere. Ed entrambi rimasero abbattuti sul pavimento. Bisogna che vada. l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende.Perdonami. scoprì tutto quel povero viso disfatto che impregnav ano le lacrime come se dalla palpebra le si fossero diffuse sotto la pelle. da quelle povere gote solcate e peste. Più sommessamente egli pregò: . era come il torrente. ebbe un lieve deliquio.egli pregò . là dove avevano commesso l'oscuro assassinio. scoprì la bocca piena di sangue e di lacrime. Isabella! Era folle di rimorso. di pietà e di passione. prostrati senza parola. lo rifece spoglia vuota e misera bile. Tremando le disgiunse le braccia. E rimasero prostrati. sentend osi ancor vivi entrambi e lordi. con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste bagnata che aderisce a lle membra. .Mi perdoni? E da quel dissolvimento nel pianto. da tutta la persona menomata e come annodata nella doglia. perdonami! .proruppe disperato. nascondersi. Lascia che io ti porti. La prima squilla della s alutazione angelica giunse nell'ombra che s'incupiva.Lascia che io ti spogli. con un rantolo che si ruppe in un pianto più disumano dell'u rlo.

. disse all'improvviso c on una gravità senz'amarezza: . quasi ella fosse dive nuta un'altra o trasognasse: . Is abella. .T'inganni. Rientrando. . che si manifestava i n cominciamenti di gesti. . se mi domandano? Poi si volse e soggiunse: .. i quali non le appartenevano. Poi. in fuggevoli sguardi. . È impossibile che noi ci separiamo stas era. e la contrattura le fece dolere il labbro.Sono qui .Vana non mi domanderà. Non te n'andare.Vana è stata da te oggi. . . scrutò tutti gli angoli. E per qualche istante l'illusione li avvolse.Ho fatto male a restare. ansiosa. . . in ascolto. appare nte e sparente. Lascia che io ti spogli.Che dirò. Disse: . Si levò. Ella si persuase. e guardò il dorso su cui rimaneva una tr accia sanguigna. senza sapere perché. un gonfiore nerastro al lab bro di sopra. Rimani qui con me. . s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota inclinata sul ne ro imbuto. quando ella si svesti va per rimaner nuda sotto una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate or a da uno gnomo ora da un silfo.Vana m'ha accusata a te.Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo! Poi si scosse. che dici? Come possono lasciarti fuori? Chi? Rapidamente ella rispose: . Oggi è venerdì. senza volgersi.No.Lascia che io ti aiuti a spogliarti. E sbarrava gli occhi fisa alla sua ansia. che io ti lavi.Stasera bisogna che vada via presto. Tra le linee del viso. Certo ora sanno che io sono qui. in piccoli guizzi di muscoli. Non avrei dovuto uscire. Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva al servizi o. si lasciò trarre nella stanza attigua. Egli la guardava. . Indovinerà. Non te n'andare. trovò Isabella che si guardava nello specchio minutamente i segni d ei colpi nella faccia.Ma perché sei tanto inquieta? Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva. Ti supplic o! Riposati accanto a me.Di qui puoi avvertire Chiaretta. Le sue parole divenivano incoerenti. Egli l'accarezzava perdutamente. Certo mi spìano. . e qua e là lividure che cominciavano a scurirsi. . Sorrise nello specc hio. Potre i rimaner chiusa fuori.Che dicevo? . quando le stanze erano piene di fiori.Isabella! . M'aspettano. T'inganni. Bisogna che rientri presto a casa.Mi pareva che dicessi cose strane. le si moveva a quando a quando una linea quasi impercettibile. già alterate dalla violenza e d al pianto. Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito. la bocca ferita.ella rispose. .Bisogna che io vada. le palpebre gonfie e rosse. batté più volte le palpebre. quan do pranzavano a una piccola tavola coperta di delicatezze. che le era estranea. Pareva che una paura occulta dissolvesse i suoi pensieri.Vieni.Bisogna che avverta Chiaretta. era un'altra. . con un modo insolito. Egli moriva d'angoscia. Dopo aver parlato. Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare. Troverò chiusa la por ta. Mi lasceranno fuori. di vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto. con un 'attenzione infaticabile.Isabella. Ella aveva su la fronte una lunga scalfittura rossa.pettosa. sotto l'orecchio destro. non mi lasciare stasera. Non mi lasceranno più rientrare. . s i premette col dorso della mano la bocca.chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno. per fugare da sé un'aura che l'agitava. Rimarrò su la strada. un'a ltra scalfittura sul collo. Non farò più in tempo. Credettero di essere in u na delle loro sere di festa segreta.

. per asciugare il sangue del primo bacio.Vedi? . e intenta. . come portatagli da una raffica di tempesta. guardandosi sul braccio una macchia scura come d'inchiost ro. irata.Poi ti parlai di Vana. conobbe un tremito nuovo. della passione di Vana. Non è stato il bacio di colui che ami".Sì . senz'amarezza. sul br accio la chiazza fosca. Te ne ricord i? . quasi respinti d a una severità superba che ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sass o. Quando. il bus to connesso aveva la tenuità e la perfezione d'un calice floreale. nel labbro il gonfiore livido. tenera. stretto dalle catene e infiacchito dal digiuno. sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce.disse. . Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche.rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto.Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. egli ne fu attonito come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza. ti parlavo del mio giardino di gelsomini. disdicevoli a quel corpo come a una statua severa. Egli non aveva fatto tanto sforz o quando in Luzon. s'aprivano a guisa di ventagli numerosi. con la fimbria stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al mod o fenicio. ma con quella gravità rassegnata. Nude le larghe spalle emergevano. perché tu non potrai più baciarmi. Egli l'aveva veduta triste. e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali.. Aveva su la fronte la scalfittura rossa. l'aveva vedu ta in tutti gli aspetti. ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando l a punta della calza rimasta aderente all'unghia del pollice. S'era riacceso in lui il fuoco torbido. che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. ch'ella m'aveva offerto a Mantova. ma ora cadevano come ingom bri morbidi. con quel suo viso che non aveva se non il colore dell'oss o in cui era sculto. e senza sorriso. Te ne ricordi? . gaia. . che veniva da un anfiteatro vicin o. tutti gli involucri partecipavano dell'intima grazia e sembravano arricc hirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla pelle. . . Ella mangiava interrottamente.Povera piccola dolce! Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. riudendo dentro di sé la voce infiammata della vergine olivastra. ma andrò. e le dirò: "Guardami la bocca.Ora vattene . L'orlo della camicia era squisito di scollo e di ricamo. dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi.Sì . profumato di gelsomino. E il silenzio era interro tto a quando a quando da un clamore di popolo. Quella era d'un nero blu ramif icata di verde. senza rancore ella parlava. n ella stanza del labirinto. pacata. Poi ti parlai del piccolo fazz oletto color lilla.I garofani di Boccadarno? . e non me l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato sotto il tuo pugno. senza s orridere.ella disse. tolta la scarpa. piccola so rella cara. E così ella fu tutta nuda. Ti raccontavo l a storia della gazella liberata. qualche volta con una ripugnanza penosa. pa cata.Domattina non ci sarà più sangue. . crudele. In gino cchio. si ristringev ano a guisa di corde bene attorte e. nell o scoprire quella nudità. portando una di que lle tuniche a mille pieghe che. e intenta. . ma non mai in quello. . Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola. qualche volta con una voracità subitanea. Aini.egli rispondeva. Era come una gravità rassegnata. perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto. ingegnosi e pre ziosi di fibbie e di nodi erano i legaccioli che di là si partivano a rattenere le calze. lasciva. quando erano vedove del suo corpo. s'era propost o di fisare i suoi carnefici senza batter ciglio.Il mio vero sangue è nero. quando ella vi si insinuava agilmente per l a testa.disse vedendo su la mensa angusta i grandi fiori scapigliati color d'ardesia. quelle braccia non molli ma salde. E la carne di lui. Aini? Senza sarcasmo. E la bacerò.Ah.

Eccomi. Fammi ancora male. Conoscimi. alto su una profondi tà dove non era dato discendere a lui ch'era disceso nel fondo del mare. non tu s tanotte. non tu puoi tenermi fra le tue braccia. quel lo ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né la per-cossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Veramente ella era come l'Aurora. prima di lasciarmi. amor mio dolce. posato su la tovagli a sparsa di frutti. Ah. Una disperazione frenetica empiva l'uomo. Metti il tuo dolore contro il mio dolore. a cui nessuna carezza valeva perché ell a si sentisse conosciuta. quella sera. . quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva potuto reprimere. Lo trasse nell'altra stanza. di vini chiari. stretto ermeticamente fra le trecce dense. se non sai ancora di che sa il mio sangue.Conoscimi. Che almeno una volta io sia tutta tua. Ti parvi orribile. il viso sfrontato e convulso.Ah. di cristalli. quello che sanno le vene i sogni i pensieri.Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo. ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. verso il gran letto verde che sapeva i loro deliri i e i loro sonni. egli le prese con le labbra il fiato. voluttuosi come gli amplessi. . . Prendimi quale sono. Respirami.Voglio ancora te nerti fra le braccia.Vieni. . Il mio lo conosci? Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal suo masso e occupare l'aria come una creatura del Titano. di argenti. che nessun'altra cosa ci tocca. Pensa che siamo sotto l'oceano. il più profondo fiato. fammi sempre più male finché tu mi somigli. e le di ssi: "Fa' dunque ch'egli t'ami". Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah. . con la luce dorata nella gola e nell'irrisione. non sen ti che il mio è più grande? Non senti come il mio sangue aumenta. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel gambo. Ed egli rive deva quel viso d'allora. come la prima volta. Cercami. Forse ella non gli diceva quelle parole se non per far gli sentire la sua solitudine. Ma chi può mai giudicare l'amo re? e chi può dire il termine della voluttà e il termine del tormento. Ma forse c'è ancora da scoprire qualch e dolore più lontano. Ti ricondussi verso di lei. perché in nulla possiamo s omigliarci se non nella crudeltà. ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. e i loro risvegli balzanti di de siderio sempre novello.Egli non osava interromperla. prima che tu mi lasci. vieni! .ella diceva . ma io ti terrò. non senti. Ricordat i del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi. e di che cosa debba vivere l'amore per pi acere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è certo fuorché l a crudeltà e la fame del cuore. . e la fine di tutto. e l a tenne e bevve sinché non venne alla sua saliva il sapore dei precordii. e il sangue e le lacrime. infinito. . È la nostra caverna v erde. che l'oceano ci nasconde. se bene soffrisse un supplizio insoffribile. Fragile era tuttavia ma remoto.disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. e ne ppure si sa quale sia il tempo di piangere. come il ginocchio come l'omero co me il cubito come il seno dell'Aurora la occupano. il viso della tentatrice frenetica. almeno una volta. . Tenta di scuotermi e di soll evarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa più della mia carne. e dove il mal e cessi d'essere il male e dove il bene cessi d'essere il bene. Metti la tua pena contro la mia pena. me e non la forma d el tuo delirio. come una implorazione di ciechi. Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non potesse p ercorrerla.conoscimi. E di tratto in tratto nel silenzio notturno. saliva il clamore della folla rinchiusa. Fammi s anguinare ancora. come le mie vene s i gonfiano. Ma ben più misterioso era quello che ora gli stava dinanzi. scolpita nel masso della doglia um ana e sol cinta sotto le mammelle dalla zona che è come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo. e per che modo u na nuova vergogna crei un amore nuovo. alla marina. egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la nuca. non vergine ma sterile e affaticata dall' ansia perpetua della maternità inespressa. prima che io mi separi da te. E q ualcosa come il rombo d'una fatalità ritornante era nell'aria chiusa. di confetture. che almeno una volta tu m i possegga! Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce. come le mie ossa si rinforzano? Mi sembra che non so qual essere mar aviglioso voglia nascere da me. Prendi me.

Non l'hai veduta? . si risollevarono. con i piedi magri che palesavano le cinque corde. proporzione nella solidità. . appariva tu ttavia della razza guerriera. Era l'ultima notte. Egli giaceva sul fianco sinistro. Ricaddero. come esanime. tra boccava e poi si vuotava. sottoposto il pugno e il polso alla gota. che la fisava. il naso di retto profilo era nettissim o.mormorò il giacente. tentarono di fare con le loro due vite una m orte che fosse simile a un'altra vita. Ella si risollevò sul gomito. la tenne fra le braccia. Raggiungimi.Si muore? E non seppe perché così dicesse. Ella lo guardava disgiunto da sé. chiamandola. fuorché il frutto della bocca. quel passo continuo e indistinto che l'avev a empita di spavento. Seguendo quel suono. con le clavicole risentite ond'emergeva il collo asciutto. ed egli non rispose. e guardò le mura. Ella lo guardò. il cuore si riempiva d'un'onda penosa. la fro nte non aveva se non una sola ruga ma verticale. ma contrapposizione e d equilibrio di forze come nell'architettura dorica. Un senso confuso di duplicità era nel suo corpo. traversò la stanz a attigua. Il silenzio viveva ingannevole. verso di lei che scompariva. piegato una gamba sotto l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla coscia nervosa. E in lei lo spirito si confuse. Gittò un urlo: . come una virtù inflessibile. Egli rimase giù. Non aveva le sue armi accanto a sé. Nessuna mollezz a: abolito tutto ciò che è molle. riverso il capo.Uccidimi. eppure ossa delle sue ossa. l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre. Passò la soglia. lo guardava solitario. Sperarono di assaporarla nella saliva nel sangue nelle lacrime ne l sudore nella semenza. e con la voce delle sue viscere anelò: . serrato con tutto il congegno delle membra intorno al selvaggio dolore. . Si trovò nel buio e nel terrore. col bianco degli occhi balenante come in quella notte. ma non udiva più il rumore dell'acqua né altro rumo re conoscibile. carne della sua car ne. A un tratto le parve di riudi re il passo della notte di Volterra.E delirarono.Vana! Vide nell'ombra dell'uscio la figura bianca della sorella. coi capelli sciolti come in quella notte. chinandosi sul cor po vinto. Ella si sforzava all'attenzione. ascoltò la notte. estenuati. La raccolse. credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé l a metà dolorosa. ma fiera come una cicatrice inveterata. Tutto era silenzio.Cercami. . l'occhio era incastrato sotto l'arco del sopracciglio. traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. palpitò d'aspettazione. premendosi con una mano il costato. Ella diceva: . era inerme e spoglio. Ella disse alfine: . . Il clamore dell 'anfiteatro era cessato. della specie espedita. E invano. simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma ferale ma avesse provato la mammella e la branca de lla -Sfinge.Vana! Come sei qui? Come sei entrata? Vana! Ella balzò dal letto. Ella diceva: .Paolo! Egli accorse. fuori del tempo. Non s'arrestarono se non per sentire l'an ima spezzarsi a traverso la carne.Che ascolti? . come le cose che separano. I l teschio traspariva di sotto alle màcie ben modellato dal divino vasaio. la portò su i guanciali. col torace saldo come il corbame della carena. co n l'omero prominente e liscio come il ciottolo. implacabile. fuori del mondo. col ventre depresso tra le costole e il pube. senz'aprire gli occhi. eppure indissolubile. L'orecchio vigile percepì il gemitio d'una cannella nel p iccolo giardino. Ricaddero. Tentarono di ritessere con le l oro fibre vive una trama più stretta. nella linea delle cose confitte . ma si stirò come chi rende lo s pirito.Conoscimi.

aveva sentito quel l'aura misteriosa che accompagna la sventura. E ricaddero. Seguitava a battere i denti. E i colpi all'improvviso battuti sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno. E la notte si consumava.Tienimi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi schiumanti. Era una povera creat ura tremante che si rannicchiava contro il petto di lui bisognosa di rifugio e d i protezione. non tremare così. Ella diceva: . . . . con l'avanzar della notte.Che vuoi? .ella gemeva.Ho freddo. era proprio Vana. .Tu deliri. Ma non sapeva di ripetere una parola già detta. signora. Ella gemeva: . Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come dall'innesto qu ando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con l'altra e un medesimo s ucco le addolcisce e nutre. . la cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trova to quel sonno. Non era più la grande creatura titanica. Isabella. L'ho veduta..balbettò ricadendo sul guanciale. prima pallido.Si muore. perché le lividure le dolevano. . ma non era più il lamento puerile. la misera si svegliò con un sobbalzo. ancora non era. Subito fu in piedi. Cercava di placarla. Va' a v edere. Non era.La signorina. Egli la coperse. Forse è là. li schiacciò. non aver paura. e le ossa si rinforzavano.Era Vana. il gesto che non las cia dubbio né scampo. . È fuggita. dagli occhi albini. ove ardeva ancora la lampada velata ed entravano per gli interstizii i raggi del mattino. c'è Chiaretta. .Ahi . Nella stanza. Dopo.Le mascelle tanto le tremavano ch'ella formava a stento le parole. e le vene si gon fiavano. aderiva tutta a lui così che parve fo sse venuta nella sua carne la forza delle ventose e delle spire. E il sangue aumentava. e forse detta verso un altro mist ero. Dice che ha bisogno di vederla subito. ch'era veramente il fratello del nero dèmone.Ahi . indossò una vest e. non era più l'Aurora. vide Chiaretta stravolta e singhiozzante. il calore diminuiva. uscì nel corridoio.Sei allucinata. La misera non riesciva a scrollare da sé il letargo.Vana? Da prima ella non poté continuare ma fece il gesto orribile. Ho freddo.. E ricaddero come per non più rialzarsi.. con quel suo fiotto di fanciullo infermo. e si risollevarono. Isabella. la sal . Ella gli si avviticchiava. la finestra spalancata. E per gli interstizii degli scuri entrava il giorno. Paolo aveva aperto gli occhi e nell'ombra incerta.gemeva. Egli le palpava le tempie per sentire se ardessero. poi raggiant e. Egli stesso non dominava il suo cieco sgomento.Signora. Sentendosi scuotere. . Ed ella ridiveniva grande e potente. sotto le domande ansiose.Che accade? .. Stavo per toccarla.Chiaretta! . la femmina che portava l'od ore sinistro nel grembiule rigato. e urlò di nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai capelli rossicci e lisci . a-veva os ato entrare per risvegliarla. signora. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite una morte che fosse sim ile a un'altra vita. trovò la forza di narrare con parole confuse e interrotte: la scoperta lugubre.Coprimi. Era la donna discreta che. dal viso sparso di lentiggini. Era l'allarme del desiderio assalitore. Si lamentava ta lvolta. . perché ora il suo dolore era fatto di tanti piccoli dolori. . non udendo alcuna risposta al suo battere. . si svegli! . Stringimi.Si svegli.insisteva la donna.

Nella sera di Mantova il bisogno di sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ign ote. con uno scrollo di so llievo. Piovigginava. ancora schiumoso di v oluttà. Poi fu l'arrivo di nanzi la porta socchiusa a lutto. Il popolo di Brescia. E in un'ora più nera di qualunque altra. ben note: "Ma più da presso mi vieni. vedova del simulacro. una muraglia cieca. Per decreto del popolo prode una statua novissima. fu il sole sul lastrico.. di fuggire i fantasmi. Più tardi. possiamo godere del pianto di morte". d'andito in andito. Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così triste sfor zo come fu per quel corpo vivente. apprestandosi alla nuova festa dedàlea. ma il compagno a lui le rivolgeva. piena di minaccia. Ovunque la volontà del dolore cercò uno scampo. A Bologna. che non poté placarla se non tentando di riudire la voce della povera anima lontana. vergognoso di macchie crudeli. fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile. come un abisso. Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava più ma ansav a sotto l'incubo assiduo. Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da-un ubr iaco rossa di furia e di onta. perplesso: due volte vinse il presentimen to che lo mordeva. ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà inutilmente. Si preparò rapidamente alla corsa. fusa n el bronzo fornito dall'erario civico. essendo l 'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera bresciana e l'altro su la rupe di Árdea per voto di tutti i comuni del Lazio. Ora l'opera. ancor madido di sudore. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro di sé il fantasma d'un delitto. Il rombo del suo cuore empiva la cabina ottusa. doveva sostituire l'antica e rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure. di respir are con violenza il mattino. non nel P alagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli eventi e delle sorti. Le montagne s'infoscavano fa sciate di nuvole. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite. Il voto della tr iste fidanzata divenne anche il suo voto: "Verrò. ovunq ue trovò una via senza uscita. nella distretta degli impedimenti e delle necessità. E non fu mai silenzio. di stanza in stanza. sul plaus tro dei coloni di Roma tratto dai sei buoi lombardi.. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro. per l'irremea bile ruina: ogni porta. ma la colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta a lzata nel mezzo del campo. Poi fu la luce spietata del giorno. col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi. Soffiava per tutto l'Apennino un vento diaccio. era tornata nella sua cella a piè del Cidneo. L'artista aveva fatto di cera due esemplari. un'insidia coperta. Era un mattino d'aprile. rotto dal lungo martirio dell'orgia. aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto su la pianura sottoposta al suo immenso st adio azzurro. Dopo le gare la statua della Vittoria sul carro rustico. ma il viaggio fu lugubre. era già pronta nel la bottega del fonditore. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché ass istesse al getto. Sotto la vasta tettoia i . Non eg li le rivolgeva al compagno. fu la scala salita quasi con le ginocchia. ogni scala. S'avvicinava l'anniversario eroico. Attese lungamente nell'ufficio dell e comunicazioni. ché un poco. tanto era il bisogno di essere altrove. tanto crebbe la sua angoscia. Più oltre fu tutta l'abominazione e tutta la desolazione. nel segreto del suo proprio s pirito e nella contingenza dei casi manifesti. aveva compreso. allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci. di soglia in soglia. Da una lontananza infinita gli tornavano nel cuore antiche parole.ma irrigidita. andò nella bottega del fonditore. Più oltre fu l'incontro degli intrusi in nome della legge. La voce di nuovo le mancò perché scorse tra i lembi della tenda un viso ch'era come quello di laggiù. ogni co rridoio. Paolo Tarsis credette ricevere il messag gio del compagno fedele oltre la morte. piena di terrore. L'apparecchio e ra pieno d'un balbettio incomprensibile. che l' orrore squassava di continuo a modo di una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a finirla senza farla sanguinare. Già correva il nono mese dal giorno del lutto . Isabella aveva traudito. fra poco verrò". abbrac ciandoci insieme l'uno con l'altro.

tu vinci. Se io vinco. compagno. così tu pensavi. giunto alla perfezion e del crescere. per me. né il canale. io vinco. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuo re ridivenuto duplice. con una testa camusa di Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da balestra. compiuto. "Compag no. sognare con l a sua tristezza. glielo faceva vivo come quando insieme avevano osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il pollame testardo e irriso la millant eria bracata e fatto il proposito sorridendosi emuli dagli occhi leali. innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di deliri . ti ritrovo. ti ritrovo!" diceva egli allo spirito della statua alata e all'i magine viva del fratel suo. Di sotto alle catene alle funi agli uncini dei paranc hi. Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove si move vano i manovali taciturni. che anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti. riebbe un brivido di quell'ebrezza quando una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui. Il bagno non era ancor pronto. determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. per mezzo ai fasci di stipa alle portantine dei crogiuoli alle corbe di meta llo bruto. e saranno fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace. ci hanno dato il fuoco e il metallo. per la tua memoria e per la mia memoria. Se bene una parte dell'anima gli fosse penosamente p rotesa verso l'orrore lontano. se ne sentiva occupato come se fino a qu el punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni. gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere c aro. Come potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senz a incidere il mio? Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più dispe rato. Egli lo sentiva in sé come nelle lor grandi ore di silenzio. Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro con più al to stile. "Comp agno. rivelava il vigore adulto. né era il suo figlio incauto. lo sentiva rivivere più frescamente che se gli camminass e al fianco per quel portico solitario. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle volo umano? Non era l'ar tefice ateniese. rivisse gli attimi sublimi quando il Pilota invisibile gli era tra l'una e l'al tra ala come uno spirito del vento. compagno. ci hanno fatto due statue gemel le. Una forma possente s'ergeva dinanzi a lui con l'a li aperte. "Árdea!" Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della moltitudine. quando il cuore gli tremò perché v'era nato il p ensiero d'andare più oltre. un di quei quattro che il Titano lasciò sbozzati nei massi e il nepote Lionardo offerse al duca Cosimo. Il fumo si spandeva per le travature. e nel vortice dell'elica ti gittai i l nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci. la fornace ardeva con poco alito. Il maestro di getto. quando l'uno e l'altro erano una sola armonia operosa. fra le due età. i manovali lavoravano ancora nella fossa fusor ia. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante sere torbide e inquiete. vedi?. attendere con la sua pazienza. per te. Il volatore palpitò e s'illuminò. strisciava s u i cumuli di terra. Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia p erdizione? Credevi tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno qu ando ti venni sopravvento per raggiungerti. Ora. Ma il metallo tardava a struggersi. lo condusse verso quella delle due cere non ancora rivestita della to naca di terra. guardando il cielo piovigginoso e fiutando il vento com e un veleggiatore alla panna. il fabro della falsa vacca. perché il corpo gagliardo. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi. E il ricordo dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello s pirito. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso. per la città malinconica. Paolo Tarsis uscì ma promise di ritornare. sotto i portici eguali. soffrire e gioire coi suoi precordii. sperare con la sua fede. Vagò nella sera sciroccosa. egli aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di libertà. alfine con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio si fosse s prigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due grandi clìpei e con tutto lo scatto delle co ngiunte gambe pontando i piedi spiccasse il volo.l forno fusorio era già acceso. Così pensavo io. su i mucchi di mattoni refrattarii. su le crepe le croste l e buche delle muraglie. per la tua vittoria e per la mia vittoria. quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era alzata su la colonna di Roma.

ha rifatto il suo viaggio. Come entrò nell'om . e senza pietà scagliava contro la mascella dell'avversario il pugno infal libile. Sopra un palco recinto di corde u n bianco e un negro combattevano assistiti dall'arbitro. tu lo sai. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il tuo respiro. E prima di rimettersi nel cam mino del ritorno. afosa di mille petti anelanti. E imaginò un volo infinito. Tutto il palco era sparso di sangue. Te ne ricordi? . in Sidney. è la parola del grande amore. che pure tante volte s'era appassionato a quegli spettacoli. Paolo Tarsis. quaggiù. Le viscere della folla urlarono: . Il negro ghignava dalla larga fauce piena di dent i d'oro. Ma. ed eg li lo teneva in piedi. Ma non era un combattim ento. ". Per ciò non rimpiango l'immensa forza che ho consumata nella sterilità. la rupe di tufo tagliata ad arte. io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo. sotto la giovine luce. Le guardie intervennero.o.. una lunga vendetta da compiere. Entrò in una vast a sala gremita. Facilmente egli avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in m odo che non si rialzasse più. E talvolta m i pareva intendere la tua voce che indicava la rotta. Il bianco era omai stremato di forze.Ponente u na quarta a libeccio! -" E vide il ripiano di Árdea. ma pareva ch'egli avesse un vec-chio rancore da sfog are. con gli occhi negli occhi." E il tor mento ricominciò.Basta! Basta! . coi pugni armati di guanti enormi.I denti d'oro bri llavano nel ghigno scimmiesco. uno scroscio di ap plausi. prima di potertela ripetere! Ma era necessario c he così fosse. rimettendolo a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. È la ron dine della nostra primavera. È la nostra sorella dell'altra riva. sopra un'onda che c ome quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù. Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo. le sedie di vimini vuote stavano intorno a guardarlo. più fiero. ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano.. Era veramente la tua fidanzata segreta. dove av rebbe potuto ella cercarti se non in me che ti nascondevo? Ti amava. che lo guardò con due occhi di gufo. Dopo pranzo uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua ansia.Anch'io." Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore per quel l'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone fumigava con le su e torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza fine contigui. Tu me la dicesti. Siamo superstiziosi. ha rinfrescato i suoi piedi nudi col fresco delle s tesse rose! Ti amava. Sot to un portico violentemente illuminato udì un clamore di folla. in quel pomeriggio di giugno. "E io? non son o più nulla per te. come tutti quelli che giocano i giochi terribili. sperando di trovare qu alche notizia. col cuore in gola. e una colonna dorica rigettata dal mare di Ci rce e portata lassù a forza di buoi e piantata nella cittadella e sopravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. Si ricordava del giorno in cui egli e il compagno avevano assistito. come se giocasse con un fantoccio. fuggì sconvolto. aveva le labbra lacere il naso pesto le palpebre gonfie tutto il ceffo disfatt o. "Ricordati del mio p ianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi. Tutte le rose della sua cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. la chiostra dei Monti Latini. tu lo sai. la valle dell'Incas tro. la sorte non le ha concesso se no n di essere un presagio e un annunzio. un dispaccio di risposta. seminudi. già ridotto un cencio sanguinante . al pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio. Lo sai. Un carrozzone pomposo come un fe retro entrava con rimbombo nell'atrio portando una sola viaggiatrice: una piccol a vecchia grinza e adunca. Alle mura e alle colonne pendevano imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere. t'ho lasciato sognare sotto il mio male. Quanto ho dovuto patire e di quali mali. Era necessario che così la consumassi perché io potessi riaverla da te nell'ora seg nata dalla doppia sentenza. Il bianco. Aini?" disse allora una bocca sanguinosa. Nulla. Ave ndo nel suo piccolo cuore una-forza sovrumana. sputando nel sangue ingiurie a troci contro il suo carnefice. L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la r osa del presagio. finito in carneficina anche quello. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove s'era seduto con Isabella nella breve sosta. era una carneficina disgustosa. dai gradi d'un immenso stadio capace di ventimila spettatori. Ti ri cordi di quella parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano.

. Parve che in quel punto il genio dell'amicizia toccasse entrambi. . Una vena fure nte e fulgente si precipitò nel varco. e tutta la persona s'avvampava al riverbero. Le affido questo anello: non vale se non per la data che v'è incisa. Un di loro t eneva già in pugno il mandriano che doveva percotere la spina e sprigionare il bro nzo liquido. all'estremo del portico. mentre per lo spiracolo del tirante si vide lampeggiare il mi gliaccio liquefatto. dalla vetrina d'una farmacia.Ebbene? . Venga a vedere. Lo statuario aveva tra le dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Rimasero l'uno accanto all'altro. lo getti nel bacino.chiese il Caracci. . Egli sentiva che in colui era per crearsi un grande evento. Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di polvere e di fuliggine. .Do? .Il metallo si comincia a muovere. Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la parete della fornace e l'entrata della forma per asciugar la terra fresca. più divina delle divine meteore.Pronti? . . Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno. "Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota quando io abbia passato la lin ea. mentre andava verso la bottega del fonditore. Il forno ruggiva da tutti i forami splendendo.domandò allo statuario. e buono. Egli respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo.gli disse Paolo Tarsis. .Fra due settimane. Da un caffè fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridio di mandolini e di chitarre. ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite in una subita nea purificazione.Sicuramente. ." Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le parole del poeta d'In mem oriam care all'amico. La verga ritratta ardeva incandescente nella mano quasi incombustibile. che il costruttore di statue guard ando il costruttore d'ali conobbe anche una volta come il dolore non sia se non creazione.chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro. Il mastro era salito in piedi sul tavolone che attraversava la foss a fusoria. Ed era una notte d'aprile. Il forno crepitò e crosciò nelle sue armature ferrate. Questi subito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.Quando la mia? .Ma mi prometta che mi av vertirà. .E il metallo? .C'è già.bra. e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della fossa fusoria e ch e egli stesso portava le vestigia ignee sul viso. Le mani che hanno modellato una tale opera sono certo mani sicure. taciturni. egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella del compagno: "Anch'io". Il mastro ficcò in una buca una lunga verga adunca e tentò il bacino. un poco pallido. Due manovali stillanti di sudore is sarono l'ultima corba di metallo bruto.Io non so se potrò tornare .Non sorrida della mia superstizione. Il primo urto del ferro gli risonò nell'osso del petto. Quando la forma fu piena e la leva s'abbassò e il turo chiuse l a bocca rigurgitante e il metallo superfluo s'incupì nel fermarsi. Un chiarore verdognolo. lasciando cadere la cera ammoll ita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua irrequietudine.Do la mia fede. . non rischiar ava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. . due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Disse con semplicità: . . Un fervore così virile riscaldava quella voce. E non era la colata del metallo strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo della statua bella. L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati. . Quando il bronzo dell'altra statua sarà liquefatto. e a uno a uno fecero calare i masselli n ell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà religiosa come n ell'attesa del miracolo.Le affido un pegno che m'è preziosissimo.

. S'accomiatarono. con una raffica di cose torbide e crudeli. . sei tu. lo tuffò in una secchia ove strise: poi l'offerse. che me la prende. dopo che ho fatto questo? Ella soggiunse debolmente. era tardi: non era giunta notizia alcuna. Riconosco la voce. Egli ebbe un desiderio dispe rato di riudire la voce che gli faceva tanto male.Isabella. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il sonno. Si chinò per raccogliere un colaticcio che sopravanzava all'orlo di mattone. Non aveva pianto col pianto di Vana. Il ricordo di Aldo nel sepolc reto etrusco traversò lo spirito di Paolo Tarsis.Oh. che giocava con l'illusione della presenza e con la realtà dello s pazio. . sei tu? .disse il postremo discepolo di Michelangelo. ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche. .Isabella. Egli ebbe il gelo in tutte le ossa. Nel passare lungo la fossa fusoria. in fondo. come potrei vederti ora. non dovevi andare! . Parto subito. Ho la testa così debole! La testa mi va via. . Ho paura..Non so.Non dovevi guardare in quello specchio.Non sai che sono qui? Aspettami. poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.Ah. Soltanto li chiuse al mattino. . . col volto ardentemente riverso a divorare il cielo. Né egli sperava di chiudere g li occhi. ho paura. La luna na scosta diffondeva un albore simile all'alba giù pei lunghi chiostri solitari. Mi senti? .Sì.disse Iacopo Caracci al manovale. quegli impe ti di soccorso troncati da quel novo strumento di tortura che avvicinava e separ ava a un tempo. Diede gli ordini al meccanico per la partenza. La pia zza ancor umida di pioggia splendeva al sole di aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua fontana. A traverso la distanza. con le due ali imbracciate come due vasti clìpei . cred endolo già freddo: ma si scottò le dita. . Era notte alta. E poi viene quel la donna. su da quella bocca nera e insensibile. .No. pontata su i piedi dai te ndini tesi per iscoccar di terra.Isabella! Quale donna? . la terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno.Dove sei? Sei a Mantova? Ah. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese c on una tanaglia. Non vuoi vedermi? .Quella dal grembiule rigato. non potesse la vita dargli nulla di peggio. Quando si svegliò. ma aveva compiuto il rito d el fuoco. di là dalla miseria di quel risveglio improvviso nella st anza verde. Aveva la forma di una mano. tolto alla martingala del cavallo che impenn andosi aveva ricevuto in pieno petto il lungo coltello del juramentado nell'isol a di Sulu.Era un povero cerchietto d'ottone.Dove sono stata stanotte? Egli aveva creduto che.Isabella. Uscì per andare all'ufficio delle comunicazioni. tingersi di rosa novella. Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere il clamor e dei supplizii. E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo. Andarono laggiù. sempre quel passo. . come se parlasse a sé: . Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un traino che si dileg ui.Alza la tua torcia! . come due che legava una promessa misteriosa. . Gli sembrava d'aver vegliato il suo compagno una seconda volta. non so. Un giovinetto nero di fuliggine rischiarava il passo tra gli ingombri con un pezzo di torcia. Ma in tutto il passato n ulla eguagliava d'atrocità quell'angoscia soffocata da quell'angustia. non sono.Ora mi lasci rivedere la cera. ascolta! Mi senti? Parto subito.Sarà fatto . il soffio della follia gli ventò sul viso e l'agghiacciò. Paolo vide il metallo superfluo rimasto nel rigagnolo murato. nel -buio. no.Quale passo? Che dici? .. ascolta! .

sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una scintilla. da noi . Una grande serenità pendeva su l a montagna deserta. Dov'era. La compagnia si rattristava. e la sua ansietà s'aggravava di presentimen ti funesti.. un uomo è salito su per le sc ale e con malo modo ha incominciato a battere alla nostra porta gridando: "Aprit e! Siamo agenti di polizia. la danza degli oriz zonti. Come passava una vettura di posta. su per l'erta. Rimasero f ermi su la strada. Il giorno si consumava. Tutte le cime si doravano e le ombre si facevano quasi rosee . la bianca terrazza coronata d'oleandri. tutti si volsero a guardarlo. Ogni tentativo fu vano. serrata e silenziosa. si fermò: st ette là. Si scusò. parto subito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le so pracciglia. Eran passa te le otto quando entrarono in città. Certo. Egli stesso non aveva più palpito. Percorso un chilometro appena.Dianzi. La luna insensibile. fra uno scampanellio assordante. Paolo si fece portare fino al Covigliaio per chiedere aiuto. ammasso pesante e inerte. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza incalcolabile e ch'egli correva ver so una catastrofe oscura. Filarono su Firenze senz'altri indugi. a bassa voce. Ma un domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo aspettasse e dovesse dirgli qualcosa. Era a pochi ch ilometri dal Covigliaio. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga. Il tempo era lentissimo. Si credette salvo. Stava in ascolto per distinguere un in dizio lontano. fece per entrare. tanto il suo aspetto era miserabile. nell'Apennino. Non respirava più. quando in fatti u dì nel valico il rombo ben noto. poi su la soglia. Non sono uscita mai. Fra tre ore sono con te. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla città? Omai la spera nza di riaccordare il motore era perduta.. ma. gli disse: . saliva di dietro un culmine ch'era simile a un omero che riten esse il lembo d'una tenue tunica violetta. Tornò indietro con un meccanico addetto all'albergo. che faceva in quell'ora Isabella? andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso! Il tempo fluiva. La montagna era tutta v iolacea. s . mai. carica di donne velate e incappucciate. nella solitudine. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se non in quella bocca disseccata dall'aridità della follia. Dal Covigliaio mandaron o buoi a tirarla. Vieni laggiù. Gli sforzi per sanare il congegno infermo e rano vanissimi. con l'aspetto ottuso de i bruti caparbii. Ringraziò breve: aprì il primo cancello. o gettiamo giù l'uscio". abbiamo sentito sonare il suo campanello e battere alla sua porta con insistenza. Com'egli domandò soccorso. Eran quasi le cinque. Isabella. gli fu offerto d'incastrarsi fra i posti occupati. la luce diminuiva. tu l'hai detto. Quando egli uscì dalla cabina. da p rima gli fu dato il meccanico perché col suo facesse un ultimo tentativo. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina pisana. intentissimo ai ritmi di tutti i congegni. La mia padrona sbigottita non voleva che io aprissi. quando s'accorse che il motore non pulsa va più. resistendo a ogni stimolo a ogni industria. ogni minuto aveva il suo peso. Faceva freddo. Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione. Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inanime. su la strada solitaria. Sospingeva la macchina col suo cuore. E la disperazione prese l'uomo. Parla! La senti che cammina sempre? Isabella. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore. Questa donna non appartiene a questa casa? Aprite. il mimo dell'ape. con una vita senza fuoco. indovinando il guasto al magnete. Poi. per scoprire se qualche veicolo si avvicinasse. E seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta.Come posso? Tu lo sai quel che sono. Dopo un'ora di la voro la macchina ricominciò a camminare. d'una delicatezza quasi carnale. potevan esser circa le otto. Dove sei stata? Sei uscita? Quando? No. al distacco d'un filo.. Allora mi son fatto al fine strino. com e cadeva la sera.. e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti dieci per accendere i fanali mal pronti. Poco dopo.. priva di raggi. Era un'allegra compagnia.

di sotto la gengiva sanguinolenta. Non poté ottenere la comunicazione perché di laggiù nessuno rispondeva. che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui da lei. simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque portavano la misera? Che facevano di lei? Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo: né l'estremo era pur quell o. Prima d'ogni a ltra ricerca. Andò. ma. Un affaccendamento misterioso agitava le sale. La questura ignorava tu tto. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. considerato il contegno brutale d'una di loro . si preparò a tutto. Saranno dieci minuti. gli sonavano sempr e sul sospetto: "Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo!" Risolse di andare al Borgo degli Álbizzi . Fu ricevuto da un ispettore cortese. prima di spogliarsi: "No n mi lasceranno più rientrare. l'ultima sera. Ad ogni mo do l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire il m istero. Nell'oscurità non ho potuto scorgere il nume ro della vettura. Al mio diniego. dopo qualche passo. ma le più strane imaginazioni assalivano il suo cervello. Nessun ordine era stato dato. e andarsene accompagnata dai due uomini sedut i l'uno a fianco e l'altro di fronte. Certo mi spìano. Ma nell'a ffacciarmi per un attimo alla finestra ho veduto la signora salire in una vettur a publica che aspettava su la via. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva pensare che ve ramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo più orrido. Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. come si sa. La tunica nerazzurra era sospesa alla lettiera. Che fare? che pensare? come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona? compiuto da chi? pe r mandato di chi? a qual fine? E le parole della povera trasognante. adoperano altri meto di: non la violenza ma la scaltrezza. Ma. Non appariva nessun lume alle . quasi con unzione.. Se ntì l'odore singolare che. Non potevo far n ulla per soccorrerla perché Mrs. Culmer? O forse si trattava di una estorsione te ntata da due sconosciuti che. s'udiva qualcuno singhiozzare e -implorare. Nessuna signor a era stata condotta in camera di sicurezza. con le sue mille pieghe richiuse. L o Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo!" Poteva essere che quei due avessero tram ato l'infamia? Raccolse il suo coraggio. nel caso che i due uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta nell'asilo di vergogna. Persuaso finalmente che noi non si voleva aprire e che la signo ra non apparteneva alla nostra casa. come una corda attorta. Mancava un quarto d'ora alle undici. Inoltre era da escludersi che quell e due persone fossero veri agenti. Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva balbettate. è fra i più tris ti in terra. Un alt ro uomo era accanto alla signora. gli anditi. egli è disceso con l'altro e ha ripreso lo st repito qui alla sua porta. balbettate di sotto il labbro gonfio. Certo ora sanno che io sono qui. si dispose a uscire. che sembrava impietrita.nella. "Bisogna trovarla. per compierla. l'avreb be trovata ancora qui! Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. i campan elli tintinnavano di continuo. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima. la gu ardia insisteva. Il palagio era chiuso. bisognava andare alla questura. dietr o un uscio. Cresceva la notte. Si precipitò al telefon o. per penetrare in una casa chiusa. Rientrò. bisogna sapere" diceva egli disperandosi sotto i lampi sinis tri di tutte le imaginazioni. certo. un momento prima che la signora montasse. che ho visto la vettura scomparire in fondo alla via. Nessun rapporto era pervenuto. Gli agenti. non la forza ma lo stratagemma.. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante pe r la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e con quella brutalità pretendevan o di entrare nella casa di Mrs. impenetrabile n elle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Egli cercav a di tenere in pugno la sua volontà e di non perdere la lucidezza. avevo chiesto al vetturino: "Dove avete presa quella signora?" e m'è parso ch'egli mi abbia rispos to: "In Piazza d'Azeglio". Ho udito confusamente la signora disperarsi e dire co n la voce soffocata: "Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella". appena. con quello dell'ospedale e della prigione. Il profumo del gelsomino di Volterra emanava dalla stanza verde.

Nessuna notizia. con le sue spalle piane. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. appena aperto il portone. . con occhi fuggevoli. Non seppero dirgli nulla. interrogò la pietra. s piò le finestre. Tentò di nuovo il telefono. bianchi di luna. E gli era omai rassegnato a patire tutte le onte. Alfine. Nel silenzio non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore fermo su le sue quattro zampe indolenzite. s'Ella perme tte. Spin to dalla frenesia del tormento. Subito disse: . sopra il portone. con tro i cuscini. . intorno a quel giardino pubblico dove la sera si pongono in agguat o le meretrici. Nessu n rapporto però è giunto e non si sa ancora quel che sia accaduto.Non c'è nessuno. ap parve il portinaio mormorando: . con un mento sfuggente. inutilmente. rientrò nella sua vera casa. andò vagando in quella Piazza d'Azeglio nominata d al domestico. . Il domestico scese e ripeté il racconto. La finestra si rabbuiò. ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli Álbizzi . ha interrogato il portinaio e lo ha costretto a dire la veri tà. un dubbio crudelissimo comi nciò a straziarlo. era incrol labile. Al suono del campanello.Ora non c'è. sussultò a ogni rumore di ruote o di passi. Era stanco. ho udito". come un supplizio che è inevitabil e ma che deve avere la sua fine. "Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilot a quando io abbia passato la linea. Egli la rivedeva là. con le sue formelle e i suoi chiodi. avanti il suo accor rere. Dalle risposte. Ritornò nell'altra casa. per la terza volta vincendo la ripugnanza penetrò nell'antro poliziesco. Uscì di nuovo. con la sua pallida nuca impudica. al mattino. Egli tornò alla questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i posti della città. con piccoli occhi porcini. in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa: "Ho divinato." Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua. nessuno rispose. L'ispettore cortese aveva promesso di mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la testimonianza del domestico di Mrs' Culmer. Dov'era ella? dov'era? dove la trasc inavano? Non pensò di coricarsi. Nel silenzio pareva che sola una pentola putrida bollisse. nata da quella sua gran madre u niversale Putredine. svegliò il domestico. Culmer.La signora non è rientrata? . Ma fu accertato che. Tornò alla casa di Mrs. Mentre ciancia va. di silenzio e d'ombra. non seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza. con più pazienza. dei quali uno s i dichiarò agente di polizia e nel riconsegnare la signora stese un verbale. è da ieri sera nel suo palazzo. interrogherò il domestico. Come più cresceva la notte. lividiccia. La porta. Nessuno rispondeva. non reggendo più alla nausea e alla fatica. Finalmente nella finestra del mezzanino. La signora fu ricondotta iersera verso le dieci da due uomini. Leggeri velli aerei scorrevano su le cime degli alberi. L'ispettore stamani. Egli interrogò i due o t re vetturini che sonnecchiavano in serpe. Nessun indizio di vita esciva da quel masso di solidità. La mole di pietra taceva deserta. Non dormì. .Dov'è andata? .Non c'è nessuno.La signora è in casa. Gli parve di udire squillare il c ampanello nel buio del palazzo abbandonato. Era la mutazione uman a dell'anguilla d'Aristotele. Venne la donna. Era grassa e placida. Ora. d'aspettare il giorno nell'immobilità. Sono tutti a Volterra. risoluto a qualunque audacia.finestre. con le . con una fron te sfuggente. il luogo diveniva più lugubre. con più acume.Non c'è nessuno. Egli persistette.Ma la signora oggi c'era. ho vedut o. una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia il primo scambio di parole. Sono tutti a Volterra. era digiuno. né maschio né femmina. lo interrogò ancora. viscida. ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio Isabella s'era ab bandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le palme.

Per ciò gridava: "Questa donna non appartie ne a questa casa? Chiamate la padrona. Colpita dal contegno strano. se non per altro. tre volte. una energia misurata. Faremo le ricerche. evitando sempre di guardare gli occhi chiari. Per giungere a que sto egli aveva costruito le sue ali? Uscì. qualcosa di saldo. ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore. in quella struttura quadra. l'avventura si faceva più orrib ile. simile a un pugno di cenere. Tutte man iere significative. nel tal luogo. attonito. La vettura publica giunse con le tre persone.Mi sembra che la cosa si vada illuminando. E l'avevano ricondotta a quella casa come a un postribolo. Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più lurido? Qual e invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo urto per abbattere quel la ragione vacillante era stato dato dal caso con una sapienza degna della più len ta premeditazione. un intelletto vigile. di g eneroso: una bontà lucida e virile. La guardia si rivo lgeva alla sconosciuta e le domandava: "Ma che facevate voi. Non lo trovò soltanto in presenza. che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra del giardino. Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza. come la donna cianciava. Dal suo contegno appariva che egli avesse sorpresa nella piazza quella scon osciuta e l'avesse creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo. L'aveva incontrato poche volte. poiché non conosceva l' . "I minuti di Pratolino. il dubbio crudelissimo diveniva certezza. sino al moment o in cui forse disse il suo vero nome e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?" Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. Fateci parlare con la padrona". aveva scambiato con lui poche parole. una volta. tu l'hai detto. in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era chiusa n ella custodia di lutto. Sapremo tutta la verità. lo trovò in anima. tra il caffè e la farmacia.. Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto. o Vana beata. con la sua lunga coscia obliqua. ma anch'ella cre deva fosse quella piazza. Ma. come dopo un colpo che atterra. che facevate?" La testimone però non si ricordava del luogo nominato. rivedeva sé nell'atto di percuotere l'atterrata sul vi so su le braccia sul petto ruggendo l'ingiuria. e. un giovine magro con un abito grigio a righe. udita a traverso la nera distanza. in quella mano larga. eg li l'aveva ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo gala nte. dal momento in cui la vettura col triste carico s i mosse. Poi risentiva soff iare su sé la feroce insania. sotto il port ico. di leale. ma aveva subito sentito. Cul mer.. Battuta dai pugni e dai calci. salì e cominciò a strepitare dinanzi alla porta di Mrs. più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la morte. "Vale la pena di colare a picco.sue reni falcate. La vita era veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa. Allora la bipede anguilla. con le gambe fuor della gonn a nelle guaine lucide. l'altra notte." L'ave vano presa per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Aveva già visitato la demente. E la donna dava un indizio ancor più grave. lo trovò. una pausa. dopo aver sonato e pi cchiato alla porta di giù. era rimasta chiusa.. guardò il ferro della ringhiera e i gradini di mar mo bianco. dopo ciascuna volta. tra la carneficina e l'oscenità. com e per essere restituita al luogo del suo mestiere immondo! E la porta era chiusa . Lo cercò. per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre della terra. Si soffermò a piè della scala.. ove sul tappeto brillava una lunga s pada di sole. la sosta per accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. E. due volte. sperando di trovare il rif ugio e la difesa. E l'ultima voce. Certo. Egli rifaceva il cammino. non parev a avere annunziato l'infamia? "Tu lo sai quel che sono. R ivedeva quella faccia distrutta. disse: . appariva triste e perplesso. ha commesso l'errore. nel ter rore. S'adirava e strepitava perché credeva che "la padrona" si rifiutasse di aprir e per evitar perquisizioni pericolose. martire salva!" Rientrò nella casa vera. E gli parve che la parola vituper osa a un tratto riecheggiasse nella stanza. È probabile che si tratti veramente d'una guardia. Uno dei due uomini. La guardia deve aver trovata la signora in Piazza d'Azeglio. dove fu condotta la povera creatura? dove fu trascinata.

. el la ha gittato tali grida di terrore che dianzi la gente era assembrata sotto la finestra. si curva tutta sopra sé stessa. dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si alternarono. Sono scritta nel libro della questura . a piedi scalzi. in una specie di sottoscala. tu mi passi sopra. chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo. Lo spasimo corporale attutì l'alt ro dolore. così forte il terrore le fa tremare le mascelle.Continui. Vana la vide. Quando l'ode avvicinarsi. ma ve n'è qualche alt ra.episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice accompagnata dai due sco nosciuti e riconsegnata al portinaio. mettersi in cammino e anda re. non posso più uscire di qui. forse più tormentosa e di natura più grave. questo no! Mi porta via Lunella. . Ora.. E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.. serbò la macchiolina rossa. perché a un certo punto è balzata in piedi. con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una piccola goccia. e il suo terrore di quel supplizio e dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere all'accesso senza profondo strazio. in realtà. Se parla. Dianzi . Il delirio è violento." . Le gengive sanguinano intorn o ai denti. Sono dive ntata la tua via." E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la sorellina.Ora. signore. . Né gli intervalli le dànno riposo. a intervalli.disse il dottore non nel suo appartamento ma in una piccola st anza del mezzanino.Forse Ella può illuminarmi. vede?. L'i nsonnio. dottore. dottore. perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il pass o. il digiuno. Le guardie mi conoscono.L'ho trovata . Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel libro. la stanchezza. Non sa. le labbra sono arse e screpolate. L'inferma.Ma.. alle mie persuasioni rispondeva: "Non posso. Ella sta male. Per aver soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo. . . Chi m'ha pestata così? Quello.No. Come vuole che io esca di qui? Non mi chiamo p iù Isabella Inghirami. di cui non so scoprire l'origine. l'inferma ha le stìmate nella bocca. Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò. Né Paolo aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insania. crede di sentire qualcuno che cammina sotto il suo cranio. mi portano alle Murate. E certo è questa la più intensa delle sue idee deliranti. gridando: "Ah no. come se non fosse sotto la parola ma sotto il ferro op eratorio. Quale? . come mi chiamo io? Vada. che l o sapeva e lo diceva. Vanina la vide. non può seguirti. Sa. ora non faccio che lec care il mio sangue. dica. risoluta a non più uscirne.Per quanto io abbia cercato di persuaderla. sotto vo ce." Paolo si stringeva le tempie fra le mani. con un'eccit azione spaventosa. tutti i muscoli del viso sono stra volti. Le tempie gli si spezzavano. quello che m'ha scritta nel libro. e non so ancora determinarne tutte le cause. e p oi lo serbò. la violenza delle commozioni finalmente romp evano la sua forza. e mai non stagna. una piccola piccola goccia.Dica. . Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più male. lo domandi al primo che passa. una vecchia branda e qualche sedia sco nnessa. e rompe in supplicazioni confuse che non son riuscito a intendere .disse egli. Egli non poté fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'imm obilità e nel buio.Continui . prego. questo no! Non me la togliere! Dove la porti? dove la trascini? Non vedi? è piccola. e accennava di non poter più udire. . Tutti mi conoscono. mi si pren de Lunella! Ah. scenda nella via. Ma una volta ha detto. dottore. Tu mi cammini sopra. Ora la povera creatura sa che il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. con un accento infantile: "Bisogna andare andare. . un passo concitato che suona dietro l'osso dell a sua fronte. e m'asciugò... prego. . Continui. si arresta per ascoltare. con un piccolo fazzoletto m'asciugò. Le gua rdie mi arrestano. e aspettò. non m'è riuscito di trarla fuori da lla sua tana dove non c'è che il nudo muro.. Il secondo giorno.. Come vuole che io esca di qui..Continui. sempre quello . Il fratello e la sorellina sono a Volterr a. chi sa dove. dov'ella si rifugiò iersera come in una tana.

Che accadde dall'ora in cui essa uscì sola all'ora in cui rientrò accompagnata da i due sconosciuti? . E tacque. la signora fu vista su la scalinata di San Firenze. Discesero. i due uomini fecero salire di nuovo la signora nella vettura e la condusser o in giro. I due ve la condusse ro. un uomo alto e magro si avvicinò a parl arle. nell'accesso. a qualunque c osto. Ed entrambi fecero salire la signora in un'altra vettura.Il mio. Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sguisciante dalla voce dolciastra e dagli oc chi fuggevoli. la più grav e. anch'essi bevvero. La prego. L'inferma è convinta che fu presa per vendetta di "quell'uno" e che.e tra le altre questa. E specchiò la sua solitudine nel su o duro silenzio come in una lastra di marmo nero.Ora comprendo molte cose . la signora abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Álbizzi . .Nel pomeriggio di martedì.Che cosa posso io fare per salvarla? . Le ricerche minutis sime. la signora entrò nella piccola port a che mette nella cappella. ed entrò per la stessa porta. diceva: "Non la lascio se non la porto a casa. per la prima volta ha proferito sillaba per sillaba la parol a infame che la marchiò. si fermarono dinanzi al caffè. che a vicenda custodivano l'adito. Tutta l'avventura s i svolse su la Piazza di San Firenze fra le sei e le sette e mezzo circa. Il p adre e lo Sciacallo. un piccolo pezzo qualunque di carta. Quando ne uscì la second a volta.egli rivide il dottore. e la condussero là dove accadde la s cena raccontata dal domestico di Mrs. ridiede all'agitato la pacatezza esteriore. La signora bevve qualcosa. era falsa e forviò le ricerche. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare indietro.Parli senz'alcun riguardo. secondo essa dice.chiese il medico guardando dirittamente gli occhi chiari. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove pratiche. in preda a un'agitazione palese. Sta mani. . avevano espresso il loro pensiero su la necessità di chiudere l'inferma in una casa di salute. né poteva gridare la sua discolpa. senza meta. L'indicazione della Piazza d'Azeglio. Pochi minuti prima delle otto e me zzo. son riuscite vane. Dopo a vere esitato. D'entrambi. prese una vettura e diede l'indirizzo di Borgo degli Álbizzi . rispos e con tristezza e con pietà l'uomo dalla larga mano .disse il medico . Come dava in ismanie. . aspettando che si rivelasse e desse una indicazione certa . quegli era dentro e udiva gli oltraggi e godeva della vergogna. se non scopro chi sia e dove abiti".Mi odia. Quando ne uscì. si sedettero a una tavola. data per errore del domestic o o per inganno del vetturino. compiute per trovare tra gli agenti l'uomo indicato. Sembra che finalmente. L'uomo chiamò un suo compagno.Crede che le gioverebbe rivedermi? Il medico rimase perplesso. Non era stato an cora possibile trarla dalla tana senza provocare una resistenza pericolosa. verso le diec i. Io penso che l'uomo sia un qualche malf attore temerario che abbia tentato un ricatto. . Ne ssun rapporto fu presentato al questore. Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente fece firmare al p ortiere una carta. dichiarandosi agente di polizia. . Il proposito fermo d'impedire il delitto. Un silenzio penoso piombò su entrambi.Quando l'inferma evita di dire il nome di quegli che la fa sanguinare. . verso le sei. e non aprì.Noto che d'ora in ora l'avversione diviene più acre e assume forme più crude. era già buio. Non mi risparmi. . Ma accoglieva la fatalità del male che la misera gli faceva e nell' amore e nella demenza e nella morte. senz'alcuna omissione. Le ricerche tuttavia continuerann . . parlò sommesso. dunque. Si fermò di nuovo dinanzi alla chiesa. e della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine. Come passavano per la Piazza Beccaria. Restò sempre in piedi. Culmer. Può dirmelo? Paolo raccontò quanto sapeva.dimandò egli. I due accompagnatori si allontanarono. Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano. Il delirio della demente era cresciuto. È vero. La signora smaniosa disp arve su per le scale. il dottore fe ce un ritratto spietato.qual nome essa tace? . Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi. Paolo balzò in piedi tremando per tutte le membra. quando dag li uomini fu battuto alla porta. . il magro.

E Isabella non ha mai chiesto di lui? . La difendo così anche co ntro il padre. Cercò nel secondo libro di Samuele.E l'odio? . non le bastano le sue forze umane. una materia condannata a u na metamorfosi che si travagli e non si compia. Sento di co ntinuo il suo sforzo intorno a un nucleo profondo della sua coscienza. col libro tra le mani."E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande. Poi divagò oscuramente. . poi recitò con un accento inatteso un versetto della bibbia: que sto. Era d' un pallore e d'un'emaciazione mortali.chiese Paolo Tarsis. e contro quell'altra. Egli aveva la maniera dei grandi confessori. La tremenda irrequietudine del corpo ce ssò per un tratto. vattene via . Ierser a essa ebbe una tregua fra due tempeste. . E il quarto giorno fu il giorno di Tamar. dinanzi a un bicchi ere impuro dov'ella bagnava le labbra riarse. la grande farfalla crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'estate." Io allora bruscamente le domandai: "Chi è Amnon?" Rispose: "Quegli che mi cacciò e serrò l'uscio dietro a me". dei grandi ma neggiatori d'anime: tentava il segreto. Solo persisteva il gesto perpetuo di premersi le stìmate della bocca. Non c onosce nulla..o.. C'è dentro di lei un travaglio c osì fiero che. Né. Paolo domandò: .domandò Paolo. E Paolo cercò la bibbia e la diede al medico. perciocché l'odio che le portava era maggiore che l'amore che le aveva portato. D'improvviso."E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande." Ha una bibbia? . Per o ra sono costretto a prescrivere il più rigoroso isolamento. Paolo Tarsis vide il caffè ignobile. con una tentazione quasi inavvertita. con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel . E il delegato se ne andò. Rifiuta di coricarsi perché dice che le ha nno messo nel letto il lenzuolo cucito da colei.Nulla. odora di quell'odore". il lenzuolo di tre ferzi. con l'indice intromesso tra le pagine. sotto un'imagine dominante.L'ho. .Non comprendo. Stet te fisa alquanto. .Credo che sia malato a Volterra. po i aspettava in silenzio ma facendo imperiosamente pesare nel silenzio tutte le c ose non espresse. il fratello. per contenerlo.L'inferma delirava interrottamente. non la vede? non ha cercato di vederla? . nel luogo di Samuele. pensosi. con la solita aria cerimoniosa e strisciante. vide Isabella Inghirami. lascerei che la vedesse. Successe una nuova pausa. e assomigliarsi alla gran de Aurora michelangiolesca . . Tacquero per un poco.la vide seduta tra i due ceffi. Non ho mai veduto le linee del volto umano decomporsi e ricomporsi come quelle.rispose il medico riaprendo il libro. Prima il dottore domandò: .L'inferma a quando a quando vede una femmina rossiccia e albina con un grembi ule rigato "che.la creatura di tu tte le grazie e di tutte le eleganze.disse il medico. . Nella più torbida delle sue tempeste dà prova d'una incredibile potenza di constrizione. se venisse. su cui es sa poggia e preme con tutta sé come per impedirgli d'insorgere e di manifestarsi. . . che possa illuminarmi? . con una voce ch'egli cre deva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani arrossato dalla rùbrica dopo la pioggia dirotta. Ed egli le disse: Levati. degli ultimi tempi.Aldo. Consentì a sedersi. e lesse: . Aveva rifiutato il cibo ostinatamente. dopo una specie di lungo soliloquio incompreso.Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon . Dopo un lungo intervallo.Ogni giorno porta un nuovo atteggiamento misterioso . I sussulti gli sguardi i sobbalzi erano p lacati. La sua forma espressiva sembrava una materia in fusione.Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato? . Restò in pensiero.Aumenta? . quella medesima che aveva potuto d'impr ovviso estrarre sé dal suo masso come una statua severa.

ad ascoltare la voce piccola e infinita che saliva dal fondo della sua in fanzia. la sera volle tornare nel nascondiglio. Allora io ripetei la mia domanda incalzandola: "Ma dunque Amnon chi è?" Balzò in piedi con uno di quegli impeti che la fanno somigliar e a un turbine di cenere e di brace. O ra la villa murata di San Girolamo non soltanto è ottima per quiete e per solitudi ne. Ella s'insanguinava le dita contro le punte del cili ndro. Quel trasporto gli parve il ve ro transito dell'anima. Non rivide il giardino di gelsomini cantato da Hafiz ma la reggia della Follia e il sepolcreto. e lo sc arabillo suoni sempre suoni sempre!" Paolo la rivide apparire su la terrazza. Poi recitò lenta un altro versetto. " Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi. seminuda nella sciarpa lunare. rischiarata dalla fiammella giallastra accesa sul pian erottolo. Stamani diceva: "Chiamatemi Lunella.disse il dottore a Paolo. De ve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere. Non frappongo indugio. e infuriarono. La più assidua vigilanza non basta. Inoltre so che il padre non si oppone a questo t rasporto. Allora io ripetei la mia domanda guardandola nelle pupille: "Chi è Amnon?" Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra. recando la cosa ignota avviluppata nel p ezzo di stoffa. quei rossi terrori.Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene e del suo desiderio d i Lunella. Nelle stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza ch'egli temette il contagio della demenza. ma ha il vantaggio d'esser prossima a una casa di cura. poi si divorarono tra loro. r endetemi la mia Forbicicchia. e non debbo discolparmi". come a sei anni. che venga e porti con sé Tiapa e le sue forbici e st ia qui e intagli per me qualche figuretta. Furono come Isabella. interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra.È strano ." E il sesto giorno fu il giorno del vituperio. gridando: "Mio fratello! Mio fratello!" E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è avvalorata dalla legge. fino a infermare.A Volterra? . la sentiva. io l'ho commessa. ma per lui risonava dei colpi dati alla porta da llo sconosciuto. . . Stava accosciata e china a ricevere l'aura della doppia a letta. come la bellezza viva d'Isabella. era deserta e tacita. Per commiato. aveva da lei nei precordii quei sordi tonfi. camminarono verso di lui su quattro br anche. traendolo dall a sua memoria come dal fuoco: "E Amnon era in grande ansietà. dello strappo. della separazione ineluttabile. e rimasero vivi i più selvaggi. entrare nella caverna ver de. dai g randi occhi teneri come gli occhi di Leila. assunsero un aspetto patetico e consapevole. Tutte si rianimarono. come le sue trecce come la sua nuca come le s ue braccia come le sue spalle come il suo petto come le sue ginocchia come le su e caviglie. Poi combatte rono. la colpa di cui mi accusate. dopo il delitto. La scala era lugubre. che è diretta da un uo mo d'alto ingegno e di profonda coscienza e di rigidissima disciplina. Poi si ricordò dell'antilope ferita. assai più misterioso del raggio di luce che si vede nelle rapp resentazioni delle stìmate sante. . si umanarono. È impossibile ch'essa rimanga qui. con la stella cilestrina in mezzo alla fronte. la toccava. onde l'appross imarsi della voluttà era come l'approssimarsi dell'annientamento. e si viva insieme tutt'e tre. S'egli si moveva. Prepa ro la partenza per domani. .dire. I ricordi in così breve spazio si fecero di carne e d'ossa. disse: "Eppure. Fino a quel punto Paolo non aveva ancora avuto il sentimento finale del distacc o.Quel tintinno la placa.Ho ben considerato. Isabella era per ovunque. e che conviene per ciò traccheggiare con lui. La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal pettine d' acciaio: il suo scarabillo. nel quale io posso pienamente confidare. . in queste condizioni. era come quella ove rimasero le macchie del sangue non lavate. son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre a Volterra. pe r amor di Tamar sua sorella".

per un breve corridoio ingombro di armadii n eri. Il campanile azzurro della Badia attendeva che alla sua punta si accendesse la prim a stella. S'alzò. "Che c'è di nuovo? che c'è ancora di più tristo?" si domandò il superstite che era già pro nto al suo viaggio. Un pergamo di l egno scuro era abbandonato a fianco dell'uscio. E sul passo della mendicante. Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra. senza sovrapporsi. Entrò nella cappella. in mezzo a' cui battenti splendevano due cuor i d'oro in fiamma. in gombri di stalli di armadii di confessionali. attraversò il corridoio. e su l'una e su l'altra porta era l'iscrizione: Reliquiae san ctorum. nell'altare dedicato alla Vergine. Vedeva di là dalla cappella gli anditi oscuri. Vi l uceva poc'acqua. pel duomo. Prese l'elemosina senza grazie. e lo guardò con due occhi di febbre. La massa petrosa del Bargello occupava il cielo argentino. come là dove tutti i segni erano eloquenti e tutti i fantasmi cantavano.L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune notizie da comunicargli. Gli aspetti delle cose gli si stampavano nel do lore. senza dimanda. di natura molto delicata. Due lampade d'argento ardevano ai lati. dinanzi ai balaustri di marmo che chiudono lo spazio dell'alta re. Tutte quelle cose. si apriva sotto una finest ra difesa da ferri robusti. è fra i più tristi in terra. una corona di cuori votivi cingeva l'imagine santa. fino ai tre patiboli confitti sul poggio calvo. Appesa in alto era una lunga scala di legno. L'andito era bianco. Gli tese la mano cava. Sotto la cupola. "Su quale restò seduta?" Gli parve d'indovinare scegliendo. Entrando nella stanza dove l'ispettore cortese lo attendeva. e sedette su quella. con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Il cuore gli si gonfiò d'una pietà disperata quand'egli scoprì nell'ombra la piletta dell'acqua santa. mentre l'ombra scendeva più grave dal lucernario. la città di vento e di macigno. "Quale di quelle portò la povera folle. a traverso le biancane sterili. simile a un turbine di cenere e di brace. Una donna quasi cenciosa passò. con quello del l'ospedale e della prigione. alla sinistra. guardò le lastre nere e bianche del pavimento ov'ella s'e ra inginocchiata. altre due lunghe scal e eran poggiate sul pavimento. vedeva di là dalla collina gessosa riappar ire all'improvviso su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito. Risentì l'odore indefinibile che. e gli occhi si di latavano per tutto vedere per tutto accogliere. a uno a uno. un altro. escì su la piazza. pieni d'infinita miseria. Come per accompagnarla fino ai tre cipressi. e presso. Vedeva a traverso il cancello la chiesa bianca sostenuta dagli alti pilastri di pietra serena. e l'intero viso viveva la vita d ello sguardo. seduta tra i due accompagnatori?" Per la Via del Proconsolo. per ove ella era entrata. Camminò sopra una pietra sepolcrale. guardò con occhi intentissimi. "Che fece nella lunga sosta? rimase in ginocchio? si sedette? pregò? sapeva ancor a pregare? e quale fu la sua preghiera?" Egli guatava guatava. egli passò per la Piazza di San Firenze prima di andare al colloquio incerto. fu come il tortura to che passa da una muda in un'altra per l'estrema sevizia. l'uomo zelante disse c on rapida precisione: . intorno al mistero della notte orrenda. con le stìmate nella bocca. g li apparve in un attimo Isabella. Sentiva l'ombra scender e dal lucernario. ch'egli vedeva per la prima volta. temendo le allucinazioni. Una fila di vetture stava lungo il marciapiede. un confessionale. come nell'ora di Mantova. presero a vivere in lui c ome se anch'esse fossero impregnate della vita d'Isabella. e scomparve nell'ombra trascinand osi come se avesse le reni spezzate. andò al luogo di vergogna. I fanal i erano già accesi. Pensò all'ignota femmina dal grembiule rigato. due panche. coi vetturini sdraiati in attitudini di ubriachi o di mentecatti. simili a quelle dei crocifissori. dove forse la povera folle aveva intinte le dita per segnarsi c ol gesto della consuetudine. nel chiaro e tiepido argento della sera d 'aprile. Di dietro il cristallo insensibile degli occhiali d'oro. E da un lato e dall'altro erano due porte chiuse. a traverso le crete della V aldera. La piccola porta. coi cavalli stanchi e tristi. Alla parete destra.

- Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei due scon osciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una vera coppia crimina le. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce, ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato il Canonico, è un certo Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dan te avrebbe messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de' Mozzi. E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un sottile sorri so che traversò la visiera di cristallo. - Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si trovavan o su la piazza quella sera? La Piazza di San Firenze, la sera, è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si diramano dietro il tempio e die tro il tribunale. Là presso è anche una specie di caffè bordello. I due procaccianti v i hanno il loro recapito. Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fo ssero mossi dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima vol ta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora, o già lo cono scevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma? L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato di tutte lettere, inv ero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi patetico, quando giunse all'ul tima ch'egli gravò di un dubbio turpe: - E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la partenz a dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Álbizzi ? Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità. Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi. Dispensò dalla r icerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una cloaca immensa. Ogni bellezz a, ogni gentilezza era distrutta. Il volto dell'Amore era osceno come quello d'u n pagliaccio vinoso. Egli vedeva la divina Isabella Inghirami seduta tra il ruff iano e il sodomita, dinanzi a un bicchiere sudicio, nel caffè male odorante. La pa rola di vituperio, il destino l'aveva raccolta per adempierla. E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova. E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse: "Cuore sop porta. Ben altro tu hai sopportato più cane!" E si scrollò, e prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola tempra. Il dì venti aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il messaggio pr omesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del fonditore. Il metallo si str uggeva nel bacino. La statua aspettava per tutte le sue vene avide il sangue rov ente, vestita dalla tonaca di terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clìpei. "Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, da' la buona stratta come la st ratta della morte; ché il vento gira al largo e ridonda, e risona come il bronzo s onante, nel battito del mare." Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi. Tutto il giorno aveva lavorato intorno al grande airone, in silenzio, con i suoi meccanic i, portando anch'egli la tunica azzurra, non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben celato il suo disegno e il suo proposito. "Pon ente una quarta a libeccio!" Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per ciò egli ave va atteso a rinforzare i suoi congegni; aveva mutato il motore il serbatoio l'el ica; con molta industria aveva sospesa sul suo capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era segnata la giacitura degli atterraggi utili, costa ntemente orientata dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni artiere prediletto da Giulio Cambiaso: "Domattina, alla diana, farò un a ltro volo di prova". Sembrava che per lui su la rupe di Árdea vigesse la conscia v irtus di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa mortale munitissimo.

In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo compagno. "Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?" Il ricordo gli palpitava dentro assiduo come un cuore rid ivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, g lielo faceva vivo e presente come quando lassù, reduci dai peripli e dalle spedizi oni, avevano costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e av evano tentato i primi voli. Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi tra le al i leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre e imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a raggiungere per la prima volta, col bianco airo ne già quasi compiuto, che stava alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzar ono il tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto dio Indigete dopo che il fiu me con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e non lasciat o se non l'ottima parte. Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte, contemplando i luog hi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella sua ultima sera. Tutto era g rande e dolce come se l'Indigete sorridesse nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Par eva che dal lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a cui s'a ppese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba degli uomini imbestiati ul ulare come quando sotto il monte dell'erbe veleggiarono in salvo le navi di Enea ; ma sola cantava la figliuola di Giano il suo divino dolore, come il cigno cant a i versi della morte, divenuta "vana ne' lievi venti". Calava la sera. A una a una intorno a Espero le stelle sgorgavano. Un pastore c onduceva la greggia non forse all'ovile ma all'oracolo di Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli delle pecore offerte, ancor dorme vatici nando per sogni nel silenzio notturno. Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue vaste al i biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel medesimo ove egli ave va composto il corpo del compagno avvolto nella rascia rossa. Ricoverò i suoi mecc anici nell'officina attigua; diede ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante. Il silenzio era come quando la città guerriera dei Rutuli dormiva intorno alla re ggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura apparivano opera d'uomo, cov ando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva se non il croscio dell'Incastro a va lle, continuo come il tempo. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroc-c io su la strada di Anzio. Su i Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una nott e nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto lontano. Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo. Il monoli to ancora giaceva al suolo, ma rialzato alquanto da fasci di frasca ch'erano com e i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e, pensando all'opra che nell' ora ferveva intorno alla statua lontana, respirò nell'anima stessa del fuoco e nel l'anima del fratel suo. Aveva già lo statuario gittato nel bacino l'anello? Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva dalla trave. L' airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi tutelari che Giulio Cambiaso a mava e curava, nei giorni della gaiezza. Per gioco egli s'era piaciuto di deific arli coi nomi di due antenati mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Eran o come i Penati nella casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e medita bondo sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia. - Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me, povero solo ! - gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per parlare ai due vecchi Penati ca ndidi dai piedi olivastri. - Proteggi intanto il mio penultimo sonno breve. Doma ni dormirò assai più lungamente. Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano sotto la tenda

. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e alle necessità, era sparsa in torno, di metallo, d'osso, di bosso, di tela, di gomma. - La mia statua è fusa - disse, pensando che il rito del fuoco s'era compiuto. Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca rigurgi tante, il metallo incandescente fermarsi e subito incupirsi nella creta e nel ma ttone. S'addormentò. Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici credettero che Giu lio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente allegra la voce dei comandi . Subito la -tettoia fu piena di rombo. Le tavole tremarono, la polvere si spars e, l'airone si sbatté. Egli prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanz a. I sette cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alett e intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a maraviglia , astro d'aria nell'aria. I meccanici ancora una volta ne provarono la forza, av endo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un p alo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Árdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice . - Pronti? - chiese il superstite. - Pronti - rispose la voce fedele. E l'elica s'arrestò. L'Árdea fu sciolta, fermo il battito del settemplice cuore rag giato. - Dauno, - disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove l'airone b ianco era molto inquieto Dauno, voglio liberare anche te, in questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta. Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla verso lo spiazzo. Posò l a gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò della parola vergiliana di Niso. - Daune, - disse - nunc ipsa vocat res. Hac iter est. Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era offerta. - :Daune, hac iter est! - gli gridò il liberatore incitandolo. L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe nericcie; c orse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con grazia il collo tra g li omeri e confondendo le lunghe piume dell'occipite con quelle della schiena, s i librò a volo nel mattino. Egli lo seguiva con lo sguardo. - Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento? Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno! Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare le spiagge le valli i poggi i monti erano quali Canente li guardò con i suoi occhi limpidi e li incantò con i su oi carmi leni, prima del dolore, prima del pianto e del sangue, prima che la fig lia crudele del Sole dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: "O bellis simo, e non ti riavrà colei che canta ". - Hac iter est. E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un giorno al cionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini con nessuna parola co n nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le due pale e impresse il moto. As coltò il tono. Salì sul suo sedile; s'accomodò alla manovra tranquillo. - Lascia! Al modo dell'airone liberato, il velivolo corse per un tratto sul suo fumo azzu rrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò verso il mare. "Ponente un a quarta a libeccio!" Gli artieri e i pastori lo videro seguire dall'alto il cor so dell'Incastro, oltrepassare la foce, salire salire ancora, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno, perdersi nell'immensità. - Vedrete che va a finire in Sardegna - disse ridendo il più giovine. - Non mi maraviglierei. Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando la gab bia vuota, scoteva il capo.

sorpassò. Non vedeva a faccia a faccia il suo Pilota. Sono in mezzo al Tirreno. Erano là. Il sole dietro di lui salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'omb ra. e il tempo passava. Egli si volse. e gli pareva che vivessero con una str aordinaria potenza. si risollevò. La grande Árdea di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra. sarà una bella morte! Se calcolo il tempo e la velocità. il mare mutava colore qua e là simile a un drappo broccato. Le mani del timoniere si rinnervarono e riappresero l'arte. Il tono della raggiera ignita era pieno e d eguale. ed egli aveva persa la memoria della riva di giù ma non di q uel viaggio. come la bacchetta del m usico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. "La morte poteva divenire la vita? il giorno d'im molazione divenire giorno di trasfigurazione?" Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra. i metalli scintillarono. La lieve brezza di ponente s pirava senza colpi né salti né nodi. ma era egli medesimo quel pilota. E la vide sotto di sé come un c hiaro guscio distinto da una piumetta di fumo. le sue mani nude co me quelle che sporgevano dallo scafandro. Il superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del trapassare. Il tono della raggiera ignita era pieno e gagli ardo. Come q uella quiete aboliva la rapidità così quel silenzio aboliva il romore. che nel lavoro avevano conservata la loro nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude. L'estasi letèa cessò. come già nell'apparire dell'arcobaleno.Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e chiara soli tudine senza turbamento senza mutamento. ché egli si ricordava di averlo compiuto. Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare. "Compagno. e la rapidità gli sferzava il viso entro il cama glio. "Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la Sirena che non trovò mai?" E il tempo passava. gli parevano anch'esse una for ma della vita ideale. Ho una bella tomba profonda. e la sua mente era la luce della sua mente. Era il Sole. e le sue mani. che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora pareva terrore. Gli parve di per cepire una pausa nella raggiera. in cui gli pareva esser sospeso e immob ile su le sue ali adeguate. era l'albàsia mattutina senza soffio senza flutto. Ma ora il silenzio era pieno del rombo che il volatore ascoltava di c ontinuo nell'attesa della prima pausa. L'astr o mordace dell'elica trivellava l'aria salsa infaticabilmente. come se il senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso. Egli aveva già perc orso più di cento miglia marine. Le ali risplendettero con tutte le nervature palesi. all'isola del Tino. Gli ritornava singolarmente una strana divinità nelle mani. La solitudine era tutta d'acqua e d'aria. l'equil ibrio tra ala ed ala tra becco e coda era costante. Il clamore gli giunse appena appe na. E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava un'ansia conf usa. che l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. l'astro mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente. l'insolita leggerezza. Era la grande serenità alcionia come nei giorni favolo si del solstizio iemale. senza trem are senza lentare senza fallire. una via abbagliante segnò le acque. Vigilò il s uo cuore. come sp . senza una vela senza un filo di fumo senza una linea di terra. il soffio intaccava l'acqua e la copriva di squame. alla Maddalena. e la s ua gota fu d'oro. Egli cominciò a manovrare con attenzione più acuta. Il vento rinfresc ava. E gli scorse una nave che gli intersecava la rotta navigando a ostro levante. poi più altre intermesse. c he sole rimanevan nude in contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere p er entro alla tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiori te. Egli volava a grande altezza. com pagno. "Che fa rei se l'Árdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo? Dovrei atte ndere o cercare di colarla a fondo?" Il tono ridiveniva pieno. poi un'altra. ho già percorso circa settanta miglia marine. quando chiusi nello scafandro sce ndevamo verso gli orti delle Sirene?" Gli ritornava in tutto il corpo quella gio ia nuova. navigandogli i ncontro diretta a levante verso la costa d'Italia. infaticabili come le due pale dell'elica. T i ricordi. la r aggiunse in calata verso il clamore che saliva dai marinai e dai passeggeri asse mbrati in coperta. Il moto dei c ongegni non aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie. con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. appariva lontano una zo na sempre più cupa. e la sua anima era la guida della sua anima. E un'altra nave apparve.

come in quell'altro g iorno funebre quando gli aveva chiesto: "Tu vuoi? Tu vuoi?" E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere. contro una macchia cupa forse di ginepri forse di lentischi. Silenzio selvaggio. la volontà di vivere per vincere. e tale il suo sogno. nella sua bassura. udì qualcosa cadere d'accanto al suo piede sini stro. La l uce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo. Era la vita! Tale quel sogno sognato con tutto il peso della carne sanguigna. e la raggiera irta rombav a in ritmo. con la durezza di tutte le ossa. l'un dopo l'altro. Lottò. come segno spettrale. di sfuggire al contrast o dell'aria. Scorse per entro l'onda eguale. erano furenti di vita come quelle che brandiscono l'arme alla supre ma difesa. quasi al frangente dell'onda. La scelse per atterrarsi. avvicinarsi di conti nuo. d'un tremito che per la prima volta movev a l'essere umano. Udì in basso un lieve scricchiolio. Era la terra! E il suo amore del fratello e il suo dolore e il suo ardore furono il sole diet ro a sé. Caprera . S'atterrò nel sogno e nel prodigio. di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. e che il getto dei gas infiammati lo investi va senza riparo.arente. e l'astro dell'elica trivellava il cielo. Comprese che Terranova. co' suoi monti co' suoi poggi con le sue macchie con le sue spiagge. Anche una volta egli aveva tracciato con l'animo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. una flottiglia di battelli sottomarini che navigavano con lo scafo immerso in ma novra di battaglia. con le pieghe dei lenzuoli che lasciano nella pelle impronte come di percosse. tutto ferro asta pu nta e cocca: un ferro che vedeva come nessuno mai vide. La costa era là. Quel ch'era insperato poteva ess er raggiunto! Egli vedeva a faccia a faccia il suo Pilota. Era la terra. tale il prodigio sostenuto con la tensione di tutte le fibre . I minuti scoccavano. in fondo alla linea dell'acqua. il Capo Figari. sicuro e lieve. assalto per assalto. E sentì t utto il suo corpo proteso come per l'istinto di acuirsi. e il respiro del mare fanciullo che le braccia piegate della terra blandivano. a proravia. una immortalità incitatrice. propizia all'arriv ata. non tuono di trionfo. dismemorato e inconsapevole. fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro. Non clamore. deserta sterile gialligna. erma gloria. come inesistente. con la faccia addentrata nell'origliere come la fame nella mangiatoia. Al calore s'accorse che s'era spezzata o distaccata la tavoletta d'allumin io contrapposta al tubo di scarico. Ma in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a un'opera disper ata di vita. non moltitudine pallida di facce. e ciò che deve nasce . Era la vittoria! E come allora e assai più. non la mutò. Scoprì in una calanca una lista di sabb ione. E sentì le sue pupille appuntate all'apparizione lontana con una intensità che moltiplicava il senso per prodigio. come quelle che s'aggrappano al bordo del battello o alla scheggia de llo scoglio nel naufragio. Scorse una muraglia informe di fichidindia. contrastò. la Maddalena gli erano a tramontana e ch'egli aveva tenuta la rotta più verso li beccio. sopra a sé. E il tempo passava. irta di ma ni. di tutta la sua volontà egli fece un dardo inflessibile. e il mattino ancor fresco. Porto Cervo. furono una presenza raggiante. Ma vedeva la terra. Ma non virò. come le scintille dell'accensione. col sudore che stilla. Che poteva esser mai laggiù. La vedeva ingrandirsi. Era la vita. E il cuore gli tremò d'un tremito novo. scorse più lungi in un seno verdi ccio un armento presso una capanna conica. Era la vittoria. un ferro che udiva come nessuno mai udì. quella lunga nuvola azzurra? una catena di monti? la terra? Egli guardò le sue mani terribili. e la parola della segreta nutrice che sa la vita e la morte. Il ven to ora l'assaliva a colpi a buffi a rìfoli a raffiche. come cosa della riva di là.

"Figlio. e si pose a distaccare dal piede incotto i resti de l cuoio incarbonito. Fece l'estremo sforzo. Sedette sul lido solitario. Poi fece l'atto di balzare nell a sabbia. nel toccare il gelo dell' acqua. lo contenn e. e il tempo di tutto. non v'è dio se non sei tu quello." Egli restò attonito e intento per alcuni istanti. guardò l'onda: l'ascoltò. rovesciandosi indietro. chiedendo il sollievo d'un attimo a quella piaga empia che novamente costringeva e imbestiava in un punto angusto la volontà vittoriosa. Come aveva esausta la lena e non sosteneva lo strazio. supino. primo e solo. Girò gli occhi verso la grande Árdea immune. rispasimando nella sabbia attrita. Allora al suo spirito parve che gli medicassero la piaga immersa gli spiriti de l mare. Allentò gomiti e polsi. ma lo spasimo della bruciatura perversa gli strappò un grido. Allora discese cauto.re e ciò che non può morire. con le coste contratte. Respirò dal profondo. con le palp ebre chiuse. Fu certo del l'aver compiuto. cercando intorno un qualche sostegno. FINE . con i denti stretti. Ecco che la sua carne ridiventava miserabile: non si poteva più esprimere se non col soffio lamentevole non udito da alcuno.

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