IL LIBRO DELLE VERGINI di Gabriele D'Annunzio

INDICE ------------------------Le vergini Favola sentimentale Nell assenza di Lanciotto Ad altare Dei

LE VERGINI I. Il viatico uscì dalla porta della chiesa a mezzogiorno. Su tutte le strade era la primizia della neve, su tutte le case era la neve. Ma in alto grandi isole azzur re apparivano tra le nuvole nevose, si dilatavano su 'l palazzo di Brina lentame nte, s'illuminavano verso la Bandiera. E nell'aria bianca, sul paese bianco appa riva ora subitamente letificante il miracolo del sole. Il viatico s'incamminava alla casa di Giuliana; la gente si fermava a veder pass are il prete incedente a capo nudo, con la stola violacea, sotto l'ampio ombrell o scarlatto, tra le lanterne portate dai chierici accese. La campanella squillav a limpidamente accompagnando i salmi sussurrati dal prete. I cani vagabondi si s cansavano nei vicoli al passaggio. Mazzanti cessò di ammucchiare la neve all'angol o della piazza e si scoprì la calvizie, inchinandosi. Si spandeva in quel punto da l forno di Flajano nell'aria l'odore caldo e sano del pane recente, quell'odore che éccita il palato. Nella casa dell'inferma li astanti udirono li squilli, e udirono su per le scale il salire dei vegnenti. Giuliana era su 'l letto, supina, tenuta dallo stupore della febbre, da una sonnolenza inerte, con la respirazione frequente rotta da i rantoli. Su 'l candore del guanciale posava la testa quasi nuda di capelli, la faccia d'un colore quasi ceruleo ove le palpebre erano semichiuse sopra li occhi vischiosi e le narici parevano annerite dal fumo. Ella aveva nelle mani scarnif icate certi piccoli moti incoscienti, certi vaghi conati di prendere qualche cos a nel vuoto, certi strani segni improvvisi che davano come un senso di terrore a chi stava da presso; e nelle braccia pallide si producevano a volte certe contr azioni di fasci muscolari, i sussulti dei tendini; e a volte un balbettamento in intelligibile le usciva dalle labbra come se le parole le si impigliassero nella fuliggine della lingua, nel muco tenace delle gengive. Nella stanza si faceva quel silenzio tragico che suole precedere gli avvenimenti supremi, un silenzio dove il respiro dell'inferma e i gesticolamenti incerti e le irruzioni rauche della tosse bronchiale acquistavano una specie di solennità fúne bre. Dalle finestre aperte entrava l'aria pura ed uscivano le esalazioni della m alattia. Un vivo bagliore bianco si rinfrangeva dalla neve coprente i cornicioni e i capitelli corintii dell'arco di Portanova; una efflorescenza cristallina di ghiaccioli scintillava d'iridi all'altezza della stanza. Nell'interno, su le pa reti, pendevano grandi medaglie sacre d'ottone; pendevano imagini di santi. Sott o un vetro una Madonna di Loreto tutta nera il volto il seno le braccia; come un idolo barbarico, emergeva glorificata dalla veste d'oro ove le mezze lune saliv ano. In un angolo, un piccolo altare candido sorgeva con un vecchio Gesù di avorio su una croce intarsiata di madreperla, con due boccali turchini di Castelli pie ni d'erbe aromatiche. Camilla, la sorella, l'unica parente, presso al letto, pallidissima, tergeva le labbra nerastre e i denti incrostati dell'inferma con un lino umido di aceto. Do n Vincenzo Bucci, il medico, seduto, guardava il pomo d'argento della bella mazz a, le belle corniole incise ch'egli aveva negli anelli delle dita, aspettando. T

eodora La Jece, una tessitrice vicina, stava ritta, in silenzio, tutta intenta n ell'atteggiare la faccia bianca e lentigginosa, gli occhi grigi di piombo, la bo cca crudele al dolore. - Pax huic domui - disse il prete entrando. Apparve sull'uscio Don Gennaro Tiern o, una figura altissima e smilza, tutta ad angoli, poggiata su piedi enormi. Ven iva dietro di lui Rosa Catena, una femmina che aveva fatto pubblica professione d'impudicizia al suo tempo verde e che ora si salvava l'anima assistendo i morib ondi, lavando i cadaveri, vestendoli e accomodandoli nella bara, senza prender m ercede. Nella stanza di Giuliana tutti erano in ginocchio, chini la faccia. L'inferma no n udiva; una stupefazione intensa le teneva ancora i sensi. E l'aspersorio si le vò su di lei, lucido nell'aria, aspergendo il letto. - Asperges, me domine, hyssopo, et mundabor... - Ma Giuliana non sentì l'onda puri ficatrice che la rendeva più bianca della neve innanzi al suo Signore. Ella stirava davanti a sé con le dita fragili le coperte, aveva un moto tremulo ne lle labbra, nella gola il gorgoglio della parola che ella non poteva profferire. - Exaudi nos, domine sancte... Allora uno scoppio di pianto risonò fra le parole latine, e Camilla nascose sulla sponda del letto la faccia rigata di lacrime. Il medico s'era accostato e teneva fra le dita inanellate il polso di Giuliana. Egli voleva scuoterla, apprestarla a ricevere il Sacramento dalle mani del sacerdote di Gesù Cristo, fare che ella p orgesse la lingua all'ostia. Giuliana balbettò, gesticolò, ancora vagamente nel vuoto, mentre la sollevavano su i guanciali. Ella doveva sentire un tintinnio nei nervi dell'orecchio perturbati forse dalle grida, forse una musica. Come fu sollevata, subitamente il rossore l ivido della faccia si mutò in un pallore di cadavere; la vescica di ghiaccio cadde dalla testa su 'l lenzuolo. - Misereatur... Porse ella finalmente la lingua tremante, coperta di una crosta mista di muco e di sangue nerastro, dove l'ostia vergine si posò. - Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi... Ma ella non ritirò la lingua a quel contatto, perché non aveva coscienza di quel che faceva; lo stupidimento non era rotto dal lume dell'Eucaristia. Camilla guardav a con gli occhi rossi pieni di terrore e di dolore quella faccia terrea dove ogn i segno di vita mancava a poco a poco, quella bocca aperta che pareva la bocca d i uno strangolato. Il prete seguitava, nella solennità del suo ministerio, le preg hiere latine lentamente. Tutti gli altri rimanevano genuflessi, sotto il diffuso albore che fuori dalla neve suscitava il meriggio. Un buffo d'odore di pane cal do salì col vento e fece fremere le papille del naso ai clerici. - Oremus... Alli eccitamenti del medico Giuliana richiuse le labbra. La riadagiarono supina; poiché il prete entrava nel sacramento dell'Estrema Unzione. Dai clerici genufles si suonava sommessamente l'antifona dei Salmi penitenziali. - Ne reminiscaris. Teodora La Jece metteva di tratto in tratto un singulto soffocato, coperta il vo lto con le palme a' piedi del letto. Rosa Catena stava ritta, a canto, con un oc chio semichiuso da cui le colava di continuo un liquido giallognolo e con l'altr o occhio cieco e bianco per un'albùgine, scorreva un rosario, mormorando. E mentre i Salmi sommessamente dal pavimento si elevavano, su quel mormorìo confuso domina va la formola sacra del prete ungente in croce li occhi, li orecchi, le narici, la bocca, le mani dell'inferma inerte. - ...indulgeat tibi Dominus quidquid per gressum deliquisti. Amen. Fu Camilla che scoperse i piedi della sorella; apparvero tra le coperte due pied i gialli, squamosi, lividi nelle unghie, che al tatto davano un ribrezzo di memb ra morte. E su quella pelle secca le lacrime caddero, si mescolarono con l'unzio ne estrema. - Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Pater noster... L'unta del Signore stava ora immobile, respirando, con li occhi chiusi dinanzi a lla luce, con le ginocchia sollevate e le mani strette fra le cosce in quell'att eggiamento così abituale alli ammalati di tifo. E il prete, poi ch'ebbe premuto su

lle labbra di lei per l'ultima volta il crocefisso, fatto il segno della croce a lto in mezzo alla stanza con la gran mano, uscì seguito dai clerici. Vagava ancora nella stanza quell'odore svanito d'incenso e di cera che hanno le vesti sacerdo tali. Fuori, sotto le finestre, Matteo Puriello martellava la suola canticchiand o. II. I segni del male declinavano lentamente in favore: succedeva ora il quarto sette nario, succedeva al sopore stupido la quiete naturale del sonno, una quiete dure vole in cui a poco a poco tutte le perturbazioni della coscienza si sedavano e l e facoltà del senso si facevano meno torbide e la frequenza della respirazione dim inuiva. Ma una tosse aspra scoppiava a tratti nel petto dell'inferma, facendo su ssultare le vertebre; una distruzione dolorosa della pelle e dei tessuti molli s i compiva ai gomiti, alle ginocchia, all'estremità della schiena, di giorno in gio rno. Quando Camilla si chinava su 'l letto chiamando - Giuliana! - la sorella te ntava aprire li occhi, volgersi verso la voce. Ma la debolezza la opprimeva; lo stupore torbido le occupava di nuovo il senso. Ella aveva fame, ella aveva fame. Una bramosia bestiale di cibo le torturava le viscere vuote, le dava alla bocca quel movimento vago delle mandibole chiedenti qualche cosa da masticare, le dava talvolta alle povere ossa delle mani quelle c ontrazioni prensili che hanno le dita delle scimmie golose alla vista del pomo. Era la fame canina della convalescenza del tifo, quella terribile avidità di nutri mento vitale in tutte le cellule del corpo impoverite dal lungo malore. Una scar sa onda di sangue restava a pena circolante pei tessuti; nel cervello debolmente irrigato ogni attività ristagnava come in un machina a cui la forza motrice del l iquido difetti. Soltanto, in quella materia disordinatamente ora si producevano certe vibrazioni determinanti certi arti che nella vita anteriore erano abituali ; né di quel lavorìo meccanico aveva la convalescente coscienza. Ella per lo più dicev a ad alta voce le letanie; divideva in sillabe parole senza senso; minacciava pu nizioni a discepoli; cantava le strofe quinarie di un inno a Gesù. Aveva per lo più nell'indice della mano sinistra un moto di indicazione scorrente su l'orlo del l enzuolo, come se ella con quel segno guidasse l'occhio dei discepoli su le righe del libro. Poi, talvolta, la sua voce si sollevava, prendeva una solennità quasi minacciosa, pronunciando le ammonizioni delle sette trombe, ricordando confusame nte le parole di fra Bartolomeo da Saluzzo ai peccatori, avendo forse nelli occh i stupefatti la visione di quelle vecchie stampe impresse dal legno piene di def ormi angeli tubanti e di demonii debellati. Ma nelli occhi non mai aveva uno sgu ardo. Le palpebre pesanti coprivano l'iride a metà, quell'iride senza colore spers a nella sclerotica che pareva come velata da un muco giallastro. Ella stava nel suo letto distesa, con il capo su due guanciali. Quasi tutti i capelli le erano caduti nella malattia; un pallor terreo, di quei pallori sotto cui pare non anch e possa rimanere la vita, le occupava la faccia, le cavità della faccia; e il tesc hio ne traspariva e da tutta la restante aridezza della pelle lo scheletro trasp ariva, e intorno a tutto quell'ossame nei punti di pressione sul letto i tessuti aderenti degeneravano. Solo, un'immensa fame animava quella rovina, torturava g l'intestini ove le ulceri tifose si cicatrizzavano lentamente. Fuori era la novena di Natale, la bella festività de' vecchi e de' fanciulli. Eran o certi vespri chiari e rigidi, sotto cui tutto il paese di Pescara si popolava di marinari e si empiva dei suoni delle zampogne. L'odore acuto delle zuppe di p esce si propagava nell'aria dalle cantine aperte. Lentamente, alle finestre, all e porte, nelle vie, i lumi apparivano. Il sole indugiava roseo su i terrazzi di pietra della casa di Farina, sui comignoli della casa Memma, su 'l campanile di San Giacomo. Le altezze illustri dominavano come fari su 'l paese occupato dall' ombra. Poi, d'un tratto, la notte cominciava a constellare i firmamenti; sopra l e case di Sant'Agostino una mezza luna si affacciava dal bastione tra il fanale rosso e il pino del telegrafo, crescendo. Alla stanza di Giuliana tutta quell'animazione di vita saliva in un romorìo confus o di alveare che si sveglia. Le pastorall delle zampogne si avvicinavano, di casa in casa, di porta in porta;

avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i ciociari di Atina tr aevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne forate. La convalescente udi va, si sollevava su 'l letto; poiché quella sensazione le ridestava i fantasmi di altre sensazioni trascorse, e gli occhi gli si empivano tutti di visione sacra, di presepi raggianti e di bianchi peregrinaggi d'angeli in azzurri immacolati. E lla si metteva a cantare le laudi, tendendo le braccia, restando talvolta con la bocca aperta mentre la voce nelli organi le mancava; ella si metteva a laudare Gesù con una elevazione ardente e dolce di amore, trasportata dai suoni delle past orali appressantisi, allucinata dalle imagini sante delle pareti. Ascendeva ai c ieli, tra le musiche dei cherubini, tra i vapori della mirra e dell'incenso. - Hosanna! La voce le mancava. Ella tendeva le braccia. Camilla da presso, voleva riadagiar la su i guanciali; si sentiva come soggiogare da quel cieco entusiasmo di fede; le tremavano le mani, le labbra. Giuliana ricadeva stesa, con il capo abbandonat o, scoperta la gola e il petto, mostrando delli occhi solo il bianco nel gran pa llore, sorridente a qualche cosa invisibile, in un atteggiamento di vergine mart ire. Le zampogne passavano; tardi passavano le canzoni del vino gridate dai mari nari nella notte tornanti alle barche della Pescara. III. L'istinto della fame si ridestava vivissimo, come più chiara si faceva la coscienz a. Quando dal forno di Flajano saliva nell'aria l'odore caldo del pane, Giuliana chiedeva; chiedeva con un accento di mendicante famelica, tendeva la mano, supp licando, alla sorella. Divorava rapidamente, con un godimento brutale di tutto l 'essere, guardando d'intorno se qualcuno tentasse strapparle di tra le mani il c ibo, in sospetto. La convalescenza era lunga e lenta; ma già un senso mite di sollievo cominciava a spargersi per le membra, a liberare il capo. Per quella sana nutrizione di album e e di carne muscolare un sangue novello si produceva: i polmoni dilatati ora la rgamente dall'aria vivificavano il sangue carico di sostanze; e i tessuti irriga ti dall'onda tiepida e rapida si colorivano ricomponendosi, si rinnovellavano ne lle piaghe di decubito, si ricoprivano a poco a poco; e le attività cerebrali a qu ell'affluire operavano sicure; e le innervazioni negli organi sensorii non più per turbate rendevano limpida la sensazione; e sul cranio i bulbi capilliferi rigerm ogliavano densi; da quel riordinamento delle leggi meccaniche della vita, da que l dispiegarsi di energie prima latenti che la malattia aveva provocate, da quell a intensa brama che la convalescente aveva di vivere e di sentirsi vivere, da tu tto, lentamente, quasi in una seconda nascita, una creatura migliore sorgeva. Erano i giorni primi di febbraio. Dal suo letto Giuliana vedeva la sommità dell'arco di Portanova, i mattoni rossicc i fra cui crescevano le erbe. i capitelli sgretolati dove le rondini avrebbero a ppeso i nidi. Le viole di Sant'Anna nelle screpolature del fastigio non anche fi orivano. Il cielo sopra si apriva in una gentile beatitudine di colore; e per l' aria a tratti giungevano dall'arsenale li squilli dellefanfare. Fu allora che, quasi con un senso di meraviglia, ella riandò l'esistenza trascorsa . Le pareva quasi che quel passato non le appartenesse, non fosse suo: una lonta nanza smisurata ora la divideva da quei ricordi, una lontananza come di sogno. E lla non aveva più la valutazione sicura del tempo; ella doveva guardare li oggetti che la circondavano, fare uno sforzo della mente, raccogliersi a lungo, per ric ordare. Si toccava con le dita le tempia dove i capelli rigerminavano tenui, e u n sorriso vago di smemorata le sfiorava le labbra pallide, le fuggiva nelli occh i. - Ah! - sussurrò fioca! e il gesto delle dita alle tempia le ritornava gentilmente . Era stata una vita triste ed uguale, in quelle tre stanze, fra tutte quelle picc ole statue deformi di Santi, fra tutte quelle imagini di madonne, fra tutti quei bimbi compitanti in coro ad alta voce per cinque ore del giorno le medesime par ole scritte col gesso su la lavagna. Come le martiri gloriose della leggenda, co me Santa Tecla di Licaonia e Santa Eufemia di Calcedonia, le due sorelle avevano

parve un augur io. l'incenso e l'odore delle candele ardenti.. nella c hiesa. Avevano stupefatto lo spirito in quell'esercizio arido e lungo di sillabazione. Non sapeva di essere così debole. quasi vi cercasse le orme. e ricominciò. respirando l'aria della chie sa. s'avvolse e si raccolse rabbrivi dendo. ne sentì il sa pore. men tre tutti quei grandi occhi si empivano di meraviglia e tutte quelle bocche rose e si aprivano allo stupore. e una pienezza improvvisa di giubilo la inondò come se in un momen to tutta la sua infanzia le rifluisse al cuore. con li occhi fissi sul piede che avanzava. si rivolse verso il letto. in quel freddo distillio di parole.consacrata la loro verginità allo sposo celeste. le caviglie esili. non stava nell'altra stanza. sola.Come son debole. poi si poggiò sulla spon da.Camilla! Camilla! . Rideva d'un riso timido di bambina che esiti in una impresa difficile. si rialzavano. Insegnav ano la piccola dottrina. stringendosi lo sci alle verde al petto. seduta su la spo nda del letto cercava con la punta del piede scarno e giallo la pianella di lana . come per misurare la forza. Un subitaneo spavento la prese. . ricadde su la sponda. cibandosi di legumi. ebbe ancora un'esitazione. Ella risaliva. parlavano del peccato. Allora una tentazione prese la convalescente. la finestra. raccogliendosi. guardandosi in torno come per assicurarsi che no n la spiava alcuno. e il Nazareno cinto di spine e di stille di sangue guardava da ogni parte con gli occhi agonizzanti. . Signore!. invasa un poco dal freddo. al vespro. agitò le mani. E guardava curiosa su 'l pavimento il luogo dove ella aveva fatto i passi. dal fondo dei vecchi quadri uscivano certi profili giallognoli di santi misteriosi.. quasi la sensazione d'un ferito che si levi quando l'osso infranto non anc he è ben saldato. Avevano mortifi cata la carne a furia di privazioni e di preghiere. dall'arco i colombi ad uno ad uno. con la voce grave. di mettere i pie di a terra. Stette un momento là. Così infondevano esse la f ede in quelle anime inconsapevoli. di provare i passi su 'l pavimento. per le fantasie vive dei fanciulli le cose si animavano. i piccoli canti della religione. guardandosi. ma ora una tenerezza l'assaliva e le si empivano di lacri me li occhi. e tutto tremolava dinanzi a lei in un albore indistinto come se le cose in torno si facessero aeree ed evanissero. premette. delli orrori del peccato. e su per la gran cappa del camino ogni macchia di fumo prendeva una forma atroce. IV. sedette di nuovo su la sponda. a mezzo: ella barcollò. mise tre o quattro passi precipitosi. come una fine trama di oro. in equilibrio. vibrante in tutto l'essere. trovò l'altra. era forse andata giù.Dove sei? La sorella non rispose. le si fermavano alla bocca tiepide e salse: ella ne bevve alcune. si alzò finalmente in piedi. perseguitando. in una effusione di tenerezza improvvisa. palpava con le dit a le ginocchia. avanzò il piede. . in quell'opera macchinale dell'ago e del fil o su le eterne tele bianche odoranti di spigo e di santità. timidamente: ebbe paura. Giulia na con un moto delle fauci respinse il groppo del pianto. Una freccia di sole strisciava sul davanzale e feriva l'acqua di un bacile in un angolo. Uno stuolo di colombi attraversò lo spazio e venne a posare su l'arco. si rifugi ava alle fonti. Tentò di muovere un passo. socchiude va li occhi soffermandosi nel nuovo diletto di quel pensiero.chiamò. di non potersi così reggere diritta sulle gambe. e rideva. sorrise dalli occhi umidi. Le lacrime le rigavano le guance . pianament e. rientrò sotto le coperte dove ancora restava il tepore. aveva una strana sensazione di formicolio nelli stinchi. risaliva alli anni più lontani per una naturale tendenza dello spirito. La trovò. di vellicamento nei mus coli. . Ora il ricordo di quella sterilità si destò in Giuliana torbidamente. frullando. Fuori. Poi cercò un punto di meta. così. facevano prostrare tut te quelle teste gioconde lungamente sotto le ammonizioni quaresimali. rideva poiché il riso le insinuava uno sfinimento dolce. Ella pianamente scansò le coperte. una sottile deli zia. il riflesso mobile veniva nella parete. Mai le loro mani cerca rono la fronte dei discepoli. delle pene eterne. al talamo di Gesù. Intorno. in affanno.

in loro i legami della consanguineità a poco a poco erano stati. c ome tra sorelle. chiusa. ogni volta che l'equilibrio mancava . Ella. sperando. Passava così quell'ora. lo guardava lungamente leccarsi con la ling ua rosea la zampa. mettendo gridi di paura sommessi ogni volt a che le ginocchia minacciavano di piegarsi. traendosi di qua di là con minore l entezza. di mettere da per tutto le mani. Da tempo nel regime severo della convalescenza . facendo sforzi inutili e irosi su le serrature di cui Camilla aveva por tato seco le chiavi. ella non assaporava un frutto. stette immobile come una dormiente. per la rinnovazione operata prima dalla malattia e dopo dal regim e. con la lingua nuotante nell' acquolina e li occhi vivi di cupidigia. restava un momento in ascolto. ma taceva. Così che a pena. ai mobili. non mai un abbandono di confidenza o di ricordi o di speranze. amav a i bagliori tralucenti dalli occhi dell'animale nella penombra. si allontanavano per repulsa. Cercò di nuovo nel repos tiglio. la repulsa avvenne inevitabile e la voce del comun sangue sopita non si po té levare a contrasto. quelle due anime si distaccavano. le infrazioni delli ordini dottorali. i piccoli f urti. Dal Forno di Flajano a quell'ora saliva quasi sempre l'odore del pane ad irritar la. Giulian a s'era levata dal letto. Erano prima vissute in una comunione di abitudini e di sentimenti continua. quindi non mai una espansion e di tenerezza. la guardò curiosamente. il pro fumo accolto che certe mele aggrinzite e scolorite hanno. porgere la gola di lucertola alla blandizia. che emanavano da una forma misteriosa e silenziosa nella penombra. Solo testimone era un micio. ch e girava talvolta intorno a Giuliana con un miagolìo famigliare o si fermava teso invano a ghermire se fuori volavano su l'arco i colombi. I discepoli tornarono: fu la prima volta una mattina del marzo nascente. V. a ppoggiandosi alle pareti. Camilla vedeva tutte queste strane predilezioni della sorella. Allora la prendeva una furia di frugare da per tutto. Ma come il culto le assorbiva intere. quasi insensib ilmente. soffocando li scoppi di riso. ma non trovò che una specie di siliqua verdognola. Ella si avvicinava alla finestra per cercare il vento. poi si levava. ricacciando a forza indietro il riso che la vellica va a sommo del petto e le saliva alle labbra. fin che giungev a il rumore del lento discendere. gli sussurrava parole senza nesso. E lentamente. e la prese. una gola giallic cia che palpitava d'un suono rauco e dolce simile al tubare delle tortore nei bo schi. A poco a poco Giuliana prendeva amore a quel compagno discreto. quelli sprazzi di fosforo. in Giuliana si manifestarono inaspettati atteggiamenti d'indole e modi incons ueti. in fondo al repostiglio di un tavolino trovò una m ela e ci ficcò i denti golosamente. forse per un naturale ricorso di quel suo misticismo anteriore. provava una tortura m ista di voluttà nell'aspirare quella emanazione sana. direi quasi. erano membri della grande famiglia di Ge sù spersi su la terra e agognanti il cielo. Una volta. cope rti e sopraffatti da quelli della comune religione. col calore del sole alla nu ca ed alli omeri. che d oveva contenere forse un gruppo di semi. con il godimento acre che danno ai fanciulli i n guarigione le cose proibite. Erano correligionarie. con una specie di diffidenza ed anche di rammarico sordo. Quando sentì Camilla rient rare. Fu allora una irruzione d'infanzia nella stanza. perc hé in loro ogni diversità d'indole e ogni insorgimento si agguagliava e placava nell 'unica fede. In quello era un fresco profumo di rosa. tutto maculato come una pelle di serpente. la na scose sotto il guanciale. in quel contemplamento ch'era divenuto lo scopo della vita loro. seduta su 'l letto. Nella stanza si sentiva l'odore agro dell'aceto che Camilla av eva versato nei calamai muffiti. chiuse li occhi. e dalle finestre raramente il vento recava li e ffluvi delle viole già fiorite su l'arco. provando uno strano p iacere in sé di quell'inganno. Ella gioiva di quel piccolo segret o: tutti i giorni aspettava con un desiderio inquieto l'ora in cui Camilla scend eva le scale.Di questo primo tentativo non disse nulla alla sorella. nel culto infrangibile della deità di Cristo. Fu prima sull'uscio un sospinge . in segreto. Ella lo accoglieva nel tepore del letto . stava seduta su la sponda.

. e in quel profumo. Allora un impeto subitaneo di singhiozzi squassò Giuliana. plu. bil. guardando in giù.. tol. ingoiando per la furia le sillabe. e su quel coro chiarissimo a tratti si levava l'ammonimento di Camilla. bul. a braccia aperte. tienili.. Giuliana si ritrasse: era la prima volta. pli.Bellezza! Aspettò dunque che Camilla uscisse. Il coro seguitava.. La monotonia de' rumori e delle voci le da va al capo una pesantezza ingrata. rum. El la singhiozzava. le conciliava il sonno. Giuliana si accostò alla finestra. rem. l'abbatté su 'l letto.. cominciò. lu. Le parve di essere in alto in alto.Sat.Pla. no. a tre.. dopo tanto. tel.... la seconda sillabava. ancora. Il coro dentro seguitava. Li fiutò poi lungamente. plo.Gra. chiudendo li occhi. una timidità. sopraffatta. a quella tortura: i suoi poveri nervi indeboliti cedevano. sut. implacabile. a due.Nar. vu. e un gruppo di uffiziali p assava sotto a lei ridendo e facendo un tintinnìo di sciabole su 'l lastrico. rim. bel. il soffio giocondo di quelle vite. venir meno. Di fronte.esclamava Giuliana. mentre ella voleva es sere desta.. senza potersi frenare. . Più in là. VI. Una gran nuvola bianca velò il sole.. Gi uliana li chiamava a sé. nir. gru. gri. crespi e castanei. Donna Fermina Memma in una rob a rosata stava su 'l balcone tra i vasi dei garofani.rsi tumultuoso di piccole teste che volevano sollevarsi le une su le altre per v edere. . Poi la scuola. .Camilla.. perché Rosa Catena.La. ple.Ram. gre. bocconi. . l'et erno ubriaco. non più! .. Le erano ricresciuti tutti i capelli. raccoglie ndosi tutta in quel peccato d'olfatto. . ma abbandonando le mani a qu elle bocche tiepide e molli. Nelli intervalli di silenzio. ancora. mentre ella sentiva ancora intorno a sé la respirazione dei fanciulli. gro. . ner. passandole la mano su 'l corpo le aveva detto: . con uno di quei lezii che sempre svelavano in lei l'antica femmina impudica. nell'altra stanza. nel giardino publico le piante di lilla erano su 'l fiorire. lo. . Ella aveva ora una curiosità grande di guardarsi nello specchio. Si sentiva quasi mancare. li mise in un bicchiere pieno d'acqua per conservarli. Allora il fastidio oppresse Giuliana. si sporse al davanzale per guardar giù nella piazza.. le. al ritmo della bacchetta di Camilla bat tuta su 'l tavolino. . confondeva i loro nomi che le si affollavano alle labbra e tendeva loro le mani. nur.. erano frutta.. poi scese dal letto. i bimbi si avanzavano. Prese i fiori. che si affacciava su la pi azza. premendo la faccia su i guancial i.Tal. rom. Le violette avevano subito sparso il profumo nell'aria. Ma Giuliana sorrideva.. la punta del gig antesco pino si piegava al vento. . . come prima. barcollando e vociferando. tienili.No. volevano pre nderle le mani per metterci la bocca sopra. til.Bal.. ridicevano le parole di augurio impa rate a casa. ancora. in quella luce tutte quelle fac cie infantili invermigliate dal buon sangue plebeo sorridevano..Va. li. vo. Stette con le narici tra quel fresco. vi. sit. sot. tul. set. Ogni bimbo recava un dono: erano fiori. staccò dalla parete uno di . Giuliana si sentiva soffocare. una specie di meraviglia ingenua dinanzi alla maestra pallida pallida e scarna che i discepoli riconoscevano a pena. nor. A uno. poi una esitazione. la prese una leggera v ertigine. così. sotto un turbamento improvviso di tutto il suo sangue. si udiva Matteo Puriello picchiare su le suola o i l telaio della Jece sbattere. La prima classe diceva a voce alta le vocali e i dittonghi. bol. Dalla cantina di Lucitino usciva Verdura. ve.

Ma a pena Giuliana vi mise un soffio. con de' grandi gesti nell'aria incalzava nelle min acce dei castighi eterni. le bottiglie vuote. le sfioravano la faccia. cercando di scacci are quella pelurie che le vellicava la pelle e le si attaccava alle mani. VII. La luce che entrava nella stanza era una di quelle pall ide chiarità pomeridiane del mese di marzo. per esempio. di uc celli e di teste d'uomini. Il pallore trasparente e il so rriso davano una grazia nuova. le restavano ancora negli orecchi certe parole ammonitrici. . di rigovernatura e di carbone spento. .Sono io. e il grappolo si m anteneva compatto. ch'ella aveva trovato in fondo a un repostiglio. gittava le frasi ardenti della predica. assorgeva ad amm onire l'universo dei peccatori. Teneva gli occhi semichiusi per prolungare la dolcez za. La cristiana veniva dalla chiesa.Ah! sei tu. li occhi castanei come i capelli. Ella restò a guardarsi a lungo. I semi pa revano alati. sorridendo. dove aveva cantate le litanie per l'Annunciazi one e aveva ascoltata la predica su 'l messaggio dell'Arcangelo all'ancella di D io. L'ultima stanza della casa era stretta e bassa. le .. che le macchiava la pelle sulla tempia sinistra. Quella cupola vegetale. con ne' cape lli le spie. la c oprivano tutta. Ed eccitata dalla prima irruzione. e di una cic atrice leggera che le attraversava l'arco di un sopracciglio. . sciagurata. Giuliana si destava in quel momento con un lungo sbadiglio voluttuoso. la occupava. si mescolavano ai capelli di Giuliana. sollevava la voce. e a mano a mano che il sopore la invadeva. e nella testa p iccola e lunga qualche cosa di caprino. piena d'un lezzo di cipolle. e quindi riemergere. s'era a perta come in due valve scoprendo un grappolo denso di semi nerastri. difendendosi da quell'invasione. L'eloquenza sonora del frate predicante l'aveva inebria ta. Restò così a lungo. Ella si accorse di ta nte piccole cose a cui prima non aveva badato mai. .Memento! memento! Giuliana non intendeva più nulla poiché tutta quella vociferazione l'aveva stordita. ma le risa le impedivano i soffi.Oh. Ecce Ancilla Domini. i piatti di Caste lli stavano in ordine su la mensola con le loro gioconde pitture di fiori. Ella rideva. si sentiva come sommergere in un giaciglio alto di piume.disse ella un po' confusa di quella presenza. la bocca fine. non si rivolgeva soltanto a Giuliana. ella seguitava. sono io! tu ti perderai. il mento acuto. Po i assalita da una gioia repentina cercò in torno un diletto. Ogni seme pareva legato a filamenti sottilissimi d'una lucidità argentea. Signore Gesù! oh Signore Gesù! . in a tto di compassione amara. I vasi di rame pendevano alla parete in ordine.quelli specchi rococò a cornice d'oro appannati di macchie verdi..mormorò tra i denti. con un lembo del la coperta tolse la polvere e si guardò dentro.irruppe la devo ta. ondeggiavano. ove la rosea letizia solare ride modes tamente estinguendosi come un indizio di aurora in un gran cielo albeggiante. additando lo specchio su 'l letto. e godeva allontanare lentamente lo specchio e vede r sparire l'imagine in quella luce un po' glauca come in un velo d'acqua marina.Tu hai tra le mani lo strumento del dem onio. Alla fine si distese lunga su 'l letto. e stirava le membra. congiungendo le mani. Camilla trovò la sorella ancora addormentata con accanto lo specchio. con le travi del soffitto anneri te dal fumo. lasciò che tutta quella molle nevicata le scendesse sopra lentamente. ricadevano. . parevano insetti èsili ed evanescenti che si dissolvessero incontran do i raggi del sole o parevano lanugini di cigno a pena visibili. un nuvolo di piumoline bianche si levò nell'aria e si sparpagliò qua e là brillando: erano le spie. senza luccichìo. tu ti perderai . La vanità la conquistava. Ella aveva tutto il co llo nudo e pe 'l collo certe vene azzurrognole quasi in rilievo. le antiche lucerne di ottone. una nuova giovinezza ai suoi ventisette anni. D'un tratto dall'angolo della piazza scoppiò la fanfara militare in uno squillo di venti trombe. Camilla? . ma più tendenti al giallo. di un neo simile a una lenticchia.

e i grandi fiori rosei e rossi p enzolavano al sole aperti magnificamente. Ad intervalli quan do entrava nel vicolo qualche uomo. cercando di penetrare nelli interni. vide in un abbaino su 'l tetto della caserma un uo mo biondo che la guardava e sorrideva. Da tutte le finestre però. L' . da tutti li spiragli si riversavano l e piante dei garofani non più contenute nei vasi. al novel tempo e gaio. Intorno tutto era quieto: ogni tanto una gocciola di acqua cadeva dall'alto di u n bacile. e in quell'aria la pulzella più aveva pieno e chiaro il senso del suo rinasciment o. femmine discinte. ma come alzò li occhi. falde di cappello. Corse nella sua stanza. con il seno scoperto. sotto le inferriate della caserma. sotto la pioggia il fracidume aveva fer mentato come un lievito. una fila di case nane soffocava addoss ata alla Caserma. E i soldati che sentivano nel sangue alla primavera rifiorire i mali di Venere. Giuliana stando in mezzo ai vapori dell'acqua bollente e al le esalazioni dei cibi vegetali. nel vecchio tempo. stracci. in ozio. sbigottita. ebbe ella naturalmente la curiosità di guard are. con un più dolce alito di calore l'imminenza dell'aprile. una voglia nell'animo le corse di spinger la vista fuori. senza respiro. allungavano le mani di tra le sbarre pur di brancicare qualcosa. Là. in certe ore. Su quella cloaca. E tra quei fiori apparivano le facce f losce e dipinte delle meretrici. più pa llida di prima. venivano dalle finestre i richiami delle asp ettanti. VIII. Giuliana stette lì stupidita allo spettacolo di tutta quella corruzione di lupanar e fermentante pe 'l buon sole di quaresima e salente fino a lei. Tutt i i romori della vita d'una suburra infima salivano. lasciandosi vincere. Il sole era caldo e pesante: sciami d'insetti turbinavano nell'aria. residui di erbe. Ella spiava tutto. tutti i momenti in cui Camilla non era nella casa. vanamente. ove spoglie di frut ta. Ella prima pugnava. una melma nera copriva il lasrtico. cerc ando di scoprire qualche cosa fra i garofani che chiudevano le finestre. guardò. Giuliana. credendo di sentire la voce di Camilla. presa al fascino malsano che li spettacoli di lascivia esercitano anche su li animi verecondi. passavano le oscenità delle canzonette. E. divoravano con li occhi in fiamme quelle femmine usate già per anni dalla lascivia di tante ciurm e briache e di tanti facchini fradici. mentre i miasmi del lupanare la turbavano e la corrompeva no. tra i passagalli delle chitarre. altre femmine s i tendevano verso i soldati parlando a voce alta. come un giorno udì Giuliana le voci. Non si ritraeva ancora. a quella alte zza e facevano tremare d'orrore le povere spose di Gesù chine in umiltà su i tegami d'argilla pieni dell'eremitica innocenza dei legumi e delle verdure. girando per le stanze. uscivano fuori ad offerirsi. e si gettò sul letto.foglie di erbaggio non più fresche erano sparpagliate per le tavole. Ma ora. fra li urti della danza su 'l terreno. I canti e le risa crescevano nelle sere di esta te. fu invasa da un turbamento di tremiti. acuendo lo sguardo. Ella scese dalla sedia a precipizio. provocandoli. dietro la p ersiana quasi cadente. tutte l'ore. ma prima di spingere lo sguardo innanzi. si mescolavano. Urgeva nell'ari a. spesso aveva sentito giungersi su 'l capo dalla piccola finestra alta i ritornelli d'una canzone libertina e certi larghi schia mazzi di risa che s'inseguivano. i n cui il sole suscitava inserti e miasmi. senza forze. e ritta su la sedia si volse int orno temente se non qualcuno la sorprendesse nell'atto. come se l'avesse perseguitata qua lcuno minacciandola. Andava là con l'ansia sospettosa di chi va a un ritrovo di amore. dopo le brevi piogge. Di fuori salivano le voci ed allettavano. Camilla non stava nella casa. rassicurata. le risa g utturali: e giù su 'l lastrico. Nel vicolo. tutto il ciarpa me sfatto che la miseria gitta nella strada. e su tutto do minava proteggitore San Vincenzo effigiato con il gran libro in una mano e la fi amma rossa in mezzo al cranio. Da quel giorno. Ella salì su una sedia all'altezza dell'apertura. ciabatte marce. sonando. ci restava lungo tempo. era la domenica quinta di Lazzaro. una sollecitazione violenta di desiderio la trascinava a quello spettacolo.

certe sùbite gioie di vivere le muovevano il sangue. il re povero e dolce sedente su l'as ina fra la turba dei discepoli. un supplizio incessante e feroce da cui ella non sapeva difendersi. poiché Camill a voleva condurla a render grazie della guarigione al Signore. . come guidata da un nuovo istinto. i cristi crocefissi ignudi. erano lunghi busti con màniche ampie. una canzone di mendicante. Ella tornava in dietro. i sant i delle mura. erano grandi gonne di seta a fiorami. in contro alli osanna del popolo redento. si chiuse nella stanza. Un odore acuto di canfora saliva da quei vecchi tessuti co nservati là dentro per anni. un odore. per la prima volta. Ella ora doveva vestirsi in festa. goffe. si gettava su 'l letto quasi svenendosi. sotto un fantasma d'uomo. delle altre mani tiepide il . E in ogni ora. L'irritazione della continenza. e una c andida clemenza di benedizione cristiana si diffondeva per tutta l'aria da quell e selve. Il passato si dileguava. pareva come de' vapori le salissero al cervello dal cuore e le dessero una v isione rossa. Tutto il paese era ridente nel grande riso pasquale del sole d'aprile. Una furia di vanità sùbito la prese.diceva ella a sé stessa. quel distendersi continuo dei nervi sotto li sti moli la tenevano in una specie di stordimento simile al primo stadio dell'ebbrez za. Giuliana sceglieva.Ecco. tutte cose morte per l'uso. prima latente. livida. Chiuse la cassa irosamente. Un fiotto di sanità caldo la riempiva. uno di quei piccoli fremiti dell'aria che si d ilata sotto il sole. Era allora un a suprema pugna. le piccole figure di cera deformi. non ri sorgeva più. nell'aprire: il chiavistello scorrente nel li anelli le dava ancora un'immagine oscena. in mezzo a tutti quelli urti. da ogni gruppo di villici sorgeva una selva di ramoscelli. Quando le campane si misero a squillare.uomo spariva in una delle porte oscure con l'eletta. A volte un soffio. in mezzo a tutti quei contatti. mordendosi le labbra per ricacciare in giù le lacrime. in cui la coscienza si curvava. verdi e violett e e cangianti. Le campane chiamavano. Le campane suonavano per la terza vo lta. si assopiva in fondo alla memoria. Tutto il contado invadeva le vie con il segno pacifico dei rami di olivo. diventava una tortura. come se si appressasse il Galileo. ora scendo nella strada . a tutti quelli aliti. profumandosi di canfora le mani nel cercare. macc hiate dall'umido. in cospetto di Camilla. prendevano per lei apparenze impure. IX. Ella si mise in furia il consueto abito triste color di cenere. non reggendo più. abbandoni in cui le pareva di sentire su tutte le membra c ome il passaggio carezzevole del velluto d'un frutto maturo. Così in Giuliana si accendeva la brama. mantelline c olor di tortora orlate di merletti bianchi. collari di tela fina ricamati a giorno. Poi le mani le tremavano su la porta. Giuliana s'affacciò. la res pinse sotto il letto con un urto del piede. un nulla bastava a dar le smarrimenti vaghi. Ella era così librata e perduta in abissi ignoti di dolcezza. i sensi so pravvincevano. veli intrecciati di fili di argento. Per una di quelle correnti che si formano irresistibili nelle masse del popolo. la volontà si piegava. la selva delle palme era immensa. si l evava ora da tutto il suo essere. Tutta quella seta inutile e quei veli la irritavano. le mettevano nel petto quasi dei battimenti d'ale. le mettevano de' cant i nella bocca. la gente nelle vie l'avrebbe guardata passare . restò sola in quel rigurgito. in ogni luogo il desiderio le tendeva insidie. la sovr abbondanza insolita de' succhi. Per le vie i fasci delle palme mettevano un mobile luccic ore argenteo. Ella tentava aprirsi un varc o: le sue mani incontravano delle schiene d'uomini. Le deluse gittavano scherni e risa dietro la coppia. tutte le cose intorno. Giuliana fu divisa da Camilla. Il bisogno dell'amore. le madonne. Da tutte le cose l'impurità emanava e le alitava su la persona. che nel vecchio tempo la crinolina aveva forse gonfiate intorno a lle anche di una sposa novella. non trov ava alfine nulla che le andasse alla persona. La domenica delle Palme ella uscì dopo tanti mesi. affocantemente. e si rimettevano all'agguato tra i garofani. Benedi ctus qui venit in nomine Domini. cercò in fondo alla cas sa le vesti più chiare. Hosanna in excelsis! Nella chiesa la folla era immensa.

dal sostrato della sua coscienza l'idea del castigo risorgeva. Ma qu alche cosa di quelle carezze interrotte le penetrava nel sangue. oppressa da quella voluttà che l'avev a colta d'improvviso.Procedamus in pace. X. P oi. Era l'annunzio della processione. e una tenerezza di desìo le scendeva nella carne. i sepolcri del Nazareno erano circondati di g randi erbe bianche cresciute ne' sotterranei. quando usciva dalla chiesa. ma ella si se ntiva tutta abbracciare dallo sguardo di quell'uomo. Sotto l'odore dell'incen so. l'oscurità si avanzava dal fondo delle cappelle su l a gente in preghiera. Amen. I celebranti portavano in mano rami d'olivo e cantavano. si sentì ne' capelli quel fiato virile che sapeva lievemente di t abacco. ella separava le strette di quelle mani. XI. scattava dal pavimento. Allora dall'altare maggiore si mosse il turiferario spargendo nuvoli di fumo cer ulo e dolce su 'l popolo. Ella non poteva volgersi. ella era un ostacolo a quei gesti che tentavano tocc arsi. Ella si sentiva sfiorare il volto da una foglia d'olivo. Passavano accanto a Giuliana fanciulle della campagna con palme su 'l petto. E il coro rispose: . Era poi come un sogno dove la figura livida di Gesù morto e lo scrosci o delle battiture e i brividi della carne sollecitata e l'odor grave dei fiori e li aliti di quell'uomo biondo si mescolavano in un senso dubbio di dolore e di piacere. nella penombra mistica. Dall'abbaino alla finestra i dolci segni correvano : tra mezzo il lupanare si sprofondava come un fossato d'acque limacciose a' cui . un profumo di fiori e di belgiuino caricava l'aria. tutte le panche ris onavano sotto le battiture delle verghe. Là Giuliana. il pensiero d'aver violato un luogo sacro la emp iva di rimorso: subitamente. Ella andava così. Dietro. e una processione candida si svolse nel mezzo della ch iesa. contrastare il passo da un ginocchio. amori segreti si ritrovavano e si congiungevano. I preti cantavano d'innanzi a un gran libro.cui tocco la turbavano. che mise un sommovimento enorme in tutto il po polo. con un sussulto.In nomine Cristi. ed ella sentiva in torno a sé così passare l'amore. perché una colonna di gente dietro la spingeva. perché Camilla la vigilava. offender e il petto. L'ultima fiammella finalmente spariva. in tutto quell'ammasso di cristiani e di cristiane piccole scintille erotiche scoccavano per attrito e si propagavano. l'u rto seguitava: il vapore dell'incenso si spandeva più denso. Ella levò li occhi. ella si trovava così a mettere il suo corpo tra q uei corpi che si cercavano. spingere il fianco da un gomito. quasi gli posò il capo su la t unica. attendeva. e il Diacono dal fond o cantò: . Giuliana nel buio. li aromi pasquali non più confor tarono l'amore di Giuliana. i crocifissi su li altari erano coperti di drappi violacei. Ma come Gesù trionfante risalì alla gloria dei cieli. sfinita. In un punto ell a s'incontrò a faccia a faccia con un soldato biondo. e ad uno ad uno i ceri venivano spenti. a pena si sentiva to ccare da due mani cercanti. fin ché un passo leggero dietro di lei la fac eva trasalire. e il giov ine sorrise come aveva sorriso un giorno dall'abbaino della caserma. indebolita. Per una violenza d'istinto. senza pensare. non ne rimanevano che due. i legami di quelle braccia. sotto le palme benedette. con un riso fuggente nel bianco delli occhi vòlto ad amatori che dietro le insidiavano. Tutta la settimana santa protesse delle sue complici ombre l'amore di Giuliana. come da un fuoco sottile. offendere le spalle da pressioni incognite. smarrita. com e se già gli appartenesse. Non ne rimanevano che cinqu e. Giuliana si attaccò all'uomo. Le chiese erano immerse nel crepuscolo della passione. inginocchiata. si lasciò quasi sollevare da quelle braccia che la prende vano ai fianchi. Scena dell'amore fu allora il dominio dei gatti rand agi e dei colombi terrajuoli. non vedendo che un barbaglio dinanzi a sé. Allora fissava i ceri ardenti in scala su un triangolo di legno presso l'altare.

Giuliana leggeva quei fogli in segreto. Era messaggero uno di quelli uomini che paion cresciuti sù. Egli era di pi ccola statura. che ingombra i fondi d'una bottega di rigattiere ebreo. tutt o il tesoro delle apostrofi psalmistiche di una devota. con delle pustole tra i peli. in sudore. dall'umid ità della strada immonda ed hanno in tutta la figura quasi una nativa tinta di fan go. si chiamava Lindoro: dal quartiere dell'Osp edale al bastione di Sant'Agostino una popolarità grande s'era fatta in torno a qu esto nome. XIII. che s'insinuano per tutto. Scriveva delle epistole piene di f uoco eterno. Così le lacrimose implorazioni a Gesù si m utavano in sospiri di speranza verso letizie d'amplessi non eterei. si chiamava Marcello.cigli crescessero fiori alimentati dalla putredine. magro. con la scopa e il canestro. Il suo vestito era ibrido e mutevole. I colombi sorvolavano con i l luccicchio verde e grigio delle loro piume. uno sviluppo di singoli muscoli. aveva lasciato un gesto abituale. Dalla bettola era caduto in un forno. scosso dal tumulto dell'amore terreno. si sovrapponevano a contr asto: nobili zimarrine verdognole e calzoni carichi di toppe. XII. l'indebolimento di un organo. si levava su confusamente e attraversando recenti strati di coscienza e unendosi ad elementi estranei assume va. si sentiva trascinare in un'onda d i verbosità sonora: pareva quasi che una facoltà novella si esplicasse in lei e pren desse forme maniache. Le rispo ste di lei non finivano mai: tutta la sapienza grammaticale di una maestra. li tenev a notte e giorno nel seno: pe 'l calore la scrittura violetta le s'imprimeva su la pelle. uno straccio da sottr arre. né li zefiri della primavera mancava n di rapire li aromi alle mense del paradiso. Nasceva costui dall'accoppiamento d'un suonatore ambulante di clarine tto con una piazzaiuola rivenditrice di fruttaglia. Quel gran sedimento di lirismo mistico accum ulato per la lettura de' libri di preghiera in tanti anni di fidelità allo Sposo C eleste. quel miscuglio di ricchezza usata e di miseria ignob ile. ed era come un gentile tatuaggio d'amore. galloni militari. bottoni di metallo lucido. di cui ella gioiva. ereditando l'istinto nomade del padre e la natural cupidigia di lucro della madre. con frasi impetuose che davano all'amadrice deliqui di tenerezza e fremiti di voluttà mal contenuta. si mise alla ventura della strada. cappelli di feltro arrossenti e ciabatte servili. le offerte d el fior dell'anima al Sommo Bene si mutavano in tenere dedizioni della carne al desio del biondo amante. Ella scrivendo si obliava. tutta la n otte. . una frase del gergo. accecandosi. facendo in tutte le case popolane i servigi più vili. tutte le fogge passavano su la sua persona. d'improvviso. comprando e rivendendo abiti vecch i. oggi fal si sensali di mercanzia e domani accalappiatori di cani erratici. tutta la fluente sentime ntalità di una pulzella tardiva si riversava su la carta de' quaderni scolastici r igata di turchino. logorandosi una spalla sotto il peso della scala portatile. sapori di profanità nuovi. trine. un po' di untume da leccare. formelle d'osso bianc o. Nel suo corpo e nella sua anima ogni mestiere aveva impresso una traccia. S'era prima trascicato pe r li immondezzai di tutte le case. con delle chiazze di p eli radi su le guance. aveva poi fatto i l guattero in una bettola. con una testa enorme e quasi calva. dove spingeva i pani con la lunga pala dentro le fiamme. oggi rigattieri e domani procaccianti di serve o di male femmine. L'amadore aveva un bel nome antico. Scacciato da quell'uffizio perché sottraeva il petrolio dalle grandi casse di zin co bianco. che si trovano per tutto o v'è un centesimo da guadagnare. una cadenza di voce. e aveva un bel fregio rosso e d'argento su le maniche della tunica. lottando così per il tozzo. ora. dove soldati e marinai gli gettavano su 'l viso li sg occioli del bicchiere e le spine del pesce mal fritto. come funghi. di quelli uomini bigi. Costui aveva un nome melodrammatico. quasi direi. una callosità. offrendo ai soldati e ai forestieri i suoi ruffianesimi. Dal forno era passato all'uffizio di accenditore p ubblico de' fanali. e il lume afrodisiaco della luna si cingeva di tutti li epiteti per cui va radioso lo Spirito Santo.

quelle pure linee del naso e del mento svolgentesi grecamente nel la latina ampiezza della faccia. quei sguardi obliqui d'intesa. nel tardivo fermento della verginità. non poteva più star seduta. si affacciava alla finestra. non aveva la quadratura vigorosa. morsicchiava dei fiori. muoveva le sedi e. intramezzando parole di gergo. Ella era tutta sàtura di desio. Sotto lo sguardo f reddo e scrutatore di Camilla. a poco a poco nell'amore di Giuliana qualche cosa dell 'influenza di Lindoro penetrava. gesti ambigui. con in bocca l'aridezza prodotta dall'orgasmo lascivo. se costui giungeva nell'assenza d i Camilla. Ella non poteva più st ar ferma. era come una di quelle sanguigne fioriture autunnali che la pianta espl ode al sentirsi da un'ultima corrente di forza vegetativa investir le radici qua si morte nel letargo del terreno. in mezzo a que llo stillicidio continuo di sillabe. Giuliana era tenuta da un'eccitazione ama ra. determinando certe singolari corris pondenze di moti nel corpo. sporgeva umido e vermiglio. passavano allora tra lei e il galeotto quelli fuggevoli accenni dei musco li facciali. Nei giorni precedenti quel gran fatto. gli parlava da presso facendogli sentire l'a lito. si facev a pallida. nel sotter fugio. le quali in taluni casi possono esser causa di risve gli sensuali. senza più inte rrompere. alla nuca. ove sieno essi differenti di sesso. ella si agitava per tutte le stanze. Sarebbe stata in una c asa remota del sobborgo. ed ella avrebbe voluto balzare tra i fanciulli. inconsapevole. in mezzo al coro eguale dei discepoli. in tutti i suoi minimi moti uno spontaneo fascino afrodisiaco. furbi sorrisi rivelatori. irradiav ano la voluttà mal contenuta. Avvenivano allora dei contatti rapidi. una specie di domestichezza a poco a poco si st abiliva tra l'amadrice e l'ambasciatore. tormentato dalle morsicchiature. le p anche. e dinanzi a quella figura tutta protesa e tutta sconvolta si risvegliava in lui l a mascolinità d'un tratto e una tentazione l'assaliva di cogliere quel fiore ch'eg li apprestava al piacere di un altro. Egli ruffianeggiava con arte. E Giuliana stava ad ascoltarlo intenta. quei monosillabi sommessi. Lindoro s'accorgeva subito di aver suscitato nella femmina la brama. reticenze impudiche. l'esuberanza della vitalità sensual e. sarebbe stato per una domenica di giugno. lo splendore olivastro di certe ra zze d'Abruzzo. in tutti i suoi atteggiamenti . le tabelle. in tutti i suoi gesti. quando Camilla usciva. sprizzavano bagliori. una procacità inv olontaria e inconscia si esplicava indipendentemente dalla presenza di un uomo. spezzare qualche cosa. sotto la goffaggine del . sconvolger e con le mani tutte quelle capigliature. La sua testa non era bella. in fondo a un vico deserto. Ella. quando lo sentiva salire le scale. qualche volta inavvedutamente gli posava su la spalla una mano. Poi. Tutti i pori del suo corpo esalavano. e tornava giù con le conche vuote e con epistole di risposta. sapeva insinuare sottilmente la corruzione nell'an imo di Giuliana. Giuliana. si era arricchito ed espanto. lo incalzava di domande. dilatando si. facendo buona guardia Lindoro. Tutto il suo corpo. si g uardava nello specchio. piccoli schiocchi di lingua e di labbra. per l'immenso sforzo anteriore di dissimulazione. Portava le epistole di Marcello con le conche piene d 'acqua della Pescara su alla casa di Giuliana. con in fondo alli occhi una fiamma c he cresceva. stando Camilla nella chiesa lungo tempo. Lindoro sc ioglieva i freni alla sua loquacità di pizzajuolo. Così Giuliana al fine aveva concesso a Marcello un ritrovo. pe 'l collo salivano le trame glauche delle vene e n ei movimenti repentini talora certi gruppi di nervi guizzavano. poco mancava che ella non svenisse per lo spasimo . Ma ella. il labbro inferiore. si abbatteva a traverso il letto. gittare delle grida. ma la paura sorgente dal fondo della sua v iltà lo tratteneva e gli ghiacciava l'ardore. per essere sola con l'uomo portatore di acqua e di gioia. che son l i aiuti dell'astuzia umana e che a lungo andare stringono dei legami tra li inga nnatori.Ora costui fu il galeotto. sfogava in mille modi l'irrequietudine. rovesciare la lavagna. le fibrille giallognole delle sue iridi. dove nessuno li avrebbe spi ati. una demenza di ribellione le abbagliava la vista all'improvviso. beveva di un fiato de' grandi bicchieri d'acqua. da una specie di febbre che a volte le dava il battito dei denti e le vampe alla faccia e i brividi alla radice dei capelli. Nella scuola. sapeva trascinare lentamente all'insidia di Marcello quella pre da. stordirsi. per la bile. poiché una furia di mobilità le solleticava tutt e le membra. cercava pretesti per allontanare Camilla. Per il che.

La sua persona tutta ancora fresca di gocciole sorgeva nell'offuscamento dell'antico specchio soffusa d'un' ombra di pallidezza argentea. dinanzi a quello spettacolo di sé. ogni movimento dei muscoli pareva far tr emolare tutte le linee della nudità nello specchio come quelle di una immagine den tro le acque. scatti di muscoli sotto la cute. si appianava la leggera onda del v entre non anche deturpato dalla concezione. aprendo le labbra per mostrare i denti . li archi delle coste si designavano. coraggiosamente. In fondo in fondo. e da quel mucchio ella come da un piedestallo sorgeva nella luce coronandosi con le braccia. presentando la schiena arcata e fo rzando il capo a volgersi in dietro. così eccitata dal moto e calda. Poi. ella aveva delle voglie nuove. tutti quelli sviluppi improvvisi di agilità e quei raggricchia menti di pelle provocati in una donna dal ribrezzo. fin che un pazzo impeto di ilarità. Lentamente. provando la titubanza di chi cammin a scalzo per la prima volta su un piano aspro e la confusione di una donna che n on sente più in torno al suo passo l'impedimento abituale della veste. cauta in sospetto. Apriva l'uscio . le scuoteva tutta la persona. il ronzìo aliante in torno ed accennante ad attingere la nudità. dalla informità delle vesti. Allora intingeva le mani nell' acqua. e metteva fuori il capo guardando nell'altra stanza. dove l'umidità le metteva una sensazione d i fresco sotto i piedi e dove ella sentiva dei brividi nei capelli al pensiero c he l'amante poteva essere là poco lontano. attratta da una irresistibile curiosità femminile di vedersi nuda. si rifletteva dalla parete avversa una tabella di alfabeto. Poi. Giuliana si avanzava evitando co' pie di nudi li interstizii del pavimento smosso. Salivano alla stanza di Giu liana allora le blandizie della temperie. quello squallore inanimato che hanno le scuole senza fanciul li: nelle tabelle quadrate l'alfabeto cubitale e i gruppi dei dittonghi e delle sillabe stavano muti dominatori del luogo. In quell'attitudine momentanea tutte le linee del dorso si d istendevano e salivano verso il capo ricinto. sotto la cascaggine delle pieghe incomposte. di giacere. aveva in torno fregi misti d'oro e di colori e in alto due puttini decapitati. come distendendo le braccia verso quei naturali confini d'acqua amara e d'acqua dolce. Giuliana saliva fin là. ed era allora un difendersi della puntura mal temuta. provava un bisogno di distendersi. il corpo ignudo si rivelava. dietro la donna. guardando ri prodursi tutti i suoi gesti nella lastra. Erano i primi giorni di giugno: sorgeva l'estate dalla primavera.le vesti grigie. con de' sùbiti arresti di respiro quando una g occiola più grossa le rigava l'epidermide. Un mucchio di lana e di tela vile era ai piedi della pulzella così purificata. Andava così f ino alla terza stanza. . mentre l' istinto sessuale della bellezza svegliandosi le faceva ora salire alla bocca una viva spontaneità di sorriso. facendo de' piccoli sforzi svogliati nel cacciar fuori le braccia dalle maniche. se un insetto entrava nella stanza. con una pigrizia di gesti molli. quella sua testa di efèbo. di gettare lungi le ve sti. insetti lucidi urtavano ai vetri e rim balzavano come una grandine d'oro. erano movimenti serpentini. tutta sparsa di rugiada: lo specchio alto di un antico mobile la tentava. C'era un odore di chiuso. Allora ella cominciava una specie di mimica vanitosa. indugiando con le dita in torno alle allacciature e ai fermagli. alzando le braccia per mostrare le ascelle. addolcita d'impercettibili apparenze di azzurro e di verde dove il cristallo più era alterato dal tempo. ment re al contatto dell'aria una vibrazione a pena visibile le correva i contorni. celava una magnifi cenza statuaria di torso e di gambe. che celava un armario sovrastante. s i spruzzava tutta. il ronzìo sbigottiva Giuliana. Il sorriso. Era una specie di canterano a cui restavano ancora frammenti d'intarsi qua e là: l o specchio. guizzi. e di raccogliere su la pelle quella blandizia ignota che fluttu ava nell'aria. i l fior della pelle. sotto l'amorosa fatica. Usciva di là. Giuliana. falli dei malleoli non bene forti al gi oco. fermandosi a mezzo e abba ndonando in dietro la testa dai capelli crespi e corti. come dalla scori a del tempo una statua diseppellita. Ella si guardava. balzi. dov'era l'acqua. se era sola. come da un cam po d'erbe un àloe. Tra il mare e il fiume tutto il paese di Pescara godeva nella v entilazione salina e nel refrigerio fluviale. Cominciava lentamente a spogliarsi. paurosi raggruppamenti di membra.

venite? Giuliana seguì la sorella. poi che l'impudicizia a mano a mano sorgendo più calda dal fòmite del vino bevuto si insinuò nelle persuasioni del galeotto. gli si scopriva la fila dei denti eguale e schietta. tutto il paese di Pescara. ella cominciava a sentire quel calore d'afflusso in torno alli oc chi. Durava fatica a sovvenirs i. . in una specie di rapimento che non poteva esalarsi. a un punto. delli stiramenti di nervi irritati. Erano le sei di sera. si manifestò allora il b ruto. li occhi. senza pensare. paure. Lindoro cercava con la sua loquacità vincere le estreme esitazioni della pulzella. I due. Giuliana gridò: . i gesti. su 'l petto li uncinelli. appogg iandovisi. i piedi senza calze nascondevano nelle ba bucce soltanto le dita. quell'intorpidimento della lingua. nelle su e braccia passavano dei sussulti. originante dall'Adriatico. piccole macchie rosse e violacee. Giuliana rimase inerte. ma già. lasciate qua e là nell'abito per la furia del rivestirs i. ad interrompere. quei candori di lino che paiono essere qualche cosa della nudità femminile. per quel cieco istinto da cui una donna è avvertita d'essere innanzi a un uomo bramoso. Ora avvenne che in uno di quei momenti battesse alla porta della scala Lindoro v enuto sù con le conche. S'era ritirata a poco a poco verso il muro. e. quell'improvviso atto fece scattare dall'abbiezione di Lin doro un impeto di orgoglio maschile. quando udì i passi di Camilla nella scala. se le mise addosso. Dal secondo pianerott olo Teodora La Jece gridò: . muovere in piccoli moti vaghi il pollice dei piedi scalzi. in furia. in furia. Quell'atto. corse con la mano a chiudere sotto la gola. una specie di ebetudine le teneva ancora la memoria. involontariamente. Ah. fremiti ne rvosi le increspavano la fronte.Aspetta! E raccolse da terra le vesti. Mentre parlava. Li artifizi persuasori gli avvivava no le parole. senza parlare. le facevano battere le palpebre. Ella. grande ospizio di rondini. su la tempia. che sono i sintomi dell'orgasmo amoroso. cantava. la figlia di Rachela Catena si marita. annottava: su 'l paese si spandeva la grande frescura glauca della sera d i giugno. Rimase lu nga su i mattoni. poiché egli già teneva una parte della mercede. egli dunque aveva potuto per sé stesso tu rbare una donna? Ed egli si fece più da presso. si intravedevano lembi della biancheria sottostante. E intieramente. Ma ella. una di quelle forti chiostre che spesso armano le bocche plebee: la singolarità e mergeva vivacemente dalla generale turpitudine dell'uomo. Giuliana opponeva dubbii. XV. con nelle vesti. andò ad apri re. ritti. nella prima impressione violenta e divina di quel fatto naturale compiuto. dal fondo della sua languidezza s i levò su un gomito. .Sapete. con in tutta la figura lo scompiglio della do nna violata. curvare in sù li angoli della bocca. pe 'l passaggio recente del rasoio. in mezzo. e l'adescava il resto. bi anca e rigata dalla collana di Venere. quella volta nessun ritegno di viltà lo trattenne. il reverbero bianco del palazzo di Brina entrava nella sta nza. Dalle aperture. ritrovò le par ole per dire alla sorella che una sùbita mancanza di forze l'aveva fatta cadere ne l mezzo della stanza. Egli aveva nel fiato l'odore del vino. A tratti nel bianco dei suoi occhi naufraganti appariva come un tremolìo.XIV. comare Giuliana. Teodora La Jece le empiv a li orecchi del suo chiaccherio di femmina maldicente e petulante. rapidamente passo le mani su le vesti sconvolte. come il coraggio del vino lo an imava. parlarono del ritrovo imminente. Voci e risa empivano la piazza. Fuori. giù pe 'l cas amento cantava la gioia sabatina delli abitanti sollevati.Comare Camilla. e nella faccia. sopra la pulzella smarrita e senza forze. col quale Giuliana così riconoscev a nel mezzano l'uomo. comare. La gola era tutta scoperta. quei sordi colpi del sangue.

Oh! ecco Don Paolo! Veniva in contro con la sua bella placidezza Don Paolo Seccia. usciamo fuori. Cominc iava alfine uno sbigottimento vago a sommuoversi dal fondo.Dunque. la mole cupa e grave del bastione si disegnava nel chiarore. stordita. figuratevi! . comare mia. . G ruppi di soldati si affollavano in torno alle rivenditrici di frutta. col naso a bec co. in vesti di tela. Giuliana non sentiva più: ella era pallida come la faccia della luna. con le braccia nude sin o al gómito. con un sergente avanti e uno in dietro.fece Don Paolo. a torcerle la bocca nel riso. Ella aveva quasi un godimento amaro a sentire i vitup erii delli altri. giocondo e saggio come Pantagruele.. Ah. Teodora La Jece seguitando aveva preso il passo di Giuliana. a capo chino. Per una di quelle obliosità che sono il rifugio di certe nature deboli e dubbie.Venite con noi. implacabile. non dando a sé stessa il tempo di ripensare.Comare. voi non sapete? E qui una storia d'amorazzi piena d'indiscrezioni salaci. Giuliana si immerse nel pettegolezzo intieramente. Ella ora si sentiva morire dalla fatica di reggersi in piedi. Ella non sapeva più sfug gire: le moriva la voce fra i denti. grandi àncore di ferro ingombravano lo scalo. ridendo dalla franca bocca ancora armata di avorii. Fu.Sapete. nelle parole. con una specie di fur ia convulsa.. cavalcava il fium e.mandò a chiamare Don Nerèo Memma. tu tta quella gran pace luminosa piovente dal cielo su 'l fiume e tutte quelle lung he vene di odore marino ruscellanti pe 'l fresco le aveva no dato una impression e di sollievo quasi gioconda.seguitava Teodora.. un ottuagenario a ncora aspro e verde come un ginepro. Checchina Madrigale se n'è scappata un'altra volta a Francavilla . Da prima. Più in sù. Intorno alla proe. piantati con la bocca nel terreno. I vecchi cannoni di ferro. a impedirle la lingua.. a cui era giunto quel nome. . piglia Giovannino Speranza. vociferand o. . l'angoscia le sollecitava la gola.Ah. lunghe file di maccheroni stavano attelate al lum e della luna che le guardava dalla cima di un'antenna soperchiante la caserma. senza badare ai peccati di mormorazione che la ling ua della tessitrice commetteva contro il prossimo. Camilla veniva un p oco in dietro. come un tumulto confuso in cui ella aveva coscienza di sé solo per il battere dell . Voi la conoscete: quella grassa che sta di casa a Gloria. su la sinistra.. . Per le vie tutta la gente god eva l'aria. temendo li intervalli di silenzio.di ceva Teodora riannodando la maldicenza interrotta.Andiamo alla Bandiera disse Teodora. Don Paolo. s u l'acqua larghe chiazze come di materia liquefatta fluttuavano lentamente. . comare. gruppi di donne passavano.. . . interrogando. . Il ponte a battelli. sùbito dopo. quel rosso che tiene locanda alla Pesceria e il mal di San Donato. . poiché dinanzi a quello spettacolo di dolcezza i fan tasmi vagheggianti dell'amore in fondo a lei si risollevavano e le sommità del sen timento al raggio lunare riscintillavano. a riva. . di la. Andavano per la Bandiera. di mettere i passi: si sent iva percossa dalla fischiante animazione della vita nella strada che è di tutti. Anche certi piccoli tormenti fisi ci la molestavano e la richiamavano alla realtà delle cose. Giuliana passò in mezzo a tutti quei rumori e quelli odori forti. guardate Graziella Potavigna che falbalà s'è messo. Nelle tol de.. quella. Tutti i macelli per la via di qua. .Sapete. Dall'altro lato. i marinai sotto le tende mangiavano e fumavano: le tende illuminate contrastavano con un rossore sanguigno l'albore della luna. liberanosdòmine. nera. eccitando Teodora alla chiacchera. come una soffocazione.Chi parla del dottor Dulcamara? .. sussurrata quasi all'o recchio.. riempiendoli con de' piccoli sussulti di riso. quel guercio del marito senza saper nulla di nulla.Ah. il fanta sma di qualche cosa d'enorme e d'irrimediabile le si drizzava dinanzi. dando la precedenza a Don Paolo ed a Cami lla. si dilungavano in fila trattenendo le gòmene. Guardate Rosa Zazzetta .. avevano i loro manzi freschi penzolant i in mezzo alla porta: l'odore della carne bovina si spandeva dalle ventraie ape rte e assaliva le nari.

con una rapidità e una mutabilità di sogno. per la nott e.La figlia di donna Mentina Ussoria. a fianco di Camilla. eh? comare. come per sentire qual mutamento si fosse compiuto nell'essere suo. incerta. venissero a batterle contro la tempia. distesa.. quei romori secchi del legno che si dilata e dei tarli che ròdo no. Guardava innanzi a sé. Erano alla caserma dei finanzieri. Camilla nel sonno cominciò a mormorare delle parole vaghe. Due sciàbiche. Grandi mucchi di carrùbe mandavano un odore for te come di pelli conciate. spiava sé stessa con una curiosità ansiosa. e si fondevano e perdevano serpentinamente in u na mezza ombra. pregò a voce bassa.Torniamo in dietro. non aveva fatto nessun moto per opporsi. indebol ita. facevano pesca d'anguille. Giuliana si lasciava condurre. sapete.Sentite come il vino canta . XVI. lungamente. con giunt e le mani.. Ella era così: debo le. per la vertigine. pensava. non sentendo che una gran gioia mis ta di dolore innondarle le fibre. per quel sussurrìo assordante che parve dilatarsi e riempir e tutta l'aria d'un tratto. r onzii di zanzare rompevano il silenzio. si intrecciavano. Ma in quel momento. appoggia tevi . si sa. senza forze. un tremolìo crescente di fiammelle fatue che rompevano. A un tratto.disse Don Paolo. . venissero a tentarla. Ma la sonorità del mare empiva di grandezza il silen zio: si annunziava la foce con l'ondeggiamento del sale superante il lieve fiore dell'acqua dolce.diceva Teodora. pallida con li occhi ingranditi e più neri. non sentendo che da tutto il suo essere la vio lenza della natura compressa insorgere. Le mancava sotto i piedi il suolo fermo: il limite d elle acque si confuse. Allora quel riflesso di sensazione mise nella carne di lei un nuovo turbamento. Nella volta le ombre seguivano le oscillazioni della fiammella ali mentata dall'olio. ella aveva soggiac iuto. in si lenzio. soffermandosi.disse Don Paolo. uno scintillìo di bagliori si accese d entro li occhi di lei. Le parve che tante cose della notte.e arterie alle tempia. presso la riva. Il suo respiro di dormiente era religioso come se sfiorasse l'ostia sacra su la pa tèna d'argento. Ella ascol tava il silenzio. prendendo una carruba da l mucchio vicino. Giuliana stava nello stesso letto. nella fissazione del suo pensiero. b utterata. li scricchiolii misteriosi che hanno i vecchi mobili nella calma notturna. quasi presso a svenirsi. soffocare da quel fiato caldo di vino e di libidine. incapace di determinare con la volontà uno stato d'animo e di cose. si sentiva un'altra volta afferrare e palpare da quelle mani aspre. su l'inginocchiatoio. poiché una grande stanchezza insonne le occupava le memb ra e la vigilanza assidua dell'angoscia le martoriava l'anima tapina. stupefatta. Camilla. senza chiudere li occhi. piegò poi nel sonno tenendo il dolce cuore di Gesù tra i fiori vizzi del seno. con una terribilità incalzante. . ella non aveva resistito . co 'l capo prostrato. In quella illuminazione la figura di Marcello compariva e spariv a. voi non siete abituata. la figur a di Lindoro levarsi e vivere. stava proprio innanzi alla bottega. de' framme . il fiume invase la strada. su la piazzetta. Giuliana riconobbe i riflessi della luna nel fiume placido. La vertigine cessò. Poi. Appoggiatevi a me.Stanca. poi accese la lampada votiva a Maria Vergine. e cantavano di femmine belle. Ella durava fatica a rattenere l'ansia del respir o. quella più piccola. senza muoversi. e in quel disordine della coscienza la volontà delle sue idee si estinse. belle figliole . continuò a camminare. e la strada seminata di scaglie d'ostriche scricchiol ava sotto i passi. come avessero voci ed ali. con la luna propizia. a darle dei trèmiti e a suggerirle delle parole. in mezzo al fumo del tabac co di Dalmazia. una tenerezza di languore infinita. si allontanavano. Nelle barche i marinai stavano distesi tra i cordami. d'un tratto. non aveva gridato. o scillante miseramente tra le suggestioni del mondo esterno e il travaglio interi ore. poiché ora il suo stato. . non distinguendo più nulla. . acque acque acque si spársero in torno. Ella vedeva. violare su i mattoni della stanza. le si ripresentava dinna nzi e schiacciava tutti li aneliti e i tumulti del sentimento suscitati dalla vo luttà della notte lunare. in gran coro.

le foss e delle gote. Ella pareva così il cadavere di una martire.. su le pareti li avanzi dei mosaici mettevano larghe macchie di colore scuro. movendo appena le labbra. con li occ hi fissi su la bocca della dormiente. Tutte le cose su cui l'allucinata si rifugiava con lo sguardo. fedele consolatore delli afflitti. a ffilata. Tra i mosaici piccole navi ex voto pendevano. per la fantasia sconvolta di Giuliana. provando un sordo balzo in mezzo al petto se quelle labbra si muovevano a profferire nuove parole. . mettendo in croce le braccia su 'l petto per difendersi dalle minaccie dei demoni. Nella stanza passava c ome un alito di sepolcro. . a Gesù buono e grande. Giuliana sentì freddo in m ezzo ai capelli: un terrore improvviso l'assalì e la oppresse. Le ombre seguitavano ad oscillare. volto al popolo ascoltante. Li enormi pilastri di pietra sosten enti le due navate. XVII. posava sulla bianchezza del guanciale co me una effige mal dorata di santa sopra una raggiera. La testa di lei. Ella non comprendeva. Sopra di lui. Trinità apri va l'arco radioso delle ali d'oro. o sacro legame che unisci il Padre e il figlio. ella chiede va ora misericordia dall'intimo del suo cuore al divin Sposo tradito. l'aria pareva solcata da rumori ignoti. Allora l'idea del c astigo e della pena eterna ancora una volta le risorse nella coscienza e la inca lzò. qualche braccio rigido di santa. O divino amore. Non ancora il Crocefisso discendeva dalla parete a raccogliere con le dolcissim e braccia la pecorella tornante all'ovile. dall'altare maggiore. uno Spirito di Santità e uno Spirito di forza.Ha detto il Signore per bocca del profeta Gioele. e nella chiesa l'illuminazione dei ceri spand eva rossore simile a un riflesso d'incendio. qua lche ala d'angelo emergeva ancora nell'offuscamento e nello scrostamento operato dai secoli. Questo spirito di cui li Apostoli ebbero le primizie e la beatitudine. aggrappandosi con un supremo slancio al l'àncora del pentimento. Così predicava Don Gennaro Tierno nella Pentecoste. cavalcavano verso l'a ltare pesantemente. a Colui che perdona. scarna. qualche testa di Apostolo. le occhiaie d'onde sporgeva grande il globo coperto della pelle mo lle della pálpebra. e i vostri figliuoli e le vostre figli uole profetizzeranno. Piccole ombre violacee seg navano l'interno delle narici. Ella instintivament e si rannicchiò. una intiera flottigli a di barche veliere pendeva dedicata al tempio dai naufraghi supérstiti. ingiallita dal lume della lampada. dentro cui scendess e lo spirito di Dio. E in mezz o a tutta questa rude solennità primordiale si elevava agile un gruppo di colonne rosee a spira sorreggenti il pergamo anche marmoreo fiorito di acanti e animato di bassorilievi.nti di parole incomprensibili. in alto. all'ultima salvezza. Spirito onnipot ente. a mano a mano che l'ent usiasmo del sogno mistico si andava placando. fu per es si e per noi uno spirito di verità. sospesa nelli intervalli di silenzio. s i spegneva del tutto nella respirazione lenta ed eguale. figlio di Petuel: «Avverrà che i o spanderò il mio Spirito sopra ogni carne.. i vostri vecchi sogneranno de' sogni. quasi direi scolpita e cesellata rigidamente dalla penitenza e dal digi uno. si confondeva in un borboglìo tremulo. coperti di barbare sculture cristiane. cercò di allontanarsi dal corpo della sorella ritraendosi su l'orlo della sponda: stette immobile. Benché quello dei soliloquii notturni non fosse il primo. mettendo lunghi respiri dentro cui si sentivano de' suoni semispenti. tentando di dire delle pregh iere con la lingua impedita dal terrore. tutte le cose si trasformavano e si animavano verso di lei. penetra nelli abissi profondi del nostr o cuore e infondici la tua gran luce. si sentivano i gorgogli rochi del le voci non formate e li accenti delle voci infrante. le ombre oscill anti prendevano forme spaventose e minacciose di spettri. Ella si sentiva perduta. m a qualche cosa di lontanamente profondo e di solenne era in quel mormorio interr otto. i solchi del collo teso e pieno di corde. quasi un mistero di fenomeno soprannaturale si levava da quel corpo inerte e inconsapevole che parlava senza udire la propria voce. La voce di Camilla si esalava in sospiri. la terza persona della SS. Ella si imbatté sotto l'incubo del suo peccato. i vostri giovani ved ranno delle visioni».

Giuliana teneva li occhi all'alto: sull'onda di tutte quelle invocazioni ella as cendeva verso il nimbo. aspettando l'u ltima prova. fu una specie di isolamento geloso dalla vita circostante. Il prete. Giammai ella si er a accostata all'altare di Dio con un più profondo tremito di speranza. co n occhi forzanti le orbite. le faceva quasi dimenticare ogni fall o anteriore. Amen. l a volontà.Vieni dunque. Non c'era dunque scampo? . Ella si esaltò nella lettura dei libri sacri. salute di chi è per morire . penetrata dalla ineffabile soavità che attira l'anime all' odore delli aromi spirituali. per l'ansia di conservare intatto dentr o di sé quel fiore di fede rigermogliato d'improvviso. fissando li occhi in a lto alla colomba radiosa e sentendosi a poco a poco naufragare nel pèlago dell'est asi . Vertigini la prendevano al levarsi. i ricordi parevano quasi avere la confusione. sfinimenti vaghi la invadevano su la sera. Giuliana. in quel vapore di luce. Fu una specie d'assunzione verso Gesù.seguitava il prete. Ella si era rifugiata nella casa del Signore.Spandi la tua dolce rugiada su questa terra deserta. quasi direi sorvegliando sé stessa. contro i profumi che le portava il vento . contro le voci che pareva no vellicarle l'udito e sussurrarle segreti nuovi di piaceri. quand'ella metteva a terra i pi edi. Due turiferarii bianchi ai lati cominciarono a scuotere i turiboli fumanti e odoranti. salendo ai supremi culmini della sua eloquenza e della sua potenza vocale..Più giorni ancora ella oscillò nel dubbio.. contro l'insidie della notte. fievolezze in cui il pensiero. e subita mente un invincibile fiotto di nausea dal fondo della maternità le salì alla gola e le fece torcere la bocca. Il púlpito marmoreo si levava come un miracoloso fiore mistico. i minimi moti. tutta raccolta. vieni ed abbi misericordia di noi!. in una vetrata la testa di San Luca evangelista raggiav a percossa dal sole e il gran manto metteva nell'aria una zona di crepuscolo ver de. giammai ave va ascoltato la parola di Dio con una più lunga ebrezza. da presso. la sonnolenza fluttuante delle prime ore mattutine. con de' gesti di s .. ella era tornata al talamo. contro il soffio che saliva dai suoi ricordi impuri. a fin che cessi la sua lu nga aridità. a fin che penetrandoci accendano fiamme consumatrici delle nostre debolezze. appoggio di quegli che cade. o Spirito. ascoltava. ella ora deponeva il sacrificio ai piedi dell'altare: beveva il balsamo della parola di Dio. si volse verso la custodia. con gesti che parevano toccare il cielo. Vieni. Quel barbaglio subitaneo di fede la abbacinava. Le parve un istante di vedere la colomba d'oro bal enarle un lampo di assentimento. delle nostre negligenze. o tu che purifichi l'anime da ogni macchi a e ne guarisci le piaghe. contro i calori della giornata. stella dei naviganti. dei nostri languori! .Per nostro signore Gesù Cristo. . Le navate si schi acciavano su i pilastri. e il cuore le balzò di giubilo nel seno come San Giovanni nelle viscere d'Elisabetta alla visita della Vergine Maria. Ella faceva le cose per abitudine. so rvegliando i propri atti. alto nella pianeta d'argento. pe 'l timore che qu ella veemenza di pentimento si esalasse. protettore nella sventura. rifugio nei peric oli. Un nuvolo di incenso avvolse Giuliana che stava da presso.in calzava Don Gennaro Tierno. dicendo a voce bassa un c redo. tutto d'argento. vieni. ella si co mpresse in una specie di accoglimento cupo. speranza dei poveri. lottò contro le molli viltà della carne. Dall istante in cui l'orrore della dannazione le si levò nella coscienza. Le pareva che subitamente dalla sua anima le macchie si cancellasse ro e dalla sua carne cadessero le scorie dell'impurità terrena. XVIII. Vieni. Vieni. dolce consolatore delle anime desolate. voleva che il Signore la purificasse e la ricevesse un 'altra volta nella benignità del suo grande abbracciamento.Vieni. vermiglio in volto. Manda i raggi celesti del tuo amore fino al santuario dell'anima nost ra. forza del debole. un ripudio di ogni legame umano. i proprii pensieri. Dopo quella settimana solitaria di passione. . Nella chiesa una calura grave si era addensata su i cristiani. si gettò nella contemplazione delle im agini e dei misteri.

Le tornò su bitamente nella fantasia il cadavere di Cristina Jorio intraveduto quel giorno m entre lo portavano su la barella alla casa della madre: un corpo gonfio come un otre. . vattene! E. Ella trovò tutt o: mise li zolfanelli a disciogliersi nell'acqua. nella vigilia del Corpus Domini. Una sera egli aspettò che Camilla uscisse.Dio mio! Dio mio! Ella aveva ora paura di trovarsi così. per trovarla sola nella casa. le mosche ronzavano. torcendosi le braccia nell'agitazione della lott a. alla porta di strada. con un bimbo di tre mesi nel ventre. le grida d'u n venditore di occhiali passavano sotto la finestra. rauche nel silenzio. ella non cercò più la chiesa: l'incenso anche la ributtava. Una magnifica nuvola rossa sovrastava le case. nel cavo delli occhi. morire! . si lasci ava occupare dal sopore: il caldo era pesante.. come d'un sogno remoto: l'ansia presente l'assorbiva tutta. ella si sentiva morire. Bisognav a dunque morire. con impeto di forza nervosa.Vattene. simile forse a quella che versò bitume ardente su l'empietà di Sodoma. mentre un bimbo succhiava delle ciliege. non lo vide più. lanciando sguardi di sbieco a Giuliana. La figlia di Clemenza Jorio s'e ra precipitata dal ponte. Giuliana si ritirava nell'altra stanza o si curvava su 'l lavoro: nelle sue guance le stret te convulse dei denti mettevano piccoli moti di collera repressa: i suoi occhi s i intorbidavano.onnambula. Tutte le campane suonavano a gloria. E. ebbe paura. Ella non pensò più a Marcello. . ma il pensiero di aver posseduto qu ella donna gli turbava il sangue: avrebbe voluto ora trascinarsela con sé. come un cane frustato. Non c'era più scampo. Lindoro se ne andava. tutta amara di nausea. Quando questo pensiero balenò alla mente di Giuliana. Poi. togliendo il freno a tutto l'odio accumulato contro di lui. . Cupidigia sensua le e avidità di guadagno allora in lui si mescolavano. entrò nella cucina.La figlia di Maria Camastra aveva bevuto il vetriolo ed er a morta così. si gettò su i guanciali mordendoli fra l e lacrime. nella bocca. Giuliana al baleno di quel pensiero si smarrì. . infame. le viscere fremevano. senza aprire. grandi tribù di ro ndini schiamazzavano e turbinavano su 'l palazzo di Brina.. Un giorno. dopo il pasto. cane. s u le guance..chiese ella con la voce soffocata.. sentiva come tutte le viscere montarle d'un tratto alla bocca: un sapore di lisciva le si spandeva ne lla lingua. sfinita. tra le dita d e' piedi violetti..Che vuoi da me. un irrigidimento convulsivo de lle mascelle le rendeva dolorosi i singulti. con la melma ne' capelli. . Quando egli batté all'u scio Giuliana lo riconobbe e si sentì rimescolare. sotto un mobile il bicchiere. Ella d'un tratto sentì il rossore e il calore del suo sangue metterle delle chiazze su la fronte. cadeva il pomeriggio. Sfiduciata. con una lentezza di donna stanca. si metteva lunga su 'l letto. L'odore forte del ca rbone le turbava lo stomaco. si assembravano a par lamento su l'Arco. nella fanga della Pescarina. poi salì a precipiz io per sorprendere Giuliana. Si levò dalla sedia. con una veemenza stri dente di vituperii. una voglia viole nta di quel frutto la fece contorcere su la sedia. XIX. tenerse la. . el la. sola dinanzi al suo proponimento. non ti faccio male. cercò su le tavole un bicchiere e il mazzo delli zolfanelli.Vattene. Poi a mano a mano che i l sentimento della vergogna la persuadeva al passo. Un tremito violento la scuoteva tutta. esserne il padrone come di una merce da usare e da vendere. sentimi! Non aver paura. ed era morta così. assassino. . Dio mio. non ebbe di lui che un ricordo incerto . . si ritrasse nella sua stanza.proruppe la donna. Egli giungeva su rosso e stillante di sudore: posava le conche. in fondo a lei una sorda rib ellione di vitalità cominciava a levitare. se veniva su 'l vento l'odore del pane caldo dal forno. la vertigine le prendeva il cervello.. Lindoro saliva a portar l'acqua. come prima. rientrò nella sua stanza e nasco se in un angolo.Sentimi un momento.Dio mio. impallidire e sudare. Nella scuola. finalmente uscì dalla stanza. che vuoi? .

socchiuse le pàlpebre. il luccichìo delle mezzelune d'oro su la vest e della Madonna di Loreto e il luccichìo delle medaglie. Tante donne uscivano s u li usci e lo chiamavano. per la strada nuova di Chieti. si sporse di più. sì. A i ntervalli. Così fu che la mattina dopo ella uscì dalla casa. si abbandonava ora all'influenza delle cose esteriori. Ella rimase là. E andò alla finestra. Qualche cosa come un indefinito sentimento di maternità le att raversava l'anima. come car ovane con buone salmerie d'acqua. chi sa per quale processo interiore.No. attònita dinanzi a quella visione d'incendio biblico e a quella tregenda di uccelli neri. penetrato dalle ceneri della notte vicina. finiva senza contrasti. mentre il languore saliva saliva. e s'incamminò sola f uori del paese. una gran bianchezza ridente.Ah. altre zone emergevan o illustrate. Tutto il contado. la felicità della luce su 'l fogliame.. Ella. e la nuova sper anza in lei al dispiegarsi dell'orizzonte si fortificò ed esultò. un ricordo della convalescenza lontana si svegliò. Quando si volse un poco dietro la stanza. e sopra di lei le spie. quel vecchio con la barba lunga. Egli doveva avere i rimedi pure per quella cosa. . con un moto involontario e inconsapevole. come un pipistrello. stette là. si ritirava a poco a poco dal basso. inchiodata.. sporse il capo fuori.Ah! D'improvviso le s'era aperto nell'animo uno spiràcolo.. XX.. ella se ne rammentava ! Spacone. Molto cant o di uccelli letificava la maturità di biade. Sotto la maestà di una quercia druid ica.E sussultò come se una mano fredda e rigida le si fosse posata su 'l capo: un briv ido le corse tutte le membra. il mago.. e nella vista le passò il ri brezzo dell'orrore. la campagna così dava l'appare nza di un arcipelago che galleggiasse copioso d'alberi e di fromento. con una fila di bottoni larghi come de' cucchiai d'argento senza mánico. poiché la l ibertà della campagna. E dal fondo. come a un apostolo della Provvidenza. egli compiva i miracoli e formulava i responsi. Ella. di sotterfugio. . . ed el la si strinse la testa grave tra le palme. Era venuto al paese qualche volta a caval cioni di una muletta bianca. le durò un momento su 'l cranio con l'impressione di una lama che vi penetrasse per distaccarne la pelle. con due triangoli d'oro alli orecchi.disse con voce alterata come se volesse scacciare da sé il contatt o di qualche cosa orribile. . no! . si alleggeriva di tutte . li odori cordiali dell 'aria circondandole d'un tratto la persona le mossero il sangue. sì. larghe zone di terra si sommergevano nell'ombra. cercando u n rifugio... le lanugini molli piovevano. passò radendole il capo. mandre di bovi e di cavalli si raccoglievano in torno alla quercia per ricevere il talismano preservante dal morbo: le orme del le unghie equine e bovine facevano come un circolo d'incanti su l'erbe semplici del terreno. si sch iacciò su 'l davanzale. quello che faceva i miracol i e aveva le medicine per ogni male. Egli aveva guarito ogni sorta di m alattie con certe erbe e certe acque e certi segni del dito pollice e certe paro le magiche. Dinanzi a lei. dandole una specie di soffocazione e di palpitazione. era di marzo. senza avere il coraggio di muover si. Nelle epidemie del bestiame indigeno. Una rondin e. ricorreva a lui.. mise le mani su 'l ventre e le t enne così un istante. Le nuvole nòmadi trasmigravano dalla marina alla montagna. Al primo spettacolo Giuliana ebbe una subitanea sensazione di ristoro. in venti miglia di circuito. le cose annegavano nel crepuscolo. Ebbe ancora paura. e come l'ombra era turchina e mobile. era nella terra pescarese un gran giuoco d'ombra e d' illuminazione. li doveva ave re! E Giuliana rivisse in un barlume di speranza. come sempre. quel non so che di bianco che dilata le orbite. il giorno vermiglio.Sì. con la brezza. Quando Giuliana s'incamminò. l'indebolimento serale cominciò a invaderla. Nelle vicinanze di San Rocco abitava Spacone. sì. Un fiotto della vitalità ardente de ll'estate le batté nella faccia. no. mancava in un lento scoloramento tra roseo e v iolaceo. intr avide nell'ombra un bagliore strano. Allora. in quella immobilità. e lo benedicevano. per quel cielo arabico del mese di giugno.

Ella così andò innanzi in u na specie di stordimento crescente che si mutava in malessere. un lampo di buona promessa ? La promessa ora si compiva nel santo giorno del Corpus Domini. ella trasformava quella figura. In fondo.. passò la Villa: una energia nervosa le animava il passo. Allora ella si ram mentò che Rosa Catena. de' soffii freschi le investivano la persona e le gelava no il sudore nei pori. E lla si sentiva battere il vento su la nuca e sentiva su 'l capo a intervalli sto rmire i pioppi. era tornata mansueta come un'agnella. si lasciò allettare da un mucchio di olivi messi in salita a sin istra. Ella s'era appoggiata a un tronco: a tratti. . In torn o. Giuliana passò il Mulino. L e contadine della Villa del Fuoco. uno smarrimento le prese la memoria. dopo aver bevuto due sorsi di un 'acqua che stava in una piccola zucca secca. Giuliana dunque. . co 'l naso camuso. sorse anche la persuasio ne che il vecchio fosse un inviato del cielo. Allora tutte l e dicerie che correvano tra il volgo le tornarono alla memoria confusamente e gi ttarono sprazzi di luce meravigliosa su la fronte di Spacone. poiché ne lla campagna correva per lunghi brividi l'annunzio della pioggia e una certa sol ennità di silenzio scendeva nell'aria dalle nuvole raccolte. Un ricordo scese allora dai buoni alberi su l'animo della donna. ella vedeva nella sua fantasia sorgere il Vecchio benefico e illuminarsi misteriosamente. g iacché nulla possono li uomini senza l'assistenza di Dio. Guardarono la donna rifugiata sotto li olivi e mormorarono poi delle parole ridendo. mentre in torno il tremolìo del sole pareva un reverbero d'acque rinfrangenti o qualche cosa come il riflesso di una meteora lontana.Un cieco di Torre de' Passeri e ra andato a San Rocco ed era tornato dopo tre dì con li occhi che ci vedevano e co n una cifra turchina su le tempia. a cavalcioni di certi grandi asini rossastri. le siepi biancheggiavano come coperte di e scrementi d'uccelli. lungo il cammino. Gruppi di pioppi sonori stavano sui limiti. nane. a tre. Passavano quattro o cinque zingari seminudi. non cura ndo la fatica dei passi. viveva per due sentimenti soli. la ingigan tiva e la vestiva di una dolcezza cristiana. vinta dalla fa tica e dal caldo. riverberavano le variazioni della luce. il calore del moto le affluiva alla testa. P er una nativa tendenza superstiziosa. fra i segnali accesi nell'aria? E nella Pentecoste la colomba non aveva balenato dall'alto.La speranza estrema non era discesa su la peccatrice improvvisamente. La chiesa era t utta piena di palme benedette e di aromi. Tutti avevano in man o canne e portavano bisacce di pelle sulle cosce. E a poco a poco. Ma. con qualche cosa di lucci cante. in una gran dolcezza. la solitudine cominciava ad esserle inquietante. un distributore di grazie celesti su la terra ai caduti. e i tronchi.le angosce. quasi per in flusso divino. Lo scoraggiamento incominciava a impadronirsi di lei. un redentore delle anime dalla dip endenza corporale. tutto le sfuggì in una incertezza di sogno. quel giorno. come ella si soffermò in quel pensiero. e st ette sbigottita fin che il gruppo non si allontanò. co me grandi pezzi di argenteria vecchia. su 'l petto. bronzini.. andava su la polvere della via nuova. Una femmina di Spoltore. Ma l'oscillare delle ombre e la polvere cominciavano a turbarle un poco la visione. la volontà era tutt a occupata nell'insolito sforzo materiale dell'incedere. Uno di loro fi schiava urtando con le calcagna il ventre della sua bestia. per la speranza della salvazione cor porea e pe 'l desiderio di raggiungere la meta. in un giorno lontano della malattia. venivano incontro a due. Mo lti fiori d'un giallo pallido di zolfo facevano onda a pie' delli olivi. e. Giuliana ebbe paura di quegli occhi che mostravano il bianco nello sguardo. Così a poco a poco. de' colpi sordi le batterono il cuore e dei s ussulti di angoscia le affannarono il respiro. alla meta. Soltanto. alli occhi della pregante. invasa dalli spiriti maligni. pe 'l concorso di tanti elementi sparsi si v enne formando nella mente di Giuliana una specie di leggenda. ed ella andava tra il pop olo sorretta dalle braccia di Marcello. tutta calda di fede e di giubilo. su l'immenso teatro della campagna le vicende delle nuvole gigantescamente si rappresentavano. femmine cafre dalla pelle bianca. con le labbra schiac ciate. Ella aveva ora la sensazione ottu . de' soffii che accorrevano a lei con 'l fruscio del passo di un animale su l'erba. la cingeva di nimbo. aveva parlato del Vecc hio con una reverenza devota citando miracoli. Ai due lati.

dov'è Spacone? . nel do rso delle mani. si levavano anneriti in mezzo all a fumosità dell'aria. senza poter più proferire una parola a tr averso i denti serrati. a precipizio.fece la streg a in quel suo idioma tutto molle di vocali. repentina mente.chiese. bianchissima in faccia. Il rimedio c'è. le colpivano la facc ia. con la faccia stravolta. Una fievole serenità d'argento si levò su la Majella . ma costa cinquanta soldi. su cui qua e là il salnitro fioriva. trattenendole i polsi. Si scorgevano a destra le case di San Rocco. Un contadino veniva in contro a corsa. coprendo si la faccia. sentendo che le forze stavano per abb andonarla. dinanzi al camino. E allora. Le pareti. in una zona sottile.Buon uomo. ma bassa..Ecco. Le gocc e le battevano su la nuca. donna santa . Tutte le colline.arriverò a quell'albero e poi cadrò. Poi aspettò più calma. E ra una femmina alta ed ossuta. avevano come delle scaglie di rettile. componeva il suo filtro. I passi le mancavano su 'l t erreno sdrucciolevole. cantando quel bello appellativo per intercalare. a traverso le liste della pioggia si acces ero un momento e si rispensero. . saliva dalla campagna ansante nell'aspettazione. seguita da due cani che abbaia vano. di là.Ecco. si mis e a gridare verso la casa. con i capelli rossi e lisci su le tempia. Ma non cadeva. incitandola a parlare. . Un odore di umidità già saliva dalla polvere. Restò con la bocca aperta. forme strane di utensili e di stromenti ingombravano le tavole. Rozzi idoli cristiani di maiolica popolavano quel fondo antico. e già le vesti erano tutte molli sino alla pelle. Giuliana tentava di correre verso la quercia distante un tiro di fucile.Aspettate. e ancora qualche florido intervallo d'indaco si dilatava nell'alto. subito dopo. La moglie di Spacone. . Li alberi immobili parevano assorbire la luce. Poi. è quello San Rocco? . Un resto di volontà vigile le bastò a scuotersi debolm ente e a discendere nella strada. . si risovvenne di tutto. . livida. battendo rapidamente un piede su 'l pavimento.Ah. tra i singulti. le scivolavano giù per la schiena. Un sommovimento mostruoso agitò allora le nuvole: sprazzi di raggi eruppero di qua. Giuliana sciolse un nodo nel fazzoletto e offerse cinque piccole monete d'argent o. ella cadde e si rialzò. La stanza era vasta. Giuliana camminava con una fatica immensa.È a Popoli. popolavano di forme incerte la lontananza. . co 'l naso guasto avente il color violetto di certi fichi meridionali. Le nuvole raccolte verso la Majella avevano preso il colore diafano e grigio di una massa pendula d'acque. Giuliana si lasciò condurre machinalmente. due volte. L'insieme dava l'impressione re ligiosa di un santuario custodito da un semplicista monaco. .Aiuto! aiuto! Una femmina uscì dalla porta e venne a sorreggerla. . .Sì. Ella non si riscosse ch e dopo qualche tempo. ma si sentì. Larghe trombe si avvicinavano dalla marina più cariche. voltate alla prima scorciatoia. ci son qua io. Giuliana non resse più: cominciò a singhiozzare e a strapparsi i capelli. quasi folle.mia golava la strega. all'udire il nome di Spacone. poi disse tutto. Grosse gocce sonanti cominciarono a cadere. donna santa? che volete? Io sono la moglie. con due piccoli occhi di albina. nello spasimo della . premendosi il ventre con le mani..Che volete. ave vano dei toni di pelli di serpente secca. in silenzio. da un'amarezza atro ce mordere il palato e le viscere. donna santa! Coraggio! Giuliana ingoiò il liquido d'un fiato. in fondo. . per le domande che l'ospite le faceva. sì. poi d'un tratto la pioggia crescente rigò l'aria di lunghe frecce bianche. . Giuliana esitò un momento. di lunghe sferze che percotendo schioccavan o.pensava. nella fronte. tatuata nel mento.sa di un sopore che le cadesse su 'l cervello con la pesantezza d'un colpo di ma glio su la fronte di un bove. donna santa: l'hanno chiamato.

Il paese di Pescara apparve in cima alla strada in mezzo al sole. Giuliana si poté levare in piedi.Gesù. fissandola con quell i occhi bianchicci di mollusco. intravedendo.mormorava la strega inquieta. aiutatemi! Alle sollecitazioni di lei. I bulbi visivi le ruotavano in alto. soffregandole le reni. entrò. il bagliore alla vista. Più volte ella sarebbe caduta se n on l'avessero sorretta le mani del carrettiere che incoraggiato dalla muta docil ità di lei cominciava de' tentativi brutali di carezze. Come Giuliana si mise dietro la fila. E. presa da una subita paura dinanzi al corpo di Giuliana riverso che a pena certe piccole ondulazioni convulsive scu otevano. Gesù. gridò: . Passava una fila di carretti car ichi di gesso. mandando suoni su 'l vento. . bella figliuola? Machinalmente Giuliana si lasciò tirar sù dalle forti braccia dell'uomo.le ripeteva la strega. le vertigini ann unziavano lo sviluppo dell'anemia nel cervello. E cantavan o: Tantum ergo sacramentum Veneremur cernui. uno di quelli.Coraggio. pallida come se non le fos se rimasta sotto la pelle una goccia di sangue. coraggio! . . uscire.Ohe. pieni di vino. Gesù! . come il profluvio del sangu e ricominciava..Gesù. un grande sventolìo di dr appi e di baldacchini empiva l'aria beneficata dalla pioggia recente. discese a terra dai sacchi scivolando. e stette co sì seduta su i sacchi. l' estremo. Quella violenza di scosse e di fragore richiamò per un momento Giuliana al senso d ella realtà circostante. con una di quelle terribili perdite per ove le forze dell a vita se ne vanno mollemente. allo schiocco del le fruste. insensibilmente. . di chi cerchi raggiungere un luogo sicuro per cadere. voltò nel vicolo. con la furia affannosa.. Dietro la torma angelica. Ma. pr esa dalla vertigine. a pena il carro si fermò. E come dopo qualche tempo il prof luvio parve arrestarsi. le eccitavano il vomito. e i grossi carrettieri di Letto Manoppello. Via! via! Giuliana non poteva rispondere: alla bocca non le venivano che urli. Venivano in contro nella strada le verginelle coperte di veli candidi. donna santa. giunse alla casa di Rosa Catena. Ella. . Non intendeva le grasse risa e i motti osceni che di carro in carro si propagavano. Ma già il sussurro lontano alli orecchi. la paralisi le occupò la metà inferiore del corpo. Avete tempo di arrivare a Pescara. In tutto il suo debole organismo la potenza e ccessiva della bevanda operava ora effetti inaspettati. Il parto falso si produs se quasi d'improvviso. così che li sbalzi frequenti delle ruote su la ghiaia non le davano che una dolorazione sorda e il lezzo delle pipe non le turbava che lievemente l'olfatto. ella per un cieco impeto si mise a gridar e e a gesticolare quasi l'avesse presa un delirio. e la strada risuonò sotto il trotto pesante. ogni facoltà di mot o volontario in lei si spense. le irrigidivano i muscoli respiratorii. cadde in mezzo al pavimento. come se ella fosse entrata ne' sint omi di una convulsione epilettica. Ora la campagna era tutta frescamente luminosa. E il fantasma di Lindoro subi tamente le si rizzò dinanzi alli occhi offuscati e poté anco suscitarle il ribrezzo dell'orrore in quel poco di sensibilità che le restava nei nervi. sospinta dalla femmina. poiché l'uomo le cingeva i fianchi con un braccio e le metteva il fiato vinoso nella guancia. I crampi le serravano lo stomaco. volete che vi porti. Con una energia involontaria d'istinto. tentò di muovere i passi. . sdraia ti su i sacchi fumavano.. Giuliana rinvenne. fluendo. al tintinnìo de' sonagli. e cantavano.Fanno la processione .disse uno delli uomini.prima contrazione uterina.. Tutti li altri sferzarono. Giuliana. con in ma no i cèrei dipinti. barcollando. giungere fino alla strada nuova. ma tenuta viva da una speranza c he il maggior pericolo fosse ormai superato. Sentiva a poco a poco una specie di ottusità occuparle la cosci enza. teneva le ginocchia serrate per impedire al flusso la via.

in una quiete augusta di monastero.Ho finito. un mostro di vecchiaia umana. si distesero. . una aiutatrice. sop ra una parete bianca. Le contrazioni dei muscoli le gettavano il tronco da una parte e dall'altra. Ella s'immergeva così nel silenzio: sul fondo di cuoio scuro della spalliera la ca pellatura cinerea posava dolcemente e un'ombra attenuava la nitida marmoreità del viso. s'illimpidivano in una veggenza felice. vanamente. a p regare. le pareva come d'entrare in un sotterraneo.Un poco. nel supremo colpo dell'apoplessia nervosa. un ribrezzo le strideva per le ossa. tutte le irrequietezze della sua natura si agguagliavano in una serenità alta e virile. Lentamente i chiarori del gio rno mancavano. Egli era venuto nella villa dello zio materno a cercarvi la solit udine. in mezzo al sangue. Disse. ergendosi al fine su l a vita esile e lunga. le mani stringevano i pollici nel pugno. quel gior no. Allora. ella teneva gli occhi smarriti nel vano. un ciec o inchiodato per anni su 'l legname di una sedia dall'artrite deformante. girava ancora intorno a sé il bastone tentando. FAVOLA SENTIMENTALE I. li arti le si allungavano con lo scatto e il battito d'una gamba di animale ferito a morte. facendo crepitare le dita esili e bianche.. un filo gelido di terrore l'assaliva. A un tratto la test a si arrovesciò in dietro tutta. e nel vano la pregh iera si smarriva con un sussurro debole di labbra. Siete stanca? .Rosa non era nella casa: la processione aveva attirato tutto il paese. In un angolo della stanza Muà.sussurrò Cesare con quella sua voce fioca. i belli amori: a poco a poco tutte le esu beranze. la l uce penetrava a traverso le tende fievole e triste. mentre il lembo del velo ondeggiava a ogni alito di vento sopra a quell' effige di cadavere. metteva un alito di cartapecora e di noce antico nell'aria. a sacrificarvi la bella gioventù. di quel crepuscolo ove li occhi suoi miopi languivano qua si di continuo. Allora nella penombra pareva che l' ondeggiamento si allargasse. Da tempo. Povera madre morta! Co n che lungo sospiro di amore e di dolore Galatea guardava il velo disteso sul ri tratto della povera madre morta! Quel ritratto era in una larga stanza nuda. segu itando a voltar le pagine di un gran libro su 'l leggìo. le dita chiuse. fu l'opera di quella luce mi te in cui egli viveva. all'estremità della villa: nessun rumore vi giungeva. a pregare. là.. il culto dell'arte a poco a poco gli andava infondendo un non so che di spirituale e di sacerdotale anche nell'aspetto. ingigantisse. Pure ella restava là lungo tempo. tutto quel candore le dava la sensa zione dell'immenso. a poco a poco un immane lembo di sudario si stendeva in tutta la s . Intorno la biblioteca pareva dormisse un sonno buono e pacifico di vecchio . Giuliana fu scossa da un parossismo di convulsione. Ella cresceva come uno stelo. cresceva nella grande malinconia di quella casa ove ella non aveva mai veduto sorridere la madre. sotto le palpebre violastre. Quando Galatea varcava la so glia. Fu l'opera lenta della consuetudine. tentav a vagamente con la punta del bastone i mattoni intorno a sé per scoprire la causa del rumore improvviso. Galatea levò dalle carte que' suoi freddi occhi verdognoli. Cesare e Galatea passavano le ore così. Galatea. senza comprendere. Galatea gli era una compagna taciturna e pensosa. il tro nco senza sangue si irrigidì nella paralisi. con un r espiro: . ristringevano. si riaprivano. il padre. . i bulbi delli occhi si ritraevano dalle orbite. Mi riposerò.Grazie. c on un borbottìo nella bocca sdentata. studiando. una gentile am anuense che non si perdeva mai tra i labirinti e li arabeschi delle scritture sa pienti. ove su la sua faccia i fiori del sangue impallidivano. qua si con un movimento di fiore che ritiri i petali flosci in sé. in ginocchio. dopo un minuto. Muà. metteva turbinii d i polvere nelle zone di sole. Un leggero tremore apparve nelle cord e del collo.

gruppi di c hiocciole andavano qua e là strisciando tra le piante succose. Ma a poco a poco ella vinse il disgusto. nel dolore. ci tornava con impeti di lac rime. certi calici di un roseo di pelle umana si gonfiavano su li steli contorti. vissute al buio. udiva come un gemito sollevarsi. e in torno. il loro i dillio non sbocciò.tanza con un soffio impuro. e rano lame piatte di un verde pallido. vederla una volt a. Solo il sambuco odorava dalle ampie ante le candide. Da principio provò quasi un disgusto. od ascoltava Cesare parlare. è vero? bionda come me. chiamando la morta fra i singhiozzi. e si obliò nell'arte. Ella voleva vederla. dritta in mezzo. erano ramificazioni nane. ove ella cred eva di sentire la presenza invisibile dell'estinta. quando Cesare giunse. Passavano delle ore nella biblioteca del vecchio conte. abbandonata alla spalliera di cuoio. I petali avevano come il viscidume dei funghi. inver dita qua e là dai muschi. le vitalbe sembravano viluppi di ra gni pelosi o mazzi di piume grigiastre. cosparse di pelurie come di una muff a. come lei soffriva. ella vol eva esser tutta del suo mesto dio lare. certe bocche di uno scarlatto cupo emettevano stami simil i a piccole lingue gialliccie. con i freddi occhi a perti. Galatea non aveva che un austero e verginale sorriso di vestale antica. Certi grandi fiori paonazzi si aprivano a coppa. tutta tremante. rosseggiavano i larghi svolazzi di un affresco secentesco a fondo di nuvole giallognole. erano grosse fogli e carnose di un bruno tendente al violetto. lasciando le righe lucenti. una volta sol a! . è vero? . ella si accasciava. II. in un pezzo di terreno. là dentro. Li stemmi gentilizi intagl iati nel legno coronavano la sommità. gl i involucri sparsi di cavità erano favi di cera. una vegetazione malaticcia e pingue sonnecchiava nell'ombra. ella difendeva dalla ferita que' pov eri occhi infermi. avviando i fregi d'oro m atto su li scaffali di noce. e nel mezzo della volta cava. le par eva che quel giovine venisse a turbarle la quiete alta e gentile della casa. Ella provava allora un sentim ento malsano di tenerezza per quelle povere esistenze che languivano senza un'oc chiata di sole. Perché nel suo organismo pieno di umori acquei un senso m isterioso della morte pareva influisse fin dal giorno natale che fu l'ultimo all a madre. Ella ne sentiva il contatto rabbrividendo. perdendosi nelli angoli. ma viva. vederla bella e ridente. Pure. nell'autunno. sollevando li occ hi umidi. solcata dalle lumache. Qualche tulipano si schiudeva pig ramente in una striscia di sole. Galatea leggeva o trascriveva. che la vigilava di sotto al velo funerar io. Cesare era dominato lentamente dal silenzio. qualche peonia vinceva co' larghissimi fiori ca richi di carminio. senza fogliame. la gran luce la fast idivano: ella socchiudeva le lunghe ciglia. ella dive niva diaccia ed immobile come di pietra.Era bionda. Le farfalle passavano fuggevoli. amava i fiori. fu buona e cortese. chiazzata dalle pioggie. ma con la vita nelle pupille. rigate di bianco e macchiate come dorsi di rane. Ella viveva così. Galatea amava quel luogo: quella triste plebe di vegetali aveva per lei un incan to. come lei pareva inferma. Ma tornava poi a quell'adorazione cupa e solitaria. Il gran sole. ignude. restava là fin che non la traevano fuori tutta pallida. simili a rettili morti o a bruchi enormi. Pure tra le ecloghe fragranti e fior enti di Virgilio e le liriche alate. . Dietro la villa. e sospirose del dolce stile novo. udiva il ge mito delle cose morenti. sorgevano da terra su lu nghi tubi. Ella. nell'abit o bruno. ven isse a interromperle la malinconia muta ove ella voleva adagiarsi. Ella aveva in sé qualche cosa di quelle piante bianche. da l raccoglimento profondo di tutto ciò che lo circondava. In pe nombra le file dei libri parevano come una muraglia piena di screpolature.chiedeva al padre. tentando fra la tenerezza delle lacrime un lampo di sorriso. Ella era cresciuta così. faceva pensare a un gran fiore solitario. fresco e mite. Nella grande sala rettan golare la luce entrava dai vetri opachi dei finestroni. che sembrano germogliare dal morbo di un corpo umano e ombreggiano della loro tristezza i sepolcri.

mentre le gengive rosee le si scoprivano un po' crudelmente e il petto le sussultava sotto la corazza di raso. poi . Era u n pomeriggio caldo di giugno: ma la biblioteca taceva immersa nella frescura azz urrognola delle tende calate su i vetri.Leggi . stringendo fr a le braccia Galatea. quand o ella si destò pel ferire del sole e gli sorrise viva dalle iridi ove il fulgore novo e il torpore del sonno e la meraviglia per un istante pugnarono. III. in fatti.E voi. E s'impazientiva nel togliersi i lunghi guanti di camoscio nero che le serravano le braccia fino al gomito.chiese Galatea. Ella gli sorrise ancora. cavaliere. e l'odore acuto emanante dal foglio gli mise nell'anima un turb amento strano. annunziò la venuta della baronessa De Rosa.. ve la rapirò questa vostra Jolanda dalli occhi pensosi. A quell'irrompere improvviso di allegria li echi della sala si svegliarono. dal premere sulla sfera. . annodandosi i capelli: la guancia destra era soffusa di vermiglio. Cesare? Ella era così. e un nastro aureo di sole traversand o la frescura illuminava su 'l capo di lei una fila di libri in cartapecora verd astra simile a rame ossidato. le larghe maniche lasciavano scoperte la carne bianca e diafana che trame di vene fiorivan o. dunque? Ve la rapirò conte.. poggiata il capo alla grande sfera delle costellazioni. Galatea! Perché mi guardi così? Ti piac cio?. . la fanciulla dormiva dolcemente nelle pieghe ricche e fluide di una tu nica. con un adorabile brillio di erre.Perché vi destate. le s onorità cupe delle volte fremevano. i capelli di Galatea sciolti ricadevano con riflessi so ttili giù per le spalle. Contro li erre l'onda fresca della voce pareva che si frangess e e s'increspasse. e fra le cicogne i caratteri piccoli e nervosi s'inca lzavano in violetto. sempre qui.Domani.disse. Egli entrò. parlava con una volubilità petulante e cinguettante. sconvolgendole i capelli su la fronte. come un fiore o una farfalla nella nitida prigione dell'ambra. Galatea prima si sentì presa come da uno stordimento.esclamava. una splendida figura di andalusa dalle nerissime iridi piene di desiderii e di misterii. Accanto a quella donna. Galatea? Non vorrai mai rompere il tuo cerchio magico. mia bella bionda! oh. gli suscitò come una inquietudine..Oh.disse egli con un accent o ingenuo di ammirazione. Pe 'l foglio saliva una volata d i piccole cicogne bianche.Quando arriverà? . nel castello solitario. . . Ella aveva cinte le braccia alla sfera. trovatore. Giunse. squisitamente. seconda moglie del fratello Federico. . . Conducimi. come? E rideva in certi piccoli tintinni di cristalli e di metalli vibranti. piegando il capo in dietro. pareva come un enorme teschio umano intorno a cui strane fig ure di animali giravano. Cesare la prese.. prima del pranzo. a traverso le stanze piene di legno scolpit o e di tappezzerie sfiorenti. .E una volta sola Cesare sentì le sue fibre di artista vibrare dinanzi a lei. reduce dai trionfi estivi di Rimini e di L ivorno. La sfera pareva di avorio ingiallito. Cesare? Anche voi siete qui. Egli mostrò a Cesare una lettera azzurrina stemmata in oro. Galatea? Siete così bella nel sonno! . Cesare guardava.Andiamo.Sempre qui. . . Ma quel germe d'idillio rimase chiuso in un sonetto. tormentandola di ba ci. Un giorno il conte.. ricoprivano le gote. Ella era una ben giovine zia. paggio. per sempre.Non temete gl'incantesimi. un solco di profumo seguiva il fruscìo di Vinca sopra i pavimenti di mosaico antico. Ma tu hai proprio due smeraldi per occhi. mia bella bambola bionda! . . pensando alle Norne scandinave e alle vergini merovinghe.

.ruppe una volta Galatea. e su le gote una p eluria lievissima le fioriva ombreggiando anche il labbro superiore. . hyria hyria nazaza trilliriuo. . abbandonata su 'l divano con tutta la persona. lasciami qui. .Entrate. Era un quadro di tinte dolci. mentre egli curvo su le pag ine sentiva dalle pagine liberarsi la sana giocondità delle canzoni goliardiche pr ecipitanti con un scrosciar vivace di rime latine nella fuga del ritmo. a certe carezze vivaci. rinvermigliava i fiora mi di seta smorti nel vecchio tessuto di argento: e da quel fondo emergeva il be l corpo femineo chiuso nell'abito di casimiro. e rigerminare con nuova violenza. Vinca rideva: le risa nel sole pareva brillassero. co n un piccolo vezzo felino. sommess a. non mi chiamate più così. sotto la grandine allegra di quelle risa e d i que' ritornelli. Ella avrebbe voluto ribellarsi a certe furi e di baci. in un atteggiamento pr ovocatore. Veni. Su 'l divano il sole. entrate . veni. entrando dalla finestra.Venite voi. entrate . dottore. bambina. Cesare le offrì il braccio. Non posso andare al sole.Senti. e nell'orecchio gli squillarono per un istante le ri sa con i chicchiriamenti di una strofe pazza. ergendosi e tendendo le mani verso i l giovine. .come una irritazione sorda l'assaliva contro quella mobilità nervosa. . Vuoi ve nire? .Andiamo giù.. inchinandosi. E gittò all'aria una di quelle fresche risate scamp anellanti. dottore. Quando apparve su la soglia Cesare: . mentre serrava la tempia della fanciulla tra le palme e l'attirava alla bocca.sussurrava spesso Vinca. . Cesare. quella solitudine. Egli aveva teso l'orecchio. Gli parve di sentire in tutte le membra come un crepitio d'invo lucri spezzati e di gemme rompenti. contro quelli scoppî di risa che a lei ferivano i timpani acutamente. . Era giunto nel silenzio. Galatea.chiese Vinca al giovine.ripeté Vinca. Egli scattò in piedi. vi prego .esclamò la zia. O! o! totus floreo. venias. . Egli veniva dal ta nfo grave dei volumi tarlati. O! o! totus floreo.rispose Galatea.. egli la odiava. senza volere aspirò il profumo fine di violetta che si insinuava per l'aria.sussurrò ella con un accento pieghev ole e carezzevole. con un liev e tremito d'ira nella voce. facciamo la pace . dalla parete pendeva un arazzo scolorito ove due cavalieri inseguivano una cerva fuggiasca.No. Tutti li ardori e le cupidigie della giovinezza parvero ridestarsi d'un tratto n el sangue di lui come a una musica di battaglia e di vittoria. zia. a denti stretti. . a certe lusinghe svenevoli.Bambola bella! . io .Bambola bella! .Entrate. Cesare? . zia.. contro quell e onde acri di odore che a lei davano la nausea.Placate Galatea. avvolto nel pulviscolo dei raggi. nel viale: andiamo al sole con Cesare. il profumo stesso della lettera co n le cicogne: al senso del piacere le narici gli trepidarono. dal silenzio della biblioteca ove il richiamo dell e risa di Vinca era giunto. a labbra aperte. lievissima.No. Con che felice audacia il corso della baronessa si staccava dal vecchio fondo bi ancastro a fiorami rossi! Dai fini lobi delle orecchie i cerchi d'argento a cont rasto del tono bruno delle gote le pendevano zingarescamente. Quella fredda solitudine l'opprimeva. ne me mori facias..fece la voce cristallina della baronessa. per carità! Ma la fanciulla ora sorrideva sottilmente.

Restate. Su la coppia era un galleggiament o floscio di foglie. nella crescente malinconia. sentì un brivido fine salirgli le ossa: e guardò quella piccola mano dalle d ita lunghe. . no.ripeté.. Erano dinanzi a una grande vasca solitaria. Facevano così. ai miei piedi.. Scostatevi. parlate un poco: ditemi de' versi.Ma parlatemi di qualche cosa! O volete che ascoltiamo il lame nto delle foglie moribonde e le voci del vespro e le avemarie languide. . certe vene verdognole s i diramavano perdendosi nel misterio del casimiro. c ominciava a temere il silenzio. onde le linee irregolari si attenuavano. . L'ora non penetrava l'anima di Vinca: ella veniva cantarellando un'arietta di Su ppè. fatemi pure de' madrigali . Egli non era brutto: un pallor e gentile gli occupava la faccia. le farfalle che cadono. con una grazia adorabile. dalle unghie di ònice che aveva una emme profonda su la palma. per gioco. con un tono scherzevole d'imperio. N on aveva saputo dire che quella frase. sotto i baffi castanei. E il pallore gli cresceva su 'l vol to.ruppe ella finalmente. Le risa scampanellarono vivamente sotto la tranquilla volta vegetale. . zia. . Vinca. zia. ai miei piedi .fece ridendo Cesare: e nel riso gli si scoprirono le file ni tide ed eguali dei denti. e un odore di fiori morti esalava dai grappoli flosci. di sotto ai braccialetti d'oro e d'argento niellato.No. Ma Cesare co 'l capo quasi le toccava i ginocchii ed ella vedeva la nuca bianca del giovane. perché una piccola scarpa di lei luccicava in mezzo all'er ba e su quella pelle iridata egli osservava i leggeri movimenti che Vinca ci met teva a tratti con le dita del piede stretto.No. che odore? . . Cesare. voi avete fatto il primo verso d'un sonetto o un principio di dich iarazione? Che ingenuità audace! Voi cominciate a farmi tremare. Però Cesare quando nel trattenerla le prese la mano senza guanto. . . .disse Cesare. mai. mentre Vinca sedendo lo guardava con i vi vi occhi pieni di misericordia.disse Cesare con una dolcezza melodiosa. . o Cesare .ripeté con uno strascico di voce. comune e sentimentale in quel luogo. perché.Guardate. . . e quella timidezza la seduceva.Eccomi.ella impose. alla base le borracine si allungavano in verdi filamenti. con un'aria di canzonatura e di pau ra. Ed ella sospirò. Egli si sentiva inquieto. Ed ella voleva liberarsi dal braccio di lui. ma Cesare la tenne prigione sotto la stretta. no. signora zia . Facevano così per gioco.Restate. .Qui. in q uel momento. soli. levando il bianco degli occhi al cielo.Dio mio. Su le acque inerti galleggiavano chi azze giallastre di putredine e certe foglie rossigne di cuoio si stendevano in g reggia presso alli orli erbosi. sospiran do? Ah!. Nel mezzo un gruppo di tritoni dalle code di pes ce invigilava que silenzi che non più lo scroscio delli zampilli rompeva.IV. Ella respingeva dolcemente i tentativi timidi di carezze che Cesare faceva con l e dita malferme su i nastri della veste. tu vinci. Su qu el pallore i chiari occhi miopi. Io sono innocente.. quasi sempre socchiusi.Sentite. Dal pol so. da tempo. un o dore indistinto.Qui. nipote. .. le dita urtavano a lei un ginocchio. cominciava a perdere l'arguzia a poco. S'inoltrarono pe 'l viale delle robinie. gualcendo egli uno dei nastri. scoprendo un pezzo di rude bassorilievo atterrato fra le erbe. talvolta si dilatavano smisuratamente e le iridi vinte dalla pupilla parevano talvolta due buchi neri. su la vecchia pietra i muschi e i licheni facevano come un manto tigrato.Sento l'odore della violetta . a poco.No. Ella indicava le foglie pioventi a una a una su le acque. .Sediamo qui . .Guardate. simili a infiltramenti di ram e in un pezzo di alabastro. Cesare non guardava le foglie.Ah. signora . ella voleva parlare. con certi ondeggiamenti spavaldi del capo. una nuca di Antinoo modellata squisitamente. nipote.

Di là.Galatea! Galatea! Le uscì un gemito dalle labbra bianche. . fu come il divampare improvvi so di un incendio che ella portava dentro di sé.disse Vinca accarezzandole i capelli. Poi si passò una mano su la fronte.disse Galatea. con Vinca. non volle penetrare quel sentimento nuovo che la sopraffaceva e la prendeva tutta. un freddo sottile sottile. Le tremavano le parole. quel giorno. come ti sarai tediata! .No.. là giù. . un sopore invincibile le occupava quelle povere vene esauste. Sentite.singhiozzò allora affranta. Ma no. Ma quando si sentì le gambe avviluppare dalle braccia di Cesare che era rimasto pr ostrato come uno schiavo e tendeva in alto la faccia smorta ove un conato di ris o pugnava co 'l brividìo del desiderio. senza g emere. figlia.. Tornarono. Fu come un assalto inaspettato. l'immagine di Cesare proro mpeva. Ed ella teneva fitti li occhi su Cesare. Vinca e Cesare empivano tutta de' loro amori e delle loro giovinezze la vecchia casa austera. ella non voleva credere. ma dal suo cuore. nulla. Ella si abbandonò su la spalliera. sorgeva una passione più umana. Era là Vinca dianzi.Dov'è Cesare? . ma dal fondo dell'anima sua.fece la signora alzandosi. con un abbandono cieco. vittoriosamente. tutta odorosa e luminosa. .. . sorgeva uno str azio più umano. . sotto li alberi. . li occhi ardenti nel mortale pallore de l viso. .Galatea! VI. Conte. . torcendosi le braccia.gli chiese con una voce che le moriva in gola. da tempo inconsapevole. da se stessa.O mamma! o mamma! .Traditore! .sussurrò ella.. Quando ella aprì li occhi ove ancora la nebbia del letargo fl uttuava vide la testa calva del padre curva su di lei in un muto atteggiamento d i timore e di dolore. Ella rinchiuse le palpebre. mi pesa tanto il capo. fissandol i con i freddi occhi indovini. babbo. A poco a poco quel dolore cedette. Ella si tormentava così. Fu un lungo letargo. . Le risa di Vinca parea vibrassero ancora nella vuota sonorità della volta.Dormirei.Si fa tardi: andiamo . le parve che le giungesse come un rumore lieve di risa soffocate.Così presto? . sì. .sussurrava con una lentezza stanca socchiudendo le ciglia.Ho tanto sonno.. ha la febbre. non ho nulla. i segreti dei loro amori si nascondevano all'ombra delli arazzi sc olorati ove nella rosea lucidità della seta un bel popolo ignudo di ninfe e di cac . abbandonata su quel divano. Ella non aveva pregato il dio lare.Ma tu ardi.. come se le venisse meno il respiro. . piegandoglisi flessuosamente su la bocca.Povera Galatea. Erano andati soli. aspettando. mai.. per la prima volta! Allora che li squilli di Vinca si persero giù per le scale e i passi della coppia su la sabbi a del viale si attenuarono. Galatea. come per affievolire l'intensità della fitta. . tanto. ella provò a distendervisi. Da prima ella non credette. per tutto il corpo. Ma la febbre no! Sento che dormirei t anto tanto . con un tono crudele d'ironia nella voce.Dunque era vero? Dunque ella lo amava? Dunque ella sar ebbe stata infedele alla povera mamma morta? . uno sgo mento cupo l'aveva oppressa. insinuandole fra le ciocche le dita gemmanti di anelli. le intorbidava la vita. Cesare la involgeva tutta del suo sguardo avido: egli non aveva mai avuto quel l uccicore nelle pupille. V. come un soffio. soli. provava uno sfinimento. nasconden dosi tra i cuscini la faccia riarsa dalle lacrime. contro cui ella si sentiva inerme. nel viale.. contro cui ella si sentiva debole. . d'un tratto un'angoscia cupa l'aveva invasa... un affievolime nto.

in una ma ttina fredda e grigia di ottobre. . a quella irruzione insolita. con un impeto. Cesare. E. in quel bianci core Strykius faceva una macchia vivace di azzurro e il piccolo Fréret vibrava qua si uno sprazzo audace di scarlatto. in mezzo a tutte quelle cose morte. .. ella voleva che i raggi benigni la involgessero tutta co me in una veste fluida di oro.Cesare. da canto. sotto le pieghe della tunica. sentì li antichi silenzi ridiscendere lenti e solenni a regnare su la casa. Cesare tirava i mantici polverosi: i mantici ansavano con un respiro ampio di gigante u mano. Ma il sole avvivava quei toni. Addio.Cesare . Le file de i libri. là giù. aveva indovinato. come tese le braccia. Cesare.mormorò con un filo di voce. la guardava con un sor riso pieno di malinconia. Erano poi toni scialbi e varii di tappezzeri e usate. Addio. egli se la vedeva sorgere tra gl'immani candelabri d i noce scolpito.. esalò al fine l'animula blanda in un sospiro. vinta dallo s tesso mortale sopore di quella volta. in un angolo della biblioteca. suscitando le anime dei suoni entro le lunghe canne metallic he. Il petto esile aveva un alenare fioco. a traverso il velo nero. tese la mano a Cesare che stava lì ritto senza parlare. tendendogli le scarne braccia. Galatea.ruppe ella un giorno al fine. Ella sentiva il fremi to sonoro correrle pe i nervi con un senso quasi di dolore. . sentì co 'l so llievo anche uno sfinimento placido ove la sua povera vita si estingueva come so mmergendosi. ricadde nella muta stanchezza donde invano tentava di s orgere. Dalle canne dell'organo li accordi di Bach si spandevano pe 'l vano timidamente. ella si sentiva manca re il respiro. di un arancio sbiadito.diceva ella. ella dava la faccia al calore pieno. guardando con li occhi stravolti dallo s pasimo quel velo muto. da per tutto. chiazze di un rossastro di ruggine. incertamente. sotto i baldacchini rigati d'oro.Com'è gentile! . gittata come uno s traccio dinanzi all'effige della madre.gridò ancora affacciando la testa allo sportello dell a carrozza. egli se la vedeva sempre din anzi quella bella e perversa maliarda a cui la gengiva vermiglia si scopriva sem pre nel riso e nel sorriso. chiudendo le palpebre. . Erano i giorni limpidi e tepidi dell' estate di San Martino: un vel o di sopore aleggiava su la campagna godente in quelli ultimi abbracci del sole. Galatea ricordava su i tasti un'armonia di Bach. Ma tacque poi. di un vio laceo livido. provando un senso di piacere nella gola a quella blandizia. Cesare in braccio a quel piacere si abbandonav a con tutto l'impeto oblioso delle nature represse. . NELL'ASSENZA DI LANCIOTTO . nel silenzio. nella stanza lontana. . Ella salì all'organo che dormiva. tra i seggioloni stemmati. da tempo.Fammi morire! fammi morire! . erta e procace e sfidante. Allora Galatea sentì un sollievo dolce penetrarle a poco a poco nell'anima. agitando le dita.ripeteva ella fra i singulti. Ella amava ora il sole. Era tutta una gamma di colori: li Annali di B aronio e di Raynaldo nella cartapecora verdognola prendevano riflessi dubbii di bronzo antico. . entravano zone vive di luce. destava luc cicchii nuovi nell'oro morto.Addio. sotto le portiere pesanti. rivivevano. . ella era solo un po pallida. gittavano anch'esse le loro no te deboli dai curvi dossi tarlati. infondeva un'aria di giovinezza a quelle carte che la polvere e la muffa di tanti lustri copriva.ciatrici aveva fiorito un giorno.Ci rivedremo a primavera . dai finestroni aperti. erano vecchiumi di cuoio. Nella biblioteca. Ella non era triste. col meraviglioso istinto che a lei dava il morbo. tra li specchi appannati e macchiati . occupando quasi intero uno scaffale altissimo. li Acta sanctorum gialleggiavano e biancicavano in una tinta di t onache domenicane. sotto le robinie che si accasciavano nella grande umidità nebbiosa.Fammi morire! Ma al fine Vinca partì: il marito la voleva. Conte. Fu una partenza improvvisa. Baciò Ga latea tante volte. sommessa. E il trotto dei cavalli si perse pel viale. Galatea sentiva quell'anelito nuovo. abbandonata su la spalliera. sotto le dita diafane di Galatea i tasti cedevano appena.

Sì. principiavano allora quei buoni tepori aspettati che l 'avrebbero fatta guarire. non è vero. malgrado una fitta irradiazione di rughe. ripercuotere in sé u na sensazione di gioia incosciente. . mentre Donna Cla ra godeva immergere le dita signorilmente lunghe nella vitalità di quella chioma c he esalava il profumo naturale dell'infanzia. bastava ch'ella non si accascias se.Ma no. che le si gettava addosso con la furia cieca dei fanciulli ebbri di chiasso ridente nella faccia rossa di calore tra l'abbondanza del biondo. Francesca? . di cui Eva rallegrava le stanze. poiché sentiva che la buona salute a poco a poco la abbandonava. le davano una specie di energia momentanea che certi liquori dànno. presa dal rispetto pie toso che hanno i sani per i sofferenti e le chiedeva se proprio si sentisse bene . di nulla. Bastava ch'ella av esse la virtù di non cedere a quella spossatezza..Avete bisogno di nulla? . presa da una nuova frenesia di agitarsi. L'impazienza irrompeva. . la faceva essere quasi ilare.Ha li occhi e la fronte di Valerio. o meglio. vedendola pallida nella zona di sole che tra versava i vetri della finestra. e prima un 'inquietudine vaga che si andava determinando via via in timore. Ma il tono sordo della voce svelava una irritazione repressa. la turbo lenta sollevazione di vita che ha l'infermo se oda una musica allegra passare. le faceva amare i clamori infantili. le faceva amare li s quilli di canto di cui la nuora empiva le volte. l'acredine che viene immancabilme nte da ogni lotta.No. che l'avrebbero salvata certamente. e quella ostinazione di resistenz a a poco a poco cedeva. E rimaneva a riposarsi. Cantate pure. Donna Clara restava in una specie di stupefazione. poggiando il capo alla spalliera della sedia e rilasciando le m . sentiva per un momento da quel piccolo corpo.O nonna grande! . ella . A poco a poco la fatica di tenersi sù contro il languore diventava penosa.Oh. e quindi un terrore vero. come chi se nta mancare uno stimolo dilettevole in una parte delle membra. Francesca. Sollevava il capo della bimba. bastava che la nuova aria l'entrasse nei pulmoni. le accelerasse il sangue. salute! All'augurio ella sorrise tristemente. Ella apriva le vetrate e poggiava i gomiti sul davanzale . la voleva guardare in quei puri e pr ofondi occhi. Tentava di rimanere ancora in piedi. e tema che scuote ndosi anche l'ultima ondulazione del diletto vanisca. quasi sempre dalla meraviglia fatti maggiori. nella lu minosità che loro dava la compiacenza del sorriso. Questa fiducia le ravvivava lo spirito. Il corpo aveva bisogno di star disteso e di non più gravare su i musc oli affievoliti. E poi all ora principiavano li allettamenti della primavera. cercando di respirare largamente la salute nell'aria.I. Quando la nuora. le guizzava sotto la c arezza sfuggendo. strinse la vecchia anima e la irrigidì.gridava la bimba incurante della pena recata alle ginocchia della vecchia nell'urto dell'accorrere. e ne gioiva. ancora tutto vibrante de' moti anteriori.Sì. O chiamava a sé la piccola nipote Eva. malgrado una bella colorazione di nevi senili. smetteva di cantarellare. Poi. Per un momento quell'espansione di tenerezza le faceva bene. Donna Clara rispondeva: . e Francesca se ne accorgeva. e quella benevolenza della stagione nascente l'eccita vano. di tenere in piedi quella grande sua macchi na ossuta contro l'affievolimento crescente: pareva così forte. mi sento bene. così dolci nella campagna ove e lla viveva da tanti anni. quando Eva. il terrore di chi avendo esaurito il coraggio si trova senza scampo dinanzi al pericolo.. Donna Clara. . . . sentiva che in quel piccolo corpo qualche parte del suo proprio essere viveva come per passaggio di eredità. mamma. Allora le rughe nella faccia di Donna Clara si aggruppavano come raggi. forse per sempre.Volete. no. Quel profumo di giovinezza uman a che saliva tutt'intorno. C 'era in tutto questo però qualche cosa di amaro. che vi faccia preparare il letto? . mamma. ossia li occhi vostri e la fronte vostra. come in un bagno salutare.

A pena fu adagiata. Eva piegava la testa nella gravezza del sonno. la bramosia dell 'aria piena e della piena luce. su 'l cielo vivo. di soffocare. poco prima del tramonto .Oh mamma! .embra. ma quel gran letto occupante da solo tutta la camera. E invece ella conservava. a quel c ontatto i due giovani per un moto istintivo le ritrassero. Dal letto dell'inferma si diffondeva per tutta la casa il silenzio. era come quando nel sonno dalle sedi interne. era come quando all'urto di un corpo nella quiete dell' acqua limpida si sollevano i detriti accumulati dal tempo. la protettrice dell a vecchia patria. alla stessa ora. quasi lucida. che i marinai dalla costa salutano con effusione d'amore come un giorno i nauti del Pireo salutavano l'asta di Atena. A traverso i vetri di una delle due finestre si scorgeva l'ultimo limite dell a pianura e la linea scura de' colli. fra tre m esi forse. un piccolo uomo dalla faccia tutta rasa. Allora certi piccoli . Erano i capelli una morbida massa palpitante. successe in lei al terrore una calma singolare. nessuno dei due. quando Gustavo. aveva gli occhi chiusi. di quella lenta deperizione d'una creatura umana. Così. di tutte le voci che si fa in torno ai malati per non disturbare il riposo. e dietro i colli. ove dormono fantasm i di passate sensazioni e frammenti d'immagini dimenticate. dominati da quella luce eguale. Nacque allora in quelle due nature differenti un sentimento strano. Sotto l'altra finestra s i rischiarava ai buoni soli una fila di aranci. un domestic o portava il lume coperto da una gran ventola verde. E insieme g uardarono la vecchia. E i giorni passavano. Pure. sopra la gr an tettoia delli aranci.Sentiteli . cominciano a salire le visioni confusamente. Nella stanza cominciavano le ombre. ascoltando le voci fievoli che mandava la cam pagna nel lontano. il figlio minore. dove erano le due larghe finestre aperte alle invasioni del sole.mormorò la voce d'Eva mentre di tra il biondo sbucava la faccia incr espata nella confusione fastidiosa del primo svegliarsi. silenzios i. le sarebbe parso di seppellirsi per sempre. per l'illusione che il contatto e la vista delle cose forti giovani e liete l'avrebbero lentamente rin novata. e nel solco s'incontrarono le mani fuggevolmente. e ra quella soffocazione o attenuazione di tutti i rumori. aveva pensato che da quell'avvicinamento di epidermidi sarebbe scoccata quella scintilla. . l'aspetto di un luogo fin allora disabitat o. l'inferma provava un sollievo. con la dolcezza la persuase. Il medico. dov'era morto cinque anni innanzi il marito. nascosta. Si guardarono dopo. Ora non ci sarebbe entrata mai. quel letto le aggravava il terrore. e nu lla più triste di quella lunga attesa. La nuova stanza aveva le pareti nude. ella odiava l'isolamento. accarezzandoli con la compia cenza delle madri felici. seduti accanto al letto. Stettero un momento ad ascoltare quella respirazione un po roca che pesava nel silenzio. senza che s i vedesse la bocca. inondando le g inocchia della madre con i capelli di sotto a cui usciva il respiro. tutto chiuso in t orno dalle cortine di damasco verde. Ora ella attendeva. dormiva Donna Clara. misto di ram marico e di timore. restavano nella stanza Gustavo e Francesca. Ma quel gran letto cupo. Quando il medico era uscito . Gustavo v'immerse le dita leggere appressandosi col chinare il corpo senza levar si dalla sedia. Valerio lontano non sarebbe tornato che fra due. di quella consacrazione sicura alla morte. . tra mezzogiorno e levante dove si vedeva il cielo. nel turbamento. rotte talvolta da un ulti mo bagliore che dalla finestra di mezzo entrava a sfiorare il letto. a pena ebbe il presentimento che non si sarebbe forse alzata mai più. doveva dormir e. quella figura dolce di dea supina che sotto la neve pare una immensa statua di marmo abbattuta lungo la terra d'Abruzzi. II. il pro filo di Montecorno. prima. veniva ogni sera. c on la meraviglia curiosa di chi abbia d'un tratto scoperta per caso qualche cosa fin allora inaspettata.disse una volta Francesca al cognato. ella volle ch e le mettessero un piccolo letto nella camera all'angolo della casa. in fondo a cui un sommovimento vago di bramosie cominciava a determinarsi.

che le difende dalla passione. Aveva lo spirito incolto. Tutti questi fatti e altri insignificanti ora tornavano nel ricordo modificati. arcuandosi forse troppo e allontanandosi dalle palpebre.Soli eravamo e senz'alcun sospetto. ella per quel pendio scese in fondo languida col desiderio al dolce peccato della figliola di Guido. tutte quelle forze latenti irrupp . oscillan te. al grave dramma decl amato male. ella li guardò con i belli occhi d'oliva attentamente. aveva v oluto che Gustavo la portasse pe 'l viale su le spalle correndo sotto i rami che cominciavano a rigermogliare. dopo a vere abbracciata Donna Clara. con quella sua bella noncuranza sorvolante. ondeggiando in quel punto in cui l'attività della coscienza si affievolisce ne l rilasciamento dei nervi e non ha più virtù di dirigere e di moderare le espansion i della fantasia. anzi appunto era questa curiosità il lato singolare del suo aspetto di amatrice. cade. dove li occhi eran o tagliati leggermente salienti alli angoli verso le tempie.fatti anteriori riapparirono nella memoria sotto una luce nuova. per rimanerci durante l'assenza del marito. Era questa la conseguenza di una felice conformazione del suo organi smo. piegando. come ascoltando se per caso avessero una volta un accento nuovo. attraversato a tratti da malinconie vaghe. Un'altra mattina Eva.. ed anche di una educazione artistica non comune. ella non capiva certe brutalità del piacere. non senza un'aria di ironia lie ve. quei t re. una espress ione nuova. e le sopracciglia. di buon gusto. a pena vide in fondo apparire la madre. a quel puro ovale di miniatura indiana.. poi. Così quando la scintilla scattò. non molto più che ventenne. e il riso dava un'espre ssione fine al volto. ridendo. Ella era giunta nel matrimonio allo stadio inevitabile in cui la pluralità delle donne. presa da uno de' consueti inebriamenti di chiasso. dopo il primo turbamento e la prima resistenza contro la tentazione del fantasticare malsano. oscuramente. Portava nell'amore una sensualità fin e e quasi ingenuamente curiosa all'apparenza. presero signifi cazioni che innanzi non ebbero. emanando nel passaggio soltanto una irradiazione di giovinezza e seguitand o oltre illesa. era vissuto nelli ultii anni quasi sempre alla campagna. Francesca nella notte. Ella era una di quelle nature muliebri in cui la mobilità dello sp irito e la facilità delle sensazioni subitanee tengono lontana la passione. poiché il sano gusto dell'ar te nelle donne sane genera a poco a poco una specie di scetticismo amabile e di mobilità gioiosa. una di quelle nature ripugnanti dal soffrire per la stessa intima virtù che i metalli no bili hanno contro la corruzione dell'ossido. Gustavo per contro. E come cedeva all'abbraccio del son no. i sette anni del matrimonio li aveva passati quasi interam ente a Napoli con Valerio. Perché in lui i rigogli amari della pubertà soffocati tornavano qualche volta a leva rsi con la stessa ostinazione di vita che hanno le radici delle gramigne abbarbi cate nel terreno. adescata da quel sottile profumo di colpa che dal fondo di tutto ciò saliva ad irritare il suo senso di donna giov ine. Una mattina mentre e lla e Gustavo sedevano nell'aranceto e Gustavo le leggeva un fatto di amore in u na cronaca di giornale. Poi sorrise. vivissimi. e Gustavo l'aveva baciata arrossendo in quella sua selvatichezza di eremita. ben eseguita. un n uovo capriccio la prese. Ella era già passata fugacemente a traverso due o tre a mori. atteggiamenti che innanzi non ebbero. scoppiettante. Né quello dei peccati di Francesca sarebbe stato il primo. con Donna Clara. per le molte allegre ragioni che il medico Roudibilis esp one al buon Panurge. aveva porta la fronte a Gustavo. I grandi impeti allora e i grandi ardori la offendevano: el la non voleva la febbre. amando i cavalli vivaci e i l grande levriere bianco ereditato dal padre. mettevano nella fisonom ia un'aria singolare d'infantilità. volle che ella intrecciasse le mani con Gustavo e su qu ell'intrecciamento sedette avvolgendo con le piccole braccia il collo dell'una e dell'altro. gittando loro nelle orecchie le strida acute. Francesca ricordava che il giorno dell'arrivo. quei due. Quando gli uomini. a poco a poco si abbandonò per quel pendìo. scosso da turbolenze improvvise. ella ridendo e mostrando nel riso superiormente il roseo della gengiva aveva cominciato: . o meglio concedendosi con una specie di condi scendenza signorile. le profusero in ginocchio tutta la eloquenza così volgare del loro cuore. Preferiva la commedia gaia. Così. Da poco più di un mese Francesca era venuta in quella casa.

così curva su l'animale che supino agitava le zampe sottili e nervose verso di lei. in cui la campagna ha come un'indolenza di convalescenza nello svegliarsi. dando quel richiamo squillante all'ar ia.Oh Gustavo.Corri. traversò l uscio. Se sentiste! Ci andremo a cavallo. l eggermente colorita nella faccia dall'essere stata china. c'è il prato tutto bagnato di guazza. ho condotto meco Famulus. Lontano.Donde venite. Pareva a lui di soffocare. Accorsero insieme. Ella a quella luce volse dall'altra parte li occhi feriti.Buon giorno. ove tutti i fantasmi insor gevano e ingigantivano e incalzavano senza tregua. perché Francesca lo ascoltava. un chiarore chiarissimo vagava su 'l verde. voleva parlare sicuramente. e su quella massa il sole metteva una radiosità tra bionda e rosea. Sono uscito all'alba. buon giorno! . con i capelli dalla nuca tirati sù. mostrando il ventre smilzo color di carne.. tornava Gustavo lentamente giù pe 'l viale. un'angoscia ove già il rimorso aguzzava la punta.. lo guardò curiosamente socchiudendo gli occhi: poiché ella dal letto s'era l evata con la sua bella serenità. La vecchia terra d'Abruzzi ora s'inteneriva. figliuolo. accese il lume. di aver sentito. tenendo li orecchi al buio. nella veste mattinale a pieghe ricch e dentro cui s'indovinava la flessibilità del corpo vivo. Scappav ano i conigli da tutte le parti. acuendo egl i lo sguardo. Gustavo scorgeva una macchia bianca simile a quelle che le statue fanno nei giardini. Trovarono Donna Clara su 'l letto in preda a uno di quelli at . Gustavo le fu presso quando ella già stava china su 'l cane serrandone il lung o muso tra le mani carezzevoli: bellissima. il cane gli si piccò dal fianco.. Francesca. Ella ritta aspettava che il levriero la raggiungesse. quando vorrete. insieme con Famulus i l grande cane niveo che lo seguiva con quel dondolamento di danza così molle ed el egante nei levrieri. con quelli stupendi slanci di antilope in corsa. e stretti in un nodo su 'l sommo della testa come in certi ritratti se ttecentisti. ora si pentiva.. Famulus n ha afferrato pe 'l collo uno. Q ualche cosa di latteo.No. egli non l'aveva chiamata a nome nel saluto per una debole trepidazione di fanciullo. Gustavo? . qua! Famulus! Era la voce di Francesca. su 'l cupo verde delli aranci.Va.Mi pareva. senza poter distinguere in quell'i ntronamento alcun suono. Francesca. . quasi avesse odorato la preda. e in mezzo a quei col pi come delle voci passare. dire mol te cose.. Che Dio ti benedica figliuolo mio. Voi gli date troppi pezzi di zucchero a questo vecchio ghiottone: lo guasterete. . glie l'ho fatto lasciare. o signore? Gustavo capì e sorrise. c'è l'odore della resina mescolato all'odore dei fiori .rispose ella drizzandosi con un movimento vivace. abbiamo attraversato la pineta. Era una di quelle mattine verginali della primavera che nas ce.Che vuoi. Abbiamo preso per i campi. mamma! Nonna grande si sente male. mamma. ci siam messi pe 'l viale. Siam passati anche dalla fattoria sotto i colli. . Lo chiamava forse la madre dall 'altra stanza? Lo aveva forse sentito soffrire? Si levò sui gomiti.. Ma. Famulus vi ha sc operto da lontano e vi è corso in contro per leccarvi le mani..Non mi hai chiamato? .Famulus. L'aria frizzava. o ve già un presentimento cupo di sciagure si affacciava.Di lontano. . si avvicinò al letto dell'inferma. . Quando apparve Eva con l'aria spaventat a gridando: . . un giorno. III. Poi alternando per gioco la voce. tra le piante. sotto li albe ri.ero con una violenza nuova. Dopo il giro lungo. La mattina dopo. in fondo al viale. le voci della madre. as coltava tutta la stanza empirsi dei battiti del suo cuore. .. soggiunse: . La pineta è tutta fiorita di violette.. Parlò ancora. una trepid azione indistinta.. E mentre gli tendeva l a mano. Nel dubbio. facendo schioccare le dita. signora. dormi. E nella notte fu un'angoscia enorme sotto il cui pes o il giovine rimase prostrato.

un'impressione viva di odore e di freschezza gli batté nella faccia e lo fece tra salire. Portatela qui. e il pomeriggio di quel marzo morente era lusingatore. bisognava asp ettare che quel momento passasse. tornò giù correndo. debolmente. il rimpi anto di qualche cosa d'irrimediabile. . manteneva con la f erma stretta del guanto il sauro in quel trotto leggero. e in quella prostrazione e lla conservava ancora la sensazione del ribrezzo che l'aveva scossa.sussurrò Francesca.tacchi nervosi di freddo che la facevano tutta tremare e le squassavano le pover e ossa. Nella campagna allora si sentiva come l'influenza pacifica della Dea nivale. IV. A poco a poco nell'inferma il ribrezzo si placava. singhiozzava in lei. . Egli andò. Si misero per la via grande. Egli cercando mise le mani in qualche cosa di morbido. Venivano in contro due paia di bovi aggiogati. un'impressione di luce rossa. .No.. e nelle la bbra lottava contro il battito convulso un moto vano di sorriso. Gustavo costringeva un poco indietro il suo baio. Cavalcavano a fianco al trotto di caccia. di quella figura che era la linea più grandiosa del paesaggio circostante. Una stanchezza immensa le invadeva tutto l'essere. din anzi alla felicità crescente del mattino primaverile. Malgrado la commozione filiale. nel letto le coperte rovesciate lasciavano vedere il lenzuol o bianchissimo dove rimanevano ancora le impronte del corpo che ci aveva giaciut o.disse Gustavo. Ella doveva sentire. era forse una camicia rav volta. per guardare l a figura sottile ed eretta di Francesca che chiusa nell'amazone nera. accanto al letto c'è una fiala di cristal lo. forse to . Ella così era tutta inten ta nel diletto di sentirsi il vento su la faccia. a trat ti con la bocca presso alle orecchie di lei. Egli cercò la fiala accanto al letto. su la faccia il pallore diveniva più dolce. . che aveva sentito affievolire nei polsi d ella madre i colpi della vita. Gustavo: su nella mia stanza. sviene . Non si poteva far nulla per aiutarla. uscì. Una volta diede un colpo di frustino su la siepe che limitava la via. poté sorridere allora abbassando le palpebre. dove nuotav ano le esalazioni tepide del bagno. mettendole nel volto il respiro caldo. una torma di uccelli si levò rumorosamente nel lo azzurro. piegando il fianco verso quel lato. un tepore grave dalla testa ai piedi s'impossessava di lei. come d'un gran polverio roseo. Quando un riccio di capelli le irr itava gli occhi. dove il mento aveva un battito rapido e li occhi parevano perduti nelle loro orbite s otto la palpebra semichiusa. ella doveva dunque morire. Non poteva parlare: un pallore quasi livido le occupava la faccia. la cercò senza guardare.. da princi pio silenziosi. Tutto era finito. un rimpianto amaro. Saliva di lì l'odore di Francesca. avendo le masse dei capelli castanei raccolta sotto il feltro elegante. Francesca .Il mezzogiorno trascorso a pena. mentre. dove viveva ancora il profumo naturale della cute femminile. ell a era vecchia. Il sole non ent rava ancora nella stanza. un fiammeggiamento d'oro si frangeva su i vetri chiusi . salì le scale correndo. . in quell'azzurro avente allora la dolcezza diffusa che ride fra li i ntervalli delle nuvole dopo la pioggia su la campagna stupefatta. L'odore gli rimase f orte nelle mani.avvertì Gustavo spingendosi avanti. chiamandola sommesso. qualche cosa ch'ella aveva già dovuto portare. Pei seminati stavano spa rsi i coltivatori. Avevano finalmente la sera innanzi deciso di cavalcare alla pineta. uno smarrimento dei sensi. pallido. entrò nella stanza. Trovò la fiala.Correte. chi sa.S'addormenta . quello che ella soleva avere. ella aprì due o tre volte la bocca aspirando l'aria. pendendo con un'espressione di timore e di tenerezza da quel povero volto illividito. ad intervalli.A sinistra. ella lo rimandava in dietro su le tempie con un movimento vivo del capo. E la stanchezza seguitava ad invaderla . perché allora ne l globo giallognolo delli occhi ricompariva l'iride verso gli angoli. senza parlar e. infiocchettati di rosso. Volse li occhi a quelli che le stavano accanto. Gustavo le teneva la mano calda sulla fronte g elata. Come a poco a poco la penetra va il calore. di sentire l'anima urtare co ' l pie' nervoso il terreno elastico e sonante. quel profumo che turba.

Odoratelo. . nei libri di romanzo e nella vita reale.Aspirate. e spinse il cavallo innanzi. Francesca andava innanzi un po' affaticata dalla corsa. ora facevano a lui dimenticare il fratello. E. . guardate quel fiore! . Sopra il capo. Così esploravano il bosco. ma mutò un poco nel viso. lasciando perdere le briglie mentre i cavalli sbuffavano rumorosa mente scuotendo la testa o appressavano le froge come per parlarsi in segreto. Ma dai cespugli un profumo acuto. Entra rono al passo. . Ella non d isse nulla. il vento fresco. dentro la selva dei fusti altissimi penetrava a zone magni fiche il sole. saliva. si aprivano raramente quelli spazi di cielo che tra il verde muta il suo azzurro in un viole tto soave. Gustavo . Una tentazione: Gustavo le sfiorò le dita con la bocca calda. dato il frustino. ella ora sentiva che quella effusione di benessere la congiungeva a lui. D inanzi. E come dalla gioia nasce una bontà naturale di espa nsioni. Ella aveva uno di quelli oblii felici che le persone sane hanno.gridò primo Gustavo. in un atteggiamento audace. in cammino. di fiori che non si ved evano. le narici rosee le si dilatarono al sentore del vento. Francesca teneva corte le briglie. segnatamente di p ecore. per lo più circolari. che li uomini hanno nel sangue. crescendo vivamente nell'animazione. N essuna forma di felicità è forse più dolce che l'essere al fianco dell'amata. qu elle belle e giovini bestie che avevano anche fiutato la primavera.Hop! La cavalcatrice ora si eccitava.Ah. curvandosi un poco verso la compagna: . Francesca. . egli non la comprimeva.Se mi tenete il frustino. i cavalli n on potevano camminare insieme. di una fragranza fine. verso una mèta d'amore. in tutte le cavalcate a due. Quello era un piccolo fiore rosso. lo colgo da me. ponendo su 'l cielo lo stesso ond eggiamento montante che hanno i dorsi nelle masse di bestiame.Hop! hop! La pineta era vicina. quasi freddo. entrando in un moto di piccolo galoppo. chinata. tenendo da quella parte il frustino. Dietro veniva Gustavo. Gustavo am mirando diceva che il sauro avrebbe saputo galoppare anche nel cerchio di un nap oleone d'oro. Quelli insorgimenti di libertà barbara. Quest'odore fa bene. . un profumo che li turbava e li faceva desiosi. Erano in una di qu elle brevi radure. ella si curvò dalla sella con una movenza agile: mentre il sa uro urtava con una zampa arcuata il terreno. La strada volgeva a gomito.esclamò Francesca additando. dove si sente più vivo e penetrante il fasc ino della selva. Egli disse queste semplici parole con un accento indescrivibile.Hop! hop! Non si guardavano. tremando. . Allora una voglia di corsa avventurosa prese Francesca. a traverso la primavera nascente. tra fusto e fusto. e pe 'l chiarore s'allontanavano fughe di portici favolosi. La donna del fratello era bella ed egli la conquistava. Il sauro ruppe il trotto. È una cosa che accade sempre. e glie l'accostò alle nari. metteva un increspamento nelle labbra tra cui apparivano i d enti e un po' della gengiva superiore. E il cavaliere disse.lti poco prima dal carro. quando un esercizio di forza e di agilità le diletta e le commuove di sensazioni vivaci. un piccolo ponte traversante un canale risu onò al passaggio: la pineta in fondo nereggiava.La pineta! . . non la voleva comprimere. A traverso il labirinto. . accarezzando con la mano aperta il collo fumante del sauro. in silenzio. per gu ardare le zampe dell'animale moventesi in quel gioco pieno di grazia. Arrivava su 'l vento l'aroma resinoso. cavalcan do. come avrebbe de tto il principio impetuoso di una lirica d'amore. si alzavano i voli delli uccelli spaventati. ma provavano il profondo incanto che dà il guardarsi dentro le pupille.ella fece.Hop! hop! hop! hurrà! Si mossero insieme di slancio i cavalli. le metteva il ro ssore nella faccia. . condotti da una specie di vecchio fauno che reggeva in mano le funi. La festa della sua giovinezza ora esplodeva luminosamente. Gustavo. ella ora si sentiva attratta verso Gustavo che le galoppava a lato. comunem ente. senza avanzare .

Gu stavo la voleva baciare. supina. Una fascia bianca le co priva la fronte. Sentivano essi. pure innanzi a quella tristezza. niveo. E fu quasi un inseguimento a traverso la densità pericolosa delli a lberi. un'impazienza tentarli. fermatevi! Vi fate male. m a senza attenzione di spirito. vicino al gomito. insensibile? . ai due lati del letto. Il cavallo scuoteva le briglie lasciate su 'l collo libero.Chiedeva queste cose a sé stesso. mentre i cavalli sca lpitavano irritati dal morso. come recitando una parte nobile. il po lso rotondo. Un braccio di lei ave va urtato in un tronco. un profilo quasi diafano. Ma allora Francesca rapidamente. li allontan ava. alberi. Sentite male? . con fatica.Ecco! Su 'l braccio. guardava. impalliditi. anch'egli spinge ndo l'animale. poiché le pareva di essere stata per troppo tempo abb .Avete urtato il braccio. Donna Clara stette ancora un momento senza aprire li occhi.. in una di qu elle sonnolenze ineguali che verso sera la prendevano.le gridò dietro il giovane. Il tramonto suscitava maggiore abbondanza d i incensi dalla boscaglia ove morivano i bagliori tra quella ultima visione di p ortici favolosi. La manic a dell'amazone era così stretta! Si scoperse. Francesca lasciava fare. alle d omande non rispose che con un leggero abbassamento delle palpebre e con un sorri so vanente. Gu stavo stringendo il polso tra le dita. Non disse nulla. con l'altra mano cercava di tirare in sù la manica. c'era una macchia rossa che cominciava ad illiv idirsi. alberi! . rapidamente. I grandi pi ni sorgevano diritti ed inflessibili nel penetrale del bosco. perché quel corpo di vecchia sofferente li divideva. Francesca. V. tra il guanto e il panno nero. poiché essi conservavano ancora la sensazione vivace delle emanazioni silvestri e del vento vespertino soffiante alla prateria. Alla fine Donna Clara aperse li occhi lenti. un calpestìo sonoro su le pine secche tra i cespugli.Ascoltate. l' impazienza di chi essendo incalzato da un desiderio deve reprimersi in un indugi o fastidioso. l 'occupavano. Egli costrinse il cavallo ad avvicinarsi.Fermati! E si trovarono tutti e due a faccia. un momento! . nel prato umido. Tutto in torno. prese il braccio di Francesca leg germente. esitanti. concesse al fratello di Lanciotto la bocca. Ella era giunta nel folto. dinanzi al trotto dei cavalli fuggirono i conigli bianchi e grigi con ritta la coda sparendo in mezzo all'erba nuova. . le coperte le giungevano sino al mento: da tutta quella bianche zza accorante usciva il profilo del naso estenuato. mentre scalpitavano i c avalli irritati. sbottonò la manica al polso. senza levare gli occhi. ne ll'illuminazione verde. . Si rimisero su le tracce per uscire. anzi una vena di amarezz a le saliva ora per l'anima. quell'odore singolare c he è nell'aria respirata dalli infermi. dove il cavallo si rifiutava di avanzare. quel polso rigato di vene come la tempia di un fanciullo. bellissima nell'atto.Fermatevi. Quando al ritorno entrarono nella stanza di Donna Clara. . Ma a Gustavo la voce di figlio avvertiva sommessamente che quell'impazienza era crudele. ed egl i per sfuggirla si dava quei rimproveri e quelle esortazioni interiori che dinan zi a un sentimento colpevole li uomini si dànno su 'l palco scenico della loro cos cienza. per ingannare l' accusa. I pensieri e i fantasmi del recente pomeriggio d'amore lo distraevano. una piccola ferita cattiva nel candore della pelle molle di lanugine. La vista di quei due non l'aveva sollevata.Quella povera malata dunque non era più sua madre? Dunque egli non senti va più la tenerezza di una volta? Dunque dopo esserle stato tanto tempo lontano or a gli pareva duro il rimanere un poco nella stanza a guardarla? E perché? Era egli diventato cattivo d'un tratto. di contro.chiese Gustavo con la voce rauca e do lce. Oramai una forza li sospingeva l'un verso l'altra. seccamente. e le forme lunghe dal corpo in giù sotto le pieghe si perdevano. . quell'odore li ferì nelle nari spiacevolment e. Ella era là: aveva un'espre ssione smarrita come di chi abbia perduta la conoscenza. Francesca e Gustavo restavano in piedi. E poi.

Dalla fi nestra passava l'aria troppo viva. Andate voi a cena. con un'agilità di scoiattolo. . Ella. siamo stati alla pineta. e veniva su i vetri delle finestre a vincere il chiarore fievo le che la ventola verde dall'interno effondeva. e le si st rinse al collo mettendole nel viso l'alito che odorava delle frutta succhiate. Allora un brivido aveva incominciato a scuotere l'inferma. Era rimasta sola. Ella così si rifugiava nella adorazione di quella testa infantile.. abbracciandola a lle ginocchia in un impeto di gioia. face va da complice. Ora dunque Francesca e Gustavo tornavano dalla passeggiata? Così tardi? Non avevan o dunque pensato a lei mai? Francesca voleva rompere quel silenzio che le pesava.Vuoi li aranci? Andarono così nella sala rossa. La vecchia s 'era sentita intenerire. in piedi. Ella aprì. . s'erano intrav isti i campi tutti protetti dal sole. che rimanevano là taciti. e quindi perdersi lo scalpitìo dei cavalli pe 'l lontano. VI. . . cresceva il vento.S'è fatto tardi senza che ce ne siamo accorti. Eva poi se n'era andata anche lei. apri quella finestra. ai due. . . parve. . Donna Clara levò fuori dalle coperte la mano magra e tremante per prendere il fior e. . Dopo qualche minuto. In quel momento la luna si levava lentamente tra li alberi. la prendeva un'altra volta que l freddo nervoso che le faceva dolore..Vi ho portato questo fiore. il fiore galeotto aveva ancora una f ragranza sottile che giunse a lui. Dalla finestra semiaperta erano passati i soffi tepidi dell'aria. entrava la luce limpida e rigida come un'acqua sorgiva.gridò Eva correndo incontro a Francesca.Sì. Non arrivava ad aprire. .Così. sedettero alla cena che Eva riempì del suo clamore..Oh mamma.. La nonna la guardava sorridendo: la bimba aveva una grazia agile di capretta che tenti l'erta della siepe. che dici? Ed aveva trascinata una sedia nel vano della finestra per montarci sopra ed apri re. casta ed argentea se condo il costume. El la le si arrampicò. mamma?. parla re Gustavo. Aveva avuto appena la forza di suonare il campanello per chiamare qualcuno.Sarete stanchi. . delle sue piccole grazie di bimba golosa. Era venuta Susanna. e l'odore risvegliò il fantasma del bacio fugge vole e della radura remota.Ah. nonna? . sino ai fianchi.Ah. era dopo poco entrata Eva correndo. Gustavo a quelle ultime parole si riscosse. disse con la voce indebolita: . li aranci! . nonna grande. nude le piccole braccia. a correre su l'erba. sbucciami l'arancio. l'aveva presa un bisogno di stringersi al petto quella dolce massa di capelli. Eva buona. di appoggiarvi la gota un momento. nella sua inconsapevolezza. provavano quasi una soddisfazione di fanciulli liber ati dal castigo. Tu non puoi. giù nel giardino.Senti. vieni.Chiama Susanna.Sapete. le cortine ondeggiavano e si gonfiavano. con un arancio stretto in ciascuna mano. avvolta nella polvere lucida che saliva dal pavimento.Oh.andonata da loro. . quella donna pingue e cla morosa. La bimba aveva presa un'aria grave d'infermiera. Mandatemi Susanna. Essi uscirono dalla stanza. .Oh mamma. a tenerle la mano ruvida su la fronte e ad invocare le Vergini del cielo . anche e rgendosi sulla punta dei piedi. si guardarono sorridendo nelle pupille. Eva buona. Ella il giorno aveva udito giù nel viale ridere Francesca. . Donna Clara aveva richiuso li occhi.

. . Le montagne della patria coperte di neve si avvicinavano.disse piano Gustavo. Parevano come le grandi vertebre di una terra il cui sole fosse estinto da secoli.La porterò io sù. e nel volgersi mise su 'l collo di lui un alito. Gustavo prese tra le labbra l'altra metà..Questa metà per uno . . La bimba aveva chinata la testa su la tavola. . l a sentimentalità di amante novello ora a quell'albore si commoveva.No. .. davano come l'impressione del paese lunare visto a traverso il telescopio. Francesca franse con i denti la metà dello spicchio. Eva guardava con una ingordigia di rosicante famelico. il respiro. egli si sentiva salire alla faccia. Gustavo si alzò.Mordi. mormorando parole vane.Venite un momento a vedere.La mamma ficcò nella scorza fragrante le unghie fini e rosee per aprirla: e le dit a le si inumidivano del succo premuto e nelle unghie le restava una lieve colora zione d'oro. mamma. tutto il sangue del cuore. . poiché il sonn o l'avvinceva. che aveva quasi nulla mangiato. instintivamente si accostò a Gustavo.Dorme . si strinse tut ta.Lasciate. il calore.Chiudete per carità.Prendi tu ora.Che freddo! . Stavano da presso. muti. la pace della luna. nascondendo le mani dentro le maniche ampie della veste. Gustavo! . Gustavo. e sorrise con un lieve moto d'ironia nel la bbro inferiore. dove tutte le cose sommerse davano come la visione indistinta di un fondo sotto marino con le sue grandi flore animali tra cui è un brulichio pieno di orrore. Poi chiuse. Dietro di loro Eva giuocava su la tavola tagliuzzando le scorze delli aranci rim aste nei piatti. Ella si levò dalla sedia a fatica. si avvicinò alla tavola. una beatitudine inerte. toccandosi con i gomiti. Gustavo. non qui. si curvava per coprirle di baci. ebbe una sensazione deliziosa. .Che luna meravigliosa! . tremava tutta. a scuotere quell'abbandono pieno di fantasie vagan ti e di desideri indeterminati ove ella stava per cullarsi. una vampa. le palpebre chiuse erano così diafane che parevano lasciar trasparire lo sguardo . lasciate! .disse ella volgendosi indietro. temendo d'Eva. Le aveva prese le due mani. si volse.esclamò: poiché in lui. . Gustavo. con qualche cosa di convulso nella bocca. dopo il pasto. per respingerlo aff ondò la mano nei capelli di lui. Nella sala c'era quel tepore emanante dalla vaporazione dei cibi caldi. toccandosi con le ginocchia . su la tovaglia nivea. si poteva discendere con lo sguardo in tutte le cavità d'ombra. tutta di rosa con un sorriso vago su tutta la faccia .disse gravemente. era pallido. . Ella in quelle parole fiutò l'insidia. salire tutte le sommità luminose. Egli non intendeva. nell'immensità della notte calava la luce della luna. Francesca ebbe un moto di fastidio: l'aria fredda entrava a turbarle il calore d olce ove ella s'era adagiata. era di rosa. Egli voleva così placare il tumulto. Dinanzi. . andando verso la finestra ad aprire.disse. pianamente. La luce scendeva placida dal globo pendulo di porcellana. Gustavo sporse all'aria la fronte. stette un istante con il petto inclinato vers o la notte. insinuò le dita dentro le maniche di Francesca e le prese il pugno nudo sotto la stoffa che lo copriva. quasi incombevano al pian o. nella stanza . gli sollevò il capo. all'affacciarsi ebbe un brivido. Francesca s'era rifugiata accanto ad Eva. E fece segno a Gustavo di camminar piano. aspettando che il sonno se la prendesse tra le braccia. La grandezza di quella scena naturale per un momento li d ominava. sorridendo. Essi guardavano. ella fece il sacrificio di uno spicchio alla mamma e a Gustavo. Ma Gustavo s'era avvicinato.Chiudete. delicatamente sollevava ora su le b .sussurrò la madre. quel tep ore che mette nel sangue una pigrizia. da la bocca aperta usciva un soffio lento. sotto la pelle fredda pe r l'aria della notte. Egli non intendeva. Francesca svincolò una mano dalla stretta. . Quando il fr utto fu nudo. Poi si allontanò.

lasciando piovere le chiome. poiché Gustavo l'aveva presa alla vita attirandola. la guardav a dormire. assalita da una inquietudine. le prendeva i polsi. dalle biancherie.raccia il piccolo corpo inerte di Eva. . si sentiva finire.Egli l'amava! Egli l'amava! VII.Mettetela su 'l letto. non poteva svegliarsi. in quell'odore! Egli non chiedeva niente più. aspettando che Gustavo parlasse. le piccole crudeltà della sua ca lma. Già gli tremavano le braccia. Allora in lui tutta l'onda contenuta della passione irruppe. . Francesca sentiva che avrebbe ceduto. Gustavo per quella sua cieca avidità di amar e. con li occhi già torbidi vuoti di s guardo.No. andate. Allora ella voleva bere. Nella stanza ardeva una lampada. si accostava. E come l'amore soverchia e prostra ogni altro sentimento umano. le cercò la bocca.Ma lo sapete. Gustavo adagiò la bimba. egli sentiva il profumo che u na volta l'aveva fatto trasalire. li fastidiava e li irritava. Era una triste opera. prediligevano i siti remoti. in quella stanza nuda. Gustavo portava ne i ritrovi la foga della sua passione. . Susanna veniva ogni tanto ad affacciarsi su l'uscio. Aveva qualche volta nelle mani scarne quel cercar e inquieto e incerto. le mise la bocca su la nuca dove due o tre piccoli riccioli eran o bianchi di cipria. no. Li adescava fuori la stagione felice. li dilettava la grande aria. Egli incalzava.Pare che stia meglio. com e per giustificarsi: . lunghe ore. da ogni angolo esalavano i profumi e nuot avano nell'aria. che li potesse condurre a un ripiegamento della coscienza su se stessa. Gustavo. quasi sempre uno dei due diceva. E andavano. in mezzo alla vòlta. ancora un poco! S'era riavvicinato. i rifugi protetti dalli alberi. la prese per le bracci a d'improvviso. . Ella non aveva da prima indovinato: restava su pina su 'l letto. Nell' uscire. Aveva nelli occhi quel luccicore cupo. nel soffocare ogni rumore. Gustavo dietro. da ogni circostanza di cose.Eva era nel primo sonno. in quella stanza. mostrando la gol a molle. è vero? Non si lamenta mai. Lo lasciasse almeno restare un'ora là. . La testa della bimba pendeva da una parte.disse ella seria. Francesca la sua bella mobilità di aspetti. sentiva un grande accoramento cupo ch e la uccideva. Ella volse due o tre volte li o cchi in torno a sé. Francesca per quella sua condi scendenza e fatuità obliosa dell'animo. Lo lasciasse rimanere. . Andavano così sù per le scale. ancora un poco. con le estremità di gelo. voleva la tazza per togliersi l'aridezza dalle fauci . Ma Francesca non voleva questo. stavano lungo tempo assenti. in faccia allo splendore che si riversava su 'l pavimento dalle imposte semichiuse. supplicava con lo sguardo. i sentieri spersi tra le piantagioni. tutte le veemenze della sua natura quasi v ergine. Ma Donna Clara. fosse bu ona! . . quello che noi facciamo? Gustavo la strinse. tenuta dal male. come s'ella avesse già cominciato a morire in una agonia lunga e senza sussulti.No. Egli non parlò. Egli sarebbe s tato là senza muoversi. Sfuggivano istintivamente da og ni cosa. nella faccia quell'a rdore cupo che Francesca riconosceva. Un'ultima rivolta la tenne forte contro il languore. la offende vano le violenze. metteva la . Essi uscivano . in quello.Egli l'amava! Egl i sentiva di impazzire. la voleva le ntamente soggiogare. li penetrava da tutte le parti la vitalità s traripante della terra vegetale Nella casa lo sforzo d'attenzione nel reprimere ogni voce. obliandosi. Dalli abiti. quell'incresparsi vano delle dita che tentavano di prender e. riavviandosi i capelli su la nuca . la raffinatezza signorile della sensazione. Andate.Siate savio. là. con una illuminazione quasi lunare. poiché una dolcezza e u na stanchezza vaghe incominciavano a penetrarla. Da allora si lasciarono avviluppare e trascinare. essi ora abba ndonavano l'inferma. Gustavo. . che compievano naturalmente. Si sveglierà Eva. Francesca inna nzi. inginocchiato su 'l tappeto. Francesca stava china su la figlia.

spa rso un colore dolce di oro. di una bellezza pura. Su 'l pallore delle guancie le perle pendenti dalla conchiglia rosea dell'orecchio stillavano uno splendore vago.Ave. era dunque per questo? oh in fami! oh infami! oh infami! Entrava allora Eva. forse pioppi mi dettero l'impressione puerile di giganteschi millepiedi eretti su una estremità..Dove andavano? Che facevano tanto tempo fuori? Ah. vedevo le sue labbra muoversi al proferire sommesso delle sill abe. Rammento ancora che certi altri alberi dai rami numerosi e sottili. Poi mi sorrise da quella bella bocca s misurata. su 'l collo. Su quelle alture li ultimi vapori bianchi si sollevavano dal suolo e si fondevano nell'aria. in una veste di lana quasi monacale. Ma qu ando si sentì prendere la testa dalle mani umidicce e brucianti della vecchia. portando un fascio di fiori tra le bra ccia nude sino al gomito. E dopo un momento disse: .U na luce subitanea la rischiarò. . insieme al sospetto che ingigantiva rapidamente . Era scoperta una parte della nuca. Ella disse: . nel sor riso la bocca le si allargava salendo ai lati verso i lobi delli orecchi. Susanna aveva dette quelle parole con un accento perfido. . Ricordo tutto. Quando le campane cominciarono a squillare e cominciarono l e onde del suono a dilatarsi intorno su le terre benedette. una collera violenta d'improvviso la prese. e s i sentì su i capelli. li occhi avevano l'iride piccola e il globo g rande addolcito da quella tinta lieve d'indaco che è comune nei bambini.disse Giacinta. sorridendo. su le gote tante gocciole calde. della nuca. e come le alture si umiliavano al piano. Ella usciva dai sedici anni. Maria! Io ricordo: ella era tutta bianca.Eh. loro? . Così mi pia ceva. le si stringevano fitte alla vita.. chi lo può sapere? Donna Clara trasaliva. ella sbigottita tentava liberarsi.candidamente. era dunque per questo? . qualche cosa d'indefinibilmente aureo e trasparente.tazza alla bocca dell'inferma reggendole la nuca con una mano.Ah.È la Purificazione . con un passo leggero. tante lacrime cadere. AD ALTARE DEI I.Andiamo verso la chiesa.. qualche cosa che somigliava un germe d'amore. . sotto i giri delle perle: il resto dei capelli era fermato in un gran nodo fulvo e si diffondeva ai lati in una velatura di cipria che li faceva sembr are cinerei. . e. E restammo un momento ad ascoltare le campane che suonavano nella gran de solennità del mattino di febbraio. succedeva ai vapori un vivo scintillamento di brina recente. e tra le lacrime si sentì cercare la fronte da quella bocca arida che avev a l'alito grave della malattia e udì rotto fra quel singhiozzare lacerante il nome del padre. Maria! . Da un lato un gran mucchio d'al beri di fico grigi aveva delle forme mostruose di ramificazione. Ella non era veramente bella. signora mia. Io la guardavo. Ella aveva nella pelle del collo. noi ci fermammo nel mezzo del sentiero. Ella si avvicinò al letto.Dove sono. su cui fioriva una nebbia me ravigliosa di capelli: il resto del collo era coperto dalla cravatta di velo bia nco alta. forse olmi. gridava soffocata: Che hai? Che hai?. Dolce nella memoria. Le piegh e abondavano su 'l petto. bellissima. Già ella aveva messo nella mia puerizia vergine un turbamento.. e su quel fondo mobile di splendori li alberi nud i sorgevano come fredde efflorescenze di pietra. le ricadevano liber e fino ai piedi. prendere le mani che la tenevano. Eravamo in vicinanza di Fontanella. sotto la peluria a pena visibile. talvolta le ggermente opaco. guardare nella faccia la vecchia. delle tempie. Giacinta pregava. . Ave. ma i d enti avevano una nitidezza gemmea. Tutto il terreno pareva cristallizzato. donna.

tutta bella nella veste di raso azzurro a ricami d'oro. Non si udiva che il soffiare dei mantici su l 'organo e a tratti quando uno apriva la porta per entrare. Giacinta stava immobile. dove cominciava digradando verso l'altare. Si affacciavano attorno su la piazza le case dei coloni. delle viole e del rosmarino. rossicci come vere mutilazioni di me mbra d'uomini. Giungemmo nel mezzo. rammento.Confitebor tibi in cithara. si aprivano ai lati le finestre semilunari. chiuso da tre vetrate. stretti l'uno contro l'altra dalla press ione della folla. e il martire dalla barba nera. Una faccia d'una tinta indefinibile. guardando. ella sola era diritta ed esile. Un chiarore cupo scendeva dalle finestre semilunari coperte di tende rosse. pe 'l sentiero rompendo a pena con qualche parola il sile nzio. la mèsse delle cri stiane inginocchiate. i cumuli alti di paglia secca. una gran mèsse varia di teste coperte dai fazzoletti di seta gialli. Stava mo sotto la protezione del santo. ella era pia.seguitava il prete. già fatta tepida da tanti alit i umani. con li orecchi rosei contro la luce. ergeva il muso verso il protettore. le mansuete bestie nere e bianch e stavano con la testa alta. Da un lato si stendevano le vigne morte coi tralci rossi che aspettavano i tagli del ronco. Giacinta sorrise quasi teneramente. un branco di pecore ci guardò passare. i cui raggi si rinfrangevano su le palme di z inco sottoposte. . a striscie. Su la cuspide ottusa della facciata una croce di ferro tendeva le braccia. ex voto.. neri. ella era pia. La chiesa stava in fondo a una strada protetta da querci che avevano una gravità d i patriarchi ed una età di numi. Nell'aria. ascoltando. I contadini ossequienti ci las ciavano passare nella graveolenza dell'olio ch'essi portavan lucido ai capelli. II. Ed ella credeva. additan do con la sinistra mano una piaga paonazza su 'l ginocchio nudo. le pignatte di terracotta vermiglia su certi fusti d'albe ro contorti altissimi in quel cielo di un azzurro così spirituale. Un cane barbone. Di fuori gli scrostamenti dell'intonaco lasciavan o vedere il mattone rossastro. volgendosi. Deus. che custodiva il simulacro di San Rocco in gesso dipinto. . in mezzo alle esalazioni della turba nuotavano li odori acuti delle giu nchiglie. su l'erbe cort e nell'idillio mattinale: e due o tre poppanti cercavano irrequietamente i capez zoli tra le zampe delle madri.cominciò il prete a' piedi dell'altare. la Regina delle Vergini. Ac canto a noi. tutta illuminata dall'adorazione di quelle anime peccatrici che supplicavano il perdono.. Io e Giacinta eravamo rimasti in piedi. a palle. simile a quelle che i fanciulletti con poc he linee tracciano su i margini dei libri odiosi. . s'alzava una specie di tabernacolo di legno scuro. poiché presentivano la primavera. dove di vivo non restavano c he due occhi tristemente glauchi di rospo solitario nell'ombra di un fazzoletto nero a piccoli fiori gialli legato sotto il mento. con la destra s orreggendosi al bastone di pellegrino. tutta gloriosa nel diadema di metallo bianco a grosse p ietre gemmanti. accovacciato sopra il piedist allo. Quando sboccammo su la strada di Chieti. Ed ho ancora di nanzi la faccia cava di quella femmina malata che ci tese la mano per l'elemosin a su la porta.Introibo ad altare Dei. Presso l'altare.Camminavamo al fianco. In cima al tabernacolo pendevano due piedi accoppiati e un braccio. Una mano che faceva pensare a lla palma pelosa dell'anatra. su le dorature false della custodia. su i fiori artificiali di fili d'argento e di lana. Deus meus! . a fiorami. emergente come un gra n fiore d'acqua che si protenda verso la luce. dall'altro lato si allungavano i solchi di grano nell'infanzia verde e gentile. la voce lamentevole e rauca della mendicante malata. formati rozzamente nella cera. silenziosi. da una eminenza la Vergine sovrastava alla turba dei fedeli. Era una ch iesa di architettura semplice e rude. Entrammo nella chiesa io e Giacinta tra la folla. L'altare sorgeva intorno t utto fiammeggiante di ceri votivi. Ad Deum qui laetificat juventutem meam. Io conservo ancora un' impressione di colore. Ella sola era in mezzo a tutto quel tumulto di colori nella penombra. con la voce . rossi. guardava immobile nel vuoto con due occhi di vetro bianco forati.

Ci fu un movimento confuso in tutta la turba inginocchiata. et Spiritui Sancto. dallo strappo di una tendina apparve d'un tratto il sole e si allungò nell'aria in una striscia d'o ro tutta formicolante di atomi. Io chiusi li occhi. con uno di quelli impeti ciechi che la superstizione dà alle anime sempli ci. . che abbatteva li spiriti nella contempl azione inerte del dio. a traverso il tessuto vivente delle mie palpebre. fiorivano certi ricordi vaghi della prima infanzia.. . Jesu Christe. Ella era più alta di me. ci fu su tutta la tu rba il passaggio rapido di qualche cosa di biancastro. delle visioni infinite. Tutta la turba si piegava in un raccoglimento e la gran voce dell'organo rispond endo dominava il canto rauco del prete. Christe. e là dietro.Sancta Maria. incerte. stupefatta dal calore e dall odore misto del l'incenso e dei fiori... le cadenze dell'organo si seguitavano in t ono minore. . trascinata dal cantico.Tu solus Dominus. in basso. La turba aveva da prima un ondeggiamento di teste indistinto. La Vergine risplendeva nella luce superiore. mi strinsi a Giacin ta che seguiva a voce bassa la litania. si protese in avanti. . Io non so quel che ella sentisse. L'organo d'improvviso ascese alle voci acute. una gran selva rosea fiorire.Domine exaudi orationem meam. et Filio. . che si andava de terminando lentamente nel mio organismo di fanciullo. e l'istinto dell'amore. le voci delle bambine che non si vedevano. tu solus Altissimus. Cominciarono le voci nel coro. all a luce. . fu una emersione di colori. Una gran luce piovve dall'alto.Gloria Patri.Kyrie. Io la tenevo per la mano. poi. eleison. Erano forse le mani che f acevano il segno della croce dalla fronte al cuore. e dalla mia fede di fanciullo i suoni dell'organo sacri e l'odore dolce che emanava da Giacinta suscitavano delle visioni confuse. Io pure crede vo. Io e Giacinta eravamo stretti l'uno contro l'altra. metteva in quella letizia mistica una vena lieve di desiderio sensuale. Parvero zampilli salire in quell'aria dove il sole di febbraio diff ondeva una virginale beatitudine di nimbo. io le appoggiavo leggerme nte il mio capo su la spalla. malferme. il ricordo di un grappolo di nidi che io feci cadere con una canna dalla grondaia. una mattin a di primavera.cavernosa. nell'ombra rotta dai bagliori tremoli dell'altare. poi si sentì in alto lo scorrere stridulo delle tendine rosse. E li accordi dell'organo misero un lungo fremito su tutte le teste. ma la mia era un a sensazione pura e mite.. eleison. avea la faccia bianca e impassi bile. per esempio. nel coro. era un languore che mi saliva a poco a poco le vene. a poco a poco. il ricordo. per rubare le piccole ova perlate alle rondini covanti. L'ombra era accresciuta dal contrasto de l sole nel coro. Domine. d i mezzo a cui. Kyrie. a traverso le palpebre. li occhi immoti e senza sguardo e in que' globi di cristallo la fascinazio ne intensa che è solo nelli occhi delli idoli informi e dei pesci morti. aveva una sens azione strana di tutto quell'agglomeramento di uomini sopra cui passava l'onda d ella preghiera. Io vedevo. per merita Sanctorum tuorum. un calore intenso mi saliva alla faccia. si protese verso la Vergine. Ma si sentì tra la folla il tintinnare delle monete di bronzo su 'l piatto che il chierico portava in giro. un bagliore roseo. Le canne lucenti dello strumen to sorpassavano la sommità del baldacchino. di tanti gigli dai grandi calici argentei che mi assopi rono co 'l profumo una sera di giugno nella stanza di mia sorella. Una specie di affievolimento cominciava a prendermi. non so perché.. eleison. a poco a poco. L'organo in alto metteva delli accordi profond i ma sommessi. . ebbi un lungo brivido di letizia. ora pro nobis! Le voci si facevano sicure e limpide. gittò nella navata un grande accordo gioioso d'Inno che attraver sò tutte quelle anime come un fascio di raggi e le assunse al paradiso. e ra quasi una tenerezza che mi vinceva l'anima e mi faceva piegare le ginocchia i nconsciamente e piegare il capo. un tepo re pesante che persuadeva la sonnolenza. cresceva il tepore alimentato dai fiati dei genuflessi. a' piedi dell'altare.Oremus te.. Una parte del Cristo crocefisso si disegnò scura s u quella striscia gloriosa. quasi una evanescenza di polviscoli b iondi. Giacinta s'i nchinò. cambiando ad ogni momento il tono.

verso la navata che coronavano i raggi d el sole crescenti e i vapori del turribolo. e sopra tutte le cose quella madonna immobile e rigida.Due ducati! tre ducati! Da quel mucchio di cenci usciva una testa umana. non fu un moto della bocca né delli occhi. e cco. e il rombo cessò. Turris eburnea. in alto. Regina Sanctorum omnium. un soffio ardente e dolce passava sopra tutte le teste e le prostrava nella preghiera su 'l pavimento. Ma sopraggiunse un uomo alto. fu un gran cantico di tutte le voci.. . vibrando come uno strumento sonoro. e a strisciare lentamente ve rso l'altare. Virgo veneranda. perché io solo soprastavo a tutti li altri in giro. l'agnello di Dio che scancella i peccat i del mondo. Poi t utte le fronti si rialzarono. su 'l pavimento cominciò a muovers i una massa incerta. Dal coro venivano voci rotte. . ora pro nobis! L'agnello di Dio veniva ora nel cantico. su lo spiazzo. si propagò il rombo della navata. li uomini guardavano verso la porta. In mezzo a loro. E l'inno cresceva. io non trovo la frase. no. Quasi tutte le femmine le mani incrociate su l ventre e nelli occhi uno stupidimento smorto. ma una specie di sbigottimento folle mi teneva. . ma io non so ora fermare nelle parole qu el sorriso: fu come il passaggio di qualche cosa di benigno e di luminoso su la sua faccia che restò triste. io la riconob bi con un brivido di ribrezzo. dietro l'altare si vedeva un ondeggi amento confuso di stendardi. contraendosi. pieno di rosicchiature simile a un teschio disso tterrato dove ancora rimanesse qualche ciocca di capelli grigi e qualche avanzo di cotenna rossiccia.Consolatrix afflictorum. Virgo predicanda.Rosa mystica. . . neppure... con un rossore spirituale su 'l volto. u n bisbiglio corse nella turba. voleva essere degna di baciarle il lembo della veste. quella vivente massa di materia da c ui irrompeva un così alto inno di passione quasi inconsciamente. sospinto dal c orpo che le palme delle mani e le ginocchia sorreggevano. e quelle creature uma ne così prostrate e così ciecamente imploranti. Raccoglieva le forze... . tutte le mani si levarono nel segno della Croce.Tre ducati! tre ducati e mezzo! La mendicante faceva tante croci con la lingua su i mattoni. Io e Giacinta eravamo ancora sotto il tabernacolo di San Rocco.Regina virginum. voleva andare sino ai piedi di Maria. ora pro nobis! Giacinta cantava anch'ella. ella mi sorrise.Ora pro nobis. una grande elevazione di laudi nell'aria. n o. quasi un bagliore che accendesse il profilo pensoso di una statua bianca. Turris Davidica.. con un morm orìo. La turba aspettava.Cinque carlini! Un ducato! Due ducati!. le litanie ascendevano. Quando sollevai li occhi verso di lei. Si faceva nella ch iesa un silenzio. e quel sole che e mpiva la navata e qua e là s'abbatteva su i dorsi. dove i credenti ancora prostrati respiravano gravemente. Restammo dopo in silenzio. mi davano uno spettacolo pauroso. . In alto! Una tenerezza infinita di amore invadeva la turba genuflessa. un gruppo di uomini vociferava: si metteva all'incanto la gloria di portare su l i omeri il peso dell'immagine di Maria. perché ella non aveva più il fazzoletto che la copris se: appariva un cranio deforme. pareva che al lungo fremito le canne dell'organo scoppiassero. un mucchio di cenci. e quei vapori strani ora nausea nti ed ora celesti. Io non avevo piegato le g inocchia. nel solco lasciato libero. non v'era spazio intorno a me. E quel cranio veniva innanzi su l pavimento. parve. Era l'ultima elevazione delle laudi. quei santi immobili e rigidi guardanti nel vuoto. co n lucidi li occhi. reclinata. aspettando che dal la sacrestia cominciasse a svolgersi la processione. nerastra. vestito di una cappa tu . come dal guscio di una testuggi ne sbuca la testa verdastra tentennando. in alto. Dai due lati del solco la gente guardava con l'indifferenza di chi è avvezzo a uno spettacolo di orrore. Alla porta. dalla porta aperta entrò un'ondata di aria libera p urificatrice. puntando le dita dei piedi scal zi. Allora tutte le voci irruppero.. Era la mendicante malata. in alto. sancta Dei Genitrix! L'organo cessò. mi sconvolgevano la piccola anima incolta. in gloria di Maria.Virgo prudentissima.

Alleluja! alleluja! La turba delle femmine e delli uomini trascinata seguiva lo scintillare e l'onde ggiare del manto in alto. Io e Giacinta vedemmo allontanarsi la processione tra le querci patriarcali. di scarlatto cupo orlato d'oro. Din don! din don! Si mossero gl'incappati azzurri. e usciva al sole. con una palla d'oro in cima all'asta.rchina. d'un tratto. percosse col piede la mendicante. con i ceri accesi.FINE - . don don! Gli strumenti d'ottone cominciarono una marcia trionfale. la Stella mattuti na. tutto chiazzato di lividure e di sangue. la trascinò fuori della porta: . la Torre d'avorio. Din don. minac ciando i preti cantori.Tre ducati e mezzo! quattro ducati! L'incanto era finito. Si moveva alfine la Vergine delle Vergini. un grande scoppio di campane in alto fece tremare la chiesa dalle fondamenta. E i primi stendardi si mossero orizzontali. in fila. . . in mezzo alle grida del suo popolo. Din don. usc iva a spargere la benedizione su tutte le campagne seminate. i mo rtaletti saltarono. a due a d ue. Il baldacchino rosso oscillava su i quattro sostegni dorati. uscirono all'aria. perdersi poi tutte quelle forme mobili nel fiamme ggiamento del sole che proteggeva la campagna deserta. portato su la bocca dello stomaco da un uomo mambruto sorretto da due altri ai lati. la ria lzò brutalmente da terra. iroso. vedemmo brillare la croc e su 'l diadema della Madonna.. Li stendardi investiti dal vento sbattevano e si attor cigliavano alle aste. Din don dan! Si mosse il Cri sto gigantesco.. inchiodato su la croce. si ra ddrizzarono e sventolarono. erano due stendardi violacei con le trine d'argento. Nella strada la polvere si sollevava a buffi involgendo tu tta la pompa. ved emmo li ultimi sventolamenti violacei nell'aria chiara. con un gran naso adunco. altissimo. din don dan! Si mosse un terzo stendardo. poi. Dietro la sacrestia cominciò a squillare il campanello.Via! via! .