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Piccola Biblioteca Einaudi.

578
Nuova serie
Classici. Filosofia
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2012 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
www.einaudi.it
ISBN 978-88-06-21235-3
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Platone
Ippia maggiore Ippia minore
Ione Menesseno
A cura di Bruno Centrone
Traduzione e note di Federico M. Petrucci
Testo a fronte
Piccola Biblioteca Einaudi. Classici
Filosofia
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Indice
p. vii Premessa di Bruno Centrone
xv Nota al testo di Federico M. Petrucci
xviii Abbreviazioni delle opere platoniche citate
3 Ippia maggiore
183 Ippia minore
285 Ione
379 Menesseno
499 Note complementari
507 Bibliografia
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Premessa
In un momento storico non definitivamente precisato,
forse gi nella prima Accademia o, secondo altre ipotesi,
tra il i secolo a. C. e il i d. C., i dialoghi platonici furono
ordinati in tetralogie
1
. Lunificazione di quattro dialo-
ghi in una tetralogia, modellata secondo le fonti antiche
(Trasillo in Diogene Laerzio) sullo schema delle rappre-
sentazioni tragiche (tre tragedie seguite da un dramma
satiresco), poteva seguire vari criteri, ricostruibili in via
congetturale: continuit drammatica tra dialoghi, affi-
nit tematiche o di struttura dialogica, identit dei per-
sonaggi
2
. Per la VII tetralogia non facile rintracciare
un criterio preciso e applicato con coerenza, salvo quello
semplicemente alfabetico
3
. Nellordinamento alternativo
1
Il nome che viene in primo piano quello del grammatico Trasillo (i a.C.-
i d.C.), cfr. Diogene Laerzio, III, 56: Dice Trasillo che Platone pubblic
i suoi dialoghi secondo le tetralogie dei poe ti tragici. assai discusso se la
testimonianza di Diogene Laerzio implichi che Trasillo sia lautore della di-
visione in tetralogie o se addirittura lo escluda; cfr. comunque anche Dioge-
ne Laerzio, IX, 45. Il medio platonico Albino (ii d.C.) cita a proposito della
divisione in tetralogie Albino e Dercillide (cfr. Albino, Intr., 4, 1-17), la cui
cronologia incerta tra il i a.C. e il i d.C.; cfr. Brisson 1992, pp. 3709-10,
favorevole, sulla scia di Alline, allipotesi Dercillide. Il problema dellorigi-
ne della divisione tetralogica va distinto da quello di unedizione accademica
delle opere di Platone. A favore dellipotesi, gi di Wilamowitz e Bickel, che
la divisione in tetralogie risalga allAccademia antica cfr. tra gli altri Carli-
ni 1962; 1972; Mller 1975, pp. 32-41. In favore di Trasillo, Tarrant 1993,
pp. 11-17 passim.
2
Processo e morte di Socrate nella I tetralogia (Eutifrone, Apologia, Critone,
Fedone); brevi dialoghi aporetico-definitori nella V tetralogia (Teage, Carmide,
Lachete, Liside); dialoghi almeno in parte posti in continuit drammatica dal-
lo stesso Platone nellVIII tetralogia (Clitofonte, Repubblica, Timeo, Crizia).
3
Se si tolgono gli Anterastai lordine alfabetico della VI e della VII tetra-
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viii bruno centrone
dei dialoghi in trilogie a opera dei grammatici alessan-
drini (Aristofane di Bisanzio, iii a. C.), pi imperfetto e
dunque con tutta probabilit precedente quello in tetra-
logie, figurano solo 15 dei 36 scritti del corpus, e si trat-
ta di quelli per i quali pi facile stabilire una interna
connessione organica. Non a caso nessuno dei dialoghi
qui considerati trovava posto nellordinamento trilogico.
Dei quattro dialoghi che compongono la VII tetralogia
i due Ippia, in cui protagonista lomonimo sofista, pre-
sentano tra loro laffinit maggiore; oltre allidentit del
protagonista (fonte peraltro di problemi relativi allauten-
ticit) entrambi hanno carattere aporetico: il maggiore
presenta un modulo pi classico, con un tentativo nau-
fragato di definizione del bello (); il minore, non
definitorio, termina con una conclusione sconcertante,
che pone comunque in una situazione aporetica: chi vo-
lontariamente erra e fa il male luomo buono. Lo Ione
giunge invece a una conclusione positiva: il ra pso do (e
con lui il poe ta) non possessore di unarte (), ma
espleta la sua attivit grazie a un possesso divino e a un
entusiasmo ispirato; rimane tuttavia aperta la questio-
ne delloggetto specifico e della natura dellarte poe tica,
che possono indurre a considerare il dialogo un apore-
tico sui generis. Il Menesseno, orazione funebre per i ca-
duti, costituisce, in quanto prestazione retorica che oc-
cupa la parte pi cospicua del dialogo, un unicum nel
panorama del corpus platonico. LIppia minore e lo Ione
sono accomunati dal tema dellinterpretazione dei poe ti
e dellesegesi omerica, che permette di stabilire connes-
sioni tra la critica platonica alla sofistica e quella rivolta
alla poe sia e allarte imitativa, ma anche da una simme-
tria della struttura drammatica: assenza di prologo, un
unico interlocutore, due parti dialogiche separate da un
breve intermezzo socratico
4
. Un altro possibile criterio di
logia evidente: Alcibiade primo, Alcibiade secondo, Ipparco, Ippia maggiore,
Ippia minore, Ione (in greco , con lomega, ultima lettera), Menesseno.
4
Cfr. Kahn 2008, pp. 106-7.
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premessa ix
unificazione (valido per nella prospettiva dei moderni
pi che storicamente ipotizzabile) dato dalla possibilit
di leggere questi dialoghi in chiave satirica: satire della
retorica funebre contemporanea e della politica atenie-
se (Menesseno), della ra pso dia e della poe sia (Ione), della
sofistica deteriore (i due Ippia).
I tratti fortemente ironici hanno al contempo rappre-
sentato in passato un motivo di svalutazione delle finali-
t di questi dialoghi, ridotti al rango di satire scherzose
prive di contenuto filosofico, dove lintento polemico
prevarrebbe decisamente sulle intenzioni pi serie. Pa-
radossalmente lo scritto filosoficamente pi interessante
quello la cui attribuzione a Platone meno certa, lIp-
pia maggiore, un dialogo molto elaborato anche dal punto
di vista della costruzione drammatica. Se anche dovesse
trattarsi di uno spurio, allautore sono generalmente ri-
conosciute una sicura competenza filosofica e una note-
vole abilit mimetica, testimoniate se non altro dal fat-
to che la lista dei sostenitori dellautenticit tuttora
lunga e fatta di nomi autorevoli. Su ciascuno dei quattro
dialoghi sono stati avanzati dubbi relativi allautentici-
t, ma lIppia maggiore rimane, insieme alla VII Lettera,
lo scritto del corpus a proposito del quale il problema
tuttora maggiormente dibattuto.
Se i quattro dialoghi considerati non sono certamente
tra i pi noti del corpus, una valutazione adeguata della
loro eventuale importanza dipende in gran parte dalla
possibilit di un loro inquadramento, e in quali termini,
nel complesso della filosofia platonica. Qui entrano in
gioco criteri ermeneutici relativi a come leggere Plato-
ne, su cui da sempre ha luogo lo scontro tra interpreta-
zioni contrapposte.
Nel quadro di uninterpretazione storico-evolutiva, che
ha dominato per lungo tempo lermeneutica platonica e
riscuote tuttora consensi, questi dialoghi non sembrano
avere grande valore: essi rappresentano tentativi non
pienamente riusciti, o esprimono incertezze e posizioni
ancora mal definite; il loro interesse risiederebbe sem-
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x bruno centrone
mai nella possibilit di utilizzarli per disegnare le tappe
dellevoluzione spirituale di Platone. Al principio gene-
rale, assunto come guida da questo filone interpretati-
vo, di non servirsi di dialoghi cronologicamente succes-
sivi, o comunque pi ricchi e pi compiuti, per spiegare
dialoghi presumibilmente precedenti e di certo meno
elaborati, si collega una lettura in parte alternativa che,
pur nellambito di una prospettiva evolutiva, ritiene
possibile individuare contributi rilevanti e acquisizioni
positive in ciascun dialogo isolatamente considerato. Il
criterio della considerazione frammentata per espo-
sto a obiezioni decisive; di fatto si rivela quasi sempre
impossibile rinunciare a una precomprensione di Plato-
ne derivante da una considerazione complessiva dei suoi
scritti, o almeno di alcuni di essi. Nellindividuare ac-
quisizioni positive di un dialogo isolatamente conside-
rato non si prescinde quasi mai dal riferimento ad altri
scritti, selezionati a questo punto in maniera arbitraria
o in base a criteri che rimangono discutibili, considerata
anche lincertezza generale sulla cronologia dei dialoghi.
Il filone interpretativo alternativo, basato su una con-
siderazione unitaria dei dialoghi e del pensiero del filo-
sofo, pur declinato in modi molto diversi nellambito
dellermeneutica platonica, offre decisamente maggiori
possibilit di una valutazione positiva, in particolare ri-
guardo ai dialoghi aporetici e refutativi (come apparte-
nenti a questultimo genere sono classificati, nelle liste
antiche, i due Ippia). In questottica i dialoghi aporetici
non rappresentano, come nella prospettiva evolutiva,
fasi embrionali o difficolt reali della filosofia platonica
e possono essere interpretati in vari modi
5
. A seconda
dei punti di vista la loro finalit pu essere considerata
protrettica
6
, di esortazione dei personaggi dei dialoghi
e di riflesso dei loro destinatari alla continuazione del-
5
Si veda lintroduzione in Erler 1987, pp. 1-18 [poi 1991, pp. 39-65];
cfr. anche Centrone 1997, pp. 7-16.
6
Gaiser 1959.
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premessa xi
la ricerca a seguito della liberazione dalle opinioni sba-
gliate, attuata mediante la confutazione; o prolettica,
di anticipazione di dottrine esposte da Platone in dialo-
ghi cronologicamente successivi, dove lincompletezza
riflette un piano pedagogico o un programma di esposi-
zione graduale della filosofia
7
; o comunque pedagogica,
con la posizione di compiti che il lettore allaltezza pu
e deve risolvere alla luce di altri dialoghi
8
. Si tratta di
prospettive che non si escludono necessariamente luna
con laltra e possono, entro certi limiti, integrarsi tra lo-
ro, salvo divergere sulla questione fondamentale, se la
soluzione ultima delle aporie si trovi nelle dottrine non
scritte di Platone o se allo scopo siano sufficienti i dia-
loghi, nonch sulla possibilit di stabilire una cronologia
e di disegnare comunque uno sviluppo, se non spiritua-
le, programmatico-pedagogico.
Una prospettiva differente, ma per molti versi concilia-
bile con le precedenti, pone laccento sugli aspetti dram-
matici, vedendo gli aporetici come raffigurazioni del com-
portamento e del modo di fare filosofia del dialettico nel
suo confronto con interlocutori di vario genere
9
; in questo
caso la situazione aporetica che si produce nei dialoghi,
lungi dal riflettere difficolt reali o stadi embrionali della
filosofia platonica, corrisponde alla necessit di sospendere
o graduare la comunicazione della verit filosofica in re-
lazione alle capacit degli interlocutori di recepire conte-
nuti pi o meno elevati: con alcuni interlocutori il dialogo
e linsegnamento possono proseguire, e alcuni aporetici,
come il Carmide e il Lachete, terminano in questo senso,
alludendo a una possibile prosecuzione della ricerca; con
altri, che si mostrano non allaltezza del compito, questa
prosecuzione impossibile o inutile, e laporia non offre
vie di uscita (si pensi allEutifrone o agli eristi dellEutide-
mo). I protagonisti di questi fallimenti, sedicenti esperti
7
Kahn 1981; 1996 [poi 2008].
8
Erler 1987, passim.
9
Szlezk 1985 [=1988], passim.
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in qualche campo, o con pretese di sapienza universale,
risultano irrimediabilmente ottusi o, anche quelli appa-
rentemente pi abili, inadatti alla ricerca. Nei dialoghi
qui considerati Ippia e Ione si distinguono per il consueto
abbinamento di presunzione e ignoranza. Se Ione com-
pete per la palma dellinterlocutore pi sciocco dei dialo-
ghi, Ippia rappresenta per vari versi una contraffazione
caricaturale del dialettico, rispetto al quale presenta tratti
analoghi ma opposti
10
. La descrizione di personaggi del
genere risulta altamente interessante proprio in quanto
delinea, per contrasto, lautentico filosofo. Menesseno
costituisce invece, almeno nellinterpretazione che qui
proponiamo, un caso diverso: un giovane al bivio tra una
scelta di vita orientata ai valori civici generalmente con-
divisi, che trovano il loro compimento nelle discipline
della retorica e della politica, e una conversione alla filo-
sofia. A lui, evidentemente giudicato ancora in grado di
fare la scelta giusta e progredire, Socrate promette altri
futuri discorsi di contenuto politico, destinati ad andare
oltre il livello dellorazione pronunciata nel dialogo. Ci
permette, a fronte di interpretazioni che hanno ridot-
to il dialogo esclusivamente a una parodia della retorica
funebre e della politica ateniese dellepoca, una lettura
seria, che riconduce alla protrettica platonica nei suoi
intenti pi genuini.
Altri motivi di interesse dei dialoghi qui considerati
sono pi strettamente legati ai loro contenuti. Lo Ione
contiene una teoria dellispirazione poe tica che sin da
Goethe (che pure considerava il dialogo una semplice sa-
tira) ha attirato la massima attenzione e che contiene in
nuce gli sviluppi pi compiuti dellestetica e della poe tica
di Platone; al contempo il dialogo fornisce indicazioni
importanti circa lo statuto complessivo della , no-
zione di fondamentale importanza per la comprensione
della filosofia platonica. Il Menesseno, anche qualora se
ne accetti uninterpretazione in chiave esclusivamente
10
Cfr. lintroduzione allIppia maggiore, pp 21-23.
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premessa xiii
ironica, restituisce una ricostruzione interessante, per
quanto distorta, della storia di Atene e costituisce un
documento importante riguardo allatteggiamento com-
plessivo di Platone verso la politica e la retorica del suo
tempo. Sia lo Ione sia il Menesseno possono essere ricon-
dotti a una prospettiva non esclusivamente distruttiva
ed essere visti come documenti del progetto platonico di
una nuova poe sia e di una nuova retorica filosoficamente
fondate. NellIppia maggiore viene proposta una defini-
zione del bello che fu assai discussa nellAccademia an-
tica e figurano significativi apporti originali su concetti
filosoficamente importanti come quelli di , essenza
e , affezione non essenziale. LIppia minore con
il suo esito inaccettabile induce a una riflessione e a un
approfondimento sul tema socratico dellinvolontariet
del male e della liceit del mentire, ma contiene anche,
come lo Ione, indicazioni molto interessanti sullesegesi
dei poemi omerici praticata allepoca.
Luso che qui spesso viene fatto anche di dialoghi
tardi per illuminare il contenuto di quelli in esame non
implica necessariamente la considerazione della filoso-
fia di Platone come un blocco monolitico non soggetto
a variazioni di sorta, n la convinzione che dottrine svi-
luppate in altri scritti siano da sempre gi presenti sullo
sfondo nella loro forma pi compiuta. Non si pu per
neanche rinunciare a indicare possibili vie di soluzione
dei problemi lasciati in sospeso o irrisolti alla luce di al-
tri dialoghi, o segnalare possibili sviluppi, in particolare
quando dietro le aporie o le dichiarazioni socratiche di
ignoranza si intravede una sapiente regia drammatica
che rende assai dubbia lipotesi di reali perplessit o dif-
ficolt da parte di Platone. In alcuni casi specifici sem-
bra difficile negare che dietro questi dialoghi si possano
intravedere sviluppi pi compiuti: il caso della dottri-
na dellimitazione (), non esposta nello Ione ma
chiaramente decifrabile da una serie di elementi
11
, o del-
11
Cfr. lintroduzione allo Ione, pp. 301-7.
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xiv bruno centrone
la teoria delle idee, molti dei cui tratti sono chiaramen-
te riconoscibili nellIppia maggiore (e ci vale a maggior
ragione nel caso che il dialogo sia ritenuto inautentico).
Come scriveva Werner Jaeger nel 1944 a proposito de-
gli aporetici in generale,
solo a patto di una totale ingenui t si potrebbe pensare che, per il
fatto di non giungere a una scolastica definizione del soggetto in
esame, questi dialoghi si rivelino come lopera di un principiante
che azzardi qui i suoi primi passi infelici su un terreno inesplo-
rato. In realt il risultato cosiddetto negativo di questi dialoghi
confutatori o elenctici di tuttaltro significato
12
.
Anche se non si pu dimostrarlo definitivamente, si
avverte istintivamente che ogni passo compiuto dai per-
sonaggi del dialogo stato pensato da Platone con fina-
lit ben precise.
12
Jaeger 1944 [=1954, pp. 148-49].
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Nota al testo e alla traduzione
Testo.
Chi traduca la VII tetralogia gode oggi di un vantag-
gio non comune: lIppia maggiore, lIppia minore e lo Io-
ne hanno infatti ricevuto recenti e importanti edizioni
critiche, che sono alla base della versione qui proposta.
Al 1996 risale ledizione critica dei due Ippia curata da
Bruno Vancamp; ancora pi prossima ledizione dello
Ione, pubblicata da Albert Rijks ba ron nel 2007. Queste
edizioni hanno contribuito al controverso dibattito sulla
Einzelberlieferung cio la tradizione della singola ope-
ra dei dialoghi di Platone (tema sempre pi rilevante
nellambito della filologia platonica) e propongono da
questo punto di vista prospettive comunque problemati-
che in particolare, lo statuto di S (Marc. gr. 189) come
testimone primario per lIppia minore e lo Ione
1
. Al di l
di tali aspetti tecnici, il testo oxoniense di John Burnet
risulta ormai datato, e le migliorie apportate dalle edi-
zioni citate le rendono a oggi canoniche. Per queste ra-
gioni, esse sono state adottate come base per la presente
traduzione, che se ne discosta raramente: in questi ca-
si, indicati poco oltre, le scelte del traduttore sono se-
gnalate e spiegate nelle note (ma non applicate al testo,
che viene preservato nella sua coerenza per come edito).
Considerazioni diverse si impongono per il Menesseno.
Nel 1998 Stavros Tsitsiridis ne ha pubblicato unedizio-
ne critica commentata, che per non fondata su una
1
Per lIppia minore cfr. Carlini 1997; per lo Ione si veda, per esempio,
la nota 59 al dialogo. A sostegno dellindipendenza di S per lo Ione si per
schierato anche Ferroni 2007.
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xvi nota al testo e alla traduzione
nuova collazione completa dei manoscritti, anche se ha
il merito di correggere in apparato numerose lezioni di
F (Vind. suppl. gr. 39). Per questa ragione le eventuali
migliorie apportate dalla nuova edizione non sono quasi
mai basate sulla determinazione di una nuova situazio-
ne tradizionale, bens su specifiche riflessioni editoriali.
A una valutazione comparativa sembrato preferibile e
pi economico mantenere come edizione di riferimento
quella di Burnet, da cui ci si distanzia in un numero ri-
dotto di casi (indicati e discussi nelle note).
La traduzione si discosta dalle edizioni canoniche indi-
cate nei seguenti luoghi ( proposta per prima la lezione
adottata nella traduzione; indicazioni pi puntuali sulla
situazione tradizionale dei singoli passi sono riportate
nelle note):
Hipp. Min., 367d5 (cfr. nota 34): non delendum
vid., [] Bekker, recc. edd.
Hipp. Min., 375e7 (cfr. nota 76): Burnet,
< > Vancamp
Ion
2
, 532d1 (cfr. nota 25): Burnet, Rijks ba ron
Ion, 534b8 (cfr. nota 40): Burnet, Rijks ba ron
Ion, 534c6 (cfr. nota 42): Burnet, Rijks ba ron
Ion, 540d1 (cfr. nota 78): Burnet, < >
Rijks ba ron
Menex., 237a3 (cfr. nota 21): Schanz,
Burnet, rec. Tsitsiridis
Menex., 239a5-6 (cfr. nota 38):
2
Rimangono dubbie alcune altre scelte, basate almeno in parte sullim-
portanza conferita dalleditore a S: in particolare, si veda lapparato critico
delledizione di Rijks ba ron a 531a1-2, 534a1, 541d3, 542a7 e b1. In questi
luoghi, tuttavia, il supporto del solo F e le note di commento delleditore in-
ducono a mantenere il testo della nuova edizione. Infine, forse poco op-
portuna la decisione di inserire nel testo il sottotitolo oltre che il titolo e di
riportare anche al termine del dialogo titolo e sottotitolo.
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nota al testo e alla traduzione xvii
Tsitsiridis,
Burnet
Menex., 240b2 (cfr. nota 48): Tsitsiri-
dis, Burnet
Menex., 245b2 (cfr. nota 79): Berndt,
Burnet, Tsitsiridis
Traduzione.
Le quattro opere della tetralogia propongono stili e
contesti letterari differenti. In particolare, alle serrate
sequenze dialogiche contenute nei primi tre si oppone
con decisione lorazione del Menesseno, caratterizzata
da uno stile retorico. In funzione dei diversi contesti e
delle specifiche esigenze letterarie e filosofiche , la
traduzione tenta di conciliare la fedelt al testo greco
nelle sue articolazioni puntuali e il rispetto di un carat-
tere complessivo e fondamentale della prosa platonica,
lelevato livello stilistico ed estetico, che deve comunque
essere espresso nella resa italiana.
federico m. petrucci
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Abbreviazioni delle opere platoniche citate
Alc. I Alcibiade primo
Apol. Apologia di Socrate
Charm. Carmide
Crat. Cratilo
Eryx. Erissia
Euthyd. Eutidemo
Euthyphr. Eutifrone
Gorg. Gorgia
Hipparch. Ipparco
Hipp. Min. Ippia Minore
Hipp. Maj. Ippia Maggiore
Ion Ione
Lach. Lachete
Leg. Leggi
Men. Menone
Menex. Menesseno
Parm. Parmenide
Phaedo Fedone
Phaedr. Fedro
Phil. Filebo
Pol. Politico
Prot. Protagora
Resp. Repubblica
Sisyph. Sisifo
Soph. Sofista
Symp. Simposio
Theaet. Teeteto
Tim. Timeo
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IPPIA MAGGIORE IPPIA MINORE
IONE MENESSENO
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IPPIA MAGGIORE
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Introduzione
Allinizio dellIppia maggiore
1
Socrate saluta il sofista,
giunto ad Atene dopo lunga assenza, chiamandolo bello
e sapiente. La qualifica attribuita a Ippia preannuncia il
tema del dialogo, richiamato anche nel sottotitolo delle
antiche classificazioni ( )
2
, appartenente
al genere refutativo ()
3
. in effetti abi-
tuale nei dialoghi indagare un concetto o una virt con
un interlocutore che si presume possa costituirne unin-
carnazione vivente.
Molti dialoghi recano nel titolo il nome di sofisti
dellepoca, bersagli di una polemica ironica ma veemen-
te. Il motivo principale di tale avversione la pretesa dei
sofisti, agli occhi di Platone destituita di ogni fondamen-
to, di un sapere universale, cui si accompagna lorrenda
pratica di ricevere, a differenza di quanto faceva Socrate,
1
Edizione critica pi recente: Vancamp 1996. Principali traduzioni e
commenti del dialogo sono Wood ruff 1982 (traduzione inglese e commen-
to); Pradeau 2005 (introduzione, traduzione francese e note); Heitsch 2011
(traduzione tedesca e commentario continuo, con appendici). Monografie
principali di riferimento: Tarrant 1928; Soreth 1953; Ludlam 1991. Altri
studi particolari Malcolm 1968; Nehamas 1975, specialmente pp. 297-303
(su 287c1 sgg. e la presunta confusione di Ippia tra universali e particolari);
Wood ruff 1978 (confluito in gran parte nello studio del 1982); Morgan 1983;
Kahn 1985 (lunga discussione di Wood ruff 1982, con presa di posizione con-
tro lautenticit); Tarrant 1994; Centrone 1995; Heitsch 1999 (sullinauten-
ticit); Wolfs dorf 2006; cfr. inoltre Friedlnder 2004, pp. 505-17 [=1964,
II, pp. 97-107]; Szlezk 1988, pp. 149-67.
2
Tutti i testimoni primari (a parte F) e Diogene Laerzio (III, 60) indi-
cano il sottotitolo . Per altre allusioni casuali al tema del
dialogo nella prima parte cfr. la nota 2 del commento.
3
Diogene Laerzio, III, 51 e 60; Albino, Introd., 3, 18 conferma questa
classificazione, anche se non specifica a quale dei due Ippia faccia riferimento.
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6 introduzione
un compenso in denaro per la trasmissione di false veri-
t. Ippia incarna entrambi gli aspetti, facendo mostra di
una presunzione quasi senza paralleli. Nella sua polemica
generale Platone differenzia i vari sofisti, non infierendo
su alcuni di loro, come il caso per Gorgia. Ippia invece
uno tra i pi bistrattati e ridicolizzati. Eppure con lui
che lautore dellIppia maggiore sceglie di inscenare una
conversazione socratica su un concetto fondamentale, il
bello (), su cui verte lindagine. Il tema deli-
cato e impegnativo, data la profonda affinit, sia nella
comune mentalit greca che in Platone, del con
l, il buono-bene, supremo oggetto di conoscenza
( ), la cui trattazione esplicita affron-
tata solo in una circostanza e non senza pesanti riserve
4
.
Facendo intervenire nella discussione un terzo interlocu-
tore anonimo, Socrate costringe il sofista alla posizione e
allesame di varie definizioni del bello, le prime proposte
da Ippia, le successive dallanonimo o da Socrate, tutte a
vario titolo confutate. Alla fine del dialogo, secondo uno
schema consueto negli aporetici, non si giunti a un ri-
sultato positivo e Socrate per primo dichiara di trovarsi
in una situazione di sbandamento, dalla quale Ippia, de-
finito ancora sapiente, ironicamente risparmiato. An-
che per lIppia maggiore si pone dunque, nello specifico,
la questione delle finalit dei dialoghi aporetici.
Molto discussa lautenticit del dialogo, mai mes-
sa in questione nellantichit, ma revocata in dubbio da
pi parti nel xix e xx secolo. Se molti dei pi antichi
argomenti in senso contrario hanno trovato valide con-
trobiezioni, linautenticit stata autorevolmente riba-
dita in tempi recenti, anche se le prese di posizione pi
significative rimangono estremamente distanti tra loro
quanto alla possibile datazione del dialogo. LIppia mag-
giore , insieme alla VII lettera, lo scritto del corpus la cui
autenticit rimane pi dubbia
5
.
4
Platone, Resp., 504e sgg.
5
Cfr. infra.
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ippia maggiore 7
Data drammatica. In entrambi i dialoghi che recano
il suo nome, Ippia figura in visita ad Atene. Il sofista
compare anche nel Protagora, la cui data drammatica
generalmente fissata al 433/2 a. C. (visita di Protagora
ad Atene). LIppia maggiore menziona per (cfr. 282b)
la visita ad Atene di Gorgia del 427. La data fittizia dei
due dialoghi, che sembrano ambientati in un periodo di
pace, sarebbe dunque da fissare tra il 421 e il 416 a. C.
6
.
1. Loggetto della ricerca: il .
Oggetto dei tentativi di definizione da parte degli in-
terlocutori il , il bello, concetto per noi prevalen-
temente confinato alla sfera estetica, ma che nella Grecia
antica presenta valenze semantiche molto pi ampie, in
primo luogo etiche, spesso con sfumature utilitaristiche.
Il numero elevato di definizioni proposte nel dialogo si
spiega anche in base alla poliedricit del concetto.
Per i Greci , oltre che il bello in senso esteti-
co, anche ci che si potrebbe dire moralmente bello,
come il suo contrario, l, pu essere sia ci che
esteticamente brutto, sia ci che moralmente ripro-
vevole e turpe, unazione e un comportamento di cui
vergognarsi (vergogna = , ). Al
corrisponde lhonestum dei latini, che nella nostra lingua
attuale ha mantenuto laccezione esclusivamente mora-
le, ma che ancora nel Cinquecento aveva un significato
vicino a honestus, bello in senso proprio e figurato.
La valenza morale del rende problematico distin-
guerlo dal buono-bene, l, sia sul piano intensivo
che su quello estensivo, tanto nella morale popolare che
nella filosofia di Platone. E come all, al
sono legate anche valenze utilitaristiche. L
appare di fatto semanticamente connesso a una famiglia
di concetti che rimandano alla dimensione dellutile, del
6
Cfr. Nails 2002 e la nota 3 del commento.
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8 introduzione
vantaggioso, di ci che apporta profitto. Platone stesso
nel Cratilo (417a sgg.) li elenca: , ,
, (utile, profittevole, vantaggioso,
lucroso), riconducendoli tutti all. Nei dialoghi
platonici questa affinit semantica spesso utilizzata per
argomentare una tesi fondamentale: il bene non pu es-
sere disgiunto da ci che vantaggioso e utile. Tutte le
cose buone, inclusa la virt, sono anche utili e vantag-
giose (Men., 87d8-e2).
Gi nei poemi omerici si possono ritrovare alcuni di
questi aspetti: indica in genere ci che in certe
circostanze giusto o opportuno fare, talvolta con la sfu-
matura di conveniente, come ci che si addice o ci
che vantaggioso, in linea con un certo utilitarismo di
fondo della morale tradizionale greca. Valenze estetiche,
etiche e utilitaristiche sono molto spesso intrecciate. Una
bella azione, un bel gesto, civilmente e moralmente
significativi, sono anche, presumibilmente, qualcosa di
bello a vedersi. Per il poe ta Tirteo (fr. 10, 1-2) bello
() che un uomo valoroso () cada in bat-
taglia per la patria. significa parlare be-
ne, in modo conveniente e bello a sentirsi (per esempio
Omero, Od., VIII, 166). Tutti questi aspetti vengono
puntualmente in luce nelle definizioni proposte nel dia-
logo, alcune delle quali fanno prevalente riferimento a
una dimensione estetico-visiva (una bella ragazza; loro
come ornamento che conferisce valore estetico aggiun-
to; il piacevole per la vista), altre a quella etica, in una
prospettiva utilitaristica (il conveniente, ; luti-
le, ; il vantaggioso, ). Se lintreccio
di queste valenze un dato di fatto di partenza, lesito
aporetico dellIppia pone il difficile problema del loro
rapporto e della loro demarcazione sul piano della de-
finizione filosofica.
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ippia maggiore 9
2. Landamento del dialogo e le definizioni del bello.
Inizialmente Ippia, interrogato circa loggetto del suo
insegnamento, parla in riferimento ai poemi omerici di
belle occupazioni (, 286a3 passim), grazie
alle quali un giovane potrebbe acquisire fama e reputa-
zione. Al qui opposto l (286c-d). Ci si
muove dunque in una dimensione eminentemente etico-
politica. La prima risposta fornita alla domanda fonda-
mentale di Socrate, che cos questo bello (
, 287d3) per una bella ragazza, e
nelle successive esemplificazioni allinterno dello stesso
argomento il bello riferito a cavalli, lire, pentole, dove
la dimensione in questione quella estetica, con possibili
implicazioni e sfumature utilitaristiche. La confutazione
dellanonimo riassume moduli del tipo et alia e et idem
non
7
: bello pu dirsi di altre cose oltre a una bella ra-
gazza, e se veritiero il proverbio il pi sapiente degli
uomini in confronto agli di una scimmia (289b4), una
bella ragazza potr essere contemporaneamente brutta,
mentre il bello in s non pu che essere bello. Si accen-
na a una possibile modalit di rapporto tra le cose bel-
le e il bello in s dicendo che questo si aggiunge
()
8
. Prendendo alla lettera il verbo, che in
Platone uno dei possibili termini deputati a esprimere il
difficile rapporto tra idee e particolari sensibili, e favo-
rito in ci dalla notazione che questo bello ci per cui
le cose assumono ornamento (, 289d3) Ip-
pia intende questo nel senso di un ornamento che
conferisce un valore aggiunto, proponendo loro come
candidato possibile
9
. La confutazione qui ancora pi
7
Cfr. la nota 59 del commento.
8
Cfr. Phaedo, 100d6, dove il termine indica la modalit pi generica in
cui pu attuarsi il rapporto tra idee e particolari.
9
Heitsch 2011, pp. 66-67: Ippia non pu che comprendere la notazione
in quel senso. Discutibile invece che per intuirne il significato sia necessaria
una previa conoscenza della dottrina delle idee.
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10 introduzione
facile, secondo un analogo schema (et alia): anche lavo-
rio o la pietra possono essere in alcuni casi un ornamento
adatto. Di qui lo slittamento nella nozione espressa dal
verbo , essere appropriato, o conveniente;
ci che appropriato, o si addice a qualcosa, come per
esempio loro, lo fa apparire .
3. Il conveniente ().
Il verbo significa in greco in primo luogo
essere ben visibile, distinguersi per come ci si presenta
alla vista
10
; o anche somigliare, da cui conforme (a
quanto richiesto), e dunque conveniente, confacen-
te, adatto, riferito in primo luogo alle cose.
dunque ci che appare o si presenta in modo convenien-
te e ci che si addice o giusto fare o dire; gi nelluso
comune le valenze estetiche, etiche (con connotazione
visiva) e utilitaristiche sono fuse insieme. Al cor-
risponde genericamente il nostro decoroso, decente o
conveniente opposto a sconveniente, nel senso di
inopportuno. Cicerone (De off., I, 93-96) tratta questa
nozione nellambito dellhonestum, corrispondente appun-
to al , il bello morale, traducendo il termine con
decorum (in latino anche aptum), per lui essenzialmente
connesso allhonestum e al giusto, da cui separabile so-
lo in teoria. Decorum tutto ci che si addice, laspetto
delle virt che appare ed percepibile con immediata evi-
denza, per cos dire un ornamento (ornatus) della vita.
Di qui i nostri dicevole e disdicevole, decoroso
e decente, intesi come ci che si presenta alla vista in
modo consono al dovuto, rispettando canoni estetici ma
anche morali. Cicerone precisa con chiarezza la connes-
sione con la vista presente nel termine greco, a fronte
della sua perdita nel corrispondente latino.
10
Cfr. per esempio Omero,. Il., XII, 104: Sarpedone [] si distingue-
va [] tra tutti.
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ippia maggiore 11
Giocando sulla compresenza nel termine di valenze
di utilit e bellezza, Socrate confuta con facilit la defi-
nizione: per girare la minestra pi adatto un me stolo
di legno che non uno doro, che pure sembra pi bel-
lo (290d-291c). Loro non potr essere il bello cercato,
che come lo stesso Ippia rimarca mostrando di aver
parzialmente assimilato la lezione non pu essere me-
no bello di qualcosaltro e non pu mai apparire come il
suo contrario (291d1-3).
La successiva definizione proposta da Ippia, che am-
bisce a una maggiore universalit, pi carica di conno-
tazioni che rientrano nella sfera morale: bello per tutti
e dappertutto essere ricchi, sani, onorati dai concittadini,
seppellire i propri genitori ed essere poi seppelli-
ti dai figli magnificamente (, 291e2). Il
ritorna in questo avverbio, che richiama una ve-
ra e propria virt trattata poi da Aristotele, la
(magnificenza). Si tratta di condizioni e regole
di comportamento socialmente rilevanti che configurano
una bellezza non solo estetica, ma anche morale, attinente
la dignit umana. Una vita del genere invidiabile e chi
la conduce non avr niente da farsi rimproverare. Non
per difficile per Socrate mostrare che, di nuovo, la de-
finizione proposta non pu valere per gli di, immortali,
o per eroi come Eracle o Achille, la cui morte precoce ha
assicurato loro la fama di , cosicch questo bello
risulta tale per alcuni, non per altri, mentre si ricercava
ci che bello sempre e per tutti. La tendenza alluniver-
salizzazione porta stavolta linterlocutore anonimo a
proporre il conveniente in s ( , 293e4), e
non una sua particolare realizzazione, come definizione.
Il in s potrebbe allora essere, nella sua conno-
tazione visiva, ci che fa apparire bello qualcosa; ma ci
che si ricercava ci che fa essere bello qualcosa (294a).
La stessa diffusa divergenza di opinioni su ci che ap-
pare bello smentisce la definizione: se il facesse
apparire bello qualcosa a tutti, non vi sarebbe nelle citt
alcuna querelle sulle migliori leggi e istituzioni.
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12 introduzione
Bello, allora e stavolta lo stesso Socrate a propor-
lo potrebbe essere lutile (, 295c3). Vengono
con ci in piena luce le valenze utilitaristiche del concet-
to, per noi in prima istanza meno facilmente compren-
sibili, essendo usuale distinguere lutilit e la funziona-
lit di una cosa dalla sua bellezza. Belli sono gli occhi
effettivamente capaci di vedere, non quelli che appaio-
no tali, o i corpi, o i viventi, o gli strumenti, o le isti-
tuzioni e le leggi che risultano utili in un certo modo o
in un certo momento, mentre le cose inutili sono dette
brutte. Anche qui Socrate fa leva sul sentire comune,
ma interessante notare come la confutazione di questa
definizione avvenga tramite una demarcazione delluti-
le rispetto al e all, stavolta considerati
come ununit; in estrema sintesi, utile ci che ha una
certa capacit () rispetto a qualcosa, ma una ca-
pacit pu essere indirizzata a fini cattivi, a un ,
questultimo incompatibile con il . Nella no-
zione di utile, si potrebbe parafrasare, implicita la su-
bordinazione a un fine, ma il fine pu essere cattivo. La
logica del di per s (utile in vista di qualcosa,
che evidentemente si ritiene essere un bene) implica una
distinzione dall, anche se Platone cercher co-
stantemente di tener ferma e consolidare lidea che solo
l sia ci che realmente utile.
Il successivo tentativo (296d6-297d2) mette in cam-
po unaltra nozione apparentata allutile e significativa
per la morale greca in generale e per letica platonica:
il vantaggioso (, 296e2 sgg.). Lidea di fondo
generalmente condivisa, su cui si basa in ultima analisi
anche il cosiddetto intellettualismo etico di Socrate,
che tutto ci che buono, o un bene, in primo luogo
la stessa virt (), non possa essere disgiunto da ci
che vantaggioso e utile. Come il , per, anche
l di per s finalizzato a qualcosa di diverso
da se stesso. , vantaggioso, ci che produce
un bene, essendone la causa; ma allora il bello, definito
dall, sar la causa di ci che buono; la cau-
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ippia maggiore 13
sa per per definizione distinta dalleffetto, e allora il
bello non sar buono e il buono non sar bello (297c3-4).
Lassurda e inaccettabile conclusione raggiunta in base
a unindistinzione tra uso identificante e uso copulativo
del verbo essere, che solo nel Sofista verr pienamente in
luce e in parte risolta
11
.
Con lultima definizione, proposta in prima persona
da Socrate in modo apparentemente slegato da quan-
to precede, si ritorna a una dimensione prima di tutto
estetica: bello ci che piacevole per ludito e la vista
(298a6-7). Le conseguenze indesiderate che potrebbero
derivarne, evidenti nella impossibilit di considerare, per
esempio, le leggi, che pure normalmente si definiscono
belle, come qualcosa di piacevole per la vista e/o ludito,
vengono per il momento consapevolmente accantonate
(298c9-d5), ma losservazione di Socrate, lasciata subi-
to cadere, segnala le intrinseche difficolt di definizio-
ne derivanti dalla ricordata polivalenza semantica del
. La successiva confutazione (299b8 sgg.) segue
invece una via pi difficile e costituisce una prestazione
di alto livello nel campo della logica.
Il bello coincide solo con una parte del piacevole, ci
che tale per la vista e ludito; ma cosa rende belli que-
sti piaceri in particolare? Non il fatto di essere piaceri,
in quanto comune a tutti i piaceri (299d2-7); e neanche
il piacevole per la vista, non applicabile al piacevole
per ludito, o il piacevole per ludito, non applicabi-
le al piacevole per la vista (299e2-6); ci che li rende
belli dovr essere qualcosa di peculiare e di comune a
entrambi (299d8-e2; , 300a9-b2), che si applica
anche a ciascuno singolarmente; non pu per trattar-
si del piacevole per la vista e ludito, affezione (
, 300b5) comune ma non riferibile singolarmente
al piacevole per la vista n al piacevole per ludito
(299c4-8). Con ci la definizione sarebbe gi sostanzial-
11
Cfr. Platone, Soph., 256a-b: il movimento identico (perch partecipa
del genere dellidentico) e non-identico, perch diverso dal genere dellidentico.
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14 introduzione
mente confutata. La confutazione presuppone per la
consapevolezza di una distinzione tra propriet distri-
butive e propriet collettive, cio la originale scoperta,
altrove attestata in Platone
12
, per cui a un gruppo di og-
getti possono essere riferite propriet non attribuibili a
ciascuno dei suoi componenti singolarmente preso (e vi-
ceversa, propriet attribuibili a ciascuno singolarmente
non possono essere attribuite al gruppo): nel caso spe-
cifico, come si visto, piacevole per la vista e ludito
pu attribuirsi solo collettivamente ai piaceri della vista
e delludito, ma non singolarmente, o distributivamen-
te, a ciascuno di questi piaceri.
Ippia non in grado di intendere questa distinzione
(300b6-8), e ci costringe Socrate a un excursus volto
a dimostrarne la possibilit. La posizione parentetica
dellexcursus segnalata dalla scomparsa dellanonimo;
la questione riguarda ora solo Socrate e Ippia. Per Ippia,
infatti, che intende laffezione in questione nel senso let-
terale del termine, come un patire, ogni predicazione
possibile si applica in senso distributivo e collettivo: se
Socrate e Ippia sono giusti, lo sono ciascuno ed entram-
bi, e se patiscono qualcosa (essere picchiati e analoghi),
lo patiscono ciascuno ed entrambi. Ci in base a una va-
ga quanto oscura teoria della continuit del reale con-
trapposta da Ippia alle divisioni operate nei discorsi da
Socrate e dai suoi amici (301b4-6)
Socrate fa allora valere la distinzione di cui sopra in
riferimento a esempi evidenti: due qualunque entit
sono collettivamente due e pari, ma ciascuna singolar-
mente una e dispari (302e), in seguito applicando la
distinzione agli stessi termini ciascuno ed entram-
bi. Dimostrata la possibilit di predicazioni colletti-
ve ma non distributive, e ottenuto lassenso di Ippia, i
punti precedenti possono esser ripresi e riproposti con
12
Cfr. Resp., 524a-b, Theaet., 185b, Soph., 243c-e, Parm., 158e-159a; cfr.
anche Aristotele, Polit., 1261b28-30, 1264b19-21 e la nota 145 del commento.
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ippia maggiore 15
nuova consapevolezza. Luso di verbi allimperfetto
13

rende evidente che Socrate si sta richiamando a punti
concordati in precedenza. A rendere belli i piaceri della
vista e delludito dovr essere una (unentit, o
pi tecnicamente unessenza, 302c5; cfr. infra) che
consegue a entrambi e a ciascuno, lelemento comune
di prima (300a-b); ma piacevole per la vista e ludito
consegue a entrambi, ma non a ciascuno (302e5-9, che
ribadisce il punto stabilito a 299c4-6). In quale dei due
tipi (predicazioni distributive, ma non collettive, come
luno, o collettive ma non distributive, come il due, da
un lato; e predicazioni distributive e collettive dallal-
tro) rientra il bello (303b1)? Ippia opta, come gi si era
concordato, per il secondo tipo: il bello deve rientrare
tra ci che si applica a ciascuno e a entrambi i piaceri
considerati. Ci esclude come candidato il piacevole
per la vista e ludito (303d7-9).
Lultimo tentativo di individuare una specificit dei
piaceri chiamati a definire il bello conduce allesito apo-
retico. Ci che distingue questi piaceri da quelli degli al-
tri sensi che essi sono, singolarmente e collettivamente,
ciascuno ed entrambi, i pi innocui e i migliori (303e4-5),
e di conseguenza, in base al solito passaggio semantico,
vantaggiosi; il bello sarebbe dunque un piacere vantag-
gioso ( , 303e9); in tal modo, secondo
un modulo consueto dei dialoghi aporetici
14
, si ricade, in
circolo, nella difficolt della precedente definizione, che
aveva equiparato e . I problemi inter-
pretativi suscitati da questa serie di definizioni e confu-
tazioni sono svariati.
13
, 302b7; , 302c5; , 302e3.
14
Cfr. Euthyphr., 15b-c; Charm., 174b-c.
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16 introduzione
4. Una dottrina delle idee?
Un nodo obbligato dellinterpretazione di Platone con
cui anche unanalisi dellIppia maggiore deve confrontar-
si il problema della eventuale presenza, sullo sfondo,
della dottrina delle idee, centrale nella filosofia platoni-
ca e apparentemente richiamata da alcune formulazio-
ni abituali. Lanonimo vuole sapere, non cosa sia bello
(287d3), ma cosa sia il bello in s, , o la
bellezza in s ( , 292d3), o ci che bello
per tutti e sempre ( , 292e2). Si trat-
ta di formulazioni stereotipe che nei dialoghi centrali in-
dicano solitamente le idee, e in effetti anche il termine
compare in riferimento a questa entit (289d4).
La domanda di fondo viene giustificata in base allos-
servazione che questo qualcosa ( , 287c4
sgg.), assunzione che pu essere considerata pi o me-
no impegnativa sul piano ontologico. Sino a che punto
questi aspetti rivelino la presenza della dottrina delle
idee, quali siano le eventuali differenze rispetto ai dia-
loghi centrali e a cosa siano dovute (se a unevoluzione
del pensiero di Platone, o a ragioni legate alla funzione
pedagogico-protrettica dei dialoghi, o al loro andamento
drammatico) questione dibattuta per lIppia maggiore
come per gli altri aporetici.
Nella domanda socratica viene impiegato laggettivo
sostantivato preceduto dallarticolo ( ..), che in gre-
co si presta a indicare: (a) linsieme delle cose x; (b) la
particolare cosa x in questione; (c) la qualit o propriet
astratta X-... . La prima risposta di Ippia (una bella ra-
gazza) pu considerarsi giustificata alla luce di b, ma il
sofista non comprende la differenza tra la domanda che
cosa bello e che cosa il bello (287d2-9); ci che
Socrate ha in mente piuttosto ci che fa s che le cose
belle siano tali, entit che svolge dunque una funzione
causale e pu avvicinarsi a c.
Decisivo il passaggio operato dallanonimo a 287c1
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ippia maggiore 17
sgg., che offre alla domanda una legittimazione di fondo:
le cose x (giuste, belle) sono tali per/in virt di (dativo
strumentale) X (la giustizia); ma la giustizia qualcosa
( , 287c4), e dunque ci si pu chiedere che cosa
essa sia ( ). Questa giustificazione della posizio-
ne della domanda socratica fondamentale formulata
in questo passaggio con una chiarezza esemplare, che ha
pochi paralleli nei dialoghi.
La formulazione le cose x sono tali in virt di X
richiama lontologia dei dialoghi centrali, nei quali si
dispiega la matura dottrina delle idee. Bench apparen-
temente tautologica, la tesi in realt pregnante, come
mostra esemplarmente il Fedone: essa coincide con la
scoperta, della cui importanza Platone perfettamente
conscio, della causa formale ( =forma e idea).
Nel Fedone questa tesi inizialmente caratterizzata co-
me un punto fermo, unipotesi salda cui ci si deve atte-
nere in ogni caso, e in seguito, in parte ironicamente,
anche come una tesi ingenua, non raffinata, in quanto
in apparenza carente sul piano dellindividuazione delle
cause (Phaedo, 100c9-e3; 105b5-c2). A seconda poi del
peso che si attribuisce allespressione essere qualcosa,
la si pu ritenere indicativa della presenza della matura
dottrina delle idee o del tutto neutrale. perfettamente
normale per un greco ritenere che essere sia sempre
essere X (qualcosa), ma essere qualcosa non implica
necessariamente, di per s, essere qualcosa di realmente
esistente (la chimera pur sempre qualcosa), e dunque la
tesi potrebbe non essere, di per s, impegnativa rispetto
allesistenza di idee come entit aventi esistenza separata
e autonoma. Inoltre, nella critica dellultima definizio-
ne, ci in virt di cui sia i piaceri della vista che quelli
delludito sono belli e che si aggiunge a ciascuno di essi
e a entrambi qualificato con il termine , anches-
so ontologicamente significativo, che altrove designa il
vero essere e lidea. Anche in questo caso, per, stato
possibile interpretare il termine in un senso generico e
non tecnico.
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18 introduzione
dunque comprensibile che anche a proposito dellIp-
pia maggiore si siano registrate opinioni opposte circa la
presenza e il grado di elaborazione della dottrina del-
le idee. Sulla base delle analogie con i dialoghi centrali
(causalit espressa dal dativo strumentale, affermazione
dellesistenza di un X in s) si sostenuto che gi nei
dialoghi giovanili le forme sono presenti in tutta la lo-
ro consistenza ontologica, come entit autonomamente
esistenti e separate dalle loro istanze sensibili
15
. A que-
sta tesi si oppone quella della neutralit ontologica del-
le dottrine dellIppia, che non implicherebbero ancora i
successivi sviluppi dei dialoghi centrali
16
. Connessa la
questione del tipo di causalit che deve essere attribuita
al bello e al conveniente, se puramente logico-esplicati-
va o piuttosto produttiva e costitutiva in senso forte
17
.
Posto in questi termini, il dibattito sembra condurre
a un punto morto. fuori di dubbio, infatti, che tutte
le formulazioni ricordate non siano di per s e necessaria-
mente impegnative sul piano ontologico, e anche che lo
scopo di Socrate nel contesto del dialogo non sia quello
di condurre una dimostrazione di questo genere. Le so-
miglianze con la dottrina dei dialoghi centrali rimangono
per molto forti e sono difficilmente casuali. La rispo-
sta alla questione va probabilmente cercata su un altro
piano, quello di una considerazione dei dialoghi nella
dimensione drammatica.
5. La finzione dellinterlocutore anonimo.
un fine accorgimento, dal punto di vista drammatico,
lintroduzione di un personaggio immaginario, un inter-
locutore anonimo che svolge in absentia il ruolo dellin-
15
Per esempio Allen 1970.
16
Wood ruff 1978 e 1982, passim.
17
Cfr. Wood ruff 1982, pp. 151-53 per linterpretazione in senso logico-
esplicativo; contra Kahn 1985, pp. 277-79; Pradeau 2005, pp. 37-40 e 128-
129. Cfr. anche le note 49 e 68 del commento.
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ippia maggiore 19
terrogante
18
. Questo personaggio si rivela ben presto,
per il carattere, il metodo seguito e il tipo di questioni
poste, il doppio di Socrate. Socrate svela di fatto, alme-
no per il lettore, la sua identit: il figlio di Sofronisco
(298b11; Sofronisco era appunto il padre di Socrate)
non gli consentir di parlare di cose che non sa come
se le sapesse; e in fine di dialogo rivela che costui un
suo parente stretto e abita nella sua casa (304d). Tena-
ce e non facile ad accontentarsi (289e; 290e), sarcasti-
co, capace di dire cose dure e sconcertanti (
, 292c5): tutti tratti, questi, del Socrate che
ben conosciamo. Ippia, tuttavia, cui inizialmente Socra-
te non rivela lidentit dellanonimo, asserendo che tan-
to egli (Ippia) non lo conosce (290d10-e2), non perverr
mai allidentificazione.
Tramite questo stratagemma possibile a Platone fare
svolgere a Socrate, ancor pi del solito, il suo consueto
ruolo di ignorante che non sa e domanda per apprende-
re, e allanonimo il ruolo del dialettico in possesso di un
sapere superiore, in grado di confutare linterlocutore o
di condurlo nella direzione voluta. Nei dialoghi Socrate
svolge talvolta il ruolo dellinterrogante, talvolta quello
di chi risponde, e lamalgama dei due ruoli costituisce
un annoso problema interpretativo. Lo stratagemma per-
mette il continuo passaggio di Socrate, nei panni suoi o
dellanonimo, da un ruolo allaltro. chiaro infatti per
il lettore che dietro lanonimo si cela pur sempre Socra-
te (cio Platone).
lanonimo a porre inizialmente la domanda fonda-
mentale che cosa il bello (286d1-2) in unimmagi-
naria conversazione avuta con Socrate, da lui indotto in
confusione. Socrate si presenta come esperto in obie-
zioni (287a5-6) e finge di immedesimarsi con lanoni-
mo, mettendo in difficolt Ippia (287b5-e4). Questo do-
vrebbe servire a essere istruito dal sofista, ma in realt
una buona scusa per confutarlo, dissimulando i suoi reali
18
Sul motivo delle interrogazioni fittizie cfr. in generale Longo 2000.
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20 introduzione
intenti. Il gioco delle parti intricato; lanonimo inter-
roga ora Socrate in quanto istruito da Ippia, e lo confu-
ta (288a6 sgg.); cos in realt il confutato Ippia, ma lo
stratagemma consente a Socrate di scaricarsi dalla respon-
sabilit delle pseudodefinizioni fornite e di strapazzare
indirettamente il sofista, schernito (290a4) con un sar-
casmo e una veemenza che hanno pochi riscontri in altri
dialoghi e con altri interlocutori, pur se un certo tono di
cortesia e urbanit non viene mai meno. Socrate tiene
infatti a precisare (292d6-e3), nellimmaginario scambio
con linterlocutore, che la terza definizione (essere ricco,
ecc.) non proviene da lui, ma da Ippia, che ora risponde
alle domande dellanonimo poste da Socrate, subendo un
nuovo (292e4-293b9). A questo punto le par-
ti si invertono nuovamente e protagonisti dello scambio
dialogico divengono Socrate e lanonimo (293b10 sgg.).
Il mutamento segna, coincidendo con un sostanziale ri-
dimensionamento del ruolo di Ippia, che non proporr
pi definizioni di suo pugno, un innalzamento di livello
del dialogo
19
. A questa situazione dialogica corri sponde,
in dialoghi in cui compaiono pi di due personaggi, lab-
bandono di un interlocutore non allaltezza, che lascia il
posto a un altro generalmente in grado di innalzare il li-
vello. La finzione del terzo permette di riproporre questo
motivo drammatico anche in una conversazione a due.
In effetti, le definizioni fornite da questo momento in
poi contengono tutte, a certe condizioni, elementi di ve-
rit. Lo stratagemma dellanonimo permette dunque di
distinguere nettamente queste risposte dalle prime defi-
nizioni fornite da Ippia, decisamente pi inadeguate.
infatti lanonimo a dare una formulazione pi adeguata
a una precedente definizione di Ippia, tramite luniver-
salizzazione del (293d6-e7), ed Socrate a con-
futare la definizione. La sua osservazione che il bello
sfuggito dalle loro mani (293e1-2), essendo risultato che
il conveniente non bello, allude al fatto che qualcosa
19
Szlezk 1988, p. 153.
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ippia maggiore 21
di vero doveva essere contenuto in quella definizione
20
.
lo stesso Socrate a proporre e confutare la definizione
successiva (lutile, 295c), poi lultima (298a6-7), confuta-
ta solidalmente nello scambio con lanonimo. Questul-
timo scomparso nellintermezzo riguardante le pro-
priet collettive e distributive, in cui Socrate confuta
direttamente Ippia.
6. Ippia: la contraffazione del filosofo.
A una presenza dietro le quinte ma ingombrante, che
il lettore avverte come autorevole, fa riscontro la figura
caricaturale di Ippia, interlocutore presentato come igno-
rante e presuntuoso. Lattacco portato a Ippia impe-
tuoso e sarcastico e forse senza paralleli il disprezzo nei
suoi confronti, ironicamente dissimulato; ma anchegli si
permette spesso di trattare Socrate con sufficienza (cfr.
per esempio 282d6).
Il sofista Ippia rappresenta, nei suoi tratti essenziali,
una contraffazione del filosofo. Come chiarisce il Sofi-
sta, il filosofo e il sofista presentano in apparenza tratti
comuni, salvo che nel caso del sofista si tratta di imita-
zioni e contraffazioni. Alcuni comportamenti di Ippia
richiamano in effetti atteggiamenti e metodi propri del
filosofo: egli presentato come colui che dovrebbe, se-
condo lo schema individuato da Szlezk, venire in aiuto
al proprio discorso ( , 286d7),
cio dare a esso una fondazione pi solida quando vie-
ne messo alla prova. Nella simulazione ironica Socrate
chiede a Ippia di istruirlo per potere affrontare nuova-
mente la conversazione con lanonimo e Ippia proclama
di poter insegnare a Socrate a rispondere a qualsiasi do-
manda; ma il corso del dialogo mostra il suo fallimento
senza possibilit di appello. In una fase cruciale del dia-
logo (295a-b; 297e) Ippia chiede di avere un po di tempo
20
Cfr. Ludlam 1991, pp. 175-81 e la nota 98 del commento.
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22 introduzione
per riflettere in solitudine; cos potr essere pi preci-
so della precisione. il metodo altrove adottato dallo
stesso Socrate in frangenti decisivi di una conversazione
filosofica, che raffigura a livello drammatico il dialogo
dellanima con se stessa
21
e spesso prelude, come nel Fe-
done
22
, a un innalzamento del livello della discussione.
Tuttavia, la mancata concessione da parte di Socrate di
questa possibilit rivela trattarsi di una promessa che il
sofista non potrebbe mantenere e dunque qualifica ine-
vitabilmente come ironica lammissione che quando sa-
r da solo Ippia sapr facilmente trovare cosa sia il bello
(295b). Altrove (297e1-2) Ippia ammette di non avere
una soluzione al momento presente, anche questo un
topos del Socrate dei dialoghi, che in talune circostanze
dichiara, pi o meno ironicamente, di non poter svolgere
una trattazione adeguata di un problema nelle circostan-
ze del momento, rimandandola a unaltra occasione
23
. E
ancora, nel corso dellargomentazione forse pi difficile
del dialogo, Ippia accusa Socrate di attaccarsi ai parti-
colari trascurando la struttura della totalit (301b), poi
ribadisce laccusa alla fine del dialogo: Socrate sminuzza
il discorso e fa della micrologia (304b)
24
. Laspirazio-
ne a considerare la totalit unesigenza genuinamente
platonica nello spirito (la dialettica approda a una cono-
scenza della totalit), ma sulla bocca di Ippia questa am-
bizione non pu che apparire velleitaria.
Il tratto che distingue il sofista dal filosofo senza pos-
sibilit di mediazione linsegnamento dietro compenso.
Lironia socratica qui smaccata: criterio della
sarebbe la capacit di far soldi, ma a Sparta, guarda ca-
so, Ippia non ha guadagnato nulla. Viene qui in luce il
proverbiale filolaconismo dellaristocratico Platone: gli
Spartani, detentori di vera sapienza, non sanno che far-
21
Cfr. Theaet., 189e.
22
Phaedo, 95e7; cfr. anche Charm., 160e.
23
Resp., 506e; 509c; 611c; cfr. anche Timeo in Tim., 38b ed Eutifrone
in Euthyphr., 15e.
24
Analoga accusa in Hipp. min., 369b-c.
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ippia maggiore 23
sene del presunto sapere di Ippia; di qui il suo fallimen-
to anche sul piano economico
25
.
Questa raffigurazione complessiva del sofista nella sua
presuntuosa ignoranza costituisce una ragione sufficien-
te, sul piano drammatico, a spiegare il riserbo dellautore
rispetto a unesposizione esaustiva della dottrina delle
idee e alla messa in campo di unontologia impegnativa.
Ippia, che non in grado di comprendere la differenza
tra bello e il bello, non un interlocutore adatto a
essere persuaso dellesistenza di una (possibile) idea del
bello, come invece avviene con gli interlocutori del Fedo-
ne o della Repubblica. dunque perfettamente compren-
sibile che alcune caratteristiche primarie dellidea non
siano compiutamente delineate. Ci, tuttavia, non pu
escludere la presenza effettiva, sullo sfondo, di unonto-
logia pi impegnativa, a cui si allude in molteplici modi.
Il rifiuto delloro come candidato, per esempio, ricorda
la critica delle cause ingenue dei predecessori condotta
nel Fedone, che l prelude allapprodo alle idee (Phaedo,
100c9 sgg.: non pu essere causa autentica ci che pro-
duce un effetto realizzabile anche dal suo opposto, per
esempio lesser due, causato sia dallaggiunzione che dal-
la divisione): anche lavorio o la pietra possono rendere
bello qualcosa (290a-c). E anche limpiego del termine
per indicare ci che realmente fa essere belli i pia-
ceri, in contrapposizione a , le affezioni che essi
subiscono e che non possono essere la vera causa della
loro bellezza, si inquadra perfettamente nellontologia
del Platone maturo
26
e sembra difficilmente casuale.
Nellipotesi di una funzione protrettica e/o prolettica,
oltre che refutativa, dei dialoghi aporetici, le omissioni
sono perfettamente comprensibili e anzi necessarie nel
particolare contesto drammatico. Ma a che cosa, pro-
priamente, rimanda un dialogo come lIppia maggiore?
In che misura quel che viene detto sul pu esse-
25
Cfr. le note 19, 22, 25 del commento.
26
Centrone 1995.
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24 introduzione
re considerato unanticipazione di ci che se ne dice in
altri dialoghi? Vi sono, poi, ragioni pi specifiche per
spiegare i suoi esiti aporetici?
LIppia ricalca lo schema di altri aporetici, differen-
ziandosene in alcuni tratti. Alla fine del dialogo non
linterlocutore a trovarsi in aporia, ma lo stesso Socra-
te. A Ippia non viene riconosciuta neppure la consape-
volezza della propria ignoranza, condizione preliminare
per una continuazione della ricerca. Per questo egli non
esprime, a differenza di altri interlocutori, il desiderio
di tornare da Socrate in unaltra occasione e farsi suo
discepolo
27
. Neanche si d che linsuccesso sia dovuto,
come in molti aporetici, alla riconduzione della
in esame alla scienza del bene e del male, circostanza
che vanifica apparentemente la specificit delle singole
virt, rendendo impossibile una definizione particola-
re
28
; all, comunque, si continuamente ricon-
dotti tramite la famiglia di concetti apparentati, quali il
e l.
La peculiare difficolt dellIppia dunque data, oltre
che dalla complessit semantica del concetto cercato, il
, dal fatto che esso difficilmente distinguibile dal-
lo stesso , con cui si sovrappone secondo modalit
di difficile determinazione. In modo differente da altri
dialoghi definitorio-aporetici, che previa spiegazione dei
motivi delleventuale riserbo platonico possono essere
interpretati alla luce di definizioni fornite altrove dallo
stesso Platone (il Lachete sul coraggio, il Carmide sulla
, virt poi definite nella Repubblica), il pro-
blema dellIppia non pu trovare una soluzione univoca in
altri dialoghi. La risposta a un problema lasciato insoluto
nellIppia, e cio che cosa differenzia i piaceri della vista
e delludito dagli altri, si trova nel Filebo (51a sgg.), che
individua tale peculiarit nel fatto di essere piaceri non
27
Cfr. per esempio Charm., 176a sgg.; Lach., 200e sgg.
28
Cfr. Charm., 174b-c; Lach., 199c-d.
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ippia maggiore 25
preceduti da dolori, e dunque implica una trattazione pi
approfondita della natura stessa dell con la diffe-
renziazione tra piaceri puri (cui accostare gli innocui,
, 303e4, dellIppia maggiore) e impuri. Ma
del problema pi generale della definizione del
non si trova una soluzione esaustiva, come non si trova
una definizione dell (salvo la generalissima ca-
ratterizzazione formale della Repubblica), che rappresen-
ta la questione di fondo dellinterpretazione di Platone.
Per una comprensione generale del in Platone
bisogna ricorrere ad altri dialoghi, prima di tutti al Sim-
posio, dove la compenetrazione di e pi
evidente: la celebre ascesa erotica l descritta definisce
distinti gradi di bellezza, culminando in una visione del
bello in s, analoga allascesa del filosofo all de-
lineata nella Repubblica; non si trova comunque, neppu-
re nel Simposio, una trattazione in termini definitori
29
.
La difficolt o impossibilit di definire il -
pu essere dovuta a differenti motivazioni, riconducibili
da un lato allimpossibilit intrinseca di circoscriverlo in
quanto concetto limite e normativo, dallaltro allinop-
portunit della comunicazione legata a ragioni contin-
genti, tra cui in primo piano la diffidenza di Platone ver-
so lopera scritta. Le difficolt di definizione del bello
nellIppia maggiore sono dunque intrinseche e vanno ben
oltre le ragioni legate alle funzioni dei dialoghi aporetici.
Nel contesto di una introduzione allIppia maggiore ci
si deve dunque limitare a considerare una serie di ele-
menti e dati che aiutano a chiarire i rapporti del -
con la famiglia di concetti a vario titolo lega-
ti allutilit. Come negli altri dialoghi aporetici, alcune
definizioni contengono elementi di verit, se inquadra-
te correttamente negli schemi concettuali platonici, o se
concepite come caratterizzazioni e non come definizioni
in senso stretto.
Per chi adotti la prospettiva di unetica deontologica
29
Symp., 209e-212a; Resp., 511a-e.
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26 introduzione
gli aspetti utilitaristici delletica platonica possono
risultare difficili da accettare. certo, comunque, che
in accordo con la mentalit greca e con la semantica di
base dei termini Platone tende a non separare il bene
e la virt dallutile e dal vantaggioso: l (inte-
so sia come entit astratta che come persona) e il com-
portamento virtuoso, l, sono anche vantaggiosi
(; Men., 87d8-e2; 89a), come il vizio ()
ci che vi di pi dannoso. Per definizione non si pu
non ricercare ci che vantaggioso e rifiutare ci che
dannoso. Tutto ci che si compie in vista di qualco-
sa (che il bene, definibile appunto come ci in vista
di cui si fa tutto)
30
si fa e si vuole se risulta utile e van-
taggioso, si rifiuta se ritenuto dannoso (Gorg., 468c;
470a; 474e). Il bene dunque loggetto intenzionale del
volere umano, e l si situa formalmente sullo
stesso piano del bene, costituendo, almeno a livello in-
tenzionale, loggetto necessario del volere umano. Al-
tri termini semanticamente affini come il ,
presente nellIppia maggiore, o il (lucroso)
dello pseudoplatonico Ipparco
31
, sono sottoposti alla
stessa regola. Al tempo stesso l pu essere
posto con l in un rapporto di mezzo e fine, se
lo si intende non come ci che rappresenta esso stes-
so di per s un bene, ma come ci che lo produce
32
. Su
questa base, come si visto, l con cui viene
ipoteticamente identificato il risulta distinto
dall e dunque il bello viene a essere qualcosa
di non-buono; cos la definizione naufraga, ma la tesi
secondo cui l produttivo del bene si ritro-
va, oltre che in altri dialoghi, nelle pseudo platoniche
30
Resp., 505d11-e2.
31
Secondo uno schema analogo lo pseudo-platonico Ipparco (sul guada-
gno, , cfr. il , lucroso del Cratilo) argomenta in modo
paradossale se si intende il nel suo senso pi usuale di lucro che
ogni guadagno un bene. Tesi fondante del paradosso che il bene ci che
vi di pi vantaggioso e rappresenta dunque lunico autentico guadagno.
32
Cfr. Resp., 505a: lidea dell che rende le altre cose giuste,
utili e vantaggiose ( e ).
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ippia maggiore 27
Definizioni e in Aristotele, ed da considerarsi genui-
namente platonico-accademica
33
.
Vista la stretta parentela di e , gli aspet-
ti utilitaristici vengono a investire anche il bello. Di
fatto le definizioni dellIppia nella loro molteplicit sono
riconducibili a due aspetti essenziali rispetto ai quali il
bello si determina: lutile e il piacevole. Il punto stabi-
lito con chiarezza da Socrate nel Gorgia (474d3 sgg.) in
funzione, di nuovo, di un argomento a favore delliden-
tit di e : tutte le cose belle, che si tratti
di oggetti o suoni, leggi o istituzioni, o delle stesse scien-
ze, sono dette tali o per il piacere che suscitano, o per
la loro utilit, o per entrambe le cose; la demarcazione
concettuale del bello nei termini del piacere e del buono
incontra persino lapprovazione di Polo (Gorg., 475a2-
4). Ancora, nel Protagora (358b) si stabilisce che tutte le
azioni miranti a una vita piacevole e priva di dolore so-
no belle e vantaggiose, e che ogni opera bella buona e
vantaggiosa; e nella Repubblica (457b) si sottolineano la
verit e leterna validit della tesi secondo cui l
bello, il nocivo brutto
34
.
Tra i termini proposti nellIppia come definizioni del
bello, anche il ha in Platone una notevole rile-
vanza etico-estetica, in quanto connesso alle nozioni di
doveroso (), allarte della giusta misura, o metre-
tica, di cui detto essere una parte (Pol., 286d1-2) e alla
nozione di armonia; in una struttura internamente armo-
nica ogni parte , disposta in modo conveniente
rispetto alle altre in modo da formare un tutto concorde
(Phaedr., 264c; Lach., 188d; Gorg., 503e), con evidenti
implicazioni estetiche
35
.
33
Platone, Hipparch.,232a1; Gorg., 499d2; Aristotele, Top., 147a34
(l produttivo del bene: 124a15-17; 153b38); Def., 414e6 (l
causa del bene).
34
Vale naturalmente che anche l, come il , pu essere in
ultima analisi definito nei termini del piacere e del piacevole.
35
Anche in Aristotele termine importante in relazione alletica
del giusto mezzo, indicando appunto ci che rispetta la misura conveniente
(in Eth. Eud., 1233b in relazione con , cfr. ornatus in Cicerone, De
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28 introduzione
Tutto questo conferma come le definizioni dellIppia
centrate sugli aspetti dellutilit contengano elementi di
verit; risulta senzaltro vero, a certe condizioni, dire
che il bello (l) utile o (il) conveniente o (il) decoroso.
Al tempo stesso, per, gli argomenti proposti chiarisco-
no laspetto di potenziale strumentalit e la non-autono-
mia di termini strutturalmente incompleti come utile
o vantaggioso (ci che utile o vantaggioso sempre
tale in vista di X), che mal si conciliano con le caratteri-
stiche di autosufficienza e intrinseca finalit proprie del
bene-bello gi sul piano formale e rendono impossibile
lidentificazione. Il problema di fatto sollevato che il
bello, poich in quanto solo produttivo del
buono, ne sarebbe distinto e dunque non sarebbe .
Linaccettabile conclusione potrebbe essere superata in
modo relativamente facile mediante una distinzione tra
uso copulativo e uso identitario del verbo essere
36
la
cui consapevolezza, almeno sul piano delluso, difficile
non attribuire a Platone gi nellIppia (qualora si tratti di
un dialogo del primo periodo) ma la questione filoso-
fica di fondo, la determinazione dei rapporti tra
e , non sarebbe con ci risolta.
Un analogo discorso si pu svolgere per lultima de-
finizione: sul piano estensivo, risulta tuttora vero che
il termine bello si applica solo a ci che cade sotto il
dominio della vista o delludito; non diciamo bello un
profumo o un cibo. La confutazione della definizione si
fonda sia pure, ovviamente, senza giungere a una di-
stinzione tra estensione e intensione in termini analoghi
a quelli moderni sulla diversit tra le entit cui si at-
tribuisce la propriet X e ci in cui consiste lessere X,
unacquisizione fondamentale di Platone qui applicata
al bello. La definizione proposta sembra delimitare cor-
leg., I, 93) e con , 1233b8), anche se bisogna precisare che in verit Ari-
stotele usa il termine soprattutto in relazione alla virt della
o magnificenza, concernente in special modo lazione dello spendere (Eth.
Eud., 1233a31-b14; Eth. Nic., 1122a18-1123a33).
36
Cfr. supra la nota 11.
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ippia maggiore 29
rettamente il campo degli oggetti belli, ma non coglierne
lessenza. E tuttavia il nesso del bello con il piacevole
rimane in Platone un elemento essenziale, che nellim-
mediato sembra costituire un elemento differenziante
del rispetto all, esaltando la componen-
te estetica del primo (salvo la precisazione che lo stesso
rimane sempre inseparabile da una componente
edonistica). Nel Filebo (51b sgg.), per esempio, ribadita
lassociazione dei piaceri della vista e delludito (figure,
colori, suoni uniformi e nitidi), considerati piaceri puri
in quanto non preceduti da sofferenza, con la bellezza
in s. Il bello non evidentemente scindibile da una
dimensione estetica, che per non ne esaurisce le valen-
ze, non coprendo gli aspetti etici. In questo senso va la
notazione, subito lasciata cadere nel dialogo, che questa
definizione del bello non permette di parlare del
in riferimento alle occupazioni, alle leggi, alle istituzio-
ni (298c-e). Se anche si individuasse lessenza del bello
estetico, la definizione risulterebbe parziale.
Una molteplicit di motivi concorre dunque a spiegare
laporeticit del dialogo nella impossibilit di definire il
bello. Difficolt che non a caso si riflette nelle pseudo-
platoniche Definizioni (414e8), dove il bello verr lapi-
dariamente definito l.
7. e .
Nelluso delle nozioni di e di lautore
mostra un alto livello di consapevolezza teorica. Sem-
brano esserci buone ragioni per sostenere che in questa
sezione, almeno in alcune occorrenze dei termini,
indichi una propriet non essenziale, lessenza. Il
punto per molto controverso.
La nozione di e di introdotta insen-
sibilmente nellambito della discussione sulla definizione
fornita a 298a (piacevole per la vista e ludito): i piaceri
delludito e quelli della vista sono detti avere qualcosa in
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30 introduzione
comune che li fa (, 300a9) belli; in quanto questo
fare un agire su di essi Socrate pu dire che entrambi
patiscono qualcosa e definire questa condizione unaffe-
zione (, 300b5; , b6). Per Socrate, tutta-
via, questo elemento comune deve rendere belli entram-
bi e ciascuno di essi; se a subire questa affezione fossero
entrambi ma non ciascuno, non potrebbe essere in forza
di essa che i piaceri sono belli. Socrate ammette dunque
la possibilit di una applicazione discontinua, non distri-
butiva, di una propriet a un gruppo di oggetti (entrambi
x, ciascuno non-x). Ippia, come si visto, rifiuta con de-
cisione questa possibilit (300b6-d8), sfidando Socrate a
trovare unaffezione che entrambi (Socrate e Ippia), ma
non ciascuno, subiscano. Nel ribadire la sua convinzio-
ne, Socrate introduce una distinzione terminologica che
sfuggita alla quasi totalit degli interpreti
37
, ma merita la
massima attenzione: a lui sembra possibile che ci che egli
n patisce di essere (300e3, ), n , n Ip-
pia , entrambi lo patiscano di essere (300e5,
), e a riverso, che qualcosa che entrambi patiscono di
essere, nessuno dei due lo sia. Socrate distingue insomma
tra essere () e patire di essere, o avere laffe-
zione di essere ( ). Anche la successiva ri-
sposta di Ippia degna di attenzione: saremmo di fronte
in questo caso a mostruosit ancora maggiori di quelle
precedenti. Ippia ha evidentemente percepito una novit
rilevante e, in modo conforme a questa percezione, tiene
ben distinti i due casi di essere e patire : se entram-
bi sono giusti, anche ciascuno lo ; se ciascuno singolar-
mente patisce qualcosa, anche entrambi la patiranno. Il
senso in cui Ippia intende e evidente
dagli esempi portati subito dopo: essere tagliato, ferito,
percosso (301a1-3). Si tratta del significato pi usuale di
, subire qualcosa a opera di qualcuno/qualcosa,
opposto a fare, agire (). Tutti questi casi sfuggo-
no alla regola dellapplicazione discontinua: se entrambi
37
Unica eccezione a me nota: Soreth 1953, pp. 49-62.
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ippia maggiore 31
sono x, o subiscono unaffezione x, ci varr anche per
ciascuno di loro preso singolarmente. Le due possibili-
t sono poco dopo riassunte da Ippia nellalternativa tra
e (301b8): non pu esserci nulla, o
, che si applichi a entrambi, ma non a ciascuno, o a
ciascuno, ma non a entrambi. Ippia intende, come logico
attendersi, e nel senso pi comune dei ter-
mini: come ci che viene subito da qualcosa/qual-
cuno (essere percosso, ecc.) e come tutto ci che
una cosa detta essere (nominalizzazione della domanda
che cos, dove sta per qualsiasi nome del predi-
cato che completi la copula: essere x, sano, vecchio, ecc.).
Socrate introduce insomma, insensibilmente e surret-
tiziamente, una distinzione tra essere () e patire di
essere ( ); Ippia percepisce una differenza,
ma interpreta, in base al senso comune, la distinzione
come tra e , o altrimenti detto, e
, essere qualcosa e patire qualcosa nel senso pi
usuale. Lalternativa tra affezione o essenza (
, 301b8), che riassume la posizione precedente
di Ippia, deve significare: unaffezione subita (solo se-
condariamente un predicato), un , o ci che una
cosa , l. Ippia intende come si-
nonimo di (301a6, ),
espressione che significa in greco trovarsi a essere, o
semplicemente essere, e sul piano della semantica co-
mune lidentificazione ovviamente corretta (salvo se-
gnalare, da parte nostra, che Platone potrebbe dare una
particolare sfumatura filosofica alla locuzione comune).
Ma c ragione di pensare che con Socrate
intenda qualcosa di pi significativo. Non vi sono, a mia
conoscenza, paralleli in altri autori per questa espressio-
ne, che si ritrova invece in alcuni dialoghi platonici, in
contesti altamente tecnici.
Nel Parmenide
38
lespressione designa affezioni subite
38
Cfr. Parm., 140a3-4; 6-7; 147c6-7; 148a3-4; 158e5-6; Soph., 245b7-
9: se lessere avr lUno solo come sua affezione, non sar a esso identico.
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32 introduzione
dallUno in senso assoluto, che come tale non pu, di
per s, che essere uno; altri predicati a esso ipotetica-
mente riferibili (identico, diverso, simile) saranno solo
sue affezioni. Laffezione indicata dal
non restituisce ci che una cosa di per s, la sua .
Nel caso degli esempi portati nellIppia, laffezione in
questione lesser uno per Ippia e Socrate (302a1-2),
il cui essere di per s non consiste certo nellesser uno
(per questo di Socrate e di Ippia, in una predicazione
collettiva, si pu anche dire che sono due). Il punto de-
cisivo che propriet riferibili a qualcosa in senso di-
stributivo ma non collettivo, o in senso collettivo ma
non distributivo (302b6-c4) non possono rappresentare
lessenza di quel qualcosa. Ma essere piacevole per la
vista e ludito si applica ai piaceri solo in senso colletti-
vo. Ci in virt di cui le cose belle sono tali deve essere
unentit () che consegue a esse sia in senso distri-
butivo che collettivo (302c4-7). viene in questo
modo ad avere un significato prossimo allessenza, e
qui possibile cogliere il momento del passaggio dal si-
gnificato ordinario a quello filosofico. Quando il che
cos di qualcosa, la sua , non viene identifica-
to con qualunque propriet a essa riferibile, ma con
ci che la fa propriamente essere ci che , pressoch
compiuta la risemantizzazione filosofica del termine in
direzione dellessenza.
Lautore del dialogo conferisce dunque a e
la valenza tecnica di propriet essenziali e proprie-
t non essenziali (o, volendo, accidentali), distinzione
di grande rilievo filosofico, che ha qui uno dei suoi pri-
mi documenti
39
. Lincostanza e loscillazione nelluso
di questi termini, ora nel senso del linguaggio comune,
ora in senso tecnico, dovuta, nel contesto drammati-
co, al differente modo di intenderli da parte di Ippia, il
39
Il parallelo pi vicino a questuso si trova nellEutifrone (11a6-9): Eu-
tifrone doveva fornire la del pio e ne ha invece solo detto un
(pio ci che viene amato unaffezione passiva dagli di).
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ippia maggiore 33
cui orizzonte limitato alla comprensione ordinaria, e
di Socrate, che adatta il linguaggio alle sue acquisizio-
ni filosofiche.
8. La questione dellautenticit.
Il fatto che Aristotele citi lIppia minore semplicemen-
te come Ippia (Metaph., 1025a) ha costituito a suo tem-
po un argomento contro lautenticit del maggiore
40
. Ma
la modalit della citazione indica solo che al tempo di
Aristotele la tesi discussa era sufficiente per identifica-
re il dialogo in questione
41
. Sempre Aristotele nei Topici
(146a21-3) discute una definizione del bello in termini
quasi identici a quelli dellIppia maggiore (297e3 sgg.), e
anche la definizione del bello come (Top., 102a6
e 135a13) rimanda probabilmente a Hipp. Maj., 293d6-
294e10. Ci non conferma definitivamente lautenticit,
se si ritiene che i riferimenti non siano necessariamen-
te al dialogo, o che esso abbia avuto origine allinterno
dellantica Accademia.
A partire da Wilamowitz, che negava al dialogo tanto
l'ethos quanto lo humour tipici di Platone, ritenendolo
una commedia di bassa lega, la presunzione di inauten-
ticit si spesso fondata su una percezione istintiva di
elementi avvertiti come non allaltezza dellarte e allo spi-
rito del filosofo. In tempi abbastanza recenti si scritto
che chiunque prenda lIppia maggiore per unopera di
Platone non ha alcuna sensibilit per larte del maggiore
scrittore di prosa dellantichit
42
.
Alcuni argomenti, legati a schemi interpretativi supe-
rati o difficilmente accettabili, non sembrano pi avere
40
Ueberweg 1861, pp. 175-76; Tarrant 1928, pp. 9-10. Tra i sostenito-
ri pi antichi dellinautenticit figurano Ast, Jowett, Horneffer, Gomperz,
Zeller, Wilamowitz, Lutoslawski.
41
Cfr. Wood ruff 1982, p. 96.
42
Kahn 1985, p. 268.
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34 introduzione
molto peso
43
. Luso di argomenti sofistici da parte di So-
crate (sempre che le presunte fallacie vengano dimostrate)
o di tesi difficilmente condivisibili da Platone non stupi-
sce pi di tanto in un contesto dialettico-agonale, in cui
la confutazione dellinterlocutore ha comunque valore
positivo; e ci, in particolare, in una fase degli studi in
cui luso della fallacia, anche intenzionale, da parte di Pla-
tone ha trovato convincenti spiegazioni di vario genere.
Il tono polemico, insolitamente veemente e sarcastico,
usato nei confronti di Ippia, che alcuni hanno ritenuto
non confacente a Platone, trova invece pieno riscontro
in dialoghi in cui figurano interlocutori di basso profilo
(si pensi al trattamento riservato a Eutifrone nellomo-
nimo dialogo, o agli eristi dellEutidemo)
44
. Non platoni-
ca stata ritenuta lintroduzione dellanonimo interlo-
cutore, ma se vero che questo accorgimento presenta
peculiarit drammatiche che lo rendono in qualche mo-
do unico, la tecnica di introdurre un assente che condu-
ce uninterrogazione fittizia ha invece molti paralleli
45
.
Linautenticit stata ribadita con vigore in tempi
recenti, e molti degli argomenti proposti meritano la
massima attenzione
46
. Secondo Kahn
47
lIppia maggiore
lunico dialogo in cui viene effettivamente commessa la
cosiddetta fallacia socratica
48
, presentata in una ver-
sione particolarmente maldestra e indegna di Platone: la
conoscenza della definizione di X condizione necessaria
per attribuire a qualsiasi cosa la propriet corrisponden-
te, laddove in testi paralleli (Menone, Eutifrone) lanalo-
go principio formulato in termini meno impegnativi e
non fallaci (per esempio come condizione sufficiente ma
43
Per esempio, la presenza della teoria delle idee in un dialogo che do-
vrebbe essere giovanile (Tarrant 1928), o la supposta presenza di terminolo-
gia aristotelica (Pohlenz 1913, p. 123).
44
Grube 1926, p. 135.
45
Cfr. Longo 2000.
46
In particolare Thesleff 1976; Kahn 1985; Heitsch 1999; 2011 passim.
Erler 2007, p. 301, annovera il dialogo tra i dubia.
47
Kahn 1985, pp. 274-75; 2008, pp. 181-83.
48
Geach 1966.
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ippia maggiore 35
non necessaria). Lefficacia di questo argomento contro
lautenticit per assai dubbia
49
.
Una batteria di argomenti grammaticali, stilistici, les-
sicali e contenutistici contro lautenticit stata messa
in campo da Heitsch
50
. Tra questi, la stranezza che Pla-
tone abbia composto due dialoghi con lo stesso nome e
rappresentato due discussioni di Socrate con Ippia; la
diversa raffigurazione di Ippia nei due dialoghi, ragio-
nevole difensore del senso comune nel minore, comica-
mente, ma anche penosamente, sciocco e presuntuoso
nel maggiore
51
; connessa a ci la diversit delle critiche,
apparentemente simili, mosse da Ippia a Socrate nei due
dialoghi, dove quella del maggiore sembrerebbe mutua-
ta di peso dal minore e applicata in modo estrinseco; la
menzione, sospetta, della esibizione che Ippia terr pres-
so Fidostrato, chiaro rimando allIppia minore, sembra
costruita come patente di autenticit; alcune particola-
rit grammaticali e stilistiche sembrano poi in contrasto
con gli usi platonici
52
.
49
Cfr. infra la nota complementare 2, pp. 502-3. Quando si dice che il
principio, nella formulazione dellIppia maggiore, falso, si fa riferimento a
un livello che Platone identificherebbe con quello dellopinione (vera): come
implica il Fedone (74b2; 76b8-12), la conoscenza che tutti hanno dellugua-
le non implica la capacit di renderne ragione o di fornirne la definizione. Il
punto di Platone riguarda per un livello pi elevato: la legittimit di usare
con cognizione di causa una certa nozione e di saperne dare ragione, il pas-
saggio cio da opinione vera a scienza. Sulla base dellopinione vera possi-
bile indicare correttamente molti esempi di cose belle (come anche Ippia fa),
ma senza conoscere la natura del bello sarebbe possibile talvolta pensare che
bello qualcosa che non lo (per Ippia sar bello, per esempio, insegnare a
pagamento). La formulazione dellIppia maggiore non appare, in questa luce,
fallace: senza conoscere il bello non si potr sapere se un discorso, o unazio-
ne, sono belli o no (ci implica la capacit di stabilire, sempre e con assoluta
certezza, se si pu attribuire la propriet in questione ed compatibile con
la possibilit, in qualche caso, di attribuzioni corrette, ma non epistemica-
mente fondate, della propriet medesima). Il principio potrebbe essere cos
riformulato: per sapere con certezza epistemica se una cosa x, necessa-
rio conoscere la definizione di X. Lesigenza ultima di Platone stabilire un
criterio valido in assoluto che orienti anche lagire pratico, senza margini di
errore. In questo senso la presunta fallacia non sussiste.
50
Heitsch 1999; 2011, pp. 111-35 passim.
51
Cfr. per infra la nota complementare 1, pp. 501-2.
52
Cfr. la nota 111 del commento.
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36 introduzione
Rimangono in effetti molti sospetti e incertezze. Lascia
perplessi, tra laltro, il gioco dello svelamento dellidentit
dellanonimo. Esso potrebbe avere senso nei confronti di
Ippia, ma dato che nella finzione letteraria il sofista risul-
ta evidentemente ignaro del nome del padre di Socrate,
lesplicita rivelazione che si tratta del figlio di Sofronisco
risulta comprensibile solo per il lettore, al quale viene cos
sottratta ogni complice interazione con il testo. Il gioco
finisce cos per avere laria di una certa grossolanit, non
corrispondente allabituale finezza di Platone
53
. E ancora,
un motivo ricorrente il contrasto tra luso dei termini
in senso tecnico e filosofico da parte di Socrate e la loro
riduzione, da parte di Ippia, alle accezioni pi banali e
immediate (per esempio , 289d3; d8;
, 289d4; e5; e , 300b4; b5;
b7; 300d5 sgg.; , 301b8; 302c5). Il motivo coglie
un aspetto essenziale della capacit innovativa di Plato-
ne, ma sembra applicato in modo alquanto meccanico; le
domande poste nei vari frangenti hanno laria di trappole
approntate da Socrate, che introduce surrettiziamente
termini su cui Ippia destinato a inciampare. Un pro-
cedimento del genere, applicato con una certa sistema-
ticit, appare costruito a tavolino e sembra alquanto in
contrasto con la spontaneit caratteristica delle costru-
zioni platoniche, anche di quelle pi elaborate. Daltro
canto, se le precedenti analisi sul sono
esatte, appare poco probabile che sia un imitatore a far
uso del verbo in un senso cos tecnico, mai tematizzato
esplicitamente e non diffuso a livello colloquiale.
Rimangono insolute, in ogni caso, questioni a cui i
convinti sostenitori dellinautenticit dovrebbero dare
risposta. Anche chi lo ritiene inferiore ai livelli artisti-
ci e filosofici propri di Platone deve riconoscere al dia-
logo una qualit incomparabile con quella di altri spuri
quanto a consapevolezza filosofica e capacit lettera-
53
Daltro canto possibile anche ipotizzare che Ippia giunga al ricono-
scimento, cfr. la nota 137 del commento.
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ippia maggiore 37
rie dellautore, certamente una personalit di qualche
rilievo. Sarebbe dobbligo, a questo punto, avanzare
unipotesi di paternit. Quale sarebbe poi lo scopo del
dialogo? Un semplice gioco mimetico? Una satira vee-
mente di un sofista avulsa dalla personale polemica di
Platone? A differenza di quanto accade con altri spuri,
non si riesce a individuare una presa di posizione parti-
colare riconducibile a dibattiti interni allAccademia o
esterni, originatisi in altri periodi. Nei contenuti filoso-
fici non c nulla che vada oltre Platone. Solo ampliando
di molto lo spettro dei dialoghi spuri si potrebbe evita-
re lisolamento, difficilmente comprensibile, dellIppia
maggiore, unico dialogo inautentico di un certo livello,
fortemente simile agli altri aporetici, il cui scopo sem-
bra concepibile solo allinterno di un complesso omo-
geneo. Risposte convincenti a questi interrogativi non
sono state ancora fornite.
Nei confronti del problema dellautenticit dellIp-
pia maggiore forse consentito assumere una posizione
scettica nel senso proprio e pi filosofico del termine: le
ragioni pro e contro sembrano avere uguale forza e indu-
cono a una sospensione del giudizio. Le recenti prese di
posizione in favore della inautenticit sembrano espres-
se con una convinzione eccessiva rispetto alla effettiva
cogenza degli argomenti impiegati, e del resto le ipotesi
di datazione dei pi convinti fautori di questo orienta-
mento sono tra loro lontanissime; anche alcune difese
dellautenticit sembrano per soffrire di un certo dog-
matismo. Ci che rimane indubbio che linteresse, fi-
losofico e letterario, suscitato dallIppia maggiore non
inferiore a quello di altri scritti platonici.
9. Cronologia.
Tutte le ipotesi possibili sono state formulate a propo-
sito della cronologia dellIppia maggiore, ritenuto unopera
giovanile, o del periodo intermedio, o tarda, in partico-
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38 introduzione
lare se ne viene negata lattribuzione a Platone
54
. In ba-
se a unipotesi evolutiva, ma anche in base a unipotesi
unitaria che attribuisce agli aporetici valore prolettico,
il dialogo andrebbe naturalmente collocato nel gruppo
dei dialoghi pi antichi; altri elementi, anche di natura
stilistica, hanno per indotto a datazioni pi tarde. La
discordanza delle opinioni, anche allinterno della stessa
ipotesi evolutiva, indicativa della inaffidabilit della
maggior parte degli argomenti a riguardo, in particola-
re di quelli basati sulla maggiore o minore affinit con
le esposizioni centrali della dottrina delle idee. Anche i
sostenitori dellinautenticit hanno ipotizzato cronolo-
gie molto diverse. Altri indizi rimangono discutibili
55
. Le
analisi stilometriche risultano confermare sia lautentici-
t che una collocazione nei dialoghi del primo periodo
56
.
54
Per le ipotesi precedenti cfr. Hoerber 1964, pp. 145-46; Wood ruff 1982,
pp. 93-94; Thesleff 1982, pp. 226-28 ha proposto una datazione intorno al
360, individuando un presunto terminus post quem nellinconsueto di
287e5, che alluderebbe a Eudosso di Cnido, attivo nellAccademia in quegli
anni. Tra i sostenitori dellinautenticit Kahn 1985, p. 269, ipotizza una da-
tazione tarda, in et ellenistica o romana; Heitsch 2011, pp. 122-3 propende
per il iv secolo a. C., con Platone ancora in vita, quando nellAccademia si
discutevano problemi relativi alle divisioni e alle definizioni di tipo aggiun-
tivo, di cui si hanno riflessi in Aristotele.
55
Il citato ; presunte reminiscenze dalla commedia, l di
Anassandride (Thesleff 1982, p. 227).
56
Ledger 1989, pp. 156-57 e 168-69.
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281 [a]
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[b]
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5
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281 [a] socrate Ecco Ippia
1
, bello e sapiente!
2
. Per
quanto tempo non sei venuto ad Atene, qui da noi!
ippia Non ne ho avuto il tempo, Socrate. Quando Eli-
de ha bisogno di concludere un affare con una qualsiasi
altra citt, si rivolge sempre a me per primo, scegliendomi
tra i cittadini come ambasciatore poich mi ritiene giu-
dice e messaggero di massimo valore riguardo ai discorsi
che [b] ciascuna citt potrebbe proporre. Pi volte ho
portato ambascerie anche in altre citt, ma nella maggior
parte dei casi e per questioni di massima importanza e
valore a Sparta; proprio per questo, e cos rispondo alla
tua domanda, non frequento molto queste zone
3
.
1
Per lIppia storico e la sua rappresentazione nellIppia maggiore e nellIp-
pia minore cfr. infra la nota complementare 1, pp. 501-2.
2
Gli aggettivi indicano immediatamente due aspetti centrali dellopera.
In primo luogo, il dialogo ha come tema il bello, e in particolare una ridi-
scussione del significato di questa nozione rispetto alla sua semantica comu-
ne, proprio quella secondo la quale qui Socrate pu dire bello Ippia; dal-
tro canto, stata spesso notata (su tutti da Wood ruff 1982, p. 36, e Heitsch
2011, p. 43, nota 15) la concentrazione di allusioni apparentemente casuali
al bello nellintera prima parte del testo (282b1, d6, e9; 283a9; 285b8;
286a4-5, b1, b4). In secondo luogo, il dialogo mostrer a pi riprese attra-
verso un complesso gioco delle parti (per il quale cfr. supra lintroduzione
pp. 18-21), grazie ai toni piuttosto sarcastici di Socrate e per lincapacit di
Ippia di far fronte alla discussione quanto Ippia sia tuttaltro che sapiente.
Emerge gi velatamente che la sapienza del sofista () dal
punto di vista platonico del tutto fallace (cfr. anche infra, nota 7, e supra, in-
troduzione pp.21-24).
3
Elide fu a lungo alleata di Sparta nella prima parte della guerra del Pelo-
ponneso. Se si considera (282b5) che la visita di Ippia segue quella di Gorgia
del 427 deve dunque trattarsi di una visita diversa da quella rappresentata
nel Protagora, la cui data drammatica generalmente individuata prima del-
la guerra del Peloponneso e che lincontro dopo molti impegni sottintende
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5
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[c] ,
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ippia maggiore, 281b-c 43
socrate Questo, Ippia, vuol dire essere un uomo
veramente sapiente e completo. Tu, infatti, in privato
sei in grado di arrecare vantaggi ancor pi ingenti degli
ingenti compensi [c] che prendi dai giovani, e poi in
pubblico sei in grado di procurare benefici alla tua citt,
proprio come deve fare chi aspira a non essere disprez-
zato, bens a godere di buona reputazione tra i pi. Ma
allora, Ippia, per quale ragione quegli uomini del passa-
to, le cui nomee sono grandi per la loro sapienza dico
Pittaco, Biante, i seguaci di Talete di Mileto e poi tutti
gli altri fino ad Anassagora
4
, si tennero tutti (o quasi)
chiaramente distanti dallattivit politica?
5
.
una pace recente, le conversazioni con Ippia devono probabilmente essere
collocate tra il 421 e il 416 cos Wood ruff 1982, pp. 93-94, e recentemen-
te Nails 2002, p. 313.
Gi dalle prime parole che pronuncia, Ippia si proclama cittadino di spicco
della propria citt in virt della capacit conferitagli dalla sofistica, quella di
prevedere, comporre e giudicare i discorsi. Ippia sembra dunque ricalcare la
posizione tipicamente sofistica sostenuta nel Gorgia (466b4 sgg.) da Polo,
per cui i retori hanno nella citt la migliore reputazione e il massimo potere
in virt della loro eloquenza sofistica.
4
I personaggi richiamati associano una proverbiale sapienza (in partico-
lare, Pittaco, Biante e Talete sono tre dei sette sapienti) a un noto impegno
politico nelle rispettive patrie: Pittaco regn su Mitilene, Biante fu una figura
di spicco a Priene come Talete lo fu a Mileto. Anche Anassagora, per quanto
noto soprattutto come presocratico, fu certamente vicino al governo democra-
tico di Atene. Inoltre, le figure immaginabili tra Talete e Anassagora poe ti
o filosofi che siano possono difficilmente essere pensate come volontaria-
mente e fieramente distanti dalla politica (si pensi a Solone e Pitagora; cfr.
Heitsch 2011, p. 45). Largomento dunque sconcertante, e la spiegazione
spesso avanzata (cfr. su tutti Wood ruff 1982, p. 37, nota 6) considera il mo-
do di fare politica di questi personaggi: Platone vorrebbe evidenziare come
essi non richiedessero n ricevessero compenso per la loro attivit, e mante-
nessero un certo distacco dalle masse. Se questa spiegazione rimane in gene-
rale valida, la formulazione di Socrate comunque quantomeno ambigua, e
non pu essere escluso che sia gi finalizzata anche a insinuare unimmagine
caricaturale del sofista: Ippia si trova subito paragonato alle figure deforma-
te dei grandi sapienti, e Socrate sa che egli vorr dichiararsi migliore anche
di loro (cfr. anche infra le note 6-7) e che per farlo dovr accettare tale carat-
terizzazione paradossale.
5
La descrizione dellattivit di Ippia evidentemente ironica: grandi be-
nefici sotto grandi compensi (si pensi alle classiche critiche allinsegnamento
sofistico, per esempio in Prot., 311a8 sgg. e Gorg., 459b5 sgg.) e attenzio-
ne per la stima tributata dai pi (cfr. per esempio la filosofia di Callicle in
Gorg., 484c4-486 d1).
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[b] , ,
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ippia maggiore, 281c-282b 45
ippia Non credi, Socrate, che sia perch erano inca-
paci [d] e non in grado di guardare con intelligenza a
entrambi gli ambiti, il comune e il privato?
6
.
socrate Ma allora, per Zeus, come le altre arti sono
progredite e gli artigiani del passato sono dappoco rispetto a
quelli di adesso, cos anche la vostra arte, quella dei sofisti
7
,
progredita, e gli antichi che si occuparono della sapien-
za sono dappoco rispetto a voi?
ippia Certo, dici correttamente.
socrate Quindi, Ippia, se Biante tornasse allistante
8

in vita per noi si renderebbe ridicolo 282[a] rispetto a
voi, come accadrebbe anche a Dedalo
9
, il quale cos af-
fermano gli scultori se nascesse oggi e producesse opere
quali quelle che gli diedero la sua fama, sarebbe risibile.
ippia Le cose stanno proprio come dici, Socrate. Co-
munque, io ho labitudine di riservare elogi agli uomini
del passato e a chi venuto prima, prima e pi che ai
contemporanei, usando cautela per linvidia dei vivi e
serbando timore dellira dei defunti.
[b] socrate Bello davvero, Ippia, mi pare il modo
6
Come spesso segnalato (cfr. Wood ruff 1982, pp. 36-37, nota 4; Heitsch
2011, pp. 44-46), Ippia riflette una prospettiva tipicamente sofistica, per la
quale nelle generazioni si assisterebbe a un progresso della riflessione e del
modo di vivere: Protagora, per esempio, afferma che anche Omero, Esiodo
e altre antiche figure di grande rilievo erano in realt sofisti (Prot., 316d3-
317c1). La posizione di Ippia, per quanto in continuit con questa, sembra
ben pi forte (gli antichi sapienti sono incapaci) e caricaturale.
7
Platone gioca sulla traslazione semantica che egli stesso sta introducen-
do nella storiografia filosofica antica. Fino allavvento della sofistica e alla
sua condanna da parte di Platone il termine indicava secondo la
sua origine grammaticale un alto livello di sapienza, per esempio quello dei
sette sapienti che Socrate ha appena richiamato: in base allindicazione pre-
cedente, c ununica linea di continuit tra i del passato e quelli
di ora. Il gioco ironico di grande efficacia: Ippia si rappresenta allapice di
una simile linea esattamente nel momento in cui Platone lo sta ritraendo come
esempio della degenerazione e della distorsione della medesima tradizione.
8
Socrate produce un gioco retorico ( ) di ispirazione sofi-
stica; cfr. anche Gorg., 467b11 e infra la nota 10. Una rassegna parziale di
parodie socratiche dello stile di Ippia proposta da Grube 1929, p. 375.
9
Scultore del mito, dotato di eccezionali bravura e fama; cfr. anche Eu-
thyphr., 11c1-d2 e Men., 97d3 sgg., dove vengono evocate le sue proverbiali
statue viventi.
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ippia maggiore, 282b-c 47
in cui usi le parole e ragioni
10
. Del resto posso anchio
testimoniare che dici il vero, che la vostra arte real-
mente progredita acquisendo la capacit di svolgere le
attivit pubbliche insieme a quelle private. Infatti Gor-
gia
11
, il sofista di Lentini, venne qui dalla sua patria co-
me ambasciatore per una missione pubblica in quan-
to era reputato il pi capace a Lentini nelle questioni di
comune interesse , e da un lato si fece fama di avere
ottima eloquenza davanti al popolo, dallaltro in priva-
to, producendo esibizioni oratorie e intrattenendosi con
i giovani, acquis molte ricchezze e [c] le port con
s via da questa citt. Se vuoi, c anche il nostro amico
Prodico
12
: pi volte venuto qui per missioni pubbliche,
ma lultima volta, di recente, pur essendo giunto da Ceo
in missione pubblica non ha solo riscosso grande apprez-
zamento parlando allassemblea, ma ha anche acquisito
unincredibile quantit di ricchezze in privato, produ-
cendo esibizioni oratorie e intrattenendosi con i giova-
ni. Nessuno di quegli uomini del passato, invece, ha mai
valutato positivamente lidea di richiedere pagamenti
10
Socrate guarda ironicamente ai giochi retorici della precedente affer-
mazione di Ippia ( ; parallelismo con antitesi delle
ultime due proposizioni participiali; echi deformati di topoi tipici delle ora-
zioni funebri ateniesi cfr. Tosi 1980, pp. 67-70).
11
Gorgia, celebre sofista di Lentini, visit Atene per la prima volta nel
427 (terminus post quem per la datazione drammatica della nostra opera; cfr.
supra la nota 3). Per quanto nellomonimo dialogo Gorgia non sia descritto
come un vero sapiente, la differenza che Platone istituisce tra alcune figure
di spicco del movimento sofistico (con Gorgia, anche Protagora; cfr. del resto
282d6-e8) e altre come Ippia evidente. La tattica ironica sembra spin-
gere Ippia a elevarsi con toni caricaturali anche al di sopra dei sofisti della
prima generazione. Al contempo, se Platone ha in qualche modo adombrato
una storia della distorsione della sapienza in sofistica (cfr. supra la nota 7),
in questo passo sembra possibile vedere in Gorgia una figura assolutamente
centrale di tale slittamento, caratterizzato dai presidi tipici della sofistica (per
larte dellesibizione retorica cfr. per esempio Gorg., 447a5 sgg. e 456a7 sgg.;
per linsegnamento ai giovani dietro compenso cfr. per esempio 458e3 sgg.).
12
Prodico di Ceo, cronologicamente pi vicino a Socrate di Gorgia, in-
dicato dallo stesso Socrate come proprio maestro (Prot., 340e8-341a1; Crat.,
384b1 sgg.; Men., 96d5-e1); il tono spesso ironico, anche se di sicuro ne
viene data una valutazione complessiva ben migliore di quella che emerge per
Ippia. Su questa figura cfr. ora Bonazzi 2010b, pp. 126-31, 138-42, 158-59.
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283[a]
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ippia maggiore, 282c-283a 49
in denaro o di produrre esibizioni oratorie della propria
sapienza [d] di fronte a una massa indiscriminata di
uomini: fino a questo punto erano semplici, e sfuggiva
loro quanto valore abbia il denaro!
13
. Al contrario, cia-
scuno di quei due ha tratto dalla sapienza pi denaro che
ogni altro artigiano dalla propria arte quale che sia ;
lo stesso fece anche, e ancor prima di loro, Protagora
14
.
ippia Ma Socrate, non hai alcuna idea delle imprese
davvero belle in questo campo! Se sapessi quanto dena-
ro ho guadagnato io rimarresti incredulo. Una volta e
tralascio gli altri casi giunsi in Sicilia nel periodo in cui
Protagora [e] vi risiedeva e, nonostante egli fosse gi
molto stimato e ben pi anziano, io, bench molto pi
giovane, in poco tempo guadagnai pi di centocinquan-
ta mine, e addirittura pi di venti in una sola e picco-
la localit, Inico. Quando poi tornai a casa consegnai la
somma a mio padre: lui e gli altri concittadini rimasero
allora increduli e profondamente colpiti. Credo proprio
di aver acquisito pi ricchezze io di qualsiasi coppia di
sofisti tu voglia!
15
.
socrate Bello davvero, Ippia, il tuo racconto, una
grande prova 283 [a] della sapienza tua e dei con-
temporanei, di quanto differiscano dagli antichi: molta
ignoranza, secondo il tuo discorso, era propria dei no-
13
La valutazione ironica e si basa sulla duplicit semantica di
(cfr. infra la nota 48 allIppia minore): la frase va letta, in modo conforme a
una tradizione conservatrice vicina a Platone (Solone, fr. 15), nel senso op-
posto, per cui il buon carattere e la virt degli antichi facevano s che essi
serbassero diffidenza verso il denaro. Ancora a una prospettiva tradizionale
e antisofistica rimanda il rifiuto del contatto con la massa.
14
Il capostipite della sofistica, Protagora di Abdera, viene evocato a com-
pletamento del gruppo di sofisti migliori rispetto ai quali Ippia chiamato
ironicamente a primeggiare. Si delinea cos una gradazione declinante, dalla
sapienza antica alla distorsione sofistica, e da questa a una delle sue peggio-
ri figure, Ippia.
15
Ippia abbocca allesca di Socrate (che tratta con sufficienza; in partico-
lare a 282d6), proponendo da un lato la sua vittoria schiacciante sullanziano
Protagora, dallaltro la pretesa di primeggiare da solo contro una coppia di
sofisti. Pace Wood ruff 1982, pp. 129-31, o Ippia vanaglorioso e superbo
oppure non abbastanza intelligente da vedere che Socrate lo induce ad af-
fermazioni vanagloriose.
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ippia maggiore, 283a-b 51
stri predecessori
16
. Dicono infatti che ad Anassagora sia
accaduto il contrario che a voi: egli, pur avendo eredita-
to grandi ricchezze, non se ne diede pensiero e fin per
perdere tutto tanto era privo di intelletto nellesercizio
della sua sapienza!
17
, e raccontano storie simili anche su
altri sapienti del passato. Mi pare che questa bella prova
sia chiarificatrice circa la sapienza [b] dei contempo-
ranei a fronte di quella dei predecessori, e certamente
molti condivideranno lopinione per cui il sapiente deve
essere sapiente soprattutto a favore di se stesso. Gli sar
propria questa descrizione: uno che sappia guadagnare la
maggiore quantit di denaro possibile
18
. Con ci questo
argomento stato trattato a sufficienza. Dimmi invece
questaltra cosa
19
: tra le citt in cui ti sei recato, dove hai
16
Wood ruff 1982, p. 39, nota 22, accoglie il testo trdito correggen-
do in (fino a), al fine di riprodurre lespressione che occorre
a 281c6. In realt hanno probabilmente ragione tutti gli editori a partire da
Stallbaum a espungere , facilmente identificabile
come glossa relativa allaneddoto su Anassagora.
17
Per laneddoto cfr. anche la versione in Diogene Laerzio, II, 7. Come
spesso notato (cfr. su tutti Wood ruff 1982, p. 39, nota 24) Platone coinvol-
ge nellironia anche Anassagora, filosofo che introdusse un come prin-
cipio organizzatore del reale: se questa dottrina esplicitamente criticata nel
Fedone (97b8 sgg.), qui a essa si allude affermando in definitiva che Anas-
sagora era , privo di intelletto. Lironia, per, non si ferma qui, e il
suo bersaglio ancora Ippia: nella precedente gradazione (281c3-8) Anassa-
gora comunque tra i sapienti che precedono i sofisti, e la sua valutazione,
per quanto ridimensionata, sar comunque ben pi alta di quella di Ippia.
18
Non indifferente che proprio il guadagno sia uno dei tratti decisivi
per distinguere leducazione del sofista da quella di Socrate allinizio del So-
fista (in particolare 222d8-9); cfr. Centrone 2008a, p. xix.
19
Ha qui inizio la seconda parte dellintroduzione (283b3-286c2), che
completa la descrizione ironica di Ippia e della sua sapienza fallace. Socrate si
allaccia alle narrazioni orgogliose sui guadagni individuando immediatamente
il caso paradossale di Sparta, dove il sofista non ha guadagnato insegnando: se
leggi buone sono vantaggiose, poich Sparta retta da buone leggi e proprio le
leggi le impediscono di onorare Ippia, allora lattivit del sofista non n buona
n vantaggiosa. Latteggiamento di Socrate riflette la nota tendenza filospartana
di Platone (cfr. supra lintroduzione, pp. 21-23, e infra le note 22 e 25), ma ce-
la forzatamente una polemica (diffusa nei primi dialoghi; cfr. Wolfs dorf 2004,
pp. 21-22) nei confronti delle citt che accolgono e celebrano i sofisti, Atene
su tutte. Del resto lidea sottesa allobiezione di Socrate simile a quella spes-
so rivolta contro i politici ateniesi: esercitando il proprio potere essi non hanno
reso migliori i cittadini (cfr. il locus classicus in Gorg., 515b6 sgg.), mentre le
buone leggi di Sparta hanno impedito che Ippia potesse danneggiare i giovani.
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guadagnato la maggior somma di denaro? Che domande,
certamente a Sparta, dove sei andato pi spesso!
ippia No, Socrate, per Zeus!
socrate Come dici? L hai guadagnato la somma
minore?
[c] ippia Non ho mai guadagnato assolutamente
niente.
socrate qualcosa di sconvolgente e strano, Ippia.
Ma dimmi: la tua sapienza non forse in grado di ren-
dere migliore in relazione alla virt chi si intrattiene con
lei e la apprende?
20
.
ippia Decisamente, Socrate.
socrate Era forse in grado di rendere migliori i fi-
gli degli abitanti di Inico, ma impotente con quelli de-
gli Spartani?
ippia Questo di gran lunga falso!
socrate Allora i Sicelioti desiderano divenire miglio-
ri, mentre gli Spartani [d] no?
ippia Assolutamente no, Socrate, anche gli Spartani!
socrate Hanno dunque evitato la tua compagnia per
mancanza di denaro?
ippia No di certo, ne hanno a sufficienza.
socrate Come pu essere, allora, che gli Spartani non
ti abbiano rimandato indietro pieno di denaro, bench
ne avessero desiderio e possedessero ricchezze, e tu
fossi capace di offrire loro dei vantaggi in relazione al-
le cose pi importanti? La ragione non forse che gli
Spartani sono in grado di educare i loro ragazzi meglio
di te?
21
. Diciamo in questo modo, concordi?
20
Facendo riferimento allo stupore e allincredulit (qui mescolata con
, termine pi forte letteralmente mostruosit reso con qualcosa
di sconvolgente), Socrate sembra riprendere ironicamente il racconto dei gua-
dagni di Ippia (in particolare 282d7 e 282e6) deformandolo e radicalizzandolo
in senso negativo. Per lesigenza di rendere migliori cfr. la nota precedente.
21
Il tema dellinsegnabilit della virt rappresenta un aspetto problema-
tico del pensiero platonico (considerando solo grandi evidenze, largomento
del Protagora e uno dei nuclei centrali del Menone), mentre un luogo comune
tra i sofisti (cfr. in particolare Apol., 19e1 sgg.; Euthyd., 274e8 sgg.; Prot.,
318a6 sgg.; Gorg., 460a3 sgg.; Men., 95c1 sgg.). Non pu dunque stupire
che Platone utilizzi (ironicamente o meno) questo argomento contro Ippia
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ippia maggiore, 283e-284a 55
[e] ippia Assolutamente no!
socrate Forse allora a Sparta non sei stato in grado
di persuadere i giovani che potrebbero progredire nella
virt in misura maggiore intrattenendosi con te piutto-
sto che con i loro maestri? Oppure sei stato incapace di
persuadere i loro padri che devono affidare i figli a te pi
che occuparsene essi stessi, se davvero li hanno a cuore?
Certamente non hanno impedito ai loro figli di divenire
il pi possibile eccellenti perch mossi da invidia.
ippia Neanche io credo siano mossi da invidia.
socrate Ma Sparta ha buone leggi?
22
.
ippia Come 284 [a] no?
socrate E nelle citt con buone leggi la virt ci
che riceve la massima considerazione.
ippia Certo.
socrate E tu sai trasmetterla ad altri meglio di qua-
lunque uomo.
ippia Certamente, Socrate.
socrate Ora, chi sappia trasmettere meglio di chiun-
que altro lequitazione, tra le regioni della Grecia non sar
tenuto in massima considerazione e acquisir la maggio-
re quantit di ricchezze in Tessaglia e in qualsiasi altro
luogo in cui ci si dedichi seriamente a tale disciplina?
23
.
e finisca per sostenere una tesi simile a quella proposta da Protagora (Prot.,
326e6 sgg.) a favore dellinsegnabilit della virt e poi smentita nel Menone
(89e6 sgg.) con un argomento probabilmente ironico.
22
O anche, con una voluta ambiguit, Sparta rispetta le leggi. La pre-
parazione relativamente lunga di questa affermazione ha la funzione di ta-
gliare eventuali vie di uscita alternative. Da un lato gli Spartani hanno tutti i
caratteri per volere e poter ascoltare Ippia, dallaltro Ippia indotto a esclu-
dere di aver peccato egli stesso per incapacit. A questo punto il discorso non
pu che venire incanalato nella ricerca di un fattore estrinseco che fondi il
rifiuto spartano. La sua identificazione con le leggi una mossa vincente,
poich Sparta tradizionalmente connotata come dotata di buone leggi. In
Platone: Sparta ricca in Alc. I, 122e2 sgg.; detentrice di virt guerriere
in particolare in Leg., I, 630d4 sgg. e 636e4 sgg. (Sparta comunque mol-
to presente in termini positivi in questopera); cfr. anche Prot., 342a6 sgg.
(sullavversione spartana per i sofisti).
23
Per il legame tra la Tessaglia e lallevamento dei cavalli cfr. anche Men.,
70a5-6 e Leg., I, 625c10-d3. In questo passo stata vista (cfr. in particolare
Wood ruff 1982, p. 40, nota 29) la celebre analogia tra virt e arte (cfr. an-
che infra la nota 61 allIppia minore), ma limmagine proposta probabilmen-
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ippia maggiore, 284a-c 57
ippia del tutto probabile.
socrate Ebbene, chi capace di trasmettere le pi
valide e importanti cognizioni che conducono alla virt
[b] non sar tenuto in massima considerazione e acqui-
sir la maggior quantit di ricchezze questo nel caso
in cui lo voglia a Sparta e in qualsiasi altra citt della
Grecia retta da buone leggi?
24
. O credi che questo acca-
dr in misura maggiore in Sicilia, amico mio, e a Inico?
Vogliamo pensarla cos, Ippia? Se lo ordini tu, bisogna
pensarla cos
ippia Vedi, a Sparta modificare le leggi ed educare i
figli in modo difforme rispetto ai costumi aviti contro
la tradizione
25
.
socrate Che intendi? Forse la tradizione spartana
non prevede lagire correttamente [c] bens lerrare?
ippia Non voglio dire questo, Socrate.
socrate Non agirebbero dunque correttamente se
educassero i giovani meglio e non peggio?
ippia Correttamente, chiaro. Ma per loro contro le
norme educare secondo un modello straniero, poich e
devi intenderlo bene se per assurdo qualcun altro aves-
se mai acquisito ricchezze l con leducazione, allora io
ne avrei certamente acquisite molte di pi infatti si
divertono ad ascoltarmi e mi applaudono con approva-
zione. Ma questo vietato dalla legge
26
.
te meno impegnativa, volta solo a evidenziare come la condizione di Ippia a
Sparta sia del tutto paradossale.
24
Bench non esplicita, qui chiara la prospettiva tipicamente pla-
tonica del legame essenziale tra politica, leggi e virt: i politici devono
rendere migliori (pi virtuosi) i cittadini (cfr. supra la nota 19); le leggi e
la legislazione devono gestire al meglio le virt dei cittadini (oltre al mo-
dello di stato fondato nella Repubblica, cfr. per esempio le ultime pagine
del Politico).
25
Una delle peculiarit del sistema spartano un forte conservatorismo
basato su una costituzione ritenuta corretta e virtuosa; tale prospettiva dif-
fusamente ripresa e rielaborata da Platone: cfr. in particolare Pol., 300c1;
Prot., 342a6-343 c5; Resp., IV, 424b3 sgg.; Leg., IV, 715c6-d6; VI, 772a4
sgg.; XII, 960c7-d6.
26
Platone potrebbe alludere a una dottrina dellIppia storico, per cui al
diritto positivo dovrebbero essere preferite leggi naturali e universali non
scritte (cfr. Prot., 337c2 sgg. e Senofonte, Mem., IV, 4); tutto ci rimane
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ippia maggiore, 284d-e 59
[d] socrate Tu dici che la legge un danno o un
vantaggio per la citt?
ippia Credo che la legge sia stabilita in vista del van-
taggio, ma che talvolta, nel caso in cui sia mal formula-
ta, possa anche danneggiare.
socrate Come? Chi stabilisce la legge non la for-
mula come massimo bene per la citt? Senza di questa,
del resto, impossibile godere di una vita ben regolata.
ippia Dici il vero.
socrate Pertanto, quando chi si impegna nello sta-
bilire la legge non coglie il bene, certamente non co-
glie neanche la norma e la legge stessa. Come [e] di-
ci altrimenti?
ippia Le cose stanno cos, Socrate, secondo il ragio-
namento pi preciso Ma gli uomini non sono soliti
parlare in questi termini
27
.
socrate Chi, Ippia? Chi sa o chi non sa?
28
.
per estremamente incerto (cfr. Bonazzi 2010b, pp. 109-10). Qui Ippia vor-
rebbe limitarsi a rivendicare un impedimento formale da parte della legisla-
zione spartana. Socrate, che gi ha accennato (284b6-c4) alle implicazioni
che nellargomento ha la buona natura delle leggi, approfondisce il problema
(284d1-285b7) portandolo a generare una contraddizione palese, quella per
cui gli Spartani, per seguire le leggi cio per perseguire un bene avrebbe-
ro dovuto trasgredirle; ma poich le leggi spartane sono buone, una simile
possibilit implicitamente da accantonare, ed emerge in controluce che
Ippia non in grado di rendere migliori con la sua educazione. Largomen-
to presenta aspetti condivisi da Platone: al filolaconismo e al conservatori-
smo legislativo (cfr. supra le note 22 e 25) si associa lidea della salvaguar-
dia dellopinione corretta data dalleducazione costituita, che caratterizza
in qualche modo i guardiani della Repubblica. Da considerare, infine, come
Platone scelga di rappresentare Ippia in difficolt proprio su un argomen-
to, quello della legislazione, che il sofista ha effettivamente affrontato (cfr.
infra la nota complementare 1, pp. 501-2).
27
Lammissione di questa tesi non scontata: un Callicle avrebbe chiesto
chiarimenti per arrivare ad affermare che il fine di chi stabilisce la legge nelle
citt (contro quella di natura) il vantaggio dei pi deboli (cfr. Gorg., 483a8
sgg.). Laccordo concesso da Ippia dipende qui probabilmente dalla precisa
strategia di Socrate, che accetta senza chiarimenti la semantica essenzialmente
utilitaristica di bene considerata da Ippia. Per la teoria dello stato e della
legge presso i sofisti cfr. Bonazzi 2010b, pp. 83-114.
28
La distinzione tra chi sa e chi non sa cade poi nel vuoto. Anche per que-
sto probabile che il passaggio abbia come bersaglio lo stesso Ippia, il quale,
non avendo capito realmente il valore della legislazione e dei divieti spartani,
finisce per imporsi come immagine di chi non sa.
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ippia maggiore, 284e-285b 61
ippia I pi.
socrate Sono forse loro quelli che sanno il vero, i pi?
ippia No di certo.
socrate Invece quelli che sanno ritengono in veri-
t che ci che pi vantaggioso per tutti gli uomini
pi conforme alle norme di ci che pi svantaggioso.
Concordi?
ippia S, concordo: questa la verit.
socrate In realt, dunque, le cose stanno come ri-
tengono quelli che sanno?
ippia Certamente.
socrate Ma per gli Spartani tu affermi sarebbe
pi vantaggioso 285[a] ricevere leducazione che tu
proponi, per quanto straniera, piuttosto che quella locale.
ippia E dico il vero.
socrate E non dici anche questo, Ippia, che le cose
pi vantaggiose sono pi conformi alle norme?
ippia Lho detto, infatti.
socrate Se vero che grazie a te otterranno realmen-
te un vantaggio maggiore, quindi, secondo il tuo discor-
so per i figli degli Spartani pi conforme alle norme
essere educati da Ippia, mentre pi estraneo alle leggi
essere educati dai propri padri
29
.
ippia Ma certo che otterranno [b] un vantaggio,
Socrate!
socrate Gli Spartani, quindi, trasgrediscono la leg-
ge nel momento in cui non ti offrano oro e non ti affi-
dino i loro figli.
ippia Concordo assolutamente. Mi pare che tu pro-
nunci il discorso come in mia vece, e non c alcuna ne-
cessit che io mi opponga.
socrate Dunque, amico mio, abbiamo scoperto che
proprio gli Spartani, pur sembrando i pi rispettosi del-
le norme, in realt trasgrediscono la legge, e per giun-
29
La responsabilit dellassurdo dipende dalla rivendicazione di Ippia;
cfr. anche la nota seguente.
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ippia maggiore, 285b-d 63
ta riguardo le cose pi importanti
30
. Ma dimmi, per gli
di: ascoltando quali discorsi, Ippia, ti applaudono e si
divertono? Che domande, di sicuro quelli di cui [c] ti
intendi in modo cos bello, relativi agli astri e agli even-
ti del cielo
31
...
ippia Assolutamente no, non riescono a sostenerli!
socrate Allora si divertono ascoltandoti parlare di
geometria?
ippia In nessun modo, visto che molti di loro prati-
camente non sanno neanche contare.
socrate Quindi sono ben distanti dal poter sostene-
re le tue esposizioni sul calcolo
ippia Molto distanti, per Zeus!
socrate Ma amano di certo ascoltare quelle distin-
zioni che tu organizzi con maggiore puntualit di chiun-
que altro, [d] circa le funzioni di lettere, sillabe, rit-
mi e armonie?
ippia Ma quali ritmi e armonie, ottimo uomo?
socrate Quali sono allora gli argomenti che ascoltano
con piacere da te, per i quali ti applaudono? Dimmelo
tu, io proprio non riesco a scoprirlo.
ippia Socrate, ascoltano con sommo piacere discorsi
30
Lartefice fattuale della conclusione assurda Socrate, ma difficilmente
si pu dire che Ippia sia colpevole solo di una certa accondiscendenza (cos
Wood ruff 1982, p. 41, nota 35). Se da un lato Ippia vuole scaricare su Socrate
le conclusioni raggiunte (ma cfr. 285a4, in cui afferma di aver detto ci che
invece era stato Socrate a proporre a 284e5-7), dallaltro il fatto che avverta
di cadere in un tranello (come capita spesso ai sofisti interlocutori di Socra-
te) non lo discolpa n dallaver seguito Socrate senza proporre precisazioni
n dallaver offerto il fianco a una confutazione ad hoc.
31
Con una formulazione gi usata (283b5) Socrate torna a sottolineare
un aspetto contraddittorio delle vicende professionali di Ippia: nessuno
a Sparta interessato alle sue conoscenze scientifiche (per cui Ippia era ef-
fettivamente noto; cfr. anche Prot., 318e1-5 e qui la nota complementare 1,
pp. 501-2). Per quanto sia forse eccessivo vedere qui una connessione diret-
ta, le discipline matematiche sono quelle che, secondo uno studio filosofico
indirizzato alla dialettica, compongono liter formativo del VII libro della
Repubblica (cfr. anche Heitsch 2011, pp. 52-53). La critica non pu quindi
essere diretta contro le discipline in s, bens contro un modo incolto di pra-
ticarle: tale carenza, bench forse relativa anche ai metodi propri di ciascuna
matematica, potrebbe essere rintracciata nellassoluta ignoranza di Ippia nella
dialettica, vero fine delle matematiche nella Repubblica.
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ippia maggiore, 285d-286a 65
sulle stirpi degli eroi e degli uomini, sugli insediamen-
ti su come le citt furono anticamente fondate , e in
generale ogni narrazione dei tempi andati
32
, [e] co-
sicch a causa loro sono stato costretto ad apprendere
e padroneggiare perfettamente tutto ci che riguarda
questi temi
33
.
socrate Per Zeus, Ippia, stata per te una grande for-
tuna che gli Spartani non si divertano quando qualcuno
elenca loro i nostri arconti a partire dai tempi di Solone:
in tal caso, avresti avuto un bel da fare per impararli...
ippia Su che basi dici questo, Socrate? Sarei in gra-
do di imparare cinquanta nomi anche ascoltandoli una
volta sola!
socrate vero, non avevo considerato la tua mne-
motecnica! A questo punto capisco ragionevole che
286[a] gli Spartani si divertano con te: sai molte cose,
e ti usano come fanno i bambini con le anziane, per far-
si narrare storie piacevoli
34
.
ippia S, per Zeus, Socrate! Recentemente, inoltre,
32
Luso del termine stato utilizzato per sostenere linau-
tenticit del dialogo (Kahn 1985, p. 269): il sostantivo non occorre in et clas-
sica e il verbo correlato () usato solo da Tucidide (VII, 69, 2,
10-15) e in senso leggermente negativo, come parlare di cose gi vecchie.
In realt proprio loccorrenza in Tucidide inquadra ci che Ippia vuole dire:
gli Spartani non amano le sue conquiste scientifiche, bens narrazioni di cose
gi vecchie, dei tempi andati. Le uniche occorrenze di verbo e sostantivo
in et classica sono dunque coerenti, e il passo del dialogo , in questo mo-
do, decisamente efficace.
33
Nella misura in cui lIppia minore dimostrer lincapacit di Ippia nellaf-
frontare anche questi temi, lo scambio non pu che risultare fortemente iro-
nico. Da sottolineare, inoltre, come Ippia riveli un tratto tipico dei sofisti,
cio lasservimento ai gusti e ai pareri del pubblico (tema, questo, centrale
nel Gorgia cfr. 481e5 sgg. e 517b2 sgg.).
34
Per la mnemotecnica cfr. anche infra la nota 40 allIppia minore. Lat-
tacco di Socrate si fa quasi frontale, con limmagine offensiva dellanziana
(cfr. anche Gorg., 527a5-8 e Resp., I, 350e2). Ma proprio in questo frangen-
te emerge un elemento di debolezza della tesi per cui Ippia sarebbe solo mal-
trattato da Socrate e un personaggio dappoco. Nel panorama delle eventuali
concessioni pacate e urbane di Ippia risulta infatti ben difficile spiegare se
non, ancora, attraverso lironica descrizione cercata da Platone perch Ip-
pia abbia un sussulto di orgoglio solo per rivendicare la propria mnemotecni-
ca, applicata peraltro alle liste arcontali (gli elenchi di chi ricopr la carica di
arconte, magistratura tra le pi importanti ad Atene).
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ippia maggiore, 286a-c 67
ho riscosso successo presso di loro parlando delle belle
occupazioni delle quali i giovani si devono occupare
35
.
Vedi, ho pronto un discorso su questi argomenti, com-
posto in modo bellissimo e studiato nellordine delle pa-
role; ne ho ben presente la cornice, ed eccone linizio.
Quando Troia fu presa, dice il discorso che a Nestore
Neottolemo chiese [b] quali siano le belle occupazioni
occupandosi delle quali, da giovani, si pu ottenere una
buona fama. A questo punto a parlare Nestore, che ne
propone di tutti i tipi, tutte conformi alle norme, tut-
te di grande bellezza
36
. A Sparta ho gi esibito questo
discorso, e mi appresto a esibirlo, insieme a molte altre
cose degne di attento ascolto, anche qui, tra due gior-
ni, nella scuola di Fidostrato, su invito di Eudico figlio
di Apemanto
37
. Ma perch non [c] vieni anche tu? E
magari porta con te anche altri: ascoltandomi sarete de-
gni giudici di quanto detto.
socrate Sar cos, Ippia, se un dio lo vorr. Ora pe-
r rispondi brevemente su questo argomento: me lhai
richiamato alla mente in un bel momento
38
. Recente-
mente, ottimo uomo, mentre conducevo un discorso
in cui biasimavo alcune cose in quanto brutte e ne lo-
davo altre in quanto belle, un tale
39
mi ha gettato in
35
Ippia, imperturbabile, propone una descrizione entusiastica della pro-
pria composizione retorica, relativa a un tema di indubbio valore per Platone,
i : se autentici, essi rappresentano istanze del bello
intelligibile nellascesa del Simposio (210c3 sgg.), peraltro associate alle leggi.
36
La traduzione tenta di rendere la composizione artificiosa del discorso,
ricco di allitterazioni e figure retoriche che esasperano alcuni tratti comuni del
greco: su tutte ; . . (i nomi sono avvicinati apposi-
tamente nella frase); ; .
37
Allesibizione retorica, ormai svolta, si fa riferimento allinizio dellIp-
pia minore (363a6-c2; cfr. note ad loc.).
38
Linizio della discussione sul bello (al quale si allude ancora: )
segnato dallintroduzione di una delle esigenze del dialogo socratico, la bra-
chilogia, centrale specialmente nei dialoghi con i sofisti (cfr. infra lintrodu-
zione allIppia minore, p. 204). Inoltre, la situazione che Socrate evoca pone
in parallelo lesperienza dialogica del filosofo con le esibizioni retoriche di
Ippia: mentre il sofista ha proposto un discorso sulle belle occupazioni basato
sul mito, Socrate ha affrontato la confutazione dialettica sul bello.
39
Lintroduzione di un interlocutore terzo, spesso evocata come segnale
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difficolt
40
interrogandomi, di certo con grande insolen-
za, in questo modo: In base a cosa, Socrate, mi disse,
sai [d] quali cose sono belle e quali brutte?
41
. Vedia-
mo: sapresti dirmi cosa il bello?
42
. E io, a causa della
mia pochezza, sono piombato in grandi difficolt e non
ho saputo rispondergli adeguatamente. Al termine della
conversazione, ero irritato con me stesso e mi rimpro-
veravo severamente; cos mi promisi che non appena mi
fossi imbattuto in uno di voi sapienti avrei ascoltato,
imparato e appreso saldamente per poi tornare da chi
mi aveva posto la domanda, pronto a rinnovare la bat-
taglia nel discorso. Ora, dunque, dico che giungi in un
bel momento: insegnami in modo adeguato cosa il bello
in s
43
[e] e prova a rispondermi parlando con la mas-
di inautenticit del dialogo, rientra in realt nelle forme letterarie adottate
da Platone (si pensi per esempio a Diotima nel Simposio). Dietro allanonimo
si cela, in modo sempre meno oscuro, lo stesso Socrate (per una ricognizio-
ne critica cfr. Ludlam 1991, pp. 56-57), ma attraverso questo stratagemma
Platone pu evitare uno scontro diretto con Ippia, svincolare la figura del
maestro dal possesso di una certa conoscenza (senza violare, dunque, la pre-
tesa ignoranza), ma al contempo attribuire a una voce determinata un livello
di formulazione filosofica superiore al piano del dialogo; cfr. Szlezk 1988,
pp. 149 sgg. e supra lintroduzione, pp. 18-21.
40
Difficolt traduce . La domanda dellanonimo produce in So-
crate ci che Socrate produce nei suoi interlocutori, come qui in Ippia: una
competenza apparente viene smascherata, e chi la rivendica si trova in diffi-
colt. Per altre analogie tra lanonimo e Socrate cfr. lintroduzione, p. 19, e
infra le note 61, 71 e 76.
41
Socrate loda e biasima rispettivamente le cose belle e le cose brutte: la
prospettiva di partenza dunque morale. La complessit semantica dei ter-
mini greci (cfr. supra lintroduzione, pp. 7-15) induce ad adottare corrispet-
tivi italiani pi ampi possibili. Negli ultimi decenni la critica analitica con
Wood ruff 1982 ha tradotto con fine, termine parso pi ambiguo e
complesso; una scelta simile a quella qui operata in assenza, peraltro, di un
corrispettivo reale di fine nella lingua italiana stata per proposta recente-
mente da Wolfs dorf 2006, p. 221, nota 1 (trad. beautiful) proprio sulla base
dellimpossibilit di trovare un termine che si avvicini in modo efficace al greco.
42
Sulla domanda socratica cfr. su tutti Giannantoni 2005, pp. 313-48. Sui
problemi implicati dalla domanda dellanonimo, e in particolare sulla fallacia
socratica cfr. infra la nota complementare 2, pp. 503-5.
43
Per le implicazioni di questo passo circa la figura di Ippia cfr. supra
lintroduzione, p. 21. In contesti analoghi lespressione + aggettivo al
neutro indica spesso (bench non sempre) lidea platonica della nozione a cui si
fa riferimento. Per il problema della presenza di una teoria delle idee (e, even-
tualmente, in che forma) nellIppia maggiore cfr. supra lintroduzione, pp. 16-
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287 [a] .
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[b] ,
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sima precisione possibile, perch io non mi renda nuo-
vamente ridicolo subendo una seconda confutazione
44
.
Certamente tu sai in tutta chiarezza la risposta: sar una
piccola nozione tra le molte che conosci.
ippia Per Zeus, piccola davvero, Socrate, e pratica-
mente di nessun valore.
socrate Vuol dire che imparer facilmente e nessu-
no mi confuter pi
45
.
ippia Nessuno davvero: in tal caso la mia attivit sa-
rebbe dappoco, 287 [a] amatoriale.
socrate Per Era, dici bene, Ippia, se dobbiamo sot-
tomettere il nostro uomo. Daltro canto cosa mai impe-
disce che mentre tu rispondi io lo imiti opponendo obie-
zioni ai tuoi discorsi, affinch tu possa insegnarmi con
la massima cura? Credo infatti di essere esperto nellop-
porre obiezioni. Se dunque per te non fa differenza, vor-
rei impegnarmi a fare obiezioni, per imparare nel modo
pi saldo possibile
46
.
ippia Obietta pure. Del resto, come ho appena detto,
ci che mi chiedi non [b] nulla di grande, anzi: io
18 e infra, passim. Una peculiarit dellinterazione tra Socrate e lanonimo in
questo senso significativa. Se il secondo ha chiesto a Socrate cosa il bello,
Socrate ripropone la domanda a Ippia con la formulazione tipica della dottrina
delle idee ( ). Escludendo che Socrate deformi senza motivo la
domanda, probabile che gi in questa stringa sia implicitamente avanzata una
definizione formale del bello cercato: in base alla domanda dellanonimo si
deduce (a) che il bello in s deve essere la causa (per ora indeterminata) della
bellezza delle cose belle (per le implicazioni cfr. infra la nota 49) e, in base alla
specificazione di Socrate, (b) che il bello come causa il bello in s. Ippia risul-
ta per fin da subito incapace di cogliere questo pur generale punto, frutto di
una rielaborazione filosofica del linguaggio ordinario.
44
Ancora un accento ironico: mentre Socrate irritato e consapevole del-
la propria ignoranza dopo una sola confutazione e sa di risultare ridicolo nel
caso di una seconda, nel corso del dialogo Ippia subir numerose confutazio-
ni senza per questo avvertire analoghi disagi.
45
La pretesa facilit del compito e la gratitudine fittizia di Socrate ri-
corrono nei dialoghi, specialmente in quelli che riguardano i sofisti (cfr. per
esempio Gorg., 470c4-8).
46
Leffetto dialogico peculiare reso possibile dallintroduzione dellano-
nimo: questi pu possedere dottrine proprie e salde, mentre Socrate, metten-
dosi nei suoi panni, potr esporle. Al contempo, poich lanonimo ha posto
la domanda, sar per ora (almeno formalmente) nella parte di chi valuta le ri-
sposte altrui e propone obiezioni, un ruolo che non a caso si addice a Socrate.
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potrei insegnarti a rispondere anche a domande molto
pi difficili
47
di questa, in modo tale che nessun uomo
possa confutarti.
socrate Ah, impossibile dir meglio! Forza, ora: poi-
ch anche tu intimi di farlo, prover a porti domande
mettendomi il pi possibile nei panni di quelluomo. In
effetti, se tu gli esibissi questo tuo discorso quello di
cui parlavi, sulle belle occupazioni , egli ascolterebbe
e, nel momento in cui smettessi di parlare, vorrebbe far-
ti domande su nientaltro prima che sul bello si tratta
per lui di una sorta di [c] abitudine
48
e ti direbbe
49
:
47
Levidente vanagloria di Ippia (pace Wood ruff) sembra sottolineata da
un implicito gioco del sofista, che con questa affermazione viola il principio
tradizionale per cui , che peraltro chiude il dialogo (cfr. in-
fra la nota 176).
48
Labitudine riguarda il fine della domanda, la volont di cogliere anche
in ampi discorsi un unico centrale elemento, quello relativo allessenza e alla
causa. Su questa abitudine si fondano i dialoghi definitori.
49
La densa sezione che precede la prima definizione di Ippia presenta
alcune importanti implicazioni. Con il ricorso al dativo (cfr. la nota seguen-
te) Socrate potrebbe alludere a una semplice strumentalit come anche a un
legame di causalit ben pi forte. In modo simile, le domande che seguono
(287c6-d2; per la loro formulazione, frutto di una rielaborazione del lin-
guaggio tecnico, cfr. Giannantoni 2005, pp. 329 sgg.) potrebbero indicare
la sussistenza delle cause come semplici cause logiche: cos ritiene Wood-
ruff 1978, pp. 103-11, che vede il passo come ontologicamente neutrale e
interpreta la causa come explanatory factor (cos spesso continua a fare la
critica analitica; sulla stessa linea Kahn 1985, pp. 277-79, ma cfr. Sedley
1998, pp. 121 sgg.; per la neutralit ontologica del passo gi Rist 1975,
pp. 345-46). La medesima formulazione pu per individuare anche realt
in qualche modo ontologicamente consistenti (Moreau 1940, pp. 26-27, e
Allen 1970, pp. 120-25 e 147; Heitsch 2011, pp. 60-61, arriva a indicare
un significato esistenziale del verbo essere). Ora, in base alla rappresenta-
zione fornita da Socrate della domanda dellanonimo (286c8-d3; cfr. supra
la nota 43), il bello cercato non una tra le cose belle, e contrae con le cose
belle un rapporto peculiare di causalit tale da porsi comunque al di l di
esse. Dunque, il bello una causa, lo per le cose belle, esso stesso qual-
cosa. Se probabilmente eccessivo inferire che Platone asserisca qui una
separazione tradizionale delle idee, dallaltro proporre una lettura ontolo-
gicamente neutrale non tiene conto prima di tutto della corrispondenza tra
assiologia e ontologia richiesta dalla teoria platonica della causa. Per quan-
to non sia possibile rintracciare una compiuta teoria della separazione del-
le idee, sono certamente presenti i suoi presupposti fondamentali (su tutti
la causalit; cfr. in questo senso ancora Allen 1970, p. 147), il suo lessico
(cfr. supra la nota 43 e infra le note seguenti) e, pi avanti nel dialogo, al-
cune sue peculiari problematizzazioni (cfr. infra la nota 59): in questo qua-
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Straniero di Elide, i giusti non sono giusti per
50
la giu-
stizia?; rispondi, Ippia, pensa che sia lui a domandare.
ippia Risponderei che per la giustizia.
socrate Questo, la giustizia, dunque qualcosa?
51
.
ippia Certo.
socrate Anche i sapienti sono dunque sapienti per la
sapienza, e tutte le cose buone sono buone per il buono?
ippia Come no?
socrate E ciascuna di queste qualcosa: non as-
solutamente possibile che non sia.
ippia Certo, lo .
socrate E non vero anche che tutte le cose belle
sono belle [d] per il bello?
52
.
ippia S, per il bello.
socrate E questo qualcosa?
ippia Lo ; ma dove vuoi arrivare?
socrate Ora dimmi, straniero, far, cosa que-
sto bello?
ippia Chi pone questa domanda, Socrate, non vuole
forse sapere solo cosa bello?
53
.
dro lincompletezza della dottrina proposta sembra meglio leggibile come
basata su un silenzio strategico.
50
Il dativo detto strumentale rappresenta in generale una delle modalit
espressive della causalit formale platonica (cfr. in particolare il locus classicus
Phaedo, 100d7-8 e Sedley 1998, p. 130, che individua lespressione come la
standard locution per la causalit formale), ma pu certamente anche essere
utilizzato secondo una semantica pi piana (cfr. Gorg., 475a1 sgg.); cfr. pe-
r la nota precedente.
51
Cfr. supra la nota 49.
52
Questa formulazione richiama in modo estremamente prossimo lillu-
strazione della causalit formale nel Fedone (100d7:
), tanto che Tarrant 1928, ad loc., vi ha visto una prova per linauten-
ticit del dialogo. Piuttosto, sembra possibile individuare qui la medesima
posizione in un contesto diverso: se nel Fedone Simmia e Cebete sono ricet-
tivi e abituali ascoltatori di Socrate, Ippia del tutto incapace di cogliere il
presupposto stesso della distinzione in questione.
53
Ippia viene subito meno allaccordo circa la natura causale dunque la
differenza strutturale rispetto alle cose belle del bello. Un simile sconcer-
tante atteggiamento che rimarr costante allinterno del dialogo pu dif-
ficilmente segnalare una qualche strategia (cfr. Wood ruff 1982, pp. 45-46,
note 60-61); sembra ben pi probabile (cos anche Heitsch 2011, pp. 59-60)
che fin dallintroduzione della questione sul bello Ippia abbia semplicemente
seguito Socrate, considerando sempre il problema da un punto di vista non
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socrate Non mi pare: piuttosto, Ippia, vuole sape-
re cosa il bello.
ippia E in cosa differisce questo da quello?
socrate Ti pare non differisca in niente?
ippia Infatti non differisce in niente.
socrate Invece chiaro che tu ne hai unancor pi bel-
la cognizione... Comunque, ottimo uomo, osserva bene:
egli non ti chiede cosa bello, ma cosa [e] il bello.
ippia Capisco, ottimo uomo, e gli risponder cosa
il bello in modo tale da non essere mai confutato. Se bi-
sogna dire il vero, Socrate, sappi che bello una bella
ragazza
54
.
filosofico (cfr. gi 286e5-287 a1 e qui la nota seguente); limpostazione pla-
tonica implica, evidentemente, la ricerca di una semantica tecnica e specifica
impossibile da seguire per un interlocutore non filosoficamente preparato.
54
Prima definizione di Ippia, basata sulla possibilit di intendere
come qualcosa di bello (cio come unistanza della nozione in que-
stione). La domanda di Socrate riguarda il bello in s, luniversale larti-
colo ha funzione (almeno logicamente) astrattiva , mentre Ippia propone
un particolare considerando larticolo nella domanda come se individuasse
una cosa tra quelle riconducibili alla nozione (bench a un maggior grado
di generalit, altre risposte dei dialoghi definitori cadano in simili difficol-
t: Euthyphr., 5d9-2 sul pio, Men., 71e1 sgg. sulla virt, Lach., 190e4 sgg.
sul coraggio). La risposta riprende la domanda di Socrate attraverso luso
dellaggettivo neutro senza articolo, e la segue con lindicazione generica di
una qualsiasi bella ragazza: la traduzione tenta di rendere tali caratteri del
greco, ma la sostanza dellaffermazione, che in realt chiarisce come Ippia
percepisca lutilizzo dellarticolo nel senso pi usuale, resa da Wood ruff
nella sua traduzione: a fine girl is a fine thing; cfr. anche Wolfs dorf 2006,
pp. 236-238. Vi sono stati alcuni tentativi di riabilitare la risposta di Ippia.
Nehamas 1975, pp. 297-303, in continuit con lanalisi di analoghe sequenze
nei primi dialoghi e soprattutto per conciliare con questa risposta il fatto che
Ippia abbia compreso il precedente esempio sulla causalit, ha sostenuto che
il sofista non confonde particolari e universali ma fornisce solo un universale
parziale, elevando il caso particolare a condizione universale coincidente
con lessere bello: being a beautiful maiden is (what is to be) beautiful. In
realt la comprensione di Ippia della causalit proposta da Socrate tuttal-
tro che scontata (cfr. la nota precedente), e le possibilit sia linguistiche che
drammatiche di una simile lettura sono piuttosto esigue (cfr. gi le critiche
di Ludlam 1991, pp. 80-85). Wood ruff 1982, pp. 47-48 e 129-30, ha invece
visto in questa come nelle successive definizioni solo il cosciente tentativo di
sfuggire alle domande di Socrate. Sembra meglio fondata la classica idea, ar-
gomentata in vario modo (cfr. per esempio Moreau 1940, p. 27; Kahn 1985,
p. 276; Fronterotta 2007, pp. 42-44; Heitsch 2011, pp. 60-67), che Ippia
semplicemente non colga la distinzione di Socrate e risponda secondo il co-
mune uso dellarticolo, ignorando di fatto la precedente tematizzazione del
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[b]
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socrate Bella risposta, Ippia, e brillante
55
, per
il cane! Pensi dunque che se io rispondessi questo
288 [a] avrei ormai risposto pienamente e in modo cor-
retto alla domanda e non verrei mai confutato?
ippia Come potresti essere confutato, Socrate, su ci
che pare vero a tutti? Tutti quelli che ti ascolteranno
testimonieranno in tuo favore, che dici correttamente!
socrate Bene, hai certamente ragione
56
. Ma ora, Ip-
pia, voglio riassumere ci che dici guardando alla mia si-
tuazione. Quello mi porr la domanda pi o meno cos:
Avanti, Socrate, rispondi. Cosa deve essere il bello in
s perch tutte queste cose che dici essere belle possa-
no essere belle? Io dir allora che, se bello una bella
ragazza, a causa di esso queste cose possono essere bel-
le
57
; cos?
[b] ippia E credi che egli si metter ancora a confu-
bello come causa. Ci induce a pensare che, se la formulazione di Platone
volutamente ambigua e rimanda in qualche modo alla dottrina delle idee
(cfr. supra la nota 43), e se Ippia manca il punto proprio perch del tutto
lontano da un linguaggio cos connotato, Platone faccia qui riferimento pro-
prio a questa dottrina e al suo distacco dal linguaggio e dal pensiero comuni.
55
Lavverbo , hapax nella letteratura greca, una delle espres-
sioni linguisticamente peculiari del dialogo (cfr. anche supra lintroduzione,
p. 38, note 54-55); per una loro rassegna cfr. Wood ruff 1982, pp. 98-100.
56
La confutazione e la discussione dialettica sono per Ippia come per
Polo (cfr. Gorg., 471e1 sgg.) e in generale per i sofisti legate alla persua-
sione dei pi e al sostegno ricevuto dalla loro approvazione; a questo meto-
do, ancora nel passo del Gorgia citato, Socrate oppone il dialogo a due con
la ricerca dellaccordo.
57
Il passo, per come trdito dai testimoni manoscritti (e accolto da Bur-
net), probabilmente corrotto. Forse ha ragione Vancamp a individuare un
locus nondum sanatus tra (288a10) e , ma non pu essere escluso
che la scelta migliore rimanga quella di Hermann, lespunzione dello stesso
segmento di testo, che potrebbe essere una glossa antica a uno dei momenti
dellargomento: in questo modo, forse, la risposta di Ippia sarebbe pi con-
sequenziale. Nella traduzione opportuno considerare almeno in generale il
testo trdito (con la correzione, gi dello Stephanus, di in ), il cui
significato comunque piuttosto chiaro e risponde alla precedente domanda
dellanonimo: poich stato chiarito che il bello (in s) deve essere la causa
della bellezza per le cose belle, se il bello una bella ragazza allora una bella
ragazza la causa della bellezza per le cose belle. Socrate non solo mette in
ridicolo la soluzione di Ippia (la risposta a un compito banale), ma eviden-
zia ancora come il nucleo centrale del problema risieda nel rapporto di cau-
salit che il sofista non coglie.
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tarti sostenendo che bello non quello che dici tu? E
qualora si mettesse a farlo, non si render ridicolo?
socrate Che si metter a confutarmi, uomo stupefa-
cente, lo so per certo; se invece mettendosi a farlo si ren-
der ridicolo, si vedr. Ora voglio dirti ci che affermer.
ippia Avanti, dillo.
socrate Come sei semplice, Socrate! dir. E
non bello una bella giumenta? Lha lodata addirittura
il dio nel responso oracolare!
58
. [c] Cosa affermere-
mo, Ippia? Non dovremo forse dire che bello anche la
giumenta ovviamente quella bella? Come potremmo
spingerci a dire che ci che bello non bello?
59
.
58
Per un possibile riferimento cfr. Schol. ad Theocr., XIV, 48/49a.
59
Con ci che bello si traduce qui , che altrove reso con
il bello: Platone oscilla tra la semantica comune e quella filosoficamente
specializzata, e in questo caso lambiguit non pu essere mantenuta. La con-
futazione si articola in due momenti: dapprima Socrate propone altri ogget-
ti che potrebbero rivendicare il carattere di bello tanto quanto una bella
ragazza (cavalle, lire, pentole), poi (289a1-d5) stabilisce che ciascuno degli
oggetti in questione non pu essere detto assolutamente bello, nel senso che
pu anche non essere bello rispetto a qualcosaltro. Largomento sembra cos
iniziare secondo un modello et alia (cfr. Euthyphr., 6d6-7, con Goldschmidt
1947, pp. 37-38) per poi virare verso uno et idem non (cfr. infra la nota 68,
con Goldschmidt 1947, pp. 39 e 42). Tale combinazione dipende in parte
dal tentativo di spiegazione fornito da Ippia dopo lintroduzione degli altri
oggetti belli (e6-9): tutti sono belli in diversi ambiti e la pentola indegna
di essere detta bella a fronte della ragazza. Dal punto di vista dialogico,
dunque, Socrate segue Ippia (senza accusarlo, come fa con Menone Men.,
72a8-b7 , di indicare uno sciame di oggetti cercati) perch questi dimo-
stra di non cogliere in alcun modo il nucleo problematico di un argomento
at alia e, in generale, lesigenza di unicit delloggetto cercato e pensa di
sfuggirne indicando come criterio di bellezza una delle diverse cose belle:
Ippia stesso a offrire il fianco al secondo modello di confutazione, che ha qui
la funzione maggiore. Dal punto di vista di Platone, per, la successione di
queste due confutazioni (la prima implicita, la seconda esplicita), permette
di evidenziare in controluce due aspetti centrali delloggetto cercato: la sua
unicit come bello solo loggetto definibile come il bello in s il bel-
lo in s, mentre molte sono le cose belle e la sua assolutezza, cio il non
poter essere altro da ci che (tantomeno il proprio contrario; cfr. anche Al-
len 1970, pp. 73-74) sotto qualsiasi rispetto. Il fatto che il testo evidenzi tali
aspetti e non, per esempio, lestensione di ci che partecipa del bello, non pu
deporre contro lautenticit del dialogo (cos Kahn 1985, p. 276).
Non sembra per che tali caratteri implichino anche lautopredicazio-
ne delloggetto cercato (cos, in modi diversi: Nehamas 1979, in particolare
pp. 93-96 il bello bello va letto come il bello ci che deve essere bel-
lo; Wood ruff 1982, pp. 153-56, anche se in una forma logicamente accetta-
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ippia Dici il vero, Socrate; di certo il dio parlava corret-
tamente: da noi ci sono cavalle di straordinaria bellezza
60
.
socrate Bene, affermerebbe poi, non forse bel-
lo una bella lira? Noi diremo di s, Ippia?
ippia S.
socrate Allora, dopo questo egli dir che sarebbe
pressappoco cos lo so bene basandomi sui suoi modi:
Tu, uomo eccellente, dimmi ancora: non forse bello
una bella pentola?
[d] ippia Socrate, chi questuomo? Quanto inci-
vile uno che osa utilizzare nomi di rango tanto basso in
una conversazione rispettabile?
61
.
bile, definita da Kahn 1985, pp. 279-80, come reinforced Pauline predication;
per una ricognizione sulla vexata quaestio cfr. Fronterotta 2001, pp. 223-69).
Lattribuzione della bellezza al bello cercato (autopredicazione dellidea:
lidea del bello essa stessa bella) dipende in questo passo dalla necessi-
t di considerare dei sensibili belli quelli coinvolti nella confutazione , e
la reale caratterizzazione del bello in s rimane quella di causa per le cose
belle dellessere belle (cfr. supra la nota 43) con lulteriore specificazione, qui
approfondita, delle sue assolutezza e unicit. In altri termini, il fatto che per
confutare la posizione di Ippia Socrate abbia indicato che il bello deve esse-
re bello unicamente e in assoluto non implica che lo stesso debba valere per
una trattazione del bello in s, che dovr essere unicamente e assolutamente
bello in s e non bello esso stesso. La confutazione fa dunque emergere
dalle ambiguit dei particolari lassolutezza delloggetto cercato, che si pre-
senta al di l dei particolari come causa del loro essere belli in quanto privo
dellinstabilit a cui quelli sono soggetti (cfr. anche Allen 1970, pp. 73-77, e
Irwin 1977, pp. 148-49; contra Wood ruff 1978, pp. 111-13).
60
La risposta di Ippia, per quanto apparentemente sconcertante, tiene
dietro alla logica che il sofista ha applicato fin dallinizio della discussione: se
il bello cercato un particolare oggetto bello, Ippia riconosce di aver scelto
male il particolare poich il dio gliene suggerisce uno migliore. Proprio tale
consequenzialit rende difficilmente accettabile uninterpretazione della ri-
sposta secondo il modello di Wood ruff Ippia tenterebbe di sfuggire alla
discussione mentre avvalora lidea che Ippia sia del tutto spaesato e non
colga il punto filosoficamente forte di Socrate (cfr. recentemente Heitsch
2011, pp. 64-67).
61
Cfr. anche Senofonte, Oec., VIII, 18-20. Bench rimanga plausibile
che Ippia voglia suggerire la possibilit di usare un nome meno comune per
pentola (cos Wood ruff 1982, p. 53, nota 75), sembra forse preferibile ipo-
tizzare che Ippia sia irritato dal richiamo alloggetto specifico, che appartiene
pi degli altri alla quotidianit e che non dotato di alcuna particolare virt
da un punto di vista maschile ( del resto classica laccusa a Socrate da parte
dei sofisti di tirare in ballo argomenti troppo volgari fuori contesto: cfr.
per esempio Gorg., 491a1-b4). Ippia, in altri termini, avverte che lanonimo
abbassa il livello della conversazione con fini ironici e tenta di ribellarsi. Molti
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socrate fatto cos, Ippia, non raffinato bens vol-
gare, non ha rispetto di nulla se non del vero. Ma oc-
corre comunque rispondere a questuomo, e io direi in
primo luogo questo: se la pentola, plasmata da un buon
ceramista, fosse liscia, rotonda e avesse ricevuto una
bella cottura (come quelle belle pentole con due manici
che contengono sei congi
62
, bellissime), [e] allora oc-
correrebbe essere daccordo che bella a condizione
che la pentola a cui si riferisce la domanda sia di tal fat-
ta. Come potremmo affermare, infatti, che non bello
bench sia bello?
ippia Non potremmo in nessun modo, Socrate.
socrate Dunque, far, bello anche una bella
pentola?
63
. Rispondi.
ippia Socrate, le cose stanno cos, credo: se lavora-
to in bellezza, bello anche questo utensile. Tuttavia,
considerando tutto nel complesso
64
, questo oggetto non
degno di essere giudicato bello rispetto a una giumen-
ta, a una ragazza e a tutte le altre cose belle.
289 [a] socrate Bene. A questo punto, Ippia, capisco
che a chi ci domanda queste cose dobbiamo controbat-
tere cos: nostro uomo, tu non riconosci la validit del
detto di Eraclito, secondo il quale la scimmia pi bella
gli elementi tipici di Socrate attribuiti allanonimo: oltre allaccusa citata,
tipicamente legata a Socrate la breve descrizione come non raffinato e come
uomo che segue solo la verit (cfr. per esempio Apol., 17b5 sgg.; Ion, 532d6-e4).
62
Ogni congio corrispondeva a pi di tre litri.
63
Evidentemente la pentola bella () ma non il bello. La consta-
tazione della bellezza della pentola assume un certo valore nella dimostra-
zione, in quanto permette di inserire tra gli oggetti belli qualcosa che Ippia
non avrebbe ritenuto degno di menzione, come indica inoltre il netto paral-
lelismo espressivo tra questa domanda e laffermazione di Ippia sulla bella
ragazza (287e4).
64
Bench Ippia possa utilizzare in modo generico (in generale),
possibile che Platone voglia anche alludere a qualcosaltro. Pi che suggerire
un particolare interesse per giudizi globali (cos in pi casi Wood ruff 1982;
cfr. in particolare p. 54, nota 78) Ippia sembra ribadire che la bella ragazza
e gli altri particolari richiamati sono cose belle: potrebbe indicare
linsieme delle cose belle allinterno delle quali Ippia ha voluto individuare
unistanza notevole. Cfr. supra la nota 54.
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brutta a confrontarla con il genere degli uomini
65
, e
che la pentola pi bella brutta a confrontarla con il ge-
nere delle ragazze, come afferma Ippia il sapiente. Non
cos, Ippia?
ippia Certo, Socrate, hai risposto correttamente.
socrate Ascolta, allora. So bene ci che affermer
a questo punto: E poi, Socrate? Se uno confrontasse il
genere delle ragazze con il genere degli di, [b] non
accadr esattamente ci che accade confrontando il ge-
nere delle pentole con quello delle ragazze? Non sem-
brer brutta anche la ragazza pi bella? E non dice lo
stesso anche Eraclito che proprio tu hai chiamato in
causa , affermando il pi sapiente degli uomini sem-
bra una scimmia rispetto al dio, sia in sapienza sia in
bellezza sia in tutti gli altri aspetti?
66
. Saremo dac-
65
Eraclito, dk 22B82. La tradizione manoscritta compatta offre
(confrontare con un altro genere), ma gli editori fin da
Bekker hanno corretto il testo; tale scelta stata criticata da Wood ruff 1982,
p. 54, nota 79 e ancora da Pradeau 2005, p. 126, nota 72. La correzione, per,
poco incisiva dal punto di vista paleografico poich spesso (geni-
tivo plurale di ) viene abbreviato (in conformit con luso applicato
ai nomina sacra nella tradizione dei testi in ambito cristiano) in (cfr. gi
Vancamp 1995, p. 57). In secondo luogo, il significato del testo trdito rimane
insoddisfacente: la pi bella delle scimmie pu essere brutta se confrontata con
un altro genere, ma non necessariamente brutta (come lesempio successivo e
il contesto indicherebbero). In terzo luogo, portare a sostegno del testo trdito
la citazione che del frammento fa Plotino (Enn., VI, 3, 11, 21-26:
,
, , )
fuorviante: verosimile che Plotino citi direttamente da Platone (pace Van-
camp, ibid.), e la sua modifica (da a ) potrebbe indicare proprio la
percezione dellinadeguatezza del testo che anchegli leggeva (cio la gi avve-
nuta corruttela nel testo di Platone) o, nella rielaborazione del testo, sottolinea-
re con la differenza del genere delle scimmie da quelli gi indicati (uo-
mini e di). Del resto Plotino chiama in causa esplicitamente il genere degli
uomini, che nel testo trdito di Platone comparirebbe solo dopo (289b4-5).
66
Sulla citazione eraclitea cfr. Ludlam 1991, p. 95, nota 27. I frammenti
di Eraclito sono letti come se proponessero una prospettiva relativistica e pro-
tagorea, alla quale lefesino esplicitamente associato nel Teeteto (152d2 sgg.
con Ferrari 2011, pp. 39-56; cfr. anche Soph., 242d8-243a1): in questo senso
la scelta di Eraclito pu incentivare Ippia ad accogliere la posizione espressa
dalla citazione. Tale opzione argomentativa e filosofica non pu essere di per
s accettabile per Platone, che quindi rivolge consapevolmente (e ironicamen-
te) largomento sofistico contro Ippia per portarlo a identificare un bello in
s, nozione che rifiuta ogni interpretazione relativistica.
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ippia maggiore, 289b-d 89
cordo, Ippia, che la pi bella ragazza brutta rispetto
al genere degli di?
ippia Chi potrebbe controbattere a questa afferma-
zione, Socrate?
[c] socrate Ebbene, nel momento in cui fossimo
daccordo su questo, egli rider e dir: Socrate, ricordi
la domanda che ti stata fatta? S, affermer, cosa
mai il bello in s. E allora, far lui, bench ti sia sta-
to chiesto il bello rispondi ci che pu essere, in base a
varie circostanze, in niente pi bello che brutto come
tu stesso affermi. Cos sembra, dir oppure, amico
mio, cosa mi suggerisci di dire?
ippia Questo anchio: vero ci che dice, che rispet-
to agli di il genere umano non bello.
socrate Nel caso in cui io ti avessi chiesto, af-
fermer, fin dal principio cosa [d] bello e brutto,
non avresti fornito la risposta corretta se mi avessi ri-
sposto ci che mi rispondi ora? Inoltre, ti pare ancora
che il bello in s, ci per cui anche tutte le altre cose si
fanno belle
67
e appaiono belle nel momento in cui a esse
si aggiunga la sua forma, proprio questo una ragazza,
una cavalla o una lira?
68
.
67
Fare bello traduce, in modo volutamente generico, . Il senso
platonico evidentemente pi forte (in quanto indica qui la partecipazione
relativa al bello) ma il termine ha anche un valore debole, lunico che Ippia
riesca a cogliere; cfr. anche infra la nota 70.
68
Socrate concretizza largomento et idem non (cfr. anche Euthyphr.,
8a10 sgg.; Charm., 160e2 sgg.; Lach., 192e1 sgg., con Goldschmidt 1947,
pp. 38-39): lo stesso oggetto bello e anche brutto, dunque non pu essere
il bello cercato. Da un punto di vista dialogico, il presupposto va evidente-
mente trovato in un carattere proprio del bello in s: il bello in s non pu
essere, a seconda delle circostanze e dei diversi rispetti, anche brutto. La
conclusione non si limita per a sancire linadeguatezza di un candidato,
ma ribadisce lincompatibilit tra una condizione di bellezza (qualcosa si
trova a essere bella) e il bello in s inteso come la causa dellessere bello per
le cose belle: il bello in s dunque una causa che non varia mai la propria
condizione, sempre e stabilmente ci che (cfr. Phae do, 78d3-e4). A que-
sta caratterizzazione, gi estremamente vicina a quella dellidea, si aggiunge
luso di due termini-chiave nellontologia di Platone, (lidea platoni-
ca) e (Phaedo, 100d4-8; si tratta di un passo fondamentale
per la descrizione della causalit formale delle idee), che sembrano qui al-
ludere (per quanto, comunque, in modo ambiguo) alleffettiva dinamica di
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ippia Se cerca questo, Socrate, rispondergli cosa quel
bello per cui anche tutte le altre cose si fanno belle e ap-
paiono belle nel momento in cui esso si aggiunga loro
la cosa pi facile di tutte
69
[e] Questuomo dav-
vero troppo semplice, e non ha il senso di ci che bello
possedere. Qualora infatti gli risponda che il bello che
chiede non altro se non loro, si trover del tutto in
difficolt e non si metter pi a confutarti: in qualche
modo tutti sappiamo che a qualsiasi cosa esso si aggiun-
ga, questa appare bella, anche nel caso in cui prima ap-
parisse brutta, perch si fa bella per loro
70
.
causalit che caratterizza la dottrina delle idee di Platone: lidea, X-in s,
sempre e stabilmente ci che , ma causa per i particolari dellavere il
carattere che essa . Bench Platone non proponga alcun chiaro riferimento
a una teoria dei due mondi (ma potrebbe forse farlo esplicitamente con
Ippia? cfr. anche supra la nota 49), i caratteri della forma in questione e
i termini utilizzati per esprimerli sono quelli della matura teoria delle idee
(di qui, peraltro, alcuni tentativi di vedere lIppia come opera scolastica di-
pendente dal Fedone).
69
Facendo affidamento sul senso comune, per la seconda volta (cfr.
gi 286e5-287b3, con Heitsch 2011, pp. 67-68) Ippia liquida la domanda
dellanonimo come banale e fa riferimento alla sua persona in modo irrispet-
toso. Ci indebolisce lidea di un Ippia come urbana e intelligente vittima
di un Socrate quasi persecutorio (cos Wood ruff), idea che si perde nel di-
lemma: se Ippia non cos spaesato, ha capito che dietro lanonimo c So-
crate e qui come altrove giunge quasi a insultarlo, dunque non urbano;
se Ippia non ha capito che dietro lanonimo c Socrate, difficilmente gli si
pu attribuire la finezza di un gioco delle parti volto a sfuggire a Socrate.
70
La seconda proposta di Ippia il bello loro grossolana e dipen-
de da un presupposto esterno (il fare affidamento sul sentire comune:
) e dal fraintendimento della terminologia platonica, che, intesa
secondo una semantica non specializzata, d margine per proporre loro co-
me candidato. Ippia intende infatti come forma, figura apparente,
come aggiungere in senso materiale, come abbelli-
re esteriormente e come apparire esteriormente. Del resto, che la
prospettiva di Ippia sia orientata in senso strettamente materiale gi segna-
lato dal riferimento ai . Simili fraintendimenti della termino-
logia tecnica, non infrequenti nei dialoghi, qui devono sottolineare quanto
pregnante voglia essere la descrizione della causa fornita da Socrate: Ippia
sembra infatti proporre quella che nel Fedone (98c2 sgg.) sar descritta come
causa materiale, mentre Socrate ancora secondo il modello del Fedone in-
tende evidentemente la causa formale. Alla possibilit che Platone propon-
ga qui solo una vaga teoria della causalit logica, semplice antecedente del-
la teoria delle idee (cos su tutti Wood ruff 1982, pp. 161-79), si oppongono
dunque levidenza di paralleli con pagine platoniche particolarmente mirate,
ma soprattutto il risalto dato alla terminologia tecnica della teoria delle idee
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socrate Non lo conosci questuomo, Ippia, non hai
mai provato quanto sia arcigno e non conceda nulla fa-
cilmente
71
.
ippia E allora, Socrate? Delle due luna: o ammette
ci che detto correttamente 290 [a] oppure, non
ammettendolo, si rende ridicolo.
socrate E io, ottimo uomo, so bene che non solo
non ammetter questa risposta, ma addirittura si pren-
der gioco di me e dir: Ma dove hai la testa?
72
. Credi
allora che Fidia
73
sia un cattivo artigiano? E io, credo,
dir: no, in nessun modo.
ippia E dirai correttamente, Socrate.
socrate Correttamente, infatti. A questo punto, nel
momento in cui io mi dichiari daccordo sul fatto che Fi-
dia un buon artigiano, quello affermer: [b] Allora
credi anche che Fidia non avesse cognizione di questo
bello di cui parli? E io: E perch? Far lui: Poi-
ch Fidia non fece gli occhi, il resto del viso, i piedi e
le mani di Atena doro, bens davorio, bench ciascuna
di queste parti sarebbe parsa pi bella possibile se fosse
stata doro: chiaro che egli commise questo errore per
ignoranza, poich non sapeva che loro ci che rende
ogni cosa bella ogniqualvolta sia aggiunto. Cosa gli ri-
sponderemo quando dir questo, Ippia?
[c] ippia Nessuna difficolt, diremo che Fidia ha la-
grazie al (cio, per mezzo del) suo fraintendimento da parte di Ippia. In altri
termini, Platone qui non mette in evidenza solo una dottrina peculiare, ma
anche e, forse, soprattutto una terminologia filosofica. Eliminando una
simile consapevolezza da parte di Platone il gioco dialettico, estremamente
accentuato, perde ogni significato.
71
Ancora una caratterizzazione appropriata per il Socrate platonico.
72
Lappellativo, raro, stato ricondotto alla commedia attica; cfr. Wood-
ruff 1982, p. 57, note 88 e 99-100.
73
Fidia il pi celebre scultore dellAtene periclea. Tra le sue opere spic-
ca la statua crisoelefantina di Atena che si trovava allinterno del Partenone,
sulla quale si basa la confutazione di Socrate. La scelta del riferimento a Fi-
dia pu dipendere dalla volont di colpire Ippia non solo nel merito dellar-
gomento platonico (da cui il sofista dimostra costantemente di essere lonta-
nissimo), ma anche nel campo su cui egli cerca di combattere, quello del
sentire e dellesperienza comuni.
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vorato correttamente: anche ci che davorio bello,
credo
74
.
socrate Ma allora, dir, per quale ragione non ha
fatto anche il centro degli occhi in avorio, bens in pie-
tra, trovandone una il pi possibile somigliante allavo-
rio? Forse bello anche una pietra naturalmente una
bella pietra? Diremo di s, Ippia?
ippia Nel momento in cui la pietra sia quella che con-
viene, diremo certamente di s.
socrate E quando non sia quella che conviene,
brutta? Sar daccordo o no?
ippia Nel momento in cui non convenga, sarai dac-
cordo.
[d] socrate Dunque? Dimmi, uomo sapiente, far
lui, lavorio e loro non fanno s che le cose sembrino
belle nel momento in cui essi convengano, mentre brut-
te nel momento in cui non convengano? Lo neghere-
mo o saremo daccordo con lui che dice cose corrette?
ippia Saremo daccordo su questo: ci che conviene
per ciascuna cosa render quella cosa bella
75
.
socrate E poi, far, nel momento in cui uno metta
74
Riprendendo i fraintendimenti di Ippia (cfr. supra la nota 70), Socrate
confuta ancora il sofista sul suo stesso campo, lasciando sullo sfondo la pro-
pria pregnante idea della causalit del bello in s. Largomento, della forma et
alia, di facile comprensione (per il bello cercato si rivendica ununicit come
causa della bellezza, mentre oltre loro vi sono anche altre cose che a seconda
del contesto in cui siano considerate rendono qualcosa bello; implicito anche
luso della forma et idem non: nel contesto sbagliato, loro non rende bello
alcunch), e la sua efficacia realizzata dallo stesso Ippia, il quale evidenzia
come anche lavorio sia bello. Al netto degli assunti necessari per la confuta-
zione specifica, dunque, il bello in s non pu cessare di essere ci che sotto
alcun aspetto n pu essere altro rispetto a ci che .
75
Viene introdotta la nozione di , fondamentale per il prosieguo
del dialogo; cfr. infra le note 98 sgg., e supra lintroduzione, pp. 10-11. In
questo caso il non ancora una definizione per il bello, bens la
condizione entro la quale qualcosa bella: in questo senso la sua estensione
pu coincidere gi con quella del bello. Per quanto lassociazione tra
e sia in Platone importante, la tesi qui proposta deve essere rifiutata (e
non rappresenta, nei termini in cui la intende Ippia, a good suggestion co-
s Wood ruff 1982, p. 58, nota 95), perch indirizzata in una prospettiva non
filosofica: solo una volta colta la portata ontologica del bello in s possibile
discuterne la correlazione con il , ma un simile livello di discussione
filosofica del tutto irraggiungibile con Ippia.
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sul fuoco la pentola di cui parlavamo prima, quella bella,
piena di una bella zuppa di legumi, per questa sar pi
conveniente un mestolo doro o uno di legno di fico?
ippia Per Eracle, che razza di uomo, Socrate! [e]
Non vuoi proprio dirmi chi ?
socrate Anche se te ne dicessi il nome, non lo co-
nosceresti.
ippia Ma so fin da ora che un maleducato, un igno-
rante!
socrate certamente molesto
76
, Ippia Comun-
que, cosa diremo? Quale dei due mestoli conviene per
la zuppa e per la pentola?
77
. Non forse gi chiaro che
quello di legno di fico? In qualche modo, infatti, esso
rende pi dolce la zuppa e a un tempo, amico mio, poich
non rompe la pentola, non pu far fuoriuscire la zuppa
n spegnere il fuoco n privare di una zuppa di grande
valore chi si apprestava voglioso a mangiare. Il mestolo
doro, invece, avrebbe fatto tutto questo, cosicch mi
291 [a] pare corretto per noi affermare che il mestolo
di legno di fico conviene pi di quello doro, a meno che
tu non dica diversamente.
ippia Infatti, Socrate, conviene di pi; io per non
76
un attributo che occorre nellepica greca: esso quindi
appropriato per rispondere a chi, come Ippia, sostiene di conoscere perfetta-
mente questo genere letterario come evidente dal tema dellIppia minore. La
descrizione di Socrate trova facili riscontri: egli (consapevolmente) ignorante
e al contempo maleducato, rozzo (cfr. supra le note 61 e 71).
77
In realt largomento ha gi raggiunto il proprio fine e linsistenza
di Socrate ha in primo luogo valenza ironica. La situazione ora presenta-
ta, per, indica un possibile aspetto problematico del vincolo tra e
in una prospettiva sensibile: in situazioni complesse, che richiedono
che qualcosa sia conveniente da pi punti di vista, uno stesso oggetto pu
essere al contempo conveniente e non conveniente. Ci rimanda alle apo-
rie sulla causalit del Fedone, per cui una stessa causa non pu essere causa
di due effetti opposti a seconda del punto di vista (96d8 sgg.): solo attra-
verso un innalzamento del livello di riflessione (e, conseguentemente, del
livello ontologico della causa), tali aporie possono essere risolte. Ancora in
questo senso conduce linsistenza sul lessico della causa, e in particolare sul
verbo , con cui Platone vuole sottolineare che si sta parlando s di
una causa, ma di quella sbagliata. Tutto questo rende altamente improba-
bile che Platone non voglia alludere, tenendola sullo sfondo, a una teoria
della causalit formale.
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sono disposto a parlare con un uomo che mi pone do-
mande di questo livello!
socrate E hai ragione, mio caro: sconveniente per te
essere sommerso da simili parole, tu che ti avvolgi sempre
in vesti tanto belle, che calzi sempre scarpe tanto belle,
che godi di eccellente fama presso tutti i Greci per la tua
sapienza
78
. A me per non d alcun problema immischiar-
mi [b] con questuomo; quindi, fallo per me
79
, forni-
scimi una preparazione e rispondi. Se dunque il mestolo
di legno di fico converr pi di quello doro, affermer
il nostro uomo, non sar anche pi bello, Socrate, visto
che eri daccordo
80
che il conveniente pi bello del non
conveniente? Non saremo daccordo, Ippia, che il me-
stolo di legno di fico pi bello di quello doro?
ippia Socrate, vuoi che ti dica ci che, dicendo che
il bello, ti permetter di liberarti di questa moltitudine
di argomenti?
81
.
[c] socrate Certamente, ma non prima di avermi
detto cosa rispondere su quale tra i due mestoli di cui
parlavo prima conveniente e pi bello.
ippia Se vuoi, rispondigli che quello fatto di legno
di fico.
socrate Di ora quello che volevi dire prima: mi sem-
bra infatti che se affermassi che il bello oro, per que-
sta risposta loro si rivelerebbe in niente pi bello di le-
gno di fico. Avanti, dimmi unaltra volta cosa il bello.
[d] ippia Te lo dico subito. Mi pare che per la tua ri-
sposta tu cerchi il bello siffatto, che non possa sembrare
turpe a nessuno, in nessun modo, in nessun momento.
78
Cfr. Hipp. min., 368a8-369a2.
79
Il modello letterario del non far scappare il filosofo (Szlezk 1988,
pp. 354-58) viene qui come non di rado nei dialoghi con i sofisti invertito,
con il filosofo che trattiene linterlocutore (cfr. per esempio Gorg., 497a7-b5);
leffetto particolarmente significativo, poich Platone allude allinadegua-
tezza di Ippia come interlocutore, al suo status di contraffazione del filosofo
(cfr. supra lintroduzione, pp. 21-24).
80
Cfr. 290d1-4.
81
Ippia tenta di distogliere Socrate dalla conclusione dellargomento, che
lo smentisce direttamente per la seconda volta.
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ippia maggiore, 291d-e 101
socrate proprio cos, Ippia: ora hai avuto una bel-
la intuizione!
82
.
ippia Allora ascolta, e sappi che se qualcuno avesse
di che controbattere sarebbe lecito dire che io non ho
davvero cognizione di nulla
83
.
socrate Dillo quanto prima, per gli di!
ippia Dico allora che sempre, ovunque e secondo tutti
massimamente bello per un uomo lessere ricco, sano e
onorato dai Greci, arrivare alla vecchiaia, allestire una
[e] bella sepoltura per i propri genitori nel momento in
cui muoiano, e ricevere dai propri figli onori funerari
belli e magnificenti
84
.
socrate Oh oh, mio Ippia, che parole stupefacenti e
magnifiche hai pronunciato, degne di te! E poi, per Era,
ti ammiro infinitamente, poich mi pare che tu mi soc-
corra con benevolenza al massimo delle tue possibilit
85
.
Devi per aver ben presente che non abbiamo assoluta-
82
Ippia comprende solo in parte lesigenza di assolutezza del bello cercato
(su questo aspetto e sullintero argomento cfr. anche Heitsch 2011, pp. 73-
76), poich sulla base delle precedenti confutazioni mantiene centrale laspetto
estrinseco del bello essere bello per tutti, sempre e ovunque mentre non
ne coglie ancora, come subito evidente, il problema dello statuto intrinseco,
cio lessere sempre e sotto ogni rispetto il bello e causa dellessere bello. La
risposta di Socrate, dunque, sancisce un miglioramento per Ippia ma allude
ironicamente alla visione ancora empirica del sofista; a conferma di ci vale
il fatto che la confutazione sia essenzialmente sovrapponibile alle precedenti.
83
Cfr. gi lanaloga dichiarazione che precede la prima proposta, a 286e8-
287a1.
84
Con questa terza proposta Ippia passa dalla dimensione estetica del bello
a quella etica. Le condizioni di ricchezza, salute e onore sono tradizionalmen-
te fondamentali per letica pubblica greca, e Platone rispecchia spesso (spe-
cialmente con i sofisti) tale prospettiva (cfr. per esempio Gorg., 451d9 sgg.;
Men., 87e5-7; Euthyd., 279a4-b3, ma anche Leg., I, 631d1-c1 e II, 661a4-7).
Da sottolineare il tentativo di Ippia di connotare costantemente come belle
le azioni e gli oggetti che indica (belle sepolture, ecc.), il che segnala immedia-
tamente la loro insufficienza come candidati per il bello in s. La medesima
astuzia va rintracciata nelluso dellavverbio , che riprende
la nozione di per rafforzare il precedente .
85
Socrate commenta la terza proposta di Ippia con righe di feroce ironia,
utilizzando moduli tipici della commedia (dallesclamazione iniziale alla for-
ma + genitivo; cfr. anche limmagine della bastonata evocata subito
oltre), elogiando in modo spropositato quanto detto da Ippia, alludendo alle
limitate capacit del sofista e richiamando ironicamente il modulo del soc-
correre il discorso (Szlezk 1988, pp. 121-26).
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mente avuto ragione del nostro uomo; al contrario, egli
ora star ridendo di noi pi che mai.
ippia un riso amaro, Socrate! Che rida, nel momen-
to in cui non abbia nulla da dire su queste cose: rider
di se stesso 292 [a] e sar deriso da tutti i presenti.
socrate Probabilmente le cose stanno cos ma al-
trettanto probabile il rischio che posso predirlo per
questa risposta non si limiti a deridermi.
ippia E perch mai?
socrate Perch se per caso avr a tiro un bastone
e io non riuscir a scappare fuggendo da lui, tenter di
colpirmi come si deve.
ippia Come dici? Questuomo per te una sorta di
padrone, e pur facendo questo non sar arrestato e con-
dannato? O forse [b] la vostra citt non regolata
dalla giustizia e permette che i cittadini si colpiscano a
vicenda ingiustamente?
socrate Non lo permette in nessun caso.
ippia Dunque sconter la giusta pena, se ti colpir
ingiustamente.
socrate Questo non mi pare, Ippia: non se risponder
queste cose. Al contrario almeno cos pare a me agi-
rebbe giustamente.
ippia Allora non pu che sembrare cos anche a me,
Socrate, visto che proprio tu lo ritieni.
socrate Non vuoi che ti dica anche perch credo sa-
rebbe giusto colpirmi se rispondessi queste cose? Oppu-
re mi colpirai anche tu senza alcun processo? O magari
ammetterai che io pronunci il mio discorso?
[c] ippia Sarei terribile, Socrate, se non lo ammettes-
si. Ma cosa vuoi dirmi?
socrate Te lo dir nello stesso modo in cui ho par-
lato finora, impersonando quelluomo, affinch io non
rivolga a te parole come quelle che egli rivolger a me,
dure e spiacevoli
86
. Devi sapere che affermer: Dim-
86
Socrate non qui molto distante dal dichiarare quali siano le finalit
dellintroduzione dellanonimo; cfr. supra lintroduzione pp. 18-21, e la nota 39.
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mi, Socrate, credi che sarebbe percosso ingiustamente
chiunque canti un ditirambo siffatto, in modo cos sto-
nato
87
, tenendosi tanto distante dalla richiesta? Come?
Far io. Come? affermer. Non sei neanche in grado
di tenere a mente che ti ho domandato del bello in s,
[d] quello che consente a ogni cosa pietra, legno, uo-
mo, dio, ogni azione o ogni sapere a cui si aggiunge
di essere bella?
88
. Cosa questa bellezza, mio uomo,
ci che ti chiedo, ma non riesco a farmi capire da te
pi di quanto potrei se tu stessi impietrito seduto da-
vanti a me, una macina senza orecchie n cervello.
Ippia, non avresti obiezioni se io, impaurito, replicassi
a queste parole dicendo: Ma [e] Ippia ha affermato
che il bello questa cosa qui! Inoltre io gli ho chiesto,
proprio come tu hai fatto con me, ci che bello sem-
pre e per tutti
89
. Come ti porresti, non avresti obiezioni
se dicessi queste cose?
ippia So perfettamente, Socrate, che per tutti bello
quello che ho detto, e a tutti parr cos.
87
NellIppia minore (368d1) a Ippia attribuita la scrittura di ditirambi.
Socrate potrebbe qui alludere alla retorica gorgiana generalmente utilizza-
ta dal sofista (cos Wood ruff 1982, p. 60, nota 105), ma anche alla banalit
delle affermazioni proposte da Ippia, popolari (come tradizionalmente desti-
nata al grande pubblico della era la poe sia ditirambica) e ben distanti
da una prospettiva filosofica.
88
Ippia, cio, alla terza definizione non ancora riuscito ad avanzare
nella comprensione del nucleo della domanda, lidentificazione del bello in s
come la causa dellessere bello (e tutto ci che questo implica).
89
La domanda dellanonimo, per come riproposta da Socrate, fa in realt
gi riferimento alla prossima obiezione (cfr. infra la nota 91). La formulazio-
ne richiama certamente alcune descrizioni del bello ideale (cfr. in particolare
Symp., 210e6-211a1), ma sembra qui studiata appositamente per offrire in
modo ambiguo uno degli aspetti peculiari dellidea (il bello in s sempre e
sotto ogni rispetto ci che ) insieme a determinazioni per tutti e sem-
pre leggibili sia in senso assoluto, secondo una distinzione ontologica, sia
in senso relativo ed empirico, come fa Ippia (a 291d9-10 e 292e4-5). Un ul-
teriore elemento di ambiguit risiede nelluso di , termine pi vicino
alla sfera estetica e meno associabile alla prospettiva ontologica di Socrate
(cfr. anche Ludlam 1991, p. 75): in questo modo Platone da un lato suggerisce
che anche il trova la propria radice nel bello in s (cfr. ancora Symp.,
209b4 sgg.), dallaltro lascia Ippia legato al linguaggio tradizionale in una
confusione ancor pi marcata.
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socrate E lo sar, anche?
90
far. Il bello, infatti,
deve in qualche modo essere sempre bello.
ippia Certo.
socrate Dunque lo era, anche far lui.
ippia Lo era, anche.
socrate Allora, affermer, secondo lo stranie-
ro di Elide bello essere sepolto dopo i propri geni-
tori anche per Achille e per suo nonno Eaco, e cos
per tutti gli altri 293 [a] figli degli di e per gli di
stessi?
91
.
90
Il discorso di Socrate si muove su due piani. Dal punto di vista dia-
logico inizia qui largomento contro Ippia, basato (ancora) sullinstabilit di
ci che stato proposto come il bello: ci che ritenuto bello non risulta
in realt sempre bello (come chiariscono gli esempi), e non pu quindi essere
il bello cercato. Questa funzione specifica pu determinare una distorsione
della definizione del bello in s che emerge dalla domanda, cio del bello
in s come effettivamente bello (per autopredicazione): per confutare Ippia,
infatti, Socrate non avrebbe potuto dire semplicemente che il bello in s
sempre e stabilmente ci che , cio la causa dellessere bello per le cose bel-
le, poich Ippia non avrebbe recepito la contraddizione. Dal punto di vista
di Platone, dunque, la domanda posta va letta con una forte cautela: da un
lato il bello in s sempre (cio irriducibilmente) ci che , dallaltro la fun-
zione elenctica della domanda impone di svincolare Platone da un impegno
circa lautopredicazione dellidea (elemento, questo, su cui insiste Wood ruff
1982, pp. 153-56 e 172-75).
91
Achille, suo nonno Eaco ed Eracle (293a9-10) sono figli di divinit
(rispettivamente di Teti e di Zeus), e rappresentano istanze specifiche della
categoria a cui appartengono, esplicitamente richiamata; in una stretta cli-
max, sono poi citati direttamente gli di. Largomento mina (in modo solo
formalmente diverso dalle confutazioni precedenti) luniversalit della de-
finizione fornita: gli di, infatti, sono immortali, e sia per loro sia per i lo-
ro figli il bello non potr essere il seppellire i propri genitori, poich questo
non potr mai accadere. Gli esempi scelti da Socrate, inoltre, rappresentano
casi particolari, poich Achille ed Eracle sono morti violentemente secondo
un piano divino funzionale al loro valore in guerra, cio al loro essere
dal punto di vista etico: in altri termini Socrate allude anche al fatto che se
Achille ed Eracle avessero vissuto secondo la vita bella proposta da Ippia
non avrebbero in realt vissuto la vita bella (eroica) a cui erano destinati.
Ora, le contraddizioni stabilite (secondo il modello et idem non; cfr. Gold-
schmidt 1947, p. 43), quella generale e con essa quella pi specifica, sono
certamente forzate (cfr. Wood ruff 1982, p. 61, nota 107: secondo la defi-
nizione di Ippia bello potrebbe essere seppellire bene i genitori nel momento
in cui essi muoiano), ma il sofista non riesce a opporre resistenza, irritandosi:
Ippia non cerca di assecondare Socrate (in tal caso la reazione sdegnata non
avrebbe senso); semplicemente, non riesce a cogliere il livello a cui Socrate
vorrebbe condurre il discorso.
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ippia Ma cosa?... Che passi a miglior vita! Le doman-
de di questuomo, Socrate, non sono davvero consone
92
.
socrate E allora? Rispondere a lui, che poneva la sua
domanda, affermando semplicemente che le cose stanno
cos non ben poco consono?
ippia Forse.
socrate Forse, allora, far, tu sei quello secondo
il quale bello sempre e per tutti ricevere sepoltura dai
propri figli e darla ai genitori; ma non era anche Eracle
uno di quei tutti di cui or ora parlavamo, e con lui
tutti quelli che abbiamo appena detto?
ippia Ma io non parlavo degli di.
[b] socrate E neanche degli eroi, sembra.
ippia Almeno non di chi tra loro era figlio di di.
socrate Bens di chi non lo era?
ippia Certo.
socrate Dunque, secondo questo tuo ragionamen-
to come sembra ci che terribile, empio e brutto
per alcuni eroi, come Tantalo, Dardano e Zeto, non
bello per Pelope e tutti gli altri con unorigine simile
93
.
ippia Mi pare questo.
socrate Allora ti pare, far, ci che prima hai
negato, che in alcuni casi e per alcuni ricevere sepoltura
dai figli avendo dato sepoltura ai genitori [c] brut-
to, e inoltre, a maggior ragione, che impossibile cos
pare che ci si verifichi e sia bello per tutti. Di conse-
guenza anche questo candidato, proprio come i prece-
denti la ragazza e la pentola
94
, ha fatto la stessa fine,
92
La traduzione tenta di rendere lambiguo significato di , che
allude non solo allempiet (significato qui principale) ma anche allinelegan-
za del discorso di Socrate, come ci si aspetta facilmente da un sofista attento
alla forma come Ippia.
93
In continuit con quanto precede, Tantalo, Dardano e Zeto sono (se-
condo diverse tradizioni) figli di Zeus, e per loro empio e brutto seppellire
i genitori; Pelope invece figlio di Tantalo, un eroe mortale, al quale pu es-
sere applicata la definizione di Ippia e per il quale, quindi, seppellire bene
il proprio padre dovrebbe essere bello. Un tratto ironico rappresentato dalla
scelta di Tantalo e Pelope come eventuali modelli di una vita bella e felice: il
primo uccise e smembr il secondo, suo figlio.
94
In realt il secondo candidato di Ippia non era la pentola bens loro,
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anzi: in modo ancora pi risibile bello per alcuni, non
bello per altri
95
. Cos, Socrate, affermer, a oggi non
sei ancora capace di rispondere cosa sia il bello che ti
stato chiesto. Se gli rispondessi cos mi rimproverereb-
be giustamente con parole di questo tipo. In effetti, Ip-
pia, nella maggior parte dei casi in cui [d] dialoghia-
mo mi si rivolge pi o meno in tal modo; talvolta, per,
come impietosito per la mia ignoranza e la mia scarsa
preparazione, lui stesso mi sospinge domandandomi se
il bello o anche qualsiasi altra cosa su cui in quel caso
voglia indagare o circa la quale verta il discorso mi pa-
ia essere una certa cosa
96
.
ippia In che senso, Socrate?
socrate Te lo dico subito. Socrate, uomo divino
affermer, smetti di fornire risposte di questo tipo e
in questi termini! Sono davvero troppo semplici, trop-
po facili da confutare
97
. Guarda invece [e] se ti pare
che bello sia qualcosa di questo tipo: or ora nel rispon-
dere ci abbiamo per un attimo messo le mani, quando
e si era anzi giunti ad accennare al . Come spesso accade il riassunto
di Socrate inesatto e tendenzioso: qui probabilmente il fine far apparire
il terzo candidato di Ippia ancora peggiore (cfr. anche la nota seguente), per-
sino pi assurdo della pentola.
95
Come notato da Wood ruff 1982, p. 61, nota 112, questo candidato
pi risibile perch il terzo dello stesso tipo (cio confutato allo stesso
modo) proposto da Ippia; cfr. anche 286e2 e nota ad loc.
96
Qui lanonimo che soccorre il discorso (Szlezk 1988, pp. 121-26 e
151 sgg.). Si crea cos un nuovo momento dialogico, in cui Socrate riporta
laiuto dellanonimo dopo aver chiesto a Ippia collaborazione contro lano-
nimo stesso (286d7-e2).
97
In modo non inaspettato le espressioni con cui lanonimo descrive le
risposte di Socrate richiamano quelle che in qualche modo Ippia ha utilizza-
to contro di lui o chi ritiene inferiore: su tutti, l caratterizzava gli
antichi sapienti (282d2: cos Socrate, che per esprime ironicamente il pen-
siero di Ippia) e lanonimo stesso (289e1). Levidente debolezza delle pro-
poste di Ippia si oppone alle dichiarazioni circa la loro validit enunciate in
modo ricorrente (solo nellultimo argomento: 291d6-7, 291e8-292a1, 292e4-
5). Daltro canto lesortazione a cambiare modalit e livello delle risposte
basata sul comune difetto delle precedenti discussioni: nonostante limpulso
iniziale dato dallanonimo (cfr. supra, in particolare le note 43 e 49), il dialo-
go rimasto sempre a causa di Ippia al livello empirico, delle cose bel-
le, e non ha esplorato efficacemente le diverse dimensioni della complessa
nozione di .
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abbiamo affermato che loro bello per le cose per cui
conviene mentre non lo per quelle per cui non convie-
ne, e che sono belle tutte le altre cose in cui esso venga
a essere. Ebbene, osserva questo conveniente in s e la
natura del conveniente in s, se per caso non sia proprio
questo il bello. Io sono abituato ad annuire ogni volta
a queste proposte: il fatto che non so che dire. A te,
invece, pare che bello sia il conveniente?
98
.
ippia In ogni caso, Socrate.
socrate Avanti, osserviamo bene per evitare di in-
gannarci in qualche modo
99
.
ippia Ma certo, occorre osservare bene.
socrate Guarda, allora. Diciamo che il conveniente
98
Per il contesto dellintroduzione del cfr. 290c7 sgg. e le note ad
loc.; la sezione trova probabilmente echi in Aristotele (Top., 102a6 e 135a13).
La domanda dellanonimo fornisce la possibilit di affrontare in modo pla-
tonico una nozione che nei dialoghi ha una forte importanza in relazione al
bene e al bello (per un quadro generale cfr. supra lintroduzione, pp. 10-11):
essa, infatti, ha da un lato implicazioni estetiche (cfr. Phaedr., 264c2-5; Lach.,
188c6-d2; Gorg., 503e1-504a2), dallaltro etiche (cfr. per esempio Pol., 284e2
sgg., in particolare 284e5-8 e 286c5-d2), talvolta anche intrecciate tra loro (co-
me nel gi citato luogo del Gorgia; cfr. anche Ludlam 1991, pp. 175-81, che
su questa base vede nel la definizione autenticamente platonica a
cui le proposte di Socrate andrebbero riportate). Ancora, il ricon-
ducibile allambito semantico di nozioni quali /, , che
svolgono nel Politico (nel luogo citato, seppur in modo velato; per una possi-
bile lettura cfr. Petrucci 2004, pp. 122-29) e soprattutto nel Filebo (66a4-b3)
funzioni centrali e che sono comunque riconducibili allordine e al bene. Che
dunque per Platone il sia strettamente legato e a vari livelli al bel-
lo (e al bene) indubbio, come indubbio che lanonimo voglia qui alludere
proprio a una semantica forte di : egli incita a guardarlo in s, nella
sua natura, cio la sua vera essenza al di l di ogni determinazione. Ci non
implica per che Socrate possa svolgere questo compito con il suo interlocu-
tore: il fatto che la proposta, stabilita in questi termini, venga dallanonimo
garantisce la possibilit di mirare a una tematizzazione filosoficamente forte,
ma non implica che i personaggi siano poi in grado di portare a compimento
tale spunto. In qualche modo la proposta dellanonimo si configura come una
sfida agli interlocutori. In questo senso vanno lette due ambiguit presenti
allinterno del suggerimento, per il resto filosoficamente coerente: in primo
luogo lanonimo fa riferimento ancora alloro, il che non spinge il gi debo-
le Ippia a distaccarsi dal proprio piano; in secondo luogo, lanonimo pone la
domanda decisiva (293e7) omettendo larticolo per , il che non implica
che egli non faccia riferimento a il bello (cfr. Wood ruff 1982, p. 64, nota
116), ma certamente rischia di fuorviare Ippia.
99
La prudenza di Socrate dipende dalla prospettiva a cui Ippia fa riferi-
mento con il suo assenso.
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questo, ci che 294 [a] con la sua presenza fa s che
ogni cosa in cui presente appaia bella? Oppure fa s che
ogni cosa sia bella? Oppure nessuno dei due?
ippia Mi pare ci che fa s che appaia bella: per esem-
pio, nel momento in cui un uomo calzi vestiti e scarpe
ben abbinati, anche risultando ridicolo, appare comun-
que pi bello
100
.
socrate Ma allora, Ippia, se davvero il conveniente
fa s che qualcosa appaia pi bella di quanto non sia, il
conveniente sar una sorta di inganno relativo al bello
101

e non potr certo essere quello che stiamo cercando! In
qualche modo, infatti, noi [b] cercavamo ci per cui
tutte le cose belle sono belle: proprio come tutte le co-
se grandi sono grandi per ci che eccede infatti sono
tutte grandi per questo, e se eccedono saranno necessa-
riamente grandi, anche nel caso in cui non appaiano ta-
li
102
cos anche il bello, per cui tutte le cose sono belle,
100
Il linguaggio utilizzato da Socrate richiama la dottrina delle idee, in
particolare la dellidea in ci che ne partecipa (cfr. Phaedo, 100d5);
ancora, torna qui chiaramente il ruolo di causa che la nozione cercata deve
ricoprire. La domanda di Socrate decisiva, poich la scelta di Ippia deter-
mina il naufragio della proposta. Il sofista ha buone ragioni per affermare
che il ci che fa apparire qualcosa bella: la semantica estetica del
termine pu condurre in questa direzione, verso la quale Ippia predisposto
in quanto sofista particolarmente attento alla fama, alleleganza e alla forma
(cfr. per esempio 291a5-8). Dal punto di vista di Platone, per, Ippia sbaglia:
a meno che non sia fondato su un autentico essere bello, lapparire bello di
qualcosa pu essere il frutto di un artificio, di una tecnica falsificatrice (cfr. in
particolare Gorg., 465b1 sgg.; ma anche, pi in generale, Soph., 264c4 sgg.,
con Centrone 2008a, pp. lii-lv). In questo senso Platone avrebbe accettato
la prima delle opzioni proposte e, con il caveat ora segnalato, lidea per cui il
fa s che le cose siano e appaiano belle (cfr. infra la nota 107), ma non
la seconda. La terza opzione, infine, sta per qualcosa di diverso.
101
Cfr. in particolare Gorg., 465b1 sgg.
102
Questa comparazione fortemente dibattuta, soprattutto a causa di
evidenti paralleli con il Fedone (100e8-101b2 e 102a10-d4). Wood ruff 1982,
p. 65, nota 119 (che propone anche una sintetica rassegna critica) ha accostato
il passo a Phaedo, 102a10- d4, in cui il fatto che Simmia in altezza
Socrate non dipende da ci che eccede parti del corpo di Simmia ben-
s dalla grandezza: ne risulta che secondo il Fedone la grandezza la causa
di ci che eccede, mentre secondo lIppia ci che eccede a essere la causa
della grandezza. Heitsch 2011, pp. 78-80, a partire dalla tesi dellinauten-
ticit del dialogo, ha visto lIppia come dipendente dal Fedone ma ha anche
risolto lincongruenza facendo riferimento a Phaedo, 100e8 sgg.: in realt
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che appaiano tali o meno, cosa potrebbe essere? Di certo
non il conveniente: infatti fa s che qualcosa appaia pi
bella di quanto sia questo secondo il tuo discorso e
non lascia che appaia quale . Occorre invece provare a
dire cosa ci che fa s che le cose siano belle labbia-
mo appena richiamato , [c] che lo appaiano o meno:
questo cerchiamo, se davvero cerchiamo il bello.
ippia Ma il conveniente, Socrate, con la sua presenza
fa s che le cose siano e appaiano belle
103
.
socrate quindi impossibile che le cose realmente
belle non appaiano belle, nel momento in cui sia presen-
te ci che fa s che appaiano tali?
104
.
ippia Impossibile.
socrate Saremo dunque daccordo su questo, Ippia,
che tutte le cose realmente belle, le norme e le attivit,
sono sempre belle nellopinione di tutti [d] e appaio-
no sempre belle a tutti? O piuttosto, tuttal contrario,
esse non sono riconosciute e sono pi di ogni altra cosa
il bello corrisponde qui alla grandezza e il , associabile alleccesso,
ne il risultato. Forse per il problema va svolto in altri termini. Nel Fedo-
ne il problema di Socrate distinguere due modelli di causalit e proporre
come autentica quella formale: in questo senso Simmia, che eccede (in al-
tezza), non pu essere la causa del proprio eccesso rispetto a Socrate, e va
individuata la superiore causa formale, la grandezza. Qui, invece, Socrate
fa direttamente riferimento a una causa formale, e il parallelo deve quindi
essere in qualche modo leggibile in modo tale che sia una
causa formale in grado di rendere le cose grandi. Questo non sembra per
un problema: secondo un modello basilare (o incompleto, come quello qui
proposto) di dottrina delle idee ci che eccede eccede per leccesso, cio
per ci che eccede. Sicuramente Socrate avrebbe potuto scegliere un al-
tro termine su tutti ma forse il parallelo cercato con
sarebbe stato meno efficace perch non direttamente legato a
un verbo ed esprime in modo meno immediato lefficacia della causalit.
Tutte le incongruenze, dunque, sembrano nascere proprio dalla ricerca di
un parallelo troppo stretto con il passo del Fedone, limportanza del quale
risiede soprattutto nellindicazione di ci che non pu es-
sere qui, una causa diversa dalla formale.
103
Largomento utilizzato per contrastare lopzione di Ippia si fonda sulla
definizione delloggetto cercato, il bello in s, fornita fin dallinizio e basa-
ta sulla nozione di causa (cfr. supra la nota 49). Socrate cerca cos di salvare
lo spunto dellanonimo dando a Ippia una seconda possibilit.
104
Se il fa s che le cose siano belle e appaiano belle, impossibile
che una delle due condizioni causate venga a mancare.
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al centro di contese e battaglie, sia in privato per ciascun
individuo sia in pubblico per le citt?
ippia pi che altro cos, Socrate, non sono ricono-
sciute
105
.
socrate Ma non sarebbe cos se per assurdo venisse
a essere in esse lapparire belle
106
; e verrebbe a essere in
esse se bello fosse per assurdo il conveniente e facesse
s non solo che le cose siano belle ma anche che lo ap-
paiano. Cosicch, se il conveniente ci che fa s che
le cose siano belle, potr essere il bello che noi stiamo
cercando, ma certamente non ci che fa s che le cose
appaiano belle. Per converso, se [e] il conveniente
ci che fa s che appaiano tali, non potr essere il bello
che noi stiamo cercando. Questo infatti fa s che siano
belle, e la stessa cosa non potr mai far s a un tempo
che le cose siano e appaiano non solo belle, ma anche in
qualsiasi altro modo. Dobbiamo per forza scegliere se il
conveniente pare essere ci che fa s che le cose appaia-
no belle o ci che fa s che siano belle
107
.
105
Eliminata lopzione per cui il fa s che le cose appaiano belle si
considera la possibilit per cui esso sia causa insieme dellessere e dellappa-
rire bello. Socrate fa per emergere immediatamente che non sempre le cose
belle appaiono anche tali a tutti, dunque anche questa opzione cade. Al di l
di paralleli significativi (su tutti Euthyphr., 7c9-d6), il prodursi di dispute tra
opinioni relative alle cose pi belle e importanti esattamente ci che vie-
ne rappresentato nei dialoghi, a partire dalla prima sezione dello stesso Ippia
maggiore: Socrate e Ippia divergono circa la bellezza e la validit delle norme
(non a caso qui richiamate) di Sparta.
106
Torna il verbo , che gi lanonimo aveva utilizzato per indi-
care laggiunta del bello, cio lesplicazione della sua causalit su qualco-
sa (293e4): dunque impossibile (Socrate, utilizzando qui e immediatamen-
te dopo un modus irrealis, segnala che lopzione gi abbandonata, dunque
considerata per assurdo) che il sia causa a un tempo dellapparire
e dellessere bello.
107
Raccogliendo la proposta dellanonimo Socrate aveva indicato due pos-
sibilit, che il sia causa dellessere bello o dellapparire bello. Scartata
la seconda, Socrate ha proposto che esso sia causa a un tempo di entrambe
le cose, ma anche questa opzione stata immediatamente accantonata. Dun-
que: se il identificabile con il bello cercato (cio la causa dellessere
bello), allora non pu essere causa anche dellapparire bello (come dimostra
la seconda confutazione); se invece il causa dellapparire bello, non
sar il bello cercato perch non potr essere anche la causa dellessere bello.
La logica sottesa allargomento rimane probabilmente quella della dottrina
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ippia maggiore, 294e-295a 121
ippia Mi pare faccia s che appaiano tali, Socrate.
socrate Accidenti, Ippia, ecco che se n andata e ci
sfuggita la conoscenza di cosa mai sia il bello! Questo
perch il conveniente ci apparso con chiarezza qualco-
sa di diverso dal bello.
ippia S, per Zeus, e mi sembra davvero assurdo, So-
crate!
295 [a] socrate Ma non lasciamolo scappare anco-
ra, amico mio: conservo comunque una qualche speranza
che si riveli cosa mai sia il bello.
ippia Assolutamente, Socrate. In effetti non diffi-
cile trovarlo
108
: so bene, io, che se potessi riflettere tra
me e me, isolandomi in tutta calma anche solo per poco
tempo, riuscirei a indicartelo in modo pi esatto della
totale esattezza.
socrate Ah, Ippia, non utilizzare questi paroloni!
109
.
delle idee, per cui una causa non pu direttamente essere causa di due diver-
se qualit (anche se pu farlo indirettamente per qualit che si coimplicano).
Lo svolgimento della proposta dellanonimo che Socrate e Ippia portano
avanti contiene un aspetto evidentemente paradossale: una delle due possi-
bilit, che il sia causa solo dellessere bello, del tutto accantonata.
La responsabilit di questo atteggiamento, come chiarisce la chiusura della
sezione (294e6), ricade interamente su Ippia, che non considera neanche la
possibilit di un bello slegato dallapparire tale. Ci dipende dallinteresse di
Ippia per lapparenza (cfr. Wood ruff 1982, pp. 130-31), ma anche dalla se-
mantica comune del bello, inscindibile dalle sue ovvie implicazioni esteti-
che. Dire che per Platone lopzione corretta sia lunica non analizzata sarebbe
forse eccessivo, ma in questa direzione conducono non solo la struttura del
passo ora illustrata (con la sua chiusura 294e7-10 , fortemente ironica), ma
anche il legame che emerge spesso nei dialoghi tra e (cfr. supra
la nota 98, e lintroduzione, pp. 10-11). Probabilmente meglio suggerire
cautamente che la prospettiva di Platone va cercata allinterno dellopzione
non esplorata, per cui sussiste una relazione essenziale tra e
tale da garantire le molte valenze di questultimo.
108
Ippia continua (cfr. gi 286e5-6 e 290c1, in cui si trova un riferimen-
to alla difficolt) a sostenere la facilit dellindagine in corso e a negare il
tradizionale (e platonico) detto .
109
La possibilit di raggiungere la verit attraverso una riflessione solitaria
in contraddizione con il principio socratico dellaccordo. Ancora, la pretesa
di una conoscenza compiuta va contro lidea, anchessa socratica e platonica,
dellimpossibilit di raggiungere una sapienza perfetta: in questo caso Socrate
rivolge il principio contro un sofista che continua a mostrarsi vanaglorioso.
Non pu per essere ignorato che paradossalmente proprio Socrate a prati-
care nellopera un dialogo con se stesso o con un suo doppio , che per nel
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ippia maggiore, 295a-c 123
Guarda piuttosto quante difficolt ci ha gi procurato:
ho paura che se lo irritiamo potr fare ancora peggio
[b] Ma avanti, dico cose senza senso. Tu, credo, lo tro-
verai facilmente quando potrai stare da solo; e tuttavia,
per gli di, trovalo davanti a me se vuoi , come ora
con me lo stai cercando: qualora lo troviamo, sar una
cosa bellissima, mentre in caso contrario io, credo, mi
accontenter della mia sorte e invece tu, quando ti sarai
allontanato da me, lo troverai facilmente. Inoltre, qua-
lora lo troviamo, puoi star certo che non ti importune-
r chiedendoti ci che hai scoperto per conto tuo
110
. Ma
adesso concentrati ancora su questaltra cosa e dimmi se
ti [c] pare che sia il bello; ora te la dico, ma
111
tu osser-
va offrendomi la massima attenzione perch io non parli
a vuoto: questo sia ora bello per noi, ci che pu essere
utile
112
. Lidea mi venuta cos: affermiamo che gli oc-
filosofo si configura come un dialogo interiore (cfr. del resto Soph., 263e3-5).
In questione sono dunque principalmente le scarse qualit filosofiche di Ippia.
110
Ancora una riproposizione capovolta del non far scappare il filosofo
(cfr. supra la nota 79): Ippia a venire trattenuto per concludere la ricerca (cfr.
anche, per esempio, Prot., 348c5). Allinterno della descrizione dei possibili
risultati dellindagine, due (credo) occupano posizioni strategiche:
il primo (b1) sottolinea ironicamente lo scetticismo verso la ricerca solitaria
di Ippia, il secondo (b4) potrebbe alludere (in modo neanche troppo velato)
a ulteriori ricerche sul bello, che effettivamente trovano attestazioni impor-
tanti nei dialoghi (si pensi anche solo al Simposio).
111
Questo uso della coppia di particelle (letteralmente ma
e infatti) secondo Heitsch 1999, pp. 17-19 ripreso in Heitsch 2011,
pp. 117-19 una traccia dellinautenticit del dialogo. In Platone tale lo-
cuzione non avrebbe mai la semplice funzione avversativa, ma sottinten-
derebbe una struttura del tipo ma (proposizione X), infatti Y, dove X
una proposizione implicita che trova la sua spiegazione nella proposizione
esplicita Y. Ora, anche trascurando la possibilit difficilmente eliminabi-
le a priori di rintracciare anche in questo caso una proposizione X, un uso
semplicemente avversativo di sostenuto da almeno unoccor-
renza platonica (Phaedr., 261c4: . trad.
it. di M. Bonazzi: Forse. Ma lasciamo stare costoro ; cfr. anche Hipp.
Min., 300c4, sulla cui problematicit porta lattenzione lo stesso Heitsch
1999, p. 19, nota 49) e risulta comunque attestato gi in Isocrate, di fatto
contemporaneo di Platone.
112
Anomala la presentazione di una definizione puntuale con la strut-
tura + congiuntivo (in proposizione relativa), che indica una certa condizio-
nalit. Proprio lambiguit dellutile, cio il suo essere tale in diversi modi
in diverse condizioni, sar del resto alla base della confutazione.
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ippia maggiore, 295c-e 125
chi sono belli non quando ci pare che non siano capaci
di vedere, bens quando ne sono capaci e sono utili per
vedere
113
. Non cos?
ippia S.
socrate In questo senso, dunque, diremo anche che
lintero corpo bello talora per la corsa, talora per la
lotta , e ancora che lo sono [d] tutti gli animali un
bel cavallo, un bel gallo, una bella quaglia e tutti gli
utensili e i veicoli quelli terrestri, quelli adatti a naviga-
re nel mare, le triremi e tutti gli strumenti utilizzati
nella musica e nelle altre arti , e, se vuoi, le occupazio-
ni e le leggi. In generale, dunque, queste cose le diremo
belle nello stesso senso: guardando alla natura di ciascu-
na di esse, alla sua produzione, alla sua condizione, di-
ciamo bello ci che utile sia per come utile, sia in re-
lazione a ci per cui utile, [e] sia per il momento in
cui utile, mentre brutto ci che inutile in tutti questi
sensi
114
. Non pare anche a te cos, Ippia?
ippia S.
socrate Quindi, diciamo ora correttamente che bel-
lo pi di ogni altra cosa lutile?
ippia Correttamente di sicuro, Socrate!
socrate Dunque, ci che capace di produrre una
113
Si tratta della prima definizione proposta da Socrate, che si fon-
da su unampia base tradizionale e comune: ci che bello anche valente,
dunque utile e capace rispetto al raggiungimento di un fine; cfr. anche supra
lintroduzione, p. 12. Non ci si allontana del tutto dalla prospettiva estetica,
ma se ne coglie un aspetto particolare e tipicamente greco, per cui la bellezza
vicina alla capacit. Come suggerito da Wood ruff 1982, p. 67, Socrate pu
trarre questa idea da precedenti passaggi del dialogo (in particolare 290e4-
291a2), in cui il conveniente produceva una certa utilit.
114
Per lelenco cfr. Gorg., 474d3-e1, in cui il bello dipende dallutile e dal
piacere. Laccumulazione di esempi pu essere funzionale a una tematizzazio-
ne platonica dellutile come bello, dunque come causa della bellezza delle co-
se belle: lutile pu essere tale causa perch rende utili/belle tutte le cose nei
contesti in cui lo sono distinguendosi da esse (potendo cio esserne la causa
stabile). Gi in questa proposta, tuttavia, sono presenti le basi per la succes-
siva confutazione: come evidenziato dalla chiusura, utile un termine in-
completo, che manca della determinazione di fine specifico e strumenti (Per
cosa utile? In che modo? In che momento?) e soprattutto di un orien-
tamento da un punto di vista valoriale; cfr. le note seguenti.
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ippia maggiore, 295e-296b 127
certa cosa anche utile rispetto a ci in vista di cui ca-
pace, mentre ci che incapace inutile?
115
.
ippia Certo.
socrate Bello quindi una capacit, brutto unin-
capacit?
ippia Assolutamente. Anche gli altri ambiti, 296[a]
So crate, testimoniano per noi che la faccenda sta in
questo modo, e su tutti quello politico: negli affari po-
litici e nella propria citt lessere capace la cosa pi
bella di tutte, mentre lessere incapace la pi brutta di
tutte
116
.
socrate Ben detto. Ma per gli di, Ippia, per que-
ste ragioni anche la sapienza la cosa pi bella di tutte,
mentre lignoranza la pi brutta di tutte?
117
.
ippia Cosa hai in mente, Socrate?
socrate Concedimi un po di calma, amico mio: ho
paura di ci che stiamo per dire stavolta.
[b] ippia Perch mai stavolta dovresti aver paura,
Socrate? Proprio ora che hai sviluppato un ragionamen-
to cos bello!
socrate Lo vorrei davvero, ma considera questo con
me. Potrebbe qualcuno fare qualcosa che non conosce e
di cui non assolutamente capace?
118
.
115
La nozione di capacit (su cui insiste Ludlam 1991, pp. 118-24 per sot-
tolineare la scorrettezza logica dellargomento), centrale nellIppia minore,
qui introdotta piuttosto nel suo significato medio, relativo alla possibilit di
realizzare qualcosa. Il fine quello di rafforzare lincompletezza della nozio-
ne di utilit: lutile/capace utile/capace rispetto a qualcosa, senza che ne sia
determinato il fine specifico o la qualit. Ancora, proprio laccostamento tra
utile e capace rende pi semplice la dimostrazione negativa, giocata soprat-
tutto sulla possibilit di fare solo ci di cui si capaci.
116
Ippia spinto a una simile riflessione dalla propria vicenda persona-
le, dal ruolo politico di cui si vantato allinizio del dialogo (281a3 sgg.), da
un comune retroterra sofistico (cfr. per esempio Gorg., 466a9 sgg.) ma anche
dallampiezza semantica del termine , che indica anche il potere.
117
Questo presidio, notoriamente socratico-platonico, ha qui la funzione
di introdurre lintellettualismo etico, clausola fondamentale per largomento
(cfr. infra la nota 119).
118
Largomento procede come segue: (1) lutile diretto verso qualcosa;
(2) esso sempre diretto intenzionalmente verso il bene, ma spesso produce
il male; (3) ma non si produce ci di cui non si capaci; (4) la capacit pu
essere diretta verso il male.
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ippia maggiore, 296b-d 129
ippia In nessun modo: come potrebbe mai fare ci di
cui non capace?
socrate Non forse vero che chi sbaglia e realizza
un male, e lo fa involontariamente, non lavrebbe fatto
se non fosse stato capace di farlo?
119
.
ippia evidente.
socrate Ma chi [c] capace capace per una ca-
pacit? Non potrebbe certo esserlo per incapacit.
ippia No di certo.
socrate Mentre quelli che fanno qualcosa sono tutti
capaci di fare ci che fanno?
ippia S.
socrate Ma tutti gli uomini, fin dalla giovinezza,
fanno molte pi cose cattive che cose buone, e sbaglia-
no involontariamente.
ippia vero.
socrate E allora? Questa capacit e questi utili, che
sono utili rispetto al realizzare un qualche male, diremo
che sono [d] belli o piuttosto che ne sono ben lontani?
ippia Davvero ben lontani, mi pare, Socrate.
socrate Quindi, Ippia, bisogna concludere che ci che
capace e lutile non sono per noi cos sembra il bello.
ippia Ma lo sono, Socrate, nel momento in cui si sia
capaci di fare cose buone e lutile sia volto a cose siffatte.
socrate Ebbene, fuggita anche questa possibilit,
che bello siano ci che capace e lutile senza ulteriori
specificazioni
120
. Ma allora, Ippia, la nostra anima voleva
119
Allargomento si potrebbe obiettare che tutto ci che utile viene
usato per un bene intenzionale, cio per il fine che ciascuno identifica con
il bene: in tal caso, un male oggettivo potrebbe essere visto come un bene
soggettivo, e chi lo raggiunge sarebbe capace di farlo. Lintellettualismo im-
pedisce che una simile obiezione sia avanzata, e svolge per questo un ruolo
centrale. Esso elimina la possibilit che Ippia ammetta un utile che produce
un male per una specifica volont dunque per una capacit : in questo ca-
so tale male potrebbe comunque essere considerato un bene. In altri termini,
lintellettualismo stabilisce che non tutti i fini sono buoni (perch alcuni non
lo sono, e si ottengono involontariamente), dunque non sono buoni neanche
tutti i mezzi utili per raggiungerli.
120
Il tentativo di Ippia di salvare largomento maldestro, in quanto non
tiene conto (per lennesima volta) della necessit di fornire una definizio-
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ippia maggiore, 296d-e 131
dire questaltra cosa: lutile e ci che capace rispetto al
produrre qualcosa di buono; questo il [e] bello?
121
.
ippia Mi pare di s.
socrate Ma questo il vantaggioso; o no?
ippia Certo.
socrate In tal modo i bei corpi, le belle norme, la
sapienza e le cose che dicevamo or ora sono tutti belli
perch vantaggiosi
122
.
ippia evidente.
socrate Il bello, Ippia, ci sembra quindi essere il
vantaggioso.
ippia Certamente, Socrate, in ogni caso!
socrate Ora, il vantaggioso ci che produce
123
qual-
cosa di buono
124
.
ne unica e assoluta (non soggetta a condizioni) del bello; Socrate segnala ta-
le inadeguatezza sottolineando lincompletezza dellutile, che se considerato
ambiguo.
121
Socrate propone la sua seconda definizione, ora pi marcatamente
vicina alla sfera etica, a partire dalla precedente: lincompletezza semantica
di infatti (almeno apparentemente) ridotta poich il vantaggio-
so produce sempre e per definizione un vantaggio, cio un bene (o, come in
traduzione, qualcosa di buono; cfr. infra la nota 124).
Largomento per assurdo procede come segue (cfr. anche Wood ruff 1982,
pp. 70-74, che presenta una rassegna critica e tenta di dimostrarne la corret-
tezza logica; cfr. per le critiche di Kahn 1985, pp. 265-66, e di Ludlam 1991,
pp. 124-32, il quale insiste, in parte giustamente cfr. infra la nota 131 ,
sul continuo gioco di Socrate nella confusione di particolari e universali; cfr.
anche Wolfs dorf 2006, pp. 238-40, e Heitsch 2011, p. 85).
1) 296e1-2: il bello il vantaggioso;
2) 296e2-297a1: il bello causa del buono;
3) 297a2-b2: la causa altro dal proprio effetto (cfr. infra la nota 126);
4) 297b2-c6: il bello non buono, il buono non bello (per le ambiguit
e gli elementi di verit della conclusione cfr. infra la nota 131).
La conclusione (4) inaccettabile per il senso comune (e per Platone),
dunque la tesi confutata per assurdo.
122
Socrate esplica cos la funzione causale che il vantaggioso deve avere
rispetto alle cose belle se identificato con il bello (cfr. supra la nota 49): lesi-
genza ontologica rimane saldamente centrale.
123
Lespressione gi stata utilizzata nellargomento sul ,
in cui stata tradotta come ci che fa s che perch seguita da espressioni
verbali. In entrambi i casi la base filosofica delluso la medesima: loggetto
in questione una causa (cfr. anche Sedley 1998, p. 115).
124
Per largomento cfr. anche supra lintroduzione, pp. 12-3. Bench la
traduzione canonica di preveda il sostantivo bene, largomento
fondato su un uso ambiguo del termine cfr. in particolare infra la nota 131 ,
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ippia Lo .
socrate Ma ci che produce non altro se non la
causa
125
; o no?
ippia cos.
socrate Dunque 297 [a] il bello causa del buono.
ippia Lo .
socrate Ora, Ippia, la causa e ci di cui la causa
causa sono qualcosa di diverso
126
: la causa non sar mai
causa della causa
127
. Osserva in questa direzione: non
ormai chiaro che la causa produce qualcosa?
ippia Certo.
socrate Ora, da ci che produce viene prodotto
un uso che pu essere reso in modo soddisfacente solo impiegando nella tradu-
zione laggettivo talvolta sostantivato buono (come pi volte suggerito
da M. Vegetti per esempio in Vegetti 2003, p. 224). La nozione tradiziona-
le e comune di ha nellaspetto utilitaristico un elemento fondamen-
tale per un greco una cosa buona non pu essere svantaggiosa , aspetto
che Platone sfrutta nei dialoghi per argomentare a favore dellintellettualismo
etico: nessuno fa il male volendolo perch nessuno vuole un male, cio uno
svantaggio (cfr. per esempio Gorg., 466d5 sgg. e Men., 77b6 sgg.). Pi pro-
blematico il legame tra il vantaggioso e il bello: qualcosa di bello in sen-
so tradizionale, cio ammirevole e lodevole, pu essere svantaggioso. Anche
in questo caso, per, lo sforzo di Platone rispetto alla tradizione consiste nel
ricondurre il bello al bene: qualcosa di bello (moralmente) di per s qualco-
sa di buono (cfr. in particolare Alc. I, 115a2 sgg.). Per il legame tra e
cfr. anche supra lintroduzione, pp. 7-8.
125
La proposizione ambigua, in generale e dal punto di vista di Platone.
In primo luogo non emerge a che tipo di causa si faccia riferimento: Socra-
te potrebbe parlare di una causa formale o piuttosto, in senso metaforico, di
una causa produttiva. Ancora, per quanto la presenza degli articoli richiami
una discussione generale, rimane sullo sfondo la possibilit (con Ippia sem-
pre in agguato) che laffermazione sia letta come le cose belle sono la causa
delle cose buone.
126
La proposizione per cui la causa non il suo effetto pu essere letta
in modi diversi: pu esprimere unidentit (cio: la causa non il suo ef-
fetto) o avere funzione copulativa (cio: la causa non ha la qualit designata
dal suo effetto); cfr. anche Wood ruff 1982, pp. 72-73. Largomento si basa
sulla prima possibilit, ma si chiude con luso della seconda (cfr. infra la nota
131); Platone ha presente la differenza tra le due applicazioni del verbo essere
(cfr. Centrone 2008a, pp. lix-lxviii) e gestisce in loro funzione largomento.
127
Il greco dellintero argomento volutamente ambiguo, e la traduzio-
ne nei limiti dellintelligibilit non pu rinunciare alle asperit implicate
da tali strutture. Qui Socrate non dice che impossibile che una causa sia
causa di unaltra causa, ma che impossibile che la causa in questione sia
la causa della causa in questione, o pi chiaramente: impossibile che la
causa in questione coincida con il proprio effetto.
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ippia maggiore, 297a-c 135
nientaltro se non ci che viene a essere; di certo non
viene prodotto ci che produce
128
.
ippia vero.
socrate Quindi una cosa ci che viene a essere,
unaltra ci che produce?
ippia S.
socrate La causa, quindi, non causa [b] della
causa, bens di ci che viene a essere grazie a essa?
ippia Certo.
socrate Se quindi il bello causa del buono, il buono
verr a essere grazie al bello. Per questa ragione, sembra,
ci impegniamo per avere lintelligenza e tutte le altre co-
se belle, perch la loro opera, il loro figlio, degno di
ogni impegno: il buono. Per ci che stiamo scoprendo
probabile che il bello assuma nei confronti del buono
laspetto di un padre
129
.
ippia Certo. Ci che dici molto bello, Socrate!
socrate E non bello anche dire che il padre non
il figlio [c] e il figlio non il padre?
130
.
ippia Bello di certo.
socrate E n la causa prodotta, n per converso
ci che prodotto la causa.
ippia Dici il vero.
socrate Per Zeus, ottimo uomo, allora buono non
il bello n bello il buono! O ti pare che questo sia possi-
bile a partire da quanto detto?
ippia No, per Zeus, non mi sembra!
socrate Ebbene, siamo soddisfatti? Vorremo forse
dire che buono non il bello n bello il buono?
128
Cio: la causa non realizza la causa (se stessa), bens il proprio effet-
to. Wood ruff 1982, pp. 71-74, ha voluto applicare un eccessivo principio di
carit per salvare largomento da ogni velo di tendenziosit: se si vede nella
causa solo e soltanto una causa produttiva di qualcosa, la causa non potr es-
sere uguale al suo effetto. In questo caso, forse, lapplicazione del principio di
carit fuorviante e inutile: Platone coglie e gestisce consapevolmente queste
ambiguit e le difficolt che implicano.
129
Luso del termine qui privo di implicazioni ontologiche: il bello
si rivelato come un padre rispetto al bene.
130
Non: il padre non un figlio n il figlio non un padre.
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ippia maggiore, 297c-d 137
ippia No, per Zeus, non mi soddisfa assolutamente!
socrate Per Zeus, proprio cos, Ippia: anzi, questo
mi soddisfa ancor meno [d] di ogni altra cosa detta.
ippia Cos sembra.
socrate A questo punto rischiamo che il discorso
per cui il vantaggioso, lutile e ci che capace rispetto
al fare qualcosa di buono sono il bello non sia, come ci
sembrava poco fa, il pi bello di tutti, e che le cose non
stiano assolutamente in questo modo; anzi, questo se
possibile ben pi risibile dei primi ragionamenti, nei
quali avevamo creduto che il bello fosse una ragazza e
di volta in volta ciascuna singola cosa chiamata prece-
dentemente in causa
131
.
131
Per la traduzione di con buono cfr. supra la nota 124. La
conclusione a cui Socrate giunto (297c3-5) ambigua da un punto di vista
linguistico: essa pu indicare che il bello non il buono (cio, il bello non
il bene) o che il bello non buono. Se da un lato, infatti, larticolo pu
in questi casi essere omesso (cfr. Wood ruff 1982, p. 64, nota 116), dallaltro
la sua omissione non pu escludere il significato pi lineare (il bello buono);
inoltre, la scelta di una forma ambigua deve essere volontariamente persegui-
ta da Platone. Tale ambiguit si fa ancor pi significativa se si considera che
essa va a insistere sul punto problematico dellargomento, cio lapparente
confusione tra unidentificazione e una predicazione copulativa pi ampia in
relazione a causa-effetto (cfr. anche Hoerber 1955, p. 185). Questa ambi-
guit sembra pi forte (e inclusiva) di quella evidenziata da Wolfs dorf 2006,
pp. 238-40, secondo il quale la fallacia risiederebbe nellassenza di distinzio-
ne tra le cose belle/buone e il bello/buono.
Che vi sia una possibile lettura migliore segnalato dalla chiusura, che
Socrate non accetta lasciando intendere uninsoddisfazione radicale rispetto al-
le basi che erano state poste (lavvicinamento tra bello, buono e vantaggioso):
la conclusione addirittura pi risibile dellidentificazione del bello con una
singola cosa bella. Risulta dunque probabile che lintero argomento sia volon-
tariamente costruito in modo tale da lasciare intendere una versione alternativa
rispetto a quella che poi sar messa in luce dagli interlocutori. Ora, il gioco di
Platone sembra condotto a due livelli interrelati. Da un lato e
sono ambiguamente trattati come il bello e il buono o come bello e buo-
no cos, soprattutto, nella conclusione . Dallaltro non viene mai chiarito se
il non essere x sia in questa dimostrazione un non essere identico o un non
essere qualcosa. Mantenendo tali ambiguit Socrate pu dire, senza percettibi-
li variazioni formali, che la causa non (identica a) leffetto che produce e che
il bello non buono, laddove nel primo caso i due elementi della predicazione
sono entrambi realt ed ha funzione identificativa, mentre nel secondo un
aggettivo (qualit) si predica di un sostantivo ed ha funzione copulativa.
Ippia non coglie lo slittamento e si oppone alla conclusione, che per potrebbe
essere platonicamente valida se si ristabilisse un uso coerente del verbo esse-
re: il bello non identico al buono (almeno intensionalmente), ma pu ancora
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ippia maggiore, 297d-298a 139
ippia Sembra.
socrate E adesso, Ippia, non so proprio pi da che
parte girarmi, ormai bloccato in difficolt. Tu hai qual-
cosa da dire?
[e] ippia Non in questo momento ma, come dicevo
prima, riflettendoci so bene che lo trover.
socrate Ma io, spinto dal desiderio di sapere, non
credo di riuscire ad attendere il tuo futuro impegno;
del resto, credo di aver appena trovato una soluzio-
ne
132
. Osserva. Se dicessimo che bello ci che ci fa
godere, e non tutti i piaceri, ma ci che lo fa tramite
ludito e la vista, come ce la caveremmo nel confronto?
298 [a] Ecco, Ippia, gli uomini in vario modo belli, ogni
decorazione, le pitture e le sculture a condizione che
siano belle deliziano noi che li guardiamo, e produco-
no lo stesso effetto anche i bei suoni, ogni aspetto della
musica, i discorsi e i racconti
133
: a questo punto, se ri-
essere buono. Lopzione che Ippia lascia naufragare, dunque, potrebbe essere
filosoficamente fruttuosa: il bello e il vantaggioso, pur non identificandosi con
il buono, sono buoni. Ci condurrebbe, peraltro, a unidentificazione esten-
sionale di bello e buono, certamente non lontana dalla prospettiva platonica.
132
Socrate propone la sua terza definizione, secondo la quale il bello
il piacevole tramite la vista e ludito; tracce evidenti della sezione sono ri-
scontrabili in Aristotele (Top., 146a21 sgg.; per un confronto cfr. Wood ruff
1982, pp. 78-79): ci depone comunque a favore dellautenticit del dialogo.
Essa occupa unampia sezione e comprende numerosi nuclei problematici. Pu
preliminarmente essere sottolineato come Socrate torni qui allaspetto esteti-
co del bello e rinunci a fornire una definizione relativa allessenza del bello
(intensionale) ripiegando su una estensionale, cio relativa a ci che bello a
causa del bello. Per alcune considerazioni generali cfr. supra lintroduzione,
pp. 13-15 e 29-33; per larticolazione dellargomento cfr. infra la nota 134,
per i suoi nuclei notevoli infra la nota 167.
133
La vista e ludito sono preminenti tra i sensi e non sono soggetti a pia-
ceri dannosi come quelli del cibo e della carne (cfr. anche infra le note 139-40).
Per quanto il rapporto di Platone con i prodotti artistici, figurativi e poe-
tici, sia controverso e in particolare in relazione alla poe sia pi complesso
di quanto solitamente si affermi (cfr. infra lintroduzione allo Ione, pp. 295-
298 e 301-8), linclusione tra le istanze peculiari del bello delle pitture, delle
sculture e dei racconti mitici sembra almeno in parte fuori posto da un punto
di vista strettamente platonico: se nelle Leggi alcuni tipi di poe sia sono am-
messi in quanto forniscono un piacere innocuo (II, 670c8 sgg.), pi difficile
intravedere la causalit del bello in pitture o sculture. Tale punto di vista
sembra piuttosto legato a una prospettiva comune e introdotto per abbassare
il discorso al livello di Ippia.
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ippia maggiore, 298a 141
spondessimo a quelluomo arrogante Nobile uomo, il
bello il piacevole tramite udito e vista, non credi che
potremmo arginare la sua arroganza?
134
.
134
Lo svolgimento si articola nei seguenti momenti, che colgono progres-
sivi passaggi logici:
1) 297e3-298a1: il bello il piacevole tramite vista e udito (tesi);
2) 298a1-300c1: estensione di questo bello e criteri di inclusione/esclu-
sione:
a) 298a1-8: le cose belle, anche solo relative alla vista o alludito sta-
tue, ecc. o suoni, ecc. dnno piacere;
b) 298b2-d5: le leggi e le occupazioni belle, bench non ricadano nel-
la definizione, sono accantonate (cfr. infra la nota 138);
c) 298d5-299c3: i piaceri non riconducibili a vista e udito sono ac-
cantonati perch non belli;
d) 299c4-300a8: la ragione della bellezza non pu risiedere specifica-
mente nella vista o nelludito, in quanto la bellezza delluno non
varrebbe per laltro;
e) 300a9-c1: necessit di ricercare un che garantisca la bellez-
za di ambedue i piaceri e di ciascuno di essi.
3) 300c2-302b7: excursus sulla predicazione collettiva e distributiva (
possibile che un predicato si addica a due oggetti congiuntamente e
non a ciascuno dei due singolarmente e viceversa):
a) 300c2-301d4: Ippia rifiuta la possibilit proposta da Socrate (2e)
elencando oggetti che ammettono una predicazione sia collettiva
sia distributiva (due oggetti sono x sia collettivamente sia singo-
larmente), dunque una predicazione continua;
b) 301d5-302b7: Socrate indica alcuni predicati (per esempio essere
uno/due) che non ammettono tale predicazione.
4) 302b8-303d10: fallimento della proposta:
a) 302b8-303a3: occorre trovare una causa che renda bello sia il pia-
cere tramite la vista sia quello tramite ludito (in modo distributi-
vo) sia entrambi congiuntamente (collettivamente);
b) 303a4-c3: distinzione di due gruppi: oggetti che ammettono una
predicazione continua (distributiva e collettiva) e oggetti che non
la ammettono (cfr. anche Morgan 1983, pp. 146-47, e Wolfs dorf
2006, pp. 221-22: il bello deve essere una continuous property);
c) 303c3-7: il bello non ammette una predicazione discontinua;
d) 303c8-d6: il piacere tramite vista e udito ammette una predicazione
discontinua (solo collettiva), in quanto se il bello piacere tramite
vista e udito tali piaceri sono belli solo congiuntamente;
e) 303d6-10: il bello non il piacevole tramite vista e udito.
Largomento in s richiede solo pochi di questi passaggi. In particolare:
il bello il piacevole tramite vista e udito (1); sia il piacevole tramite la vista
sia quello tramite ludito, ciascuno dei due e ambedue insieme, devono esse-
re belli (2e); in una coppia, il bello rende belli ambedue i componenti collet-
tivamente e distributivamente (4c); ma il piacevole tramite vista e udito pu
essere causa dellessere piacevole tramite vista e udito solo per entrambi i tipi
di piacere insieme, e non per ciascuno dei due (4d); dunque lessere piacevole
tramite vista e udito non coincide con il bello non la stessa causa (4e).
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ippia In effetti, Socrate, mi pare che in questo modo
venga ben detto [b] ci che il bello.
socrate E poi, Ippia? Affermeremo che le belle oc-
cupazioni e le leggi sono belle in quanto risultano piace-
voli tramite udito o
135
tramite vista, oppure diciamo che
hanno unaltra forma?
136
.
Pi di un nucleo merita attenzione. (i) In primo luogo, lambiguit centrale
del passo rintracciabile nellambivalenza di ci che pu essere individuato
come : ambedue pu infatti essere inteso collettivamente o distri-
butivamente. Il testo non chiaro in questo senso (la traduzione per questa
ragione vaga): Socrate distingue raramente i due tipi di piacere, usa quasi sem-
pre per collegarli e solo in un caso (per queste ragioni pare riferirsi a un
significato collettivo; cfr. anche la nota seguente), ma al contempo con 2a e 4d
fa riferimento a un significato distributivo (cfr. anche Heitsch 2011, pp. 86
e 97-98). Ora, Platone padroneggia il problema logico (cfr. infra la nota 145)
e svolge largomento in modo articolato: sarebbe per questo arbitrario pensa-
re a confusioni involontarie. Piuttosto, nel contesto dellargomento, Platone
usa una logica complessa per liquidare una proposta evidentemente inefficace
(cfr. infra, in particolare, la nota 138), ma ci non implica che la distinzione
non possa avere qui anche altre funzioni implicite. (ii) In secondo luogo, la
proposta fin dal principio percepita come fallimentare. In particolare, per
2b (cfr. infra la nota 138) Socrate sa che la definizione non pu individuare
la totale estensione del bello; nonostante ci, egli si dilunga nellargomento.
(iii) Ancora, lampio excursus (punto 3) sembra eccessivamente articolato per
largomento (ma, pace Heitsch 2011, pp. 98-99, non inutile cfr. i passag-
gi 4b-d). (iv) Inoltre, la classificazione del bello tra i predicati che non am-
mettono predicazione disomogenea (4b-c) solo proposta e non dimostrata
(ma cfr. infra la nota 168). (v) Infine, largomento viene liquidato in modo
incongruente rispetto allampiezza con cui stato discusso. Tutto ci segna-
la che la complessit e larticolazione del passo non sono giustificate n dalla
validit della definizione n dalla conclusione (il fulcro dellattenzione,
dunque, pu essere rintracciato altrove; cfr. per esempio infra le note 145 e
167). Ci che del bello in s (da un punto di vista intensionale) si sa alla fine
solo come ripete la conclusione del dialogo che troppo complesso per
essere ridotto a un principio estetico.
135
Si tratta dellunico caso in cui vista e udito sono collegate con (o).
Oltre a questa difformit, forse caricata di eccessiva importanza (per esem-
pio da von Kutschera in Heitsch 2011, pp. 102-4), va sottolineata la ricer-
cata oscillazione tra diverse formulazioni per indicare la coppia di piaceri in
questione: senza ragioni teoriche si avvicendano espressioni che prevedono o
meno larticolo o la ripetizione della preposizione per il secondo senso
() ( ) (cfr. anche 302b6-8:
, immediatamente seguito (302c8) da
). Lapparente confusione cela evidentemente la vo-
lont di sottolineare le difficolt implicite nel problema logico in questione.
136
Un ironico riferimento alleventuale teoria della causalit sottesa?
In effetti, posto che il bello deve essere la causa dellessere bello, esso do-
vr essere lunica forma a garantire tale causalit, e lesclusione dal novero
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ippia Socrate, magari questo potrebbe sfuggire al no-
stro uomo
socrate Per il cane, Ippia, non certo a lui! Al suo
cospetto proverei una grandissima vergogna a compor-
tarmi come uno sciocco, a non dire niente di sensato pur
provando a dire qualcosa.
ippia Ma chi ?
socrate Il figlio di Sofronisco
137
, che non mi conce-
derebbe [c] di parlare di cose non ben investigate pi
facilmente di quanto mi lascerebbe parlare di cose che
non so come se le sapessi.
ippia Allora, visto che lhai detto tu, anche a me pare
che ci che riguarda le leggi sia qualcosaltro.
socrate Non essere affrettato, Ippia: rischiamo di
credere che vi sia una diversa, facile via duscita, men-
delle cose belle di alcuni oggetti indubitabilmente belli porterebbe alla ne-
cessit paradossale di unaltra idea. Ci condurrebbe al fallimento im-
mediato di questultimo tentativo, e non a caso occupazioni e leggi saranno
effettivamente accantonate. Per chi, come Ippia, non coglie il linguaggio
tecnico utilizzato da Socrate, il termine mantiene comunque il suo
significato usuale.
137
Ippia chiede ancora (cfr. gi 288d1) chi sia lanonimo, e stavolta riceve
una risposta fin troppo esplicita, che ha destato non poche perplessit nella
critica: lanonimo il figlio di Sofronisco, Socrate. Che lanonimo sia un al-
ter ego di Socrate evidente (cfr. supra lintroduzione, p. 19) il nome di So-
crate compare addirittura come glossa (pace Pradeau 2005, p. 137, nota 175)
incorporata nel testo nel ramo principale della tradizione manoscritta (solo F
fornisce la lezione corretta) . La formulazione per sembrata troppo for-
te o fuori posto a molti interpreti a partire da Hermann (cfr. anche Ludlam
1991, pp. 59 sgg.). Lespunzione di una sezione pi ampia, 298b2-c4, stata
argomentata da Heitsch 2011, pp. 86-88, sulla base dellambiguo atteggia-
mento che Ippia tiene nel passo e sullapparente insensatezza dellafferma-
zione di Socrate a 298c5-7 (non ci sarebbe motivo di invitare Ippia, che ha
gi dato lassenso, a mantenere la calma; sulla complessa situazione dialogica
dipendente dal problema delle belle leggi cfr. per le note precedenti e la
nota seguente). In effetti, se Ippia a questo punto non intuisse lidentit tra
Socrate e lanonimo il gioco delle parti diverrebbe parodistico ed eccessi-
vo: proprio in questo senso lesplicita menzione del figlio di Sofronisco pu
apparire poco platonica. Non pu per essere escluso che Ippia colga ora se
non lo ha gi fatto lidentit dellanonimo, ma trovi utile continuare a usu-
fruire del terzo personaggio per accusare indirettamente Socrate: proprio per
questo egli pu innalzare il livello dellattacco dialettico, non a caso rivolto
talvolta (per esempio nel centrale passaggio 301b2-c3; cfr. infra la nota ad
loc.) contro lo stesso Socrate.
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ippia maggiore, 298c-e 147
tre in realt siamo caduti nella stessa difficolt relativa
allindagine sul bello or ora svolta.
ippia In che senso, Socrate?
socrate Io ti esporr ci che mi appare evidente, ma
mi domando se dir qualcosa di sensato. [d] Probabil-
mente ci che riguarda le leggi e le occupazioni potrebbe
non apparire al di fuori della sensazione che ci trovia-
mo ad avere tramite ludito e la vista. Dobbiamo per
soffermarci su questo discorso che bello il piacevole
tramite questi sensi senza distorcerlo introducendovi
ci che riguarda le leggi
138
. Ma se luomo di cui parlo o
qualsiasi altro ci dicesse: Dunque, Ippia e Socrate, se-
parate dal piacevole quel tipo di piacevole che voi dite
essere bello, mentre non dite bello quello relativo alle
altre sensazioni, [e] date dal cibo e dalle bevande, dal
sesso e da tutte le altre cose del genere? O magari queste
cose non sono piacevoli e affermate che non c assolu-
tamente alcun piacere in esse n in nessunaltra che non
sia vedere e sentire? Cosa affermeremo, Ippia?
ippia Di certo, Socrate, affermeremo che ci sono asso-
lutamente grandi piaceri anche in tutte le altre cose!
139
.
138
Il passaggio centrale (e spesso visto come problematico; cfr. Heitsch
2011, pp. 86-88): oggetti di notevole importanza per Ippia come per Pla-
tone (cfr. supra la nota 35) , le belle leggi e le belle occupazioni, cadono al
di fuori dalla definizione estensionale del bello. Ippia sembra disposto a
rinunciare al proposito, ma non si assume specificamente la responsabilit di
questa scelta addossandola a Socrate (298c3-4), n inconsapevole che una
simile opzione renderebbe lintero argomento estremamente fragile agli occhi
dellanonimo (298b5-9). Largomento nascerebbe troppo debole se fin da su-
bito persino Ippia fosse consapevole di una sua carenza strutturale, e Socrate
deve dunque sanare il problema. Pi che attribuire a Platone un dichiarato
scetticismo controproducente vista la consapevolezza di Ippia espungen-
do (cos Stallbaum), del tutto preferibile (e, per quanto detto, fonda-
to) leggere lauspicio di Socrate come una cautela verso le crepe gi emerse.
Dal punto di vista di Platone, comunque, tale modo di affrontare il problema
delle belle leggi e delle belle occupazioni ha dei chiari caratteri ironici:
esse possono essere innegabilmente belle (come le leggi di Sparta), ma fin da
subito si sa che non potranno essere belle per la definizione che si sta con-
siderando, la quale risulta per tale incongruenza indebolita fin dal principio.
139
Lobiezione non esclusivamente riconducibile agli standards filosofi-
ci dellanonimo, ma (come conferma lassenso di Ippia) accessibile a chiun-
que e, non a caso, non coglie nel segno: lesclusione di alcuni piaceri dal no-
vero dei piaceri belli non incide sullestensione delloggetto cercato, il bello,
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socrate Perch dunque, affermer,pur essen-
do piaceri non meno di quelli volete togliere loro que-
sto nome e derubarli 299 [a] dellessere belli? Per-
ch, diremo, nessuno riuscirebbe a trattenere le risa se
affermassimo che mangiare non piacevole ma bello o
che lodore piacevole non piacevole ma bello. Per ci
che riguarda in vario modo il sesso, poi, tutti ci muo-
verebbero contro ritenendo che piacevole al massimo
grado, ma che occorre praticarlo nel momento in cui
lo si pratichi in modo tale che nessuno veda, poich
quanto di pi brutto a vedersi
140
. Dicendo noi questo,
Ippia, probabilmente quello farebbe: Capisco anche io
che prima vi siete vergognati ad affermare che questi pia-
ceri sono belli, perch cos non pare [b] agli uomini.
Io per non domandavo questo, cosa pare bello ai pi,
bens cosa . Credo che ora diremo ci che avevamo
ipotizzato
141
: noi affermiamo che bello proprio questa
parte del piacevole, quella che si produce in funzione di
vista e udito. Ma Ippia, te ne farai qualcosa di questo
argomento o diremo qualcosaltro?
ippia Considerando le precedenti affermazioni, So-
crate, non c altro da dire se non questo.
socrate Dite davvero cose belle, far lui. Se dun-
que bello il [c] piacevole tramite vista e udito, non
chiaro che bello non potranno essere le cose piacevoli
che non coincidano con questo? Saremo daccordo?
poich i piaceri della carne e della gola non sono belli (in quanto non buoni;
cfr. Phaedo, 64c10 sgg. e Phil., 51b3 sg.; per la distinzione tra piaceri buoni
e cattivi cfr. anche Gorg., 495a1 sgg.). Questa esclusione rappresenta so-
stanzialmente una corretta delimitazione estensionale delloggetto cercato (e
in questo senso, per quanto comune, ha senso che sia poi discussa dallano-
nimo), a fronte della limitazione evidentemente scorretta relativa a leggi e
occupazioni. Sul passo cfr. anche Tarrant 1994, il quale vi vede le tracce di
una teoria edonistica di estrazione socratica.
140
La spiegazione vede luso ambiguo e congiunto delle semantiche este-
tica e morale del bello: un cibo non bello esteticamente ma piacevole,
mentre mostrarsi durante latto sessuale non bello in quanto moralmente
riprovevole (brutto nel senso di turpe).
141
Per questa semantica di un discorso o una definizio-
ne specifica vengono posti e, discutendoli, se ne verifica la validit cfr.
Phaedo, 100a3 sgg., con Centrone 2000, ad loc., e Trabattoni 2011, ad loc.
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ippia S.
socrate Ora, il piacevole tramite vista, affermer,
piacevole tramite vista e udito, oppure il piacevole
tramite udito piacevole tramite udito e tramite vista?
In nessun modo faremo noi quello tramite luno po-
tr essere tramite ambedue (questo ci pare che tu dica);
al contrario, noi dicevamo che bello dovrebbero essere
ciascuno dei due piaceri in s e per s e ambedue. Non
risponderemo in questo modo?
142
.
[d] ippia Certo.
socrate Ebbene, far, una qualsiasi cosa piace-
vole differisce da una qualsiasi cosa piacevole per que-
sto, per lessere piacevole? Cos, un piacere differisce
dallaltro non per il fatto che un piacere pi grande
o pi piccolo, o che lo in misura maggiore o minore,
ma perch tra i piaceri uno un piacere, laltro no?
143
.
Non ci pare, vero?
ippia No, non pare proprio.
socrate Dunque, affermer, non vero che tra
gli altri piaceri avete scelto questi per qualche altro mo-
tivo al di l dellessere piaceri, [e] osservando in am-
bedue la qualit per la quale si differenziano dagli altri,
e affermate che sono belli guardando a essa? Del resto
il piacere tramite la vista non bello per questo, cio
perch tramite la vista: se per assurdo fosse questa la
causa del suo essere bello, non potrebbe mai essere bello
142
La delimitazione dellestensione del piacevole che descrive il bello si
avvia alla conclusione e comincia ad aprirsi il problema maggiore della sezio-
ne, cio il rapporto tra il bello, i due tipi di piacere indicati (tramite ludito e
tramite la vista) e il piacevole che li riunisce ambedue; cfr. supra la nota 134.
143
Ancora unobiezione relativa allesclusione di alcuni piaceri. La scel-
ta, non ben motivata, di alcuni piaceri fa emergere il problema del criterio di
discriminazione tra essi (cfr. anche Phil., 12d8-e2): non essendo stata adot-
tata una discriminante quantitativa (piaceri pi o meno grandi) lanonimo
suggerisce paradossalmente che lunico criterio sia quello dellessere piace-
vole, da cui deriverebbe che i piaceri esclusi non sono piaceri. Lobiezione
importante soprattutto poich il suo sviluppo (299d8-e7) chiarisce il criterio
adottato, di natura qualitativa, nella scelta dei piaceri della vista e delludi-
to, ma reintroduce al contempo il problema del rapporto tra ciascuno dei due
piaceri e la loro coppia.
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laltro, quello tramite ludito; non certo piacere tramite
vista
144
. E noi affermeremo: dici il vero?
ippia Lo affermeremo.
300 [a] socrate Ancora, neanche il piacere trami-
te ludito si trova a essere bello per questa ragione, cio
perch tramite ludito; di nuovo, infatti, non potrebbe
mai essere bello il piacere tramite la vista; non certo
piacere tramite udito. Affermeremo che cos il nostro
uomo dice il vero, Ippia?
ippia Il vero.
socrate Ma di certo ambedue sono belli, stando a
quanto affermate. Diciamo di s?
ippia Diciamo di s.
socrate Hanno dunque uno stesso qualcosa che fa
s che siano belli, un cosa comune che presente sia in
comune in ambedue [b] sia in proprio in ciascuno; al-
trimenti, infatti, non sarebbero in alcun modo belli am-
bedue e ciascuno dei due. Rispondi a me come fossi lui.
ippia Rispondo subito: anche a me pare che le cose
stiano come dici.
socrate Se quindi questi piaceri avessero ambedue
una certa affezione, ma ciascuno di loro non la avesse in
proprio, non potrebbero essere belli per questa affezione.
ippia E come pu essere, Socrate, che, bench nes-
suna di due cose qualsiasi abbia una certa affezione, co-
munque ambedue abbiano proprio quellaffezione che
nessuna delle due aveva?
[c] socrate Non ti pare possibile?
145
.
144
La scelta non pu basarsi sulla qualit propria di ciascuno dei due pia-
ceri, cio essere tramite la vista o essere tramite ludito: se infatti si
considerasse uno di questi due criteri, immediatamente il piacere basato sul
principio opposto dovrebbe essere escluso.
145
Inizia qui limportante excursus sulla possibilit di predicare qualcosa
di ambedue i componenti di una coppia congiuntamente e non di ciascuno
di essi separatamente; cfr. anche Theaet., 201d8 sgg. (in cui, pur con finalit
probabilmente diverse, Platone suggerisce la possibilit che il tutto compo-
sto da due elementi sia qualcosa di diverso dalla somma di ciascuno dei due;
cfr. Centrone 2002 e Ferrari 2011, pp. 107-23 e note ad loc.); Prot., 329d3
sgg. (cfr. Centrone 2008b), e ancora Parm., 158e1-159b1; Soph., 243c2-e9;
Resp., VII, 524a6-c9. La base ontologica della riflessione dellIppia deve es-
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ippia In tal caso sarei decisamente inesperto sulla natu-
ra di queste cose e sulla formulazione dei presenti discorsi.
socrate Affronti la cosa in modo piacevole, Ippia
ma forse solo una mia impressione quella di vedere qual-
cosa che si comporta proprio come tu dici essere impos-
sibile, e in realt non vedo niente.
ippia Non forse, Socrate: evidentemente la tua vi-
sta stata sviata.
socrate Eppure molte cose siffatte si mostrano da-
vanti alla mia anima; io per non accordo loro fiducia
poich non si mostrano a te, [d] uomo che ha gua-
dagnato pi denaro di ogni contemporaneo per la sua
sapienza, ma a me, che non ho mai guadagnato niente
di niente. Al contempo, amico mio, vorrei scacciare un
dubbio che mi ronza in testa, che tu ti stia prendendo
gioco di me e mi stia volontariamente ingannando: ecco
fino a che punto sono forti e numerose le cose che mi si
mostrano
146

sere rintracciata negli scambi che portano ad aprire lexcursus (300a9-b8),


con lintroduzione della nozione di . La possibilit che un componente
di una coppia non sia bello singolarmente ma solo considerato nella coppia
rende necessario (e strategico) introdurre una predicazione particolare, che
ha a che fare con una circostanza. A fronte di questa nozione, per, viene
presentata lidea (a9-b2) per cui la stabilit non rintracciabile in ci che par-
tecipa sar necessariamente attribuibile alla causa, ci che comune: viene
gi qui adombrata una nozione ontologica di essenza a fronte di quella di
affezione (cfr. gi Allen 1970, p. 69, ma in particolare Centrone 1995, pp.
149-50). A conferma di ci giocano due ulteriori approfondimenti, a 300d5-
301b1 e 302b5-c7. Nel primo caso, in particolare, Socrate sviluppa la nozio-
ne di introducendo quella di : qualcosa in qualche
modo, ma la relazione inessenziale e si pone come un (cfr. Centrone
1995, pp. 143-45). Ippia evidentemente non coglie la portata del discorso e
intende i termini come se Socrate facesse riferimento al significato comune
di affezione come afflizione subita. Una diversa lettura del rap-
porto / suggerita da Wolfs dorf 2006, pp. 230-36. Il nucleo
teorico spesso (cfr. su tutti Kahn 1985, p. 270) richiamato per contestare
la paternit platonica del dialogo, in quanto recherebbe le tracce di una de-
rivazione aristotelica; ma cfr. Euthyphr., 10e9-11 b5, e in particolare Parm.,
139e7 sgg. per unanaloga nozione di , con Centrone 1995 e
qui lintroduzione, pp. 29-33.
146
Nel Gorgia (486e5 sgg.) Socrate individua tre possibili elementi nega-
tivi che rendono impossibile il dialogo con linterlocutore: ignoranza, mali-
gnit e vergogna. Qui Socrate sta di fatto accusando Ippia di non essere be-
nevolo nei suoi confronti e (come tenter di fare Callicle nel dialogo citato)
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ippia maggiore, 300d-301b 157
ippia Se ti impegni a spiegarmi queste cose che ti si
mostrano, Socrate, nessuno sapr meglio se mi prendo
gioco di te o meno: allora sar chiaro che non avrai det-
to nulla di sensato. Non potrai infatti mai trovare una
stessa affezione che non abbiamo n io n tu, ma che
abbiamo ambedue.
[e] socrate Come dici, Ippia? Probabilmente dici
qualcosa di sensato, eppure io non capisco. Ascolta co-
munque in termini pi chiari ci che voglio dire: a me
sembra possibile che ambedue abbiamo laffezione di
essere una certa cosa bench n io abbia laffezione di
esserlo n io lo sia n lo sia tu. Vi sono poi altre cose,
che ambedue abbiamo laffezione di essere e nessuno di
noi due
147
.
ippia Socrate, mi sembra che tu risponda di nuovo
delle mostruosit, addirittura pi grandi di quelle di poco
fa! Osserva: se ambedue siamo giusti, non lo sar anche
ciascuno di noi due? E se ciascuno dei due ingiusto,
non lo saremo anche ambedue? Oppure: se ambedue sia-
mo in buona salute, 301 [a] non lo sar anche ciascu-
no dei due? Oppure: se ciascuno di noi due fosse afflitto
da un male, danneggiato, colpito, o fosse affetto da qual-
cosa, non saremo ambedue affetti da questa cosa?
148
. Di
nuovo, allora: se ambedue ci trovassimo a essere doro,
dargento, davorio, o, se vuoi, nobili, sapienti, onorati,
vecchi, giovani o qualsiasi cosa tu voglia tra quelle che
possono occorrere agli uomini, non del tutto necessario
che anche ciascuno di noi due sia in questo stesso modo?
[b] socrate assolutamente certo.
ippia Ma allora, Socrate, tu non guardi le cose nella
loro interezza, n lo fanno quelli con cui sei solito parlare:
di ingannarlo o, secondo la formulazione poi centrale nellIppia minore, di
dire il falso volontariamente.
147
Cfr. supra la nota 145.
148
Ippia non coglie le distinzioni proposte da Socrate e nellelenco di
esempi utilizza la proposizione essere x e il termine nei loro signi-
ficati non tecnici, cio rispettivamente come essere giusti, ecc. e subire
una stessa afflizione.
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voi percuotete il bello e tutti gli enti dopo averli isolati,
e li fate a pezzi nei vostri discorsi
149
. Per questa ragione
vi sfugge quanto siano naturalmente grandi e continui
i corpi di ci che . Proprio ora ti sfuggita una cosa
della stessa portata, e sei giunto a credere che vi sia un
qualcosa, affezione o essenza
150
, che sia congiuntamente
presente in ambedue gli oggetti insieme [c] ma non
in ciascuno dei due, o per converso presente in ciascuno
dei due ma non in ambedue
151
. Sino a tal punto giunge
la vostra condizione di irrazionalit, ottusit, semplicit
e incapacit dintendere
152
.
socrate Cos, Ippia, sono le nostre cose: non come
si vuole dice il noto proverbio ma come si pu vol-
ta per volta. Per tu con le tue critiche ci sei sempre di
grande beneficio. Ora, prima che tu critichi tutto que-
149
Ippia obietta a Socrate il non guardare alla totalit delle cose con cor-
rispondenti ampi discorsi, il soffermarsi su piccolezze non importanti. Simi-
li accuse, oltre che tradizionalmente rivolte al Socrate storico (per esempio
Aristofane, Nub., 627 sgg.), sono scagliate contro il Socrate platonico dallo
stesso Ippia nellIppia minore (369b8-c1 il parallelo ha alimentato sospetti
di inautenticit ; cfr. anche il Gorgia, per esempio 497b6-7); queste accuse
sembrano alludere, inoltre, a un metodo platonico basato sulla divisione di
interi, la dialettica, in qualche modo rintracciabile gi nel Gorgia (cfr. Cen-
trone 2008a, p. 69, nota 43). Ancora nel Gorgia si pu trovare il retroterra
dellallusione di Ippia a conversazioni comuni svolte secondo i metodi di So-
crate: Callicle (485a4 sgg.) descrive similmente lattivit filosofica inserendo
in modo generico Socrate tra quelli che praticano la filosofia. Ippia sem-
bra dunque rifunzionalizzare questa accusa sofistica contro la coppia, ormai
sempre pi indistinguibile, formata da Socrate e lanonimo (cfr. gi Wood-
ruff 1982, p. 85, nota 173).
150
Per le nozioni di e nellargomento cfr. supra la nota 145.
Ippia non confonde i due termini (cos, tra gli altri, Wood ruff 1982, p. 86,
nota 176), ma li accosta in modo superficiale sulla scorta della ben pi com-
plessa precedente affermazione di Socrate (300e3-6) e senza cogliere la por-
tata ontologica del discorso (cfr. anche 300e7-301a7); cfr. Centrone 1995,
pp. 144-45. Il controverso , peraltro, ripreso in modo aproblematico
da Ippia nellindicare la propria prospettiva (301b6: ci che ), per la qua-
le cfr. infra la nota complementare 3, pp. 506-9.
151
Su questo passo, dallinterpretazione controversa, cfr. infra la nota
complementare 3, pp. 506-9.
152
Socrate ha preso tempo prima di condurre il proprio argomento; i trat-
ti apparentemente docili di Ippia si fanno cos aggressivi: Ippia, sicuro di s
e credendo in unesitazione, tenta di atteggiarsi come in tutto il preceden-
te svolgimento non riuscito a fare, pur desiderandolo (cfr. anche Heitsch
2011, pp. 92-93).
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.
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ippia maggiore, 301c-302a 161
sto in quanto a parer tuo posto con semplicit, porter
ancora avanti largomento dicendoti cosa ne pensiamo;
[d] oppure non vuoi che parli?
ippia Parlerai a chi gi sa, Socrate; so bene, infatti,
come si comportano quelli che si occupano di discorsi.
Ma comunque, se la cosa per te pi piacevole, parla.
socrate sicuramente pi piacevole. Prima che tu
esprimessi il tuo parere, uomo eccellente, noi eravamo
tanto sciocchi da ritenere, circa me e te, che ciascuno
di noi due uno, e ci che pu essere ciascuno di noi
due non possiamo esserlo ambedue; e, in effetti, non
siamo uno bens due. Fino a tal punto eravamo sempli-
ci! Ora per tu [e] ci hai ormai fatto cambiare idea,
insegnandoci che se ambedue siamo due, necessaria-
mente anche ciascuno di noi due deve essere due, e se
ciascuno dei due uno, anche ambedue siamo neces-
sariamente uno. Infatti per il principio continuo di ci
che , formulato da Ippia, non possibile che le cose
stiano altrimenti: ci che due cose sono ambedue, que-
sto lo anche ciascuna delle due, e ci che ciascuna
delle due, lo sono ambedue
153
. Ebbene, ora siedo qui,
immobile, persuaso da te. Ma prima, Ippia, ricordami
comunque una cosa: io e te siamo uno o piuttosto tu sei
due e anche io due?
ippia Ma che dici, Socrate?
socrate Esattamente ci che dico: ho paura a par-
larti chiaramente, 302 [a] perch assumi un atteg-
giamento aggressivo ogniqualvolta ti paia di aver detto
qualcosa di sensato. Comunque, avanti, dimmi ancora:
153
La vendetta ironica di Socrate proporzionale alla precedente aggres-
sivit di Ippia. Lesempio scelto rende immediatamente evidente il problema
di fondo: se di due singoli, separatamente, si predica lessere uno, secondo
il discorso di Ippia lo stesso predicato dovr essere applicabile collettivamente
alla loro coppia, e viceversa. Emerge qui pi chiaramente lambiguit sottesa
allintero argomento diffusamente notata dalla critica; cfr. in particolare
Wood ruff 1982, pp. 83-84, e Heitsch 2011, pp. 91-105 , cio la mancata
distinzione tra due sensi di : in senso distributivo (ambedue co-
me luno e insieme laltro) ci che appartiene a ciascuno proprio anche di
ambedue (cio, delluno e dellaltro); in senso collettivo tale convertibilit
invece incerta e non sempre applicabile.
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ciascuno di noi due non forse uno, e ha questa affezio-
ne, di essere uno?
ippia Certo.
socrate E se uno, ciascuno di noi due dovrebbe es-
sere anche dispari
154
; o non ritieni che luno sia dispari?
155
.
ippia S.
socrate Dunque anche noi, ambedue, siamo dispari
pur essendo due?
ippia Non possibile, Socrate.
socrate Al contrario, ambedue siamo pari; o no?
ippia Certo.
socrate Dunque, visto che ambedue siamo pari, per
questo anche ciascuno [b] di noi due pari?
ippia No di certo.
socrate Non vero, quindi, che del tutto neces-
sario cos dicevi or ora che ci che sono ambedue le
cose lo sia anche ciascuna delle due, n che ci che cia-
scuna delle due lo siano anche ambedue
156
.
ippia Non in relazione a cose del genere, ma in rela-
zione a quelle di cui parlavo prima.
socrate gi abbastanza, Ippia: possiamo acconten-
tarci anche solo di queste, perch alcune evidenziano tale
qualit, mentre altre no. E infatti io dicevo se ricordi
ci da cui questo discorso ha avuto origine che il piace-
re tramite la vista e quello tramite ludito possono essere
belli non perch [c] ciascuno dei due ha laffezione di
essere in questo modo ma non la hanno ambedue, o la
154
Largomento aggiunge un elemento di complessit alla dottrina propo-
sta. Se qualcosa ha un predicato, avr per forza anche quelli essenzialmente
correlati a esso: se si partecipa di un numero dispari si parteciper necessa-
riamente del dispari; cfr. del resto Phaedo, 103c10 sgg.
155
In generale la risposta non scontata in quanto nella matematica greca
antica lunit non un numero ma principio del numero. Aristotele, ripren-
dendo una tesi forse riconducibile a Filolao, considera luno come parimpari
(cio avente entrambe le nature, del pari e del dispari; cfr. Metaph., I, 986a18-
20 e Pyth., fr. 9 Ross). Lidentificazione delluno come dispari, tuttavia, un
comune presidio academico (cfr. Speusippo, fr. 122 Isnardi Parente e Seno-
crate, fr. 213 Isnardi Parente).
156
Socrate, riprendendo laffermazione precedente di Ippia (300e7-301a7),
produce una generalizzazione della conclusione a cui approdato.
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hanno ambedue ma non ciascuno dei due, bens in virt
di quella cosa per cui sono belli ambedue e ciascuno dei
due questo perch tu stesso hai convenuto che sono
belli ambedue e ciascuno dei due. Per questa ragione ri-
tenevo che, se davvero ambedue le cose sono belle, so-
no belle necessariamente per lessenza che accompagna
ambedue e non per quella che, come in quegli altri ca-
si
157
, viene meno; e questo lo ritengo ancora adesso. Ma
dimmi, riprendendo dal principio: se davvero il piacere
tramite la vista e quello tramite ludito [d] sono belli
ambedue e ciascuno dei due, non vero anche che ci
che li fa essere belli dovr accompagnare sia ambedue
sia ciascuno dei due?
158
.
ippia Certo.
socrate dunque per questo che sarebbero belli,
perch ciascuno dei due e ambedue sono piaceri? Op-
pure proprio per questo anche tutti gli altri dovrebbero
essere in nulla meno belli di essi? Se ricordi, infatti, era
chiaro che sono nondimeno piaceri
159
.
157
Per la traduzione cfr. Heitsch 1999, p. 34, il quale evidenzia, anche
se al fine di mostrare linautenticit del dialogo, che qui non
pu riferirsi a ciascuno dei due oggetti nei quali qualcosa viene meno cos
ancora, per esempio, Pradeau 2005 ; rimane per del tutto lecito tradurre
come in quegli altri casi.
158
Lintero intervento, oltre ad aprire lultima parte della discussione,
chiosa il tema dellexcursus. Dopo aver chiarito come sia possibile una pre-
dicazione discontinua (collettiva e non distributiva e viceversa) Socrate pu
stabilire definitivamente che il caso in cui qualcosa sia non essenzialmente
bello non esprime unessenza, bens un ; a questa nozione si
oppone la vera causa della bellezza, che tale in modo non avventizio. Non
costituisce problema rispetto ai cenni alla teoria del e dell (cfr.
supra la nota 145, e infra la nota 167) che Platone usi qui (302 c5) in
modo ancora ambiguo, a indicare anche unentit che non appartiene essen-
zialmente a qualcosa: come nel resto del dialogo, anzi, proprio loscillazio-
ne tra usi tecnici e non tecnici sembra voler evidenziare la transizione verso
una semantica e una teoria ontologicamente pregnanti. Tale ambiguit non
pu venir meno nella traduzione, che tuttavia sottintende uno slittamento:
Per questa ragione ritenevo che, se davvero ambedue le cose sono belle, so-
no belle necessariamente per lessenza [ in senso forte] che accompagna
ambedue e non per quella < entit > [ sottinteso, e avrebbe un senso
comune] che, come in quegli altri casi, viene meno.
159
Cfr. 298c9 sgg., per cui i piaceri relativi a vista e udito sono solo alcuni
dei piaceri, quelli belli; ma poich anche gli altri sono piaceri ecco il pun-
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ippia maggiore, 302d-303a 167
ippia Lo ricordo.
[e] socrate Ma si diceva che sono belli perch sono
tramite vista e udito.
ippia Si diceva anche questo
160
.
socrate Osserva ora se dico il vero. Per come ne ho
memoria, si diceva che bello questo piacevole: non tut-
to, ma quello tramite vista e udito.
ippia vero.
socrate Ma non vero che questa affezione accom-
pagna ambedue ma non ciascuno dei due? Ciascuno dei
due lo dicevamo in precedenza non tramite ambedue
i sensi, anzi: ambedue i piaceri e non ciascuno sono
tramite ambedue i sensi; non vero?
ippia Lo .
socrate Ciascuno dei due, quindi, non bello per que-
sta affezione che non accompagna ciascuno dei due (lam-
bedue, infatti, non accompagna ciascuno dei due)
161
: cosic-
ch, secondo lipotesi
162
, possibile affermare che sono belli
ambedue, ma 303 [a] non che lo ciascuno dei due.
Come diciamo, altrimenti? Non necessariamente cos?
ippia chiaro.
socrate Dunque, affermiamo che ambedue sono bel-
li, ma neghiamo che bello sia ciascuno dei due?
ippia Cosa lo impedisce?
socrate A me pare, mio Ippia, che lo impedisca que-
sto. Avevamo individuato alcune cose che si aggiungono
a ciascun oggetto in questo modo: se si aggiungono ad
ambedue, anche a ciascuno dei due, e se a ciascuno dei
due, anche ad ambedue. Ci vale per tutti i casi che tu
hai passato in rassegna
163
; cos?
to qui ripreso la causa del loro essere belli non pu essere il fatto di essere
piaceri, altrimenti sarebbero belli tutti i piaceri.
160
Cfr. 299b6 sgg.
161
Spiegazione generale della valutazione negativa appena proposta: non
possibile che ciascuna di due cose sia bella a causa di ci che le rende belle
ambedue insieme e solo nella misura in cui sono considerate insieme: infatti
ambedue non pu essere detto di ciascuno.
162
Cfr. 299b2; lipotesi coincide con la proposta in questione.
163
Cfr. 300e7-301a7.
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ippia S.
socrate Ma non vale per quelli che io ho a mia vol-
ta passato in rassegna; tra questi, del resto, cerano sia
ciascuno dei due in s sia ambedue
164
. vero ci
che dico?
ippia vero.
[b] socrate Dunque, Ippia, tra quali ti pare rientra-
re il bello? Forse tra quelli di cui parlavi tu se io sono
forte e anche tu, anche ambedue, e se io sono giusto e
anche tu, anche ambedue, e se ambedue, anche ciascu-
no di noi due in modo tale che se io sono bello e an-
che tu, anche ambedue, e se ambedue, anche ciascuno di
noi due? Oppure niente impedisce che sia in questaltro
modo, per cui se due grandezze qualsiasi sono ambedue
pari, ciascuna delle due forse pari o forse dispari, o
ancora, se ciascuna delle due inesprimibile, ambedue
insieme sono forse esprimibili o forse [c] inesprimi-
bili
165
, o come gli innumerevoli casi simili, proprio quelli
164
Cfr. 301d5 sgg. In realt Socrate ha proposto lesempio, ancora pi
efficace, del due e delluno, a cui tuttavia riconducibile quello a cui qui si
allude, relativo allessere ciascuno o allessere ambedue: in altri termini, di
ciascuno si pu dire che ciascuno, il che sar impossibile da dire (collet-
tivamente) di ambedue (cfr. anche 302e10-11). Ha probabilmente ragione
Wood ruff 1982, p. 87, nota 184, nel sostenere lassenza di riferimenti alla
dottrina delle idee in questa espressione, soprattutto per la sua vaghezza e
poich Socrate sembra fare piuttosto riferimento al fatto di essere ciascu-
no. E tuttavia una certa ambiguit rimane, anche perch, intesi di per s
come predicati, anche lessere ciascuno e lessere ambedue dovrebbero essere
riconducibili a strutture formali soggette alle peculiari forme di aggiunta
(partecipazione) in questione.
165
Il contenuto matematico del passo controverso e facile da sovrain-
terpretare: le attestazioni relative allirrazionalit in Platone sono poche e
oscure (per una rassegna cfr. Fowler 1999, pp. 359-360), e leffettivo stato
delle competenze tecniche e dei termini in cui erano espresse difficile da
cogliere. La prima immagine pi semplice: gli addendi di un numero pa-
ri che la somma di ambedue gli addendi possono essere anche dispari.
La seconda immagine molto pi oscura. Con ogni probabilit essa ha come
oggetto (anche per il precedente riferimento ai numeri) numeri razionali e
irrazionali, in particolare numeri che di per s sarebbero irrazionali e che
invece, insieme, possono essere razionali (commensurabili) o irrazionali (in-
commensurabili). Come gi indicato da Wood ruff 1982, p. 87, nota 187, il
cenno troppo conciso per essere interpretabile senza eccessivi rischi. forse
possibile proporre ipoteticamente che si alluda al metodo dell
(o ), certamente praticato nellAcademia ai tempi di Platone,
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ippia maggiore, 303c-d 171
che dicevo mi si erano mostrati?
166
. Avanti, tra quali
collochi il bello? Magari su questo anche a te si mostra
ci che si mostra a me? Vedi, a me pare davvero irrazio-
nale che ambedue noi siamo belli, ma non lo ciascuno
di noi, o che lo ciascuno di noi ma non lo siamo ambe-
due, o qualsiasi altra cosa simile. Scegli questo mio pun-
to di vista o la pensi nellaltro modo?
ippia Il tuo, Socrate.
socrate una buona scelta, Ippia, per farci abbando-
nare [d] ulteriori ricerche: se infatti il bello tra que-
sti, bello non potr pi essere il piacevole tramite vista
e udito. Infatti lespressione tramite vista e udito fa
s che siano belli ambedue ma non ciascuno dei due; ma
questo io e te siamo daccordo impossibile, Ippia
167
.
per cui due grandezze venivano confrontate e sottratte reciprocamente e pro-
gressivamente fino a verificare se loperazione non lasciasse resto (in tal caso,
le due grandezze erano reciprocamente commensurabili); in tal caso, per,
Ippia darebbe lassenso senza realmente capire il significato dellallusione.
Heitsch 2011, p. 101, nota 162, vede un pi semplice riferimento a compo-
sizioni razionali di numeri irrazionali (per esempio 2 x 2 = 2); Fowler 1999,
p. 360, ha proposto che il cenno, genericamente riferibile a grandezze, poggi
sulle operazioni tra numeri irrazionali poi fissate nel X libro degli Elementi.
166
Cfr. 300c4- e6 e 301d5 sgg.
167
Socrate sembra accogliere positivamente lo sbrigativo accantonamento
dellampio argomento (cfr. anche la nota seguente), che gi per la sua strut-
tura destava forti perplessit (cfr. supra la nota 134). Dalla sezione emergono
per elementi teorici importanti in relazione al problema della causalit del
bello, centrale nel dialogo. (i) Ampia attenzione dedicata al problema di
circoscrivere il dominio di oggetti per la definizione estensionale del bello
(cfr. supra le note 134, 136, 138-39, 143-44). Pi che il risultato ottenuto (il
piacevole tramite vista e udito), sono degni di nota i criteri toccati, e talvol-
ta non applicati. In primo luogo, una definizione estensionale prevede che
i termini coinvolti condividano la qualit conferita dalla causa che si cerca.
In secondo luogo, lesclusione di parte del dominio di oggetti pu dipendere
in generale solo dal fatto che questi non condividano realmente la qualit in
questione. In terzo luogo, la raccolta deve essere inclusiva tanto quanto la
causa cercata penetra nella realt: lesclusione arbitraria di qualcosa di bello
dal novero delle cose belle rappresenta un errore. (ii) Platone impiega anche
in senso ontologico i termini e , e approfondisce la complessit
del loro rapporto introducendo la nozione di (cfr. Centrone
1995, in particolare pp. 140-52, e qui lintroduzione, pp. 29-33 e le note 145
e 151). Allo sviluppo della terminologia corrisponde una proposta ontologi-
ca: il bello deve essere unessenza comune, ci che sempre e per tutti
causa dellessere bello. Una simile lettura consente inoltre di spiegare perch
Platone faccia dilungare Socrate nellexcursus per poi raggiungere un risulta-
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ippia Siamo daccordo.
socrate quindi impossibile che bello sia il piace-
vole tramite vista e udito, poich proprio nel momento
in cui bello comporta qualcosa di impossibile.
ippia vero
168
.
socrate Dite nuovamente, far lui
169
, riprenden-
do dal principio, poich l avete [e] commesso un er-
rore: cosa a vostro avviso questo bello, quello presen-
te in ambedue i piaceri, a causa del quale li avete detti
belli, onorando questi sopra agli altri? In effetti, Ippia,
mi pare necessario dire che tra i piaceri essi ambedue
e ciascuno dei due sono i pi innocenti e i migliori
170
.
O forse puoi indicare qualcosa di diverso per cui diffe-
riscono dagli altri?
to dialogico del tutto sproporzionato: lexcursus, infatti, riesce a spiegare in
primo luogo come alcune predicazioni, pur legate al verbo essere, siano solo
un e non lespressione di unessenza, e che invece il bello cer-
cato deve essere una causa comune stabile.
168
Di fatto, laccantonamento del piacevole tramite vista e udito come can-
didato per il bello dipende direttamente dallassunzione per cui il bello tra
le cose che rendono belli ciascuno dei due e ambedue: poich tale carat-
teristica non pu essere applicata al piacevole tramite vista e udito, lidentifi-
cazione deve cadere. La collocazione del bello nella categoria in questione
, come spesso notato, un punto debole logicamente o argomentativamen-
te del procedimento (cfr. Wood ruff 1982, pp. 83-84, Kahn 1985, p. 267, e
Heitsch 2011, pp. 103-4 opinione di von Kutschera): Socrate afferma con
un curioso gioco di parole rispetto al precedente riferimento allirrazionalit
numerica che lopzione contraria irrazionale, e nel chiedere conferma a
Ippia sa che lo trover daccordo, visto che il sofista sostiene questa tesi fin
dallinizio della discussione. Ci rende per evidenti almeno due aspetti impli-
citi dellargomento. In primo luogo, se la definizione cercata in questo caso
non fosse estensionale, largomento non avrebbe senso: lestensione del bel-
lo a non poter coincidere con quella del piacevole tramite vista e udito perch
prevede una predicazione continua, mentre quella del piacevole una disconti-
nua. In secondo luogo, da un lato lexcursus sulla predicazione non ininfluente
per la conclusione (pace Heitsch 2011, in particolare p. 99), poich proprio la
differenza tra le due predicazioni distingue le estensioni di bello e piacevole;
dallaltro (pace von Kutschera in Heitsch 2011, pp. 102-5) il bello non prevede
una predicazione distributiva o collettiva, bens una collettiva e distributiva.
169
Lanonimo torna a comparire dopo aver abbandonato Socrate e Ippia
alla ricerca sul piacevole; non secondario che egli non chieda conto del fal-
limento appena verificatosi.
170
Cfr. Leg., II, 670c8 sgg., in riferimento alla sola musica. Una simile
affermazione sembra semplicemente riprendere la precedente distinzione
pi generica.
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ippia In nessun modo: sono realmente i migliori.
socrate Questo, quindi, affermer, dite essere
il bello, piacere vantaggioso?
171
. Cos ci sembra, affer-
mer io; e tu?
ippia Anche io.
socrate Ma se vantaggioso, affermer, ci che
produce il buono ed era or ora evidente che ci che produ-
ce altro rispetto a ci che viene prodotto, questo nostro
discorso non torner al precedente? 304[a] Se infatti
ciascuna delle due cose diversa dallaltra, n bello potr
essere il buono n buono potr essere il bello
172
. Niente
di pi vero, affermeremo noi con ragionevolezza, Ippia:
non lecito non convenire con chi parla correttamente.
ippia Ma cosa pensi che sia in realt tutto questo,
Socrate? Lacerti scampoli di discorso divisi in picco-
li pezzi, te lo dicevo prima! Eccola invece la cosa bella
e di grande valore: lessere in grado di condurre bene e
in bellezza discorsi in tribunale, in assemblea o di fron-
te a [b] qualsiasi altra magistratura alla quale possa
essere rivolto il discorso, e riuscendo nella persuasione
andar via portando non il pi piccolo bens il pi gran-
de dei premi possibili, la sicurezza per se stessi, per le
proprie ricchezze e per i propri cari. A questo bisogna
171
Si tratta dellultima definizione proposta nel dialogo, basata sul
passaggio da innocenti e migliori a vantaggiosi. Tale slittamento accetta-
bile in ragione di tacite e usuali implicazioni: da un lato ci che innocente
non danneggia, dunque quantomeno non porta svantaggi, dallaltro ci che
migliore porta per la semantica utilitaristica del bene un vantaggio. La
definizione fa quindi leva sulle ambiguit del lessico ordinario, e sembra
gi per questo forzata; inoltre, essa proposta e accantonata in tutta fret-
ta; ancora, presenta problemi ed errori gi toccati e ormai superati ( Heitsch
2011, pp. 105-6, individua questa difficolt e vi vede, a partire dalla tesi
dellinautenticit, una carenza nella composizione nel dialogo; non per
infrequente nei dialoghi aporetici che nella conclusione sia ripresa una tesi
gi toccata, o che sia evidenziata una certa circolarit: cfr. per esempio Eu-
thyphr., 9b10 con Centrone 2010, p. 95, nota 71, e Charm., 174b11 sgg.).
Per queste ragioni sembra probabile che il passo abbia una marcata funzio-
ne compositiva: Socrate porta Ippia allesasperazione riprendendo elementi
gi ampiamente discussi.
172
Lobiezione riprende con le sue ambiguit quella che aveva affos-
sato il vantaggioso; cfr. supra la nota 131.
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tenere, lasciando stare simili frammenti di discorso per
non sembrare privi di capacit dintendere dedicando-
si come ora a deliri e sciocchezze
173
.
socrate Mio Ippia, tu sei davvero beato, poich
non solo sai di cosa un uomo deve occuparsi, ma tu stes-
so come affermi te ne sei occupato in modo degno.
[c] Io, invece, sono posseduto come sembra da una
sorte demonica, e cos vado errando e sono sempre in
grandi difficolt. Ma quando esibisco a voi, i sapienti, la
mia difficolt con un discorso, nel momento stesso in cui
la esibisco voi da parte vostra prendete a ingiuriarmi: mi
dite infatti proprio quello che anche tu mi dici ora, che
mi dedico a cose assolutamente sciocche, piccole e di nes-
sun valore. Ma quando poi, persuaso da voi, dico ci che
dite che di gran lunga pi importante essere capace
di condurre discorsi bene e in bellezza, e ottenere un ri-
sultato in tribunale o in un [d] qualsiasi altro consesso
politico mi sento rivolgere parole di grande biasimo da
parte di alcuni altri di questa citt e da questuomo, che
mi confuta sempre. Egli infatti uno dei miei pi stretti
congiunti e vive nella mia stessa casa: cos, ogniqualvolta
io vi faccia ritorno ed egli mi senta dire queste cose, mi
domanda se non provi vergogna a osare discutere delle
belle occupazioni bench venga confutato circa il bello in
modo tanto evidente da non sapere neanche cosa mai sia.
E allora, fa lui, se non conosci il bello in che modo
173
Se in precedenza lanalogo sfogo di Ippia dipendeva da eccessiva sicu-
rezza (cfr. 300c2 sgg., in particolare 301b2-c3), qui evidente che la sua base
sia da cercare nella frustrazione e nellormai chiara consapevolezza di essere
in balia di Socrate. Le accuse rivolte dal sofista, oltre che richiamare il passo
precedente e lIppia minore (369b9-c8), trovano importanti paralleli nel Gor-
gia (cfr. per esempio le finalit della retorica secondo Gorgia 452e1-8 e
Polo 466b4 sgg. nonch lesempio di vita politica promosso da Callicle a
fronte dellisolamento filosofico in particolare 486e5 sgg.). Al contempo,
lattacco reso pi incisivo dal linguaggio utilizzato, ricercato e inconsueto
(bench raro, ancora cfr. gi supra le note 72 e 85 attestato nella commedia:
per cfr. Aristofane, Pax, 790-91 (); per
Eupoli, fr. 95, 54, e lo scolio a Gorg., 497c1, con Cufalo 2007, p. 244, che
peraltro individua nel termine la sostanza dei consueti attacchi dei sofisti a
Socrate cfr. supra la nota 149). Poco fondati, dunque, i tentativi di trovare
in questo passo tracce a favore dellinautenticit del dialogo.
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saprai se [e] uno ha svolto un discorso o una qualsiasi
altra azione in modo bello o meno? E nel momento in
cui ti trovi in questa condizione, credi davvero che per
te sia meglio essere vivo pi che morto?
174
. Mi capita,
ti dico, di sentirmi rivolgere parole di biasimo e rimpro-
vero non solo da voi, ma poi anche da lui! E tuttavia
forse necessario affrontare con pazienza tutto questo:
non ci sarebbe nulla di strano, infatti, se ne traessi van-
taggio
175
. Vedi, Ippia, mi pare di aver tratto vantaggio
174
Torna, in chiusura, la fallacia socratica, che aveva aperto la parte te-
matica del dialogo (cfr. anche infra la nota complementare 2, pp. 503-5). Vla-
stos 1994, pp. 70-73, ha sottolineato limportanza di questo passo in quanto
sancisce la priorit di una conoscenza salda; Olson 2000, pp. 281-86, ha in-
dividuato la ragione di una condizione tanto terribile nellincapacit di ren-
dere ragione delle proprie scelte ma soprattutto dei propri consigli, dunque
nellignoranza inconsapevole. Le parole dellanonimo potrebbero essere spie-
gate anche dal presidio sofistico (sul quale cfr. in particolare Gorg., 486a7 sgg.,
e 508c4 sgg.) per cui la retorica salva da situazioni difficoltose, dalle accuse e
dalle condanne capitali nei tribunali dunque, garantisce la sopravvivenza
(cfr. del resto 304a6-b3) , mentre chi pratica la filosofia non sa gestire tali
situazioni. Pertanto, Socrate si presenta allanonimo con il discorso retorico
dei sofisti (quando poi, persuaso da voi, dico ci che dite), e lanonimo ri-
sponde con un presidio antisofistico, cio linautenticit del soccorso portato
(a pi livelli) nei contesti pubblici dalla retorica.
175
Socrate sembra stabilire un parallelo relativamente articolato tra la pro-
pria attivit e quella dei sofisti, parallelo che rivela le differenze strutturali nel
momento in cui i due metodi giungano, come in questo dialogo, a scontrarsi
(per la diffusione di questo modello nei primi dialoghi cfr. Wolfs dorf 2004,
pp. 17-22). Il modello di sapienza e occupazione dei sofisti immerso nella
citt democratica e negli impegni che le sono propri, mentre di fatto la rifles-
sione di Socrate si risolve nella missione filosofica (per limmagine del demone
socratico cfr. anche Apol., 31a4 sgg.; Phaedr., 242b8 sgg.; Alc. I, 103a5-6).
Ancora, per quanto entrambi Socrate e un eventuale sofista condividano
formalmente lutilizzo del discorso (in questo senso significativo luso ap
koino di ), sussiste unopposizione evidente tra due tipi di
(in particolare a 304c2) quella socratica, consapevole dei limiti della ricerca
e mirata alla descrizione dellessenza (cfr. gi 286c8-d3), e quella sofistica, in-
capace di risolvere i problemi della ricerca e pronta allinsulto e allattacco e
di fatto tra due tipi di vita quella pubblica dei sofisti e quella di ricerca di
Socrate, classicamente lunica degna di essere vissuta (Apol., 28b2 sgg.) e
(non certo casualmente, visto il ruolo della nozione nel dialogo) vantaggiosa
per il fatto di essere confutata nellerrore (cfr. anche Gorg., 458a2-7). Infine,
va notato che proprio in questo contesto di confronto Socrate insiste sulla
situazione di aporia (304c1-4) che si produce nel dialogo con i sofisti come
Ippia: laporia risulta in primo luogo dallincapacit dei sofisti di soccorrere
il discorso. Si tratta probabilmente di una fondamentale chiave di lettura per
i fallimenti ripetuti delle ricerche del dialogo.
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ippia maggiore, 304e 181
dallincontro tra voi due, e di sapere ora cosa vuol dire
il proverbio difficili le cose belle
176
.
176
Cfr. anche Crat., 384a8-b1; Resp., II, 364a2; IV, 435c7-8; VI, 497d10.
La formulazione del proverbio attribuita dallo scolio ad loc. a Solone, che
avrebbe cos rielaborato il detto di Pittaco (cfr.
Cufalo 2007, pp. 262-63). La chiusura del dialogo sembra sancire in modo
inequivocabile linadeguatezza di un interlocutore, Ippia, che ha a lungo e in
modo ripetuto contraddetto il proverbio: la responsabilit del fallimento ri-
cade sul sofista. In questo senso la conclusione dellIppia maggiore invita ve-
latamente a una pi attenta analisi delle cause dellaporia e del ruolo giocato
da Ippia in relazione a ciascun fallimento.
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IPPIA MINORE
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Introduzione
Il sottitolo dellIppia minore nelle classificazioni an-
tiche dei dialoghi un generico sul falso
1
. In realt
il dialogo verte su una questione attinente al tema, ma
molto pi specifica, che si riassume in una tesi estre-
mamente paradossale sostenuta da Socrate nellambito
di unesegesi omerica riguardante le figure di Achille
e Odisseo e contrapposta a quella del sofista Ippia: chi
mente volontariamente migliore di chi lo fa involon-
tariamente, tesi che alla fine del dialogo arriva a tra-
sformarsi in quella, ancor pi provocatoria, secondo cui
chi commette ingiustizia ed erra volontariamente, po-
sto che un tal uomo esista, luomo buono e virtuoso.
Il livello di paradossalit tale da causare la consueta
ammissione da parte di Socrate di trovarsi in aporia,
con cui il dialogo si conclude.
Come in altri dialoghi la situazione aporetica cau-
sata da una conclusione impossibile da accettare, ma in
questo caso la particolare difficolt data dal fatto che
1
1I manoscritti T e W presentano come sottotitolo (Sul
bello), lo stesso dellIppia Maggiore, mentre S e F tacciono; il sottotitolo che
sembrerebbe pi adeguato, (Sul falso), offerto solo da
due testimoni secondari derivati da S, ma viene confermato da Diogene Laer-
zio (III, 60), secondo il quale il dialogo di genere refutativo (III, 51 e 60).
Bibliografia orientativa: Vancamp 1996 (edizione critica); Jantzen 1989
(introduzione e commento, con la traduzione di Schleiermacher); Fronterot-
ta 2005 (introduzione, traduzione francese e note); principali studi di riferi-
mento: Hoerber 1962; Mulhern 1968; Weiss 1981; Zembaty 1989; Szlezk
1988, pp. 135-48; Erler 1991, pp. 211-45; Vlastos 1991, pp. 366-72; Kahn
1996 (=2008, pp. 118-29); Balaud 1997; Beversluis 2000, pp. 94-110; Gian-
nantoni 2005, pp. 275-84; Levystone 2005.
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186 introduzione
la tesi finale rappresenta lesatto opposto di una delle pi
celebri dottrine socratiche: quella dellinvolontariet del
male, secondo cui impossibile errare e commettere il
male volontariamente. In questo aspetto risiede il prin-
cipale nucleo filosofico del dialogo. Il carattere provo-
catorio della conclusione e i procedimenti argomentati-
vi seguiti da Socrate hanno dato adito a interpretazio-
ni tra loro molto distanti. Anche sul piano letterario il
dialogo presenta motivi di interesse, in quanto specimen
dellesegesi omerica in voga allepoca e importante testi-
monianza dellatteggiamento di Platone nei confronti di
tali pratiche e pi in generale della sofistica.
1. Landamento del dialogo.
Nella scena iniziale del dialogo il sofista reduce
da unesibizione pubblica ()
2
. Deve trattarsi
dellepidissi da lui stesso annunciata nellIppia maggiore
(284b), e prevista per due giorni dopo nel
di Fidostrato su invito di Eudico, che ora figura come
personaggio del dialogo. Viene cos stabilita una conti-
nuit drammatica tra i due dialoghi, secondo un procedi-
mento che non senza paralleli in Platone
3
. L
era unorazione, o lettura, rivolta a un pubblico di spet-
tatori e dimostrativa delle abilit di un retore
4
; il genere
rappresentava una pratica comune dei sofisti dellepoca,
e si concretava talvolta in vere e proprie gare di discorsi
sottoposti a regolamentazione, secondo alcune testimo-
nianze introdotte da Protagora
5
, in cui veniva continua-
2
Sulla retorica epidittica cfr. Kennedy 1963, pp. 152-73; Walker 2000,
pp. 7-16.
3
Il rimando potrebbe per anche costituire un tentativo di accredita-
mento dellautenticit dellIppia maggiore, cfr. Heitsch 2011, pp. 116-17.
Secondo Kahn 2008, p. 118, lepidissi di Ippia potrebbe essere posta in con-
tinuit con lo Ione, rappresentando ladempimento della promessa lasciata in
sospeso dal ra pso do.
4
Aristotele, Rhet., 1358b sgg.
5
Diogene Laerzio, IX, 52.
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ippia minore 187
ta la tradizione degli agoni ra pso dici. Lepidissi di Ippia
stata lunga (, 363a1) e tenuta davanti a un
grande pubblico. Ora invece la discussione sar ristretta
( , 363a4) e basata sulla brachilogia,
brevi domande e risposte che permettono di mettere se-
riamente alla prova la posizione dellinterlocutore. un
motivo ricorrente la polemica di Socrate-Platone contro
la pratica, non esclusivamente sofistica, della macro logia,
il discorso lungo che di ostacolo allautentico dialogo
filosofico
6
.
Lesibizione di Ippia consistita in un saggio di ese-
gesi omerica. Socrate vuole ora porre una particolare
domanda: quale dei due eroi, Achille e Odisseo, Ippia
ritiene fosse il migliore, e per quale ragione. La risposta
di Ippia che Omero ha rappresentato Achille come il
migliore (), Nestore come il pi saggio (
), Odisseo come , aggettivo al
superlativo il cui significato ambiguo allorigine delle
successive difficolt. Politropo (da , molto,
, modo, e anche carattere) significa multiforme, dai
molti aspetti, da cui poi, in riferimento al carattere e a
una sua possibile doppiezza, anche scaltro, astuto; in
effetti laggettivo che nellinvocazione iniziale dellOdis-
sea caratterizza Odisseo, dalle molte risorse
7
.
Alla domanda di Socrate, se anche Achille non fos-
se politropo, Ippia risponde in modo negativo, citando
i versi in cui Achille dichiara di avere in odio chi pensa
una cosa e ne dice unaltra: Achille era, al contrario di
Odisseo, semplice, o diretto (, 365b4) e veritie-
ro (). Dal momento che ci sancisce la presunta
inferiorit di Odisseo, Ippia conferisce evidentemente
a un senso peggiorativo, quello di men-
zognero (), o ipocrita, mentre, almeno in prima
istanza, Socrate, bisognoso di spiegazioni, sembra inten-
dere il termine in unaccezione pi neutrale. Prende le
6
Giannantoni 2005, pp. 48 sgg.
7
Cfr. infra la nota 11 al testo.
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188 introduzione
mosse a questo punto un primo argomento paradossale
di Socrate, volto a stabilire che il veritiero e il menzo-
gnero sono invece la stessa persona (365d6-366c4). Chi
mente infatti capace di mentire e ingannare, e chi
capace intelligente, sa ci che fa ed in grado di fare
ci che vuole. Ma incondizionatamente capace di men-
tire potr essere solo chi conosce la verit, perch chi
non la conoscesse potrebbe, in circostanze limite, dirla
per caso; solo il matematico che conosce il risultato di
unoperazione potr dare sempre la risposta falsa. Con
ci il veritiero e il menzognero risultano essere la stessa
persona, e il menzognero sar il sapiente.
Largomento di Socrate pu essere diversamente in-
terpretato e considerato fallace o valido a seconda che
si dia a termini come e il significato di
mera capacit o quello di habitus, inteso come disposizio-
ne stabile del carattere
8
. La tesi per cui il menzognero e
il veritiero sono la stessa persona pu essere considerata
vera se intesa nel senso che chi capace di dire sempre
la verit anche lunico capace di mentire sempre
9
. Da
ci non segue naturalmente che la stessa persona debba
essere di fatto, a livello di atteggiamento abituale, veri-
tiera e menzognera, n che chi capace di mentire, sia,
come habitus, un mentitore. La dimostrazione di Socrate
non pu certo valere, in generale, contro la tesi che un
soggetto sia tendenzialmente portato a mentire e un al-
tro tendenzialmente sincero; a intenderla in senso stretto
si dovrebbe escludere la stessa esistenza di una disposi-
zione caratteriale
10
.
8
Cfr. Aristotele, Metaph., 1025a6-13, infra.
9
Weiss 1981, pp. 293-94.
10
Si possono in generale distinguere (cfr. Mulhern 1968) le accezioni di
un termine che indicano atteggiamenti e comportamenti tipici (-
terms: come menzognero, falso) da quelle che denotano abilit e
capacit (-terms: come capace di dire il falso). Nel corso
della dimostrazione Ippia condotto (pace Weiss 1981, pp. 291-94) dallin-
tendere e nel primo senso (come mostrano i versi omerici
citati a 365a, dove Odisseo presentato come uno che pensa una cosa e
ne dice unaltra; comportamento, questo, che potrebbe non essere tipico
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ippia minore 189
Largomento, inoltre, efficace solo a patto di inten-
dere capace () in senso forte, cio come in
possesso di unabilit che, nel caso specifico, permet-
te di dire intenzionalmente il falso; anche chi dice cose
false sbagliandosi per ignoranza ha, in senso debole, la
corrispondente capacit (altrimenti ne sarebbe incapace
e non potrebbe agire in quel modo), ma questa capacit
debole non implica quella opposta di dire il vero. per
Ippia stesso, posto da Socrate di fronte allalternativa,
se coloro che dicono il falso lo facciano per ignoranza o
in base a una conoscenza, a scegliere la seconda possibi-
lit: i politropi/falsi sono tali per furbizia e intelligenza
(365e4-5). Il sofista non potrebbe fare diversamente, per-
ch la sua svalutazione di Odisseo si basa, come chiaro
dal seguito (370e5-9) sullintendere e
come termini denotanti una qualit caratteriale che si
esplica nella menzogna volontaria, e non semplicemente
in una falsit proferita casualmente. In questo senso la
strategia di Socrate consister nel mostrare che la capa-
cit di dire il falso volontariamente implica la capacit
opposta e che dunque la distinzione posta da Ippia tra i
due eroi omerici, una volta portata sul terreno della ca-
pacit, non regge (369b3-7). In ogni caso la distinzione
tra la semplice capacit e lattuazione pratica che se-
condo alcune interpretazioni non verrebbe mai realizza-
ta dalluomo virtuoso non sufficiente a escludere che
una menzogna possa essere di fatto messa in atto da tale
uomo e permane, in linea di principio, la possibilit di
un inganno volontario perpetrato a fin di bene.
A Ippia, convinto di poter mostrare che Omero ha in-
vece rappresentato Achille come migliore di Odisseo e
non menzognero, mentre questultimo come astuto, men-
titore e moralmente peggiore, Socrate cita alcuni versi
omerici da cui Achille emergerebbe come
e mentitore; quanto a Odisseo sembra invece sufficiente
di chi ha la capacit dei due opposti) allintenderli nel secondo; cfr. infra
la nota 23 al testo.
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190 introduzione
negare che egli abbia mai mentito. Da notare per che
la posizione dichiarata di Socrate nei confronti dei due
eroi omerici che entrambi siano eccellenti, ,
e che sia difficile appurare quale dei due sia il migliore,
cosicch il deprezzamento di Achille sembra equivalere
a una prova per assurdo (secondo il tuo ragionamento,
370a2); con il metodo esegetico di Ippia e nellimpos-
sibilit di appurare le reali intenzioni dellautore si pu
altrettanto bene dimostrare la doppiezza di Achille, che
sembra aver agito in modo contrario a quanto dichiarato.
qui che Ippia introduce una distinzione tra i due eroi
basata sulla volontariet del mentire, ascrivibile a Odis-
seo ma non ad Achille. Su questa base, per, Socrate,
rifacendosi alla precedente tesi della superiore capacit
del mentitore volontario, pu spingersi a sostenerne la
estrema degenerazione: chi volontariamente danneggia gli
altri ed ingiusto, mentendo e ingannando, migliore di
chi lo fa involontariamente (372d3-7). La possibile presa
di distanze di Socrate dalla sua stessa tesi sottolineata
dalla notazione che si tratta di un attacco di delirio
(, 372e1) che lo ha preso nel momento pre-
sente (372e5). Dopo un breve intermezzo (373a9-c6)
Ippia accetta di rispondere alle domande di Socrate, che
costituiscono largomento finale in favore della tesi pro-
vocatoria. Con una serie di esempi riferiti a varie abilit
Socrate mostra che chi volontariamente provoca leffetto
contrario a quello proprio di una certa attivit migliore
di chi lo fa involontariamente: un cattivo velocista che
corre lentamente inferiore a un bravo velocista che faccia
la stessa cosa di proposito; costui infatti anche in gra-
do, a differenza del primo, di correre velocemente. Chi
migliore in qualsiasi pratica, tecnica o attivit fisica
anche colui che capace di produrre entrambi gli effet-
ti opposti ( , 374a8). Soggetto di
questo agire lanima, e dunque lanima che opera male
ed erra volontariamente migliore di quella che agisce
allo stesso modo involontariamente. Qui Ippia tenta di
opporsi, applicando legittimamente questo risultato al-
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ippia minore 191
la giustizia e allingiustizia e basandosi sulla forza della
diffusa convinzione (che alla base di ogni legge, come
gi da lui ricordato a 372a) che essere volontariamente
ingiusti sia peggiore dellesserlo involontariamente. Ma
la giustizia, insiste Socrate, o una capacit ()
o una conoscenza () o entrambe le cose; pi
giusta sar dunque lanima pi capace o quella che pi sa
o quella che entrambe le cose; ma questultima quel-
la capace di produrre entrambi gli effetti opposti, male
e ingiustizia e i loro contrari. Luomo che possiede tale
anima sar dunque volontariamente ingiusto, e se esiste
un tal uomo, costui non potr che essere luomo buono,
l. Linaccettabilit della conclusione fa s che
Socrate descriva la propria condizione, servendosi di
unimmagine per lui abituale, come uno sbandamento o
una oscillazione in su e in gi.
2. Interpretazioni del dialogo.
Le interpretazioni del dialogo sono di vario genere,
a partire da quella che lo ha considerato semplicemente
una satira nei confronti del sofista senza alcun contenuto
positivo, o uno scherzo () dialettico non inteso
seriamente
11
; o uno stimolo alla riflessione sui concetti
di buono e volontario
12
. Linterpretazione per forse pi
diffusa individua la finalit del dialogo in una dimostra-
zione per assurdo della tesi socratica dellinvolontariet
del male: se fosse possibile fare il male volontariamente,
chi fa ci sarebbe luomo virtuoso; ma la palese assurdit
della conclusione mostra linsostenibilit della premessa,
adombrata nella condizione posta se esiste un tal uo-
mo, che andrebbe considerata falsa
13
. A questa inter-
11
Wilamowitz 1919-20, II, pp. 135-39; Pohlenz 1913, pp. 57-72 e 80-85.
12
Sprague 1962, pp. 65-79.
13
Calogero 1984 (ed. or. in Calogero 1938); Guthrie 1975, pp. 197-99;
Giannantoni 2005, pp. 275-84; Fronterotta 2005, p. 155. Argomenti con-
trari in Szlezk 1988, pp. 144-45.
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192 introduzione
pretazione sostanzialmente socratica fanno riscontro
altre di segno opposto. stato possibile, per esempio,
ribaltare il ragionamento e considerare il dialogo una
critica dellintellettualismo etico di Socrate: se la virt
consistesse unicamente nella conoscenza, dato che ogni
conoscenza potenzialit degli opposti, il virtuoso sareb-
be colui che pi di tutti in grado di fare il male e agire
ingiustamente; una presa di distanze, dunque, di Plato-
ne rispetto al maestro
14
. Sottolinea invece la continuit
Socrate-Platone chi ha letto nel dialogo una persistente
confusione nel Socrate storico e nello stesso Platone su
un tema che solo Aristotele chiarir distinguendo
e , saggezza pratica e habitus o capacit tecnica
15
.
In modo del tutto opposto, altre interpretazioni hanno
sostenuto la possibilit di intendere seriamente lintera
argomentazione e di considerare vera la conclusione, se
interpretata in modo qualificato: se la volontariet si in-
tende nel senso forte che a essa conferisce Platone, come
implicante il sapere che proprio del filosofo, allora solo
chi possiede tale sapere in grado di mentire con cogni-
zione di causa e a fin di bene, secondo il modello della
nobile menzogna della Repubblica, e di commettere
atti ritenuti ingiusti secondo i comuni criteri di giudizio,
ma in realt rivolti al bene; tale persona sar in effetti
migliore di chi agisce senza piena volontariet
16
.
3. Il falso e linganno volontario.
Per orientarsi tra queste diverse opzioni necessario
individuare le ragioni del dissenso tra gli interpreti, gran
parte del quale riconducibile allambiguit delle formu-
le che risultano centrali nellargomentazione, prima tra
tutte quella di (dire volontariamente il
14
Horneffer 1904; Leisegang 1950, col. 2382; Gauss 1954, p. 13.
15
Vlastos 1991 (=1998, pp. 366-72).
16
Erler 1991; in una diversa prospettiva, Weiss 1981.
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ippia minore 193
falso), dovuta ai vari possibili significati della volontarie-
t () e del verbo ; grande peso ha inoltre
la problematicit del passaggio dallo che in
quanto mentire si qualifica nellimmediato in senso de-
teriore da un punto di vista morale, ma potrebbe avere
risvolti positivi allagire ingiustamente, in quanto tale
univocamente qualificato in senso negativo.
nel senso pi immediato indica la volontariet
intesa come un agire non coatto, unazione liberamente
e consapevolmente scelta dallagente. Ma a seconda di
come si intende quella consapevolezza, la volontariet
pu acquisire una maggiore o minore consistenza. Se si
fa ricorso ad altri dialoghi platonici si pu riscontrare
come un agire volontario in senso proprio presupponga
un sapere che va ben oltre la semplice conoscenza delle
circostanze e si identifica con il sapere proprio del filo-
sofo. Poich il bene loggetto intenzionale della volon-
t, non si pu volere altro che il bene e ogni agire che
non realizzi il bene va in ultima analisi qualificato come
involontario
17
. Propriamente volontario dunque solo
lagire che realizza il bene. Dato per che non possibile
agire pienamente bene se non si conosce il bene, n, se
si conosce in modo compiuto il bene, si pu agire in sen-
so contrario, propriamente volontario finisce per essere
solo lagire che presuppone piena conoscenza del bene.
pu significare, a sua volta, dire (ogget-
tivamente) il falso, oppure mentire consapevolmente, o
anche essere nel falso, cio sbagliarsi intorno a qualcosa.
Combinando i vari significati, evidente come la formu-
la possa essere intesa in modi diversi:
a) essere volontariamente nel falso, o sbagliarsi intenzio-
nalmente;
b) mentire di proposito, possibile in questo senso a chiun-
que pratichi un inganno;
17
Cfr. in particolare Men., 78a-b; Hipp. Maj., 296b; Prot., 358a-359a;
Gorg., 460a-c; 466a-469c; Resp., 413a-b.
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194 introduzione
c) mentire con piena conoscenza del bene, cosa possibile
solo al filosofo che sa; in questo caso necessario tro-
vare un senso a questo modo di agire, in prima istan-
za opposto alla dignit morale del .
Aiuta a comprendere la (a) una distinzione posta nella
Repubblica (382a1-d3) tra il falso nelle parole e il falso
nellanima, cio lignoranza e lessere in errore; il primo
solo unimitazione e unimmagine del secondo; il falso
nel discorso va dunque inteso, in tal caso, come un dire
oggettivamente il falso e non come un mentire consape-
volmente, essendo la conseguenza di una condizione di
errore. Intesa in questo senso lespressione rimane vuota
di riferimento, poich nessuno pu voler essere in errore,
ed equivale alla pi generica tesi dellinvolontariet del
male, che nella sua formulazione canonica suona nessuno
sbaglia volontariamente ( ):
come nessuno sbaglia volontariamente, cosi nessuno pu
realmente voler ingannare se stesso
18
.
Dato che il significato (c) implica il riferimento ad altri
dialoghi platonici, metodologia non universalmente con-
divisa, molti interpreti, attenendosi al criterio di spiegare
il dialogo nella sua autonomia, non hanno ritenuto repe-
ribile un senso in cui si possa considerare la tesi condivisa
da Platone; in questa prospettiva l non
potrebbe che significare il mentire deliberatamente. La
tesi della superiorit del mentitore volontario viene di
conseguenza considerata falsa, secondo il naturale prin-
cipio di una valutazione negativa dellinganno, o tuttal
pi limitata allambito strettamente tecnico, non equi-
parabile a quello etico.
Nel quadro di uninterpretazione unitaria ci si pu in-
18
Sempre nella Repubblica (535d9-e5), tuttavia, si contempla la possibi-
lit che chi si trova involontariamente nel falso, colto in flagrante ignoran-
za, non ne sia contrito e continui a sguazzarci. Sorge il problema di co-
me la propria ignoranza possa essere una colpa e di come sia possibile essere
consapevole della propria ignoranza e compiacersene. Aristotele risolver il
problema giungendo ad attribuire al soggetto la responsabilit della propria
ignoranza; cfr. Eth. Nic., 1113b-1114b.
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ippia minore 195
vece basare su una serie di passi in cui viene teorizzata la
possibilit di un mentire operato a fin di bene con pie-
na consapevolezza. Nella Repubblica il falso nei discor-
si, a differenza del veramente falso ( ,
382b8), universalmente deplorato, definito utile in una
serie di circostanze: con gli amici, per esempio, come un
farmaco che pu distoglierli da azioni dissennate, o in
generale nelluso politico della mitologia, esplicitamen-
te teorizzato da Platone, dove il falso viene fatto rasso-
migliare il pi possibile al vero (Resp., 376e sgg.; 382a-
e). Un falso il cui uso e le cui finalit sono limitate agli
uomini, perch la divinit, perfettamente veritiera, non
avrebbe nessuna necessit di mentire: un poe ta menzo-
gnero non alberga nel dio. Lemblema di questa possibi-
lit concessa solo a chi sa la celebre nobile menzogna
della Repubblica, il mito dei metalli (Resp., 414b-415d):
in origine il dio avrebbe plasmato gli uomini mescolando
metalli pi o meno preziosi (loro nei governanti, largen-
to negli ausiliari, il bronzo nei crematisti); un racconto
mitico falso ma persuasivo, volto a giustificare la divisio-
ne della in classi facendola risalire a unoriginaria
differenza di natura tra gli uomini.
Accanto alla considerazione delle affermazioni esplicite
di Platone in tal senso, la valutazione positiva dellingan-
natore volontario ha dalla sua la raffigurazione del Socrate
dei dialoghi elenctici, il Socrate che non rifugge da trucchi,
da fallacie argomentative, da menzogne smaccatamente
ironiche quali gli encomi esagerati dei suoi interlocutori;
sono di questo genere, nellIppia minore, le reiterate affer-
mazioni della sapienza del sofista (cfr. 368b; 369d; 372b-
d). Il comportamento di Socrate pu essere considerato
unicastica illustrazione della stessa tesi secondo cui solo
chi sa pu mentire e ingannare deliberatamente. Un in-
ganno, comunque, sempre orientato alla confutazione, che
in quanto purificazione dellanima dalle false opinioni il
maggior bene per chi ignora ed bisognoso di apprendere
19
.
19
Cfr. Soph., 230b-e.
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196 introduzione
Si pu andare ancor oltre e vedere in filigrana nel ver-
bo (ingannare) una sfumatura di significato
positiva, quella di un deviare che mette sulla strada
giusta linterlocutore. Un inganno che, conformemente
alletimologia originaria del termine , pu deviare
linterlocutore facendogli cambiare strada e mettendolo
su quella giusta
20
. Lamore decantato nei dialoghi erotici,
componente primaria della filosofia platonica, contiene
in s lelemento dellinganno, della risorsa intellettuale,
della trama astuta: Eros , nel Simposio, figlio di Poros,
risorsa, ingegno, e nipote di Metis, lintelligenza astu-
ta; mago (: Symp., 203d8) e astuto macchinatore
(: Symp., 203d4)
21
, sempre intento a intrecciare
trame ( : Symp., 203d6), come Socrate,
lerotico per eccellenza, intreccia, secondo Ippia, discorsi
( , 369b8) da lui ritenuti fuorvianti. Ironi-
camente va dunque interpretata anche la dichiarazione di
Socrate che lingannare di cui Ippia lo accusa sia involon-
tario (373b6-9)
22
; diversamente il sapiente gioco condotto
da Socrate con il suo interlocutore andrebbe ridotto a un
evento del tutto casuale. Nulla pi evidente di come il
turbinio cui sottoposto il sofista sia leffetto dellabilit
dialettica di Socrate, sempre pienamente padrone degli
strumenti del discorso e capace di condurlo agli esiti vo-
luti. Leventuale uso di argomentazioni scorrette, se non
di veri e propri sofismi, va inquadrato in questa prospet-
tiva. Socrate di fatto mente anche in questo dialogo, a
meno di non volere perdere lironia smaccata contenuta
in affermazioni quali quelle della sapienza di Ippia e della
sua superiorit (369d1-2; 376c) o quelle relative a situa-
20
Cfr. Phaedr., 261e-262, su cui cfr. Centrone 2000 (=2011). NellIpparco,
dialogo non attribuibile a Platone, ma dai contenuti platonici, evidente come
l di Socrate, lungi dal poter essere considerato un reale inganno, met-
ta linterlocutore sulla strada giusta (cfr. in particolare Hipparch., 228a-229e).
21
Gli stessi epiteti sono attribuiti da Socrate ad Achille (Hipp. Min., 371a3).
22
La professione di ignoranza implica necessariamente lammissione che
linganno sia involontario; diversamente Socrate sarebbe sapiente, cfr. 373b7.
Se dunque si accetta che tale professione sia ironica, dovr esserlo anche la
corrispondente ammissione.
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ippia minore 197
zioni in cui il disaccordo tra i due assunto da Socrate
a riprova della sua propria ignoranza, che lo metterebbe
in condizione di potere, da Ippia, solo imparare (372bc).
4. Lesegesi omerica.
Legata a una valutazione favorevole del mentitore vo-
lontario in senso forte , a livello drammatico, linterpre-
tazione in senso positivo della figura di Odisseo, incarna-
zione della menzogna volontaria, proposta da parte del-
la critica
23
e comunque problematica. Connessa a questa
rivalutazione linterpretazione dellambiguo termine
riferito a Odisseo.
Una rivalutazione delleroe omerico non era senza pre-
cedenti nei circoli socratici. In base a una testimonianza
di Porfirio, si pu ricostruire come Antistene avesse cer-
cato di conciliare la qualifica di attribuita a Odis-
seo con quella di , mettendo in luce la doppia
valenza di nel senso di carattere e nel senso di
modalit
24
. In questo secondo senso di , appli-
cabile al linguaggio, la politropia pu venire a significa-
re la versatilit nelluso degli strumenti linguistici. Il sa-
piente in tal senso caratterizzato dalla capacit di usare
diversi registri comunicativi; Odisseo, dunque, capace
di rapportarsi agli uomini in molteplici modi, come, tra i
sapienti, Pitagora, che secondo la tradizione dei discorsi
tenuti a Crotone, si serv di diversi adattandoli ai
differenti destinatari, ragazzi, donne, governanti. Questo
23
Giuliano 1995 (= 2004); Luzzatto 1996, cfr. pp. 294-99 e indipenden-
temente, come ovvio, Levystone 2005 (contro Blundell 1992), che vede raf-
figurata nella politropia di Odisseo la versatilit, in senso negativo, dei sofisti
e dellAtene democratica; secondo Montiglio 2007 la valutazione positiva di
Odisseo non pu basarsi sullIppia minore, che lascia la questione aperta, ma
si attua solo nella Repubblica.
24
Cfr. Schol. ad Od., 1 = Socratis et Socraticorum reliquiae, V, A, 187
Giannantoni. Platone polemizza contro Antistene, secondo Brancacci 1990,
pp. 45-55; Kahn 1996 (2008, pp. 125-28); di diverso avviso Giuliano 1995
(=2004, pp. 121-28); Luzzatto 1996, cfr. pp. 293-94 e la replica di Brancacci
1996, particolarmente pp. 385-86.
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198 introduzione
precedente pu costituire un indizio a favore dellipote-
si di una rivalutazione delleroe omerico in Platone, che
si appoggia inoltre ad altri passi platonici in cui Odisseo
visto in una luce positiva; nella Repubblica, per esem-
pio, dove gli viene attribuita la qualifica di
(390a8)
25
, o laddove si citano i corrispondenti versi omerici
per metterne in rilievo la fermezza danimo ()
26
.
Si pu ritenere che manchino sostegni definitivi per
attribuire a Platone una valutazione positiva delleroe
omerico orientata in un senso analogo a quello dellin-
terpretazione antistenica. Un suo atteggiamento positivo
nei confronti di Odisseo rimane tuttavia altamente vero-
simile, non solo sul terreno dellesegesi omerica, ma an-
che in riferimento alla tendenza a non porre in una luce
sfavorevole personaggi che di fatto costituivano allepoca
modelli educativi importanti. Platone in linea di princi-
pio restio a svalutare figure di origine divina o eroi della
tradizione comunemente indicati come possibili modelli
di comportamento; il carattere ironico della valutazione
negativa di Achille, dipinto da Socrate come impostore
e mentitore, segnalato dalla notazione che il figlio di
una dea, educato dal nobilissimo centauro Chirone, non
poteva essere cos smemorato da comportarsi incoeren-
temente (371c6-d2). Ed plausibile pensare che lintelli-
genza poliedrica di Odisseo, capace di inganni attuati per
un fine superiore ed eroe in ultima analisi positivo, abbia
impressionato Platone in senso favorevole.
5. Dal mentire volontario allingiustizia volontaria.
Pi che problematico rimane comunque il passaggio
dalla tesi della superiorit del mentitore volontario alla
conclusione, espressa in una forma non solo parados-
25
Cfr. anche Montiglio 2007, la cui ricostruzione di un nuovo mito di
Odisseo in Platone per molto congetturale.
26
Cfr. Symp., 220c; Resp., 390d.
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ippia minore 199
sale e moralmente inaccettabile, ma intrinsecamente
auto contraddittoria: la persona che volontariamente
ingiusta altri non sarebbe che luomo buono; tesi, que-
sta, che in nessun modo sembra possibile attribuire a
Platone. Tale impossibilit segnalata dalla descrizio-
ne da parte di Socrate della sua condizione, nellatto di
sostenere quella tesi, come un attacco di delirio (
, 372e1), e da altre limitazioni: cos gli pare al
momento presente e lesito dovuto ai precedenti di-
scorsi (372e3-6). In altre parole, il salvataggio della tesi
della superiorit del mentitore volontario mediante il
riferimento alla nobile menzogna della Repubblica non
giustifica il passaggio allesito estremo. Se possibile
mentire volontariamente in senso buono, non pos-
sibile fare il male o autoingannarsi volontariamente
27
;
la condizione se esiste un tal uomo va in ogni caso
considerata unipotesi impossibile, anche se non si in-
dividua quale scopo principale del dialogo la dimostra-
zione dellimpossibilit di commettere il male volonta-
riamente. Il punto decisivo che Ippia deve accettare
questo ulteriore passaggio, non essendo in grado di de-
cifrare nel loro vero senso le affermazioni di Socrate,
di individuarne (distinguendo eventualmente le diverse
modalit del mentire volontario, la polivalenza di
e quella di ), le condizioni di validit, e
di comprendere in che modo un agire del genere possa
avere una valenza positiva. Socrate pu permettersi di
portare il suo interlocutore, in sua completa balia, sul
terreno dellassurdo.
Ma come avviene la transizione? Decisivo il pas-
saggio, da un lato dalla conoscenza allagire pratico-pro-
duttivo, dallaltro dalla semplice capacit allattuazio-
ne pratica, e infine dal valore prestazionale del termine
27
Se non nel senso di compiere azioni normalmente ritenute ingiuste,
ma che non lo sono in riferimento alla disposizione interna dellagente o al-
le particolari circostanze (per esempio Resp., 331c : non restituire larma, in
teoria dovuta, a un pazzo). Ma in questo caso si tratta, appunto, di azioni
non ingiuste, ma giuste.
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200 introduzione
(bravo) a quello morale (buono, virtuoso), tra-
mite la polifunzionalit riconosciuta allanima ().
La tesi secondo cui chi possiede un sapere anche colui
che in grado di realizzare al meglio le finalit oppo-
ste alloggetto di quella scienza o arte compare ripetu-
tamente nei dialoghi in differenti formulazioni
28
. Suo
corollario che il possessore di questo sapere, quando
per ipotesi produce lopposto effetto negativo, miglio-
re di chi lo fa involontariamente. Se il bravo medico il
soggetto capace di causare al meglio la malattia, costui
indiscutibilmente superiore, dal punto di vista tecni-
co, allinesperto che causa lo stesso effetto involonta-
riamente perch incapace. Una formulazione pi gene-
rale la tesi accademica per cui gli opposti sono ogget-
to di una medesima scienza, frequentemente citata da
Aristotele
29
. L alla quale in alcuni dialoghi
aporetici vengono ricondotte le singole virt, la cui de-
finizione individuale non ha successo, conoscenza sia
del bene che del male. Se la tesi pu considerarsi vera
nellambito tecnico-epistemico, problematica invece
la transizione nella sfera etica, derivante dallanalogia
posta spesso nei dialoghi tra e . Lanalo-
gia e il grado di adesione a essa da parte di Platone un
altro tra i temi pi discussi dalla critica. Proprio per la
conclusione assurda che ne deriverebbe Aristotele sta-
bilir una netta demarcazione tra virt/saggezza pratica
e arte/tecnica, tra / e : chi sba-
glia volontariamente , nel campo della , miglio-
re, mentre nel campo dellagire pratico peggiore (Eth.
Nic., 1140b22-24). Proprio riferendosi allIppia mino-
re, Aristotele rileva la falsit implicita nella conclusio-
ne della superiorit di chi volontariamente malvagio,
ottenuta tramite uninduzione fallace: la volontariet di
chi di proposito zoppica solo una imitazione dellesse-
re volontariamente zoppo; se questultima eventualit
28
Cfr. per esempio Resp., 333e-334a.
29
Cfr. per esempio Top., 104a15-16; An. pr., 69b9-10.
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ippia minore 201
fosse possibile, essa configurerebbe invece una inferio-
rit morale (Metaph., 1025a6-13)
30
.
Quanto ad , in generale, prima ancora di avere
valenza etica, il termine indica in greco abilit prestazio-
nali, capacit e bravura. La qualifica di segnala
varie forme di eccellenza, non solo in relazione alle qua-
lit morali della persona, quali il coraggio o la nobilt
danimo, ma anche rispetto a qualit fisiche (la forza)
o a beni esteriori (ricchezza, posizione sociale), talvol-
ta in aperto contrasto con unaccezione che definirem-
mo morale. Per i Greci di et arcaica possibile essere
e comportarsi in modo ingiusto o moralmente
riprovevole (il caso di Achille definito proprio
mentre compie azioni raccapriccianti)
31
. Platone sfrutta
queste valenze nellargomento finale, da 373c6 in poi,
dove o i corrispondenti comparativi (,
) sono riferiti inizialmente a chi esercita una
certa abilit (il corridore, il lottatore), poi a facolt fi-
siche e di qui allanima stessa, sede delle capacit intel-
lettuali e tecniche, ma ovviamente anche di quelle mo-
rali: diviene in tal modo possibile trasferire la tesi della
superiorit del volontario realizzatore dellopposto di
una certa arte dalle varie abilit alla giustizia; essendo
la giustizia una facolt (e una conoscenza) dellanima,
lanima migliore sar quella capace di entrambi gli op-
posti, dunque della giustizia come dellingiustizia. Luo-
mo , tale in quanto possiede una corrispondente
anima, sarebbe dunque quello pi capace di ingiustizia,
perch capace, come i precedenti , di realizzare
entrambi gli opposti
32
.
Sul versante della capacit, si potrebbe pensare di
salvare la formulazione finale in un senso qualificato:
l sarebbe, a livello di capacit, la persona teo-
30
Cfr. anche la nota 61 del commento.
31
Cfr. Omero, Il., 24, 50-54.
32
Lo scivolamento dal valore prestazionale a quello etico di nozioni come
e anche altrove impiegato a fini confutatori, per esempio nel
dialogo con Trasimaco in Resp., 348b8-350b11.
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202 introduzione
ricamente in grado di compiere (o forse di concepire) le
peggiori ingiustizie; se vero che convinzione di Pla-
tone che le grandi nature, anche quando non conseguono
la conoscenza del bene, sono quelle in grado di compiere
i pi grandi mali
33
, a fortiori questo dovrebbe valere per
gli . Luomo non pu per, per defini-
zione, rivolgere tale capacit in senso opposto al bene,
che una volta conosciuto attrae irresistibilmente.
Se stato possibile pensare che Platone sia rimasto per
primo vittima della analogia posta o che abbia alluso ai
limiti di unanalogia che alcuni ritengono attribuibile al
Socrate storico, pi probabile sembra lipotesi che invece
qui venga segnalata, anche senza essere tematizzata fino
in fondo, la differenza strutturale tra la comune-
mente intesa e il sapere del bene, che non pu, qualora
sia presente in un uomo, causare il comportamento op-
posto. Come insegna il Protagora (352b-c), la conoscen-
za epistemica del bene, se veramente tale, non pu es-
sere sopraffatta da nulla. Il fatto che Platone non abbia
rigidamente distinto i due ambiti, come in seguito far
Aristotele, non pu oscurare la particolarit dello sta-
tuto di tale sapere, ripetutamente ribadita nei dialoghi.
6. La contraffazione del filosofo.
LIppia minore inscena dunque la consueta contrap-
posizione tra il filosofo, rappresentato da Socrate, e il
sofista, sua contraffazione, bench la descrizione di
questultimo figuri solo di passaggio nellambito degli
argomenti proposti senza con ci risultare meno ef-
ficace. In particolare, di Ippia viene messa in ridicolo
la pretesa di una conoscenza universale, impossibile
imitazione del sapere filosofico
34
. Il sapere enciclopedi-
33
Cfr. Resp., 491d-e, che si riferisce probabilmente ad Alcibiade.
34
Il sofista si professa in possesso di un sapere universale (cfr. Soph.,
232a-234d).
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ippia minore 203
co compare qui, da un lato nella menzione delle varie
discipline in cui Ippia vanta la sua perizia (aritmetica,
geometria, astronomia, discipline fondamentali nellor-
ganizzazione platonica del sapere, o la mnemotecnica),
dallaltro nelle sue applicazioni pratiche, disegnando
una caricaturale autarchia rispetto ai bisogni essenziali.
Ippia produce da solo tutto ci che gli serve, dalla cin-
tura allampolla. Modello, questo, criticato nel Carmide
(161b sgg.) e nella Repubblica, dove la si origina
proprio dalla non autosufficienza di ciascuno rispetto
a tali bisogni e necessit
35
. La pretesa di un sapere uni-
versale trova espressione a livello psicologico nella smi-
surata presunzione di Ippia, analoga a quella messa in
mostra nellIppia maggiore: egli si proclama in grado di
rispondere a chiunque su qualunque argomento (363d)
e non ha mai incontrato, da quando gareggia, qualcu-
no migliore di lui (364a7-9). La contrapposizione trova
espressione nel gioco ironico del ribaltamento dei ruo-
li: Ippia che dovrebbe risanare lanima di Socrate
(372e7; in genere un compito caratteristico del filoso-
fo), liberarlo dallignoranza, analogo della malattia del
corpo, e dal suo continuo oscillare.
Ambito specifico di questa contrapposizione ai sofi-
sti uno dei campi in cui si dispiegava la loro attivit:
lesegesi di Omero, cardine della greca. Come
noto, soprattutto dalla Repubblica, Platone fortemen-
te contrario a basare leducazione sui poe ti e in parti-
colare su Omero, ed inoltre in generale critico verso
questo tipo di attivit ermeneutica, per ragioni che si
possono desumere dalla critica della scrittura contenu-
ta nel Fedro e da altri passi dei dialoghi: uno dei mo-
tivi di diffidenza verso lo scritto la sua incapacit di
difendersi in assenza del suo autore, o detto altrimen-
ti, limpossibilit di appurare i suoi intendimenti, uni-
to al fatto che lo scritto ripete sempre le stesse cose
36
;
35
Cfr. Resp., 369b5-7 sgg.
36
Phaedr., 275d4 sgg.
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204 introduzione
il dialogo possibile solo con chi assuma su di s le re-
sponsabilit del discorso, cosa che Ippia fa accettando
di rispondere anche per conto di Omero. Lesegesi di
Omero, non direttamente interrogabile, passa cos in
secondo piano. per Platone impossibile, e in ultima
analisi non cos interessante, appurare definitivamente
come Omero abbia inteso rappresentare Odisseo. Per
questo Socrate pu adottare criteri che talvolta sembra-
no sconfinare in interpretazioni arbitrarie o capziose,
come avviene esemplarmente nel Protagora con il carme
di Simonide (Prot., 339a sgg.). Decisivo diventa inve-
ce lesame dellinterlocutore che abbia accettato di di-
scutere in prima persona, e ci segnato dal passaggio
da un discorso lungo ( ), mezzo nel quale
si dispiega lesegesi omerica dei sofisti, a un dialogare
in brevi battute ( ), posto da
Socrate come condizione della discussione (373a). La
superiorit che Socrate rivela anche nellesegesi omeri-
ca rispetto al sofista passa in secondo piano rispetto a
quella che si dispiega nel confronto dialettico volto alla
ricerca del vero.
7. Cronologia e autenticit.
LIppia minore stato tradizionalmente posto allini-
zio della produzione platonica, sia per la sua brevit, sia
per il carattere aporetico
37
: lipotesi stata confermata
dallindagine stilometrica
38
.
La lista dei sostenitori dellinautenticit non esigua
(Ast, Schleiermacher, Lutoslawski, Arnim, Tarrant,
Bluck; dubbioso Thesleff)
39
, ma il problema non stato
37
Wilamowitz 1919-20, I, p. 136 riteneva il dialogo anteriore alla mor-
te di Socrate, che vi rappresentato come un immoralista; cos anche Rit-
ter 1933, p. 39, nota 1; Friedlnder 2004, p. 553 (=1964, II, pp. 133-34).
38
Ledger 1989, pp. 159-60.
39
Cfr. Thesleff 1982, pp. 220-21, che propende per lattribuzione a un
discepolo di Platone.
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ippia minore 205
pi sollevato in tempi recenti. La testimonianza di Ari-
stotele, che cita il dialogo in Metaph., 1025a6-13, senza
comunque fare il nome di Platone, stata generalmen-
te assunta a riprova dellautenticit, evitando allIppia
minore, come not Friedlnder
40
, il destino cui sareb-
be altrimenti andato incontro di essere bollato come
inautentico
41
.
40
Friedlnder 2004, p. 553 (=1964, II, p. 134).
41
Secondo Thesleff 1982, p. 221, nota 48, la testimonianza aristotelica
dimostrerebbe solo che si tratta di un testo accademico anteriore alla Meta-
fisica. Ma soltanto unopera ben nota come di Platone potrebbe essere citata
da Aristotele con il solo titolo.
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363 [a] eudico E tu perch stai cos zitto, Socrate,
bench Ippia
1
abbia condotto una cos ampia esibizione
oratoria? Perch non di la tua approvazione a qualcuna
delle cose dette o la confuti, se non ti parsa ben formu-
lata? In particolare, considera anche che noi siamo rima-
sti qui, e pretendiamo assolutamente di prender parte a
discorsi di argomento filosofico
2
.
socrate In effetti, Eudico
3
, tra le cose che or ora
Ippia diceva su Omero [b] ve ne sono di sicuro alcu-
ne sulle quali vorrei sapere di pi da lui
4
. Vedi, ho senti-
to pi volte da tuo padre Apemanto che, tra le opere di
1
Per la figura dellIppia storico e le differenze nella connotazione del per-
sonaggio nei due dialoghi a cui d il titolo cfr. infra la nota complementare 1,
pp. 501-2; per la datazione drammatica cfr. supra la nota 3 allIppia maggiore.
2
Lespressione richiama discussioni per le qua-
li Platone rivendica un forte rilievo filosofico (cfr. per esempio Phaedo,
63e10; Theaet., 172c3 sgg.; Resp., VII, 540b2), ma significativo che qui sia
pronunciata da Eudico per descrivere il dialogo con Ippia. Ci dipende dalla
complessit del termine , che dotato di una semantica comune
(cfr. per esempio Menex., 234a5 e la nota 3 al dialogo, ma anche Tucidide, II,
40, 1) e riceve solo con Platone una specializzazione in termini di peculiare
e caratterizzata occupazione intellettuale. Sembra cos probabile che Plato-
ne usi volontariamente il termine allinizio del dialogo: Ippia non riuscir in
alcun modo ad avvicinarsi a una possibile autentica dimensione filosofica,
n a cogliere la portata di alcune enunciazioni (cfr. infra, passim, nelle note
di commento); piuttosto, egli si prefigura anche in questo dialogo come una
contraffazione del filosofo (cfr. supra lintroduzione, pp. 202-4).
3
Al di fuori delle menzioni nei dialoghi platonici (cfr. anche Hipp. Maj.,
286b7) nulla noto di Eudico, figlio di Apemanto.
4
Tra le occupazioni sofistiche di Ippia rientravano evidentemente le esi-
bizioni retoriche dedicate allesegesi letteraria del testo di Omero (cfr. del
resto Hipp. Maj., 285d6 sgg. e infra la nota complementare 1, pp. 501-2; inol-
tre Bonazzi 2010b, pp. 65-72, per lattivit di esegesi letteraria dei sofisti).
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364 [a] , ,
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ippia minore, 363b-364a 209
Omero, lIliade sarebbe un poema pi bello dellOdissea,
e pi bello nella misura in cui Achille sarebbe migliore
di Odisseo. Affermava infatti che dei due poemi luno
stato composto in funzione di Odisseo, laltro in fun-
zione di Achille. Proprio su questo, dunque, lo interro-
gherei volentieri pi da vicino se davvero Ippia lo vuo-
le , cio su cosa gli pare di questi due uomini e quale
[c] sia a suo avviso migliore, visto che ci ha gi esibito
anche molte altre cose e di ogni tipo su altri poe ti e su
Omero
5
.
eudico Se gli poni una domanda, chiaro che Ippia
non si rifiuter di rispondere. Non vero, Ippia, che se
Socrate ti chieder qualcosa, tu gli risponderai? Come
ti comporterai altrimenti?
ippia Farei qualcosa di tremendo, Eudico, se pro-
prio io, che mi reco sempre a Olimpia per lassemblea di
tutti i Greci ogniqualvolta si tengano i giochi olimpici,
[d] che dalla mia patria, Elide, raggiungo il tempio, e che
offro me stesso dicendo a chiunque ci che lui voglia sui
temi preparati per lesibizione oratoria e rispondendo a
chi vuole ci che mi chiede, proprio io volessi sfuggire
ora alle domande di Socrate
6
.
364 [a] socrate Beata davvero, Ippia, allora la
tua condizione, se a ogni Olimpiade ti rechi al tempio
5
A differenza del modestissimo Ione, a Ippia concessa una qualche
competenza su un ampio spettro di opere e poe ti, anche se le interpretazioni
che egli fornir saranno del tutto insufficienti. La tesi riportata, quella della
superiorit di Achille su Odisseo e conseguentemente dellIliade sullOdissea,
ben attestata nella tradizione, che per registra anche leccellenza intellet-
tuale di Odisseo, qui sottoposta a indagine (cfr. infra la nota 11); cfr. Giu-
liano 2004, pp. 109-15.
6
Ippia si presenta subito con i caratteri del sofista itinerante, in grado di
parlare e rispondere su tutto. In particolare, significativo il ripetuto accen-
to sulla capacit di rispondere a qualsiasi domanda dopo lesibizione retorica,
come anche il mettersi a disposizione dellinterrogazione (cfr. per esempio
Gorg., 447c5-8): Ippia rivendica la capacit di lasciarsi bersagliare di doman-
de da chiunque senza paura, sicuro di sapere tutto (nonostante la limitazio-
ne, forse ironicamente insinuata da Platone, allargomento dellesibizione). Il
carico di ironia si fa per marcato se si considera che nellIppia minore Ippia,
proprio perch risponde supinamente a ogni domanda, viene condotto, senza
che ne abbia coscienza, a conclusioni paradossali che non accetta.
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tanto fiducioso nella sapienza della tua anima! Mi stu-
pirei se uno degli atleti, quelli che si battono col corpo,
si recasse l per lagone tanto privo di paura, con tanta
fede nel proprio corpo quanta tu affermi di averne nella
tua intelligenza
7
.
ippia Socrate, che io sia in questa condizione facile
da capire: da quando ho cominciato a competere nellago-
ne in occasione delle Olimpiadi non mi sono mai e poi mai
imbattuto in nessuno che mi fosse in qualcosa superiore
8
.
[b] socrate bello ci che dici, Ippia: la tua fama
per la citt di Elide e per i tuoi genitori un monumen-
to alla sapienza! Ma cosa ci dici di Achille e Odisseo?
A tuo avviso chi migliore, e secondo quale criterio?
9
.
Vedi, prima dentro eravamo in molti e mentre tu produ-
cevi la tua esibizione oratoria io non sono riuscito a se-
guire ci che dicevi; avevo vergogna, infatti, di chiederti
una serie di cose, poich dentro cera una gran massa di
gente e non volevo essere di impedimento allesibizione
con le mie domande
10
. Ora, per, visto che siamo ormai
7
Socrate coglie prontamente la vocazione agonistica dellattivit del so-
fista (cfr. Erler 1991, p. 211, nota 1) e lo paragona agli atleti delle Olimpiadi
(la sintassi greca evidenzia unintraducibile parallelismo tra lessere fiducioso
nellanima come Ippia e laver fede nel proprio corpo come gli atleti).
Una simile caratterizzazione ben accetta per Ippia, che vi vede il riconosci-
mento della propria capacit retorica, ma implica gi una dura condanna da
parte di Platone proprio per la natura non filosofica ma eristica dellattivit
in questione; cfr. per esempio Gorg., 457c4-e1 (allusione indiretta) e 471e2-
472c6; nel contesto sofistico del Protagora (336d6-e4), inoltre, Crizia invita
i presenti, e in particolare Socrate e Protagora, a non aspirare semplicemente
alla vittoria nella discussione. Laccusa di , per, talvolta rivolta
a Socrate dai suoi interlocutori; cfr. infra la nota 41.
8
Ippia accetta di buon grado la caratterizzazione fornita da Socrate. La
frase del sofista sembra riecheggiare il proemio dellIliade (particolarmente
I, 6-7), in cui il nesso identifica il momento da cui inizia la narrazione,
cio la rimanda alla nascita della contesa tra Agamennone e Achille. Una si-
mile reminiscenza sembrerebbe inoltre ben calzante rispetto alla scena eristica
evocata, quella della sfida tra Ippia e ogni altro retore/esegeta di Omero.
9
Socrate pone in tali termini il tema iniziale del dialogo, che in questo
momento cio nella misura in cui aderente al testo di Omero si prefigu-
ra come uno omerico (cfr. Giuliano 2004); cfr. per infra la nota 21.
10
La situazione descritta comune alle rappresentazioni platoniche delle
esibizioni retoriche pubbliche, con la grande folla di uditori e lo spaesamento
di Socrate. Daltro canto gi la natura monologica dellesibizione sofistica e la
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ippia minore, 364b-d 213
meno e il nostro Eudico mi incita a interrogarti, dicci e
[c] spiegaci chiaramente cosa dicevi su questi due uomi-
ni: in base a cosa li differenziavi?
ippia Socrate, voglio svolgere per te ancor pi chia-
ramente di prima quanto dico, su questo e altri argomen-
ti. Affermo infatti che Omero ha ritratto Achille come
il migliore degli uomini che andarono a Troia, Nestore
come il pi sapiente, Odisseo come il pi multiforme
11
.
socrate Accidenti, Ippia! Vorrai usare nei miei con-
fronti questa gentilezza, di non deridermi qualora avessi
difficolt a capire ci che dici e [d] ponessi frequente-
mente domande? Impegnati piuttosto a rispondere con
affabilit e pazienza.
ippia Sarebbe brutto, Socrate, se io, che ad altri
insegno queste stesse cose e pretendo per questo di ac-
diffusione indiscriminata di teorie che Socrate ha legato a temi etici centra-
li (364a1-3) rappresentano elementi del tutto negativi dellattivit di Ippia.
Socrate (cfr. anche 364c8-d2) si impegna quindi implicitamente a portare Ip-
pia su un diverso e pi autentico campo di discussione, quello dialogico, che
rappresenta la vera dimensione di confronto filosofico (cfr. Gorg., 471e2-c6,
e supra lintroduzione, pp. 203-4).
11
Ippia produce una concisa descrizione di tre figure centrali dei poemi
omerici in base alle loro caratterizzazioni classiche senza darne un chiarimento
reale; ci motiva lesclamazione ironica con cui Socrate risponde. Nestore il
vecchio saggio per antonomasia (cfr. per esempio Il., I, 253; II, 78), mentre
Achille il pi valido guerriero (cfr. Giuliano 2004, pp. 100-9), ma qui (gra-
zie allampiezza semantica di centrale nel prosieguo del dialogo
e del suo superlativo ) il suo valore pu essere esteso fino a divenire
luomo migliore di tutti. Odisseo invece caratterizzato, in base allincipit
dellOdissea, con laggettivo . La connotazione negativa dellag-
gettivo (reso con il classico multiforme, da intendere comunque almeno
nella prospettiva del sofista come allusivo alla plurivocit e allambiguit
di Odisseo) tratta da Ippia non direttamente dallIliade e dallOdissea ma
da altre istanze della tradizione epica, come testimonia per esempio Esiodo
(fr. 198), poi divenute canoniche nellAtene classica; sul tema cfr. Erler
1991, pp. 212-14, e Lvystone 2005, pp. 182-83. In questo contesto a dif-
ferenza di quello omerico (cfr. supra lintroduzione, pp. 197-8) laggettivo
esprime unessenziale molteplicit di modi dessere: Odisseo non diretto,
bens ambiguo e sfaccettato (cfr. anche infra la nota 16). Nonostante alcuni
tentativi della critica (particolarmente Weiss 1981, pp. 288-94), tale condi-
zione non pu essere univocamente ricondotta, nello sviluppo del dialogo,
solo a un modello stabile di carattere o solo a uno di potenzialit, poich So-
crate e Ippia fanno oscillare la prospettiva dellanalisi (cfr. Balaud 1997,
pp. 263-68, ma gi Mulhern 1968); sulle implicazioni di questo problema nel
dialogo cfr. infra la nota 23.
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quisire ricchezze
12
, proprio io nel ricevere domande da
te non fossi morbido nel giudizio e non rispondessi con
gentilezza.
socrate Davvero ben detto. Vedi, quando affer-
mavi che Achille stato ritratto come migliore, mi
pareva di capire [e] ci che dicevi, e cos anche per
Nestore come pi sapiente. Ma nel momento in cui hai
detto che il poe ta ha ritratto Odisseo come il pi mul-
tiforme, a dirti il vero non ho affatto capito cosa tu
intendevi. E allora dimmi magari in questo contesto
potrei capire meglio
13
: Omero non ha ritratto Achille
come multiforme?
ippia Per nulla, Socrate: al contrario, come somma-
mente diretto e veritiero
14
. Anche nelle Preghiere
15
, quan-
do li fa parlare tra loro, vuole che Achille dica a Odisseo:
365 [a] Laerziade, stirpe divina, Odisseo dalle molte risorse,
occorre che senza esitare riveli a te il mio proposito,
come lo compir e come credo si compir;
quelluomo infatti mi odioso, similmente alle soglie dellAde,
[b] che celi qualcosa nel petto e unaltra ne dica.
Ma io dal mio canto dir ci che sar compiuto
16
.
12
Ancora unautodescrizione tipicamente sofistica di Ippia, che rivendica
finalmente lesercizio di un insegnamento dietro compenso; cfr. per esempio
la tematica alla base del Protagora, Gorg., 459c6 sgg., ma soprattutto Hipp.
Maj., 281b5 sgg.
13
La costruzione di questo inciso, che introduce la discussione su Omero,
doveva suonare a sua volta omerica a causa delluso epico di con il con-
giuntivo in proposizione indipendente.
14
Spesso laggettivo viene tradotto con sincero (cos, per esem-
pio, Fronterotta e Pradeau: sincre). Il termine greco, tuttavia, copre uno
spettro semantico ben pi ampio, che si estende dal dire il vero in assoluto
al dire ci che si crede vero, cio essere sinceri; in questo senso si pu essere
sinceri senza dire il vero, o dire il vero senza per questo essere sinceri. Ta-
le ambiguit emerge in modo decisivo nel dialogo, in quanto lessere
sar legato a una capacit (cfr. infra la nota 23) e a una competenza: la tradu-
zione sincero risulta evidentemente incompatibile con una simile prospet-
tiva. Per questa ragione stata scelta la traduzione veritiero, che resiste
meglio allampiezza semantica del termine greco.
15
Titolo antico del IX libro alessandrino dellIliade, lambasceria di Odis-
seo, Aiace e Fenice ad Achille per convincerlo a tornare in battaglia.
16
Cfr. Labarbe 1949, ad loc., e Lohse 1965, pp. 253-56. Platone cita i
versi IX, 308-14 dellIliade, che costituiscono lincipit della risposta di Achil-
le a Odisseo (nei quali, peraltro, Ippia trova la caratterizzazione di Odisseo
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In questi versi chiarisce la forma caratteriale di ciascu-
no dei due uomini: secondo lui Achille sarebbe veritie-
ro e diretto mentre Odisseo multiforme e falso; infatti
fa s che Achille dica queste parole proprio a Odisseo
17
.
socrate Finalmente, com probabile, capisco ci
che dici, Ippia: mi sembra chiaro che per uomo multi-
forme tu intendi falso
18
.
[c] ippia Assolutamente, Socrate; in molti luoghi, in-
come , dalle molte risorse, che pu facilmente essere mes-
sa in parallelo con quella in discussione, ). La sezione presenta
molte delle tipiche difficolt delle citazioni omeriche in Platone (per indi-
cazioni generali cfr. infra la nota 59 allo Ione). In primo luogo, Platone non
riporta il v. 311, (perch
voi non stiate tuttattorno a bofonchiare). Bench Labarbe abbia argomen-
tato a favore di una lacuna gi presente nel testo letto da Platone sulla base
degli incipit simili dei vv. 310 e 311, e Giuliano 2004 abbia proposto la stes-
sa lettura avanzando lipotesi che la corruttela possa risalire alla tradizione
del testo platonico, sembra convincente il suggerimento di Stallbaum poi
ripreso da Lohse: Ippia propone un dialogo ristretto tra Achille e Odisseo,
ed esclude quindi dalla citazione il riferimento agli altri eroi dellambasceria
contenuto nel v. 311. Ancora, nel testo di Platone (che se-
condo Labarbe la lezione corretta anche per lIliade) sostituisce lomerico
(che sar realizzato), forse in base a una deliberata
modifica di Platone, volta ad attribuire direttamente ad Achille una sin-
cera affermazione sul concretizzarsi delle proprie parole (cos Lohse 1965,
p. 256). Infine, in linea generale anche qui (cfr. infra la nota 59 allo Ione) S
tende a divergere dagli altri testimoni platonici offrendo lezioni attestate
nella tradizione testuale omerica.
17
Lesegesi di Ippia artificiosa e in parte intraducibile. Lattribuzio-
ne a Odisseo della dipende infatti dallassunto generale di un
confronto diretto e solitario tra Achille e Odisseo, che discende da una falsi-
ficazione della citazione (cfr. la nota precedente); in questo confronto, dice
Ippia, si rivela il (tradotto, per rendere letimologizzazione, forma
caratteriale) dei due eroi; ma se Achille sincero e (semplice, di
carattere univoco), Odisseo sar necessariamente falso (tradizionalmente) e,
per opposizione a , . In questo momento, dunque, per
Ippia si spiega etimologicamente come carattere molteplice
(cfr. anche Jantzen 1989, pp. 40-44). Una simile esegesi del termine, legata
in particolare alla nozione di , doveva essere stata utilizzata anche da
Antistene. Inoltre, bench Antistene facesse valere finalit e metodi diversi
(cfr. Brancacci 1990, pp. 44-55), forse possibile individuare le tracce di una
comune base interpretativa socratica (cfr. Lvystone 2005). Cfr. anche su-
pra lintroduzione, pp. 197-8.
18
Socrate riduce ironicamente laffermazione di Ippia, che pi che a una
sinonimia tra essere falso ed essere sembrerebbe mirare a una
generalizzazione relativa al carattere naturale delluomo. Ippia, tuttavia, non
tiene il punto e si lascia condurre da Socrate.
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fatti, Omero ha ritratto Odisseo in tal modo, sia nellIlia-
de che nellOdissea
19
.
socrate Quindi a questo punto sembra che secon-
do Omero uno luomo veritiero, un altro il falso, e
non sono lo stesso
20
.
ippia Come potrebbe non essere cos, Socrate?
socrate Allora, Ippia, pare cos anche a te?
ippia assolutamente certo, e sarebbe tremendo se
fosse altrimenti!
socrate In tal caso lasciamo stare Omero, poich
del tutto [d] impossibile interrogarlo a fondo su cosa
mai pensasse mentre componeva questi versi. Visto che
secondo quanto affermi fai chiaramente tua la causa e
condividi ci che dice Omero, rispondi tu, piuttosto, co-
me in comune, sia per Omero che per te
21
.
ippia Faremo cos. Domandami in breve
22
ci che
vuoi.
socrate Dici che i falsi sono come incapaci di fa-
re qualcosa, come i malati, o che sono capaci di fare
qualcosa?
23
.
19
Ippia si appella a unimmagine tradizionale di Odisseo (cfr. supra la nota
11), che tuttavia rappresenta una distorsione della connotazione pi diffusa
come campione dellintelligenza (cfr. Giuliano 2004, pp. 100-9).
20
Questa tesi, bench per ora piuttosto vaga, alla base della seguente
confutazione.
21
Per lidea secondo cui lopera scritta non pu essere difesa dal suo auto-
re cfr. Phaedr., 275d4 sgg. (con Szlezk 1988, pp. 136-37). Una simile istanza
non viene seguita in molti altri contesti (cfr. per esempio lesegesi del carme
simonideo in Prot., 343b7 sgg.), e non si scorge qui un motivo sostanziale
per la sua evocazione; con ogni probabilit Platone vuole trarre Ippia allin-
terno del dialogo in modo pi radicale, scivolando cos dallesegesi del passo
omerico a una riflessione dialettica autonoma. Nello stesso senso conduce il
peculiare riferimento allopinione di Omero, non in quanto tale ma in rela-
zione a ci che egli espone secondo Ippia. In questo senso, lidentificazione
nel dialogo di uno omerico (cos Giuliano 2004) non pu che richie-
dere cautele e limitazioni.
22
Non ci sono particolari ragioni (cos invece Fronterotta 2005, p. 198,
nota 16) per supporre che Ippia stia evocando il principio della brachilogia (per
il quale cfr. particolarmente Prot., 328e5-c2 e 334c7 sgg.): con ogni probabi-
lit egli desidera al contrario restringere lo spazio della domanda per propor-
re poi unampia e articolata risposta retorica. Il riferimento alla dimensione
del dialogo, dunque, al massimo indiretto e ironico nei confronti di Ippia.
23
Cfr. supra lintroduzione, pp. 187-9. La tesi, finora debole e solo ac-
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.
[e] , ,

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ippia minore, 365d-e 221
ippia Secondo me sono sommamente capaci di fare
molte e svariate cose, nonch di ingannare gli uomini.
[e] socrate Secondo il tuo discorso, dunque, sono
davvero capaci cos sembra e multiformi
24
. cos?
cennata, per cui chi dice il vero e chi dice il falso sono persone diverse vie-
ne qui sottoposta a un ampio e tortuoso argomento (sul quale cfr. Weiss
1981, pp. 288-94; Erler 1991, pp. 211-19; Zembaty 1989, pp. 52-58; Jant-
zen 1989, pp. 46-64; Kahn 2008, pp. 118-21; Beversluis 2000, pp. 98-102):
1) 365d6-366a1: il dire il falso legato a una capacit, il che implica posses-
so di intelligenza, conoscenza e sapienza;
2) 366a2-6: riproposizione delle acquisizioni di 1 e della distinzione tra dire
il vero e dire il falso;
3) 366a6-c4: la capacit di dire il falso implica la volontariet dellesercizio
della falsit, della quale una condizione necessaria;
4) 366c5-368a7: esempi dellambito delle arti: lesperto capace di dire il
vero e il falso, dunque la stessa persona veritiera e falsa; consegue che
il veritiero non migliore del falso;
5) 368a8-369b7: conclusione: una stessa persona insieme veritiera e falsa,
e quindi il veritiero non pu essere migliore del falso.
Sono spesso state evidenziate alcune difficolt logiche. In primo luogo,
pace Weiss 1981, Socrate e Ippia non intendono dire il falso/il vero solo
come (capacit), poich deve sempre essere considerato il riferimen-
to al dei personaggi omerici (cfr. Balaud 1997, pp. 263-68); in altri
termini, Socrate non dice solo che chi dice il vero capace di dire il fal-
so (tesi non problematica), ma in qualche modo anche che tale commistione
in atto in qualcuno. In secondo luogo, anche ammettendo che il mentire sia
sempre mantenuto in termini di potenzialit, sembrerebbero originarsi alcuni
paradossi (cfr. Kahn 2008, pp. 120-21, e Beversluis 2000, pp. 98-102): se si
falsi per la sola capacit di esserlo, si pu essere falsi senza esserlo mai stati; si
pu essere falsi senza saperlo; ancora, non vero che solo conoscendo il vero
si pu essere falsi. Inoltre, vi sono ambiguit strettamente legate ai termini
utilizzati da Socrate, in particolare volontariamente e dire il falso (per
le quali cfr. supra lintroduzione, pp. 192-6). Infine, largomento sembrereb-
be poco platonico: nella misura in cui non prevede distinzioni di valore tra
chi dice il vero e chi il falso, parrebbe violare lintellettualismo etico (nessuno
sbaglia volontariamente) e ribaltare lidea per cui il pi competente anche il
migliore (moralmente) affermando che anche il pi capace di dire il falso. Si-
mili difficolt potrebbero essere accantonate limitando largomento allambito
tecnico, cio escludendo il punto di vista morale (cfr. Erler 1991, pp. 211-19);
e tuttavia il dialogo, letto come serie di argomenti continui (cfr. Weiss 1981,
pp. 287-88; contra Hoerber 1962, pp. 128-31), prevede uno slittamento ver-
so letica. In questo senso va notato che gi qui Platone usa implicitamente in
modo ambiguo la nozione di virt come eccellenza prestazionale nelle ar-
ti e morale cos intende Ippia. Tutto ci suggerisce che Platone vuole gi
introdurre temi centrali, quali le ambiguit della nozione di virt (cfr. infra,
passim nelle note) e le condizioni entro le quali chi moralmente buono pu
dire il falso (cfr. particolamente supra lintroduzione, pp. 194-6).
24
Primo snodo (365d6-366a1): (a) chi dice il falso ha la capacit di dire il
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, 366 [a]
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ippia minore, 365e-366a 223
ippia S.
socrate E sono multiformi e ingannatori per po-
chezza e stupidit o piuttosto per furbizia e per una cer-
ta intelligenza?
25
.
ippia Soprattutto per furbizia e intelligenza.
socrate Quindi, come sembra, sono intelligenti.
ippia S, per Zeus, e molto.
socrate Ma, se sono intelligenti, sanno ci che fan-
no oppure non lo sanno?
ippia Certamente lo sanno; per questo agiscono male.
socrate Ma se sanno ci che fanno, sono ignoran-
ti o sapienti?
ippia Sapienti, e proprio in questo: 366 [a] in-
gannare.
socrate Bene; ora riportiamo alla mente ci che
dici. Affermi che i falsi sono capaci, intelligenti, in pos-
sesso di conoscenza e sapienti esattamente in relazione
alle cose false?
ippia Lo affermo.
socrate Ancora, che sono diversi i veritieri e i fal-
si, e anzi del tutto opposti tra loro?
26
.
ippia Dico proprio questo.
socrate Avanti, allora: secondo il tuo discorso i
falsi si possono annoverare, cos sembra, tra i capaci e
i sapienti
27
.
falso (d6-8); (b) quindi ha una forma di intelligenza (e1-6); (c) quindi ha una
forma di conoscenza e sapienza (e6-366a1). Bench in (a) la capacit possa
indicare solo la possibilit oppure una consapevole deliberazione, i passaggi
da (a) a (c) sono basati su lievi slittamenti semantici facilmente ammissibili
secondo un lessico comune.
25
La peculiarit dellargomento porta allaccostamento di termini la cui
semantica ambigua; in particolare , talvolta connotato negati-
vamente (per esempio in Menex., 247a1 e Men., 80b8), sembra qui rappre-
sentare la dimensione tecnica e pratica dellintelligenza; cfr. del resto Des
Places 1964, p. 399.
26
Cfr. 365c3-4.
27
Secondo e pi importante snodo (366a6-c4): (a) essere capaci di dire il
falso vuol dire farlo ogniqualvolta si voglia (a6-b5); (b) lessere capaci di dire
il falso condizione necessaria per essere falsi (b5-7); (c) questa capacit consiste
in quanto tale nellesercizio volontario e deliberato (b6-c4). Questo passaggio
sembra il pi controverso dellargomento, poich pone condizioni improprie
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[b]
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ippia minore, 366a-c 225
ippia Assolutamente.
socrate Ma quando [b] dici che i falsi sono ca-
paci e sapienti in relazione a queste stesse cose, inten-
di che qualora vogliano sono capaci di dire il falso op-
pure che sono incapaci di farlo proprio sulle cose su cui
dicono il falso?
ippia A mio avviso sono capaci.
socrate Quindi, per dirlo in modo lapidario: i falsi
sono i sapienti e i capaci di dire il falso.
ippia S.
socrate Quindi un uomo incapace di dire il falso e
ignorante non pu essere falso.
ippia Le cose stanno cos.
socrate E capace chiunque possa di volta in vol-
ta fare ci che voglia ogniqualvolta voglia; [c] non
mi riferisco alla limitazione provocata dalla malattia o
da cose simili, ma al fatto che, per esempio, tu sei capa-
ce di scrivere il mio nome ogniqualvolta voglia. O forse
non chiami capace chi ha questa qualit?
ippia S, capace.
socrate Avanti, Ippia, ora dimmi: tu non sei esper-
to nei calcoli e nellarte del calcolo?
28
.
per dire il falso sulla base dellambiguit della nozione di essere capaci.
Ora, se dire il falso un esercizio razionale, dovr essere legato alla delibera-
zione; tuttavia, si d il caso che si possa dire il falso senza deliberazione (cfr.
Beversluis 2000, pp. 98-102). Nello stesso senso, la capacit di dire il falso
condizione necessaria e sufficiente per essere falsi se lessere capaci inte-
so come esercizio razionale, ma non lo se inteso come semplice possibilit.
28
Per laritmetica qui nella particolare dimensione dellarte del calco-
lo come arte esemplare cfr. Pol., 258b4-6; Alc. I, 114c4 sgg.; Gorg., 450d6
sgg.; e anche Ion, 531d12-e4. Gli esempi relativi alle altre arti sono rispetto
a Ippia, specialista in numerose discipline (cfr. infra la nota complementare 1,
pp. 501-2), particolarmente pregnanti. Lesempio (366c5-367d3) ha una fun-
zione centrale nellargomento e conduce a una prima conclusione; secondo
Socrate, infatti: (a) chi ha la capacit di dire il vero su un argomento lo fa con
deliberazione ed in questo ottimo (c5-e1); (b) anche allignorante pu capi-
tare di dire il falso, ma chi ne ha la capacit lo sa fare sistematicamente e
perfettamente (36e1-367b5); (c) ma chi capace di dire il falso sul calcolo
anche capace di dire il vero in virt della stessa competenza (b5-c4); (d) colui
che capace di dire il vero e il falso sar anche buono cfr. il punto (a)
(c4-7); (e) la stessa persona veritiera e falsa.
Lesempio implica alcune difficolt. In primo luogo, centrale lambiguit
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[d]

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, 367 [a]


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ippia minore, 366c-367a 227
ippia Assolutamente, Socrate.
socrate Dunque, se uno ti domandasse che numero
tre volte settecento, se tu volessi, su questo non sapre-
sti dire [d] il vero con maggiori velocit ed esattezza
di chiunque altro?
ippia Certamente.
socrate In queste cose, quindi, sei sommamente
capace e sapiente?
ippia S.
socrate Ma nelle cose in cui sei sommamente capa-
ce e sapiente, dico i calcoli, sei solo sommamente capace
e sapiente o anche ottimo?
ippia Anche ottimo, Socrate, di certo.
socrate Dunque su queste cose saresti in grado di
dire il vero con somma capacit; [e] non cos?
ippia Credo proprio di s.
socrate E come sta la faccenda per quanto riguar-
da il falso su queste stesse cose? Rispondimi proprio co-
me prima, Ippia, con nobilt e magnificenza: se uno ti
domandasse quant tre volte settecento, nel caso in cui
volessi dire il falso e non rispondere mai il vero, saresti
in grado di mentire e dire il falso su questo, sempre allo
stesso modo? O 367 [a] lignorante nel calcolo sareb-
be pi capace di te nel dire il falso, anche nel momento
in cui tu lo volessi? Oppure, ancora, pur volendo dire il
falso, lignorante potrebbe spesso trovarsi a dire invo-
lontariamente il vero proprio perch non sa, mentre tu,
tra due possibili significati di dire il vero/falso: da un punto di vista morale la
sincerit corrisponde sempre a dire il vero, mentre da uno tecnico si pu dire
ci che vero per noi essere sinceri e al contempo dire qualcosa di falso.
Ancora, permane lambiguo significato di essere capace: in (b), per esem-
pio, diversi sono lessere capace di chi competente essere in grado e
quello di chi ignorante avere la possibilit. Ora, certamente Socrate fa
riferimento a un modello tecnico (cfr. Erler 1991, pp. 216-18), e in questo
senso largomento coerente, ma al contempo le conclusioni che ne vengono
tratte avranno una ricaduta morale (come indicher la chiusura del dialogo):
Platone non pu ignorare questa ambiguit (su cui si fondano le perplessit di
Ippia), dunque loscillazione deve rappresentare un nucleo volontariamente
problematico e indicare eventuali soluzioni positive qui programmaticamente
taciute (cfr. supra lintroduzione, pp. 192-6).
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ippia minore, 367a-c 229
il sapiente, se davvero volessi dire il falso, sapresti dire il
falso sempre allo stesso modo?
29
.
ippia S, le cose stanno come dici tu.
socrate Dunque, luomo falso falso solo circa gli
altri argomenti e non circa il numero, e dei numeri non
potrebbe dire il falso?
ippia No, per Zeus, anche circa il numero!
socrate Stabiliamo quindi anche questo, Ippia, che
circa il calcolo e il numero c qualche [b] uomo falso?
ippia S.
socrate E chi pu essere? Se davvero predisposto
a dire il falso, non deve essergli propria tu stesso prima
eri daccordo la capacit di dire il falso? In effetti, se
ricordi, proprio tu hai detto che chi incapace di dire il
falso non potr mai essere falso.
ippia Lo ricordo, si detto cos
30
.
socrate Prima, del resto, non emerso con chia-
rezza che tu sei sommamente capace di dire il falso cir-
ca i calcoli?
ippia S, si detto anche questo
31
.
[c] socrate Quindi sei anche sommamente capace
di dire il vero circa i calcoli?
ippia Di sicuro.
socrate La stessa persona, dunque, sommamente
capace di dire il vero e il falso circa i calcoli; costui, inol-
tre, chi buono a farli, lesperto di calcolo.
ippia S.
socrate Ebbene, Ippia, uno che falso nel calco-
lo sar forse qualcun altro piuttosto che luomo buono?
Egli stesso sar infatti anche capace; e proprio costui
anche veritiero.
29
Socrate invoca ironicamente la magnanimit di Ippia, poich gi in
questa domanda contenuta la base dellintera confutazione: la possibilit
che sia un ignorante che un sapiente dicano il falso implica infatti che, nel
momento in cui almeno uno dei due possa dire il vero, la tesi della distinzio-
ne tra veritiero e falso cada.
30
Cfr. 367c4-6.
31
Cfr. 366e3-367a5.
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[d]
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[e]

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ippia Chiaro.
socrate Dunque, lo vedi che su queste cose lo stesso
uomo falso e insieme veritiero, e che il veritiero non
in niente migliore del falso?
32
. [d] Di certo, infatti,
lo stesso, e non sono due figure sommamente contrarie,
come tu prima credevi
33
.
ippia A questo punto non sembra proprio.
socrate Vuoi allora che indaghiamo anche in unal-
tra direzione?
ippia Se vuoi farlo comunque
34

socrate Non sei esperto anche di geometria?


35
.
ippia Lo sono.
socrate Allora? Le cose non stanno cos anche nel-
la geometria, e lo stesso uomo, lesperto di geometria,
sommamente capace di dire il falso e di dire il vero cir-
ca le figure?
ippia S.
socrate E in queste [e] sar buono qualcun al-
tro se non lui?
ippia Nessun altro.
socrate E il buono e sapiente esperto di geometria
non sar sommamente capace in entrambe le cose? Se
davvero c un altro uomo falso circa le figure, non potr
essere solo questo, luomo buono? Egli infatti era capa-
ce, mentre il cattivo era incapace di dire il falso; cosic-
32
Levocazione della nozione di bont (cfr. gi 367c2-4) rimarca lambi-
guit tra le dimensioni morale e tecnica: in ambito tecnico essa relativa alla
caratterizzazione dellesperto come buono in, a fare qualcosa (cfr. Weiss
1981, pp. 297-304), ma gi qui linguisticamente possibile intendere buo-
no o migliore in senso morale come fa Ippia.
33
Cfr. 365c3-4.
34
A partire da Bekker gli editori hanno espunto , trdito da tut-
ti i manoscritti. Rimane per convincente largomento di Dodds 1959, pp.
256-257 (su Gorg., 479c7), secondo il quale va inteso come in qua-
lunque caso, comunque: in effetti, Ippia si visto incalzare da Socrate
fino a una stringente confutazione e sa gi che il seguito non sar per lui
pi favorevole.
35
Cfr. infra la nota complementare 1, pp. 501-2. Largomento riproduce
il precedente per svolgimento e ambiguit: sa dire il vero e il falso solo chi ne
ha la capacit, dunque il buon esperto di geometria.
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368 [a] .
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ippia minore, 367e-368b 233
ch su questo eravamo daccordo
36
chi non capace
di dire il falso non potr essere falso.
ippia vero.
socrate Avanti, allora, indaghiamo anche la terza
figura, lastronomo, della cui arte tu ti ritieni ancora una
volta conoscitore, e 368 [a] anche pi che delle prece-
denti
37
. Non cos, Ippia?
ippia S.
socrate Dunque, anche per lastronomia non esat-
tamente lo stesso?
ippia del tutto probabile, Socrate.
socrate Anche in astronomia, quindi, se davvero
c qualcuno che falso, sar il buon astronomo a esserlo,
cio quello che capace di dire il falso. Daltro canto, non
sar certo quello che non capace: infatti ignorante.
ippia Questo chiaro.
socrate Anche in astronomia, quindi, lo stesso uo-
mo sar sia veritiero che falso.
ippia A quanto pare.
socrate Forza, Ippia, continua a indagare senza so-
sta [b] tutti gli ambiti di conoscenza
38
in tal senso, se
in qualche modo ve ne sia qualcuno che presenti condi-
zioni diverse da queste. Vedi, tu sei in assoluto il pi sa-
piente tra gli uomini in un gran numero di arti: io stesso
36
Cfr. 367c4-6.
37
Cfr. infra la nota complementare 1, pp. 501-2. Bench largomento ri-
prenda ancora i precedenti, Platone insiste maggiormente sulla relazione tra
capacit, bont e conoscenza. Ci sembra rimandare al nucleo propriamente
platonico della prima parte del dialogo: solo chi buono cio conosce il be-
ne ha lautentica capacit di dire il falso in vista del bene (cfr. supra lintro-
duzione, pp. 194-6). Evidentemente tale nucleo filosofico rimane nascosto a
causa del livello e della natura dellinterlocutore.
38
Per questa semantica debole di , simile anche a quella del
seguente (368e5) , cfr. infra la nota 88 al Menesseno. Platone parla qui
costantemente di forme tecniche, ma il contesto dialogico lo induce a utilizzare
diversi termini che nel lessico comune hanno un significato non specializzato
affine a quello di . Non pu essere tuttavia escluso che loscillazione
celi un riferimento alla dottrina platonica sottesa: la tesi per cui lesperto pu
dire il falso volontariamente vera per le arti ma soprattutto, in una prospet-
tiva platonica, per la (come scienza) suprema, quella del bene (cfr.
supra lintroduzione, pp. 194-6).
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369 [a]
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ippia minore, 368b-369a 235
una volta ti sentivo vantarti di questo, mentre esibivi la
tua sapienza, grande e ammirevole, nella piazza del mer-
cato, davanti ai banchi. Affermavi che una delle volte
in cui hai raggiunto Olimpia tutto ci che avevi indos-
so era frutto della tua stessa opera: in primo luogo da
qui hai cominciato era opera tua lanello che portavi,
[c] perch dicevi di sapere come si cesellano gli anelli, ed
erano opera tua anche un sigillo, una spazzola e unam-
polla, che tu stesso avevi prodotto. Poi, affermavi, avevi
cucito tu stesso le scarpe che calzavi, e il mantello e la
tunica tu stesso li avevi tessuti. Questo poi parve a tutti
eccezionale, un esempio di enorme sapienza: affermavi
che la cintura della tunica, che portavi, era della stessa
qualit di quelle persiane, cos costose, ma questa lavevi
intrecciata tu stesso! Non solo: arrivasti con opere lette-
rarie, versi epici, tragedie e [d] ditirambi, e ancora con
un gran numero di discorsi in prosa, composti in modi
del tutto vari. E poi ti presentavi come conoscitore ben
superiore rispetto agli altri di tutte quelle arti di cui di-
cevo prima, e della correttezza dei ritmi, delle armonie e
delle lettere
39
, ma anche di moltissimi altri ambiti, di cui
mi pare di avere memoria: ecco, pare che abbia dimenti-
cato la tua mnemotecnica, nella quale reputavi di essere
estremamente brillante. Credo comunque di [e] aver
dimenticato molte altre cose, e di ogni tipo. Questo per
voglio dire: guardando sia alle tue arti, davvero di valo-
re, sia a quelle degli altri, indicami un ambito qualora
tu riesca in qualche modo a trovarlo a partire da ci su
cui io e te eravamo daccordo in cui uno il veritiero,
un altro il falso, distinti e non coincidenti nella stessa
persona. Avanti, cercalo in qualsiasi forma di sapienza,
nelle abilit 369 [a] o in qualunque cosa (lasciamo stare
i nomi) tu voglia. Ma non lo troverai, amico mio, perch
non c. E ora parla tu
40
.
39
Cfr. Hipp. Maj., 285c7-d3 e infra la nota complementare 1, pp. 501-2.
40
Il passo rappresenta un forte attacco ironico nei confronti di Ippia, il
quale pu coglierne solo alcuni aspetti. Certamente pu essergli evidente il
paradosso di una lode tanto ampia e vibrante a fronte della definitiva con-
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ippia minore, 369a-c 237
ippia In questo momento, Socrate, non riesco a dir-
ne nessuna che sia cos.
socrate N ci riuscirai mai, credo. Se dico il vero,
Ippia, ricorda ci che consegue dal nostro ragionamento.
ippia Non colgo ci che intendi, Socrate.
socrate Forse in questo momento non usi la mne-
motecnica chiaro, non credi di averne bisogno! ;
ma te lo ricorder io. Sai di aver affermato che Achille
veritiero mentre Odisseo [b] falso e multiforme?
ippia S.
socrate Ebbene, a questo punto non percepisci che
lo stesso uomo ci si chiaramente mostrato falso e insie-
me veritiero, cosicch se Odisseo era falso, diviene anche
veritiero, e se Achille era veritiero, diviene anche falso,
e questi uomini non sono differenti tra loro n opposti,
bens del tutto simili?
ippia Socrate, tu intrecci sempre discorsi di questo
tipo e, cogliendo isolatamente laspetto potenzialmente
pi difficoltoso del discorso, [c] ti aggrappi a questo
facendo leva su piccolezze, senza confrontarti sullogget-
to del discorso nella sua interezza. Vedi, anche adesso,
qualora tu volessi, grazie a molti argomenti farei emer-
gere per te, con un discorso allaltezza della situazione,
che Omero ha ritratto Achille come migliore di Odisseo
e non falso, mentre laltro come ingannatore, abituato a
dire molte falsit e peggiore di Achille. Se vuoi, tu con-
trapponi di nuovo discorso a discorso, dicendo che a tuo
danna della sua tesi: in questo senso tanto marcata la boria di Ippia quanto
risulta pesante leffetto ironico. Socrate attacca per anche la mnemotecni-
ca, totalmente inefficace poich spiegata a Socrate e da questi presto dimen-
ticata insieme a molte altre cose (368d6-e1; cfr. del resto 369a7-8). Ancora,
la descrizione del vestiario di Ippia si focalizza riprendendo, dice Socrate,
quanto lo stesso Ippia diceva principalmente su elementi ornamentali ed
esteriori, segno di lusso e ricchezza (368b6-c7). In relazione al vestiario, va
inoltre sottolineato che lidea di capacit di produrre da s le proprie cose
utilizzata, per esempio, nel Carmide (161b5 sgg.), come tematizzazione vo-
lutamente paradossale per la virt (in particolare, per la temperanza). Infine,
probabilmente ironico il riferimento alle composizioni letterarie (368c8-d6),
descritte come estremamente varie, dunque con caratteri negativi dal punto
di vista di Platone (cfr. per esempio Resp., III, 399e8 sgg.).
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ippia minore, 369c-e 239
avviso laltro migliore; cos tutti loro sapranno chi di
noi due parla meglio
41
.
[d] socrate Ippia, non voglio certo contestare che tu
sia pi sapiente di me. E tuttavia ho labitudine di presta-
re viva attenzione ogniqualvolta qualcuno dica qualcosa,
e specialmente ogniqualvolta chi parla mi paia sapiente:
allora, mosso dal desiderio di apprendere ci che dice,
mi informo con insistenza, riconsidero tutto pi volte e
esamino complessivamente quanto detto, per riuscire a
imparare. Qualora invece chi parla mi paia sciocco, non
pongo domande n mi importa di ci che dice. Grazie a
questo criterio tu potrai riconoscere quelli che ritengo
sapienti: su quanto detto [e] da un sapiente mi tro-
verai a ostinarmi e a informarmi da lui, perch appren-
dendo io tragga un beneficio
42
. Vedi, anche ora, mentre
sostenevi che nei versi citati Achille parla a Odisseo ri-
tenendolo un impostore, avvertivo qualcosa di impro-
prio se mi dici il vero , cio che mentre Odisseo, il
41
Il primato della persuasione delluditorio, tipicamente sofistico (cfr.
Gorg., 471e2 sgg.), spinge Ippia a proporre un primo argomento implicito:
egli stesso migliore poich sostiene la figura tradizionalmente migliore. Lac-
cusa rivolta a Socrate trova numerosi paralleli nei dialoghi (cfr. per esempio
Gorg., 461b3-c4; Hipp. Maj., 301b2-5 cfr. supra la nota ad loc. ; Resp., I,
336b8-c6 e 341a5 sgg., VI, 487b1 sgg.; talvolta Socrate anche accusato di
: per esempio in Prot., 360e3 e Gorg., 515b5); comune anche il
proposito di vendicarsi battendo Socrate dopo aver subito una confutazione.
Maggiormente significativo per che Ippia, ormai confutato, pur scorgendo
che Socrate ha utilizzato strumenti dialettici poco appropriati, non riesca a
localizzare eventuali aspetti problematici nella confutazione e non accetti le
conclusioni di passaggi a cui ha dato lassenso: un simile atteggiamento mina
fortemente la descrizione dellIppia dellIppia minore come honest man, che
secondo i sostenitori dellinautenticit dellIppia maggiore non sarebbe rin-
tracciabile in questultimo dialogo e costituirebbe cos una base per argomen-
tare a favore della sua atetesi (cfr. infra la nota complementare 1, pp. 501-2).
42
In realt, secondo un noto passo dellApologia (21b1 sgg.), Socrate si
intrattiene con chi non sapiente per smascherarne la pochezza; il Socrate
platonico conferma spesso (si pensi a Ione ed Eutifrone, esempi massimi di
interlocutori dappoco) questa tendenza. Tutto ci induce ancora a vedere qui
un atteggiamento ironico (Socrate, dunque, dice il falso), secondo modalit
tipiche delle conversazioni con i personaggi di estrazione sofistica; tale accen-
to inoltre confermato dallinciso se mi dici il vero, che pu anche signi-
ficare, in modo pi diretto, se sei sincero (cfr. anche Hipp. Maj., 300d2-4
e supra la nota ad loc.).
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multiforme, non dice chiaramente in nessun momento
niente 370 [a] di falso, secondo il tuo discorso proprio
Achille appare in qualche modo multiforme: infatti dice
il falso. In effetti, pur avendo gi pronunciato proprio i
versi che prima
43
anche tu hai citato:
quelluomo infatti mi odioso, similmente alle soglie dellAde,
che celi qualcosa nel petto e unaltra ne dica,
[b] afferma poco dopo che non si lascerebbe mai convin-
cere n da Odisseo n da Agamennone, n rimarrebbe
mai per nessun motivo a Troia, anzi: domani, afferma,
compiuti sacrifici a Zeus e a tutti gli di,
avendo ben caricato le navi, le tirer in mare,
e vedrai, se ne avrai volont e se te ne sarai dato pensiero,
navigare di prima mattina sullEllesponto pescoso
[c] le mie navi, e su di loro uomini impegnati a remare;
e se navigazione felice donasse il glorioso dio che scuote la terra,
il terzo giorno potrei toccare la fertile Ftia
44
.
Ma ancora prima di questi, ingiuriando Agamennone,
dice:
E ora vado a Ftia, ch ben pi desiderabile
tornare a casa sulle navi ricurve, n ho intenzione
[d] di rimanere qui privo di onore a procurarti lusso e ricchezza
45
.
43
Cfr. 365a4-b1. Socrate riprende i versi pi importanti della citazione
di Ippia per evidenziare quanto debole sia largomento del sofista; la confu-
tazione appare estremamente mirata.
44
Socrate propone versi poco successivi a quelli citati da Ippia (Il., IX
357-63), in cui Achille annuncia un pronto abbandono della spedizione. La
scelta di versi tanto prossimi dipende dalla volont di rendere il vincolo di
sincerit su queste parole, che come noto non avranno seguito, particolar-
mente stringente.
45
Socrate cita i vv. I, 169-71 dellIliade, in cui Achille si scaglia contro
Agamennone che chiede di ricevere una compensazione per dover cedere Cri-
seide, proprio bottino: egli riprende cos la prima affermazione dellintento
di lasciare Troia da parte di Achille. Lunica significativa divergenza testuale
rispetto a Omero riguarda (desiderabile), testimoniato in qualche
modo da tutti i manoscritti platonici, che sostituisce lomerico
(traduzione generica pi coraggioso). Secondo Labarbe 1949, pp. 71-79,
Platone offre una variante formulare, mentre per Lohse 1965, pp. 258-60,
vi sarebbe una ripresa delladirata risposta di Agamennone (I, 229). In real-
t questi due comparativi di non sono esattamente sinonimi: il te-
sto di Omero esprime una valutazione legata al coraggio dellazione, mentre
quello platonico una basata sulla preferibilit. Se dunque in Omero Achille
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Pur avendo detto queste parole una volta davanti a tut-
to lesercito e unaltra davanti ai suoi compagni, evi-
dente che mai si prepara e si appresta a calare in mare le
imbarcazioni per navigare via verso casa, n di certo si
impegna con grande nobilt! a dire il vero. In effet-
ti, Ippia, fin dallinizio ti interrogavo perch non riesco
a cogliere quale dei due uomini sia stato [e] ritratto
dal poe ta come migliore, e perch ritengo che siano en-
trambi ottimi e sia ben difficile individuare quale possa
essere migliore in relazione alla falsit, alla veridicit e a
ogni altra virt
46
; anche in questo, infatti, sono entram-
bi allo stesso livello.
ippia E infatti le tue osservazioni non sono corrette,
Socrate. Per quanto riguarda le cose su cui Achille dice
il falso, evidente che non lo fa sulla base di una trama
premeditata bens involontariamente, in quanto costret-
to a rimanere e prestare soccorso per le sventure occor-
se allesercito; Odisseo, invece, lo fa volontariamente e
sulla base di una trama premeditata
47
.
il guerriero che valuta le azioni in base a una morale guerriera, in Platone
esprime una valutazione generale sulla preferibilit di un atteggiamento. In
questo modo Platone sostiene in modo pi efficace la sua tesi: se la valuta-
zione fosse legata alla morale guerriera, luccisione di Patroclo per la quale
Achille torner in battaglia rappresenterebbe un buon motivo per rimanere,
mentre la modifica testuale fa apparire Achille ambiguo circa le valutazioni
generali degli atteggiamenti opportuni. Le osservazioni di Labarbe sulla for-
mularit della sostituzione, astratti dal loro contesto argomentativo, forni-
scono anche una buona base per la scelta lessicale di Platone, che ha conta-
minato Omero con Omero.
46
Socrate ripropone la tesi raggiunta alla fine del precedente argomento
(369b3-7), rafforzata ora dalle citazioni, che rappresentano una confutazione
diretta: anche Achille capace, volendo, di dire il falso, dunque sar buo-
no tanto quanto Odisseo. Al contempo Socrate produce qui unevidente
forzatura, che scatena la successiva risposta di Ippia: egli amplia infatti la
similitudine tra le due figure allambito dellintera virt. Ora, se si intende
virt secondo una semantica comune, prestazionale eccellente capacit
di realizzare qualcosa , laffermazione coerente e in buona continuit con
quanto precede; Ippia, tuttavia, non riesce a cogliere le possibili distinzioni
semantiche e a separare queste significato da quello etico.
47
Ippia fa riferimento, con una certa edulcorazione, al fatto che Achille
rinunci al proposito di partire per vendicare Patroclo, entrato a sua insaputa
in battaglia con le sue armi e ucciso da Ettore, mentre Odisseo ha come pro-
prio carattere costante lobliquit delle parole e il tessere trame.
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socrate Vorresti ingannarmi, carissimo Ippia, e tu
stesso imitare Odisseo.
371 [a] ippia In nessun modo, Socrate! Ma perch
dici questo, e in relazione a cosa?
48
.
socrate Perch tu affermi che Achille non dice il
falso sulla base di una trama premeditata, proprio lui che
era un tale incantatore, tanto disposto a tramare ingan-
ni cos lo ha ritratto Omero da dare limpressione di
essere pi scaltro di Odisseo nellingannarlo, sfuggendo
agevolmente alla sua attenzione, al punto che osava con-
traddirsi al suo cospetto. infatti evidente che Odisseo
non gli dice nulla di ci che ci si aspetterebbe da chi ab-
bia intuito che laltro [b] diceva il falso.
48
Nel successivo argomento (371b2-372a5) Socrate sottopone Ippia a una
confutazione elaborata. Il sofista ha ribadito (370e5-9) che Achille dice il ve-
ro e per questo migliore di Odisseo. Socrate cita a questo punto un passo
che, secondo la sua lettura, indicherebbe che Achille pronto a contraddirsi
allinterno dello stesso scambio, pur con interlocutori diversi: poich Achille
dice a Odisseo il falso cio che partir mentre ad Aiace il vero cio che
rimarr ritiene Odisseo ben meno scaltro di se stesso. Socrate aggiunge
inoltre che Achille, in virt delle sue nobili origini ed educazione, non pu
che aver esercitato volontariamente un simile atteggiamento (371a2-c5). Ip-
pia contesta linterpretazione del passo e, considerando le due affermazioni
di Achille come diverse versioni dello stesso progetto, propone una propria
spiegazione: la formazione di Achille gli garantisce quella , intesa
come purezza di carattere, bont, che lo induce a essere sincero in due modi
diversi, mentre Odisseo premedita le proprie menzogne (371d8-e3). Socra-
te pu a questo punto far leva sul termine , intendendolo nel senso
di dabbenaggine, per dedurre dallaffermazione di Ippia che Odisseo
migliore di Achille, e riproporre la tesi per cui chi dice il falso volontaria-
mente migliore di chi lo fa involontariamente (371e4-8). Per difendere la
propria tesi Ippia risponde ampliando la prospettiva di valutazione, cio as-
sociando il dire il falso al fare il male: chi fa il male volontariamente peg-
giore di chi lo fa involontariamente (371e9-372a5): sar questa la base dello
sviluppo del dialogo.
La sezione evidenzia che Ippia con le sue categorie comuni non riesce a
far fronte allassurdo, e per converso che Platone gestisce, pur in modo am-
biguo, una lenta transizione da una prospettiva apparentemente tecnica/pre-
stazionale a una morale attraverso le complesse nozioni di virt/capacit
e, per implicazione, di buono. Da questo intricato procedere emerge lo
stratagemma teso da Socrate: egli interpreta in modo tendenzioso il testo di
Omero per scatenare la reazione di Ippia, il quale si vede costretto ad affer-
mare una certa inferiorit di Achille. In secondo luogo, il passo segna un
non indifferente innalzamento della materia trattata, che scivola in modo
decisivo verso il fare il bene/male.
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ippia A cosa ti riferisci esattamente, Socrate?
socrate Non sai che, dopo aver dichiarato a Odis-
seo che avrebbe preso il mare allalba, parlando ad Aiace
non lo ribadisce, e anzi dice tuttaltro?
ippia Ma dove?
49
.
socrate Nei versi in cui dice:
della guerra cruenta non mi preoccuper
[c] prima che il figlio del saggio Priamo, Ettore luminoso,
non giunga alle tende e alle navi dei Mirmidoni
uccidendo gli Argivi, e allora accenda col fuoco le navi.
Ma di fronte alla mia tenda e alla nave nera
presagisco che Ettore, invasato che sia dalla battaglia, si fermer
50
.
Dunque, Ippia, credi davvero che [d] Achille, gene-
rato da Teti ed educato dal sapientissimo Chirone, fos-
se tanto smemorato che poco prima, oltraggiando chi
inganna con la peggiore delle offese, avrebbe dichiarato
sul momento a Odisseo lidea di navigare via, mentre poi
ad Aiace quella di rimanere, senza una trama premedita-
ta, senza ritenere Odisseo ingenuo e se stesso superiore
a lui proprio per questa sua maestria, questa capacit di
dire il falso?
ippia Non mi pare proprio, Socrate. Al contrario,
[e] ha detto ad Aiace queste stesse cose, anche se in
un modo diverso rispetto a come le ha dette a Odisseo,
mosso dalla propria semplicit; quando invece Odisseo
dice il vero, lo dice sempre con premeditazione, ed co-
s anche quando dice il falso.
socrate Quindi Odisseo cos sembra miglio-
re di Achille.
49
Come nello Ione (cfr. particolarmente infra le note 65 e 67 al dialogo),
Platone ridicolizza chi si professa perfetto conoscitore del testo omerico. Pro-
babilmente Ippia ha presente il passo in questione ma a ragione, cfr. la nota
seguente non lo valuta come argomento a favore di Socrate.
50
Socrate cita altri versi (650-55) del IX canto iliadico, in cui Achille
fornisce su richiesta di Aiace una defnitiva versione delle sue intenzioni. Da
sottolineare a discolpa di Ippia che nel prosieguo del canto non si ha alcuna
indicazione che porti a pensare che queste parole di Achille siano da leggere
come opposte alle precedenti, anzi: Odisseo riferisce solo dellintenzione di
Achille di lasciare la campagna (vv. 676-692); Socrate, per, sembra fare leva
proprio su questo aspetto della narrazione epica.
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ippia Ma assolutamente no, Socrate!
socrate Ma come? Prima non emerso con chia-
rezza che chi dice il falso volontariamente migliore di
chi lo fa involontariamente?
51
.
ippia E dimmi, Socrate, in che modo chi volontaria-
mente commette ingiustizia, 372 [a] volontariamente
trama e compie dei mali, pu essere migliore di chi lo
fa involontariamente? Per questaltro, infatti, mi pare
vi sia una buona giustificazione, qualora commetta in-
giustizia, dica il falso o faccia un qualche altro male non
avendone cognizione. Del resto le leggi sono molto pi
severe con chi compie un male e dice il falso volontaria-
mente che con chi lo fa involontariamente.
socrate Lo vedi, Ippia, che dico il vero quando affer-
mo che [b] sono ostinato nellinterrogare i sapienti?
52
.
E c il rischio che di buono abbia solo questo e tutto il
resto sia proprio dappoco: infatti sono sempre incerto sul
reale stato delle cose, e non so in che modo stiano davve-
ro. Per me ne una prova sufficiente che ogniqualvolta
io mi trovi a conversare con uno qualsiasi di voi, famosi
per la sapienza e della cui sapienza tutti i Greci sono te-
stimoni, emerge con chiarezza che non so nulla: io e voi,
infatti, non la vediamo allo stesso modo praticamente su
niente. [c] Del resto, quale maggior prova di ignoran-
za dellessere in disaccordo con uomini sapienti? E tut-
tavia, ho questunica meravigliosa cosa buona, che mi sal-
va: non mi vergogno di imparare, anzi mi informo, pongo
domande, ho molta gratitudine verso chi risponde e non
ho mai fatto venir meno la mia gratitudine a nessuno
53
. In
51
Cfr. 366e1 sgg., particolamente 366e1-367a5. La generalizzazione pro-
dotta da Socrate forse forzata. Per il significato platonico della conclusione
raggiunta nella prima parte del dialogo cfr. supra lintroduzione, pp. 194-96.
52
Cfr. 369d1-e2.
53
Luso del termine potrebbe indicare un accento ironico attraverso
un implicito riferimento non solo alle modalit di esplicazione della gratitu-
dine, ma anche a un significato pi concreto del termine, quello di dono
come ricompensa, che nel dialogo non pu che alludere alla confutazione
e alle indicazioni filosofiche che essa reca; per il vantaggio insito nellessere
confutati cfr. per esempio Gorg., 470c6-8.
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ippia minore, 372c-373a 251
effetti, io non ho mai negato di aver appreso qualcosa,
facendo mia la nozione appresa come una mia scoper-
ta; al contrario, lodo come sapiente chi mi insegna ren-
dendo manifesto quanto ho imparato da lui. Ebbene,
[d] ora non sono daccordo con te su ci che dici, an-
zi ne prendo totalmente le distanze: so bene che que-
sto accade a causa mia, perch sono come sono per
non dire di me niente di ancor pi pesante Vedi,
Ippia, a me pare tutto il contrario di quello che di-
ci: chi procura danni agli uomini commettendo ingiu-
stizie, dicendo il falso, ingannando e sbagliando, vo-
lontariamente e non involontariamente, migliore di
chi lo fa involontariamente. Daltro canto talvolta mi
pare vero anche lopposto e vado errando su queste
cose: chiaro, ci [e] dipende dal fatto che non le
conosco. Ma ora, in questo momento, come se fos-
si colto da un delirio, e mi pare che chi sbaglia volon-
tariamente in qualcosa sia migliore di chi lo fa invo-
lontariamente. Posso trovare la causa della mia attua-
le condizione nei discorsi precedenti, in conseguenza
dei quali ora, in questo momento, chi fa ciascuna di
queste cose involontariamente mi appare pi malvagio
di chi le fa volon tariamente. Ma tu, allora, concedimi
questa grazia e non rifiutarti di curare la mia anima:
373 [a] faresti per me un bene di gran lunga maggiore
rimuovendo lignoranza dallanima che una malattia
dal mio corpo
54
. Se per hai intenzione di pronuncia-
re un ampio discorso, ti dico fin da ora che non riu-
scirai a guarirmi non sarei in grado di seguirti; se
invece hai intenzione di rispondermi come prima, mi
farai un gran beneficio e credo non sar dannoso
neanche per te
55
. Inoltre, sarebbe nei miei diritti in-
vocare anche te, figlio di Apemanto: tu infatti mi hai
spinto a dialogare con Ippia, e adesso, qualora egli non
54
Cfr. per esempio Gorg., 479b3-c6.
55
Per limportanza della brachilogia nel dialogo filosofico cfr. supra lin-
troduzione, pp. 203-4.
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ippia minore, 373a-b 253
abbia intenzione di rispondermi, richiedi aiuto in mio
nome
56
.
eudico Socrate, credo che Ippia non abbia assoluta-
mente bisogno [b] della nostra richiesta; ha gi detto
che simili atteggiamenti non gli appartengono, anzi: non
si sottrarrebbe mai alle domande di nessuno. Non cos,
Ippia? Non era questo ci che dicevi?
57
.
56
Questa lunga dichiarazione di Socrate suggerisce una via di lettura
dellargomento del dialogo. Essa tocca diversi aspetti:
a) 372a6-c8: Socrate non sa, ma impara dagli altri attraverso le domande,
che ricambia con un ringraziamento, ironicamente leggibile come con-
futazione (cfr. supra la nota 53);
b) 372c8-d7: Socrate sostiene la tesi opposta a quella di Ippia, ormai genera-
lizzata (371e9-372a5): chi fa il male e sbaglia volontariamente migliore
di chi lo fa involontariamente;
c) 372d7-e6: Socrate rimanda a situazioni in cui gli sembra corretta la tesi
opposta, e vede nella discussione pregressa la causa di questo suo deli-
rio;
d) 372e6-373a5: Socrate implora Ippia di confutarlo.
Il nucleo fondamentale (c), per il quale talvolta Socrate ritiene che chi
fa il male volontariamente peggiore di chi lo fa involontariamente. Ne-
anche questa posizione coincide con un modello platonico intellettualisti-
co: possibile che Platone voglia cos segnalare linstabilit di entrambe le
posizioni che scaturiscono dallammettere la possibilit generale (cio, ap-
plicata anche allambito etico) che si faccia il male volontariamente. Anco-
ra (c) indica che il problema risiede proprio in questa possibilit, poich la
precedente discussione ha accreditato come elemento centrale dellazione
la sua volontariet. In modo velato, dunque, Platone sembrerebbe indicare
le ambiguit del ragionamento finora condotto: in primo luogo la plurivo-
cit semantica di volontariamente (cfr. supra lintroduzione, pp. 192-3);
in secondo luogo, la possibilit che la tesi per cui chi dice il falso volonta-
riamente migliore possa essere vera in s e per s e a certe condizioni
(cio se si riferisce al filosofo; cfr. supra lintroduzione, pp. 194-6); infine,
lambiguit essenziale della nozione di virt. In questa prospettiva assume
senso linvocazione alla confutazione di (d), apparentemente del tutto ironica
se letta in funzione di (a): con (d) Platone non allude a una confutazione ma
allintervento che chiarisca i limiti dellargomento, che definisca la seman-
tica da attribuire caso per caso alla nozione di virt, che possa introdurre
in riferimento al nuovo oggetto di analisi un modello intellettualistico (cfr.
anche Erler 1991, pp. 228-29).
57
La nuova comparsa di Eudico individua una breve pausa prima della
serie finale di domande. Da un punto di vista drammatico questo intervallo
molto significativo: finora la tesi considerata, chi dice il falso volontaria-
mente migliore, pu ad alcune condizioni essere platonica. Di qui alla fi-
ne del dialogo, invece, lo slittamento generale verso il tema dellagire bene/
male volontariamente prefigura una posizione assunta ironicamente da parte
di Socrate (cfr. particolarmente infra le note 73 e 79).
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ippia S, per Socrate crea sempre scompiglio nei di-
scorsi, mio Eudico, e sembra quasi farlo con cattiveria
58
.
socrate Ma non lo faccio volontariamente, ottimo
Ippia in tal caso, secondo il tuo discorso, sarei sapien-
te e formidabile! , bens involontariamente; di conse-
guenza, perdonami, tu che affermi ancora che chi sbaglia
involontariamente deve senzaltro essere perdonato
59
.
[c] eudico Avanti, Ippia, non comportarti diversa-
mente, anzi: per noi e i tuoi precedenti discorsi rispondi
ci che Socrate vorr chiederti.
ippia Visto che tu lo richiedi, risponder
60
. Ora do-
manda ci che vuoi.
socrate Ippia, desidero fortemente indagare ci che
abbiamo detto or ora: chi mai migliore, chi sbaglia vo-
lontariamente o chi lo fa involontariamente. In effetti,
credo che questo sia il modo pi corretto per procedere
nellindagine
61
. Rispondi: c un podista che dici buono?
58
Cfr. supra la nota 41.
59
Cfr. 371e9-372a5. Socrate si attribuisce un errore involontario; ci
potrebbe suggerire che Platone lo stia rappresentando come immagine vivente
dellintellettualismo etico, cio come chi sbaglia per ignoranza. In real t, posto
che latteggiamento di Socrate qui evidentemente ironico, Platone deve attri-
buirgli almeno la coscienza di una dissimulazione allinterno dellargomento,
cio la volont di fuorviare Ippia dicendo il falso. Del resto, conducendo Ippia
a rendersi conto della propria pochezza Socrate non fa il male, anzi: dice il
falso in vista del bene. Latteggiamento di Socrate, dunque, non istanzia qui
lintellettualismo etico (non sbaglia involontariamente), bens il dire il fal-
so volontariamente in vista del bene; cfr. supra lintroduzione, pp. 194-96.
60
Come accade pi volte nellIppia maggiore (cfr. supra le note 79 e 110),
il modello del non far scappare il flosofo viene ribaltato: il sofsta, ironi-
camente identifcato con il sapiente, a essere trattenuto.
61
Prende avvio la serie di argomenti che accompagna il dialogo fino al-
la sua conclusione: (a) chi compie involontariamente male unazione corpo-
rea peggiore di chi lo fa volontariamente/chi compie volontariamente male
unazione corporea migliore di chi lo fa involontariamente (373c9-374b4);
(b) migliore ci che/chi agisce male volontariamente: dimostrazioni condot-
te progressivamente sulle parti del corpo, sugli strumenti, sullanima degli
animali, sulle arti umane, sullanima umana (374b5-375d2); (c) chi sbaglia e
compie azioni brutte e ingiuste volontariamente migliore di chi lo fa invo-
lontariamente, ed buono (375d7-376b6). I tre momenti sono concatenati (e
tutti argomentativamente legati alla prima parte del dialogo cfr. Weiss 1981,
pp. 287-88 che tuttavia non perde una sua autonomia tematica): solo nel pri-
mo viene stabilito che il buono pu agire male e che pu farlo volontariamen-
te, mentre il secondo rappresenta una progressione epagogica su questa base.
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256 platone
[d] .

.
,

.
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ippia minore, 373d 257
[d] ippia Certo.
socrate E cattivo?
ippia S.
socrate E non buono quello che corre bene e cat-
tivo quello che lo fa male?
ippia S.
Alcune difficolt, proposte fin dallinizio, si riverberano fino alla conclusione:
confusione del conoscere e dellagire: uno dei presupposti impliciti degli
argomenti quello per cui chi migliore in una certa attivit anche ca-
pace di svolgerla male. Questa posizione, da un lato se estesa a un am-
bito etico contraddice lintellettualismo platonico, dallaltro in ambito
pratico e tecnico si basa sullidea per cui la valutazione implica un agire
conseguente, il che non sempre vero;
lestensione del modello tecnico/prestazionale: se per modello tecnico
si intende modello della pratica di una specifica capacit, evidente
che le conclusioni raggiunte in (a) siano basate su modelli tecnici, e che
la loro validit sia rafforzata da esempi analoghi in (b). Non per legit-
timo estendere le conclusioni relative a un modello tecnico/prestazionale
a uno morale, poich la dimensione dellagire bene/male nei due ambiti
ha implicazioni e statuto diversi; cfr. (pur con declinazioni differenti) gi
Calogero 1984, pp. 284-88; poi Sprague 1962, pp. 74-77; Kahn 2008,
p. 121; Beversluis 2000, pp. 107-9;
rimane comunque unambiguit tra due modalit diverse dellagire ma-
le qui considerate equivalenti. Come gi notava Aristotele (Metaph., V,
1025a2-13) lagire male di chi eccellente unimitazione, mentre lagi-
re male involontario unazione immediata. Ancora, anche permanendo
nellambito tecnico, non sempre lagire male corrisponde al cattivo uso
di unarte: se ci pu valere per un medico che avvelena, difficilmente
potrebbe essere detto per un podista che correndo piano semplicemen-
te non utilizza la propria arte (cfr. Beversluis 2000, pp. 107-9).
Per risolvere tali difficolt Weiss 1981, pp. 297-304, ha tentato di ridur-
re la nozione di bont (etica) a quella, puramente tecnica, di buono in/a fa-
re qualcosa, e la nozione di volontariet a quella di capacit; e tuttavia, la
comparsa finale della giustizia evidenzia uno slittamento verso un discorso
dichiaratamente etico (cfr. Balaud 1997, pp. 272-75, ma gi Sprague 1962,
pp. 74-77, e Kahn 2008, p. 121, nota 19). In realt tutte le ambiguit segna-
late sono riconducibili a unaltra, frequentemente riscontrabile nei dialoghi
(cfr. gi supra la nota 48). La nozione di virt ha comunemente e non di
rado in Platone una semantica prestazionale (eccellenza nel fare qualcosa;
cfr. Des Places 1964, s.v. ). Da un punto di vista prestazionale a cui
rimanda la nozione tecnica di buono in le difficolt si riducono, poich
chi virtuoso in qualcosa pu (teoricamente) graduare il proprio impegno.
Le pi severe difficolt sono prodotte nel passaggio da questa prospettiva a
quella etica, dunque dallincapacit di Ippia di gestire la risemantizzazione
gi in parte preplatonica ma centrale per Platone della nozione di virt.
Ci implica inoltre che Platone possa nascondere elementi positivi dietro le
ambiguit concettuali che scaturiscono dallampio argomento.
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5
5
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, |

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, [e]
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| ,

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374 [a]
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ippia minore, 373d-374a 259
socrate Dunque, non corre male chi corre lenta-
mente e bene chi lo fa velocemente?
ippia S.
socrate Nella podistica e nella corsa, quindi, velo-
cit bene, lentezza male?
ippia Ma cosa importa?
socrate Chi dunque un podista migliore, quello
che corre volontariamente con lentezza o quello che lo
fa involontariamente?
ippia Quello che lo fa volontariamente.
socrate Ma il correre non fare qualcosa?
ippia Certamente, fare qualcosa.
socrate E se fare qualcosa, non anche compie-
re [e] qualcosa?
ippia S.
socrate Nella podistica, quindi, chi corre male com-
pie questa cosa male e in modo brutto.
ippia Male, ovvio.
socrate E non corre male chi corre lentamente?
ippia S.
socrate Dunque, il buon podista non compie que-
stazione male e in modo brutto volontariamente, men-
tre il cattivo involontariamente?
ippia Sembra proprio.
socrate Nella podistica, quindi, non pi malva-
gio
62
chi compie il male involontariamente 374 [a] di
chi lo fa volontariamente?
63
.
62
Per caratterizzare chi compie male qualcosa (letteralmente, in questi
passaggi: chi compie questo male/i mali) e lazione compiuta male Socrate
utilizza fin dallinizio dellargomento laggettivo e i suoi comparativi,
che saranno funzionali nellapplicazione delle acquisizioni raggiunte allanima
per poterla poi descrivere come priva di virt; per questa ragione viene propo-
sta fin da subito la traduzione malvagio, anche al fine di preservare la con-
tinuit dellargomento e di evidenziare lambiguit della semantica platonica.
63
Il primo argomento bipartito (per il momento 2 cfr. infra la nota 65),
e dimostra la stessa posizione nellambito della corsa e in quello della lot-
ta. (1) Nella corsa (373c9-374a1):
a) 373c9-d2: il buon podista corre velocemente, il cattivo lentamente;
b) d3-5: chi corre velocemente corre bene, chi corre lentamente male, dun-
que correre velocemente bene, lentamente male;
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ippia minore, 374a 261
ippia Nella podistica cos
64
.
socrate E nella lotta? Chi un lottatore migliore,
chi cade volontariamente o chi lo fa involontariamente?
ippia Chi lo fa volontariamente, sembra.
socrate E nella lotta pi malvagio e brutto il ca-
dere o il gettare a terra?
ippia Il cadere.
socrate Anche nella lotta, quindi, chi compie vo-
lontariamente le azioni malvagie e brutte un lottatore
migliore di chi lo fa involontariamente.
c) d5-7: miglior podista quello che corre lentamente in modo volontario;
d) d7-e1: correre un ;
e) e1-2: chi corre male compie male lazione del correre;
f ) e2-3: chi corre lentamente corre male;
g) e4-5: il buon podista compie volontariamente male lazione del correre,
il cattivo involontariamente;
h) 373e6-374a1: chi compie involontariamente male lazione del correre
peggiore di chi lo fa volontariamente;
i) [presupposto implicito: a correre lentamente in modo volontario pu es-
sere solo chi corre velocemente, ed per questo un buon podista].
Posto (a) relativo alla figura del podista, si deduce (b) relativo allazione
del correre. La conclusione (c) deriva in parte da una considerazione intuiti-
va, dallaltro dal presupposto [i]. Successivamente, considerato (d), per (e) e
(f ) emerge che chi corre lentamente compie male lazione del correre, e con
[i] si deducono (g) e (h). Ora, la prima fase (a-c) determina il podista peggio-
re, e si basa sulla separazione tra la figura del podista buono o cattivo e il
correre bene e male; grazie a essa possibile che il buon podista corra male.
La sua valutazione come migliore, poi, dipende da [i], a sua volta legato alla
trazione semantica esercitata dalluso di (buono): difficile negare,
infatti, che l sar (comparativo di : migliore). La
seconda fase (d-i), per converso, individua il podista peggiore a partire dal-
la caratterizzazione dellazione del correre come un (compiere/
rendere qualcosa in un certo modo, generalmente ma non solo in senso
peggiorativo): vengono cos introdotte non solo la scissione tra agente e azio-
ne (scil. il fatto che un buon podista possa correre male), ma anche una rea-
lizzazione peggiorativa o negativa dellazione stessa (cfr. anche Jantzen 1989,
pp. 78-88). Al contempo, lintroduzione di questo verbo rimarca la perma-
nenza allinterno della semantica prestazionale, in quanto l
il compiere un , e chi eccelle nel farlo virtuoso da un punto di vista
prestazionale (cfr. Resp., I, 352d8-353d1). Essendo cos stabilito che anche
il buon podista pu correre male, per [i ] la caratterizzazione negativa spet-
ter al cattivo podista.
64
Ippia tenta di limitare la portata dellargomento e ne sfora cos uno dei
nuclei problematici, vale a dire la generalizzazione di una conclusione tratta
da esempi tecnici o prestazionali; cfr. supra la nota 61.
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, [b] ,

, ,

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,
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ippia minore, 374a-b 263
ippia Sembra.
socrate E per quanto riguarda tutti gli altri ambi-
ti in cui si fa uso del corpo? Non vero che il miglio-
re in relazione al corpo capace di compiere entrambi i
tipi di azione, sia quelle fatte con forza sia quelle fatte
con [b] debolezza, sia quelle brutte sia quelle belle,
cosicch, quando nellambito delle azioni del corpo si
compiano azioni malvagie, chi migliore in relazione al
corpo le compie volontariamente mentre chi pi mal-
vagio involontariamente?
65
.
ippia Sembra che le cose stiano cos anche nellam-
bito della forza fisica.
socrate E nellambito dei bei movimenti
66
, Ippia?
65
Il secondo momento, (2) sulla lotta (374a1-b4), riprende ampiamente il
precedente (a cui si riferiscono i rimandi tra parentesi; cfr. supra la nota 63):
a) 374a1-3: lottatore migliore quello che cade volontariamente (cfr. 1c);
b) a3-4: il praticare male la lotta il (scil. si concretizza nel) cadere (cfr. 1b
e 1d-f);
c) a5-6: chi pratica () involontariamente male la lotta peggiore
di chi lo fa volontariamente (cfr. 1h);
d) [presupposto implicito: solo chi pratica bene la lotta ed un buon lotta-
tore pu praticarla in modo volontario (cfr. [i])].
La conclusione dellargomento approfondisce le acquisizioni raggiunte. il
migliore entrambi i modi (a7-8): questa considerazione, gi intuitiva, discen-
de dalla distinzione tra agente buono/cattivo e azione buona/cattiva prodotta
in 1b e 1d-f, ed necessaria per escludere preventivamente la disgiunzione tra
chi buono e lazione cattiva. Sia con forza sia belle (a8-b1): sotto le ca-
tegorie di forza e debolezza si collocano rispettivamente velocit (nella corsa)/
resistenza (nella lotta) e lentezza (nella corsa)/caduta (nella lotta), mentre lallu-
sione ad azioni belle/brutte amplia la prospettiva verso la distinzione generale
tra agire bene o male. Cosicch involontariamente (b1-3): la conclusione
rappresenta la convergenza delle due fasi dei precedenti argomenti, poich in
essa si riunificano le valutazioni dei migliori e peggiori agenti.
66
Basandosi sul modello dei due argomenti iniziali, Socrate propone ora
una serie di osservazioni pi concise relative a diversi ambiti (1-5; per i mo-
menti 3-5 cfr. infra la nota 69) per poi giungere a una generalizzazione fi-
nale (6; per questo momento e considerazioni generali cfr. infra la nota 73).
1) 374b5-e2, sulle parti del corpo:
a) 374b5-c2: il movimento: il corpo migliore si muove male volontaria-
mente, il peggiore involontariamente, il primo per una sua virt, il
secondo per una sua malvagit;
b) 374c2-5: la voce: migliore la voce che stona volontariamente, peg-
giore quella che lo fa involontariamente;
c) 374c5-6: intermezzo: si desiderano le cose buone;
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[c] ,
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ippia minore, 374b-c 265
Non proprio del corpo migliore produrre volontaria-
mente movimenti brutti e malvagi, mentre del pi mal-
vagio involontariamente? Come ti sembra altrimenti?
ippia cos.
socrate Anche per il brutto movimento, quindi,
quello volontario dipende [c] da una certa virt del
corpo mentre quello involontario da una sua malvagit.
ippia Chiaro.
socrate E cosa dici sulla voce? Quale dichiari mi-
gliore, quella che stona volontariamente o quella che lo
fa involontariamente?
ippia Quella che lo fa volontariamente.
socrate Ed in peggiori condizioni quella che lo
fa involontariamente?
ippia S.
socrate Dunque, tu preferiresti possedere le cose
buone o le cose cattive?
d) 374c6-d2: i piedi: si desiderano i piedi che zoppicano volontariamen-
te; la zoppia la malvagit dei piedi;
e) 374d2-6: gli occhi: loffuscamento della vista la malvagit degli oc-
chi; si vogliono possedere occhi che si offuschino volontariamente;
f ) 374d6-e2: estensione agli altri organi di senso: quelli che compiono
male le azioni non sono desiderabili in quanto malvagi, quelli che le
compiono bene sono desiderabili in quanto buoni; sono desiderabili
quelli che compiono volontariamente male le rispettive azioni;
2) 374e3-375a1, sugli strumenti:
a) 374e3-5: il timone: meglio possedere uno strumento con cui si com-
pie il male volontariamente;
b) 374e5-375a1: estensione a tutti gli altri strumenti;
Gli argomenti sono concatenati. Poich per (1a) il corpo migliore agisce
male volontariamente per una sua virt cio in quanto buono , allora
(1b) preferibile una voce che agisca male volontariamente. Ora, esplicitando
il presupposto (1c) e sulla base di (1a-b) per cui chi agisce male volontaria-
mente migliore e buono , Ippia assente facilmente a (1d), (1e), (1f ) ma an-
che a (2a) e (2b). Socrate si limita a evidenziare di volta in volta come allagire
male volontariamente siano associati bene e virt, e allagire male involonta-
riamente, male e malvagit. Lassenso a (1a) dunque determinante bench
ampiamente preparato dai precedenti argomenti , perch introduce la nozione
di virt secondo una semantica prestazionale (tradizionalmente legata, inoltre,
alle parti del corpo: cfr. per esempio Od., XX, 411, per i piedi e le gambe): ci
che ha la virt in grado di svolgere in modo perfetto la propria azione, ed
preferibile in assoluto, cio anche qualora compia il male, perch potr farlo
solo volontariamente.
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5
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[d] .


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ippia minore, 374c-e 267
ippia Le cose buone.
socrate Dunque, preferiresti possedere piedi che
zoppicano volontariamente o involontariamente?
67
.
[d] ippia Volontariamente.
socrate Ma la zoppia non una condizione malva-
gia, un brutto movimento dei piedi?
ippia S.
socrate E poi? Loffuscamento della vista non
una condizione malvagia degli occhi?
ippia S.
socrate Dunque, quali occhi preferiresti possedere,
con quali preferiresti percepire? Con occhi che possano
volontariamente essere offuscati e mancare la visione o
con quelli che lo facciano involontariamente?
ippia Con quelli che lo facciano volontariamente.
socrate Quindi, tra queste parti del tuo corpo ri-
tieni migliori quelle che compiono qualcosa in modo
malvagio volontariamente rispetto a quelle che lo fanno
involontariamente?
ippia S, quelle di questo tipo.
socrate Un solo ragionamento, dunque, le com-
prende tutte quante per esempio le orecchie e il
naso e la bocca e tutti gli organi di senso: quelle che
[e] compiono male qualcosa involontariamente non so-
no un bel possesso perch sono malvagie, mentre quelle
che lo fanno volontariamente sono un bel possesso per-
ch sono buone.
ippia A me pare cos.
socrate E poi? Quali strumenti sono migliori da
utilizzare, quelli con i quali volontariamente si compie
male qualcosa o quelli con cui lo si fa involontariamen-
te? Per esempio, migliore un timone con cui involon-
tariamente si diriger male la nave o uno con cui lo si
far volontariamente?
ippia Quello con cui lo si far volontariamente.
67
La critica di Aristotele (Metaph., V, 1025a2-13) allargomento prende
questo come caso esemplificativo; cfr. supra la nota 61.
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375 [a] .
,
, <>
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ippia minore, 374e-375a 269
socrate Non sar lo stesso per larco, la lira, gli auli
e ogni altro strumento?
375 [a] ippia Dici il vero.
socrate E poi? meglio per un cavallo possedere
unanima
68
grazie alla quale cavalchi volontariamente ma-
le, o una grazie alla quale lo faccia involontariamente?
69
.
68
Largomento trova una forte ragione di continuit ed efficacia nella
presenza costante della nozione di anima (cfr. particolarmente infra le note
69 e 70), dal riferimento agli animali a quello alluomo. Per questa ragione
fondamentale che in tutti i passaggi della sequenza (375a1-c8) la traduzione
preservi, bench siano inconsuete, le formulazioni greche, che fanno riferi-
mento allanima di un cavallo, di un cane, ecc., senza sostituirle con espres-
sioni pi usuali ma meno efficaci (per esempio, un cavallo con unanima).
69
Socrate prosegue (cfr. supra la nota 66, per i punti 1 e 2) arrivando al
tema dellanima umana (cfr. infra la nota 73, per la generalizzazione finale):
3) 375a1-7, sullanima animale:
a) 375a1-6: per un cavallo meglio possedere lanima che lo faccia ca-
valcare male volontariamente, poich svolger solo volontariamente
le azioni peggiori tra quelle che le sono proprie;
b) a6-7: estensione alle anime degli altri animali.
Le basi poste nei precedenti argomenti forzano Ippia ad accettare la posi-
zione di Socrate. Ora, per (1a) chi agisce male volontariamente virtuoso
in senso prestazionale: a partire da una semantica prestazionale del termine
virt, quindi, chi agisce male volontariamente virtuoso, cio realizza meglio
le opere () che gli sono proprie. Inoltre, lopposizione malvagit-virt di-
viene, con lintroduzione delloggetto anima, ben pi calzante ed efficace.
Si pu a questo punto introdurre lanima umana:
4) 375a7-c3, sullanima umana nelle arti:
a) 375a7-b4: per il tiro con larco meglio possedere unanima che non
colga il bersaglio () volontariamente perch sar migliore,
mentre quella che lo fa involontariamente malvagia;
b) b4-7: per la medicina meglio possedere unanima che agisca volon-
tariamente male sui corpi;
c) b7-c3: estensione a tutte le arti (per citarodia e auletica cfr. infra la
nota 32 allo Ione).
Ippia ancora costretto dalle precedenti acquisizioni ad accettare le po-
sizioni di Socrate, che per continua a introdurre elementi che riguardano la
dimensione etica: in particolare, con (4a) si assume che chi sbaglia volonta-
riamente migliore di chi lo fa involontariamente, posizione tratta dallam-
bito delle arti ma facilmente estendibile a quello etico.
5) 375c3-6, sullanima degli schiavi: largomento si applica ormai senza pos-
sibilit di evasione e in modo ripetitivo.
Questa ulteriore tappa, tuttavia, permette di introdurre la nozione di
(commettere unazione cattiva, comportarsi male), che rappre-
senta il termine adatto per descrivere lazione moralmente cattiva, laddove
il pi ampio , finora efficace per preparare la conclusione,
sarebbe stato meno mirato.
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ippia minore, 375a-b 271
ippia Quella grazie alla quale lo faccia volontaria-
mente.
socrate Quindi migliore.
ippia S.
socrate Non vero, quindi, che grazie alla mi-
gliore anima di cavallo sar possibile realizzare volon-
tariamente le azioni malvagie proprie di questanima,
mentre grazie allaltra si potranno realizzare solo in-
volontariamente quelle proprie dellanima malvagia?
ippia Certo.
socrate E non sar lo stesso anche per lanima di
un cane e di tutti gli altri animali?
ippia S.
socrate E poi? meglio possedere unanima uma-
na
70
di arciere che sbagli volontariamente nel colpi-
re [b] il bersaglio o quella che lo faccia involontaria-
mente?
ippia Quella che lo faccia volontariamente.
socrate Dunque, proprio questa migliore per il
tiro con larco.
ippia S.
socrate Unanima che sbagli involontariamente,
quindi, pi malvagia di una che lo faccia volontaria-
mente?
ippia Nel tiro con larco
71
, certamente.
socrate E nella medicina? Non cura di pi quel-
la che compie volontariamente il male in relazione ai
corpi?
72
.
70
Anche la nozione di anima viene coinvolta nelle ambiguit tra se-
mantica prestazionale e morale: se nella seconda lanima un principio ra-
zionale e morale, nella prima essa determina le capacit prestazionali. Qui
la nozione di anima viene introdotta in questultimo senso (acquisire
unanima equivale ad acquisire certe capacit tecniche), ma nellultimo
argomento (375e1 sgg.) essa sar considerata come nucleo della vita morale.
71
Come gi precedentemente (374a1), Ippia sembra intuire che largo-
mento punta a una generalizzazione inaccettabile, ma non cogliendo i punti
deboli del ragionamento non pu far altro che proporre in modo cursorio
delle limitazioni, a cui Socrate risponde con ulteriori esempi.
72
La scelta della medicina come modello di arte, non certo isolata
(cfr. infra la nota 20 allo Ione), tendenziosa: il medico talvolta costret-
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ippia minore, 375b-c 273
ippia S.
socrate Essa quindi migliore in questarte.
ippia S, migliore.
socrate E poi? Considerando lanima pi abile nel-
la citaristica, nellauletica e in generale in tutte le arti
e [c] le competenze, non sar la migliore a compiere
volontariamente le azioni cattive e brutte e a sbagliare,
mentre quella pi malvagia lo far involontariamente?
ippia Chiaro.
socrate Ma allora, riguardo alle anime degli schia-
vi, preferiremmo di certo possedere quelle che sbagliano
e fanno il male in modo volontario pi che quelle che
lo fanno in modo involontario, poich in queste stesse
cose sono migliori.
ippia S.
socrate E poi? La nostra anima, non vorremmo
possederla nelle migliori condizioni possibili?
73
.
to a infliggere un male apparente per produrre un bene (cfr. per esempio
Gorg., 480a1 sgg.); in questo senso evidente che chi infligge un male
volontariamente per esempio per cauterizzare migliore di chi lo fa
involontariamen te per esempio sbagliando unoperazione.
73
Infine (cfr. supra le note 66 e 69) Socrate produce (6) una generalizza-
zione in relazione allanima umana (375c6-d2): si vuole unanima migliore
possibile, che sar quella che compie azioni cattive e sbaglia volontaria-
mente. Questa acquisizione rappresenta ormai lapice e il completamento
dellampio argomento epagogico, attraverso il quale Socrate ha condotto un
avvicinamento progressivo a una simile affermazione. Perch per Socrate
produce un numero tanto elevato di esempi bench essi siano formalmente
paralleli e dipendenti dalle acquisizioni di (1)? Certamente il modello epa-
gogico (cfr. Kahn 2008, pp. 124-25) prevede una certa quantit di esem-
pi. Ma forse la ragione pi stringente risiede nella volont di far emergere
solo progressivamente i termini e le nozioni pi attinenti al tema etico. In
effetti, i vari passaggi rivestono in questo senso funzioni peculiari. Lar-
gomento (1) introduce la logica generale del procedimento nei termini di
un vincolo essenziale tra volontariet dellagire male e virt da un lato e
involontariet e malvagit dallaltro, ma propone anche il principio gene-
rale per cui si desidera ci che buono/migliore. Con largomento (2) si
continua ad alludere a una semantica prestazionale, che viene rafforzata
ironicamente senza che Ippia colga le eventuali implicazioni; al contem-
po, si insiste sulla nozione di malvagit, che si rivela sempre pi centrale e
adeguata allorizzonte etico. Largomento (3) propone una prima formula-
zione relativa allanima, anche se animale: questo passaggio concretizza la
relazione tra anima virtuosa e preferibilit dellazione cattiva volontaria in
un ambito, quello delle attivit animali, che offre ampio spazio allappli-
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ippia minore, 375d-e 275
[d] ippia S.
socrate Ebbene, non sar migliore qualora faccia
il male e sbagli volontariamente pi che qualora lo fac-
cia involontariamente?
ippia Ma sarebbe davvero terribile, Socrate, se
quelli che commettono ingiustizia volontariamente ci
risultassero migliori di quelli che lo fanno involonta-
riamente.
socrate E tuttavia, sulla base di quanto detto,
sembra cos.
ippia Non a me
74
.
socrate Io invece credevo, Ippia, che sembrasse
anche a te. E allora rispondi di nuovo: la giustizia non
una certa capacit, o una conoscenza, o entrambe?
Non forse necessario che la [e] giustizia sia una
di queste cose?
ippia S.
socrate Se dunque la giustizia una capacit
dellanima, lanima pi capace non pi giusta? In
qualche modo, ottimo uomo, lanima siffatta ci si mo-
strata migliore
75
.
ippia cos.
cazione della semantica prestazionale del termine virt (cfr. per esem-
pio Resp., I, 335b6 sgg.). In altri termini, con (3) Socrate non associa solo
anima, virt e agire male (in)volontariamente, ma coglie unoccasione per
far passare facilmente lidea per cui unanima virtuosa (prestazionalmen-
te, cio eccellente nellattivit che le propria; cfr. anche supra la nota 70)
sar migliore (leggibile in senso assoluto) di una che non lo . Con (4) e (5)
ci si sposta nellambito dellagire umano, e si pu cos tematizzare il tipo
di agire male che caratterizza il discorso etico: l (cfr. gi
Calogero 1984, pp. 284-88) e il . Lavvicinamento di Socrate
produce dunque una rete semantica gi studiata per la finale applicazione
alletica (cfr. infra la nota 79).
74
Socrate ha ormai imbrigliato Ippia (cfr. anche laccento ironico di
375d7), che avrebbe dovuto fermare largomento ben prima, o comunque
proporre dei distinguo rispetto allintroduzione dellorizzonte etico. A
questo punto, egli pu solo rifiutare un assenso dovuto (cfr. anche Erler
1991, pp. 222-23).
75
Il dialogo ha preso le mosse dalla valutazione come migliore di ci
che pi capace (cfr. 365d6 sgg.). Il senso dellaffermazione quindi: se
lanima pi capace migliore (e lanima migliore pi giusta) allora lanima
pi capace pi giusta.
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ippia minore, 375e-376a 277
socrate E se invece conoscenza? Lanima pi
sapiente sar pi giusta mentre quella pi ignorante
pi ingiusta?
ippia S.
socrate E se invece fosse entrambe le cose? Non
sar pi giusta lanima che le possiede entrambe, co-
noscenza e capacit, mentre pi ingiusta quella pi
ignorante?
76
. Le cose non stanno necessariamente cos?
ippia Chiaro.
socrate Ma la stessa anima, pi capace e insieme
pi sapiente, non era chiaramente migliore e pi capace
di fare entrambe le cose, 376 [a] sia quelle belle sia
quelle brutte, in relazione a ogni attivit?
ippia S.
socrate Nel momento in cui compia cose brutte,
quindi, le compie volontariamente per capacit e ar-
te
77
; queste, per, paiono ora entrambe o una delle
due riconducibili alla giustizia.
ippia Sembra.
socrate Inoltre, il commettere ingiustizia fare il
male, mentre il non commettere ingiustizia fare qual-
cosa di bello.
ippia S.
socrate E lanima pi capace e migliore, ogni-
qualvolta e senza eccezioni commetta ingiustizia,
commetter ingiustizia volontariamente, mentre quella
malvagia involontariamente. Non cos?
76
Recependo la scelta di Ast, Vancamp ha integrato
per rispettare il parallelismo implicato dallargomento; per quanto filolo-
gicamente poco invasiva, per, una simile scelta editoriale risponde solo a
una logica di coerentizzazione. Ora, lassenza della seconda specificazione
potrebbe rappresentare unallusione a una posizione autenticamente plato-
nica ben presente sullo sfondo della conversazione, che prevede il prima-
to della conoscenza in senso forte. Per queste ragioni sembra opportuno
non intervenire sul testo dei testimoni medievali e mantenere lambiguit.
77
La giustizia non pi capacit e/o bens capacit e/o :
ci possibile per il significato comune di (cfr. gi 367e9, 368e5,
375c1). Al contempo una simile oscillazione in questa sede potrebbe se-
gnalare una volontaria allusione di Platone ai due sensi in cui largomento
pu essere letto; cfr. infra la nota 79.
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ippia Chiaro.
[b] socrate Ma uomo buono non quello che
ha una buona anima, mentre cattivo quello che ne ha
una cattiva?
ippia S.
socrate Quindi, se davvero il buono ha unani-
ma buona, commettere ingiustizia volontariamente
proprio di un uomo buono, mentre farlo involontaria-
mente di uno cattivo.
ippia Accidenti, proprio cos.
socrate Quindi, Ippia, chi volontariamente sbaglia
e fa cose brutte e cattive se davvero esiste questuo-
mo
78
non potrebbe essere nessun altro se non luo-
mo buono
79
.
78
Spesso questo cenno stato usato dalla critica come base per giusti-
ficare il distacco di Platone rispetto alla conclusione raggiunta nel dialogo:
cfr. particolarmente Gould 1955, pp. 42-44; Hoerber 1962, pp. 127-28;
Irwin 1977, p. 77; contra Erler 1991, pp. 121-45.
79
Socrate propone un ultimo argomento (375d8-376b6), implicitamente
basato sulle acquisizioni dei precedenti. Il presupposto teorico il seguen-
te: la giustizia (1) o capacit (2) o conoscenza (3) o entrambe (375d8-e1).
1) 375e1-4: la giustizia capacit dellanima; se la capacit un carattere
positivo dellanima e (come presupposto implicito) lanima migliore
pi giusta, allora lanima pi capace pi giusta;
2) 375e4-6: la giustizia conoscenza; lanima pi sapiente pi giusta;
3) 375e6-376b6: la giustizia sia capacit sia conoscenza:
a) 375e6-8: se lanima possiede sia capacit sia conoscenza pi giu-
sta, se non possiede conoscenza ingiusta;
b) 375e8-376a1: lanima pi capace e sapiente migliore, quindi ca-
pace di compiere () in ogni azione cose buone e cattive;
c) a2-4: quando realizza cose cattive lo fa volontariamente per capa-
cit, dunque per la giustizia;
d) a4-5: commettere ingiustizia realizzare il male, non commetterla
il bene;
e) a6-7: lanima pi capace e migliore commette ingiustizia solo volon-
tariamente, quella malvagia involontariamente;
f ) b1-2: luomo buono ha unanima buona, quello cattivo cattiva;
g) b2-4: luomo buono commette ingiustizia volontariamente, il catti-
vo involontariamente;
h) b4-6: solo luomo buono sbaglia e commette ingiustizia volontaria-
mente.
Poich i precedenti rifiuti di Ippia sono legati solo allinaccettabilit
della tesi finale di Socrate, i passaggi fondamentali dellargomento ripren-
dono posizioni gi ampiamente stabilite: (b) si basa su 366e1-367a5, ed (e)
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[c]
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ippia minore, 376b-c 281
ippia Non posso proprio convenire con te su que-
ste cose, Socrate
80
.
socrate Ma neanche io, Ippia! Eppure a questo
punto [c] emerge necessariamente questo dal nostro
discorso. In realt lo dicevo gi prima
81
: su tali argo-
menti io vado errando in ogni direzione, e mi sembra
che le cose non stiano mai allo stesso modo. Del resto
non c niente di cui stupirsi se io vado errando, e ne-
sui presupposti dellargomento 373c9 sgg. Esse possono essere generalizza-
te come segue: (b) chi pi capace e migliore compie azioni sia buone che
cattive; (e) chi pi capace e migliore commette ingiustizia volontariamen-
te. Ippia dovrebbe fermare Socrate qui: la nozione prestazionale di virt
(o di compiere bene qualcosa) viene infatti definitivamente traslata in
una morale, il che non permetterebbe la permanenza delle precedenti ac-
quisizioni n la loro traslazione in un ambito chiaramente etico. Tuttavia,
il progressivo e studiato slittamento dalla semantica prestazionale a quella
etica impedisce al sofista di avvedersi del problema. Ci implica che Platone
avesse delle riserve sulla correttezza dellacquisizione finale: lo confermano
le cautele espresse gi precedentemente (371e9-373a8) e il tono dubitativo
della conclusione (376b8-c6) prima ancora della controversa e gramma-
ticalmente non ambigua espressione (376b6-7;
cfr. la nota precedente). Ora, se Ippia non stato in grado di sostenere il
dialogo a un livello pi alto (cfr. anche Szlezk 1988, pp. 143-44) rimane
possibile che Platone non condividesse solo alcuni aspetti dellargomento
proposto. In particolare, la tematizzazione della virt come conoscenza e
capacit (congiunte, come dimostra lo svolgimento comune dellargomen-
to) attestata nella Repubblica (IV, 430b2-5, in relazione al coraggio, e V,
477d1 sgg., in cui la conoscenza stessa a essere descritta come capacit),
in una sezione di capitale importanza. Una simile tematizzazione, per,
pu essere intesa in due sensi: da un lato Ippia, sulla scorta degli argomenti
precedenti, continua a intendere capacit in una prospettiva prestazio-
nale ed in una tecnica; dallaltro Platone, come nella Repubbli-
ca, pu intendere i termini in senso forte, come possesso e consapevolezza
della scienza, il che conduce al di fuori della prospettiva prestazionale ver-
so quella intellettualistica (per le ambiguit dovute in generale allanalogia
tra virt e capacit cfr. Irwin 1977, pp. 71-77). Per questa ragione, mentre
Ippia si lascia guidare verso una conclusione paradossale, Platone avrebbe
contestato la possibilit per chi ha scienza di fare il male volendolo e pi
in generale la commistione tra le due semantiche attribuibili a virt, ma
non lassociazione tra virt e scienza in senso forte.
80
Ippia, come gi in precedenza (cfr. supra la nota 41), intuisce la pre-
senza di alcune ambiguit; non riuscendo per a localizzarle, si trova co-
stretto a rifiutare le conclusioni paradossali di un argomento al quale ha dato
integralmente il suo assenso. Tale rifiuto conferisce comunque al dialogo
una forma aporetica, poich due tesi in qualche modo isosteniche, quella
di Socrate e quella di Ippia, non si risolvono in un accordo.
81
Cfr. 372d7-e2.
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282 platone
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ippia minore, 376c 283
anche se lo fa unaltra persona comune; ma se anche
voi, i sapienti, errate, questo terribile anche per noi,
che nemmeno approdando a voi potremo porre fine al
nostro errare
82
.
82
Forse unallusione alle peregrinazioni di Odisseo (cos Erler 1991,
p. 230; Jantzen 1989, p. 119; Giuliano 2004, p. 29; Blondell 2002, pp. 159-
160). La natura aporetica del dialogo, garantita dallultima affermazione
di Ippia, si fa qui paradossale ed esplicitamente ironica come segnalato
dallennesima lode della sapienza di un interlocutore ormai annichilito :
con unulteriore (cfr. 372a6-373a5) professione di ignoranza Socrate rin-
via ancora a momenti in cui ritiene corretta unaltra linea di ragionamento.
Qui per Socrate non afferma come aveva fatto in precedenza (372d7-e2)
che in altre circostanze crede il contrario di quanto espresso, ma pi ge-
nericamente che ritiene cose diverse. La conclusione, inoltre, fornisce una
conferma allimportanza che nelle ambiguit del dialogo ha la confusione
tra semantica comune e semantica morale/platonica: giungere a simili con-
clusioni infatti possibile per un uomo qualunque, non per un sapiente.
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IONE
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Introduzione
Nel suo discorso di difesa tenuto nellApologia ( 22a-c)
Socrate racconta di aver sottoposto a esame, insieme ai
politici e ai detentori di arti, anche gli autori di ditirambi
e tragedie e tutti gli altri poe ti, dai quali riteneva di poter
apprendere qualcosa interrogandoli sul senso di quanto
dicevano. Dalle risposte avute comprese per che, ben-
ch costoro si ritenessero i pi sapienti tra gli uomini, le
loro produzioni non erano dovute a sapienza, ma a una
certa disposizione naturale e a un entusiasmo analogo a
quello di profeti e indovini, i quali, pur dicendo molte co-
se belle, non hanno alcuna cognizione di ci che dicono.
Nello Ione lomonimo protagonista del dialogo, ra pso do e
interprete di Omero, viene confutato da Socrate nella sua
presunzione di sapienza, negata in quanto abilit tecnica
e ricondotta a possessione divina ed entusiasmo. Bench
il protagonista non sia propriamente un poe ta, lo stretto
nesso esistente in generale tra ra pso dia e poe sia e il ruolo
primario dell individuato nel dialogo per-
mettono di considerare lo Ione come la rappresentazione
scenica di una delle conversazioni ricordate nellApologia.
1. Oggetto e scopo del dialogo.
Il sottotitolo dello Ione un curioso sullIliade, del
genere
1
. Brani dellIliade vengono in ef-
1
Edizione critica recente con introduzione e commento: Rijks ba ron 2007.
Traduzioni e commenti: Canto 2001 (traduzione francese, introduzione e no-
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288 introduzione
fetti, come accade spesso, introdotti da Socrate nella
discussione, ma non costituiscono certo il tema princi-
pale del dialogo, che potrebbe essere invece individuato
nella questione, se la ra pso dia, di cui il protagonista un
esponente, sia a tutti gli effetti una (arte/tecnica).
Lesito del dialogo si riassume infatti nella constatazione
finale, visibilmente ironica, che Ione divino, ma non
. La ra pso dia non per facilmente separabile
dalla poe sia in generale, e lo Ione sembra in effetti do-
ver essere inquadrato nel contesto della ben nota critica
platonica, presente soprattutto nella Repubblica, della
poe sia, in particolare del suo massimo rappresentante,
Omero, e dellarte in generale. Eppure non trova svilup-
po nel dialogo la teoria dellarte, anche di quella poe tica,
come imitazione (), su cui principalmente si fon-
dano le critiche platoniche. Misurare le pretese della ra-
pso dia o della poe sia di costituirsi come unarte o tecni-
ca comporta poi una precisa messa a fuoco dello statuto
concettuale della , che ha nello Ione uno dei suoi
documenti pi importanti e ne fa un interessante og-
getto dindagine. Landamento del dialogo, peraltro, in
cui Ione mostra di essere uno dei pi sprovveduti inter-
locutori di Socrate, rivela la marcata ironia sottesa alla
qualifica di divino. Perch venga scelto, per criticare
te); Capuccino 2005 (traduzione italiana e commento). Monografie di rife-
rimento: Flashar 1958. Tra gli altri studi si segnalano Verdenius 1943; Dil-
ler 1955; Gaiser 1984, pp. 103-25; Trabattoni 1985-86, Stern-Gillet 2004.
Il titolo accompagnato in tutti i testimoni primari dal sottotitolo
. Rijks ba ron 2007, pp. 15-23, ha spiegato la sua pertinenza affer-
mando che, nonostante l'argomento del dialogo siano genericamente larte
del poe ta e quella del ra pso do, le conseguenze delle conclusioni ricadono sulla
valutazione dello stesso prodotto poe tico.
Secondo Diogene Laerzio (III, 57-61) il dialogo di genere peirastico.
Peirastico, da , prova, un dialogo in cui vengono messe alla prova
le opinioni di un interlocutore che presume di sapere; cfr. la definizione dei
in Aristotele, Soph. el., 165b4-7.
Lattribuzione a Platone dello Ione stata negata da Schleiermacher,
Bekker, Ast, Zeller e, inizialmente, da Wilamowitz; poi da Moreau 1939,
pp. 419 sgg.; Bluck 1949, p. 193; Diller 1955, p. 187; Thesleff 1982, pp. 221-
222, per ragioni linguistiche. Argomenti contro linautenticit in Verdenius
1943, pp. 233-36. Il contenuto generalmente riconosciuto come platonico.
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ione 289
le pretese dellarte poe tica, un ra pso do presentato come
particolarmente sciocco anzich, con maggiore onest
intellettuale, un poe ta dei migliori, rimane una circo-
stanza bisognosa di spiegazione. Come e pi che in altri
dialoghi latteggiamento di Socrate sembra qualificarsi
in senso capzioso ed eristico, con luso di argomentazio-
ni non sempre corrette e spesso tendenziose, che fanno
di Ione, incapace di repliche adeguate, un facile bersa-
glio su cui infierire
2
. Alcuni tratti del protagonista e la
sua stessa attivit di ermeneuta dei poe ti lo avvicinano
poi ai sofisti, e il nesso altrove ben delineato tra poe sia,
sofistica e interpretazione dei poe ti
3
pone la questione,
quale figura e quale pratica siano lobiettivo polemico
primario del dialogo, se la poe sia in generale, o i poemi
omerici pi in particolare, o lesegesi sofistica dei poe-
ti, o la critica letteraria dellepoca, o la pratica ra pso-
dica tout court
4
. Daltro canto la concezione della poe-
sia come entusiasmo ispirato e possessione divina, dove
il poe ta presentato come un essere leggero, sacro e
alato, richiama inevitabilmente la dottrina del Fedro
(245a), secondo cui la poe sia pi autentica rappresenta
una forma di delirio e mania dovuta allispirazione del-
le Muse e superiore alla . Siamo allora, nello Ione,
di fronte ad autentica dottrina platonica? E sino a che
punto il riconoscimento di una componente entusiasti-
ca nellattivit di Ione pu essere considerato ironico?
La compresenza di questi motivi spiega la variet del-
le interpretazioni del dialogo, che oscillano tra il consi-
derarlo una semplice satira scherzosa priva di rilevanza
filosofica
5
o un documento significativo della filosofia
platonica, un importante anello intermedio tra la poe tica
2
Sugli argomenti fallaci del dialogo cfr. Kahn 1993, p. 376 e nota 9; Be-
versluis 2000, pp. 75-93 e infra le note 13 e 62 del commento.
3
Cfr. Resp., 596a sgg.; Soph., 233d sgg. e lintero Ippia minore.
4
Cfr. infra la nota 1 del commento.
5
Per primo Goethe 1796, pp. 169-76, che ritenendo il dialogo nichts
als eine Persiflage, spiegava il suo ruolo canonico in base alla tesi finale
dellispirazione divina, da lui per considerata ironica; Wilamowitz 1919-
1920, vol. I, pp. 131-35; vol. II, p. 45.
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290 introduzione
preplatonica e quella aristotelica
6
; o ancora, uno specchio
della doppia anima di Platone, poe ta e filosofo
7
, o il dia-
logo in cui gi visibile in nuce la sua aspirazione a co-
stituire una nuova forma di poe sia filosoficamente fonda-
ta
8
; o comunque, in chiave meno strettamente filosofica,
il luogo di fondazione di una nuova critica letteraria
9
.
2. Ra pso di e poe ti.
Il genere dei ra pso di nellantica Grecia costituisce una
prosecuzione di quello degli aedi, cantori di gesta epi-
che in grado di comporre e improvvisare, quali troviamo
nei poemi omerici
10
. Etimologicamente il termine non
legato al bastone () che i ra pso di portavano, ma
indica il cucire insieme () canti (, )
11
. In
origine dunque il ra pso do non distinto dal poe ta
12
, ma
in seguito il termine viene a designare lo specialista nella
recitazione e declamazione a memoria, in particolare dei
poemi di Omero ed Esiodo, ma anche di altri poe ti
13
. Al
suo apice nel vii-vi secolo, questa figura declina in par-
te con lavvento del teatro tragico, dellattore e degli al-
tri generi letterari, pur continuando a rivestire un ruolo
di primo piano. Lattivit del ra pso do era infatti legata
a feste religiose, giochi e ad altri eventi fondamentali
della vita pubblica greca, nei quali avevano luogo vere
e proprie competizioni con relativi premi; ci fa del ra-
pso do una figura di per s itinerante, come lo stesso Ione
mette in rilievo nella presentazione iniziale. Il dialogo
6
Flashar 1958.
7
Friedlnder 2004, pp. 533-41 (=1964, vol. II, pp. 117-24).
8
Gaiser 1984.
9
Baltzly 1992; sulla critica letteraria greca cfr. Verdenius 1983.
10
Sui ra pso di cfr. Patzer 1952; Pfeiffer 1968, pp. 50-59; Sealey 1957;
Ford 1988; Boyd 1994.
11
Cfr. Dionisio Trace, Ars gramm., 1, 1, 8, 5; Eustazio, Ad Hom. Il., I,
10; Schol. in Pind. Nem., 2, 1 (= Filocoro fr. 212).
12
Cfr. Resp., 600d, dove Omero ed Esiodo vengono definiti ra pso di.
13
Ateneo, Deipn., 620a-d.
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ione 291
pseudoplatonico Ipparco (228b) testimonia che Ipparco
(vi secolo a.C.), figlio di Pisistrato, per primo introdusse
ad Atene i poemi di Omero, decretando che alle Panate-
nee i ra pso di dovessero recitarli di seguito e in ordine,
usanza ancora in vigore a quel momento. Secondo altre
testimonianze
14
fu Solone a decretare che le ra pso die di
Omero fossero recitate in sequenza (dove uno si arresta-
va, laltro ricominciava)
15
. Ancora allepoca di Platone,
come documenta lo stesso Ione con la descrizione degli
effetti provocati dal ra pso do su un pubblico assai nume-
roso (ventimila persone!), questa pratica aveva molta
importanza e influenza
16
, e continuer ad averla almeno
sino al iii secolo d.C.
Va puntualizzata limportanza, in una cultura fonda-
ta sulloralit, di questa figura, che rappresentava per i
pi lunico tramite di accesso alle forme artistico-lette-
rarie; i ra pso di garantivano in tal modo la trasmissione
del patrimonio culturale e dei suoi modelli educativi.
Allepoca di Platone i poemi omerici costituivano anco-
ra la base della formazione culturale e delleducazione
morale del cittadino. La recitazione dei poemi implicava
poi limmedesimazione dellinterprete con i personaggi
e la capacit di comunicare emozioni forti alluditorio.
Nella sua attivit declamatoria delle vicende dellIliade e
dellOdissea Ione detto scuotere lanimo degli ascolta-
tori, ma lui per primo preda di commozione o di pau-
ra, con relative manifestazioni corporee, quali lacrime,
capelli dritti e palpitazioni cardiache (535c4-8). Si pre-
figurano qui le passioni fondamentali, e ,
che Aristotele individuer come caratteristiche della tra-
gedia. Questa attivit non si limita per alla conoscenza
14
Dieuchida in Diogene Laerzio (I, 57 = FrGrHist, 485F69).
15
Cfr. Nagy 1982, pp. 23 sgg.
16
Non si deve probabilmente dare troppo peso alla testimonianza di Se-
nofonte (Symp., 3, 6; Mem., IV, 2, 10) che descrive i ra pso di come stupidi e
da cui alcuni hanno dedotto una loro scarsa influenza culturale allepoca. Se-
nofonte deriva forse da Platone, cfr. Mridier 1931; Flashar 1958, pp. 24-25,
ma stata anche ipotizzata una comune dipendenza dello Ione e di Senofonte
da Antistene (Thesleff 1982, p. 223 e nota 59).
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292 introduzione
o alla riproduzione drammatica dei versi del poe ta, ma
comporta la capacit di cogliere il senso del suo auten-
tico pensiero (, 530b10; c4; d3), che trova for-
ma in una illustrazione-esibizione, o (530d5;
541e-542a) . Il ra pso do pu dirsi lermeneuta del poe ta
(530b-c)
17
. La sua attivit include dunque lesegesi del
testo letterario, secondo una pratica invalsa allepoca che
non era di esclusiva pertinenza dei ra pso di, ma anche di
altre categorie, tra cui, in primo piano, i sofisti. Lesegesi
dei poe ti, Omero su tutti, aveva assunto le forme di una
critica letteraria ante litteram, articolata in varie forme.
Tra queste, linterpretazione allegorica, che si sforzava
di adattare elementi mitici e arcaici a un contesto cultu-
rale ormai illuminato e demitizzato, rendendo attuali
e restituendo un senso accettabile a passaggi moralmente
scomodi o non facilmente comprensibili per il pubblico
dellepoca
18
. Esponenti di queste pratiche, quali Metro-
doro di Lampsaco e Stesimbroto di Taso, sono ricordati
nel dialogo come termini di confronto rispetto ai quali
Ione proclama la propria eccellenza (530c-d).
Limmedesimazione del ra pso do e dellattore con i
fatti narrati vista con estremo sfavore da Platone nel-
la Repubblica, in quanto suscettibile di trasformarsi in
unabitudine consolidata, quasi una seconda natura,
sia nel corpo, sia nella voce, sia nel modo di pensare
(Resp., 395d) e dunque di cadere vittima dei caratteri
negativi imitati, con effetti indesiderati sia sullattore,
sia sullascoltatore. Se dunque la nozione di imitazione
assente dallo Ione nel suo lato ontologico, sviluppa-
to nella Repubblica (596a sgg.) e relativo alla duplice di-
stanza dei prodotti dellarte dagli originali ideali (e non
potrebbe essere diversamente, dato che nello Ione, qual-
siasi ne sia la ragione, sono di fatto assenti le idee di Pla-
tone), essa gi presente nella dimensione originaria del
17
Baltzly 1992, p. 30 sgg.. Interprete o mediatore? Cfr. infra la nota 9
del commento.
18
Bibliografia sullinterpretazione allegorica in Arrighetti 1987, pp. 15-
33. Cfr. anche infra la nota 8 del commento.
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ione 293
, che appunto impersonificazione di caratteri e
tipi umani prima che il genere di riproduzione imitativa
tipico delle arti figurative e anche della poe sia
19
. Se ci
contribuisce a spiegare latteggiamento negativo nei con-
fronti del protagonista
20
, si tratta comunque nello Ione
di un aspetto non in primo piano; lattenzione si incen-
tra piuttosto sullo statuto di cui larte praticata
da Ione (e la poe sia stessa) aspirano.
3. La .
Sin dalle prime battute del dialogo Socrate dichiara di
invidiare i ra pso di per la loro (530b). Tradizional-
mente nella cultura greca veniva riconosciuta ai poe ti e
ai loro interpreti unabilit di tipo professionale
21
. Ione
tende subito a confinare la sua arte allinterpretazione
di Omero, nella quale presume di non avere rivali n nel
passato n nel presente (530c-d). Le successive mosse di
Socrate, tese a screditare la pretesa di Ione, comportano
di fatto, forse come in nessun altro dialogo platonico, la
determinazione dei criteri che individuano una .
Esiste una molteplicit di , dono del dio
22
, cia-
scuna con un suo campo di competenza e una sua attivit
specifica (, 537c5-6), non sovrapponibile con quello
delle altre; ogni implica conoscenza (,
537d6; e2; 538b6) e dominio esclusivo sui suoi ogget-
ti
23
; loggetto conosciuto da una non pu essere
conosciuto da unaltra (537d1-4; 538a1-4). Lesperto in
19
Keuls 1978, pp. 9-32.
20
Cfr. Gould 1990.
21
Verdenius 1983, p. 20 sgg.
22
Si confronti il celebre mito di Prometeo nel Protagora (cfr. 320c-323c)
e Menex., 238b.
23
L di cui si parla un sapere qualificato, anche se il livello
di conoscenza riconosciuto da Platone ai possessori di una resta ben
al di sotto della scienza suprema cui viene riservato limpiego pi proprio del
termine . Usi terminologici comuni convivono in Platone con usi
pi specializzati.
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294 introduzione
una in grado di riconoscere e giudicare un altro
competente (531e), distinguendolo da un inesperto
24
; ci
implica che il competente abbia conoscenza degli oppo-
sti su cui verte la sua arte. E soprattutto, la una
totalit (532c9-d2; e4); ci equivale a dire che il suo cam-
po dazione qualcosa di unitario, che racchiude tutti i
suoi oggetti, sui quali si estende, senza discontinuit, la
competenza dellesperto.
in base a queste premesse, alcune delle quali vengo-
no in luce solo in una fase avanzata del dialogo, che So-
crate non riconosce allattivit praticata da Ione la qua-
lifica di una . Ione, infatti, si dichiara formidabile
nellinterpretazione del solo Omero e Socrate sembra in-
tenzionato, in modo in fondo sorprendente, a riconoscer-
gli una competenza pi ampia. In base alla constatazio-
ne che poe ti come Omero ed Esiodo parlano delle stesse
cose (guerra, divinazione, ecc.), Socrate argomenta che
Ione dovrebbe intendersi ugualmente di entrambi (531a
sgg.). Ma la differenza rilevata da Ione attiene a ci che
noi chiameremmo qualit letteraria: Omero parla meglio
degli altri (531d10). Cos la specializzazione apparente-
mente comica di Ione, limitata per sua espressa dichiara-
zione al solo Omero, potrebbe ricevere un senso. Socrate
intende per, ambiguamente, il parlare meglio o peggio
nel senso del parlare in modo tecnicamente competente
sugli oggetti su cui di volta in volta verte la poe sia
25
(sulla
mantica, per esempio, su cui si esprimono sia Omero che
Esiodo). Il possessore delle relative sar colui che
in grado di capire chi parla meglio o peggio. Largomento
di Socrate implica che posto che quella di Ione sia una
con un suo oggetto Ione dovr intendersi sia di
Omero che degli altri poe ti; se invece il giudizio dovesse
essere relativo agli oggetti di cui i poe ti parlano, la com-
petenza sarebbe in questo caso del possessore di quella
specifica arte (per esempio dellindovino).
24
Cfr. Charm., 169d-174d.
25
Lambiguit sottolineata da Beversluis 2000, pp. 81-82.
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ione 295
La controbiezione di Ione fa appello ai dati di fatto: il
suo interesse, quando altri discorrono dei poe ti, risve-
gliato solo da Omero, sul quale ha abbondanza di argo-
menti, mentre sugli altri poe ti non in grado di appor-
tare contributi degni di nota (531b8-c4). La successiva
replica di Socrate (532d6-533c3) si appella anchessa ai
fatti, citando casi dalle varie arti (pittura, scultura, mu-
sica, sino alla stessa ra pso dia), dai quali risulta che di
fatto la competenza di eventuali critici darte non
mai limitata a qualche esponente particolare della
considerata. Sul terreno dei fatti Ione pu dunque ri-
proporre senza sostanziali variazioni la sua precedente
obiezione nella forma di una constatazione che sembra
trarre forza dal riconoscimento dei propri limiti basato
su unautoconsapevolezza; egli sa bene, tra s (
, 533c5), di intendersi del solo Omero (533c4-
8). Una professione di modestia che, in fondo, potrebbe
attirare una certa simpatia; il fatto per che Ione abbia
sostanzialmente accettato il punto di Socrate sulla
rende inevitabile la successiva spiegazione del fenomeno
su un altro piano. qui che subentra unaltra delle no-
zioni chiave del dialogo, l.
4. Entusiasmo e ispirazione divina.
Quella che muove Ione non unabilit tecnica, ma
una capacit divina ( , 533d3). Una delle
trovate pi geniali del dialogo limmagine del magne-
te, che non solo attrae gli anelli di ferro, ma trasmette
loro, in una catena ininterrotta, la medesima capacit
di attrazione; cos la Musa rende alcuni pieni di divino
(, 533e4), e attraverso costoro si costituisce una
catena di entusiasti posseduti dal dio (,
533e5). I poe ti, epici o melici, o di qualunque altro genere,
compongono non grazie a una , ma a una presenza
del dio, che conferisce loro una capacit fuori dallordi-
nario. Questo entusiasmo ispirato cade al di fuori della
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296 introduzione
in quanto totalmente altro rispetto alle capacit
razionali; il poe ta divinamente ispirato in uno stato di
inconsapevolezza () e lintelletto () non pi
in lui (534b5-6); per suo tramite il dio stesso a parlare,
rendendolo cos suo interprete e mediatore. La citazione,
portata a riprova, di Tinnico, poe ta di scarse capacit, ma
miracolosamente in grado di comporre un unico peana
da tutti ammirato, pu segnalare che anche a Ione (co-
me accade in genere in Platone anche con i possessori di
arti a tutti gli effetti) non viene necessariamente misco-
nosciuta una certa capacit. Ma grazie allimmagine del
magnete diviene possibile accomunare ra pso di e poe ti,
rinvenendo in entrambi la medesima fonte di ispirazio-
ne divina; in questo modo la questione relativa al sape-
re proprio degli interpreti dei poe ti si salda, grazie alla
nozione di entusiasmo, con quella del tipo di sapere che
possibile riconoscere ai poe ti stessi. Lo scopo ottenuto
duplice
26
: negare lo statuto di alla pratica erme-
neutica dei ra pso di e offrire uno sguardo sulla natura e
lessenza ultima della poe sia.
La catena magnetica si estende per anche oltre, si-
no a coinvolgere lo spettatore, ultimo anello della cate-
na (535e7-8), la cui anima in balia della volont del dio
(536a2-3). Qui si pu intravedere, in abbozzo, la critica
allarte imitativa della Repubblica. Gli effetti dellestra-
niamento irrazionale di cui preda il ra pso do si estendo-
no infatti sino allultimo anello della catena, ma di que-
sto estraniamento vengono, di sfuggita, messi in risalto
gli aspetti negativi: la sofferenza o la paura provate da
Ione, i suoi pianti inscenati durante le sue esibizioni non
hanno alcun riscontro con la realt (535d1-5), ma queste
emozioni vengono trasmesse al pubblico (d8-9). Non
difficile riconoscere una sottile ironia (paura in mezzo a
ventimila persone? lamenti da parte di qualcuno che non
stato privato di nulla?) e un intento critico in questa
notazione di Socrate, che pure non persegue sino in fon-
26
Flashar 1958, pp. 26-27.
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ione 297
do le implicazioni negative di queste pratiche sullanima
sia di chi recita, sia di chi ascolta. La maggior parte degli
interpreti, anelli della catena ermeneutica, si rif, come
Ione, a Omero (536b4), non direttamente denigrato nel
dialogo, anche se le allusioni sembrano sufficienti a intra-
vedere il medesimo atteggiamento critico della Repubblica.
5. La specificit della poe sia: il alla luce del-
la Repubblica.
Quando Ione non accetta la spiegazione fornita, ne-
gando che le sue prestazioni omeriche siano dovute a
possesso divino o follia, aperta la strada a un modulo di
confutazione pi usuale. Se sino ad allora si era trattato
di riconoscere a Ione una competenza pi ampia di quella
che egli stesso tendeva ad attribuirsi, la questione verte
ora sulloggetto specifico della ra pso dica. Come
in altri casi, lincapacit dellinterlocutore di individuare
questa specificit implica mettere in dubbio la possibili-
t che si tratti di unautentica . Per portare Ione
a questo esito Socrate intende il parlare correttamente a
proposito di ci che oggetto della poe sia come un for-
mulare giudizi corretti relativi agli ambiti tecnici di vol-
ta in volta in questione: parlare bene e correttamente in
ordine ai passi dei poemi omerici in cui figurano
quali la medicina, la mantica o la pesca pu solo signi-
ficare, in questa prospettiva, esprimersi in modo tecni-
camente adeguato sui loro oggetti; ma in base ai criteri
stabiliti in precedenza questa abilit spetter di volta
in volta ai competenti di queste arti. Risulta in questo
modo vanificata la dichiarazione iniziale di Ione circa
luniversalit del suo sapere (536e3), che, quando viene
nonostante tutto ribadita (539e), deve essere specificata,
in seguito allaccusa di smemoratezza mossa da Socra-
te (un ra pso do smemorato sarebbe lestremo paradosso,
539e7-9): il ra pso do sapr ci che si addice () dire
ai singoli personaggi. Con ci Ione sembrerebbe aprire
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298 introduzione
un nuovo orizzonte e avvicinarsi a una risposta adegua-
ta. Mettendo in campo una nozione di ordine estetico,
il
27
, Ione introduce di fatto un elemento formale
della poe tica, presente gi nella riflessione della retorica
e della sofistica
28
. Egli sembra per intendere il
piuttosto nella sua valenza etica, immettendo quellele-
mento pedagogico che costituisce la cifra caratteristica
della poe sia nella sua dimensione pubblica: cosa sia ap-
propriato dire per un uomo, una donna, uno schiavo, un
libero cittadino, rimanda allambito della morale popola-
re pi che a un canone artistico. Ma come accade anche
ad altri personaggi dei dialoghi, Ione non in grado di
individuare la richiesta specificit ed costretto ad ade-
guarsi allennesima riconduzione operata da Socrate a un
ambito specificamente tecnico: ci che si addice dire ai
singoli personaggi sarebbe ci che conforme ai canoni
della loro , per cui larte di Ione risulta, di nuovo,
priva di oggetto: sapr il medico e non il ra pso do cosa si
addice dire a un medico (540b6-d3).
Che Ione si sia avvicinato a una risposta adeguata,
chiaro dalla Repubblica, dove la questione della poe sia
verte essenzialmente sui corretti modelli etici di com-
portamento che il poe ta deve presentare e su ci che i
personaggi in scena devono dire o fare in conformit del
loro ruolo e status. La poe sia non dovr presentare di
menzogneri, eroi piangenti o lamentosi, depressi e inti-
moriti, intemperanti o inclini al riso eccessivo, iracondi
o empi
29
. Il poe ta deve dunque sapere ci che si addice
dire ai personaggi rappresentati, ma la prospettiva in
questo caso di natura etico-politica. Solo chi ha cono-
scenza della natura della divinit e della virt sar allal-
tezza del compito. La conoscenza richiesta al poe ta, che
egli dovr trasferire nei suoi personaggi, dunque cono-
scenza del bene, a un livello che si tratter di precisare.
27
Sul cfr. supra lintroduzione allIppia maggiore, pp. 10-11.
28
Diller 1955, pp. 185-86.
29
Resp., 381c-392c.
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ione 299
6. La conclusione del dialogo.
Uno degli esempi portati da Socrate nello Ione sem-
bra condurre nella direzione appena indicata: che cosa
lo stratega debba dire ai suoi soldati per incitarli (540d1-
2) sembra essere materia pi di etica che di strategia in
senso tecnico. Forse per questo Ione perviene cos facil-
mente alla grottesca identificazione di strategia e
ra pso dica, che conduce allassurdo esito finale: Ione sar
dunque anche il migliore stratega in circolazione. Un esito
simile, insinua Socrate, pu essere imputabile solo a un
comportamento doloso e malevolo di Ione, che dunque
costretto a scegliere tra lalternativa: ingiusto, se pos-
siede una la cui natura vuole occultare, o divino,
in quanto, come voleva Socrate, posseduto. Secondo un
consueto topos dei dialoghi, Socrate ironizza su una sa-
pienza che Ione terrebbe intenzionalmente in serbo, ma
di cui invece il suo interlocutore non evidentemente in
possesso (541e1-542a1)
30
. La scelta obbligata, una delle
due alternative essendo lingiustizia, e ci porta a ribadi-
re in fine di dialogo il punto mostrato in precedenza da
Socrate: non a una , ma a un possesso entusiastico
sono dovute le supposte abilit di Ione.
7. Lo Ione come dialogo aporetico sui generis.
Nel caso di Ione si tratta inizialmente di una confu-
tazione ad hominem, dovuta alla sua autolimitazione di
competenza al solo Omero; un del genere ri-
sulterebbe inefficace nei confronti di un ra pso do che di-
chiarasse di intendersi di tutti i poe ti (o di un poe ta che
dichiarasse di intendersi di tutto). Ma la sua successiva
pretesa di intendersi di tutto ci che si trova in Ome-
ro (in quanto loggetto della poe sia viene ora in tal mo-
30
Szlezk 1988, particolarmente pp. 101-20 in riferimento allEutidemo.
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300 introduzione
do correttamente ricondotto dal poe ta particolare al
contenuto delle sue creazioni, potenzialmente estendibile
a qualsiasi cosa, senza limiti e universale) riapre la stra-
da al modulo confutativo basato sul criterio dellogget-
to specifico della . Ione non in grado di indicare
quale sia questo oggetto. Questa difficolt sussiste per-
ch tutto pu cadere sotto quellarte, e Ione non riesce
a stabilire in quale prospettiva gli oggetti delle singole
potrebbero essere di pertinenza della ra pso dia-
poe sia e come potrebbe ancora configurarsi una compe-
tenza specifica in quel campo.
Ci si pu chiedere per se questesito sia dovuto solo
alla pochezza intellettuale del ra pso do o alla strutturale
impossibilit che la poe sia sia una . Lo Ione non ,
a prima vista, un dialogo aporetico. Si stabilito che le
(presunte) capacit di Ione sono dovute a entusiasmo e in
questo sembra potersi riconoscere un tratto caratteristi-
co della poe sia, consistente nellispirazione e nel posses-
so da parte del dio, che esclude la sua natura di .
Il risultato raggiunto comunque positivo. Ma la stessa
struttura della confutazione finale lascia presagire, per
analogia con altri dialoghi, la possibilit che il sapere di
cui si parla possa comunque esistere con un suo ambito
di competenza. In altri dialoghi, infatti, unanaloga inca-
pacit degli interlocutori di individuare loggetto speci-
fico del sapere o della virt in questione non di per s
segno dellinconsistenza di questo sapere, la cui natura
viene precisata da Platone altrove
31
.
Nello Ione questo esito fallimentare deriva in parte
dalla tendenziosa impostazione di Socrate, consistente
nel proporre come oggetti possibili solo quelli specifici
di altre , le quali a questo punto hanno necessa-
31
Nel Carmide, per esempio, si trova un analogo schema: non si riesce a
individuare un oggetto specifico della saggezza () considerata co-
me scienza delle scienze, sempre ricondotto a quelli delle singole scienze, ma
questo non esclude lesistenza di una scienza del genere in ultima analisi la
dialettica e lesito dovuto solo allincapacit dei presenti di individuarla.
Cfr. anche Gaiser 1984.
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ione 301
riamente la meglio sullevanescente arte del ra pso do. Ma
perch mai un poe ta per essere tale dovrebbe intendersi
di strategia o di medicina da un punto di vista tecnico,
salvo il necessario bagaglio di conoscenze minime? Ione
non comunque in grado di svelare questa tattica, n di
proporre valide alternative, rimanendo cos il principale
responsabile del fallimento dellindagine. Rimane dunque
aperto il problema, se esista e quale possa essere leven-
tuale oggetto specifico della poe sia e quale sia la natura
essenziale di questultima. Ci fa dello Ione un dialogo
aporetico, sia pure sui generis.
8. La natura della poe sia e la soluzione della Repub-
blica.
La questione trova soluzione solo alla luce della Re-
pubblica, dove viene chiarita lessenza della poe sia co-
me narrazione imitativa in versi. In quanto imitazione la
poe sia non confinata a un oggetto specifico, ma pu
(come la sofistica) riprodurre tutto, cose, azioni, caratte-
ri
32
. Come tale, essa non pu che essere, come la sofisti-
ca (cfr. infra), una pseudoconoscenza e una pseudoarte,
lontana dalla verit, ma con ambizioni di universalit.
Come il sofista, il poe ta pu produrre qualsiasi cosa, ma
solo a livello di imitazione. Una buona poe sia dipende-
r dunque dalla bont dei modelli imitati. La specifici-
t del poe ta risieder allora nel presentare, nelle forme
peculiari della sua arte, validi modelli di comportamen-
to, basati su una conoscenza del bene a qualche livello.
Nelle Leggi (719b-d) viene ancora ribadito, citando un
antico mito accettato da tutti, che la del poe ta
consiste nellimitazione ed pertanto condizionata dal-
le disposizioni, spesso tra loro opposte, degli uomini che
rappresenta; come gi nellApologia, il poe ta, un soggetto
fuori di senno ( , 719c4), non sa nulla circa
32
Cfr. Resp., 392c6 sgg.; 598d sgg.
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302 introduzione
la verit o meno delle cose dette. Non siamo di fronte a
un tardivo riconoscimento della natura di alla poe-
sia, ma alla conferma che la specificit di questo sapere
risiede interamente nella capacit imitativa.
Platone si trova di fronte a forme di sapere, vero o pre-
sunto, come la retorica e la poe sia, di fatto esistenti e di
portata universale, riguardanti ambiti che, considerati in
una diversa prospettiva, sono di pertinenza di specifiche

33
. In ultima analisi non si pu negare lesisten-
za e una certa specificit di queste forme, riconducibile
per a una particolare capacit pi che a uno specifico
oggetto di loro competenza. Esistono abilit retoriche
e poe tiche che hanno qualcosa di tecnico, ma in linea
di principio non sono confinate a un oggetto come le
singole . Si tratta di saperi strumentali che pos-
sono ricevere un senso solo nellorientamento corretto
verso il bene, e dunque si risolvono, nellottica di Pla-
tone, nella pi generale conoscenza del bene e del vero.
Deve comunque esistere, nonostante tutto, una capacit
naturale di realizzare queste forme artistiche, che nel
caso della poe sia Platone riconduce allispirazione pi
che a tecniche compositive di varia natura
34
. Nel passo
delle Leggi appena citato ancora posta lispirazione del
poe ta, una fonte lasciata scorrere liberamente, allorigi-
ne delle sue produzioni; questa ispirazione spontanea si
concreta per forzatamente nellimitazione dei suoi og-
getti, i molteplici caratteri umani.
Nella Repubblica Platone distingue con chiarezza il
che dal come, loggetto dellimitazione dalle sue mo-
dalit (392c sgg.; 394c). Essendo dovute a una comu-
33
Sul problema costituito dallassegnazione di uno specifico oggetto a una
in un rapporto di biunivocit esclusiva cfr. Kahn 1993, pp. 374-75: il
principio problematico se per oggetto si intende non, in senso intensio-
nale, largomento specifico di ciascuna , ma, in senso estensionale, un
insieme di oggetti o entit individuali (luomo pu essere oggetto, sotto di-
versi rispetti, tanto della medicina quanto della politica).
34
Nella Repubblica (394e-395b) si accenna comunque alle peculiarit te-
cniche delle varie forme poe tiche, che di fatto sono difficilmente di compe-
tenza di una sola persona.
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ione 303
ne capacit naturale, le varie forme di imitazione non
sono di pertinenza di soggetti diversi. Come insegna il
Simposio (223d), il vero poe ta autore di tragedie sapr
anche comporre commedie, il che rende ancora pi ri-
dicola la specializzazione di Ione, limitata al solo Ome-
ro. In questo senso possibile una forma di poe sia (e di
retorica) filosoficamente orientata, ed verosimile che
Platone abbia concepito i suoi dialoghi, capolavori di
poe sia (e di retorica), proprio in questo senso
35
. Lispi-
razione, anche poe tica, sembra giocare nella filosofia di
Platone un ruolo fondamentale e molte descrizioni dei
dialoghi lasciano presagire una sua diretta esperienza
del fenomeno, testimoniata anche negli aneddoti della
tradizione biografica, che raccontano degli inizi del fi-
losofo come poe ta
36
.
9. Poe sia, ra pso dia e sofistica.
La natura imitativa della poe sia la accomuna alla so-
fistica, ma questa connessione emerge con chiarezza so-
lo nella Repubblica e nel Sofista
37
; il sofista paragonato
allartista in quanto imitatore universale, produttore di
immagini nei discorsi che rassomigliano al vero, come il
possessore dellarte mimetica (pittura, ma anche poe sia,
cfr. Resp., 597e6-8), chiamato (596d1), pro-
duce imitazioni non reali di qualsiasi cosa. Lo pseudo-
sapere di entrambi universale proprio in quanto sprov-
visto di un oggetto proprio e contraffazione della vera
sapienza, che si estende a tutta la realt. La particolare
specie dellimitazione intesa come impersonificazione di
caratteri e atteggiamenti, mentali e corporei, la mimi-
ca vera e propria descritta nello Ione (535b1-c8), tipi-
35
Gaiser 1984, pp. 103-24, passim.
36
Cfr. Apuleio, De Plat. dogm., I [II], 184; Apol., 10; Aulo Gellio, Noct.
Att., XIX, 11, 2; Diogene Laerzio, III, 5; Eliano, V. hist., II, 30; Proclo, In
remp., I, 205, 4-13 Kroll.
37
Cfr. Resp., 596c sgg.; Soph., 233d-234d; 265a-267b.
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304 introduzione
ca della pratica ra pso dica, merita da sola, nel Sofista, la
peculiare denominazione di , mentre limita-
zione realizzata tramite strumenti viene lasciata provvi-
soriamente senza nome (Soph., 267a1-b3).
Nello Ione si pu tuttal pi avvertire un presentimen-
to di questa connessione considerando i tratti che acco-
munano Ione alla sofistica. Il ra pso do in quanto tale un
soggetto itinerante, che viaggia di citt in citt, girovago
come i sofisti (Soph., 217c-d)
38
, mentre, per contrasto, il
filosofo Socrate si caratterizza per la sua scarsa propen-
sione ad allontanarsi da Atene. Il tratto pi deprimen-
te della descrizione di Ione nel dialogo limbarazzante
caduta di stile contenuta nella sua confessione di avere
di mira, quando suscita emozioni nel suo pubblico, solo
il guadagno economico (535e), caratteristica tipica an-
che dei sofisti. Il sapere di Ione, infine, ambisce, come
quello del sofista, a essere universale, nonostante la sua
iniziale autolimitazione di competenza al solo Omero:
egli si proclama in grado di indagare e giudicare tutto
(, 539e6) e coerentemente non si astiene, al ter-
mine del dialogo, dal rivendicare, in modo grottesco, il
possesso persino dellarte strategica.
10. Entusiasmo e misura.
Come valutare quanto detto nello Ione circa lispira-
zione entusiastica della poe sia e dei suoi interpreti? E
sino a che punto pu essere ritenuta ironica la conside-
razione in termini entusiastici di un personaggio presen-
tato in una luce pessima?
Anche dellentusiasmo vi sono in Platone due facce,
o meglio, diversi gradi e modalit. Unaltra categoria di
soggetti cui viene attribuito, in modo a prima vista sor-
prendente, un entusiasmo di origine divina quella dei
politici. Nel Menone (99a-d) Socrate afferma infatti che
38
Cfr. infra la nota 1 del commento.
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ione 305
i politici, quelli di fama, possono essere capaci di guida-
re correttamente le citt, ma solo grazie a una opinio-
ne corretta (qui: ), e non in forza della sapienza
(), di cui non sono in possesso; come i profeti e gli
indovini, i politici dicono molte cose vere, ma non sanno
ci che dicono e non sono in grado di renderne conto.
A buon diritto, dunque, essi possono essere considerati
uomini divini ed entusiasti (, 99d4) . Il pa-
rallelo con i poe ti/ra pso di dello Ione evidente, sia per
la comune analogia con vati e indovini, sia per il rifiuto
di attribuire a entrambi conoscenza (, 99b9) e
intelligenza (, 99c8)
39
. Data la scarsa considerazione
di cui i politici godono presso Platone, si potrebbe essere
inclini a ritenere ironica la notazione, che invece con
tutta probabilit intesa seriamente. Come spiegare i molti
casi di azioni e decisioni degli uomini politici corrette e
vantaggiose, in assenza di un effettivo sapere? Rispetto
alla politica ci si trova in una situazione analoga a quel-
la della poe sia. Lo statuto di di queste abilit
assai dubbio; la difficolt di trasmetterle ad altri non
soddisfa, infatti, un ulteriore criterio di individuazione
di una , la sua insegnabilit (criterio, questo, che
emerge nel Menone ma non nello Ione); e tuttavia esisto-
no esponenti di questi presunti saperi che si distinguono
dagli altri uomini e colgono spesso nel segno. Si tratta di
un sapere istintivo di cui i possessori non sanno rendere
conto e che pu essere descritto in termini di opinione
vera, una modalit di conoscenza che, come chiarisce
ancora il Menone
40
, pu avere di fatto i medesimi effetti
positivi del sapere epistemico. In quanto questo sapere
incapace di dar conto di s, la sua origine va ricondotta
altrove, da cui la possibilit di qualificarlo come divino
e di ritenere , posseduti dal dio, i suoi espo-
nenti
41
. Analogo il sapere che si pu attribuire al poe ta,
39
Cfr. Verdenius 1943, p. 244.
40
Men., 96e-97c (cfr. anche Sisyph., 387e-388a); cfr. Petrucci 2011.
41
Per lanalogia tra entusiasmo e opinione vera cfr. Trabattoni 1985-86.
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306 introduzione
la cui ispirazione avr per, presumibilmente, modali-
t diverse. In questo modo viene sottratta alla poe sia la
sua pretesa di sapienza: essa priva di un requisito in-
dispensabile del sapere autentico, la capacit di rendere
ragione. unoperazione anche politica, che ha di mira
lintero sistema educativo dellAtene dellepoca: i poe ti,
a partire da Omero, non possono trasmettere lautentica
virt, e tantomeno i loro interpreti. Ma al tempo stes-
so la teoria dellentusiasmo fornisce una spiegazione di
come possano esistere soggetti apparentemente compe-
tenti in un campo sottratto allambito delle e di
casi come quello di Tinnico.
La soluzione dellentusiasmo a questo riguardo ef-
ficace, ma fa sorgere un altro problema: come concilia-
re il falso nei poe ti con la loro ispirazione divina? Dalla
Repubblica sappiamo che il dio non pu esser causa di
falsit: Nel dio non alberga menzogna (Resp., 382d).
Per quanto riguarda Ione, egli pu essere considera-
to una mera contraffazione caricaturale del poe ta, gra-
zie allimmagine della catena magnetica, in cui lenergia
trasmessa destinata ad affievolirsi e disperdersi. La sua
prestazione annunciata (536d6-e1), che permetterebbe
eventualmente di esprimere un giudizio sulle sue effet-
tive capacit, ci viene risparmiata. Egli, peraltro, rifiu-
ta linterpretazione della sua attivit in termini di fol-
lia ispirata e ribadisce la sua pretesa di consapevolezza
(536d4-7), liberandoci dallimbarazzo di doverlo consi-
derare un divino entusiasta
42
.
Quanto ai poe ti effettivamente ispirati, lentusiasmo
pu essere eccessivo o stravolto dal medium del poe-
ta stesso e dalla sua incapacit di controllare il piacere
derivante dalla possessione
43
. Nelle Leggi (700a-701b),
in un celebre passo sulla teatrocrazia, si deplora, dei
poe ti baccheggianti (, 700d5), ricono-
sciuti in possesso di unispirazione naturale, un eccesso
42
Cfr. infra la nota 56 del commento.
43
Flashar 1958, pp. 136-39.
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ione 307
nellarrendersi pi del dovuto alla possessione, causato
dal piacere. Platone riconosce, nella sua caratterizza-
zione dellautentica disposizione filosofica, la presen-
za di due componenti apparentemente contrastanti e
difficili da conciliare. Il filosofo, che un Bacco,
deve contemperare razionalit ed entusiasmo; la filo-
sofia al suo apice mania, possesso divino, estranea-
zione ed estasi, ma anche temperanza, misura, equili-
brio interiore
44
. Nei contesti in cui si insiste sulla com-
ponente maniaco-dionisiaca si affaccia sempre anche
la . C dunque una misura che tempera
lentusiasmo, ma non alla portata di tutti realizzare
questa difficile sintesi.
Lidea di una ispirazione divina del poe ta non nuo-
va nella cultura greca; tradizionalmente, per, essa non
coincide con un furor poe ticus consistente in una posses-
sione o in un estraniamento di tipo irrazionale. Il poe ta
ispirato dalle Muse riceve da esse unabilit permanente
che anche di tipo tecnico e le cui componenti essenziali
sono costituite dalla conoscenza basata sullinformazio-
ne, dalla capacit mnemonica e da quella performativa;
qualcosa, dunque, di molto lontano da una condizione
dissennata
45
. Ci spiega unapparente contraddizione di
Ione nel suo contemporaneo assenso e dissenso rispetto
alla tesi socratica dellispirazione: da un lato il ra pso do
riconosce la provenienza divina dellattivit ermeneutica
del poe ta (535a3-5), dallaltro nega risolutamente che le
sue prestazioni omeriche implichino un possesso estra-
neo e una condizione di follia (536d4-7).
La sostanziale novit presente nello Ione consiste nel-
la scissione di ispirazione e , entrambe concepite
da Platone in modo originale nel contesto della sua fi-
losofia. Platone nega alla poe sia tradizionale lo statuto
44
Cfr. Phaedo, 68e-69e; Phaedr., 244d-245a; 254b; 256b.
45
Sullispirazione nella poe sia cfr. Tigerstedt 1969; Murray 1981 (da
Omero a Pindaro); 1992; Verdenius 1983, pp. 38-44. Il precedente pi in-
teressante la teoria di Democrito (cfr. 68B18 dk; Giuliano 2005, pp. 177-
183; Brancacci 2007, pp. 200-5).
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308 introduzione
di unarte e ripensa radicalmente la natura dellispira-
zione poe tica. Solo nella filosofia al suo massimo livel-
lo di realizzazione potr ripresentarsi la conciliazione
di ed , nelle forme proprie del
pensiero platonico. Lo Ione contiene in tal senso spunti
fondamentali, che troveranno piena realizzazione nei
dialoghi a venire.
Non si tratta comunque, nello Ione, solo della poe sia
di per s, ma del modo di interpretarla, incarnato nella
figura del ra pso do. A differenza di quanto accade in al-
tri casi (si pensi allinterpretazione del carme di Simo-
nide nel Protagora e allIppia minore), non ha per luogo
nel dialogo un confronto tra esegesi testuali dei poe ti;
l di Ione si fa attendere invano e Socrate si
serve dei versi omerici solo per introdurre la discussione
sulle . sempre Socrate a introdurre citazioni dai
poemi omerici e il contributo tecnico di Ione limi-
tato alla recitazione a memoria di un brano indicatogli
dal suo interlocutore.
Se ci si attiene strettamente al dialogo, lobiettivo po-
lemico di Platone pu essere ristretto alle pratiche ra pso-
diche, contemporanee e del passato
46
; ma i vari spunti
che nello Ione conducono alla poe sia in s, alle relative
pratiche ermeneutiche e alla sofistica lasciano presume-
re un bersaglio pi ampio. La recitazione dei ra pso di,
come ricordato di passaggio nel Fedro (Phaedr., 277e),
da sempre una pratica incapace di indagine critica e non
mirante allinsegnamento, ma alla persuasione incurante
della verit; in questo essa fa tuttuno con altre forme del
sapere che hanno trovato la loro realizzazione in opere
scritte. Ma come per la poe sia, possibile una ra pso dia
riformata, e nella citt delle Leggi
47
Platone riserver an-
cora un posto ai ra pso di.
46
Verdenius 1943, p. 241; Baltzly 1992; Murray 1996, p. 21.
47
Cfr. Leg., 764d-e; 834e.
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ione 309
11. Cronologia.
Lo Ione stato generalmente collocato tra i primi dialo-
ghi di Platone (il primo, secondo Wilamowitz), negli anni
Novanta
48
. Secondo altre ipotesi il dialogo sarebbe stato
scritto ancor prima della morte di Socrate (399 a.C.)
49
.
Ma stata proposta anche, su basi terminologiche, una
datazione pi tarda, che lo collocherebbe tra Repubbli-
ca e Fedro
50
. Le indagini stilometriche confermano una
data intorno al 395
51
.
La data drammatica del dialogo pu essere fissata, in
base a una serie di indizi, intorno al 412 a.C.
52
.
48
Flashar 1958, pp. 96-105: intorno al 394-393, come farebbe pensare la
notazione (541c) che Efeso assoggettata ad Atene.
49
Heitsch 2002; 2003, pp. 109-19.
50
Rijks ba ron 2007, pp. 2-8; argomenti contro una datazione precoce in
Moore 1974.
51
Ledger 1989, p. 223.
52
Laffermazione di Socrate secondo cui Efeso sotto il dominio ate-
niese (541c) potrebbe adattarsi al periodo tra il 394 e il 391 (Flashar 1958,
pp. 98-100), in cui per si tratt piuttosto di unalleanza difensiva; o, pi
probabilmente, alla fase della guerra del Peloponneso precedente la rivolta
della Ionia nel 412; cfr. Moore 1974; Canto 2001, pp. 26-32 e infra la nota
82 del commento.
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530 [a] .

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530 [a] socrate Il mio saluto allillustre Ione!
1
. Da
dove vieni oggi per passare un po di tempo con noi?
Forse dalla tua patria, Efeso?
2
.
1
Ione un personaggio fittizio. In base al prologo: (1) proviene dalla
Ionia (Efeso, sulla costa dellAsia minore), tradizionale patria dorigine di
ra pso di; (2) un ra pso do, dunque (3) viaggia di citt in citt (da ci, secon-
do Padilla 1992, pp. 124-25, il suo nome; cfr. anche infra la nota 80); (4) ha
grande stima di s e della propria arte. La scelta di un personaggio fittizio
ha dato adito a numerose supposizioni: Ione impersonificherebbe la poe sia
tradizionale come fonte di educazione (Verdenius 1943) o pi specificamen-
te i poemi omerici (Moore 1973 e Velardi 1989, pp. 40-41); ancora, la poe sia
in generale nella sua dimensione pubblica (Trabattoni 1985-86, pp. 31-35), o
la ra pso dia sofistica (Flashar 1958, particolarmente pp. 21-26); oppure, infi-
ne, la critica letteraria (su tutti Lowenstam 1993, pp. 19-23). Certamente
Ione presenta caratteri sofistici e lincontro evidenzia paralleli con quelli tra
Socrate e, negli omonimi dialoghi, Protagora e Gorgia (sempre di passaggio
ad Atene, essi sostengono prontamente il proprio valore). Vi sono tuttavia
argomenti che suggeriscono come lattacco a Ione possa essere esattamente
ci che , cio lattacco alla figura del ra pso do come esperto di letteratura
(cfr. gi Newell Campbell 1986; Baltzly 1992; Lowenstam 1993; Weineck
1998). A suo favore giocano infatti tutti gli argomenti pro natura sofistica di
Ione sofisti e ra pso di sono figure tradizionalmente vicine; cfr. le autore-
voli pagine di Pfeiffer 1973, pp. 61 sgg.; poi Blondell 2002, pp. 98-99; per
spunti platonici in questo senso cfr. supra lintroduzione, pp. 303-4 insie-
me ai numerosi riferimenti alla reale pratica ra pso dica: Ione partecipa a reali
manifestazioni (530a1-b3); connotato secondo le attivit che caratterizza-
vano storicamente i ra pso di ornato e truccato, Ione recita e spiega il testo
poe tico (cfr. 530b5-c6 e infra le note 8-10) ; propone come propri concor-
renti figure reali della classical scholarship preplatonica (cfr. 530c7-d3 e in-
fra la nota 10). I riferimenti di Platone allesegesi letteraria contemporanea,
soprattutto a quella allegorica, non sono del resto n rari (cfr. per esempio
Phaedr., 229b4-d1 e Resp., II, 378b8 sgg.) n di scarsa importanza: cfr. Giu-
liano 2005, pp. 291-95.
2
Se si considera la pochezza che Ione rivela nel corso del dialogo, le pri-
me righe del prologo (530a1-b4) rivelano un tono ironico. (1) La forma del
saluto unica nei dialoghi e fortemente retorica: larticolo, in Platone gene-
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[b] ,
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ione, 530a-b 313
ione Assolutamente no, Socrate: da Epidauro, dalle
celebrazioni in onore di Asclepio.
socrate Non vorrai dirmi che gli abitanti di Epidau-
ro organizzano per il dio anche un agone di ra pso di?
3
.
ione Ma certo, e anche delle altre arti consacrate al-
le Muse!
4
.
socrate Allora? Hai preso per noi parte allagone?
Ti sei fatto valere?
[b] ione Abbiamo ottenuto il primo premio, Socrate!
socrate Ben detto! Avanti, in questo modo vince-
remo anche le Panatenee
5
.
ione Sar cos, qualora lo voglia un dio
6
.
ralmente utilizzato per i nomi propri nella transizione narrativa del dialogo,
qui enfatico, mirato a individuare in modo ironico una personalit di spicco
(cfr. Rijks ba ron 2007, pp. 95-100). (2) Ricorrono, nei pronomi e nelle forme
verbali, prime persone plurali (530a1, a8, b1, b2-3), che sembrano segnalare
un innalzamento del tono volto a celebrare la statura di Ione. (3) Il richiamo
alla vittoria a Epidauro e la quasi certezza di una vittoria alle Panatenee im-
plicano ancora ironicamente lattribuzione di grande valore.
3
Le feste di Epidauro (Peloponneso nordorientale) in onore di Ascle-
pio (divinit legata alla medicina) si tenevano in primavera, ogni quattro an-
ni (probabilmente lanno prima delle Olimpiadi), nove giorni dopo i giochi
Istmici (Schol. Pind. N., III, 84/147). Per le implicazioni di questo riferimento
rispetto alla datazione drammatica del dialogo cfr. Flashar 1958, pp. 100-1,
e Moore 1974, pp. 428-30.
4
La rappresenta lampio gruppo di arti consacrate alle Mu-
se, dunque le varie forme di espressione musicale, poe tica e letteraria. Ione
fin da subito presentato come ra pso do (cfr. anche infra la nota 9): una figura
professionale che conosceva, recitava, mimava, interpretava e spiegava ver-
si, soprattutto epici e omerici ma non solo, cfr. 530a2; Ateneo, XIV, 620,
12, con Nagy 1982, pp. 21-29 e 1996, pp. 153 sgg., e Ford 1988 (che identi-
fica la ra pso dia con una solo-performance senza accompagnamento musicale).
Sul termine e la figura cfr. Flashar 1958, pp. 22-24, e Capuccino 2005, pp.
263-72, ma soprattutto Pfeiffer 1973, pp. 50-59, che individua le tecniche
di interpretazione del poe ta. Per riferimenti alla ra pso dia nei dialoghi plato-
nici cfr. Phaedr., 277e5-278a2 (come esempio di recitazione di discorsi volta
al divertimento del pubblico e al lucro); Resp., II, 373b2-c2 (come parte del-
la schiera di imitazioni che ampliano e peggiorano la citt nel suo primo
nucleo) e III, 395a1-9 (come pratica dellimitazione poe tica da allontanare);
Leg., II, 658b7-d10 (in cui si descrive la recitazione dei poemi epici cfr. an-
che Eryx., 405d5-9); VI, 764c5-e3 e VIII, 834d8-835a7 (in cui annoverata
tra le pratiche degli agoni).
5
Grandi feste ateniesi in onore di Atena; per una ricostruzione della
posizione e dellattivit dei ra pso di durante le Panatenee cfr. Boyd 1994.
6
Bench lespressione sia sostanzialmente tradizionale (per
esempio Od., III, 228 e 231; V, 169) essa viene qui riformulata rispetto alla
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10
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[c] , , .
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ione, 530b-c 315
socrate In realt, Ione, spesso mi sono trovato ad
ammirare
7
voi, i ra pso di, per la vostra arte. Da un lato,
per questa arte il vostro corpo deve sempre risplende-
re ben adornato e apparire pi bello possibile; dallaltro
trascorrete necessariamente molto tempo occupandovi di
molti altri bravi poe ti, ma su tutti certamente di Omero,
il migliore e pi divino tra loro, e [c] apprendete il
suo pensiero e non solo i suoi versi: per questo es-
sa suscita ammirazione
8
. In effetti, non in alcun mo-
do possibile divenire buon ra pso do se non si compren-
de quanto detto dal poe ta: il ra pso do, infatti, deve es-
sere per chi ascolta linterprete del pensiero messo in
versi dal poe ta, ed impossibile svolgere bene que-
sto compito per chi non conosca ci che il poe ta dice
9
.
sua versione epica, e per questo difficilmente rappresenta un semplice richiamo
letterario (cos Capuccino 2005, pp. 109-19): dal punto di vista di Ione pu
indicare una parafrasi omerica, ma per Platone anticipa la sezione sulla pos-
sessione divina (Flashar 1958, pp. 19-21) con il suo carico ironico verso Ione.
7
Che laffermazione di Socrate sia ironica o meno, ha un signifi-
cato positivo (non invidiare); inoltre, il verbo costruito con ha
il significato di ammirare qualcuno per qualcosa (cfr. LSJ, I, 2, s. v. ).
8
Le due ragioni di ammirazione fanno capo a diversi livelli di valuta-
zione. In primo luogo Platone sottolinea ironicamente (cfr. Gorg., 464c3 sgg.)
che lapparenza ha nellattivit di Ione un ruolo centrale. Ben pi importante
la seconda ragione: facendo riferimento alla dei poe ti Platone allude,
probabilmente con un termine tecnico, allinsieme dei metodi di esegesi del
testo antico, il pi noto dei quali era quello allegorico (cfr. particolarmente
Tulli 1987, con Lanata 1963, pp. 240-43 che forse distingue eccessivamente
lesegesi dalle altre e Rijks ba ron 2007, p. 120). Almeno in
questo momento la valutazione dei poe ti tagliata fuori, mentre rimangono
centrali i caratteri reali e tecnici della ra pso dia.
9
Specificando la seconda ragione di ammirazione, Socrate chiarisce che il
ra pso do del poe ta e che condizione necessaria (non sufficiente: cfr.
a 530c5 e laspetto estetico del trucco) per la sua identificazione
la conoscenza della del poe ta. Questo importante per discutere
uno tra i punti pi controversi del prologo, cio il significato di .
Spesso le traduzioni contemporanee rendono il termine con interprete e,
con leccezione di Allen, la mantengono nelle successive sezioni; per garantire
ununiformit di resa per questo termine-chiave tale traduzione probabil-
mente necessaria. Ora, interprete pu essere inteso anche come semplice
mediatore del pensiero del poe ta (su tutti Flashar 1958, pp. 28-34; cfr. inoltre
lampia discussione di Gonzalez 2011, pp. 93-96) o addirittura come figura
estranea a qualsiasi attivit esegetica (in senso ampio; cfr. Capuccino 2005,
pp. 124-32 e 2011, pp. 67-70). Come mostrato da Most 1986, particolarmente
pp. 311 sgg., tuttavia, qui e a 535a4-10 l grazie a una rielabo-
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[d]


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. 531 [a]
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ione, 530c-531a 317
Ebbene, tutte queste cose sono ben degne di ammira-
zione.
ione vero, Socrate. Del resto, proprio questo
aspetto dellarte che mi ha richiesto massima applicazio-
ne, e credo di parlare su Omero meglio di chiunque altro
uomo, tanto che n Metrodoro [d] di Lampsaco n
Stesimbroto di Taso n Glaucone n nessun altro che sia
mai vissuto nella storia sarebbero in grado di esprimere
pensieri su Omero cos belli e numerosi quanto i miei
10
.
socrate Ben detto, Ione! chiaro che non ti rifiu-
terai di esibirli
11
...
ione Socrate, vale davvero la pena di ascoltare come
ho fatto bello Omero, tanto che credo a buon diritto di
meritare di essere incoronato con una corona doro da-
gli Omeridi
12
.
socrate E io mi procurer di certo altro tempo libe-
ro per stare ad ascoltarti. 531 [a] Ma ora rispondi-
razione semantica di Platone un literary exegete (cfr. anche 531a7 sgg.
e 533b2, Rijks ba ron 2007, pp. 124-28; in questo senso la traduzione spie-
gare proposta da Trabattoni); ci viene peraltro confermato in modo deci-
sivo dalle comparazioni con figure certamente dedite allesegesi letteraria di
Omero (cfr. la nota seguente). La traduzione meno impegnata di interpre-
te deriva proprio dallambiguit che Platone vuole mantenere: nella sezio-
ne sulla possessione poe tica Platone pu facilmente attribuire a Ione lagire
irrazionale e senza arte proprio in quanto Ione un come esegeta
letterario, mentre il poe ta-posseduto dal dio un come tramite del
dio privo di consapevolezza (cfr. anche infra la nota 44).
10
La natura letteraria delloperazione di Ione sottolineata dal riferi-
mento alle parole dette su Omero e dal richiamo esplicito a tre personalit
dedite allesegesi di Omero del v secolo: Metrodoro di Lampsaco, allievo di
Anassagora, noto per le sue interpretazioni allegoriche (cfr. Lanata 1963,
pp. 244-47, e Pfeiffer 1973, pp. 87-91); Stesimbroto di Taso fu commentato-
re dei poemi (Porfirio, Schol. Hom. ad 636 = fr. 4 Lanata;
cfr. Lanata 1963, pp. 240-43); Glaucone identificabile con diverse figure
(cfr. Aristotele, Poe t., 1461a35-b3; oppure Porfirio, Schol. Hom. ad 636;
oppure Aristotele, Rhet., III, 1403b26), tutte comunque a vario titolo ricon-
ducibili alla pratica e allesegesi letterarie.
11
Socrate si aspetta da Ione, come dai sofisti, il desiderio di fare sfoggio
della propria composizione (cfr. per esempio Hipp. Maj., 286a3 sgg.) nella for-
ma ancora sofistica dell. Come sempre, Socrate non la ascol-
ter (cfr. anche 536d8-e2 e, per esempio, Gorg., 447b1 sgg.); per linsistenza
ironica su questo aspetto cfr. infra la nota 83.
12
Gli Omeridi sono qui probabilmente identificabili nel leggendario grup-
po di eredi e conservatori di Omero a Chio.
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,
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.

[b]
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ione, 531a-b 319
mi a questo
13
: sei formidabile solo su Omero o anche su
Esiodo e Archiloco?
14
.
ione Assolutamente no, su Omero soltanto; e mi pa-
re pi che sufficiente.
socrate C qualche argomento sul quale Omero ed
Esiodo dicono entrambi le stesse cose?
15
.
ione Credo proprio di s, e sono anche molti.
socrate Ma allora, su questi argomenti, sapresti spiega-
re meglio quanto dice Omero o quanto dice [b] Esiodo?
13
Largomento che ha inizio (531a5-533c8) verifica lo statuto della ra-
pso dia (se sia o meno unarte) a partire dal presupposto (per il quale cfr. per
esempio Phaedo, 60b1-c1; Symp., 223c6-d8; Charm., 166e7-9; Resp., I, 334a2
sgg. e III, 409d8-10; Leg., VII, 816d9-e10) per cui una ha competenza
sullintero dominio di oggetti che le sono propri. Il procedimento stato criti-
cato in quanto fallace o, almeno, poco chiaro (cfr. per esempio Bevers luis 2000,
pp. 81-85, o Harris 2001, pp. 88-97, il quale vi coglie i tratti di una reductio
ad absurdum), ma sembra da un lato affermare il suddetto punto, costante
nella riflessione platonica, dallaltro essere diretto e formulato ad hominem
(cfr. Kahn 2008, pp. 109 sgg.), dunque valutabile solo in rapporto alla scar-
sissima resistenza che Ione riesce a offrire. Daltro canto Ione non rivendica
casualmente una competenza ristretta al solo Omero, n senza senso la giu-
stificazione della limitazione a partire dal maggior valore di questultimo: da
un lato i ra pso di si occupavano principalmente di Omero, che era considerato
come caposaldo della cultura greca (cfr. supra la nota 4), dallaltro lafferma-
zione per cui Omero migliore storicamente giustificabile in quanto fin
dal vi secolo gli esegeti del testo poe tico avevano nei poemi omerici il proprio
oggetto primario di attenzione (cfr. Pfeiffer 1973, p. 59) e vi vedevano uno
standard di eccellenza. Largomento dunque ad hominem nel senso che at-
tacca un modello storico, non solo nella sua espressione meno valida Ione
ma nel suo pi riconoscibile statuto reale. Al contempo, proprio per questo
largomento lascia spazio alla possibilit che esista unaltra critica letteraria
(Baltzly 1992, pp. 33-35, e Janaway 1992, pp. 1-10), che emerge in negati-
vo come un possibile modello artistico, cio mirato al completo dominio
di oggetti che gli sono propri la totalit (cfr. 532d6-e5) della produzione
poe tica: non solo lepica ma, con il riferimento esemplificativo ad Archiloco,
anche gli altri generi; cfr. Symp., 223c6-d8 , e provvisto di una competenza
quantitativamente e qualitativamente adeguata.
14
Citando non solo Omero, inteso soprattutto come autore di Iliade e Odis-
sea, ed Esiodo, poe ta epico, ma anche Archiloco, poe ta elegiaco e giambico
(per una rassegna dei riferimenti platonici ai poe ti, dallepica alla commedia,
cfr. Vicaire 1960, pp. 77-192), Platone lascia gi intendere di voler critica-
re non solo Ione ma anche quei ra pso di che si occupavano esclusivamente di
epica o di sezioni limitate di letteratura; cfr. ancora Symp., 223c6-d8 che a
ragione la critica associa diffusamente a questo passo.
15
Socrate dimostra in primo luogo che il possessore di unarte deve cono-
scere lintero dominio di oggetti che le sono propri, vale a dire tutto ci che
stato detto, in modo simile o differente, dai poe ti; cfr. Flashar 1958, pp. 37-40.
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ione, 531b-d 321
ione Per quelli su cui dicono le stesse cose, Socrate,
saprei farlo in modo simile.
socrate E per quanto riguarda quelli su cui non di-
cono le stesse cose? Per esempio, sia Omero sia Esiodo
parlano della divinazione.
ione Certamente.
socrate Allora? Tutto ci di cui questi due poe ti
hanno parlato, in modo simile o differente, in relazione
alla divinazione, saresti in grado di spiegarlo meglio
16
tu
oppure un divinatore dico un buon divinatore?
ione Un divinatore.
socrate E se per assurdo tu fossi un divinatore, se fos-
si in grado di interpretare puntualmente ci di cui hanno
parlato in modo simile, non sapresti anche interpretare
ci di cui hanno parlato in modo diffe rente?
ione Chiaro.
[c] socrate E perch mai sei formidabile su Omero
ma non su Esiodo n sugli altri poe ti? Davvero Omero
parla di cose diverse rispetto a quelle di cui parlano tutti
gli altri poe ti? Non ha narrato soprattutto guerre, relazioni
di uomini buoni e cattivi o di privati cittadini e artigiani,
e di che si incontrano e in che modo si incontrano tra
loro e con gli uomini, gli eventi del cielo e quelli dellAde,
e le nascite di di e [d] di eroi? Non sono questi gli
argomenti sui quali Omero ha composto i suoi poemi?
17
.
ione vero, Socrate.
socrate E per quanto riguarda gli altri poe ti? Non
composero su questi stessi argomenti?
ione S; per, Socrate, non hanno realizzato le loro
composizioni come Omero.
16
La risposta di Ione rende evidente che la disgiunzione riguarda chi tra
Ione e il divinatore saprebbe condurre meglio la spiegazione; risulta per que-
sto preferibile riferire a pi che a . Da ragioni analoghe
dipende la traduzione di 531a6-8.
17
Bench gli argomenti citati corrispondano ad ambiti tematici ben rin-
tracciabili nei poemi omerici (cfr. per esempio Murray 1996, p. 106, e Can-
to 2001, p. 141, nota 26), la loro formulazione, piuttosto vaga, consente di
rintracciarli anche in Esiodo e negli altri generi (Giuliano 2005, pp. 138-41);
torna subito, del resto, lallusione ad altri generi letterari (531d4-5).
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ione, 531d-e 323
socrate Come allora? Peggio?
18
.
ione Di gran lunga!
socrate Mentre Omero meglio?
ione Decisamente meglio, per Zeus!
socrate Dunque Ione, testa mia
19
, nel momento in
cui tra molti che parlano del numero uno ne parli per-
fettamente, non vi sar di certo qualcuno in grado di ri-
conoscere [e] quello che parla bene?
20
.
ione S.
socrate E lo stesso sar in grado di riconoscere anche
quelli che parlano male, oppure sar un altro?
18
Inizia qui il secondo momento dellargomentazione (Flashar 1958,
pp. 40-41), volto a dimostrare come il possessore dellarte riconosca e discu-
ta i propri oggetti di attenzione a qualsiasi livello di bont.
19
La locuzione modellata su una formulazione omerica (cfr. Il., VIII,
281) e occorre in altri due luoghi nel corpus platonico (Phaedr., 264a8 e Gorg.,
513c2); qui lappellativo sembra avere un forte carico ironico (cfr. Rijks ba-
ron 2007, p. 144).
20
Largomento si articola secondo la seguente struttura (per una diversa
schematizzazione, in forma quasi sillogistica, cfr. Flashar 1958, pp. 45-46,
e, in una prospettiva diversa, Janaway 1992, pp. 8-10):
a) 531d11-e9; esempi:
531d11-e4: esempio i (laritmetico; per laritmetica come esem-
plare cfr. Pol., 258b4-6; Alc. I, 114c4 sgg.; Gorg., 450d6 sgg.; e Hipp.
Min., 366c5 sgg.);
531e4-9: esempio ii (medico; per la medicina come esemplare
cfr. Pol., 298a1 sgg.; Theag., 123e5; Charm., 165c8 sgg. e 170b3 sgg.;
Gorg., 464b3 sgg.);
b) 531e9-532b6; svolgimento:
531e9-532a4 (premessa a): tratta degli esempi e condivisa da Ione: chi
possiede unarte in grado di conoscere e valutarne gli oggetti a ogni
livello di correttezza;
532a4-7 (premessa b): tutti i poe ti parlano delle stesse cose a diversi
livelli di correttezza;
532b2-6 (conclusione): poich Ione conosce Omero (premessa impli-
cita), deve conoscere tutti i poe ti e la totalit degli oggetti della sua
arte, a ogni livello di correttezza.
I due esempi aprono un argomento con il fine di far ammettere allin-
terlocutore la fondamentale premessa a, quella che come indicato esplici-
tamente (532b4-6) e sottolineato con la ripetizione prima della conclusione
(532a8-b2) costa a Ione la confutazione. Ironicamente unaltra premessa,
implicita, proprio il motivo di vanto di Ione, la grande conoscenza di Ome-
ro. In realt, lo svolgimento stesso dellargomento fortemente ironico, in
quanto Socrate si limita a dimostrare paradossalmente che Ione, a partire
dai presupposti che ha ammesso, conosce perfettamente anche tutti gli altri
poe ti, tanto vero che deve essere proprio il ra pso do a dichiarare che non
cos e a portare a compimento la dimostrazione (532b7-c3).
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ione, 531e-532b 325
ione Di certo lo stesso.
socrate E questo non chi possiede larte aritmetica?
ione S.
socrate E poi, nel momento in cui tra molti che par-
lano di quali siano i cibi salutari uno ne parli perfetta-
mente, vi sar forse uno in grado di riconoscere che chi
parla perfettamente parla perfettamente e un altro in
grado di riconoscere che chi parla peggio parla peggio,
oppure sar lo stesso?
ione Certamente lo stesso, chiaro.
socrate E chi ? Che nome gli spetta?
ione Medico.
socrate Per dirla in modo lapidario, non affermia-
mo dunque che lo stesso sapr sempre riconoscere, tra
molti che parlano degli stessi argomenti, 532 [a] chi
parla bene e chi parla male, e che se invece non sapr ri-
conoscere chi parla male, chiaramente neanche chi parla
bene sullo stesso argomento?
21
.
ione cos.
socrate Lo stesso uomo non dunque formidabile
in entrambe le cose?
ione S.
socrate Ebbene, tu non affermi che sia Omero sia
gli altri poe ti tra i quali Esiodo e Archiloco parla-
no esattamente delle stesse cose bench non allo stesso
modo, e che il primo lo fa bene mentre gli altri peggio?
ione E dico il vero.
socrate Ma se davvero riconosci chi parla bene, non
dovrai essere in grado di riconoscere [b] che quelli
che parlano peggio parlano peggio?
ione Sembra proprio.
socrate Dunque, ottimo uomo, sbaglieremo forse
nel dire che Ione formidabile allo stesso modo sia su
Omero sia sugli altri poe ti, visto che egli stesso dac-
cordo che lo stesso uomo sar un giudice adeguato di tut-
21
Le proposizioni introdotte da scandiscono largomento e vanno
tutte interpretate come domande; cfr. Rijks ba ron 2007, p. 144.
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ione, 532b-d 327
ti quelli che parlino delle stesse cose e che daltro canto
pi o meno tutti i poe ti compongono sulle stesse cose?
ione Ma allora, Socrate, qual mai il motivo per cui
io, nel momento in cui si discuta di un altro poe ta, non
presto [c] attenzione, sono incapace anche di formula-
re un qualsiasi discorso adeguato e sono semplicemente
22

nel dormiveglia, mentre ogniqualvolta si richiami Omero
torno subito sveglio, presto attenzione, so bene cosa dire?
socrate Non difficile figurarselo, amico mio, anzi
chiaro a chiunque: per arte e conoscenza
23
sei incapa-
ce di parlare di Omero. Se infatti ne fossi in grado per
arte e cos non , saresti in grado di parlare anche di
tutti gli altri poe ti; in qualche modo c infatti unarte
poe tica nella sua totalit
24
. O no?
ione S.
socrate Dunque, lo stesso tipo di indagine varr
25
per
tutte le arti, ogniqualvolta si consideri anche una qualsiasi
altra arte [d] come totale? Per capire in che senso dico
questo, Ione, hai forse bisogno di sentire qualcosa da me?
26
.
22
Qui come altrove nel dialogo (534d8) Platone gioca con lavverbio
, che ha il significato generico di semplicemente, ma rimanda eti-
mologicamente alla mancanza di arte (cfr. la forma ); cfr. lapprofon-
dita analisi di Roochnik 1987 (particolarmente p. 261).
23
I due termini sono utilizzati in endiadi come sinonimi con il fine di
rafforzare laffermazione; difficilmente, infatti, Socrate pu qui alludere a
come scienza in senso forte o come knowledge of a (cos
Rijks ba ron 2007, pp. 151-2; dove rintracciabile, questo significato gene-
ralmente reso esplicito: cfr. Gorg., 448c2, citato a sostegno della tesi da Rjiks-
baron). Non si pu al contempo escludere che, posta ipoteticamente una forma
tecnica di critica letteraria, la correttezza delle sue valutazioni dipenda dal
possesso sovraordinato di una in senso pi forte per esempio nel
caso in cui lunico vero buon esegeta dei poe ti sia il filosofo. Questo ri mane
per nascosto dal significato contestuale, ben pi debole, della locuzione.
24
Per la traduzione cfr. Rijks ba ron 2007, pp. 152-53. La chiusura dell'ar-
gomento fa emergere in positivo una descrizione di arte finora solo adombrata
(cfr. Flashar 1958, pp. 46-47); cfr. supra la nota 13.
25
Rijks ba ron 2007, p. 153, ha proposto, a sostegno della lezione di
T W, il passo parallelo di 532e3, in cui una formula analoga ripresa in unin-
finitiva con . Tuttavia le funzioni dei due passi sono diverse: nel primo,
infatti, Platone propone una norma che varr in generale, mentre nel secondo
si appresta a darne unestesa e immediata dimostrazione con degli esempi. Per
questa ragione viene qui mantenuto il testo di F S accolto da Burnet, .
26
Proprio come accade quando sente parlare di poe ti diversi da Omero,
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ione, 532d-533a 329
ione Per Zeus, s davvero, Socrate; mi piace ascolta-
re voi, i sapienti.
socrate Come vorrei che tu dicessi il vero, Ione!
E invece in qualche modo sapienti siete voi, i ra pso di e
gli interpreti
27
, e quelli dei quali voi cantate le composi-
zioni, mentre io non dico nientaltro se non le cose ve-
re, [e] come naturale per un uomo comune. Vedi,
anche circa ci su cui ti ho interrogato ora, osserva tu
stesso come banale, comune e alla portata di ogni uomo
sia comprendere ci che dicevo, cio che lindagine la
stessa ogniqualvolta si consideri unarte nella sua totali-
t
28
. Consideriamola, quindi, perch il discorso ne tragga
giovamento
29
: c unarte della pittura nella sua totalit?
ione S.
socrate E non ci sono e ci sono stati in passato molti
uomini dediti alla pittura, sia bravi che dappoco?
ione Certamente.
socrate Ebbene, ti mai capitato di vedere qualcuno
che formidabile nel mostrare ci che ben dipinto e ci
che non lo su Polignoto figlio di Aglaofonte, ma inca-
pace di farlo sugli altri pittori? 533 [a] Dico uno che,
ogniqualvolta qualcuno illustri le opere degli altri pittori,
come nel dormiveglia, non sa assolutamente che fare
qui Ione come intorpidito; deve essere lo stesso Socrate a offrire unulte-
riore spiegazione.
27
L in primo luogo linterprete dei segni divini, dunque an-
che per traslazione linterprete letterario (cfr. il saggio mirato di Koller
1957); qui per Platone fa probabilmente riferimento anche a un significato
diverso, quello di attore (Flashar 1958, p. 47), allambito del quale alluder
anche successivamente (536a6). La traduzione italiana consente comunque
di mantenere una certa ambivalenza.
28
Socrate propone unopposizione tra una prospettiva sapienziale at-
tribuita in modo ironico agli interlocutori e unopinione comune e condivi-
sa in questo senso vera , che identifica con la propria; la scelta di questa
opzione non a caso diffusa nelle conversazioni con i sofisti (cfr. per esempio
Symp., 198d3-5; Gorg., 462e6; Hipp. Min., 372a6 sgg. e 376c3-4); cfr. anche
Flashar 1958, pp. 48-49, e Rijks ba ron 2007, pp. 154-55.
29
Per la traduzione cfr. Rijks ba ron 2007, pp. 155-56. Socrate propone
a conforto del proprio argomento una serie di esempi tratti da pittura, scul-
tura, arti musicali, fino a giungere nuovamente (533b9-c3) alla ra pso dia; sul
rapporto tra arti musicali e figurative cfr. anche Resp., X, 595a1 sgg., con
Annas 1982; Nehamas 1982; Giuliano 2005, pp. 68-80.
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ione, 533a-c 331
e non riesce a formulare alcunch, mentre ogniqualvolta
debba esprimere il proprio giudizio su Polignoto o su
qualsiasi altro pittore tu voglia e solo su questunico, si
sveglia, presta attenzione e sa bene cosa dire?
30
.
ione No, per Zeus, no di certo.
socrate E poi, nellambito della scultura? Ti mai
capitato di vedere qualcuno che formidabile nellinter-
pretare ci che ben fatto in relazione a Dedalo figlio
di Metione o [b] Epeio figlio di Panopeo o Teodoro
di Samo o un qualsiasi altro scultore ma solo uno ,
mentre con le opere degli altri scultori non sa assoluta-
mente che fare ed come nel dormiveglia perch non
ha niente da dire?
31
.
ione No, per Zeus, non ho mai visto neanche uno
cos.
socrate Ma allora credo proprio che neanche ne-
gli ambiti dellauletica, della citaristica, della citarodia
e della ra pso dia, tu non abbia mai visto un uomo che
formidabile nel condurre unesegesi su Olimpo, Tami-
ri, [c] Orfeo o Femio, il ra pso do itacese, mentre su
Ione, il ra pso do di Efeso, non sa assolutamente che fare
e non sa formulare discorsi su quanto ha prodotto, bene
o meno, con la ra pso dia
32
.
30
Il parallelo non limitato allevocazione dellarte, ma si estende allin-
dividuazione di un artista, Polignoto, che in quanto personalit di tutta
eccellenza nellarte figurativa dellAtene del v secolo pu rappresentare il
corrispettivo di Omero (cfr. Flashar 1958, p. 52) in questambito. Inoltre,
Socrate riprende la descrizione che Ione aveva precedentemente dato del
proprio rapporto con Omero e gli altri poe ti (532b8-c4); la decisa ed enfatica
risposta di Ione accentua ulteriormente lironia.
31
Come e pi che nel caso precedente gli artisti evocati rappresentano i pa-
dri nobili dellarte: Dedalo il leggendario scultore rinchiuso nel labirinto da
Minosse (cfr. anche supra la nota 9 allIppia maggiore); Epeio linventore del
cavallo di Troia (Od., VIII, 493), Teodoro lo della lavorazione del bronzo. Il
parallelo con largomentazione precedente si basa inoltre sulla descrizione delle
opere tanto dei poe ti (531d1-2 e 532d7) quanto degli scultori (533b3) come
, nonch sulla ripresa della descrizione di Ione (532b7-c3).
32
Dalle arti figurative si passa progressivamente a quelle musicali: lauletica
prevedeva il suono dellaulo (strumento a fiato simile allodierna ciaramella),
la citarodia era il canto individuale accompagnato da cetra, la citaristica preve-
deva solo il suono della cetra. Sfruttando il suffisso - Platone pu inoltre
produrre un raggruppamento omogeneo di arti musicali, che culmina nella
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[d] .
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ione, 533c-d 333
ione Su questo non ho argomenti da contrapporre ai
tuoi
33
, Socrate. Per quanto mi riguarda, per, so di sicuro
quella cosa, cio che su Omero parlo in modo pi bello
di ogni altro uomo, so bene cosa fare e tutti gli altri af-
fermano che ne parlo bene, mentre sugli altri no. Ora,
vedi tu di cosa si tratta
34
.
socrate Io lo vedo, Ione, e comincio a mostrarti
[d] ci di cui secondo me si tratta
35
. Il fatto questo:
ra pso dia. La serie seguita in parallelo da quella di artisti: Olimpo linventore
dellauletica (Symp., 215c2-3), Tamiri un suonatore leggendario di cetra (Il., II,
594-95), Orfeo notoriamente un aedo del mito che si accompagnava con la ce-
tra, mentre Femio messo in parallelo con Ione il ra pso do che intrattiene i
Proci a Itaca (Od., I, 154 e XXII, 330 sgg.) e afferma di essere .
Il richiamo a Femio ironico in due sensi. In primo luogo, risulta paradossale
limplicita associazione di Ione a una delle figure tradizionalmente pi eccel-
lenti della ra pso dia. In secondo luogo, Femio dice esplicitamente (Od., XXII,
347-48) (un dio tutti i canti
mi ispir nel petto): probabile che Platone voglia gi introdurre limmagine
dellispirazione divina (cfr. infra la nota 35). Infine, da notare la traslazione
della ra pso dia da arte che interpreta a arte che, oltre a interpretare, viene in-
terpretata: ci prefigura ancora unestensione della poe tica, che diviene una
sorta di arte complessiva della produzione e dellesegesi.
33
Le antilogie, discorsi contrapposti e isostenici su una tesi volti a inda-
gare in modo complesso una questione, erano un presidio dei sofisti (a partire
da Protagora); cfr. Bonazzi 2010b, pp. 76-80.
34
La posizione di Ione segna al contempo la resa allargomento di Socrate
e la rivendicazione della propria arte: se da un lato egli non pu pi sottrarsi
allargomento, dallaltro ribadisce di assolvere appieno e al meglio ai compi-
ti del ra pso do secondo le sue prerogative storiche. Ione rivendica dunque di
essere il pi eccellente dei ra pso di storici, e Platone pu cos colpire con
la successiva argomentazione lintera arte della ra pso dia per come esisteva
storicamente.
35
La risposta allo specifico problema della ristrettezza delle competenze
di Ione consiste in una sezione ampia e centrale (533c9-536d7), affine per
posizione e rilievo rispetto alle pagine precedenti e seguenti alle digressio-
ni, generalmente mitiche ma non solo, che caratterizzano altre opere (come
Fedro, Simposio, Menone; cfr. Flashar 1958, pp. 73-76). Socrate sostiene che
il poe ta non si avvale di unarte ma, come posseduto, parla per una capaci-
t infusa dal poe ta, il quale a sua volta lha ricevuta dalla divinit. La prima
parte della sezione (533c9-535a1) procede come segue:
533c9-d3: tesi gi dimostrata da spiegare: i ra pso di non compongono
per arte ma per una capacit divina (per la tradizione dellimmagine cfr.
infra la nota 37);
a) 533d3-e5: limmagine del magnete;
533e5-b7: spiegazione attraverso:
i) 533e5-534b3: linvasamento bacchico;
ii) 534b3-6: il volo delle api;
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ione, 533d 335
il ben parlare su Omero di cui or ora dicevi - non ti
proprio come arte; al contrario, una divina capacit a
darti limpulso, come accade per la pietra che Euripide
chiam Magnete e i pi Eraclea
36
. Anche questa pietra,
b) 534b6-d4: conferma e approfondimento della tesi: ogni poe ta appeso
a un certo genere;
iii) 534d4-e1: spiegazione (Tinnico di Calcide);
c) 534e1-535a1: riproposizione della tesi.
Segue un intermezzo dialogico (535a2-e6) in cui Ione sembra accogliere
la proposta di Socrate, salvo alla fine rivelare che il suo interesse, ben con-
sapevole, anche durante le sue performances quello di farsi apprezzare dagli
spettatori per ottenere denaro. Socrate propone allora un secondo monologo
(535e7-536d3), che riprende ampiamente elementi e nuclei della discussione
precedente (limmagine della catena con i suoi caratteri basilari), in partico-
lare la descrizione dello spaesamento di Ione sui poe ti diversi da Omero e
lassenza di arte. Tuttavia, grazie allintermezzo dialogico, Socrate pu ora
chiarire il coinvolgimento di Ione e introdurre la figura degli spettatori, anelli
successivi della catena divina (per le basi tradizionali del valore affettivo
della poe sia cfr. Verdenius 1983, pp. 49-53).
Per una lettura complessiva cfr. supra lintroduzione, pp. 295-6 e 304-8.
Il passo considera certamente anche la poe sia in generale: in questo senso la
poe sia acquisisce positivamente alcuni caratteri (cfr. anche Phaedr., 245a1-
8: , non bens 244c3:
; cfr. anche Apol., 21e2-22e6; Phaedr., 243e9-c4; Men., 99b11-
100c2) e, bench privata di statuto tecnico, assume una sua collocazione tra
le attivit e la facolt di dire il vero, pur nei limiti dalla mediazione passiva
umana. Da questo punto di vista a cadere sotto la critica la tradizionale at-
tribuzione di autorit assoluta alla poe sia stessa (cfr. le declinazioni di questa
tesi da parte di Verdenius 1943 e 1944, e Trabattoni 1985-86). Con linter-
mezzo dialogico e la seconda esposizione emerge per uno specifico attacco
a Ione, che evidentemente mentre sbircia il pubblico pensando al prossimo
guadagno non divinamente ispirato. Sulla ra pso dia vi per qualcosa di
pi (cfr. anche supra lintroduzione, pp. 304-8). Lo svolgimento dellimma-
gine nella prima parte segue due linee parallele; poich la principale (a, b, c)
risponde autonomamente allimpegno di chiarire la condizione di Ione, la fun-
zione della seconda (i, ii, iii) sembra sfuggire. Essa consiste in realt in una
composizione di reminiscenze poe tiche, di luoghi letterari (per i riferimenti
puntuali cfr. Velardi 1989, pp. 106-9; Murray 1996, pp. 115-20; Giuliano
2005, pp. 158-91, e qui le note 36-9 e 41), che non sono solo strumenti re-
torici, ma oggetti di spiegazione filosofica (cfr. gi Flashar 1958, pp. 61-62,
Gaiser 1984, pp. 111-14, e per lemersione in controluce della figura del
filosofo Gonzalez 2011) e derivano a differenza di quelli che potrebbe
contemplare Ione da una gamma praticamente onnicomprensiva di generi
poe tici. In questo senso, Platone sembra proporre un esempio di nuova criti-
ca letteraria, non ancora dialettica (Giuliano 2005, pp. 291-307) ma gi ar-
tistica e filosofica, cio (quantomeno) rispondente ai criteri di completezza,
competenza e specificit della .
36
Euripide, fr. 567 (dallOineo). La denominazione Eraclea (cfr. an-
che Tim., 80c2) di origine incerta (cfr. Canto 2001, p. 146, nota 44); per
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infatti, non solo attrae gli anelli essi stessi di ferro ,
ma inoltre infonde in loro una capacit in conseguenza
della quale sono in grado di realizzare esattamente la
stessa azione della pietra, [e] cio attrarre altri anel-
li: allora si produrr una grande catena di anelli di ferro
appesi lun laltro, ma per ciascuno di essi questa capaci-
t dipende da quella pietra. Nel medesimo modo anche
la Musa, proprio lei, riempie alcuni uomini di divino, e
attraverso questi uomini pieni di divino si salda una ca-
tena di altri divinamente ispirati
37
. In effetti tutti i poe ti
epici quelli buoni pronunciano tutti questi bei poemi
non sulla base di unarte, ma perch sono pieni di divino
e posseduti, e cos anche i buoni lirici. Come coloro che
ballano da coribanti 534 [a] non danzano in uno stato
di consapevolezza, cos anche i lirici non compongono
quanto altre importanti personalit si siano interessate alla pietra su tutte
Democrito (dk 68A165); per una rassegna cfr. Giuliano 2005, pp. 177-83 e
la sua conoscenza fosse effettivamente diffusa, Platone chiama in causa spe-
cificamente Euripide, rintracciando cos in modo mirato unautorit poe tica.
37
Platone riprende la tradizione epica in particolare i proemi di Ilia-
de e Odissea e identifica nella Musa la fonte del canto: la Musa la pietra,
dalla quale si produce una catena di anelli magnetici. La forza dellimmagine
risiede nel fatto che la possibilit di una catena magnetica dipende (di qui le
numerose occorrenze di composti di , che indica anche lessere fisica-
mente appeso) dalla presenza del magnete, la Musa, e dalla sua capacit di
infondere la . Luso della nozione di ispirazione mirato: ripren-
de infatti un luogo comune nellintera produzione poe tica (pi ampiamente
Giuliano 2005, pp. 159-77), identificabile come uno dei princip fondamen-
tali della critica letteraria greca (cos Verdenius 1983, pp. 37-46). I poemi
epici affermano in modo chiaro e frequente lorigine divina del canto, sia nei
momenti proemiali che in passi specifici (cfr. per esempio i passi sugli aedi
Demodoco VIII, 43-45 e Femio XXII, 346-48 nellOdissea), mentre i
lirici, monodici e corali, rielaborano questo luogo tradizionale (cfr. per esem-
pio Archiloco, fr. 1, 1-2; Alcmane, fr. 1, 39; Pindaro, Pyth., VI, 6; Bacchi-
lide, Epin., V, 9-10 e 184-86; su tale elemento nella concezione dei poe ti da
Esiodo a Bacchilide cfr. Arrighetti 1987, pp. 37-137). Al contempo, come
pi volte notato, Platone modifica radicalmente lidea tradizionale di ispira-
zione, che prevede una collaborazione tra Musa e poe ta dotato di arte, per
trarne unimmagine sbilanciata, in cui il poe ta un tramite del tutto passi-
vo (cfr. per esempio Tigerstedt 1969 e 1970; Murray 1981; Giuliano 2005,
pp. 158-77, ha riavvicinato linterpretazione platonica alla concezione tradi-
zionale). Loperazione di Platone pu cos a pieno titolo essere intesa come
critica letteraria: egli allude implicitamente a determinati luoghi poe tici e li
interpreta in un modo originale (per operazioni simili in Platone cfr. Most
2011), diverso da quello dalla ra pso dia tradizionale.
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questi bei canti in stato di consapevolezza; al contrario,
ogniqualvolta si addentrino nellarmonia e nel ritmo, so-
no come presi dallinvasamento bacchico e posseduti
38
:
come le baccanti attingono ai fiumi miele e latte, pos-
sedute e non nella consapevolezza di s, anche lanima
dei lirici fa la stessa cosa, e proprio questo dicono loro
stessi
39
. Ci dicono infatti i poe ti che [b] attingendo i
canti in giardini e valli boscose consacrate alle Muse a
fonti da cui sgorga miele, li portano a noi come le api,
38
I coribanti (cfr. la rassegna critica di Capuccino 2005, p. 77, nota 94;
al coribantismo ha dato grande rilievo Velardi 1989, particolarmente pp. 73-
98; cfr. anche infra la nota 53) e chi danza preso dal furore bacchico sono
comunque esempi di modalit di danza su una musica determinata: in que-
sto senso conduce la citazione delle due componenti della musica, armonia e
ritmo, che costituiscono insieme al il carattere stesso della produzio-
ne musicale (cfr. per esempio Gorg., 502c5-7, e Resp., III, 398d1-2). Anche
lassociazione pi stringente tra il poe ta e chi posseduto da Dioniso come
le baccanti ha determinate origini letterarie, rintracciabili soprattutto (ma
non solo: cfr. Archiloco, fr. 120 e Anacreonte, frr. 56 e 93) nella produzione
corale e drammatica (per esempio Pindaro, Pyth., I, 1-10, ed Eschilo, frr. 60
e 341; pi ampiamente Giuliano 2005, pp. 169-74).
39
La sezione ricchissima di riferimenti letterari, fitti e intrecciati.
534a4-6. Limmagine delle baccanti riprende in modo stringente la cele-
berrima descrizione euripidea (Bacch., 142-43 e 699-711), che si colloca
a sua volta in unampia tradizione.
534a7-b2. Lassociazione tra la poe sia e il miele, gi omerica (Il., I, 247-
249; cfr. anche Od., XII, 187, e poi Hymn. Pan, XIX, 18; Hymn. Ap.,
III, 518-19) ed esiodea (Th., 84-85 e 96-97), trova numerose attestazioni
in Pindaro (per esempio Ol., XI, 4; Pyth., IV, 59-61 e X, 53 sgg.; Nem.,
III, 76-79) ed un luogo comune soprattutto nella lirica corale (ma cfr.
anche Aristofane, fr. 581k.-a.; in generale Usener 1902 e Waszink 1974).
Ampiamente attestate sono le immagini della fonte per il fluire poe tico
(gi omerica e ancora pindarica: Ol., VI, 85-86; Nem., VII, 11-12 e Is.,
VII, 18-19) e del giardino delle Muse come luogo dellispirazione (Pinda-
ro, Ol., IX, 26, e Aristofane, Ran., 1299-300). Forse ancor pi celebre
la descrizione del poe ta o della poe sia come ape (Pindaro, Pyth., X, 53-
54; Bacchilide, Epin., X, 10; Aristofane, Av., 749).
534b2-7. Il poe ta come creatura leggera, alata e sacra, capace del volo,
oltre a essere correlata con la metafora dellape, attestata isolatamente
fin da Omero si pensi alla formula ; cfr. poi Teogni-
de, 237-54; Pindaro, Nem., V, 20-21; Ol., II, 88; Bacchilide, Epin., V,
16-30 (ma anche Aristofane, Av., 1373-174); in merito Skiadas 1971, pp.
86-87.
Platone non si limita a comporre luoghi comuni, ma ne offre al contempo
unesegesi (534a6-7 e b2): egli vuole programmaticamente chiarire il fondo
delle affermazioni dei poe ti sulla loro ispirazione; svolge dunque unopera-
zione di critica letteraria razionale su tutta la poe sia.
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loro stessi come api volando. E dicono il vero. Perch il
poe ta una cosa leggera e alata e sacra, incapace di com-
porre prima di essere pieno di divino e ormai fuori dalla
consapevolezza di s, prima che lintelletto non sia pi
insediato in lui: finch mantiene tale possesso, infatti,
nessun uomo capace di comporre e cantare come ora-
colo. Poich dunque voi componete e dite molte e belle
cose [c] su certi argomenti proprio come tu su Ome-
ro non per arte ma per una prossimit divina
40
, ciascu-
no capace di comporre in bellezza solo nellambito al
quale la Musa lo ha condotto: uno ai ditirambi, un altro
agli encomi, un altro al canto danzato, un altro ai versi
epici, un altro ai giambi
41
; per il resto, invece, ciascuno
di loro non vale niente. E in effetti dicono tutto que-
sto non per arte ma per una capacit divina, poich se
42

per assurdo avessero per arte la competenza di parlare
su uno specifico ambito, saprebbero farlo anche su tutti
gli altri. Per queste ragioni il dio, facendo proprio il loro
intelletto, li usa come servi [d] cos fa con gli oraco-
li e i divinatori realmente divini , affinch noi, quelli
che ascoltano, sappiamo che non sono loro, ormai privi
di ogni capacit di intendere, a dire queste cose di cos
40
Rijks ba ron accoglie , trdito da S e F, contro la testimonianza
di T e W (, adottata da Burnet), confermata da Proclo (In Remp., I, 184,
21). La forza della testimonianza di S rimane dubbia, mentre la citazione di
Proclo, ampia e puntuale, fornisce un serio supporto alla lezione di T e W.
Lespressione indica una sorte/azione divina (per esem-
pio Apol., 33c6 o Men., 99e6) ma anche, con una specificazione tecnica ver-
so la semantica qui utilizzata, la prossimit del dio nellinvasamento (cfr.
Phaedr., 244c3).
41
Lampiezza degli ambiti considerati da Platone, gi implicita nelle allu-
sioni del passo, emerge esplicitamente, con un richiamo a generi lirici corali
(ditirambo, encomio, hyporchema), allepica e al giambo. Inoltre, poich i rife-
rimenti impliciti alla poe sia teatrale sono numerosi e allinizio dellimmagine
Platone fa riferimento a Euripide (cfr. supra le note 36 e 39), si pu supporre
che attraverso lallusione a giambo e canto corale Platone voglia comunque ri-
chiamare anche tragedia e commedia, a completare il novero dei generi poe tici.
42
Come in un caso precedente (cfr. supra la nota 40), la scelta di Rijks ba-
ron nella costituzione del testo debole, in quanto raccoglie la lezione di S
e F contro quella offerta non solo da T e W ma anche dal-
la tradizione indiretta (qui unampia citazione di Giovanni Stobeo, Anth.,
II, 5, 3, 29-31).
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grande valore, e che invece il dio stesso colui che parla,
anche se risuona per noi solo attraverso loro. A offrire
la pi grande prova a favore di questo discorso Tinni-
co di Calcide, il quale non ha mai composto altra poe sia
degna di memoria se non quel peana che tutti cantano,
forse il pi bello tra tutte le liriche, che semplicemente
cos dice lui stesso invenzione [e] delle Muse
43
.
Mi pare in effetti che soprattutto in questuomo il dio
ci mostri affinch noi non ne dubitiamo che queste
belle poe sie non sono umane n alla portata degli uomini,
bens divine e proprie degli di, e che i poe ti sono solo
interpreti
44
degli di, posseduti da quel dio da cui cia-
scuno di loro posseduto. E proprio per mostrare tutto
questo il dio, con una certa malizia, 535 [a] ha canta-
to la lirica pi bella attraverso il poe ta pi incapace. O
forse non ti pare che io dica il vero, Ione?
ione S, per Zeus! In qualche modo, Socrate, mi
tocchi nellanima con i discorsi, e mi pare che per una
prossimit divina i buoni poe ti si facciano per noi inter-
preti degli di.
socrate Ma voi, i ra pso di, non interpretate
45
a vostra
volta le cose dette dei poe ti?
ione Anche in questo dici il vero.
socrate Non siete dunque interpreti di interpreti?
43
La figura di Tinnico evocata solo da Porfirio (De abst., II, 18: Eschi-
lo gli avrebbe attribuito un peana perfetto), che forse dipende da Platone.
Lallusione a questo autore ha la funzione di estremizzare limperscrutabilit
e larbitrariet del fluire del canto divino, forse con qualche tratto ironico.
44
A differenza del passo precedente (530c3), dedicato allattivit rea le di
Ione, qui Platone riferisce al poe ta come mediatore posseduto dal dio.
45
Il fatto che lattivit di Ione, precedentemente riconducibile a unese-
gesi (cfr. supra la nota 9), sia ora identificata da Platone con il canto divino
dei poe ti non implica che il ra pso do Ione si limitasse a recitare dei versi. Al
contrario, si assiste qui a un tipico gioco platonico, basato sullambivalenza
semantica di e : poich lo stesso termine (con signifi-
cati diversi) pu designare lattivit del poe ta e quella del ra pso do, Socrate
pu facilmente attribuire a Ione lispirazione tradizionalmente (e aproble-
maticamente) associabile ai poe ti. Non un caso che Ione sia in prima bat-
tuta accondiscendente, e solo una volta intuita la strategia di Socrate possa
legittimamente tentare di sviare largomento (536d4-7) dando inizio a una
nuova sezione del dialogo.
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ione Assolutamente.
[b] socrate un primo approdo; e ora dimmi que-
sto, Ione, e bada a non nascondermi ci che ti domando.
Quando declami cos bene i versi epici e scuoti lanimo
di chi assiste nel momento in cui canti Odisseo che si
slancia sulla soglia, si rivela ai pretendenti e sparge le
frecce ai suoi piedi, o Achille che si scaglia alla rincor-
sa di Ettore, o uno dei passi pieni di piet su Androma-
ca, Ecuba o Priamo
46
in quel momento sei cosciente o
piuttosto vieni a essere fuori [c] di te, e la tua anima,
divinamente ispirata, crede di trovarsi allinterno delle
vicende di cui parli, che si svolgano a Itaca, a Troia o in
qualsiasi luogo in cui i versi si ambientino?
ione Con quale chiarezza, Socrate, hai descritto per
me questa prova! E io ti parler senza nascondermi. In
effetti, quando racconto un qualsiasi episodio intriso di
piet, mi si riempiono gli occhi di lacrime, mentre quan-
do racconto un qualsiasi episodio pauroso o terribile, per
la paura i capelli si drizzano e il cuore sobbalza.
[d] socrate Allora, Ione, affermiamo che coscien-
te questuomo? Uno che, adornato con un vestito vario-
pinto e corone dorate, si lamenta durante le cerimonie
e le feste bench non abbia perduto niente, che ha pau-
ra pur trovandosi tra pi di ventimila amici e senza che
nessuno lo privi di nulla o gli faccia dei torti?
47
.
46
Una serie di celebri scene omeriche: lingresso nella reggia di Itaca di
Odisseo pronto per la vendetta allinizio del XXII canto dellOdissea; il duel-
lo iliadico tra Achille ed Ettore sotto le mura di Troia (Il., XXII, 312 sgg.);
il drammatico dialogo alle porte Scee tra Ettore e la moglie Andromaca (Il.,
VI, 370-502; cfr. anche XXII, 405 sgg. e XXIV, 723-46); le sofferenze di
Ecuba, regina di Troia (Il., XXII, 79-89, 405 sgg., o XXIV, 747-60), e del
marito, il re Priamo (per esempio Il., XXII, 33-78, 408-28 e XXIV, 144-717).
47
Ione risponde con una generica teoria dei sentimenti causati dalla poe sia,
e , testimoniata da Aristotele (Poe t., 1449b; cfr. pi in generale
Verdenius 1983, pp. 51-52). Come per stato notato (Flashar 1958, pp. 68
sgg.), queste allusioni finiscono per produrre un quadro ben distante da quello
implicato dalle reminiscenze omeriche: attraverso gli elementi psicologici e cor-
porei citati Ione afferma la propria somma capacit di plasmare le emozioni, di
esercitare un discorso seduttore. In questo quadro si coglie efficacemente perch
Socrate chiosi (535d1-5) lindicazione di Ione con una descrizione ferocemente
ironica dellattivit del ra pso do, con un probabile gioco sul non essere in s.
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ione Per Zeus, no, no di certo, Socrate per quanto
possa essere detta la verit
48
socrate Sai dunque che voi producete questi stessi
effetti anche nella maggior parte degli spettatori?
[e] ione Certo che lo so, e bene! Ogni volta dallal-
to del palco li osservo piangere, guardare con occhi ter-
ribili, essere presi dallo stupore per ci che viene detto.
Per me infatti assolutamente necessario prestare loro
la massima attenzione: qualora desti in loro il pianto, io
rider prendendo il denaro, ma qualora ridano io pian-
ger per averlo fatto sfumare
49
.
socrate Ebbene, sai che lo spettatore non altro che
lultimo degli anelli, quelli che dicevo prima assumo-
no luno tramite laltro la capacit grazie alla pietra di
Eraclea? Lanello di mezzo sei tu, il ra pso do 536 [a] e
interprete
50
, mentre il primo il poe ta stesso. Attraver-
so tutti questi anelli il dio trae lanima degli uomini fi-
no a quanto voglia, rinsaldando la capacit nel passaggio
dalluno allaltro. E cos, proprio come da quella pietra,
si produce una catena di molti pezzi, di coreuti e maestri
e sottomaestri di coro, agganciati lateralmente agli anel-
li rinsaldati dalla Musa. Inoltre, un poe ta si aggancia a
una certa Musa, un altro a unaltra in tal caso diciamo
che posseduto , [b] ed effettivamente accade qual-
48
Per la traduzione cfr. Rijks ba ron 2007, pp. 183-84. Ione, cogliendo
qualche stranezza nellaffermazione di Socrate, risponde in modo poco con-
venzionale e certamente non del tutto affermativo.
49
Dalla descrizione tradizionale e letteraria della possessione poe tica si
scivola verso unimmagine feroce di Ione, con la possessione che si traduce
in un mascheramento emotivo volto allacquisizione di denaro (535e1-6): da
controfigura di Omero, Ione arriva a ricordare il sofista Ippia (Hipp. Maj.,
285d5 sgg. e Hipp. Min., 364d3-6; cfr. anche lallusione ai ra pso di in Phaedr.,
277e5-278a2). Daltro canto lo stesso Socrate sembra ora poco interessato ad
attribuire a Ione un invasamento simile a quello di Omero, proponendo do-
po la seconda esposizione subito uno scambio dialogico sul tema della
(536d8 sgg.). Pu legittimamente nascere il sospetto che lassociazione di Io-
ne e non necessariamente della poe sia al fenomeno divino della poe sia
sia subordinata alla semplice sanzione dellincompetenza e dellirrazionalit
dellattivit del ra pso do.
50
Qui ; cfr. supra la nota 27.
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cosa di molto simile: in suo possesso
51
. Poi, a partire
da questi primi anelli, i poe ti, ciascuno a sua volta ag-
ganciato a uno diverso e da esso divinamente ispirato:
luno a Orfeo, laltro a Museo
52
, ma la maggior parte
posseduta da Omero ed in suo possesso. Tu, Ione, sei
uno di questi: sei posseduto da Omero, e ogniqualvolta
qualcuno canti un altro poe ta tu cadi nel sonno e non
trovi nulla da dire, mentre ogniqualvolta qualcuno in-
toni il canto di questo poe ta, ti svegli subito, la tua ani-
ma danza e sai bene cosa dire. [c] Infatti non dici ci
che dici su Omero per arte o conoscenza, bens per una
prossimit divina, per una possessione: esattamente come
i coribanti percepiscono in modo acuto solo quella lirica
che appartenga al dio dal quale sono posseduti, e proprio
per quella melodia trovano movimenti
53
e parole, mentre
non rivolgono alcuna attenzione alle altre, cos anche tu,
Ione, nel momento in cui qualcuno richiami Omero sai
bene cosa fare, mentre su altri non lo sai assolutamente.
[d] Ora, la causa di questo che ci che mi chiedi: per
quale motivo tu sai bene cosa fare su Omero ma non sugli
altri che sei formidabile nel portare lodi
54
a Omero
non per arte ma per una prossimit divina.
ione Parli bene tu, Socrate Sarei per oltremo-
do stupito se riuscissi a parlare tanto bene da convin-
cermi del fatto che quando lodo Omero io sono posse-
duto e invasato
55
. Credo del resto che non avresti pi
51
Socrate gioca qui e poco oltre (536b4) con (avere) e il composto
(essere posseduto).
52
A Museo, secondo il mito figlio di Orfeo (per il quale cfr. supra la nota
32), erano attribuiti soprattutto versi di tipo oracolare e religioso.
53
I coribanti (originariamente identificabili con i seguaci di Cibele) era-
no iniziati e partecipavano a rituali di danza sfrenata ispirata da una musica
apposita; lanalogia particolarmente pregnante poich i partecipanti ai riti
rispondevano con movimenti di danza () solo a certe musiche, che
ne determinavano linvasamento (cfr. Velardi 1989, pp. 76-78).
54
Sulla caratterizzazione di Ione come autore di lodi ed esponente di
unetica della lode ha insistito Capuccino 2011.
55
La resistenza di Ione probabilmente legata allulteriore insistenza di
Socrate sulla passivit del ra pso do derivata da quella del poe ta e sullor-
mai decisa associazione con i coribanti, soggetti a un invasamento forsennato:
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questopinione di me se solo mi sentissi dire qualcosa su
Omero.
socrate E io voglio davvero ascoltarti, ma non pri-
ma che [e] tu mi abbia risposto a questo
56
: delle cose
di cui parla Omero, su quali parli bene? Di certo non
proprio su tutte...
ione Devi saperlo, Socrate: non ve n alcuna su cui
non parli bene.
socrate Di certo non anche su quelle di cui, bench
Omero ne parli, tu ti trovi a non saper niente.
ione E quali sarebbero queste cose di cui Omero par-
la ma io non so niente?
57
.
537 [a] socrate Omero non parla in molti modi e
luoghi diversi anche di arti? Per esempio, anche del-
la guida del carro; se riesco a richiamare alla memoria i
versi, li pronuncer io per te...
ione Ma li dir io! Io li so a memoria!
socrate Allora dimmi ci che dice Nestore al figlio
Antiloco esortandolo a essere cauto nella curva in occa-
sione della corsa dei cavalli in onore di Patroclo
58
.
Ione tenta cio, per quanto gli possibile, di resistere e rivendicare le pecu-
liarit della propria specifica attivit.
56
Inizia qui lultima parte del dialogo, incentrata sullo statuto dellarte
e del suo oggetto. Socrate dimostra che Ione non possiede unarte perch,
se una certa arte in quanto tale si occupa di uno specifico insieme di oggetti
che le proprio (537a5-538b6; cfr. infra la nota 62), e se i vari passi di Ome-
ro sono propri di arti diverse dalla ra pso dia, la ra pso dia sar senza oggetto,
dunque non sar unarte. Largomento procede cos attraverso esempi trat-
ti da passi omerici (538b7-c6 sulla medicina; 538c7-d6 sulla pesca; 538d7-
539d4 sulla divinazione) e unulteriore confutazione finale (539d5 sgg.) alla
tesi di Ione per cui la ra pso dia si occupa di ci che opportuno dire in gene-
rale, e poi di ci che opportuno dire per uno stratega (dunque contro la tesi
che ra pso dia e strategia siano una stessa arte). Largomento non implica che
non possa esistere unarte ra pso dica (cfr. Gaiser 1984, pp. 111-14; Janaway
1992; Baltzly 1992; Morris 1993, pp. 265-69); al contrario, il principio che
determina lo statuto di arte compatibile con la tematizzazione dellogget-
to dellarte come totalit proposto nella prima parte del dialogo (cfr. supra le
note 13 e 15, e infra la nota 62).
57
Socrate ha in mente di discutere il modello dellarte ra pso dica, per cui
fa fin da ora riferimento agli oggetti propri di altre arti. Ione, invece, intende
probabilmente il discorso come se si riferisse a versi ed espressioni poe tiche
su cui condurre unesegesi tradizionale.
58
Secondo luso precedente alla divisione editoriale antica, le sezioni dei
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ione Inclinati, afferma, tu stesso nel cocchio ben
lucidato
59
,
[b] leggermente alla loro sinistra; il cavallo di destra
sprona al contempo, a gran voce incitandolo, e con le mani
[allenta le briglie.
Stringa alla curva il cavallo a sinistra,
ch sembri toccare lo spigolo il mozzo
della ruota ben fatta. Ma devi riuscire a non colpire la pietra
60
.
[c] socrate Basta cos. Ora, Ione: chi riconoscer
meglio se Omero parli correttamente o meno in questi
versi, un medico o un auriga?
ione Di certo un auriga.
socrate Perch possiede questarte o per un qualche
altro motivo?
ione No, perch possiede questarte.
socrate A ciascuna delle arti, dunque, non stata
assegnata dal dio una specifica opera, che essa in gra-
do di conoscere?
61
. In effetti, ci che conosciamo con
poemi omerici sono richiamate per scene. La citazione copre i versi XXIII,
335-40 dellIliade, relativi alla preparazione delle gare nelle celebrazioni fu-
nebri per Patroclo, ucciso da Ettore.
59
Si possono osservare qui in modo esemplificativo alcuni problemi pe-
culiari delle citazioni platoniche di Omero. In primo luogo, a differenza di
quanto previsto dai testi di Burnet e Rijks ba ron, nella traduzione viene iso-
lata in versi solo la sezione propriamente esametrica (verso epico): per esem-
pio, il primo verso di questa citazione prevede una componente del dialogo,
, che deforma la versificazione. In secondo luogo, si osserva che una le-
zione, , trdita per il testo platonico da T W F, si contrappone a una,
, trdita dal solo testimone platonico S e dai testimoni omerici. Ci
dimostra la possibilit di oscillazione ed emendazione delle lezioni allinterno
della tradizione testuale di Platone, fenomeno al quale si affianca certamente
quello di corruzione del testo di Platone a partire da una lezione che esso con-
divide con Omero. Rijks ba ron 2007, pp. 37-49, ha tentato di indicare (non
senza escludere alcuni aspetti problematici) che tendenzialmente la lezione
genuinamente platonica quella offerta dalla famiglia di F e S; al contempo,
la tendenza particolare di S a offrire lezioni autenticamente omeriche non
pu che incrementare i dubbi sul valore tradizionale di questo manoscritto
(cfr. supra la nota al testo e alla traduzione, pp. xv-xvii).
60
Cfr. Labarbe 1949, pp. 89-101. A essere riformulato soprattutto il
primo verso, probabilmente per il fenomeno di adattamento al dialogo (cfr. la
nota precedente e gi Lohse 1965, pp. 263-64): il verso omerico recita
.
61
Il greco esprime in questa sezione sia il conoscere che il
riconoscere (cfr. anche supra a 531d11 sgg., in cui comunque va mantenuta
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[d] .
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ione, 537c-d 355
larte della navigazione di sicuro non lo conosceremo
con larte medica.
ione No di certo.
socrate E non conosceremo con la carpenteria le co-
se conosciute con la medicina.
ione No [d] di certo.
socrate Non vale dunque lo stesso anche per tutte
le altre arti? Ci che conosciamo con luna non lo cono-
sceremo con laltra
62
. Ma prima che a questo, rispondimi
la traduzione riconoscere); la traduzione propone il significato adeguato
nella lingua italiana, ma largomento di Platone conta non poco sulla sfuma-
tura del verbo. Unaltra ambiguit significativa va rintracciata nella nozione
di parlare bene/correttamente, che per Socrate ma non per Ione n nel
senso comune ha lo specifico valore di parlare in modo competente e con-
forme allarte (cfr. supra lintroduzione, p. 294).
62
Il primo argomento (537c1-d2) prende il via a partire dallindividua-
zione di un insieme di oggetti:
a) c1-3: nel testo di Omero c un determinato insieme x di oggetti [relativi
alla guida del carro];
b) c3-4: linsieme x loggetto totale di conoscenza proprio di chi possiede
la X;
c) c5-7: i norma generalizzata: vige un rapporto biunivoco tra la X e
linsieme x;
d) c8-d2: ii norma conseguente da i : una X non conosce insiemi
non-x.
In successione Socrate propone un secondo argomento (537d3-e8) che,
inversamente al precedente, individua in primo luogo larte per poi coglier-
ne gli oggetti:
a) d3-4: vi sono arti diverse luna dallaltra;
b) d4-e1: ciascuna forma di conoscenza (il termine individua qui
una generica forma di conoscenza relativa a un insieme di oggetti e va
identificato con larte corrispondente) relativa a un proprio specifico
insieme di oggetti;
c) e1-8: controprova: se due forme di conoscenza riguardassero gli stessi og-
getti non sarebbero distinguibili (il che contraddice la prima asserzione).
La conclusione (538a1-b6), valida per entrambi gli argomenti, recupera da
essi il principio di specializzazione, e attraverso una serie di domande porta a
unacquisizione finale (538b1-3) in forma di domanda disgiuntiva che ri-
corda il primo scambio dopo la citazione omerica (537c1-3). I due argomenti
dimostrano che una X ha un rapporto biunivoco con un insieme x di
oggetti, cio il principio di specializzazione alla base di numerose sezioni di
altri dialoghi (cfr. per esempio Charm., 170e12-171c3 e Gorg., 462b1-465a7;
cfr. Wood ruff 1990, pp. 68-74 e poi su tutti Kahn 2008, pp. 109-18). Spesso
stato sottolineato che largomento finisce per far scomparire artificiosamen-
te e in modo fallace la ra pso dia (cfr. per esempio Janaway 1992, pp. 10-15;
Baltzly 1992, pp. 29-33; Lowenstam 1993, pp. 23-26; Morris 1993, pp. 265-
269; Beversluis 2000, pp. 89-91; cfr. anche Trabattoni 1985-86, pp. 45-52),
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538 [a]
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ione, 537d-538a 357
a questaltro: affermi che una unarte di questo tipo,
mentre laltra di un altro?
63
.
ione S.
socrate Giudicando come me, quindi, se una la co-
noscenza di certi oggetti, unaltra di altri, allora chiamo
una come una certa arte, laltra come [e] una certa
altra arte; vale anche per te?
ione S.
socrate Se infatti vi fosse in qualche modo una certa
conoscenza relativa agli stessi oggetti di unaltra, in che
modo nel momento in cui fosse possibile conoscere le
stesse cose con entrambe potremmo dire che luna
unarte, laltra unaltra? Io so che queste dita sono cin-
que, e tu, come me, su queste saprai esattamente le stes-
se cose; se allora io ti chiedessi se io e te conosciamo le
stesse cose con la stessa arte, laritmetica, o con unaltra,
affermeresti di certo che con la stessa.
ione S.
538 [a] socrate Ebbene, dimmi ora quello che pri-
ma
64
ero sul punto di domandarti, se ti pare che per tutte
le arti valga questo: con la stessa arte conosciamo neces-
e che Ione avrebbe potuto e dovuto sostenere che i passi omerici sono in real-
t rappresentazioni delloperazione tecnica e andrebbero giudicati per questo
come oggetti della ra pso dia. Al di l di tale possibile soluzione, certamente
Platone punta a introdurre velatamente e senza che Ione la sfrutti la no-
zione di in quanto (cfr. Kahn 2008, pp. 109-18), che consente di conside-
rare gli oggetti e larte da un punto di vista intensionale. Il principio di spe-
cializzazione dellarte infatti ben giustificabile proprio da un punto di vista
intensionale unarte X in quanto tale si occupa di un insieme x di oggetti
che le sono propri in quanto tali : Ione accetta cio un argomento che Socra-
te potrebbe esporre e difendere in modo pi efficace. Lo stesso argomento
inoltre compatibile con la tematizzazione di proposta nella prima parte
del dialogo, in cui si sosteneva che linsieme di oggetti della una to-
talit: un oggetto pu dunque far parte di pi totalit in quanto intensional-
mente caratterizzato in funzione di unarte. In questo senso rimane possibile
concepire una forma artistica di critica letteraria a condizione che essa si
occupi di un insieme di oggetti totale, completo, proprio. Per la nozione di
cfr. anche supra lintroduzione, pp. 293-5.
63
Per la traduzione cfr. Rijks ba ron 2007, p. 200.
64
A 537d2, prima dellintroduzione del secondo argomento (cfr. supra la
nota 62). Nella misura in cui il secondo arriva alla stessa conclusione del pri-
mo seguendo la direzione inversa, questa continuazione varr per entrambi.
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[b] .
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[c]
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ione, 538a-c 359
sariamente le stesse cose, mentre con una diversa non le
stesse, anzi, se davvero unaltra, vale necessariamente
anche che conosceremo cose diverse.
ione Mi pare cos, Socrate.
socrate E chi non possieda una certa arte, non sa-
r neanche in grado di conoscere bene le asserzioni e le
operazioni proprie di questa arte. Vero?
[b] ione vero.
socrate Sui versi di cui parlavi, dunque, chi ricono-
scer meglio se Omero parli bene o meno, tu o un auriga?
ione Un auriga.
socrate E tu sei pur sempre un ra pso do e non un
auriga.
ione S.
socrate E larte della ra pso dia diversa da quella
della guida del carro?
ione S.
socrate Se diversa, quindi, sar anche una cono-
scenza riguardante oggetti diversi.
ione S.
socrate E poi, quando Omero dice che Ecamede, la
concubina di Nestore, diede a Macaone ferito una po-
zione da bere? [c] Dice pi o meno cos: con vino
pramneo, afferma, gratt sopra formaggio caprino
con una grattugia di rame; e accanto cipolla, compagna del bere
65
.
65
Cfr. Labarbe 1949, pp. 101-8; sulluso platonico delle citazioni letterarie
cfr. anche Tarrant 1951, particolarmente pp. 61-67; Benardete 1963; Halli-
well 2000; Giuliano 2005, pp. 307-38; Clay 2010. Platone cita Il., XI, 639-40,
la preparazione di una bevanda nella tenda di Nestore poco prima dellarrivo
di Patroclo, inviato da Achille. Il secondo verso compone in realt linizio del
v. 640 ( ) con la seconda del v. 630, ( S)
, accantonando la seconda parte del v. 640,
. Ulteriore differenza rispetto al v. 630 la presenza di (per ),
che occorre per al v. 631. Spesso tale composizione stata ricondotta a una
confusione di Platone, che avrebbe fuso per errore mnemonico due versi vicini
(cos Labarbe 1949, pp. 104-7; Giuliano 2005, p. 309, nota 210, e poi Rijks ba-
ron 2007, pp. 39-40). Poich per altrove (Resp., III, 405c4 sgg.) Platone para-
frasa i due versi secondo la loro autentica struttura omerica, sembra plausibile
(cfr. gi Lohse 1964, pp. 21-25) che egli abbia manipolato volontariamente il
testo per provare sul campo lincompetenza letteraria di Ione, gi ironica-
mente adombrata (cfr. 537a2-4 e, poco prima di questa citazione, a 538b3).
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ione, 538c-539a 361
Chi sa ben valutare se Omero ne parli correttamente o
meno, larte della medicina o quella della ra pso dia?
ione Larte della medicina.
socrate E poi, quando Omero dice:
[d] e quella guizzava verso il fondo, simile a piombo
che, nel corno di un bue da pascolo, desideroso
arriva tra i pesci voraci portando disastro
66
.
A nostro avviso quale arte giudica meglio se in questi
versi parli bene o meno, larte della pesca o quella del-
la ra pso dia?
ione chiaro, Socrate, larte della pesca
67
.
socrate Ora osserva bene. Nel momento in cui
tu mi ponessi domande, se mi domandassi
68
: Allora,
[e] Socrate, poich in Omero trovi versi che spetta a
ciascuna di queste arti valutare, avanti, scova per me
anche quelli propri del divinatore e della divinazione
69
,
tali che spetti a un uomo siffatto valutare se siano stati
composti bene o male, osserva con quanta tranquilli-
t e aderenza al vero io ti rispondo: Ne parla in mol-
ti luoghi, anche nellOdissea, per esempio quando uno
dei discendenti di Melampo, il divinatore Teoclimeno,
dice ai pretendenti:
539 [a] Miei signori, che male vi affligge? Di notte
sono coperti le vostre teste e i visi, le membra e i piedi;
s diffuso un pianto, rigate di lacrime le guance.
E di spettri pieno il protiro, e piena a sua volta la corte:
66
Cfr. Labarbe 1949, pp. 109-21, e Rijks ba ron 2007, p. 40. Platone cita
Il., XXIV, 80-82, il volo di Iride per convocare Teti da parte di Zeus.
67
Non escluso che anche qui Platone colpisca con ironia: se vero che
il brano astratto dal suo contesto pu forse riguardare la pesca, sembra per
paradossale associarlo a questarte se si considera (cfr. la nota precedente) che
il soggetto Iride alla ricerca di Teti; Platone adombra ancora (cfr. supra la
nota 65) la possibilit che Ione non abbia ben presente il passo in questione.
68
La formulazione di Socrate volutamente pesante e ridondante (Rijks-
ba ron 2007, pp. 210-11), e per questo probabilmente ironica, come lo la
proclamazione della facilit della risposta subito seguente (538e5).
69
Torna qui come esempio di arte la divinazione (cfr. gi 531b3-10), che
per secondo il passo sulla possessione difficilmente pu essere considerata
come ; Platone sembra suggerire che i tratti specifici dellargomento
sono ad hominem.
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ione, 539a-e 363
nelloscurit profonda saffrettano ormai verso lErebo. Il sole
[b] perito nel cielo, una bruma malvagia copre ormai tutto
70
.
Ma in molti luoghi anche nellIliade, per esempio nella
Teicomachia; dice infatti anche qui:
Volevano attraversarla. Li raggiunse allora un uccello,
unaquila dal volo alto, che chiudeva a sinistra la truppa,
[c] e negli artigli portava un serpente, enorme, cosparso di sangue,
vivo, che continuava ad affannarsi: non abbandonava ancora la
[lotta.
Mentre lei lo teneva, la morse al petto, vicino al collo,
torcendosi indietro: lo gett allora lontano, al suolo,
sofferente dal grande dolore; lo scagli sullesercito, nel mezzo,
[d] e vol via gridando, sorretta dal soffio del vento
71
.
Io affermer che spetta al divinatore osservare e giudi-
care questi versi e quelli simili.
ione E dirai il vero, Socrate.
socrate E anche tu, Ione, dici che questo vero.
Ma forza, ora fai lo stesso per me
72
: come io ti ho pro-
posto dei versi, dallOdissea e dallIliade, tali da essere di
volta in volta propri del divinatore, propri del medico e
[e] propri del pescatore, anche tu, Ione visto che sei
anche pi esperto di me sulle opere di Omero , propo-
70
Cfr. Labarbe 1949, pp. 120-30, e Rijks ba ron 2007, p. 40. Sono citati
i versi XX, 351-57 dellOdissea (con lomissione di XX, 354, probabilmente
per ragioni legate al testo letto da Platone; cfr. Labarbe 1949, pp. 121-24 e
410-11): Teoclimeo, portato a Itaca da Telemaco, li pronuncia allinterno di
una fosca visione che anticipa la distruzione dei pretendenti.
71
Cfr. Labarbe 1949, pp. 130-36, e Rijks ba ron 2007, pp. 46-47. Teico-
machia la denominazione tradizionale per la battaglia sotto le mura di
Troia, narrata nel XII canto dellIliade. Platone ne cita i vv. 200-7, che de-
scrivono un nefasto presagio per i Troiani. Il testo platonico riproduce per-
fettamente quello omerico.
72
Con un accento gi evidentemente ironico Socrate incita Ione a indi-
care passi che possano propriamente rappresentare elementi dellinsieme di
oggetti specifico dellarte ra pso dica. Socrate stabilisce cos in modo implicito
la propria tematizzazione di arte come parametro per la valutazione della ra-
pso dia, e sfida Ione ad adeguarsi a esso per poter ancora rivendicare il posses-
so di in termini platonici. La prima risposta di Ione, tutti (539e6),
serve a Platone per mostrare nella concretezza della confutazione lapplica-
zione della regola per cui le arti hanno insiemi propri di oggetti (cfr. supra la
nota 62), mentre il seguito evidenzia come Ione non sia in grado di fornire
oggetti validi, dunque che la ra pso dia (almeno quella incarnata da Ione) non
merita lo statuto di arte.
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540 [a]


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ione, 539e-540b 365
nimi allo stesso modo versi tali da essere propri del ra-
pso do e dellarte della ra pso dia, quelli che sugli altri uo-
mini spetta al ra pso do osservare e valutare.
ione Io, Socrate, affermo che sono tutti.
socrate No, Ione, tu non affermavi che sono tutti...
Non avrai mica una memoria cos corta? Bada, lavere
una memoria corta non conveniente per un uomo che
esercita la ra pso dia!
73
.
540 [a] ione Ma che cosa ho dimenticato?
socrate Non ricordi di aver affermato che larte
della ra pso dia diversa da quella della guida del carro?
ione Lo ricordo.
socrate E non eri daccordo che, essendo essa diver-
sa, conoscer cose diverse?
74
.
ione S.
socrate Secondo il tuo discorso, quindi, larte della
ra pso dia non le conoscer tutte, e cos neanche il ra pso do.
ione Forse, Socrate, a parte quelle di questo tipo.
socrate Intendi dire tutte [b] a parte quelle del-
le altre arti?
ione Qualcosa del genere
75
.
socrate Ma esattamente quali conoscer, visto che
non le conoscer tutte?
ione Quelle di questo tipo, credo: quelle che di caso
in caso conveniente dire per un uomo o per una don-
73
Laffermazione di Socrate (che riprende unaccusa classicamente rivolta
a figure sofistiche di secondo piano; cfr. Gorg., 466a6-8 e Hipp. Min., 369a7-
8) ironica in due sensi: da un lato inizia a insinuare il tema del co-
me criterio di valutazione, che poi sar impropriamente utilizzato da Ione
(cfr. infra la nota 76); dallaltro serve a mostrare ulteriormente, e stavolta in
modo esplicito, la scarsa conoscenza che Ione ha dei poemi (cfr. gi supra le
note 65 e 67).
74
Le due ammissioni di Ione, limitate in realt allassenso a Socrate, so-
no in sequenza a 538b4-6.
75
In base alla nuova collazione dei manoscritti, Rijks ba ron 2007, pp. 215-
218, ha dimostrato che W isola con due dicola (:) attribuendolo
a Ione; gli altri testimoni non offrono segnali chiari, bench convergano co-
munque nellattribuire a Socrate questo passaggio. La disposizione delle bat-
tute resa da W rende in effetti pi efficaci sintassi e contenuto, e per que-
sto viene qui mantenuta bench sia estremamente dubbia da un punto di
vista tradizionale.
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na, per uno schiavo o per un uomo libero, per chi co-
mandato o per chi comanda
76
.
socrate Intendi forse, per esempio, che il ra pso do
conoscer meglio di un timoniere quali parole conve-
niente dire per chi comanda un vascello battuto dalla
tempesta in mare aperto?
ione No, anzi: meglio il timoniere!
socrate Invece, il ra pso do [c] conoscer meglio
del medico quali opportuno dire per chi comanda le
azioni di un malato?
ione Questo no di certo.
socrate Ma allora intendi quelle siffatte, che siano
convenienti per uno schiavo?
ione S!
socrate A tuo avviso, per esempio, sar il ra pso-
do e non il bovaro a conoscere quelle che conviene dire
a uno schiavo bovaro per calmare i suoi buoi divenuti
irrequieti?
77
.
76
La risposta di Ione si basa probabilmente sul fatto che il termine preposto
a designare il genere epico, in opposizione a , ecc. , e la presenza
nei poemi di narrazioni, dialoghi, ecc., possono rimandare all (infinito
aoristo di , dire): in questo senso la formulazione di Ione rias sume con
grande concentrazione largomento dellepica, le azioni e le conversazioni di
uomini e donne, schiavi e uomini liberi, padroni e subordinati (cfr. gi 531c1-
d2). Nella stessa prospettiva, il significato che Ione attribuisce a ha
a che fare con la resa poe tica (per luso del termine nellesegesi omerica pre-
platonica cfr. Lanata 1963, p. 106, nota 3) di tali scene e conversazioni, un
significato ben lontano da quello propriamente platonico (a cui comunque,
con ogni probabilit, si vuole alludere; cfr. supra lintroduzione, pp. 297-98)
ma in fondo vicino a quello esteriore su cui converge Ippia nellIppia mag-
giore (293e11 sgg. con le note 98, 100 e 107).
77
Socrate confuta Ione specificando le sue generali indicazioni, cio calando
ciascuna affermazione in uno specifico contesto tecnico: ogni asserzione sar
cos propria di una certa arte. Larticolazione della confutazione ha certamente
dei tratti ironici, in quanto individua delle situazioni concrete e poco celebrate
a fronte del tono ben pi roboante con cui Ione ha presentato gli oggetti della
ra pso dia. Nel fare questo, tuttavia, Socrate non del tutto scorretto e probabil-
mente non fraintende Ione: se questi alludeva alle scene epiche, Socrate ha solo
sciolto la formulazione generale proponendo situazioni comunque riscontrabili
nei poemi. Al contempo, proprio in questo frangente appare chiara la carenza
di Ione nel cogliere una possibile via duscita: pur suggerendo una delle speci-
ficit della letteratura, cio il proporre solo una rappresentazione di azioni, non
isola il suo contenuto in quanto tale, ma segue Socrate nellambigua assimila-
zione tra operazioni e loro rappresentazioni poe tiche (cfr. gi supra la nota 62).
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ione, 540c-e 369
ione No di certo.
socrate Invece quelle siffatte, che conveniente
dire sulla lavorazione della lana per una donna che fili?
ione No.
socrate Conoscer allora quelle siffatte, che con-
veniente dire per un uomo che eserciti la strategia,
[d] nel momento in cui inciti i soldati?
ione S
78
, il ra pso do conoscer cose di questo tipo!
socrate Allora? Larte della ra pso dia della stra-
tegia?
79
.
ione In effetti, posso affermare di essere un cono-
scitore di tali cose, quelle che opportuno dire per uno
stratega.
socrate Allora, Ione, sei egualmente anche un esperto
di strategia. Ora, se per assurdo fossi, non so, un esper-
to di ippica e insieme di citaristica, conosceresti i cavalli
buoni da cavalcare e quelli cattivi. Ma se, parlando an-
cora per assurdo, io ti chiedessi: [e] Con quale arte,
78
Per sanare il testo trdito, , qui preferibile rinunciare alla trop-
po incisiva integrazione di Rijks ba ron 2007, pp. 221-22 < > (per
< Zeus >) e recuperare (con i precedenti editori) la congettura antica (forse
bessarionea, nel ms. Marc. gr. 186) (s), sostenuta anche dalla plausibi-
lit di unaffermazione omogenea alla precedente serie di risposte negative.
79
La traduzione tenta di mantenere la formulazione greca: lo stesso ag-
gettivo in -, se sostantivato ( -), indica larte qui larte della
ra pso dia , mentre senza articolo lattivit/lambito di oggetti di unarte
(qui quelli propri della strategia). Larte della ra pso dia sembrerebbe cio
occuparsi anche della strategia, cio inglobare la strategia.
Lesempio a cui Ione ha finalmente dato lassenso indica, come gi i pre-
cedenti, unapplicazione specifica della descrizione generale che ha fornito
a 539d5-e5. A farlo capitolare sono infatti motivi estrinseci di varia natura:
la preponderanza dellargomento militare nellepica omerica e la particolare
importanza di questo aspetto sugli altri (la navigazione, la medicina, la tessi-
tura, la pastorizia). Flashar 1958, pp. 86-87, ha inoltre sottolineato la carat-
teristica affinit rivendicata dai sofisti (per la relazione tra Ione-ra pso do e
atteggiamenti sofistici cfr. gi supra la nota 1) tra la propria arte e la compe-
tenza in materia militare. La confutazione che segue mostra una nuova mos-
sa dialettica di Socrate. Ione non coglie che quanto si ostina ad affermare
contrasta con la tematizzazione di arte precedentemente convenuta, poich
identifica due arti e i relativi oggetti. A 541a3-4, dunque, Socrate potrebbe
evocare nuovamente il principio di distinzione delle arti; egli, per, evita di
farlo, segue Ione nelle sue dichiarazioni per poi colpirlo ironicamente con un
argomento ben pi semplice e pratico, tratto dalla realt politica, forse luni-
co che Ione riesca a cogliere.
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541 [a]


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ione, 540e-541b 371
Ione, conosci i cavalli buoni da cavalcare, quella con la
quale sei un esperto del cavalcare o quella con la quale
sei un citarista? cosa mi risponderesti?
ione Io farei: Quella con la quale sono un esperto
del cavalcare.
socrate Dunque, se per assurdo fossi anche in gra-
do di valutare quelli che suonano bene la cetra, saresti
daccordo che sapresti valutarli proprio in virt di quella
con la quale sei un citarista, e non di quella con la quale
sei un esperto del cavalcare. cos?
ione S.
socrate Ma visto che conosci ci che riguarda leser-
cito, lo conosci in virt dellarte con la quale sei un
esperto di strategia o in virt di quella con la quale sei
un buon ra pso do?
ione Non mi pare che differiscano in nulla.
541 [a] socrate In che senso dici che non differisco-
no in nulla? A tuo avviso larte della ra pso dia e larte
della strategia sono una sola arte oppure due?
ione Una sola, mi pare.
socrate Quindi chiunque sia un buon ra pso do si tro-
va a essere anche un buono stratega?
ione Assolutamente, Socrate.
socrate Dunque, vale anche che chiunque si trovi a
essere un buono stratega buono anche come ra pso do?
ione Questo invece non mi pare.
socrate Laltra cosa, invece, pare a te, cio che chiun-
que sia [b] un buon ra pso do anche un buono stratega?
ione Certamente.
socrate E tu non sei il miglior ra pso do tra i Greci?
ione Di gran lunga, Socrate.
socrate E allora anche come stratega, Ione, sei il
migliore tra i Greci?
ione Devi esserne certo, Socrate! E questo proprio
perch ho appreso quanto ne ha detto Omero.
socrate Ma allora, per gli di, perch mai tu, Ione,
pur essendo il migliore dei Greci in entrambi i campi,
come stratega e come ra pso do, pratichi la ra pso dia viag-
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372 platone
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[e]
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ione, 541b-e 373
giando in missione
80
tra le genti greche, ma non eserciti
la strategia? O [c] ti pare che per i Greci sia di gran-
de utilit un ra pso do incoronato con una corona dorata,
mentre uno stratega di nessuna?
ione Il fatto, Socrate, che la nostra citt coman-
data da voi e sottoposta ai vostri strateghi, quindi non
ha alcun bisogno di uno stratega; la vostra citt e quella
dei Lacedemoni, daltro canto, non potrebbero sceglier-
mi come stratega: credete infatti di bastare a voi stessi
81
.
socrate Ottimo Ione, non conosci Apollodoro di
Cizico?
ione Che uomo sar mai?
socrate Quello che pi volte gli Ateniesi hanno
scelto come proprio stratega [d] bench fosse stra-
niero. E anche Fanostene di Andro e Eraclide di Cla-
zomene: bench stranieri, questa nostra citt li eleva
alla strategia e ad altre cariche, perch hanno mostra-
to di essere degni di considerazione. E ora, invece,
non sceglier come stratega n onorer Ione di Efeso,
qualora paia degno di considerazione? E poi, voi Efe-
sini non siete di origine ateniese? E non forse ve-
ro che Efeso [e] non inferiore a nessuna citt?
82
.
80
Letimologia (strumento retorico tipico dellepica greca) -
(la traduzione tenta di renderla forzando in viaggiando in missio-
ne) sembra confermare le ipotesi sulla scelta del nome dellinterlocutore da
parte di Platone; cfr. supra la nota 1.
81
Ione non rifiuta una descrizione politica, anzi sarebbe ben felice di es-
sere scelto addirittura come stratega ateniese; ci sembra rimandare a una
qualche ispirazione sofistica del ra pso do (cfr. supra la nota 1). per diffi-
cile non vedere in queste righe una certa ironia di Platone nei confronti della
propria citt: supponendo che il dialogo sia ambientato durante la guerra del
Peloponneso (cfr. la nota seguente), Platone facendo riferimento alle leve
della democrazia ateniese e a quelle acquisite esercita una forte ironia in
relazione al triste esito del conflitto.
82
Efeso una citt della Ionia, le cui genti sono tradizionalmente vicine
alle popolazioni attiche di Atene. Per quanto Efeso sia stata alleata di Ate-
ne anche dopo la morte di Socrate, cio durante la guerra di Corinto (per la
quale cfr. infra la nota 76 al Menesseno), essa fu realmente assoggettata dal-
la citt solo fno al 412 (cfr. Moore 1974, pp. 431-32); una datazione simile
per questo cenno inoltre suggerita dal riferimento a Sparta e Atene come
due potenze assolute e contrapposte. Indicazioni analoghe, anche se non del
tutto coerenti, provengono dalle fgure citate: quasi nulla noto di Apollo-
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ione, 541e-542a 375
In realt
83
, Ione, se vero quanto dici, che sei in grado
di lodare Omero per arte e conoscenza, commetti unin-
giustizia. Vedi, proprio tu, che sostieni di sapere molte
e belle cose su Omero e prometti di esibirle, mi ingan-
ni e, lungi dal produrre la tua esibizione oratoria, sei
il primo a non voler dire quelle cose sulle quali sei for-
midabile nonostante io insista ormai da molto tempo.
Anzi, come Proteo assumi spontaneamente ogni forma
cambiando costantemente traiettoria, finch allultimo
momento, per sfuggirmi, mi appari di nuovo in veste di
stratega 542 [a] con il solo fine di non esibire le capa-
cit formidabili della tua sapienza su Omero. Se dunque
possiedi unarte e come or ora dicevo pur avendo pre-
so limpegno di esibirti su Omero mi inganni, sei ingiu-
sto. Se invece non possiedi alcuna arte, ma sei posseduto
da Omero per una certa prossimit divina e dici molte e
belle cose sul poe ta pur senza sapere nulla esattamente
come dicevo di te
84
non commetti alcuna ingiustizia.
Scegli dunque quale delle due cose dobbiamo ritenere,
che tu sei un uomo ingiusto o uno divino.
doro di Cizico (cfr. Nails 2002, p. 40) oltre questa citazione, ma si suppone
sia stato naturalizzato intorno al 410; poco di pi si sa di Fanostene di An-
dro (cfr. Nails 2002, pp. 235-36), la cui naturalizzazione databile grazie a
un'iscrizione tra il 410 e il 407; per la dubbia interpretazione di due decreti
stato a lungo ritenuto che Eraclide di Clazomene sia stato naturalizzato solo
nel 392/1 (alcuni critici hanno visto qui un anacronismo o basi per dichiarare
spurio il dialogo; cfr. le rassegne di Flashar 1959, pp. 1-16, e Moore 1974,
pp. 432-38, e le pagine di quest'ultimo per una confutazione di tali posizio-
ni), ma pare probabile che la naturalizzazione risalga piuttosto al 424/3(cfr.
Nails 2002, pp. 159-60).
83
Largomento ha toni evidentemente ironici: Ione ingiusto perch
non conduce quell su Omero che Socrate gli ha per due volte im-
pedito di esibire (530d9-531a2 e 536d6-e2). Proprio per questo, la scelta di
Ione ancora pi paradossale: senza rivendicare la propria correttezza, si la-
scia blandire dalla descrizione come divino, ampiamente tradizionale per
i poe ti. Flashar 1958, pp. 88-90, ha proposto che Platone voglia descrivere
Ione come realmente ingiusto in quanto figura sofistica, dunque sfuggente,
proteiforme, contraddittoria e priva di arte. In realt, un simile finale sbri-
gativo e ironico suggerisce soprattutto la possibilit che vi sia qualcosa di ul-
teriore e importante da dire sulla poe sia, o meglio, su una possibile autentica
poe tica filosofica (cfr. Gaiser 1984, p. 112). Per la struttura letteraria della
conclusione cfr. supra lintroduzione, pp. 299-301.
84
A 536b4 sgg.
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376 platone
[b] , ,
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ione, 542b 377
[b] ione Divino, e di gran lunga, Socrate: ampia-
mente pi bello essere ritenuto divino.
socrate E allora, Ione, per quanto ci riguarda ti ap-
partiene proprio questa pi bella qualifica, di essere, su
Omero, un autore di lodi divino e non in possesso di arte.
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MENESSENO
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Introduzione
Il sottotitolo del Menesseno
1
nelle antiche classificazio-
ni dei dialoghi platonici
2
, discorso funebre,
del genere etico. La parte maggiore del dialogo infat-
ti costituita da una lunga orazione funebre in onore dei
caduti in guerra tenuta da Socrate dopo il suo incontro
con Menesseno, giovane in procinto di intraprendere la
carriera politica. Lorazione, stando alla stessa dichia-
razione di Socrate, stata da lui udita il giorno prima
da Aspasia. La parte finale dellepitafio costituita da
una prosopopea in cui Socrate riferisce, dichiarando di
averlo udito direttamente dalla loro voce, il discorso che
i padri-antenati nellimminenza del pericolo raccoman-
davano venisse fatto ai loro figli in caso di morte: una
toccante esortazione alla virt che culmina in una pero-
razione a favore degli onori da rendere ai caduti. Il dia-
1
Ledizione pi recente, con commento, Tsitsiridis 1998. Tra le tradu-
zioni recenti con commento si segnala Loayza 2006 (traduzione francese, con
introduzione e note). Tra i molti studi si vedano in particolare Scholl 1959;
von Lwenclau 1961; Kennedy 1963, pp. 158-65; Kahn 1963; Vlastos 1973;
Loraux 1974; Clavaud 1980, che contiene anche (pp. 17-77) un resoconto
analitico della letteratura precedente, inclusa la pi antica; Labriola 1980;
Coventry 1989; Labarbe 1991; Collins-Stauffer 1999; Tulli 2003.
2
Fin da Aristotele (Rhet., III, 14, 1415b30) la tradizione antica utiliz-
za spesso il titolo , proposto dai manoscritti come sottotitolo. Se,
come probabile, il titolo voluto da Platone era Menesseno, lattribuzione del
sottotitolo ammettendo che non fosse gi stato stabilito da Platone deri-
va dal corpo del dialogo, che consiste appunto in un epitafio; per la questione
cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 127-29. Anche altri autori, generalmente legati alla
tradizione socratica e platonica, scrissero opere intitolate Menesseno forse
ispirandosi a Platone ; secondo Diogene Laerzio (III, 60, 3-4) il dialogo
di genere etico.
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382 introduzione
logo si conclude con la promessa fatta da Socrate a Me-
nesseno scettico circa leffettiva provenienza del
da Aspasia di altri discorsi politici, belli e numerosi.
1. Interpretazioni e problemi del dialogo.
Il Menesseno stato definito il pi enigmatico tra i dia-
loghi platonici
3
e quello che presenta il ritratto di Socrate
pi paradossale. Sono molti, in effetti, i problemi posti
dal dialogo
4
. Il pi immediato un vistoso anacronismo:
nel corso dellorazione, che si profonde in un encomio di
Atene nella sua storia dalle origini al presente, ci si riferi-
sce ad avvenimenti relativi alla guerra corinzia e alla pace
di Antalcida, con cui essa si concluse (386 a.C.); siamo
dunque a tredici anni dalla morte di Socrate. Anacroni-
smo complementare il fatto che linterlocutore di So-
crate, Menesseno, se deve essere identificato secondo
lopinione prevalente
5
con uno dei personaggi del Li-
side, presente inoltre nel Fedone alla morte di Socrate
6
,
difficilmente poteva essere nel 386 un giovane in pro-
cinto di intraprendere la carriera politica. Ugualmente
enigmatica la dichiarazione di Socrate che il discorso
proviene da Aspasia, la concubina di Pericle che ebbe
grande influenza culturale e suscit grande interesse nei
circoli socratici, anchella quasi sicuramente gi morta
alla data fittizia del dialogo (aveva dato a Pericle un fi-
glio che nel 406, alla battaglia delle Arginuse, era gi
stratega). Stando a quel che dichiara Socrate (236a-b),
Aspasia, autrice dellepitafio pronunciato a suo tempo
3
Friedlnder 2004, p. 633 (=1964, vol. II, p. 202); Kahn 1963, p. 220.
Critico Clavaud 1980, p. 65: il termine rivelerebbe solo la scarsa convinzio-
ne di alcuni autori rispetto alle loro stesse tesi.
4
Che hanno portato alcuni (Momigliano, Bluck, Tigerstedt) a sostenerne
linautenticit: cfr. Thesleff 1982, p. 116, nota 1.
5
Eccezioni: Rosenstock 1994; Dean Jones 1995, secondo cui si tratta di
Menesseno figlio di Socrate; cfr. infra la nota 1 del commento. Dubbi erano
gi stati espressi da Wilamowitz 1919-20, vol. I, p. 185.
6
Cfr. Phaedo, 59b.
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menesseno 383
da Pericle
7
, avrebbe in parte improvvisato, in parte fat-
to uso, incollandoli, di spezzoni residuali di quel discor-
so. Lopinione sfavorevole di Platone nei confronti di
Pericle
8
e la critica, altrove esplicita
9
, a questa modali-
t di composizione di uno scritto sembrano gi mettere
in cattiva luce il discorso che segue. Lorazione funebre
di Socrate-Aspasia contiene poi, nella sua ricostruzione
della storia politica e delle gesta di Atene, una serie di
forzature e distorsioni, omissioni e falsificazioni pi o
meno palesi che hanno colpito i lettori moderni e delle
quali si cercato di determinare le finalit, con spiega-
zioni spesso divergenti o antitetiche. Pi in generale, non
sono immediatamente evidenti i motivi e le finalit che
possono avere indotto Platone, severo critico della re-
torica in generale, a cimentarsi nel genere dellorazione
funebre. Secondo lipotesi pi riduttiva, si tratterebbe
di un discorso redatto ad arte da Platone per mostrare
che le sue capacit non sono inferiori a quelle dei retori
contemporanei
10
. La prestazione fornita da Socrate da
lui stesso qualificata, prima che abbia inizio, nei termi-
ni di uno scherzare (, 236c9); ci sembrereb-
be porre una pesante ipoteca sulla orazione che segue e
vanificare in partenza la sua stessa validit, inducendo
legittimi sospetti circa la seriet del suo contenuto. Lo
scherzare e il gioco, tuttavia, possono avere in Pla-
tone una funzione pi seria di quanto si sia immediata-
mente portati a pensare
11
.
Nellantichit, in ogni caso, lorazione fu unanime-
mente presa sul serio
12
. Cicerone (Orator, 44, 151; cfr.
7
Di questa orazione abbiamo la versione di Tucidide; per il rapporto con
lorazione del Menesseno cfr. infra.
8
Cfr. Gorg., 515d-516d; 519a; Men., 94b; Prot., 319e-320a.
9
Phaedr., 278d-e.
10
Wilamowitz 1920, vol. II, p. 126 sgg.; questo non esclude per W. che
il dialogo avesse finalit politiche.
11
Cfr. Phaedr., 276b-e; 277e: in ogni scritto c ; Symp., 215c-e;
cfr. von Lwenclau 1961, pp. 144-48.
12
Secondo Eucken 1983, pp. 162-65, tuttavia, gi Isocrate avrebbe con-
siderato il Menesseno come una caricatura.
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384 introduzione
infra) riferisce che ad Atene era abituale recitarla ogni
anno, e anche altri retori antichi la citano senza il mi-
nimo dubbio che il suo contenuto non vada preso alla
lettera
13
. Tra i moderni invece prevalsa linterpreta-
zione ironica, sorretta da una serie di dati oggettivi:
linnegabile ironia sottesa al dialogo iniziale, il ricorso
ad Aspasia, le eclatanti distorsioni storiche, lassunzio-
ne dei medesimi toni e registri stilistici della vituperata
retorica. Interpretazione che ha portato a considerare
il dialogo una satira parodistica della retorica, inizial-
mente oggetto di una lode il cui carattere ironico im-
mediatamente riconosciuto da Menesseno, o una critica
della democrazia ateniese e del suo massimo rappresen-
tante, Pericle
14
, o entrambe le cose
15
. Gorgia in partico-
lare stato riconosciuto quale principale bersaglio, e la
composizione del Gorgia platonico risale probabilmente
agli stessi anni
16
; ma oggetti possibili di polemica sono
stati individuati anche in Tucidide e nel celebre epita-
fio pericleo delle Storie
17
, spesso analizzato in parallelo.
Lencomio funebre, genere in cui Platone doveva veder
convergere i vizi della retorica e quelli della politica, si
prestava particolarmente bene allo scopo. Lepitafio
stato dunque interpretato come una caricatura, o quan-
tomeno una imitazione ironico-parodistica della retori-
ca adulatoria dellepoca nella sua indifferenza alla ve-
rit, indicativo di un modello negativo da non seguire
(lanacronismo relativo a Socrate avrebbe, secondo al-
cune interpretazioni, la funzione di segnalare le inten-
13
Dionigi di Alicarnasso (Demosth., 23-30) cita e commenta lorazione,
lodando lintroduzione, criticando la parte intermedia per le sue esagerazioni
retoriche e riportando alla lettera lultima parte.
14
Labriola 1980; Loraux 1993, pp. 315-29.
15
Nella sua forma pi vigorosa e dettagliata linterpretazione ironica
stata sostenuta da Clavaud 1980, partendo dal vecchio studio di Berndt 1881;
cfr. anche Vlastos 1973; Loraux 1974; Henderson 1975; Coventry 1989.
16
Cfr. Dodds 1959, p. 24, nota 2. Per elementi di dipendenza di Platone
da Gorgia cfr. invece Tulli 2007.
17
Per esempio Pohlenz 1913, pp. 256-309; questo vale anche nella diver-
sa prospettiva propria dellinterpretazione seria: Scholl 1959, pp. 99-117;
Kahn 1963, pp. 224 e 231 (Tucidide e anche Lisia).
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menesseno 385
zioni simulatorie)
18
. In alcune versioni dellinterpreta-
zione ironica naturalmente possibile riconoscere un
messaggio positivo nel Menesseno, consistente nel mo-
strare la necessit che la politica si fondi sulla filosofia
e le conseguenze negative che derivano dalla mancata
attuazione di questo principio
19
.
Linterpretazione ironica deve per fare i conti con
altri dati, che fanno presumere intenti seri. Molte indi-
cazioni e giudizi relativi ai fatti storici sembrano colli-
mare con posizioni espresse da Platone in contesti non
certamente satirici, e alcune tesi etiche esprimere lau-
tentico sentire platonico. Accanto alla critica ironica
o alla satira sarebbero riconoscibili elementi di seriet
e dichiarazioni sincere che rivelano finalit pedagogi-
che e convinte motivazioni politiche, con lintento, da
parte di Platone, di agire concretamente sulla realt; in
alcuni casi si poi ritenuto di poter individuare scopi
molto precisi
20
. Lorazione stata interpretata, in que-
sta prospettiva, come una condanna dellimperialismo
ateniese e dei suoi esiti disastrosi concretizzatisi nei
fatti che si conclusero con la pace del Re; un appello
allunit della Grecia contro il barbaro, secondo il dif-
18
Mridier 1931, p. 64; Guthrie 1975, p. 320; la stessa idea circa la fun-
zione dellanacronismo, sotto il segno di uninterpretazione diversa, in Ro-
senstock 1984. Lanacronismo del Socrate redivivo non va sovrainterpretato
(cfr. in proposito Tulli 2003, pp. 91-94): il genere dei ,
di cui fanno parte anche i dialoghi platonici, fa solitamente parlare non il
Socrate storico, ma un Socrate idealizzato, proponendo quello che Socra-
te avrebbe detto, nelle intenzioni dellautore, se fosse stato ancora vivo.
Nonostante interpretazioni anche molto suggestive, dietro il visibile ana-
cronismo, che non lunico nei dialoghi, non sono probabilmente da deci-
frare altre intenzioni se non quella di ribadire lautorevolezza e lattualit
della figura di Socrate.
19
Per esempio Coventry 1989.
20
Per esempio Huby 1957: il Menesseno sarebbe stato composto per
smuovere la coscienza degli Ateniesi in un momento storico in cui i tagli alle
spese andavano a colpire i caduti (cfr. Lisia, XIX, 11; in questo senso si era
espresso gi Pohlenz 1913, p. 296, sottolineando la richiesta di tutela e assi-
stenza degli orfani di guerra); secondo Kahn 1963, p. 230, si tratta del primo
tentativo da parte di Platone di influenzare la politica ateniese dopo il suo
ritorno dal viaggio in Sicilia. Un obiettivo politico era riconosciuto anche da
Wilamowitz 1920, vol. II, pp. 126 sgg.
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386 introduzione
fuso ideale panellenico (da Gorgia a Isocrate); e come
un complementare encomio dellAtene delle origini, o
di una Atene idealizzata secondo i desideri e gli auspi-
ci di Platone; o ancora, come un modello di corretta
retorica funebre con intenti parenetico-protrettici, da
sostituire a quella vigente, e ci in linea con il pi ge-
nerale progetto platonico di rimpiazzare la disprezzata
retorica corrente con una sua nuova versione filosofi-
camente fondata
21
.
Particolare supporto a uninterpretazione che indivi-
dui elementi di seriet stato offerto dalla prosopopea
finale, nella quale evidente un cambiamento di registro,
sottolineato da quasi tutti gli interpreti
22
: abbandonato
ogni riferimento ai fatti storici e venuto meno il terreno
pi adatto a falsificazioni e distorsioni, la parte conclu-
siva del discorso sviluppa una commossa esortazione al-
la virt civica. Il sincero tono protrettico e lapparente
sensatezza dei contenuti, esaltati in gran parte da una
sapiente padronanza degli strumenti retorici, rendono
pi difficile decifrare tratti e scopi ironici; sono stati
qui individuati, al contrario, segni evidenti di dottrine
platoniche, inclusa la tesi dellunit della virt. E tutta-
via stato possibile interpretare anche questa parte nel
segno dellironia, ridimensionando la portata filosofica
delle tesi espresse: si tratterebbe nel migliore dei casi di
generici richiami a valori civici ed etico-politici per lo pi
accettati e condivisibili, privi di autentiche connessioni
con la filosofia platonica, se non addirittura di formule
inaccettabili e prive di significato
23
.
La presenza di due componenti, seriet e ironia, che
difficilmente si riescono a sopprimere per intero, induce
a considerare troppo angusta lalternativa Scherz /Ernst.
21
Per questo filone interpretativo cfr. Harder 1934; Scholl 1959; von
Lwenclau 1961; Gaiser 1963; Kahn 1963; Kennedy 1963; Thurow 1968.
22
Notato gi da Plutarco (Pericl., 23). Un mutamento di tono riconosciu-
to naturalmente anche dai sostenitori dellinterpretazione ironica.
23
Per esempio Mridier 1931, pp. 71-73; Guthrie 1975, pp. 318-19; Cla-
vaud 1980, pp. 203-28; Coventry 1989, pp. 14-15.
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menesseno 387
Molte tra le interpretazioni ricordate, che presentano
sfumature di cui impossibile qui dare completamente
conto, ricercano un equilibrio tra queste due componen-
ti, e si lasciano difficilmente inquadrare entro schemi
rigidi, individuando la tensione tra i due aspetti nellin-
tero dialogo, o tra le sue parti, con possibili variazioni:
ironico solo il iniziale di Socrate sui retori, serio
tutto il resto; ironica la parte storica dellepitafio, seria
la prosopopea finale; oppure, un misto di ironia e serie-
t che pervade lintera orazione. Lestrema variet del-
le interpretazioni divergenti, come si visto, rispetto
alla stessa finalit complessiva dello scritto conferma
lenigmaticit del Menesseno, facendone un interessante
oggetto di indagine.
2. Brevi cenni storici.
La composizione del Menesseno risale con tutta pro-
babilit al periodo immediatamente successivo alla pa-
ce di Antalcida, o pace del Re (386 a.C.), ai cui esiti
si fa riferimento nel corso dellorazione. Il trattato di
pace segn la fine della guerra corinzia, combattuta da
Sparta contro la Persia e sul fronte interno contro Atene
e le altre maggiori citt greche (Tebe, Argo, Corinto).
Il nodo della questione era costituito dalle richieste di
aiuto rivolte a Sparta dalle citt greche dAsia minore,
minacciate dalla Persia.
In questa guerra il gioco delle alleanze non fu per li-
neare, con ribaltamenti vari della politica spartana ver-
so la Persia e atteggiamenti ambivalenti di Atene, da
un lato sostenuta anche finanziariamente dalla Persia,
dallaltro pur sempre ostile a essa e impegnata in pi
circostanze in azioni antipersiane. La guerra si svolse
su vari fronti, con vittorie alterne. Dopo la sconfitta su-
bita nella guerra del Peloponneso contro Sparta, Atene
si era gradualmente risollevata, grazie anche agli aiuti
finanziari ottenuti dalla Persia tramite la mediazione
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388 introduzione
di Conone (cui si allude nel Menesseno a 245a), rialle-
stendo una flotta e ricostruendo le lunghe mura (392);
ci suscit gli ovvi timori di Sparta, gi logorata da una
guerra condotta su due fronti, e fu uno dei fattori che
favorirono gi prima del 386 una linea incline alle trat-
tative di pace con i Persiani (trattative di Sardi, 392).
Nel contempo era sempre pi cresciuta, almeno sul pia-
no culturale-ideologico, la consapevolezza di una forte
identit ellenica nella sua distinzione dal barbaro, con
la graduale formazione di un ideale panellenico.
Durante le prime trattative di pace prese corpo lipo-
tesi di cedere alla Persia le citt greche dAsia in cam-
bio dellautonomia delle altre citt greche, alla quale
inizialmente gli Ateniesi (unici, secondo il Menesseno) si
opposero. La questione fu in ogni caso ad Atene molto
controversa. La pace finalmente stipulata nel 386 pre-
vedeva, in cambio dellautonomia delle citt greche e
di alcune cleruchie che rimanevano sotto il controllo
ateniese (le isole di Lemno, Imbro, Sciro), la definitiva
rinuncia allautonomia delle citt greche dAsia mino-
re, consegnate al controllo persiano; un esito difficile
da accettare per tutti coloro che tra i quali lo stesso
Platone rivendicavano con orgoglio lidentit elleni-
ca nella sua profonda diversit dal barbaro, lantico
nemico persiano. Questa rivendicazione costituisce il
nerbo della tensione morale, ironica o meno, dellora-
zione del Menesseno.
3. Il genere dellepitafio.
Annualmente aveva luogo ad Atene una cerimonia
funebre in onore dei caduti in guerra (cfr. Tucidide,
II, 34, 1-7), accompagnata da unorazione, lepitafio,
pronunciata da una personalit di rilievo designata dal-
la . Secondo quanto si legge in Demostene (Or.,
XX, 141), si trattava di una peculiare usanza ateniese;
lepitafio venne poi a costituire una tipologia allinterno
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menesseno 389
del genere oratorio epidittico. La letteratura di questo
genere a noi pervenuta non molto vasta
24
; tra i pi ce-
lebri epitafi si annovera termine di confronto impor-
tante per il Menesseno quello pronunciato da Pericle
al termine del primo anno della guerra del Peloponneso
nella versione che ne offre Tucidide (II, 34, 8 - 46, 2),
sicuramente una rielaborazione condotta secondo i ca-
noni della storiografia antica.
Lepitafio, per quel che ne possibile ricostruire, si
svolgeva secondo rubriche fisse: la celebrazione dei morti
tramite un encomio della loro terra di origine, in alcuni
casi con esaltazione dellautoctonia ateniese, e il ricor-
do delle gesta degli antenati; lelogio della costituzione
politica e della conforme educazione dei caduti; in con-
clusione, una consolazione dei parenti e unesortazione
ai vivi. Da questo punto di vista lepitafio tra i gene-
ri della retorica quello che permette minore libert di
azione, costringendo loratore entro moduli prestabili-
ti
25
. Allepoca di Platone esistevano probabilmente ma-
nuali di retorica in cui le relative istruzioni erano codi-
ficate, in modo tale da permettere, in caso di necessit,
limprovvisazione. Il Menesseno ci fornisce indicazioni
importanti, quando Socrate, a fronte della proclama-
ta difficolt del compito, allude allesistenza di discor-
si gi predisposti ( , 235d1-2;
cfr. infra) sui quali un oratore pu basarsi per la com-
posizione di epitafi che a volte devono essere preparati
in un tempo breve.
Questo istituto rituale, fondamentale per la coesione
sociale interna alla e per la stessa identit della
democrazia ateniese, non poteva evidentemente essere
del tutto alieno da quelle forme di adulazione che co-
24
Gli epitafi pi antichi a noi pervenuti sono, oltre a quello di Pericle-
Tucidide, alcuni frammenti di Gorgia (82A15; B27 dk), di dubbia autentici-
t; un Epitafio attribuito a Lisia (spurio), uno attribuito a Demostene (dub-
bio), uno di Iperide.
25
Kennedy 1963, pp. 154-58; Loraux 1993, pp. 231-74; Tulli 2003,
pp. 94-96. Cfr. anche infra la nota 24 del commento.
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390 introduzione
stituiscono per Platone la quintessenza della retorica
26
.
Di qui la tendenza diffusa a considerare lesemplare pla-
tonico come una imitazione con intenti satirici o una
parodia. Ma nella misura in cui si riconosce a Platone
lintento di fondare una nuova, corretta forma di reto-
rica, la questione rimane problematica.
4. La cornice dialogica.
Allinizio del dialogo Socrate incontra Menesseno,
proveniente dal , dove il consiglio si ap-
presta a designare un oratore che tenga lencomio dei
caduti. Lo stesso luogo di provenienza del giovane la-
scia supporre a Socrate che egli sia ormai in procinto
(come noi sappiamo, in ossequio a unindicazione di
Callicle nel Gorgia, ma anche di Isocrate)
27
, di abban-
donare, a ridosso dellet adulta, la sua formazione cul-
turale qui chiamata filosofia per intraprendere la
carriera politica e governare sui suoi concittadini. Una
notazione, questa, che alla luce di altri dialoghi
28
lascia
gi presentire la diffidenza di Socrate. Menesseno, pe-
raltro, si presenta come un fedele discepolo di Socrate,
rendendo manifesta la sua intenzione di dedicarsi alla
politica solo con lapprovazione del maestro. La prima
prestazione di Socrate consiste in un elogio (234c1-
235c5), visibilmente ironico, della retorica funebre, i
cui effetti sullanima del destinatario vengono descritti
nei termini di un incanto e uno stregamento che indu-
cono in chi ascolta autocompiacimento e una perdurante
26
Cfr. infra la nota 7 del commento.
27
Isocrate, Antid., 266.
28
Cfr. in Gorg., 484c e 485e le tesi di Callicle (e lanaloga tesi di Adiman-
to in Resp., 487b-d) secondo cui la filosofia unattivit che va praticata da
giovani, ma deve essere abbandonata in et matura perch inadatta alla vita
pubblica. Cfr. inoltre lintero Alcibiade I, in cui vengono messe alla prova
le ambizioni politiche di Alcibiade, mostrando la necessit che chi intende
esercitare ruoli di governo in politica possegga la virt. Cfr. anche infra la
nota 3 del commento.
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menesseno 391
estraniazione, capace di indurre la sensazione di essere
prossimi alle isole dei beati.
Elementi fortemente critici di questo genere retorico
sono gi espliciti: esso esalta anche persone di poco con-
to per il solo fatto di essere morte e produce sullascol-
tatore un effetto alienante, insieme a un ingiustificato
senso di superiorit. allopera lidea, sviluppata nel
Gorgia e poi nel Fedro, del potere decettivo della retori-
ca deteriore, strutturalmente fondata sulladulazione e
sulla falsit. Menesseno coglie senza difficolt lironia,
ma ridimensiona la critica alla retorica implicita nella
descrizione socratica (quelleffetto sembra presupporre
unaccurata e meticolosa preparazione), ricordando che
in questo frangente loratore prescelto si trover costret-
to, dato lo scarso tempo a disposizione, a improvvisare.
Socrate, di rimando, sostiene con convinzione la facilit
di tenere discorsi del genere anche allultimo momen-
to, sia perch loratore pu contare su discorsi precon-
fezionati, sia perch una notazione ripresa da Aristo-
tele e divenuta proverbiale facile lodare gli Ateniesi
davanti agli Ateniesi, mentre non lo sarebbe di fronte
agli Spartani (vale a dire, ladulazione propria della re-
torica consiste nel compiacere i destinatari dicendo loro
ci che si aspettano e predisponendoli cos a un giudizio
acriticamente positivo).
Alla domanda, se sia in grado di tenere un discorso
del genere, Socrate non risponde, come ci si potrebbe
attendere, negativamente, ma fa comunque ricadere ogni
eventuale merito della sua supposta perizia nel parlare
su quellAspasia della quale si proclama discepolo; da
lei, cui risalirebbe la composizione della celebre orazio-
ne funebre tenuta da Pericle, ha udito il discorso che
si accinge a pronunciare, composto in parte improvvi-
sando, in parte incollando pezzi (inevitabile qui pensa-
re alla descrizione contenuta nel Fedro, 278d8-e2, del
procedimento di cucitura seguito dagli scrittori di di-
scorsi) dellepitafio pericleo. Lattribuzione ad Aspasia
stabilisce come inevitabile termine di confronto lora-
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392 introduzione
zione periclea in Tucidide, pi volte esaminata in pa-
rallelo nella letteratura
29
.
5. Lorazione.
L esordi o e l autoctoni a.
Lorazione ricalca nella sua struttura moduli abituali
dellencomio funebre, facendo uso di luoghi comuni e
di uno stile piuttosto carico, intessuto di figure retori-
che e prossimo a quello gorgiano. Lencomio ricalca, nel
suo ordine interno, un modulo prestabilito, sul quale si
innestano elementi originali: proemio, celebrazione dei
natali dei caduti e della loro educazione, rassegna delle
gesta della citt, consolazione ed esortazione
30
. Dopo un
esordio basato su luoghi comuni (236d4-237c4), la cele-
brazione dei natali dei caduti, confinata inizialmente ai
loro padri, acquista una dimensione assai pi ampia. I
loro progenitori nacquero dalla terra come da una madre,
processo assunto a modello della generazione di esseri
umani da altri umani. Lencomio , pi in particolare,
una lode del territorio dellAttica, caro alla divinit, co-
me comprova la mitica contesa degli di per il suo domi-
nio. qui che si gener luomo stesso, come mostrano le
colture tipiche di questa terra, orzo e grano, nutrimen-
to basilare del genere umano. Sotto la tutela degli di, i
progenitori dei caduti ricevettero per primi il dono delle
arti e una costituzione politica.
Questi motivi sottolineano la superiorit, lantichit e
la purezza del popolo dellAttica e il suo legame origina-
rio con il territorio abitato, ma ancor pi radicalmente lo
identificano con luomo originario, facendolo assurgere
a paradigma dellumanit. Nonostante il ricorso a luoghi
29
Cfr. von Lwenclau 1961, passim. Il richiamo ad Aspasia stato talvol-
ta interpretato come unallusione allAspasia del socratico Eschine di Sfetto
(cfr. Dittmar 1912).
30
Cfr. infra, anche per i paralleli, le note 24, 25, 32, 40, 84 del commento.
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menesseno 393
comuni, Platone tratta il tema con notevole originalit;
in particolare, il topos della nobilt di natali ()
si salda con il motivo dellautoctonia, sviluppato sino
a sfociare nella dottrina dei nati dalla terra, che ha un
parallelo nel pi elaborato mito del Politico
31
e allude a
unet doro, in cui la terra offriva spontaneamente i suoi
frutti e luomo viveva ancora sotto la tutela degli di.
Il successivo elogio della costituzione (238b7-239a4) rie-
labora temi dellepitafio pericleo, apportando, non senza
evidenti forzature, significative modifiche. Laccento
posto sullininterrotta continuit temporale della costi-
tuzione, definita unaristocrazia con lapprovazione dei
pi, chiamata da alcuni democrazia, ma nella sostanza
una forma in cui a governare sono chiamati i migliori, in
base alla loro fama di virt e sapienza; si sottolinea lele-
mento sempre presente della regalit dei governanti, con
probabile riferimento alla figura dellarconte re (allepoca
una figura la cui denominazione era puramente verbale
e sicuramente non pi rappresentativa della regalit)
32
.
Luguale origine () stabilita in precedenza fon-
da da un lato il rapporto di fratellanza tra i cittadini e la
profonda differenza rispetto alle oligarchie e alle tiran-
nidi, dove tra governanti e sudditi vigono rapporti di pa-
dronanza-schiavit; dallaltro alla base delluguaglianza
secondo la legge (), interpretata come una con-
ferma dellidea che lunico criterio di supremazia di al-
cuni cittadini su altri sia costituito dalla virt. In questo
modo viene fondato il legame di continuit stabilito tra
autoctonia e forma di governo democratico-aristocratica,
la cui presunta continuit temporale costituisce la pi evi-
dente tra le forzature sul piano storico
33
.
31
Cfr. infra la nota 25 del commento. Secondo questo mito (Pol., 268d-
274e), nellet di Crono, quando il dio accompagnava il cammino del mondo,
egli guidava e assisteva come un pastore la razza degli uomini, che nascevano
dalla terra e non si riproducevano luno dallaltro; unera prepolitica, pretec-
nica e prefilosofica. Quando invece il dio si ritir, il mondo, abbandonato a se
stesso, ruot in senso inverso procedendo nel senso di un crescente disordine.
32
Cfr. infra la nota 34 del commento.
33
Cfr. infra la nota 36 del commento.
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394 introduzione
I fatti stori ci .
Le gesta dellAtene storica si qualificano nel segno
della virt (), e della libert (), motore
delle guerre contro il barbaro, ma anche di quelle intra-
elleniche. Particolare risalto viene dato alla continuit
della virt di Atene, che ha costituito un modello per
lagire coraggioso dei suoi cittadini e per la loro educa-
zione (), e al suo ruolo guida nella difesa della
libert della Grecia. Lintera sezione costellata da una
serie di omissioni ed esagerazioni, distorsioni, se non
falsificazioni della realt storica.
La ricostruzione storica allude solo di passaggio ai fatti
pi antichi e prende le mosse dalle guerre persiane, nelle
quali il ruolo di Atene viene ingigantito a scapito delle
altre citt greche. La battaglia di Maratona sarebbe sta-
ta sostenuta dalla sola Atene, con gli Spartani arrivati a
cose concluse; nessuna menzione della presenza delleser-
cito di Platea
34
. Il ruolo di Sparta attenuato anche nella
battaglia di Platea (479 a.C.), tramite una non corretta
valutazione, proposta in termini paritetici, dellappor-
to di Ateniesi e Spartani. Viene omesso qualsiasi riferi-
mento allimpero marittimo ateniese (talassocrazia), vi-
sto, com noto, con sfavore da Platone
35
, e in generale
allimperialismo ateniese, edulcorato occultando siste-
maticamente le pretese egemoniche ed espansionistiche
della citt dietro il paravento della difesa dai Persiani.
Se la guerra persiana fu una guerra di tutti i Greci con-
tro i barbari (242a), subentrano in seguito il desiderio di
emulazione e linvidia delle altre citt, individuati come
causa dei successivi conflitti; Atene viene cos liberata
da ogni responsabilit. Nei fatti riguardanti la guerra
del Peloponneso la citt viene elogiata per aver saputo
prevalere da sola contro gli altri Greci, coalizzati sotto
34
Cfr. infra la nota 47 del commento.
35
Cfr. Leg., 704d-707c.
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menesseno 395
la guida di Sparta. La spedizione in Sicilia viene giusti-
ficata con il pretesto di soccorrere Lentini; di nuovo una
motivazione nobile, la volont di soccorrere altri Greci.
Quanto allultima fase della guerra, con le battaglie na-
vali dellEllesponto, viene deprecata lalleanza spartana
con la Persia, in contrasto con lindisponibilit di Ate-
ne ad allearsi con il barbaro, ma soprattutto occultata,
con argomenti speciosi, la sconfitta finale di Atene: la
battaglia delle Arginuse (ultima vittoria ateniese), vista
come loccasione in cui si manifestata la virt di Atene
al suo massimo livello, assurge a simbolo di una perenne
superiorit della citt, in quanto da essa si origina la sua
fama di ideale invincibilit; ci consente di ricondurre
ogni successiva sconfitta a un dissidio interno, renden-
do di fatto la citt il soggetto storicamente pi degno di
attenzione (243c-d), ma comporta anche la prima critica
esplicita, proprio a causa di questo conflitto intestino,
sintomo di irrimediabile decadenza. Eppure la virt di
Atene rende anche la successiva lotta intestina, con ri-
ferimento al regime dei trenta tiranni (404-3), la miglio-
re delle guerre civili possibili. Viene conseguentemente
esaltata la riconciliazione seguita alla lotta intestina, alla
, sia allinterno che allesterno, ricondotta ancora
una volta alla comune origine dei Greci, senza menzio-
nare lintervento spartano. E inevitabilmente omesso
ogni riferimento a quella che agli occhi di Platone dovet-
te essere lingiustizia pi grande commessa dalla citt, la
condanna di Socrate.
Nella successiva descrizione della guerra di Corinto si
insiste sulla magnanimit di Atene, disposta in nome del-
la liberazione dalla schiavit a soccorrere, in una guerra
non voluta ma subita, anche coloro che le erano stati in-
giustamente ostili; si ricorda velatamente il ruolo avuto
da Conone (non nominato espressamente) nellaiuto por-
tato al re di Persia, ma distinguendo la sua azione, ini-
ziativa sostanzialmente autonoma, dalla posizione della
citt, per principio estranea a unalleanza appena tollera-
ta. Dalla ricostruzione dei fatti fornita non risulta nulla
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396 introduzione
circa i rapporti di Atene con la Persia e i finanziamenti
ricevuti. E solo Atene viene presentata come fieramen-
te contraria, ancora in nome della purezza ellenica, alla
cessione al gran Re delle citt greche dAsia. In gene-
rale, lorazione evita ogni riferimento allimperialismo
ateniese, alle sue mire espansionistiche ed egemoniche:
Atene appare costantemente guidata da un generoso de-
siderio di libert, sempre diretto a vantaggio delle altre
citt, che ha rappresentato lultimo baluardo dei Greci
contro il barbaro.
La deformazione, in generale, della realt storica un
dato inoppugnabile, sul quale per le spiegazioni forni-
te dalla critica divergono: satira sferzante della politi-
ca ateniese, ottenuta tramite il carattere eclatante delle
falsit, delle distorsioni e delledulcorazione; o, allop-
posto, descrizione dellAtene ideale, in contrasto con la
realt storica; o, con intenti critico-costruttivi, (amara)
descrizione dellAtene che avrebbe dovuto essere e non
fu (sempre tenendo conto del genere oratorio in questio-
ne, che impone per sua stessa natura una deformazione
in qualche misura della realt storica).
La prosopopea.
In questa parte dellepitafio, che si caratterizza per
originalit rispetto alle altre orazioni funebri rimaste,
si percepisce un mutamento di registro, unanimemen-
te sottolineato dalla critica e segnato anche da unaltra
variazione: a parlare sono ora i morti (246d1-248d6),
mentre nella successiva chiusa loratore riprende la pa-
rola rivolgendosi direttamente ai figli e ai padri dei ca-
duti (248d7-249d1). Il tono solenne accompagna una
sentita esortazione alla virt, non legata ai fatti storici
e di portata universale.
Le parole iniziali dei padri fanno pensare alla scelta
del Socrate dellApologia: a una vita non bella costoro
preferirono una bella morte; la loro esortazione a ricer-
care la virt, che sola rende bello qualsiasi altro posses-
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menesseno 397
so, ricorda quella di Socrate nella sua difesa (41e2-5).
Lidea che non una vita degna di essere vissuta quella
di chi deve vergognarsi di se stesso pu essere conside-
rata, in una civilt della vergogna (secondo la celebre
definizione di Dodds), piuttosto ovvia. Sembra invece
pi significativa, quanto a implicazioni filosofiche, la
successiva affermazione che senza la ogni posses-
so od occupazione diviene un male, perch la ricchezza
accompagnata da vilt (, 246e3) non apporta
bellezza morale, e allo stesso modo la bellezza corporea
e la forza appaiono sconvenienti in chi vile. Ogni co-
noscenza (, 246e7) priva di virt furbizia
() e non sapienza (, 247a1). I figli do-
vranno sforzarsi di superare, senza dilapidarla, la fama
dei progenitori (perch sarebbe turpe essere onorati per
tale fama e non per i propri meriti) e, nella stessa logica,
trasmettere la propria ai propri figli. In questo modo essi
realizzeranno tra loro un legame di autentica amicizia.
Nellidea che l sia condizione necessaria perch
ci che comunemente ritenuto un bene sia in effetti
tale si possono individuare tracce della dottrina plato-
nica dellunit della virt; la tripartizione dei beni sem-
bra almeno delineata nella successione ricchezza-bellezza
corporea e forza-giustizia e altre virt, e lopposizione
/ come quella tra la vera sapienza e
una abilit non orientata dalla virt e rivolta allingan-
no proposta anche altrove da Platone
36
; lo stesso vale
per lidea che nessuno debba basare la propria fama su
quella dei progenitori (247b3-4), che trova paralleli nei
dialoghi
37
; il futuro canone delle virt (sapienza, corag-
gio, temperanza, giustizia) sembra anticipato nella tria-
de / / , da cui non pu esse-
re separata la gi citata giustizia nel suo ruolo primario
(247a1); il richiamo al precetto delfico nulla di troppo
( , 247e5) con la sua esortazione alla misura
36
Cfr. Leg., 747c3 e anche Resp., 519a-b.
37
Cfr. Theaet., 174e-175b. e Lys., 205c-d.
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398 introduzione
fondamentale in Platone
38
, anche nella sua applicazio-
ne ai casi luttuosi
39
.
Principalmente su questi paralleli si basata la posi-
zione di chi intende le indicazioni della prosopopea co-
me conformi alle dottrine filosofiche di Platone. Altri
interpreti sono stati per inclini a neutralizzare la por-
tata strettamente filosofica di tutte queste indicazioni,
riconducendole nel contesto di una morale popolare e
convenzionale; altri, ancor pi radicalmente, le hanno
interpretate ironicamente, ritenendole confuse o false,
in ogni caso non riconducibili a una dottrina filosofica-
mente fondata; o ancora, si ritenuto che il tono serio
serva solo a inasprire lironia, rivelando come impossi-
bile lapplicazione di autentici princip morali alla realt
storica nel suo squallore.
La chi usura.
Nel breve scambio di chiusura (249d1-e7) Menesse-
no esprime dubbi circa la provenienza dellorazione da
Aspasia: una donna sarebbe stata in grado di comporre
tali discorsi? Socrate lo invita a seguirlo per averne con-
ferma, ma Menesseno, perseverando nel suo scetticismo,
ribatte di conoscere bene Aspasia, come a ribadire che
il non pu provenire da lei, e aggiunge di essere
grato al suo autore, chiunque costei (o costui) sia. So-
crate promette altri discorsi politici di Aspasia, numero-
si e belli. Anche per questo breve dialogo finale si pone
lalternativa tra uninterpretazione seria e una ironica.
6. Proposte di soluzione.
Lenigma del Menesseno si riflette nella possibilit di
letture diametralmente opposte, ognuna delle quali sem-
38
Cfr. Charm., 165a3; Phil., 45e1.
39
Cfr. Resp., 387e.
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menesseno 399
bra avere buoni argomenti dalla sua. Spiegare come que-
sto sia possibile significa forse offrire una chiave per la
soluzione delle difficolt. In generale, venuto sempre
pi in luce negli studi recenti che Platone, lontano dal
criticarla in assoluto, intende sostituire alla retorica cor-
rente una propria forma di retorica corretta, intesa co-
me strumento di persuasione filosoficamente orientato.
Ed verosimile, in linea di principio, estendere questo
quadro alla retorica funebre, che rientra tra le pratiche
indispensabili di una comunit politica.
Il genere dellencomio funebre, una volta adottato,
impone determinati passaggi obbligati. Mediante il ri-
chiamo ai procedimenti di incollaggio di parti preesi-
stenti, con aggiunte del momento, Platone segnala che
il genere dellepitafio stereotipato, prevedendo modu-
li fissi da cui non possibile discostarsi troppo, ma che
il discorso a venire contiene sensibili novit. Lattribu-
zione ad Aspasia e la citazione di Pericle permettono di
individuare come termine di riferimento pi probabile
lepitafio in Tucidide, cui debbono essere apportati im-
portanti correttivi.
Ladozione di questo genere, pi o meno forzata, im-
pone anche il ricorso a un determinato stile retorico, da
cui Platone non rifugge in determinate circostanze (i
suoi discorsi nel Fedro ne sono un esempio; cfr. infra).
La presenza di elementi parodistici difficilmente nega-
bile, ma non necessariamente comporta, come si vedr,
una totale svalutazione dellepitafio e la sua riduzione
a una moquerie.
Quanto al contenuto, se un encomio deve essere pro-
nunciato, non ci si pu certo aspettare che esso metta in
luce i vizi e gli errori della politica ateniese; distorsioni,
omissioni e, in certa misura, falsificazioni della realt sto-
rica divengono inevitabili. Platone ammette e teorizza,
nel contesto politico della Repubblica (414b-c), la pos-
sibilit, da parte dei filosofi governanti in possesso del
sapere, di una nobile menzogna a fin di bene, e anche le
sue pratiche retoriche la richiedono. Daltro canto, non
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400 introduzione
ci si pu aspettare che un epitafio ambientato nellAte-
ne democratica e nelle condizioni storiche dellepoca, di
necessit rivolto almeno idealmente a un pubblico
ampio, contenga un modello ideale di sub specie
aeternitatis; esso non pu che limitarsi a proporre una
descrizione della migliore possibile, ferma tenen-
do la forma di governo vigente al momento, proiettata
nel corso della storia; n pu contenere una descrizione
della filosofica, ma solo la forma di virt possibile
per i destinatari del discorso e nelle condizioni storiche
del momento: una virt civica e politica, come si vedr
meglio, di secondo livello.
Tutto ci pone al tempo stesso seri limiti intrinseci
allepitafio, collocandolo a un livello inferiore a quello
delle tesi filosofiche di Platone, e richiede una presa di
distanza in qualche forma, spesso attuata mediante liro-
nia. Su questo stato di cose ha trovato il suo fondamento
linterpretazione ironico-parodistica, che agli elementi
ironici ha per dato valore assoluto, sopprimendo ten-
denzialmente ogni intenzione seria. Trovare la via per
conciliare ironia e seriet, gioco e intenti etico-politici,
rappresenta la sfida principale per linterprete del Me-
nesseno.
L el ogi o i ni zi al e.
I paralleli con la Repubblica e il Politico a proposito
delle dottrine dellautoctonia e dei nati dalla terra per-
mettono di individuare una dottrina autenticamente pla-
tonica, sia pure in una formulazione embrionale. Il mi-
to del Politico, con la descrizione di unet aurea in cui
la nascita dalla terra si colloca nella fase in cui luomo
gode dellassistenza del dio e non lasciato a se stesso,
costituisce parte integrante della concezione della storia
di Platone
40
. La descrizione iniziale del Menesseno allu-
de a unera pretecnica, prepolitica e prefilosofica, agli
40
Gaiser 1963, pp. 205-17.
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menesseno 401
albori della comunit umana, in cui non trova ancora
posto la citt di Atene
41
. A questa fase seguir un ciclo
di decadenza, delineato nel Menesseno nella successiva
storia di Atene: dallunit panellenica contro il barbaro
alle lotte fratricide, alla discordia civile nella citt, si-
no al tradimento perpetrato con il sacrificio delle citt
greche dAsia. Nella Repubblica il mito di Cadmo, pur
espressamente definito nobile menzogna (414b9-c1),
fonda linterna coesione del corpo sociale: i nati dalla
terra sono fratelli e consanguinei, salvo le differenze di
natura (stirpe aurea, argentea, bronzea) che determinano
le diverse funzioni (guardiani, ausiliari, crematisti) e la
conseguente distinzione della in classi. Mediante
questi accenni Platone propone in abbozzo le linee ge-
nerali della sua concezione della storia e pi specifica-
mente fornisce un primo fondamento teorico al diffuso
topos dellautoctonia e alla stessa democrati-
ca. Nei dialoghi politici a venire (a prescindere dal grado
di effettiva convinzione, da parte di Platone, riguardo
al contenuto dei miti proposti) indubbio che a queste
dottrine venga conferita una funzione positiva in senso
fondativo, e la presenza, non necessaria in un encomio,
di spunti in questo senso rivela un intento serio, incon-
ciliabile con linterpretazione ironica nella sua versione
pi estremistica.
Quanto al successivo elogio della costituzione, latteg-
giamento generalmente critico di Platone verso la demo-
crazia e le evidenti forzature nella ricostruzione storica
offrono in prima battuta argomenti allinterpretazione
ironica: un governo dei migliori solo apparente, la de-
mocrazia ateniese, se le cariche vengono assegnate dai
pi criterio per Platone inaccettabile , e a coloro che
solo sembrano i migliori, criterio gi inficiato dalla pa-
rentela linguistica di quel sembrare () con la sva-
lutata
42
. Altre tesi, tuttavia, sembrano esprimere
41
Cfr. infra la nota 25 del commento.
42
Dodds 1959, p. 24, nota 2. Cfr. la nota 35 del commento.
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402 introduzione
autentiche convinzioni di Platone. La fratellanza tra i
cittadini e il loro diverso modo di considerazione recipro-
ca rispetto a quello in uso in forme di governo degeneri
quali le tirannidi e le oligarchie richiama una tesi cen-
trale della Repubblica: nella ideale le reciproche
denominazioni impiegate da guardiani e sudditi salva-
tori gli uni, sostentatori gli altri , profondamente dif-
ferenti da quelle in vigore nelle altre citt, dove i suddi-
ti sono chiamati schiavi () e i governanti despoti
() cfr. 463a-464a , rispecchiano la parentela
e fratellanza dei cittadini. Nel Menesseno laccento po-
sto sul governo dei migliori, della virt e del sapere, e a
esso viene piegato lo schema democratico con una con-
cessione al potere della maggioranza, arbitra della scelta
dei governanti; una concessione in linea di principio cer-
tamente non conforme alle idee platoniche, ma conside-
rata nel quadro della sia pur improbabile eventualit che
la scelta sia felice; un governo di questo tipo, con al suo
interno elementi di regalit, che incontri lapprovazione
dei sudditi, forse la migliore soluzione concretamente
possibile in alternativa allideale platonico. Non lo stato
ideale, dunque, in cui i criteri della scelta saranno altri,
ma la migliore realizzazione possibile entro i confini del-
la forma democratica, il cui encomio giocoforza in un
epitafio ateniese; una democrazia, per, emendata con
correttivi, a prezzo di qualche distorsione rispetto agli
eventi storici, in cui la moltitudine sia di fatto guidata
dal criterio della scelta dei migliori
43
.
I fatti stori ci .
Lepitafio unorazione funebre, non unopera di ri-
costruzione storica. Un intento doloso di falsificazione
pu essere in alcuni casi ridimensionato. Alcune distor-
sioni possono dipendere dalluso di una fonte di parte;
43
Cfr. anche la descrizione del governo misto nelle Leggi (712c sgg.) co-
me la miglior forma possibile del momento.
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menesseno 403
altre non sono intenzionali o non sembrano comunque
interpretabili in senso ironico; lattribuzione ai soli Ate-
niesi della vittoria di Maratona, per esempio, ribadita
nelle Leggi (698e-699a) e rappresentava probabilmente
un punto di vista diffuso
44
.
Oggettivamente pi fondata da un punto di vista sto-
rico (bench la questione rimanga discutibile) la tesi
che nella guerra di Corinto Atene si oppose con maggio-
re vigore, rispetto a Sparta, alla cessione delle citt gre-
che dAsia minore e difese con maggior vigore il princi-
pio dellautonomia, anche se ci avvenne probabilmente
pi in funzione particolaristica e di difesa delle proprie
posizioni che non nel nome di ununificazione politica
della grecit
45
. La questione rimane controversa, ma non
al punto da poter individuare, aldil di ogni dubbio, un
intento ironico dietro le tesi sostenute nellorazione.
Se la riconduzione dellimperialismo ateniese a un al-
truistico anelito di libert risulta comprensibile sempli-
cemente in base alla tendenza, propria di ogni politica
imperialista, ad autogiustificarsi adducendo come mo-
tivazione le altrui richieste di aiuto (dove sarebbe sin
troppo facile citare esempi della storia recente), in altri
casi ledulcorazione degli avvenimenti storici realizza-
ta in nome di princip pi specifici condivisi da Platone
e formulati in altri dialoghi: tra questi, lidea di una fra-
tellanza interna al corpo sociale, fondata per natura, e la
consapevolezza dellidentit ellenica nella sua distinzione
dal barbaro, che comporta una differenza sostanziale tra
guerra e lotta intestina e conseguenti regole di comporta-
mento differenziato anche per il tempo di guerra, quali
il dovere della riconciliazione e la rinuncia allannienta-
mento o alla riduzione in schiavit
46
. Altre deformazio-
44
Cfr. Erodoto, IX, 27, 5; Tucidide, I, 73, 4; Kahn 1963, pp. 224-25;
Loayza 2006, p. 24.
45
Cfr. Musti 1990, p. 523, versione che trova conferme nellattidogra-
fo Filocoro.
46
Cfr. Resp., 469b-471c e Gastaldi 2000, pp. 322-24. Il comportamento
degli Ateniesi dopo la battaglia di Sfacteria, con Atene che risparmia i prigio-
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404 introduzione
ni sono ugualmente originate da sincere convinzioni di
Platone, quali la sua diffidenza verso la talassocrazia,
una costante della politica ateniese a partire da Pericle,
e la visione negativa della guerra in quanto tale. Tutto
ci non toglie che ironia e critica alla politica fattuale
ateniese siano in molti casi sottese, ma non al punto che
si possa considerare una parodia lintera orazione. Nei
casi di flagrante difformit dalla realt storica si deve
supporre lintento di dipingere lAtene quale si vorreb-
be fosse stata in quei frangenti: non la citt ideale in as-
soluto, ma rispetto alle circostanze, e nel quadro di una
inevitabile decadenza legata ai cicli storici.
La prosopopea concl usi va.
La prosopopea che conclude lorazione stata, di fat-
to, la pi difficile da giustificare per linterpretazione
ironica, che ha puntato, per svalutare i suoi contenuti,
soprattutto sul divario che li separa dalle pi autenti-
che posizioni di Platone. In ci essa ha avuto buon gio-
co contro le interpretazioni serie che hanno preteso
di ricondurre tout court quei contenuti alle tesi basilari
della filosofia platonica. Lalternativa sembra per mal
posta e pu essere fuorviante, sia recidere ogni legame
con le dottrine platoniche, sia accentuare in modo indi-
scriminato i paralleli con tesi filosofiche espresse altro-
ve da Platone.
Una prospettiva pi adeguata pu basarsi sul ricono-
scimento di differenti livelli di virt nelletica platoni-
ca, concezione presente con evidenza nei dialoghi. La
filosofica basata sulla conoscenza epistemica del
bene, che implica la tesi dellunit delle singole virt e
la loro presenza simultanea in un soggetto, non pu che
essere appannaggio di pochi, dal momento che impos-
nieri, ricalca lindicazione che si trova nella Repubblica, dove condannata
la lotta intestina tra Greci (distinta dalla guerra, che contro il barbaro) e si
invita a un trattamento benevolente, che rinunci alla schiavit e allannien-
tamento; Tulli 2003, pp. 104-5.
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menesseno 405
sibile che la massa sia filosofa (Resp., 491a-b; 494a), e
nel contesto di un progetto politico, anche ideale, non
ci si pu aspettare altro nella massa dei cittadini se non
una virt popolare (: Phaedo, 82a11; Resp.,
500d8) di livello inferiore. La virt eventualmente con-
seguibile dai pi risulta da una combinazione della di-
sposizione naturale, o virt fisica, con una retta opinione
trasmessa e consolidata dalleducazione e dallabitudine;
qui la tesi dellunit dell non vale pi negli stes-
si termini e i singoli rimangono ancora caratterizzati da
virt specifiche. Di questo tipo per esempio il coraggio
degli ausiliari nella Repubblica, definito non in termini
di scienza, ma di opinione () e qualificato co-
me politico (Resp., 430b2-c6).
L di cui si parla nellepitafio sembra in effet-
ti caratterizzata in primo luogo come coraggio, secondo
quanto mostra lindividuazione dei suoi naturali opposti
nella mancanza di virilit (, 246e3) e nella vilt
(, 246e7). Ci perfettamente naturale nel conte-
sto di un encomio di caduti in guerra
47
. Naturale pensare,
data lampiezza dei destinatari, non alla virt filosofica,
ma a una virt politica di secondo livello. Lidea che ogni
conoscenza () priva di virt sia solo furbizia,
capacit di raggiro ()
48
, impiega come acca-
de spesso in Platone la nozione di propria
del linguaggio ordinario, intesa come sapere competen-
te in qualche ambito, e non come la conoscenza in senso
forte propria del filosofo-dialettico, che implica la virt
o a essa identica. A un superiore livello la tesi risulta
47
Secondo Clavaud 1980, pp. 213-14 brusco e non preparato il salto
dall intesa come coraggio alla virt in senso lato (247a1:
), e lidea che il coraggio, qui non associato, come vor-
rebbe lunit delle virt, alla temperanza, sia il bene supremo, non platonica.
Ma il passaggio naturale gi sul piano semantico e serve esattamente a con-
durre lascoltatore verso una concezione meno angusta di virt. E non sarebbe
platonica, allora, lidea della presenza nel corpo sociale di nature temperanti
(poco inclini al coraggio) e nature coraggiose (poco inclini alla temperanza)
che vanno amalgamate dalluomo politico (Pol., 306e-311a)?
48
Cfr. in Hipp. Min., 365e4 laccoppiamento di e .
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406 introduzione
falsa, perch lautentico sapere, la vera , non
pu essere separato dalla virt (come del resto falsa,
a un livello superiore, la definizione, nella Repubblica,
del coraggio in termini di opinione). Ci nonostante sa-
rebbe erroneo considerarla, per questo, indizio di un in-
tento ironico; essa esprime una convinzione platonica
49

e allude alla tesi dellunit della virt, proponendone un
modello di rango inferiore valido per il cittadino ideale
non filosofo, che dovr cercare di contemperare il corag-
gio naturale con la forma di consapevolezza a lui possi-
bile, definibile in termini di unopinione vera trasmessa
dalleducazione e consolidata dallabitudine.
La chi usa.
Nel perseverante dubbio di Menesseno circa la possi-
bilit che una donna, Aspasia, fosse in grado di comporre
discorsi di quel livello implicita una sua valutazione po-
sitiva dellepitafio
50
. Alla successiva conferma da parte di
Socrate Menesseno persevera nel suo scetticismo, e nella
sua risposta allennesima conferma di Socrate (non le
sei grato per il ?) ripete i suoi dubbi (chiunque
sia colei o colui che te lha esposto), con un significati-
vo passaggio dal femminile al maschile. grato a chi ha
49
Cfr. Resp., 495a-b e Theaet., 176c-177a, qui in termini di
(abilit); inoltre Ep. X, 358c.
50
Un analogo gioco si svolge in Euthyd., 290e-291a (cfr. von Lwenclau
1961, pp. 126-27), dove Critone dubita che un discorso riferito da Socrate
come di Clinia possa provenire, per i suoi contenuti elevati, da un giovane;
va notato che la tesi di Clinia (superiorit del dialettico, che sa servirsi dei
risultati delle altre arti) sicuramente platonica. Laccorgimento drammatico
del Menesseno risulta incomprensibile in certe versioni dellinterpretazione
ironico-satirica: perch far intendere, alla fine, che il non di Aspa-
sia, ma di Socrate, se attribuirlo ad Aspasia serviva a far capire che Platone
in realt lo ripudia? Se si accredita linterpretazione ironica, Menesseno, il
cui riconoscimento immediato dellironia contenuta nella lode socratica della
retorica funebre viene considerato decisivo, sarebbe ora, nella sua valutazio-
ne positiva del , completamente fuori strada. Secondo Clavaud 1980,
pp. 70-71 la felicitazione di Menesseno sarebbe, dopo una parodia, obbliga-
toria (tesi del tutto gratuita; cosa avrebbe ostato a un ulteriore segnale ironi-
co, anche in forma allusiva?).
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menesseno 407
pronunciato quel discorso (249e1: ) a Socrate e a
Socrate che lha pronunciato a lui (249e2: ),
dove lidentit dei termini sottintende quella delle per-
sone
51
. Menesseno ha dunque smascherato il gioco di
Socrate
52
, vero autore del discorso.
La riconduzione a Socrate sembra indicare che il
va preso seriamente, in quanto migliore rispetto ai cor-
renti epitafi, ma al tempo stesso segnala la sua incom-
piutezza rispetto a un percorso ben pi lungo, cui So-
crate allude con il suo annuncio di altri discorsi politici
a venire, numerosi e belli. Questa strada potr essere
seguita o no da Menesseno, a seconda che egli perseveri
nel suo prematuro impegno nella politica o che invece
si dedichi approfonditamente alla filosofia
53
. Tutto ci
spiega il complesso gioco delle maschere sotteso da pro-
logo ed epilogo. Laccorgimento drammatico avvalora la
paternit socratica e dunque, entro i limiti che abbiamo
indicato, il contenuto dellepitafio.
7. Il Menesseno e il Fedro.
Sembra opportuno approfondire le analogie, in parte
gi indicate in passato
54
, tra lepitafio platonico e il pri-
mo discorso socratico nel Fedro. Il discorso funebre del
Menesseno e le modalit della sua introduzione ricordano
la situazione iniziale del Fedro, dove il giovane seguace
della retorica ha a disposizione un discorso scritto com-
posto dal divo del momento, Lisia. Allironico entusiasmo
51
Loayza 2006, pp. 137-38.
52
Socrate non ripudia dunque lorazione (cos invece Clavaud 1980, p. 110).
53
Cfr. Phaedr., 257a: Fedro a cavallo di due inclinazioni, verso la reto-
rica e verso la filosofia, e deve decidersi. In una situazione analoga sembra
trovarsi Menesseno.
54
Friedlnder 2004, pp. 635-66 (=1964, vol. II, pp. 203-4) ha messo in
luce alcuni paralleli e considerato il Menesseno unanticipazione del Fedro. Il
primo discorso come pendant allepitafio in Scholl 1959, pp. 83-88. Sottolinea
invece le differenze Loayza 2006, pp. 54-58. Secondo Croiset 1903 il parallelo
sarebbe piuttosto con il secondo discorso di Socrate nel Fedro.
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408 introduzione
iniziale di Socrate (Phaedr., 228a-c) corrisponde perfet-
tamente lironica lode iniziale dei retori nel Menesseno
55
.
Nel Fedro Socrate si trova costretto a sostenere la stessa
tesi del discorso di Lisia, per lui odiosa (bisogna conce-
dersi a chi non ama piuttosto che a chi ama), ma apporta,
nella misura possibile, decisive correzioni facendo impie-
go degli stessi mezzi della retorica e iniettando elementi
protofilosofici, che anticipano in abbozzo e in maniera
incompiuta gli sviluppi teorici successivi
56
. una tecnica
(anchessa retorica) di avvicinamento seguita anche altro-
ve da Platone e consistente nel preparare gradualmente
il destinatario di un discorso a dottrine che trascendono
il suo orizzonte immediato e non possono venir propo-
ste senza una mediazione di qualche tipo. Se proprio si
costretti a sostenere quella tesi, quello il modo giusto
57
;
analogamente, se un epitafio deve essere pronunciato, esso
deve sottostare a certe regole e passaggi obbligati, e per
questo Aspasia pu limitarsi a costruire il discorso as-
semblando nuovi contributi e parti dellepitafio pericleo.
Lanalogo del discorso di Lisia nel Fedro sarebbe allora
lepitafio di Pericle-Tucidide. In entrambi i casi Socrate
teme di apparire ridicolo (: Menex., 236c8;
: Phaedr., 236d4), e tutti e due i discorsi sono
frutto di improvvisazione ( : Menex.,
236b3; : Phaedr., 236d5)
58
. In entrambi i
55
Naturalmente la validit del parallelo pu essere ammessa anche da chi
non riconosce in esso nessuna intenzione seria, nella misura in cui intenzioni
serie non vengono individuate nemmeno nel primo discorso del Fedro, per
esempio Coventry 1989, p. 5. Si tratta di stabilire sino a che punto Socrate
prenda le distanze dai discorsi pronunciati.
56
Oltre a presentare una migliore disposizione degli argomenti il discorso
pone al centro la natura dellanima, con primitivi accenni alle sue funzioni e
parti, nonch alla classificazione dei beni; cfr. Centrone 1998, pp. xiii-xvi.
57
Cfr. Phaedr., 236a2-3: per chi sostenga ci, questi argomenti, credo,
debbono essere concessi e condonati.
58
La differenza dovuta al fatto che nel Fedro Socrate manifestamen-
te lautore del discorso, e dichiarato il suo nascondersi dietro un altro; nel
Menesseno invece dichiarato che il discorso di un altro e Socrate nascon-
de la sua paternit (nel Fedro: questo discorso mio, ma lo attribuisco a un
altro; nel Menesseno: questo discorso lo attribuisco a un altro, ma in realt
mio, per chi, come Menesseno alla fine, sappia capirlo).
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menesseno 409
casi si parla di uno scherzare (), in riferimento
ai discorsi della retorica deteriore (Menex., 235c6; 236c9;
Phaedr., 234d7), e questo si riferisce allim-
pressione ( : Phaedr., 234d8;
: Menex., 236c8-9) che sullinterlo-
cutore suscita il comportamento di Socrate, con il dub-
bio per che quanto verr detto non sia solo un gioco.
In entrambi i dialoghi Socrate costretto a mutuare da
qualcun altro i contenuti del suo discorso
59
, nel Fedro pre-
cisando che ci dovuto alla sua ignoranza. In entrambi
i casi preso da vergogna: nel Menesseno pronuncia il di-
scorso solo perch i due sono soli, e che si tratti di qualcosa
di cui vergognarsi chiaro dalla sua affermazione che per
Menesseno egli potrebbe anche danzare nudo. E come
nel Fedro Socrate ricorre allartificio di far pronunciare
il discorso da qualcuno che, per la vergogna della tesi da
sostenere, parla a capo coperto, cos nel Menesseno si libe-
ra dalla responsabilit totale dellorazione attribuendola
ad Aspasia (va ricordato che anche la prosopopea interna
allorazione attribuita ai padri e non allautore dellora-
zione). un segnale che ci si sta muovendo entro vincoli
invalicabili, unallusione alle successive distorsioni, e al
fatto che ci sarebbero da fare altri discorsi, pi autenti-
ci; ma anche lindicazione che nel si pu pur sem-
pre trovare un contenuto positivo. In questa prospettiva,
pur rendendo giustizia agli elementi sottolineati nellin-
terpretazione ironica, si rendono decifrabili intenti seri.
Nel Fedro si segnala, in aggiunta, che chi pronuncia quel
discorso in realt ama il ragazzo cui si rivolge ( Phaedr.,
237b); e anche nel Menesseno dobbiamo supporre, die-
tro le distorsioni e le omissioni, un coinvolgimento e un
reale interesse di Platone nei confronti dei destinatari.
Il primo discorso del Fedro rimane bisognoso di inte-
grazioni ed perci seguito dalla palinodia, il pi vero
59
Phaedr., 235c7: da me stesso non ne ho pensata una sola di esse (
); Menex., 236a8: io, per me stesso, for-
se niente ( ).
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410 introduzione
di Socrate, composto nella maniera corretta e dai
contenuti pi elevati. Qui si arresta il parallelo con il Me-
nesseno, che si chiude con quellunico ; ma a una
prosecuzione a un livello pi elevato allude la promessa
di altri discorsi politici, numerosi e belli. Se si pu col-
locare il Menesseno nel 386 a.C., poco dopo il ritorno di
Platone dal primo viaggio in Sicilia, lallusione potreb-
be essere ad altri scritti di politica, prossimi a venire (la
stessa Repubblica, linizio della cui stesura si fa general-
mente coincidere con quel termine)
60
.
8. I destinatari dellorazione.
Un parallelo quanto alla natura dellepitafio in rela-
zione ai potenziali destinatari (dellorazione pi che del
dialogo) si pu istituire anche con il discorso di Socrate
nellApologia, rivolto a un grande pubblico, con il quale
la discussione non destinata a proseguire; questo di-
scorso per, come ha argomentato in maniera convin-
cente Thomas Szlezk, il primo di una difesa a pi livelli
che continua nel Critone e poi nel Fedone con una cer-
chia ristretta di interlocutori pi progrediti
61
. I paralleli
con lApologia indicano analoghi destinatari, a conferma
dellidea che quanto viene proposto un modello di vir-
t di secondo grado. Nel suo discorso di difesa Socrate
rimane ben al di sotto del livello filosofico del Critone e,
ancor pi, del Fedone.
60
Cfr. Diels 1886, pp. 22-23. La generica denominazione di non
costringe a pensare ad altre orazioni, tantomeno funebri, delle quali non si
avrebbe alcun riscontro nei dialoghi. Clavaud 1980, p. 70, ridimensiona la
portata della frase finale di Socrate come semplice formula di congedo e riman-
da a paralleli di promesse non mantenute (Theaet., 210b; Soph., 254b). Ma
schiacciante, a unanalisi della struttura drammatica dei dialoghi, la superio-
rit dei casi che costituiscono approfondimenti e soluzioni di problemi lasciati
in sospeso, mediante la struttura di soccorso al discorso (cfr. Szlezk 1988,
passim). La promessa di nuovi discorsi non trova una spiegazione convincen-
te nellinterpretazione ironica (per esempio in Clavaud 1980, pp. 89 e 109).
61
Szlezk 1988, pp. 298-333.
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menesseno 411
Lepitafio non pu che rivolgersi a un pubblico ampio
ed essere un discorso lungo; entrambi elementi, questi,
che non soddisfano pienamente lideale platonico della
comunicazione filosofica, ma ai quali Platone non esita
a ricorrere in determinate circostanze. Il del Me-
nesseno pensato come modello di un discorso rivolto a
un pubblico non filosofico e perci si arresta a un livello
relativamente primitivo, con la proposta di una virt civi-
ca, non filosofica, per molti aspetti riconducibile al patri-
monio culturale tradizionale; ma anche un discorso che
contiene sostanziali innovazioni nel segno della filosofia
platonica. Ci illumina anche la scelta dellinterlocutore
del dialogo, Menesseno, che come mostra lo scambio
iniziale erroneamente crede di avere gi raggiunto il ter-
mine della filosofia, ma al momento tuttal pi un valido
apprendista, un potenziale discepolo ancora bisognoso di
udire altri discorsi. Lamore per i discorsi, del resto, se-
gnala una certa attitudine alla filosofia, ma preso di per
s ne rappresenta un livello pi basso
62
. Amore per i di-
scorsi che la caratteristica saliente della stessa Atene
63
.
Contro uninterpretazione orientata in senso unica-
mente ironico-satirico possono valere alcuni argomenti
generali. La satira della retorica come finalit del dia-
logo piuttosto angusta rispetto allindicazione, in un
encomio, di modelli di comportamento per la citt; la
questione per Platone troppo importante per essere ri-
dotta in termini caricaturali
64
. E perch inframmezzare,
in un encomio satirico, posizioni di cui Platone since-
ramente convinto, quali le tesi dellautoctonia o quella
dellunit panellenica
65
, o quelle, eticamente rilevanti,
62
Si pensi ai casi, negli omonimi dialoghi, di Lachete (Lach., 188c4 sgg.)
e di Fedro.
63
Cfr. Leg., 641e4-6.
64
Kennedy 1963, pp. 159-60; Kahn 1963, p. 224.
65
Che lopposizione greco-barbaro non sia una diairesi corretta sul piano
logico (cfr. Pol., 262c-263a) non esclude che possa avere un senso per Plato-
ne sul piano politico come inclinazione personale.
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412 introduzione
della prosopopea? Lunico modo di spiegarlo svaluta-
re la portata di queste tesi a fronte delle pi autentiche
dottrine filosofiche di Platone, ma molti degli argomenti
addotti non convincono
66
. Eventuali contrasti non fanno
che confermare una lettura che individui nella prosopo-
pea la proposta di una virt politica di livello inferiore a
quella filosofica. Ci indica anche i limiti dellinterpre-
tazione seria, almeno nelle versioni che tendono ad
armonizzare senza residui i contenuti dellorazione con
le dottrine filosofiche basilari di Platone.
Il Menesseno non propriamente aporetico, ma, co-
me gli aporetici, costituisce un dialogo di livello inizia-
le, con intenti parenetici e protrettici. Come altri apo-
retici, esso mette in scena un interlocutore giovane al
bivio tra una scelta di vita conforme ai valori vigenti e
la conversione alla filosofia, proponendogli, questa volta
nella forma di un , un primo approccio che dovr
trovare una continuazione a livello superiore, secondo
un motivo drammatico consueto nei dialoghi platonici.
Il Menesseno un dialogo pensato in primo luogo per i
consueti destinatari dei dialoghi di tipo protrettico, ma
suscettibile di raggiungere un pubblico pi ampio. Esso
costituisce, entro i limiti consentiti dal genere dellora-
toria funebre, il miglior discorso possibile, un modello
di epitafio valido per il tempo a venire, come testimonia
il suo successo nellantichit:
in populari oratione, qua mos est Athenis laudari in contione eos
qui sint in proeliis interfecti; quae sic probata est, ut eam quotan-
nis, ut scis, illo die recitari necesse sit. (Cicerone, Orator, 44, 151)
66
Quando Platone ha un intento unicamente parodistico, presenta pro-
dotti (come il discorso di Lisia nel Fedro) in cui non c niente da salvare. Se
la falsificazione dei fatti storici il mezzo per ottenere lo scopo, qualcosa di
analogo dovremmo attenderci nella prosopopea: una esaltazione di falsi valo-
ri. Ma sia pure non valide in assoluto a livello filosofico, le indicazioni della
prosopopea hanno un senso ben preciso nel contesto globale delletica plato-
nica, se si tiene conto dei potenziali destinari dellorazione.
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234 [a] socrate Menesseno
1
, vieni dalla piazza del
mercato? Da dove, altrimenti?
menesseno Dalla piazza del mercato, Socrate, e in
particolare dal palazzo del consiglio
2
.
socrate Che ragione ti ha portato al palazzo del con-
siglio? Che domande, chiaro che tu ritieni di avere or-
mai acquisito una formazione e una cultura compiute, e
poich credi di padroneggiarle gi a sufficienza intendi
rivolgerti alle cose di maggiore importanza: nonostante
la tua et, uomo meraviglioso, ti appresti a governare
3

1
Non si hanno notizie su Menesseno al di fuori di quelle fornite da Pla-
tone qui, nel Liside e nel Fedone. Questultimo dialogo (59b9) ne indica la
presenza al fianco di Socrate in prigione, nel suo ultimo giorno, mentre nel
Liside (particolarmente 207c1 sgg.) il giovane Menesseno amico di Liside
e figlio di Demofonte (forse nipote di Pericle), di ottima famiglia e iniziato
alleristica (211b6-c6). Nel Menesseno invece pi maturo, pronto per essere
introdotto nella vita politica ateniese. Questi caratteri ne fanno un ottimo
candidato per ricevere da Socrate una lezione sullAtene democratica nella
forma dellepitafio. Tuttavia nel 386 data drammatica del dialogo (cfr. infra
la nota 76) il Menesseno che aveva assistito allultimo giorno di Socrate non
poteva certo essere un giovane che si appresta a entrare sulla scena politica. Se
poi si considera che uno dei figli di Socrate si chiamava Menesseno e che nel
399 era ancora un bambino (Diogene Laerzio, II, 26), facile suggerire (cos
Rosenstock 1994, p. 339, e pi ampiamente Dean-Jones 1995, pp. 51-57) che
linterlocutore sia proprio il figlio di Socrate: secondo questa lettura, dunque,
Socrate (paradossalmente morto) parlerebbe a suo figlio. La valutazione tra le
due possibilit rimane incerta, ma quello relativo a Menesseno non sarebbe
certamente il pi forte tra gli anacronismi del dialogo (cfr. infra la nota 77).
2
Il palazzo del consiglio si trovava nellagor e rappresentava un luogo
centrale della vita dellAtene democratica. Questa circostanza non solo con-
sente lo sviluppo dellargomento del dialogo, ma ne introduce anche loriz-
zonte politico.
3
La risposta di Socrate non cela lironia rivolta allimpegno politico di
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noi, gli anziani, [b] affinch la vostra famiglia non
smetta di offrirci amministratori attenti.
menesseno Qualora proprio tu, Socrate, mi consenta
o addirittura consigli di governare, io sarei certamente
pronto; ma se no, no
4
. Vedi, mi sono appena recato al
palazzo perch sono stato informato che il consiglio si
appresta a scegliere chi terr lorazione per i caduti; sa-
prai infatti che si preparano a celebrare i funerali
5
.
socrate Certamente. E chi hanno scelto?
menesseno Nessuno, hanno rinviato a domani; cre-
do per che sar scelto Archino o Dione
6
.
Menesseno, al quale viene implicitamente rimproverata lincompletezza del-
la formazione culturale, sia come sia come (tradotto
come cultura). Questo termine va inteso nel senso generico di occupazione
intellettuale e conoscitiva: difficilmente Socrate pu in questo contesto fare
riferimento al significato specializzato del termine, bench Platone voglia di
sicuro alludere anche a esso e al ruolo centrale della filosofia in una compiuta
costituzione politica. Allimpegno politico, dunque, in primo luogo impo-
sta una limitazione: esso non pu prescindere dallaver ottenuto una comple-
ta formazione (cfr. per esempio Ep. VII, 324b9-326b4), che in una prospet-
tiva platonica ben strutturata consister nel programma del VII libro della
Repubblica. Laffermazione di Socrate sottintende che Menesseno non sia il
solo a desiderare laccesso o ad accedere a cariche politiche senza aver com-
pletato tale formazione (sul tema nel dialogo cfr. Coventry 1989). In effetti,
labbandono precoce della filosofia in favore dellattivit politica rappresen-
ta dal punto di vista di Platone una delle carenze strutturali della cultura
dellAtene democratica, nella sua dimensione storica come nella raffigurazione
nei dialoghi: una formazione retorica e non filosofica mirata immediatamen-
te alla politica era promossa da Isocrate nella sua scuola (cfr. anche Phaedr.,
278e8 sgg., con la nota ad loc. in Centrone 1998); nel Gorgia (484c3 sgg.)
Callicle vede nella filosofia unoccupazione puerile, da abbandonare per la
politica, mentre Socrate impone lesercizio della filosofia e della virt come
prerequisito per svolgere attivit politica (527d5-e7); nellAlcibiade I di
autenticit molto discussa Socrate sostiene la necessit di una conversione
verso la conoscenza come base per ogni impegno politico (per le istanze rap-
presentate da Alcibiade cfr. anche Symp., 216b2 sgg., con Centrone, Nucci
2009, pp. xxxvii e 195, nota 320).
4
Menesseno coglie lironia di Socrate ma si rimette simbolicamente al suo
giudizio secondo codici di urbanit e rispetto (Tsitsiridis 1998, pp. 136-37).
5
La recitazione dellepitafio faceva parte della celebrazione dei caduti
dellAtene democratica, dopo una guerra come funerale o come comme-
morazione annuale; in merito cfr. supra lintroduzione, pp. 388-9.
6
Archino, personalit di spicco dellAtene che usc sconfitta dalla guerra
del Peloponneso, contribu alla cacciata dei trenta tiranni e alla restaurazione
della democrazia, ma fu anche un noto oratore, forse autore di un epitafio
(Clemente Alessandrino, Strom., VI, 22). Dopo il 401 non se ne hanno no-
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[c] socrate In effetti, Menesseno, ci sono buone ra-
gioni per credere che morire in guerra sia davvero bello!
7
.
Si gode di una sepoltura bella e magnificente anche qua-
tizie, e forse nel 386 era gi morto; questo sarebbe tuttavia un anacronismo
minore degli altri, e la figura di Archino non certamente n preminente n
proposta come esempio (pace Huby 1957, pp. 111-12). Dione, di identit pi
oscura, forse identificabile con uno degli ambasciatori ateniesi che si re-
carono a Sardi durante la guerra di Corinto (nel 392; cfr. Senofonte, Hell.,
IV, 8, 13). Lo spettro di interpretazioni offerte per chiarire queste allusioni
di Platone estremamente ampio (cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 139-41). Secon-
do Loraux 1993, p. 426, nota 143, Platone vorrebbe qui alludere in qualche
modo a Dione di Siracusa, amico fidato di Platone e paradigme du bon po-
litique: lindifferenza della scelta segnalerebbe lincompetenza del consiglio
nella valutazione degli oratori. In realt sembra qui pi probabile che Plato-
ne si voglia muovere nel contesto politico ateniese citando personaggi noti a
qualche titolo: la critica implicita nella scelta risiede in tal caso nel ruolo di
Archino nella restaurazione democratica non certo gradita a Platone e,
per quanto riguarda Dione, proprio nella sua pochezza, probabilmente alla
base delle scarse notizie che ne abbiamo.
7
Platone riprende un luogo comune delletica aristocratica e della tradi-
zione letteraria permeato nei moduli classici dellepitafio: la lode dei caduti
non per il loro valore individuale ma per la sola scelta di morire per la patria
(cfr. Loraux 1993, pp. 120 sgg.). La segnalazione di questo tratto, gi di di-
scutibile valutazione, apre un monologo parodistico: esso spesso conside-
rato ironico anche da chi legge lepitafio come un discorso serio (cfr. per
Tulli 2007a, che vi vede piuttosto laffermazione ancipite della potenza della
retorica) mentre funge da base argomentativa per chi interpreta il Menesseno
come dialogo totalmente ironico. In particolare, lorazione funebre sarebbe
presentata come una tipica operazione sofistica, volta a plasmare la realt (il
reale valore degli uomini) attraverso strumenti retorici, e addirittura in gra-
do di produrre un incantesimo su chi ascolta, che si vede molto migliore di
quanto non sia. Altri elementi specifici rivelano la forte ironia del passo: la
citazione della splendida sepoltura, argomento altrove denigrato (Phaedo,
115e1 sgg.); lattribuzione di una dignit intellettuale a chi non ne ha attra-
verso una cosmesi retorica (cfr. Gorg., 463e3 sgg.), unita alla sensazione
estatica che questa induce (cfr. per esempio Apol., 17a1 sgg.; Symp., 198b1
sgg.; Phaedr., 234d1-6); lidea generale di una virt totalmente esogena, infusa
con il semplice discorso o al massimo ereditata; il ricorso al lessico dellincan-
to (235a2: ; 235a7: ; 235b1: ; 235b7-8:
) e a immagini correlate; la sensazione di trovarsi nelle isole
dei beati, luogo destinato ai sapienti ma al contempo rappresentazione dellin-
canto provocato dalla retorica democratica secondo Aristofane (Vesp., 636-
641; cfr. Loraux 1993, pp. 319 sgg.); ancora, il riferimento specifico allidea
ateniese e radicalmente democratica dellannullamento di ogni differenza
nella sepoltura comune dei caduti (cfr. Loraux 1993, p. 45); infine, lo stile,
gi ricco di gorgianismi (cfr. Clavaud 1980, pp. 112-13). Lironia di Socrate
colpisce cos lepitafio comune, ma con esso anche il sistema della retorica
pubblica, dunque la struttura ideologica dellAtene democratica, senza per
pregiudicare lipotesi di un epitafio di diverso valore.
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lora uno sia povero al momento della morte, e anche qua-
lora uno sia di poco valore si guadagna
8
una lode da parte
di uomini sapienti, che non lodano in modo approssima-
tivo, ma preparano discorsi da molto tempo. E lodano in
modo talmente bello che, 235 [a] dicendo ci che
opportuno e ci che non lo su ciascuna cosa, adornando
in qualche modo il tutto fino a renderlo splendido con
le loro parole, incantano le nostre anime con lencomio
di tutti gli aspetti della citt, dei caduti in guerra e di
tutti i nostri avi che vissero in passato, e con lodi anche
per noi, ancora in vita. Cos, Menesseno, quando vengo
lodato da loro io mi sento di nobile stirpe, e ogni volta
[b] ascoltandoli mi abbandono, incantato, come avver-
tendo che in quel momento sono divenuto pi grande,
pi nobile, pi bello. E poi, come dabitudine, ci sono
stranieri che seguono e ascoltano con me, agli occhi dei
quali in quel momento divengo pi degno di rispetto
9
;
anchessi infatti mi paiono subire questi stessi effetti,
sia nei miei confronti sia nei confronti del resto della
cittadinanza: persuasi dalloratore, la ritengono ben pi
stupefacente di prima. Su di me questo senso di dignit
rimane per pi [c] di tre giorni: il discorso e il suono
modulati dalloratore sono tanto melodiosi e si insinuano
a tal punto nelle orecchie che al quarto o al quinto gior-
no riprendo appena a ricordarmi di me stesso e capisco
dove mi trovo, e fino a quel momento quasi credo di es-
sermi stabilito nelle isole dei beati. A tal punto i retori
sono capaci nei nostri confronti!
menesseno Socrate, tu ti prendi sempre gioco dei re-
tori! Stavolta per credo davvero che chi sar chiamato
8
Platone produce una variatio utilizzando lo stesso verbo, ,
in due aspetti (tempi) diversi; nellimpossibilit di rendere questo gioco, si
preferisce cambiare verbo producendo una variatio con luso di sinonimi.
9
Laggettivo (e il sostantivo , che segue di poco) qui
certamente ironico in quanto individua lincongrua attribuzione di merito a
fronte dellincanto retorico; cfr. Loraux, 1974, pp. 192-95, e 1993, pp. 330-
331. La presenza degli stranieri un tratto caratteristico delle cerimonie in
cui si recitavano gli epitafi, soprattutto a causa delle alleanze in tempo di
guerra; cfr. Loraux 1993, p. 41.
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difficilmente potr riuscire nel compito: la scelta stata
disposta senza alcun preavviso, cosicch loratore sar
di certo costretto a improvvisare
10
.
[d] socrate Ma come ti viene in mente, ottimo uo-
mo? Per ciascuno di loro sono pronti discorsi gi predi-
sposti, e per di pi simili orazioni non sono neanche mol-
to difficili da improvvisare
11
. Se si dovesse parlar bene
degli Ateniesi davanti ai Lacedemoni o dei Lacedemoni
davanti agli Ateniesi, occorrerebbe che luomo impegna-
to nella persuasione fosse un buon retore, di identit au-
torevole; ma nel momento in cui uno partecipi a un ago-
ne proprio davanti a quelli che al contempo loda, non
un grande compito dare limpressione di parlare bene
12
.
menesseno Credi di no, Socrate?
socrate No di certo, per Zeus!
[e] menesseno Credi allora che anche tu saresti capa-
ce di parlare, se dovessi farlo e il consiglio scegliesse te?
13
.
10
La risposta di Menesseno delinea efficacemente il profilo dellinterlo-
cutore: nonostante aspiri allattivit politica e dunque, nellAtene democra-
tica, alla pratica retorica, egli non si lascia blandire e coglie la pesante iro-
nia di Socrate; al contempo, non si sottrae alla possibilit di elogiare i retori
per la capacit di produrre in poco tempo magnifiche esibizioni retoriche,
seguendo in questo un luogo comune dei proemi delle orazioni funebri (per
esempio Lisia, Epit., 1).
11
Laffermazione di Socrate fa capo a due diversi aspetti della pratica re-
torica: da un lato la presenza di discorsi (o loro parti) gi predisposti era un
presidio didattico sofistico che ha poi permeato lintera retorica, dallaltro il
genere dellepitafio prevedeva ripetitivit e formularit tali da rendere lim-
provvisazione relativamente banale; cfr. 236a6-b6 e Loraux 1993, pp. 253-
263, con lintroduzione, supra, p. 389.
12
Il pubblico al quale rivolta unorazione, e in particolare una lode,
posto come criterio di difficolt retorica anche da Aristotele (Rhet., I, 9,
1367b8 e III, 14, 1415b30), che porta a sostegno una parafrasi di questo pas-
so. Platone coglie qui un aspetto centrale dellepitafio (come specie del genere
epidittico), la sua funzione civile, che implica un tacito accordo tra oratore
e pubblico ultimo giudice dellefficacia e una consequenziale adulazione
del secondo da parte del primo (cfr. Kennedy 1963, pp. 152-54, e Clavaud
1980, pp. 86 sgg.).
13
Lo stupore di Menesseno riconducibile alla professione di ignoranza
e alla predilezione per la brachilogia proprie di Socrate. Daltro canto, come
notato dalla critica, Socrate non viola tali caratteri nel momento in cui attri-
buisce il proprio epitafio ad Aspasia (cfr. del resto 236a8); dopo Friedlnder,
cos tra gli altri Scholl 1959, p. 17; von Lwenclau 1961, pp. 30-33; Hen-
derson 1975, pp. 25-29; Tsitsiridis 1998, pp. 56-57; Long 2003, pp. 66-68.
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socrate Menesseno, per quanto mi riguarda non ci
sarebbe niente di incredibile se fossi capace di parlare,
io che ho avuto in sorte una maestra di retorica non cer-
to impreparata, e che ha anzi formato anche altri retori,
molti e buoni, ma soprattutto uno, che spicca tra i Gre-
ci: Pericle figlio di Santippe.
menesseno Chi questa donna? Intendi Aspasia
14
,
vero?
socrate Intendo proprio lei, insieme a Conno figlio
di Metrobio: questi 236 [a] sono infatti per me due
maestri, luno di musica, laltra di retorica. Dunque, non
per niente incredibile che un uomo cresciuto e nutrito
in tal modo sia formidabile nel parlare. E tuttavia an-
che uno che sia stato educato peggio di me educato
per esempio da Lampro per la musica e da Antifonte di
Ramnunte per la retorica
15
sarebbe in grado di ottene-
14
Pericle, figura centrale della politica dellAtene classica, fu certamente
un grande oratore, come testimoniano tra le altre fonti alcuni passi platoni-
ci (per esempio Phaedr., 269e1-2; Symp., 215e4-5); per una ricognizione cfr.
Tsitsiridis 1998, pp. 161-62. Nonostante ci, la valutazione qui offerta iro-
nica, se non comica (pace Duffy 1983, pp. 83-86): se gi la bravura retorica
e politica di Pericle spesso per Platone solo fittizia (cfr. Gorg., 515b6 sgg.),
desta sospetto il ricorso alla figura di Aspasia.
Aspasia, seconda moglie di Pericle, nacque a Mileto da una nobile e ric-
ca famiglia ateniese (per una ricostruzione della famiglia di Aspasia e della
sua vita ad Atene cfr. Bicknell 1982, pp. 240-47; pi in generale Nails 2002,
pp. 58-62; per la tradizione biografica legata ad Aspasia cfr. Tulli 2007b).
Di grandi fascino, bellezza e intelligenza, ebbe forte influenza nei confronti
di Pericle, ma al contempo la sua personalit e la sua indipendenza le fecero
guadagnare, oltre allimmagine di una donna estremamente potente, la fama
delletera. I poe ti comici (ampiamente citati nello scolio ad loc.; cfr. Cufalo
2007, p. 270) la dipingono come politicamente influente (Aristofane, Ach.,
524; ma lo stesso ruolo le era probabilmente attribuito nel Dionisalessan-
dro di Cratino, secondo una tradizione destinata a durare a lungo cfr. an-
che Plutarco, Per., 32) ma anche come cagna concubina (Cratino, fr. 259
k.-a.); in questo contesto, inoltre, le talvolta attribuito il ruolo di maestra
di retorica (Callia, fr. 21 k.-a.). Tra i socratici, Antistene scrisse unAspasia in
cui probabilmente ne dava una descrizione negativa (cfr. Giannantoni 1990,
vol. IV, pp. 323-25), mentre nella sua Aspasia Eschine la dipingeva in termini
positivi (cfr. Giannantoni 1990, vol. IV, pp. 592-96, e Kahn 2008, pp. 31-37).
15
Conno, maestro di musica strumentale, citato da Socrate in termini
parodistici come proprio maestro e citarista nellEutidemo (particolarmente
272c1 sgg. e 295d3 sgg.); la sua figura doveva essere stata associata a quella
di Socrate anche in ambito comico (per esempio da Ameipsia nel suo Con-
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re una buona fama lodando gli Ateniesi proprio in un
consesso di Ateniesi.
menesseno E cosa avresti da dire, se dovessi parlare?
socrate Io, per me stesso, forse niente, ma [b] giu-
sto ieri ho ascoltato Aspasia che portava a compi mento
unorazione funebre su questi stessi temi. Aveva infatti
sentito proprio ci che tu ora dici, che gli Ateniesi si ap-
prestano a scegliere loratore: cos, su alcune cose quei
temi di cui loratore dovrebbe specificamente parlare ha
sviluppato per me un discorso sul momento, mentre su altre
aveva riflettuto precedentemente credo gi ai tempi in cui
componeva lorazione funebre che pronunci Pericle
16
e
no) per una ricognizione sulle testimonianze cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 165-
168 ; per queste ragioni il richiamo con ogni probabilit ironico (gi Erler
1991, p. 125). Lironia sembra sfociare in una palese parodia quando Aspasia
e Conno vengono anteposti a Lampro e Antifonte. Il primo, forse maestro di
Sofocle, fu certamente una figura centrale della cultura musicale ateniese del
v secolo (cfr. Aristosseno, fr. 74 w.); il secondo, forse identificabile con il so-
fista (per uno status quaestionis cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 170-71), fu uno tra
i pi noti e celebrati retori ateniesi dello stesso secolo, citato positivamente
da Tucidide (VIII, 68), del quale forse fu maestro. In base a questa relazione,
molto ipotetica, alcuni critici hanno visto anche qui un indiretto richiamo a
Tucidide (per esempio von Lwenclau 1961, pp. 34 sgg. e Kahn 1963, p. 221),
ma rimane pi probabile che Platone voglia fare ironicamente riferimento a un
esponente della retorica fondata sullimprovvisazione e sullincollare pezzi
di discorso gi predisposti (cfr. particolarmente Clavaud 1980, pp. 265 sgg.).
16
Aspasia, in quanto maestra di retorica oltre che moglie di Pericle,
avrebbe composto il celebre epitafio dello stratega ateniese (Tucidide, II, 35-
46); questa affermazione paradossale la conseguenza diretta dellaltrettanto
paradossale descrizione dei maestri di Socrate, e trova riscontro nella tradi-
zione comica (cfr. le note precedenti). La scelta di Aspasia (per la quale cfr.
anche supra lintroduzione, pp. 382-3 e 408) rimane fortemente enigmatica:
se c una generale convergenza sulla sua funzione di mediazione tra Socra-
te e la diretta competenza retorica (cio la produzione dellepitafio), molti
aspetti rimangono oscuri e discussi. In primo luogo Aspasia certamente gi
morta nel 386, probabile data drammatica del dialogo: questo anacronismo,
associato a quello pi marcato che riguarda Socrate, ha portato a vedere nel-
la scelta o un tratto di ironia (gi Momigliano 1930, p. 43; poi Henderson
1975, pp. 25-29) o uno degli anacronismi volti a costruire un dialogo in cui i
morti sono i veri vivi e dicono il vero (Rosenstock 1994). Inoltre, Aspasia
una donna e la sua relazione con il genere eminentemente maschile dellepi-
tafio poteva produrre un effetto straniante (Loraux 1993, pp. 332-37; Sal-
kever 1993, pp. 190-91). Infine ed questo il problema centrale rimane
enigmatica la sua funzione allinterno del dialogo. Le principali vie inter-
pretative possono essere cos riassunte: (a) Aspasia un ponte per richia-
mare Pericle (per esempio Martano 1980, pp. 1428-29; Rosenstock 1994,
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menesseno, 236b-c 429
ha incollato insieme alcuni residui del discorso di quello
17
.
menesseno Riesci anche a ricordare le cose che di-
ceva Aspasia?
socrate Sarebbe davvero ingiusto il contrario: io ero
l per apprendere da lei, e [c] quando capitato che
mi sia fatto sfuggire qualcosa sono quasi stato colpito.
menesseno Perch non le esponi?
socrate Vorrei evitare che la mia maestra si adiri
pp. 333-38; Collins-Stauffer 1999, pp. 92-93; Long 2003, pp. 66-68) o (b) Tu-
cidide, che riporta lepitafio pericleo (cfr. tra gli altri Scholl 1959, pp. 99 sgg.;
von Lwenclau 1961, pp. 34 sgg.; Kahn 1963, pp. 220-22; Tulli 2003, p. 98);
(c) Aspasia pi in generale un esponente di una certa retorica, politicamente
schierata (Bloedow 1975, pp. 32-48) o di scarso valore per fissit o improvvi-
sazione (su tutti Loraux 1974, pp. 199-202; Clavaud 1980, pp. 95-106 e 245-
259); (d) non manca chi vi ha visto insieme tutto questo (Coventry 1989,
p. 3), e di fatto la distinzione tra le posizioni , come naturale, spesso difficile;
(e) Platone potrebbe anche criticare i socratici, su tutti Eschine, che scrisse-
ro su Aspasia (per esempio Clavaud 1980, pp. 278-86); ( f ) Aspasia potrebbe
al contrario essere un doppio di Diotima, una sorta di sacerdotessa veridi-
ca (Rosenstock 1994, pp. 341-44) o pi semplicemente un altro personaggio
femminile incaricato di dire il vero al posto di Socrate (per esempio von
Lwenclau 1961, pp. 29-42). Con ogni probabilit il torto della maggior par-
te di queste interpretazioni nella pretesa di una specificit: come dimostra
lanacronismo di Socrate, Platone tiene a produrre effetti stranianti; come
suggeriscono la natura politica del dialogo e lesplicita indicazione di Platone,
Pericle viene comunque sempre tenuto in considerazione, quantomeno come
il pi noto tra gli autori di orazioni funebri; come indica la natura retorica
dellepitafio, Platone non pu non pretendere che si pensi costantemente ai
retori e ai loro metodi.
17
Socrate descrive in questi termini, anche linguisticamente poco con-
sueti, lepitafio che si appresta a pronunciare. Il lavoro di Aspasia sembre-
rebbe presentato come linserimento di argomenti nuovi, improvvisati, in un
insieme di brani gi in qualche modo composti anche se esclusi dallepitafio.
Il metodo di Aspasia da un lato storicamente attestato (cfr. su tutti Alcida-
mante, frr. 3-4 e 6-12, con Isocrate, XIII, 1, e Clavaud 1980, pp. 263-77),
dallaltro pu alludere semplicemente alla pratica della retorica epidittica, e
in particolare dellepitafio, che era caratterizzata da una forte scleroticit di
topoi di volta in volta adattati alle circostanze storiche (cfr. Loraux 1993,
pp. 233-74). Rimane certo che Platone non potesse vedere in simili pratiche
una buona retorica (cfr. su tutti Phaedr., 263e6 sgg.): per questo tale descri-
zione, coniugata allironia riservata in tutto il prologo alla retorica, ha indotto
molti critici (cfr. particolarmente Clavaud 1980, pp. 33-77) a vedere nellin-
tero epitafio frutto di questo metodo una parodia della retorica politica
in generale. Rimane per forte la possibilit che Platone, sottolineando lin-
serimento di nuclei originali in una trama tradizionale, voglia in realt evi-
denziare la propria e positiva manipolazione del genere; cfr. anche supra
lintroduzione, pp. 408-9.
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con me, nel momento in cui io renda pubblico il suo di-
scorso.
menesseno Assolutamente no, Socrate; parla, e mi
concederai un grande favore, che tu voglia pronunciare
il discorso di Aspasia o di chiunque altro: avanti, par-
la e basta.
socrate Ma mi deriderai se, pur essendo anziano, ti
dar limpressione di scherzare ancora.
menesseno In nessun modo, Socrate; a qualsiasi con-
dizione, parla!
socrate Bene, davvero necessario concederti il fa-
vore: cos [d] anche se per poco ti accontenterei,
se anche mi chiedessi di danzare nudo, dato che siamo
soli
18
. Tu ascolta. Parl cos, a quanto mi sembra, comin-
ciando proprio dai caduti.
Con lazione concreta, da parte nostra codesti han-
no quanto spetta loro; ottenutolo, la via decretata dal
fato percorrono, scortati in forma pubblica dalla cit-
t e in forma privata dai familiari. Con la parola, ora,
tributare gli onori restanti, che anche la legge prescri-
18
La cornice drammatica si chiude con questo rapido scambio, che conferma
il tono ironico del prologo ma soprattutto la ricerca di immagini stranianti. In
primo luogo, il rapporto di Socrate con Aspasia (che richiama, nella pur fuga-
ce descrizione, quello con Conno dellEutidemo; cfr. supra la nota 15) ricorda
pi leducazione infantile e viene qui sintetizzato nellimmagine di paura di
Socrate, intimorito da uneventuale punizione violenta. Al contempo, lira di
Aspasia per la diffusione di un brano frutto di commistione tra improvvisa-
zione e residui di una vecchia produzione paradossale, e diviene addirittura
parodistica se si considera lessenziale formularit dellepitafio come genere
letterario. Ancora, lattenzione reale per il discorso di Aspasia sembra qui su-
bire un forte ridimensionamento: da un lato a Menesseno sufficiente ascol-
tare Socrate al di l del suo autore vero o presunto, dallaltro Socrate prima
identifica il proprio discorso con uno scherzo indegno per un uomo anziano,
poi paragona implicitamente la sua esposizione al danzare nudo e la vincola
alla privatezza della circostanza. Lepitafio viene dunque introdotto come un
gioco di cui lecito vergognarsi, la cui diffusione stando una tradizionalit
formale biasimevole. Ci non pu tuttavia costituire unipoteca sul con-
tenuto del dialogo. La forma letteraria dellorazione funebre rimane certa-
mente non filosofica (pace Duffy 1983), ma questa orazione potrebbe conte-
nere idee genuinamente platoniche pur celate nel contesto retorico; proprio
questo ambiguo statuto dellepitafio platonico potrebbe anzi motivare una
simile, enigmatica introduzione (cfr. anche supra lintroduzione, pp. 407-11).
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ve [e] di rendere agli uomini valorosi: questo bisogna
fare
19
. Grazie a un discorso splendidamente pronunciato,
infatti, memoria e onore di opere ben compiute giungo-
no a chi le ha condotte da parte di chi ascolta. C sicura
necessit di un discorso
20
siffatto, che esalti degnamente
chi caduto ed esorti benevolmente chi vivo, che in-
viti figli e fratelli a imitare la virt di questi, che infon-
da conforto ai padri e alle madri e ai parenti pi anzia-
ni che vivono ancora. 237 [a] Quale discorso siffatto
potrebbe mostrarcisi? Da che parte potremmo iniziare
correttamente a lodare uomini buoni, che da vivi dava-
no gioia
21
ai loro congiunti grazie alla virt, che accet-
tarono la morte in cambio della salvezza dei vivi?
22
. Mi
pare si debba seguire la natura: come buoni furono ge-
nerati, cos devono anche essere lodati. E buoni furono
generati perch nacquero da buoni. Dobbiamo dunque
in primo luogo rivolgere encomi alla loro nobile origine,
in secondo luogo alla formazione [b] e alleducazio-
ne; dopo queste, esporremo la realizzazione delle loro
19
Lincipit rivela gi la complessit retorica e i gorgianismi che caratteriz-
zano lepitafio (per unanalisi dettagliata cfr. Clavaud 1980, pp. 230-44): es-
so presenta 236d4-5 una struttura metrica studiata (cfr. Tsitsiridis 1998,
pp. 179-80); una rete di parallelismi antitetici sia linguistici ( ) che
concettuali, tra parole/azioni (tradizionale cfr. Lisia, Epit., 2; Demostene,
Epit., 13; Iperide, Epit., 1-2 ma probabilmente ripreso, invertendone il si-
gnificato, da Tucidide II, 34, 1 , che oppone proprio le opere e le paro-
le dei riti) e pubblico/privato; assonanze e allitterazioni (cfr. Clavaud 1980,
pp. 93-94). La peculiare posizione in excipit di ha spinto Dionigi di
Alicarnasso (Demostene, 24) a vedervi unaggiunta fuori posto; in base a
questa testimonianza Clavaud 1980, p. 183, vi ha voluto individuare una
traccia lasciata da Platone dellincapacit di Aspasia.
20
Platone utilizza in modo ambiguo: nellincipit (e2) indica la pa-
rola contrapposta allazione, qui designa il discorso che Socrate sta tenendo.
21
Va ristabilita (come gi faceva Schanz) la lezione dei manoscritti,
, ricercata forma non aumentata dellimperfetto ; cfr.
Erodoto, II, 44, 8 e IX, 48, 15, Isocrate, III, 6, con Schwyzer 1988, p. 203.
22
Il tema degli e quello della virt sono propri della for-
ma letteraria dellepitafio (cfr. per esempio Tucidide, II, 37, 1; Lisia, Epit.,
69-70; Demostene, Epit., 27 sgg.; Iperide, Epit., 27 sgg.; in merito Loraux
1993, pp. 120 sgg.) e intrinsecamente correlati. Nonostante ci, poich a com-
porre lepitafio Platone, tali elementi devono subire un costante controllo
semantico volto a verificare a quale nozione di virt si faccia riferimento; in
questo caso, evidentemente, in questione la virt tradizionale e militare.
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opere
23
, di quali bellezza e valore dimostrarono di esser
capaci nel compierle
24
.
In primo luogo, lorigine dei progenitori per codesti
garanzia di nobile origine. Non era straniera. Non ha pro-
dotto questi figli come meteci che giungessero da fuori
in questo territorio, bens come figli della terra, che ir-
riducibilmente risiedessero e vivessero nella patria, che
fossero nutriti non come gli altri da una matrigna ma
da [c] unautentica madre, il territorio nel quale risie-
devano. E anche ora, che hanno ormai cessato di vivere,
giacciono nei luoghi familiari di colei che li ha generati,
nutriti, accolti. Ebbene, assolutamente giusto onorare
in primo luogo la madre stessa: in questo modo, infatti,
onorata a un tempo anche la nobile origine di codesti
25
.
23
Secondo un modulo tradizionale (pace Salkever 1993, pp. 137-38),
procedere vuol dire seguire (1) lidentit naturale dei caduti e
(2) il loro sviluppo naturale, dalla nascita alla formazione allimpegno nelle
imprese militari.
24
Si conclude qui il proemio (236d4-237b2), che rivela la sua struttura
cristallizzata. (a) Lapertura (236d4-e1) richiama le onoranze prescritte dal-
le norme patrie (cfr. Tucidide, II, 35, 1-2); (b) segue una captatio benevolen-
tiae (236e1-3), incentrata sulla necessit di tributare degni onori ai caduti
(cfr. Tucidide, II, 35, 2-3; Lisia, Epit., 1-2; Demostene, Epit., 1-2; Iperide,
Epit., 2; con Isocrate, IV, 3-4), ma priva della classica dichiarazione della
difficolt del compito (cfr. Scholl 1959, pp. 19-20); (c) si ha, quindi, una
propositio (236e3-237a1), qui particolarmente articolata e ampia (cfr. Tuci-
dide, II, 35, 3; Demostene, Epit., 3; Iperide, Epit., 3); (d) sono poi poste
due domande retoriche (237a1-4), la dubitatio (cfr. Demostene, Epit., 15;
Iperide, Epit., 6), che introducono (e) un ulteriore momento introduttivo,
la partitio (237a4-b2), che annuncia i temi in procinto di essere trattati se-
condo un ordine anchesso ampiamente attestato (cfr. Tucidide, II, 36, 1;
Lisia, Epit., 3; Demostene, Epit., 3; Iperide, Epit., 3). Per quanto Platone
sia certamente pi schematico e rigoroso degli altri autori, difficilmente si
pu concordare con Clavaud 1980, pp. 171-75, nel vedere in questo tratto
una forzatura determinante della tradizione.
25
Il proemio seguito da unampia sezione di lode, che si apre con que-
sta affermazione di autoctonia e autenticit. Il motivo dellautoctonia come
base di valore per gli Ateniesi nasce tra il vi e il v secolo (cfr. Erodoto, VII,
161) e diviene un luogo comune nelle orazioni funebri (Lisia, Epit., 17; De-
mostene, Epit., 4-5; Iperide, Epit., 7-8; con Isocrate, IV, 24, 1 sgg.): gli Ate-
niesi hanno sempre abitato e dominato la stessa terra. Evidentemente Plato-
ne vuole richiamare lattenzione su questa sezione, poich offre argomenti e
immagini ben pi elaborati di quelli tradizionali (cfr. Henderson 1975, pp. 33
sgg.; Pissavino 1981, pp. 206-8; Clavaud 1980, pp. 117-18 e 178 sgg.), pe-
raltro del tutto taciuti da Pericle. Tale rafforzamento non sembra segnalare
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Davvero degno di lode questo territorio, da parte
di tutti gli uomini e non solo da parte nostra, e in mol-
ti e diversi sensi, ma in prima e suprema istanza perch
ha in sorte di essere caro agli di. A testimoniare per
il nostro discorso sono la contesa e il giudizio degli di
che si sfidarono per essa: [d] come potrebbe non me-
ritare di diritto le lodi di tutti gli uomini proprio il no-
stro territorio, che fu lodato dagli di?
26
. Una seconda
lode gli sar poi giustamente propria. Esattamente nel
tempo in cui ogni zona della terra produceva e faceva
crescere animali di ogni tipo, e fiere e bestiame, allora
la nostra terra si mostr pura, incapace di generare fie-
ironia (cos particolarmente Henderson 1975, pp. 33 sgg. e Clavaud 1980,
pp. 117-18) n anticipare, con impegno filosofico, la narrazione del Crizia, in
cui viene descritta una Urathen virtuosa (cos gi Harder 1934, pp. 497-98,
e poi von Lwenclau 1961, pp. 51-62). In realt il tratto centrale del passo,
alla base della difformit rispetto alla tradizione, consiste nellintensifica-
zione dellimmagine dellautoctonia fino a richiamare una reale nascita dalla
terra (cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 199-202). In questo modo il motivo storio-
grafico dellautoctonia, tipico degli epitafi, si fonde con quello esiodeo (Op.,
109 sgg.) della stirpe pi divina e ancestrale dellet delloro. Platone utilizza
questo mito nel Politico (269c4-274e4), in cui viene descritta unautoctonia
del tutto analoga a quella di questa sezione, con un accento particolare sulla
connotazione dei primi uomini come (nati dalla terra): gli uomini
nascevano dalla terra, autentica madre (271a5 e 273e11-274b2; cfr. Menex.,
237b1-c4 e 237e1-238b1); venivano in tutto curati dagli di (271c8-272b1;
cfr. Menex., 237c5-d2); avevano nutrimento spontaneo dalla terra (272a2-
b1; cfr. Menex., 237e1-238b1); erano privi di ogni costituzione politica ma
anche di conoscenze specifiche e di caratteri morali (272b2 sgg.; cfr. Menex.,
238b1-6). Pertanto: (1) difficilmente i tratti storici che nel Politico hanno
una grande importanza sono qui utilizzati con fini ironici; (2) Platone non
vuole celebrare Atene come comunit politica gi costituita, bens porre un
nobile momento di inizio dellumanit ateniese; (3) lecito supporre che
il momento delautoctonia, come nel Politico (cfr. Gaiser 1988, pp. 49-70 e
116-21), sia un punto di partenza premorale, da cui ha inizio lo sviluppo sto-
rico-morale di un popolo, diretto alla virt o, pi frequentemente, al vizio.
26
La prima prova della venerabilit del territorio ateniese (237c5-d2)
fornita da un episodio mitico, quello della contesa tra Atena e Poseidone per
lAttica (cfr. per esempio Pseudo-Apollodoro, Bibl., III, 178-79). Platone
descrive lepisodio con tono solenne e senza citare scontri violenti, in modo
conforme alla rilettura del mito proposta nel Crizia (109b1). Al contempo
sembra qui presupposta una delle componenti del mito tradizionale, quella
della risoluzione della contesa a favore di Atena perch questa fece nascere
dalla terra un ulivo (cfr. anche Erodoto, VIII, 55). Ci stabilisce una conti-
nuit con la prova della seconda ragione di lode, basata sulla fecondit della
terra (particolarmente 238a7-b1).
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re selvagge; oper al contrario unoculata scelta tra gli
animali e gener luomo, animale che supera gli altri in
intelligenza, il solo a riconoscere la giustizia e gli di
27
.
[e] C poi una grande prova a favore di questo discor-
so, secondo il quale codesta terra partor i progenitori
nostri e di costoro. Tutto ci che partorisce, infatti, pos-
siede un nutrimento apposito per ci che ha partorito:
grazie a esso si distingue chiaramente una donna che ha
davvero partorito da una che non lo ha fatto e ha invece
preso un figlio altrui, e in tal caso non possiede le fonti
di nutrimento per il bambino generato. La nostra terra,
la nostra madre, offre proprio questa come valida prova
a conferma dellaver generato uomini: fu infatti la pri-
ma e lunica in quel tempo a 238 [a] offrire i frutti
del grano e dellorzo dei quali si nutre nel modo pi
appropriato e migliore il genere umano , e questo per-
ch fu realmente genitrice di questo animale. Del resto,
conviene raccogliere simili prove pi per una terra che
per una donna: non infatti la terra ad aver imitato la
donna nel concepimento e nella generazione, bens la
donna la terra. La terra, inoltre, non ha covato con ge-
losia questo frutto, ma lo ha distribuito anche agli altri.
Dopo questo, diede inizio per quelli che aveva partorito
alla produzione dellolio, aiuto nelle fatiche. [b] Co-
s, avendo provveduto alla nutrizione e alla crescita fino
alla giovinezza, procur come loro governanti e maestri
gli di: in tale circostanza opportuno tralasciare i loro
nomi (noi li conosciamo)
28
, i nomi di questi di che orga-
27
Nel proporre la nascita delluomo anche qui direttamente dalla ter-
ra come grande peculiarit del territorio e momento di sua realizzazione,
Platone va contro una tradizione diffusa che voleva lAttica abitata da nume-
rose fiere (cfr. per esempio gi Euripide, Ph., 801-2, e poi Pausania, Graec.
descr., I, 32, 1). LAttica di Platone, a differenza di quella degli altri epita-
fi, si configura segnatamente come il territorio dellordine e della razionalit
(cfr. anche Loraux 1993, pp. 169-73, che propone la stessa valutazione per
lAtene del mito narrata poco dopo).
28
Linciso , trdito da tutti i manoscritti, non va espunto co-
me glossa (cos Tsitsiridis 1998, pp. 217-18, che segue lindicazione di Wila-
mowitz 1898, pp. 519-20). Proprio perch gli di non potevano essere citati
negli epitafi (cfr. Demostene, Epit., 30-31, con Clavaud 1980, p. 169), questa
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nizzarono la nostra vita nelle abitudini e nelle azioni quo-
tidiane educando noi, per primi, alle arti, e nella difesa
del territorio insegnandoci il possesso e luso delle armi
29
.
I progenitori di codesti, cos generati ed educati, con-
ducevano qui la vita provvisti di una costituzione poli-
tica
30
, che ora giusto [c] riportare brevemente alla
memoria. La costituzione politica nutrimento per gli
uomini: quella bella di uomini buoni, mentre quella
di natura opposta di uomini malvagi
31
. dunque neces-
sario chiarire che i nostri predecessori furono nutriti e
cresciuti in una bella costituzione politica
32
: grazie a lei
segnalazione indica una forzatura del genere e una richiesta di maggiore at-
tenzione: in effetti, nel mito parallelo del Politico (cfr. supra la nota 25), ap-
paiono specifiche divinit con simili funzioni Prometeo, Efesto e altri ,
che Platone conosce ma deve qui mantenere nellombra.
29
La seconda parte della lode al territorio (237d2-238b6) approfondisce
il tema dellautoctonia. Pur presentando caratteri tradizionali essa risulta
originale nel panorama degli epitafi classici (il parallelo pi prossimo rap-
presentato da alcune frasi dellEpitafio 5 demostenico). Secondo questa
ricostruzione storica, ricavabile sia dalla narrazione che dalla prova della
sua autenticit, la terra ateniese: (a) avrebbe prodotto non fiere ma uomini
(237d2-e1), (b) avrebbe provveduto alla loro nutrizione spontaneamente e
perfettamente (237e1-238b1), (c) avrebbe fornito loro uneducazione di va-
rio tipo attraverso alcuni di (238b1-b6). La forte originalit soprattutto
rispetto allepitafio pericleo indica che Platone vuole sottolineare limpor-
tanza dellargomento, che trova infatti puntuali e pregnanti paralleli nel Po-
litico (cfr. supra la nota 25).
30
Pertanto, la tutela divina aveva fornito ai progenitori anche una costi-
tuzione politica (), bench solo nel momento in cui gli di abban-
donarono gli uomini a se stessi.
31
Per il suo tono lapidario la frase, bench ambigua, rivendica un valore
generale. Non del tutto chiaro quale rapporto si debba istituire tra costitu-
zione e condizione umana. Risulta per fortemente implausibile che Platone
voglia sostenere che per uomini malvagi semplicemente opportuna una co-
stituzione cattiva. Al contrario, se la costituzione nutrimento, essa stessa
a interagire con la condizione umana: una costituzione bella, dunque, rende
gli uomini buoni. Questo presupposto, stabilito in modo tanto chiaro e gene-
rale, pone una norma regolativa necessariamente applicabile alle narrazioni
successive e abolisce la possibilit di una degenerazione (prevista come ele-
mento strutturale, per esempio, in Resp., VII, 545 sgg.). Ora, il presupposto
dellautoctonia genuinamente platonico ma suggerisce, nella sua versione
autentica, una progressiva degenerazione (cfr. supra la nota 25); la narrazione
esplicita di una degenerazione, per, non pu essere accolta in un epitafio:
quindi probabile che Platone proponga questa norma per mascherare nel
contesto la propria prospettiva.
32
Lampia sequenza sulla costituzione ateniese, centrale nellepitafio peri-
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essi erano buoni, come buoni sono i contemporanei, tra
i quali codesti caduti. In effetti, cera allora e c adesso
la stessa costituzione politica, unaristocrazia, nellalveo
della quale siamo ancora oggi cittadini, che dura da quel
tempo per tutto il successivo senza soluzione di continui-
t, o almeno per la maggior parte. Qualcuno la chiama
[d] democrazia, qualcun altro in un modo diverso che
pi trova adatto, ma in verit unaristocrazia provvista
dellapprovazione dei pi
33
. Abbiamo sempre avuto dei
cleo, completa la prima parte della lode, in generale dedicata alla formazione
del popolo (cfr. Lisia, Epit., 18-19; Demostene, Epit., 15-17 particolarmente
sulleducazione del popolo e 25-27 lode della democrazia ; con Isocrate,
IV, 39). I caratteri della costituzione descritta possono essere cos riassunti:
(a) insegnata dagli di; (b) perennemente stabile; (c) nata come governo
dei migliori; (d) ha caratteri democratici; (e) prevede una figura regale; (f ) il
potere detenuto dal popolo. La norma posta allinizio della sequenza (238c1-
2) sembrerebbe autorizzare il ragionamento: i progenitori furono cresciuti in
una buona costituzione, dunque corroborarono la loro bont, che rimase stabile
nelle generazioni. Limpegno maggiore certamente riposto nel sottolineare
una forte continuit tra il tempo dei progenitori e la contemporaneit: poich
la costituzione il nutrimento e la garanzia della bont della cittadinanza,
la sua permanenza stabilisce la bont della citt contemporanea (cfr. Scholl
1959, p. 25). Per rendere verosimile questa tesi, estremizzazione di posizio-
ni tradizionali (cfr. Lisia, Epit., 17), Platone per costretto a fare solo un
cenno criptico (238c7) ai momenti in cui Atene conobbe regimi distanti dal-
la democrazia (per esempio sotto il tiranno Pisistrato, alla fine del vi secolo,
o sotto i trenta tiranni nel 404) e arriva a sostenere la presenza di ununica
costituzione in tutta la storia ateniese. Inoltre la pretesa continuit appena
stabilita impone una retroproiezione totale della democrazia, che giunge a
coprire le figure mitiche dei primi re ateniesi. Platone non il solo a propor-
re simili forzature, ma certamente il pi radicale. Un presupposto analogo
apre per esempio lepitafio pericleo (Tucidide, II, 36, 1): gli avi avrebbero
trasmesso con piena continuit il territorio con virt e libert. Le forzature
rispetto allepitafio pericleo non si limitano per a questo: la commistione tra
democrazia e aristocrazia (democrazia come aristocrazia fondata sullappro-
vazione) fa implicito riferimento alle analoghe ambiguit che caratterizzano
lorazione di Pericle (cfr. Loraux 1993, pp. 188 sgg.); ancora, allepitafio di
Pericle rimandano sia lidea per cui le cariche pubbliche sono conferite ai mi-
gliori senza considerare la povert (Tucidide, II, 40, 1; cfr. anche Clavaud
1980, pp. 119 sgg.) o fattori diversi dalla virt (II, 37, 1-2), sia il cenno alla
denominazione (Tucidide, II, 37, 1; cfr. Kahn 1963, pp. 220-24, e Labriola
1980, pp. 212-13), sia il silenzio sulla pratica del sorteggio.
33
I temi di questa sezione sembrano discendere da una rielaborazione
dellepitafio pericleo (cfr. la nota precedente) basata su una costruzione ar-
gomentativa (consapevole) oltremodo fragile. Limmagine della democrazia
rimodellata da due punti di vista, luno storico/strutturale, laltro sociale
(il secondo dei quali implicitamente sostenuto dal primo): da un punto di
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re una volta scelti in base alla stirpe e in altre epoche
eletti
34
, ma ad avere in misura maggiore potere sulla
citt sono i pi: essi conferiscono le cariche e il potere a
chi sembra sempre migliore, e nessuno mai stato esclu-
so perch debole, povero o di padre ignoto, n come
vista storico/strutturale la democrazia la migliore e originaria costituzione,
dunque forma perennemente uomini buoni; da un punto di vista sociale, la
democrazia si configura come la realizzazione della scelta della maggioran-
za dei buoni. Entrambe le condizioni dipendono da proposizioni ambigue:
la prima da una norma di incerta validit (cfr. supra la nota 31), la seconda
da una possibilit la corretta scelta di un governante ottimo da parte del-
la massa che Platone difficilmente condividerebbe (cfr. per esempio Resp.,
VI, 498d7-501a8) e direttamente mutuata dallepitafio di Pericle. Per queste
ragioni appare difficile che Platone faccia tout court riferimento a una forma
di stato ideale (cos Wilamowitz 1919, vol. II, pp. 137-42 e Harder 1934,
p. 500; poi von Lwenclau 1961, pp. 62-79; Kahn 1963, pp. 225-26; Tulli
2003, pp. 100-3) o a una comunit realmente e permanentemente virtuosa
(Scholl 1959, pp. 24-37); sembra pi probabile che con lo specifico riferimen-
to alla democrazia egli voglia comunque deformare la ben nota descrizione
di Atene formulata da Pericle mettendone in evidenza le contraddizioni e i
punti di maggiore debolezza (cos Colin 1938, p. 237; Vlastos 1973, pp. 188-
201; Labriola 1980, pp. 216-19; Clavaud 1980, pp. 119-27; Coventry 1989,
p. 11; Loraux 1993, pp. 196-97; Monoson 1998, pp. 492-93).
Perch per Platone avrebbe posto un momento originario quello dellau-
toctonia di grandi nobilt e valore filosofico per poi proseguire con una
descrizione deformata della costituzione periclea? In realt il passaggio pu
alludere a una lettura duplice. (a) Da un lato la descrizione dellet delloro
rappresenta un momento pre-morale e la sua seriet non sar intaccata dalla
qualit morale che il popolo svilupper; al contrario, il parallelo con il Poli-
tico suggerisce la probabilit di una decadenza, che per in un epitafio de-
ve essere mascherata. Lillustrazione della costituzione democratica allude
dunque al presupposto storico per la possibilit di una decadenza progressi-
va (cfr. anche 238c1-2: difficilmente Platone potrebbe trovare nella demo-
crazia fondata sullopinione delle masse un esempio di costituzione positi-
va, dunque i suoi tratti di negativit saranno visti alla base di una possibile
successiva decadenza). (b) Daltro canto limmagine della democrazia come
costituzione basata sullopinione dei buoni pu aprire contemporaneamente a
una diversa possibilit: attraverso una riforma morale (come quella proposta
alla fine del dialogo) rimane possibile che anche le azioni e le opinioni dei pi
convergano verso unorganizzazione politica migliore, una democrazia ari-
stocratica. Sullinterpretazione della difficoltosa sequenza cfr. anche supra
lintroduzione, pp. 401-2.
34
Questa affermazione pone il problema dellindividuazione della figura
del re eletto, storicamente mai esistito: nella democrazia ateniese, infatti,
larconte-re (cos Friedlnder 2004, p. 639) era sorteggiato. Con ogni proba-
bilit la spiegazione migliore fornita da Loraux 1993, p. 197, che sottolinea
come Socrate porti a estremizzazione una tendenza chiara nellepitafio di Pe-
ricle, quella di non citare mai il sorteggio come metodo di scelta delle cariche.
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in altre citt stato onorato per i motivi opposti. C
una sola regola: governa e assume le cariche chi sembri
35

sapiente e buono
36
. [e] La causa che fonda per noi que-
sta costituzione politica la discendenza da unuguale
origine. Le altre citt, infatti, sono state organizzate da
uomini di ogni sorta e senza equilibrio, cosicch senza
equilibrio sono anche le loro costituzioni politiche, tiran-
nidi e oligarchie: alcuni governano altri considerandoli
schiavi, gli altri a loro volta ritengono quelli padroni. Al
contrario noi e i nostri, 239 [a] nati tutti come fratelli
da una sola madre, non ci consideriamo vicendevolmente
schiavi o padroni: leguale origine, conforme alla natura,
ci porta invece a cercare necessariamente leguaglianza
secondo legge, a non sottostare a nessun altro se non a
chi sembri dotato di virt e intelligenza.
A quel punto, ormai cresciuti in completa libert
37
e
35
Qui come altrove (per esempio 239a4) la presenza del verbo
sembra presupporre una riserva ironica sullefficacia della valutazione da par-
te del popolo (cos gi Taylor 1963, p. 43, e Dodds 1959, p. 24, nota 2; poi
su tutti Loraux 1993, p. 335; contra Kahn 1963, p. 226): nonostante luso
del verbo caratterizzi il linguaggio politico (cfr. per esempio Pohlenz 1913,
pp. 246-47), con ogni probabilit Platone vuole effettivamente alludere a una
dimensione di virt non compiuta, per quanto non necessariamente fallace.
36
Secondo il mito di fondazione della citt, Atene ebbe come primo re il-
luminato Teseo. Platone (ma cfr. Lisia, Epit., 18, e Demostene, Epit., 28, 2,
con Isocrate, X, 35, i quali, mantenendo un profilo pi moderato, sottolineano
la bont del re), non pu ignorarlo, e per preservare la tesi della democrazia
originaria e continua costretto a calare la figura del re nel contesto della
democrazia. Anche in questo, per, Platone richiama Pericle (Tucidide, II, 36,
1-2), che individuava una continuit virtuosa nei costumi ateniesi e al contem-
po lintrinseco legame tra Atene e la democrazia. Il re qui originariamente
scelto per stirpe, ma poich gli Ateniesi sono tutti autoctoni (238e1 sgg.) e
buoni, ci non intacca lidentit democratica. Successivamente il re viene
eletto, ed un buono eletto da buoni, unistituzione pienamente compatibi-
le con la democrazia aristocratica. Su queste basi si pu ribadire (238d2-5)
che il potere del tutto in mano al popolo, cio ai buoni.
37
Limportanza della nozione di dipende dalladerenza al ge-
nere letterario (cfr. per esempio Tucidide, II, 36, 1 e 37, 2 e 40, 3; Lisia,
Epit., 22; Iperide, Epit., 5; con Loraux 1993, pp. 114-20), e ha qui un ruolo
centrale come giustificazione per qualsiasi impegno militare degli Ateniesi: so-
prattutto nelle guerre che furono storicamente costitutive dellimpero, Atene
viene rappresentata come mossa dal desiderio per la libert, propria o altrui
(per esempio a 240e2; 242a7 e b6; 243a1-2; 244c6-7). In questi riferimenti
difficile non scorgere ironia, dal momento che secondo Platone proprio la
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formati in tutta bellezza, i padri di codesti e i nostri e
questi stessi
38
misero in luce al cospetto di tutti gli uomini,
[b] sia in privato che in pubblico, molte e belle impre-
se, fermi nellidea che in nome della libert necessario
combattere sia i Greci in nome dei Greci sia i barbari in
nome di tutti i Greci
39
. Troppo poco il tempo per nar-
rare degnamente come si difesero quando Eumolpo e le
Amazzoni e gli altri ancora prima attaccarono il nostro
territorio, come difesero gli Argivi contro i discendenti
di Cadmo e gli Eraclidi contro gli Argivi; poe ti lo hanno
gi testimoniato di fronte a tutti, lodando meravigliosa-
mente la loro virt con inni nelle forme care alle Muse
40
:
libert non solo la radice ovviamente negativa della democrazia (Resp.,
VIII, 557a10 sgg., particolarmente 557b4-7), ma anche la tossina che inne-
sca il passaggio alla tirannide (Resp., VIII, 562a11 sgg.; ma cfr. anche Leg.,
III, 693e6-8 e 698a9-b2).
38
Va probabilmente accolta la correzione qui tradotta proposta da Tsit-
siridis 1998, p. 241 ( ),
efficace e con buona base tradizionale.
39
In conformit con la struttura tradizionale, Platone conduce la lode
delle imprese ateniesi. A differenza degli altri autori (Lisia si dilunga su fatti
mitici, Pericle sostituisce mito e storia con la descrizione della morale ate-
niese), per, si sofferma poco sul mito (239a5-b8) e si immerge quasi imme-
diatamente in unamplissima rassegna di imprese storiche, che occuper gran
parte dellepitafio (239b8-246a4): tale estensione segnala linteresse di Pla-
tone per le vicende ateniesi a partire dalle guerre persiane. Ben pi rilevanti
sono per le numerose distorsioni che si potranno riscontrare in queste pagine
(per indicazioni puntuali cfr. infra, passim; rassegne complessive in Mridier
1931, pp. 59-64; Scholl 1959, pp. 46-59; Kahn 1963, pp. 224-28; Henderson
1975, pp. 29-33; Clavaud 1980, pp. 127-202), sulla cui valutazione la critica si
divisa: esse potrebbero inserirsi nel genere dellepitafio ed essere finalizzate
ad auspicare (Scholl 1959, pp. 46-59, e Kahn 1963, pp. 224-28) o celebrare
(von Lwenclau 1961, pp. 79-106, e Tulli 2003, pp. 100-5) unAtene ideale,
o essere al contrario troppo forti per non produrre un effetto ironico (Colin
1938, pp. 237-39; Henderson 1975, pp. 29-33; Clavaud 1980, pp. 127-202;
Coventry 1989, pp. 9-10). Cfr. per supra lintroduzione, pp. 402-4.
40
(a) Eumolpo, re dei Traci, attacc lAttica e Atene sotto il regno di
Eretteo (anche Demostene, Epit., 8); (b) le Amazzoni invasero Atene sotto
il regno di Teseo (anche Lisia, Epit., 4-6 pi ampiamente e Demostene,
Epit., 8); (c) i precedenti invasori non sono facilmente identificabili, e potreb-
bero forse essere i Tebani di Labdaco; (d) Teseo sostenne Adrasto contro i
tebani (anche Lisia, Epit., 7-10 pi ampiamente , Isocrate, IV, 64, 4 sgg.
e Demostene, Epit., 8); (e) Atene aiut i figli di Eracle perseguitati dal re Eu-
risteo di Argo (anche Lisia, Epit., 11-16, Isocrate, IV, 58, 1 sgg., Demostene,
Epit., 8). Questi episodi, forse originariamente selezionati in analogia con la
nuova ideologia democratica (cfr. Loraux 1993, pp. 84 sgg.), erano ampia-
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qualora dunque [c] ci impegnassimo a ornare questi
stessi fatti con la prosa, appariremmo probabilmente in-
feriori
41
. Mi sembra opportuno lasciare da parte queste
imprese per tale ragione: hanno gi degna valutazione.
Piuttosto, mi pare necessario riportare la memoria pro-
prio a quelle imprese che nessun poe ta ha ancora fatto
proprie da cose di valore cogliendo una valida fama
42
,
imprese che sono per di pi dimenticate, lodandole
43
e
inducendo altri a porle in odi e in ogni altro genere di
composizione letteraria, come conviene per chi le rea-
lizz. dunque proprio di queste che parlo [d] per
prime. I figli di codesto territorio, nostri padri, tennero
lontani i Persiani, che dominavano sullAsia e volevano
ridurre in schiavit lEuropa: giusto e necessario, ser-
bandone memoria, lodare in primo luogo la loro virt
44
.
mente noti al pubblico e richiamati nelle tragedie (ci spiega il riferimento ai
poe ti, tipicamente retorico; per indicazioni specifiche cfr. Tsitsiridis 1998,
pp. 245-48), oltre che stabilmente presenti negli epitafi (con Pericle fa ecce-
zione solo Iperide).
41
La giustificazione poco efficace, poich opere in versi in partico-
lare tragedie erano dedicate anche alle guerre persiane (come i Persiani di
Eschilo), delle quali per Socrate si accinge a parlare. Certamente vi sono
affermazioni parallele negli altri epitafi cfr. per esempio le ben pi caute
formulazioni in Demostene, Epit., 9 ma Platone forza questo luogo comu-
ne (cfr. gi Colin 1938, p. 237).
42
La sequenza rappresenta un classico saggio di stile
gorgiano, con allitterazioni e ripetizioni.
43
Qui come in pochi altri casi (246b5-7; 246c2; 246c4-6; 248e2) stata
segnalata la presenza di voci maschili () per lautore dellepita-
fio, che sembrerebbero essere in contrasto con lattribuzione ad Aspasia (cfr.
Labarbe 1991, pp. 89-100); in realt la recitazione dellepitafio prerogativa
maschile (cfr. Loraux 1993, pp. 64-78) e, bench composto da Aspasia, esso
sarebbe stato letto o recitato da un uomo.
44
Inizia lampia sezione dedicata alle guerre persiane, propria del modu-
lo tradizionale (i tardi epitafi di Iperide e Demostene considerano invece so-
lo levento storico per cui sono composti). Dopo la cosiddetta rivolta ionica
(500-494 a.C.), i Persiani del re Dario intrapresero linvasione della Grecia,
e avendo sottomesso le Cicladi ed Eretria sbarcarono a Maratona. Lesercito
ateniese vinse con una manovra avvolgente; i Persiani si imbarcarono allora
verso Atene, rimasta sguarnita, ma a marce forzate gli Ateniesi raggiunsero
la citt e ne impedirono la presa. Dieci anni dopo, nel 480, i Persiani guidati
da Serse (figlio di Dario) attraversarono lEllesponto e tentarono di invadere
la Grecia, indebolita e in parte filopersiana. Sotto la guida di Sparta e Ate-
ne, per, unalleanza si organizz secondo il piano dellateniese Temistocle,
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Ebbene, occorre averla davanti agli occhi se la si vuole
lodare in modo bello, come trovandosi grazie al discor-
so in quel tempo, quando gi tutta lAsia era schiava del
terzo dei tre re. Il primo di loro, Ciro, dopo aver libera-
to i Persiani, suoi sudditi, mosso dalla propria cupidigia
ridusse in schiavit [e] i padroni Medi e prese il co-
mando della restante parte dellAsia fino allEgitto
45
; il
figlio, invece, delle regioni dellEgitto e della Libia che
fu in grado di invadere. Dario, per terzo, con spedizio-
ni via terra stabil il proprio potere fino alla Scizia, con
spedizioni navali prendeva il comando 240 [a] sul
mare e sulle isole: cosicch non vera nessuno che ne-
anche pensasse di contrapporsi a lui. Ormai schiavo era
il giudizio di tutti gli uomini: tanto numerose e grandi
e combattive erano le stirpi che gi il potere persiano
aveva condotto in schiavit
46
. Dario rivolse allora con-
che vedeva nelle battaglie navali lunica possibilit di vittoria. Cos, mentre
lesercito persiano di terra veniva bloccato (con il fondamentale e celebre con-
tributo di Sparta) negli angusti passaggi delle Termopili, la flotta ateniese si
portava presso lArtemisio e limitava le perdite in un grande scontro navale.
Lesito delle due battaglie, tuttavia, pu essere visto come favorevole ai Per-
siani: la caduta delle Termopili apr infatti un varco nella Grecia continenta-
le, e Atene fu presto presa e devastata. Come ultimo baluardo greco rimane-
va listmo di Corinto; Temistocle riusc a incanalare la flotta persiana nello
stretto di Salamina, costringendola sempre pi e impedendo la fuga via ter-
ra. Serse decise cos di ripiegare, pur mantenendo proprie postazioni a nord.
Nellestate del 479 i Persiani invasero nuovamente la Grecia e presero Atene;
allora gli Spartani (insieme a molti altri contingenti) intervennero in soccorso
e raggiunsero i nemici a Platea: nella battaglia che ne segu probabile che
gli Ateniesi non abbiano brillato, e la vittoria fu greca grazie a Sparta. Lul-
timo atto della guerra rappresentato dallattacco ellenico al promontorio di
Micale, in Ionia (attuale costa turca), dove venne distrutta la flotta persiana.
45
Ciro II regn dal 559 al 530, anno della sua morte; la sua impresa mag-
giore consistette probabilmente nella liberazione del proprio popolo dai Me-
di nel 550-49 (Erodoto, I, 122-30). Corretti, anche se enfatici, sono anche i
cenni alle ulteriori conquiste che portarono limpero persiano ad annettere i
territori babilonesi. La valutazione platonica di Ciro, come anche quella di
Dario, altrove positiva (Leg., III, 694c1 sgg.) e, bench il contesto dellora-
zione pubblica richieda in generale una caratterizzazione negativa dei re bar-
bari, Platone si limita anche qui a contrapporre implicitamente i Greci, liberi
e democratici, ai sovrani persiani, volti al dispotismo.
46
Il figlio di Ciro, Cambise, regn dal 530 al 522 ed estese limpero fino
all'Egitto nel 525 (Erodoto, III, particolarmente 1-26). L'improvvisa morte
di Cambise lasci nellinstabilit limpero; gli subentr dopo un anno Dario,
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tro di noi e gli abitanti di Eretria unaccusa, adducen-
do come pretesto una nostra cospirazione contro Sardi,
e invi cinquecentomila uomini su imbarcazioni e navi:
trecento navi sotto il comando di Dati, a cui disse di
tornare portando Eretria e Atene, se avesse desiderato
[b] conservare la testa
47
. Quello, allora, si mise in mare
verso Eretria, per affrontare uomini, e non pochi, che dei
Greci di allora erano tra quelli che godevano della mag-
giore stima
48
nelle occupazioni belliche. Li sottomise in
tre giorni. Poi, perch nessuno riuscisse a sfuggire, bat-
t attentamente lintero loro territorio in questo modo:
i suoi soldati, giunti ai margini di Eretria e disposti per
tutta lestensione, da mare a mare, attraversarono tutto
il [c] territorio tenendosi per mano, per essere in gra-
do di dire al Re che nessuno era riuscito a sfuggirgli
49
.
Con le stesse intenzioni scesero da Eretria verso Mara-
tona, del tutto sicuri di prendere anche gli Ateniesi co-
stringendoli nella stessa morsa usata contro gli abitanti
di Eretria. Mentre la prima di queste operazioni era at-
appartenente a un ramo secondario della stirpe reale: egli regn dal 522 al 486
e fu protagonista della prima guerra persiana. Qui Dario rappresenta l'apo-
geo dellimpero, dunque il momento di sua massima temibilit e forza, con-
tro la quale gli Ateniesi avrebbero avuto leccezionale coraggio di schierarsi.
47
Il racconto della prima guerra persiana in parte non corrisponde alla
maggiore fonte antica a noi nota, Erodoto (cfr. anche supra la nota 44); in par-
ticolare, alcune difformit potrebbero indurre a vedere una manipolazione da
parte di Platone: (a) viene omessa la sconfitta nella rivolta ionica; (b) i numeri
relativi allesercito persiano sono molto ingranditi (240a6-7); (c) la presa di
Eretria circoscritta in soli tre giorni (240b3-4) a fronte dei sette di Erodo-
to; (d) omessa la partecipazione alla battaglia di Maratona dellesercito di
Platea (Erodoto, VI, 108; come Platone, tuttavia, si comportano anche Lisia
e Isocrate per esempio IV, 86) ed falsata la notizia sullarrivo degli Spar-
tani (240c4-d1), che giunsero in ritardo ma non a battaglia finita (cfr. Erodo-
to, VI, 120; la stessa notizia riportata nelle Leggi III, 698d5-e5 , ma con
tono certamente pi indulgente). I dati in questione discendono comunque
da una fonte storica probabilmente di parte ateniese ma fatti e omissioni
trovano solo parziale riscontro anche in altre opere (per esempio Lisia, Epit.,
20-47, e Isocrate, IV, 89 sgg.): Platone, dunque, forza coscientemente la nar-
razione (cfr. del resto la descrizione ben pi equilibrata in Leg., III, 698e).
48
Va probabilmente ristabilito il testo trdito da T e W (ma in parte
suggerito anche da F), (cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 270-72).
49
Si tratta del noto episodio della (cfr. Erodoto, VI, 31, 2, e
Platone, Leg., III, 698c7-d5).
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tuata e la seconda veniva intrapresa, nessuno dei popoli
greci prest soccorso n agli abitanti di Eretria n a quelli
di Atene a eccezione dei Lacedemoni, che giunsero per
allindomani della battaglia: tutti gli altri, profondamen-
te scossi e affezionati [d] alla salvezza di cui godeva-
no al momento, rimasero immobili. Solo trovandosi l
uno potrebbe cogliere di quale virt furono allora capaci
quelli che a Maratona ricevettero lattacco della poten-
za dei barbari, che punirono larroganza dellAsia inte-
ra, che per primi conseguirono trofei di vittoria contro i
barbari, che divennero per gli altri guide e maestri
50
del
fatto che la potenza dei Persiani non era imbattibile, e
che al contrario ogni quantit e ogni ricchezza sottost
alla virt
51
. Ebbene, io affermo che quegli [e] uomi-
ni sono padri non solo dei nostri corpi ma anche della
libert, sia nostra sia di chiunque si trovi in codesta ter-
ra greca: proprio volgendo lo sguardo a quelle imprese
e alle battaglie successive i Greci, facendosi allievi de-
gli uomini a Maratona, trovarono il coraggio di correre
ogni rischio in nome della libert. Con il discorso, dun-
que, occorre assegnare il primo e pi alto premio a quelli;
241 [a] il secondo va invece a chi ha combattuto e vinto
le battaglie navali presso Salamina e lArtemisio
52
. Molte
50
Questa considerazione rappresenta un topos fondamentale del genere, ma
echeggia in particolare una nota posizione periclea (Tucidide, II, 37, 1 e 41, 1).
51
Con le imprese militari torna il tema della virt, centrale nel genere let-
terario. Bench Platone condivida la subordinazione di forza fisica, numero
e ricchezza alla virt, difficilmente si possono identificare in questi passaggi
posizioni essenzialmente platoniche (lassociazione dellAtene di Maratona
con la citt ideale proposta per esempio gi da Harder 1934, pp. 497-500).
Oltre che tributi alla tradizione e al genere, esse possono comunque rappre-
sentare delle acquisizioni minime di virt politica: per quanto non (necessa-
riamente) portatori di una virt autentica, gli Ateniesi di Maratona agiscono
in modo coraggioso.
52
Cfr. supra la nota 44. Bench qui sia particolarmente netta (Clavaud
1980, pp. 148-49), lomissione delle battaglie delle Termopili e di Micale, co-
me anche di riferimenti alle molte forze greche coinvolte, tradizionale (per
esempio Lisia, Epit., particolarmente 21 e 30; per lampia alleanza a sostegno
di Atene nella battaglia dellArtemisio cfr. Erodoto, VIII, 1-2). La distribu-
zione dei premi risponde a una logica interna al dialogo, poich altrove
(Leg., III, 698d5-699d2) Platone cita esplicitamente, tra le battaglie delle
guerre persiane, solo Maratona, e allude in tono minore alla seconda guerra
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cose, infatti, vi sarebbero da narrare anche su questi uo-
mini: a quali attacchi resistettero, per terra e per mare,
come allora si difesero! Voglio per ricordare quella che
mi pare la pi bella tra le loro imprese, che hanno portato
a compimento dopo le vicende di Maratona. Solo que-
sto, infatti, quelli mostrarono ai Greci a Maratona, che
[b] per terra era possibile che i barbari, bench molti,
da pochi fossero respinti. Quanto alle azioni navali, in-
vece, era ancora tutto oscuro: con la loro imponenza, la
loro ricchezza, la loro competenza, la loro forza, i Persia-
ni avevano fama di essere invincibili per mare. Ebbene,
proprio per questo degno lodare gli uomini che allora
si impegnarono nella battaglia navale: essi dissolsero la
paura residua dei Greci, arrestarono il loro timore della
grande quantit di uomini e navi. Grazie a entrambi, a
quelli che a Maratona combatterono per terra e a quelli
[c] che a Salamina combatterono sulle navi, gli altri Gre-
ci ricevettero uneducazione
53
: hanno appreso e si sono
abituati a non temere i barbari n per terra grazie agli
persiana. Nel Menesseno i premi sono assegnati in corrispondenza dellordi-
ne cronologico e viene rappresentata una gerarchia che conduce, declinando,
dalle guerre persiane fino alla guerra di Corinto. Tsitsiridis 1998, pp. 281-82
(ma gi Scholl 1959, pp. 40-46) ha motivato la disposizione seguendo le indi-
cazioni di Platone, cio indicando come le guerre abbiano progressivamente
insegnato meno ai Greci e sottolineando che a Maratona gli Ateniesi combat-
tevano soli. Sembra per pi probabile che Platone stia descrivendo un de-
clino, che per la lode deve mascherare (Clavaud 1980, pp. 175-81; Pradeau
1997, pp. xviii-xxiii). Del resto Platone, esasperando un atteggiamento gi
pericleo (cfr. Loraux 1993, pp. 106-14), tace per tutta la digressione storica
la formazione e le vicende dellimpero talassocratico ateniese, che reca nella
sua prospettiva un necessario declino morale (cfr. per esempio Gorg., 515c
sgg.). Ci non vuol dire che Platone dissimuli realmente e radicalmente la sua
opposizione (cos Clavaud 1980, pp. 193-200): al contrario, la disposizione
dei premi, il ricorso al mito dellautoctonia e le crescenti e sempre pi forti
edulcorazioni della storia costituiscono una parziale violazione del genere che
lascia facilmente intuire un presa di posizione. Diversa la lettura di alcuni
critici che hanno visto in questo atteggiamento solo le basi per una seria esor-
tazione allautentica virt platonica: limpero sarebbe qui sostituito dallAte-
ne auspicabile o ideale (cfr. Kahn 1963, pp. 224-25; Tulli 2003, pp. 100-3).
53
Il motivo tradizionale delleducazione fonda la classificazione; Plato-
ne sembra per riprendere ed esasperare una posizione periclea (cfr. supra la
nota 50). Per lidentificazione della vittoria ateniese con una testimonianza
di valore dei Greci cfr. per esempio Lisia, Epit., 41.
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242 [a]
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uni n per mare grazie agli altri. Indico come terza
impresa per la salvezza del territorio greco, sia per nu-
meri sia per virt, quella di Platea, gi comune di La-
cedemoni e Ateniesi
54
: tutti loro tennero testa a quanto
di pi grande e pericoloso; per questa virt anche oggi
ricevono encomi da noi, e cos sar nei tempi a venire
[d] da parte dei nostri successori. Dopo questo
55
ancora
molte citt erano con i barbari
56
, e il Re stesso annun-
ciava il proposito di impegnarsi nuovamente contro i
Greci. dunque giusto che noi ricordiamo anche quel-
li che, realizzando la nostra salvezza, portarono a com-
pimento le imprese dei predecessori, che eliminarono e
bandirono i barbari tutti dal mare. Eccoli, gli uomini che
combatterono la battaglia navale presso lEurimedonte,
[e] gli uomini che fecero parte dellarmata verso Cipro,
gli uomini che navigarono verso lEgitto, e ancora mol-
ti in diversi tempi e luoghi: occorre ricordarli ed essere
consapevolmente loro grati per aver fatto s che il Re,
ormai intimorito, si preoccupasse della propria salvezza
piuttosto che di ordire piani per la distruzione dei Greci
57
.
E questa guerra fu portata a conclusione dalla nostra
citt, tutta intera, per 242 [a] noi e gli altri che parla-
54
La stessa alleanza paritetica tra i due schieramenti sottende probabil-
mente unedulcorazione, in quanto non solo Erodoto (IX, 6-12) ma addirit-
tura Lisia (Epit., 46) segnalano il soccorso portato dagli Spartani.
55
Viene impiegata per la prima volta la locuzione + pronome dimo-
strativo, che coordina tradizionalmente (Loraux 1993, pp. 159-60) la narra-
zione di accadimenti storici negli epitafi classici (in particolare quello di Lisia;
sembra per improbabile che, come vuole Clavaud 1980, pp. 176-78, Platone
stia semplicemente criticando questo tratto stilistico). Se la successione coin-
cide con una degradazione morale (cfr. supra la nota 52), il nesso assume un
doppio valore, tradizionale e valutativo.
56
Principalmente alcune isole e citt della Ionia.
57
Platone vuole proporre unedulcorazione di un calcolo politico di Atene,
che increment il proprio potere con il pretesto di preparare difese contro un
ritorno persiano. Per raggiungere una simile descrizione positiva rappresenta
le campagne come appendice alla gloriosa guerra persiana, bench cronologi-
camente e politicamente esse appartengano (come in Tucidide, I, 100-6) alla
strategia militare di espansione a cui fa capo anche la guerra di Beozia. An-
cora, il silenzio totale di Isocrate e il breve cenno di Lisia (Epit., 49) alla sola
spedizione egiziana segnalano la sconvenienza per Atene di simili episodi.
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no la stessa lingua
58
, contro i barbari. Ma mentre vigeva
la pace e colma di gloria era la citt, giunse su essa ci
che da parte degli uomini solito abbattersi su chi sta
bene: il desiderio di emulazione in primo luogo, e dal de-
siderio di emulazione linvidia. Proprio questo condusse
anche codesta citt, che pur non voleva, in guerra con-
tro i Greci
59
. Dopo questo, gi in atto la guerra, si riuni-
rono a Tanagra per combattere contro i Lacedemoni in
nome della libert dei Beoti. [b] Molto incerta fu la
battaglia, e il giudizio fu dato dallimpresa successiva:
si allontanarono, quelli, e abbandonarono il campo la-
sciando chi stavano soccorrendo; i nostri, invece, vinse-
ro il terzo giorno a Enofita, e ripresero giustamente chi
era fuggito ingiustamente
60
. Dopo la guerra persiana per
58
Per la tradizionale distinzione tra Greci e barbari sulla base della lingua
cfr. gi Erodoto, VIII, 144, 9 sgg.
59
Platone allude ad alcuni conflitti che precedettero lo scoppio della gran-
de guerra del Peloponneso (la cosiddetta prima guerra del Peloponneso, tra
il 459 e il 446) e ne identifica la causa con linvidia delle altre citt greche,
secondo un luogo comune degli epitafi. Vengono taciute alcune spedizioni
che si succedettero fin dal termine di ogni ostilit con i Persiani e furono es-
senzialmente guerre di sottomissione da parte degli Ateniesi: lespansione di
Atene si era infatti volta dal 460 sia verso sud (con la vittoria di Enoe sugli
Spartani) sia pacificamente verso Mantinea e Megara. Solo nel 457, con
la richiesta daiuto dei Dori dellEta per le pressioni dei Focesi, gli Sparta-
ni schierarono un esercito nella Grecia centrale e, sconfitti i Focesi, attese-
ro lesercito ateniese a Tanagra. Probabilmente alleati degli Spartani furono
i Tebani, che chiesero in cambio della partecipazione alla guerra, in caso di
vittoria, il dominio sulla Beozia. Lalleanza spartana vinse (la dubitabilit
della vittoria probabilmente il frutto di una linea storiografica di parte;
cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 300-1), ma le truppe peloponnesiache si ritirarono
subito. Cos, dopo soli due mesi, gli Ateniesi ottennero una schiacciante vit-
toria sui Beoti a Enofita, ristabilendo il dominio sulla Beozia (o, dal punto
di vista dellepitafio, completando il soccorso alla Beozia). La testimonianza
di Tucidide (I, 107-8) permette di cogliere leffettiva vittoria degli Ateniesi
contro i Beoti. Tra gli autori di epitafi, solo Lisia Epit., 47 sgg. accenna a
questi conflitti, facendo peraltro menzione di episodi diversi. Per i fatti della
guerra in Beozia cfr. Cloch 1952, pp. 66-75.
60
Lespressione potrebbe indicare che gli Ateniesi vinsero a Enofita do-
po solo tre giorni dalla precedente battaglia o che la battaglia dur tre giorni,
ma entrambi i dati sono errati (cfr. particolarmente Tucidide, I, 108, 2, per
cui la battaglia ebbe luogo dopo pi di due mesi dalla precedente). Conside-
rando il modulo retorico dellesagerazione, possibile che la concentrazio-
ne degli eventi sia volta a sostenere la prontezza degli Ateniesi nella riscossa
(particolarmente Clavaud 1980, p. 132; per altre ipotesi cfr. Tsitsiridis 1998,
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primi questi, che in nome della libert soccorsero Greci
contro altri Greci, uomini buoni [c] che liberarono
coloro che soccorsero, ricevettero per primi dalla citt
lonore di essere deposti in codesto monumento
61
.
Dopo questo, divamp un ampio conflitto
62
: tutti gli
altri Greci entrarono in guerra, irruppero con violenza
nel territorio, ripagarono la nostra citt con un inde-
gno ringraziamento. Ma i nostri li vinsero in battaglia
navale, catturarono i loro capi Lacedemoni a Sfaghia, e
pur avendo la possibilit di annientarli li risparmiarono,
[d] li riconsegnarono, e determinarono cos la pace: era-
no fermi nella convinzione che contro genti della stessa
stirpe bisogna s guerreggiare fino alla vittoria, ma non
distruggere la comunit dei Greci per la passione di parte
per una citt, mentre contro i barbari scontrarsi fino alla
pp. 301-2). La lettura dei fatti proposta rimane comunque opaca: gli Spar-
tani avevano soccorso i Dori, che per non vengono qui chiamati in causa,
mentre laiuto ateniese ai Beoti non riconducibile a realt storica neanche
vedendovi un riferimento alla liberazione della Beozia dal dominio tebano (a
Enofita i Beoti si schierarono comunque con Tebe). Platone oscura dunque
ogni fatto salvo lazione liberatrice quale che fosse di Atene. Cfr. anche
Clavaud 1980, pp. 133-4.
61
La pratica della recitazione dellepitafio e della sepoltura comune presso il
Ceramico risale almeno al (ma forse anche a prima del) 464 (cfr. Loraux 1993,
pp. 49-52). Forse Platone vuole dire che i caduti in Beozia siano stati i primi
a essere deposti nel monumento tra quelli che combatterono per la libert di
Greci contro Greci (Tsitsiridis 1998, p. 304), ma rimane del tutto plausibile
che con un errore volontario Platone voglia sottolineare linizio delle guerre e
degli atteggiamenti imperialistici da parte di Atene (cos Loraux 1993, p. 84).
62
Si tratta della prima parte della guerra del Peloponneso, i dieci anni di
guerra achemenide (431-421) intercorsi tra linvasione dellAttica qui citata
da Platone e la pace di Nicia. Di questo periodo di guerra, che vide molte
sconfitte ateniesi, Platone cita solo liniziale invasione (esagerando secondo
un modello retorico classico applicabile a dati, numeri, ecc.; cfr. 240a4 sgg.
e in generale Clavaud 1980, pp. 128-29 il numero dei popoli greci coinvol-
ti contro Atene e, come Lisia, omettendo gli alleati) e la schiacciante vitto-
ria (nel 425) della flotta ateniese a Sfaghia (Sfacteria), isola sulle coste della
Messenia che gli Ateniesi assediarono facendo poi prigionieri pi di duecento
Spartani. Dato che vengono sottaciute le sconfitte che seguirono Sfacteria,
la pace di Nicia sembra una vittoria. La guerra del Peloponneso omessa da
Lisia (Epit., 57-58), che allude per alla disfatta di Egospotami: Platone as-
sume dunque un atteggiamento ambiguo, citando laddove non necessario la
guerra del Peloponneso, ma tacendo la disfatta finale, su cui neanche Lisia
osa sorvolare (cfr. anche infra le note 66 e 71-72).
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distruzione
63
. Ecco uomini che degno lodare, uomini
che per aver in questa guerra combattuto giacciono qui,
perch hanno mostrato che se qualcuno avesse mai per
assurdo avanzato il dubbio che nella guerra precedente,
quella contro i barbari, altri fossero stati migliori degli
Ateniesi, tale dubbio non avrebbe mai potuto trovare ri-
scontro nel vero
64
. In questa circostanza essi, [e] che
prevalsero nella guerra bench la Grecia si fosse coaliz-
zata, che batterono quelli che avevano assunto la guida
degli altri Greci, con i quali allora avevano vinto in al-
leanza sui barbari, mostrarono di saper vincere da soli
proprio su questi
65
.
Dopo questa pace scoppi una terza guerra, non pre-
vista, terribile. Giacciono qui i molti e valenti uomini
che caddero in essa
66
. Molti ottennero numerosissimi
trofei in Sicilia, 243 [a] lottando in nome della liber-
t degli abitanti di Lentini, per soccorrere i quali si mi-
sero per mare, fedeli ai giuramenti, fino a quei luoghi;
ma a causa della lunghezza della navigazione la citt era
63
Cfr. anche Resp., V, 470e1 sgg.
64
Il dubbio proposto gi come assurdo, in quanto formulato nel modus
irrealis .
65
Gli Spartani si guadagnarono il ruolo di guida della Grecia nelle guerre
persiane. In questo caso per evidente una qualche strumentalit nellutiliz-
zo della formula, che non ricorda solo quella circostanza ma anche la nuova
assunzione della guida da parte degli Spartani, ben meno favorevole ad Atene.
66
Si tratta della seconda parte della guerra del Peloponneso, che si apr
dopo sei anni di tregua (415) con la spedizione in Sicilia (415-413), disastrosa
per gli Ateniesi, e si concluse nel 404 con la definitiva vittoria degli Spartani.
La divisione in due conflitti della guerra del Peloponneso attestata altro-
ve (cfr. Andocide, III, 9, pur meno esplicito; Tucidide particolarmente V,
26, 2 la vede invece come un conflitto unitario), ma in questo contesto la
scelta dipende dalla volont di mettere artificiosamente in evidenza la vit-
toria nella prima parte (la guerra achemenide; cfr. supra la nota 62). Questa
guerra non fu certo inattesa, anzi: la spedizione in Sicilia fu a lungo dibattuta
(Tucidide, VI, 8-25) e preparata. Inoltre, sono qui taciute le alleanze e (con gli
autori degli altri epitafi) i tentativi di avvicinamento con la Persia, dei quali
sono invece accusati gli avversari. La collocazione del conflitto come terzo,
che identifica le guerre di Beozia e achemenide rispettivamente come prima
e seconda peloponnesiache, mette in parallelo queste tre con le tre persiane
(Maratona, Salamina, Platea). Lordine invocato dunque cronologico, ma
anche basato su una qualche valutazione, che conduce a vedere nella storia
ateniese un progressivo declino (cfr. gi supra la nota 52).
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ormai senza scampo, incapace di offrir loro supporto:
per il fallimento di questa impresa subirono una triste
sorte
67
. E tuttavia i nemici, che pur li avevano combat-
tuti, ne lodarono temperanza e virt in misura maggiore
di quanto altri ottengano da amici. Molti, ancora, cad-
dero nelle battaglie navali presso lEllesponto, essi che
in un solo giorno [b] presero tutte le navi dei nemici,
e molte altre ne vinsero
68
. Ecco per ci che dicevo e di-
co terribile, non previsto della guerra: gli altri Greci
giunsero a un tal grado di ambizione per la vittoria con-
tro la nostra citt che osarono inviare un ambasciatore
per trattare la pace al Re pi odioso lui, che avevano
sconfitto alleati con noi, barbaro contro Greci! , con-
durlo di nuovo qui per conto proprio, adunare insieme
contro la citt tutti i Greci e i barbari
69
. Fu proprio allo-
ra che [c] forza e virt della citt divennero manife-
ste. Quelli la ritenevano gi battuta e avevano intercet-
tato le navi a Mitilene, ma i nostri andarono in soccorso
con sessanta navi imbarcandovisi essi stessi, uomini ot-
timi per universale opinione. Vinsero i nemici. Libera-
rono gli alleati. Ma giacciono qui
70
, vittime di una sorte
67
Come gi in precedenza (supra la nota 59), Platone indica un pretesto
(cfr. infatti Tucidide, VII, 16) per giustificare la spedizione in Sicilia, ben-
ch lambiguo riferimento a Lentini possa essere comunque corretto (gi nel
427 Atene aveva portato soccorso a Lentini e ad altre citt alleate, ma nel
415 Lentini era stata annessa da Siracusa). Lindicazione della lunghezza del
viaggio rappresenta unartificiosa giustificazione per la sconfitta, e la citazio-
ne iniziale dei trofei guadagnati di sicuro eccessiva.
68
Le battaglie dellEllesponto, come la maggior parte di quelle di questa
guerra, furono vinte dagli Spartani: considerando le pochissime vittorie ri-
portate da Atene tra il 411 e il 410, il riferimento alle altre numerose vitto-
rie forzato, come forzato quello alla conquista di tutte le navi avversarie
(cfr. Senofonte, Hell., I, 1, 18).
69
Gli Spartani decisero di allearsi con il re persiano Dario e il suo satra-
po Tissaferne (cfr. Tucidide, VIII, 18, 36-37 e 57-59), anche se prima delle
battaglie degli anni 411-10.
70
La contraddizione tra limpossibilit di raccogliere i corpi e la pre-
senza nel monumento evidente. possibile che la negazione insista
sullintera frase (cos, per esempio, Mridier e Robin), o che il monumento
sia comunque anche loro, ma sembra ben pi plausibile che Platone voglia
alludere a una presenza spirituale, anche attraverso lepitafio; cfr. del re-
sto Tucidide, II, 43, 3.
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indegna, senza neanche che i corpi siano stati recupera-
ti dal mare
71
. Questi uomini bisogna sempre avere nella
memoria, sempre [d] lodare: grazie alla loro virt, in-
fatti, vincemmo non solo la battaglia navale di allora, ma
anche il resto della guerra; per merito loro la citt acqui-
s la fama di non poter mai essere battuta, neanche da
tutti gli uomini. Ed una fama conforme al vero: siamo
stati sottomessi per la nostra difformit rispetto a loro
e non per mano degli altri; ancora oggi, proprio ora, sia-
mo in realt imbattuti per mano di quelli. Piuttosto, noi
stessi abbiamo vinto e battuto noi stessi
72
. Dopo questo,
[e] si stabilirono calma e pace con gli altri, ma la nostra
guerra civile divamp in modo tale che se una lotta in-
testina fosse per degli uomini ineluttabile, nessuno mai
71
Platone allude alla vittoria delle Arginuse del 406, lultima di Atene in
questo conflitto. Lateniese Conone venne rinchiuso con le sue navi nel por-
to di Mitilene; un contingente di sostegno, con laiuto di Samo, and in soc-
corso ottenendo una vittoria schiacciante ma dallalto prezzo in vite umane.
I dati storici sono rimodellati per incrementare limmagine coraggiosa degli
Ateniesi: secondo Senofonte (Hell., I, 6, 16 sgg.) le navi mandate in soccor-
so furono molte di pi, vi fu un contingente ulteriore di alleati e a salire sulle
navi non furono solo come qui si lascia supporre i cittadini ateniesi ma
chiunque fosse abile al combattimento (anche gli schiavi). La sventura oc-
corsa alle navi identificabile nella tempesta che subito dopo la vittoria im-
ped di raccogliere i corpi dei soldati in mare. I comandanti della spedizione
furono per questa mancanza giustiziati sommariamente e contro la legge, e
tra i pochi a opporsi a questa decisione fu Socrate. Ci sembra confermare
lomissione di alcune valutazioni e lironia usata nelle sezioni pi manipolate
dellepitafio: Platone applica un silenzio strategico e lascia solo alcune tracce
di una possibile valutazione morale.
72
Ledulcorazione della realt sfocia qui nella composizione di un argo-
mento ad hoc per spiegare la sconfitta nella guerra del Peloponneso, che vide
in realt vincitori gli Spartani nel 405 con la battaglia di Egospotami, ver-
tice di un inesorabile declino. La causa della sconfitta ateniese risiederebbe
nellincapacit di imitare degnamente la virt dei prodi delle Arginuse, e in
particolare probabilmente nel disordine politico che port anche allese-
cuzione sommaria contrastata da Socrate (cfr. la nota precedente). Lungi
dallessere tutto ci solo un tributo al genere letterario, la riformulazione della
storia trova qui un luogo di enorme importanza: la tesi della perenne bont
di Atene causata dalla sua costituzione democratica si rivela almeno in parte
deficitaria e paradossale. Sembra dunque che il modulo della lode finisca per
certi versi per distruggere se stesso, stretto tra i diversi tentativi di salvare la
bont della citt: ci indica per Platone non tanto la velleit e linconsistenza
della forma storica dellepitafio, quanto limpossibilit di una permanente
virt comune nellAtene democratica.
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si augurerebbe che la propria citt soffra di questa ma-
lattia in modo diverso
73
. Sia dalla parte del Pireo che da
quella della citt, con quale pacatezza e familiarit i cit-
tadini si mischiarono tra loro e, contro ogni attesa, agli
altri Greci! Con che misura impostarono la guerra con-
tro quelli di Eleusi! 244 [a] Di tutto questo non vi
altra causa se non lessenziale comunanza di origine, che
procura unamicizia salda, basata sulla consanguineit,
e non a parole bens nei fatti. Occorre dunque serbare
memoria anche dei caduti, luno a causa dellaltro, in
questa guerra, e riconciliarli per quanto possiamo, con
preghiere e sacrifici, in circostanze come codesta, pre-
gando chi li comanda
74
, ch anche noi ci siamo ormai ri-
conciliati. In effetti, non si attaccarono a vicenda per
cattiveria o per reale inimicizia, [b] ma per sventura.
Testimoni per loro siamo noi stessi, che ora viviamo: noi
siamo per origine uguali a quelli, e ci perdoniamo reci-
procamente sia per ci che abbiamo fatto sia per ci che
abbiamo subito. Dopo questo, stabilitasi per noi una pa-
ce completa, la citt assunse una condizione di calma.
Con i barbari aveva raggiunto un accordo perch essi,
pur avendo subito del male per mano di questa, si erano
73
Cio: il modo in cui Atene ha vissuto la guerra civile (come una malat-
tia) il migliore possibile, quello che chiunque preferirebbe se la propria citt
dovesse necessariamente affrontare una guerra civile.
Viene introdotta la breve narrazione della guerra civile che coinvolse Ate-
ne subito dopo la fine della guerra del Peloponneso (404-3), con i democratici
di Trasibulo (il partito del Pireo) che riuscirono a cacciare i trenta tiranni
ma non a ristabilire immediatamente la democrazia per uno scontro perma-
nente con gli oligarchi (rappresentati dal collegio dei dieci). La pacificazione
avvenne solo grazie alle pressioni di Sparta, che spinse per la dichiarazione
di unamnistia (403/402). Una definitiva stabilizzazione (quella a cui allude
Platone) si ebbe solo nel 400, con il rientro ad Atene degli oligarchici radi-
cali, riparati a Eleusi. Bench in parte tradizionale, da sottolineare il silen-
zio sulla disastrosa pace che Atene dovette accettare dopo la sconfitta nella
guerra, sul pur breve periodo di regno degli oligarchi, sullaiuto di altre citt
per la liberazione, ma anche e soprattutto su uno dei pi forti atti giudiziari
della nuova democrazia, la condanna di Socrate. Al contrario, lattenzione
qui rivolta alla riconciliazione storicamente favorita dagli Spartani, ma
nellepitafio ricondotta allargomento dellautoctonia e alla guerra tradizio-
nalmente moderata (cfr. Lisia, Epit., 51-55) contro gli oligarchi.
74
Scil. gli di inferi, in particolare Ade e Persefone.
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vendicati in modo non certo incompleto. Verso i Greci,
invece, provava ancora risentimento, memore di quale
ringraziamento essi avevano reso, bench avessero vis-
suto circostanze favorevoli grazie a lei: [c] si erano
uniti ai barbari, avevano sequestrato le navi che una vol-
ta li avevano salvati, avevano distrutto le mura davanti
alle quali noi avevamo impedito che cadessero le loro.
Ma la nostra citt, ormai decisa a non impegnarsi pi in
difesa di Greci ridotti in schiavit, tra loro o per mano
dei barbari, era stabile in questa sua condizione
75
. Dun-
que, mentre noi tenevamo fede a una simile decisione, i
Lacedemoni, ritenendo che noi, i difensori della libert,
fossimo ormai battuti e che fosse invece gi una loro pre-
rogativa [d] limpresa di ridurre gli altri in schiavit,
mettevano in atto questo piano. Che bisogno c di di-
lungarsi ancora? Mi appresto a parlare di avvenimenti
76
,
75
La pace che segu la guerra del Peloponneso pot essere solo relativa, in
quanto gli Spartani pretesero la partecipazione ateniese alle proprie campagne
(per esempio, contro Elide nel 400 e nel 399); per vero in linea di princi-
pio che Atene di per s non si impegn immediatamente in scontri (del resto
non ne sarebbe stata in grado). Credibili, bench presentati sotto forma di
rivendicazioni di parte, anche i rapporti con i barbari (sconfitti nelle guerre
persiane ma vittoriosi su Atene da alleati degli Spartani) e con i Greci, qui
come prima considerati tutti filospartani, che avevano preteso labbattimen-
to delle grandi mura e il disarmo quasi totale della flotta.
76
La cosiddetta guerra di Corinto (per la quale cfr. anche supra lintro-
duzione, pp. 387-88), scoppiata nel 395 e conclusasi nel 386 con la pace
del Re, inizi come insurrezione contro Sparta: spalleggiata dal potere e
dalloro persiano, unalleanza tra Tebani, Corinzi e Ateniesi, dopo aver
subito alcune sconfitte nei primi periodi di guerra vinse a Cnido nel 394
grazie a Conone e allappoggio del satrapo Farnabazo, mettendo fine alla
talassocrazia di Sparta. Mentre le sconfitte spartane continuavano, Argo e
Corinto formavano un unico stato, la Persia tornava a rivendicare potere
sul Peloponneso e Atene ricostruiva (grazie alloro persiano) flotta e grandi
mura. Dopo il fallimento di trattati di pace con Atene (che rifiutava lidea
dellindipendenza di tutti gli stati greci), gli Spartani condussero un pri-
mo tentativo di pace con i Persiani e i loro alleati greci, fallito per il rifiuto
ateniese di cedere le citt ioniche alla Persia. Atene prosegu la guerra con
varie vittorie, anche grazie a unalleanza con il dinasta cipriota Evagora
e con legizio Akoris. Le ostilit si conclusero nel 386, quando Sparta of-
fr una nuova pace alla Persia e costrinse le altre citt greche ad accettarla
bloccando gli stretti e con essi gli approvvigionamenti. Una narrazione pa-
rallela e pi ampia quella di Lisia (Epit., 67 sgg.), il cui epitafio come
probabilmente questo dedicato proprio ai caduti della guerra di Corinto.
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quelli verificatisi dopo questi, n di tempi antichi n
compiuti da uomini antichi
77
. Proprio noi ben sappiamo
come a chiedere lassistenza della citt vennero qui, bat-
tuti e sconvolti, anche i primi dei Greci: Argivi, Beoti,
Corinzi. Ben sappiamo che, evento pi divino tra tutti,
persino il Gran Re giunse a una condizione di difficolt
tale da non trovarsi attorno, in nessun luogo, in nessun
modo, altra salvezza se non quella derivante da questa
citt, che aveva ardentemente desiderato [e] distrug-
gere! Del resto, anche se qualcuno volesse accusare a
buon diritto la nostra citt, potrebbe accusarla corretta-
mente solo dicendo che sempre eccessivamente dispo-
sta alla compassione, a favorire il pi debole. Ebbene,
in quel momento non stata capace di pazientare, di ri-
spettare le scelte che le erano in precedenza sembrate
opportune: non soccorrere nessuno 245 [a] di quelli
che si erano comportati in modo ingiusto nei nostri con-
fronti, anche se ridotto in schiavit. Al contrario, si
fatta piegare, andata in soccorso. E con il suo soccor-
so, allora, essa ha affrancato i Greci dalla schiavit, in
modo tale che godessero della libert fino a quando di
nuovo non si fossero ridotti in schiavit gli uni con gli
altri; e tuttavia non ha osato essa soccorrere il Re,
disonorando cos i trofei di Maratona, Salamina e Pla-
tea, pur lasciando che solo i fuggiaschi e i volontari lo
soccorressero, e lo salv secondo un sentire comune
78
.
Per le numerose falsificazioni storiche del passo cfr. anche Clavaud 1980,
pp. 145-46 e 153-61.
77
Questo snodo di centrale importanza perch segna il superamento di
una data fatidica, il 399, anno della morte di Socrate, che quindi narra una
parte di storia successiva alla propria fine. Questo ha indotto in passato a
considerare il dialogo, la sua cornice narrativa o addirittura solo questa parte
(cos Labarbe 1991, pp. 89-100) come spuri. Se queste posizioni sono ormai
inaccettabili, rimane certo che il lettore doveva trovare straniante il passaggio
al di l del 399 (per unanalisi fortemente orientata in questo senso Rosen-
stock 1994). In realt lampiezza delle falsificazioni e il passaggio attraverso
il 399 sembrano sottolineare in modo specifico le ambiguit della narrazio-
ne storica, come Platone sembra confermare evidenziando la prossimit di
questi eventi (244d1-3): gli ultimi fatti della guerra civile precedono la guer-
ra Corinzia di soli sei anni, ma si verificarono prima della morte di Socrate.
78
Riferimento, questultimo, a Conone, che dopo la sconfitta di Ego-
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Ricostruite le mura e armata una flotta, [b] accettan-
do la guerra poich alla guerra era stata costretta, ha
mosso in nome di tutti
79
contro i Lacedemoni. Ma il Re
ha avuto paura della nostra citt poich vedeva che i La-
cedemoni rinunciavano alla guerra per mare e, volendo
fare defezione, richiese pretestuosamente per s i Greci
della terraferma (proprio quelli che precedentemente i
Lacedemoni gli avevano consegnato) come condizione
per combattere insieme a noi e agli altri alleati, gi sup-
ponendo che essi non avrebbero voluto. [c] E fu in-
gannato dagli altri alleati: i Corinzi, gli Argivi, i Beoti e
gli altri, infatti, hanno voluto consegnarglieli, si sono
uniti insieme e hanno giurato che qualora egli fosse sta-
to disposto a offrire delle ricchezze gli avrebbero conse-
gnato i Greci della terraferma. Solo e soltanto noi non
abbiamo osato consegnargli alcunch n giurare
80
; ecco
spotami (405) era fuggito per poi tornare a vincere per Atene a Cnido nel
394 (cfr. supra la nota 76). In generale la versione fornita , come prevede il
genere, fortemente edulcorata in particolare in relazione al ruolo centrale
di Atene anche se certamente la rivolta poteva configurarsi come una ri-
bellione al potere spartano. Anche la situazione di difficolt del Gran Re
esagerata, soprattutto considerando il ruolo di burattinaio che gioc nel
conflitto e loro che garant ad Atene. Poich il risultato della guerra non fu
certo favorevole, Platone introduce fin da ora come causa primaria della di-
sfatta la sconfitta morale degli Ateniesi da parte di se stessi, provocata in-
tervengono qui in aiuto i topoi del genere letterario ancora da un eccesso
di disponibilit e di amore della libert.
79
Il testo dei manoscritti, accolto da Burnet, riporta . Il riferi-
mento agli abitanti di Paro stato ampiamente discusso, fino alle cruces con
cui segnato da Tsitsiridis 1998, pp. 347-49. Il problema risiede nellincon-
sistenza dellepisodio militare a cui si farebbe riferimento, evento marginale
nella campagna di liberazione delle Cicladi tra il 394 e il 393. Wilamowitz
1919, vol. II, p. 136, e poi Clavaud 1980, pp. 186-87, hanno supposto che
Platone abbia scelto appositamente questo episodio per finalit ironiche; in tal
caso, tuttavia, lindiretta ironia eventualmente presente nellepitafio sarebbe
estremizzata in modo palese. Sembra ben pi efficace applicare la congettu-
ra (come gi Berndt 1881, p. 53, nota 7), molto facile da spiegare
paleograficamente: con essa Platone richiamerebbe le nobili gesta ateniesi a
favore di tutti narrate da Eschilo (Pers., 405) e celebrate gi allinizio della
narrazione storica (239b1-3) per giustificare la campagna, ben pi parziale e
decisamente fallimentare, contro Sparta.
80
Lepisodio narrato riguarda la firma della pace del Re (e non il ten-
tativo di pace del 392; cfr. Tsitsiridis 1998, pp. 349-55), e propone alcune
sostanziali falsificazioni. In particolare, Atene non si rifiut tanto di ricon-
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il carattere nobile, saldamente libero, sano, per natura
avverso al barbaro proprio di questa citt: perch
[d] noi siamo per natura e puramente greci, in nulla com-
misti con i barbari. N Pelopi n Cadmi n Egizi o Da-
nai, n molti altri che sono barbari per natura e greci
solo per usi hanno infatti familiarit con noi: noi siamo
davvero greci, noi che governiamo senza unirci ai bar-
bari, e un odio profondo per ci che di natura estranea
penetra la nostra citt
81
. E tuttavia siamo stati lasciati
soli ancora una volta, [e] perch non abbiamo voluto
compiere unazione turpe, unazione empia, consegnan-
do Greci a barbari. Pur essendo giunti a quelle stesse
condizioni a partire dalle quali gi precedentemente ave-
vamo subito una disfatta, accompagnati da un dio ci im-
pegnammo nella guerra, e con risultati migliori di allora:
siamo usciti dalla guerra con navi, mura, le nostre stes-
se colonie, e in modo tale che anche per i nemici
sta to piacevole uscirne
82
. Certo, anche in questa guerra
siamo stati privati di uomini buoni, colti dalle difficolt
a Corinto per le condizioni ambientali e a Licaone
segnare le citt in questione (quelle della Ionia, che Sparta aveva offerto alla
Persia durante la guerra del Peloponneso), quanto piuttosto di riconoscere in
generale lautonomia delle citt greche il che avrebbe causato la dissoluzio-
ne di ogni lega ; inoltre non fu solo Atene a opporsi alla cessione delle citt
della Ionia (cfr. Isocrate, IV, 175). Ad accentuare il processo storico di de-
cadenza, le narrazioni si aprono con la vittoria sui Persiani e si chiudono con
una pace, pur forzata, con essi (ma cos accade anche nellorazione di Lisia).
81
A giustificazione di un fallimento, inquadrato peraltro nel contesto di
minor potere da parte di Atene, ancora invocata lautoctonia. I personaggi
richiamati sono di origine mitica: Pelope figlio di Tantalo, frigio antenato
di Agamennone, pensato qui probabilmente come signore di Argo; Cadmo, di
origine fenicia, fondatore di Tebe; Danao e Egitto sono entrambi di origini
egiziane. La scelta dei personaggi non sembra casuale se si considera che Ar-
go e Tebe erano alleate di Atene e che lo fu anche lEgitto a partire dal 389.
Una simile affermazione risulta evidentemente ironica, visto che linvettiva
giunge proprio contro gli alleati della guerra.
82
La condizione di difficolt passata quella che segn la fine della
guerra del Peloponneso: la comparazione probabilmente volta a conferire
maggiore lustro alle conseguenze della guerra di Corinto. Dalla guerra Atene
trasse certamente il nuovo allestimento della flotta e la ricostruzione delle
grandi mura, mentre lacquisizione di colonie si limit alle antiche cleruchie
di Lemno, Imbro e Sciro.
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246 [a] per un tradimento; e buoni di sicuro sono stati
quelli che liberarono il Re, che scacciarono dal mare i La-
cedemoni. Di questi io offro il ricordo a voi, e per voi
opportuno unirvi nel lodare, nel celebrare uomini siffatti
83
.
Ecco dunque le imprese degli uomini che giacciono in
codesto luogo e degli altri che sono caduti in nome della
citt: quelle dette sono molte e belle, ancor pi numero-
se e ancor pi belle le rimanenti, [b] ch molti giorni
e notti non potrebbero risultare sufficienti per chi voles-
se impegnarsi nel condurle tutte a completa narrazione
84
.
Ben memore di questi, dunque, ogni uomo deve esortare
i loro figli, come in guerra, a non abbandonare la fila dei
progenitori, a non battere in ritirata cedendo al male. Eb-
bene, figli di uomini buoni, ora come nel tempo rimanen-
te anchio continuer a esortare chiunque di voi incontri
in ogni luogo, [c] e inciter la vostra memoria e vi in-
coragger a voler essere quanto migliori possibile. Nella
presente circostanza, per, ho il dovere di dire ci che i
padri, quando si apprestavano a correre qualche pericolo,
ci raccomandavano di riferire a chi avrebbero lasciato per
sempre solo se fosse accaduto loro qualcosa. Ispirandomi
a quanto allora dicevano, riferir per voi le parole udite
direttamente da loro e quelle che ora vi direbbero volen-
tieri se ne acquisissero la capacit. Occorre per pensare
di ascoltare da loro stessi le parole che vi riferisco. Ecco.
[d] Figli nostri
85
, che siate di padri buoni lo testimo-
83
I due episodi risalgono alla prima parte della guerra, una sconfitta pres-
so Corinto nel 393 e una nel 392 presso il porto della stessa citt, Licaone. Le
motivazioni addotte rimangono fortemente dubbie e tendenziose (cfr. Cla-
vaud 1980, pp. 138-40); del resto lepisodio, proprio per la sua sconvenien-
za, non citato in alcun modo da Lisia. Il salvataggio del Re e la liberazione
dei mari dagli Spartani sembrano invece rappresentare una generalizzazione,
una raffigurazione complessiva del coraggio ateniese.
84
Secondo il modulo retorico tradizionale (cfr. Kennedy 1963, pp. 154-
166), inizia qui lultima delle tre parti canoniche dellepitafio, che prevede
consolazione ed esortazione (246d1-248d6) precedute da un breve proemio
(246a5-c8).
85
La tecnica retorica scelta quella della prosopopea, non infrequente
nei dialoghi platonici (per esempio in Crit., 50a6-54d1; Resp., VIII, 546a1-
547c4) e, in particolare, diffusamente utilizzata nelle Leggi.
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nia la situazione del momento. Pur essendo per noi pos-
sibile una vita non bella, una bella morte abbiamo scel-
to per noi piuttosto che condurre voi e le future gene-
razioni nel baratro del biasimo, piuttosto che arrecare
vergogna ai nostri padri e allintera stirpe dei predeces-
sori: riteniamo la vita di chi arreca vergogna ai propri
congiunti indegna di essere vissuta, ch per un uomo
siffatto, quando giunga alla morte, non vi alcun ami-
co, n tra gli di n tra gli uomini, n sulla terra n sot-
to la terra. Occorre dunque che voi, ben memori dei
nostri discorsi, qualora pratichiate una o unaltra cosa,
[e] lo facciate accompagnati da virt, consapevoli che
sono turpi e cattivi ogni possesso e ogni attivit privi di
essa
86
. Ricchezza, infatti, non porta bellezza a chi possie-
de sostanze accompagnato da vilt: grazie ad altro e non
a se stesso si arricchisce un uomo siffatto. N bellezza e
forza del corpo, se presenti in un uomo vile e malvagio,
appaiono opportune, bens inopportune: fanno luce su
chi le possiede e illuminano la sua vilt. E ogni compe-
tenza, separata dalla 247 [a] giustizia e dal resto del-
la virt, si mostra come furbizia, non come sapienza. In
vista di queste, al primo momento e allultimo e per la
vita intera, lintera vostra passione vogliate spendere, al
fine di superare in fama il pi possibile noi e i predeces-
sori. Sappiate altrimenti che per noi, se vi vinciamo in
86
Platone introduce lultima parte dellepitafio stabilendo la figura dei
caduti come esempio per i vivi, incitando a imitarne il coraggio in battaglia
non abbandonando le file. Lidea di unesemplarit dei caduti, soprattutto
nelle virt guerriere, ben attestata (per esempio in Lisia, Epit., 69 e Tuci-
dide, II, 43, 1), ma si spesso evidenziato che Platone incita qui pi in gene-
rale a essere (c2). Ancora, lesortazione alla virt spesso stata
associata alle incitazioni alla virt dellApologia (particolarmente 29d4 per la
formulazione e, pur indirettamente, 41c8 sgg. per i contenuti). Tuttavia, da
un lato la virt chiamata in causa propriamente guerresca e fattuale, dun-
que incompatibile con una prospettiva essenzialmente platonica, dallaltro
lidentificazione con la virt del rimanere al proprio posto, e in particolare
con il coraggio, direttamente dipendente dalla tradizione e rappresenta un
presidio di morale comune. Rimane dunque probabile che Platone voglia so-
prattutto aprire lesortazione secondo moduli tradizionali (cfr. Lisia, Epit.,
69-70; Demostene, Epit., 27 sgg. con una lode pi articolata ; Iperide,
Epit., 27 sgg. e 40); cfr. particolarmente infra la nota 88.
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virt, la vittoria reca vergogna, mentre linferiorit, se
risultiamo inferiori, felicit. Sar maggiore la possibilit
che siamo vinti e che voi vinciate se sarete pronti a non
servirvi della fama dei [b] progenitori, a non dilapi-
darla, consapevoli che per un uomo che crede di essere
qualcosa nulla pi turpe del ricevere onori non grazie
alla propria fama bens a quella dei progenitori. Sono in-
fatti gli onori dei padri un tesoro bello e di valore per i
figli; cos, dilapidare il tesoro di ricchezze e onori, non
trasmetterlo ai figli, turpe, indegno di un vero uomo,
perch discende dallincapacit di procurarsi ricchezze
e buona fama proprie. [c] Allora, qualora mettiate in
pratica questi impegni, quando la sorte che vi spetta vi
porter via, giungerete a noi come cari tra cari; nessuno
invece vi accoglier con benevolenza se non ve ne dare-
te pensiero, se assumerete comportamenti malvagi
87
. Ai
giovani siano dette queste cose
88
.
87
Laccoglienza nellAde un luogo comune della poe sia (cfr. per esem-
pio Pindaro, Pyth., 5, 96 e Ol., 8, 77; Sofocle, Trach., 1200), ma sembra
aver subito una traslazione negli epitafi (cfr. per esempio Iperide, Epit., 35).
88
La sezione ha ricevuto una peculiare attenzione, in quanto secondo i
critici che interpretano lepitafio come serio racchiude posizioni autenti-
camente platoniche (von Lwenclau 1961, pp. 107-26; Kahn 1963, p. 229;
Salkever 1993, p. 140; Tulli 2003, p. 105) o almeno adeguate a una parenesi
platonica alla virt (Scholl 1959, pp. 59-67); altri, al contrario, hanno visto
qui poco pi che una composizione di luoghi comuni tradizionali (Loraux
1974, pp. 202-11), finanche buffonesca se se ne considerano lo stile (valuta-
to come) gorgiano e lambiguo uso del termine (Clavaud 1980, p. 204
sgg.). Tuttavia, anche critici che dnno una lettura ironica devono ammettere
la presenza in questa sezione di toni pi pacati e formulazioni pi composte
(cfr. per esempio Henderson 1975, pp. 44-46).
La prima e centrale indicazione fornita dal contesto generale del passo,
che rimanda a una condizione esteriore di virt, cio al riscontro che azioni
ritenute virtuose hanno sullopinione altrui in termini di fama. Quale che sia
la virt auspicata, il suo raggiungimento non sar positivo per ragioni inte-
riori, bens per il solo mantenimento/incremento della fama e delle ricchezze
familiari. In questa prospettiva deve dunque essere collocato il passo centrale
(246e2-247a4), che prevede la distinzione di diversi beni: (1) la ricchezza rag-
giunta con vilt non porta bellezza; (2) la bellezza esteriore non porta benefici
se associata alla vilt; (3) l non , bens , se dis-
sociata dalla giustizia e da ogni altra virt. Platone non indica propriamente
tre livelli di bene (come Glaucone in Resp., II, 357a1 sgg.; cfr. anche Alc. I,
127e2 sgg.), bens tre caratteri possesso di denaro, bellezza, competenza
tecnica che trovano la condizione necessaria per ottenere uno statuto posi-
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Occorre sempre incoraggiare i nostri padri, per chi
li ha ancora, e le nostre madri a sopportare quanto pi
lievemente le sventure che si dovessero presentare loro,
a non lamentarsene, perch non [d] avranno biso-
gno di chi li rattristi: gi la presente sorte lo far a suf-
ficienza. Piuttosto, cercandone una cura e infondendo
calma, occorre ricordare loro che gli di hanno sempre
ascoltato chi li ha pregati per le cose di massima impor-
tanza. E in effetti li pregarono non perch i figli fossero
immortali, bens buoni e ricchi di gloria: questi beni, di
massima importanza, si trovarono ad averli; ch per un
uomo mortale, facile a intendersi, non semplice ot-
tenere tutti i beni nella propria vita
89
. Se sopporteran-
no coraggiosamente le sventure si mostreranno davvero
padri di figli coraggiosi, [e] coraggiosi essi stessi; se
tivo in una quarta, la virt: la ricchezza e la bellezza sono positive se date dal
coraggio, l se associata al resto della virt. La virt non
rappresenta, cio, un bene in s, bens una condizione per lacquisizione di
altro. Ora, lasserzione 1 presuppone che la ricchezza abbia una sua impor-
tanza purch ottenuta con coraggio: una simile prospettiva, adeguata per un
ateniese comune (come Cefalo in Resp., I, 329e4 sgg.), in realt incompa-
tibile con una valutazione filosofica della ricchezza (Theaet., 174e2 sgg.) ed
estranea al progetto politico platonico (la ricchezza causa strutturale della
decadenza da una costituzione aristocratica fino a una democratica nel libro
VIII della Repubblica). Anche lasserzione 2 non sembra attribuibile a Plato-
ne: laffermazione per cui la bellezza, se dissociata dal coraggio, ha lo svan-
taggio di mettere in evidenza la vilt rimanda solo a una valutazione esterio-
re, inautentica del valore. Lasserzione 3 contiene termini che assumono in
Platone un significato filosofico pregnante (, ), i quali sono
per tematizzati secondo un lessico comune: unabilit pratica
che si eleva a competenza eccellente () se associata a uno svolgimento
corretto (di qui il riferimento alla giustizia), e a uneccellenza prestaziona-
le (cio al resto della virt; per questi significati in Platone cfr. Des Places
1964, s.v. e ). Occorre dunque concludere che Platone pro-
pone ironicamente un modello di virt che non condivide? Probabilmente
no. Egli sembra insinuare in una veste tradizionale un modello di virt non
filosofica, per raggiungere il quale sufficiente conformarsi alle leggi tradizio-
nali e agire di conseguenza, grazie al quale la caduta nella malvagit dannosa
per la comunit non evitata al livello delle motivazioni e dellintellezione,
bens a quello dellagire. Questa virt sembra vicina a quella denigrata nel Fe-
done (69a6-c3), una virt e (82a11) che, priva di carat-
teri intellettualistici, si realizza nel semplice compiere azioni virtuose spinti
da deterrenti esterni. Cfr. supra anche lintroduzione, pp. 404-6.
89
Lassociazione della bont con la gloria e la fama conferma la dimensione
esteriore di virt a cui si continua a fare riferimento (cfr. la nota precedente).
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al contrario non faranno fronte a esse daranno adito al
sospetto che non siano nostri padri o che mentiva chi di
noi li lodava. Occorre invece che entrambe le possibilit
siano escluse, che siano proprio loro a tessere le nostre
lodi nelle azioni, e si mostrino in tutta chiarezza come
veri padri, uomini padri di uomini.
Lantico detto Nulla di troppo
90
pare davvero ben
formulato: e ben formulato senza alcun dubbio. Per
quelluomo che vincola a se stesso tutte le condizioni
248 [a] che conducono alla felicit o in prossimit di
questa, che non ondeggia appoggiandosi su altri uomi-
ni, dai quali, a seconda che essi agiscano bene o male,
anche le sue vicende sarebbero costrette a dipendere, si
predispone una vita dai migliori caratteri. Ecco luomo
temperante, ecco luomo coraggioso e intelligente! Ec-
co luomo che, alla presenza di ricchezze e figli o al loro
venir meno, obbedisce pienamente al proverbio: non si
rallegrer n soffrir in misura eccessiva perch si af-
fidato solo a se stesso. Noi [b] pensiamo sia degno, e
vogliamo e affermiamo, che anche i nostri siano uomini
di tal fatta, e come uomini di tal fatta ora noi ci presen-
tiamo, senza cedere troppo alla rabbia o alla paura se nel
momento presente dobbiamo morire. Abbiamo bisogno
che i padri e le madri conducano il resto della vita facendo
forza proprio su questo pensiero, che siano consapevoli
che ci rendono grazia in massimo grado non innalzando
cori di sofferenza, non lamentandosi, al contrario: se
vero che i morti possono avere una qualche percezione
[c] dei vivi, questi non potrebbero essere ringraziati in
modo peggiore se si lasciassero andare allafflizione e
sopportassero con gravit le sventure; facendolo invece
con levit e misura renderebbero loro grazia nel modo
90
Il detto attribuito tradizionalmente e dallo stesso Platone, per esem-
pio in Prot., 343b3 ai sette sapienti; lo scolio ad loc. propone un puntuale
riferimento a Solone. Il suo uso in relazione alla sopportazione moderata delle
emozioni poco attestato, ma fa comunque parte (probabilmente sulla scor-
ta dello stesso Menesseno) del repertorio della consolazione; cfr. per esempio
Pseudo-Plutarco, Cons. ad Apoll., 116c10 sgg.
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migliore. Le nostre vicende, infatti, avranno gi avuto
fine, la fine in assoluto pi bella per un uomo: dunque
ben opportuno che siano oggetto di celebrazione pi che
di lamento. Le nostre donne potranno pi efficacemente
dimenticare la sorte, vivere nel modo pi bello, corretto
e a noi caro, prendendosi cura dei figli, nutrendoli, vol-
gendo in tal senso il loro pensiero. [d] Ecco le parole
che degno riferire da parte nostra ai nostri congiunti;
alla citt raccomanderemo invece di prendersi cura per
noi dei padri e dei figli, con equilibrio allevando gli uni,
assistendo gli altri nella vecchiaia. S, ora sappiamo che
essa se ne prender cura degnamente anche qualora non
potremo farle simili raccomandazioni
91
.
Figli e padri dei caduti, [e] ecco ci che loro ci han-
no incaricato di riferire e io riferisco, con la capacit che
mi possibile profondere. Cos io stesso mi impegno per
loro perch i figli imitino i propri congiunti, i padri siano
forti in loro nome: in qualsiasi luogo si trovi chiunque di
noi con chiunque dei loro congiunti, noi vi assisteremo
nella vecchiaia, ci prenderemo cura di voi, in privato e
in pubblico. Voi stessi, del resto, conoscete in qualche
91
Allinterno della tradizionale consolazione e delle consuete raccoman-
dazioni ai vivi (cfr. Tucidide, II, 44-46; Lisia, Epit., 75-80; Demostene,
Epit., 35-37; Iperide, Epit., 41; con Loraux 1993, pp. 135-41), Platone pro-
pone alterando il modulo attraverso un suo deciso ampliamento (Clavaud
1980, pp. 224-25) alcuni tratti di un modello etico delle emozioni incentrato
sulla capacit di gestire autonomamente le proprie faccende (particolarmen-
te 247e6-248a4): virtuoso chi sappia vivere in autonomia, facendo fronte
ai turbamenti che ne scaturiscono con moderazione, seguendo il proverbio.
Il modello proposto non sembra per rappresentare le prerogative di chi
autenticamente virtuoso, bens di chi possieda una corretta opinione su ci
che va temuto o meno (248a7-b4) e sa valutare la vantaggiosit delle situa-
zioni a fronte di altre (248c2-5). Ci non sembra rappresentare lideale della
(cos su tutti Tsitsiridis 1998, p. 392), n delineare i tratti di
una teoria platonica delle affezioni (come affermano gli interpreti che leggo-
no lepitafio come serio), quanto piuttosto un tratto specifico del modello di
virt attribuito ai guardiani della Repubblica (IV, 429a8-430d5), possesso-
ri di una virt di per s di secondo grado e riconducibile a una prospettiva
politica. A conferma di questa lettura giungono alcuni cenni: il riferimento
non solo alla felicit, ma anche a qualcosa di solo vicino a essa (247e7-248a1)
e lintegrazione in ununica figura del coraggioso e dellintelligente (248a4),
che sembra attribuire al coraggioso una certa intelligenza, legata propria-
mente alla sua forma di coraggio.
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249 [a]
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,
,
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[b] ,

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[c] ,
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.

|
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.
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menesseno, 248e-249c 495
modo la sollecitudine della citt: sollecita nel prender-
si cura dei figli e dei genitori dei caduti in guerra stabi-
lendo leggi per loro; inoltre, al di sopra 249 [a] degli
altri cittadini, stato dato alla magistratura pi impor-
tante il compito di sorvegliare su questo, ch i loro padri
e le loro madri non possano subire ingiustizia. Proprio lei
cresce i figli nella comunit, lei si impegna perch quan-
to pi impercettibile sia per loro la condizione di orfani,
lei assume per loro il ruolo paterno, quando sono ancora
bambini e quando giungono allet virile; lei, allora, li
lascia andare alle rispettive abitazioni dopo averli prov-
visti di unarmatura completa, lei rivela e ricorda le at-
tivit del padre, lei d gli strumenti [b] della paterna
virt e li fa andare per la prima volta, a titolo di augu-
rio, al fuoco paterno, ormai capaci di comandare con la
forza conferita loro dal possesso delle armi
92
. I caduti lei
non smette mai di onorare, e celebra ogni anno per tutti
le onoranze comuni tradizionalmente prescritte, proprio
quelle rese a ciascuno in privato, e stabilisce inoltre agoni
ginnici e ippici e di ogni tipo di arte sacra alle Muse
93
, e
[c] assume di fatto il ruolo di erede e figlio per i caduti,
di padre per i figli, di tutore per i loro genitori, con sol-
lecitudine svolgendo il compito di fornire sempre e su
tutto ogni cura. Con la mente rivolta a questo occorre
sopportare con levit la sventura: cos ai caduti e ai vivi
potrete esser cari, ben disposti nel fornire e nel ricevere
cure. Ebbene, andate gi ora, voi e tutti gli altri, levan-
do insieme le lamentazioni stabilite per legge
94
.
92
Secondo un modulo tradizionale (cfr. per esempio Tucidide, II, 45;
Lisia, Epit., 77-81; Iperide, Epit., 42-43), Platone ricorda le disposizioni cit-
tadine per lassistenza ai congiunti dei caduti (cfr. Loraux 1993, pp. 46-49).
93
Allinizio del dialogo (234b3 sgg.) la cerimonia convocata allimprovviso:
ci sembrerebbe confermare (Tucidide, II, 34, 7) che i caduti fossero onorati
solo nelle occasioni scandite dalle guerre. Qui sembra invece che vi siano cele-
brazioni annuali: con ogni probabilit le due informazioni riguardano diverse
celebrazioni, una prima e occasionale funerale propriamente detto e una se-
conda, rituale, provvista di agoni; cfr. Loraux 1993, pp. 59-61, e supra la nota 5.
94
Analoghe formule di chiusura sono utilizzate nellEpitafio demostenico
(37) e in quello di Pericle (Tucidide, II, 46), nel quale inoltre riscontrabile
un riferimento alluso di ritirarsi dopo la fine dellepitafio (II, 34, 6).
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| .
,
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[e]

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,

| .
, .
.
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menesseno, 249d-e 497
[d] Eccoti il discorso di Aspasia di Mileto, Menesseno.
menesseno Per Zeus, Socrate, fai Aspasia davvero
beata se, pur essendo una donna, capace di comporre
discorsi siffatti!
socrate Se non ci credi, seguila con me e ascolterai
parlare lei stessa.
menesseno Ho gi incontrato Aspasia molte volte,
Socrate, so bene quali capacit abbia.
socrate Allora? Non sei pieno di ammirazione per lei?
Non provi nei suoi confronti gratitudine per il discorso?
menesseno Molta la gratitudine, Socrate, che
per questo discorso provo [e] per lei o anche per
lui chiunque sia stato ad averlo proferito a te. Inoltre,
provo gratitudine per chi lo ha proferito anche per mol-
te altre ragioni.
socrate Bene cos. Ma a questo punto non devi de-
nunciarmi, in modo tale che io possa riferirti anche altre
volte molti e bei discorsi di natura politica composti da lei.
menesseno Non aver paura, non ti denuncer; ma
tu riferiscimeli.
socrate Cos sar
95
.
95
La vena ironica della chiusura del passo non sfugge a Menesseno. Da
un lato Socrate continua a esaltare gratuitamente Aspasia come autrice e
finisce per promettere altri discorsi, dall'altro Menesseno adombra pi vol-
te la diversa paternit dell'epitafio (particolarmente 249d12-e2). Ci non
implica che lintero contenuto dellorazione funebre sia ironico; al contra-
rio, sembra suggerire la consapevolezza gi di Menesseno della paternit di
Socrate, dunque della necessit di valutarne in modo attento i contenuti di-
scriminandovi tradizione e intervento platonico. Sullimportante sequenza e
sul suo valore per linterpretazione complessiva del dialogo cfr. anche supra
lintroduzione, pp. 406-7.
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Note complementari
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1.
LIppia storico, lIppia personaggio, e il problema della coerenza delle
caratterizzazioni del sofista nei due dialoghi omonimi.
Ippia di Elide (citt del Peloponneso) vive a cavallo tra il v e il
iv secolo e appartiene alla seconda generazione della sofistica di et
classica (cfr. anche Hipp. maj., 282e1-2). Oltre che nei due Ippia,
compare nel Protagora, in cui svolge la funzione di mediatore tra So-
crate e Protagora, e nei Memorabili (IV, 4, 5-25) di Senofonte. Lam-
piezza degli interessi dellIppia storico, suggerita (ironicamente) da
Platone, sembra confermata da Aristotele (Pol., 1461a21: Ippia si
occupava di problemi di prosodia omerica) e poi da autori pi tardi:
oltre alle lettere, Ippia avrebbe riflettuto su teoria politica, filologia,
matematiche (su questo cfr. particolarmente Proclo, In Eucl., 272, 3)
e storia della filosofia (per lIppia storico cfr. Patzer 1986, e ora
Bonazzi 2010b, pp. 71-72, 109-12, 160).
Bench fosse certamente una figura di spicco della vita culturale
dellAtene classica, lIppia del Maggiore appare per molti versi come
uno tra gli interlocutori pi deboli dei dialoghi platonici. Una spie-
gazione peculiare di questo dato, in s generalmente riconosciuto
dalla critica, quella di Woodruff (1982, pp. 127-30), il quale vede
nella scorrettezza di Socrate la causa diretta dellapparente pochez-
za di Ippia (condotto dalla sua filosofia della concordia; ma cfr. gi
le critiche di Ludlam 1991, pp. 24-26 su questo punto) e rigetta con
decisione le caratterizzazioni del sofista come inetto o vanaglorioso.
Una spiegazione migliore pu per emergere gi da un breve con-
fronto con lIppia minore, che ha invece spesso indotto perplessit.
In effetti, la presenza di due dialoghi dedicati a Ippia e le differenti
caratterizzazioni del sofista nelle due opere sono state considerate a
pi riprese come argomento contro lautenticit: nellIppia maggio-
re Ippia sarebbe assolutamente inetto, succube di Socrate, incapace
di capire alcunch, mentre nellIppia minore verrebbe caratterizzato
solo come un honest man of good common sense who stubbornly
refuses to concur in Socrates paradoxes (cos Kahn 1985, p. 271;
la tesi stata riproposta da Heitsch nel suo commento al dialogo). E
tuttavia, in real t non la figura di Ippia a essere connotata in mo-
do disomogeneo: anche nellIppia maggiore il sofista un honest man
che, in virt della sua cultura e del suo senso comune, sa affrontare
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argomenti etici e opporsi a paradossi in questi ambiti, ma non sa n
pu cogliere un primo cenno alla dottrina delle idee. Considerata ta-
le distinzione che introduce, in questi termini, un ulteriore tratto
di continuit tra i due dialoghi , gli aspetti caratteristici del per-
sonaggio (la vanagloria, la pretesa di possedere una conoscenza per-
fetta, globale, economicamente fruttuosa, ma anche la vicinanza al
senso comune) permangono in modo coerente, mentre a variare il
livello di complessit delle questioni affrontate. Ancora, in entram-
bi i dialoghi Ippia si dimostra attento alla forma retorica dei propri
interventi (Woodruff 1982, pp. 132-33, evidenzia pleonasmi, ripeti-
zioni, antitesi), ma del tutto incapace di reggere alle confutazioni di
Socrate, di soccorrere il discorso laddove ve ne sia bisogno (cfr. del
resto qui lintroduzione allIppia maggiore, pp. 21-24, su Ippia come
contraffazione del filosofo).
2.
La cosiddetta fallacia socratica nellIppia maggiore.
Il corpo del dialogo dedicato propriamente al si apre con
lirruzione dellanonimo, che premette alla classica domanda socra-
tica una considerazione problematica, per la qua-
le senza conoscere il bello non possibile dire quali cose siano belle
e quali brutte: la critica vi ha diffusamente riconosciuto unistanza
della cosiddetta fallacia socratica.
La questione posta dallanonimo, in effetti, porta in primo piano
uno dei maggiori problemi interpretativi della teoria socratico-platonica
della definizione, quello della sua priorit non possibile parlare,
distinguere, confrontare, cose che sono x se non si conosce cosa X ,
in cui viene classicamente individuata la cosiddetta fallacia socratica
(o di Geach; formulata classicamente in Geach 1966). Qui essa sem-
bra impostata in una prospettiva estensionale, mentre altrove (cfr. per
esempio Men., 71b1-8 sgg.; cfr. Bonazzi 2010a, p. 7, nota 4) in una
intensionale: non possibile dire nulla di X senza sapere cosa X. In
ogni caso le due versioni vanno a convergere nella priorit della co-
noscenza dellessenza di qualcosa e, risultando controintuitive, hanno
indotto a cercare una spiegazione.
Il dibattito sul problema, di fatto ancora aperto, ha visto diver-
se prese di posizione e strategie argomentative, soprattutto in due
direzioni:
1) Davvero Socrate crede nella priorit della definizione?
2) Se s, tale presupposto epistemologico lecito o addirittura ne-
cessario?
Linterpretazione a lungo accolta come standard ha risposto ne-
gativamente a (1) e ha fatto riferimento alla possibilit di impiegare
opinioni vere in assenza o in attesa di una conoscenza della de-
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note complementari 503
finizione di qualcosa (cos la critica analitica e ancora Woodruff
sullIppia). Altri (per esempio Beversluis 1987; cfr. anche Vlastos
1990) hanno ristretto limpegno sul principio a dialoghi detti di
transizione, tra cui il nostro Ippia. Negli ultimi venti anni la critica
ha per sottolineato come il Socrate platonico nei primissimi dia-
loghi come ancora nel Menone creda nella priorit della definizione
(indifferentemente in entrambe le forme; infondata quindi lidea di
Kahn 1985, p. 274, per cui la formulazione dellIppia sarebbe gros-
solana e testimonierebbe linautenticit del dialogo), e limpegno si
concentrato sulle vie di spiegazione di (2). Dopo le rilevanti analisi
di Benson 1990 e Prior 1998, il contributo di Wolfs dorf 2003 da
considerare anche per un ampio status quaestionis ha messo in evi-
denza ci che in questa sede ha maggiore importanza: limpegno nel-
la priorit della definizione discende direttamente dallontologia di
Platone, e in particolare dalla funzione causale delle idee.
Lasciando da parte questa vexata quaestio tipica soprattutto della
critica analitica , devono qui essere indicati alcuni aspetti dello snodo
teorico a partire da una premessa generale: nonostante lampia biblio-
grafia in merito, Platone non tematizza una nozione di definizione;
piuttosto, vuole cogliere una descrizione essenziale che individui
una nozione specifica (cfr., in merito al nostro dialogo, Wood ruff
1982, pp. 156-57) al di l di elementi contingenti o estrinseci, vale a
dire la sua essenza. Ora, la domanda dellanonimo propone gi, im-
plicitamente, almeno un carattere proprio di tale essenza, vale a dire
la sua presenza, in ci che a esso collegato in un rapporto causa-
effetto. Per queste ragioni il bello cercato ha uneffettiva priorit
rispetto alle cose belle, per esse la causa dellessere belle (in caso
contrario la domanda dellanonimo non avrebbe senso; per Platone,
inoltre, tale relazione spesso trattata come evidente cfr. Sedley
1998, pp. 116-18), dunque sopra le molte cose belle (cfr. Men.,
75a4-5) ed individuabile come bello in s (come essenza; cfr. qui la
nota 43 allIppia maggiore, p. 69).
3.
Ippia e i corpi grandi e continui di ci che .
Ippia, convinto di avere ormai la meglio su Socrate, oppone allab-
bozzo di distinzione tra predicazione continua e discontinua unenig-
matica descrizione generale di ci che : la real t una totalit di corpi
grandi e continui ( ).
Ogni speculazione su uneventuale dottrina dellIppia storico
non pu che avere basi estremamente fragili; ci per non vuol dire
che Platone non stia attribuendo al personaggio in quanto tale una
specifica prospettiva. Trascurando il dibattito dellinizio del Nove-
cento, impostato in termini superati (cfr. Wolfs dorf 2006, pp. 223-
224), la critica di Ippia stata oggetto di due importanti letture volte
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504 federico m. petrucci
a individuarvi elementi di polemica nei confronti della teoria delle
idee embrionalmente presente nel dialogo. Morgan 1983 ha letto nel
passo una vera e propria teoria materialistica delle parti e dellinte-
ro, per la quale ciascun oggetto fisico e la totalit degli oggetti sono
composti continui di propriet anchesse fisicamente intese in-
dissolubili: ciascun oggetto un / da intendere come
intero non omeomero (in questo Morgan si rif a Prot., 329d4 sgg.),
dal quale non pu essere separata una componente qualificante, per
esempio il bello. Nella misura in cui Socrate mantiene la possibilit
di leggere nelle cose una simile composizione almeno nel caso del
bello emergerebbe che le forme sono anche per Socrate nelle co-
se dunque non vi alcuna loro separazione e che (1) se le forme
sono nelle cose, (2) se fanno parte del composto, (3) se il composto
bello, allora Socrate sostiene implicitamente un peculiare modello
di autopredicazione: il bello, presente nel composto, rende bello al
contempo il composto (ambedue i componenti) e se stesso. Pi arti-
colato ed equilibrato lintervento di Wolfs dorf 2006, il quale non
identifica un modello olistico, ma sostiene che la prospettiva di Ip-
pia va comunque ricondotta a un materialismo basato sulla continu-
it delle propriet (in cui rientra anche l) e degli oggetti a cui
si riferiscono: esse non possono esserne astratte, quindi il bello non
pu essere astratto da ciascuna cosa bella cio per come
qui lo intende Ippia. Bench entrambe le letture soprattutto quel-
la di Wolfs dorf siano suggestive, il quadro che ne emerge finisce
per caricare la critica di Ippia di una portata ontologica eccessiva.
In primo luogo, le basi per vedere nelle parole di Ippia una teoria
ontologica sono davvero esigue (pace Morgan 1983, p. 141). Inol-
tre ed questa la maggiore difficolt, segnalata dallo stesso Wolfs-
dorf (2006, pp. 252-55) per ricavare tali letture (per le quali Ippia
anticiperebbe la figura di Parmenide nellomonimo dialogo) occor-
re assumere che il sofista abbia in qualche modo inteso il significato
specializzato con cui Socrate individua il bello come diverso dalle
cose belle, immateriale, ecc. e le sue basi linguistiche: ci per si
oppone non solo alla descrizione complessiva del personaggio, ma an-
che allultima confutazione del dialogo, ancora basata su un simile
fraintendimento (cfr. qui la nota 171 allIppia maggiore, p. 175, ma
anche Wolfs dorf 2006, pp. 240-41). Per queste ragioni sembra pi
cauto affermare che Ippia, esattamente come il dialogo richiede, sta
criticando in termini altisonanti la sua versione della teoria platonica
insieme alle modalit di analisi adottate da Socrate. Come nel resto
dellopera, Ippia non coglie la tematizzazione tecnica del bello come
comune a ci che bello e rivendica invece la presenza diffu-
sa ed estesa del bello inteso come le cose belle.
Ora, lobiezione di Ippia ha senso da un lato perch Socrate non
ha ancora specificato il tipo di predicazione a cui ricondurre il bello
(che quindi potrebbe ancora predicarsi di ambedue gli oggetti, ma
non di ciascuno), dallaltro e pi in generale in quanto Ippia per-
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note complementari 505
cepisce in qualche senso che il bello cercato da Socrate rischia di pre-
sentarsi di nuovo incomprensibilmente al di l delle cose belle. A
favore di questa lettura, certamente non radicale, e contro le prece-
denti ben pi connotate metafisicamente depongono altri fattori.
1) Le accuse di Ippia coincidono con quelle che i sofisti rivolgo-
no spesso a Socrate (cfr. qui la nota 149 allIppia maggiore, p. 159).
2) La breve sequenza eventualmente metafisica dellintervento
di Ippia si colloca allinterno di una sua ribellione alla conduzio-
ne della discussione da parte di Socrate (cfr. qui la nota 152 allIp-
pia maggiore, p. 159): il fine primario quello di scardinare i
(300e7) di Socrate per ristabilire una qualsiasi prospettiva tradizionale.
3) Proprio con questo fine Ippia riprende qui (fraintendendole)
le ultime formulazioni incomprensibili di Socrate e oppone a esse
una visione del reale e di ogni sua sezione (per esempio le cose bel-
le) come un tutto continuo, mutuando per tale descrizione elementi
linguistici poetici e/o complessi (per esempio , fulcro della
teoria di Ippia, termine poetico ed empedocleo cfr. anche Mor-
gan 1983, pp. 143-44); lintera formulazione
volutamente allusiva e poco chiara, tanto da essere proposta come
indizio dellinautenticit del dialogo; cfr. Heitsch 1999, pp. 27-31).
In effetti, il modello di real t presentato da Ippia sembra proporre
in termini altisonanti (e tradizionali) nulla pi di un olismo materia-
lista, cio una sorta di dottrina generica leggibile come base per ogni
speculazione preplatonica sulla natura. Le basi per la riuscita di una
simile operazione da parte di Platone sono del resto solidamente so-
stenute dallinteresse di Ippia per la storia della filosofia, un inte-
resse che doveva trovare massima rappresentazione nella sua Synagoge
(cfr. Patzer 1986 e Narcy 2000). Platone sembra dunque attribuire a
Ippia nulla pi di un luogo comune della filosofia di cui certamente
il sofista si era occupato.
4) Infine, la semantica dello (301b2) corrisponde a quella
richiamata precedentemente da Ippia (288e6-9) proprio per afferma-
re che Socrate dovrebbe limitarsi a considerare la totalit delle cose
belle, operazione in real t come spesso ripetuto da Ippia sem-
plice e banale.
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Bibliografia
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