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Rudi Mathematici

Rivista fondata nell’altro millennio
Numero 146 – Marzo 2011 – Anno Tredicesimo




Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


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1. La signora delle comete .................................................................. Error! Bookmark not defined.
2. Problemi....................................................................................................................................... 10
2.1 Gennaio è sempre un gran mese............................................................................................. 10
2.2 Win-tage ................................................................................................................................. 11
3. Bungee Jumpers.......................................................................................................................... 12
4. Era Una Notte Buia e Tempestosa............................................................................................. 12
4.1 La magia dei numeri ............................................................................................................... 13
5. Soluzioni e Note........................................................................................................................... 15
5.1 [143] ....................................................................................................................................... 15
5.1.1 Facciamo di nuovo rimbalzare le palle............................................................................. 15
5.2 [145] ....................................................................................................................................... 16
5.2.1 GURPS! ........................................................................................................................... 16
5.2.2 Tre al prezzo di due.......................................................................................................... 23
6. Quick & Dirty.............................................................................................................................. 34
7. Pagina 46...................................................................................................................................... 35
8. Paraphernalia Mathematica ...................................................................................................... 37
8.1 Sgt. Bessel's Lonely Hearts Club Band .................................................................................. 37



Rudi Mathematici
Rivista fondata nell’altro millennio da
Rudy d’Alembert (A.d.S., G.C., B.S)
rudy.dalembert@rudimathematici.com
Piotr Rezierovic Silverbrahms (Doc)
piotr.silverbrahms@rudimathematici.com
Alice Riddle (Treccia)
alice.riddle@rudimathematici.com
www.rudimathematici.com
RM145 ha diffuso 2754 copie e il 02/03/2011 per

eravamo in 6’910 pagine.
Tutto quanto pubblicato dalla rivista è soggetto al diritto d’autore e in base a tale diritto concediamo il
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informazioni da parte vostra costituisce accettazione di questa condizione.

Questo si chiama Aspiral Clock, ed esce dalle menti simpaticamente malate di Will
Aspinal e Neill Lambeth. Ormai dovreste essere abituati a certe stranezze, quindi non
vi spieghiamo neanche come funziona (comunque quelli vicini a "12" e a "11" sono buchi,
non altre palline). Ma secondo voi, gente che ha delle idee del genere, la posizione delle
ore l'ha calcolata o l'ha segnata al momento giusto?
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Numero 146 – Marzo 2011


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1. La signora delle comete



Gli eroi son tutti giovani e belli.
(F.Guccini, La locomotiva)



In quella che potrebbe essere la scena più famosa di tutta la storia del cinema, si vede
Ingrid Bergman in tailleur e cappello a tesa larga pronta ad allontanarsi, sola nella notte
nebbiosa, verso il bimotore che l’aspetta sulla pista dell’aeroporto di Casablanca. Di
fronte a lei, sullo schermo si staglia il profilo di Humphrey Bogart chiuso
nell’impermeabile e con gli occhi seminascosti dalla tesa del suo borsalino, mentre già si
intravede di spalle la sagoma dell’inflessibile capitano Renault che aspetta che si
concluda l’addio struggente. Infine Rick/Humprhey scandisce la celebre battuta “Se
questo aereo decollerà e tu non sarai con lui, te ne pentirai. Forse non oggi, forse non
domani, ma presto… e per il resto della tua vita”
1
, e lo spettatore, insieme a Ingrid/Ilsa,
capisce che ormai i giochi sono fatti, e alla protagonista non resta altro che salire sulle
scalette dell’aereo.
La scena, romantica ed evocativa,
suscita emozione e commozione, ed un
pezzo del cuore degli spettatori si
sente in partenza insieme alla
Bergman, trascinata dagli eventi su
quell’aeroplano che non potrà fare
altro che chiudere gli sportelli,
rullare, alzarsi dal suolo e volare via
nelle tenebre. In tutto ciò, c’è un
aspetto del tutto banale e reale che
però non viene mai colto o citato, per
quanto ovvio esso sia: ovvero che
Ingrid Bergman su quell’aereo, in
realtà, non c‘è mai salita. La voce
stentorea di Michael Curtiz, il
regista, avrà tuonato un soddisfatto
“Stop! The take is good”, o qualcosa
del genere, e Ingrid avrà fatto un veloce dietrofront per dirigersi ai camerini. Dietro di
lei, frotte di tecnici avranno spento le luci che simulavano gli oblò dell’aereo (sempre che
si trattasse di un vero aereo, e non di una buona sagoma di compensato, e Humphrey si
sarà tolto il fastidioso trench, lanciato da qualche parte il cappello, accendendosi forse
un’autentica sigaretta da pausa di lavorazione. Del resto, era il periodo burrascoso in cui
la sua terza moglie gli rendeva la vita davvero difficile, arrivando perfino a rifilargli una
coltellata nella schiena; improbabile che colui che Hollywood ha incoronato come “la più
grande stella maschile americana di tutti i tempi” avesse davvero in animo di perdersi,
come Rick, negli occhi trasognati di Ilsa, che dopo la fine del ciak saranno tornati ad

1
Grande battuta, ma che non vale l’altra che pronuncia sempre Rick: “Vi faccio notare che il revolver è puntato
al cuore: è il posto meno sensibile che ho”. Resta invece fuori concorso la citazione in assoluto più legata a
Casablanca, ovvero la celeberrima “Suonala ancora, Sam”; non tanto perché appunto eccessivamente nota,
quanto per il fatto che non viene mai realmente pronunciata nel film di Michael Curtiz. Rick dice solo: “L'hai
suonata per lei, puoi suonarla per me. Suona.”, mentre Ilsa chiede: “Suonala, Sam. Suona 'As Time Goes By'”.
Chi dice davvero “Suonala ancora, Sam” è Groucho Marx, nella parodia “Una Notte a Casablanca”. E, dopo di
lui, mille altri.
1 Bogart e Bergman in “Casablanca”
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essere i meno trasognati e appassionati, ma comunque fantastici e forse indaffarati occhi
di Ingrid.
È certo che rinunciare alla catarsi propria dello spettatore e forzarsi ad pensare, mentre
sullo schermo corrono le immagini del film, a quello che davvero c’è intorno alle persone e
agli oggetti che ci raccontano una storia è attività del tutto masochistica. Anche
ingenerosa, a ben vedere: la costruzione di un film, che è sogno e racconto al tempo
stesso, ha bisogno del gran lavoro di tecnici e di artisti, dell’erogazione di una grande
quantità di professionalità. Pochi secondi sullo schermo, poche centinaia di fotogrammi
richiedono spesso una quantità inimmaginabile di giorni/uomo, e il minimo che si può
chiedere (e per il bene dello spettatore stesso) è che questi si disponga a lasciarsi
trasportare nel film, allentando lo spirito di osservazione, e soprattutto critico, del mondo
circostante.
Anche perché è notorio che per non
farsi spaventare dai thriller o dagli
horror è sufficiente distogliere lo
sguardo, dirigerlo verso le crepe del
soffitto o concentrarlo verso quel
signore un po’ obeso che si sta
dirigendo di corsa verso il bagno
del cinema, probabilmente sorpreso
da un imprevisto attacco di colite.
Basta poco, quasi niente, per uscire
dalla catarsi: ma non vale davvero
la pena farlo, perché l’unico
risultato garantito è quello di aver
sprecato i soldi del biglietto.
Ciò non di meno, una volta
godutosi lo spettacolo, può essere
salutare ricordare che quello che si
è visto è sempre drammaticamente
molto meno reale della realtà, a meno che non si sia appena usciti da un cinema in cui è
stato proiettato un documentario. Soprattutto, è bene non lasciarsi andare a confronti
diretti e immediati: basta entrare in un vero ospedale per accorgersi che è radicalmente
diverso da quello che viene mostrato nelle millanta serie di telefilm ad ambientazione
medico-ospedaliera; e non solo perché gli arredi sono meno lucidi, le apparecchiature
meno moderne e i medici meno fascinosamente corrucciati. Di certo, il personale che si
incontra è meno bello – tutto sommato per fortuna – e la cosa non dovrebbe sorprendere,
visto che negli ospedali veri ci sono medici e infermieri veri, persone normali, e non attori
che, per questioni meramente professionali, fanno della propria bellezza una voce di
curriculum.
Però lo si legge spesso nei volti dei visitatori occasionali, quel confronto indebito: occhi
che scrutano la cellulite delle ostetriche e la calvizie degli urologi quasi fosse una pecca
professionale; l’assenza di finaliste al concorso di Miss Italia alla reception quasi fosse un
indice di scarsa qualità nelle prestazioni che l’ASL è in grado di erogare. Qualcuno, forse
in grado di distinguere solo un pezzo della realtà ma non tutta l’estensione della fiction,
si limita a concludere “In America gli ospedali sono meglio”, affermazione che, chissà,
potrebbe anche essere vera comunque, ma che è davvero difficile asserire solo perché
l’inserviente che porta i pasti in corsia è piccolo e vecchio e non ha il profilo greco.
Ma, in verità, la ricerca della somma delle doti è caratteristica non solo delle finzioni che
siamo abituati a goderci al cinema o in TV. La seduzione sembra possedere una strana
forma di contagio, che porta l’oggetto che si ammira e desidera ad essere considerato la
summa di tutta una serie di virtù: l’immaginazione affettiva ci impedisce un uso corretto
e imparziale del giudizio, e si tende a considerare non solo bello chi è bello, non solo

2 Come prima, ma più reale
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intelligente chi è intelligente, non solo affascinante o saggio chi è affascinante o saggio;
perché in una sorta di sollevamento rivoluzionario delle emozioni si tende,
entusiasticamente, a coagulare tutte le doti bene assortite nell’oggetto dell’ammirazione,
quasi che considerare brutto e scontroso il genio che compie una scoperta scientifica o
l’eroe che libera un popolo dalla tirannia corrispondesse ad una inaccettabile mancanza
di rispetto.
“Gli eroi sono tutti giovani e belli”, canta Francesco Guccini in una ballata: e se
l’affermazione – se non altro per mere ragioni statistiche – non potrà essere sempre vera
nella realtà oggettiva dei fatti, è certamente vera in quello strano territorio che è
l’immaginario collettivo. Se Maria di Nazareth deve essere rappresentata come una
vergine quindicenne, è in fondo naturale che sia dipinta come giovanissima e quasi
conseguentemente bellissima: ma un ebreo trentatreenne della Galilea del primo secolo,
quando la vita media era ampiamente inferiore ai quarant’anni, potrebbe certamente fare
a meno dei lunghi capelli biondi e degli occhi azzurri e del volto giovanile dell’immagine
canonica del Cristo. Anche perché se davvero c’è qualcuno che non dovrebbe necessitare
della bellezza per rafforzare il suo carisma è proprio il figlio di Dio. Ma gli oggetti di
venerazione religiosa sono casi molto speciali, in cui è lecito lasciare ai devoti la assoluta
libertà di rappresentazione; senza contare che sono proprio le immagini sacre dei secoli
antichi a mostrarci che, in fondo, questa esigenza di bellezza è relativamente recente; non
mancano, nel medioevo, immagini di un Gesù Cristo più normale che bello, più sofferente
che sereno.
La ricerca della perfezione assoluta, anche laddove non è necessaria, rende però un
cattivo servizio a noi stessi, e non solo alla realtà storica: perché talvolta anche la
conoscenza accessoria – che come tale sembra essere territorio libero per la esaltazione
narrativa o consolatoria – può essere significativa, e indulgere ai bonari abbellimenti può
far perdere di vista elementi essenziali nella conoscenza dell’oggetto di interesse. Certo il
peccato non è quasi mai grave; ma può darsi che sia talvolta importante sapere che
Garibaldi era davvero un bell’uomo, un affascinante tombeur des femmes che frantumava,
anche in contumacia e a distanza, i cuori femminili dei due mondi. Allo stesso modo, può
essere importante ricordare che Napoleone non era poi basso come di tende a credere
2
,
ma di certo non avevo lo stesso appeal fisico del rivoluzionario che guidava le camicie
rosse: e mettere Marlon Brando ad interpretarlo è una libertà certo accettabile per le
hollywoodiane ragioni del box-office, ma forse eccessiva se si volesse bene riproporre le
reali vicissitudini del corso.
La tentazione è probabilmente quella di voler caricare di elementi positivi il ritratto di
coloro che si ammira, quasi a corroborare ulteriormente, a giustificare noi stessi a
posteriori e per gratificare i motivi dell’ammirazione. Anche in queste pagine si è spesso
indugiato in questo vezzo: in fondo, nel raccontare le vite dei matematici famosi non ci
dispiace voler far trasparire l’affetto e la stima verso coloro che hanno reso grande la
nostra scienza preferita: e in fondo il rischio di far apparire queste celebrazioni un po’
agiografiche è davvero ben poca cosa, visto che non abbiamo certo pretese di scrivere un
saggio accademico.

2
Anche se si trovano fonti che affermano ancora che l’Empereur fosse alto solo 155 (o addirittura meno di 150)
centimetri, sembra proprio che Napoleone fosse alto almeno 168, se non proprio 170 centimetri, altezza
assolutamente in linea con la media per quel periodo storico. A contribuire alla leggenda della sua bassezza
sembrano aver concorso diversi fattori: innanzitutto la propaganda denigratoria inglese, che gli attribuiva tutti i
difetti possibili, primo fra tutti quello della scarsa altezza; in secondo luogo un problema di unità di misura,
perché il pollice francese (pouce) corrispondeva a circa 2,71 cm., contro i 2,54 dell’inch inglese, e un’altezza
espressa in pollici francesi si ritrova subito decurtata di una decina di centimetri se tradotta direttamente,
senza conversione, in pollici inglesi; e infine, per colpa della Vecchia Guardia, che costituiva la sempiterna
scorta d’onore di Napoleone: era composta da marcantoni molto più alti della media (come, del resto, sono ancora
i nostri corazzieri del Quirinale) e, circondandolo in tutte le occasioni ufficiali, facevano apparire il Bonaparte
particolarmente piccolo. Del resto, ancora oggi i fan di Aldo, Giovanni e Giacomo si riferiscono spesso ad Aldo
chiamandolo “quello alto”, anche se in realtà Aldo Baglio, rispetto all’altezza media nazionale, non è certo una
vetta, anzi.
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Resta il fatto che l’attribuzione di doti suppletive rischia di modificare l’immagine reale
del soggetto, e in alcuni casi questo potrebbe essere scorretto ai fini della comprensione
del personaggio. E di certo è scorretto sempre nei confronti di chi legge e chi scrive,
perché potrebbe essere una ginnastica salutare abituarsi a erogare tutta la giusta
quantità di stima che un personaggio merita esattamente per quello che è, e non per
come ci piace immaginarlo. Da questo punto di vista, può essere istruttivo cercare di
ricordare l’opera oscura, e non troppo spesso raccontata, di una persona che non era bella,
almeno dal punto di vista del fascino fisico, e che certamente era molto più bassa di
Napoleone. Probabilmente aveva anche un brutto carattere: ma, nonostante tutto ciò, ci
ha lasciato comunque buone ragioni per farsi ammirare.
Caroline Lucretia Herschel nacque il 16 marzo
1750 ad Hannover, in quella zona di Germania
che storicamente è stata a lungo legata al
Regno Unito e alla corona inglese
3
. Venne alla
luce in una famiglia che aveva nella musica il
suo interesse principale: il padre, Isaak, era un
suonatore d’oboe nella banda delle Guardie
della Fanteria di Hannover, e fece una carriera
musicale che lo portò a diventare il direttore
della banda. Per quanto di origini abbastanza
plebee, teneva in gran conto la formazione
culturale dei proprio figli e tentò di garantire
un buon livello di istruzione sia ai quattro
maschi sia alle due bambine. In questo trovò
però l’opposizione della moglie, Anna Ilse, che
se anche poteva condividere l’intenzione del
marito nell’educazione dei figli maschi, trovava
sostanzialmente sconveniente che le due
ragazze potessero interessarsi a qualcosa di
diverso dall’economia domestica.
Tutti e quattro i fratelli di Caroline divennero
pertanto musicisti: suo padre Isaak cercava
comunque, di nascosto dalla moglie, di
mostrare alla piccola Caroline alcuni aspetti
interessanti del creato: nei diari della Herschel
si ritrova il ricordo di lei bambina a spasso col genitore in una notte chiara e senza luna,
in cui tutte le costellazioni brillavano intensamente ed era perfino visibile una cometa.
Quando Caroline era ancora una bambina di sette anni, l’Hannover fu invaso dalle
truppe francesi. Suo padre – certo musicista ma pur sempre soldato – si ritrovò
impegnato nelle campagne della guerra, e non era quasi mai a casa; uno dei suoi fratelli
maggiori, Wilhelm (ma resterà famoso con il suo nome inglese, William), decise di
trasferirsi pertanto lontano dalla guerra, in Inghilterra, per potersi occupare di spartiti e
contrappunti anziché di cannoni e cariche di cavalleria. Caroline, come si conviene alle
bambine, restò nella casa famigliare. Qui tornò suo padre, ridotto male in salute a causa
della guerra, e Caroline visse fino a diciassette anni facendo di fatto l’inserviente e
l’infermiera in famiglia. Anche perché, attorno al 1760, era stata colpita dal tifo: la

3
Al tempo di Caroline, le corone di Hannover (o Hanover) e d’Inghilterra erano proprio unite, entrambe
appartenenti a re Giorgio II. Più in generale, l’attuale dinastia regnante nello United Kingdom of Great Britain
and Northern Ireland ha il nome di Windsor che suona felicemente anglico, ma in realtà tale nome è stato preso
solo durante la Seconda Guerra Mondiale per evitare l’eccesso di accento germanico nel reale “Sassonia Coburgo
Gotha” della casa reale inglese. Il triplice toponimo germanico deriva dal nome del marito dell’indimenticata
Regina Vittoria, che tanto amava il suo sposo Alberto da volere che il nome della dinastia fosse quello della
famiglia del consorte: ma lei, discendente diretta di Giorgio I, era esplicitamente una, anzi l’ultima, degli
“Hannover”.


3 Caroline Lucretia Herschel
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malattia minò il suo sviluppo, lasciandone incompleta la crescita: Caroline Lucretia, da
adulta, arrivava a malapena all’altezza di un metro e trenta centimetri. Non era bella, ed
era certo particolarmente piccola: questo convinse i genitori che non avrebbe certo mai
potuto sposarsi; e, soprattutto dopo la morte di Isaak, nel 1767, Caroline fu indirizzata ai
lavori propri della governante e della cameriera.
Dal destino assolutamente anonimo che le si prospettava davanti arrivò a salvarla, nel
1772, l’invito di suo fratello William a raggiungerla in Inghilterra, a Bath, nel Somerset;
egli era diventato uno stimato insegnante di musica, e in fondo Caroline Lucretia aveva
una gran dote che poteva mettere a frutto: era una splendida cantante. Il fratello
maggiore tenne diverse lezioni private di canto a beneficio della sorella, e con successo:
mentre la sua fama di insegnante di musica e organizzatore di festival musicali cresceva,
la sua giovane e minuscola sorella imparava ad eccellere nel canto, al punto di ricevere
anche un’offerta di lavoro stabile da parte del Festival di Birmingham. Lei rifiutò,
comunque: era molto legata solo al fratello, e probabilmente non aveva necessità né
voglia di altri contatti o amicizie.
Come talvolta – ma certo non molto spesso –
accade, le professioni di fratello e sorella furono
inaspettatamente sconvolte dal crescere e
divampare dei loro passatempi. Forse memori
delle passeggiate notturne che di tanto in tanto
facevano in Germania col padre Isaak, sia
William sia Caroline coltivavano il diletto per
l’astronomia. William poi, che sarà stato un
cattivo soldato ma era certo un buon
fabbricante di strumenti di pace, si dedicò con
passione alla costruzione di telescopi,
specialmente quelli con elevate capacità ottiche
e alte prestazioni tecniche. Erano tempi in cui
gli strumenti più sofisticati potevano essere
costruiti da singoli individui, veri artigiani
guidati dalla passione: e l’astronomo dilettante
William Herschel, di professione musicista, si
fece rapidamente un nome per la produzione di
ottimi telescopi particolarmente efficienti.
Curiosamente, William mancava però di una
dote essenziale per un fabbricante di telescopi:
ovvero dell’abilità e della pazienza necessaria
per la molatura degli specchi, e della
perseveranza necessaria nell’assemblare con
cura e precisione i vari pezzi che progettava.
Per sua somma fortuna aveva in casa, e a
completa e assoluta disposizione, una persona
che proprio in queste attività mostrava una
straordinaria predisposizione: Caroline. La
piccola Lucretia cominciò così la sua avventura nell’astronomia: come fornitrice di
manodopera specializzata per il passatempo del fratello.
Quel che poi accadde era forse allora del tutto imprevedibile, ma in fondo coerente con le
premesse. Gli astrofili William e Caroline dipendevano forse uno dall’altro, ma in coppia
formavano una squadra di incredibile potenziale astronomico. Tra il 13 e il 17 Marzo
1781 William compie una serie di osservazioni di un particolare corpo celeste, che lui
identifica come una cometa: come tale lo presenta in una relazione alla Royal Society,
anche se ammette di essere perplesso perché non notava ancora nessun accenno di
chioma, e l’orbita che sembrava seguire non appariva troppo eccentrica. Osservazioni
successive dello stesso Herschel e calcoli sulla natura dell’orbita eseguiti da A.J. Lexell


4 Il telescopio che William Herschel
progettò per Caroline
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sembrarono infine confermare l’orbita come essenzialmente circolare, e di conseguenza il
corpo celeste come un pianeta. Altri lo avevano probabilmente osservato in precedenza,
ma senza riconoscerlo come tale: Flamsteed che lo scambiò per una stellina della
costellazione del Toro, e naturalmente Lemonnier, che potrebbe accampare diritti di
primogenitura nella scoperta. Anche se l’idea di William di chiamare il nuovo pianeta
“Georgium Sidus” (la Stella di Giorgio, in onore al re Giorgio III d’Inghilterra) non ebbe
per fortuna un gran seguito, il regale patrocinatore propose a Herschel uno stipendio di
200 sterline l’anno per diventare astronomo di corte. Non c’era di che scialare, ma
abbastanza per vivere seguendo le stelle; e William (naturalmente con Caroline al
seguito), accettò. Nel frattempo, anche se praticamente nessuno metteva in dubbio che lo
scopritore del nuovo pianeta – il primo sconosciuto agli antichi – fosse Herschel, fu il
nome proposto da Bode a prendere piede: e il nuovo cortigiano del sole, più esterno di
Saturno, ebbe il nome del divino genitore di Saturno stesso: Urano.
William divenne pertanto un nome
famoso per l’astronomia, mentre Caroline
Lucretia restava un nome famoso
solamente per il fratello. Nonostante la
mancanza di una buona istruzione di
base, però, Caroline faceva continui
progressi nell’osservazione astronomica.
Aveva iniziato con la molatura degli
specchi, ma piano piano aveva cominciato
ad aiutare il fratello in lavori meno
manuali, anche se comunque
apparentemente di non eccelso livello
intellettuale. Sfogliando e leggendo i
cataloghi astronomici del fratello, era
diventata brava nel registrare in modo
molto accurato i risultati delle
osservazioni notturne di William. E fu
proprio William, a un certo punto, a
esortarla, quasi a forzarla, a procedere
nello studio con osservazioni proprie. Le
costruì un telescopio apposta per lei, e la
mise in caccia degli oggetti del cielo. E
Caroline Lucretia si dimostrò una brava
cacciatrice. Aveva a disposizione un
telescopio newtoniano con lunghezza
focale intorno ai 70 centimetri, e con
questo strumento scoprì almeno otto
comete. Si aggiudicò in fretta il soprannome di “Signora delle Comete” e, per contro, la
prima cometa da lei scoperta si meritò in nomignolo di “first lady’s comet”, la prima
cometa di una signora.
Lucretia divenne così abbastanza nota – e stimata – nell’ambiente astronomico
internazionale: cosa inaudita per l’epoca, ottenne perfino uno stipendio dal Re – 50
sterline – come “assistente del fratello”. Aveva come caratteristiche principali la
precisione, la pazienza e l’abnegazione: quando William si accorse che il catalogo stellare
allora maggiormente in auge, quello di Flamsteed, conteneva un gran numero di errori e
imprecisioni, denunciò la necessità di una paziente revisione di tutte le osservazioni
registrate, ma si guardò bene dall’affrontare il noiosissimo compito. Vi si cimentò
Caroline, con una cura e una precisione davvero incommensurabili: nel 1798, finalmente,
presentò alla Royal Society il suo “Indice delle Osservazioni di Flamsteed delle Stelle
Fisse”, aggiungendo anche i dati di 560 stelle non catalogate in precedenza. La Royal
Society ricambiò con una medaglia speciale in suo onore, ed eleggendola, prima donna
della storia, come “membro onorario” della Società.

5 Urano come né William né Caroline lo hanno
mai visto.
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Non era alta, non era bella. Non era troppo brava a fare di conto – non imparò mai a
memoria le tabelline, e consultava sempre la tavola pitagorica durante i suoi calcoli – non
era forse neppure troppo curiosa, imparava solo la parte di teoria che sapeva servirle per
il suo lavoro: bravissima nella geometrica astronomica sferica, probabilmente del tutto
ignara di quasi ogni altro aspetto della matematica. Non era, forse, neanche troppo
aperta verso il mondo: ebbe una lunga crisi col fratello quando questi finalmente si sposò,
e lei si sentì da questo, almeno in certa misura, tradita.
Non era molte cose, non aveva certo tutte le doti del mondo. Ma ne aveva di importanti:
sapeva leggere il cielo, e usare la matematica che le serviva; seppe far pace con la
cognata, e distrusse allora accuratamente tutte le pagine del diario in cui ne parlava
male; seppe usare bene i calcoli che faceva certo con difficoltà, per scoprire e vedere nel
cielo cose che nessun uomo aveva mai visto prima.
Non era perfetta, aveva i suoi difetti, e proprio per questo va apprezzata fino in fondo: era
una grande donna di centotrenta centimetri.

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2. Problemi

Rudy
d’Alembert
Alice Riddle
Piotr R.
Silverbrahms
Gennaio è sempre un
gran mese







Win-tage








2.1 Gennaio è sempre un gran mese
Nel senso che gennaio, nella famiglia di Rudy, vede l'accumularsi di tre eventi che
mantengono una rigorosa cadenza annuale.
Tanto per cominciare, comincia l'anno (e questo succede a tutti, salvo alcune eccezioni di
cui vi dovremmo aver parlato
4
il 17 febbraio).
Indi, verso la fine del mese, ricorre un genetliaco: quello del VAdLdRM "meno vecchio" (e
anche qui, se non vi chiamate Hollerith
5
, restiamo nella norma).
Ma l'evento clou che contraddistingue questo mese e che scatena i più sfrenati
festeggiamenti e le più beneauguranti pacche sulle spalle da parte dei conviventi, è il
fatto che in un giorno accuratamente selezionato tra il primo e il sei gennaio, Rudy va a
farsi tagliare i capelli!
Ora, la Settimana Enigmistica della settimana in cui scriviamo riporta la strabiliante
notizia che "i capelli di un uomo crescono, in media, di 15 centimetri l'anno"; capite
quindi che il tonsor di Rudy, oltre ad armarsi dell'abituale dose di stoicismo necessaria
per resistere alla stessa battuta dell'anno precedente ("...me li tagli come l'altra volta..."),
tende a prepararsi anche fisicamente alla bisogna. Non solo, ma sembra che il metodo di
Rudy abbia fatto scuola: in quel periodo, da Luigi (il barbiere) arrivano anche altri matti
con chiome altrettanto lunghe e altrettanto non uniformemente distribuite (nel senso che
hanno tutti suppergiù l'età di Rudy, quindi la zona superiore comincia a mostrare una
certa qual scarsezza pilifera; fortunatamente, questi altri hanno il buon gusto di non fare
la stessa battuta cretina).
Questa volta, intravedendo Rudy girare l'angolo, Luigi e Gino (il suo Valido Assistente: si
chiama Luigi anche lui, ma è più giovane, sulla sessantina) hanno cominciato a
prepararsi spiritualmente, con scene alla Karate Kid ("Esiste la paura in questo Dojo?"
"NO, Sensei!"), ma tutta la loro carica adrenalinica è stata annientata alla vista di altri
due lungicriniti epigoni rudeschi, tre cespugli di quelle dimensioni erano troppo anche
per i due eroi.

4
L'arzigogolo del tempo verbale nasce dal fatto che non l'abbiamo ancora fatto, mentre scriviamo queste note,
ma dovremmo averlo fatto, mentre le leggerete. Ecco, volevo semplificare la cosa e sono riuscito a complicarla.
5
Per chi non ha sottomano il Calendario di RM: Hollerith è nato il 29 febbraio.
Rudi Mathematici
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11
Gino: "Restiamo calmi. Vorranno, come al solito, shampoo e taglio..."
Luigi: "E lo shampoo possiamo farlo prima o dopo il taglio: quei tre si lavano la testa tutti
i giorni."
Gino: "Comunque per uno shampoo ci vogliono cinque minuti, e non possiamo certo
fermarci a metà o lasciarli lì per un po' o darci il cambio."
Luigi: "Cose che invece possiamo fare durante il taglio, che richiede dieci minuti."
Gino: "E non possiamo neanche lavorare in due sulla stessa testa, e vorranno andarsene
il più presto possibile."
Con un rapido shift da cinefilo, Luigi assume uno sguardo spiritato e grida:
"...Si...Può...Fare!". Afferra gli attrezzi del mestiere (tosaerba sapientemente adattati alla
bisogna: in questo momento, ricorda il Jack Nicholson di Shining) e spiega velocemente a
Gino la sua strategia.
Per farla breve: dopo un tempo ragionevole, tutti e tre gli ormai ex lungicriniti
presentavano delle invidiabili sfumature "all'umberta" (a Torino si dice così,
rigorosamente con la minuscola) e si avviavano verso i dovuti festeggiamenti. Che
strategia hanno usato i nostri due tricosterminatori?
Mentre tornava a casa, essendo ancora sobrio, Rudy ha cominciato a pensare:
"Supponiamo Gino non sia ancora un esperto, e impieghi da solo un tempo superiore a
quello di Luigi a tagliarmi i capelli (lasciamo perdere lo shampoo, che quello lo fanno
tutti nello stesso tempo); diciamo i 5/3, per dire un numero. Se li lascio lavorare entrambi
sulla mia testa, quanto tempo impiegheranno? Esiste una formula generale, dato il
rapporto dei tempi nei quali farebbero tutto da soli, e considerato che i miei epigoni
assumeranno la stessa tollerante posizione?"
Siccome l'operazione della tonsura è per Rudy piuttosto traumatica, non ha la minima
intenzione di fare i conti almeno sino al gennaio prossimo; voi, però, dovreste metterci
molto meno...
2.2 Win-tage
Lo sappiamo che si scrive "vintage", ma siccome gira sotto Windows, è giusto così.
Stiamo parlando di Tetris; i due VAdLdRM ci stanno giocando in questo momento, e
dall'altra camera è un continuo potitipotitipitotipitotupi nelle orecchie di Rudy che sta
cercando di pensare ad altro, ma niente da fare. Quindi, vi beccate un problema sul
Tetris.
Di sicuro, vi ricordate i
pezzi, comunque ve li
mettiamo nel disegno qui
di fianco.
"Rudy, sei sicuro dei
colori?" No, ma non posso
controllarli: se mostro anche solo il minimo interesse per questa maledizione
dell'umanità, mi sfidano e mi stracciano.
Dunque, con calma e a sintassi libera, come tutti i creativi. Ciascuno sono quattro
quadretti, che è quasi metà nove. Gioco ci cova. Trovato.
Se parlo di Filetto (TicTacToe, per gli anglofili), di sicuro cominciate a sbadigliare;
supponiamo, però, che lo scopo dei due giocatori non sia quello di fare la solita "fila", ma
di ottenere per primo, a forza di croci o di cerchi, uno dei pezzi qui sopra, mettendosi
d'accordo prima su quale sia il pezzo target.
6 Cinque (dei sette) casinisti (gli altri sono umani e non contano)
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


12
"Guarda che ottenere il primo su una scacchiera 3x3 sembra piuttosto difficile..." Vero, e
se volete la mia opinione potete anche considerare uguali gli ultimi due.
Problema, anzi alcuni: esistono delle strategie vincenti per un qualche giocatore? E, nel
caso, esistono dei pezzi "vincenti", ossia che ottengo sempre applicando una determinata
strategia? E se gioco su scacchiere più grosse?
Adesso, un doppio caveat: conosciamo le risposte (e – parzialmente – le soluzioni) solo per
scacchiere da 3, 4, 5 e 7 caselle di lato; non solo, ma in questo campo esistono un mucchio
di problemi irrisolti, soprattutto se anziché usare i tetramini passate a oggetti di ordine
superiore... Quindi, se ce la fate a dimostrare qualcosa, date un colpo di telefono a Erdös:
sarà felicissimo di scrivere un articolo con voi, in merito...

3. Bungee Jumpers
Questa parte della rivista solitamente è il regno della seriosità, ma non riusciamo a
trattenere questa piccola nota: i due problemi sono stati scelti perché del primo (che
ha un aspetto complesso) abbiamo trovato una soluzione assurdamente semplice
nella sua eleganza; il secondo, invece, sembra non c'entrare niente, ma...
1. Dimostrate che, indipendentemente dalla scelta dei numeri
n n
b b b a a a , , , , , , ,
2 1 2 1
  , è sempre valida la seguente relazione:
.
2
1
2
1 1
2 2
|
|
.
|

\
|
+
|
|
.
|

\
|
≥ +
¿ ¿ ¿
= = =
n
i
i
n
i
i
n
i
i i
b a b a

2. Una piramide viene detta piramide retta se, quando un cerchio è iscritto nella
base, l'altezza della piramide cade al centro del cerchio. Provate che qualsiasi
piramide retta ha una superficie laterale minore di qualsiasi altra piramide
avente la stessa altezza e base dello stesso perimetro.
La soluzione, a “Pagina 46”

4. Era Una Notte Buia e Tempestosa
La periodicità di questa rubrica è ormai un modo di dire: “frequente come un EuNBeT” ci
è capitato di leggere in una mail di un caro abbonato qualche tempo fa. Ma dobbiamo
essere proprio onesti: da quando abbiamo cominciato con questa idea insana di recensire
libri dei nostri di amici e lettori non facciamo che ricevere segnalazioni e, cosa ben più
importante, libri veri da leggere e godere.
Questo testo è un caso particolare: è arrivato in modo imprevisto a casa di uno dei
redattori, e mesi dopo, è stato spedito dall’autore stesso ad un altro: con due copie in
circolo per la nostra redazione virtuale, non potevamo proprio esimerci…

Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


13
4.1 La magia dei numeri

Il mondo non morirà
per mancanza di meraviglie,
ma per mancanza di meraviglia.

La citazione che trovate qui sopra l’abbiamo trovata proprio sul sito di Mariano Tomatis,
che si definisce “scrittore professionista che si occupa di saggistica con un particolare
interesse per ciò che è insolito e paradossale”. Appassionato di illusionismo, crede che il
compito del divulgatore coincida con quello del mago: incoraggiare la gente a vivere in
uno stato di continua meraviglia.
Questo è quello che dice lui,
ovviamente: la realtà supera
sempre un po’ quello che le parole
possono raccontare. Mariano ha
girato l’Italia proponendo
conferenze spettacolo, in cui
giocava con il pubblico e allo stesso
tempo dimostrava quanto i numeri
e la matematica possano creare
l’illusione della magia.
Ma è proprio in quest’accoppiata di
termini che si cela l’importanza
della missione di Mariano:
illusionismo, magia, illusione di magia: è solo attraverso una attenta e razionalissima
disamina dei meccanismi di meraviglia dell’animo umano che si riesce a coniugare con
correttezza (sia etica, sia educativa) il razionale e il meraviglioso. Perché i meccanismi
che stanno alla base della meraviglia, specialmente nelle menti giovani, sono quasi
sempre connessi col mistero, e il mistero con il magico, quasi non ci fosse davvero una
capacità di suscitare meraviglia nella stupefatta osservazione del mondo che ci circonda,
quello reale. Mariano, fin dall’inizio della sua non più breve carriera di indagatore
razionale degli aspetti meravigliosi del mistero, ha sempre cercato – in conferenze,
articoli, libri e spettacoli – di mostrare come il misterioso abbia in realtà delle meraviglie
che sono conoscibili e razionali, e soprattutto che il razionale assomma in sé una quantità
di meraviglie da non temere la concorrenza di qualsivoglia disciplina esoterica.
La matematica, scienza e linguaggio della meraviglia stessa, è pertanto un terreno
adattissimo alla sua penna. Matematica di base, scienza di base: quanto basta e avanza
per stupire davvero, e anche per togliere stupore e mistero a chi ha velleità irrazionali.
Pensateci: quanti giochi del tipo “pensa un numero…” conoscete? Quante volte vi è
capitato di pensare che sia possibile trasmettere il pensiero? O avete mai provato, con la
sola forza di volontà, a costringere una moneta a cadere sul lato della testa? E credete
nell’esistenza degli extraterrestri?
Sembrano questioni da giornale scandalistico – o forse no, ormai i giornali scandalistici
non sono più così interessanti, si limitano a fotografare torme di deficienti famosi – ma
Mariano ha fatto sua la missione di parlare di tutti questi argomenti, per portare allo
scoperto i trucchi dell’illusionista. Ma non per dissacrare il buon mestiere di chi usa la
meraviglia per incuriosire: in fondo, la quasi totalità degli illusionisti è davvero degna di
lode, perché stupisce e induce al meraviglioso, ma sempre ammette, anche se non lo
rivela, che il trucco – razionalissimo e ripetibilissimo trucco – c’è. Ed è spesso trucco
ingegnoso: lo scopo è quello di trasferire la meraviglia dalla magia inspiegabile, a quella
spiegabile, che per definizione non è più magia: ma non è certo meno incantevole.


7 Mariano Tomatis
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


14
Ma bando alle ciance, cosa contiene “La magia dei numeri”? Beh, basta guardarne
l’indice:
Introduzione
1. Leggere il pensiero – La
telepatia (con sottotitoli del tipo
“Le bionde sono più
telepatiche?”)
2. Il terzo occhio – La
chiaroveggenza (con tanti
trucchi per arricchirsi)
3. Prevedere il futuro – La
precognizione (che tocca anche i
segreti di “Lost”)
4. Spostare gli oggetti con la
mente – La telecinesi (in cui si
spiega anche il fenomeno del
“La fortuna del principiante”)
5. Dischi volanti e cerchi nel
grano – L’ufologia (fino ad
arrivare ai cerchi nel grano)
6. Geometrie sacre e tesori
nascosti – La numerologia (dalle
piramidi alle cacce al tesoro e
oltre)
Ogni capitolo è corredato di una
serie di “letture consigliate” per
approfondire gli argomenti, ma
soprattutto ogni capitolo è un
percorso magico per scoprire che
la magia, se esiste, è
un’illusione; o meglio ancora: se
esiste, non è più magia.
Tra un capitolo e l’altro s’impara a conoscere Medioman, una persona dalle
caratteristiche così banali e noiose e che però – sorprendentemente – riesce ad essere
ampiamente più potente di Uri Geller, il grande piegatore telepatico di cucchiai. E poi,
che ci crediate o meno, s’incontrano gli alieni, quelli che segnano i campi di grano con la
evidente e scontata intenzione di conquistare la Terra. E, come se non bastasse, s’impara
a predire i risultati delle partite di calcio o di qualsiasi evento sportivo, in modo da poter
scommettere in tutta sicurezza e vincere… no, non finisce qui, ma vi vogliamo lasciare il
piacere di scoprire il resto: così magari vi togliete la curiosità di scoprire per quale
ragione Mariano Tomatis scrive certe cose su un libro invece di scommettere in
continuazione e diventare l’uomo più ricco del mondo.
Ogni capitolo è veloce e divertente, il libro snello e, per propria natura e missione,
tutt’altro che difficile. Potreste scoprirvi delle cose stupefacenti, ma anche decidere di
utilizzarlo solo per organizzare qualche gioco in famiglia, o per scaldare l’ambiente a una
festa.
Durante tutto il libro, Mariano sembra ripetere un concetto che permea – o quantomeno
ci piacerebbe permeasse – anche ogni pagina di RM: “La magia esiste davvero, ed è quella
che la matematica tesse ogni giorno nel mondo intorno a noi”.

Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


15

Titolo
La magia dei numeri
Autore Mariano Tomatis
Editore Kowalski
Data di Pubblicazione Marzo 2010
Prezzo 13,50 Euro
ISBN 9788874967827
Pagine 223

5. Soluzioni e Note
Marzo.
Il mese del ritorno della primavera, si spera, ma anche del primo compleanno della
redazione, come ben sapete: il Capo fa finta che passerà tutto in sordina, ma in realtà ci
resta male quando non riceve i vostri auguri... quindi mandateglieli!
Del resto sia lui sia il Doc sono in brodino di
giuggiole da quando sono tornati dalla loro
conferenza per la Mathesis: da non crederci
quanto si vantano di aver parlato di fronte a
una cinquantina di persone, che a sentir loro
era una folla di professori e – soprattutto –
attraenti professoresse. Speravo di ricevere in
mail qualche commento degli astanti: ve l’avevo
chiesto il mese scorso, ma nessuno si è
preoccupato di fare una foto ai tapini da farmi
mettere qui, e neppure di dirmi niente... in
realtà sembrano tutti confermare il successo dei
miei compari... che sia vero?
Lasciamo perdere, e passiamo alle novità del
mese... ma come faccio? Febbraio è passato in
un baleno, e a parte la conferenza dei tipacci,
non si è parlato di molto altro. Una cosa che
renderà il mio spazio di S&N molto più breve è senz’altro la decisione di Cid di ridurre il
suo sforzo attivo nel risolvere i problemi di RM, mi mancherà, ma almeno sono sicura che
continuerà a seguirci e a scriverci, e ne sono contenta.
Vi ricordo ancora che il sito è sempre in evoluzione, e vi invito ad andarlo a visitare,
soprattutto la sezione di Bookshelf. E qui mi fermo, e passo direttamente a parlare dei
problemi.
5.1 [143]
5.1.1 Facciamo di nuovo rimbalzare le palle
Vi ricordate questo problema tutto ideale? Ora ve lo ripropongo:
Supponiamo di avere un blocco di (grande) massa M, che sta scivolando senza
attrito con una velocità V su un piano, e sta andando verso un muro.
Ad un certo punto, collide in modo perfettamente elastico con una pallina magica di
massa (piccola) m, inizialmente in quiete ad una distanza L dal sunnominato muro.
Evidentemente, la pallina parte, rimbalza contro il muro, torna indietro, ri-
rimbalza contro il blocco, riparte verso il muro,... eccetera.

8 Tanti auguri a Rudy.
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


16
Ci aspettiamo che dopo un po' il blocco si fermi e venga, eventualmente, respinto
indietro. Quanto riesce ad avvicinarsi al muro? E, in quel momento, quante volte la
pallina avrà rimbalzato sul blocco?
In RM144 avevamo ricevuto tante belle soluzioni, e avevo pubblicato quelle di Rub e
Gnugnu, con tanto di simulazione in geogebra di quello che succede. Beh, Rub ci ha
scritto ancora:
Un buon problema ha sempre aspetti interessanti, celati tra le righe…la nostra
Palla Rimbalzante consente al blocco di comportarsi (quasi) come un oscillatore
armonico, che in un tempo pari ad un SemiPeriodo di oscillazione torna al punto di
partenza con velocità uguale ed opposta a quella iniziale.
Quanto vale il Periodo?
Avendo risolto esattamente le
equazioni del moto del blocco,
in funzione del rapporto tra le
masse, è possibile calcolare il
tempo necessario per arrestarsi
(un QuartodiPeriodo=T/4). Ed è
in questo punto che appare la
“Sorpresa Inaspettata”: avendo
V e D come velocità e distanza
iniziali, m = massa palla, M =
massa blocco ed α=m/M,
ponendo in grafico il valore di
T/4 (espresso in percentuale di
D/V, il tempo di arresto senza
la pallina) in funzione di α, otteniamo un andamento “esattamente lineare”, non
approssimato, come in figura.
Ovvero abbiamo che
T/4=(D/V)(1–α)=(D/V)(M–m)/M
Perché abbiamo questa relazione esatta? Una legge fisica ha sempre una
spiegazione, ma al momento mi sfugge. Qualcuno la vede?
Per curiosità finale, uguagliando il valore del periodo a quello di un oscillatore
armonico di massa M connesso con una molla di costante K, possiamo concludere
che la palla si comporta come una molla, esercitante una forza direttamente
proporzionale alla distanza, con costante elastica equivalente direttamente
proporzionale alla differenza delle masse, e pari a:
K=(4/π
2
) (D/V)
2
(M–m)
2
/M
Peccato per quella brutta dipendenza da D e da V, che rendono il problema
dipendente dalle condizioni iniziali e quindi costituisce un vulnus al modellino del
cosiddetto “oscillatore a palla”... non si può avere tutto!
Probabilmente qualcuna delle risposte ricevute l’altra volta conteneva già la risposta a
questo dilemma, ma lo stesso: scriveteci se volete ancora commentare.
5.2 [145]
5.2.1 GURPS!
Il capo si è dato ai giochi di ruolo, e ce ne propone uno inventato da lui:
80%
90%
100%
0,00 0,05 0,10 0,15 0,20
% Tempo Base
(Distanza/Velocita')
alfa
Tempo trascorso (T/4)

9 Figura di Rub.
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


17
Rudy si è inventato i personaggi chiamati Vampiri Quadratici: la loro caratteristica
è di combattere unicamente contro altri Vampiri (quadratici o meno che siano) e, in
caso di vittoria, di assorbirne i Dadi di Combattimento.
Infatti, se un VQ possiede X DdC e combatte contro un VQ che ne possiede Y,
possiamo, in base ad una semplice legge matematica, stabilire le probabilità di
vittoria di ciascuno dei due: basta a questo punto tirare il dado, e chi vince si
mangia i DdC dell'altro e continua l'avventura.
Volendo cominciare sul semplice, Rudy ha provato con una legge lineare, ossia
quando i due fanno a botte X ha probabilità ( ) Y X X + di vincere (confondiamo i
nomi dei VQ con i loro rispettivi DdC), mentre Y avrà probabilità ( ) Y X Y + . Solo
che qualcosa non gli torna: supponiamo tre VQ, aventi DdC distribuiti come 2 = X ,
1 = Y , 1 = Z , secondo voi, X deve aspettare che Y e Z facciano a botte per poi
sfidare il vincitore o prendersela con uno, sperare di batterlo e poi prendersela con
l'altro?
Supponete ora di avere otto VQ, con vario numero di DdC, riuscite a trovare una (o
più) sequenze di combattimenti che diano "speranze di vita" ad uno dei VQ diverse
rispetto alle altre?
Usando ora una legge quadratica, ossia supponendo che la probabilità di vittoria di
X sia data da ( )
2 2 2
Y X X + , come vanno a finire in questo caso i combattimenti di
cui sopra?
Sempre utilizzando il modello quadratico, supponiamo di avere quattro VQ, tutti
forniti di un solo Dado di Combattimento; di questi, tre sono piuttosto remissivi, e
non hanno intenzione di iniziare un combattimento se non dopo essere stati sfidati e
aver vinto il primo combattimento (a quel punto diventano degli attaccabrighe);
l'ultimo, invece, è un attaccabrighe sin dall'inizio. Che probabilità ha di vincere
ognuno dei VQ?
Sempre con i quattro di cui tre calmi e un piantagrane, supponiamo il piantagrane
abbia 1 DdC, mentre i tre calmi hanno rispettivamente 1, 2 e 4 DdC: in che ordine
deve lanciare le sfide, il piantagrane, per massimizzare le sue probabilità di
sopravvivenza?
Il problema aveva tante biforcazioni e tante parti. Tra quelli che vi ci sono cimentati,
diamo il benvenuto a Vittorio pubblicando la sua soluzione
6
:
Quesiti 1 e 2. In entrambe le situazioni X ha la stessa probabilità di vittoria finale
che è pari a 1/2. Questo non è un caso, bensì la conseguenza della linearità delle
probabilità di vittoria in ogni singolo scontro. Dimostriamo, infatti, che, qualunque
sia il numero dei VQ e qualunque sia il numero di DdC in loro possesso, la
probabilità di vittoria finale di ogni VQ non dipende dalla strategia di gioco, ossia
da quanti e quali combattimenti ogni VQ decida di ingaggiare.
Sia n il numero dei VQ. Denotiamo con Xi, per 1 ≤ i ≤ n, sia il numero di DdC a
disposizione dell’i-esimo VQ che il VQ stesso. Indichiamo con
¿
=
=
n
i
i
X W
1
il
numero totale di DdC posseduti dai VQ. Mettiamoci nei panni di un generico VQ Xi
e supponiamo che egli decida di ingaggiare combattimenti, con 1 ≤  ≤ n – 1. Sia Yj,
con 1 ≤ j ≤ , il numero di DdC posseduti dall’antagonista di Xi al j-esimo

6
Mi scuso in anticipo se la soluzione conterrà delle imprecisioni: il cambio formato mi ha costretto a riscrivere le
formule, che – se non sono corrette – sono certo tali per colpa mia [NdA].
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


18
combattimento. Chiaramente, se Xi è l’ultimo VQ rimasto in vita, deve valere
i
j
j
X W Y − =
¿
=
α
1
. La probabilità che Xi vinca tutti gli  combattimenti è
W
X
W
Y X
Y Y X
Y X
Y X
X
Y X
Y X
i
j
j i
i
i
i
i
j
j
k
k i
j
k
k i
=
+
⋅ ⋅
+ +
+

+
=
|
|
|
|
.
|

\
|
+
+
¿

¿
¿

=
=
=

=
1
1
2 1
1
1 1
1
1
1
...
α
α

che dunque risulta essere indipendente sia da  che dai valori Yj per 1 ≤ j ≤ .
Quesito 3. Quando la probabilità di vittoria di ogni singolo combattimento diventa
quadratica, questa proprietà non risulta più verificata. Dimostriamo un risultato
più generale, ossia, che, già in presenza di soli 3 VQ, non esiste alcun caso in cui le
uniche due strategie possibili per ognuno dei VQ, ossia sostenere 1 o 2
combattimenti, danno la stessa probabilità di vittoria finale. Riparafrasando la
dimostrazione precedente abbiamo che Xi vince sostenendo un unico combattimento
con probabilità
WX W X
X
i
i
2 2
2 2
2
− +

e sostenendo 2 combattimenti con probabilità
( )
( )( )
2
2
2
1 1
2
1
2
1
2
2
1 1
2 2
2
2
Y Y Y X X Y X
Y Y X X X
i i
i i i
+ + + +
+ +
.
Imponendo W = X +Y1 +Y2 otteniamo che queste due probabilità sono uguali solo
quando
( )
2
2 4
2 1 2 1 2
Y Y Y Y Y
X
i
− − +
= e questo valore non può essere mai positivo
quando sia Y1 che Y2 sono positivi.
Quesito 4. Chiaramente, ci saranno 3 combattimenti. Chiamiamo X il VQ
belligerante e chiamiamo Yi, con 1 ≤ i ≤ 3, il VQ tranquillo che prende parte all’i-
esimo combattimento. Facendo il classico alberello che implementa il Teorema
della Probabilità Totale, abbiamo facilmente che X e Y1 vincono con probabilità
9/25, Y2 vince con probabilità 9/50, mentre Y3 vince con probabilità 5/50.
Quesito 5. In questo caso chiamiamo nuovamente X il VQ belligerante e chiamiamo
Yi il VQ tranquillo che possiede i DdC. Se X attacca gli Yi in ordine crescente su i,
ha la possibilità di effettuare 3 combattimenti sempre ad armi pari, realizzando
così una probabilità di vittoria finale pari a 1/8. Negli altri 5 casi possibili, X non
ottiene mai una probabilità maggiore.
Complimenti a Vittorio per questa prima soluzione! Vi passiamo anche quello che ci ha
scritto Millenium Bug:
Con la probabilità nella forma X/(X+Y), la sequenza dei combattimenti mi pare
ininfluente e la probabilità di vittoria dipende dalla distribuzione iniziale dei DdC
tra i vari VQ. Supponiamo infatti di avere n VQ con questa distribuzione di DdC:
X1, X2, X3, ... Xn. Se il primo combatte nell'ordine con gli altri, vincerà la prima
volta con probabilità P1=X1/(X1+X2). Nel caso vinca il primo combattimento,
vincerà il secondo con P2=(X1+X2)/(X1+X2+X3). Quindi vince i primi due con
probabilità P12=X1/(X1+X2+X3), essendo gli esiti indipendenti. Proseguendo così,
si trova che la probabilità di vincere tutti i combattimenti è P=X1/S, dove S è la
somma di tutti gli Xi. Supponendo di cambiare l'ordine di combattimento non
cambia evidentemente nulla.
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


19
Stessa cosa se facciamo prima combattere tra loro 2 o più degli altri VQ,
accorpando i loro DdC in uno solo: di questi non ci interessa chi vince, dal momento
che alla fine si avrà sempre un solo VQ con lo stesso numero di DdC, pari alla
somma di quelli posseduti dai combattenti.
Per il caso di veri VQ (VVQ), cioè quelli che applicano la regola quadratica della
probabilità, il discorso è diverso.
Il numero di DdC dei VQ è sempre non nullo, per cui per ogni combattimento tra X
e Y possiamo definire t=Y/X. Da cui la probabilità di vittoria di X è P=1/(1+t
2
). Se
confrontiamo con quella lineare precedente P=1/(1+t) tracciando il grafico delle due
funzioni, vediamo che il vantaggio di un VVQ con più DdC è molto più marcato
rispetto ai VQ: è quindi essenziale cercare di ingaggiare combattimenti con i VVQ
che hanno un numero di DdC inferiore o, per lo meno, molto vicino al nostro,
altrimenti la probabilità scende drasticamente. Quindi la strategia migliore è
quella di essere il più possibile attaccabrighe e combattere nell'ordine da chi ha
meno DdC a chi ne ha di più.
Nel caso il nostro VQ abbia 1 DdC e gli altri 1, 2 e 4, questa strategia porta a:
- primo combattimento 1 contro 1: P=1/2, se vince, il VQ rimane con 2 DdC
- secondo combattimento 2 contro 2: sempre P=1/2, se vince, il VQ rimane con 4
DdC
- terzo combattimento 4 contro 4: sempre P=1/2
Quindi il VQ attaccabrighe ha una probabilità 1/8 di sconfiggere tutti gli altri 3.
Se invece affrontasse subito quello con 4 DdC, la probabilità di vincere il solo primo
incontro sarebbe già minore: 1/17.
Similmente se attacca briga con quello che ne ha 2: 1/5 e gli rimangono ancora da
affrontare gli altri 2, di modo che alla fine scendiamo ancora sotto 1/8.
Infine, vi passiamo la versione del Panurgo, che ha fatto un numero esagerato di
grafici...
Nel gioco del Vampiro Funzionale, il VF è tale quando nella singolar tenzone con
un altro VF la sua probabilità di vittoria è proporzionale ad una funzione continua
+ +
N N f  : del numero di dadi di combattimento in suo possesso: ovvero, se A e
B sono due VF che possiedono rispettivamente a e b dadi di combattimento
( )
( )
( ) ( )
( )
( )
( ) ( )
|
|
f a
p A
f a f b
f b
p
AB I
B AB I
f a f b
=
=
+
+

Il vincitore si impadronisce dei dadi del perdente; il dominio di f è limitato a N
+

perché se un VF non possiede dadi di combattimento non può giocare; la continuità
e il codominio limitato a N
+
sono necessari per ottenere sempre una probabilità
compresa tra 0 e 1.
Un torneo fra tre VF (A, B e C) può svolgersi in tre modi distinti:
1.
( )
AB C : A combatte contro B e il vincitore combatte contro C;
2.
( )
AC B : A combatte contro C e il vincitore combatte contro B;
3.
( )
BC A: B combatte contro C e il vincitore combatte contro A.
Nel primo caso la probabilità di vittoria di A è
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20
( )
( )
( )
( ) ( )
( )
( ) ( )
|
f a f a b
p
f a f b f a b f
AB C
c
A I
+
=
+ +
×
+

nel secondo è
( )
( )
( )
( ) ( )
( )
( ) ( )
|
f a f a c
p A
f a f
AC
c f a c
I
f b
B
+
=
+ + +
×
e nel terzo è
( )
( )
( )
( ) ( )
1 |
f a
p A
f a f b
BC A I
c
= ×
+ +

In ciascun caso il primo fattore è la probabilità di passare il primo turno mentre il
secondo è la probabilità di vincere il secondo turno dopo aver passato il primo.
La domanda è: quali sono, se esistono, le funzioni f per le quali la probabilità di
vittoria di A è indipendente dalla modalità con cui si svolge il torneo?
Confrontando la prima probabilità con la terza otteniamo
( )
( ) ( )
( ) ( )
( ) ( )
f a b f a f b
f a b f c f a f b c
+ +
+
=
+ + +

Le due frazioni non possono essere semplificate in generale quindi deve essere
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( ) ( )
f a b f a f b
f a b f c f a f b c
+
+ +
+ = ¦
¦
´
+ = +
¦
¹

La prima delle due è l’equazione di Cauchy la cui soluzione è, come è noto, f (t) = kt.
Osserviamo inoltre che tale soluzione soddisfa contemporaneamente sia la
condizione ( ) ( ) ( ) ( ) f a b f c f a f b c + = + + + sia la condizione
( )
( )
( )
( )
| | p A p AB C I A AC B I = , in quanto le due probabilità sono ora simmetriche
per lo scambio tra B e C: l’indipendenza della probabilità di vittoria di A dallo
svolgimento del torneo è dimostrata.
Ma, un momento! Qui abbiamo appena dimostrato qualcosa in più: in un torneo
qualsiasi tra Vampiri Lineari (Vampiri Funzionali con f lineare) la probabilità di
vittoria di ciascuno di essi è indipendente dalla struttura del torneo stesso. Infatti,
un torneo qualsiasi è, dal punto di vista del VL che lo vince, una successione di
turni alcuni dei quali sono stati passati combattendo e altri aspettando l’esito di
combattimenti tra altri VL e noi abbiamo appena visto che, per ciascuna coppia di
combattimenti successivi, aspettare o combattere non fa differenza: questo
risponde alla prima parte che prevede f (t) = t.
La seconda parte prevede Vampiri Quadratici con f (t) = t² e le modalità con cui si
svolge il torneo influenzano il risultato: prima di imbarcarci nell’analisi proviamo a
contarle.
Abbiamo già visto che con tre vampiri sono possibili tre diversi tornei; se
consideriamo una coppia di vampiri osserviamo che vi sono due possibilità
B
A
A
B

Ma dire che A combatte con B è lo stesso che dire che B combatte con A quindi i due
grafi precedenti devono essere equivalenti.
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


21
Il torneo a tre può essere ottenuto aggiungendo un incontro al torneo a due, cosa
che può essere fatta in tre modi
C
A
B
B
A
C
B
A
C

ovvero (AB)C, (AC)B e (BC)A: otteniamo gli stessi tornei che avevamo ottenuto
precedentemente permutando i vampiri.
Se non etichettiamo le foglie dei grafi
osserviamo che i primi due grafi sono equivalenti mentre il terzo è equivalente per
simmetria.
Ci basta dunque elencare i grafi non equivalenti per qualche simmetria e
permutare le etichette delle foglie con l’accortezza di non considerare le
permutazioni equivalenti per simmetria (es. AB e BA).
I tornei con 1, 2 e 3 vampiri hanno i grafi
B
A
C
A
B
A

Cui corrispondono
0
1! 2 1 = ,
1
2! 2 1 = e
1
3! 2 3 = : all’esponente del 2 al denominatore
è il numero di simmetrie di ciascun grafo.
Vediamo ora come può essere il torneo a quattro vampiri: vi sono due grafi distinti
B
A
C
D
B
A
C
D

il primo con una simmetria, AB|BA, cui corrispondono
1
4! 2 12 = tornei, il secondo
con tre simmetrie, AB|BA, CD|DC e (AB)(CD)|(CD)(AB), cui ne corrispondono
3
4! 2 3 = per un totale di 15 tornei.
I tornei di cinque vampiri sono
B
A
C
D
E
B
A
C
D
E
B
A
C
D
E

e sono
( )
1 2 3
5! 2 2 2 105
− − −
+ + = ; quelli di sei
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Numero 146 – Marzo 2011


22
B
A
C
D
E
F
B
A
C
D
E
F
B
A
C
D
E
F
B
A
C
D
E
F
B
A
C
D
E
F
B
A
C
D
E
F

e cioè
( )
1 2 3 4
6! 2 2 2 2 2 2 945
− − − −
+ × + × + = .
La successione 1,1,3,15,105,945 corrisponde alla successione A001147
dell’enciclopedia online delle sequenze intere (OEIS), numeri fattoriali doppi
( ) ( ) ·3·5 2 1 2 1 !! 1 k k − = −  , dove k = n – 1 corrisponde al numero di incontri: la forma
chiusa è
( ) ( )
( )
1
2 ! 2 2 !
!2 1 !2
n k n
k n
T
k n


=

=
I tornei di sette vampiri sono, lo ho verificato contandoli alla mia maniera, 10395;
quelli di otto sono (con verifica) 135135: non me la sento di analizzare questo caso
in cerca della strategia migliore.
Più semplice è il caso di quattro vampiri di cui uno aggressivo, corrispondente alle
sei permutazioni di ((AB)C)D, tenuto fisso A
B A C D

Se tutti i vampiri sono della stessa forza l’ordine non conta e la probabilità di
vittoria del VQ litigioso è
( )
1 4 9 9
|
2 5 10 25
p A I = = × ×
e, generalizzando a n VQ,
( )
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( )
2 2
1
2 2
1
|
1 1
n
j
i i n j
p A n I
j n i n i

=
Γ Γ − Γ
= =
Γ Γ + Γ + −


una formula chiusa gentilmente offerta da Mathematica.
Nel caso dei valori 1, 1, 2 e 4 abbiamo
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( )
1 1 1 1
| 0,125
2 2 2 8
1 1 9 9
| 0, 09
2 5 10 100
1 9 1 9
| 0, 09
5 10 2 100
1 9 49 441
| 0, 070
5 25 50 6250
1 25 9 45
| 0, 050
17 26 10 884
1 25 49 49
| 0, 049
17 29 50 986
p A AB C D I
p A AB D C I
p A AC B D I
p A AC D B I
p A AD B C I
p A AD C B I
× ×
× ×
× ×
×
= = =
= = =
= = =
= = =
= = =
= =
× …
×
× =
× …
× …

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Numero 146 – Marzo 2011


23
e, come sembra anche intuitivo, conviene attaccare prima i più deboli; questa
strategia non è necessariamente la migliore quando il torneo è ramificato
B A C D

infatti
( )( ) ( )
( )( ) ( )
( )( ) ( )
1 1 1
| 0, 05
2 10 20
1 9 9
| 0, 052
5 34 170
1 25 25
| 0, 043
17 34 578
p A AB CD I
p A AC BD I
p A AD BC I
= = =
= = =
= =

=
×
×
× …

e, in questo caso, conviene attaccare il secondo in grado.
Mi fermo qui, ma dovete ammettere che le soluzioni erano tutte bellissime.
5.2.2 Tre al prezzo di due
Il Capo si è dato a tutte le sue passioni principali con questo
problema, con disegni, sangaku, origami, cerchi... ed è stato
premiato da soluzioni eccellenti, ma andiamo per ordine: c’erano
due pezzi per questo problema, il primo con un sangaku
Trovate il disegno del sangaku in figura qui a fianco, e lo
scopo è quello di ricavare i rapporti tra i tre cerchi azzurri.
Il secondo con l’origami, il piatto forte:
Per prima cosa, prendete il solito foglio di carta quadrato
da origami (che, per comodità, supporremo bicolore), e
tracciate un cerchio (rosso, mi raccomando) di raggio R in
un angolo; poi piegate come indicato.
Quello che ci interessa è ricavare AB in funzione delle
altre variabili: il raggio del cerchio, il punto sul lato
verticale dove fate arrivare l'angolo,... insomma, di tutto
quello da cui può dipendere.
In questo caso sarà molto difficile scegliere delle soluzioni da
pubblicare, perché sono tutte bellissime, divertenti, colorate,
ognuna a modo suo. Prendete per esempio quella di Millenium Bug:
Con teorema di Pitagora e aiutandosi con un po' di algebra si trova che i raggi dei
tre cerchi, in rapporto al lato del quadrato sono: 3/8, 1/6, 1/16.
Procedendo nello stesso modo ho fatto i calcoli anche per il problema originale
citato in nota: ho qui i miei appunti scritti settimana scorsa ma ci sono un po' di
pasticci e non ho voglia di ripetere i calcoli: se capisco bene la mia scrittura, il lato
del quadrato sotto i due archi dovrebbe essere i 3/5 di quello grande e il cerchio
sopra di esso ha raggio 13/40.
Sono poi passato al problema dell'origami. Vado sempre di prepotenza con algebra
e Pitagora. Trovo che il raggio del cerchio è uguale al segmento AB. Se volete
sapere di più, per un quadrato unitario, chiamando x la distanza tra l'angolo
inferiore destro e il punto in cui ripiego l'angolo inferiore sinistro, ottengo:
AB = R = x(1–x)/(1+x).
10 I due del "tre per
due"
11 Il piatto forte
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


24
No, niente dimostrazioni né disegni, altrimenti si perde la purezza dei sangaku
(questa te la sei voluta Rudy, eh eh eh).
Fantastico, vero? Io la penso esattamente come lui. Ma non sono qui per avere opinioni,
ovviamente, solo per presentarvi le soluzioni. E così vi passo anche la versione di un altro
nuovo solutore, Bibo, direttamente dal mercato finanziario alla soluzione dei sangaku:
Iniziamo a definire le seguenti equazioni:
1.
2.
3.
Si tenga presente che la 2. posso scriverla come 2. .
Dove con 1 & 2 ho indicato i due rami di circonferenza all’interno del cerchio. La 3
invece è l’equazione generica della circonferenza che dobbiamo trovare con le tre
incognite.
Trovo il luogo dei punti equipotenti comuni. E che vuol dire? il punto equipotenti
tra due circonferenze è l’equazione che si ottiene dal sistema delle equazioni tra
due circonferenze. In questo caso ne ho due di luoghi, 1&3 e 2&3.
A) la 1&3, che da 4. .
B) la 2&3, che da 5. .
A questo punto metto a sistema la 4&5 in modo da trovare il luogo comune ad
entrambe le coppie di circonferenze. Il risultato è 6. . Allora sulla retta 6 si
dovrà trovare il centro dei due cerchi da trovare.
A questo punto considero la figura
1. Il triangolo AOB. Il segmento
AO= al raggio cerchio (L) – il raggio
del cerchio che ricerco (c), il
segmento OB = raggio del cerchio
da trovare (c) che è ortogonale al
quadrato e infine come trovato
sopra il segmento AB = L/2.
Applicando Pitagora a questo
triangolo si ricava AB
2
+ OB
2
= AO
2
,
ovvero , da cui
L .
Il primo cerchio allora avrà raggio
pari a 3/8 del lato quadrato e se si
assume l’origine di un sistema di
coordinate cartesiane in A = (0,0) si
ottiene la seguente equazione
.










L/ 2
c
L -
O
A B
12 Figura 1 di Bibo
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Numero 146 – Marzo 2011


25
A questo punto considero la figura
2. Il triangolo AOB. Il segmento
AO= al raggio cerchio (L) + il raggio
del cerchio che ricerco (c), il
segmento OB = lato quadrato (L) –
raggio del cerchio da trovare (c) e
infine il segmento AB = L/2.
Applicando Pitagora a questo
triangolo si ricava AB
2
+ OB
2
= AO
2

Ovvero ,
da cui .
Il secondo cerchio allora avrà
raggio pari a 1/16 del lato quadrato
e se si assume l’origine di un
sistema di coordinate cartesiane in
A = (0,0) si ottiene la seguente
equazione .
Bhe a questo punto seguendo il solito canovaccio con la figura tre trovo anche il
terzo cerchio….solo che qui dovrò usare due triangoli. Il primo è il solito AOB, che
ha AO = L+c, OB= b, AB = L–c. Usando Pitagora AO
2
= OB
2
+ AB
2
ottengo
, da cui la 7. .
Il secondo è il triangolo BOC che ha OC = L–c, OB= b, BC = c. Usando Pitagora
OC
2
= OB
2
+ BC
2
ottengo , da cui 8. .
Mettendo a sistema la 7&8 si ottiene e .
Il terzo cerchio allora avrà raggio pari a 1/6 del lato quadrato e se si assume
l’origine di un sistema di coordinate cartesiane in A = (0,0) si ottiene la seguente
equazione
.
CURIOSITÀ. Se si volessi si potrebbe calcolare con profondo spirito zen il luogo dei
punti equipotenti&equidistanti dai due cerchi, giusto come un appendice. Ah e poi
si potrebbe fare… no per il momento va bene così…
In realtà ci ha poi ancora mandato la soluzione della nota a piè pagina, ma il principio
generale si capisce. Principio generale che ha utilizzato anche Br1, tornato dopo un po’ di
tempo senza farsi sentire con una soluzione di una dozzina di pagine, che proviamo a
ridurre un pochino con l’impaginazione per farcela stare.
Cominciamo dalla Prima Parte, quella dei 3 cerchietti; mi puzza che ci fosse una
qualche brillante soluzione non analitica, tipo Ta-Dah!!!, però io l’ho affrontata
arrotolandomi le maniche e stilando equazioni, come segue…

L/2
c
L -
O
A B
13 Figura 2 di Bibo
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Numero 146 – Marzo 2011


26
Il disegnino qui sotto rispecchia
quello del 145.pdf, paragrafo
2.2; in aggiunta ci sono un paio
d’assi cartesiani con una
taratura degli stessi fatta in
modo che il quadrato
inscrivente abbia lato 2
7
, ed il
più grande dei cerchietti (C3) si
sieda sull’origine degli assi.
Allora: con il riferimento
prescelto, C1 è un quarto della
circonferenza che passa per i
punti P1(1;2), P2(–1;0); e poi
passa anche in P5(3;0), non mostrato nel grafico (me lo perdonerete, spero)…
Se è vero che l’equazione analitica di una generica circonferenza è quella che segue:
1) 0
2 2
= + + + + c by ax y x
l’imporre che tale circonferenza passi per P1, P2 e P5 comporta per C1 che:
2)
( ) ( )
¦
¹
¦
´
¦
= + + + +
= + + − + + −
= + + + +
0 0 3 0 3
0 0 1 0 1
0 2 1 2 1
2 2
2 2
2 2
c b a
c b a
c b a

Risolvendo il sistema si trova che: 3)
¦
¹
¦
´
¦
− =
=
− =
3
0
2
c
b
a
, allora l’equazione analitica di C1 è la
seguente: 4) 0 3 2
2 2
1
= − − + ¬ x y x C . Con calcoli analoghi per C2, che passa per
i punti P3(1;0), P4(–1;2) ed anche in P6(–3;0)
8
, si ricava che la relativa equazione
analitica è la seguente: 5) 0 3 2
2 2
2
= − + + ¬ x y x C . Sia C1 che C2, per come è
stato tarato il sistema di riferimento, hanno raggio pari a 2.
E veniamo a C3, il primo dei nostri oggetti del desiderio; costui gode di tre proprietà,
giusto il numero che serve per determinare i tre parametri a, b, e c della generica
relazione 1);
• C3 passa per il punto O(0;0), per come il riferimento cartesiano è stato
costruito
• C3 è simmetrica rispetto all’asse y, cioè invertendo il segno x nella sua
equazione analitica, nulla deve mutare
• C3 è tangente a C1 (o C2, se preferite…); cioè le intersezioni fra C3 e C1 (o C3
e C2) devono risolversi in una sola soluzione doppia…
Dalle considerazioni di cui sopra, ne deriva che per C3 si abbia:

7
Visto che occorre “ricavare i rapporti tra i tre cerchi azzurri”, e visto che i rapporti stessi non dipendono
dall’unità di misura, mi son preso la libertà di scegliere il lato che mi pareva…
8
Ovvio che nel grafico non c’è neanche P6…, vedi sopra…
y
x 0 1 -1
P7 P1
P2 P3
P4
C1 C2 C3
C4
C5
14 Primo disegnino di Br1
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Numero 146 – Marzo 2011


27
6)
¦
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= + + + +
+ + − + = + + + +
= + + + +
0
0 3 2
0
0 0 0 0 0
2 2
2 2
2 2 2 2
2 2
x y x
c by ax y x
c by ax y x c by ax y x
c b a

Dalle prime due relazioni si ricava c=0 ed a=0; sostituendo nel gruppetto della
terza si ottiene: 7)
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= + +
0
0 3 2
0
2 2
2 2
x y x
by y x
, e, dopo qualche passaggio: 8)
0 9 4
2
= − = ∆ b , quindi b=±3/2. La soluzione “col più” è relativa alla circonferenza
speculare a C3 rispetto all’asse x, e non ha interesse ai fini del quesito; per C3 si ha
allora: 9) 0
2
3
2 2
3
= − + ¬ y y x C .
Il raggio di C3 è dato da: 10)
( )
4
3
4
2
3
4 4
2
2 2
3
=

= − + = c
b a
r .
E veniamo ora a C4: per essa le tre condizioni da imporre per trovare i valori dei
parametri a, b, e c sono:
- C4 è tangente a C1
- C4 è tangente a C2
- C4 è tangente al segmento P1P3, che è parte della retta di equazione x = 1
Il che si traduce in quanto segue:
11)
¦
¦
¦
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
=
= + + + +
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − + +
= + + + +
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= + + + +
0
1
0
0
0 3 2
0
0
0 3 2
0
3
2 2
2
2 2
2 2
1
2 2
2 2
x
c by ax y x
x y x
c by ax y x
x y x
c by ax y x

Dopo una sbrodolata di passaggi algebrici (che amorevolmente vi risparmio…) si
perviene a: 12)
( )
( )
¦
¹
¦
´
¦
= − − − = ∆
= − − − + − + = ∆
= − − + − − + = ∆
0 4 4 4
0 9 10 6 2 3 4
0 9 10 6 2 3 4
2
3
2 2 2 4
2
2 2 2 4
1
c a b
c a ac c a b b
c a ac c a b b
, da cui si ricava: 13)
¦
¦
¹
¦
¦
´
¦
=
± =
− =
3
3
32
3
4
c
b
a
.
Rudi Mathematici
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28
Di nuovo, la soluzione “col più” per b è relativa alla circonferenza speculare a C4
rispetto all’asse x, e quindi la dimentichiamo… Allora l’equazione analitica di C4 è
la seguente: 14) 0 3
3
32
3
4
2 2
4
= + − − + ¬ y x y x C .
Il raggio di C4 si ricava poi come segue:
15)
( )
3
1
3
4
3
32
3
4
4 4
2
2
2 2
4
= −
+ −
= − + = c
b a
r
Manca ancora C5; le tre condizioni da imporre per trovare i valori dei parametri a,
b, e c sono adesso:
- C5 passa per il punto P7(0;2)
- C5 è simmetrica rispetto all’asse y, cioè invertendo il segno x nella sua
equazione analitica, nulla deve mutare
- C5 è tangente a C1 (o C2, se preferite…); cioè le intersezioni fra C5 e C1 (o
C5 e C2) devono risolversi in una sola soluzione doppia…
Quindi, travasando in formule quanto sopra:
16)
¦
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= + + + +
+ + − + = + + + +
= + + + +
0
0 3 2
0
0 2 0 2 0
2 2
2 2
2 2 2 2
2 2
x y x
c by ax y x
c by ax y x c by ax y x
c b a

Dalla seconda delle 16), risulta a=0; poi dalla prima, c=–2b–4. Inserendo tutto ciò
nel terzo gruppo di relazioni della 16) si ha: 17)
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= − − + +
0
0 3 2
0 4 2
2 2
2 2
x y x
b by y x
.
Da cui si ottiene: 18) ( ) ( )( ) 0 1 4 4 2 4
2 2
2
2
= + + + − + + = ∆ b b b b b , e, dopo qualche
ulteriore calcoletto: 19)
¦
¹
¦
´
¦
=
− =
2
7
4
15
c
b
. Per C5 si ha in definitiva:
20) 0
2
7
4
15
2 2
5
= + − + ¬ y y x C
21)
( )
8
1
2
7
4
4
15
4 4
2
2 2
5
= −

= − + = c
b a
r
Allora, relativamente ai rapporti fra i raggi dei vari cerchietti, si ha che:
• Il raggio di C5 è 1/16 di quello di C1 e C2
• Il raggio di C4 è 1/6 di quello di C1 e C2
• Il raggio di C3 è 6 volte quello di C5
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Numero 146 – Marzo 2011


29
E passiamo ora al quesito della
nota a piè pagina
9
… La figura
sopra riportata va modificata
come segue.
Sia h il lato del quadrato più
piccolo appena introdotto; il lato
superiore di tale quadrato è
parte della retta di equazione
y=h. Tale retta interseca C1 e C2
rispettivamente in P8 e P9: per
ricavare il valore di h basta
imporre che la distanza fra tali
punti sia proprio h.
Per trovare le coordinate di P8 e
P9, occorre allora risolvere i
sistemi costituiti dalle
equazioni che seguono:
22)
¦
¦
¹
¦
¦
´
¦
¹
´
¦
=
= − + +
¬
¹
´
¦
=
= − − +
¬
h y
x y x
P
h y
x y x
P
0 3 2
0 3 2
2 2
9
2 2
8

Si ottiene, scartando le soluzioni relative alle intersezioni che cadono al di fuori del
quadrato grande:
23)
( )
( ) h h P
h h P
; 4 1
; 4 1
2
9
2
8
− + −
− −

Quindi, eguagliando la distanza fra i punti ad h:
24) ( ) h h h = − − − − + −
2 2
4 1 4 1
Scartando la soluzione negativa per h, si ha poi: 25)
5
6
= h .
Adesso, le tre condizioni da imporre per trovare i valori dei parametri a, b, e c
relativi a C6 sono:
- C6 passa per il punto P10(0;6/5)
- C6 è simmetrica rispetto all’asse y, cioè invertendo il segno x nella sua
equazione analitica, nulla deve mutare
- C6 è tangente a C1 (o C2, se preferite…); cioè le intersezioni fra C6 e C1 (o
C6 e C2) devono risolversi in una sola soluzione doppia …
Quindi:

9
Mica poteva mancare una nota a piè pagina per la nota a piè pagina… Vabbè, tanto per riempirla, propongo di
andare ad esplorare i cerchietti che seguono:
• Tangente a C2, a C4, ed al lato destro del quadrato grande
• Tangente a C2, a C6, ed al lato superiore del quadrato piccolo
• Tangente a C1, a C5, ed al lato superiore del quadrato grande
• E poi tutta la successione di cerchietti nei vari spicchi compresi fra circonferenze e quadrati… Mi par
di ricordare che la faccenda era conosciuta come Problema dei Falcetti… Ciò poiché l’aspetto delle
figure che si ricavano ricorda il falcetto, o arbelo, usato dai calzolai per tagliar suole e tomaie…
y
x 0 1 -1
P7 P1
P2 P3
P4
C1 C2
C6
C4
C5
P8
P9
P10
C7
h h
h
15 Secondo disegnino di Br1
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30
26)
( )
¦
¦
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= + + + +
+ + − + = + + + +
= + + + +
0
0 3 2
0
0
5
6
0
5
6
0
2 2
2 2
2 2 2 2
2
2
x y x
c by ax y x
c by ax y x c by ax y x
c b a

Dalla seconda delle 26) risulta a=0; poi, dalla prima, c=–6/5b–36/25. Inserendo
tutto ciò nel terzo gruppo di relazioni della 26) si ha: 27)
¦
¦
¹
¦
¦
´
¦
= ∆
= − − +
= − − + +
0
0 3 2
0
25
36
5
6
2 2
2 2
x y x
b by y x

Con un po’ di calcoli si ottiene:
28) ( ) ( )( ) 0 1521 2340 975 2500 625 1950 1500 625
2 2
2
2
= + − − + − − + = ∆ b b b b b
Quindi, dopo ulteriori calcoli (che coinvolgono numeri fino a 7 cifre, i quali
miracolosamente si compensano fra loro…) si perviene a:
29)
¦
¹
¦
´
¦
− = =
− = − =
10
9
40
81
20
9
80
231
2 1
2 1
c c
b b

I valori di b e c con pedice 1 corrispondono alla circonferenza cercata (C6), mentre
quelli con pedice 2 alla C7, che non stavamo cercando ma che soddisfa anch’essa le
condizioni imposte nelle 26). Espressioni analitiche e raggi di queste due ultime
circonferenze sono dati da:
30) 0
40
81
80
231
2 2
6
= + − + ¬ y y x C
31) 0
10
9
20
9
2 2
7
= − − + ¬ y y x C
32)
( )
160
39
40
81
4
80
231
4 4
2
2 2
6
= −

= − + = c
b a
r
33)
( )
40
39
10
9
4
20
9
4 4
2
2 2
7
= |
.
|

\
|
− −

= − + = c
b a
r
E that’s all, per i quesiti di riscaldamento…
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


31
E veniamo all’Origami… Avevo
subodorato qualcosa nel leggere la
descrizione del quesito, specie quando si
parlava del Commercialista che, com’è
adesso ben noto, ha una parte vieppiù
rilevante per la soluzione. Mi puzzava di
inganno già da subito, neh…
Per prima cosa, mi sono costruito un
foglio
10
quadrato da Origami, tranciando
il rettangolo inutile da un banale foglio
A4; poi, sul quadrato ottenuto, ho
contornato in un angolo le seguenti
circonferenze:
- il tappo della mia schiuma da
barba (cerchio piccolo)
- un bicchiere (cerchio medio)
- un piatto da frutta (cerchio
grande)
Ciò tanto per vedere cosa capitava in
modo empirico… Ebbè, ripiegando il
foglio come prescritto, manco a calci nel
sedere c’era continuità di soluzioni a
parità di raggio del cerchio…
Il foglio ripiegato pareva dover obbedire ad una singola soluzione (oppure a due
soluzioni…), per ciascun valore del raggio; e quindi appariva chiaro che il modo
migliore di affrontare il problema era non tanto il piazzare per prima cosa il cerchio
rosso, bensì l’utilizzare come parametro principe la posizione del vertice
dell’Origami ripiegato lungo il lato verticale destro del quadrato, costituito
dall’Origami stesso…
Così facendo, il cerchio rosso
nell’angolo ne deriva come
conseguenza inevitabile; ed ora
vediamo un po’ come queste
divagazioni si traducano in
fatti concreti. Qui sotto, una
figura che ho provato a render
la più simile possibile a quella
del 145.pdf
11
.
Allora poniamo che il foglietto
dell’Origami abbia lato pari ad
1, cioè OL=OE=1: il punto
P(1;z) è vincolato a viaggiare
sul lato destro dell’Origami
stesso, e sia z la nostra
variabile indipendente. Si ha: z∈[0;1], e poi PL=z.

10
Tanto per ricollegarci all’RM del mese scorso, il retro (o meglio, il fronte…) del foglio è la fotocopia di un
brevetto, ma non quello di Hedy Lamarr (purtroppo…)
11
Concordo sulle considerazioni relative ai disegnini PowerPoint; anche in Word stessa solfa…
16 L’origami di Br1




























x
y
P
O L Q
B
A
E
D
C
R
F
17 Disegnino dell’origami di Br1
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


32
Il bordo inferiore dell’Origami è costituito dai due segmenti QL e PQ, quest’ultimo
ripiegato; si ha quindi: 34) 1 = + PQ QL . Applicando il buon vecchio Pitagora al
triangolo PLQ si ha: 35) ( )
2 2 2 2
1 QL PQ QL PL − = = + , da cui: 36)
2
1
2
z
QL

= .
Poiché 37) QL OQ − =1 , le coordinate di Q sono: 38)
|
|
.
|

\
| +
0 ;
2
1
2
z
Q
. A questo punto è
possibile ricavare l’equazione della retta passante per P e Q; con qualche calcolo si
trova che: 39)
2
2
2
1
1
1
2
z
z
z x
z
z
y r
PQ

+


= ¬
.
La retta passante per A, B e P è perpendicolare alla suddetta; si ha per essa, con
un paio di passaggi: 40)
z
z
x
z
z
y r
AP
2
1
2
1
2 2
+
+

− = ¬
.
L’ascissa del punto B si ricava ponendo y=1 in quest’ultima equazione; si ha quindi,
per il punto B: 41)
|
.
|

\
|
+

1 ;
1
1
z
z
B
. Adesso si può ricavare la lunghezza del segmento
BP…: 42)
( )
z
z
z
z
z
BP
+
+
= − + |
.
|

\
|

+

=
1
1
1 1
1
1
2
2
2
… ed infine, l’agognato AB:
43)
z
z
z
z
z
BP AP AB
+

=
+
+
− = − =
1
1
1
1
1
2
.
AB risulta nullo per z=0 e z=1, e
nell’intervallo [0;1] ha l’evoluzione
mostrata nel grafico qui sotto.
Per trovare il massimo di AB, occorre
annullare la derivata della 43):
44)
( )
0
1
2 1
1
1
2
2
=
+
− −
= |
.
|

\
|
+

=
z
z z
z
z
z
dz
d
dz
dAB

Da cui:
45)
¹
´
¦
≈ + −
− ≈ − −
=
... 4142 , 0 2 1
... 4142 , 2 2 1
M
z

Scartando il valore negativo, la massima estensione di AB è quindi:
46)
( )
( )
( )
... 1715 , 0 2 2 3
1 2 1
1 2 1
1 2 ≈ − =
− +
− −
− =
M
AB

E il cerchio rosso CR? Beh, a questo punto è ovvio che quello non era indispensabile
per il quesito dell’Origami… Però ha avuto il compito di far da ponte con gli altri
quesiti visti sopra, e quindi rendiamogli onore ed andiamo ad esplorarne le
caratteristiche…
Tre proprietà che possiamo
12
usare per determinare l’equazione di CR sono:
• CR è tangente al lato superiore dell’ Origami
• CR è tangente al lato destro dell’ Origami

12
Si poteva scegliere anche altro; ad esempio che il centro di CR giace sulla retta y=x…

zM
ABM
18 Grafico di Br1
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


33
• CR è tangente alla retta rAP
Ciò si traduce nel tri-sistema che segue:
47)
¦
¦
¦
¦
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
¦
¦
¦
¦
´
¦
¦
¦
¹
¦
¦
´
¦
= ∆
+
+

− =
= + + + +
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
=
= + + + +
¦
¹
¦
´
¦
= ∆
=
= + + + +
0
2
1
2
1
0
0
1
0
0
1
0
3
2 2
2 2
2
2 2
1
2 2
z
z
x
z
z
y
c by ax y x
x
c by ax y x
y
c by ax y x

Dopo un paio di passaggi per i primi due sotto-sistemi (e qualcuno in più per il
terzo…), si ottiene:
48)
( )
( )
( ) ( )( )
¦
¹
¦
´
¦
= + + + + + + + − − − − + = ∆
= + + − = ∆
= + + − = ∆
0 2 4 2 2 1 2 1 2 1
0 1 4
0 1 4
4 3 2 2 4 2
2
4 3 2
3
2
2
2
1
z bz cz z bz z z z bz az bz
c a b
c b a

Dalle prime due relazioni della 48) si possono esprimere b e c in funzione di a; si
ricava: 49)
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
´
¦
¦
¹
¦
´
¦
+ +
=
− − =
¦
¹
¦
´
¦
− −
=
=
4
12 4
4
4
4 4
2
2
2
2
1
1
a a
c
a b
a a
c
a b
.
Quindi vi sono 2 soluzioni, in base alle prime due delle tre condizioni sopra esposte
per trovare CR… Se però ci si ricorda della precedente nota a piè pagina, e del fatto
che le coordinate del centro di una circonferenza sono quelle che seguono: 50)
( )
2
;
2
b a
C − − . Ci si rende conto che, giacendo C sulla retta x=y, la coppia di valori
a e b da scegliere nelle 49) è quella con pedice 1. Se infatti fossero valide quelle con
pedice 2, dovendosi avere a=b, dall’espressione di b2 risulterebbe a=b=–2, cioè: 51)
( ) 1 ; 1 C . Quindi CR sarebbe vincolata ad essere una circonferenza degenere posta
nell’angolo superiore destro dell’ Origami, cosa che non pare conforme al quesito…
Allora, si prosegue inserendo i valori con pedice 1 nella terza delle 48):
52)
( ) ( ) 0 2
4
4 4
4 2 2 1 2 1 2 1
4 3 2
2
2 4 2
2
4 3 2
3
=
|
|
.
|

\
|
+ +
− −
+ + + + + − − − − + = ∆ z az z
a a
z az z z z az az az

Da qui, dopo inenarrabili calcoli algebrici che coinvolgono potenze fino a z
8
, e
numerosi impastamenti di Microsoft Word
13
, si perviene a:

13
Equation Editor sarà pure una bellissima implementazione del Nostro Bill Gates; ma si incricca anzichenò ad
ogni piè sospinto… O forse sono i Quesiti dei Rudi che sono Troppo Complessi per Equation Editor…
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


34
53)
( )
¦
¦
¦
¹
¦
¦
¦
´
¦
+
+ + +
=
+
+
− =
+
+
− =
2
4 3 2
2
2
1
2 3 2
1
1
2
1
1
2
z
z z z
c
z
z
b
z
z
a

Quindi: 54)
( )
0
1
2 3 2
1
1
2
1
1
2
2
4 3 2 2 2
2 2
=
+
+ + +
+
+
+

+
+
− + ¬
z
z z z
y
z
z
x
z
z
y x C
R
.
E adesso viene il bello; il raggio R di CR si può calcolare in (almeno) due modi: con
una formula analoga alla 15) (ed alle altre simili), oppure osservando che esso è
pari alla differenza fra il lato dell’ Origami ed una delle coordinate del centro di CR
stesso. Utilizzando il secondo e più semplice metodo
14
, si ha:
55)
z
z
z
z
z
b a
R
+

=
|
|
|
|
.
|

\
|
+
+

− − = |
.
|

\
|
− − = |
.
|

\
|
− − =
1
1
2
1
1
2
1
2
1
2
1
2

E quindi (surprise!): ricordando la 43), R=AB!
Ci sarebbe da andare avanti ancora per ore, con le soluzioni di Gnugnu, Franco57,
ancora Vittorio, e anche Cid, che ci ha mandato una nota a mano, e ancora Zar, che
conclude con una frase per noi irresistibile:
E, a posteriori, potremmo notare che queste sono evidenti ragioni di simmetria.
All’ultimo, sempre Zar, ci ha mandato un file in geogebra, ma questo lo mettiamo sul
sito, così potete scaricarlo pure voi: http://www.rudimathematici.com/extradoc/rudi.ggb.
E con questo basta, devo lasciare un po’ di spazio anche per le altre rubriche. Buon inizio
di primavera e a rileggerci ad aprile!
6. Quick & Dirty
A Rudy hanno rifilato una rogna di statistica e, ripassando alcuni vecchi concetti, ha
ritrovato un grazioso problemino su tre cose facili da confondere di cui, se non vi ricordate
le definizioni, ve le andate a ripassare: non le daremo neanche in soluzione.
Questa volta, vorremmo trovaste cinque numeri per cui la mediana sia maggiore della
moda che sia, a sua volta, maggiore della media.
Con cinque valori, la cosa è impossibile; da sei in su, potete mettere i tre momenti
nell'ordine che preferite.
Infatti, con cinque numeri, se la mediana è superiore alla moda i due numeri
inferiori alla mediana devono essere uguali, e quindi la media sarà maggiore della
moda.

14
Ma garantisco che il primo fornisce lo stesso risultato…
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


35
7. Pagina 46
Prima Parte
Possiamo assumere che tutti i termini
n n
b b b a a a , , , , , , ,
2 1 2 1
  siano
positivi, in quanto se alcuni di loro
fossero negativi questo non
influenzerebbe il primo membro ma
ridurrebbe il valore assoluto del
secondo, rafforzando la diseguaglianza.
Consideriamo la linea spezzata
n
A A A A 
2 1 0
in figura, in cui la
proiezione dei segmenti
n n
A A A A A A
1 2 1 1 0
, , ,

 sull'asse x
vale rispettivamente
n
a a a , , ,
2 1

mentre la proiezione sull'asse y vale
(nello stesso ordine)
n
b b b , , ,
2 1
 . Dal
teorema di Pitagora sappiamo che:
.
;
;
;
;
2
1
2
1
0
2 2
1
2
2
2
2 2 1
2
1
2
1 1 0
|
|
.
|

\
|
+
|
|
.
|

\
|
=
+ =
+ =
+ =
¿ ¿
= =

n
i
i
n
i
i n
n n n n
b a A A
b a A A
b a A A
b a A A


Da cui segue immediatamente la diseguaglianza; la linea spezzata
n
A A A A 
2 1 0
può
avere lunghezza pari alla linea
n
A A
0
solo se è una linea retta, ossia se è:
,
2
2
1
1
n
n
b
a
b
a
b
a
= = = 

unico caso, quindi, per cui vale l'uguaglianza.
Seconda Parte
Sia h l'altezza della piramide, siano
n
a a a , , ,
2 1
 le lunghezze dei lati di base e siano
n
b b b , , ,
2 1
 le altezze delle perpendicolari dal piede dell'altezza (centro del cerchio
inscritto per la piramide retta) verso ciascuno dei lati. Il perimetro di base e l'area di base
sono pari a:
.
2
1
;
1
1
¿
¿
=
=
=
=
n
i
i i
n
i
i
b a S
a P


La superficie laterale della piramide risulta allora uguale a:
19 La spezzata
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


36
.
2
1
1
2 2
¿
=
+ = Σ
n
i
i i
h b a

Dalla prima parte del problema possiamo ricavare che:
( ) ( )
. 4
2
2 2 2
2
1
2
1
1
2 2
P h S
h a b a
h a b a
n
i
i
n
i
i i
n
i
i i i
+ =
|
|
.
|

\
|
+
|
|
.
|

\
|

+ = Σ
¿ ¿
¿
= =
=


L'uguaglianza vale solo se è valida la proporzione multipla:
h a h a h a b a b a b a
n n n
: : : : : :
2 1 2 2 1 1
  =

ossia se è
n
b b b = = = 
2 1
, da cui segue immediatamente la tesi.

Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


37
8. Paraphernalia Mathematica
Prima di tutto, una nota scarsamente correlata con quanto segue: se qualcuno, ex
Carabiniere o Ingegnere (o tutti e due, ancora meglio) spiega a Rudy cosa sia e come
funziona la BLU, pubblicheremo. Rudy ci ha fatto un lavoro sopra per i primi, aiutato dai
secondi, ma non ha capito niente.
8.1 Sgt. Bessel's Lonely Hearts Club Band
Uno spettro si aggira per casa di Rudy (quando suona la chitarra); questo spettro [...] è lo
Spettro di Fourier.
E questa volta non lamentatevi; vi abbiamo detto subito di cosa parliamo, quindi se non
vi interessa potete chiudere subito e ci vediamo la prossima volta. Anche perché Rudy è
piuttosto sensibile alle "critiche musicali" (nel senso proprio di quando lo criticano), e di
solito aspetta che l'intera famiglia (Virgilio il gatto incluso) passi i week-end in campagna
per riprendere in mano la sua fida terzina. Comunque tranquilli, stiamo sul teorico. E,
come al solito, prendiamola alla lontana.
Un suono è, fisicamente parlando, il susseguirsi di variazioni nella pressione dell'aria
15
;
l'orecchio è in grado di recepire queste variazioni; per semplificare il lavoro, consideriamo
per il momento i cosiddetti suoni puri;
questo ci permette di introdurre le prime
due caratteristiche importanti,
l'ampiezza A e il periodo T e di ignorarne
immediatamente una, preferendo al
periodo la frequenza f, definendola come
l'inverso del periodo.
Quando si smette di abbattere alberi e si
pensa alle caratteristiche più
matematiche dell'onda sonora, ci si
accorge che deve entrare in ballo un'altra
grandezza, la fase p: questa non è una proprietà specifica della vibrazione, ma piuttosto
un modo per mettere d'accordo con la vibrazione il nostro asse del tempo; il suono puro,
quindi, si esprime attraverso questi oggetti come:
( ) ( ). 2 sin p ft t f + = π

Si noti che per quanto riguarda il nostro orecchio, nel caso del suono puro non riusciamo
a percepire la fase: per fare questo dobbiamo sommarne almeno due: infatti (se siete
intonati, contrariamente a Rudy) quello che riuscite a distinguere è la frequenza: la
membrana cocleare, di solito, viene rappresentata come un insieme di punti in grado
ciascuno di risonare ad una specifica
frequenza, e quindi di "accorgersi" che
quella frequenza è presente nel suono:
l'informazione di quale sia il punto che
sta vibrando viene inviata al cervello,
che lo interpreta come una determinata
frequenza: insomma, al cervello arriva
una sfilza di numeri che rappresentano
le costituenti sinusoidali di suoni puri.
Ora, se prendiamo la nostra fida chitarra e pizzichiamo la corda di SOL
16
, otteniamo un
qualchecosa che somiglia al disegno in figura: c'è una ragionevole periodicità, ma di

15
Quindi, per rispondere ad una domanda aperta da troppo tempo, un albero che cade fa rumore anche se
nessuno lo sente: le variazioni di pressione ci sono comunque.
20 Ampiezza e periodo
21 Un grande "sol"
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


38
sicuro non è un suono puro, visto che il nostro SOL puro dovrebbe avere una frequenza di
392 Hertz. La prossima domanda, quindi, consiste nel chiedersi come facciano le nostre
orecchie a dare un senso a questa onda.
La risposta sta, come ormai avrete capito, nella trasformazione del suono in serie di
Fourier: detta semplicemente, qualsiasi funzione periodica di una data frequenza f che si
comporti ragionevolmente bene può essere scritta come somma (eventualmente infinita)
di seni e di coseni; un po' più formalmente, se ( ) t g è periodica di frequenza f, allora
esistono due insiemi di costanti
n
a e
n
b tali che:
( ) ( ) ( ). 2 sin 2 cos
2
1 1
0
¿ ¿

=

=
+ + =
n
n
n
n
ft n b ft n a
a
t g π π [1]
Il che significa, in soldoni, che qualsiasi funzione periodica può essere decomposta in un
insieme di toni puri.
Utilizzando poi la relazione:
( ) ( ) ( ) p t c t b t a + = + ω ω ω sin sin cos , dove
2 2
b a c + = ,

otteniamo:
( ) ( ) ( )
( )
¿
¿ ¿

=

=

=
+ + =
+ + =
1
0
1 1
0
. 2 sin
2
2 sin 2 cos
2
n
n n
n
n
n
n
p ft n c
c
ft n b ft n a
a
t g
π
π π


Il che è particolarmente utile se consideriamo che la nostra membrana è in grado di
rilevare le onde sinusoidali: ossia, i punti sulla membrana non fanno altro che misurare i
vari
n
c .
Se prendete il SOL della figura e
lo spacchettate in questo modo,
assumendo una frequenza
fondamentale di 196 Hz (la metà
della frequenza pura che ci
spetteremmo), ottenete la stessa
funzione: in realtà, data la
limitatezza dell'orecchio umano,
non è necessario arrivare sino
all'infinito: considerato che l'orecchio arriva a recepire suoni sino ai 20 kHz, con una
cinquantina di termini ottenete già un'ottima approssimazione: nella figura, in rosso
avete quanto si ricava dallo sviluppo in serie di Fourier, e in blu il suono originale: il
Nostro, a quanto pare, ci prende abbastanza bene.
Siccome non facciamo altro che sommare le varie componenti, questo metodo è noto sotto
il nome di sintesi additiva; è interessante vedere quanto "pesano" le diverse frequenze, e
lo potete vedere nella figura qui di fianco; questo aggeggio è noto come spettro di Fourier
presso i matematici, mentre i musicisti preferiscono chiamarlo "ricetta sonora": in effetti,
i rapporti tra diversi pesi sono quelli che permettono di distinguere una chitarra da un
trombone o da qualsiasi altro strumento.

16
Due note al prezzo di una: tanto per cominciare, rubiamo la notazione del nostro apprezzatissimo Baines
(Storia degli strumenti musicali, BUR), e indichiamo con la scritta tutta maiuscola la nota generica. Quella che
stiamo usando (se non abbiamo sbagliato i conti) dovrebbe essere indicata come Sol4. Inoltre, ci teniamo a
sottolineare che il "SOL in figura" non è nostro, ma di un chitarrista migliore.
22 Fourier alla chitarra
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


39
Tutto molto semplice, vero? Almeno sin quando
non cominciate a fare i conti, il che è esattamente
quello che frega: per generare pochi secondi di
suono, vi serve un calcolo che viaggia
allegramente dalle parti del minuto, e questo per
ogni strumento; la cosa, ne converrete, non è
bella.
Cominciamo con il rivelare il colpevole: qui, la
parte grossa del lavoro l'ha fatta John Chowning, all'inizio degli anni Settanta.
Comunque, per capire cosa succede cominciamo da molto prima: per prima cosa,
accendete la radio e ascoltate una stazione locale, quelle "in effe-emme", per intenderci,
visto che abbiamo proprio intenzione di parlare della Modulazione di Frequenza.
Torniamo alla nostra frequenza pura
c
f e aggiungiamo un vibrato
17
, ossia facciamo
variare il tono puro "di un pochino e pianopiano", per poi tornare alla posizione iniziale;
per restare sempre sul massimo di semplicità, usiamo un'altra frequenza pura
m
f : per
semplicità, supponiamo per ora
c m
f f << .
L'espressione di quello che otteniamo è, a voler essere gentili, orribile, la nostra onda
diventa una cosa del tipo:
( ) ( ) [ ]. 2 sin 2 sin t f I t f A t g
m c
π π + =

Insomma, l'argomento della funzione trigonometrica ha, al suo interno, un'altra funzione
trigonometrica dello stesso tipo, ma di frequenza decisamente minore: qui un ruolo
importante lo gioca anche l'indice di modulazione I, e tra un attimo cercheremo di capire
a cosa serve: per adesso, considerate che Rudy guarda già con sospetto una funzione
trigonometrica da sola, figurarsi quando sono due una dentro l'altra. Forse è meglio se
proviamo a capire cosa succede con un disegno: lo trovate da queste parti.
Cerchiamo ora di capire in che senso
stiamo facendo variare la frequenza;
scrivendo la nostra funzione come
( ) ( ) t nφ 2 sin , la frequenza istantanea
si esprime come
dt

, e per la
frequenza pura non modulata (per cui è ( ) ft t = φ ), abbiamo correttamente che la
frequenza istantanea è f; ma nel caso della frequenza modulata otteniamo:
( ) ( ) ( ) t nf If f
dt
d
t f
I
t f t
m m c m c
2 cos 2 sin
2
+ = ¬ + =
φ
π
π
φ ;

il che ci permette di dire che la frequenza istantanea varia nell'intervallo
m c
If f ± .
La domanda a questo punto è: "A cosa serve tuta questa roba?" Semplicemente,
attraverso la modulazione potete creare dei suoni enormemente più "ricchi"
18
con una
fatica molto minore.

17
Con la chitarra (acustica), supponendo di usare una nota che richiede la pressione ad un qualche capotasto
diverso da zero, basta spostare il dito della mano sinistra (quello sul capotasto) verso di voi dopo aver pizzicato
la corda e poi farlo tornare alla posizione iniziale; a Rudy pare di ricordare che il trucco sia noto come "smirne",
ma non è riuscito a ritrovare la citazione. Sulle chitarre elettriche, la maniglia sotto la mano destra serviva alla
stessa cosa ("serviva" nel senso che se ne vedono sempre meno, in giro: andava invece molto di moda negli anni
Sessanta). E la frequenza "base" si indica con la lettera "c" da carrier, visto che è lei che "porta" l'altro suono.
18
Nel senso di "più simili al suono originale".
23 Lo Spettro che si aggira
24 Ma allora, è uno "smirne" o no?
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


40
Adesso arriva il difficile: prendiamo lo sviluppo in serie di Fourier della funzione
( ) ( ) ( ). sin cos
2
sin sin
2 1
0
¿ ¿

=

=
+ =
n
n
n
n
nt b nt a
a
t z

La funzione che stiamo esaminando ha due simmetrie:
( ) ( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( ). sin sin sin sin
, sin sin sin sin sin sin
t z t z
t z t z t z
− = +
− = − = −
π


Queste due simmetrie semplificano notevolmente la nostra espressione: la prima infatti
elimina tutti gli
n
a , mentre la seconda elimina tutti i coefficienti (pari) del tipo
n
b
2
;
quindi, possiamo esprimere la nostra funzione come sola funzione dei termini dispari in
seno (primo passaggio) e, considerando che i coefficienti dipendono da z, possiamo
cambiarne la notazione (secondo passaggio):
( ) ( ) ( ) ( ) ( ) ( ). 1 2 sin 1 2 sin sin sin
0
1 2
0
1 2 ¿ ¿

=
+

=
+
+ = + =
n
n
n
n
t n z J t n b t z

Nello stesso modo si ottiene
19
:
( ) ( ) ( ) ( ). 2 cos sin cos
1
2 0 ¿

=
+ =
n
n
nt z J z J t z

Se ora definiamo:
( ) ( ) ( ), 1 z J z J
n
n
n
− =



possiamo scrivere le due espressioni viste sopra in modo più compatto:
( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( ). cos sin cos
; sin sin sin
¿
¿

−∞ =

−∞ =
=
=
n
n
n
n
nt z J t z
nt z J t z


E le varie
n
J che stiamo trattando non sono altro che le funzioni di Bessel, vero
prezzemolo della matematica più vicina alla fisica
20
.
Nel prossimo passaggio faremo una serie di conti ragionevolmente elementari
(trigonometria di base) per arrivare ad un risultato decisamente interessante: se non
volete seguirlo, leggetevi subito la conclusione.
( ) ( ) ( ) ( ) ( ) ( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( ) ( ) ( ) ( )
( ) ( ) ( ) ( ) ( ) [ ]
( ) ( ) [ ]. 2 sin
2 sin 2 cos 2 cos 2 sin
2 sin 2 cos 2 cos 2 sin
2 sin sin 2 cos 2 sin cos 2 sin 2 sin 2 sin
¿
¿
¿ ¿

−∞ =

−∞ =

−∞ =

−∞ =
+ =
+ =
+ =
+ = +
n
m c n
n
m c n c n
n
n n c
n
m n c
m c m c m c
t nf f I J
t f n t f t f n t f I J
t f n I J t f t f n I J t f
t f I t f t f I t f t f I t f
π
π π π π
π π π π
π π π π π π



19
Il termine a pedice zero potrebbe essere portato nella sommatoria, ma è invalso l'uso di tenerlo al di fuori,
almeno in questa forma: tranquilli, al prossimo passaggio sparisce.
20
E (quindi) alla musica: ad esempio, i modi di vibrazione di un tamburo rotondo, sono descritte dalle funzioni di
Bessel.
Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


41
Questo mostro ha un significato estremamente importante: lo spettro dell'onda modulata
in frequenza ha componenti di tipo
m c
nf f + , e le funzioni di Bessel determinano quanto
ogni singola componente contribuisca al suono finale.
Tutto ciò potrà essere interessante, ma sono cose note da tempo; cerchiamo adesso di
capire quale sia stata l'idea di Chowning: un passo alla volta, e una figura per ogni passo.
Per prima cosa, consideriamo una
modulazione di frequenza per cui la
portante sia uguale alla modulante,
ossia
m c
f f = ; qui di fianco vediamo
lo spettro di Fourier.
Adesso, invertiamo rispetto allo zero
e cambiamo di segno a tutti i
coefficienti negativi; in questo modo,
veniamo ad avere due valori per ogni
frequenza rappresentata: nella
figura, le bande scure indicano le
frequenze positive (che restano tali),
mentre quelle chiare sono state
riflesse e invertite rispetto allo zero.

Quindi, calcoliamo il valore assoluto
dei coefficienti totali: in un modo
molto semplice, abbiamo ottenuto
uno spettro complesso.

Quello che abbiamo fatto sinora è di considerare una ben precisa frequenza e, attraverso
svariate operazioni, ottenere delle ricette sonore più complesse; in realtà, se riprendete la
chitarra, vi accorgete di due cose:
1. Il suono comincia particolarmente ricco (e quindi con molte componenti
armoniche nella ricetta sonora), ma dopo qualche tempo si riduce
sostanzialmente ad una nota di frequenza pura;
2. Anche il volume, che inizia piuttosto forte, cala piuttosto velocemente.
Insomma, se utilizziamo il nostro modello di onda modulata in frequenza, abbiamo che
nell'espressione:
( ) [ ], 2 sin 2 sin
mt c
f I t f A π π +

Rudi Mathematici
Numero 146 – Marzo 2011


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le nostre costanti A e I sono tutt'altro che costanti, e il timbro risulta controllato da I
mentre il volume è controllato da A; la dipendenza dal tempo può essere introdotta
imponendo che seguano un determinato inviluppo, ossia una determinata variazione nel
tempo; il modello più utilizzato,
dalle iniziali (inglesi) delle quattro
fasi, è detto inviluppo ADSR; lo
trovate esemplificato nella figura
a fianco, con i necessari termini
inglesi.
Chowning, forte di questi potenti
strumenti di analisi, è passato
alla simulazione di svariati
strumenti, utilizzando gli
opportuni inviluppi e il metodo della modulazione di frequenza.
La simulazione degli ottoni diventa possibile utilizzando
m c
f f = e utilizzando lo stesso
inviluppo ADSR sia per l'ampiezza sia per l'indice di modulazione.
Per quanto riguarda le campane, dovendo perdere rapidamente la ricchezza dello spettro
successivamente al tocco, si utilizza un indice di modulazione che decade
esponenzialmente; dovendo inoltre avere anche una diminuzione del volume del suono
nel tempo, anche per l'ampiezza utilizzeremo un decadimento esponenziale.
Sempre a proposito di campane, abbiamo una caratteristica piuttosto strana: abbiamo
visto che, se la frequenza di modulazione è un multiplo razionale della portante,
otteniamo degli spettri armonici: ma il suono della campana è fortemente inarmonico
(non viene prodotta una nota di un unico tipo); per questo, si sceglie un rapporto tra le
due frequenze che sia quello peggio approssimabile dal rapporto di due interi: chi di voi
ricorda lo sviluppo in frazione continua del rapporto aureo,
a questo punto non dovrebbe avere più dubbi:
c m
f f ϕ = , e
ottenete una meravigliosa campana!
Noi, nel nostro piccolo, tendiamo a fidarci
incondizionatamente dell'orecchio musicale di chi riesce a
concepire certe idee balzane (e a dimostrare che
funzionano), ma ci piacerebbe capire da dove è partito il
Nostro per stabilire che un tamburo, invece, debba avere
ϕ
1
=
c
m
f
f
; in attesa che qualcuno con un orecchio musical-
matematico ci venga in soccorso vi forniamo, sempre per il
tamburo, i grafici dell'ampiezza e dell'indice di modulazione:
su questi andiamo già più d'accordo, ma nonostante tutta la
nostra simpatia per il rapporto aureo, da dove venga fuori quel coso lì sopra non ci è
proprio chiaro.

25 Cosa succede quando suono

26 Ampiezza (sopra) e indice
di modulazione di un
tamburo
Rudy d’Alembert
Alice Riddle
Piotr R. Silverbrahms