Altieri Gianmarco - Sociologia - Prof.

Riva Claudio

La socievolezza : Georg Simmel
Presentazione di Gabriella Turnaturi 1. Un pensiero metropolitano Simmel e le sue opere risentono della Berlino in cui viveva: una città che conobbe trasformazioni spaziali e demografiche tra fine 800 e inizio 900. La popolazione aumenta a causa dellʼimmigrazione e dellʼinurbamento: tutti sono stranieri e senza radici, in altre parole, tutti sono allo stesso tempo artefici e testimoni della crescita di una metropoli e della conseguente trasformazione della propria condizione umana. Si tratta di un mutamento strutturale ed antropologico, soggettivo ed oggettivo. Da qui la concezione di Simmel e la convinzione che la modernità sia destabilizzante. Tutto entra in relazione con tutto, si va via via perdendo lʼunitarietà dello spirito oggettivo e allo stesso tempo vi è una crescente deprivazione di quello soggettivo. Lʼesperienza del mondo si riduce pian piano a pura esperienza interiore ed il sé, per quanto frammentato, conosce uno sviluppo spropositato. Per Simmel nella metropoli ergo nella modernità la tensione individuo-società appare chiara e si mostra innanzi tutto come conflitto interno allʼindividuo. La tensione individuosocietà avviene dapprima allʼinterno dellʼindividuo per opera del conflitto tra il suo essere sociale e il suo tendere allʼautorealizzazione. La conflittualità prende strade interne perchè nella modernità la società è ormai priva di un fine e di ogni coerenza. La cultura oggettiva è cresciuta troppo, talmente tanto e in modo spropositato che la società non ha quasi interesse allʼunitarietà e non vi è più tendenza alla compattezza. La metropoli diventa un luogo in cui lʼindividuo è continuamente outsider, un non-cittadino, la condizione dello straniero diventa condizione diffusa. Il mondo esterno non viene reinterpretato ma inglobato in quello interiore. Allo sviluppo spropositato dello spirito oggettivo corrisponde una diminuzione, riduzione della cultura soggettiva che arretra in posizione difensiva, arroccandosi nellʼintellettualismo. Lʼessenza del moderno, secondo Simmel, è lo psicologismo, ovvero il vivere e spiegare il mondo sulla base dellʼinteriorità, del mondo interiore. Lʼopera di Simmel si svolge attorno allo studio della società come RETE, alla base della quale vi sono i rapporti di reciprocità fra individui: interazioni sociali. Simmel sceglie come oggetto della propria riflessione ciò che nellʼinterazione si fa e disfa di continuo, obiettivo comune dellʼimpressionismo (rappresentare il fugace, il “cogli lʼattimo”). Sarà però il modernismo e in particolare lʼespressionismo a rispecchiare la visione di Simmel, caratterizzata dalla convinzione della contraddizione tra vita e forma. Con lʼespressionismo avviene infatti il rifiuto di ogni stile e forma, si da voce alla contraddittorietà, agli ossimori, alle dissonanze. Eʼ con lʼespressionismo che il mondo viene visto come contenitore di contrari caratterizzato da conflitto, tensione e contraddizione. Vi è volontà di distruggere precondizioni, gabbie precostituite. Lʼidea di fondo che lega Simmel al modernismo e allʼespressionismo è che il senso della vita non possa essere espresso in forme ma che possa (e debba) esprimersi in una infinità di possibilità. Lʼaccento è posto sulle possibilità, le chances non previste, marginali. La vita è un gioco perchè il processo vitale si accelera in un punto privo si passato e futuro. La vita stessa si concentra con una tale intensità che ogni contenuto diventa relativamente indifferente. Il discorso sulla modernità dunque è il cuore del pensiero di Simmel. Egli pone il focus sulla frammentarietà, sulla infinita rete di rapporti reciproci e fa di ciò lʼessenza della modernità. Lʼazione reciproca e ogni forma di sociazione sono concetti chiave, senza distinzioni in ordine gerarchico tra forme di fare società. Per questo motivo non deve
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meravigliare come Simmel si interessi a forme apparentemente frivole come la civetteria, la moda, la socievolezza. 2. La socievolezza Eʼ la forma più pura della interindividualità e della superindividualità. Per poter parlare di socievolezza vi sono tre condizioni necessarie: a. esclusione di tutto ciò che per la personalità ha importanza oggettiva, come status, successo, fama, ricchezza, ma che non è però in comune con gli altri partecipanti b. lʼavere se stessa come unico scopo c. elaborazione e trasformazione in forma ludica e leggera della vita. La socievolezza può darsi solo nella neutralizzazione, sia pur momentanea, delle differenze e contrasti individuali. Si parla di socievolezza quando questa avviene senza uno scopo se non la stessa socievolezza. Inoltre (c) è condizione necessaria la sublimazione della realtà. La società viene vista come reciprocità tra individui, come frutto della autolimitazione degli individui e prodotto dellʼinterazione. Società dunque come agire sociale. La socievolezza è il luogo e il tempo in cui le qualità estetiche, che accomunano gli individui, prevalgono sugli scopi utilitaristici (che dividono gli individui). Con la socievolezza lʼassociarsi è scopo e valore in seʼ e si distacca dalla realtà dei singoli cosicché ciò che si produce insieme associandosi risulti più importante dellʼaffermazione individuale dei singoli. La socievolezza è lʼunico momento in cui individuo e società sublimano, sia pur non eliminandola, la loro contraddittorietà. Questo momento è unʼarte, una forma sofisticata partorita dalla acculturazione e non presente di per seʼ in natura. Eʼ un prodotto della cultura, una elaborazione individuale e sociale del comportamento. La socievolezza presuppone un rapporto con il proprio sé non immediato e non facile, ma studiato e manipolato. E un prodotto elaborato culturalmente e socialmente. Pur formata dagli individui, prescinde dagli scopi individuali e ha il suo fine in sé stessa. Il motivo dominante della socievolezza è la reciprocità come atto puro e semplice in cui ciascuno si inserisce in un insieme puramente formale. Ciascuno può realizzare i propri valori sociali a patto che anche gli altri li realizzino. Ci si comporta come se tutti fossero uguali a prescindere dalle diverse collocazioni sociali. Il reciproco riconoscersi e concedersi spazio per la socievolezza permette di realizzare un continuo scambio tra eguali, una democratica e paritaria forma di interazione. Eʼ un continuo scambio: cioè che ci concede viene ricambiato e restituito. La socievolezza diviene un dono che tutti gli interessati si scambiano reciprocamente, un dono che ciascuno fa contemporaneamente a sé e allʼaltro. Si va creando dunque una sorta di democrazia, di egualitarismo artificiale, costruito eppure non falso, dato che comunque non modifica la realtà ma prescinde da questa. Lʼegualitarismo artificiale e costruito della socievolezza diventa falso solo se è strumentale alla realizzazione di obiettivi esterni (ma in questo caso si può ancora parlare di socievolezza? vedere le 3 condizioni necessarie), e dunque si fa contaminare dalle aspettative della realtà pratica. La socievolezza mostra la sua natura ludica, di gioco che vive di sé e delle sue dinamiche e della sua casualità. Come lʼerotismo si è creato una sua forma ludica (quindi giocosa) nella civetteria, che trova nella socievolezza la sua forma più ampia, anche la socievolezza è unʼarte e non semplice finzione, in quanto manca di contenuti stabili. Civetteria da dizionario: atto o contegno, spesso artefatto e lezioso (ostentare sentimenti che non si provano o qualità che non si possiedono), per attrarre lʼammirazione altrui.
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Nella civetteria desiderio e timore vengono esclusi in quanto non vi è posta in gioco se non la continuazione del gioco stesso. Si instaura un rapporto di reciprocità che esclude ogni legame utilitaristico tra le persone. La socievolezza prescinde dalle individualità e nascendo dallʼinterazione, crea una ulteriore interazione slegata dalla realtà, tra individui che si slegano dalla realtà, ma non per questo finti. I soggetti che si incontrano nella socievolezza sono reali nella realtà stessa del gioco, nella nuova dimensione che, da loro, si viene a creare. Gli individui nella socievolezza sono reali così come reale è una rappresentazione teatrale: ciò che il pubblico vede rappresentato non è la vita, ma non può prescindere da questa. Gli attori dimenticano la loro collocazione e il loro coinvolgimento nella vita reale (nella realtà pratica) per dar vita a “nuove persone”. Queste nuove persone però non potrebbero esistere se dietro non ci fosse la ricchezza della realtà, della vita vissuta, della vita pratica. La scuola di recitazione di Stanislawski si fonda sulla convinzione che lʼattore debba rievocare e richiamare emozioni, sentimenti e situazioni realmente vissuti nel “vestirsi” di un personaggio. Ergo dietro un bravo attore cʼè sempre un individuo dotato di una complessa vita interiore. Nella socievolezza gli individui si presentano così come sono prodotti dallʼinterazione e non sono meno reali in questo gioco, forma ludica del “far società”, che nella vita pratica (e nella sua gravità). Come il cittadino della metropoli resta sé stesso anche se nella molteplicità delle manifestazioni della propria individualità, nelle diverse classi sociali, nei diversi cerchi della società, così lʼattore della socievolezza non è individuo falso e inautentico, ma è lʼindividuo che assume significato nel farsi della società, nellʼessere insieme allʼaltro. Lʼattore della socievolezza è lʼinterprete consapevole di un gioco di cui rispetta le regole e i confini, al quale partecipa non per dote naturale ma al contrario solo grazie ad un “sudato” e raffinato processo di elaborazioni (culturali?). Questo presuppone individui acculturati e capaci di cogliere il vivere lʼattimo, il qui e adesso, consapevoli della propria molteplicità, e dunque in grado di vivere lʼintermittenza. Lʼattore della socievolezza è un attore per cui il senso ed il piacere del proprio agire deriva dalla intermittenza, in un tempo discontinuo. 3. Lʼimportanza quantitativa del gruppo Per la socievolezza, come per qualunque tipo di società, è fondamentale la determinatezza quantitativa. Un insieme numerico abbastanza grande, nel contesto della socievolezza, “abbassa il livello della personalità”, ovvero lascia meno spazio alla individualità e comporta maggiori formalità, il rispetto di regole più precise, norme più dettagliate e ineludibili, ad esempio sul modo di vestirsi, come e quanto bisogna mangiare e bere. Al contrario, in un insieme numerico di poche persone, è più possibile un adattamento reciproco e una minore formalità. In questi gruppi relativamente “piccoli” lo stare insieme ha un maggiore carattere di spiritualità e vi è più spazio perchè possano mostrarsi energie psichiche differenziate e altamente sviluppate così che il contenuto della socievolezza comprende parti molto estese delle singole individualità. Nei gruppi più larghi è più difficile che il terreno di scambio e i contenuti scambiati e prodotti siano quelli più intimi e più di valore delle singole individualità. In questi gruppi (larghi) la socievolezza per realizzarsi deve cercare molto più in basso il punto comune agli stimoli e interessi dei singoli partecipanti. Proprio per questo, tanto più alto è il numero dei partecipanti, tanto più bisogna potenziare gli elementi esteriori-sensibili (che permettono lʼunione? vedi indietro), gli stimoli e le gratificazioni sensoriali, i godimenti esteriori. In sostituzione degli elementi psichiciindividuali vanno utilizzati i sensi (vista, gusto, olfatto) ovvero quelle gioie sensuali che accomunano tutti. Per questo motivo gli incontri tra persone numerose richiedono maggiore cura ed attenzione agli abiti, addobbi, cibo e bevande. Ciò che unisce i partecipanti e che caratterizza questo tipo di socievolezza, sono i sensi, i corpi, più che gli
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spiriti. Eʼ in queste situazioni che è più facile trovare quel sottile erotismo suscitato da questi richiami sensuali che rendono lo stare insieme APPAGANTE E STIMOLANTE, anche le distanze tra tutti restano impercorribili. In questa forma di fare società il singolo, pur osservando con rigore le regole formali e dunque spersonalizzandosi, può allo stesso tempo concedersi libertà che nei gruppi più piccoli sono proibite. Il perchè è proprio nel rispettare con rigore le regole: proprio perchè spersonalizzato e distaccato dagli altri singoli, può mostrare parti di sé a tutti e a nessuno contemporaneamente. La comunicazione avviene tra il singolo e il gruppo piuttosto che tra i singoli, ergo ci sono meno problemi interazionali e meno occasioni di imbarazzo. Lʼindividuo entra ed esce leggero tra i gruppi che si vanno creando, in un succedersi di impegno e disimpegno che può essere sentito ora come la più intollerabile superficialità ora come un gioco ritmico di grande attrattiva estetica. Simmel a riguardo, nota come nel ballo vi sia forte relazione in una coppia. Questa situazione però è momentanea. Viene a crearsi una intimità tra estranei che può essere tale solo perchè garantita e legittimata dallʼessere ospitati da una persona conosciuta e dal carattere impersonale che deriva dalla quantità del gruppo e dal formalismo del gruppo. Il risultato è che una donna può volteggiare (magari a ritmo di un sensuale tango?) fra le braccia di un uomo pressoché sconosciuto senza che questo pregiudichi la sua reputazione futura e senza implicazioni future. In una cerchia ampia una donna può mostrarsi scollata, concedersi più libertà di comportamento perchè pur continuando ad essere se stessa è presente solo nel modo più impersonale. Non cʼè nulla di personale della sua persona che viene messo in gioco e svelato dato che lo stesso gioco si fonda sulla spersonalizzazione. Il suo messaggio di seduzione non è rivolto a nessuno in particolare perchè è lei stessa a sentirsi meno partecipe come individuo, è lei a non essere inserita come persona ma come semplice elemento in un insieme puramente formale. Dunque via via che il numero di partecipanti aumenta, aumenta anche la disindividualizzazione. Per questo la differenza numerica diventa differenza qualitativa sia per il gruppo sia per gli individui, e determina forma e contenuti dellʼincontro ed il comportamento dei singoli. Simmel osserva come lʼarrivo di una sola persona sia capace di trasformare una cerchia intima di poche persone in una società in cui cambiano le relazioni tra gli individui: nuove relazioni tra i già presenti E nuove relazioni tra ognuno di loro e il nuovo arrivato. Presupposto della socievolezza per Simmel: dimenticarsi delle individualità, la discrezione e la gratuità. E oggi come si da socievolezza in una epoca di narcisismi, invadenze e strumentalità? Oggi si nota ansia di tenere insieme tutti i propri sé, tutti gli attimi della propri vita, di spezzare lʼintermittenza. Cʼè angoscia di un sé frantumato che cerca disperatamente una continuità fra le proprie diverse identità. Sembra che la socievolezza non sia più possibile. La socievolezza, come astrazione della realtà e come sospensione di sé è sempre più impossibile data la crescente differenziazione sociale, i crescenti conflitti delle singole individualità. Così, si otterrà non più la sospensione dalla realtà ma una sua continuazione, la sua riproduzione. Ed ecco il mutare della socievolezza in momento con spazio e tempo, in cui si vuole far disperatamente vivere i propri ruoli (ai quali si è fortemente legati). Non è più fine a sé stessa: diventa strumento per conseguire altri scopi. Con la socievolezza tramonta anche lʼidea del gioco e del giocatore. A divenire importante al posto del gioco è la posta in gioco. Lʼintermittenza non è più tollerata e di ogni momento si cerca cosa lo lega al resto dei momenti. Eʼ lʼansia del continuum a spazzare via gioco e socievolezza. Ergo intermittenza, sospensione dalla realtà, discontinuità sono oggi solo modi per chiamarsi fuori. La socievolezza oggi è strumento per ottenere scopi. Il gioco con scopo il giocare è oggi cosa da bambini o da pazzi. Pazzi e bambini non sono “colpiti” da ansia del continuum, non giocano per ambizione, o per fini utilitaristici. Essi giocano per
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giocare. Giocare per giocare è da pazzi o da anime semplici e la socievolezza fine a sé stessa è considerata oggi una perdita di tempo essendo una sospensione delle realtà. 4. Lʼeticità della leggerezza Simmel osserva e parla di un contesto sociale dove la socievolezza è ancora possibile e praticata. Gli esempi sono diversi. Nella stessa biografia di Max Weber redatta da Marianne Weber si parla di un modo di far società con lʼunico fine di produrre una migliore socievolezza, in cui lʼintelligenza, la creatività, il talento di ciascuno permettesse di contribuire alla costruzione di qualcosa separato e sopra le singole individualità, qualcosa di superindividuale ma che allo stesso tempo rendesse migliori i singoli. Ecco che la socievolezza produce società, intesa come insieme superindividuale e crescita individuale. Risiede qui lʼeticità della socievolezza, nel produrre e riprodurre esclusivamente il proprio essere un insieme. Lʼaver sé stessa come fine, la necessaria limitazione delle singole individualità, il trasformare la gravità della vita in leggiadria fanno della socievolezza una palestra in cui, con il gioco in forma ludica, si apprendono e sperimentano comportamenti spendibili anche in società. Nella socievolezza lʼindividuo affronta, in modo simbolico, il problema di quale sia il suo posto nella società e come sia possibile far convivere esistenza individuale e finalità collettive. La socievolezza ha regole proprie e in essa opera una forma ideale di società, definibile come libertà di legami. Ma libertà di legami significa anche dove rispettare con rigore le sue regole e essere svincolati dai contenuti concreti (in primis, scopi utilitaristici). La socievolezza è distaccata, come si è detto, dalla realtà e finisce essa stessa per essere una realtà a sé. In quanto tale la socievolezza va presa eticamente sul serio pena la sua distruzione. Quellʼessere pura forma, armonia tra individuo e comunità va rispettata, è la legge interna della socievolezza. Simmel è convinto che valori etici e comportamenti morali possano essere prodotti ed essere rintracciabili anche nelle realtà più tenui e più fragili. La leggerezza può essere la base per lʼeticità perchè spazza via la pesantezza della realtà, sublimandola. Calvino spiega come leggerezza non voglia dire distaccarsi dalla realtà, ma depurarla dalla sua pesantezza. Leggerezza è guardare la realtà da una angolazione obliqua, non per questo però in modo meno profondo. Simmel spiega la stessa cosa. Il gioco di immagini staccate dalla realtà, di ombre e silhouettes riflesse e lontane sostituisce la pesantezza della realtà. Solo così lʼindividuo impara lʼarte della leggerezza. La leggerezza è dunque anche virtù privata capace di produrre un miglior pubblico, un miglior modo per fare e essere società. A sua volta la società promuove individui capaci di incontrare lʼaltro, fare a lui spazio piuttosto che restare irrigiditi nella pesantezza dei ruoli della vita quotidiana. Ecco che il sogno ultimo è una collettività leggera formata da individui leggeri, una utopia di un paradiso artificiale, come unica via praticabile per il fine ultimo: la comunicazione reciproca, fondamento della società. Per parlare di società vi deve essere reciprocità generale tra gli individui. La comunicazione reciproca è fine e mezzo della socievolezza più pura. Per questo Simmel attribuisce fondamentale importanza alla comunicazione, fine a sé stessa, che avviene per il puro scopo del conversare senza però per questo risultare chiacchiera. In altre parole la comunicazione diventa arte dellʼintrattenimento. Si tratta di unʼarte di attrazione reciproca che si svolge come un gioco, il cui contenuto è puramente formale e non esercita alcuna funzione. Dunque lʼimportante è comunicare per comunicare, attuare una reciprocità comunicativa dove reciprocità e comunicazione sono più importanti del messaggio che si trasmette.(Lʼimportante è comunicare, che cosa poco conta. ?)
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Il realizzarsi della reciprocità comunicativa, nel rispetto delle regole della socievolezza, diventa il dono che lʼindividuo fa alla comunità per poi disperdersi in essa. Ciò si realizza tenendo fuori tutto ciò che ostacola la conversazione, dando libero sfogo alle proprie arti di intrattenimento seducendo e rispettando lʼaltro che continuamente ascolta e intrattiene, che seduce e che viene sedotto. La reciprocità comunicativa necessita di regia, di consapevolezza e di una volontà di realizzazione. Questa reciprocità comunicativa può avvenire solo se vi è attenzione comune alle regole. Eʼ essenziale per la socievolezza far funzionare, alimentare, la macchina dei discorsi. Tale macchina però procede solo se non è appesantita da elementi e riferimenti individuali e personalistici, solo se non è intralciata da stati dʼanimo individuali, solo se alla base vi è il realizzare reciprocità. Non vi è socievolezza e nemmeno società se i reciproci io non si autoimpongono limiti e non si pongono in un reciproco ascolto empatico. Alla base della reciprocità comunicativa vi è dunque quel conversare leggero senza essere vuoto, intelligente senza essere saccente, in cui i partecipanti non fanno a gara per esibirsi ma per intrattenere gli altri. Simmel era abituato a questo tipo di conversare. Testimonianze ricordano come il casa Simmel, la conversazione prendesse sempre una forma che proibiva a tutti i partecipanti di riferirsi alla propria persona, ai propri problemi e angosce. La conversazione assumeva una propria vita, liberandosi dai fardelli umani, in una atmosfera di intellettualità, charme e tatto. Alla base della socievolezza vi è dunque una autolimitazione dellʼio, delimitazione psichica. Questa delimitazione si traduce nellʼarte della discrezione rivolta non solo verso gli altri ma anche verso sé stessi. Il limite imposto a sé stessi e agli altri rende possibile il manifestarsi delle qualità e delle azioni comuni. La discrezione, limitando lʼimpulsività individuale, salvaguarda i diritti degli altri come facenti parte di un insieme che per vivere ha bisogno di mettere fra parentesi il sé privato, che sta fuori e che deve stare fuori dallʼinterazione. Il mettere tra parentesi le individualità, ovvero ciò che separa e diversifica, permette la comunicazione sociale senza il rischio dei conflitti che sorgono come conseguenza dellʼaccentuare le diversità. In altre parole, quanto più si dimentica e si fa dimenticare sé stessi, tanto più si è socievoli e si permette socievolezza. La socievolezza basata sulla discrezione reciproca diviene il luogo della mediazione fra individualità e società, fra espressione e identità. Solamente in questo modo, con la socievolezza basata sulla discrezione reciproca, realtà individuale e realtà sociale, identità collettiva e identità individuale procedono di pari passo e annientano momentaneamente il loro naturale antagonismo. La delimitazione psichica e dunque lʼarte della discrezione difendono la reciprocità comunicativa da un eccesso di comunicazione che ponendo al centro dei sé troppo ingombranti toglie leggerezza e blocca dunque la socievolezza. La comunicazione non può essere intralciata da io eccessivamente pesanti. Lʼarte della conversazione è quindi lʼarte dellʼallusione, il gioco del dire con riserbo, lʼarte del comunicare esperienze sublimandole e depurandole dal proprio io al punto tale da poter essere condivise e produrre momenti di incantamento reciproco.

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Georg Simmel : La Socievolezza - Esempio di sociologia pura o formale Simmel inizia la sua argomentazione definendo il perchè tratterà di sociologia PURA. Egli spiega come in ogni società sia possibile distinguere tra forma e contenuto. Alla base della società vi è come fondamento lʼinterazione tra individui. Interazione che nasce sempre da determinate pulsioni o in vista di determinati obiettivi. Continuamente a muovere lʼindividuo verso lʼinterazione cʼè lʼistinto erotico, interesse materiale, impulsi religiosi, finalità di difesa come di attacco, di gioco come di guadagno, di aiuto come di apprendimento e innumerevoli altre “leve”. Tutti questi possibili motivi fanno si che lʼuomo si trovi insieme con gli altri, agisca per loro, con loro e contro di loro, in una condivisione di condizioni tale per cui egli produca effetti sugli altri e contemporaneamente ne sia influenzato a sua volta. Queste azioni reciproche mostrano come dai portatori individuali di quelle leve motivanti risulti una unità, appunto una società. Per Simmel tutto ciò che si trova negli individui, nei luoghi concreti di ogni realtà storica, come pulsione, interesse, finalità, inclinazione, condizione psichica e movimento, tutto ciò in cui o da cui avviene lʼazione su altri o lʼinflusso di altri, costituisce il contenuto, la materia della sociazione. Queste motivazioni che muovono la vita non sono ancora in sé e per sé di natura sociale. In altre parole, né la fame né lʼamore, né lavoro e né la religiosità, né la tecnica né i risultati dellʼintelligenza significano di per sé sociazione. Si parla di sociazione quando la semplice vicinanza tra individui viene da queste motivazioni trasformata in convivenza o collaborazione che rientrano nel concetto generale di interazione. La sociazione è dunque la forma, che si realizza in innumerevoli e differenti modi sulla base di quegli interessi momentanei o durevoli - sensibili o ideali che spingono gli individui, in cui questi (gli individui) crescono insieme in una unità nella quale tali interessi si realizzano. La sociazione, mia semplificazione, è dunque una forma in cui gli individui formano una unità nella quale essi stessi perseguono gli interessi che li muovono. Ogni conoscenza, in origine, è un mezzo nella lotta per lʼesistenza, una esigenza. Conoscere è utile per le esperienze che la vita riserva. Scienza però ha significato anche in sé. Conoscere cioè si stacca dal suo destino pratico, assume altri significati, nuove vite, diventando valore in sé, smettendo di interrogarsi sulla propria realizzazione. Lʼattribuzione di una forma a realtà visibili o invisibili nasce da esigenze umane. Tali forme diventano però scopi a sé stanti che si rendono autonomi, vedi la conoscenza citata poco fa, dalla vita. Allo stesso modo, appena questo accade, lʼarte se ne sta completamente separata dalla vita, e solo talvolta trae da essa il necessario, sebbene essa stessa sia stata creata dalle dinamiche e dalla esigenza della vita. Stesso discorso è possibile farlo per il diritto. Certi comportamenti vengono richiesti o legittimati dalle esigenze dellʼesistenza della società. Ad un primo stadio, tali comportamenti sono validi e avvengono solamente nel tendere e nel perseguire lo scopo, ovvero lʼesistenza della società. Non appena nasce il diritto, non appena ci si trova in presenza del diritto, questo non è più il senso della loro realizzazione. Questi comportamenti ora avvengono non perchè richiesti e legittimati dalle esigenze dellʼesistenza della società (che ora cʼè), ma in quanto (ora) parte del diritto. Eʼ avvenuta la separazione. I comportamenti si sono staccati dalla vita che li ha generati, fino a giungere al fiat justitia, pereat mundus - (purché) sia fatta giustizia, vada in rovina il mondo. Anche se il comportamento secondo diritto ha dunque le sue radici nello scopo sociale della vita, il diritto nella sua purezza non possiede uno scopo dato che non è un mezzo. Questa rotazione dʼasse, dalla determinatezza delle forme di vita tramite la sua materia alla determinazione della sua materia mediante le forme innalzate a valori definitivi, si compie in generale in tutto ciò che chiamiamo gioco. In definitiva, le forze reali e gli impulsi, nonché le necessità della vita producono le forme del nostro comportamento più adatte per raggiungere il fine (soddisfare lʼimpulso, il bisogno, la necessità), forme che poi diventano stimoli e contenuti indipendenti e assumono vita a sé nel gioco. Impulsi che portano a cacciare, a farsi concorrenza, a farsi
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pedine di potenze più grandi si staccano dalla semplice vita e si depurano dalla materia (ovvero dalle motivazioni che, allʼepoca, ci hanno spinto ad agire cacciando, a farsi concorrenza, ecc). Ecco cosa divide il gioco dal puro divertimento: nel gioco vive il carattere simbolico. Comunque da ricordare è sempre la parte spensierata del gioco. Nel gioco assumono nuova vita quelle forme prodotte da necessità reali. Ecco spiegata lʼanalogia tra arte e gioco. In entrambi, le forme sviluppate dalla realtà della vita, hanno fondato regni autonomi rispetto ad essa. La vita dona loro profondità e forza, poiché fin dallʼorigine sono sempre piene di vita e se così non fosse si parlerebbe di artificio o passatempo. Il senso e la forza di queste forme sta proprio nella svolta che le caratterizza: da forme prodotte dalle finalità, dagli impulsi reali, dalle necessità della vita, diventano, staccandosi proprio da tali finalità, esse stesse scopo e materia della loro autonoma mobilità. Così come fa lʼarte staccandosi dalla vita, il diritto, ecc. Lo stesso processo riguardo contenuto e forma della società. In sé la società vera e propria è lʼinsieme di azioni reciproche, collaborazione e rivalità in cui interesse e contenuti materiali o individuali assumono una forma o si rafforzano grazie a impulsi o finalità, obiettivi, scopi. Queste forme acquistano una vita propria e libera da qualsiasi legame così da compiersi come fini a se stesse in virtù del fascino che emana dallʼessere distaccate. Questo è il fenomeno della socievolezza. Lʼimpulso alla socievolezza estrae dalle realtà della vita sociale il puro processo di sociazione come valore e bene. Non è un caso che ogni socievolezza dia importanza al valore della forma. La forma è lʼinterazione degli elementi grazie a cui tali elementi costituiscono unità. Dato che in vista della socievolezza vengono eliminate le motivazioni concrete legate alla vita, allora la forma pura, la connessione fluttuante e reciproca degli individui, deve essere accentuata in modo forte. Il rapporto puramente formale con la realtà risparmia alla socievolezza gli attriti e i conflitti di questa. La socievolezza acquista dalla realtà pienezza di vita e una significatività propria dei contenuti concreti. Società significa, nella maggior parte delle lingue europee, “stare insieme socievole”. Dunque la società statale, economica, unita da orientamenti di pensiero è senza dubbio una società. Ma solo la società socievole è una società a tutti gli effetti, la forma pura al di sopra di ogni contenuto specifico, nella quale ogni contenuto viene stemperato nel puro gioco della forma. La socievolezza è dunque da intendere come forma ludica della sociazione, come qualcosa che si rapporta alla sua concretezza determinata dal contenuto come lʼopera dʼarte si rapporta alla realtà. Il problema massimo della società (il problema di quale sia il posto dellʼindividuo nella società e come sia possibile far convivere esistenza individuale e finalità collettive) trova soluzione nella socievolezza e solo allʼinterno di essa. Dal momento che la socievolezza nelle sue forme pure non possiede alcuna finalità materiale, alcun fine utilitaristico, essa si basa interamente sulle personalità. Nella socievolezza non si deve ottenere nulla più del piacere del momento (è concesso un eco di tale spensieratezza). Le qualità personali, amabilità, cordialità, istruzione, decidono del carattere dellʼessere insieme puramente socievole. Proprio perchè tutto si basa sulle personalità, queste non devono essere accentuate in modo troppo individuale. Si parla dunque di autoregolazione dellʼindividuo. In questo ambito Simmel pone lʼaccento sul sentimento del tatto. Esso guida lʼautoregolazione dellʼindividuo nel suo rapporto personale con gli altri, nel caso in cui nessun interesse egoistico assume funzione regolativa. Il tatto ha proprio la funzione di porre alle impulsività individuali, alle insistenze dellʼio e alle pretese materiali, limiti che il diritto dellʼaltro pretende. Nella socievolezza non deve rientrare ciò che la personalità possiede come importanza oggettiva, che assume valore al di fuori della cerchia di persone che in quel momento si viene a creare. Dunque nella socievolezza non devono rientrare ricchezza, posizione sociale, status, erudizione e fama e questi non hanno nessun ruolo in essa. Come devono star fuori elementi oggettivi che si trovano intorno allʼindividuo, così vale anche per gli
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elementi profondamente personali (aspetti personali della vita, il carattere, la tonalità emotiva, il destino) dato che non trovano spazio nella cornice. Chi porta nella socievolezza elementi personali, luci e ombre della propria vita, eccitazioni e depressioni, dimostra assenza di tatto dato che questi elementi rappresentano un freno allʼinterazione che nella socievolezza ha fondamentale importanza. Lʼesclusione dellʼelemento personale vale anche per quanto vi è di più esteriore: in compagnia personale, intima e amichevole di uno o qualche uomo, una signora mai vorrebbe comparire scollata, cosa che farebbe benissimo in società. In società non si sente implicata come individuo nella stessa misura della prima situazione (intimità) e perciò può lasciarsi andare come se fosse sotto impersonale libertà di una maschera. Lei è si certo soltanto sé stessa ma non tutta sé stessa, bensì solo unʼelemento in una unione che si tiene insieme in modo formale. Come lʼuomo nel suo insieme è un complesso informe di forze, contenuti, possibilità e che a seconda delle motivazioni assume ogni volta una figura diversa (lʼuomo di famiglia, lʼuomo economico, lʼuomo politico) come fosse un prodotto costruito ad hoc per ogni situazione, così è lʼuomo socievole: è una figura avente determinate caratteristiche che non si presenta in nessun altra situazione fuori dalla socievolezza. Infatti nella socievolezza egli si sbarazza di ogni suo significato materiale e accede ad essa soltanto con le facoltà, il fascino e gli interessi nella sua pura umanità. La discrezione, che nei confronti dellʼaltro è un requisito per la socievolezza, è necessaria anche nei confronti del proprio io. Dunque si parla di discrezione nei confronti degli altri e nei confronti del proprio io: soglia superiore e inferiore di socievolezza. Si intendono cioè le due situazioni estreme allʼavvenire delle quali la socievolezza non funge più da principio centrale e formatore ma al massimo funge da principio formalistico che media esteriormente. Le situazioni estreme sono: soglia superiore, impedisce che lo stare insieme si basi su contenuti e finalità oggettive, soglia inferiore, impedisce che si manifesti quanto vi è di più personale e soggettivo. Queste due soglie vengono mantenute comportandosi con discrezione verso il proprio io e verso gli altri. Come Kant stabilisce che ciascuno deve possedere quella misura di libertà che non impedisca agli altri di essere ugualmente liberi, così nella socievolezza ognuno deve appagare lʼimpulso che lo muove così che anche gli altri possano sentirsi appagati. Analogamente, guardo gli effetti invece dellʼimpulso, ciascuno deve concedere allʼaltro il massimo dei valori socievoli (gioia, leggerezza, vitalità) che lui stesso ha ricevuto. Ecco che il diritto sulla base kantiana e la socievolezza con questi principi assumono una componente assolutamente democratica. Seguendo questi principi la socievolezza può avvenire allʼinterno di una stessa classe sociale. Realizzare socievolezza tra membri di classi sociali completamente differenti risulta spesso contraddittorio e penoso. Una uguaglianza di questo tipo, ovvero socievolezza con membri di differenti classi sociali, potrebbe avvenire infatti con lʼeliminazione da un lato di ciò che è assolutamente personale e dallʼaltro di quellʼelemento interamente oggettivo che è il contenuto della sociazione dal quale la sociazione stessa viene liberata nel trasformarsi in socievolezza. (Sociazione diventa socievolezza quando viene spogliata dal contenuto, dallʼelemento oggettivo?) La socievolezza crea un mondo ideale dove lʼappagamento di ciascun individuo non crea in altri individui una sensazione opposta. Tale mondo della socievolezza è un mondo artificioso costruito con esseri che desiderano stabilire tra loro una interazione pura priva di accentuazioni materiali e fini utilitaristici. Partendo dallʼidea dunque che la socievolezza sia solo per uomini puri, uomini che diventiamo solo dopo esserci liberati da entusiasmi e delusioni, eccessi e manchevolezze con cui la vita ci contamina, riscontriamo che la vita moderna è sovraccaricata da contenuti oggettivi e esigenze materiali. Un tempo, quando vi erano meno contenuti oggettivi e esigenze materiali che impantanavano la vita, la legge formale dellʼuomo si faceva valere di più e in modo più
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chiaro di fronte al suo essere personale. La condotta personale, nella socievolezza, era un tempo regolata in modo molto più rigido e rigorosamente sovraindividuale di oggi. Se è vero che la sociazione è in generale lʼinterazione, allora la forma più pura di sociazione si ha quando è tra eguali. E se la socievolezza è lʼastrazione della sociazione che assume il carattere del gioco o dellʼarte, essa esige il tipo di interazione più puro e semplice: lʼinterazione tra eguali. La socievolezza deve fingere lʼesistenza di individui che abbandonino i propri contenuti oggettivi e che mutino fino a diventare eguali in quanto socievoli e da consentire che ciascuno realizzi per sé i valori socievoli, appagamento, solo a patto che anche tutti gli altri siano / si sentano appagati, realizzati. La socievolezza è il gioco in cui “si fa”, ci si comporta come se tutti fossero uguali e, contemporaneamente, come se tutti avessero stima degli altri in modo particolare. La socievolezza è una menzogna tanto quanto lo sono il gioco e lʼarte, nel loro allontanarsi dalla realtà. Diventa menzogna quando si mescola alla realtà pratica (e inizia ad essere orientata da fini diversi da quelli socievoli) unendosi a quellʼenergia, la vita concreta, da cui è nata ma dalla quale, per essere tale, si è in origine staccata e resa indipendente. Ecco cosa unisce socievolezza e gioco. Si fa socievolezza per fare socievolezza e si gioca per giocare, il fine è la realizzazione stessa delle dinamiche di socievolezza e di gioco. Nella sociologia dei sessi lʼerotismo si è costruito una sua forma ludica, la civetteria, che si realizza in modo facile e giocoso nella socievolezza. Lʼerotismo tra i due sessi ruota attorno al negare e al concedere. In particolare riguardo alla civetteria, prerogativa femminile, la donna attira lʼuomo senza mai giungere ad una conclusione, senza mai concedersi del tutto. La donna che compie civetteria - “civetta” - accresce al massimo il suo fascino quando si mostra allʼuomo sul punto del concedersi senza però farlo sul serio. Dunque un comportamento di allusioni, tra il si e il no, tra contrari, senza fine. Si parla di arte della civetteria perchè non vi è mai fine al comportamento allusivo, è un inseguirsi di contrari, senza mai avvicinarsi ad un polo piuttosto che ad un altro. Se così fosse non si parlerebbe di civetteria. La civetteria non è però automaticamente una tipologia di socievolezza. Per diventare tale deve esserci un determinato comportamento di risposta da parte dellʼuomo. Se egli è vittima e si fa trascinare senza volontà tra mezzi si e mezzi no non si realizza ancora socievolezza. Per parlare di socievolezza vi deve essere libera interazione ed equivalenza degli elementi. Queste componenti si realizzano, e dunque avviene la socievolezza, solo quando lʼuomo partecipa alla civetteria senza aspirare ad altro che il gioco in equilibrio tra questi contrari, tra si e no. Sociologicamente parlando, la civetteria è quel gioco malizioso e ironico con cui lʼerotismo ha staccato gli schemi puri delle sue azioni reciproche dal suo contenuto materiale o individuale (forma dal contenuto?). Ergo come la socievolezza mette in scena le forme della società, così la civetteria mette in scena le forme dellʼerotismo. Con la conversazione si determina in che misura la socievolezza sia in grado di astrarre quelle forme sociologiche di interazione che altrimenti sarebbero significative per il loro contenuto (e basta), conferendo loro nel ruotare su sé stesse, con sé stesse come fine, un corpo colmo dʼombre. Dunque conversazione come indicatore dellʼastrazione delle forme. Perchè è un importante indicatore? Nella serietà della vita reale lʼuomo discute attorno a contenuti che intende comunicare allʼaltro, con lʼintento magari di trovare un accordo o comunque tendendo ad un fine, obiettivo. Nella socievolezza si discute, si comunica per comunicare, la comunicazione è fine a sé stessa. Si parla dunque non di chiacchiera, come nella vita reale, ma di arte dellʼintrattenimento che segue le sue proprie leggi artistiche. Nella conversazione socievole il contenuto/il tema, è solamente lo spunto indispensabile per la discussione, necessario per la vitalità della situazione. Nella socievolezza vi sono forme di interazione discorsiva che, pur favorendo contenuti e obiettivi delle relazioni tra gli uomini, assumono significato autonomo e indipendente grazie al fascino del gioco di relazioni che esse, unendo e separando, imponendosi e
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venendo meno, esercitano sugli individui. Appena una discussione prende vie concrete smette immediatamente di essere socievolezza. Appena cioè nel discutere un contenuto si trasforma in scopo la socievolezza cessa. Il contenuto della conversazione non deve rappresentare il fine stesso dellʼintrattenimento dato che nella socievolezza non è previsto il raggiungimento di un fine oggettivo da “portare fuori”, da far valere fuori dallʼintrattenimento stesso. La conversazione socievole si ha quando i contenuti ottengono giustizia, spazio e senso solo allʼinterno della stessa conversazione e dunque allʼinterno dellʼarte dellʼintrattenimento. Fa parte della natura della socievolezza cambiare il contenuto con velocità e facilità dato che tale contenuto è solo un mezzo (per cui è giustificata la sua casualità e mutevolezza) per giungere ad un fine (fissato con stabilità). La socievolezza è lʼunico momento in cui il discorrere è fine a sé stesso. Raccontare storie ed aneddoti, così come barzellette per quanto spesso possa essere visto come indice di povertà di spirito, può essere segno di un tatto raffinato e indicatore di individuo socievole. Il “cantastorie socievole” infatti mantiene la conversazione ad un livello “generale”, oltre le singole individualità e oltre le intimità di ciascuno. Tali racconti non vengono narrati per il loro contenuto, ma nellʼinteresse della socievolezza stessa. Il dire questo o quello non è fine a sé stesso ma è un mezzo (ecco il contenuto che è mezzo e non fine, ergo socievolezza) per giungere al fine ovvero la vitalità, lʼautocomprensione e la coscienza comune del gruppo. Dunque potremo vedere il comunicare come un dono che il singolo fa alla comunità, un dono che non porta il nome del portatore/donatore. Il donatore si rende invisibile e si dispone dietro il dono comunicato. Il racconto più raffinato e socievole è quello in cui il narratore pone in secondo piano la sua persona. Si giunge al racconto perfetto quando si realizza lʼetica socievole, ovvero lʼelemento individuale soggettivo e il contenuto oggettivo si dissolvono in nome della socievolezza stessa. Il compito etico della sociazione è far si che lʼincontro e la separazione dei suoi elementi esprimano in modo chiaro e preciso le sue intime relazioni. La socievolezza definisce un ideale di società, una forma di società in miniatura che punta alla libertà di stabilire legami: in rapporto di socievolezza si formano e separano gruppi, il dialogo segue impulso e lʼoccasione, si approfondisce, e viene meno. La socievolezza ha come fonte la vitalità degli individui REALI, con le loro convinzioni e i loro impulsi. Dunque un concetto così lontano ma così vicino dalla realtà. Ogni socievolezza è simbolo della vita e si comporta come lʼarte più fantasiosa e libera, ovvero allontanandosi dalla realtà ma nutrendosi allo stesso tempo di un rapporto profondo e fedele con essa se per evitare di produrre risultati vacui e ingannatori. Anche lʼarte si pone OLTRE la vita, ma è più della vita. Eccoci arrivare dunque al punto: se la socievolezza scollega totalmente i fili che la legano alla realtà vitale, essa si trasforma da gioco a trastullo con forme vuote, schematismo senza vita e fiero della propria mancanza di vitalità. Risulta evidente capire che gli uomini si lamentano a torno e a ragione della superficialità delle relazioni sociali. La socievolezza rischia dʼessere vista come un qualcosa di lontano dalla realtà e inutile per questo, un qualcosa di vuoto e sospeso in aria. Ma è proprio in questo suo essere distante da ogni realtà che emerge la sua profonda natura.

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