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Bonsai suiseki magazine Nº4 Abril 2009

Bonsai suiseki magazine Nº4 Abril 2009

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Bonsai & Suiseki

Anno I - n.4

magazine

Aprile 2009

Bonsai&Suiseki magazine

四 4

Bonsai & Suiseki magazine Aprile
©

in collaborazione con

2009

4

DIRETTO DA Antonio Ricchiari IDEATO DA Luca Bragazzi Antonio Ricchiari Carlo Scafuri REDATTORE Carlo Scafuri REVISORE DI BOZZE Dario Rubertelli Pietro Strada CORRETTORE DI BOZZE Giuseppe Monteleone PROGETTAZIONE GRAFICA Salvatore De Cicco IMPAGINAZIONE Salvatore De Cicco Carlo Scafuri FOTO DI COPERTINA Daniela Schifano Roberto Smiderle Sergio Biagi HANNO COLLABORATO Antonio Acampora Manuela Baruffaldi Valerio Cannizzo Armando Dal Col Gian Luigi Enny Giovanni Genotti Antonio Gesualdi Carlo Gori Sergio Guerra Daniela Schifano Luciana Queirolo
Tutti gli scritti, le foto, i disegni e quant’altro materiale pubblicato su questo sito rimane di esclusiva proprietà dei rispettivi Autori che ne concedono in via provvisoria l’utilizzo esclusivo al Napoli Bonsai Club ONLUS a titolo gratuito e ne detengono il copyright © in base alle Leggi internazionali sull’editoria. E’ vietata la duplicazione e qualsiasi tipo di utilizzo e la diffusione con qualsiasi mezzo (meccanico o elettronico). I trasgressori saranno perseguiti e puniti secondo gli articoli di legge previsti dal Codice di procedura Penale che ne regolano la materia.

editoriale
Ritorno alla Natura?
Le due guerre mondiali cancellarono la campagna tradizionale, quella dei contadini, quella povera, per intenderci. Povera ma piena di valori e di significati. L’industrializzazione degli anni che seguirono il 1960 fini per ultimare lo scempio con l’abbandono delle campagne e delle montagne. Era la fine di una civiltà. Le città fagocitarono la classe contadina, la gente fuggì dalla Natura, non la visse più. Il sistema economico che seguì il boom economico (quello che, lessi a quei tempi, qualcuno dall’occhio lungo definì baby boom imbecility), si è rivelato dopo alcuni decenni un castello di sabbia. Le campagne spopolate sono spesso sopravvissute come sacche di miseria, abbandonate a sé stesse. La nostra speranza è invece che proprio questa crisi globale, mondiale, provochi un ritorno a determinati valori, un ridimensionamento degli stili di vita. Dove non esista soltanto una società che conta, una società egemone. La classe contadina è stata sconfitta provvisoriamente. La piccola proprietà contadina è stata sopraffatta dalle grandi trasformazioni. Nel Giappone esistono ancora i valori, esistono le regole. Esiste soprattutto il rispetto per gli uomini e anche per le cose. La terra, la montagna hanno la prospettiva di sopravvivere a questo sistema economico ormai devastante. La rivincita consiste nel recuperare nel quotidiano tutto un mondo di valori e di pratiche che possono essere un ritorno anche alle cose più banali, apparentemente più insignificanti. Il domani dovrebbe prospettare un “ritorno alle origini”, dove non dovrebbe regnare il dio denaro, dove lo status symbol, il rolex al polso, la griffe a tutti i costi non dovrebbero valere più di tanto o perlomeno dovrebbero essere rapportati al reddito. Un ritorno quindi a farsi l’orticello, a solidarizzare con il vicino di casa. Queste tendenze ed un ritorno ai valori delle passate generazioni, perché si può essere colti, professionisti, studiare e al contempo andare in campagna ed in montagna dove gli odori della terra bagnata, del fieno, della legna bruciata, del letame sono oggi purtroppo emozioni dimenticate o addirittura mai conosciute. In quest’ottica il bonsai ed il suiseki, se praticati ingenuamente e con amore, sono la nostra salvaguardia, il nostro bacino di emozioni che ci possono proteggere da tutte le contaminazioni e che ci consente di godere una qualità della vita un tantino migliore rispetto ad altri. Da questo punto di vista penso di essere privilegiato. In quest’ottica il rapporto con la Natura, con la terra, risveglia un senso di orgoglio e una ragione in più di riscatto. Crollati tutti i falsi miti degli anni passati, laddove sopravanza un panorama di solitudine metropolitana, mi piace immaginare una esistenza più ricca in un paesaggio dove la montagna e la Natura garantiscono un’esistenza sicuramente migliore e spiritualmente meno solitaria. Voglio credere a questi valori dove non ci sia alcuna esigenza di apparire, dove l’apprezzamento per un individuo non sia determinato dalla quantità di denaro che questi possiede, dove la visione di un fiore o di una pianta sia un momento magico e commovente, dove la morale del Dio di tutti gli uomini prevalga sul bieco egoismo di tutti noi.

Antonio Ricchiari

Sommario
Dal mondo del Bonsai & Suiseki
pag. 01 pag. 03 pag. 05 pag. 07

四 4

“Giardini giapponesi” - G. L. Enny “Painting stones” - C. Gori “Si fa presto a dire sassi” - D. Schifano “A proposito di Shiatsu” - M. Baruffaldi

Mostre ed eventi
pag. 09 “La mia UBI 2009” - G. Monteleone pag. 11 “Festa di Primavera” - S. Guerra

Sughera coll. Samuel Corazza

A scuola di estetica
pag. 30 “Lo studio degli stili di base come ricerca ed interpretazione estetica” - A. Ricchiari

In libreria
pag. 12 “Tecniche bonsai. Vol. I e II” - A. Ricchiari

L’essenza del mese
pag. 33 “Sughera” - A. Ricchiari

Bonsai ‘cult’
pag. 13 “Estetica o quintessenza del bonsai?” - A.Dal Col pag. 14 “Valutazione di un bonsai in mostra” - G. Genotti

Note di coltivazione
pag. 36 “I concimi organici -evoluzioni tecniche II” L. Bragazzi

La mia esperienza
pag. 15 “L’occasione del fare” - V. Cannizzo pag. 16 “Costruzione di un tavolino” - S. Guerra pag. 18 ”Percorso evolutivo di un acero campestre” A. Dal Col

Tecniche bonsai
pag. 37 “La pizzicatura” - A. Acampora

A lezione di Suiseki
pag. 21 “Esposizione di una pietra in un vassoio” L. Queirolo

Vita da club
pag. 39 “Arbores Bonsai Club” - A. Gesualdi pag. 40 “Progettobonsai” - V. Cannizzo

L’opinione di...
pag. 26 “Sandro Segneri” - G. Monteleone

Che insetto è?
pag. 41 “Patologia vegetale - IV parte” L. Bragazzi

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Dal mondo del Bonsai & Suiseki

I GIARDINI GIAPPONESI - Gian Luigi Enny

Giardini Giapponesi

Gli elementi compositivi - II parte
Testo e foto di Gian Luigi Enny

Muri e recinzioni

Muri e recinzioni sono elementi architettonici di grande importanza nel giardino giapponese caratterizzato da una composizione perfettamente studiata, nella maggior parte dei casi, in spazi di limitate estensioni. Essi infatti rappresentano la necessaria cornice entro la quale il giardino racchiude i riferimenti e le principali prospettive quasi come quinte teatrali di una accurata scenografia. Queste delimitazioni possono essere realizzate in vario modo, frequentemente anche solo con l’uso di materiale vegetale in forma di siepi geometriche potate, ma il più delle volte, oltre al muro classico tipico dell’architettura giapponese, vengono realizzati sistemi di recinzioni, usando del semplicissimo materiale di bambù intrecciato e legato in modo molto elegante.

Lanterne

L’uso della lanterna in pietra nel giardino giapponese si fa risalire soprattutto nel periodo dei primi giardini del tè (16°secolo circa) nei quali ogni elemento anche artificiale doveva concorrere a rispettare l’eleganza e la fedeltà alla natura. La presenza della lanterna, fino ad allora elemento unicamente religioso dei templi, fu in primo luogo motivata da esigenze funzionali come l’illuminazione tramite la combustione di piccole torce all’interno di essa, in seguito fino ai nostri giorni sono esclusivamente usate per motivi di composizione e decorazione del giardino.

Dal mondo del Bonsai & Suiseki

I GIARDINI GIAPPONESE - Gian Luigi Enny

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Le piante

Gli alberi e gli arbusti costituiscono sempre un insieme armonico dove una specie non prevale mai sull’altra anche se ad ognuna di esse sono state riservate cure particolari che ne hanno strutturato e scolpito la forma definitiva. Guardando l’insieme di una massa vegetale in un giardino giapponese si è colpiti dalla sua particolare tessitura che quasi sempre rispecchia un fenomeno naturale. Quest’effetto è il risultato di lunghe e complicate cure topiarie riservate ad ogni componente. Le masse vegetali devono essere costrette dalla mano dell’ uomo per raggiungere la perfezione della loro naturale espressività, il concetto di controllo della natura da parte dell’uomo è fondamentale in un giardino giapponese dove l’intervento artificiale sulla forma e sulla crescita di ogni pianta non è visto come effetto della padronanza del giardiniere sulla natura, ma piuttosto come una sua cooperazione al raggiungimento della perfezione della forma intrinseca in ogni elemento naturale. La mano dell’uomo modifica la forma dell’albero con interventi precoci già quando esso è piccolo per continuare poi sempre per tutta la durata della sua vita nel giardino, attraverso precise tecniche tramandate nei secoli, essenzialmente raggruppabili in interventi di potatura e legatura. Con la potatura si asseconda artificialmente la naturale forma dei rami e della massa fogliare mantenendola inalterata con il trascorrere del tempo, mentre, con la legatura del tronco e delle branche principali e secondarie si educa l’architettura portante della pianta. Il vero risultato di tutto ciò si manifesta dopo anni di lavoro quando l’intervento continuo dell’uomo sulla natura non appare più evidente.

Gian Luigi Enny

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Dal mondo del Bonsai & Suiseki

PAINTING STONES - Carlo Gori

Painting stones...
...quando la natura usa il pennello

Testo e foto di Carlo Gori

Le pietre tagliate a fette (e montate su basi eseguite molto alla buona) di origine cinese, sono dei Flysch e la loro età geologica varia dai 65 milioni ai 30 milioni di anni. Per chi non conosce questo termine geologico,il Flysch è una successione geologica di sedimenti calcareomarnosi originatesi tra il Cretacico Sup. dell’Era Secondaria e l’Oligocene in piena Era Terziaria. I paesaggi che vengono evidenziati dal taglio e che, nella maggioranza dei casi, sono passanti ovvero che si presentano su ambedue le facce della fetta sono dovuti ad ossidi di ferro e/o manganese che con la loro infiltrazione attraverso leptoclasi (microfratture) della roccia formano depositi arborescenti; il loro contrasto con un fondo generalmente tendente al grigio/celeste chiaro della roccia disegna paesaggi lacustri, colline con alberi, spiagge con acqua e rocce etc. Anche in Italia esistono pietre simili, la cosi detta Pietra paesina della Toscana e dell’alto Lazio, come le pietre cinesi anche la pietra paesina è una pietra costituita da calcare e argilla, ma la sua età geologica è ben più vecchia infatti la sua formazione risale a circa 150 milioni di anni e cioè in pieno periodo Giurassico dell’Era Secondaria; giusto per completare il discorso sulla pietra paesina, che potrà essere oggetto di una prossima analisi, aggiungo che il paesaggio che viene a formarsi a causa delle infiltrazioni sopra dette è prevalentemente poligonale con varie tonalità di colore giallo brune; in breve i paesaggi sono più drammatici quasi come una Monument Valley in miniatura. La visione del paesaggio nelle Painting stones deve essere istintiva, io personalmente catturo l’immagine o con la visione in prospettiva piana, cioè come se avessi un paesaggio davanti ai miei occhi, in altri casi occorre avere l’elasticità visiva di vedere il paesaggio o in forma tridimensionale e cioè come se osservassi da un’altura verso una pianura posta più in basso del punto d’osservazione o addirittura cose se fossi a bordo di un aereo che sta planando o cabrando sul paesaggio sottostante. Per ogni pietra presente in questo articolo darò la mia interpretazione evidenziando anche l’angolo di visuale…… ma se non riuscite a vedere quello che vedo io, non rammaricatevi, già il fatto che siete capaci di trovarvi altro è la testimonianza della vostra percezione e sensibilità visiva. Carlo Gori Fig. 1 - Visione di prospettiva frontale; paesaggio lacustre con arbusti in primo piano, striscia di terra con cespugli; in secondo piano lingua di terra più scura con fila di alberi Fig. 2 - Visione dall’alto; in questo caso l’osservazione sembra fatta da un punto più alto la baia sottostante nella quale sono evidenziate altre alla sabbia ed al mare le rocce alla fine dell’insenatura

Fig. 3 - Visione dall’alto; paesaggio invernale, la particolare luce, le rocce scure ed il cielo da tempesta danno un carattere più drammatico all’insieme del precedente della foto n. 5

Fig. 4 - Visione dall’alto; Io chiamo questa “il Golfo di Napoli”, sembra proprio la visione dalla collina di Posillipo sul sottostante doppio golfo di Napoli con le piccole macchie che sembrano case illuminate, la luce notturna rende particolarmente bello tutto l’insieme

Dal mondo del Bonsai & Suiseki

PAINTING STONES - Carlo Gori

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Fig. 5 - Visione di prospettiva frontale; paesaggio di morbide colline innevate con file d’alberi che ne delimitano i contorni, cielo cupo e luce soffuso tipica di un paesaggio invernale senza sole

Fig. 6 - Visione di prospettiva frontale; in primo piano paesaggio collinare con alberi e due piccoli laghi in basso a Dx; come sfondo grande massiccio montuoso innevato sul quale incombe un cielo carico di nuvole, fronde d’albero coprono in parte la visuale. Sebbene il cielo da pioggia la luce è in parte forte e tale da fare risaltare i colori delle colline e dei laghi

Fig. 7 - Visione dall’alto; serie di piccoli laghi costieri contornati da dune. La linea di costa più scura delimita il mare

Fig. 8 - Visione dall’alto; linea di costa con istmo che si protende nel mare del quale sono evidenziate le correnti, due piccoli laghetti costieri in primo piano

Fig. 9 - Visione di prospettiva frontale; in primo piano pianura alberata con qualche radura, immediatamente sotto la sottile linea scura alla base della grande collina , sembra ci sia una zona paludosa che si estende fino all’estremo margine Sx dove degrada il lato Sx della collina, fronde in primo piano e ottima luce che mette in risalto i particolari

Fig. 10 - Visione di prospettiva frontale; paesaggio collinare con alberi e arbusti, sopra le colline incombe un cielo grigio marezzato con nuvole più scure

Fig. 11 - Visione dall’alto con cabrata dell’aereo; insenatura delimitata nella parte superiore e inferiore da due lingue di terra alberate con cipressi; la linea marcata scura sembra una strada che arriva sulla punta di terra dove c’è una casa tra gli alberi

Fig. 12 - Visione di prospettiva frontale; pianura con cielo che ne delimita l’orizzonte, in primo piano alberi che sembrano costeggiare una strada

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Dal mondo del Bonsai & Suiseki

SI FA PRESTO A DIRE SASSI - Daniela Schifano

Si fa presto a dire sassi...

Testo e foto di Daniela Schifano

E’ domenica sera, una domenica di febbraio che non ti aspetti, e sono stanca, di quella stanchezza fisica “amica”, sana, fisiologica, che taglia le gambe e rilassa la mente. Ma prima che le sensazioni siano risucchiate dal tran tran ufficio-casa voglio mettere su carta impressioni e ricordi di una giornata finalmente diversa. Finalmente perché oggi c’era il sole ed il suo calore, dopo mesi di pioggia e freddo. Finalmente perché oggi ho fatto quello che mi piace e non quello che devo. Finalmente perché finalmente non ero sola ed ho condiviso con amici appassionati il piacere della giornata. Gli amici sono i soci del Bonsai Club Castelli Romani di Bonsai & Suiseki, di cui faccio parte, e che nell’ambito delle attività del club mi avevano chiesto di organizzare una giornata di ricerca di pietre. L’ho fatto volentieri, portando questi novelli appassionati in un luogo che io amo molto e che pensavo potesse essere adatto per iniziare: non troppo lontano, non troppo difficile, ricco di opportunità e di materiali diversi, soprattutto ricco di pietre per tutti. Ho sempre raccolto più volentieri una pietra che un fiore. Sono restia a spezzare un’esistenza ed una promessa per un egoistico effimero piacere. Le pietre, composte da una materia preziosa, la stessa che compone le stelle e tutto l’universo, non sono materiale inerte… ogni pietra racconta una storia, antica come la terra. Bisogna osservarla, ascoltarla, e lei si farà scoprire: è la storia della sua formazione, del suo passato, ma anche la storia di quello che quella pietra, tra le nostre mani, potrebbe diventare grazie alla nostra immaginazione. Una antica favola racconta di un regno felice e prosperoso, Stonespark, dove viveva una popolazione di artisti chiamata i Sassaioli, perché i sassi che loro dipingevano prendevano vita: ogni giorno, al tramonto del sole, i sassi dipinti si animavano, per poi ritornare sassi alle prime luci dell’alba. L’origine della magia era il fiume, un fiume incantato, e solo i sassi raccolti sulle sue sponde prendevano vita. Bene, anche noi ‘sassaioli’ romani abbiamo trovato il nostro fiume incantato: il Tevere, che se a Roma non trasuda certo di magia, nel suo fluire verso la città eterna ha modellato una valle larga e fertile che si adagia tra Umbria e Lazio. E’ qui, tra Orvieto ed Orte, che il fiume ci regala un greto ampio e generoso, facilmente raggiungibile, fiancheggiato da una vegetazione ripariale dove non è difficile avvistare nutrie ed aironi, circondato da terreni coltivati e piccoli borghi arroccati. In questo tratto la portata del fiume è influenzata dalla diga di Corbara situata a monte: può capitare quindi che il fiume sia ingrossato dall’apertura della diga, oppure che scorra placido e lento. Ma torniamo alla gita ed alle pietre : arrivati sul posto e verificato che il fiume non era in piena, prima che gli entusiasti cercatori mi si sparpagliassero in giro con il naso per terra, ho cercato di suggerire ‘cosa cercare’ e ‘come cercare’ (come Luciana Queirolo docet, l’imperativo è : osservare le forme, non farsi condizionare da immagini preconcette). C’è da dire che le pietre che si trovano sui greti dei fiumi non sono di facile interpretazione : levigate ed arrotondate dall’acqua, non sempre hanno una forma che può farne dei ‘suiseki’. Il Tevere però ci regala in questo tratto delle pietre molto particolari e affascinanti, la cui bellezza non sta nella forma, quasi sempre rotondeggiante, ma nel disegno che la natura si è divertita a creare sulla loro superficie. In questo caso si parla di ‘pietre disegnate’ e, quando se ne lucida la superficie, di ‘biseki’. Anche se la maggior parte hanno disegni geometrici, le più preziose, da un punto di vista suisekista, sono quelle Fig. 1 in cui nel disegno possiamo riconoscere un paesaggio (montagne, colline), oppure una figura umana o animale. Insomma, anche se la forma non è importante, lo deve essere il disegno! Inoltre, ho suggerito un piccolo trucco : velate da una leggera patina calcarea, non sempre le pietre svelano immediatamente la loro bellezza, ma basta bagnarle… e subito il disegno, se c’è, è apprezzabile e ben visibile. A questo punto, non li ho tenuti più: con il naso per terra ed uno spruzzino in mano, il gruppo si è disperso alla ricerca del proprio personale tesoro, anche con i piedi in acqua, e ben presto si sono sentiti i primi richiami, tra i toni dall’entusiasta al dubbioso: ‘Guarda cosa ho trovato!’, ‘Che bella questa!’, ‘… Ma tu cosa ci vedi?’.
Fig. 2 Fig. 3

Dal mondo del Bonsai & Suiseki

SI FA PRESTO A DIRE SASSI - Daniela Schifano

6

Fig. 4 - All’asciutto le pietre sono grigio-biancastre, poco accattivanti ….

Fig. 5

Fig. 6 - … ma i colori si scaldano nell’acqua ….

Fig. 7 - …. sì, eccola !

Come socia A.I.A.S. avevo già avuto la fortuna di vedere degli esemplari notevoli di questa tipologia di pietra che un socio dell’associazione trova in Valdarno ed espone nei nostri congressi. Trovarne anche sul Tevere ed in Umbria non solo è stato sorprendente ma ha anche sollecitato la mia voglia di saperne di più. Le mie ricerche però a tutt’oggi non hanno portato a molto ma ho saputo che : “Sono dei ciottoli di Alberese, chimicamente roccia calcarea per l’80% e argilla per il 20%, dette industrialmente Marne, materie prime per fabbricare calce e cemento. Il colore è dovuto principalmente a Sali di ferro (bruno, giallo o verde) e Sali di manganese (nero); quest’ultltimi spesso formano dendridi, cioè alberelli di infiltrazione. Sono di origine oceanica, formati nell’avanfossa della crosta del Mar Tirreno prima della formazione degli Appennini come depositi dell’erosione dei PaleoAppennini circa 60 milioni i anni fa. Tagliati possono avere vari colori e disegni dai quali ne deriva il nome : Pietra Paesina, Calcare litografico, Verde d’Arno, Rosso d’Arno, Tigrato d’Arno, Lineato d’Arno, Terra Bruciata del Paese di Rimaggio, Calcare Ruiniforme. Sono stati usati per tutto il Rinascimento dagli artigiani dei Medici e dei Lorena per i mosaici in pietra.”(Ringrazio il Prof. Carlo Quaglierini per queste informazioni ). Mi restano in sospeso però tante domande: perché queste pietre hanno i disegni solo in superficie? Perché i disegni sono più belli ed apprezzabili nelle pietre piccole, mentre in quelle più grandi sembrano come sbiaditi? In quale mirabolante modo si formano i disegni concentrici? Ma torniamo alla gita. Dopo un breve spuntino, addolcito dalla mia torta di mele, la ricerca è continuata e, come sempre accade, non si voleva più andar via! Nonostante gli avvertimenti, si è raccolto molte, troppe pietre e così gli entusiasti hanno dovuto fare più di un viaggio per portare alle macchine il bottino. Tornati sul sentiero, la domanda generale era : ‘Tu cosa hai trovato? Fa’ vedere, fa’ vedere…’. E così, aperti gli zaini, le nostre nuove pietre hanno dato vita alla loro prima ‘mostra’, senza daiza, tavoli, scroll e piante di compagnia, tenute semplicemente in mano o appoggiate sul pianale delle macchine, senza prendersi troppo sul serio e tra l’ilarità generale, nel gioco infinito del riconoscere ed disconoscere, del vedere e del non vedere. Da domani ci sarà il tempo per la selezione, per un’analisi più approfondita, per la riflessione e la critica, per pianificare pulizia e costruzione del daiza, oggi è il momento dell’entusiasmo, della gioia, del divertimento e del gioco. Daniela Schifano

Fig. 8

Fig. 9

Fig. 10

7

Dal mondo del Bonsai & Suiseki

A PROPOSITO DI SHIATSU - Manuela Baruffaldi

A proposito di Shiatsu

Testo e foto di Manuela Baruffaldi

Quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sullo shiatsu ho provato una grande gioia. Pensavo sarebbe stato facile, invece… mi sono accorta che non è poi così immediato passare “dal dire al fare”. Qual è la difficoltà ? La difficoltà è rappresentata dai molti punti di vista dai quali si può vedere la cosa. La parte teorica forse è la più semplice, perchè posso prendere spunto da un qualsiasi libro, sito o quant’altro tratti l’argomento. La verità è che la parte più difficile è cercare di trasmettere con le parole, l’amore, l’emozione, la passione per questa disciplina... Partirò quindi dalla parte più facile. La parola Shiatsu significa, in giapponese, “premere con le dita”.

shi = dito

atsu = pressione

E’ un’antica tecnica terapeutica di origine giapponese, ormai diffusa in tutto il mondo, che si basa sulla pressione manuale su determinate parti del corpo, per favorirne il benessere e ristabilirne lo stato di salute. Secondo la Medicina Tradizionale Cinese (MTC), da cui lo Shiatsu deriva gli assunti teorici di base, ogni essere vivente è la manifestazione di un’unica Energia Vitale chiamata “Qi” (o Ki), la cui caratteristica essenziale è di scorrere incessantemente in ogni parte del corpo. Se questo libero fluire dell’energia viene, per vari motivi, ostacolato, la vitalità dell’individuo ne soffre e lo squilibrio che ne deriva può portare a disturbi di varia natura. Attraverso lo Shiatsu possiamo aiutare l’energia bloccata o stagnante a riprendere il suo corso naturale. Muovendo e riequilibrando l’energia, possiamo sciogliere le tensioni accumulate e allo stesso tempo rinforzare i punti più deboli. I trattamenti Shiatsu, personalizzati e praticati in una situazione di totale rilassamento, favoriscono infatti il raggiungimento o la conservazione di un diffuso benessere psico-fisico e, di conseguenza, il miglioramento dello stato di salute. La pratica dello Shiatsu comprende diversi aspetti: utilizza il Cuore per consentire di entrare in contatto profondo con un’altra persona e aiutarla; utilizza il Corpo attraverso l’apprendimento e l’impiego di tecniche manuali specifiche e infine utilizza la Mente per comprendere la natura di determinate disarmonie e favorire il riequilibrio dell’individuo. Ecco perché, proprio attraverso un ascolto profondo, in questa disciplina operatore e ricevente diventano un tutt’ uno. E adesso la parte difficile… In MTC esiste un termine - Yi -, tradotto in italiano con la parola proposito, che rappresenta l’intenzione, il Cuore che colui che parla, pensa e agisce mette in ciò che esprime, nei suoni, nei pensieri e nelle azioni. Rappresenta la capacità di dare una forma ad una vibrazione che nasce dal Cuore. Yi è un aspetto importante che è presente in ogni persona ed è facendo riferimento a questo principio che tenterò di trasmettervi con le parole quello che per me ( e per molti altri), è il significato più profondo della pratica dello shiatsu. Cuore, Corpo e Mente. L’uomo, la donna, nella loro totalità, nella loro complessità: insieme sinergico di emozione, azione e pensiero. La visione d’insieme dell’uomo, slegata dall’idea del “curare il sintomo”, ma legata invece al “prendermi cura di”, è stato l’elemento fondamentale che mi ha portata verso lo Shiatsu. Il sentirsi accuditi, ascoltati, è stato determinante: avere la sensazione che ci si prenda cura di te, in quanto persona unica e irripetibile. L’unicità del trattamento shiatsu è nel suo essere “qui e ora”, ovvero, per quel ricevente, in quel momento, in quella particolare situazione, che domani potrà essere diversa. Le nostre mani….acqua che si adatta a ciò che trova sul suo cammino….accoglie, muove, circonda…. La pressione….graduale, attenta e profonda; che si adegua al punto... a quel punto... L’intenzione di muovere… nutrire….di dare una direzione all’energia, accompagnandola, senza forzarla, verso quella che è la sua naturale essenza... un Cuore vuoto che ci guida ed ecco che, attraverso un semplice contatto, a volte, ci appare quello che dovrebbe essere ed allora... la magia di uno scambio senza parole... una porta che si apre alla consapevolezza... la gioia di un amore incondizionato... e le vibrazioni si uniscono: non c’è più chi preme e chi è premuto, ma solamente un’unica, nuova, dimensione che nasce dal contatto. Ho chiesto alle/ai ragazze/i del primo anno del Corso Professionale per Operatori Shiatsu Xin di condividere le loro sensazioni ed emozioni, rispetto allo shiatsu... “una sensazione del Cuore, che elimina la barriera operatore/ricevente, che si amalgamano, diventano un’unica cosa”

Dal mondo del Bonsai & Suiseki

A PROPOSITO DI SHIATSU - Manuela Baruffaldi
“un contatto che diventa conoscenza; conoscenza di sé e dell’altro” “mani e corpo senza pensieri, senza giudizi e pregiudizi” “un aiuto nella propria espressione emotiva, nello scoprire cose di te che non sapevi, che ti permettono di andare verso gli altri in un modo nuovo” “l’aiuto all’ascolto: di sé e degli altri” “la riscoperta di una dimensione più umana, che aiuta a cambiare la vita nella sua qualità” “sono partita pensando di arrivare e mi sono trovata a partire tutti i giorni perchè ogni volta è un viaggio diverso” “Un regalo che va oltre le parole” Certo, ci sono anche i momenti difficili, i dubbi. Il guardarsi dentro non è mai facile, così come l’infrangere barriere costruite per proteggersi dagli altri. L’andare verso gli altri in assoluta umiltà e “sprovvisti” di preconcetti o pregiudizi può risultare difficile, ma solo in questo modo, con il Cuore vuoto, possiamo vedere la vera essenza delle cose e solo così possiamo porci davvero in ascolto. Per me, lo shiatsu è un meraviglioso mondo colorato. Spero di essere riuscita a regalarvi alcuni di questi colori. Da praticante, s’intende, ma so per certo che è un mondo condiviso con chi, con fiducia, si affida alle nostre mani. Operatore e ricevente: un binomio che può diventare un’unica meravigliosa vibrazione che parte dal Cuore. Cuore, in cinese Xin L’ideogramma rappresenta un cuore aperto verso l’alto, pronto a ricevere. A noi piace pensarlo come una ciotola vuota, che accoglie ciò che viene dall’alto senza mai riempirsi. Questa immagine esprime bene il concetto di Cuore Vuoto (o Vuoto del Cuore), che permette di agire senza intenzione, senza aspettative, ansie o desideri, ma con il giusto discernimento, perché ciò che è accolto è visto nella sua vera essenza.

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In un Cuore Vuoto e calmo nulla si attacca, nulla occupa indebitamente il posto facendone la propria sede... tutto si presenta ed è ricevuto per essere pesato e apprezzato.

1° Libro dei Riti

Grazie di Cuore a Riccardo, Barbara, Ruben, Simona, Cristian, Laura, Cristina, Ramona, Silvia, Viorica, Patrizia, Gabriella, alle Elisabette, Gloria, Marta e Rosa, che hanno condiviso con me queste emozioni.

Shiatsu e bonsai…. Quali le affinità???? Forse tante... perché il Cuore che ci mettiamo è lo stesso... ma non solo. A presto! Manuela Baruffaldi

Fig. 3, 4 - Natale Solidale 2008 Trattamenti shiatsu per raccogliere fondi a favore di Emergency

Fig. 1, 2 - Festa di Segrate – Settembre 2008

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Mostre ed eventi

LA MIA UBI 2009 - Giuseppe Monteleone

La mia UBI 2009

Testo e foto di Giuseppe Monteleone

Nei giorni dal 20 al 22 Marzo 2009 a Salerno si è tenuto il XIII Congresso Nazionale UBI. Inizio dicendovi subito che l’organizzazione del club di casa, l’Arbores di Cava dei Tirreni, è stata impeccabile. Ad iniziare dalla location scelta, il Grand Hotel Salerno sul lungomare, tutto quanto concerneva la manifestazione è stato studiato nel dettaglio così che l’accesso alle sale espositive e delle demo, oltre che ai vari stand dei mercatini, è risultata agevole, senza fastidiose sovrapposizioni, e soprattutto in maniera assai ordinata. Per l’ottimo lavoro svolto e per l’accoglienza riservata è obbligatorio fare i complimenti, sicuramente a nome di tutti i partecipanti, agli organizzatori e al Presidente Antonio Gesualdi. Finito con i doverosi omaggi agli organizzatori andiamo a commentare questa fantastica manifestazione. La partenza, in forse fino all’ultimo causa neve sulla A3, è prevista per sabato mattina. Il lavoro non mi permette di assentarmi fino dal venerdì, ma facendo buon viso a cattivo gioco controllo la macchina fotografica, le schede di memoria e la batteria. Constatato che non corro rischi di rimanere a metà lavoro, metto un cambio nello zaino e parto. Per strada freddo e neve mi accompagnano fino a Salerno, ma appena arrivato la calda accoglienza di Carlo Scafuri e Dario Rubertelli rimette tutto a posto. Non faccio in tempo a scendere che sono già nella sala mostra. Quattro ore di macchina mi hanno fatto venire voglia di calarmi subito nello spirito di questo evento e di ammirare i capolavori esposti ed a cercare di seguire le demo eseguite dalle quattro scuole riconosciute UBI. La prima cosa che noto è lo spazio dedicato ad ogni pianta. Nessuna è costretta in spazi angusti e non interferisce con altre. Questo permette di ammirare ed apprezzare ciascun bonsai senza che l’occhio sia distratto da altro. Così prima di aver guardato e commentato tutte le piante passano le ore. Mi accorgo che ne sono passate tre quando incrocio lo sguardo semi esasperato della mia fidanzata che mi accompagna….nei suoi occhi leggo “ma come fanno questi pazzi a stare tante ore a guardare piante????” ma ormai rassegnata non da voce a questo pensiero. Sono io che preso da una sorta di senso di colpa la libero dal “gravoso impegno” e le suggerisco di aspettarmi in camera. La promessa di raggiungerla dopo pochi minuti naufraga miseramente quando ci ritroviamo con Carlo a commentare le piante dei partecipanti al “Talento Italiano”. Nella mattina di Sabato, infatti, quindici bonsaisti si sono cimentati nel concorso che assegna la palma del più talentuoso giovane bonsaista dell’anno. Chi vincerà acquisirà anche il diritto di partecipare al concorso per il “Talento Europeo” in rappresentanza dell’Italia. Quest’anno la giuria decide che i fantastici quindici si cimenteranno su una pianta da vivaio di piccole dimensioni. A questo proposito vengono scelti 15 piccoli procumbens tutti appartenenti allo stesso lotto. Ovviamente le piante non sono tutte uguali e l’assegnazione avviene tramite sorteggio. Dalle nove all’una si lavora sulle piante. Ognuno cerca di tirare il meglio dalla sua e alla fine il risultato è veramente apprezzabile. La premiazione avviene durante la cena di gala e a spuntarla su tutti è Sebastiano Villante con una lavorazione a semicascata molto ben fatta. A lui quindi l’onore di rappresentare l’Italia al prossimo concorso Europeo. In bocca la lupo Sebastiano. Gironzolando nella sala intanto ho modo di scambiare qualche chiacchiera e qualche opinione con un po’ di gente che non conoscevo ancora. È sempre piacevole scoprire che nel nome di una passione comune, persone che non si sono mai viste prima si trovano a chiacchierare come vecchi amici. È così che dopo le otto di sera siamo ancora in sala a commentare le piante assieme a Carlo, Giorgio Castagneri e Michele Andolfo. Questi ultimi dimostrano di essere oltre che dei grandi bonsaisti anche delle splendide persone, disponibili e molto alla mano. In tutto questo la cosa che mi dispiace è non avere tutto il tempo necessario per conoscere tutti! Durante la cena di gala che chiude la giornata di sabato si svolgono anche le premiazioni. Il premio UBI 2009 per il bonsai è andato a Mauro Stemberger per il suo maestoso pino silvestre, a Fabio Mantovani per il suo elegantissimo Ginepro itoigawa, ed a Zino Rongo con il suo vetusto Leccio. Scommetto che l’alto livello delle piante in mostra deve aver messo in difficoltà la giuria, che oltre al premio UBI, hanno assegnato ben undici menzioni d’onore.

Mostre ed eventi

LA MIA UBI 2009 - Giuseppe Monteleone

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Pino silvestre – Mauro Stemberger

Ginepro itoigawa – Fabio Mantovani

Leccio - Zino Rongo

Le piante menzionate sono: Olivastro - Salvatore Liporace, Cipresso - Lorenzo Agnoletti, Quercia roverella - Alfiero Suardi, Ginepro fenicio - Emidio Mattia, Azalea - Gino Costa, Pino mugo - Donato Danisi, Bougainvillea - Rocco Cicciarello, Ginepro fenicio - Vincenzo Ponti, Ginepro fenicio - Paolo Miano, Pino mugo - Alfredo Salaccione, Olivo - Michele Andolfo. Parallelamente all’esposizione dei bonsai, ho potuto ammirare una splendida eposizione di suiseki, molti dei quali presentati dai soci AIAS. Devo dire che per quanto io sia assolutamente ignorante in materia, le pietre esposte sono veramente belle e costringono anche un profano come me ad ammirarle. Alcune evocano paesaggi, altre soggetti di più o meno immediata riconoscibilità, ma tutte hanno la capacità di catalizzare gli sguardi dei visitatori. Tra quelle esposte, la pietra vincitrice del premio UBI è quella di Marino Nikpal - “Amore materno”, mentre le menzioni di merito vanno a: Andrea Schenone, Angelo Attinà, Cesare Fumagalli. Per chiudere col discorso premiazioni, desidero ricordare che a quelli finora elencati sono stati anche assegnati i seguenti premi: Premio Picella: Ottavio Miano - Olivo 1° Class. Trofeo Arbores: Angelo Santoriello - Ginepro fenicio 2° Class. Trofeo Arbores: Franca Sellitto - Mirto 3° Class. Trofeo Arbores: Luciano Granato - Corylopsis Premio IBS (bonsai): Federico Balilli - Quercia Premio IBS (suiseki): Lorenzo Agnoletti - Pietra paesaggio Premio AIAS: Geppino Mauriello - Pietra oggetto 1° Classificato Premio “Bonsai Story”: Bonsai Club Sardegna Arriviamo quindi a domenica mattina, il vento freddo ci toglie qualsiasi velleità turistica per cui la mattinata la trascorro, in compagnia del mio maestro che intanto è arrivato, rimbalzando tra il mercatino e la sala esposizione. Qualche acquisto, qualche battuta con gli amici vecchi e nuovi, un pranzo veloce e l’ora dell’intervento di Luciana Queirolo è arrivata. La passione e il trasporto che traspaiono dalle parole di Luciana fanno si che l’uditorio si cali nel tema della discussione. Il tempo passa sempre troppo veloce quando gli argomenti ti appassionano e così, quando la conferenza ha termine, guardo l’orologio e mi accorgo che è ora di andare. Il maltempo che continua ad imperversare mi fa pensare che è più prudente non fare troppo tardi e così dopo aver salutato tutti eccomi sulla strada di casa. Ritrovo la neve e il pensiero che la prudenza non è mai troppa, mitiga un poco la delusione per non essere rimasto ancora un po’... ma tant’è. Il ricordo di questa bella manifestazione e la certezza di ritrovare degli amici la prossima volta sono a prova della neve di questa folle primavera.

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Mostre ed eventi

FESTA DI PRIMAVERA - Sergio Guerra

Festa di Primavera
Capita spesso che, all’ultimo momento si decidano di fare delle cose non previste, e così, alle undici di sabato sera, io ed il mio amico Tony Defina decidiamo di fare un salto, per il giorno dopo, a Rivalta Scrivia. A Rivalta si tiene la manifestazione “FESTA DI PRIMAVERA”, nei giorni di sabato 21 e domenica 22 marzo. Oltre alla mostra, il mercatino ed il workshop con il Maestro Keizo Ando si tiene anche il 16° e ultimo corso della Scuola d’Arte Bonsai, che rilascia il tanto agognato diploma ai partecipanti giunti alla fine dell’arduo cammino. Eccoci quindi in piazza, alle 7.30. Colazione veloce e partenza, dopo un’ora di volo a bassa quota eccoci nel piazzale retrostante l’hotel, dove si trovano già appostati i primi cercatori d’oro, pardon yamadori... ma visti i prezzi il paragone è ovvio. Nel girovagare fra un banchetto e l’altro mettiamo a fuoco volti conosciuti, vecchi amici e volti nuovi. Alcuni che conosciamo solo di vista, dal compassato Nicola Crivelli (Kitora), Enzo Ferrari (Mugo Mugo), Roberto Smiderle (Banzai) fresco di diploma (che senza elmetto non è immediatamente riconoscibile). Intanto nello spazio a disposizione dei partecipanti al workshop (Fig. 1), alcuni hanno già iniziato a lavorare le loro piante sotto l’occhio esperto del M° K. Ando (Fig. 2, 3), molto apprezzato in Giappone, oltre che come bonsaista, è quotatissimo per i suoi kusamono. Allievo del M° M. Hamano, ha insegnato alla scuola del suo maestro per circa 20 anni, ed è uno dei pochi maestri giapponesi non iscritto all’albo dei professionisti. Dal workshop alla mostra il passo è breve, all’ingresso del salone (Fig. 10) nel primo tokonoma spicca una composizione di shohin molto belli (Fig. 5), seguono tutte le altre piante, a nostro parere molto ben interpretate e soprattutto in perfetto accordo e con la giusta naturalezza che si addice ad ogni essenza (Fig. 4, 6, 7, 8). L’allestimento è semplice ma di buon gusto, una regola che alla fine non stanca mai. In fondo al salone sono esposti i lavori dei partecipanti all’ultimo corso della Scuola d’Arte Bonsai (Fig. 9). E a questo punto, giunta l’ora di rientrare, con una punta di tristezza, si sale in macchina e via, con una dritta e qualche suggerimento in più rubato qua e là, da aggiungere a quel minimo di esperienza che ci portiamo dentro. Piccola riflessione: molte volte i momenti non programmati sono fonte inaspettata di piccole gioie e felicità, e questa bella mattinata ne è stata un esempio. Felicità che aumenta perché la possiamo condividere con voi, grazie. Sergio Guerra
foto S. Guerra, A. Defina, N. Crivelli

Fig. 1

Fig. 2

Fig. 3

Fig. 4

Fig. 6

Fig. 7

Fig. 8

Fig. 9

Fig. 10

Fig. 5

In libreria

TECNICHE BONSAI - Antonio Ricchiari
Titolo: Tecniche bonsai. Vol. I e II Autore: John Yoshio Naka Editore: Edizioni Volonterio Pagine: Vol. 1: 270; Vol. 2: 442 ISBN: 9786000521950 - 978600050627 Prezzo: Vol. 1: € 36,15; Vol. 2: € 51, 65

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Il patrimonio didattico, tecnico ed artistico di John Naka, uno dei più grandi Maestri del Bonsai contemporaneo è racchiuso in due volumi che definisco – senza alcun dubbio - “la Bibbia del bonsai”. I volumi “Bonsai Techniques I, II” furono pubblicati nel 1973 per iniziativa del Bonsai Institute of California di Los Angeles. Seguirono poi innumerevoli ristampe in inglese. L’opera è stata poi tradotta in tedesco ed italiano ad opera del Bonsai Centrum Heidelberg. Innanzitutto credo che nessun bonsaista che si definisca tale possa omettere nella propria biblioteca la presenza e la lettura dei due volumi dell’Oyakata. Superfluo sottolineare la completezza delle informazione e la ricchezza dei dettagli di tecnica che Naka, con la sua proverbiale umiltà, mette a disposizione di tutti. Chi lo ha conosciuto personalmente e frequentato riferisce di un entusiasmo e di una ingenuità quasi infantile che lo accompagnò per tutta la sua lunga vita. Le oltre settecento pagine che compongono i due tomi sono ricchi di 1500 disegni del Maestro, estremamente esplicativi che conducono il lettore, via via, dai primi passi fino alle soluzioni più avanzate e complesse. E’ un cammino che viene compiuto con la dovizia e l’esperienza di un Maestro che ha affinato una didattica estremamente efficace. Si può essere bravissimi bonsaisti estremamente esperti e pessimi insegnanti. Sono due strade completamente diverse: Naka era ai vertici di tutto. John Yoshio Naka nasce il 16 agosto 1914 a Ft. Lupton, nel Colorado. All’età di 8 anni torna con i genitori in Giappone ed inizia la sua conoscenza del bonsai. Vi rimane fino all’età di 21 anni e nel 1935 ritorna nel Colorado. Nel 1946 si trasferisce a Los Angeles con la famiglia e fino al 1946 si occupa di arredamento dei giardini. La prima mostra di bonsai a Pasadena, California, risale al 1950. Nello stesso anno fonda il Club Bonsai Sud California, divenuto poi Bonsai Institute of California di cui fu sempre Presidente. La sua attività didattica inizia nel 1957 con seminari, lezioni e dimostrazioni che lo hanno visto protagonista in tutte le parti del mondo fino agli ultimi anni della propria vita. E’ stato in Italia varie volte per una serie di lezioni, turista attento e scrupoloso che ha mostrato estremo interesse per il nostro patrimonio artistico… ma anche per quello gastronomico! Uomo di estremo spirito, con un sense of humor tutto orientale che ha generato parecchi aneddoti fra quanti lo hanno seguito. Non ho titoli e meriti per giudicare questo grande Maestro dal punto di vista artistico; egli ha contribuito enormemente alla conoscenza ed alla diffusione del bonsai anche in Italia, di quel Bonsai John Naka, Toshio Saburomaru e Yuji Yoshimura - Foto di Mike Page che nel dopoguerra si è guadagnato un successo straordinario. Posso solo raccomandare alle nuove leve di leggere attentamente questi due tomi che sono alla base di tutto il bonsai. Non si può pretendere di tagliare chissà quali traguardi se non si inizia da quello che il Maestro raccomanda e scrive. “Tecniche Bonsai” va portato sempre sottobraccio, letto e riletto, consultato. Solo così si può sperare di arrivare a risultati “strabilianti”… ma a noi forse non interessa stupire il prossimo, come non interessava anche al Maestro. Il Maestro conclude il suo lavoro scrivendo che “lo studio del bonsai sembra non finire mai. Più si avanza, più l’obiettivo appare lontano. La gemme di oggi che domani si trasformerà in ramo, sembra voler suggerire di continuare a imparare, con impegno, tutto ciò che la natura ha da offrirci. E’ come cercare la base di un arcobaleno, appagamento e svago consistono nella ricerca stessa.“. Poche parole che a mio avviso hanno il valore di un testamento spirituale. Cerchiamo di non dimenticarle fino a quando John Naka fotografato da Patrick Giacobbe nel 1985 al Festival faremo bonsai, con il gusto, la modestia, l’entusiasmo che quest’arte pretende. Morakami Hatsumi in Florida

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Bonsai ‘cult’
ESTETICA O QUINTESSENZA DEL BONSAI? - A. Dal Col

Estetica o quintessenza del bonsai?

Testo e foto di Armando Dal Col

Un Bonsai dall’aspetto naturale non è molto apprezzato in quanto tale, ed è sicuramente così quando ci troviamo di fronte ad una pianta che è stata solo potata per ridurne le dimensioni e fatta crescere in un vaso bonsai. Ma se noi riusciamo a creare un Bonsai dall’aspetto “naturale” cercando di riprodurre la naturalezza e la semplicità offerta da Madre Natura ma che in realtà una bellezza così perfetta in natura non esiste o è difficilissimo riscontrare, avremo sicuramente raggiunto lo scopo. Sembrerebbe un gioco di parole, ma imitare la natura nella sua semplicità penso sia la cosa più difficile nell’imprimere quel particolare fascino in un Bonsai con le caratteristiche sopra elencate. Mentre con la padronanza delle tecniche acquisite sarà più accessibile creare dei Bonsai sofistiCarpino bianco dall’aspetto “naturale”. La “Quintessenza” Bonsai. cati che però hanno poco di “naturale”. L’uomo nasce imperfetto, ed è straordinariamente affine a quello di un bonsai e per crescere ha bisogno di una società sana e di una famiglia premurosa. La società detta le regole del vivere, raddrizza dove c’è da raddrizzare, sviluppa dove c’è da sviluppare, a volte elimina più o meno drasticamente. La famiglia aiuta, indirizza, nutre, consola e protegge. L’uomo, per essere degno di tale nome, deve vivere nel mondo con individualità, armonia e dignità: deve coltivare costantemente queste caratteristiche, rendendole mezzo e fine della propria esistenza. Un bonsai ha queste caratteristiche, e se non le ha bisogna aiutarlo a svilupparle. Il bonsai possiede individualità, giacché creazione dell’uomo: il bonsai non è natura, la Natura è nutrice; resta compito dell’uomo dare a ogni pianta peculiarità uniche, che lo distinguano dagli altri. L’individualità, da sola, non è però sufficiente: è importante che vi sia armonia, che non è, o non è solo, bellezza di forme, ma soprattutto accordo con le leggi della Natura. Non è armonico un bonsai che in natura non potrebbe esistere, perché tutto ciò che è “in piccolo” deve poter essere “in grande”. In caso contrario, a nulla vale l’individualità. L’unione e il raggiungimento di questi due caratteri danno come risultato la dignità; la bellezza non è punto di arrivo per il bonsai, ma di partenza; (in termini filosofici: Wabi e Sabi), che però, dal punto di vista filosofico, sono e devono essere al servizio della natura: quella che è Madre, vale a dire il ritmo delle stagioni con tutte le sue regole; e quelle della pianta, con le sue caratteristiche ed esigenze, che dell’altra è figlia. La bellezza infine da sola è poca cosa, e meno che mai pura estetica, perfezione di forme.
In primo piano il famoso Faggio “Patriarca” il quale, rappresenta per me la “Quintessenza” Bonsai.

Armando Dal Col

Bonsai ‘cult’ VALUTAZIONE DI UN BONSAI... - Giovanni Genotti

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Valutazione di un bonsai in mostra

Testo di Giovanni Genotti

Impressione splendido buon effetto albero credibile accettabile Piedi e radici per piede per disposizione radici per suddivisione Tronco per conicità per forma per maturità Rami per posizione per forma per densità Miniaturizzazione Tecnica Vaso Paesaggio Salute

Max 30 p
da 30 a 25 da 24 a 15 da 14 a 5 da 4 a 1

Max 15 p
5p 5p 5p

Max 15 p
5p 5p 5p

Max 15 p
5p 5p 5p

Max 5 p Max 5 p Max 5 p Max 5 p Max 5 p

Tabella assegnazione punti

E’ difficile valutare un bonsai. Il giudizio può essere molto influenzato dal momento vegetativo. E’ di primaria importanza, per essere oggettivi, conoscere il comportamento dell’essenza in nutura, ma non soltanto nella sua struttura, ma anche nella reazione agli interventi aerei e radicali a cui dev’essere sottoposta per giungere al risultato. E’ indispensabile distinguere il bonsai cinese (pejing)che esprime quasi sempre un messaggio, dal bonsai giapponese che idealizza esteticamente una pianta in natura. Valutare un bonsai in stile cinese è per noi occidentali quasi impossibile perchè non abbiamo punti di riferimento nella nostra cultura su cui poggiare un giudizio. Per molti bonsai giapponesi la valutazione si basa confrontando l’armonia dei punti focali che conferiscono albericità evidenziata negli stili codificati e mettendoli in relazione: base ben salda, grandezza e conicità del tronco, posizione, grandezza e angolazione dei rami, fronte, inclinazione e armonia tra rami e tronco, forma dell’apice, chioma, equilibrio vegetativo, miniaturizzazione delle foglie..... Naturalmente per i bonsai educati in stili cosidetti artistici, come il litterati, il bosco e l’ishizuki, tra i diversi punti succitati possono averne alcuni di grande importanza, come la sofisticata semplicità delle linee del tronco, l’armonia tra le piante, mentre possano in secondo piano come la grandezza del tronco, la posizione e la direzione dei rami. E’ più facile valutare una pianta educata a bonsai da seme, da talea o da margotta, mentre è più difficile valutare un bonsai il cui materiale di partenza è stato raccolto in natura, in quanto la chioma ricostruita con i rami presenti non è solitamente in armonia con il tronco che la sorregge. Si tenta di superare le difficoltà con l’artificio di creare chiome a semisfera o ad ombrello sempre uguali senza vuoti e pieni. Chiome che non rispettano assolutamente l’armonia derivante dalla diversità vegetativa delle varie essenze. Non ci sono soltanto bonsai di pini o ginepri come per lo più si riscontrano nei cosiddetti studi di istruttori bonsai. Tali piante formano soltanto una piccolissima parte delle piante in natura e bonsaizzabili. Sono pochissime infatti le essenze che non accettano le tecniche di miniaturizzazione, o per le caratteristiche dell’apparato radicale, o per l’impossibilità di potature. Una valutazione abbastanza reale di un bonsai che rientri in uno degli stili codificati si può fare assegnando un punteggio (sempre un pò soggettivo) che può variare anche da pianta e pianta in relazione alle caratteristiche proprie dell’essenza (un tronco maturo può essere piccolo o grande) e anche in relazione alla crescita stessa. Una scheda utile è la seguente, assegnando un punteggio massimo di 100 punti (vedi ‘tabella assegnazione punti’). Lo schema proposto non è l’unico ma può essere considerato sicuramente come una base su cui costruire un giudizio oggettivo. Sperimentalmente si è provato che per una stessa pianta valutata da tre esperti non comunicanti tra loro, i tre punteggi totali erano molto vicini, per cui sulla loro media era possibile giungere ad un giudizio molto reale ed oggettivo. E’ poi importante quando viene data una valutazione, che il giudice o i giudici giustifichino per iscritto la formulazione del loro pensiero. Infine, ogni bonsai dev’essere giudicato in ogni momento e non soltanto nel periodo dell’anno che corrisponde al suo massimo splendore. Un glicine o un acero nel pieno della fioritura, o colorazione fogliare, potranno avere una valutazione d’impressione migliore, ma un gran peso sarà anche dato dagli altri parametri che compaiono nella scheda. Giovanni Genotti

15 L’OCCASIONE DEL FARE - Valerio Cannizzo
La mia esperienza

La mia esperienza

L’occasione deldelfare il costante impegno nella lavorazione bonsai
di Valerio Cannizzo

“Bisogna realizzare, è inutile parlare di come è fatta una casa, bisogna costruirla passo per passo, momento per momento e avere il coraggio di tirarci fuori e metterci in discussione”, afferma Giovanni Michelucci nel libro intervista curato da Andrea Aleardi e Giacomo Pirazzoli, L’ultima Lezione (Biblioteca del Cenide Editore, Cannitello 2001). Il buon operato può essere discusso solo dopo essere divenuto concreto, è possibile parlare della propria esperienza, della propria ricerca, del proprio punto di vista, quando il frutto è maturato e solo dopo è possibile mettere tutto in discussione e ricominciare da capo. Attraverso un costante impegno una continua ricerca si prendere coscienza del risultato conseguito. La riflessione trova spunto dall’insegnamento del maestro, dove alla base dell’opera non si trova il prodotto finito ma l’impegno che l’ha generata. Il valore dell’opera è dato dal tempo passato a ragionare, a sperimentare, a sbagliare e ricominciare tutto da capo, solo in questo modo il percorso tracciato dell’autore nel conseguire il suo risultato, è degno di essere continuato. Le occasioni di fare sono legate alla volontà soggettiva, una espressione artistica non deve essere necessariamente commissionata per essere realizzata. Ad un pittore è sufficiente una tela per esprimere il proprio pensiero, ad uno scultore è necessario un blocco di marmo e allo stesso modo ad un bonsaista un pianta. L’opera d’arte, frutto di una ricerca sicura, si struttura e si affina su centinaia di metri di tela dipinta o su decine di metri cubi di marmo scolpito. Nel bonsai le occasioni di lavoro sono legate sempre più spesso alla possibilità di avere a disposizione del materiale interessante da formare. Spesso però ad un bonsaista giovane è più utile, per costruire un’esperienza sicura, un lavoro costante su piante “comuni” anzichè su un raro esemplare di carattere. Le fasi che caratterizzano la realizzazione di un bonsai sono diverse e presentano molteplici sfaccettature fino a rendere ogni esperienza unica e irripetibile, le variabili offerte da un pianta sono infinite e solo un approccio diretto può affinare la sensibilità necessaria a valutare pregi, difetti, punti di forza di un esemplare. La strada percorsa all’inizio della formazione personale alla cultura del bonsai è spesso legata alla lavorazione di piante acquistate in vivaio con poche decine di euro, che spesso vengono velocemente messe da parte e sostituite con piante più “impegnative”, senza comprendere che queste sono la base per imparare e soprattutto per tenersi allenati alla disciplina del bonsai. Nella fase pratica di realizzazione non esiste alcuna differenza tra una pianta da pochi euro ed un esemplare importante, il sentiero del fare è tortuoso e faticoso in entrambi i casi. Nella prima fase, solitamente quella della scelta, è molto più complesso cogliere delle sfumature interessanti che dovranno essere esaltate successivamente con il progetto, la legatura allo stesso modo richiede l’affinamento della manualità che solo un continuo passaggio di filo tra i rami può dare. Il valore di una pianta comune e quello di un interessante esemplare al fine della formazione personale e del continuo allenamento può essere considerato pari. La differenza è legata ad un grado di libertà in più offerto dal piccolo esemplare acquistato in vivaio, la facile possibilità di recupero e l’economia del materiale che sommate si trasformano in maggiore possibilità di lavoro da dedicare alla pratica del bonsai. La riflessione condotta sin qui è frutto di alcune considerazioni volte a mettere in discussione il lavoro svolto sino ad ora e ricominciare da capo mettendo da parte, questa volta, le piante più interessanti e recuperando quelle che apparentemente possono sembrare di poco conto, con il solo fine di scegliere, comporre, legare il più possibile. Questo modesto contributo è da introduzione ad un lavoro pratico svolto negli ultimi mesi e che ha portato ad un risultato personale, non nella qualità del prodotto finito ma nell’affinamento delle pratiche necessarie per percorrere la via del bonsai. Valerio Cannizzo

La mia esperienza COSTRUZIONE DI UN TAVOLINO - Sergio Guerra

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Costruzione di un tavolino
di Sergio Guerra

La mia esperienza

Fig. 1

Fin da bambino venni attratto dalla lavorazione del legno, ragione per cui vivendo fuori dal paese in mezzo alla campagna, avevo sempre in tasca un temperino con il quale intagliavo rami facendone bastoni di tutti i tipi. Con il passare degli anni questa passione è continuata ,e dai rami sono passato a mobiletti, sgabelli, piccoli oggetti, fino ad arrivare a dei veri e propri mobili, per necessità, visto che in commercio le misure che mi servivano non esistevano, e come si suol dire, tagliata la testa al toro decisi di costruirmeli. All’inizio della mia avventura nel campo bonsaistico, questa mia passione si è rinverdita ed iniziai a fare i primi tavolini molto semplici , senza un minimo di esperienza in misure dimensionali, stili e ancor meno in fatto di esposizioni. Con il passare del tempo cominciai a curare molto di più questi particolari, variando le forme e cercando di adattare il tavolo sia al vaso che alla pianta, non che adesso abbia molte più nozioni di allora, ma tra un consiglio e l’altro ho sopperito ad alcune gravi lacune. Qualche mese fa, visto l’avvicinarsi della stagione invernale e con le piante prossime al riposo (e di conseguenza con un po’ di tempo libero in più), decisi di costruire un tavolino e dopo aver vagliato diverse soluzioni, m’apprestai a realizzare quello che più mi piaceva; con la matita ed un foglio di cartoncino cominciai a disegnare il progetto. Fin qui tutto bene (Fig. 1), il metterlo in pratica un po’ meno visto il lavoro di ritaglio previsto nel progetto. Sarei andato incontro a tutta una serie di difficoltà tecniche, ma ormai la decisione era stata presa e non rimaneva che procedere nella lavorazione, in primo luogo cercando il materiale necessario. Trovata una tavola di ciliegio (avrei preferito il noce oppure il mogano ma non li trovai) tagliai i pezzi che mi servivano, ritagliai il cartoncino che avevo usato per disegnare il progetto (Fig. 2), tracciai le tavolette ed iniziai a traforarle (Fig. 3). Il risultato nonostante le difficoltà iniziali mi sembrò soddisfacente (Fig. 4), così decisi di proseguire con le rifiniture creando i bassorilievi e carteggiando per arrotondare gli spigoli delle greche (Fig. 5); a questo punto il lavoro più ostico era terminato.

Fig. 2

Fig. 4

Fig. 3

Fig. 5

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La mia esperienza COSTRUZIONE DI UN TAVOLINO - Sergio Guerra

Fig. 6

Passai quindi al taglio e all’incollaggio della base(Fig. 6), e del piano con relativa cornice (Fig. 7). Il piano del tavolo dopo l’assemblaggio con la cornice è stato sagomato direttamente sul bordo; infine, prima della verniciatura, il piano è stato assemblato con la base, per poi passare alla ultime rifiniture di raccordo (Fig. 8). Nella foto 9 si può vedere il risultato finale del montaggio prima di passare alla finitura. Ultima e definitiva fase è la verniciatura, per me la più complicata di tutte per il fatto che a mio parere deve essere fatta in modo che non assomigli ad un mobile laccato e lucido, ma bensì deve dare l’impressione di vecchio e antico. Faccio notare che il legno è comunque sempre “vivo ed in continuo movimento”, e cosa fondamentale ha “bisogno di respirare”, altrimenti secca talmente tanto fino a formare delle crepe. Per la finitura ho deciso di optare per un sistema usato dagli ebanisti per il restauro di mobili antichi e di pregio, colorandolo qundi con una mistura di terre diluite con acqua. Ad asciugatura completata è stato trattato con cera a caldo, spazzolato e lucidato. E per concludere ecco come si presenta il tavolino finito (Fig. 10, 11). Pur essendo stato appena costruito ha già un’aria vissuta quasi quanto i bonsai che gli verranno esposti sopra. Sergio Guerra

Fig. 7

Fig. 10

Fig. 8

Fig. 9

Fig. 11

La mia esperienza

ACERO CAMPESTRE - Armando Dal Col

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Percorso evolutivo di un acero campestre - II parte

La mia esperienza

di Armando Dal Col

C’eravamo lasciati, nel Magazine di Marzo, con la prima parte dell’evoluzione di questo acero campestre. L’acero, prelevato direttamente dal campo (1993), è stato sottoposto a una prima serie di lavorazioni significative, innanzitutto per ridurne le dimensioni (l’altezza originale era quella di una pianta alta quattro metri!) e il pane radicale. Poi, attraverso l’uso di innesti passanti e per approssimazione si è contribuito a creare la nuova ramificazione, nella zona in cui la pianta si presentava spoglia. In questo secondo step vedremo come, tramite una serie di successivi rinvasi, la pianta cominci a prendere sempre più la forma e le caratteristiche di un bonsai . Buona visione! Armando Dal Col

Fig. 1

Febbraio 1999, si rinnova il trapianto. Mia moglie Haina mi assiste nell’ennesimo rinvaso. Il pane radicale deve essere ispezionato e ridotto.
Fig. 3

Liberando il terriccio, è stato possibile valutare l’intervento di un’ulteriore riduzione dell’apparato radicale, segando di netto una porzione del tronco.

Fig. 2

Ulteriore riduzione dell’apparato radicale.

19 ACERO CAMPESTRE - Armando Dal Col
La mia esperienza

Fig. 4

L’apparato radicale è stato lavato con un getto d’acqua per togliere tutto il vecchio terriccio.

Fig. 5

Fig. 6

L’acero è stato rinvasato ancora in un vaso di Dicembre 2004. La struttura dell’Acero è coltivazione più basso di quello precedente, sempre più interessante. L’acero campestre grazie all’estrema riduzione delle radici. ammirato nella sua “nudità”. La ramificazione è giunta a un buon livello.

Fig. 8

Maggio 2005, l’Acero si veste di una miriade di tenere foglioline dai riflessi rosati. La struttura delle branche è giunta a un discreto livello, e in un futuro abbastanza prossimo lo vedremo sicuramente migliorato. Il fogliame è abbastanza miniaturizzato rispetto i suoi simili che vivono spontanei e, il Nebari, è particolarmente attraente.
Fig. 9

Luglio 2005, l’Acero campestre visto nella livrea estiva. Ci vorranno ancora un paio di stagioni vegetative per raggiungere un buon risultato, dopo il quale si meriterà un’adeguata cornice adatta alla struttura del Bonsai.

Fig. 10

Con la caduta delle foglie, si è deciso di perfezionare le branche ed i numerosi rametti applicando il filo. L’immagine è del gennaio 2007.

La mia esperienza

ACERO CAMPESTRE - Armando Dal Col

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Fig. 11

L’Acero è pronto per affrontare un ennesimo rinvaso

Fig. 13

Fig. 12

L’Acero è caricato sul piano della carriola per essere trasferito sul tavolo per essere rinvasato.

In questa immagine l’Acero evidenzia il poderoso nebari, ma soprattutto l’acquisita conicità del tronco.

Continua...

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A lezione di suiseki
ESPOSIZIONE DI UNA PIETRA...

- Luciana Queirolo

Esposizione di una pietra in un vassoio

Suiban - Doban: impariamo a conoscerli

Se vuoi sentirti Terra, Cielo, Albero, Animale, devi essere, almeno una volta, testimone del levar del Sole. C’è un attimo di attesa in cui tutto tace. Il Cielo sbiadisce in tenui Azzurri e Violetto. Si accende all’Orizzonte una bava di luce calda; lingua di arancio e di fuoco che veloce avanza, lambendo le cime, su in alto. Parte il Canto di un passero. E’ il segnale. Luce dorata inonda i fianchi del declivio, scivola, fugando la penombra della Valle. Un velo di Nebbia si solleva. Mondo svegliati, è mattino!
Fig. 1

1996

Trovare questa pietra fu una grande emozione. Ne subii il fascino a tal punto che sentii allora, la necessità di descrivere ciò che per me essa rappresentava. Navigando su internet, ho trovato la sua foto tra le pagine di una scuola di “Arte della ricerca delle pietre” ( Tanseki koo ) gestita da Francisco Sola, in Argentina. La suggestione di quella pietra rimane, dunque intatta, richiamando pur in chi è da noi molto lontano, paesaggi familiari.

Fig. 2

Esporre oggi, anno 2009, una pietra in suiban con quella fine sabbia desertica … con le informazioni attuali, sarebbe ancora una scelta accettabile? Tutto cominciò ….. Una pietra montagna, posta in un contenitore, ci riporta alle origini dell’ antichissima arte dell’osservazione delle pietre. Questo modo di esporre, ebbe origine in Cina, anche se là oggi raramente usato: lo shi zuo (base di legno) ha raggiunto una tale importanza e ricercatezza, che una pietra in Cina non viene considerata neppure di valore, se non è completata dal suo shi zuo. Al contrario, questo metodo espositivo è particolarmente apprezzato in Taiwan (Yashi), Corea (Suseok) e Giappone (Suiseki).

A lezione di suiseki
ESPOSIZIONE DI UNA PIETRA...

- Luciana Queirolo

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“Dal quattordicesimo all’inizio del diciassettesimo secolo, la prima configurazione per l’esposizione delle pietre in Giappone fu in un takezuna-bon ovale (“alto vassoio con sabbia”), profondo 5 cm, laccato in nero. (Questa estetica della pietra nacque in Corea). Furono chiamati bon-zan e l’immagine complessiva veniva valutata più per il vassoio che per la relazione, in scala ridotta, con il paesaggio.“ In seguito, una nuova estetica (sviluppatasi soprattutto nel contesto del la cerimonia del tè) che trasportò più enfasi sulla pietra come riferimento allo spazio profondo attraverso l’allusione ad un panorama, portò alla preferenza del daiza di legno. Chiaramente, il metallo non è più “artificiale” della creta o del legno. Infatti i 5 elementi dalla Cina antica includono il metallo. Cinque elementi: terra, acqua, vento, fuoco (legno) & metallo. Il famoso suiseki chiamato, per l’allusione letteraria, “Ponte Galleggiante dei Sogni” (Yume no Ukihashi) è stato mostrato da sempre in un profondo vassoio cinese di bronzo; la pietra, parzialmente affondata in sabbia grossolana bianca. Alcune pietre storiche vengono comunemente esposte in vassoi di bronzo o laccati con comuni ciottoli bianchi che erano il loro standard originale Fig. 3 e che sono stati mantenuti sino ad ora attraverso i secoli (l’uso dei ciottoli piuttosto che sabbia, continua in Corea nelle mostre personali, perché è più facile tenerle pulite ed in ordine). Gli antichi contenitori erano, in origine, bracieri.
Fig. 4 - un Te-aburi: piccolo braciere portatile, per scaldare le mani ed il tè. Veniva portato all’ospite come atto di accoglienza.

Fig. 5 - esposizione in Kyoto, anno 2003

Doban in bronzo, sovente di origine cinese, vengono oggi spesso usati durante l’esibizione di pietre giapponesi, in Giappone. Il Doban come pure il suiban grezzo, può essere utilizzato in qualsiasi momento dell’anno. La funzione del bronzo, come per il legno, è quella di elevare ( in senso metaforico oltre che pratico), una pietra al divenire Suiseki. Il doban più recentemente ha perso gli antichi connotati: è più largo e basso.

Fig. 6

Fig.7

Fig. 8

Fig. 9

23 A lezione di suiseki PIETRA... - Luciana Queirolo ESPOSIZIONE DI UNA
Jean Michel Guillaumont: “Tra il cielo e la terra ci sono “dieci mila” esseri, rappresentati da “dieci mila” grani di sabbia tra gli angoli del Suiban ed il Suiseki. Il tutto è un’immagine dell’intero cosmo. Una pietra è un’immagine di invariabilità e la sabbia un’immagine di impermanenza. Portando insieme l’immutabilità (Fueki) e l’effimero (Ryuko) in un Suiban si crea un “mondo completo . Spesso, i principianti nell’arte del Suiseki attribuiscono tutta l’importanza alle sole pietre, mentre i contenitori (Suiban) e la sabbia sono solo considerati solamente come oggetti “utili” all’esposizione . Tutti e tre i componenti (Suiban, pietra e sabbia ) debbono essere invece scelti con cura e raffinatezza . In un certo modo sono simbolicamente correlati alla triade dell’Estremo Oriente “ Cielo, Terra , Uomo “ (Tian-di-ren in Cinese). Il Tutto dovrebbe essere bilanciato e armonico , anche se la pietra occupa il primo posto .” Uhaku Sudo, maestro di scuola del Keido, usa dire che il suiban è il microcosmo e la sabbia è lo spazio ed il nulla.

Fig. 10, 11 - Suiban prodotti da Milan Klika, rep. Ceca

l Suiban è un vassoio a fondo piatto a tenuta stagna e bordi atti a contenere acqua, sabbia, onde facilitare il posizionamento e l’equilibrio di un suiseki, costruito in gres o ceramica: suiban in gres (rosso, verde, marrone o grigio scuro) a superficie opaca; suiban smaltati a superficie lucida o semi-lucida: puntinata, marezzata a più colori (buccia di pera), a smalto colato (es: blu scuro con screziature bianche sfumate), oppure uniforme. I colori possono essere neutri o pastello: beige, grigi, verdi, azzurri, bleu, rossicci, terra, senape...; preferibili i neutri, è soprattutto essenziale che armonizzino perfettamente con la pietra e con la sabbia. Un suiban dovrebbe essere lungo almeno due volte la lunghezza della pietra. Una minore o maggior ampiezza dello spazio vuoto determina otticamente la prospettiva, allontanando od avvicinando l’oggetto posto sul vassoio. Il concetto MA dà valore non solo allo spazio fuori dal contenitore, ma esalta quello creato in esso. Suiban (soprattutto giapponesi) hanno normalmente bordi stretti, che variano in profondità dai 6 mm ai 2 cm a seconda dell’ampiezza. I bordi bassi sono correttamente utilizzati per pietre eleganti, con superficie di base sostanzialmente piatta e per evocare paesaggi in lontananza o ad ampia visuale. Fig. 12 - Suiban in gres bruno a bordi sottili. Una vecchia foto rovinata; dove la pietra era troppo lunga rispetto al vassoio. Una pietra a bassa scogliera che, accompagnata da una coppia di granchi in bronzo, mi fece “sentire” il suono della risacca. La nominai “il riposo del migratore” immaginandola anche come banco di sabbia in mezzo al fiume. Entrambe le interpretazioni (banco di sabbia o tavolato di scogli) sono immagini a veduta ravvicinata di una piccola realtà naturale. Questo rende giustificabile la quasi assenza di spazio intorno, al contrario indispensabile nella osservazione di una pietra ad isola. Questa differenziazione è frequentemente riscontrabile nei cataloghi di esposizioni giapponesi. E’ comunque da rilevare come il concetto e l’importanza dello spazio vuoto nell’esposizione abbia avuto una evoluzione ben definita negli anni

Fig. 13 - 1965

Fig. 14 - 1965

Fig. 15 - 1968

A lezione di suiseki
ESPOSIZIONE DI UNA PIETRA...

- Luciana Queirolo

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Fig. 16

più recenti. E’ indispensabile una profondità maggiore, per suiseki di base irregolare. I bordi, alti e più spessi (prevalentemente cinesi etc. ), sono indispensabili a pietre possenti e per paesaggi a distanza ravvicinata. Una maestosa isola-montagna vista a distanza ravvicinata ben si armonizza con le seguenti caratteristiche del suiban: 1) forma preferibilmente rettangolare (od ovale); 2) bordi spessi, a sponde diritte, angoli squadrati ; oppure fortemente concavi o convessi . Fig. 17 3) piedi tozzi e squadrati; piedi importanti, lavorati. 4) colorazione brillante che ben si armonizzi con le tonalità della pietra senza competere e senza ripeterne il colore dominante; semi-opachi; pannelli decorati in rilievo; imperfezioni solo apparentemente grossolane. Smalto irregolare o colato ben si accompagna a pietre forti, che non temono concorrenza. Qui, un gruppetto di vecchie foto, che ricordo con piacere perché testimoni di prove, sperimentazioni, sbagli ed apprendimento (io spero).

Fig. 18

Fig. 20

Fig. 19

Fig. 21

25 A lezione di suiseki PIETRA... - Luciana Queirolo ESPOSIZIONE DI UNA

Fig. 22

Pietre dai contorni morbidi richiedono un suiban ovale dalle sponde arrotondate o piatte; bordi bassi e stretti; piedini molto bassi o rientranti e per questo poco visibili. Pietre la cui forte personalità sia determinata da una texture rude, mitigata da una forma elegante, ben si adattano a suiban ovali o rettangolari dalle sponde diritte ma basse, con bordi larghi, smalto regolare, colori chiari o scuri decisi e brillanti. Pietre importanti, storiche avranno degna cornice se posizionate in vassoi di bronzo o rame (doban) pressochè introvabili, magari patinati dal tempo: Doban rettangolari, ovali, rotondi; con alti bordi, soprattutto se nati come bracieri; ovali, bassi, a sponde diritte, a volte intarsiate in argento, soprattutto se utilizzati per suiseki di grande personalità e struttura articolata. Anche la patina di un suiban in gres od in ceramica, è comunque importante; tanto quanto la patina della pietra. I vassoi, in attesa di venire esposti, vanno periodicamente sottoposti alla cura che si applica alle pietre da interno: strofinati con pezze di cotone (o lino) pulite; tale patina si renderà più velocemente evidente, sfregando i bordi con le mani. La perfezione della forma e della superficie di un suiban non è condizione insopprimibile. Tuttavia, una lineare ed elegante suiban-ishi ( pietra per suiban, come può essere considerata una shimagata -ishi o pietra- isola distante) posta in un sottile e perfetto suiban giapponese in gres verde (Seladon-suiban), armonizzerà perfettamente, donandoci sensazioni di tranquilla, sommessa eleganza… ma questa è una esposizione che mi riservo di illustrare nel mese di maggio … il mese dei fiori … primavera: la stagione dei suiban smaltati…. Alla prossima! Luciana Queirolo

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SANDRO SEGNERI - Giuseppe Monteleone

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Sandro Segneri

Intervista a cura di Giuseppe Monteleone

C

ari amici, da questo numero inizia un percorso pensato per voi che ci porterà ad intervistare ogni mese un grande personaggio italiano del mondo dei suiseki e di quello dei bonsai. Presenteremo, alternandoli, i personaggi ‘storici’ così come gli istruttori di oggigiorno. Parleremo si di tecnica, ma la nostra sfida più grande sarà quella di mostrarvi l’uomo. Iniziamo questa nuova rubrica con l’intervista al Presidente dell’IBS, nonché fondatore della Bonsai Creativo School - Accademia, Sandro Segneri. Chiunque si sia solo interessato al bonsai conosce Sandro, quindi non tocca a me presentarlo, lo farà a lui stesso nelle pagine che seguono. A me non rimane che augurarvi buona lettura, sicuro che questa novità raccoglierà il vostro consenso. Giuseppe Monteleone
Prima di iniziare dicci chi è Sandro Segneri nella vita privata: Ho sempre preso la vita di petto, in ogni cosa ho sempre cercato di trarne il meglio, con tenacia e perseveranza. Ho cinquantatre anni , vivo a Frosinone, mi sono sempre interessato all’arte in genere praticandone varie discipline, nel 1990, mi sono affacciato nel mondo bonsaistico dove ho riversato gran parte delle mie energie. Sono diciannove gli anni trascorsi ed ancora adesso scopro il piacere del fare bonsai che oggi pratico con spirito aggregante, di ricerca estetica e di approfondimenti culturali. Posso con certezza affermare che è un piacere potermi nutrire di quest’arte, per questo tento di trasmettere le mie esperienze in tal senso fino a farne una regola di vita. Spulciando il tuo sito si legge: Artista di bonsai, pittore, scultore, fotografo. Non si può certo dire che tu non abbia dedicato la tua vita all’arte. Cos’è per te l’arte? E’ il piacere del creare dal nulla manipolando materie che ti permettano di scolpire forme, liberare la fantasia, percorrere i sentieri del non visto, del non fatto e renderlo visibile. Dopo le varie esperienze approfondite in questo ambito, oggi mi rendo conto della radice che è comune ad ogni disciplina artistica, dove ognuna, aldilà della materia, ti permette di comporre forme fatte di spazi, volumi, colori, patine di luci riflesse, incidere nello spazio il proprio stile comunicativo per mezzo della forma. L’arte è libertà d’azione, è libertà creativa, è tecnica, questa vista come mezzo per raggiungere la forma libera ed estetica dell’oggetto che hai individuato come mezzo espressivo. Gli alberi, in sé ripongono la storia del vissuto, con loro tento di rappresentare il senso del muoversi delle emozioni, nella libertà di rappresentazioni evocative. Tornando al tuo essere scultore e pittore, quanto queste arti influenzano il tuo fare bonsai? E’ come aver praticato una serie di mestieri raffinati, dove ognuno per il suo ruolo trovano applicazioni nel creare bonsai. Non si può certo negare che il bonsai, in sé contenga i fondamenti della scultura in ogni sua parte, la sua forma generale, i particolari nel legno dove ogni lacerazione prende una forma, propria e unica, ogni sua fibra si compone di segni…disegni, in esso ritrovo i colori, una tavolozza fantastica messa a disposizioni con cadenze stagionali o con caratteristiche proprie, tutto è lì, quindi è anche pittura. Se visto come un esercizio, basta educare il nostro modo di vedere le cose, renderlo profondamente analitico e coglierne le rappresentazioni artistiche. L’arte si basa sul visto, il sentito; a volte anche il senso tattile è capace di farci risentire superfici ruvide, quindi dure o al contrario vellutate, morbide quindi immagini che profondono il calore, in ogni parte, nel bonsai si può cogliere quell’energia evocativa ed emozionale indispensabili per praticare l’arte; l’arte del bonsai.

27 SANDRO SEGNERI - Giuseppe Monteleone
Collaborando alle attività di diverse scuole internazionali hai la possibilità di tastare il polso al movimento bonsai in Europa e nel Mondo, qual è oggi il suo stato di salute? Ogni movimento è basato su fondamenta commerciali, fortunatamente nel bonsai c’è una nicchia che è quella degli appassionati e questa è la fortuna. La tua avventura nella formazione degli istruttori inizia nel 1996. In questi anni c’è stata un’evoluzione nel modo di formare gli allievi istruttori? Se si, in quale senso? Bella domanda! Quando decisi di attuare questo progetto, considerai che nello specifico non esistevano strutture didattiche il cui orientamento fosse specificatamente rivolto a formare figure destinate alla didattica, per lo più tutto era ed è strutturato per praticare bonsai insegnando tecniche e realizzazioni. Ho voluto con questa iniziativa colmare una carenza introducendo un sistema didattico che formasse figure professionali proponendo e stimolando le attività che un istruttore è tenuto a svolgere in tutti i suoi aspetti; preparazione culturale, tecnica, pedagogia, tecniche di comunicazione fino alla gestione dei reportage di una lavorazione o comunque di esperienze inerenti l’arte del bonsai. Credo che questo non possa che far bene al movimento bonsaistico. Intendiamoci, la scuola non riconosce istruttori tranne che nella propria struttura didattica, ne cura l’esclusiva formazione, fornisce il metodo e gli strumenti per diventare un istruttore, per il riconoscimento ci sono altre strutture qualificate e organizzate a svolgere questo compito e mi riferisco all’IBS che ho l’onore di rappresentare sia come istruttore, sia come presidente. Tra i tuoi allievi, di ieri e di oggi, ritieni ci sia chi un giorno possa diventare il nuovo Sandro Segneri? Esistono dei bravi allievi, capaci, umili che porteranno un sano contributo al movimento futuro del bonsaismo, ne sono orgoglioso, seguo il loro percorso di affermazione che si consolida facendo un passo dopo l’altro, un’esperienza dopo l’altra, senza arroganza. Hai frequenti contatti con l’estero, ci sono modi diversi di fare bonsai o si è tutti, più o meno, sulla stessa scia? E tra gli stranieri chi ritieni sia più vicino al nostro modo di concepire quest’arte? Non si può essere tutti sulla stessa scia, diverse sono le realtà, diversi gli obiettivi e le finalità, posso affermare con certezza che in Italia, c’è la fortuna di avere una didattica attiva, sempre in fermento e questo produce ottimi risultati. Ciò che mi rammarica che ancora esistono alcuni personaggi , fortunatamente quasi in estinzione, che ostentano resistenza alla crescita degli organi atti a svolgere il compito del più corretto insegnamento, fortunatamente sono cambiate alcune realtà dirigenziali dell’associazionismo che credono come me in una collaborazione tesa costruire e non a distruggere o sminuire il valore di ciò che si fa. Nella tua didattica una parte importante la riveste la cultura orientale. Quanto è importante per un istruttore e quali aspetti di questa cultura devono essere privilegiati per entrare nell’anima del bonsai? Ritieni necessario, per chi voglia cimentarsi con l’insegnamento, dei periodi di permanenza in Giappone? E’ importante la cultura orientale, lo è anche la cultura della coltivazione, della fitopatologia, l’estetica, la tecnica, i modi di fare bonsai, ognuna ed altre di queste cose sono fondamentali e indispensabili ognuna è il completamento dell’altra per praticare un sano e corretto bonsai, senza una di queste cose ci sarebbe una carenza. Provate ad immaginare se la realizzazione stilistica di un esemplare straordinario mancasse di una corretta coltivazione, o se non si conoscesse la botanica, la raffinatezza che la cultura estetica giapponese ci suggerisce rischieremmo di non realizzare un’opera completa. Visto che la tua scuola ha come fine ultimo la formazione di istruttori, ritieni che per la mole di appassionati italiani, gli istruttori siano in numero adeguato? Ribadisco, la formazione non prevede il riconoscimento. Anche qui provo ad immaginare se su questa amata terra ci fossero stati pochi medici, ricercatori, o artisti, poco di tutto, mi ritornerebbe in mente una condizione medioevale, no! Preferisco di più, tutto di più, l’importante è che un istruttore “sia” un buon istruttore e comprenda l’importanza del ruolo che dovrà svolgere. In questo credo che intervenga la selezione e la selezione avviene naturalmente; basta guardarsi intorno. Da molte parti vieni indicato come uno dei Maestri della nuova generazione, uno all’avanguardia, ha senso secondo te questo tipo di classificazione? E che significa essere all’avanguardia? Avant-garde... Non mi sento uno all’avanguardia, neanche della nuova generazione; è passata anche quella, mi sento di fare “liberamente” bonsai, modellare forme, senza tener conto necessariamente dei canoni teorici. Ogni tronco si muove libero, io nei rami desidero muovermi liberamente, come il vento, libero di disegnare forme , meglio conosciute come chiome. Ho sempre perseguito il metodo di disegnare chiome univoche per ogni tronco e non standardizzate per tronchi diversi. Ogni albero se si vuole renderlo unico bisogna vestirlo con le sue vesti, quelle più adatte.

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SANDRO SEGNERI - Giuseppe Monteleone
Guardando il tuo palmares c’è da lustrarsi gli occhi, tra tutte, qual è l’affermazione che più ti è rimasta nel cuore? Il calore, la stima, l’amicizia e la festa di congedo degli allievi del primo corso accademico. Da un artista del tuo calibro ci si aspetterebbe una messe di libri e pubblicazioni, in effetti non è così, perché? Se Dio vorrà l’ho lasciato come uno dei miei impegni di vecchiaia, oppure non ci riuscirò. Nelle mostre meno importanti, spesso non si da la giusta importanza all’esposizione, credi si possa continuare a farne a meno o sarebbe opportuno sforzarsi per esporre le piante secondo i canoni espositivi corretti anche nelle mostre di periferia? Dipende dal contesto espositivo. Una mostra di bonsai deve vedere protagonista il bonsai, il vaso, il tavolo. Sarei più propenso a creare manifestazioni specifiche per promuovere la via del “Keido”, sarebbe utile e darebbe un ulteriore impulso oltre che culturale anche di sensibilizzazione all’estetica. Questo è un aspetto su cui si deve lavorare ancora molto, non a caso nei programmi didattici, sia della scuola sia dell’accademia ho volutamente inserito questa disciplina. Ritengo sia la via dell’estetica, un modo per educare la contemplazione visiva dell’armonia quindi del sentimento e dello stato emozionale. Se praticato e approfondito diventa strumento indispensabile anche nell’approccio e realizzazione evocativa. Hai una pianta o uno stile che preferisci? E perché? Ogni pianta è vita e forma, ogni esemplare è materia, importante è realizzare il sogno che raffigura il tuo sentimento. Dallo scorso anno sei Presidente dell’IBS, com’è lo stato di salute della federazione? Ottima salute! Non potrebbe essere altrimenti, del resto l’IBS è stata in grado di organizzare un congresso mondiale, sicuramente l’evento più importante e straordinario mai realizzato in Italia. L’IBS, nella sua realtà è di fatto riconosciuta come unica struttura didattica che riunisce il gota del bonsaismo italiano, gran parte del movimento bonsaistico si è sviluppato grazie all’impegno capillare sul territorio e la qualità che ci distingue è frutto degli istruttori che operano con programmi professionali, con le scuole dirette dagli Istruttori IBS o autonomamente, in ogni settore inerente. Sono molteplici le richieste di riconoscimento, per questo l’IBS ha inteso ed intende rendere sempre più selettivo il riconoscimento degli istruttori, questo ovviamente per garantire sempre più ai fruitori servizi efficienti e garantiti. Ovviamente ci saranno nuove proposte ed iniziative per poter rendere sempre più professionale l’operatività dell’IBS e in questo, il nuovo CD e CED si stanno adoperando. A mio parere UBI e IBS stanno facendo un buon lavoro, tu che sei all’interno, ritieni che si possa migliorare qualcosa? Si è vero, IBS e UBI stanno facendo un buon lavoro, le nuove aperture sono tese ad una collaborazione sempre più intensa con il comune obiettivo di rendere il bonsaismo italiano presente ad alti livelli, dove ognuno svolge il proprio ruolo e ne riconosce l’identità. Insieme, UBI e IBS possono, come stanno facendo, dare un significativo contributo costruttivo al movimento del bonsai e del suiseki.

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Internet e bonsai, un rapporto a volte controverso. A tuo avviso sono più i pro o i contro? Internet ha aperto una nuova era e anche nel bonsai trova molteplici applicazioni proponendosi come informazione globale, quindi nella sostanza utile e coerente al tempo che viviamo. Ciò che non condivido è quando questa tecnologia viene utilizzata da “missionari” che tendono più a predicare per i propri vantaggi, pronti ad innescare diatribe o suggerirne. Ognuno si sente autorizzato a sentenziare spaziando da un argomento all’altro, dove molti, troppi credono di essere giudici di quanto nel bonsai accade, bisognerebbe riflettere un pochino di più, pensare più a costruire, non polemizzare o screditare, di cadere nel ridicolo dei battibecchi da cortile. Al contrario sono molto favorevole ad iniziative atte a divulgare e promuovere il bonsai quindi ben vengano quei forum che trattano argomenti proiettati a promuovere cultura. Benché i giapponesi ci riconoscano di essere i più bravi, al di fuori della loro Patria, il loro livello appare inarrivabile. È veramente così o ci sarà un tempo in cui potremo giocare ad armi pari? In Giappone hanno la storia dalla loro parte, noi la cultura dell’arte, per certi versi credo che poi non siano così inavvicinabili. Il nostro senso creativo è indiscutibile e come in tutte le cose c’è qualcuno che emerge, altri meno, così è in Italia, Giappone, dovunque. Ciò che a noi manca credo siano le specializzazioni, il raccoglitore da noi è “artista”, “istruttore”, “coltivatore”, commerciante” ecc. purtroppo tutti sanno tutto e fanno di tutto, meglio sarebbe se ognuno svolgesse il proprio ruolo, meglio e con professionalità, i risultati sarebbero ben altri, sicuramente migliori.

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Piante di importazione o autoctone? Autoctone! Perché? Per diversi motivi, tanti! Il ruolo che rivestono le piante d’importazione per quanto interessanti, per quanto utili a far conoscere i materiali che vengono trattati in oriente, se fossero di unico interesse di collezionisti, sarebbe e comunque lo è, un patrimonio custodito in Italia. Ciò che non condivido è quando questi materiali vengono gestiti per scopi professionali, mi spiego meglio. Provo sempre ad immaginare la storia dei segni, e delle forme di questi materiali provenienti dall’oriente, alberi che raccontano la storia, la coltivazione e c’è da dire che nell’ultimo decennio, forse anche meno, di materiali tanto generosi se ne sono visti e continuano a vedersene nelle mostre e allora provo anche a pensare quanto abbia influenzato il lavoro di restyiling in quella bellezza. Poco! Quando si lavorano master storici, tutto è stabilito, ogni equilibrio è consolidato, ogni fascio è selezionato, negli anni i rami hanno adattato le fibre alle torsioni, siamo nel 95% dei casi obbligati ad imitare il fatto, l’inciso nel tempo dai predecessori, non nasce niente di nuovo, si pettina il fatto dai maestri. Ma allora mi domando dov’è la mano dell’artista? Come si può attribuire un opera ad un nuovo artista? Il valore intrinseco dell’opera sta nell’opera di chi ha scolpito quella forma all’origine e allora mi viene di pensare alle opere pittoriche, scultoree, di Giotto, Michelangelo, Leonardo Da Vinci, quelle opere, seppure restaurate sono sempre attribuite a chi le ha create, non al restauratore. Dunque continuo a farmi domande…quanta artisticità c’é e quanto di restauro in questi materiali? Così è! E se così è basta tanto poco per essere artisti?...istruttori?.. I nostri territori sono ricchi di materiale, molteplici le specie idonee alle tecniche bonsai, e questi dovremmo valorizzare, creare il patrimonio autoctono, pubblicizzare le nostre essenza. Per far questo ci si dovrebbe adoperare a lavorare; lavorare i nostri pini, ginepri, lecci, ecc. questo è noto richiede tempi e capacità che non danno ragione nell’immediato alla bellezza. E’ un percorso lungo. Spesso per obiettivi si tralascia il DO, non si opera con le stagioni, con il tempo della natura, si dimentica l’aspetto creativo, quindi artistico che colloca le opere autoctone nell’identità dell’artista che le realizza, si perde la percezione del sentimento e della natura. Un saluto ai nostri lettori: Semplicemente ciao.

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A scuola di estetica

LO STUDIO DEGLI STILI DI BASE... - Antonio Ricchiari

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Lo studio degli stili di base come ricerca ed interpretazione estetica

Testo e disegni di Antonio Ricchiari

Anche se ad alcuni potrà sembrare ripetitivo, se non addirittura scontato, lo studio strutturale ed estetico degli Stili di base non è mai superfluo e sufficiente, e ritornare sull’argomento è di estremo beneficio per tutti: esperti, meno esperti e principianti. Gli Stili, ripeto, sono alla base del progetto, dello sviluppo e dell’impostazione della struttura dell’albero, della sua architettura motivo per cui ho compreso negli scritti di Estetica il loro studio. La perfezione, recita un antico proverbio orientale, è bella ma è stupida: bisogna conoscerla ma poi romperla. Quando vi sarà chiaro cosa ottenere da una pianta, come disegnarla per progettarne un bonsai, anzi il bonsai che vi piace e che vi convince, non seguite pedestremente quanto state per leggere a proposito di Stili. Se la regola oramai vi è nota e chiara, impostate il bonsai che volete! Pensate che Leonardo da Vinci, scrivono le biografie di questo genio, stava intere giornate ad osservare gli alberi e le piante, le disegnava e annotava accuratamente come ramificavano, in che modo si sviluppavano, come vegetavano. Nei tempi passati, i coltivatori di bonsai trovarono opportuno classificarli in base alla loro forma, in gruppi che poi si chiamarono stili. Vi sono circa trenta Stili classificati, ma noi ci occuperemo nei dettagli soltanto di cinque, che si chiamano Stili di base. Gli Stili nacquero soprattutto per praticità e comodità dei bonsaisti, che ritennero più opportuno riferirsi a gruppi o stili, anziché dovere descrivere ogni volta le caratteristiche dei singoli soggetti. Questa estesa classificazione degli Stili non significa che sono tutti applicati e seguiti: anche nel bonsai vi è un fatto di mode che nel tempo sono sempre cambiate assieme ai gusti di chi lo ha praticato, è quasi come il taglio di un abito! Per esempio, lo stile a cascata e semicascata, tanto seguito nell’800, oggi è poco praticato ed è raro vedere esemplari fatti di recente. Oggi lo Stile tende decisamente verso l’Eretto casuale (con tutte le sue reinterpretazioni che taluni associano ad un “bonsai d’avanguardia”: ho già scritto altrove che la parola “avanguardia” va usata con le dovute cautele poiché cosa c’è dietro le avanguardie? Quali pretesti e scusanti si nascondono? La Natura ha bisogno di avanguardie?), seguito dal formale e da tronchi in gruppo. In termini percentuali il 60% del bonsai è a tronco singolo, il 25% con più tronchi ed il rimanente 5% in gruppi o forestine. Noi ci occuperemo dei cinque Stili fondamentali della scuola giapponese moderna. Da questi Stili si parte poiché le loro varianti permettono poi di interpretare tutte le forme presenti in natura. Ripeto ancora una volta, l’interpretazione di uno Stile segue pari passo l’habitat in cui noi viviamo e l’essenza che lavoriamo. Ho visto spesso bonsai resi “ridicoli” da forme che sono proprie di altri alberi: un Olivo impostato come un Pino lascia abbastanza perplessi! Purtroppo spesso si tende ad imitare gli esemplari giapponesi così come adesso si è insinuato il concetto che se una pianta non ha la maggior parte del legno lavorato, questa non è un bonsai. Con un risultato, anche in questo caso, assolutamente innaturale, forzato ed esasperato. Ho visto alcune latifoglie lavorate come ginepri … decisamente è aumentata la vendita di frese, scalpelli e sgorbie! Anche qui poi risalta il contrasto fra un tronco lavorato e reso vetusto e la ramificazione palesemente giovane, che crea un assordante stridore estetico all’occhio dell’osservatore. Ci si può legittimamente chiedere se l’uso sistematico degli stessi metodi e delle stesse regole non conducano ad una uniformità, ad una standardizzazione, ad un impoverimento del “prodotto arte”. Lo Stile, l’associarsi ad una forma devono corrispondere ad una o più caratteristiche che risultino ben riconoscibili. La cosa importante per un modello preso per tale deve essere sempre il risultato di una ricerca di espressione e di evocazione della Natura. Un bonsai che meriti tale nome è “evocatore”. Uno stile, una forma o una associazione di regole che tale rimanga sono delle visioni mozzate, incomplete se ad esse non si aggiunge una corretta percezione della realtà: da un Paese Fig. 1 - Olivo in natura - foto di Mimmo Guglielmi all’altro gli stimoli ai fini di un discorso stilistico cambiano, e spesso di molto. Non dimenticate che un bonsai perde il suo interesse dal punto di vista stilistico quando è ripetutamente imitato. Lo Stile Eretto Casuale (Moyogi) fra tutti gli Stili è quello che consente maggiori e più libere interpretazioni e quindi abbastanza “frequentato” ed applicato. Ciò che caratterizza questo stile è il movimento delicato che si crea nel tronco e che si ripete più volte via via fino alla zona apicale. Le curvature del tronco sollecitano l’occhio dell’osservatore perché aumentano il concetto di asimmetria insito in tutti i bonsai. L’apice del soggetto deve tendere in avanti e questo deve rimanere perpendicolare alla base. La regola vuole che la ramificazione primaria si alterni e che comunque sia all’esterno delle curve, mai all’interno. I rami principali ovviamente vanno impostati posizionandoli verso la base per accentuare il senso di vetustà della pianta. La base e l’apice devono essere allineati sulla stessa perpendicolare rispetto alla linea del terreno. I rami più importanti e quindi quelli più robusti sono i primi, a partire dalla base del tronco e conferiscono un senso di stabilità e possenza alla pianta. L’altezza di un bonsai così impostato deve essere all’incirca 6-7 volte il diametro del tronco.

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A scuola di estetica

LO STUDIO DEGLI STILI DI BASE... - Antonio Ricchiari

Queste, in linea di massima, le regole che prevedono uno schema di partenza classico impostato su cinque rami. L’elaborazione e personale interpretazione della palcatura riduce a soli tre rami la struttura e comunque quando si parla di esemplari si intende riconoscibile la mano dell’autore o addirittura la Scuola del maestro. Questo Stile è esteticamente molto equilibrato ed armonioso, con un nebari abbastanza consolidato, tenendo sempre in grande considerazione il tachiagari, che è quella parte del tronco che va dal piede sino al primo ramo. La lunghezza di questo tratto è molto importante perché stabilisce l’origine del primo ramo, ramo assolutamente importante ai fini della silhouette della pianta. Il tachiagari sollecita all’occhio dell’osservatore quel movimento necessario a tutto il bonsai e pertanto deve risultare con un movimento interessante, meglio se si ha la possibilità di lavorarvi uno shari. Da ciò si evince quale importanza ha la scelta del fronte.
Fig. 2 - Eretto casuale. Schema classico del bonsai

Fig. 3 - Esempio di progetto eseguito dall’Autore per un pino in fase di impostazione

Fig. 4 - Esempio di progetto eseguito dall’Autore per un ginepro in fase di impostazione

Il primo ramo (sashi-eda) abbiamo detto essere il più importante, parte, come gli altri, dalla curva esterna del tronco e ha la funzione di esaltare il movimento del tronco. Può essere posizionato nel lato desto o sinistro, non ha alcuna importanza, e deve essere il più sviluppato e robusto rispetto agli altri. I giapponesi parlano di proporzioni che vedono un diametro pari ad ¼ rispetto a quello del tronco e deve essere collocato ad una altezza pari ad 1/3 della lunghezza del tronco. Il secondo ramo sarà naturalmente opposto al primo, di lunghezza minore e funge da bilanciamento al primo. Il ramo frontale deve trovarsi nella porzione superiore del tronco, deve essere abbastanza corto per non urtare la visione dell’osservatore. Il suo diametro sarà contenuto per non appesantire la visione complessiva. Il ramo posteriore dovrà risultare lungo per accentuare il senso prospettico della pianta, la sua profondità, non deve essere molto robusto per non invadere la percezione, si dovrà intravedere. L’apice (che i giapponesi chiamano atama) dovrà essere arrotondato per accentuare il senso di vetustà dell’albero. Come ho detto prima deve inclinarsi verso l’osservatore e sovrastarlo.

Fig. 5 - In questo disegno è schematizzata la palcatura con un apice lavorato a jin. il disegno a destra mostra i triangoli entro cui vanno racchiusi i palchi.

A scuola di estetica

LO STUDIO DEGLI STILI DI BASE... - Antonio Ricchiari
I palchi ricadono con una curvatura elegante verso il basso e la massa vegetativa si stacca dal tronco. Il profilo di questi è costituito dalla ramificazione più fine che assume il classico profilo a punta di diamante. La silhouette del Moyogi ricalca il concetto di triangolarità comune al bonsai. Si raccomanda infine un altro concetto comune e cioè quello di dosare sapientemente l’equilibrio delle masse e dei vuoti in modo che bene si relazioni con la dimensione del tronco, altrimenti il risultato sarà esteticamente sgraziato e sproporzionato.

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Fig. 6 - Esemplare della collezione dell’amico Armando Dal Col, splendido Eretto Casuale. Esempio di corretta e puntigliosa interpretazione della Natura

Con riferimento alla fig. 7, il disegno A mostra come l’equilibrio si trova con l’apice che deve risultare perpendicolare al centro della base del tronco. Nel disegno B il primo ramo ha la funzione di equilibrare la pianta rispetto al nebari. Nel disegno C sono rappresentate le direzioni dei rami che sono in contrapposizione con la direzione delle curve del tronco che tende decisamente verso l’alto.

Fig. 7

Fig. 8 - Disposizione ideale dell’asse che si collega dal nebari all’apice del soggetto

Fig. 9 - Le proporzioni delle palcature sono schematizzate nel disegno a sinistra. La distanza dei rami principali deve progressivamente avvicinarsi.

Crediti fotografici: la foto dell’Olivo è stata eseguita da Mimmo Guglielmi e pubblicata ne “Il giardino degli olivi”, Adda Editore, Bari, 2002.

33 SUGHERA - Antonio Ricchiari
Sughera
Famiglia: Genere: Specie: Fagaceae Quercus Quercus suber

L’essenza del mese

La Q. suber o Quercia da sughero è un albero sempreverde dal tronco, dai rami e dalle radici vigorosi. In Italia vegeta nella sottozona calda del Lauretum spingendosi fino ai 900 metri d’altitudine. È particolarmente diffusa in Sardegna, Sicilia, lungo la fascia costiera meridionale della Toscana e nelle limitrofe aree pianeggianti e collinari della Maremma grossetana; risulta più sporadica nel Lazio e in Puglia. Sughera - Premio UBI 2008 I rami si presentano inizialmente lisci e rossastri ma con gli anni Coll. Samuel Corazza foto Carlo Scafuri divengono tortuosi e si ricoprono di una corteccia molto sugherosa e screpolata che dona all’albero un aspetto particolarmente affascinante. Ha portamento espanso. La vita media è di 250-300 anni, diminuisce negli esemplari sfruttati per il sughero. La caratteristica più evidente di questa specie è il notevole sviluppo in spessore del ritidoma, che non si distacca mai dalla corteccia, formando un rivestimento suberoso detto in termine commerciale sughero. Il sughero si presenta di colore grigio-rossastro nei rami di alcuni anni d’età, dapprima con screpolature grigio-chiare, poi sempre più larghe e irregolari a causa della trazione tangenziale provocata dall’accrescimento in diametro del fusto. Dopo diversi anni il sughero forma una copertura irregolare e spugnosa di colore grigio, detta comunemente sugherone o sughero maschio. Dopo la rimozione del sughero maschio, il fellogeno produce ogni anno nuovi strati di tessuto suberoso che formano un rivestimento più compatto e più regolare, detto sughero femmina o gentile, con una fitta screpolatura prevalentemente longitudinale e meno profonda. L’anno in cui viene rimosso il sughero, il fusto ha un marcato colore rosso-mattone che nel tempo vira al rosso-bruno fino al bruno scuro quando il sughero femmina ha già raggiunto uno spessore significativo. Se posta in terreni freschi e fertili può raggiungere i 20 m. di altezza ma in Italia raggiunge dimensioni che non superano i 10 mt.. Dalla spessa corteccia, fortemente rugosa e profondamente screpolata, si ricava il sughero asportandola ogni dieci anni. Le foglie, coriacee, sono relativamente piccole (3-5 cm. di lunghezza), con breve picciolo e lambe ovali, scure di colore, verde-glabro superiormente, bruno-tormentose inferiormente. E’ pianta monoica con fiori diclini, quelli maschili in amenti penduli, quelli femminili in spighette erette. La fioritura avviene in primavera. I frutti, di forma bislunga-ovale, sono brevemente peduncolati e racchiusi per circa metà della cupola, con dimensioni che variano dai 2 ai 4,5 cm. Il frutto è una ghianda ovale di colore verde quando è immatura, bruna a maturità, lunga fino a 3 cm con apice molto breve. La cupola è più conica rispetto a quella del leccio, ricopre la ghianda per una lunghezza variabile da un terzo a metà, con squame grigio-verdastre, patenti, a volte retroflesse. Esistono 2 sottospecie (sottospecie tipo e sottospecie occidentalis) del tutto simili morfologicamente tra loro tranne che per le squame della cupola della ghianda: libere e divergenti nella tipica, schiacciate nella occidentalis. Fra le due sottospecie esiste una differenza fisiologica sostanziale: la sottospecie occidentalis ha maturazione delle ghiande biennale e non annuale. Nella varietà botanica serotina, presente insieme alla sottospecie tipica in Toscana, Sardegna e Sicilia, la ghianda matura in due anni. La produzione di frutti avviene in media dopo 15-20 anni dall’impianto. La Quercia da sughero (che occupa il 16,5% del manto boschivo) è presente anche nella riserva naturale del Parco delle Madonie, mista ad altre Querce, forma una delle più belle sugherete delle Madonie. Il Leccio si rinviene in condizioni di totale monospecificità, con esemplari secolari, nei pressi di Piano Zucchi, Valle Trigna, Vallone Madonna degli Angeli, Fosso Canna, Monte Quacella. I boschi misti di Rovere, oramai rari in Sicilia, trovano nelle Madonie la loro massima espressione a Piano Pomeri, dove si possono scoprire esemplari secolari. Invito gli amici bonsaisti a visitare il Parco: è una esperienza meravigliosa e irripetibile che arricchisce non poco il visitatore. Dal punto di vista ecologico la sughera occupa la stessa nicchia del leccio nelle stazioni

L’essenza del mese

SUGHERA - Antonio Ricchiari

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meno asciutte e più calde del suo areale, diventando nel tempo competitiva nei suoi confronti a causa di vari fattori concomitanti. A differenza della lecceta pura, la sughereta è un bosco aperto che permette la crescita di una vegetazione erbacea e arbustiva utilizzabile per la pastorizia, perciò compatibile con l’allevamento estensivo. Il leccio è stato impiegato per la produzione di legname da opera, legna da ardere, carbone. Il legno della sughera, al contrario, si presta male a queste utilizzazioni a causa delle proprietà ignifughe del sughero, mentre è di maggiore importanza la produzione del sughero periodicamente asportato. La sughera resiste meglio agli incendi grazie all’azione protettiva che il sughero esercita sui tessuti sottostanti. Per questi motivi, l’azione selettiva dell’uomo e degli incendi tende a favorire nel tempo la copertura a sughera a scapito della copertura a leccio.

La coltivazione a bonsai In Italia, ma anche in Europa, la sughera lavorata a bonsai ha avuto una discreta valorizzazione ed è ora molto apprezzata. Nelle mostre è frequente ammirarne esemplari di notevole bellezza, provenienti quasi tutti da yamadori. Per la propagazione da seme si utilizzano le ghiande; sarebbe improprio parlare di propagazione da seme ma le ghiande sono comunemente considerate e trattate come dei semi.. Le ghiande si distaccano naturalmente dall’albero da settembre a novembre e possono essere raccolte direttamente dal terreno. Dopo la raccolta vanno immerse per alcune ore in acqua contenente un fungicida e un insetticida per prevenire l’insorgenza di muffe o marciumi. Le ghiande di Q. robur, Q. petraea, Q. pubescens, Q. frainetto e Q. ilex non presentano dormienza e debbono essere seminate o stratificate in sabbia umida da 1-4 °C dopo la raccolta non essendo possibile conservarle a causa della rapida perdita della germinabilità. La germinazione avviene anche a basse temperature e a fine inverno le ghiande sottoposte a stratificazione presentano una radice che può raggiungere anche oltre 10 cm. La propagazione per talea presenta alcuni problemi dovuti alla ridotta attitudine rizogena di diverse specie che in alcuni casi è praticamente nulla. Il periodo ottimale per applicare il taleaggio è fra maggio e giugno, quando appunto la linfa circola con tutto il proprio vigore, facilitando l’emissione delle radichette in breve tempo. Utilizzare rami di media misura, lunghi una decina di centimetri, con legno dell’anno precedente alla base sul quale si faranno due tagli obliqui e contrapposti. Le tecniche di innesto che possono essere adottate sono numerose e le percentuali di attecchimento variano nelle diverse specie. La maggior parte delle querce conserva le foglie della stagione precedente fino alla comparsa dei nuovi germogli; quelle nei climi caldi possono addirittura comportarsi da sempreverde. Il fogliame è coriaceo e di dimensione relativamente piccolo per regFig. 1 - Sughera in formazione. Coll. Emanuele Amodio gere più facilmente alle condizioni di siccità e di elevate temperature estive cui sono esposti questi alberi, essendo persistente, consente loro di prolungare la stagione vegetativa anche per il periodo meno freddo dell’inverno. La capacità di sopportare potature drastiche, reagendo con abbondanti germogli, rende questa essenza facile da educare a bonsai e dà la possibilità di lavorare facilmente qualsiasi soggetto. Quest’albero reagisce bene quindi alla potatura, sia a livello di cicatrizzazione che di produzione di nuovi germogli. Questo è dovuto al fatto che in natura accade spesso che perda parte della sua ramificazione per l’esasperato clima montano e quindi è pianta abituata ai tagli. Se si tagliano rami di grosso diametro sarà bene dividere l’operazione in due riprese. Quasi tutte le querce sono monoiche, cioè hanno fiori separati maschili e femminili, ma sulla stessa pianta: i fiori maschili, costituiti da amenti lunghi in genere parecchi centimetri, sono penduli e decorativi ed un bonsai che arrivi a coprirsene ne è considerevolmente impreziosito. Quelli femminili si trasformano in frutti simili a ghiande, impiegando anche 18 mesi per giungere a maturazione. Le ghiande compaiono all’estremità dei rami maturi. La sughera esige temperature elevate (soffre a temperature di 5° con grave rischi e in zone particolarmente fredde va riparata in serra fredda) e pretende molta luce: perciò deve essere coltivata soltanto nei climi sufficientemente caldi da poter restare sempre all’aperto. Nelle regioni a clima rigido, in inverno, l’apparato radicale va protetto dalle gelate. Se non ha luce più che sufficiente durante lo sviluppo dei germogli, Fig. 2 - Sughera i suoi internodi diventano molto lunghi e la vegetazione resta rada.
Coll. Antonio Cerasuolo

Substrato per i rinvasi La sughera, in Sicilia cresce assieme alle eriche, su suoli che derivano da rocce e graniti e quindi è una essenza che predilige terreni acidi. Il substrato da preparare per il vaso di coltivazione dovrà essere poroso e ricco di materiale organico ed humus per favorire non solo uno sviluppo armonico dell’apparato radicale, ma anche la moltiplicazione della flora batterica. Una buona miscela per la sughera potrà essere composta da 30% di terreno umifero, 40% di kanuma e 30% di lapillo vulcanico/pomice nella granulometria più adatta allo stadio di coltivazione della pianta. Ci sono esperti che consigliano unicamente akadama ma sono convinto che questa terra, usata da sola, non sia adeguata a tutti i climi e debba perciò essere usata in maniera equilibrata con altri componenti. L’apporto di kanuma contribuirà a mantenere il ph del terreno leggermente acido e ad arricchirlo in ferro, ferro che sarà comunque utile apportare, in un secondo tempo, sotto forma di chelati tramite prodotti specifici.

35 SUGHERA - Antonio Ricchiari
Rinvaso Il periodo migliore in cui eseguire il trapianto o un rinvaso è verso la fine dell’estate, quando si può contare su una buona capacità vegetativa e quindi sulla pronta formazione di nuove radici. In alternativa, la primavera: un poco più tardi delle spoglianti e comunque solo dopo che abbiano dato segno del risveglio vegetativo. Poiché si tratta di sempreverdi è essenziale che non venga turbato neppure temporaneamente l’equilibrio idrico: si deve perciò ridurre al massimo la traspirazione per un certo tempo dopo il trapianto.

L’essenza del mese

Raccolta Premesso che la legge vieta la raccolta di piante in natura, salvo specifiche autorizzazioni, è opportuno conoscere quanto segue. Il periodo di raccolta degli yamadori di Sughera va da settembre a novembre e da febbraio a tutto maggio defogliandole al momento della raccolta. Se si prendono piante già adulte devono essere prelevate con una grossa zolla per garantire loro una certa quantità di radici e quindi una buona sopravvivenza allo shock. Se l’apparato radicale è rado sarebbe conveniente eseguire la raccolta in due tempi, stimolando la pianta con una zollatura che ne accorci il fittone, ed effettuando l’espianto nella primavera successiva; la fretta e la smania di possedere la pianta porta spesso a manovre azzardate che ne compromettono irrimediabilmente la sopravvivenza. Vale sempre la regola di eseguire un trapianto in autunno, prima che la pianta entri in stasi vegetativa ed in primavera solo dopo che le gemme abbiano dato segni di risveglio.

Applicazioni del filo Nonostante i rami delle querce si prestino all’applicazione del filo, il legno vecchio resiste a conservare la nuova forma. I rami giovani hanno la corteccia delicata che si stacca con facilità: conviene quindi proteggerli con carta, e controllare spesso per osservare i primi segni di incisione. Questa operazione di educazione può essere eseguita in qualsiasi fase della stagione vegetativa. Sui soggetti già formati le cimature vanno fatte quando i germogli sono ancora piccoli, in modo da frenare le dimensioni dei futuri rametti e delle loro foglie. Giova ricordare che è sempre bene proteggere con pasta cicatrizzante le parti potate. Non è consigliabile privare completamente della vegetazione durante il periodo vegetativo: è consigliabile quindi praticare solo una defogliazione parziale. E’ inoltre opportuno praticare le potature di formazione soltanto alla fine dell’estate, prima che la pianta termini la vegetazione: questo comportamento assicura la nascita, anche sui vecchi rami e sul tronco, di numerose piccole gemme che si schiuderanno la primavera successiva. La ripresa vegetativa delle querce avviene di solito verso maggio. Le annaffiature vanno eseguite rispettando le varie stagioni e le loro caratteristiche climatiche, aspettando che negli intervalli il terriccio asciughi. Alla estremità dei rami accorciati durante il periodo Fig. 3 - Sughera in formazione vegetativo si svilupperanno parecchi germogli a ciuffo, che nel crescere, Coll. Luca Bragazzi se non sfoltiti provocherebbero un antiestetico ingrossamento
Fig. 4 - Particolare della chioma prima delle operazioni di potatura e messa a filo

Principali patologie Il marciume radicale è una infezione frequente, conseguenza quasi sempre di un eccesso o ristagno di umidità nel terriccio. Evitare quindi tale evenienza utilizzando un substrato poroso e ben drenante, oltre che stabilendo un corretto ritmo delle innaffiature. La cura è difficile a causa dei numerosi agenti patogeni che di solito sono coinvolti. Può giovare il trattamento (sia del terriccio che del fogliame) con fungicidi a largo spettro. Per quanto riguarda le patologie, le querce sono soggette all’oidio (o mal bianco): ai primi segni di infezione bisogna intervenire con applicazioni di fungicidi specifici. Le querce sono soggette a infestazioni da parte di insetti capaci di indurre la formazione delle “galle” (o cecidi) su foglie, gemme, germogli e rametti. Di seguito una descrizione dei principali insetti che producono questo tipo di infestazioni.I Cinipidi arrecano danni di limitata importanza. Nonostante le galle prodotte dai cinipidi a spese delle gemme di quercia siano a volte numerose, il danno arrecato non giustifica il ricorso a prodotti chimici. Ai Chermococcidi appartengono alcune specie di cocciniglie le cui femmine infestano gli organi legnosi delle querce. La presenza massiccia di queste cocciniglie sui rametti può compromettere, in seguito alla sottrazione della linfa, il normale sviluppo della vegetazione e, in caso di gravi attacchi, causare il disseccamento degli organi colpiti. Vanno effettuati trattamenti chimici in luglio ricorrendo a oli bianchi o piretroidi. La Cecidomia del Leccio provoca, allo stato larvale, la formazione di piccole galle a forma di vescicole sulle foglie e, in caso di forte infestazione, anche sulle gemme e sui piccioli delle foglie. Queste vescicole, che si originano dalla pagina superiore ma si estroflettono in quella inferiore, contengono ognuno una sola larva che qui sverna per poi sfarfallare nella primavera successiva. I danni di solito non sono rilevanti. La Fillossera è un piccolissimo Rincote (1 mm di lunghezza) che danneggia vistosamente le foglie della sughera con la formazione di aree giallastre che diventano quasi subito necrotiche e di colore nocciola-bruno. I germogli colpiti si atrofizzano e le foglioline si accartocciano tipicamente su se stesse assumendo una colorazione bruno-nocciola. Si interviene in primavera con piretroidi oppure, a fine inverno, con oli bianchi attivi.

Note di coltivazione

I CONCIMI ORGANICI - Luca Bragazzi

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I concimi organici - evoluzioni tecniche II parte

di Luca Bragazzi

Eccellenti risultati, in termini di decomposizione, si ottengono con un’esposizione degli esemplari a Sud / Sud-Est. Tale condizione, presuppone un irraggiamento solare intenso, capace di surriscaldare il substrato e favorire, oltre che migliorare, le attività microbiche inerenti i processi di mineralizzazione della SO. La presenza in parallelo, anche di sufficienti quantità di Ur (Umidità relativa), garantite da una perfetta pratica di innaffiatura, assicurano una più salutare e perfetta cessione dei nutrienti in seguito ad una loro migliore diluizione nel suolo. L’esposizione a Sud / Sud-Est, comporta anche un perfetto svolgimento della fotosintesi clorofilliana, grazie al riscaldamento dell’apparato fogliare. Il risultato è un maggior accumulo di biomassa che comporta a sua volta maggior assorbimento e consumo dei nutrienti ceduti con le fasi di concimazione. Altro parametro importantissimo è la temperatura; l’esposizione a Nord, non comporta un surriscaldamento sufficiente alle attività di cui sopra ed insieme la fotosintesi è sottosviluppata. Il miglioramento delle fasi di assorbimento, ha come risultato un irrobustimento morfologico e fisiologico della pianta stessa e, come tale, la rende meglio combattiva nei confronti delle patologie, stimolando parte del metabolismo secondario. E’ altrettanto importante, se si vogliono ottenere risultati degni di nota, garantire dei substrati che possano supportare fasi di decomposizione molto sostenute. La struttura (granulometria) è il principale parametro da considerare, perché strettamente connesso all’aria tellurica e quindi allo sviluppo radicale. Questa pratica di concimazione, deve essere attuata nei due principali momenti nutritivi dell’anno: Primavera e Autunno. La differenza è nell’utilizzo di concimi Azotati in primavera e Fosfo-Potassici in autunno, sempre coadiuvati da applicazioni di Acidi Umici per migliorare le fasi di chelazione e quindi diminuire la percentuale di nutriente che viene perso con l’acqua di percolazione. Questi ultimi, avendo anche un’azione stimolante nei confronti dell’allungamento radicale, garantiscono un assorbimento più corretto ed efficiente. Luca Bragazzi

37 LA PIZZICATURA - Antonio Acampora
La pizzicatura
di Antonio Acampora

Tecniche bonsai

Un bonsai viene modellato ininterrottamente durante tutta la sua vita. Tra le varie tecniche di modellatura che sono applicate ad un albero che si desidera trasformare in un bonsai, oltre alla potatura di creazione, vi sono: l’avvolgimento con il filo, la potatura invernale che permettono di correggere la crescita dei rami, e la pinzatura o pizzicatura. Questa ultima aiuta ad aumentare la ramificazione e la densità dei rami e allo stesso tempo limita o accelera la crescita, secondo l’applicazione. Gli scopi della pizzicatura delle gemme primaverili sono molteplici: mantenere corti gli internodi dei rametti, limitare l’eccessivo ingrossamento dei rami (limitazione e bilanciamento del vigore di crescita), tenere il più possibile compatto l’albero ed avere foglie piccole e delicate. La pinzatura, consente il controllo della quantità di sostanze nutritive assunte dall’albero, permettendo una distribuzione più equilibrata del nutrimento a vantaggio dei germogli laterali o deboli. Se la pizzicatura non fosse applicata, le sostanze nutritive sarebbero completamente assorbite dagli apici in crescita, tanto che avverrebbe l’ispessimento e l’allungamento degli apici e la conseguente riduzione della ramificazione. Quando un germoglio è pinzato, la sua nuova crescita forma un angolo retto con la vecchia e quindi conferisce al ramo una diversa direzione. Quando verrà di nuovo pinzato, si faciliterà la direzione in senso contrario alla precedente. I rami, così lavorati, cresceranno secondo un percorso di curve continue, a destra e a sinistra, che porterà l’albero ad assumere un aspetto maturo e nodoso specifico degli esemplari vetusti. La pinzatura si esegue durante il periodo di crescita dell’albero, dalla primavera al principio dell’autunno, e per questo motivo viene anche chiamata potatura verde.

Come eseguirla

Fig. 1

Fig. 2

Il periodo in cui eseguire quest’operazione e il tipo di varietà da trattare è importantissimo. Inoltre, suddividiamo in due periodi l’arco di tempo di vita dei Bonsai. FASE 1: le piante di cui da poco si è cominciata la coltivazione a Bonsai e che normalmente hanno pochi rami e tronchi sottili. FASE 2: le piante ad uno stadio avanzato d’invecchiamento e ramificazione. Per le caducifoglie, ci sono varietà che dispongono le foglie a destra e a sinistra alternativamente, come la Zelkova, il Carpino ed il Faggio, e altre che dispongono le foglie appaiate come l’Acero e l’Acero tridente. Sulle piante nella fase due si pota il germoglio quando è ancora verde, lasciando solo due foglie per Carpini, Faggi e Zelkove, come illustrato nel (Fig. 1), mentre per gli Aceri in genere è importante pizzicare il germoglio appena spunta, lasciando solo la prima coppia di foglie (Fig. 2). Sui Bonsai nella fase uno si lasciano crescere liberamente i germogli fino a giugno, poi si procede alla potatura del rametto, così vigoroso che lasciandone anche solo una piccola parte rifarà molte gemme vicino al taglio e sul tronco (Fig. 3). Dopo quindici giorni circa, spuntate le gemme, tenete solo quelle che v’interessano e togliete con le dita le altre che crescono sotto i rami, nelle biforcazioni e nei punti in cui non interessa avere nuovi rami. Se volete ingrossare ulteriormente tronco e rami, rimandate la potatura in autunno alla caduta delle foglie. . Nelle conifere, la gemmazione ritarda leggermente rispetto alle caducifoglie, e quindi anche la pizzicatura delle gemme avverrà in ritardo. Con le piante che appartengono alla fase due come il Tasso, l’Abete, la Tzuga, staccate subito la gemma appena si riesce a prenderla con le dita come nel (Fig. 4). Per i ginepri a squame o ad aghi e le Chamaeciparis (Cryptomeria) la pizzicatura è ripetuta durante tutta la stagione vegetativa, pizzicando con le dita solamente i germogli che si allungano molto di più rispetto agli altri (Fig. 5). Per i Pini in genere, sarebbe perfetto se le candele fossero staccate prima che si allunghino completamente, lasciandole di una lunghezza uniforme su tutta la pianta di circa un centimetro e mezzo (Fig. 6). Specialmente nel caso di una gemma vigorosa con tre o più candele, si eliminano alla base le più lunghe

Fig. 3

Fig. 4

Fig. 5

Tecniche bonsai

LA PIZZICATURA - Antonio Acampora

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Fig. 6

Fig. 7

Fig. 8

e forti, lasciandone solo due d’uguale vigore e, se necessario ridurle a misura accorciandole (Fig. 7). Per quanto riguarda le piante in fase uno, di Tasso, Abete, Tzuga, Cryptomeria, ed anche i Ginepri, togliete subito solo la gemma centrale in caso di crescita a tre o più germogli, lasciando crescere e maturare fino a giugno le due restanti, potando con le forbici fini a due centimetri circa le nuove crescite e lasciandole di misura uniforme su tutta la pianta (Fig. 8).Così facendo si formeranno molte gemme che nell’anno seguente creeranno rami più fitti. Con i Pini comportatevi come con le piante nella fase due, con la differenza che lascerete liberi di crescere senza potare l’apice o qualche ramo che vorreste eliminare perché in più, così facendo, si aumenta il vigore della pianta e s’ingrossa il tronco. Infine, con le piante da fiore s’interviene con la potatura subito dopo la fioritura, tagliando con le forbici e lasciando solo due foglie per germoglio.

Concimazione

Durante la gemmazione non occorre concimare. Di regola, bisogna concimare molto in autunno e poco in primavera. Non si deve concimare un albero con una gettata molto vigorosa. È possibile ottenere ramificazioni molto precise, con foglie e rami piccoli ed internodi ravvicinati se si concima un poco solo quando le foglie o gli aghi si sono stabilizzati. La concimazione primaverile deve essere molto leggera, al fine di sostenere solo la coloritura delle foglie.

Glossario dei termini giapponesi sulla pizzicatura

Leggendo il capitolo sulla pinzatura si potrà notare come la parola pinzatura risulti limitata quando si tratta di descrivere le differenti operazioni di pinzatura dei germogli e dei rami fini. In Giappone, infatti, le varie applicazioni di questa tecnica ricevono nomi diversi. Per cui, allo scopo di essere più precisi, per ogni operazione descritta nel capitolo precedente e nelle schede monografiche delle varie specie, si è preferito chiarire con un glossario la terminologia giapponese relativa al tipo di lavoro da effettuare. MIDORITSUMI: Rompere le candele del Pino con la punta delle dita.L’obiettivo è quello di equilibrare la forza dei rami. MEKAKI: Selezione dei germogli. MEKIRI: Tagliare con le forbici i germogli nuovi dei Pini, nel momento in cui risultano aperti completamente i nuovi aghi. L’obiettivo nelle piante già formate è quello di ottenere una seconda vegetazione con aghi più corti. Tuttavia viene utilizzata anche sugli alberi in formazione, per favorire la produzione di germogli nelle zone interne dei rami. METSUMI: Spezzare i germogli teneri con la punta delle dita. L’obiettivo è quello di favorire la crescita dei germogli deboli, con il risultato di aumentare il numero dei rami ed equilibrare il vigore dei germogli. SHINMEKIRI: Tagliare con le forbici solo parzialmente i germogli dei Pini, quando gli aghi si sono consolidati. Gli obiettivi sono gli stessi della mekiri, però si applica sui Pini a vegetazione debole, che non sviluppando una seconda vegetazione nello stesso anno, non si indeboliscono eccessivamente. Antonio Acampora

39 Vita da club BONSAI CLUB - Antonio Gesualdi ARBORES

Arbores Bonsai Club

di Antonio Gesualdi

Dalla passione di cinque amici nel 1994 si concretizzò a Cava de Tirreni la prima realtà associativa bonsaistica sul territorio Campano, ebbe inizio la storia del Arbores Bonsai Club. Ad oggi sono passati molti anni da quei primi esordi, ed ancora resta forte il legame che tiene insieme gli amici dell’Arbores, alcuni si sono persi per strada, come gli amici Antonio e Mario, ma in noi resta sempre vivo il loro ricordo. Dal 2000 l’Arbores, è presieduta da Antonio Gesualdi (che nel frattempo si è incamminato lungo la via del bonsaismo professionistico) e dal suo vicepresidente Angelo Santoriello. Da pochi anni si è aggiunto l’insostituibile segretario dott. Gerardo Moscariello, che saldamente tiene le redini della gestione interna del Club. La sede dell’associazione è presso L’AiKi-en (giardino scuola d’arte e cultura bonsaistica) di Antonio Gesualdi, con riunioni a cadenza settimanale, ove come in ogni buon club si discute di Bonsai & Suiseki, sorseggiando un buon caffè. L’arbores Bonsai Club ormai da anni non persegue più una politica di tipo didattico, ma è esclusivamente improntato sul comune spirito conviviale e amichevole dei soci (oggi circa 20), rilasciando la didattica ai servizi offerti dalla scuola del Mediterraneo; quindi gli incontri del giovedì sera, sono improntati sulla comune riflessione dinnanzi agli esemplari che di volta in volta i soci fanno pervenire in sede. Questa è l’idea del Club Arbores! Dove il Club non è visto come un posto ove imparare a fare bonsai, ma bensì un luogo dove condividere le proprie esperienze e accrescere il livello culturale legato a quest’arte. Ed è proprio con questo spirito che l’ Arbores di volta in volta si pone obiettivi sempre nuovi e avvincenti, come ad esempio l’idea di organizzare l’ultimo congresso U.B.I. appena conclusosi. Insomma un vero e proprio circolo culturale bonsaistico. Molto importante e di rilievo è il fatto che il culmine delle attività annuali del Club sfocia nell’allestimento di quello che ormai è diventato uno dei più importanti eventi bonsaistici a carattere nazionale, e sicuramente il più importante per il Centro-Sud Italia, e cioè il Trofeo Arbores, che quest’anno è arrivato alla XIV edizione, in abbinamento con la mostra U.B.I., insomma sempre nuovi traguardi e sempre nuove sfide stimolano l’attività del club Arbores, sempre nello spirito di promuovere e divulgare la splendida arte del Bonsai. Antonio Gesualdi

Vita da club

PROGETTOBONSAI - Valerio Cannizzo

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progettobonsai
Pensato da Antonio Ricchiari nell’aprile del 1999 Progettobonsai ha raggiunto il decimo anno di attività. Nato quasi in sordina, senza clamori, come è giusto che sia per un atelier, è strutturato come un laboratorio di ricerca, dove accanto all’attività pratica finalizzata alla lavorazione diretta della pianta si affianca la ricerca di temi legata al Bonsai ed in generale alla cultura orientale. Come all’interno di una “bottega d’arte” Progettobonsai si muove nello studio e nella sperimentazione, dove la Natura è il tema dominante con i suoi aspetti più insoliti che spaziano dal bonsai al suiseki, dai giardini Zen al verde insolito, ricercato, sino alla progettazione di arredi originali e particolari. Il laboratorio in questi anni è stato aperto e partecipato da un numero sempre crescente di fruitori, amanti della Natura, colti e pretenziosi. Il successo di Progettobonsai è racchiuso nella passione e nella preparazione specialistica di quanti vi hanno collaborato e vi collaborano. I programmi pensati per gli anni a venire prevedono un calendario che interessa la metodologia della didattica e che comprendono dei Laboratori di tecniche bonsaistiche, Laboratori di Estetica e Creatività, dei Seminari di Analisi e Progetto, di studio del Giardino Orientale e Zen. Per una migliore efficacia della didattica e della ricerca si è ritenuto opportuno dividere in diverse sezioni i laboratori e coinvolgere un team di collaboratori con diversa specializzazione, attitudine, conoscenze e capacità. Una sezione è curata dal dr. Gerlando Mandracchia (Università di Palermo) che si occupa della fisiologia delle piante, dello studio di terricci, dei fertilizzanti e della fitopatologia, l’arch. Valerio Cannizzo si occupa della ricerca dedicata ai giardini, collabora attivamente con Antonio Ricchiari alla didattica e alla progettazione del bonsai, affiancandolo in tutti gli altri adempimenti dello Studio. La struttura si avvale, ove necessario, della collaborazione esterna di altri esperti di settore. Tutte le tematiche esposte sono esplicate dallo staff di Progettobonsai in Conferenze e Seminari supportate dal materiale didattico contemporaneamente allestito. Lo studio di Progettobonsai conta un archivio bibliografico specializzato di oltre 300 volumi italiani e stranieri, di 16 pubblicazioni, 2 ricerche di mercato e circa 500 articoli e monografie scritte da Ricchiari. E’ allo studio il sito web per la consultazione on-line di tutto il materiale e le documentazioni che costituiscono un patrimonio unico dello Studio accumulato nel corso degli anni. Progettobonsai nasce quindi anche per tutelare un corretto insegnamento del bonsai e per portare avanti la sperimentazione per tutto ciò che attiene ai propri campi di studio. Valerio Cannizzo

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Che insetto è?

PATOLOGIA VEGETALE IV parte - Luca Bragazzi

Patologia vegetale - Parte IV: GLI ALEIRODIDI

Proseguendo nei discorsi di entomologia agraria, vediamo in questo quarto numero del magazine un altro gruppo di insetti parenti ai primi già visionati: gli Aleirodidi. Questi si presentano molto piccoli, di dimensioni intorno ai 3mm con il corpo alato che permette un facilissimo spostamento di esemplare in esemplare. Questi insetti, amano porsi sulle pagine inferiori delle foglie e lì svolgere la loro azione trofica di suzione (apparato boccale succhiatore). La loro presenza è sempre molto numerosa e la grande quantità di linfa asportata, se prolungata nel tempo, provoca numerosi danni dovuti a disidratazione dell’apparato foto-sintetizzante, che ne viene inibito anche nella principale funzione di fotosintesi clorofilliana. Imparentati con afidi, cocciniglie e tingidi, sono anch’essi portatori (Vettori) di Virus e Batteri, patologie di gran lunga più preoccupanti. Gli Aleirodidi sono insetti tipici delle colture protette, ovvero nelle serre, in cui formandosi un clima particolarmente caldoumido, trovano situazione ideale per riprodursi e dare numerose progenie. Di aspetto simile a delle piccole farfalle, sono ricoperti da delle cere polverulente simili alla farina. Altro importante aspetto è l’abbondante produzione di melata, che ricoprendo le superfici vegetali, sono alla base dello sviluppo di fumaggine, che riducendo le funzioni foto-sintetiche indeboliscono fortemente la capacità di produzione e accumulo di nutrienti. Gli Aleirodidi, sono presenti in numerose specie specifiche di altrettante specie botaniche: in particolare insistono sull’Olivo e gli Agrumi. Come per i precedenti insetti, la lotta deve essere effettuata alternando prodotti di copertura con sistemici e tra questa distinzione anche i principi attivi devono essere diversi, per scongiurare i fenomeni di assuefazione/ resistenza, caratteristici degli Aleirodidi. Luca Bragazzi

Gentili lettori, siamo a scrivervi in forma congiunta io Mauro Stemberger in qualità di Presidente UBI, ed io Sandro Segneri in qualità di Presidente IBS, per chiarire il rapporto che abbiamo voluto intraprendere a seguito dell’elezione del nuovo cd UBI e dell’elezione di Sandro qual nuovo presidente IBS. Per quanto mi riguarda l’UBI ritiene l’organo IBS un gruppo molto importante per il bonsaismo italiano, un albo che certifichi la qualità didattica dei propri affiliati, senza nulla togliere ovviamente agli istruttori provenienti da altre realtà. La collaborazione che si è voluta iniziare e che comunque è ancora ad uno stato embrionale (6 pagine a disposizione dell’IBS nella rivista UBIbonsai.it) vuole vedere sempre più un interscambio di opportunità che gli uni possono offrire agli altri. Questo si concretizzerà con il prossimo Congresso Nazionale dell’IBS e la prossima mostra UBI del 2010 a San Marino. In qualità di rappresentante dell’IBS, sottolineo le intenzioni, sia dell’IBS che dell’UBI ad intraprendere rapporti di piena collaborazione per garantire al movimento bonsaistico italiano la più corretta e qualificata didattica con l’intento comune di ristabilire i più corretti rapporti rispettando le competenze di ciascuna associazione. Vogliamo comunque sottolineare che il nostro intento collaborativo è rivolto ad una pura divulgazione del bonsai in ogni sua forma.

Mauro Stemberger Presidente U.B.I.

Sandro Segneri Presidente I.B.S.

Bonsai&Suiseki
magazine

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