P. 1
sguardi48

sguardi48

|Views: 56|Likes:
Published by SARA

More info:

Published by: SARA on Mar 21, 2010
Copyright:Attribution Non-commercial

Availability:

Read on Scribd mobile: iPhone, iPad and Android.
download as PDF, TXT or read online from Scribd
See more
See less

12/26/2011

pdf

text

original

Sommario

Passaggio in Italia
Incontro Steve McCurry

3
Calendari

Epson & Gian Paolo Barbieri

7
Inviati Franco Carlisi

Iàvàivòi

9
Cina, i giardini di Suzhou
Inviati Manuela De Leonardis

13
SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 1
Vetrina Alfredo Bini

La necessità di fotografare

16
Mediterraneo

Sguardi incrociati

18
Viaggi in 5 scatti
Premio Chatwin

20
Reuters News Tina Modotti Photofusion

21

Editoriale
di Antonio Politano

L’incontro con Steve McCurry apre Sguardi di dicembre. Il fotografo della Magnum, conosciuto per i suoi reportage sul National Geographic, è stato di recente in Italia, ospite del Lucca Digital Photo Festival, dove ha tenuto un workshop, e della Galleria MOdenArte di Modena, per l’inaugurazione della sua personale Sojourn: narratives of Asia. Edoardo Agresti, animatore della Nikon School Travel ha partecipato al workshop e ci racconta l’emozionante esperienza a contatto con un maestro del colore e dell’equilibrio della composizione. Gian Paolo Barbieri porta avanti da anni, accanto alla sua carriera di fotografo di moda, una sua personale ricerca sulle foto di natura: un bianco e nero rigoroso nei volumi, reinventato con raffinati inserti di colore. Una selezione delle immagini prodotte in questi anni anima le pagine del calendario Epson e usufruisce delle stampanti, degli inchiostri e delle carte speciali che la tecnologia Epson è in grado di restituire. Gli inviati di questo numero sono andati vicino e lontano. Franco Carlisi ha esplorato un dintorno accanto, nell’entroterra agrigentino, la micro-comunità (quattro persone) di Grancifuni, attraverso immagini piene di fremiti di luce e forme, frammenti di colore e vita quotidiana, bagliori nel buio, presenze evocate ed esplicite, immagini che superano la necessità di descrivere e si fanno, come scrive Gigliola Foschi, strumento del sentire oltre i limiti dello sguardo cosciente. Manuela De Leonardis ha viaggiato lontano e narra del fascino di un brano antico di Cina che continua a sopravvivere, tra sviluppo industriale e turismo di massa: l’universo armonico dei giardini di Suzhou, non lontano da Shanghai, trasposizione architettonica e naturalistica della grazia calligrafica. A proposito di Asia, la vetrina presenta il lavoro di Alfredo Bini, appassionato di Oriente, ma anche di Africa e America. Il Mediterraneo, invece, è al centro del concorso, presentato a Roma per la prima volta, dedicato a fotografi under 30 provenienti dai 17 paesi che vi si affacciano, finanziato dalla Unione Europea per promuovere una cultura della conoscenza e del rispetto reciproci. Da un concorso all’altro. Dal 2001 è nato in Italia un Premio intitolato a Bruce Chatwin, lo scrittore inglese scomparso nel 1989, mito e simbolo di molti viaggiatori contemporanei. Quest’anno, accanto alle sezioni narrativa e video, è stata creata anche una sezione fotografica chiamata “un viaggio in 5 scatti”; Sguardi presenta il lavoro dei primi tre classificati, con immagini da Bosnia, Tibet e India. Infine, le news segnalano le foto vintage di Tina Modotti in mostra alla Galleria Carla Sozzani di Milano, la collezione Ken Damy ospitata nella galleria Photofusion di Londra e il ritratto del pianeta nelle migliori fotografie di inizio XXI secolo dei fotografi della Reuters. Buon passaggio di anno da Sguardi.
SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 2

PassaggioinItalia
Steve McCurry

Incontri

Steve McCurry, fotografo della Magnum conosciuto per i suoi reportage sul National Geographic, è stato di recente in Italia, ospite del Lucca Digital Photo Festival, dove ha tenuto un workshop, e della Galleria MOdenArte di Modena, per l’inaugurazione della sua personale Sojourn: narratives of Asia, in mostra fino al 27 gennaio. Quaranta immagini originali, tra cui quella celeberrima della bambina afghana con gli occhi verdi immortalata negli anni Ottanta in un campo profughi pakistano, per raccontare la storia di un fotoreporter che ha iniziato la sua carriera nascondendosi sotto gli abiti della gente del posto, per attraversare il confine del Pakistan ed entrare in Afghanistan prima dell’invasione russa, e che da allora ha sempre cercato di essere in prima linea. «Era il 1978 quando, per la prima volta, sono partito per l’India», dice McCurry parlando degli inizi del suo lavoro in Asia. «Avevo già girato il mondo in lungo e in largo, e sono partito con quel senso di eternità che accompagna un giovane che se ne va sbattendo la porta. Ma in quell’occasione non sarebbe stata la stessa cosa. Quella volta mi sono buttato sulle spalle la macchina fotografica certo che in qualche modo avrebbe ripagato le spese della mia grande voglia di viaggiare ... Passano gli anni ed è sempre il colore a spingermi verso Sud, lungo la direttrice Sud-Est sino all’Asia, il colore, la vita e la luce. La luce dei templi millenari satura di Buddha, Shiva, Allah, la luce che come una pioggia bagna la Birmania e la Cambogia, e le distese di polvere risultato dei bombardamenti in Afghanistan dove continua a imperversare la furia delle guerre tribali. Dovunque si vada in quella parte del mondo, la vita è un tumulto che agita le strade e i bazar. Come gli incontrollabili eventi climatici e metereologici, la religione governa la vita con una forza che per l’Occidente è un ricordo lontano che risale al Rinascimento». «Nei ritratti ricerco il momento di vulnerabilità in cui l’anima, pura, si svela e le esperienze di vita appaiono incise nel volto», continua McCurry, «per me i ritratti trasmettono il desiderio di rapporti umani, un desiderio talmente forte che le persone, consapevoli del fatto che non mi vedranno più, si aprono all’obiettivo nella speranza che qualcuno, dall’altra parte, li veda; qualcuno che riderà o soffrirà con loro».

© Steve Mc Curry - Golden Rock, Kyaiktiko, Burma, 1994

© Steve Mc Curry - Red boy, Bombay, India, 1996

Molti dei ritratti che hanno reso famoso McCurry sono in mostra a Modena, a fianco degli altrettanto famosi suoi scatti sui pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait, durante l’invasione irachena, e a immagini scattate in Kashmir, in India e in Afghanistan. La mostra italiana propone anche il documentario in cui McCurry e un team del National Geographic sono tornati a cercare la bambina

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 3

afghana del campo profughi pakistano. Tramite una serie di contatti, la bimba diventata nel frattempo una donna, è stata trovata. Si chiama Sharbat Gula, è sposata, risiede in una remota regione dell’Afghanistan con la famiglia, e ha acconsentito a farsi ritrarre di nuovo e a narrare la propria storia. Edoardo Agresti, fotografo, animatore della Nikon School Travel, ha partecipato al workshop di McCurry e qui ci offre il racconto appassionato della due due giorni assieme al suo idolo e maestro riconosciuto. 2 Dicembre 2006, Villa Bottini a Lucca, ore 9,30. Come un bambino al suo primo giorno di scuola, tra l’emozione dell’incontro e la paura di non essere all’altezza, mi trovo seduto sulle scale della villa con il mio zaino fotografico, in attesa. Già cinque anni fa ci ero andato vicino, ma all’ultimo momento non era potuto venire perché mandato dal National Geographic in Cambogia. Ci avevo riprovato quest’anno a New York, ma in questo caso, e per due volte, sono stati i miei impegni a non permettermi di andare nella Grande Mela. Sembrava una sorta di destino crudele non poterlo incontrare. Torno a fine ottobre da un reportage per la Nikon School Travel in Mozambico e qualcuno mi informa che Lui è a Lucca e che tiene un workshop per pochi intimi. Mi precipito al telefono con l’ansia di non rientrare nei dieci fortunati. Con mia grande gioia mi comunicano che ancora c’è qualche disponibilità, così mi iscrivo. Sono le 10,30, eccolo avvicinarsi con il suo incedere sicuro, mano destra nella tasca della giacca, un caricatore per diapositive circolare sotto braccio; entra nelle vecchie cucine allestite per l’occasione ad aula, si siede e, come se ce ne fosse bisogno, si presenta: I’m Steve McCurry. Sembra strano come ci si possa così emozionare davanti a una persona. Ma è Steve è colui che hai da sempre ammirato, che hai studiato e hai cercato in qualche modo di copiare leggendo tra le righe di ogni suo scatto. Adesso ci siamo, inizia il workshop e, come Abramo che parla al suo popolo con le tavole della legge in mano, ascolto e cerco di apprendere il più possibile con in mente il fermo immagine della ragazza afghana piuttosto che il bimbo indiano con il viso rosso che troneggia a simbolo del Lucca digital festival 2006. Esordisce dicendo che non è un insegnante, ma un fotografo e che quindi conta sulle nostre domande per impostare le due giornate. Io, dopo tanto attendere, apro le danze e chiedo se anche lui, icona della diapositiva, si sia convertito al digitale. La risposta è sì! E’ da circa un anno che scatta con una Nikon D2x; afferma che ormai è questo il futuro e che oltre il 60% dei fotografi

© Steve Mc Curry - Dust storm, Rajastan, India, 1983

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 4

del National hanno seguito la strada del digitale. Si susseguono domande di vario tipo e, purtroppo, l’etereogenità del gruppo gli pone talvolta delle questioni elementari - tipo che schede di memoria utilizza facendo perdere del tempo prezioso alla mia voglia di conoscere. Gli chiedo se i suoi scatti sono reportage puro oppure se sposta i suoi soggetti alla ricerca della luce migliore; con mia meraviglia, essendo io un purista dell’immagine reportagistica, mi dice: It depends! Sì, dipende; ciò significa che qualche suo scatto è, diciamo, costruito. Per Steve, e lo ripete continuamente, nella fotografia è importante la luce, the light! Quando qualcuno sostiene che non sempre si può avere un soggetto o si può essere in un posto all’alba o al tramonto lui con il sorriso sulle labbra candidamente risponde: at noon you should be having lunch not shooting! Non si deve fotografare “per forza”, la fotografia, quantomeno la sua, necessita di condizioni particolari. Non ci sono mai elementi di disturbo, gli sfondi sono sempre puliti e si integrano alla perfezione con il soggetto in primo piano. Geometry, altra parola ricorrente nello spiegare i suoi scatti. Poche cose, in genere con pochi colori al limite del monocromatismo, mai troppe persone, mai too general! Non occorre aspettare delle ore, nello scattare, a volte, è sufficiente un attimo; è per questo, dice, che bisogna essere sempre pronti. Sempre attenti a cogliere quella scena irripetibile che sta passando davanti al tuo obiettivo. E a tal proposito le sue ottiche preferite sono il 35 mm e il 50 mm anche se non disdegna un medio tele, ma mai estremi. Non sopporta il grandangolo spinto né tanto meno degli scatti con inquadrature “azzardate” fuori dai canoni classici dell’equilibrio delle masse e della regola dei terzi. La sua è una fotografia elementare dove tutti gli elementi compositivi raggiungono la perfezione: quanto è difficile! Guardate i suoi ritratti, semplici, puliti ma con una forza espressiva immensa. Uno sguardo che è lo specchio dell’anima. E, mentre cerco d’immaginare Steve a ritrarre i pastori rajasthani con i turbanti rossi sullo sfondo blu delle strade di Johdpur, mi balena nella mente l’idea di farmi fare un ritratto. Durante la pausa pranzo mi avvicino timoroso e gli chiedo se mi può fotografare. Sure! Incredibile! Ed è così che ci prendiamo un quarto d’ora di tempo. Gli do la mia D200 con il 50mm 1,4 e, nel mio imbarazzo misto al fascino di vedere Lui all’opera, ecco che inizia a scattare. È curioso e al tempo stesso strabiliante come riesce a muoversi con armonia con la mia macchina fotografica in mano pur avendo il braccio destro praticamente atrofizzato. Controlla la luce, guarda lo sfondo e poi scatta; credo

Steve Mc Curry fotografato da Edoardo Agresti

© Steve Mc Curry - Afghan girl, Peshawar, Pakistan, 1984

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 5

che non dimenticherò mai questi 15 minuti di assoluto silenzio, rotto soltanto dal click del pulsante di scatto. Sono ancora confuso, per quanto accaduto, quando rientriamo in aula dove ci aspetta la tanto attesa lettura del portfolio. Ognuno di noi timoroso, come davanti ad una sorta di Giudizio Universale, timidamente inizia a far vedere i propri scatti. Devo dire che con alcuni è andato giù pesante: If you shot keeping your eyes closed you would do the same! E quando poi qualcuno fa vedere delle foto fatte con il flash ecco che sbotta con the light! La luce per Steve deve essere quella naturale! Altra frequente obiezione riguarda il taglio che deve avere un ampio respiro; tutti gli elementi della foto devono avere sufficiente spazio around! Too tight! Too tight! Ripete su molti scatti. Una litania che accompagna anche alcune delle mie foto. Non sto a raccontarvi cosa mi ha detto, ma, too tight a parte, in qualche modo devo averlo colpito se, nella dedica in uno dei suoi libri, mi scrive “your portfolio is a good work” (chi fosse interessato, nel sito http://www.nital.it nella sezione Nikon School Travel relativamente al viaggio in Mozambico lo può visionare, attendo commenti info@edoardoagresti.it). Beh, che dire! Sono felice! La lettura continua, tra un too tight, the light e geometry. E, quando su un ritratto si ripete un ennesimo too general: dovevi isolare di più il soggetto, la ragazza sotto “esame” dice: Provo un certo imbarazzo e sono un po’ timida per andare troppo “sotto”! Steve McCurry è lapidario: Too shy? You cannot be shy, when you are shooting you must have the killer instinct! E con questa frase decisamente forte la due giorni volge al termine. Che dire. Forse il workshop di per sé non è stato così organico e didatticamente istruttivo come me l‘aspettavo - la premessa di Steve di non essere un insegnante ha trovato conferme nel suo modo di condurre - credo però che, ognuno di noi in modo diverso sia tornato a casa con qualcosa su cui riflettere. Personalmente nel mio prossimo viaggio utilizzerò meno grandangolo e più 50mm.

© Steve Mc Curry - Blue Mosque, Mazar-i-Sharif, Afghanistan, 1991

© Steve Mc Curry - Tibetan Landscape, Kandze, Tibet, 2001

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 6

L’EpsondiGianPaoloBarbieri

Calendari Fotografia italiana d’autore e tecnologie di imaging digitale. Dopo Giorgio Lotti, Franco Fontana, Mario De Biasi, Giovanni Gastel, Mimmo Jodice e Ferdinando Scianna, Epson si presenta per la settima volta all’appuntamento di fine anno con i suoi prestigiosi calendari da collezione, forte di uno dei nomi più autorevoli e noti della fotografia italiana: Gian Paolo Barbieri, famoso per i suoi scatti glamour e di moda (già nel 1978 Stern lo aveva inserito tra gli autori che hanno fatto la storia della fotografia di moda) ma anche autore apprezzato per le sue foto di natura “innaturale”. Il Calendario Epson 2007 presenta un aspetto diverso, più insolito, più privato di Barbieri, quello delle sue foto di natura. Di una natura particolare, perché Gian Paolo Barbieri non segue le vie battute: una natura formale e messa in posa in una sinfonia di bianchi e di neri, sapientemente esaltati dai decisi inserti di colore che l’autore ha voluto c r e a r e p e r s o t t o l i n e a r e e reinterpretare la morbida purezza dei soggetti, la loro eleganza naturale. Il rigore di Barbieri è messo in risalto dal formato particolare del Calendario Epson 2007, impostato sulla regola geometrica del rapporto aureo, percepito dall’uomo come esteticamente piacevole; la “divina proportione” fu infatti già usata dagli egizi 5.000 anni fa, diffusa dai greci e codificata infine nel Rinascimento anche da Leonardo da Vinci. Seguono il rapporto aureo: la spirale del guscio di molti molluschi, i petali dei fiori, le proporzioni del corpo umano, la sequenza di crescita delle foglie e la forma delle galassie. Ma lo ritroviamo anche nelle note musicali, nella serie numerica di Fibonacci, nei quadri di Dalì e di Mondrian, nell’architettura greca classica e in quella di Le Corbusier. Il Calendario Epson 2007 finisce per svelare anche per Barbieri una personalità e un gusto insoliti, esaltati dalle infinite sfumature di nero che oggi la sinergia tecnologica tra le stampanti, gli inchiostri e le carte speciali Epson è in grado di restituire. Come i sei precedenti anche il calendario Epson 2007 è un’opera prodotta in edizione numerata e tiratura limitata di 1.000 copie con una particolare lavorazione artigianale: su ciascun esemplare sono incollate a mano le dodici stampe originali, prodotte con ink jet Epson Stylus Pro su carta fine art Epson.

© Gian Paolo Barbieri - Gennaio

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 7

Chi è

Nasce a Milano nel 1938 e studia all’università Cattolica. Trasferitosi a Roma, fa per un anno l’apprendista a Cinecittà, poi Tom Kublin lo vuole come assistente sui set delle collezioni francesi di moda: nel 1965 ha inizio la sua collaborazione con Vogue, per cui realizza la copertina del primo numero di Vogue Italia. Grazie ai servizi fotografici per le edizioni italiana, francese, americana e tedesca di Vogue le grandi firme della moda come Valentino, Armani, Versace, Yves Saint-Laurent, Ferrè, gli affidano le loro campagne pubblicitarie. Sue fotografie sono esposte al Victoria and Albert Museum di Londra e al Kunstforum di Vienna.

© Gian Paolo Barbieri - Marzo

© Gian Paolo Barbieri - Agosto

© Gian Paolo Barbieri - Novembre

© Gian Paolo Barbieri - Maggio

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 8

Iàvàivòi
Franco Carlisi Una masseria, qualche animale, una storia d’amore, una coppia di giovani siciliani, due immigrati (un marocchino, un albanese), la campagna agrigentina, il ritorno dai campi, gli interni della casa, la sera e la notte. Questi sono gli elementi di Iàvàivòi, il lavoro più recente di Franco Carlisi, che così lo presenta sinteticamente: “Iàvàivòi è un reportage su una piccola comunità multietnica che vive a Grancifuni, nell’entroterra siciliano. La globalizzazione ha indebolito la percezione del senso di appartenenza portando l’uomo a riconoscere la propria identità in una mera affiliazione etnica o religiosa. Negando una società fatta da individui in cui si sono stratificate diverse identità simultanee. A Grancifuni il bisogno di identità si estrinseca nella naturale necessità di relazione all’interno della comunità e porta a comuni appartenenze ad identità collettive. Individui diversi, dalle diverse origini, a Grancifuni, in una terra di nessuno si riconoscono in una sola identità: quella universalmente umana”. Ecco il testo “Fotografie in versi” che Gigliola Foschi ha scritto per Iàvàivòi: “Fare una fotografia è un modo di toccare qualcuno, è una carezza, è accettazione…”, ha sempre sostenuto la fotografa americana Nan Goldin. In sintonia con il lavoro di questa autrice, il siciliano Franco Carlisi crea immagini che sono a loro volta un viaggio di avvicinamento verso gli altri, verso la loro vita, le loro emozioni. Fatto di frammenti carichi di momenti intimi e intensi, di sguardi e carezze, il suo modo di narrare è come una poesia in cui ogni immagine diviene un verso capace di dar vita a un piccolo mondo aperto verso l’immaginazione di chi osserva. Protagonisti delle sue immagini sono Anna e Davide e la fatiscente masseria in cui vivono assieme a un marocchino e a un albanese. Isolati in campagna, nei pressi di Agrigento, coltivano la terra e allevano qualche cavallo, qualche gallina, un gallo, due cani, alcune pecore. Se il lavoro di Ferdinando Scianna sui riti popolari è stato – come egli stesso racconta – un modo “per salvare qualche cosa che si stava perdendo (…) un grande sventolio di fazzoletti già nostalgico nei confronti di un certo mondo che era poi quello contadino”, nell’opera di Carlisi tale bisogno di salvaguardare la memoria della sua terra non trova più soggetti “forti” e neppure i profumi di un tempo. Anna e Davide conducono una vita certamente dignitosa, fatta di gesti che conoscono ancora il sapore delle cose e della natura, ma è come se su di loro, sulla loro vita di contadini radicati alla terra, fosse caduto una sorta di velo che li abbandona alla marginalità e li rende socialmente invisibili, ininfluenti. Finiti gli anni dell’opposizione tra città e campagna, ora la città ha vinto su tutti i fronti e si è trasformata in una sorta di essere onnivoro che dilaga ovunque, che penetra

Inviati

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 9

anche là dove non appare. Così, questo imporsi della città diffusa come nuovo modello unico di vita, finisce per condannare all’abbandono casolari e cascine ormai inutili, riduce la campagna a una sorta di residuo inerte, come sopravvissuto per sbaglio tra capannoni e villaggi outlet, strade e svincoli, villette a schiera e complessi turistici. Una simile avanzata rende Anna e Davide, assieme a molti altri, simili a clandestini “rispetto a una società che confonde il bello con il funzionale, la gioia con il frastuono; dove non si afferma il vero, ma si esalta il verosimile” – come racconta l’autore. I viaggi di Carlisi, verso la masseria in cui loro abitano, nascono quindi dal bisogno di ridare voce, visibilità, a chi vive nell’ombra. E’ come se l’autore avvertisse che la loro vita, forse proprio perché marginale, può ricordarci e far riemergere un mondo di valori, emozioni e sentimenti che ci appartiene intimamente, ma che stiamo dimenticando. Abbandonati i neri materici squarciati da luci improvvise del suo precedente lavoro Altari di Sassi, in questa sua recente ricerca Franco Carlisi ha voluto affrontare il colore. Un colore non inteso dal punto di vista della seduzione, ma trattato come una materia porosa, sensibile alle minime vibrazioni, capace di assorbire e restituire atmosfere e umori. Anche lo stile della ripresa è volutamente meno forte e drammatico: qui non ci sono volti che baluginano all’improvviso dall’oscurità con sguardi intensi e ravvicinati, e neppure primi piani esasperati che paiono voler invadere l’inquadratura. Se nel lavoro Altari di sassi l’autore faceva riemergere volti simili a fantasmi di un mondo antico – volti che per l’ultima volta ci apparivano vicini e squarciavano l’oscurità dell’oblio – in questa sua recente ricerca ha invece adottato un registro più intimo, proteso all’ascolto e a un lento avvicinamento. Un desiderio d’ascolto che riecheggia anche nel titolo della sua opera, cioè Iàvàivòi, dal grido con cui Davide chiama i suoi animali. Ogni suo scatto è un gradino verso il superamento della distanza tra l’io del fotografo e le persone con cui è entrato in relazione. Esse non sono infatti “di fronte” a lui – cosa che presuppone sempre una distanza, per quanto attraversata da un’interrogazione – ma divengono parte delle sua stessa vita, come se attraverso di loro egli ritrovasse una sua, una nostra, memoria perduta. Carlisi non fotografa infatti per descrivere, ma per superare la barriera che lo divide da quanto sta guardando, per infrangere la superficie della realtà ed entrarci dentro. Il suo è una sorta di sentire vedente che mette in discussione la visione logocentrica e la distanza dello sguardo, rivelando le possibilità tattili ed emozionali del fotografare. Notturne, attraversate da bagliori lontani, le sue immagini evocano momenti intimi e situazioni sospese, senza mai raccontarle con esattezza: sfocate, mosse, a volte troppo ravvicinate

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 10

per poter essere a fuoco, è come se ci volessero dire che nel mondo della iper-visibilità, le immagini consapevoli di sé devono saper accettare il mistero della realtà, senza cercare di squarciarne il velo. Come ha scritto Luigi Ghirri: “Si rischia oggi di giungere a un punto di scomparsa, a un’insensatezza dello sguardo per eccesso di visibilità.(…) Il mondo da abitabile e conosciuto è di colpo divenuto sconosciuto. Una mutazione ha cambiato il suo volto, come in un film di fantascienza. C’è una anestesia dello sguardo dovuto ad un eccesso di descrizione”. Ed è proprio questo eccesso di descrizione quel che Carlisi evita, per puntare invece a uno sguardo che si fa strumento del sentire. In altre parole, quella che lui ricerca è una prossimità empatica, capace di cogliere anche le cose destinate a eludere la presa del nostro sguardo cosciente. Così le sue immagini riescono come ad accarezzare il tempo, sanno accettare il buio, sanno immergersi in una penombra dove con delicatezza possono scrutare volti, mostrare sentimenti, senza mai arrivare ad esplicitarne il senso. Quella in cui lui si muove è un’oscurità non estetica, non appositamente ricercata per ottenere in modo artificiale un effetto di magia o di mistero. Tutto all’opposto, il buio in cui lui fotografa è quello di una notte che s’impone come inevitabile conseguenza di una necessità di vita. Solo all’imbrunire, infatti, Anna e Davide possono tornare a casa dai campi, così l’autore per incontrarli deve aspettare il calar del sole. Il racconto che lui ci fa della loro vita più intima si svolge dunque adagio fra le ombre, sera dopo sera. Lontana da aspetti aneddotici, folcloristici o antropologici, la sua ricerca è quindi costretta a fare i conti con il nero del cielo, con interni malamente illuminati, con la luce biancastra della televisione accesa. Non voluta, non cercata, tale oscurità inevitabile finisce a poco a poco per divenire una metafora della voluta solitudine di Anna e Davide, circondati come sono da una campagna dove il buio non è più quello tenebroso di una natura antica, ma una semioscurità sempre attraversata dai bagliori artificiali che scintillano perenni laggiù in città, dove brillano le luci di Agrigento. E tuttavia, questa solitudine, questa condizione marginale in cui vivono Anna e Davide, i loro amici e pure gli animali, non significa mera tristezza, miseria ed abbandono. Osservando infatti le foto di Carlisi – quelle sue immagini scattate con tanta amorosa attenzione – noi ci accorgiamo che l’emarginazione in cui tutti loro si ritrovano a vivere risulta al contempo protetta, riscaldata, come accudita da quella stessa oscurità che pure li separa simbolicamente e realmente dal mondo attivo e rombante della città, delle notizie che si accavallano, delle vite sospinte solo dalla fretta e dall’ansia. Ci accorgiamo che queste immagini intrise d’ombra sottraggono le cose alla visibilità abituale,

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 11

per ripresentarle segnate da una differenza che le rende al contempo enigmatiche e oniriche, come attraversate da una vita che ci riguarda da vicino ma che non possiamo afferrare, né tanto meno giudicare. Immagini segnate da inquietudini e avvicinamenti, preziose come è preziosa l’esistenza di ognuno di noi. Sono nato nel 1963 a Grotte (AG). Dopo la laurea in Ingegneria Elettrica a Palermo mi sono finalmente potuto dedicare professionalmente alla fotografia. In questi anni ho viaggiato e realizzato un’intensa attività espositiva in Italia e all’estero polemica nei contenuti ed orientata prevalentemente verso la ricognizione del sentimento di non appartenenza. Dal 2006 sono direttore del periodico di immagini e cultura fotografica Gente di Fotografia dove approfondisco una riflessione teorica che ha da sempre accompagnato la mia attività fotografica. Nel 1998 una mia prima ricerca personale sul senso del morire e dell’eterno rinascere proprio della spiritualità siciliana viene selezionata dall’Università di Cambridge (GB) e da li ho poi esposto variamente in Italia e all’estero. Ricordando le mostre e i premi più importanti: Festival Off des Rencontres d’Arles 2002., 16° Internazionale Photoszene Colonia 2002, Venezia Immagine 2002, Talent Photo Europe 2003, FNAC di Napoli, Roma, Genova, Torino, Milano e Verona, FNAC Montparnasse di Parigi, Festival des Rencontres d’Arles 2003, Festival Internazionale della Fotografia di Roma 2004, Fotoforum di Innsbruck 2004. Ho esposto inoltre la mia ricerca sul tema della marginalità e dell’emarginazione a Firenze presso il palazzo Medici Riccardi e a Roma al Palazzo Massimo. Ho pubblicato tra l’altro: Rahal 1997, Che vuol dire per sempre 1998, Itinerari fotografici nella Valle dei Templi 1997, Il tumulto del cuore nella luce smarrita ed. Centro Culturale Pier Paolo Pasolini 1999, Leonardo Sciascia e la dimensione della memoria 2000, Altari di Sassi ed. Gente di Fotografia 2001, Dispersione 2005 ed. Amici della Pittura Siciliana, Iavaivoi ed. Gente di Fotografia 2006.

Chi sono

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 12

© Franco Carlisi - Iàvàivòi

Cina,igiardinidiSuzhou
Manuela De Leonardis

Inviati C’è sempre un padiglione, nei giardini di Suzhou, dove il mandarino guardava le tre lune. La luna lassù nel cielo scuro della notte, quella riflessa in uno specchio appeso alla parete e la luna incerta che affiora sulla superficie increspata del laghetto o del ruscello. La notte profuma di glicini, gelsomini, camelie, fiori di loto… in primavera e in estate; odora di neve bianca d’inverno. È una notte che racconta storie lontane nel tempo. A Suzhou, città industriale della regione dello Jiangsu, conosciuta in passato come la capitale della seta, ci è passato anche Marco Polo nel 1276 che non poté non rimanere colpito dal Grande Canale Imperiale, un canale artificiale di 1800 chilometri che permetteva il collegamento fluviale tra Pechino e il bacino dello Yangtze. Suzhou era, e lo è tuttora, famosa anche per i suoi giardini classici che ebbero la massima fioritura durante le due ultime dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911). Questi giardini sono la trasposizione architettonica e naturalistica della grazia calligrafica: iscrizioni letterarie, rocce scolpite dall’acqua, mobili intarsiati, lanterne rosse, pannelli dipinti, porcellane, oggetti di giada, ruscelli-laghetti-stagni con ninfee e pesci rossi, luce e ombra che filtrano attraverso le fronde di alberi secolari (peschi, aceri, pini, melograni, gelsi, gingko biloba, susini, ciliegi, alberi della canfora, bambù…) e di straordinari bonsai (in mandarino ponzai significa “paesaggio in un vaso”), come quelli del Giardino dei Centomila Bonsai all’interno della Collina della Tigre (i più antichi sono un cipresso di 700 anni e un susino invernale di 400). L’architettura è lo scrigno che custodisce questi piccoli mondi preziosi progettati da artisti famosi. Delle tre tipologie ricorrenti – imperiali (splendido esempio è quello del Palazzo d’Estate a Pechino), privati e religiosi (annessi a monasteri buddisti) - a Suzhou si possono ammirare soprattutto giardini privati. Li fecero costruire mandarini e altri alti funzionari dell’imperatore che, giunti alla fine della loro carriera, scelsero di trasferirsi in questa elegante città. C’erano poi nobili, proprietari terrieri, attori, artisti e studiosi, alcuni dei quali lasciarono traccia visibile della loro creatività, come il pittore delle tigri, Zhang Daqian, proprietario negli anni ’30 del Giardino del Maestro delle Reti o lo storico Qian Mu che nel 1939, durante il suo soggiorno nel Giardino delle Coppie, scrisse un intero capitolo del suo compendio sulla storia della dinastia Tan. Nel XVI secolo, periodo di massimo splendore, si contavano 271 giardini di cui, nell’alternarsi di fasi di abbandono e degrado, con un passaggio indenne attraverso la Rivoluzione Culturale, ne sono sopravvissuti solo una decina che sono stati restaurati e riaperti al pubblico nel 1953: il Padiglione delle Onde Sorgenti, il Bosco del Leone, il Giardino

© Manuela De Leonardis- Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou Biglietto d’ingresso del Giardino dell’Umile Amministratore

© Manuela De Leonardis - Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou Giardino dell’Umile Amministratore

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 13

© Manuela De Leonardis - Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou

© Manuela De Leonardis Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou Giardino del Maestro delle Reti

dell’Intrattenimento, il Giardino della Coltivazione, il Giardino delle Coppie, il Giardino dell’Armonia, il Giardino della Meditazione, inoltre il Giardino dell’Umile Amministratore, il Giardino del Maestro delle Reti, il Giardino del Dolce Oziare e il Giardino Circondato dalla Bellezza (questi ultimi quattro sono dal 1997 patrimonio mondiale dell’Unesco). Il giardino più antico è il Padiglione delle Onde Sorgenti (detto anche Padiglione dell’Onda Blu), costruito a partire dal 907 per volere dell’ufficiale Sun Cheng You, completamente abbandonato per un centinaio di anni fu acquistato nel 1044 da Su Shunqin che si faceva chiamare “il vecchio uomo delle onde sorgenti” e scrisse anche un racconto dedicato al suo giardino. Ogni giardino ha la sua storia, ad esempio nel 1509 per completare il Giardino dell’Umile Amministratore occorsero a Wang Xianchen ben 16 anni, mentre al figlio una sola notte per perderlo al gioco. Ma cos’è che colpisce lo sguardo - specie se è di un occidentale - guardando questi famosi giardini? Prima di tutto il ruolo privilegiato della natura rispetto all’architettura e alle altre belle arti. Poi, decisamente, l’effetto sorpresa – quel sentimento di “maraviglia” dell’età barocca in cui il destare stupore nell’osservatore era strettamente connesso con l’effetto scenografico dell’insieme, complice anche, da queste parti di mondo, un pizzico di superstizione. I sentieri a zig-zag, infatti, oltre che giocare a nascondere allo sguardo l’intero panorama, offrendone una visione parziale di volta in volta diversa da quella precedente e da quella successiva, servivano per disorientare gli spiritelli maligni. Quanto all’illusione ottica, ne sono splendidi esempi quelle aperture sui muri - apparentemente casuali - chiamate di volta in volta “paesaggio rubato”, “paesaggio prestato” o anche “quadro incorniciato”, da cui fa capolino un paesaggio che non è dipinto, ma assolutamente reale, semmai studiato, come quando appare il profilo verticale di una pagoda che sembra immediatamente vicina e che, al contrario, si erge in lontananza. Perfino i corsi d’acqua e le cascatelle sono manipolati dall’uomo, come del resto colline, grotte e caverne realizzate artificialmente. L’elemento chiave dell’architettura dei giardini cinesi sono i padiglioni, costruzioni di piccole dimensioni con i tetti spioventi di tegole, sostenuti da travi di legno, che consentono un fluire armonico tra spazi esterni e spazi interni. Padiglioni collegati tra loro da corridoi e pensiline, terrazze e ponticelli, muri ondulati con aperture di forme curiose (esagoni con i lati ricurvi, ventagli, bottiglie, fiori stilizzati, rettangoli, cerchi…). Perché fosse garantita una comoda fruizione della natura in tutte le sfumature delle diverse stagioni i padiglioni erano dotati di pareti scorrevoli in carta di riso (oggi sostituita dal vetro). Gli edifici più esterni erano destinati ad usi ufficiali, per ricevere

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 14

© Manuela De Leonardis - Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou Giardino del Maestro delle Reti

© Manuela De Leonardis - Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou Biglietto d’ingresso del Giardino dell’Umile Amministratore

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 15

© Manuela De Leonardis Suzhou (Cina), I giardini di Suzhou Giardino dei Centomila Bonsai (Collina della Tigre)

ospiti di riguardo, per udienze e banchetti, i padiglioni più interni, invece, proteggevano l’intimità domestica. C’erano appositi luoghi dove ascoltare la musica, per la meditazione, per prendere il tè e per ogni altro diletto: nei giardini di Suzhou anima e corpo erano nutriti dalla bellezza della natura. Sembra un rebus o un responso profetico la scritta che c’è in un piccolo padiglione del Giardino dell’Umile Amministratore dove il mandarino Wang Xianchen era solito sedere in alcuni momenti della giornata: “Con chi mi siedo?”. Verrebbe da rispondere: “Con la tua ombra”. Invece la risposta, anche questa ben visibile negli antichi ideogrammi è: “Con la luna e con il vento”. Il vecchio dignitario sedeva di sera in compagnia della luna, di giorno con il vento. Non manca decisamente la poesia nella concezione estetica di questi giardini, a cominciare dai nomi degli elementi architettonici come “Ponte dell’Arcobaleno Volante”, “Collina della Caccia alle Nuvole”, “Padiglione del Profumo di Osmanto”, “Padiglione della Brezza Rinfrescante”, “Padiglione della Vera Delizia”, “Padiglione dell’Ombra Dormiente”, “Sala della Fragranza che si diffonde”, “Sala della Nuvola che Dorme”, “Sala della Pace e della Felicità”, “Sala dell’Erudizione e dell’Eleganza”. L’elenco è lungo. È una poesia anche l’immagine di quel giardiniere con il cappello di paglia che, dall’interno di una tinozza di legno, si aggira tra le grandi foglie dei fiori di loto del laghetto artificiale del Giardino dell’Umile Amministratore, strappando via con decisione le foglie ingiallite.

Lanecessitàdifotografare
Alfredo Bini

Vetrina Sono diventato fotografo per necessità. Durante un viaggio in Thailandia, mentre ero a bordo di uno sgangherato tuk tuk, uno di quei taxi a tre ruote che ti portano da un posto all’altro a velocità folle, specialmente se il conducente ha fatto un uso disinvolto di alcol. Stavamo attraversando un tratto collinare e intorno a noi c’era una bella vegetazione tropicale, con l’umido e il caldo tipico di quelle latitudini. Il cielo era stellato e la luna emanava un bagliore così intenso che avremmo potuto avanzare anche senza l’uso dei fari. Era il periodo in cui nei cieli invernali e freddi dell’Italia brillava da diverse settimane la cometa Hale Boop. Vederla nello stesso cielo, ma in un contesto completamente diverso, mi fece riflettere su come il nostro pianeta sia piccolo e allo stesso tempo pieno di infinite sfaccettature che meritano di essere viste, documentate, raccontate e di come tutto ciò mi facesse star bene. Lo stesso effetto avrebbe potuto farmelo anche la luna oppure il sole, ma si sa, la mente si fa catturare più facilmente da situazioni insolite. Avevo sempre fotografato. In casa mia c’è sempre stata una macchina fotografica e delle riviste di fotografia. Sia mia madre che mio fratello amavano fotografare e mi ricordo ancora i giornali con le copertine patinate che riportavano al loro interno le immagini di Newton, Kirkland o Fontana. Ero attratto da quelle riviste, mi piacevano i colori forti delle immagini, le forme plastiche e mi chiedevo chi fosse quella persona che stava dall’altra parte dell’obiettivo a farsi fotografare. Non credevo però che un giorno avrei potuto farne una professione o che le mie immagini fossero pubblicate e viste da qualcuno, magari suscitandogli lo stesso tipo di emozioni che avevano suscitato a me. Per dovere di cronaca devo dire che in quel periodo c’era anche un’altra cosa che mi attraeva forse più della fotografia, ed era tutto ciò che si muoveva grazie a un motore. Non essendoci però mai stata in casa mia un’auto da corsa od un kart, ho ben presto imparato a considerare questa cosa come una semplice passione a dimostrazione del fatto di come l’ambiente in cui uno cresce e matura abbia una forte influenza su quello che poi sarà la sua vita futura. All’inizio tendevo a scattare immagini descrittive e con una particolare attenzione alla loro correttezza tecnica. Credo dipendesse dalla mia prima formazione, amatoriale e autodidatta. Con il tempo ho cercato di interpretare di più ciò che fotografavo, a riprenderlo non più come lo vedevo ma come lo sentivo. A dare corda alle mie emozioni e sensazioni in modo che alla fine, per dirla alla Cartier-Bresson, le immagini fossero scattate dopo aver allineato sullo stesso asse occhio, testa e cuore.

© Alfredo Bini Xiahe - Gansu province (China) - Un pellegrino si riposa lungo il sentiero superiore del pellegrinaggio. sullo sfondo il monastero con le celle dei monaci

© Alfredo Bini Una donna Peulh prepara la cena con la farina di miglio.

© Alfredo Bini Ragazzi giocano a calcio nel letto del fiume Mekong, nella stagione secca.

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 16

Dopo un periodo in cui fotografavo sia paesaggio che persone ho iniziato a vedere l’elemento umano come preponderante e adesso cerco sempre di inserirlo all’interno delle immagini. Mi piace fotografare le persone mentre sono in relazione tra loro, con qualcosa, oppure con me stesso. Cerco sempre uno stato di tensione all’interno dell’immagine e mi sforzo di passare il più inosservato possibile. Solo così credo si possa creare quella particolare situazione in cui il soggetto non ti percepisce più come estraneo e, rilassandosi, ti permette di fotografarlo come realmente è. Spesso a chi mi chiede: “perché la fotografia?” non riesco a rispondere in poche parole. Provandoci gli dico che solo pochi altri mestieri ti permettono di vivere le sensazioni e le situazioni che la fotografia permette di vivere. Per ottenere delle buone immagini devi calarti nella realtà che vuoi riprendere. Non è sufficiente viverla dall’esterno e documentarla. Devi cercare di diventare un po’ come chi hai di fronte all’obiettivo e provare a quel punto a tirargli fuori quando di più forte ha dentro di sé. In questo processo di scambio ti rimane addosso qualcosa e pian piano tu stesso inizi a cambiare, inizi a essere un po’ come tutte le persone che hai incontrato e che ti hanno lasciato un po’ della loro umanità sia essa positiva o negativa. Ti ritrovi quindi non più costretto in un’identità culturale, ma libero di essere un po’ chi vuoi, consapevole che il mondo che attraversi è tutte queste cose insieme nello stesso momento. Smetti perciò di vedere il mondo a fette, diviso, e inizi a percepirlo come un’unica cosa. Un’unica cosa che vive in tanti molteplici modi nello stesso istante. Un po’ come la storia della cometa che brillava nei cieli invernali italiani con lo stesso bagliore che faceva in quelli tropicali thailandesi.

© Alfredo Bini Vinci, Giugno 2006. Pausa caffè durante un ricevimento.

© Alfredo Bini Weeding in Greenwich - Casa dei Jones. In partenza per la chiesa con la figlia Ali.

Chi sono

© Alfredo Bini Una gioane donna e sua madre tagliano foglie di palma per riparare il tetto della loro abitazione, villaggio di Muang long.

Sono nato nel 1975 a Pistoia in Toscana dove tuttora vivo. Ho la fortuna di vivere vicino Orsigna, l’ultimo amore di Tiziano Terzani e se dicessi che questa vicinanza non mi ha condizionato in certe scelte mentirei. Diciamo che se sono fotografo, molto lo devo anche a questo. Ho sempre avuto un forte interesse per le arti visive e la loro riproduzione. Da bambino mi impossessavo della Cannonet a telemetro di famiglia e la utilizzavo durante le gite e le vacanze. Ho continuato così fino a qualche anno fa, poi con il tempo qualcosa è cambiato e sono arrivati nuovi impegni e nuova attrezzatura. I miei primi progetti sono stati sulla foto di paesaggio, che pian piano ho affiancato al reportage di viaggio e sociale, divenuti adesso parte predominante dei miei lavori. Limito al massimo l’attrezzatura per essere veloce e leggero. Da poco sono passato al digitale apprezzandone subito le spiccate doti di flessibilità in ripresa e post-produzione. Uso molto il grandangolo e raramente il resto delle focali. Adoro l’Asia. Credo sia un continente fantastico intriso di una miriade di sfaccettature culturali e sociali.

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 17

Sguardiincrociati

Mediterraneo Visioni di sé, degli altri e del futuro. Grazie a un progetto finanziato dalla Commissione Europea (e realizzato da Intesa & C.P. S.r.l.) - allo scopo di stimolare e approfondire la conoscenza della realtà dell’Unione Europea in relazione ai paesi terzi e della realtà del partenariato tra le due rive del Mediterraneo - i giovani del Nord e del Sud del Mediterraneo ritraggono se stessi. Roma è stata la prima tappa della mostra fotografica “Sguardi Incrociati”, il risultato di un concorso internazionale dedicato ai giovani fotografi under 30, indetto in 7 paesi dell’Unione Europea (Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Slovenia e Spagna) e in 10 Paesi dell’area Meda (Algeria, Egitto, Giordania, Israele, Libano, Marocco, Siria, Territori Palestinesi, Tunisia e Turchia) sul tema del partenariato euromediterraneo. La fotografia, in particolare, veicola facilmente rappresentazioni della e riflessioni sulla realtà che circonda i giovani cittadini del Mediterraneo, al di là di ogni frontiera. Il linguaggio fotografico è stato scelto per il suo essere ”internazionale”, senza bisogno di traduzioni o interpretazioni; un modo diretto di comunicare e conoscere, al di là delle differenze linguistiche o culturali, in particolare per i giovani che grazie alla tv, al web, ai video-clip e alla pubblicità sono abituati a esprimersi per immagini. I 17 fotografi vincitori, uno per ogni paese coinvolto, sono stati selezionati da una giuria internazionale composta da personalità del mondo della comunicazione, del giornalismo e dell’arte, coordinata da un esperto di fotografia. I membri della giuria, dopo aver visionato oltre 5800 fotografie, hanno in particolare preso in considerazione le opere che valorizzano i principi del dialogo interculturale e della tolleranza, che sottolineano la condivisione di una stessa visione del futuro nell’area mediterranea, che portano uno sguardo originale e innovatore sul tema del rapporto tra i paesi europei e i paesi Meda, che valorizzano la ricchezza dei popoli che vi abitano, il diritto alla differenza e la ricchezza del confronto e che trattano al contempo immaginari collettivi e rappresentazioni reciproche. Basato su valori ed obiettivi comuni, il partenariato euromediterraneo ha inaugurato nel 1995, con la Conferenza di Barcellona, una stretta cooperazione tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, una regione che ha la vocazione di diventare un luogo di unione e conoscenza tra i popoli dell’Europa, dell’Africa del Nord e del Vicino e Medio Oriente. Ponendo il cittadino al centro del suo interesse, l’Unione Europea è cosciente del ruolo fondamentale delle giovani generazioni e incoraggia

Francia - Ashraf Kessaissia

Malta - Aron Tanti

Palestina - Eyad Fathi

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 18

progetti come “Sguardi Incrociati” destinati a favorire gli scambi e la comprensione tra i giovani cittadini dei paesi delle due rive. Alla scoperta di aspirazioni comuni in una società sempre più multiculturale e in continua evoluzione, i giovani mediterranei possono costruire una cultura originale, fondata su una visione del mondo che non include e non esclude: un reale partenariato di popoli. A Roma erano presenti i 17 giovani fotografi vincitori per concretizzare, nella conoscenza diretta dell’incontro, un dialogo virtuale che si è instaurato dall’inizio del concorso grazie al proficuo scambio di riflessioni, reso possibile dal forum del sito internet dedicato al progetto (http://www.euromed-crossingglances.org). La mostra, dopo questa prima tappa a Roma, prosegue all’estero - confermando il respiro internazionale dell’intero progetto, grazie alla collaborazione di numerosi enti e istituzioni - a Bruxelles presso la sede della Commissione Europea, in Marocco a Rabat e a Casablanca, a Tunisi presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, ad Algeri presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura, in Egitto presso la Biblioteca Alessandrina, in Turchia presso l’Istituto Italiano di Cultura, in Siria ad Aleppo presso la Lepont Gallery, oltre che in Israele e nei Territori Palestinesi in due sedi ancora da definire. I 17 giovani vincitori: Sabrina Draoui ALGERIA Stavros Ioannides CIPRO Hanaa Mohamed Abd Elmonem Youssif EGITTO Ashraf Kessaissia FRANCIA Suad Nofal GIORDANIA Evangelos Kousioras GRECIA Noa Ben Shalom ISRAELE Antonia Zennaro ITALIA Haytham Moussawi LIBANO Aron Tanti MALTA Fouad Maazouz MAROCCO Muzaffar Salman SIRIA Valentina Pockaj SLOVENIA Miguel Angel Arenas SPAGNA Eyad Fathi TERRITORI PALESTINESI Mohamed Ben Soltane TUNISIA Ercan Aydeniz TURCHIA
Algeria - Sabrina Draoui

Libano - Haytham Moussawi

http://www.euromed-crossingglances.org

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 19

Viaggiin5scatti
Premio Chatwin Si è conclusa il mese scorso a Genova la quinta edizione del Premio Chatwin “Camminando per il mondo”, premio ai reportage di viaggio dedicato allo scrittore inglese Bruce Chatwin scomparso nel 1989, grande viaggiatore e narratore di nomadismi propri e altrui. Il premio nato da un’idea di Luciana Damiano, primo e unico nel suo genere, prevede ogni anno un concorso e un festival. Il concorso, che anticipa di tre mesi il festival, si divide in tre categorie: sezione narrativa (racconto breve); sezione fotografica (un viaggio in 5 scatti); sezioni video della durata di 10’ per professionisti e non. I vincitori del concorso sono premiati nell’ambito del festival, durante il quale vengono inoltre assegnati riconoscimenti a personaggi noti per aver legato il loro nome al tema del viaggio. Tra gli ospiti intervenuti alla tre giorni di incontri, mostre, tavole rotonde, che hanno affascinato il pubblico con i loro racconti e aneddoti, ricordiamo i due giornalistiviaggiatori Ettore Mo e Paolo Rumiz, ai quali Elisabeth Chatwin, moglie di Bruce Chatwin, ha consegnato i premi “una vita di viaggio e passione letteraria” (per Mo) e “Italia: una terra da scoprire” (per Rumiz). Come miglior libro di viaggio del 2006, una giuria formata dai responsabili delle pagine culturali dei principali quotidiani italiani ha designato Il Dio dell’Asia di Ilaria Maria Sala, alla sua prima opera. Per la sezione speciale “un artista nel mondo” Elisabeth Chatwin ha consegnato il premio a Lorenzo Jovanotti, che ha tenuto a raccontare di essere partito per la Patagonia, in bicicletta, con i due libri da lui ritenuti più importanti per compiere questo viaggio, In Patagonia di Chatwin e la Bibbia. Quest’anno la fotografia ha avuto un posto particolare tra le varie sezioni del Premio Chatwin. Da una parte, una menzione speciale è andata a Luigi Baldelli, il fotografo che da undici anni viaggia e lavora con Ettore Mo: un sodalizio umano e professionale che dura da quando, nel 1995, si incontrarono a Sarajevo durante la guerra di Bosnia; da allora non si sono più separati e hanno raccontato guerre e diverse realtà con le parole dell’uno e le immagini dell’altro. Dall’altra, è stato creato un premio specifico dedicato alla fotografia, riservato ai non professionisti, che sono stati sollecitati a raccontare e sintetizzare in 5 scatti un loro viaggio. Sguardi presenta le immagini dei tre vincitori, che sono Paolo Navalesi (1° classificato con “Bosnia”), Roberto Bertoni (2° classificato con “Capodanno Tibetano”) e Giulio Montini (3° classificato con “Sul Gange a Benares”). http://www.premiochatwin.it

Primo classificato: Paolo Novalesi Bosnia Tuzia

Terzo classificato: Giulio Montini Sul Gange a Benares

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 20

Secondo classificato: Roberto Bertoni - Capodanno Tibetano

News

Reuters TinaModotti Photofusion
Reuters, Lo stato del Mondo

Tina Modotti, Gli anni 1923-1930

Dal 10 dicembre al 28 gennaio la Galleria Carla Sozzani di Milano presenta diciotto fotografie vintage di Tina Modotti, una delle personalità più complesse dell’intera storia della fotografia. Le sobrie fotografie a carattere politico, assai note, sono parte ormai dell’immaginario collettivo quali simboli dell’eterna lotta per la giustizia e la libertà. Ma la sua produzione è stata molto ricca, e soltanto di recente recuperata dall’oblio. Sia pure nel breve periodo di sette anni - dal 1923 al 1930 - realizzò un patrimonio di immagini fino a oggi ignorate: ritratti, scene di vita quotidiana e piccoli eventi, architettura e paesaggi, sempre risolte con la maestria di un equilibrio compositivo molto originale e con la grazia disciplinata di chi usa lo strumento fotografico per raccontare davvero

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 21

Il ritratto del pianeta nelle migliori fotografie di inizio XXI secolo. (edito da Contrasto, 384 pp., 537 foto a colori, 45,00 •). Politica, economia, scienza, religione e ambiente, quasi tutto è cambiato da quando il mondo è entrato nel nuovo secolo a suon di festeggiamenti, fuochi d’artificio e messaggi di speranza. La fine della guerra fredda sembrava annunciare l’inizio di un’epoca di convivenza pacifica. Ma il sogno è svanito quando due aerei di linea guidati da militanti islamici hanno distrutto il World Trade Center di New York, l’11 settembre 2001. Quell’attacco e la risposta americana in Afghanistan nello stesso anno e in Iraq nel 2003 hanno trasformato le teorie su un possibile conflitto di culture in triste realtà. Il XXI secolo,però, ha portato anche qualcosa di buono. Dall’Europa centrale alla Cina, la liberalizzazione dei sistemi economici sta generando una certa prosperità. I rapidi progressi tecnologici promettono soluzioni a molti problemi. Nuovi medicinali hanno dato speranza ai malati di cancro e di Aids. L’informatica e le comunicazioni hanno fatto passi da gigante, eppure, nonostante la minaccia del surriscaldamento globale, finora non è ancora stata trovata un’energia alternativa ai combustibili fossili. E lo squilibrio economico esclude dal progresso e dal benessere miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo, condannandoli a vivere nella povertà, alla mercè di siccità, carestie e corruzione.Chi meglio dei corrispondenti e fotografi della Reuters poteva raccontare i principali fatti e le tendenze di questo inizio secolo. Il loro lavoro li porta in prima linea, dentro la notizia, esponendoli a volte a rischi enormi; come testimonia la morte di nove giornalisti Reuters nei primi sei anni del millennio. Il libro è la loro cronaca della nostra storia più recente.

le minime storie dell’umanità. Il suo atteggiamento nei confronti della realtà è flessibile, coglie armonie segrete con valenza simbolica e, nel contempo, le sue notazioni lievi sono pervase dall’attenzione intima ai dettagli, ritenuti insignificanti, dell’esistenza. Tina Modotti, italiana sì, ma formatasi culturalmente nel vivido ambiente dei pittori muralisti Diego Rivera, Clemente Orozco e David Alfaro Siquieros, segna lo stile e l’attitudine al vedere così caratteristici e distintivi della fotografia messicana e, per prima, concilia la tradizione documentaria con la creatività espressiva. Le fotografie in mostra sono esemplari per comprendere, infine, l’essenza del complesso lavoro della Modotti. Un contributo culturale e storico che dischiude insospettate prospettive di analisi su una grande artista della fotografia moderna.

Photofusion Gallery, Ken Damy

Cindy Sherman courtesy Museo Ken Damy

William Klein courtesy Museo Ken Damy

Ralph Gibson

courtesy Museo Ken Damy

SGUARDI N.48 - Dicembre 2006 - Pag. 22

Fino al 27 gennaio la Photofusion Gallery di Londra ospita la mostra Collector’s choice, fotografie dal Museo Ken Damy. Dopo la mostra “My collection” al Museo Ken Damy di Brescia nel febbraio di quest’anno e l’esposizione ai Rencontres di Arles presso l’Hotel Forum, la collezione di Ken Damy viene presentata a Londra con l’aggiunta di nuove immagini. “Nell’aprile del 1966”, racconta Ken Damy, “inizia il mio lavoro professionale presso lo studio Salodini, con mansione di grafico. La fotografia era già presente nei miei interessi, come la pittura, il teatro, il cinema ed il design. 40 anni sono passati, quarant’anni di lavoro svolto con passione e con molte soddisfazioni. Per festeggiare questo traguardo presento al pubblico una parte della mia collezione d’immagini di importanti autori di valore internazionale: anche collezionare con amore, credo sia un’opera d’arte”. Autori esposti: Ansel Adams, Lola Alvarez Bravo, Cecil Beaton, Lynn Bianchi, Edward Boubat, Pierre Boucher, Henri Cartier Bresson, Alfred Cheney Johnston, Alberto Diaz Korda, Robert Doisneau, Frantisek Drtikol, Jeff Dunas, Franco Fontana, Susan Friedman, Flor Garduño, Mario Giacomelli, Ralph Gibson, Nan Goldin, Heinz Hajek-Halke, Florence Henry, Horst P. Horst, Ken Damy, William Klein, Irina Ionesco, Dorothea Lange, Robert Mapplethorpe, Marco Paoluzzo, Jan Saudek, Andres Serrano, Cindy Sherman, Jean Loup Sieff, Jock Sturges, Josef Sudek, Joyce Tenneson, Arthur Tress, Joel Peter Witkin.

You're Reading a Free Preview

Download
scribd
/*********** DO NOT ALTER ANYTHING BELOW THIS LINE ! ************/ var s_code=s.t();if(s_code)document.write(s_code)//-->