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MUSIC IN n. 5

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APRILE-MAGGIO 2008
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redazione@musicin.eu

MAGAZINE A CURA DEL SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC

Direttore: ROMINA CIUFFA
Editore: STEFANO MASTRUZZI

SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC
www.slmc.it

Rubriche
Jazz&Blues Rossella GAUDENZI
Pop&Rock Valentina GIOSA
Edge&Back Corinna NICOLINI
Classica&Opera Flavio FABBRI
SoundTracking Roberta MASTRUZZI
MusicALL Romina CIUFFA
Feedback Romina CIUFFA

Redazione
Via del Boschetto, 106 - 00184 Roma
Tel 06.4544.3086 Fax 06.4544.3184
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PERIODICO DI INFORMAZIONE, ATTUALITÀ E CULTURA MUSICALE A CURA DEL SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC

Aprile-Maggio 2008

Periodico di informazione, attualità e cultura musicale a cura del Saint Louis College of Music

FONDERIA UNO PIÙ UNO FA TRE
di Romina Ciuffa Chiedo a Luca Pietropaoli, che suona tromba, flicorno, cornetto e altre cose, come fa. Insomma, sono anni che lo incontro e ogni volta lo vedo su uno diverso. Mi sono chiesta se non fosse un’indecisione la sua, finché non l’ho trovato fra i membri della Fonderia. Allora ho capito. Fondere quello che c’è, gli strumenti e le sonorità, e fondersi. La Fonderia nasce nel dicembre del 1994 come un progetto dedicato all’improvvisazione e alla contaminazione di suoni e generi. Sono Emanuele Bultrini (chitarre), Stefano Vicarelli (piano, synth), Federico Nespola (batteria) e lui, Luca Pietropaoli (tromba), affiancati dal basso di Claudio Mosconi. Hanno pubblicato il secondo album Re>>Enter dopo il disco d’esordio Fonderia. (...)
CONTINUA NELLA PAGINA EDGE&BACK

LA NUOVA SFIDA DI ISMAEL IVO
di Rossella Gaudenzi Ha scosso gli animi e le coscienze con la sua, se così vogliamo definirla, «trilogia del corpo». Body Attack (2005), che è corpo che attacca, proiettato verso l’esteriorità; Underskin (2006), ricerca interiore che serpeggia sottopelle; Body&Eros (2007), indagine del rapporto con l’Eros, croce e delizia, demone dell’umanità del III millennio, per cogliere intuizione, sensualità, ricerca della libertà interiore e dell’equilibrio con il dionisiaco. Ismael Ivo ha analizzato, scavato, posto domande sin dall’inizio della sua carriera di direttore del Festival di Danza della Biennale di Venezia, concentrando l’interesse (...)
CONTINUA NELLA PAGINA DANZA

DALLA AI MENDICANTI
di Maria Luisa Tagariello Il mendicante è Marco Alemanno. È anche l’autore dell’opera, ed entra in scena qui. Incontra il direttore del teatro: «Vedi, - gli dice - siamo degli attori, non grandi cantanti, gente abituata a tutto: dire bugie, pisciare nei lavandini, capisci? Il Teatro Comunale non fa per noi, molto meglio il Duse». Comincia così la Beggar’s Opera di Lucio Dalla. Il mendicante spiega al pubblico perché lo spettacolo va in scena nel secondo teatro di Bologna: si tratta di una commedia satirica, una storia popolare nata da arie popolari, «non è per gente impellicciata da Comunale». E di opera in senso stretto infatti non si tratta. (...)
CONTINUA NELLA PAGINA MUSICALL

SPECIALE 1° MAGGIO

JAZZ & blues

MCCOY TYNER

POPCK
pop&rock

VASCO ROSSI

Editore STEFANO MASTRUZZI Direttore Responsabile SALVATORE MASTRUZZI Direttore ROMINA CIUFFA Redazione
Romina CIUFFA beyond@musicin.eu Flavio FABBRI classica@musicin.eu Rossella GAUDENZI jazzblues@musicin.eu Valentina GIOSA poprock@musicin.eu Roberta MASTRUZZI soundtrack@musicin.eu Corinna NICOLINI edge@musicin.eu

Progetto grafico Romina CIUFFA Impaginazione Cristina MILITELLO
Logo Caterina MONTI

PATTI SMITH

FEED back

DAVE ALLEN

Redazione Via del Boschetto,106 - 00184 Roma Tel 06.4544.3086 Fax 06.4544.3184 Mail redazione@musicin.eu Marketing e Pubblicità Mail marketing@musicin.eu Tipografia Litografica Iride Srl Via della Bufalotta, 224 - Roma Contributi
Lorenzo Bertini, Nicola Cirillo, Giosetta Ciuffa, Stefano Cuzzocrea, Sara Di Francesca, Francesca Di Macco, Matteo Grandi, Adriano Mazzoletti, Paolo Romano, Maria Luisa Tagariello, Ersilia Verlinghieri, Eugenio Vicedomini Anno II n. 5 Aprile-Maggio 2008 Registrazione presso il Tribunale di Roma n. 349 del 20 luglio 2007

AAA AUTORI CERCASI
Artisti al seguito di uomini sotto elezione, tanto una mano lava l’altra, cantanti la cui vena creativa, se mai esistita, si è trasformata in un capillare; e un gran bisogno di menti brillanti che non siano in debito né con la politica né con la televisione
Da poco concluso il Festival di Sanremo, chissà se questo duo vincitore farà strada o se seguirà la parabola discendente dei Jalisse, che tuttora imperversano per le sagre di paese proponendo dal 1997 la loro toccante “Fiumi di parole”. Recentemente è stata anche tradotta in spagnolo; in undici anni non sono ancora riusciti a scrivere un’altra canzone? Anche Miguel Bosè ha svolto un’operazione di restyling della sua “Se non torni” riproponendola in spagnolo con un arrangiamento freschissimo, in pieno stile anni Novanta. Sinceramente non ho capito se si tratti della stessa canzone o di un’altra che plagia se stessa, in tutti e due i casi non ne sentivamo il bisogno.Verrebbe da pensare che non ci siano più gli autori, quelli che scrivono testi e musica di professione. Come d’altronde viene da pensare che non esistano più i cantanti e i musicisti di professione. In Italia siamo abituati ai dilettanti, che ci provano, che si sfidano, quelli che non sanno fare nulla ma magari nessuno se ne accorge. E poi c’è la politica italiana, che per molti artisti rappresenta la tavola per mantenersi sulla cresta dell’onda, di quelle di Ostia però, alte poco più di quaranta centimetri. Ogni politico ha il suo testimonial in queste elezioni e saprà (leggi dovrà) ringraziarlo a dovere in caso di esito positivo. Ma davvero c’è qualcuno che voterebbe Mastella solo perché appoggiato dal proprio cantante preferito? Se così fosse, allora ci meritiamo Simona Ventura, Morgan, l’immondizia campana e la diossina nella mozzarella. L’artista dovrebbe essere per natura dinamicamente avverso alle logiche di palazzo, libero, nel pensiero e nella creazione, non dovrebbe chiedere mai, come l’uomo della Mennen. Diffido di tutti i cantanti che sostengono l’una o l’altra parte, ne ho conosciuti tanti e tanti relativi retroscena da poter assicurare che c’è molta poca nobiltà in queste simboliche simbiosi di ideali, la mano sul cuore in pubblico sì, ma per saggiare il portafoglio. E allora, vota Apicella al Quirinale. Stefano Mastruzzi

STEFANO MASTRUZZI EDITORE

JAZZ & blues
a cura di ROSSELLA GAUDENZI

Music In

Aprile Maggio 2008

McCOY TYNER di Adriano Mazzoletti Avevo già incontrato Bill Evans al festival di Pescara nove anni prima. Anzi lo avevo conosciuto molto bene perché fui io a presentare le prime edizioni di quel festival. Ero assai curioso di incontrare McCoy e conoscerlo personalmente. Lo trovai schivo, di poche parole, ma gentile e a volte ingenuo.

TYNER E I MIEI DUBBI
«Stentavo a credere che il pianista di quel quartetto fosse lo stesso McCoy Tyner che mi aveva in parte deluso nelle incisioni di poche settimane prima. Con il sassofonista, lo stile del ventiduenne McCoy Tyner si era completamente trasformato. Non più le lunghe linee «alla Bud Powell», ma raddoppi di ottave, combinazioni di accordi nuovi, inusitati e di grande effetto sonoro. Coltrane aveva trovato il suo partner ideale e l’ascendente che esercitava su McCoy fu determinante nella creazione di un numero assai alto di piccoli e grandi capolavori realizzati nei successivi cinque anni. Ma non solo.»
soli trentacinque anni. L’unico nome che non avevo mai sentito era quello del pianista McCoy Tyner. Ammetto che mi lasciò abbastanza indifferente. Suonava alla Bud Powell, ma quale distanza dal genio di uno dei creatori del bop! In uno dei brani inciso con il Jazztet, il celebre Avalon lanciato nel 1920 dal cantante blackface Al Jolson, protagonista del primo film sonoro, il suo assolo a tempo veloce, pur eseguito con una tecnica assolutamente brillante, appariva ritmicamente scorretto ed inconcludente. Fatto ancor più evidente se messo a confronto con il successivo di Curtis Fuller assolutamente perfetto nella sua precisione. Perciò avevo in un certo senso archiviato il nome di questo giovane pianista fra i tanti che quasi giornalmente apparivano nelle cronache del jazz. Grande fu la mia sorpresa quando pochi mesi dopo giunsero, sempre dagli Stati Uniti, altri dischi pubblicati a nome di John Coltrane. Stentavo a credere che il pianista di quel quartetto fosse lo stesso McCoy Tyner che mi aveva in parte deluso nelle incisioni di poche settimane prima. Con il sassofonista, lo stile del ventiduenne McCoy Tyner si era completamente trasformato. Non più le lunghe linee «alla Bud Powell», ma raddoppi di ottave, combinazioni di accordi nuovi, inusitati e di grande effetto sonoro. Coltrane aveva trovato il suo partner ideale e l’ascendente che esercitava su McCoy fu determinante nella creazione di un numero assai alto di piccoli e grandi capolavori realizzati nei successivi cinque anni. Ma non solo. In quella prima metà degli anni Sessanta, McCoy Tyner fu, con Bill Evans, il pianista più ammirato ed imitato in ogni parte del mondo. Quando poi nel 1962 e 1963 McCoy incise per Impulse i primi dischi a suo nome, fu la consacrazione. Le sue versioni di Blue Monk, Round About Midnight e l’ellingtoniano Satin Doll dimostravano una inventiva melodica ed una chiarezza di idee assolutamente innovative. Parlando di lui John Coltrane si espresse in termini altamente elogiativi: «McCoy possiede un suono personale. Grazie poi ai frammenti di modo che usa e della maniera in cui li dispone, questo suono è molto più brillante di quanto ci si potrebbe aspettare dai tipi di accordi che suona». Fino al 1978 i miei rapporti con McCoy si limitavano all’ascolto delle sue incisioni. Poi mercoledì 19 luglio ebbi la possibilità di assistere ad un suo concerto a Villalago di Terni nell’ambito di Umbria Jazz, la stessa sera in cui suonò anche il trio di Bill Evans con Lee Konitz. Serata indimenticabile per la presenza dei due pianisti più importanti e significativi dell’epoca. Avevo già incontrato Bill Evans al festival di Pescara nove anni prima. Anzi lo avevo conosciuto molto bene perché fui io a presentare le prime edizioni di quel festival. Ero assai curioso di incontrare McCoy e conoscerlo personalmente. Lo trovai schivo, di poche parole, ma gentile e a volte ingenuo. Quell’edizione di Umbria Jazz era decisamente straordinaria. Vi suonarono le Big Bands di Dizzy Gillespie, Buddy Rich, Lionel Hampton, Carla Bley e i gruppi di Freddie Hubbard, Clark Terry con Shelly Manne e diversi nostri musicisti, Giovanni Tommaso, Gianni Basso con Larry Nocella, i Saxes Machine. Insomma tre giorni di grande jazz. Ma le due esibizioni di McCoy, la prima a Villalago, la seconda a Castiglion del Lago (Umbria Jazz era ancora itinerante), fu però una delusione. Avevo nelle orecchie le straordinarie incisioni con Coltrane, quelle in trio con Lex Humphries e Steve Davis, fra cui lo stupendo Nights of Ballads and Blues per Impulse e le altre per Blue Note, fra cui Asante, Song for My Lady, Atlantis, Trident. A distanza di trent’anni non ricordo se la delusione fosse dovuta al confronto con Bill Evans che si era esibito accompagnato da Mark Johnson e da un sensazionale Philly Jo Jones e che a Villalago aveva suonato prima di McCoy, oppure al gruppo che aveva portato in tournée che comprendeva, con l’esclusione di George Adams, musicisti di scarso rilievo, fra cui il percussionista Guilherme Franco che non seppe inserirsi con intelligenza e sensibilità nell’atmosfera creata dalla musica di quel pianista che malgrado tutto dimostrava sempre la sua genialità. Negli anni successivi ebbi molte altre volte l’occasione di incontrarlo ed ascoltarlo in condizioni assolutamente migliori. Partecipò anche a qualche mia trasmissione. Soprattutto a Radiouno Jazz Serata che ancor oggi rimane uno dei programmi radiofonici culto e non solo della radio italiana. La sua disponibilità di esibirsi nel corso di una trasmissione in diretta, la cui durata era di tre ore e che nasceva all’insegna della più completa improvvisazione, è impressa nella mia memoria. Adriano Mazzoletti

P

ochi sanno che il suo nome musulmano è Sulaimon Saud, ma è risaputo che McCoy è nato a Philadelphia e che a dicembre festeggerà il suo ottantesimo compleanno. La prima volta che ascoltai una sua incisione doveva essere il 1960 o giù di lì. Mi erano giunti dagli Stati Uniti un paio di dischi appena pubblicati. Il primo era del sestetto del trombonista Curtis Fuller, un musicista che apprezzavo molto. Il secondo era stato inciso dal celebre Jazztet di Art Farmer e Benny Golson, il sassofonista che aveva suonato fino a poco tempo prima con i Jazz Messengers di Art Blakey. Debbo dire che quelle incisioni non mi diedero grandi emozioni. Jazz canonico nella linea di quanto si stava all’epoca facendo a Detroit e Philadelphia, ma nulla di più. Oltre ai leader, in quei dischi suonavano musicisti ben conosciuti, la tromba Thad Jones, i batteristi Lex Humphries e Dave Bailey e i bassisti Jimmy Garrison e Addison Farmer, fratello gemello di Art che scomparve prematuramente nel 1963 a

ROBERTA GAMBARINI: DOPO ELLA FITZEGERALD,
«GAMBARINI IS A TRUE SUCCESSOR TO ELLA FITZGERALD, SARAH VAUGHAN, AND CARMEN MCRAE.» KEVIN LOWENTHAL, BOSTON GLOBE

C ’È L E I
a cura di Rossella Gaudenzi

D

ieci anni fa, quando ancora vivevamo nel XX secolo, quando scegliere di percorrere le vie del jazz rappresentava una sfida ambiziosa ed un salto nel vuoto, quando il mito americano era ancora mito americano dunque quasi inarrivabile, Roberta Gambarini, talentuosa cantante torinese forte di una solida maturità artistica, ha preso il volo per gli States. Ed è a New York che ha deciso di vivere. Si tratterrà in Italia per pochi appuntamenti lavorativi: Lucca, Ravenna e Roma in chiusura, per un concerto presso la Casa del Jazz ed una Master Class presso il Saint Louis College of Music. Esita a rispondere alla domanda «ha nostalgia del nostro Paese?». Sgrana gli occhi non sapendo dove posare lo sguardo, prende tempo. Significa che di nostalgia non ne ha. Poi si spiega: «Ho nostalgia dei miei punti fissi, ed i punti fissi per me sono gli affetti, non i luoghi. Non riuscirei a fare a meno della mia famiglia e delle amicizie che ho in Italia, ma con queste persone, la cui presenza è per me fondamentale, c’è un filo diretto continuo. È per questo che fare ritorno in Europa due, tre volte all’anno mi basta.» È una donna affascinante, dai modi decisi, energici e delicati al tempo stesso. Così racconta dei primi passi mossi nella sua città, Torino. «A Torino il jazz lo ricordo da sempre. Una vera e propria tradizione. Sarà che i miei genitori mi portavano ai concerti sin da quando ero piccola, rendendomi familiare questo meraviglioso linguaggio, sarà che i jazzisti dell’area piemontese sono sempre stati estremamente validi, e che a Torino è stato di casa il JVC Jazz Festival (manifestazione musicale internazionale nata nel 1984 n.d.r.). La mia formazione musicale è stata classica, con lo studio del cla-

rinetto e del canto classico. L’avvicinamento al mondo del jazz è stato da autodidatta, affidato a seminari estivi ma in primis ai dischi. Quando ho compiuto diciotto anni mi sono spostata a Milano, dove ho vissuto e lavorato fino al trasferimento negli Stati Uniti. Ed ho lavorato moltissimo, insegnando e facendo serate.»
È stato un percorso artistico difficile o, per circostanze più o meno casuali, più o meno fortunate, un percorso in discesa? Non c’è mai stato nulla di facile sulla via della mia realizzazione. Il percorso è stato molto duro, ma oggi dico che è così che doveva essere. Occorre faticare, lavorare sodo per ottenere una buona formazione. Nel mio caso, non mi stanco mai di ripetere che la scelta coraggiosa è stata a priori, nel momento in cui ho deciso che la mia strada era il canto jazz, è quindi come dire che quando sono arrivata in America ero già allenata, corazzata. Qualcuno a cui dire grazie? Sicuramente alla mia famiglia. I miei genitori sono il motore di tutto, la fiducia nelle mie capacità non li ha mai abbandonati; vengo da una famiglia operaia quindi il supporto materiale è mancato, ma quello morale, davvero indispensabile, non è mai venuto meno. Mai un tentennamento, ma una forza che mi ha sostenuta di tipo quasi surreale. Ci sono delle figure artistiche che per lei hanno svolto il ruolo di un mentore… Decisamente si. Benny Carter, il grande sassofonista. Oltre ad avere avuto un peso come musicista per la mia formazione, è stato l’artista e l’amico che ha organizzato il mio primo concerto a Los Angeles. Anche per questo Los Angeles, in cui Benny Carter abitava, è una delle città che più amo… per una motivazione affettiva. E James Moody, altro grande sassofonista.

A lui mi lega un progetto che mi vedrà a fine marzo a San Diego, in California.
Quali i progetti a breve e a lungo termine? Innumerevoli. Per citarne alcuni: in aprile mi attende il Savannah Festival, in Georgia, in duo con Hank Jones con cui ho inciso You Are There. A fine primavera mi attende la Dizzy Gillespie All Star Big Band diretta da Hampton. Dal punto di vista discografico, prossimamente registrerò in California un Songbook, una raccolta, dedicata a Dave Brubeck. Le clinics hanno sempre un’importanza rilevante: permettono di valutare il pubblico che si ha di fronte in maniera non superficiale, tanto più quando è composto da giovani aspiranti cantanti. Oltre a mettersi in gioco per tenere alta la concentrazione. Il bilancio di Roberta Gambarini? Sono soddisfatta e molto ottimista. Registro sempre un alto livello di maturità e di attenzione, i ragazzi si mostrano sensibili e aperti. Nessuna differenza tra un pubblico di giovani italiani, americani o giapponesi: le nuove generazioni sono decisamente recettive. È ciò che emerge costantemente anche durante i seminari che tengo presso l’Università dell’Idaho. Entusiasmo. E questo entusiasmo è universale… È minuta, a guardarla bene, ma non riesci a vederla per quel che è. Mentre la osservi ripensi a tutte le foto che hai visto scorrere sul suo space, e dalle quali non riuscivi a staccare gli occhi. Era come ammirare GildaRita Hayworth, la stessa classe di una splendida attrice anni Quaranta. Poi la lasci scivolare via, pensando che quelle stesse foto le riguarderai il prima possibile, ma stavolta con una ricchezza nuova: averla ascoltata cantare, averle parlato, averla sfiorata.

Music In

Aprile Maggio 2008

DUE SUL PIATTO Berardi Jazz ROBERTO GATTO Connection e Claudio Filippini QUARTET Il ritorno alla mia musica Senza peli sulla lingua

PAOLO RECCHIA E DADO MORONI È la storia della reaSUGAR BLUE BAND lizzazione di un disco. Non di un disco qualsiasi, ma del primo Datemi un’armonica disco della carriera di un giovane sassofonista promettente

JAZZ & blues

VIVA LA FACCIA
Ne recensiamo due: «Do It!» della Berardi Jazz Connection e «Space Trip» di Claudio Filippini. Il primo strizza l’occhio in modo stucchevole ai lounge bar, con fiati da orchestrine estive di piazza, poche idee ritmiche e soli senza né capo né coda (perdonate la franchezza). Il secondo è di un testardo ventiseienne pescarese con la voglia di novare

SUGAR BLUE BAND
Date a James Whiting un’armonica e vi sembrerà di partire per un viaggio ai confini del mondo. Ascoltatelo. È il Blues. E se ti scuote, il blues è in te, ti scorre nelle vene, è nascosto e sopito in angoli reconditi, ma riaffiora e non può non farti intendere la vita come un fiume in piena. Non a caso si dice che sia il Blues a scegliere il musicista e non viceversa: qui anche lo strumento ci ha messo del suo, e l’armonica ha scelto il proprio adepto. Ultimo preambolo: state per ascoltare James Whiting alias Sugar Blue, definito «il Charlie Parker e il Jimi Hendrix dell’armonica». Il nostro armonicista nasce e cresce ad Harlem, New York, ascoltando Billie Holiday, James Brown e il be-pop dei dischi jazz di famiglia. La madre cantante e ballerina gli dà un’impronta ben precisa e James sa da sempre che vivrà di creazione musicale e arte. Il suo è stato un percorso atipico: Dexter Gordon e Lester Young i primi miti, suona con nomi celebri quali Muddy Waters e Brownie McGhee appena diciottenne, approda in Europa a 26 anni dove collaborerà fruttuosamente con i Rolling Stones. Al rientro negli States suona con Willie Dixon e nell’ 83 formerà la sua band. Collaborazioni con Frank Zappa, Bob Dylan, B.B. King, Art Blakey, Stan Getz e molti, molti altri, mentre scopre di avere anche una voce straordinaria, ad impreziosire il traboccante talento. Ma attenzione, linguaggio musicale tutt’altro che semplice il suo. Suono che esce dall’armonica nuovo e diverso grazie a un’estenuante sperimentazione e ricerca, e conoscenza di tutta la musica: jazz, funk, classica, folk, rock and roll. Musica buona, perché Sugar Blue distingue la qualità: «ci sono solo due tipi di musica. Buona e cattiva». Il suo concerto a Roma il 12 aprile. Con la volontà di smentire una consuetudine che non fa onore al nostro Paese, quella di relegare nell’ombra il grande Blues. DIMMI DI SI 12 APRILE

D’

accordo, come redattore semplice di questa rivista le faccio intanto un bel complimento, alla faccia della partigianeria. Capita, di recensione in recensione, di dover (anzi, poter) ascoltare molta musica e alla fine decidere di che o di chi parlare, fare proposte alla redazione e così via. Mi viene, tra gli altri, dato un cd, la Berardi Jazz Connection, per trarne un profilo e a chi, come Music In, non ha a disposizione 200 pagine di rivista sponsorizzate piace consigliare anziché sconsigliare. Insieme mi viene fatto ascoltare l’ultimo lavoro di Claudio Filippini. E allora dico che il primo non m’è piaciuto e domando se posso ugualmente parlarne. Mi guardano stralunati come se avessi chiesto una follia e mi rispondono un imbarazzato «certo che sì». Bene, nicchie di libertà esistono e quindi vado avanti. Non allungo il brodo, ma constato rammaricato che c’è libertà di opinione finchè i bigliettoni, quelli grossi, non circolano e con loro le tante pressioni e indirizzi politici che ne seguono per necessità; visione disincantata e forse cinica, ma non credo lontanissima dal vero. Ma andiamo avanti e proponiamo quindi due recensioni in una, l’abbiamo anticipato: Do it! della Berardi Jazz Connection e Space Trip di Claudio Filippini. Il dato comune è che, per gli addetti ai lavori, entrambi i nomi non suonano nuovi, stanno cercando una loro fetta di mercato e di visibilità portando avanti progetti originali, uno spicchio di ribalta suonando live come forsennati per poter accedere ad una platea maggiore, come è nella fisiologia di chi il mestiere del musicista vuol tentare. Mi sbaglierò, ma mi sembra che i primi abbiano con questo lavoro cercato una più rapida scorciatoia, mentre il secondo continui ostinatamente a sperimentare, alle volte con qualche eccesso, ma anche con un rigore ed una coerenza ai limiti del caparbio e noi, sognatori e ancorati ai principi, gli sperimentatori coerenti piacciono di più. Però sarebbe bello che i nostri lettori abbiano la voglia e la possibilità di ascoltarli tutti e due, perché sono davvero due modi diversi di intendere e di suonare la musica. Perché in entrambi i

casi, e questa è l’altra analogia, abbiamo a che fare con musicisti coi fiocchi, gente che ha studiato, che la musica la vive con passione e che ama strapazzarla perché si diverte come un bambino a suonare. Viva la faccia. Epperò, la Berardi strizza l’occhio in modo

spesso stucchevole a un certo lounge bar, a sonorità cui siamo stati abituati - ai vertici - dagli Us3 ma che di originale hanno davvero molto poco. Divertenti a un primo ascolto, al secondo annoiano, nel terzo - per mestiere - iniziamo a notare una profonda sciatteria degli arrangiamenti con fiati spesso e volentieri fatti suonare all’unisono come le orchestrine estive di piazza, poche idee ritmiche e, a fronte di grandi virtuosismi solistici, un’interplay del tutto assente con soli che, perdonate la franchezza, non hanno né capo né coda e che, una volta finiti, ti domandi cosa ti abbiano lasciato o cosa ti abbiano voluto raccontare. Ci sono anche cover come quella di Change dei Tears For Fears, e lì le cose quasi

peggiorano con un tentativo di groove che non decolla mai e fa rimpiangere i «tiri», forse tutti uguali, ma incredibilmente potenti degli Incognito che con questa musica sono diventati ricchi e famosi. Sull’altro «piatto» del nostro lettore cd mettiamo su Claudio Filippini, il giovane pianista che sta sempre più attirandosi i consensi di pubblico e di critica. Noi seguiamo i più pedissequamente. Abbiamo già avuto modo di ascoltarlo live e vedere un musicista di questa levatura che, anziché mettersi a far turni di registrazione o fare il musicaio di professione, si butta in una sperimentazione ricchissima di citazioni, di cultura afroamericana, di swing che è sempre al servizio dell’improvvisazione. Le strutture sono solo apparentemente nascoste con stilemi e concezioni da free jazz, in realtà l’album in trio con Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo è interplay pura, l’elettronica non crea una frattura con il jazz della tradizione, ma ne diventa un arto artificiale eppure servente. Ascoltare la ultrarivisitata Body and Soul piazzata come prima traccia per capire di che stiamo parlando. Tanto di cappello. E all’ispirazione e alla fatica compositiva che deve averne comportato la registrazione. Ecco, il modo furbetto da strizzatine d’occhio al pubblico dei non più giovanissimi che però amano ballare i retaggi del «bbuddabbarr» ci sembra il modo più diretto per svilire dei gran bei talenti come quelli dei ragazzi della Berardi Jazz Connection e, con fare paternalistico, siamo dispiaciuti per questo «figlio» intelligente ma pigro, che siamo certi poter dare tanto di più. Di Filippini, invece, testardo ventiseienne pescarese con la voglia di novare diciamo bene e invitiamo caldamente a comprare il cd, ascoltarlo con attenzione e poi soprattutto ascoltarlo dal vivo allorquando dà il meglio di sé. Questa rivista ama consigliare più che sconsigliare, l’abbiamo detto in premessa. Ecco il consiglio: ascoltare sempre più musica, possibilmente dei giovani talenti, e saper distinguere le patacche dalle pietre preziose. Paolo Romano

ROBERTO GATTO QUARTET con GIANLUCA PETRELLA
ha la personalità e R oberto Gattodellaunfigura leader. E si l’imponenza è messo alla testa di quartetto nuovo, giovane e fresco degno della sua straordinaria esperienza trentennale, della sua esuberante creatività, della sua impeccabile tecnica: Luca Mannutza al piano, Daniele Tittarelli al sax, Luca Bulgarelli al contrabbasso. Il quartetto di Traps, suo ultimo lavoro discografico, per capirsi. Il disco, dodicesima fatica di Gatto in qualità di leader, è stato inciso alla fine del 2006 all’Auditorium della Casa del Jazz di Roma e rappresenta, dopo essersi dedicato al Miles Davis degli anni Sessanta (A Tribute to Miles Davis 6468) un «ritorno alla mia musica». Brani di impronta jazzistica tradizionale, da spingersi fino agli anni Trenta, ma anche pezzi che sembrano estrapolati da un film, frammisti ad atmosfere da Nord Europa. In scena all’Auditorium Parco della Musica il 23 aprile, il gruppo si presenterà insieme ad un ospite eccezionale, il trombonista Gianluca Petrella. In cinque sul palco quindi, per esprimersi al meglio attraverso questo ultimo, validissimo lavoro del batterista jazz che più ci invidiano al mondo.

PAOLS E REP I N EHIA O E S CC RO
Una storia fatta di volontà ed affetti, un cd di otto brani, un lieto fine dal sapore nostalgico. Ma Paolo si incupisce quando ammette che sì, si trasferirebbe all’estero. Con una timida alzata di spalle
tto brani otto. Nell’ordine: One for Rick, Blues for Nik, Isfhan, November, Boulevard Victor, Central Park West, ‘Round the Room, A Nightingale Sang in Berkeley Square. Paolo Recchia sax alto e soprano. Dado Moroni pianoforte. Marco Loddo contrabbasso. Nicola Angelucci batteria. Grazie tante alla famiglia, agli amici musicisti e ai colleghi. Bravo Paolo. Ma procederemo per flashback. Perché questa è la storia della realizzazione di un disco, e non di un disco qualsiasi, bensì del primo disco della carriera di un giovane sassofonista promettente. È una storia fatta di forza di volontà e di affetti, di stima e di difficoltà, di fortuna e di rischio, di fiducia in sé e nei musicisti che hai scelto... e di molto altro. Le sue origini sono lontane ma non troppo, perché Paolo Recchia nasce a Fondi nel 1980, località non distante da Roma, ma culturalmente ad anni luce dalla capitale. Paolo il jazz lo ama da sempre. Il padre suona il clarinetto nella banda del paese e a casa c’è un sax inutilizzato. Sin da piccolo, studia il sassofono ad intermittenza (l’altra passione che lo assorbe è il calcio), entra poi a sua volta nella banda e a quattordici anni inizia a frequentare il Conservatorio di Latina. È dura avvicinarsi al

O

jazz in un clima in cui la musica classica è la legge e sei costretto a passarti sottobanco i dischi con i compagni. I primi amori: Charlie Parker, Massimo Urbani, Michael Brecker, ma la vera folgorazione è stata ascoltare un concerto di Rosario Giuliani. Come nasce l’idea di comporre? Viene dall’ascolto, dall’esperienza. Inizialmente si vuole solo suonare ed improvvisare. I pezzi più datati hanno anche tre anni, da quando esattamente Paolo ha iniziato a suonare con Nicola (Angelucci) e Marco (Loddo). L’ispirazione è tratta dal jazz tradizionale, di John Coltrane come dei grandi musicisti odierni. I pezzi vengono scritti, portati in sala e provati, ognuno mette del suo. Il tutto con estrema naturalezza e spontaneità. Affinché il risultato sia il più semplice possibile, fluido, comprensibile, senza forzature. Tutto ciò è possibile se tra te e gli altri musicisti c’è una totale sintonia, e tra questi tre musicisti si è creata grazie alla comune vena del «jazz dello swing», quello dei tempi d’oro. La cultura vera del jazz. E da parte degli altri componenti c’è una totale fiducia in Paolo, la percezione che il suo sia un talento vero. Il giovane sassofonista si trasferisce a Roma non più di quattro anni fa. E c’è stata in questo preciso momento una figura rilevante per la sua formazione e cultura musicale: Aldo Bassi, con il quale ha suonato per la Big Band del Saint Louis. Si sono conosciuti nel 2000, hanno partecipato insieme alle jam session e in seguito Paolo Recchia è stato invitato a prendere parte al suo quintetto (fratelli Jodice, Renzi, Rosciglione). Il momento di Paolo è arrivato nell’estate 2003, con una sostituzione di Gianni Oddi a

Villa Celimontana nell’Orchestra JodiceCorvini. Lui lo chiama «il suo ingresso in Nazionale» e da ora in poi è un susseguirsi di concerti fruttuosi, tutti nell’area romana. La scelta di Dado Moroni quale pianista per questo primo, prezioso disco, è stata quasi casuale. Alessandro Bravo, come pianista storico del quartetto di Paolo, con il tempo ha avuto esigenze differenti dal resto del gruppo, le strade si sono divise e per qualche mese Luca Mannutza ha preso il suo posto. Per problemi organizzativi non ha potuto incidere il disco e a questo punto Nicola ha suggerito Dado Moroni, dopo esserne rimasto affascinato durante una sostituzione di Roberto Gatto. Nel giro di due mesi il disco è fatto. Inizialmente il prodotto è stato inviato all’estero, in seconda battuta alle case discografiche italiane. È stato accolto con entusiasmo dalla Via Veneto Jazz, ottima ed importantissima casa discografica nazionale, con un ottimo catalogo (Fresu, Rava, Salis, Girotto, Basso…). Distribuzione Emi Music, in uscita il 14 marzo. Questa è una storia a lieto fine. Ma i racconti di Paolo sono fatti di rose e di spine. Ha parlato delle difficoltà che un vero jazzista incontra nel nostro Paese, di quanto sia ingiusto veder faticare i tuoi colleghi che hanno talento da vendere, di come nei festival jazz italiani si stiano facendo strada musicisti che con questo linguaggio musicale hanno poco a che fare. Si illumina parlando dei viaggi fatti a New York ed in Francia. Si incupisce quando ammette che sì, si trasferirebbe all’estero. Con una timida alzata di spalle. Rossella GAUDENZI

PRIMO MAGGIO
a cura di CORINNA NICOLINI

Music In

Aprile Maggio 2008

RAFFAELE BONANNI, CISL: MARCO DI LUCCIO, CGIL: L’intervista al segretario generale L’intervista al coordinatore organizzativo

PRIMO MAGGIO Chicago 1886. Perché.

CAMBIARE MUSICA IL PRIMO MAGGIO
rimo Maggio: grande festa in musica, che anno a far battere cuori di P chi compíti. Centro libertà. Liberi ancheda biglietti dopo anno riescedella musica e icomporsa ascoltare in pure esosi, palazzetti tamenti di Roma, ma centro di tutte le piazze italiane, le piazze più belle e quella di San Giovanni circondata da bellezze storiche e artistiche. Il connubio tra lavoro e musica è più stretto il primo giorno di maggio da quando si festeggiano i lavoratori e si ricordano le origini di lotta per i diritti dell’uomo - ma ascoltando musica com’è giusto che sia: gratis. Music In ha chiesto a Stefano Bonanni, segretario generale della Cisl, e a Marco Di Luccio, Coordinatore del Dipartimento Organizzazione della Cgil, un’opinione in merito al Primo Maggio, che è sí giorno di festa e di spettacolo ma anche momento sindacale importante, ricordando che il tempo libero è un privilegio acquisito solo di recente che prima non tutti potevano permettersi; e la musica un linguaggio universalmente compreso ma che è, in alcuni Paesi, vietato. Lo spettacolo cominci.

REC
di Corinna Nicolini

REC

RAFFAELE BONANNI: LIBERI DI AGGREGARSI
INTERVISTA AL SEGRETARIO GENERALE DELLA CISL
A CURA DI

ROMINA E GIOSETTA CIUFFA La musica può essere un mestiere a tempo pieno e può essere solo un hobby. Perché diventi una professione c’è bisogno di talento, passione, caparbietà. Non si diventa musicisti per caso. Purtroppo in Italia si fa troppo poco per i musicisti. La scuola fa troppo poco. L’educazione musicale andrebbe incentivata e sostenuta anche dopo la scuola media. La cultura musicale andrebbe meglio diffusa perché rappresenta l’anima di un Paese. Nel caso del Primo Maggio, la musica è strumento per aggregare o l’insoddisfazione laburistica è forza a se stante? In altri termini: perché utilizzare la musica per smuovere i giovani e radunarli in una piazza, quando poi non si riesce a tirarli fuori dal problema di base, la disoccupazione e la frustrazione lavorativa italiana? La musica è un’espressione artistica, ma è anche momento di aggregazione popolare e sociale. Per questo, i sindacati hanno ideato il concerto, un’idea importante e di grande successo. La musica è uno straordinario veicolo di comunicazione e di coesione tra le generazioni e le classi sociali: non esiste uno strumento più libero e democratico. Altra cosa è comprendere e risolvere il disagio giovanile, che il sindacato affronta da sempre con le sue proposte concrete, la militanza, le associazioni diffuse nel territorio. Ci vuole una politica a favore dell’occupazione dei giovani, con tutele maggiori e un salario adeguato. Questa è per la Cisl una priorità. Ogni anno tante polemiche sul Primo Maggio: non si possono evitare? Purtroppo a volta capita che qualcuno beva una birra di troppo. Come è accaduto l’anno scorso. Ma i giovani, si sa, a volte esagerano. Da quest’anno faremo firmare agli artisti un codice etico che dovranno rispettare, proprio per evitare cadute di stile ed esternazioni personali.

Il Primo Maggio, festa dei lavoratori ma anche festa della musica: i musicisti allora vengono festeggiati due volte in un colpo solo. E sono proprio tra i lavoratori meno «felici» e meno completi: iniziative in aiuto del settore? Il Primo Maggio è la festa del lavoro e il sindacato si mobilita per difendere i diritti di tutti i lavoratori. Musicisti compresi. Nel caso specifico, la Cisl si sta battendo contro la precarietà del lavoro anche nel settore dei musicisti, per dare maggiori tutele previdenziali e maggiore salario sul piano economico a chi è più flessibile. Quest’anno, poi, il tema della manifestazione politica che faremo il mattino a Ravenna sarà la sicurezza sul lavoro. In Italia ci sono troppi morti sul lavoro e dobbiamo fare qualcosa tutti per fermare questo massacro continuo. Credo che sia un tema molto sentito anche tra i giovani musicisti italiani. Nonostante la musica sia il massimo momento di elevazione spirituale umana, è luogo comune credere che chi ne faccia sia un disoccupato, anche fannullone. Fare musica per non lavorare. Dunque, i musicisti: scioperare o scioperati? È un’analisi che non condivido. Ho avuto sempre rispetto per chi fa musica, che è impegno, studio, pazienza. Ma quali fannulloni? Magari tutti i giovani studiassero uno strumento musicale! La considero una delle espressioni artistiche più belle e utili perché può raggiungere tutti: giovani, anziani, ricchi, poveri. La musica unisce. Se quello del musicista non è considerato un mestiere, il musicista non è un lavoratore. Anche se lo fosse, non avrebbe risorse finanziarie per mantenersi e ha bisogno di un secondo lavoro (che, comunque, non è facile trovare). In che modo possono essere incentivati i musicisti-lavoratori?

È il caso di dire che bisogna «cambiare musica». Da quale genere partirebbe la Cisl? Rock per aggressività e forza, Jazz per improvvisazione o Classica per serenità? Per quanto mi riguarda preferisco da sempre il jazz. Ma per la Cisl, essendo un sindacato sostenitore della concertazione, credo che si adatti meglio l’armonia e la grande completezza artistica della sinfonia classica. Non a caso, la sede della Cisl era la vecchia villa di Pietro Mascagni. Abbiamo persino ritrovato un manoscritto inedito, durante i lavori di restauro della nostra sede, Il Nerone, un’opera scritta da Mascagni durante gli anni del fascismo. La musica ha partito? No. La musica non ha partiti. La musica è di tutti, senza distinzioni ideologiche. Lei è amico di Danilo Rea e di Stefano Bollani, grandi classici del jazz. Raffaele Bonanni e la musica: che filo c’è? Amici è una parola grossa. Conosco sia Danilo Rea, sia Stefano Bollani. Li ammiro molto e vado quando posso ai loro concerti. Suono la chitarra e l’organo da quando ero ragazzo e frequento quando ho tempo i locali storici a Roma e Milano, dove si esibiscono i grandi del jazz italiano ed internazionale. La musica ha un ruolo importante nella mia vita. Quasi quanto la difesa dei lavoratori ed il sindacato.

Chicago, maggio 1886: un gruppo di lavoratori in sciopero per la riduzione dell’orario lavorativo viene affrontato violentemente dalla polizia. Il bilancio: 11 morti e centinaia di feriti. Difendevano i loro diritti. Hanno perso il diritto inviolabile alla vita. Sì, perché quando una voce diventa un coro le mani sulle orecchie non riescono a coprirla e, come una musica, ti entra nella mente e nel corpo. Se le gambe non battono il tempo, allora tremano. Il primo maggio diventa la Festa dei Lavoratori. Perché nessuno dimentichi. Mentre in Europa la festività è formalizzata tre anni più tardi alla riunione della Seconda Internazionale di Parigi, in Italia ci sono le resistenze del presidente del Consiglio, Francesco Crispi. Le istituzioni ordinano di mettere lo stereo su mute. Ma il fermento è ormai attivo anche nel nostro Paese, quella musica dilaga tra i nostri uomini. Così il silenziatore non funziona e in numerosi centri si svolgono manifestazioni. I capitalisti sono costretti ad aprire gli occhi. E le orecchie. Nel corso degli anni, accanto alla lotta per la riduzione dell’orario lavorativo, si lotta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici, per la rivendicazione del suffragio universale e contro la partecipazione del Paese alla guerra mondiale. Finché non arriva il ventennio fascista: stereo stoppato. Mussolini proibisce la celebrazione del primo maggio e la festa viene spostata al 21 aprile, giorno del «Natale di Roma». Sul calendario il 1 maggio non è più rosso e il rosso vivo in quel giorno è del garofano all’occhiello, del vino bevuto in allegria nelle osterie e delle scritte sui muri che urlano l’opposizione al regime. All’indomani della Liberazione, il primo maggio del 1945, i partigiani e i lavoratori, i giovani di ieri e di oggi si ritrovano insieme nelle piazze d’Italia. La musica è tornata, ma qualcosa ancora non va. Solo due anni dopo, sempre il primo maggio, a Portella della Ginestra, gli uomini del bandito Giuliano sparano sulla folla che assiste al comizio. La scissione sindacale è in fermento. Sarà solo nel 1970 che i lavoratori di tutte le diverse tendenze politiche torneranno a onorare insieme la loro festa e canteranno in un unico coro. Da allora la scritta Rec non ha più smesso di lampeggiare.

MARCO DI LUCCIO: GIOVANI, PRECARI, RICATTABILI
A CURA DI

CORINNA NICOLINI

INTERVISTA AL COORDINATORE DEL DIPARTIMENTO ORGANIZZAZIONE DELLA CGIL
guaggio sia diverso com’è normale in un confronto generazionale. E la musica può essere il linguaggio comune? La musica è un linguaggio trasversale. I ragazzi che vengono in piazza urlano a squarciagola sulle voci degli artisti e quando, tra un pezzo e l’altro, i nostri conduttori fanno interventi di natura sociale e politica, il riscontro è immediato. Partecipano esprimendo una coralità di sentimenti verso i valori importanti. E sempre in maniera pacifica e gioiosa. Quanto è difficile organizzare in Italia delle manifestazioni sindacali senza incorrere nelle censure della Chiesa? A noi delle censure interessa poco. Un anno la Rai addirittura chiese di mandarci in onda con due o tre minuti di differita. La nostra risposta fu categorica. Il Primo Maggio è - e deve rimanere - una festa e la musica non ha niente che possa essere censurato. Nel terzo millennio e dopo più di sessant’anni di repubblica e di libertà democratiche, la loro richiesta ci fece anche sorridere. Come riuscite a finanziare un evento di tali dimensioni con un cartellone così prestigioso? Se dovessimo puntare solo sulle nostre risorse economiche senza dubbio non riusciremmo ad offrire un tale spettacolo. Ci reggiamo sugli sponsor e sui diritti che la Rai acquista ogni anno. Inoltre, gli artisti chiedono un cachet ridotto. Un po’ per sensibilità ai valori sottesi alla manifestazione e un po’ perché stare su uno dei palchi più importanti dei nostri anni è un prestigio anche per loro. Da qualche anno è nato «Primomaggio tutto l’anno», il concorso che premia i migliori artisti della penisola con l’opportunità di farli esibire sul palco di Piazza San Giovanni. Anche questa rassegna ci inorgoglisce molto. Funziona attraverso meccanismi puliti ed esclusivamente meritocratici, al sicuro dalle classiche raccomandazioni. Beh, non è cosa da niente. E con questa occasione stiamo avendo modo di scoprire che le realtà musicali emergenti valide e interessanti sono davvero tante. L’Italia è un Paese vivo e la musica lo è ancora di più.

Ogni anno le associazioni sindacali scelgono un tema centrale per la manifestazione. Qual è quello di quest’anno? Il tema sarà quello della Sicurezza sul Lavoro. Ogni anno, in occasione della ricorrenza, si organizza una manifestazione nazionale in una città italiana diversa. Quest’anno abbiamo scelto Ravenna, in nome del ventennale dell’incidente della Mac Navy che avvenne al largo della costa. Molti lavoratori e immigrati morirono per carenze di apparecchiature di sicurezza. Inaccettabile che ancora oggi si registri una media di 3-4 morti ogni giorno per incidenti sul lavoro. Il concertone è un evento dei e per i giovani. Quanto sono attivi i ragazzi di oggi nel mondo sindacale? Molto, e hanno vivo il senso della solidarietà e della partecipazione malgrado spesso si dica il contrario. Il vero problema è che le loro condizioni sono precarie e non possono far valere i propri diritti, in quanto troppo facilmente ricattabili dai loro superiori e privi di ogni tutela. Ma quando si apre un dialogo con i giovani c’è sempre una bella risposta, nonostante il lin-

F.A.T.A.LMENTE
Una rassegna spettacolare che animerà il Maschio Angioino durante i weekend di Maggio dei Monumenti per celebrare le diverse fasi della storia e della storia artistica di Napoli: è l’essenza del F.A.T.A. Festival, un grande contenitore in grado di coniugare la ricognizione meditata delle diverse epoche storiche con una celebrazione gioiosa ed immediata degli elementi naturali. Il F.A.T.A. presenta spettacoli appartenenti a diversi ambiti artistici e si rivolge sia ai cittadini napoletani che ai turisti italiani e stranieri, mettendo la musica, linguaggio universale per eccellenza, al centro di molti degli eventi proposti e dedicando ampio spazio al panorama musicale campano. Fra gli artisti che si esibiranno: Avion Travel, Offlaga Disco Pax, Le loup garou, A Toys Orchestra, James Senese Acustic Quartet. (V.G.) OGNI VENERDÌ, SABATO E DOMENICA DAL 2 AL 25 MAGGIO

Music In

Aprile Maggio 2008

POPCK pop&rock
CAPAREZZA Luna-Roma e ritorno SERGIO CAMMARIERE Nient’altro che un Cantautore piccolino
a cura di CORINNA NICOLINI Corinna Nicolini palco per scaldare i suoi stadi. Perché la sua storia, dopo il buio della prigione, è fatta di San Siri e Olimpici pieni. È fatta di Mtv in ginocchio, in attesa che lui conceda una misera intervista. Buoni o cattivi è l’emblema di ciò che Vasco può. L’album è brutto, banale, con testi al limite dell’imbarazzante, eppure vende e l’Italia lo canta a squarciagola nei suoi live. Live in cui sudano appiccicati tra di loro ragazzine e signore di quarant’anni, professionisti seri e punkabbestia. Questo immenso sex-appeal, che parte dalle note e dalle chitarre elettriche e trascende anche l’aspetto fisico ormai toccato visibilmente dagli anni e dagli abusi, stordisce anche altri artisti. Roman Polanski accetta di girare il video de’ Gli angeli, nel 1996, scritta per la morte del caro amico Maurizio Lolli e Francesco De Gregori gli lascia «indossare» la sua Generale, che Rossi rockeggia e vocalizza a sua immagine e somiglianza. Ecco, quella di un Dio moderno è una metafora calzante. Non si discute che possa piacere o meno; è una fede che o hai o non hai. Chi è fuori da quest’energia nota la voce sempre calante e i capelli radi di un uomo che a sessant’anni si veste ancora come un ragazzino. Chi è dentro, però, vede luce e sente note che prendono lo stomaco. Il 29 e il 30 maggio allo Stadio Olimpico di Roma ci sarà un altro raduno, un altro momento di adorazione collettiva. Sarà l’occasione di constatare sulla propria pelle cosa significhi avere Vasco Rossi a pochi metri di distanza. Abbiamo iniziato dicendo che è un uomo speciale, che è anche un uomo banale. È così. Vasco Rossi è un eroe della gente comune. Forse perché è visibilmente un uomo con tanti limiti e tanti errori sulle spalle che ha la capacità incredibile di attirare tutti i cuori su di sé.

VASCO ROSSI Banal-geniale. esploratore

VASCO ROSSI
UN DIO NORMALE
tutto rinchiuso nel suo genialità mischiate insieme in un IL suo spiritodiè rock ed emozioni. Unonome: normalità ebanali d’Italia si unisce al nome dimix esplosivo dei cognomi più un grande esploratore come Vasco De Gama. L’intuizione, che a onor di cronaca è di Jovanotti, riassume bene questo fenomeno che dura ormai da trent’anni e che ha sfornato più di ventitre dischi. Partito da un paesino dell’Emilia Romagna, Zocca (da leggere rigorosamente con la zeta morbida), ha scalato tutti i pregiudizi di un genere musicale che veniva associato ad uno stile di vita da scapestrati tutto droghe e sesso libero. Uno che chiama il suo primo gruppo «Killers» un po’ se la cerca questa reazione. Quando nel 1982 si tratta di andare a Sanremo non ci va con Grazie dei fiori ma sfoggia un motto alquanto minaccioso: Vado al massimo. Se ne va dal palco col microfono in tasca, ancora collegato all’amplificatore che cade fragorosamente. E fragorosamente sale il mito del Blasco. La gente, quella viva, quella fuori dal sarcofago del Festival, se ne accorge e lo premia facendo rimanere il suo disco in classifica per ben sedici settimane. L’anno dopo è ancora Sanremo e ancora un titolo provocatorio, Vita spericolata. Penultima nella classifica degli inamidati spacca in quella delle vendite. È lo stesso anno solare di Bollicine, inno alla cocaina che vince il Festivalbar. Salire molto in alto a volte può significare anche cadere più facilmente. E così la droga, che in qualche modo lo aveva aiutato a costruire intorno a sé un personaggio di bello e dannato, lo tradisce nel fiore del suo successo. Il 20 aprile del 1984 Vasco viene arrestato per possesso e spaccio di sostanze stupefacenti. Da questa seconda accusa viene scagionato ma la prima gli procura due anni e otto mesi con la condizionale durante i quali l’artista si chiude in se stesso cercando di recuperare il suo mondo reale e gli amici veri. Vasco Rossi risorge e cade mille altre volte. La sua gente lo aspetta sempre. La sua gente lo perdona sempre. Sono tutti innamorati di lui i fans, uomini o donne che siano, e lo giudicano con gli occhi parziali dell’amore. Avete mai ascoltato Gabri? Lui apre la bocca e il pubblico si elettrizza. Il carisma non si studia né si acquista. Allarga le braccia e intona appena una vocale un po’ allungata, «eeehhhh», ed è sufficiente. Quante note deve infilare Giorgia per strappare un applauso? Quanti balletti deve sudare Meneguzzi per ripagare le sue teen-agers? Al Blasco basta salire sul

CAOS COME CAPAREZZA
iene luna torna a Roma: Salvemini in arte un concerto atteso e aprile, lo del rapper V scenadallaironico.eL’Alpheus, l’11 Micheleospitail suospettacoloCaparezza epiù anomalo della italiana. L’artista di Molfetta presenterà nuovo album, Le dimensioni del mio caos, in uscita l’11 aprile, preceduto dal libro Saghe mentali, disponibile dal 3 dello stesso mese, in cui la carriera del rapper più anomalo della musica italiana è descritta in quattro capitoli, uno per ogni disco. La sua avventura parte nel ‘97 quando, dopo aver sfornato il singolo Donne in minigonne, si accoda al carrozzone sanremese presentando E la notte se ne va sul palco dell’Ariston; all’epoca si fa chiamare MikiMix e raccoglie timidi consensi. Ma l’ambito hip hop lo detesta, e anche Michele infondo trova nelle critiche uno spunto su cui ricostruirsi: saranno i sui riccioli crespi e il dialetto dei luoghi natii ad ispirare la parodia di se stesso ribattezzandosi Caparezza, ovvero «testa riccia» in dialetto pugliese. E non è solo la chioma ad essere cresciuta: il nuovo Salvemini diviene ricercatore di sensi e controsensi. Caparezza?!, album d’esordio della nuova genesi inciso nel 2000, si infarcisce di richiami al reggae e al drum&bass ed è solo l’inizio di un’ascesa ai vertici delle classifiche. Tre anni dopo è il tempo di In supposta veritas. E anziché limitarsi a bissare il discreto successo dell’album precedente, Caparezza sfonda: il suo Fuori dal tunnel diventa tormentone. Ma se il successo può dare a volte alla testa, il controsenso in questo caso genera nuove metafore: Habemus Capa, album del 2006, è il «disco postumo di un’artista ancora in vita». I detrattori restano in netta minoranza, critica e pubblico hanno già dato il verdetto: un successone. Ora Caparezza torna con un disco che definisce un «fonoromanzo» di cui ogni canzone è un singolo capitolo. Sarcasmo e ironia che si condensano in performance fatte di rock, rap e toni teatrali. Stefano Cuzzocrea

TRIP MORCHEEBA CAMMARIERE
i suoi tasti bianchi e neri. S fiora pianoPianoil sisuo amore elegante. Canta piano Piano sorride. abbandona. E allora, scuote forte le sue ciocche scure. Urla forte il suo amore dilagante. Strizza forte i suoi occhi mentre si accende. Sergio Cammariere e il suo pianoforte ripartono in tour per l’Italia, nel suo bagaglio la poesia, la sua e quelle di Kunstler e di Panella, il jazz della sua formazione, i ritmi tropicali e le visioni brasiliane della sua contaminazione. Una voce matura e un’emotività quasi adolescenziale incantano il pubblico che ha imparato ad amarlo nella sua semplicità. Sì, perché lui è così che si sente: un «Cantautore Piccolino», che con timore reverenziale si muove all’ombra di De Andrè, Sergio Endrigo e Gino Paoli. Eppure i riconoscimenti non gli sono mancati. La critica anticipò il grande pubblico e il 2002 fu un anno di targhe e statuette: Premio «L’isola che non c’era» come miglior album d’esordio, Premio «Carosone», Premio «De Andrè» come miglior artista dell’anno, Targa Tenco come migliore opera prima con Dalla pace del mare lontano. Nel 2003 si emoziona davanti alla platea dell’Ariston di Sanremo con Tutto quello che un uomo. E allora la gente corre a cercarlo nei negozi e gli regala un doppio disco di platino. Intanto Sergio continua ad andarsene in giro con il suo pianoforte e stringe amicizie e collaborazioni con colleghi come Samuele Bersani, Peppe Voltarelli e Ornella Vanoni. Nel 2004 esce Sul sentiero e nel 2006 è già il disco della maturità: Il pane, il vino e la visione è come una selezione dei migliori jazzisti del panorama internazionale: Fabrizio Bosso, Arthur Maya, Jorginho Gomez, Gilberto Gil, Stefano Di Battista e Roberto Gatto. Un altro grande amore di Sergio è il cinema e fa dono delle sue note al film di Mimmo Calopresti, L’abbuffata, ed ecco un’altra statuetta: il Festival del Cinema Mediterraneo di Montpellier lo premia come miglior colonna sonora. Siamo giunti così ai nostri giorni, che lo vedono ancora protagonista. Dopo i lunghi corteggiamenti di Pippo Baudo, Sergio torna a Sanremo con L’amore non si spiega, e nel ricordare il cinquecentenario della bossa nova ci porta a casa niente popò di meno che Gal Costa. Cantautore piccolino è la sua prima raccolta. La ascolto e mi rinfresco la memoria. Sono pronta per il 6 maggio, sussurrerò le sue canzoni dalla mia poltrona dell’Auditorium Parco della Musica. Corinna Nicolini

PIANO

trip hop non ancora c’è nessun anacronismo nel dei Morcheeba: L’ eraè del cheinvece, unèveicolounfinita. Nonlegatostileritmi inquel decenniosuonodignità degli anni quello sembrava essere progetto ai voga a Londra alla metà Novanta stato, per trainare uno oltre con e inventiva. Suoneranno il 18 giugno, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, per presentare al pubblico il loro nuovo album Dive Deep. Il disco è il secondo realizzato dopo la scissione dalla caratterizzante voce di Skye Edwards, che ha accompagnato la band dagli esordi fino al successo ottenuto a livello planetario. Nel precedente The Antidote, i fratelli Paul e Ross Godfrey si erano affidati alle tonalità di Daisy Martey, che aveva cantato tutti i brani contenuti nell’album. Ma il successivo tour promozionale aveva già apportato alcune modifiche alla line-up: ad accompagnarli al microfono durante i concerti c’era infatti la cantautrice e sassofonista australiana Jody Sternberg. Tutto ciò è ancora preludio dell’assetto nuovo e dinamico in cui si rintraccia l’attuale percorso della band. Dive Deep è infatti un disco duttile e malleabile come l’apporto vocale impiegatovi: per comporlo Paul e Ross si sono accompagnati a numerose collaborazioni, come quella con Judie Tzuke per Enjoy The Ride, primo singolo estratto, uscito lo scorso 28 gennaio. Considerata la ricchezza dei talenti che collaborano nell’incisione, pare costituire ancora un mistero sapere chi canterà i brani durante il tour dei Morcheeba, ma resta salvo che le loro canzoni hanno traghettato un suono da un oceano all’altro, portando il trip hop fuori dalle rotte consentite e sdoganandolo come uno stile capace di resistere alla transitorietà delle mode. Stefano Cuzzocrea

RETTIFICA La foto di David Sylvian di Music In n. 3 era di Davide Susa, l’articolo su David Sylvian era di Eugenio Vicedomini.

EDGE
a cura di VALENTINA GIOSA

AND BACK

Music In

Aprile Maggio 2008

FONDERIA Luca Pietropaoli MARLENE KUNTZ Intervista a un trombettista che MARISSA NADLER Gotica Inquietitudine sonico- MOJOMATICS sa fondere l’oro con l’anima tristezza. D’amore e di morte esistenziale Talismano hodoo
A CURA DI

ROMINA CIUFFA

CONTINUA DALLA PRIMA PAGINA

F O N D E R I A : UNO PIÙ UNO FA TRE
Suonare vuol dire fondere anima e strumento, più strumenti ci sono più anime escono allo scoperto. La Fonderia è oggi, senza dubbio, uno dei gruppi più colti, meritevoli e audaci della musica romana, che sa dal Tevere passare all’Aniene e da Trastevere ad Instambul soffiando dentro a un filicorno.
Questo è la Fonderia. E rimusicazione di film muti. Dove eccelle: nel 2001 il premio per le musiche originali a Bolzano, al FestivalRimusicazioni, per Charcuterie mecanique dei fratelli Lumiere ed Emak-Bakia di Man Ray, e nel 2003 ad Aosta il primo premio nella Sezione Giovani di Strade del Cinema-Festival Internazionale del Cinema Muto Musicato dal Vivo, per My Wife’s Relations di Buster Keaton (poi nel cd Notes on Frame - Strade Del Cinema, 2003). Nel 2004 il primo posto nelle selezioni regionali di Arezzo Wave e la partecipazione alla compilation ufficiale e al Festival. Qui presenta il primo videoclip, quello del brano Piazza Vittorio, che viene selezionato per il concorso Capalbio Cinema e riceve il Premio del Pubblico nella sezione videoclip, a luglio 2005. Fonderia: cosa fonde? Invenzioni, reminiscenze, personalità diverse, metalli preziosi. Come nasce il gruppo e come si evolvono le scelte musicali? Articolo 1: «La Fonderia nasce nel 1994 come gruppo dedito all’improvvisazione», attraverso lunghe sessioni di musica libera e un lavoro di sintesi. Chi sono i componenti? Emanuele: l’organizzatore, il pacificatore, il multiculturale; Stefano: il tenebroso, l’imprevedibile, il competente; Federico: l’ottimista cieco, l’irrazionale; Claudio: il fricchettone, il combattivo. Ed io alla tromba. Tromba, filicorno, cornetto, e poi guitar synth, oud, zither, shaker, moog voyager, clavinet, theremin e molti altri: strumenti da cercare su Wikipedia. Cos’ha ognuno di essi che Miles Davis non sapeva? Nulla. Miles sapeva. Sapeva anche che la strada della sperimen-

(...)

tazione, della commistione dei generi è quella che non porta mai ad un vicolo cieco. Molti si sono ispirati a lui. E noi non siamo da meno. Mare aperto o fiume? Se il fiume lo rendi navigabile, puoi viverli entrambi. Nel primo disco Tevere, in questo Trastevere: come dire, siete approdati finalmente? O vi siete arenati? Sono solo due fermate. Next stop: Monti Tiburtini, left side exit. Fiume Tevere, ma anche Aniene, che è un altro vostro pezzo. Poi c’è «fili-kudi»: quale mare guarda la Fonderia? Le distese oceaniche mi affascinano e mi spaventano allo stesso tempo. Il solo cercare di pensarle nella loro interezza provoca frustrazione e sgomento. Ma sapere che, da un momento all’altro, una nave possa attraccare in porto, carica di spezie esotiche e racconti avventurosi, nutre la fantasia. Ascoltarvi e non stancarsi mai. C’è qualcosa di estremamente ipnotico nella vostra musica: cosa? La semplicità. Forse a qualcuno la nostra musica non potrà sembrare tale: mescolanza tra jazz, elettronica, funk, rock. Sulla carta sembra un qualcosa di cerebralmente complesso. A mio avviso non lo è. Le strutture armoniche, le linee tematiche, i supporti ritmici, i suoni utilizzati: tutto rimanda a una musica fruibile in molte situazioni, senza complicare per stupire o di urlare per farsi sentire. Fate un genere che è commistione e che molti fanno senz’arte, suonate e conoscete selettivamente ciò che gli altri creano con programmi per computer. Si avverte una costante e profonda cultura musicale e armonica, che fa tenere sempre una mano sul cuore e l’altra sulla cerebralità. Da impazzire. Che studi ci sono dietro? C’è ascolto. In profondità e in estensione. L’osmosi si mette in atto e i centri della creatività vengono irrigati. Per me un grande punto di riferimento è Jon Hassell, che riesce ad unire il rigore del minimalismo strumentale alle invenzioni dei motivi etnici. Ne scaturiscono le «musiche possibili» di quello che lui definisce il «quarto mondo»: la somma del primo e del terzo. Commistione vuol dire: a) non saper sceglierne uno (Dubbio II); b) forza d’eclettismo (Magma); o c) padronanza (Leonardo)?

d) sedersi e guardare lo stretto di mare tra due continenti (Istanbul, sul prossimo disco) Gestalt (più generi che, sommati, danno vita a un genere diverso) o mera somma delle parti? La natura difficilmente si comporta in modo lineare, le cose non si sommano come libri impilati. E le attività umane non fanno difetto a questo principio. Assolutamente Gestalt. Musica da film, anche sonorizzazioni di muti, e rivisitazioni di colonne sonore quali Star Wars o Pinocchio. Scegli un film. Una commedia divertente con implicazioni esistenziali. Sideways di Alexander Payne, o Play it again, Sam di Woody Allen. O Alfie, il remake del 2004 con Jude Law. Siete recensiti con frasi incomprensibili quali: «Sa naufragare in quiete meditazioni crepuscolari» (Il Mucchio , 6 aprile 2004) o «alternano squarci d’azzurro a cupe e psichedeliche discese negli inferi» (Liberazione, 20 agosto 2004), o ancora «espressione genuina di un atto liberatorio corale» (Rotter’s Club, aprile 2004). Ma le parole povere per descrivervi esistono? Certo. Ma vanno scoperte. Che ne dici di «Fonderia»? Oriente o Occidente? Strumenti a est o a ovest? E perché non Nord-Sud? Si potrebbe passare dalla Norvegia, dalla tromba crepuscolare di Nils Petter Molvaer al Mali, alla chitarra solare di Ali Farka Tourè. Influenze di...? Letteratura, scienza, cinema, cucina, viaggi in furgone, giornate piovose, erba appena tagliata. Invitate un artista, del presente o del passato, a suonare con voi: chi? Un Dj. Qualcuno molto bravo, in grado di filtrare dal vivo dei loop presi dai nostri strumenti, di proporre nuovi frammenti ritmici su cui improvvisare, di «sporcare» la tela con stile. Infine: quanto individualismo c’è in una fusione? Tanto. È innegabile ed inevitabile. A volte serve per vincere la timidezza. A volte è bene metterlo da parte e ammettere che in fondo il bello della musica è proprio quel senso di comunanza con le persone con cui la fai.

L’ESTETICA DELLA TRISTEZZA:

MOJOMATICS
di Ersilia Verlinghieri sembrano davvero usciti da A primo impattorassegne diguardarepo’ storiuna di quelle rock un co-tutto anni Sessanta; basta qualche foto: sfondo bianco e nero, chitarra e armonica, capelli al vento. Ma, come si infila nello stereo uno dei loro cd, ci si accorge subito che quella chitarra e quell’armonica sono capaci di donare un sound davvero nuovo. E col rock’n roll si incontrano garage, punk, blues. Suoneranno al Circolo degli Artisti di via Casilina Vecchia - «spazio musicale dove avanguardia e sperimentazione sono di casa» - i Mojomatics, che così si fanno chiamare da Mojo, talismano delle credenze hoodoo. Veneziani, ma dal sound tutto internazionale. In due bastano a sprigionare un carico di energia incredibile. Suoni puliti, grande intesa nell’esecuzione. In più, alle spalle, tournèe in tutta Europa e cd incisi dal vivo ad assicurare l’esperienza giusta per tenere sveglio il pubblico tutta la notte. «Il rock&roll puro, qualcosa che tutti hanno ascoltato almeno una volta nella vita. Noi facciamo questa musica», dichiarano. «Se non piace, continueremo comunque a farla». Come non detto. CIRCOLO DEGLI ARTISTI - 19 APRILE

MARISSA NADLER
bilico fra antico e moderno, sogno e realtà, pace e tormento, la scrittrice, pittrice, cantante e musicista americana si presenta come uno dei talenti più curiosi della scena indipendente degli ultimi tempi. Un folk fuori dal tempo, la magia di una voce angelica e una chitarra carezzevole come l’acqua di un ruscello che segue il suo corso naturale. Se si dovesse definire con una sola parola lo stile di Marissa Nadler si potrebbe pensare proprio all’acqua, elemento femminile per eccellenza, così puro e limpido quanto imprevedibile e potente. Un volto angelico incorniciato dai lunghi capelli neri, la pelle diafana e i tratti delicati: la cantautrice newyorkese sembra giungere da un’epoca remota per sussurrarci le storie di un mondo sospeso, attraverso sentieri sperduti e nenie sognanti. Debutta a soli 23 anni con Ballads Of Living And Dying (2004), una raccolta di Canzoni d’amore e morte arricchita di due omaggi letterari a Edgar Allan Poe e Pablo Neruda di cui rivisita Hay Tantos Muertos in chiave fado con un suggestivo accompagnamento d’organo. Dopo un solo anno di distanza esce The Saga Of Mayflower May, ovvero altre undici ballate eteree e incantevoli con testi gotici e spettrali che parlano di personaggi fantastici come Mary delle luci gialle, Calico delle montagne, Shannadeeah che muore in guerra e torna in una bara, Mr. John Lee e la sua rosa vellutata, Lily e il suo tragico destino. Risale a pochi mesi fa l’uscita del suo ultimo lavoro, Songs III: Bird On The Water, pubblicato dall’etichetta inglese Peacefrog Records e prodotto da Greg Weeks. L’album, che si avvale anche della collaborazione di Jesse Sparhawk (mandolino, arpa) e Otto Hauser (percussioni) è la conferma che la deliziosa ed affascinante Nadler è cresciuta sia come musi-

di Valentina Giosa

In

cista che cantante. Restano intatti i tratti prettamente caratteristici del suo stile: la forma della ballad, la forza evocativa e quel magico sentimento di tristezza che pervade negli scenari delle sue storie meravigliose. «Tutto quello che posso dire è di amare molto le canzoni tristi», ammette infatti Marissa, «quelle che ti spezzano il cuore. Mi sento come se non potessi mai avere l’urgenza espressiva di scrivere una canzone allegra. Si può dire che non abbia familiarità con la felicità, perché subisco l’influenza di tutti i demoni di questo mondo... Adoro l’inverno e mi sento «fredda» nel cuore. Mi piacciono i paesaggi spogli e surreali, e anche i miei dipinti sembrano solitari e invernali, come nelle sculture di Giacometti o negli acquerelli di Turner. L’estetica della tristezza è il mio terreno prediletto». Paragonabile a Joanna Newsom, Elizabeth Anka Vajagic e Josephine Foster per l’unicità di uno stile teso fra folk tradizionale, classicismo e cantautorato indipendente, a Hope Sandoval dei Mazzy Star e Cat Power per l’utilizzo della voce e a Leonard Cohen e Joni Mitchell per il sapore minimale e raffinato della scrittura, Marissa Nadler ci accompagna in un viaggio che profuma di nuvole e malinconia, in una sorta di «giardino segreto» dove è difficile non trovarvi armonia e bellezza. INIT - 8 APRILE

MARLENE SI DENUDA
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ppuntamento sabato 12 aprile all’Auditorium con i Marlene Kuntz, band tra le più importanti della scena alternativa italiana degli ultimi quindici anni, impegnata in queste settimane per i teatri d’Italia nell’Uno Live in Love Tour a presentare il loro ultimo disco Uno. Versione inedita e suggestiva quella teatrale, per un evento che si annuncia, secondo le parole del leader Cristiano Godano, «ricco di poetica e di tensione», e che ha già fatto registrare il pieno nelle altre date. La dimensione nuda e unplugged è anche quella che meglio si adatta alla resa stilistica di Uno, settimo capitolo di una serie che ha visto la band cuneese (nel frattempo allargata a cinque elementi, con l’inserimento del violinista/tastierista Davide Arneodo e del bassista Luca Saporiti, accanto alle altre due presenze storiche di Luca Bergia, Riccardo Tesio), attraversare sonorità differenti, quelle noise degli esordi di Catartica sino alle deviazioni livide e metalliche di Ho ucciso paranoia, passando per collaborazioni importanti come quelle con Skin, seguendo sempre un percorso rigoroso di ricerca emotiva e artistica.

di Lorenzo Bertini Oggi, con Godano sulla soglia dei quaranta, l’inquietudine sonico-esistenziale che permeava ancora il precedente Bianco Sporco dei Marlene sembra approdare a una visione più serena e pulita delle cose e a declinazioni più autoriali, intimiste ed eteree, che d’altronde sono sempre state ben vive nelle loro corde. Ascoltare, tra tutte, la liturgia quasi ferrettiana di Musa («È una questione di qualità», sembra suggerire Godano nei primi versi), la fluttuante e ipnotica title track Uno, o la bellissima soffusa Ballata dell’ignavo. Non a caso l’album vede la collaborazione di Paolo Conte in Musa (affinità di terre), e di Greg Cohen, contrabbasso di Tom Waits, oltre al contributo letterario di scrittori come Stefano Benni, Carlo Lucarelli, Tiziano Scarpa, Enrico Brizzi, Emidio Clementi. Uno sarà al centro della prima parte del concerto, mentre la seconda verrà dedicata alla rilettura acustica dei pezzi del passato, da Nuotando nell’Aria a Lieve e Come stavamo ieri, e vedrà inoltre omaggi a Gaber (Libertà), Diaframma (Siberia) e Pfm (Impressioni di settembre). AUDITORIUM - 12 APRILE

Music In

Aprile Maggio 2008

EDGE
DISSONANZE Dove la musica incontra la sperimentazione MUCCASSASSINA Dalla Troya de Ibiza al Closing Party

AND BACK

ADAM GREEN Voglio fare un album che sia perfetto per essere ascoltato mentre si guida per la campagna

GREEN IN CAMPAGNA
di Valentina Giosa o avevamo apprezzato grazie a Gemstones (2005) e Jacket Full Of Danger (2006) dove il genio creativo, la verve dissacratoria, la malizia e la provocazione del ragazzino newyorchese ci avevano già ampiamente conquistato. «Il genere del cantautore confessionale mi disgusta, è gente che vomita le proprie emozioni in faccia al prossimo», aveva affermato ai suoi esordi da solista confermando un vero e proprio rifiuto per la categoria del songwriter «classico». Peccato che Adam Green sia adorato ancora solo negli Stati Uniti fatta eccezione per Germania e Inghilterra. L’esibizione del Circolo degli Artisti sarà perciò un’occasione da non perdere. Soltanto due le date italiane per il capostipite della nuova generazione «anti-folk» (01/05/2008, Roma@Circolo degli Artisti; 02/05/2008, Ravenna@Bronson) in occasione dell’uscita del suo nuovo album Sixes & Sevens (marzo 2008 Rough Trade Records/SPinGo) anticipato dal singolo Morning After Midnight. «Voglio fare un album che sia perfetto per essere ascoltato mentre si guida per la campagna», aveva ammesso Adam tempo fa e, proprio com’era nelle sue intenzioni, il disco si presenta come una perfetta colonna sonora «da viaggio». Rispetto agli album precedenti, Sixes & Sevens è un lavoro più spontaneo e meno impostato. La voce, come dice lo stesso Green, «è più da letto che da music hall». Probabilmente l’ex Moldy Peaches non ha più bisogno di dimostrare le sue doti vocali ormai ben consolidate. Influenzato da John Davis (Folk Implosion), Skip Spence, Sly Stone, Rick Shapiro, Wanda Jackson, Royal Trux, Buddy Holly, Alejandro Jodorowsky, The Make Up, Steven Jesse Bernstein, Green mescola il rock, il pop e un folk giocherellone alle viole e a i violini della musica orchestrale. Ma in Sixes & Sevens l’uso del coro gospel della chiesa di Brooklyn dona una componente quasi soul al disco con un risultato singolare e bizzarro che partendo da Leonard Cohen arriva sino a Richerd Hawley passando per Jack Black (l’attore di School Of Rock che è un suo grande fan), il gusto orchestrale di Randy Newman, le scelte melodiche di Johnatan Richman dei Modern Lovers e l’approccio un po’ intellettuale di Joe Pernice. L’album, di cui si segnala la partecipazione di David Campbell (arrangiatore anche di Michael Jackson, Elton John e Beck) è stato registrato a NY in diverse location: l’appartamento di Green, il suo studio di Brooklyn, e una scuola per bambini autistici a Jersey, gestita dalla moglie del suo storico produttore e amico Dan Myers. CIRCOLO DEGLIO ARTISTI - 1 MAGGIO

XIU XIU
AS LOVERS
di Francesca Di Macco anno più volte cambiato formazione, ma l’anima è rimasta la stessa. Quella controversa e sofferta di Jamie Stewart, cantautore e fondatore del gruppo. Gli Xiu Xiu nascono a San Jose, California, tra le band indipendenti americane, ed oggi sono in tour con il loro settimo album Women as Lovers. Quattordici brani in cui si ritrovano molte delle sfaccettature di quest’anima: punk rock, dark-wave, noise rock, un po’ di folk e qualcosa di melodico. Ma soprattutto si ritrova la durezza della vita e la disillusione nei testi (e nei videoclips, uno per tutti I Do What I Want, When I Want), un linguaggio forte e crudo che denuncia grandi mali, problemi sociali, sessuali, criminalità e disumanità. Messaggi allucinati, ostinati, confusi e tremanti come gli amanti. As Lovers. Women as Lovers è un album dibattuto, incensato da alcuni per l’intensità e il virtuosismo del sound in continuità con il passato, criticato da altri che lo trovano, invece, poco innovativo, un po’ inflazionato e non del tutto credibile. Se non in evoluzione, però, va riconosciuta la continua ricerca nelle sonorità che comunque contraddistingue la produzione artistica della band. A dir poco «curiosa» la cover di Under Pressure riproposta in coppia con Michael Gira. A Roma il 14 maggio, suoneranno al Circolo degli Artisti, dove comunque si vivranno atmosfere intense e mai scontate. As Women.

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CORNEA INCONTRA TIMPANO
Un Festival che è linea di frontiera tra suoni, musica visiva e sperimentazioni. Il 9 e il 10 maggio, a Roma, torna Dissonanze
giorni, 3 palchi e un flusso di musica che si fonde con la multimedialità delle arti. Il 9 e il 10 maggio torna Dissonanze, il luogo in cui la musica incontra la sperimentazione e i nuovi linguaggi. Nato nel 2000 come una manifestazione di avanguardia a carattere indipendente, il festival è pian piano cresciuto divenendo un appuntamento imprescindibile di «esperienze» di musica visiva, spettacoli totali di sperimentazione fra suoni, immagini e architetture degli spazi. Nel 2005 Dissonanze ha così conquistato la cornice ideale del suo progetto artistico, quella del Palazzo dei Congressi. Ambientato a Roma, il cui fascino storico crea quel legame sottile e imprescindibile fra la tradizione e l’avanguardia, è una linea di frontiera in cui la musica è punto di partenza e luogo di arrivo, una community in cui artisti e spettatori da ogni parte del mondo si incontrano per immergersi nelle infinite possibilità dei suoni, dell’arte visuale e di qualsiasi forma d’espressione in evoluzione. Per l’edizione 2008 si è pensato di aggiungere anche un nuovo spazio. Oltre l’ormai storico Palazzo dei Congressi e l’Auditorium Parco della Musica (che l’anno scorso aveva ospitato il grandissimo Karlheinz Stockhausen in prima assoluta) si aggiunge un terzo luogo straordinario: l’Ara Pacis dove per la scarsa disponibilità di posti (350) si potrà accedere soltanto per invito (parte dei biglietti saranno messi in palio online). Aperta sin dal pomeriggio per video ed incontri, si trasformerà al tramonto in stage d’eccezione per le

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performance di grandi nomi dell’arte internazionale. Tra i più attesi, la nuova star dell’arte francese Cyprien Gaillard. Con l’arrivo della notte Dissonanze si sposta al Palazzo dei Congressi dove venerdì 9 sarà on stage Italo&Cosmic Disco, una produzione dedicata alla rivoluzione della musica e del costume italiani degli anni Ottanta, una rivoluzione a colpi di batterie elettroniche, di look ossigenati e colori pastello che ha avuto tra i più attivi protagonisti Daniele Baldelli alla console della Baia degli Angeli e del Cosmic e Alexander Robotnik, vera icona electro-pop con il suo classico Problèmes d’amour. A condividere il palco di Dissonanze con Baldelli e Robotnik ci saranno Francisco e Rodion. Nella serata di sabato 10 maggio si approda alle calde sonorità di Brasilin Time un progetto multimediale che ha debuttato a San Paolo e che per la prima volta viene presentato in Italia. Protagonisti della produzione sono Madlib e J.Rocc-dj, produttori e mc, figure di primo piano dell’hip hop americano - e tre generazioni di batteristi leggendari del jazz e della musica brasiliana. Il viaggio dei suoni di Dissonanze dopo l’Italia e il Brasile arriva anche in America, precisamente a Detroit, la città dove i robots dei Kraftwerk si sono trasformati in cyborg e la musica elettronica è diventata techno. L’evento di chiusura è stato affidato al live esclusivo dei leggendari Model 500 di Juan Atkins e Mad Mike Banks (fondatore di Underground Resistance) e al dj set di Carl Craig. Dissonanze quest’anno si apre anche alla danza con Outre, una performance di Array Dance Company, la compagnia di Darren Johnston riconfermando quel forte interesse, che è poi il suo punto di forza, ad incontri inaspettati ed influenze reciproche fra le arti, tratti caratteristici della nostra epoca e della nostra cultura. Valentina Giosa

vieni a volare
WWW.FLYROMA.IT
19 - 20 APRILE in Via Prenestina Nuova Km 3 e ogni altro giorno dell'anno Nei giorni 19 e 20 aprile la TECNAM presenterà presso l'aviosuperficie Fly Roma la nuova gamma di velivoli 2008. Per pernottamenti e informazioni, tel. 339 5250039. Fai il nome di Music In.

GENTILI ASCOLTATORI
n gruppo di creativi di Milano uniti sotto il nome di Ideificio, definito dagli stessi «un’agenzia di idee», ha lanciato una provocazione dando vita al D-Day, una rassegna di musica per «gentili ascoltatori». Il messaggio è chiaro: in Italia la sana cultura dell’ascolto e del rispetto per chi suona (e per chi desidera ascoltare) è carente e il più delle volte a pagarne le conseguenze sono non solo i musicisti, ma anche e soprattutto la «minoranza» meno protetta e più bistrattata degli ultimi anni: quella del Gentile Ascoltatore. Il progetto è nato ad ottobre dal Dynamo di Piazza Greco a Milano dove ogni giovedì dalle 22.30 alle 23.30 si può assistere a un’ora di musica pura, una sorta di performance durante la quale l’unica cosa permessa è ascoltare. Sono tanti i musicisti che hanno preso parte a questa iniziativa e dalla rassegna è nata anche una compilation. Il CD-Day è stato stampato in 2.500 copie e distribuito gratuitamente al momento solo nella città di Milano. www.myspace.com/gentiliascoltatori.

VOGLIA DI MUCCA
oglia di trasgressione? Esotismo? Divertimento sfrenato? Per soddisfarle tutte la risposta è Muccassassina, la storica serata danzante capitolina organizzata da ben 17 anni dal Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli di Roma, che porta nella Città Eterna i party, i personaggi e i sound più spettacolari della club culture internazionale. Ambiziosa la proposta per il mese di aprile, quando la ‘Mucca con la falce’ mette insieme, nei tre piani della discoteca Qube, il meglio di Amsterdam e di Ibiza, mescolando il tutto con seduzioni classicheggianti che arrivano direttamente dal mitico monte Olimpo e maliziosi inviti fra lenzuola di raso, ricchi di erotismo e con un pizzico di spirito camp: il 4 aprile l’Olympo Party, l’11 un super guest, Baby Marcelo, con tutto il folle carrozzone della Troya de Ibiza, il 18 aprile A letto con la Mucca e un White Party il 25. A maggio, il 2 l’appuntamento è con il dj set degli inglesi The Sharp Boys, il 9 maggio è Gladiator Night mentre il 16 il Fire di Londra si trasferisce eccezionalmente per una notte a Roma. Quindi Mucca Tropical il 23 maggio e, per chiudere in bellezza la stagione 2007/2008 il 30 maggio, una vera e propria summa delle maggiori attrazioni dell’intero anno: il Closing Party lascerà senza fiato ogni pubblico. Romina Ciuffa

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Music In

Aprile Maggio 2008

a cura di ROBERTA MASTRUZZI

JOE STRUMMER Il futuro non è scritto Suona come un vecchio disco di vinile

PERSEPOLIS Una nuova Rocky IL TRENO PER DARJEELING Balboa contro il regime iraniano Estroverso indian-pop

PERSEPOLIS
JOE STRUMMER: IL FUTURO NON È SCRITTO
la storia di John Mellor, biò (letteralQ uestail èsuo nome in Joe Strummerche cammente «strimpellatore»), fondò il gruppo più rappresentativo della musica punk - The Clash e portò una ventata di rivoluzione negli anni Settanta londinesi, diventando la colonna sonora delle contestazioni dell’epoca, con brani che hanno fatto storia: London Calling, Rock the Casbah, Should I Stay or Should I Go. I Clash si sciolgono e Joe prosegue il suo cammino: mette su famiglia, scrive musica per il cinema e non cede alla tentazione di partecipare a qualche nostalgico raduno per racimolare un po’ di soldi e un attimo di autocelebrazione. Accadrà solo una volta e sarà per appoggiare lo sciopero dei vigili del fuoco: lui e Mick Jones di nuovo insieme per interpretare una nuova White Riot, dopo più di vent’anni. Joe Strummer: Il futuro non è scritto è l’opera cinematografica - definirlo documentario è estremamente riduttivo - che Julien Temple, dopo aver raccontato i Sex Pistols, dedica al leader dei Clash, scomparso nel 2002. Ognuno ha una personale immagine del paradiso, e Strummer lo immaginava come un’isola con tanta gente riunita intorno a un fuoco. È questo il luogo che il regista sceglie per parlare di lui. Non si tratta di un rifugio dal mondo, ma di un punto d’incontro per parlare, scambiare idee, ritrovare il calore umano e improvvisare I Fought the Law solo voci e chitarre e ricordare che la lotta non ha mai fine. Il film suona come un vecchio disco di vinile e ha l’atmosfera di una serata tra amici: intorno al falò arrivano decine di musicisti, amici, conoscenti, star del cinema. Dagli ex componenti dei Clash (Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon) a Bono degli U2, fino a Jim Jarmusch e Martin Scorsese, John Cusack e Johnny Depp, tutti hanno un ricordo, un frammento di vita, una strofa da condividere. Sulle parole di chi lo ha conosciuto scorrono le immagini di filmati d’epoca, strisce di fumetti disegnate dallo stesso Strummer, riprese amatoriali, immagini di repertorio, fotografie in bianco e nero, brevi fotogrammi di film. Il ritmo è serrato, le frasi brevi e incisive, come i testi di Joe. La sua musica è energia allo stato puro, vibrazione del corpo e dello spirito, pulsazioni costanti e frenetiche. Si inizia con la voce di Strummer, bella e sporca allo stesso tempo, che incide senza base un’intensa White Riot. Dopo due ore di musica - la colonna sonora non include solo brani dei Clash, ma anche classici degli anni Sessanta e Settanta che hanno contribuito alla formazione umana e musicale dell’artista come Corrina Corrina di Bob Dylan e Black Sheep Boy di Tim Hardin il film si chiude con l’invito dello stesso Strummer a uscire dal binario del conformismo, per combattere ogni forma di potere che non rispetti i diritti individuali. London Calling, qualcuno risponda. Roberta Mastruzzi

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e fino ad oggi le note di The Eye of the Tiger richiamavano alla mente Rocky Balboa che si prepara per la sua rivincita sul ring, ora qualcosa cambia. Merito di un film e di una rivincita, quella di Marjane Satrapi, illustratrice di libri per bambini, che sola porta avanti la propria personale battaglia contro il regime iraniano con la forza della sua matita e con ironia e rabbia. Ne nasce un fumetto che in quattro volumi racconta la sua storia, da bambina a donna, costretta a fare i conti con un Paese, l’Iran, che sembra non amare molto le donne, ma non così diverso da altre nazioni in cui il razzismo è più nascosto, strisciante ma ugualmente avvilente. I racconti sono diventati un film, Persepolis, e trasportati sul grande schermo non perdono la loro forza poetica e la vena ironica anche per il fatto che l’autrice rifiuta facili compromessi. In un’epoca in cui i film d’animazione fanno a gara per risultare il più realistici possibile e stupiscono lo spettatore con effetti speciali e figure tridimensionali così perfette da sembrare sbucare fuori dallo schermo, Marjane sceglie il disegno in bianco e nero per caratterizzare i protagonisti e i toni sfumati del grigio per lo sfondo su cui si muovono semplici figure bidimensionali. La terza dimensione è invece la musica di Olivier Bernet, compositore francese che ha scritto la colonna sonora per il film diretto dalla stessa Satrapi e da Vincent Paronnaoud. Perfetta fusione tra tradizione e modernità, la musica di Bernet punta dritto all’anima della storia e la asseconda nelle sue pieghe diventando ora serena e spensierata, ora drammatica e cupa. Marjane cresce a Teheran, conosce la guerra e il fanatismo religioso, viene mandata a studiare a Vienna per paura che il suo carattere agguerrito si scontri con le idee di un regime che vede nella donna il Male assoluto e la costringe dietro un velo «simbolo della libertà della donna» (ma quale libertà è se non posso scegliere di non portarlo?), ritorna in Iran per nostalgia per poi ripartire per l’Europa. In questo cammino persegue il difficile tentativo di trovare un’identità che non sia solo uno stereotipo, ma che rispecchi fedelmente se stessa.

La musica rispetta questo tentativo e non cerca facili vie di fuga: il rischio era quello di creare una colonna sonora scontata, con tratti marcatamente etnici per richiamare alla mente atmosfere mediorientali da villaggio vacanze. La ricerca stilistica di Bernet ha invece portato alla creazione di un suono nuovo dove Persia e Iran, Medioriente ed Europa, passato e presente convivono in perfetta armonia. Si inizia con temi delicati e malinconici, simbolo di un’infanzia da ricordare con nostalgia anche se segnata da eventi drammatici, e si raggiunge il culmine con la bella e triste Dans le Vie Tu Reencontreras Beaucoup de Cons che segna il momento del distacco dalla famiglia. La protagonista vive la propria adolescenza a Vienna, una città dove si trasferisce per vivere in libertà e che invece non riesce ad accogliere la sua diversità, emarginandola. Marjane trascorre il suo tempo libero nei supermercati e la noia si fa sentire, la musica lo sottolinea interrompendosi come un disco rotto che ripete in continuazione le stesse note. Poi arrivano le prime esperienze, le amicizie, gli amori e l’allegra Flower Power regala un breve e illusorio attimo di libertà. Il ritorno a casa è inevitabile e doloroso. È qui che inizia la rivincita, quasi urlata in The Eye of the Tiger, cantata e volutamente stonata da Paola Cortellesi che nella versione italiana presta la sua voce alla protagonista (nella versione originale francese è Chiara Mastroianni). È il risveglio, il momento di combattere, quello di crescere e diventare donna. Non senza qualche ferita, perché «la libertà ha sempre un prezzo da pagare»; quello di Marjane è separarsi nuovamente dalla sua famiglia e dalla nonna che l’ha cresciuta nel rispetto di se stessa. Il finale si chiude proprio con il dialogo tra Marjane bambina e sua nonna. Golè Yakh è il brano che chiude la storia: la melodia è prima accennata da un ingenuo fischiettare per poi divenire più chiara con l’intervento della chitarra elettrica, alla rabbia si sostituisce la consapevolezza di sé, mentre petali di gelsomino scendono giù come dolci lacrime d’addio. Roberta Mastruzzi

LE QUINTE DELLE DONNE
Compositrici colonne sonore cercasi. Il «dietro le quinte» dei set cinematografici è ancora quasi esclusiva proprietà del mondo maschile: se registe e sceneggiatrici hanno cominciato a rubare la scena ai colleghi, ancora molto c’è da fare per quanto riguarda il cast più strettamente tecnico, come ad esempio la musica da film. Poche finora le donne che sono riuscite ad emergere in questa professione come l’inglese Rachel Portman (premio Oscar 2006 per le musiche di Emma), la giapponese Yoko Kanno (definita il «Morricone dell’Estremo Oriente») o la greca Eleni Karaindrou (compositrice delle musiche per i film più celebri di Theo Angelopoulos tra cui L’eternità e un giorno). Il concorso «Sono un’isola: io, donna per una canzone d’autore», giunto quest’anno alla quarta edizione, ha deciso di affiancare al premio per giovani cantautrici anche una sezione speciale dedicata proprio alle compositrici di colonne sonore. Promosso dall’associazione Bianca D’Aponte, che da anni si impegna nella valorizzazione dei talenti femminili nel campo della musica sotto la direzione artistica di Fausto Mesolella (Premio Morricone per la miglior colonna sonora 2007 per il film Lascia perdere, Johnny!), il concorso si rivolge alle cantautrici che scrivono in italiano e intende offrire un’occasione importante per esibirsi e farsi conoscere. Le finaliste scelte da un comitato composto da cantanti, autori, compositori e critici musicali si esibiranno nella finale del 24 e 25 ottobre ad Aversa; in questa occasione verrà assegnato anche il riconoscimento speciale per la musica da film, su una selezione di colonne sonore autonomamente acquisite o inviate dalle aspiranti compositrici. L’iscrizione è gratuita e da effettuare entro il 30 aprile 2008; verranno prese in considerazione colonne sonore relative a cortometraggi o lungometraggi, anche inediti. (R. M.)

DARJEELING
Limited questo il titolo originale, da noi tradotto treno The Darjeelingdel treno -diretto Owen Wilson, Adrien Brody, Jason«Ilpellicolaper Darjeeling», (dal nome dall’India al Rajasthan) - è la nuova dell’estroverso regista Wes Anderson, interpretata da Schwartzman. Una commedia esilarante, davvero fuori dagli schemi, quasi semi-demenziale come nel tipico copione dei suoi film da Rushmore (1998) a The Royal Tenenbaums (2001). Tre fratelli che non si vedono mai decidono dopo la morte del padre di fare insieme un viaggio in treno in India, per visitare la madre e ritrovare il proprio legame. Come le immagini, anche la colonna sonora si presenta estremamente particolare e - proprio dei film di Anderson - notevole e decisamente ‘esotica’, denotando una particolare attenzione messa dal regista nella scelta dei brani. Questo però non sarà accompagnato dalle musiche di Mark Mothersbaugh. La scelta, infatti, stavolta è caduta sull’autore indiano al momento più quotato, Satjayit Ray, noto per le sue intense sonorità folk dai contorni emotivi, romance&drama, che vede la collaborazione di Ustad Vilayat Khan e Jyotitindra Moitra. Atmosfere indiane, speziate e dense di aromi, substantia del film e della colonna sonora, che passano dai classici come Ludwig Van Beethoven - Symphony No. 7 in A (Op. 92) Allegro con brio - e Alexis Weissenberg, fino agli angoli più «easy» della pop culture di Peter Sarstedt già in Hotel Chevalier (2007), Joe Dassin e il travolgente indian-pop di Shankar Jaikishan. Ma, oltre la sperimentazione e un indubbio gusto musicale frutto di una lunga ricerca, Anderson non ha disdegnato di inserire del buon vecchio british rock, dagli immortali Rolling Stones ai Kinks di Lola versus Powerman and the Moneygoround Part One del 1970, This Time Tomorrow e Strangers, brani che enfatizzano il film, lo rendono malinconico, originale e frizzante, con l’effetto finale di un’ottima colonna sonora, grazie anche alla supervisione e alla produzione di Randall Poster, il supervisor di tutti i film del bizzarro regista/sceneggiatore di Houston. Nelle sale dal 24 aprile. Flavio Fabbri

IL TRENO PER

Music In

Aprile Maggio 2008

PATTI SMITH Il documentario Undici anni per capirla

DIDATTICA Summer Camp Torna il LA BANDA Comunicare fra popoli corso di musica multistilistica. Al mare

PATTI SMITH: DREAM OF LIFE
Sarà nostalgia o riproposizione ciclica? Probabilmente entrambe. Grazie alle quali abbiamo un documentario su Patti Smith, e scopriamo che le piace visitare le tombe per sentire lo spirito della vita e lasciare a suo marito cognac e sigarette
Immagine e immaginario si tingono di rock, la moda rispolvera il look delle rockstar, il cinema realizza biografie sui musicisti più grandi degli ultimi tempi. Sarà nostalgia o riproposizione ciclica? Una cosa è certa: l’effetto è appassionante. Deja Vu firmato da Neil Young nascosto sotto il nome di Bernard Shankey, l’ultimissimo Il futuro non è scritto, biografia del poeta punk Joe Strummer e Patti Smith: Dream of Life, documentario-tributo alla cantante e poetessa newyorchese presentato al Festival di Berlino e vincitore a Gennaio del premio per l’Eccellenza Cinematografica al Sundance Film Festival. Steven Sebring, fotografo di Vogue ed esordiente alla regia, ha voluto ripercorrere le tappe della vita e della produzione artistica di Patti Smith con testimonianze, esibizioni, musica, racconti, interviste e filmati di vita privata raccolte in undici anni. «Il processo di scoperta di Patti Smith - afferma Sebring - è durato 11 anni. Io stesso non riesco a crederci, ma ho trascorso un quarto della mia vita a inquadrarla nel mio obiettivo. Questo film è anche un modo per trasmettere al pubblico la mia esperienza». Realizzato grazie a una tecnica cinematografica che lo accomuna ai road movies, il lungometraggio raccoglie brani, parole, interviste, video di concerti e immagini tratte dalla collezione privata di Patti Smith, voce narrante del film, che la ritraggono in raduni politici, insieme alla classe operaia cui appartenevano i suoi genitori, o con figli ed amici. Un’originale biografia a più dimensioni, un’analisi del suo percorso artistico sullo sfondo di un’America che stava cambiando sotto la spinta di diversi movimenti culturali, un’entusiasmante commistione di riprese di vita reale e fittizia, per quasi due ore di film girato in larga parte in bianco e nero. Tra i momenti più toccanti del film ci sono le visite alla tomba del marito Fred («Mi piace visitare le tombe di amici o di grandi che ho conosciuto. Non sento la morte, ma lo spirito della loro vita. A mio marito parlo delle cose che gli piacciono, gli lascio le sue sigarette, il suo cognac»), e il concerto del 1999 a Gerusalemme, durante il quale l’artista lesse i brani della Torah, del Nuovo Testamento, dell’Islam. «Fu una delle serate che non dimenticherò mai, tra il pubblico c’era gente delle tre religioni, era un momento in cui era viva la speranza della pace. Durante il concerto mi arrivò la notizia che mio padre stava morendo, e la serata diventò straordinaria, vivevo una forte emozione sociale e nello stesso tempo una sentimento profondamente personale». È ovviamente la musica il filo conduttore di questo meraviglioso ritratto di vita: «Ci ho messo anni - ha dichiarato Patti Smith - per decidermi ad aprire i bagagli della memoria, ma adesso ne sono fiera ed eccitata. Il mio film non è un documentario sulla mia vita, ma alcuni istanti delle mie emozioni, parole e poesie. Il mondo è cambiato ma la musica può ancora ispirare, cambiare il mondo». Valentina Giosa

LA BANDA
Cosa ci fa la banda musicale della polizia egiziana in una piccola cittadina sperduta nel deserto israeliano? Il film di Eran Kolrin La banda, premiato a Cannes 2007 nella sezione Un certain regard, parte da qui, da un viaggio impossibile e un incontro che si rivela invece possibile tra due Paesi in contrasto, Israele e Egitto, da anni di guerra anche senza conflitto armato. Negli anni Ottanta - ricorda il regista - le cose erano diverse: ad esempio la televisione israeliana trasmetteva film egiziani ed essi erano spesso seguiti da un’esibizione dell’orchestra dell’Autorità delle comunicazioni israeliane composta prevalentemente da ebrei arabi. Poi è arrivato il progresso e le centinaia di canali televisivi privati, la pubblicità, i centri commerciali, la musica di Mtv e la gente ha cominciato a dimenticare. Così è nata l’idea di un film che rappresenti un tentativo di stabilire una comunicazione tra due popoli distanti tra loro, nella convinzione che il cinema e la musica riescano ad unire le persone di lingua e cultura differenti molto più profondamente di uno spot di 30 secondi. Roberta Mastruzzi

Già nel 2005 Martin Scorsese aveva dato alla luce No Direction Home sulla vita di Bob Dylan seguito dal più recente Io non sono qui di Todd Haynes, dedicato allo stesso artista, e ancora Control sul leader dei Joy Division Ian Curtis, il film-concerto degli Stones Shine a Light, CSNY:

rilievo

TANKIO BAND
La festa continua e raddoppia. Non solo si festeggiano i venticinque anni dell’Alexanderplatz, ma si sceglie una medium band che dello storico locale romano ha la stessa età. Due gli appuntamenti da tenere a mente firmati Tankio Band, al timone della quale c’è, dal 1983, il pianista, tastierista, compositore ed arrangiatore Roberto Fassi. L’ensemble è stato nel tempo in grado di realizzare progetti vivaci, ricchi di estro ed estremamente differenti tra loro: dal tributo a Frank Zappa ( Tankio Band Plays

the Music of Frank Zappa , 1995), ai brani origina li, dall’omaggio ad Eric Dolphy (Tankio Band Plays the Music of Eric Dolphy, 2005), alla musica da film. Elemento di forza per l’affiatata band è rap presentato dall’apertura nei confronti di ospiti p r e s t i g i o s i , i migliori nomi del jazz italiano. L’Alexanderplatz aprirà le porte alla Tankio Band per onorare Eric Dolphy ed una seconda volta per esaltare la genialità di Antonello Salis.
TANKIO BAND @ ALEXANDERPLATZ 26 APRILE PLAYS THE MUSIC OF ANTONELLO SALIS 16 MAGGIO PLAYS THE MUSIC OF ERIC DOLPHY

DIAMO I NUMERI
Un’esperienza musicale distante da Roma. Il Saint Louis College of Music dimentica la metropoli e trasferisce baracca e burattini e alcuni tra i propri docenti per un progetto didattico a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno. Tutti al mare l’ultima settimana di agosto, ma rigorosamente durante le pause. Poiché il Summer Camp, corso di musica multistilistica giunto alla terza edizione, prevede un impegno full immersion, affidando oltre sei ore di corso quotidiane a professionisti di fama nazionale ed internazionale. Ad ospitarlo, il Consorzio per l’Istituto Musicale A. Vivaldi. Lezioni di strumento, armonia, laboratori di musica d’insieme, laboratori specifici, Music Technology. In chiusura, due serate di concerti: la prima affidata ai docenti, e la seconda ai gruppi formatisi durante il corso. Docenti di eccellente livello, una settimana di corso intensivo, costi competitivi (il Saint Louis ringrazia a tale proposito il Comune di San Benedetto del Tronto e la Provincia di Ascoli Piceno per il Patrocinio ed il contributo economico devoluto, volto ad avvicinare alla musica un elevato numero di appassionati).
PIANO JAZZ E ARMONIA: PIERPAOLO PRINCIPATO; TASTIERE: JOSÉ FIORILLI (TASTIERISTA DI LIGABUE); BASSO: GIANFRANCO GULLOTTO E SATURNINO; BATTERIA: CLAUDIO MASTRACCI; CANTO: MARIA GRAZIA FONTANA E MARCO D’ANGELO; CHITARRA: LELLO PANICO E STEFANO MASTRUZZI; SAX E LABORATORI DI MUSICA D’INSIEME: MICHEL AUDISSO; MUSIC TECHNOLOGY E LABORATORI DI MUSICA D’INSIEME: ROBERTO GIGLIO

DAL 23

AL

30

AGOSTO,

SAN BENEDETTO

DEL

TRONTO (AP). PER

INFORMAZIONI: WWW.SLMC.IT

MUSIC L AL
a cura di ROMINA CIUFFA

Music In

Aprile Maggio 2008

THE BEGGAR’S OPERA Un’opera da quattro soldi

LA DIVINA COMMEDIA The Opera THE WEST SIDE STORY Tra musica classica ed estratto di musical Dante nel girone di Rebibbia

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DALLA AI MENDICANTI
Il primo musical della storia, o meglio, la prima «ballad opera», un genere di teatro musicale dell’Inghilterra del XVIII secolo. La scrisse John Gay nel 1728 e la ripresero Brecht e Weill con intento provocatorio nei riguardi dei borghesi. Oggi,Lucio Dalla la usa per unire - in bolognese e al suo modo - mendicanti ed èlite, snobbando il Teatro Comunaale e la «gente impellicciata» che lo frequenta.
Peppe Servillo, cantante degli Avion Travel e ottimo attore, e Angela Baraldi, jazzista ma anche attrice protagonista del film Quo Vadis, Baby? di Gabriele Salvatores, sono accompagnati sulla scena dall’orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta dal maestro Giuseppe Grazioli, e da voci della lirica come quella di Borja Quiza Martinez. Lo scenario si sposta dalla Londra dei bassifondi di Gay a una città italiana di oggi, forse Bologna, ma potrebbe trattarsi di una qualsiasi città dei giorni nostri con il suo lato oscuro, fatto di ladri, prostitute, imbroglioni e ricettatori. La vicenda rimane la stessa. Cambiano i linguaggi. Molti personaggi parlano in dialetto, il bolognese ovviamente, ma anche il napoletano e il romanesco. E il linguaggio musicale è quello di Lucio Dalla che ha lavorato sulla partitura che Frederic Austin compose nel 1920: una struttura melodico-armonica con un’atmosfera decisamente pucciniana. La trama è la stessa che regalò il successo al poeta e autore drammatico inglese agli inizi del Settecento. Un losco ricettatore (Peppe Servillo) e la moglie (Angela Baraldi) fanno arrestare il capo dei banditi che ha promesso alla figlia di sposarla. Il giovane riesce a fuggire seducendo un’altra ragazza, figlia del secondino della prigione, ma viene immediatamente riacciuffato e condannato a morte. I nomi dei personaggi, che nella versione originale hanno un significato riconoscibile per il pubblico dell’epoca, anche nella rielaborazione drammaturgica firmata da Giuseppe di Leva hanno un significato. Così Peachum, dall’inglese «Speach them» («denunciali»), diventa Speja, Spia in dialetto bolognese. Il direttore del carcere, Lockit («chiudi»), si trasforma in Lucchetto. E Macheath, che significa «Figlio della brughiera» o «Uccell di bosco», diventa nella versione italiana Capitan Uccello. Nella scena finale il mendicante è di nuovo con il direttore del teatro. Ora discutono su come concludere l’opera. Devono davvero lasciare che il bandito e i suoi compagni vengano impiccati? Non sarebbe forse meglio introdurre un colpo di scena? Del resto anche questi carcerati sono esseri umani. E a ben guardare, forse non c’è molta differenza tra mendicanti e signori, ladri e borghesi: tutti sono disposti a imbrogliare e a mendicare per ottenere quello che vogliono. Nella Londra del XVIII secolo e nelle nostre città di oggi. Ancora una volta il grande cantautore bolognese - che da poco ha compiuto 65 anni ed è reduce da un tour che ha riempito i maggiori teatri italiani - si mette alla prova, divertendosi a fare anche «quello che in teoria non saprei fare». di Maria Luisa Tagariello

( . . . ) La The Beggar’s Opera di John Gay del 1728, di cui la nuova edizione diretta da Dalla è un riadattamento, è piuttosto il primo musical della storia, o meglio la prima «ballad opera», un genere di teatro musicale che nell’Inghilterra del XVIII secolo si distanziava da opera e operetta per semplicità di impianto e attualità di temi. La cifra popolare fu quella che attirò anche Bertold Brecth e Kurt Weill che, due secoli dopo, ispirandosi alla commedia musicale di Gay, misero in scena a Berlino la celebre Opera da Tre Soldi con un preciso intento provocatorio nei riguardi del pubblico borghese. Oggi, invece, l’intento non è quello di scandalizzare, ma piuttosto di unire pubblici diversi e avvicinare i giovani all’opera, con l’uso di nuovi linguaggi musicali e la mescolanza sul palcoscenico di due mondi. Se i protagonisti, infatti, sono rappresentanti di quel panorama musicale italiano che potremmo definire «extracolto», l’orchestra e il coro appartengono a pieno titolo al mondo più elitario dell’opera. Così

LA DIVINA
Saranno risuonate le famose terzine introduttive della Divina Commedia nelle orecchie dei detenuti italiani al guardare questo musical. «La Divina Commedia-L’Opera» ha ricreato (e rieducato?) i carcerati di Rebibbia in un tentativo di riavvicinamento alla società civile. L’imponente kolossal musicale tratto dall’opera per eccellenza della letteratura italiana e mondiale è stato ideato da un monsignore, Marco Frisina. Venti protagonisti e 10 acrobati, impegnati dal 23 novembre 2007 sul palco romano appositamente allestito a Tor Vergata - ora pronti per il Palasharp milanese - hanno stupito 150 mila spettatori provenienti da tutta Italia per l’eccellenza dimostrata nella rappresentazione di una trama di non facile realizzazione e comprensione. Le creature fantastiche create dalla mano di Marco Rambaldi, il padre di ET, irrompono tra il pubblico rendendolo parte integrante dell’impianto scenico così come l’imponente palco roteante, che dà il senso della circolarità

CARCERE
dei luoghi danteschi. Gli artisti negli atri delle carceri si esibiscono in un medley dei momenti più suggestivi ed emozionanti dello spettacolo, tra cui tratti dedicati al V Canto e all’amore travagliato tra Paolo e Francesca, alla musicalità della città di Dite, all’incontro con Ulisse e al triste addio con Virgilio, magister vitae del pellegrino Dante. L’iniziativa si propone di diffondere la cultura della conoscenza e della sapienza in luoghi dimenticati da tutti di costrizione e condizioni disumane. Scontare le proprie colpe da golosi, lussuriosi, accidiosi ma anche criminali a Rebibbia va bene; così dare una ragionevole speranza a chi attende un reinserimento nella società - carcerati e abitanti del Purgatorio che chiedono a Dante di pregare per ascendere alla luce divina del Paradiso e incontrare un giorno la propria Beatrice. Sara Di Francesca

THE WEST SIDE STORY LA REGIA DEVE SPARIRE
di Ersilia Verlinghieri di Romina Ciuffa un architetto emiliano il regista di Actor Dei ma, soprattutto, del nuovo Musical che uscirà dalla creatività degli allievi del Saint Louis selezionati per una sfida: quella di saper fare Musical dalla A alla Z - anzi, dalla M alla L. Lo dice Giulio Costa, «devono saper fare tutto», e lui, in un certo senso, deve sparire. Ossia, la regia, se fatta bene, nemmeno si vede. La storia - che sarà rappresentata a partire dal prossimo autunno a termine del corso e lanciata a livello nazionale non esiste: la stanno scrivendo ora, così come le canzoni. Perché «si deve adattare ai nostri ragazzi, i quali devono confrontarsi con tutti. Come in

N ell’ambito della rassegnadicameristicailproposta dall’Accademia Santa Cecilia di Roma, il concerto in programma per 23
aprile potrebbe essere sottotitolato «alcune delle personalità più eclettiche della musica degli ultimi secoli»: compositori, ma anche personaggi dalle storie intense ed emozionanti. Leonard Bernstein combattuto tra arte e attivi-

smo politico, Robert Schumann tra fascino romantico e sprazzi di follia. Momento saliente del programma The West Side Story (Bernstein, suite, versione per ottoni): non esattamente musica classica ma estratto di un musical dove alla musica sofisticata e memorabile (Maria, I Feel Pretty, Somewhere) si affiancano il tema «tragico» di un Romeo e Giulietta rivisitato con l’esigenza di esprimere istanze sociali. Apre la serata, affidato anche questo alla maestria di grandi esecutori (Antonio Pappano e Alessio Allegrini) e alla sonorità «nobile e malinconica» (Hector Berlioz) di uno degli strumenti a fiato prediletto dai romantici, l’adagio («lento e con intima espressione») e allegro («rapido e con fuoco») per corno e pianoforte (op.70 di Schumann). A intervallare le due esecuzioni ancora le sonorità calde degli ottoni, con il concerto per trombone (lo suonerà Andrea Conti) e pianoforte di Henri Tomasi, compositore còrso del primo Novecento, capace di accostare a sonorità classiche ritmi popolari e jazzistici.

È

Actor Dei, vogliamo la fusione tra ballerini e coristi, che sia una storia corale in cui non vi siano protagonisti bensì personaggi volti a spiegare meglio le dinamiche della sceneggiatura». Se il direttore artistico è Maria Grazia Fontana, allora questo corso di Musical sarà pronto a sfidare gli allievi delle scuole televisive, con lo svantaggio-vantaggio di non avere telecamere puntate e la fortuna di credere nella multidimensionalità, nella necessità di un apprendimento costante e globale, nell’essenza di generazioni dai 15 ai 35 anni come partecipanti attivi alla stesura di un’opera che, ancorché a budget limitato, promette emozioni.

Music In

Aprile Maggio 2008

BALLET
CARMINA BURANA L’intervista a Mauro Astolfi Spellbound vuol dire ammaliare FESTIVAL DELL’EQUILIBRIO Marie Chouinard, Membros, Shantala Shivalingappa Perderlo.

BIENNALE DI DANZA DI VENEZIA L’intervista a Ismael Ivo Direttore, ballerino, coerografo

danza

a cura di ROSSELLA GAUDENZI

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LA NUOVA SFIDA D I ISMAEL IVO
Biennale di Venezia: il ballerino e coreografo brasiliano viene riconfermato direttore del Festival di danza dopo il fruttuoso triennio 2004-2007

CARMINA BURANA

ciò che ammalia

Intervista a Mauro Astolfi, direttore artistico della Spellbound Dance Company, che rilancia con estro un evergreen della tradizione italiana
perché Spellbound Dance Company? Quale nasconde P er a iniziare:nome? aneddoto siabbastanza dietro questo Spero sia evocativo, poiché è un concetto entrato nella mia mente quasi per gioco, durante gli anni di studio negli Stati Uniti, e molto spesso dietro alla casualità si trova qualcosa che funzionerà. Spellbound è un termine che ha a che fare con ciò che incanta, che ammalia. Questa compagnia è nata nel ‘94, chiamandosi Spellbound Dance Group. Il nome era convincente, oggi siamo la Spellbound Dance Company. È romano Mauro Astolfi, il direttore artistico della nota compagnia, ma ha una formazione internazionale, avendo lavorato duramente tra Europa e Stati Uniti. Ciò gli ha permesso di confrontarsi, spaziare, contaminare. E ricercare continuamente, insaziabilmente. Questo è quanto. Il coreografo si è trovato a trattare i Carmina Burana nel 2006, essendogli stato commissionato il balletto dall’Ente per il Turismo della Campania. Inizialmente, ho temuto che non avrei sposato volentieri questo classico della cultura italiana. Un tema che affonda le origini nel Medioevo, in quei secoli bui tanto lontani da rappresenta un successo. C’è del nuovo anche nel pubblico: solitamente gli «addetti ai lavori» sono la maggioranza dei presenti; è invece una piacevole sorpresa notare che c’è gente di ogni sorta, stavolta. Anche spettatori «digiuni» di danza. E ancora: i giovani, che sono sempre stati la fetta più grossa di presenti, saranno il 40 per cento. Inversione di tendenza significativa ed interessante. Come spiegarlo, questo meritato successo? Si può parlare dell’eco della danza che ci propina la televisione, di qualità dubbia, motore però di un nuovo boom per questa disciplina in Italia? Penso che si possa parlare davvero di due facce della medaglia. Tanta televisione, tanto musical che hanno invaso il nostro Paese senza dubbio hanno mobilitato le masse, e le hanno incuriosite. A noi coreografi, il compito di educarlo, di prenderlo per mano questo pubblico nuovo, che si avvicina ad una danza da definire in alcuni casi «danza-spazzatura». Ed è anche un momento storico nel quale la gente ha una grande voglia di sognare. Per questo oggi si registra un calo di pubblico del teatro ed un incremento di pubblico della danza. A teatro sai cosa stai vedendo, dove sei, cosa accadrà; nella

( . . . ) sul corpo in quanto specchio del nostro tempo e della società in cui viviamo. Finito il triennio 2004-2007 il timone resta tra le sue mani, arrivando ad eguagliare Carolyn Carlson, unico direttore ad avere avuto un incarico quadriennale. Ma parliamo quasi di una new entry, per la famosa Biennale, poiché la Danza quale disciplina autonoma vi ha fatto ingresso nel 1998. Per questa edizione il celebre danzatore e coreografo si scopre ancora di più, e lancia una domanda diretta: Beautiful. Art is Beautiful? Cosa è la bellezza oggi? Come si rapporta alla società, all’uomo e all’arte? Si può affermare che l’arte sia l’amante segreta della bellezza? Se pensiamo alla moda si comprende quanto il concetto di bellezza sia mutato nel tempo; le passerelle propongono top-model che più che l’estetica richiamano cadaveri ambulanti, tanto da giungere agli scandali clamorosi della morte di modelle per anoressia. Trasferendo il concetto di bello all’arte e alla danza si vuole raggiungere quella bellezza che muove da un impulso, dalla sympatia greca (sentire insieme), da un’energia interiore che trasforma il corpo. Solo da essa può scaturire il movimento, che non può prescindere da un profondo senso della spiritualità, la stessa che animava artisti dello scorso secolo tanto diversi ed «imperfetti» come Pablo Picasso, Salvador Dalì, Alberto Giacometti. Contro ogni legge del marketing, contro la logica delle e-mail, contro la velocità a cui ci obbliga la società odierna che propone corpi vuoti di spiritualità ed emozionalità. Questa la nuova sfida di Ismael Ivo. Momento saliente della rassegna sarà rappresentato da Choreographic Collision 2. Lo scorso anno la prima edizione, dal tema Coreografia Oggi, ha coinvolto un gruppo di 25 ragazzi impegnati in un workshop per quattro settimane, oltre a confronti con coreografi all’interno della Biennale. Quest’anno l’impronta sarà differente: coreografi selezionati, tra gli otto e i dieci, realizzeranno progetti propri della durata di 15-20 minuti, e verranno affiancati da ballerini professionisti per mettere in scena queste creazioni. Il futuro della danza secondo Ismael Ivo? Investire nello sviluppo, spalancare una volta per tutte la «finestra» della danza contemporanea italiana, tanto ricca di talenti. (R.G.)

FEBRE dolore minimal
paura, tensione, O ppressione, Una febbre che eccitazione, angoscia, rabbia, malattia: febbre. rimanda al malessere sociale, al disagio del vivere tipico delle aree urbane dove la realtà è spesso violenza ed esclusione. I sette giovani danzatori della compagnia Membros offrono un quadro crudo e realistico della vita dei ragazzi di strada mostrandoci il lato più doloroso del Brasile. I problemi dell’infanzia, della droga, della diffusione delle armi, della disuguaglianza sociale e della miseria vengono raccontati a ritmo di hip hop, break dance e danza contemporanea attraverso la forza e la spontaneità di questi giovani interpreti che vi interagiscono con grande originalità divenendo dei veri e propri attori-acrobati sulle musiche di Bach, Chico Barque, della canzone brasiliana del funky e del continuo e impressionante rumore dei corpi che sbattono a terra. Una scenografia minimale fa da sfondo allo spettacolo: un semplice muro bianco e nudo, proprio come i protagonisti, quasi sempre privi di abiti e belli in tutta la loro schietta e selvaggia natura. Uno spettacolo duro e toccante, secondo capitolo della trilogia dei Membros, nati nel 1999 a Macaé (a 180 km da Rio de Janeiro) dal coreografo Tais Vieia e da Paulo Azevedo, laureato in scienze politiche ed istruttore, come proposta di una vita alternativa a giovani artisti di diversi origini sociali e culturali in una città con il più alto tasso di omicidi del Paese. La compagnia brasiliana ha così dato vita ad una trilogia di spettacoli incentrati sul tema della violenza: Raio X (2003, presentato per due anni nei teatri di tutta Europa), Febre (2007) e Medo (Paura), che sarà presentato al pubblico solo nel 2009. Valentina Giosa noi e perciò considerati privi di interesse. Dopodiché, decidendo di trattare soprattutto i goliardi, cantori di vagabondaggi, vino, donne e gioco, ne ho dato una lettura provocatoria, sfacciata, burlesca. Esaltazione della corporeità, mandando al diavolo ratio e decorum. Ed ecco che questi canti tornano di colpo ad essere attuali, godibili da un pubblico del XXI secolo... Essere presenti con uno spettacolo per sei giorni consecutivi rappresenta una scommessa. Solitamente si rimane in teatro per un paio di date, e a quattro giorni dal debutto (Carmina Burana, dall’11 al 16 marzo al Teatro Italia), l’aver registrato quasi sempre il tutto esaurito danza vieni gettato in un mondo onirico, sognante, che ti permette di fantasticare, e di arrivare dove vuoi. In poche parole, come racconteresti il tuo percorso artistico? Non ho mai accettato compromessi, ho sempre assecondato il mio lato creativo. Di lavoro ne ho fatto tantissimo, quindi il successo e le gratificazioni le ho sudate fino all’ultima goccia. Amo questo Paese così difficile per chi intraprende carriere artistiche. Se potessi, mi scinderei in due: vivere in Italia, e lavorare ovunque, in Europa, tranne che in Italia. a cura di Rossella Gaudenzi

IO BALLO DA SOLA
Shantala Shivalingappa
Abiti dai colori essenziali ornano un corpo sottile dalla pelle bruna. Bellezza pura, angelica, ancestrale. Bianco. Nero. Movimento, sensualità ed emozione. Racconto. Luce. Emana luce la ballerina che ha saputo fondere i dettami della millenaria danza classica indiana, appresa dalla madre ballerina (Savitry Nair), alla cultura del balletto occidentale. Ed illuminante, è proprio il caso di dirlo, il suo incontro con la coreografa tedesca Pina Bausch, entrata ormai nella leggenda per aver rivoluzionato e destrutturato l’idea di danza tradizionale. La minuta Shantala ha portato in scena quattro deliziosi quadri narrativi dominando, sola sul palco, spazio e tempo. Tra una rappresentazione e l’altra, ci tengono in sospeso proiezioni della ballerina, stavolta ricoperta dagli sgargianti colori della tradizione indiana. Poi si ricomincia, tornando al bianco, ma soprattutto al nero dei suoi costumi. E Shantala è baco strisciante, farfalla che si libra, figura seducente, dalla profonda forza evocativa. A metà tra oriente e occidente. (R.G.)

NON VOLTARTI iINDIETRO Marie Chou nard
Onirico. Sarà lecito fluttuare tra il sogno e l’incubo, dopo aver assistito a questo sorprendente Orphée Et Eurydice, poiché qui entreranno in gioco la poesia e la dannazione, l’amore e la morte, l’Ade e la Nemesi. Non solo corpi in movimento, ma suoni fortemente disarticolati che da questi corpi esplodono, a riproporre sempre la stessa storia, anzi due: la mitica vicenda di Orfeo che perde per sempre la sposa Euridice, e la narrazione della conquista del linguaggio, grande miracolo dell’umanità. Dieci artisti sul palco che sanno recitare, ironizzare sulla scena oltre a danzare con maestria impeccabile. La coreografa canadese Marie Chouinard ha fatto centro per l’ennesima volta. C’è del genio in questa pluripremiata artista dai lunghi capelli rossi. La sua è la danza della mancata linearità e cronologia narrativa. La sua è la danza della provocazione. Mai distante dall’umana ricerca di esprimersi e rapportarsi agli altri. Rossella Gaudenzi

CLASSICA &opera
a cura di FLAVIO FABBRI

Music In

Aprile Maggio 2008

INGMAR BERGMAN «La libertà totale, la totale problematicità, portate al cul- RECENSIONE La musica mine della disperazione professionale che appare al barbaro del Nord che ha assor- sveglia il tempo Il suono rifiubito la fedeltà al testo insieme al latte materno come qualcosa di spaventoso» ta di tornare al silenzio. Oddio

INGMAR BERGMAN: LA VOCAZIONE DI UN INVALIDO
DALLA MUSICA AL CINEMA, STORIA DI UN SOGNO DI MEZZA VITA
«Forse questa lotta incarognita ha un aspetto positivo: sono costretto a darmi da fare con quel pezzo all’infinito. Non posso seguire un’altra via. La mia invalidità me lo impedisce».
film è un po’ come re una scena teatrale o orchestra. D irigere unsceneggiatura un’sonodirigeProprio nella ci tutta in seguito definì «la mia gioia». La stessa definizione che usò Bach secoli prima per chiamare a sé la musica nei momenti peggiori. Scriveva Bergman: «I corali di Bach si muovono ancora come veli colorati nello spazio della coscienza, avanti e indietro sulle soglie, attraverso porte aperte, gioia». Passerà poi per l’Opera di Stoccolma come assistente alla regia e conoscerà Issay Dobrowen, assorbendo da lui una versione della vita negativa, paurosa e nello stesso tempo eccezionale e appassionante. Conoscerà le anime dannate dei registi, le loro follie e la rigida disciplina, che poi è l’anima della musica e anche lo spirito segreto di Mozart: «La libertà totale, la totale problematicità portate al culmine della disperazione professionale che appare al barbaro del Nord, che ha assorbito la fedeltà al testo insieme al latte materno, come qualcosa di spaventoso». Poi arrivò l’ incontro con Von Karajan a Salisburgo per la messa in scena del Sogno strindberghiano, stavolta realizzato da Bergman, con gli elogi del Maestro, i più belli per il regista svedese: «Lei dirige come un musicista, ha senso del ritmo, della musicalità, del tono. Si vedeva anche nel Flauto magico (film girato da Bergman nel 1974). Ogni pezzo preso a sé era affascinante, ma non mi è piaciuto. Lei ha cambiato l’ordine di alcune scene, verso la fine. Questo con Mozart non lo si può fare, è un tutto organico». Fu come lasciar scorrere una rosa sulla guancia, dapprima il bocciolo e poi un lacerante tema di spine. Una lezione, di stile e di vita, quella che Von Karajan inflisse a Bergman, sulla natura della musica e della bellezza, presenze eteree che ci attraversano e che sono troppo difficili da far nostre, tanto da renderci invalidi eccezionali: «Forse questa lotta incarognita ha un aspetto positivo: sono costretto a darmi da fare con quel pezzo all’infinito. Ho modo di ascoltare attentamente ogni battuta, ogni pulsazione, ogni attimo. La mia rappresentazione sorge dalla musica. Non posso seguire un’altra via. La mia invalidità me lo impedisce», scrive Bergman. Il regista che non fu mai un musicista e che divenne uno dei più grandi autori cinematografici della storia, trovando l’altra sponda del sogno nella settima arte, non tanto lontana poi dalla musica, altrettanto rigida, maniacale e perfezionista da mostrarci amabilmente come si mette in scena un «sogno». Flavio Fabbri

SCASSINARE IL SALOON
Tornare alla «Polka», il locale di Minnie sotto le vette della Sierra buono per gustare qualcosa di forte, ‘Laggiù nel Soledad’, mentre lei, la confidente e consolatrice dei minatori (Daniela Dessì) e lo straniero Dick Johnson (Fabio Armiliato), che viene per scassinare il saloon, incrociano gli sguardi ancora una volta, come Puccini volle. La Fanciulla del West è un’opera lirica in tre atti di Giacomo Puccini, su libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini. La prima rappresentazione avvenne al Teatro Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910 con la voce di Caruso. Un’opera forte, di contrasti passionali e piena d’avventura. Fino al 18 aprile, invece, è al Teatro dell’Opera di Roma.

una serie di componenti da orchestrare molto simili ai ritmi, ai timbri e a delle forme che potremmo definire musicali. Ingmar Bergman non ha mai nascosto la propria ‘ impossibile’ vocazione alla musica e i suoi film sono lì a dimostrarlo. Di più ne è testimonianza una breve ma intensa attività teatrale, venuta alla luce in un’autobiografia del 1987, Lanterna magica (Garzanti). Pagine travolgenti, drammatiche, intense, come la pancia di un componimento, ampie parabole che nel volteggio e nel gesto di girarsi a noi dal passato raccontano un’ esistenza e la trasfigurano in un senso finale a tratti ignoto. Probabili illuminazioni, momenti inquieti e sfuggenti carichi di pena e di respiri profondi, unici segni di vita nel silenzio della concentrazione. Del silenzio che precede la musica, concentrazione creativa anelata da ogni artista. La prima volta che Bergman assistette a un opera teatrale fu dinanzi a Il Sogno di Strindberg nel 1930; aveva dodici anni e ne fu travolto, come da un’onda elettrica che fece vibrare il suo piccolo corpo, quella che

UN ORECCHIO PENSANTE PER UNA MENTE IN ASCOLTO
DANIEL BARENBOIM, «LA MUSICA SVEGLIA IL TEMPO», FELTRINELLI 2008, PP 192, € 15,00 esperienza la musica è il questo C iò che permette di fare -noi. Ma- edadalcon nasce il suono?suono: come laattraversa lospazio, l’aria e giunge a dove Da uno strumento - certo o dalle mani di un musicista ovvio nulla - oddio. Sì dal nulla, vita d’altronde, cui la musica è visceralmente e concettualmente legata. Prima del suono c’è il silenzio, necessario, richiesto, generatore nulla cui sempre si torna. Perché dopo che un suono è stato generato, prima o poi, comunque, questo tornerà al silenzio e quindi al nulla. Eppure, finché lo spazio sarà attraversato dai suoni, in quel percorso sospeso tra i due silenzi la musica crea una frazione temporale di vissuto, genera il tempo, quello del sogno e della memoria, passato e presente, immateriale e sensoriale, fatto di dimensioni altre mai così tanto vicine a queste nostre, vissute. Daniel Barenboim, pianista e compositore di fama mondiale, nel suo libro «La musica sveglia il tempo» edito da Feltrinelli, ci racconta di come la musica costruisce il tempo, a partire da uno spazio fatto di congiunzioni e giustapposizioni, dove il suono si rifiuta di tornare nel silenzio e cercando un suono compagno crea l’armonia, sempre così simile alla vita degli uomini. Anche noi come i suoni ci leghiamo per creare corrispondenze tra individui e gruppi, tra parte e somma, per creare la società, proprio come i suoni, i fiati e le note cercano e creano la musica. Pagine in cui si percepisce in che modo il canto avvicini l’uomo e il suono più di ogni altra cosa, perché due voci che si esprimono simultaneamente si ascoltano, si oppongono, si contrappongono e si ritrovano nella musica che è stare insieme, che è prima di tutto condivisione. Le note in uno spartito, gli uomini in società, in ordine e libertà, insieme e da soli, dal nulla e per sempre. Scrive Barenboim: «Questo non è un libro per musicisti o per nonmusicisti, è piuttosto un libro per le menti curiose di scoprire le corrispondenze fra musica e vita, e la saggezza che diventa comprensibile all’orecchio pensante». L’orecchio pensa come la mente sente e l’occhio assaggia, una visione antropologica olistica, dell’uomo che pone il nostro corpo in stato senziente e smaterializzato, inorganico, come il suono dunque, sempre in lotta con il silenzio e il nulla della storia.

I MIEI PRIMI 100 ANNI io li festeggio così
E
ra il 16 febbraio del 1908, le quattro del pomeriggio di domenica e Giuseppe Martucci salì sul podio dell’Augusteo, l’Auditorio romano poi demolito dal fascismo, per dirigere il primo concerto della neonata Orchestra stabile, poi Orchestra dell’Augusteo, quindi - dopo la demolizione della sala nel 1936 - Orchestra della Regia Accademia di Santa Cecilia e da ultimo in Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nello stesso giorno di 100 anni dopo è Antonio Pappano a salire sul podio della Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica per dirigere il concerto che ricorda uno dei momenti più importanti per la cultura musicale romana e italiana. In 60 mila a celebrare i cento anni dell’Accademia di Santa Cecilia il 17 febbraio 2008 allora, e ben 21 esecuzioni consecutive, testimonianza di questo amore la lunga fila per le proiezioni dei documentari storici e del film «Cento, centouno» di Anton Giulio Onofri, dedicati all’orchestra e al direttore Antonio Pappano. Bruno Cagli, presidente dell’Accademia, ha dato, con le arie di Rossini, Verdi, Puccini, Beethoveen, Mozart, Brahms, Vivaldi e Schumann, il via alla Festa della musica, una lunga maratona che ha visto suonare in ogni angolo dell’Auditorium quintetti e quartetti, fiati e ottoni, voci bianche e cori, e l’inaugurazione del neonato Museo degli Strumenti. Con le stesse musiche che furono scelte all’epoca: la Sinfonia dall’Assedio di Corinto di Rossini, la Sinfonia n. 3 Eroica di Beethoven, l’Andante e il Minuetto dalla Serenata K525 di Mozart, il Mormorio della foresta dal Siegfrid di Wagner, l’Ouverture dal Tannhäuser sempre di Wagner, e a notte scesa fuochi d’artificio che rischiaravano il cielo di un gran bel pezzo di Roma. Flavio Fabbri

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Aprile Maggio 2008

LUTTO Giuseppe Di Stefano Fece innamorare pure la Callas

ARGENTINA Bacalov Quartet Fonde culture musicali e grandi musi- DANIELA DESSÌ È insieme una cisti in voli sincretici casta diva e la padrona di un saloon

CLASSICA &opera
UN PIANOFORTE PER QUATTRO MANI:
Michele Campanella e Monica Leone
La ricca Stagione musicale della IUC (Istituzione Universitaria Concerti ) propone un concerto da non perdere per il prossimo 19 aprile: il duo pianistico formato da Michele Campanella e Monica Leone, con l’Orchestra di Padova e del Veneto. In apertura Beethoven, con il Concerto n° 3 per pianoforte e orchestra op. 37, e a seguire la Fantasia op. 103 in fa minore di Schubert per pianoforte a quattro mani; e il Concerto in re minore per due pianoforti e orchestra di Poulenc. Al termine la Danza macabra Totentanz di Franz Liszt, autore di cui il virtuoso Campanella è uno dei maggiori interpreti a livello internazionale. Nicola Cirillo

AVVENTURE ARGENTINE
Torna Luis Bacalov col suo ultimo progetto, un quartetto con bandoneón, contrabbasso, percussioni e pianoforte, col quale esegue composizioni che ricercano punti d’incontro fra diverse culture musicali, approdando ad un risultato fortemente sincretico, tra musica etnica, atmosfere urbane e cultura musicale contemporanea. Il Quartetto Bacalov fonde, infatti, diverse culture musicali con lo stesso Luis Bacalov al pianoforte, Juanjo Mosalini al bandoneon, Daniel Bacalov alle percussioni e Giovanni Tommaso al contrabbasso. L’opportunità di seguire dal vivo l’estro del maestro argentino è data dal concerto dell’8 maggio all’Oratorio del Gonfalone.

GIUSEPPE DI STEFANO LA FORZA DEL DESTINO
Si spegne uno dei più grandi tenori della storia, che fece arrossire il Metropolitan di New York e il Coven Garden di Londra
ncora un lutto nel della lirica. Apiù grandiditenori dellamondo Giuseppeuno All’età 86 anni si spegne a Como dei storia, Di Stefano. Una voce che divenne presto leggenda, la voce che fece arrossire il Metropolitan di New York nel 1948 col Rigoletto e dieci anni dopo il Covent Garden di Londra; la stessa che fece innamorare la Divina Callas pochi anni dopo. Per trent’anni la Scala di Milano ha legato il suo nome al successo di Di Stefano, con 26 titoli, 43 produzioni e 185 recite. Un gigante della lirica mondiale, al pari di Gigli, Caruso, Schipa e del più giovane e già compianto Pavarotti. Una voce limpida, calda, generosa, potente estensione della sua anima, caratterizzata dalla naturalezza di una dote immensa e della forza di un destino. Un tono di istintivo colore, manifestazione di rara capacità vocale, di origini popolari, semplici ma rigorose e orgogliose. Giuseppe Di Stefano le ha portate in giro per il mondo a solcare i palchi più importanti e blasonati, come i Maestri che li hanno calcati, Von Karajan, De Sabata, Bernstein. Un drammatico, struggente interprete del Novecento che insieme al vecchio secolo ci saluta, cantando ancora una volta La forza del destino di Verdi. Flavio Fabbri

NORMA

CASTA DIVA
in scena capolavoro T orna1831Norma,ilrappresentatodie Vincenzo Bellini, per la prima volta nel alla Scala di Milano ora riproposto al Teatro Comunale di Bologna il 29 aprile prossimo per la regia di Federico Tizzi. Fino al 9 maggio. Un’edizione bolognese questa della Norma rinnovata nelle scenografie, con i disegni di Mario Schifano, nell’interpretazione, con la grandissima soprana Daniela Dessì, e nella direzione del Coro e dell’Orchestra del Teatro Comunale con la presenza di Evelino Pidò, profondo conoscitore del repertorio classico del primo Ottocento. Oltre all’acclamata Dessì nelle vesti di Norma, ad interpretare Pollione c’è uno dei nostri tenori più importanti al mondo, Fabio Armiliato. Capolavoro del lirismo vocale di Bellini, Norma è un’opera piena di pagine solenni e memorabili contenute nel libretto di Felice Romani, a cominciare dall’indimenticabile aria Casta Diva, scritta per la divina Giuditta Pasta. Un ritorno alle origini questo per il regista toscano Tiezzi, reduce dal successo del Parsifal napoletano, che debuttò nella regia dell’Opera lirica nel 1991 proprio con la tragedia lirica di Bellini.

METTI UN GIORNO MOZART A LINZ

Nicola Cirillo

Nel 1783 W. A. Mozart si trovava a Linz, ospite del conte Thun. Proprio in quella casa, per compiacere al suo ospite, scrisse una sinfonia in linea col carattere festoso di quei giorni: una sinfonia in Do maggiore, con timpani e trombe nell’orchestrazione. È così che, in seguito, la sinfonia n. 36 in Do maggiore K 425 prese anche il nome di Sinfonia Linz. Il prossimo 31 maggio potremo ascoltarla all’Auditorium Parco della Musica, nell’esecuzione dell’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta per l’occasione da Ton Koopman. A seguire, col supporto del Coro, sarà eseguita anche la sonata «profana» di Bach La contesa tra Febo e Pan BWV 201.

BERLIOZ AMORE E FANTASIA

ROMA SINFONIETTA vs NUOVO CORO LIRICO
Li unisce Morricone. ma anche tutto il repertorio sinfonico e operistico eseguibile. E l’Aula Magna della Sapienza, per questa volta.
osa unisce l’Orchestra Roma Sinfonietta e il Nuovo Coro Lirico Sinfonico Romano? Intanto il grande Maestro romano e premio Oscar Ennio Morricone. Poi gran parte di tutto il repertorio sinfonico e operistico eseguibile. Due giganti della classica che si ritrovano l’8 aprile sullo stesso palco, quello dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, assieme a Chiara Augello soprano, Veronica Simeoni mezzosoprano, Cristiano Cremonini tenore, Maurizio Lo Piccolo basso e il Direttore Maestro Francesco Lanzillotta. Musiche di Bach, Puccini e Verdi, di quest’ultimo verrà eseguita anche la Messa da Requiem per soli coro e orchestra.

d’amore dolore profonS fogoche Berliozassoluto, biondissima e do ha provato per il sentimento negato dall’attrice bellissima Harriet Smithson. Una ‘Sinfonia fantastica’ che avrà l’onore di rappresentare il primo esempio di musica a programma, prototipo del sinfonismo ottocentesco. La biondissima divenne poi sua moglie e lui un maestro e un esempio per gli autori posteriori di «poemi sinfonici». Tutto l’amore che Berlioz riversò in questa imponente partitura del 1830 si trasformò in un vero e proprio programma dove ogni pezzo della composizione ritrova il suo contenuto narrativo. Il 5 maggio all’Auditorium.

C

BEYOND BEYOND
&further
a cura di ROMINA CIUFFA

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Aprile Maggio 2008

GIORNATA DELL’ASCOLTO DI PADOVA 18 maggio C’è un giorno in cui ci si leva in balzo come animali sensibili a suoni sottili e s’impara ad ascoltare

THE NIRO Uno che, già lo sai, T E N D E N Z E non potrà mai essere tutto chiac- Ecco cos’è il chiere e distintivo Venerdrink

E SI LEVANO I SENSI
Intervista a Sergio Durante, uno dei principali musicologi italiani e curatore della Giornata dell’Ascolto di Padova del 18 maggio
A CURA DI

ROMINA CIUFFA

C’è

un giorno, che è il 18 MAGGIO, in cui tutta Padova si zittisce e si affinano le orecchie, come quegli animali che, per molto istinto e per elevata sensibilità al suono, si levano di balzo in piedi e chi non sente non capisce. Quasi si spaventa. I padovani così si scuoteranno dal torpore e come animali sopravvissuti a qualcosa di duro come il rumore si metteranno ad ascoltare. Come si dedica a una madre la festa della mamma così a un ascoltatore la giornata dell’ascolto, e poco importa che oggi si ascolti poco e ci si fermi mai - e non importa se una madre abbia l’istinto materno. Siamo tutti ascoltatori e Padova sarà la nostra capitale, la culla dei silenzi in cui riposerà l’orecchio.

delle mie esperienze ho messo al centro del progetto non ‘la musica’ ma i processi d’ascolto. La differenza è sottile ma essenziale. Durante la Giornata si offrono musiche che per loro natura e per il modo in cui vengono offerte devono essere ascoltate diversamente. Questo ‘risveglia’ un’attenzione spesso sopita (o vittima di una ‘anestesia’ dovuta alla continua esposizione ai suoni). Concorrono poi altri elementi: lo studio e l’in-

SERGIO DURANTE è un ricercatore, prima di tutto. Di musica. Da uno zio che lo ha iniziato alla musica a 10 anni, a un gruppo pop con il basso elettrico e già un flauto traverso («strumento più maneggevole»), si è dedicato anima e cuore alla musica classica diplomandosi a Bologna; ha suonato in orchestre di enti lirici, ha studiato composizione e frequentato il Dams. La sua passione per la ricerca musicologica lo ha portato ad anni di professione didattica in Conservatorio, a un dottorato alla Harvard University e all’insegnamento delle discipline storico-musicali a Cremona, infine a Padova, sua città natale. Ascoltare è naturale? Come camminare. Ma questo non vuol dire che si cammini tutti allo stesso modo o che non si possa camminare, come pure ascoltare ‘male’. Perché una Giornata dell’Ascolto? Mi sono chiesto come si potesse affrontare in modo non accademico il problema della banalizzazione dell’ascolto, aspetto più critico della cultura musicale del Novecento. Facendo tesoro

dividuazione di ‘luoghi’ o situazioni da destinare alla musica entro uno specifico tessuto urbano e il desiderio di promuovere il lavoro di musicisti o gruppi di artisti che (in massima parte) appartengono alla città. Non si vuole però l’autarchia: più di una produzione è ‘importata’, come il gruppo di musiciste persiane ‘Mehr’. Se l’esperienza si dovesse esportare in una città diversa, andrebbero tenute presenti le differenti condizioni ‘locali’, urbanistiche e culturali. Quali sono le iniziative previste per questa edizione? La maggior parte degli eventi comprende musica classica europea, che ha più bisogno

oggi, in Italia, di essere offerta dal vivo e a un pubblico che non sia quello consolidato (e, ahimé, senescente) delle sale da concerto. Alcuni altri tentano un approccio innovativo: l’Orchestra di Padova suonerà dal vivo sulle immagini del film muto di C. Froelich su Wagner. Nella sala della Sinagoga ‘tedesca’ (data alle fiamme nel ‘43 dai Fascisti e da qualche anno restaurata) verranno proposte musiche sinagogali commissionate appositamente per Padova fra il 1830 e il 1930: si tratta di un fondo recentemente recuperato su quale lavora un giovane musicista padovano, Gabriele Donà, che studia direzione d’orchestra a Vienna. Lungo il portico di via Roma (l’antica ‘via regia’ che dal Municipio porta verso il Prato della Valle) sarà disposta un’installazione di musica elettronica realizzata da sette compositori coordinati da Nicola Bernardini. Anche nell’edizione dell’anno passato il Comune commissionò tre nuove opere. C’è poi musica per soli, coro e orchestra (l’op. 87 di Beethoven), la Civica orchestra di fiati, la ripresa del magnifico spettacolo DeForma del Tam/Teatro musica di Michele Sambin. L’Interensemble di Bernardino Beggio propone uno spettacolo musicale originale dedicato ad Andrea Palladio. E i Solisti veneti diretti da Claudio Scimone proporranno musica di Giuseppe Tartini nella Chiesa in cui il musicista è sepolto. Vista e udito, Padova e musica. Che prevale? Padova ha un carattere proprio: intima, protettiva ma non priva di grandi aperture prospettiche, fitta di meandri porticati nei quali è bello perdersi. A tratti se ne scoprono i suggestivi corsi d’acqua sopravvissuti alla ‘modernizzazione’. Ci si sta bene anche senza la musica, ma la presenza diffusa di questi eventi ha creato un corto-circuito socializzante.

Meglio ascoltare musica al buio ovvero in silenzio guardare un’opera? Meglio ascoltarla quando si è ben disposti a farlo. Anche in uno stadio assordante, se è buona. Ogni tipo di musica vuole un tipo di ascolto. C’è flessibilità ma niente è più deleterio che credere di avere avuto un’esperienza d’ascolto quando in realtà si è solo ‘sentito’. E si eviti l’indigestione: dobbiamo fare vuoto nella mente per tornare ad ascoltare. Cosa offre Padova ai giovani musicisti, oltre a una giornata di ascolto? Sempre troppo poco. Ci sono però speranze che in occasione dell’edificazione del nuovo Auditorium dell’architetto Kada vi venga incluso il nuovo Conservatorio, che dovrebbe mantenere una relazione con le istituzioni di istruzione superiore (l’Università) più che con quelle di produzione (che avranno vita del tutto autonoma). Si tratterà di un collegamento ‘simbolico’, ma forse non inutile e almeno risolverà i problemi di spazio. Oltre alla musica classica la municipalità dovrebbe preoccuparsi anche della musica leggera: c’è bisogno di luoghi dove poter provare e crescere musicalmente. È ora di far uscire i ragazzi (e i meno ragazzi) dai garages. Quale grande artista vedrebbe per le strade di Padova questo 18 maggio a rappresentare «l’ascolto»? Mi piace pensare che John Cage si troverebbe a suo agio.

ADD
THE NIRO

Sono cresciuto a pane e De Niro. C’è stato un periodo in cui Goodfellas lo conoscevo a memoria, Casinò l’avrei potuto rivedere all’infinito, Toro Scatenato e Taxi Driver erano bibbie parlanti. Poi mi sono sentito tradito da Heat e trafitto da Terapie e pallottole varie. Ma nella bacheca dei feticci sentimentali un posto per la gigantografia del grande Bob, sorriso smagliante e faccia da schiaffi condita da inconfondibile neo, ci sarà sempre. Sperando, s’intende, di non vederlo mai trascinato nel cammeo di qualche vanzinata natalizia. Quello davvero non potrei reggerlo. Ebbene. Avendo respirato De Niro per i migliori anni della mia vita, da dopo Gli Intoccabili in poi ho temu-

to di morire asfissiato. L’aria si stava inquinando a tal punto che ho persino pensato di perorare la causa verde. Anche se, a dirla tutta, non mi ci vedevo proprio a bordo di una goletta targata Greenpeace a scagliarmi contro una baleniera giapponese. Meglio scenderci a patti col Sol Levante: soprattutto da quando ho scoperto che Akira Kurosawa e Takeshi Kitano possono essere una salvifica bombola d’ossigeno per uno che al cinema non sa più che aria respirare. Stando così le cose, mentre il tempio di cristallo eretto in onore di Robert il grande inziava a scivolare nell’ombra, prendere polvere e attirare ragnatele non potevo non sobbalzare quando un amico mi chiese ma le hai sentite le canzoni di De Niro? Canzoni? Pur di restituirgli nel cuore il posto che così a lungo aveva occupato ero disposto anche ad accettare questo gioco perverso: l’avrei accolto come cantante. Le coppie in crisi in fondo fanno così: per rinvigorire il rapporto e ritrovare la passione perduta si chiamano con nomi diversi, si vestono in maniera inconsueta, fingono di non conoscersi… L’equivoco durò esattamente quanto il mio record di tolleranza di fronte a una puntata del Festival di Sanremo, più o meno due secondi. In un attimo capì che non stavamo parlando dello stesso De/The Niro. Ma la cosa m’incuriosì ancor di più. Il mio era De, il suo era The. Pensai istintivamente «all’impostore» ma soffocai il pensiero. E decisi di saperne di più. Mi documentai, partendo dalla base: www.myspace.com/theniro. Fu così che sotto i miei occhi prese forma il ritratto di un artista intimo e complesso, profondo e preparato. Uno che non si era buttato sul web per cercare una scorciatoia, perché di strada ne aveva percorsa tanta fin da prima dell’avvento di MySpace. Aveva macinato chilometri il nostro The Niro passeggiando sul palco con Sondre Lerche, Lou Barlow e i Deep Purple tanto per fare dei nomi così. Aveva macinato chilometri anche per andare a impreziosire la sua arte a Londra. Già, perché questo cantautore gentile, che a

tratti ricorda Leonard Cohen e a tratti Nick Drake, anche se lui forse si diverte a fare il James Blunt, nonostante il nome e la lingua utilizzate nei suoi pezzi, è un italiano doc. All’anagrafe di Roma, città che gli ha dato i natali, è registrato come Davide Combusti. E il suo recente Ep An Ordinary Man, vero scrigno fatato composto di quattro canzoni che assomigliano più a quattro brillanti, è un vero miracolo musicale del made in Italy. Qualcuno si mette a scrivere canzoni perché non è il bullo del quartiere, perché una ragazza carina gli ha detto che le piacevano i cantanti, perché ha i denti storti e non può sorridere come vorrebbe, perché non vuole la moglie brutta che si merita. Il bello è che scrivere canzoni non serve a nulla di ciò che uno vuole. Scrivere canzoni è un limite, un dolore, un difetto in più. Il bello è che dopo averlo fatto stai malissimo. Il brutto è che desideri ancora un amore indimenticabile. Ma se guardi la cosa da un’altra prospettiva, ascoltare canzoni non serve a molto di più. O almeno è quello che credi finché, una tantum, non t’imbatti in un The Niro. Uno che, già lo sai, non potrà mai essere solo chiacchiere e distintivo. Matteo Grandi

VENERDRINK
Negli anni Ottanta c’era una famosissima reclame che recitava «Una Milano da bere»: è dal cuore della Lombardia che parte la moda degli aperitivi e degli eventi collegati e arriva fino a una Roma che evolve e trova i Venerdrink del Savoia68, nei pressi di Piazza Fiume, in cui quattro musicisti si alternano in acustico tutti i venerdì alle 19. Si scambiano microfono e strumenti Pier Cortese, Marco Fabi, Leo Pari, Luca Bussoletti, Valeria Rossi, Michele Amadori, Stefano Scarfone e, tra aprile e maggio, anche Nicco Verrienti, Diana Tejera, Daniele Sarno e Federica Baioni. Ingresso gratuito e info su www.myspace.com/ubixweb.

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Aprile Maggio 2008

DAVE ALLEN Real and DARIO MARIANELLI Espiazione Imagined Un nuovo cd, nove trac- La colonna sonora che gli ha fatto vince di poesia virtuosa cere l’Oscar

RADIODERVISH L’immagine di te La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio

FEED back
a cura di ROMINA CIUFFA letteratura britannica da E.M. Forster a Virginia Woolf. Inchiostro musicale che scorre anche nelle tracce Cee, You and Tea, With my own Eyes, che dialoga fluidamente con la sontuosità del pianoforte e degli archi. Atmosfere dense, che arrestano il respiro, per terre lontane, troppo lontane, all’origine di ogni lontananza, di ogni nostalgia. E proprio per far fronte a tali pesi evocativi dell’anima che Marianelli ha dovuto ricercare momenti altissimi, ingegnosi di spirito compositivo, abbandonando la musica in affascinanti e penetranti misteri come nella traccia Atonement. Lasciando l’ascoltatore allo scoperto, tra ombre troppo lunghe e improvvise luci troppo forti, come nell’intreccio di violino e pianoforte di Love Letters. Forti come i cori che sovrastano Elegy for Dunkirk, sommessi e abbattuti come in Two Figures by Fountain, i suoni di Marianelli si fondono alle percezioni individuali per un cd magnifico, sensibile forma di congiunzione tra la musica, la scrittura e le immagine bellissime del film di Joe Wright. Flavio Fabbri

DAVE ALLEN - REAL AND IMAGINED
Non volevo finirci ma ora vedo il mondo a quadretti, un po’ in trasparenza, comunque sospesa. Perché improvvisamente mi sono trovata imprigionata nella ragnatela di un ragno di Philadelphia, Dave Allen, uno che sa tessere jazz e incollarti per nove tracce che sono poesia virtuosa. Così ora vedo New York dagli occhi di uno che a 16 anni era già stato riconosciuto da Guitar Player come un talento da tenere sotto controllo. Non l’ho fatto ed ora mi ritrovo nella sua tela. Ma almeno è la tela di un romantico. Ne prendo atto mentre ascolto questo nuovo cd, Real and Imagined, e mi lascio afferrare da dita incessanti a condurmi sulle sue cinque corde, una per una, che sono seta da cui lui si cala. Resto cosí tra il reale e l’immaginato, qualcosa che Dave sa domare con lunghe frasi di jazz per tenermi con i piedi per terra mentre mi manda ad Ottavia, la città ragnatela di Italo Calvino, con la velocità stilistica del suo arpeggio. Se lo merita, Allen, un nuovo cd dopo le sue Untold Stories (ancora Fresh Sound New Talent); si merita città invisibili da tessere, una Manhattan che fa sfondo al suo animo agitato e racconti fantastici spiegati a modo suo; si merita un ascolto diluito e la strada di Pat Metheny totalmente spianata. Tesse da solista la ragnatela in cui sono imprigionata e prosegue, mai di troppo, in accompagnamento a un altro talento della nuova generazione newyorchese di sassofonisti, Seamus Blake, al bassista Drew Gress che sostituisce Carlo DeRosa nel nuovo album, e alla batteria di Mark Ferber. Mi afferra mentre sono distratta e mi porta giù velocemente sulle note di Untold Story, precipito velocemente sulla City e dal punto di vista della sua chitarra al 55 Bar di Greenwich ascolto corde alla Wes Montgomery e i collage di Mantra e Always Beginning in cui s’incontrano Blake e Allen; dovrei temere, perché quando avrà finito sarà pronto a divorarmi. Ma invece lo guardo senza paura perché c’è sensualità nel suo tormento e stabilità nonostante la voluttuosità del jazz. C’è un ragno dannato ma un chitarrista saldo e non vedo di che preoccuparmi. Mi ritrovo così nel limbo di una New York talentuosa, guardo Manhattan dal buco di una chitarra e immobile, sulla tela di Dave Allen, lo accompagno in caduta libera lasciandomi divorare. Fatti ammazzare da un boia pratico: e lui è un esperto. ROMINA CIUFFA

DARIO MARIANELLI - ESPIAZIONE (ATONEMENT)
Le parole e le note possono essere davvero così vicine? Tasti di un pianoforte che inseguono quelli di una macchina da scrivere. Il tono amaro che si confonde col sapore dell’inchiostro, una sensazione penetrante, disperante e passionale come la consistenza delle lettere in bocca nel pronunciare ‘Atonement’. Poi il suono si eleva dalle lettere battute, si allontana, quasi per paura di sentirsi troppo vicino all’altra grande volontà d’espressione dell’anima: la scrittura. Dalla semplice e ripetitiva nota iniziale si passa all’arpeggio su scala minore, sempre sulla stessa nota bassa mentre il ritmo fisso della macchina da scrivere cerca di inchiodare il volo delle note rendendo angoscia all’anima. Così inizia ‘Atonement - Espiazione’, con lo score Briony, del Premio Oscar alla Miglior colonna sonora nelle mani del compositore Dario Marianelli, che incarna e materializza, con i tasti della macchina da scrivere confusi al piano soave di Jean-Yves Thibaudet, gran parte della cruda narrativa di McEwan e della

MATRIMIA KLEZMER BAND - MATRIMIA
Il klezmer non nasce per ragioni estetiche né per motivi commerciali: è musica tradizionale, deve accompagnare eventi della vita, matrimoni, funerali, banchetti, o fare da colonna sonora alle lunghe migrazioni in cui la musica è elemento identitario di un popolo e motivo di socializzazione. Non è roba da auricolari e lettore Mp3. Il klezmer te lo dice chiaro: non si gioisce né si soffre, da soli. Per questo i Matrimia Klezmer band sarebbe meglio ascoltarli dal vivo, in compagnia, magari ad una festa. Il cd che il gruppo palermitano ha prodotto, però, aiuta a immergersi in quelle atmosfere e dà l’opportunità di apprezzare un certo virtuosismo strumentale, di soffermarsi sulle colte citazioni, e cogliere le tensioni espressive di quest’arte. I Matrimia dimostrano di aver ben compreso lo spirito dei klezmer, che si trasmette per osmosi, e si arricchisce e trasforma in base ai luoghi che tocca, alle culture su cui si sovrappone. Così tutte le influenze musicali e le esperienze di vita dei sette musicisti sono ben raccolte e amalgamate: jazz, classica, swing manouche, funky, ritmi balcanici e immagini felliniane. Musica «povera» e «sporca», eppure così coinvolgente. Povera e sporca: sporcarsi su questo disco (www.matrimia.it), che invece che impoverire arricchisce. Nicola Cirillo

OFFLAGA DISCO PAX - BACHELITE BEYOND Bachelite, seconda fatica &further trio emiliano composto
del da Enrico Fontanelli (basso, moog), Daniele Carretti (chitarre) e Max Collini (voce), esce a tre anni di distanza dall’eccellente disco d’esordio Socialismo tascabile. La formula di musicare brani recitati piuttosto che cantati, carattere distintivo della band, presenta subito una sostanziale differenza rispetto al disco d’esordio: i toni aspri e gli attacchi politici lasciano più spazio a meditazioni nostalgiche e ironiche di piccoli affreschi di provincia. I testi acquistano un’aurea di solennità per mezzo di arrangiamenti semplici ma ricercati, basati su intrecci ipnotici di basso, chitarra e moog supportati dal ritmo tribale e incessante di una drum-machine rudimentale. Molteplici le influenze musicali: Cccp, Massimo Volume e, soprattutto, Kraftwerk, Cluster, La Dusseldorf e Neu!. Non a caso i riferimenti di Bachelite si rifanno a un fenomeno, il krautrock, che aveva rappresentato un preciso anelito di evasione da un contesto sociale: come la gioventù tedesca dei primi anni Settanta aveva scelto le astrazioni cosmiche per esorcizzare le colpe dei propri padri, così, in questo disco, il riferimento alla cosmik music sembra un tentativo di evadere dalla realtà italiana (politica e musicale) come da una palude giurastica che sopravvive soffocando sul nascere ogni lucente germoglio. Le nove tracce impongono un ascolto attento e rigoroso. Nove racconti minimali narrati con ironica rassegnazione: storie di personaggi, ricordi di gioventù vissuti a cavallo tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta come cortometraggi in bianco e nero girati nell’asse ideologico che da Reggio Emilia arriva fino a Berlino. Dalla storia di Carlotta «figa di legno» (Superchioma) al racconto dell’epica impresa sportiva del compagno Yashenko (Ventrale) saltatore da record simbolo della supremazia socialista; dall’epopea delle feste dell’Unità nella madre terra emiliana (Lungimiranza) a storie di macchine, vigilesse e poliziotti (Dove ho messo la golf). Massima intensità nei momenti conclusivi di Cioccolato I.A.C.P., che racconta un’iniziazione al sesso in una squallida realtà di provincia, e della meravigliosa Venti Minuti, su un difficile rapporto padre-figlio, in assoluto uno dei più bei pezzi del disco. Eugenio Vicedomini

RADIODERVISH - L’IMMAGINE DI TE
«La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità». Con questa frase del mistico persiano Gialal ad-Din Rumi si apre il libretto del nuovo cd dei Radiodervish, «L’immagine di te». Così Nabil Salameh e Michele Lobaccaro (Radio-dervish dal 1997) dichiarano che anche la musica può avere un ruolo nella ricerca della verità. Raccolgono i pezzettini dello specchio e li mettono insieme, fornendo un’immagine certamente più globale della realtà musicale del nostro Paese e della sua società. «La nuova musica italiana», come la definiscono è una nostalgia musicale che va dalla disco music degli anni Settanta all’elettro-pop degli anni Ottanta, fino al rap e all’hippop più recente, passando per i ritmi pop-raï e bhangra. Pezzettini persi nello spazio e nel tempo e trasportati fino a noi dalle onde del mediterraneo. Alcuni li ha recuperati Alessia Tondo (voce dell’Orchestra Popolare della Notte della Taranta di Melpignano), un altro frammento è stato riportato da Caparezza (il rapper barese compare in Babel), ma i frammenti più importanti li ha riscoperti Franco Battiato, produttore del disco, e li ha resi con generosità ed orgoglio (per averli trovati lui per prima) insieme a Pino Pinaxa Pischetola, che ha mixato l’album e ne ha curato la programmazione dei suoni. Su questa ricca trama musicale si intessono testi di spessore, parole di pace, veicolate da una pluralità di lingue (dall’arabo al francese, dall’inglese al «griko» salentino) amalgamate all’italiano, alternate tra le strofe o all’interno della stessa frase. E appare l’immagine di un’Italia multietnica, di un Uomo libero da ogni razzismo, aperto alla trasformazione individuale e collettiva. Nicola Cirillo

RICCARDO MUTI MISSA SOLEMNIS IN E DI LUIGI CHERUBINI
Attacca lieve e impalpabile, su un tappeto d’archi vellutato, spazzato a folate dalle voci del Coro delle Kyrie in apertura. Atmosfera sospesa su accensioni progressive e provocatorie di un’interpretazione, quella data dal maestro Riccardo Muti, incredibilmente straordinaria. La Missa solemnis in E di Luigi Cherubini (1760-1842), per i tipi Emi Classics, nonostante sia stata composta nel 1818, trattiene ancora tutta la sua spiritualità e tensione liturgica, grazie anche al tono e all’impostazione del quartetto di solisti vocali di spalla a Muti: Ruth Ziesak, Marianna Pizzolato, Herbert Lippert e Ildar Abdrazakov. Una direzione impeccabile, per l’esecuzione orchestrale dei complessi Bayerischen Rundfunk e Symphonieorchester. Cori flessibili, precisi, morbidi e di una compattezza eccezionale, pieni di cura per le sfumature e i fraseggi. Un’opera trascendente che Muti ha domato appieno, con grazia e solennità, lasciando che il senso del sacro, molto vicino alla cifra di Mozart, si diffondesse inevitabilmente, ma dolcemente, per tutta l’esecuzione. Otto tracce registrate in presa diretta nell’eccezionale esecuzione live a Monaco di Baviera, più l’Antifona e il Mottetto Nemo Gaudeat, in cui alla Bavarian Radio Chorus si sono uniti gli organisti Harald Feller e Max Hanft. Flavio Fabbri

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