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Avvocato Santaroni legale di Agile Srl 2 aprile 2010

Avvocato Santaroni legale di Agile Srl 2 aprile 2010

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L'avvocato Mario Santaroni era il rappresentante legale della Agile Srl, all'udienza del Tribunale civile di Roma sezione fallimentare, ha rappresentato una richiesta di concordato nella causa per insolvenza, da parte dei dipendenti, nei confronti della società Agile Srl che fa parte del gruppo Omega. Questa richiesta di concordato fa perno su una fidejussione della società COFIART, che è stata dichiarata dal Pubblico Ministero come sotto osservazione per ipotesi di violazione delle norme anti riciclaggio.
Nel documento vengono rappresentati tre procedimenti penali in cui l'avvocatio Santaroni è fra i protagonisti, riguardano:
dal CORRIERE DELLA SERA.it
Le rivelazioni del "notaio della Magliana". Di Ciommo: "Il giudice Adinolfi aveva scoperto le trame dei legali di Ciarrapico "
da REPUBBLICA extra e Uff. Stampa FILCAMS CGIL
Nell´inchiesta sull´arresto dei tre liquidatori, le pressioni sui dirigenti delle Attività produttive Ministero, sotto inchiesta le talpe dei fallimenti
dal CORRIERE DELLA SERA.it
Sentenza di primo grado a Brescia: tredici anni a Bertelli, fondatore della holding turistica alberghiera. Le accuse di bancarotta Crac Italcase, condannati i big della finanza. Quattro anni a Roberto Colaninno, Steno Marcegaglia e Lonati. Venti mesi a Cesare Geronzi, Gronchi e Sacchetti.
Cinque anni ai consulenti della «Lab», Carlo Maria Colombo e Mario Santaroni; 4 anni e 6 mesi all' ex amministratore delegato de I viaggi del Ventaglio Marco Maria Colombo

 

L'avvocato Mario Santaroni era il rappresentante legale della Agile Srl, all'udienza del Tribunale civile di Roma sezione fallimentare, ha rappresentato una richiesta di concordato nella causa per insolvenza, da parte dei dipendenti, nei confronti della società Agile Srl che fa parte del gruppo Omega. Questa richiesta di concordato fa perno su una fidejussione della società COFIART, che è stata dichiarata dal Pubblico Ministero come sotto osservazione per ipotesi di violazione delle norme anti riciclaggio.
Nel documento vengono rappresentati tre procedimenti penali in cui l'avvocatio Santaroni è fra i protagonisti, riguardano:
dal CORRIERE DELLA SERA.it
Le rivelazioni del "notaio della Magliana". Di Ciommo: "Il giudice Adinolfi aveva scoperto le trame dei legali di Ciarrapico "
da REPUBBLICA extra e Uff. Stampa FILCAMS CGIL
Nell´inchiesta sull´arresto dei tre liquidatori, le pressioni sui dirigenti delle Attività produttive Ministero, sotto inchiesta le talpe dei fallimenti
dal CORRIERE DELLA SERA.it
Sentenza di primo grado a Brescia: tredici anni a Bertelli, fondatore della holding turistica alberghiera. Le accuse di bancarotta Crac Italcase, condannati i big della finanza. Quattro anni a Roberto Colaninno, Steno Marcegaglia e Lonati. Venti mesi a Cesare Geronzi, Gronchi e Sacchetti.
Cinque anni ai consulenti della «Lab», Carlo Maria Colombo e Mario Santaroni; 4 anni e 6 mesi all' ex amministratore delegato de I viaggi del Ventaglio Marco Maria Colombo

 

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IL CASO GIUSTIZIA. Le rivelazioni del " notaio della Magliana " . Di  Ciommo: " Il giudice Adinolfi aveva scoperto le trame dei legali di Ciarrapico "

" Tutti pagarono per il processo Sgarlata "
" Nicoletti diceva: " Pelaggi e' uomo mio " " . Al presidente 80  milioni per l' assoluzione. " Ho elargito mazzette per l' Ufficio  istruzione e per il Tribunale. L' altro imputato mi confesso'  mance per cento milioni: riusci' a cavarsela. Magistrati ospiti  nell' hotel di Capri e nella villa del mio difensore "
­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ PUBBLICATO ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­ Le rivelazioni del "notaio della  Magliana" Di Ciommo: "Il giudice Adinolfi aveva scoperto le trame dei legali di Ciarrapico"  TITOLO: "Tutti pagarono per il processo Sgarlata" "Nicoletti diceva: "Pelaggi e' uomo mio". Al  presidente 80 milioni per l' assoluzione ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­ ­  MILANO . Nel capitolo finale di Mani pulite tutte le trame tornano a intrecciarsi. E come un  annuario dei misteri della Repubblica, con personaggi piu' volte sospettati e storie piu' volte  chiacchierate. Che adesso trovano una spiegazione nei risultati dell' inchiesta del pool sui giudici di  Roma. L' ultima puntata di questa epopea di intrighi e' stata scritta da Michele Di Ciommo, notaio  dei baroni democristiani ma anche dei presunti boss della Magliana. Giovedi' notte davanti al  pubblico ministero Ilda Boccassini, Di Ciommo ha riempito un verbale colmo di tangenti e  complotti. Si parte dal crac del finanziere Luciano Sgarlata, che costo' 200 miliardi ai risparmiatori.  Di Ciommo era considerato l' amministratore di fatto delle societa' che avevano inghiottito i fondi. E  quel processo . secondo la sua ricostuzione . fu portato avanti a colpi di bustarelle da tutti gli  indagati. E la cronaca del rito capitolino gia' descritto dal pentito Angelo Mei, quello in cui ogni  ingranaggio della macchina giudiziaria richiedeva di essere oliato con i quattrini: "Nel 1986 il  liquidatore Filippo Satta mi denuncio' per bancarotta fraudolenta e il pm Sante Spinaci formalizzo' l'  inchiesta. Il mio avvocato Mario Santaroni disse: "Per ottenere un giudice amico bisogna pagare il  consigliere istruttore". All' epoca capo dell' ufficio istruzione era Ernesto Cudillo, il magistrato in  prima linea nella lotta al terrorismo che incrimino' Valpreda per Piazza Fontana. "Santaroni era  molto legato a Cudillo . precisa il notaio .. Non fece nomi, ma disse solo che i soldi servivano per i  magistrati". La litania delle mazzette va avanti: "Diedi trecento milioni all' avvocato e il processo  fini' al giudice istruttore Guido Catenacci. Santaroni commento' : "Ottima scelta, ci dara' una  mano". Fu assegnata ai professori Antonio Staffa e Mario Sica una perizia sui miei rapporti con  Luciano Sgarlata. Santaroni disse che aveva convinto Catenacci a dare una perizia sui quesiti che  erano stati concordati insieme". E precisa: "I trecento milioni servivano sia per l' intermediazione 

con Cudillo, sia per l' ottenimento della perizia". I giri di favori erano infiniti: "Catenacci con la  moglie era spesso ospite dell' Hotel Mare Blu di Capri di proprieta' dell' avvocato Santaroni. Inoltre,  Catenacci andava a cena nella villa dell' avvocato sulla Cassia. C' erano altri magistrati: Ivo Greco,  Carlo Izzo, Filippo Verde, il giudice fallimentare Maselli. Ho sentito dire che frequentavano pure l'  hotel di Ischia". Di Ciommo, comunque, e' un tipo ostinato, che tira sempre sul prezzo: "I periti  chiesero a Santaroni duecento milioni, io ne diedi cento. Nelle loro conclusioni evidenziarono che  tra me e Sgarlata non erano rimasti debiti in sospeso. Per quanto riguarda l' ultima trance di 30 40  milioni vidi l' avvocato consegnarli a Staffa: sali' nella Mercedes del professore con la busta e scese  senza". Staffa e' in cella, accusato per un' altra perizia: assegnata dal tribunale e venduta a suon di  milioni al palazzinaro Renato Armellini. Nel racconto del notaio, la bilancia della giustizia pesa solo  i pacchi di bancanote: nel processo Sgarlata tutto era questione di tariffe. E Di Ciommo ritiene che  qualcuno abbia offerto di piu' : "Santaroni difendeva pure Fabrizio Ferrari, l' altro inquisito per  bancarotta e la perizia era stata affidata al professore Cavalieri. Da Ferrari avevo saputo che anche  lui aveva pagato il perito cento milioni e l' incarico attraverso Catenacci. Purtroppo, le conclusioni  di Cavalieri aggravarono la mia posizione, mentre non furono approfondite quelle di Paolinelli e  dell' avvocato Calogero Cali' . Fui rinviato a giudizio assieme al mio collaboratore Bruno Biagioni.  Santaroni disse: "Ti faro' assolvere". Alla fine io ho preso sette anni, Biagioni tre". La sentenza  risale al novembre 1994, sette anni dopo il crac. Le cronache riportano che i giudici scagionarono il  ministero dell' Industria accusato dai "truffati" di avere protetto Sgarlata e i suoi compari. In aula,  furono persino interrogati come testimoni l' ex ministro Renato Altissimo e il capo ufficio  legislativo dell' epoca, il celebre giudice Corrado Carnevale: nessuno di loro ricordava nulla. Ma  alcune schegge del dibattimento principale rimasero nei tribunali. "Per uno stralcio della stessa  vicenda . continua Di Ciommo ., Biagioni era imputato davanti al giudice Antonio Pelaggi. Mi  rivolsi al mio cliente Rosario Nicoletti che definiva Pelaggi "persona mia". Nicoletti diceva: "Se ti  capita un processo con lui non ti preoccupare, ci penso io". Contro Nicoletti ci sono numerosi  procedimenti penali: viene considerato il cassiere della Banda della Magliana. "Nicoletti mi disse  che avrebbe mandato il suo assistente Chiappini ad avvicinare Pelaggi. Ma Chiappini disse che  Pelaggi pretendeva una somma eclatante: una cifra spropositata visto che la posizione di Biagioni  era difendibilissima". Il notaio non si perde d' animo: "Fissai un appuntamento con Pelaggi nel bar  Mellini. Era il 1988 89. Appena entrato, senza preamboli il giudice chiese centoventi milioni per l'  assoluzione. Io restai stupito e ottenni lo sconto a 70 80 milioni. Affidai i soldi a Chiappini e  Biagioni fu assolto". Da un mese, Pelaggi e' nel carcere di Opera: avrebbe incassato centinaia di  milioni dal costruttore Armellini e dai suoi eredi. Per trovare agganci si poteva contattare anche la  corte del presunto boss: "Nicoletti mi presento' Filippo Verde durante una cena per festeggiare un  mutuo della Cassa di Risparmio di Roma. Era l' inizio degli anni ' 80. Mi disse che Verde lo aiutava  nelle Commissioni tributarie". Ma e' l' ultima rivelazione a far intravvedere gli scenari piu'  inquietanti. Di Ciommo curava i contratti di Giuseppe Ciarrapico, il re delle acque minerali. E ha  fornito un' indiscrezione su una causa molto scottante. "Per il fallimento della "Casina Valadier" l'  avvocato Santaroni, che assisteva Ciarrapico, approfittando dell' assenza del giudice Adinolfi,  ottenne un provvedimento a favore di Ciarrapico. Ma poco dopo Adinolfi riprese servizio e  denuncio' tutti". Il giudice Paolo Adinolfi e' scomparso due anni fa, poche settimane dopo questo  episodio. Aveva contattato il pm milanese Carlo Nocerino: "Ho bisogno di parlarle come privato  cittadino". Le sue tracce si perdono il primo sabato del luglio ' 94. L' inchiesta sulla scomparsa,  archiviata alcuni mesi fa, e' stata appena riaperta: il faccendiere Francesco Elmo, coinvolto nell'  operazione "Che' que to che' que", ha dichiarato che Adinolfi sarebbe stato assassinato dalla Banda  della Magliana: "L' ufficiale del Sismi Mario Ferraro . ha detto Elmo ., mi fece presente che quel  giudice voleva rivelare gli intrecci tra i settori deviati del Sisde e la criminalita' romana nelle  compravendite di immobili". Di Feo Gianluca

Bari. Cedis, nominato il nuovo commissario
La Repubblica (13/07/2006)

giovedì 13 luglio 2006 Pagina III - Bari  IL CASO Nell´inchiesta sull´arresto dei tre liquidatori, le pressioni sui dirigenti delle Attività produttive

Ministero, sotto inchiesta le talpe dei fallimenti
Cedis, nominato il nuovo commissario: "Farò pulizia"
Santaroni Mi scelgono tante aziende, non solo in crisi, perché sono fra i più esperti del settore stasi Devo capire come consultare tutti quei documenti, poi darò il via ai primi atti
DAVIDE CARLUCCI 

È a Roma, negli uffici del ministero delle Attività produttive, che si stanno cercando i complici dell ´affare Cedis. Chi sono i funzionari che orientano e pilotano le procedure di amministrazione straordinaria dei gruppi falliti? È la domanda a cui stanno tentando di dare una risposta i pubblici ministeri romani Stefano Pesci e Giuseppe Cascini. Lo scandalo Cedis - la svendita dei supermercati del gruppo ad acquirenti ritenuti "amici" dell´ex governatore pugliese Raffaele Fitto - s´inserisce in un quadro più complesso: quello delle procedure sulle amministrazioni controllate e degli incarichi affidati a professionisti di area politica per orientare in un certo modo le procedure. Un vero e proprio sistema che getta ombre sul ruolo del ministero in diverse vicende pugliesi: oltre al caso Cedis, anche il crac dei supermercati dei fratelli Ferri.

Con i magistrati romani hanno avuto contatti anche i pubblici ministeri di Bari che si occupano della vicenda: Roberto Rossi, Renato Nitti e Lorenzo Nicastro. Gli accertamenti riguardano la gestione Marzano delle procedure di amministrazione straordinaria. Ma il problema è stato sottoposto all ´attenzione dell´attuale ministro Pierluigi Bersani. Che come primo atto ha deciso di sospendere per 90 giorni anche Franco Lo Passo, l´ultimo dei tre commissari straordinari rimasti in carica dopo che Antonio De Feo (che già aveva presentato le sue dimissioni mesi fa) e Giuseppe Rochira (che l´ha fatto in questi giorni) si erano ritirati. Al posto di Lo Passo il ministero ha nominato Enrico Stasi, commercialista torinese, che ha all´attivo diverse procedure di fallimento e di amministrazione controllata in Piemonte e in Sicilia e che gestirà la procedura per i prossimi tre mesi in qualità di commissario unico. «Sto cercando di documentarmi - spiega Stasi - e nei prossimi giorni sarò prima a Roma, al ministero, e poi a Bari per avviare i primi passi. Chiederò ai magistrati il dissequestro per poter valutare che cos ´è successo, approfondire tutti gli atti compiuti nella passata gestione, fare chiarezza. Da quel che ho capito l´accusa è che i miei predecessori abbiano favorito qualcuno legato ai politici legali nella vendita dei complessi aziendali. Dovrò vedere i contratti, valutare come s´è svolto l´iter e andare avanti». Il lavoro di Stasi è particolarmente difficile: «Non ho interlocutori a cui rivolgermi perché sono tutti agli arresti domiciliari, compreso il consulente della procedura. Appena capirò dove andare per poter consultare i documenti, darò avvio ai primi atti urgenti». A Stasi è affidato il delicato compito di fare pulizia laddove, sospettano i magistrati, interessi politici hanno avuto la meglio sulle logiche di mercato. Nell ´inchiesta della procura di Bari, per esempio, è indagato Massimo Goti, direttore generale del ministero. Stando alle accuse, è stato lui a cancellare e ribaltare le decisioni prese da Simonetta Moleti, la dirigente che invece riteneva del tutto fuori mercato l´offerta avanzata dal gruppo Eurospin-Aligros, riconducibile all´imprenditore leccese Brizio Montinari. Moleti, descritta nelle intercettazioni come la «rompiscatole» che rischia di mandare all´aria la combine tra Fitto, De Feo e Goti, è anche l´autrice di una lettera inviata ai vertici del ministero qualche

mese fa - e ripresa dall´Espresso - contro la concentrazione di incarichi su poche persone. Tra questi viene indicato l´avvocato Mario Santaroni, commissario straordinario di tantissimi gruppi tra cui i Ferri, e legale dei commissari Cedis, che «risulta presente a vario titolo, nel loro avvio o conduzione, quasi nel 50 per cento dei casi», accusa Moleti. «Sono uno dei professionisti più esperti del settore», è stata la replica di Santaroni. I pm baresi hanno interrogato Moleti e gli altri dirigenti del ministero. E nell´ordinanza è scritto: «Il direttore generale Goti, nonostante la motivata, reiterata, scrupolosa indicazione contraria della dottoressa Moleti, che aveva già predisposto una bozza del provvedimento di rigetto della proposta di aggiudicazione dei commissari e mutando repentinamente avviso rispetto alle sue precedenti determinazioni, dopo la sollecitazione di Fitto e senza che fosse sopravvenuto nel frattempo alcun elemento di valutazione nuovo e diverso, decideva il 28 giugno 2004 di autorizzare i commissari a procedere alla cessione così come da loro prospettata». De Feo, inoltre, segnalava a Fitto che sarebbe stato opportuno indicare come commissario straordinario Andrea Lazzoni. È il commercialista già indicato dal ministero come commissario straordinario nelle amministrazioni riguardanti le Case di cura riunite (Ccr) di Bari. Esponente di Forza Italia, è stato anche il commissario straordinario del gruppo Ferri. Arrestato per aver attestato il falso nella relazione per l´ammissione della Ferri alla procedura, dopo aver dichiarato che la contabilità del gruppo era dispersa a causa di un nubifragio mai avvenuto.

FILCAMS-Cgil Federazione lavoratori commercio turismo servizi UFFICIO STAMPA

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Sentenza di primo grado a Brescia: tredici anni a Bertelli, fondatore  della holding turistica­alberghiera. Le accuse di bancarotta  Crac Italcase, condannati i big della finanza  Quattro anni a Colaninno, Marcegaglia e Lonati. Venti mesi a Geronzi,  Gronchi e Sacchetti  MILANO — Tredici anni all'imprenditore Mario Bertelli, individuato (dopo 250 udienze in due  anni di dibattimento a Brescia) come il principale artefice del crac della sua holding immobiliare  turistico­alberghiera «Italcase», inghiottita nel novembre 2000 da un «buco» di 600 milioni di euro  (circa 1200 miliardi di lire). Ma se il castello societario di Bertelli (a lungo legato al marchio «Bagaglino») è crollato sotto il  peso di questa spaventoso sbilancio, non è stato soltanto perché al piano terra operavano appunto  Bertelli e la decina di suoi amministratori ora pure condannati per associazione a delinquere  finalizzata a bancarotta, falso in bilancio, evasione fiscale e emissione (secondo il capo di  imputazione) di 1138 miliardi di lire di fatture per operazioni inesistenti tra il 1995 e il 1998. È stato, invece, anche perché al piano superiore, quello teoricamente più nobile, quello degli istituti  di credito finanziatori del gruppo come Banca di Roma (oggi Capitalia), Banca Agricola Mantovana  (controllata dal Monte dei Paschi di Siena) e Banca Nazionale dell'Agricoltura (incorporata in  Antonveneta), i banchieri avrebbero cercato di fare gli interessi dei propri istituti ai danni di quelli  degli altri creditori. Per questo ieri a notte fonda — dopo una camera di consiglio iniziata 8 giorni fa, e con una  sentenza­thrilling prima prevista per martedì, poi rinviata a ieri pomeriggio, quindi annunciata per  le 21, e infine letta soltanto a mezzanotte —, il Tribunale di Brescia, tra i 63 imputati e i vari  consiglieri d'amministrazione delle tre banche all'epoca, ha ritenuto colpevoli del reato di  «bancarotta semplice» anche il presidente della Banca di Roma e oggi di Capitalia, Cesare Geronzi  (pur assolto dalla bancarotta preferenziale), condannato a 1 anno e 8 mesi, più la sanzione  accessoria dell'incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualunque impresa per due anni;  l'amministratore delegato della Banca Popolare Italiana, Divo Gronchi, stesse pene (e analoga  assoluzione parziale); il presidente della Piaggio, Roberto Colaninno, 4 anni e 1 mese, più  interdizione dai pubblici uffici per 5 anni; l'industriale Steno Marcegaglia, stessa pena come il  finanziere Ettore Lonati; l'ex vicepresidente Unipol, Ivano Sacchetti, 1 anno e 8 mesi, come l'ex  direttore general Mps, Pierluigi Fabrizi. Cinque anni ai consulenti della «Lab», Carlo Maria  Colombo e Mario Santaroni; 4 anni e 6 mesi all' ex amministratore delegato de I viaggi del  Ventaglio, Marco Maria Colombo. Nella ricostruzione proposta dal pm Silvia Bonardi al Tribunale presieduto dal giudice Enrico  Fischietti, su 40 miliardi di lire concessi a Italcase nel luglio 1998 dal pool di banche per avviare un  piano di risanamento secondo il progetto predisposto dai consulenti della «Lab», 36 miliardi  sarebbero andati a ripianare proprio le esposizioni delle banche. Che, in più, avrebbero richiesto  garanzie ipotecarie pari a quasi la totalità del patrimonio del gruppo e a oltre il 400% della somma  fra precedenti prestiti e nuovi impegni. Così, pur essendo già consapevoli nel 1998 dello stato di  insolvenza del gruppo, ne avrebbero prolungato artificialmente il collasso per trasformarsi e da  creditori chirografari in creditori privilegiati e consolidare le ipoteche a scapito degli altri creditori. 

Specialmente delle decine di fornitori e piccole imprese sarde incaricate, ad esempio, della  costruzione (500 ville e 6mila posti letto) del «Country Village» a Stintino. Le tre banche, che nel corso del processo hanno raggiunto transazioni per 50 milioni di euro con il  curatore fallimentare e i creditori, si sono difese ritenendo «indiscriminata» una imputazione a loro  avviso basata «su elementi erronei e contrastanti con precisi dati documentali», e per la quale «non  si comprende come la condotta del ceto bancario abbia potuto ledere la par condicio dei creditori».  E ieri notte l'unico a commentare a caldo la condanna è stato Colaninno, «molto amareggiato poiché  ritengo il mio comportamento, quale consigliere di amministrazione non esecutivo della Bam, sia  sempre stato orientato, in completa buona fede, a una positiva soluzione che garantisse i fornitori e i  creditori in generale. Convinto della correttezza e regolarità delle decisioni a cui ho partecipato in  base a informazioni e proposte presentate al consiglio dagli organi esecutivi della banca, confido in  una assoluzione in appello». Tra sospensione condizionale delle pene (anche accessorie), indulto e prescrizione già a metà  dell'anno prossimo, per i condannati che oggi nelle banche siano amministratori o sindaci o direttori  generali la sentenza rischia di pesare, più ancora che per le pene, per gli effetti legati al regolamento  del ministero del Tesoro che individua i «requisiti di onorabilità e professionalità» dei vertici delle  banche e «le relative cause di sospensione». Tra esse c'è proprio il caso di condanna non definitiva (come questa di primo grado): i consigli di  amministrazioni di Capitalia e Bpi (azioniste anche di Rcs) dovranno prenderne atto rispetto a  Geronzi e Gronchi, in attesa che le assemblee dei soci decidano poi se confermare o revocare la  fiducia ai vertici.  L. Fer.  08 dicembre 2006

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