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DOMENICA 21 MARZO 2010

Cultura
CESENATICO

Svetlana Boym invita a riflettere sulla «dimensione utopica» e sulle possibili riconciliazioni

IL LIBRO

Quella jugoslava è forse la più accesa nostalgia diffusa nei paesi dell’Est

di Fabio Fiori

I

nfinite sono le nostalgie dei romagnoli, a partire da quelle insieme recenti e struggenti dell’ultima Stagione trascorsa (ovviamente con la esse maiuscola!) o a quelle per i bei tempi andati rievocate nelle lunghe conversazioni invernali a partire da amarcord. Dalla ormai lontana notte degli Oscar del 1974, questa parola è poi entrata non solo nei dizionari italiani, ma è riuscita anche a fare il giro del mondo ed entrare a far parte del gl obis h, neo-lingua della globalizzazione. Amarcord ha una esclusiva attinenza con nostalgia, nella sua stretta accezione passatista? Seguendo i vocabolari si direbbe di sì. Guardando più attentamente il film di Federico Fellini, al contrario, amarcord assume una pluralità di significati, come nostalgia su cui da diversi anni lavorano psicologi, sociologi e artisti. Interessante, appassionate e fortunata è la proposta di Svetlana Boym che, partendo anche dalla propria biografia ( w w w . s v e t l a n a b oym.com), invita a riflettere sulla «dimensione utopica della nostalgia». La studiosa e artista russa, che insegna alla Harvard University, si è fatta conoscere a un pubblico più ampio nel 2001, anno di pubblicazione di The future of nostalgy e, su invito del Centro Tedesco di Studi Veneziani e dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, nella persona del professor Rolf Petri ha partecipato alla giornata internazionale di studi “Nostalgia. Memoria e passaggi tra le sponde dell’Adriatico”. Dal convegno è nato un libro, molto ricco e di piacevole lettura, curato dallo stesso Petri, che verrà presentato domani alle 17.30, presso il Museo della Marineria di Cesenatico, nell’ambito degli incontri “Lo spazio adriatico”. Se il tema della nostalgia riguarda ogni uomo, probabilmente di qualunque epoca e certamente di qualsiasi luogo o non-luogo della contemporaneità, lungo le rive adriatiche da secoli la nostalgia di un tempo passato e soprattutto di una città, di un impero o di una nazione, della propria patria irrimediabilmente perduta, è stato e continua ad essere fortissima. Nostalgia è bene ricordare è parola con data certa di nascita, 1678, coniata per l’occasione da un medico al-

Da un convegno di studi è nato il volume della studiosa russa che sarà presentato al Museo della Marineria

Dimensione nostalgia
Memoria e passaggi tra le sponde dell’Adriatico
saziano che studiava una oscura malattia degli svizzeri che militavano in eserciti stranieri. Questi ragazzi, allontanandosi per lunghi periodi dai paesi d’origine si ammalavano, presentando sintomi che oggi, in maniera sbrigativa, verrebbero ricondotti a una depressione causata dallo sradicamento. La parola nostalgia, da nostos “ritorno” e algos “dolore”, nacque quindi come termine medico, assumendo solo in seguito il più ampio significato psicologico, letterario e addirittura politico. Ritornando sulle rive adriatiche e senza andare troppo indietro nel tempo, basterà ricordare la nostalgia per la grandezza di Venezia e il suo “Stato da Mar”, esteso per secoli in quella flotta di pietre che sono le isole istriane, dalmate e ioniche, seguendo una insuperata imma-

FORLÌ

I diritti della natura come diritti globali Presentato il libro di Giuseppe De Marzo
FORLÌ. Platea attenta, al Centro per la pace, l’altra sera alla presentazione del saggio dell’economista e cooperatore Giuseppe De Marzo che ha presentato il saggio “Buen vivir - per una nuova democrazia della terra” (Ediesse, 2009). Giuseppe De Marzo, per dieci anni cooperatore internazionale in America Latina e America Centrale, ha conosciuto da vicino le lotte sociali e politiche che hanno visto grandi mutamenti in Paesi come Argentina, Bolivia, Ecuador, Paraguay. «Per la prima volta nella Storia ha ricordato De Marzo - la natura reclama i propri diritti, partendo dalle rivendicazioni delle popolazioni native che nel mondo contemporaneo sono 400 milioni di persone e dunque non una semplice minoranza». Questi diritti sono entrati nelle nuove costituzioni di Bolivia e di Ecuador e interrogano anche i sistemi politici europei, nordamericani e non solo. «Il modello di sviluppo tradizionale del capitalismo è finito dichiara De Marzio - ma serve un nuovo pensiero, più eco-sociale, meno legato al mito dello sviluppo». Pietro Caruso

gine di Fernand Braudel. E poi i fasti dell’Impero asburgico che, a partire da Trieste, per oltre cinquecento anni fino al 1918, e di lì lungo buona parte della costa orientale, si specchiarono nelle acque adriatiche. Fino ad arrivare a quello stato federale degli slavi del sud, la Jugoslavia, insieme sogno socialista nel suo comporsi e tragedia etnica nel suo esplodere, metafora di tante altre utopie del Novecento. A pochi anni dal concludersi dell’implosione, con ancora irrisolte e pericolosissime questioni bosniache, kossovare e macedoni, si va sempre più diffondendo tra tanti sloveni, croati, serbi, montenegrini e le altre genti balcaniche una jugostalgia, di cui noi abitatori delle coste occidentali adriatiche dovremmo prendere coscienza, per cercare di capire qualcosa di più del nostro/nase mare/more Adriatico/Jadransko. Ancora una volta un film, Underground del 1995 di Emir Kusturica, per altro illuminato debitore del regista riminese, meglio di tanti libri o reportage ha raccontato al grande pubblico la quotidiana follia balcanica, nei plurimi significati creativi e distruttivi. Basterà ricordare l’ultima onirica scena del film, in cui i protagonisti si trovano su un pezzo di terra che si stacca dalla riva per andare alla deriva; se possibile è perdonare, impossibile è dimenticare, parafrasando proprio quei dialoghi conclusivi. Quella jugoslava è forse la più accesa nostalgia diffusa nei paesi dell’Est, dove si è addirittura coniato un nuovo termine ostalgie, dal tedesco Ost-algie. Come ci ricorda Rolf Petri, «L’area adriatica è infatti traboccante di narrazioni edificate sul passato e sulla perdita», nostalgie che nel Novecento, innestandosi sulla peggior politica, fascista o etnica, hanno prodotto spesso pessimi frutti. Chissà invece che in questo nuovo secolo sulle rive adriatiche non si possa cercare una «riconciliazione tra nostalgia, utopia e desiderio», riprendendo le parole della Boym, lavorando insieme a prescindere dal superato concetto di nazionalità, per condividere una nostalgia non più restauratrice ma riflessiva. G “Nostalgia. Memoria e passaggi tra le sponde dell’Adriatico”, Rolf Petri, 2010, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, pp. 274, euro 28