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Uno studio sperimentale su Mindfulness e Flessibilità Cognitiva

Giulia Lancello
Università degli Studi di Milano-Bicocca

ABSTRACT

Background: La ricerca scientifica ha mostrato, negli ultimi anni, un particolare interesse nei
confronti delle pratiche meditative, in particolare della mindfulness. Infatti, a partire dagli anni Settanta sono
nate diverse forme di intervento clinico mindfulness-based. Tra queste, Jon Kabat-Zinn ha sviluppato il
training Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), cioè il programma sistematico della durata di 8
settimane basato sull’insegnamento di pratiche meditative di consapevolezza, il cui obiettivo è quello di
imparare a gestire e ridurre lo stress.
Obiettivi: La presente ricerca sperimentale ha l’obiettivo di contribuire ad ampliare le conoscenze
relative agli effetti della mindfulness sui processi cognitivi. Nello specifico, viene analizzata la relazione tra
mindfulness e flessibilità cognitiva. In particolare, l’oggetto di studio è la capacità del programma MBSR di
modificare lo stile cognitivo olistico vs. analitico in relazione alle richieste del compito sperimentale.
Metodo: La ricerca ha coinvolto un campione di 37 soggetti. Nello specifico sono stati formati due
gruppi sperimentali, uno costituito dai partecipanti al training MBSR (N=13, 35,1%) e uno formato da
soggetti di controllo (N=24, 64,9%), questi ultimi reclutati all’interno di liste d’attesa o newsletter dei centri
di mindfulness e all’interno di un gruppo di interesse presente su un noto social network. Ai soggetti
sperimentali è stato chiesto di rispondere al Five Facet Mindfulness Questionnaire e di svolgere il Navon
Letter Task (un compito di misura dello stile cognitivo; Navon, 1977). Dal momento che il training MBSR
ha durata di 8 settimane, i test sono stati somministrati in due momenti diversi: il Tempo 1 (t1) corrisponde
alla settimana 0 e il Tempo 2 (t2) corrisponde alla settimana 9. Il gruppo sperimentale, quindi, ha svolto i test
prima dell’inizio del training e alla fine delle 8 settimane, mentre il gruppo di controllo, che non ha ricevuto
nessun tipo di trattamento tra il t1 a il t2, ha comunque svolto i test a distanza di 8 settimane.
Risultati: Dall’analisi dei dati relativi al Navon Letter Task emerge che sia il gruppo sperimentale sia
il gruppo di controllo tendono a diventare più veloci al t2. Tuttavia, i soggetti che hanno partecipato al
training MBSR mostrano un tempo di elaborazione dello stimolo minore al t2 rispetto ai soggetti di
controllo, in particolare nella condizione dello stile cognitivo analitico (caratterizzato dall’elaborazione dei
dettagli di uno stimolo). Seppur in modo non statisticamente significativo, sono emersi tempi di elaborazione
ridotti anche nel compito che implicava uno stile cognitivo olistico.
Conclusione: I soggetti appartenenti al gruppo sperimentale, dopo il training MBSR, sono
cognitivamente più flessibili, cioè sono in grado di adattare in tempi più brevi lo stile cognitivo
olistico/analitico a seconda delle richieste del compito, in particolare per quanto riguarda lo stile cognitivo
analitico.
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Parole chiave: mindfulness, MBSR, flessibilità cognitiva, olistico, analitico

Background: There is a growing interest in the scientific research field about meditative practice, in
particular about mindfulness. So, different kind of mindfulness-based clinical interventions have been
created. Jon Kabat-Zinn has developed the Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR) training. This is an
8-week program based on the teaching of meditative practices about awareness, whose aim is to learn how to
decrease and cope with stress.
Objective: The aim of this experimental study is to contribute to the expansion of the current
knowledge about the effects of mindfulness practice on cognitive processes. In particular, it has been
investigated the relation between mindfulness and cognitive flexibility. Specifically, the subject matter of the
research is the ability to shift between global and local cognitive styles depending on experimental task’s
request.
Method: The study includes 37 experimental subjects divided into two experimental groups: one is
constituted by MBSR’s participants (N=13, 35,1%), recruited within mindfulness centre’s waitlist or
newsletters, while the other is the control group (N=24, 64,9%). Subjects were asked to complete the Five
Facet Mindfulness Questionnaire (FFMQ) and to carry out the Navon Letter Task (a task that measures the
cognitive style; Navon, 1977). Because of the duration of the MBSR training, the study is made of two
different moments: Time 1 (t1) corresponds to the week 0 and Time 2 (t2) corresponds to the week 9. So,
the experimental group did the tests before the beginning of the 8-week program, and after the 8-week
program. The control group acted accordingly to this timetable, but no treatment during the 8 weeks has been
given.
Results: The analysis of the data of the Navon Letter Task shows that both the experimental and the
control group tend to be faster in t2. However, a group effect is present only in the experimental group: the
training MBSR’s participants show a shorter stimulus processing time than the control group, especially in
the local cognitive style’s condition (characterized by the processing of stimulus’ details). The experimental
group also shows a global effect, but it isn’t statistically relevant.
Conclusion: The MBSR’s participants show a more flexible cognitive response, that means that they
are able to fit their global or local cognitive styles faster than the control group, depending on the
experimental task’s requests. In particular, this effect is evident in the local cognitive style.

Keywords: mindfulness, MBSR, cognitive flexibility, global, local

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Introduzione
Mindfulness
Negli ultimi quarant’anni la comunità scientifica ha mostrato sempre maggiore interesse nei
confronti della mindfulness, intesa come costrutto psicologico e come vera e propria forma di intervento
clinico, tanto che Martin (1997) l’ha proposta come fattore comune alle diverse scuole di psicoterapia. Sono
state date diverse definizioni di mindfulness, cioè della pratica di meditazione che permette di coltivare la
consapevolezza del momento presente (Ludwig, Kabat-Zinn, 2008). Precisamente, Kabat-Zinn (2003)
definisce la mindfulness come “the awareness that emerges through paying attention on purpose, in the
present moment, and nonjudgmentally to the unfolding of experience moment by moment” (p. 145).
Le radici della mindfulness sono da ricercare nel contesto della tradizione buddhista circa 2500 anni
fa, quando la pienezza della consapevolezza mentale era una qualità raggiungibile solo da pochi soggetti alla
ricerca dell’illuminazione. Si trattava quindi di una pratica fortemente caratterizzata da credenze di carattere
religioso.
A partire al 1970 la mindfulness è entrata a far parte del panorama scientifico e metodologico
occidentale (Baer, 2003; Brown & Ryan, 2003; DeVibe et al., 2012), laicizzandosi progressivamente. Anche
la ricerca scientifica ha rivolto progressivamente sempre maggiore attenzione al costrutto, determinando
l’aumento esponenziale delle pubblicazioni scientifiche.
Oggi possiamo pensare alla mindfulness come ad una qualità intrinseca dell’essere umano,
misurabile attraverso strumenti standardizzati indipendentemente da credenze religiose, spirituali o culturali.
Nel corso del tempo sono nati programmi standardizzati per la cura, inizialmente, di pazienti ospedalizzati
(Kabat-Zinn, 1982). In particolare, Jon Kabat-Zinn ha sviluppato il training Mindfulness Based Stress
Reduction (MBSR), cioè il programma sistematico della durata di 8 settimane basato sull’insegnamento di
pratiche meditative di consapevolezza. L’obiettivo del training MBSR è imparare a gestire e ridurre lo stress.
Le evidenze empiriche suggeriscono notevoli benefici sia sulla popolazione clinica, sia sulla popolazione
non clinica, tanto che la pratica di mindfulness è andata diffondendosi anche tra persone senza patologie
conclamate. In particolare, il programma MBSR viene offerto da numerose strutture sanitarie, soprattutto
negli USA (Santorelli, 1999). Viene applicato generalmente a pazienti con dolore fisico cronico, patologie
come cancro o disturbi mentali (ansia, depressione e burnout). Inoltre, risulta essere efficace anche
all’interno di popolazioni non cliniche, come studenti, psicoterapeuti, dipendenti aziendali, manager e
detenuti (DeVibe et al., 2012).
Partendo dalla definizione di mindfulness prodotta da Kabat-Zinn, è evidente che una componente
essenziale della pratica di mindfulness è l’attenzione (Moore & Malinowski, 2009): la mindfulness consiste
nel prestare attenzione al momento presente in modo intenzionale e non giudicante. In questo senso, la
pratica di mindfulness implica uno spostamento del focus attentivo sul momento presente, una
consapevolezza del qui ed ora, un’interruzione di schemi di pensiero e d’azione automatici (chiamati pilota
automatico; cit. Kabat-Zinn, 2003).
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Considerate le evidenze empiriche presenti in letteratura, risulta particolarmente interessante
comprendere i meccanismi cognitivi sottostanti alla mindfulness e di conseguenza anche all’efficacia degli
interventi mindfulness-based. La presente ricerca va proprio in questa direzione, ponendosi come obiettivo
quello di indagare la relazione tra mindfulness e flessibilità cognitiva.

Flessibilità cognitiva
La flessibilità cognitiva fa parte delle funzioni esecutive, ossia il complesso sistema di funzioni di
ordine superiore che regolano i processi di pianificazione, controllo e coordinazione del sistema cognitivo. In
particolare, le funzioni esecutive riguardano: l’organizzazione e la coordinazione delle azioni necessarie per
il conseguimento di un obiettivo, lo spostamento dell’attenzione sulle diverse informazioni a seconda delle
esigenze interne ed esterne e l’attivazione o l’inibizione di strategie o comportamenti appropriati o non
appropriati. Quindi, qualsiasi situazione di problem solving e di decision making necessita di un buon
funzionamento e di un buon utilizzo delle funzioni esecutive.
La flessibilità cognitive viene definita come:
-

”The ability to shift avenues of thought and action in order to perceive, process and respond

to situations in different ways” (Eslinger & Grattan, 1993, p. 17);
-

“A person's (a) awareness that in any given situation there are options and alternatives

available, (b) willingness to be flexible and adapt to the situation, and (c) self-efficacy in being flexible. In
any given situation, a person has a choice about how to behave” (Martin & Rubin, 1995, p. 195);
Dunque, la flessibilità cognitiva può essere pensata come il meccanismo che permette di attivare
dinamicamente e modificare processi cognitivi, a seconda delle richieste esterne, per rendere maggiormente
efficace la performance: quando le richieste ambientali o gli elementi contestuali cambiano, il sistema
cognitivo deve adattarsi a tale cambiamento. Tale adattamento può avvenire attraverso un processo che
prevede lo spostamento dell’attenzione, la selezione delle informazioni sulle quali costruire la risposta, lo
sviluppo di un piano o una strategia per rispondere al mutamento del sistema. La flessibilità è data quindi
dalla buona riuscita di questo processo (Deàk, 2003). Di conseguenza, generalmente, le persone con scarsi
livelli di flessibilità cognitiva sono considerate rigide e ritualistiche, difficilmente adattabili a situazioni
nuove o a cambiamenti procedurali (Anderson, 2002). I cosiddetti flexible thinker, al contrario, quando si
trovano di fronte a una serie di possibili modi per comprendere e rispondere ad un problema, scelgono una
modalità che limita il range di possibilità. Nello stesso tempo, le informazioni selezionate possono essere
passibili di cambiamento a seconda delle richieste ambientali. In questo modo, se l’ambiente propone un
problema nuovo, il sistema cognitivo può spostare il focus su altre informazioni (Deàk, 2003).
La cognitive flexibility implica la capacità di modificare le risposte e gli schemi comportamentali
abituali per adattarsi alle richieste ambientali nuove e mutevoli. Anche per quanto riguarda questo secondo
costrutto, lo shift attentivo è una componente essenziale del processo. La presente ricerca di focalizza sulla
flessibilità cognitiva in relazione allo stile cognitivo olistico e analitico.

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Stile cognitivo olistico e analitico

Lo stile cognitivo è il costrutto psicologico che fa riferimento alle caratteristiche del
funzionamento cognitivo individuale, cioè alle differenze qualitative e quantitative nei processi di
acquisizione della conoscenza (Ausburn & Ausburn, 1978). In letteratura possiamo individuare la
seguente definizione di stile cognitivo: “L’insieme delle differenze individuali nel modo di percepire,
pensare, risolvere i problemi, apprendere e relazionarsi agli altri” (Witkin, Moore, Goodenough & Cox,
1977).
Lo stile cognitivo fa riferimento, nello specifico, alle modalità stabili e tipiche dell’individuo di
acquisire, elaborare e organizzare le informazioni. Quindi, può essere considerato come una dimensione
psicologica trasversale ai diversi domini cognitivi. Per questo, ha un ruolo cruciale nel modo in cui gli
individui analizzano le informazioni ambientali, le organizzano e le interpretano e nel modo in cui tali
interpretazioni vengono integrate all’interno di modelli mentali e di teorie soggettive che guidano e regolano
il comportamento e le decisioni (Allinson & Hayes, 1996).
In letteratura, una delle classificazioni prevalenti relative allo stile cognitivo è quella che individua
due specifiche polarità: stile cognitivo olistico vs. stile cognitivo analitico. Questa distinzione nasce
all’interno della psicologica cognitiva, in particolare con gli studi di Navon (1977). Navon sostiene che le
persone possono percepire ed elaborare lo stesso evento e situazione in modi diversi. Nello specifico, un
individuo può focalizzarsi sui dettagli strutturali e funzionali oppure può prestare attenzione al pattern
globale, cioè la figura, scena o evento nella sua globalità. In altre parole, le persone possono guardare la
foresta o gli alberi (Navon, 1977). Tecnicamente, quindi, le persone hanno stili di elaborazione differenti.
Quando viene attivato uno stile olistico il focus attentivo e percettivo è rivolto alla gestalt di uno stimolo,
mentre quando viene adottato uno stile analitico l’attenzione è indirizzata ai dettagli (Navon, 1977; Schooler,
2002). Per comprendere la differenza tra processi di elaborazione olistico e analitico è utile soffermarsi sul
Navon Letter Task (Navon, 1977), basato sulla global dominance hypothesis, secondo la quale le persone, di
default, guardano la foresta piuttosto che gli alberi. Nel Navon Letter Task vengono presentate al soggetto
sperimentale una serie di lettere composte da lettere di dimensioni minori. Navon mostra che i soggetti, posti
di fronte al compito sperimentale, sono più veloci ad identificare la lettera target a livello olistico piuttosto
che a livello analitico.
Alla luce della relazione tra lo stile cognitivo olistico/analitico e le diverse variabili moderatrici
individuate dal modello GLOMOsys (vedi Förster e Dannenberg, 2010), l’efficacia e la capacità di modificare
lo stile cognitivo olistico vs. analitico risultano essere di particolare rilevanza nella vita quotidiana. Il
modello si inserisce all’interno dell’ innovativo e integrativo approccio di Förster e Dannenberg (2010). Gli
autori hanno sviluppato un modello esplicativo relativo all’elaborazione olistica e analitica, cioè il modello
chiamato GLOMOsys. Questo modello si basa su cinque assunti derivati dalla ricerca sul tema, ricavati
integrando i risultati teorici precedentemente pubblicati. Il modello GOMOsys suggerisce i seguenti assunti:
-

Processing shift: la percezione olistica vs. analitica si attiva anche in altri compiti.

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-

Percept-concept-links: gli stili di elaborazione percettiva sono collegati agli stili di
elaborazione concettuale.

-

Triggers of processing: l’elaborazione percettiva e concettuale è elicitata da diverse variabili
della realtà.

-

Una psychological “glue”: esistono fattori comuni, che fungono da “colla” psicologica, su
cui sia basano l’elaborazione percettiva e concettuale.

-

Due processing systems: il sistema olistico elabora gli elementi nuovi e il sistema analitico
elabora gli eventi noti.

Mindfulness e flessibilità cognitiva
L’intrinseco legame tra cognitive flexibility e processi attentivi (Cañas, Quesada, Antolí, & Fajardo,
2003) rende particolarmente interessante lo studio dell’effetto della pratica mindfulness sulla flessibilità
cognitiva.
La cognitive flexibility permette agli individui di trovare soluzioni non usuali quando si interfacciano
con problemi nuovi. Questo è possibile grazie all’abilità costitutiva della cognitive flexibility a interrompere
le risposte automatiche, deautomatizzandole (Moore & Malinowski, 2008). A questo proposito, è
particolarmente interessante il tema della automatizzazione e della deautomatizzazione in relazione alla
pratica meditativa.
Shiffrin and Schneider (1977) sostengono che i processi cognitivi siano classificabili in due gruppi:
processi cognitivi controllati e processi cognitivi automatici. Gli autori sottolineano che gli ‘‘automatic
[processes] do not require attention, though they may attract it if training is inappropriate, and they do not
use up short-term memory capacity” (Shiffrin & Schneider, 1977, p. 38). Questo significa che i processi
cognitivi automatici si attivano in modo indipendente e parallelo all’attenzione. Spelke, Hirst e Neisser
(1976) sostengono che alcuni processi cognitivi siano automatici a base innata, mentre altri possano
diventarlo con la pratica. Di conseguenza, quando un processo viene automatizzato tende ad essere messo in
atto senza sforzo alcuno e in modo non intenzionale. Un processo cognitivo automatico, quindi, difficilmente
può essere interrotto o previsto (Moore & Malinowski, 2008). Nel panorama attuale, diversi autori hanno
studiato la possibilità che un processo cognitivo automatico (o divenuto tale) possa essere effettivamente
riportato sotto il controllo top-down. Se partiamo dal presupposto che i processi cognitivi automatici si
attivano in modo indipendente rispetto all’attenzione (Shiffrin & Schneider, 1977), allora la
deautomatizzazione degli stessi è possibile grazie a un reinvestimento dell’attenzione nei confronti delle
azioni e dei comportamenti (Deikman, 1963, 1966, 2000).
A questo propostito, Moore e Malinowski (2008) scrivono: “Considering the definition of
mindfulness as ‘‘bringing one’s complete attention to the present experience on a moment-to-moment basis”
(Marlatt & Kristeller, 1999, p. 68), the potential link to processes of deautomatisation becomes obvious” (p.
178). In questo senso gli autori ipotizzano che se un training di mindfulness implementa l’abilità di investire

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la propria attenzione al momento presente, allora sia possibile, attraverso la pratica, portare i processi
cognitivi automatici (o divenuti tali) sotto il controllo cognitivo.

Obiettivi dello studio sperimentale
Alla luce delle evidenze empiriche presenti in letteratura, possiamo individuare un macro-obiettivo e
due obiettivi sperimentali della presente ricerca: il macro-obiettivo consiste nell’ampliare la conoscenza
relativa ai processi sottostanti e agli effetti della pratica mindfulness. Dunque, l’obiettivo è esplorare gli
effetti della pratica mindfulness sugli aspetti cognitivi del funzionamento mentale, in particolare sulla
flessibilità cognitiva.
In particolare, il presente studio sperimentale si articola sulla base di due specifici obiettivi:
-

indagare se esiste un effetto della pratica mindfulness sulla flessibilità cognitiva;

-

comprendere quale sia l’effetto della pratica mindfulness sulla flessibilità cognitiva, in

termini di elaborazione olistica/analitica. Nello specifico, l’obiettivo è comprendere se l’effetto della pratica
mindfulness, in particolare del programma MBSR, sugli stili cognitivi sia specifico o generalizzato. In altre
parole, lo scopo è capire se la pratica mindfulness ha un effetto solo a livello olistico o solo a livello analitico
oppure sia a livello olistico sia a livello analitico.

Ipotesi
Sebbene nel panorama scientifico attuale non siano presenti studi specifici sul legame tra
mindfulness e cognitive flexibility, possiamo individuare in letteratura diversi studi di particolare importanza
per la comprensione preliminare di tale legame. Recenti studi, infatti, mostrano una relazione significativa tra
pratica meditativa e funzioni attentive (Jha, Krompinger, & Baime, 2007; Pagnoni & Cekic, 2007; Slagter et
al., 2007; Valentine & Sweet, 1999). Nonostante questo, Moore e Malinowski (2008) sottolineano che “the
link between cognitive flexibility and mindfulness and its possible relevance for everyday life remains
unclear” (p. 177).
Dunque, partendo dal presupposto che, come descritto precedentemente, la flessibilità cognitiva
permette di interrompere o deautomatizzare risposte abituali e automatiche, in modo tale da poter rispondere
a situazioni nuove sviluppando strategie innovative e che la mindfulness permette di prestare attenzione al
momento presente disattivando il pilota automatico, allora possiamo ipotizzare che:
-

il training Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) incrementi la flessibilità cognitiva

dei partecipanti appartenenti al gruppo sperimentale rispetto a un gruppo di controllo;
-

i partecipanti al training Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) siano più veloci nello

shift tra stile cognitivo olistico e stile cognitivo analitico richiesto dal compito implicito (Navon Letter Task).

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Metodo
Partecipanti
Hanno preso parte allo studio 37 soggetti, di questi, 13 soggetti (35,1%) hanno partecipato al training
Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) e 24 soggetti (64,9%) appartengono al gruppo di controllo.
L’età media dei partecipanti è di 41,97 (DS = 12,02) anni, con un massimo di 70 e un minimo di 21 anni. 9
partecipanti sono di genere maschile (24,3%), mentre i restanti 28 (75,7%) sono di genere femminile. Tutti i
partecipanti sono di nazionalità italiana.

Procedura sperimentale
La ricerca prevede due gruppi sperimentali: il gruppo di parteciparti all’MBSR, costituito da soggetti
che hanno partecipato al training e il gruppo di controllo, costituito da soggetti appartenenti alle liste d’attesa
e alla newsletter dei centri di mindfulness e a un gruppo di interesse nei confronti della mindfulness presente
all’interno di un noto social network. I soggetti sperimentali sono stati reclutati all’interno di quattro centri
che si dedicano all’insegnamento della pratica mindfulness, precisamente a Milano, Brescia e Pescara.
Considerando la durata standard del training MBSR (i.e., 8 settimane), i test sono stati somministrati
in due momenti, sia per il gruppo sperimentale, sia per il gruppo di controllo: il t1, cioè la settimana 0 e il t2,
cioè la settimana 9. In questo senso, per il gruppo sperimentale il t1 corrispondeva alla settimana precedente
all’inizio del training MBSR e il t2 corrispondeva alla settimana immediatamente successiva alla fine del
training MBSR. La suddivisione temporale è stata rispettata anche per il gruppo di controllo, che però non è
stato sottoposto a nessun tipo di trattamento.
Il paradigma olistico/analitico è stato scelto perché offre un’operazionalizzazione appropriata dello
stile cognitivo olistico/analitico e permette di esplorare il costrutto della flessibilità cognitiva, intesa come
abilità di cambiamento da uno stile di elaborazione olistico a uno stile di elaborazione analitico a seconda
della richiesta del compito. Questo paradigma si basa sull’idea secondo cui una scena visiva può essere
concepita come un insieme gerarchico composto da altre sub-scene interrelate tra loro da relazioni spaziali
(Kimchi, 1992). Dunque, la percezione olistica della scena e dello stimolo dipende dal posto occupato nella
gerarchia dalle sub-scene: gli elementi posti gerarchicamente a livelli più alti sono percepiti in modo olistico,
mentre gli elementi gerarchicamente inferiori sono elaborati in modo analitico. Ad esempio, un’auto ha
alcune proprietà olistiche come la forma e il colore, e altre proprietà analitiche, come le ruote o i sedili,
ognuna delle può essere considerata a sua volta olistica in relazione alle sue specifiche componenti.
Il substrato teorico del paradigma olistico/analitico di Navon si basa sull’ipotesi di una global
precedence: gli aspetti olistici di uno stimolo o di una scena vengono percepiti più velocemente rispetto agli
aspetti analitici. Infatti, il sistema percettivo, a cui fa riferimento lo stile cognitivo, è organizzato
temporalmente. Questo significa che quando un individuo si trova di fronte a uno stimolo, questo non viene
tanto costruito, ma piuttosto viene decomposto. In altre parole, il soggetto elabora percettivamente una scena

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o uno stimolo zoomando sugli aspetti analitici a partire dal pattern globale. Il processo percettivo, quindi,
segue una direzione “global to local”.
L’ipotesi della global precedence è stata esplorata attraverso lo studio della percezione dei
hierarchical pattern, cioè figure costituite da figure più piccole combinate e organizzate tra loro in modo tale
da formarne una di dimensioni maggiori (Kinchla, 1974, 1977). All’interno di questo paradigma, gli stimoli
gerarchici sono costituiti dalle cosiddette Navon letter. Le Navon letter hanno una duplice identità: una
come lettere di grandi dimensioni e una come lettere di dimensione minore.
Questi hierarchical pattern, sottoforma di lettere, soddisfano due criteri indicati da Navon (1977,
1981) come necessari per la validità dell’ipotesi della global precedence: il pattern globale (lettere di grandi
dimensioni) e analitico (lettere di piccole dimensioni) sono ugualmente identificabili, complessi e noti, di
conseguenza l’unico parametro per il quale differiscono è la globality, cioè la loro posizione all’interno della
gerarchia (Navon, 1977). In altre parole, a livello gerarchico, la lettera di grandi dimensioni si pone a livello
olistico, mentre le lettere più piccole si pongono a livello analitico. In secondo luogo, i due pattern devono
essere indipendenti l’uno dall’altro, quindi il soggetto non può effettuare nessun tipo di predizione.

Misure
Alla luce del paradigma sopradescritto e della cornice teorica di riferimento, la presente ricerca
sperimentale prevede l’utilizzo dei seguenti strumenti con l’obiettivo di misurare i costrutti descritti nei
capitoli precedenti.
Il primo costrutto teorico, la mindfulness, è stato misurato attraverso la somministrazione del Five
Facet Mindfulness Questionnaire (FFMQ) (Baer et al., 2006). Il FFMQ è un questionario self-report per
l’assessment della mindfulness. Le cinque component skill misurate sono:
-

Observing: valuta la capacità di notare e prestare attenzione all’esperienza interna, come le

sensazioni, le emozioni, i pensieri e all’esperienza esterna, cioè la vista, i suoni, i sapori e gli odori.
-

Describing: valuta la capacità di denominare e parlare dell’esperienza interna.

-

Acting with awareness: misura la capacità di partecipare all’esperienza del momento,

all’attività che si sta svolgendo nel presente. Il pilota automatico, cioè la tendenza a mettere in atto i
comportamenti in modo meccanico, focalizzando l’attenzione altrove, non permette di agire con
consapevolezza.
-

Nonjudging of inner experience: misura la capacità di assumere una prospettiva priva di

giudizi relativamente ai propri pensieri e sentimenti.
-

Nonreactivity to inner experience: misura la tendenza individuale a permettere a pensieri e

sentimenti di andare e venire, senza essere travolti o sommersi dagli stessi.
La FFMQ ha una buona consistenza interna, con un coefficiente alfa che va da .75 a .91.
Il secondo costrutto teorico, la flessibilità cognitiva, è stata misurata utilizzando il Navon Letter Task
(Navon, 1977). Si tratta di un compito cognitivo che richiede di identificare una serie di Navon letter
presentate in successione. Una Navon letter è formata da lettere di piccole dimensioni ripetute in modo tale
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da formarne una di maggiori dimensioni. In particolare, al soggetto sperimentale viene chiesto di identificare
la lettera che appare sullo schermo, elaborando quindi lo stimolo a livello olistico o le lettere di dimensioni
minori, attivando quindi un’elaborazione analitica. In questo modo, il Navon Letter Task permette di elicitare
sia uno stile olistico sia uno stile analitico, a seconda della richiesta. Nello specifico, nella presente ricerca, ai
soggetti è stato chiesto di identificare la lettera L e la lettera H sia a livello analitico sia a livello olistico,
premendo il tasto corrispondente sulla tastiera del computer. Ad esempio, come mostra la Figura 1, sulla
schermata può comparire la lettera H costituita piccole lettere F, in questo caso il soggetto dovrà attivare uno
stile di elaborazione olistico per percepire la lettera H e premere il tasto corretto (Figura 1a). In un secondo
caso, potrebbe apparire la lettera T formata da piccole lettere H, quindi il soggetto dovrebbe adottare uno
stile di elaborazione analitico per percepire la lettera H (Figura 1b).
Infine, ai soggetti sperimentali sono stati chiesti i dati socio-anagrafici personali, in particolare:
genere, età, nazionalità, professione. Al termine della compilazione del questionario e dello svolgimento del
Navon Letter Task, ogni soggetto ha inserito un codice ottenuto combinando lettere e cifre in modo
standardizzato, quindi uguale per tutti, il modo tale da garantire il riconoscimento e la corrispondenza tra
scala e compito implicito e tra test al t1 e test al t2.

Risultati
Il primo costrutto è stato misurato attraverso la somministrazione del Five Facet Mindfulness
Questionnaire (FFMQ) (Baer et al., 2006). E’ stata effettuata un’analisi con il Test t di Student per campioni
indipendenti con l’obiettivo di confrontare le medie ottenute dai due gruppi sperimentali e per verificare se
l’eventuale differenza fosse significativa e non dovuta al caso. Il Test t di Student non mostra significatività
per nessuna delle dimensioni costitutive della scala. Nello specifico, le medie delle dimensioni Non Judging
(t(40) = .66, p=.51), Observing (t(40) = 1.44, p= .18) , Describing (t(40) = .11, p= .29), Acting with
awareness (t(40) = .28, p= .86), Non reactivity (t(40) = 2.44, p= .32), Interpersonal sensitivity (t(40) = 2.55,
p= .38) non sembrano significativamente differenti nei due gruppi sperimentali.
E’ possibile supporre che questo risultato sia dovuto alla ridotta numerosità del campione
sperimentale.
Il secondo costrutto, la cognitive flexibility, è stato misurato attraverso il Navon Letter Task (Navon,
1977).
In primo luogo, abbiamo verificato la presenza di possibili differenze nello stile cognitivo al Tempo
1. Questa analisi ha permesso di verificare la presenza di differenze preesistenti al trattamento sperimentale.
Come mostra la Tabella 1, il gruppo sperimentale non differisce, al Tempo 1, dal gruppo di controllo in
termini di stile cognitivo.
Secondariamente, abbiamo indagato l’effetto del trattamento sullo stile cognitivo misurato al Tempo
2. Per fare questo, abbiamo calcolato un punteggio pari alla differenza tra lo stile cognitivo misurato al
Tempo 2 al netto dello stile cognitivo misurato al Tempo 1. Nello specifico, il punteggio è stato ottenuto
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sottraendo Tempo2 - Tempo1 (Δ = T2 - T1). In questo modo, è stato possibile analizzare l’effetto del training
MBSR sui tempi di reazione a livello analitico e olistico. Il delta ottenuto ci ha permesso di ricavare la
differenza tra performance al Tempo 2 (post trattamento) al netto della baseline individuale.
La Tabella 2 mostra i risultati dell’analisi con il Test t di Student per campioni indipendenti. La
suddetta analisi ha l’obiettivo di confrontare le medie ottenute dai due gruppi sperimentali in modo tale da
verificare se l’eventuale differenza fosse significativa e non dovuta al caso. Come mostra la Tabella 2, i
soggetti appartenenti al gruppo sperimentale, rispetto a quelli del gruppo di controllo, mostrano un
incremento significativo della rapidità di risposta corretta al Navon Task per quanto riguarda lo stile
cognitivo analitico. I dati mostrano anche una riduzione più consistente nei tempi di reazione sullo stile
cognitivo olistico per il gruppo MBSR, ma questa differenza non raggiunge la significatività statistica.
Quindi, il test T di Student per campioni indipendenti relativo al Navon Letter Task mostra che sia il
gruppo sperimentale sia il gruppo di controllo tendono a diventare più veloci al Tempo 2, infatti, come si
evince dalla Tabella 2, i valori vanno nella stessa direzione. In particolare, il gruppo sperimentale, cioè i
soggetti che hanno partecipato al training MBSR di 8 settimane, mostra un tempo di elaborazione minore al
Tempo 2 rispetto al Tempo 1, sia nella condizione global sia nella condizione local. Allo stesso modo, anche
il gruppo di controllo risulta essere più veloce al Tempo 2 rispetto al Tempo 1, sia nella condizione global sia
nella condizione local. Tuttavia, possiamo riscontrare un effetto gruppo solo per quanto riguarda il gruppo
sperimentale. Nello specifico, il gruppo sperimentale risulta essere significativamente più veloce al Tempo 2
e in particolare quando viene richiesta un’elaborazione dello stimolo analitico. Pur non raggiungendo la
significatività, è presente anche un effetto global nel gruppo sperimentale.
In altre parole, i delta ricavati dal test T di Student per campioni indipendenti mostrano che al Tempo
2 i soggetti dei due gruppi elaborano gli stimoli più velocemente rispetto al Tempo 1. Infatti, la differenza tra
performance al Tempo 2 (post trattamento) al netto della baseline individuale è di segno negativo, sia per il
gruppo sperimentale sia per il gruppo di controllo, in entrambe le condizioni sperimentali global/local.
Questo significa che viene registrata una diminuzione a livello temporale, in termini di millisecondi, del
tempo necessario ai soggetti per elaborare gli stimoli presentati dal Navon Letter Task.

Discussione
Nel presente studio, basato sul classico paradigma olistico/analitico di Navon (1977), abbiamo
indagato il legame tra due costrutti: la mindfulness e la cognitive flexibility.
La letteratura esistente e i risultati empirici mostrano un chiaro legame tra mindfulness e processi
cognitivi, in particolare legati all’attenzione. Kabat-Zinn (2003) propone la seguente definizione operativa di
mindfulness: “the awareness that emerges through paying attention on purpose, in the present moment, and
nonjudgmentally to the unfolding of experience moment by moment” (p. 145). Amadei (2013) scompone tale
definizione, individuando gli elementi che caratterizzano la mindfulness. Tra questi viene identificata

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l’attenzione focalizzata, cioè orientata in modo esclusivo verso un determinato oggetto scelto come centro
del focus attentivo.
Sempre in questa direzione, Goldstein (2002) inquadra la mindfulness come la fondamentale
posizione attenzionale alla base delle diverse pratiche meditative tradizionali. E’ evidente che l’attenzione sia
una componente essenziale e fondante della mindfulness.
Bishop e colleghi elaborano un modello e definiscono la mindfulness come: “the self-regulation of
attention, which involves sustained attention, attention switching, and the inhibition of elaborative
processing” (p. 233, 2004) e “a process of regulating attention in order to bring a quality of nonelaborative
awareness to current experience and a quality of relating to one’s experience within an orientation of
curiosity, experiential openness, and acceptance” (p. 234, 2004).
Il modello proposto prevede due componenti della mindfulness, una delle quali è la self-regulation of
attention, cioè la capacità di mantenere l’attenzione sull’esperienza immediata, in modo tale da avere la
possibilità di riconoscere gli eventi mentali che caratterizzano il momento presente, attraverso la
focalizzazione dell’attenzione. La consapevolezza del momento presente è possibile grazie a tre fattori, in
particolare lo switching, cioè la capacità di utilizzare l’attenzione in modo flessibile, cambiando il focus
attentivo da un oggetto ad un altro (Jersild, 1927; Posner, 1980). Pur riconoscendo i limiti del modello di
Bishop e colleghi individuati da Jon Kabat-Zinn, risulta evidente l’enfasi posta sui processi cognitivi
sottostanti la mindfulness, in particolare l’attenzione e la capacità di spostare il focus attentivo.
Le evidenze empiriche a sostegno delle ipotesi teoriche sono particolarmente importanti per
comprendere l’effetto della mindfulness sul funzionamento mentale a livello cognitivo, anche per fare
ulteriore chiarezza sulle ipotesi formulate e i risultati ottenuti nel presente studio sperimentale.
Nello specifico, in letteratura sono presenti studi che esplorano la correlazione tra variabili cognitive
e mindfulness di tratto, definita come “una tendenza generale, caratterizzante ad essere mindful nella vita
quotidiana” (Keng, Smoski e Robins, 2011, p. 4), quindi una caratteristica stabile e mantenuta nel tempo. La
mindfulness di tratto, infatti, risulta essere correlata positivamente alla flessibilità cognitiva (Moore e
Malinowski, 2009) e negativamente alla reattività cognitiva (Raes, Dewulf, Van Heeringen, & Williams,
2009). Le ricerche empiriche sulla correlazione tra meditazione di mindfulness e funzionamento cognitivo
mostrano che dalla comparazione tra un gruppo di praticanti di mindfulness con un gruppo di non praticanti
in una serie di studi basati su misure performance-based, si evince che una pratica di meditazione costante è
associata a un incremento della flessibilità cognitiva e della duttilità dell’attenzione (Hodgins & Adair, 2010;
Moore & Malinowski, 2009).
L’analisi della letteratura permette di comprendere il legame tra mindfulness e flessibilità cognitiva.
Nello specifico, la cognitive flexibility permette agli individui di trovare soluzioni non usuali quando si
interfacciano con situazioni inaspettate e nuove che richiedono l’utilizzo di strategie innovative di
risoluzione dei problemi. Questo è possibile grazie all’abilità costitutiva della cognitive flexibility a
interrompere le risposte automatiche, deautomatizzandole (Moore & Malinowski, 2009). In questo senso, è
particolarmente interessante il tema della automatizzazione e della deautomatizzazione dei processi cognitivi
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in relazione alla pratica meditativa, in particolare alla mindfulness. In particolare, partendo dalla distinzione
tra processi cognitivi automatici, quindi indipendenti dall’attenzione, e processi cognitivi controllati (Shiffrin
& Schneider, 1977), si può ragionevolemente pensare che la deautomatizzazione degli stessi sia possibile
grazie a un reinvestimento dell’attenzione nei confronti delle azioni e dei comportamenti (Deikman, 1963,
1966, 2000). In questo senso, Moore e Malinowski (2009, p.178) sottolineano che se si considera la
mindfulness come la capacità di ‘‘bringing one’s complete attention to the present experience on a momentto-moment basis” (Marlatt & Kristeller, 1999, p. 68), allora sia chiaro il potenziale collegamento tra
mindfulness stessa e processi di deautomatizzazione, centrali nella flessibilità cognitiva. Alla luce di queste
considerazioni, gli studi di Moore e Malinowski (2008) mostrano che, se un training di mindfulness
implementa l’abilità di investire la propria attenzione al momento presente, allora è possibile, attraverso la
pratica, portare i processi cognitivi automatici (o divenuti tali) sotto il controllo cognitivo.
Considerata la letteratura sul tema, sono stati individuati un macro-obiettivo e due obiettivi
sperimentali. Il macro-obiettivo consiste nella possibilità di estendere la conoscenza relativa ai processi
sottostanti e agli effetti della pratica mindfulness. In particolare, lo scopo è quello di esplorare gli effetti della
mindfulness, e in particolare del programma Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), sugli aspetti
cognitivi del funzionamento mentale, nello specifico sulla flessibilità cognitiva.
Quindi, gli obiettivi sulla base dei quali la presente ricerca è stata sviluppata sono due. In primo
luogo indagare se esiste un effetto della pratica mindfulness sulla flessibilità cognitiva e successivamente
comprendere quale sia l’effetto della pratica mindfulness sulla flessibilità cognitiva, in termini di
elaborazione olistica/analitica. Nello specifico, l’obiettivo è comprendere se l’effetto della pratica
mindfulness, in particolare del programma MBSR, sugli stili cognitivi sia specifico o generalizzato. In altre
parole, lo scopo è capire se la pratica mindfulness ha un effetto solo a livello olistico o solo a livello analitico
oppure sia a livello olistico sia a livello analitico.
Dunque, alla luce della letteratura esistente e delle evidenze empiriche, sono state elaborate due
specifiche ipotesi sperimentali. In prima istanza, abbiamo ipotizzato che il training Mindfulness-Based Stress
Reduction (MBSR) di otto settimane incrementi la flessibilità cognitiva dei partecipanti appartenenti al
gruppo sperimentale rispetto a un gruppo di controllo. In particolare, abbiamo stabilito come seconda ipotesi
sperimentale che i partecipanti al training Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) fossero più veloci
nello shift tra stile cognitivo olistico e stile cognitivo analitico richiesto dal compito implicito (Navon Letter
Task).
Lo stile cognitivo, infatti, consiste nelle modalità tipiche e stabili dell’individuo di acquisire,
elaborare e organizzare le informazioni. In questo senso, ha un ruolo cruciale nel modo in cui gli individui
elaborano e organizzano le informazioni ambientali, e quindi le integrano all’interno di teorie mentali e
soggettive che fungono da guida per il comportamento e le decisioni (Allinson & Hayes, 1996). Lo stile
cognitivo rappresenta, quindi, una routine agita dagli individui.
In letteratura si possono individuare due principali e indipendenti dimensioni dello stile cognitivo:
Wholist-Analytic e Verbal-Imagery. In particolare, la dimensione Wholist-Analytic (WA), indagata nella
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presente ricerca, si riferisce alla tendenza individuale ad elaborare le informazioni come parti o come
insieme. In particolare, abbiamo inquadrato lo stile cognitivo olistico/analitico all’interno dell’innovativo
modello GLOMOsys, elaborato da Förster & Dannenberg (2010).
In questo caso, quindi, partendo dal presupposto che uno stile cognitivo può essere efficace o meno,
a seconda delle richieste ambientali, allora comprendiamo l’importanza della flessibilità cognitiva. Infatti, la
cognitive flexibility consente di mettere in atto uno shift tra stile cognitivo olististo e analitico, a seconda
delle richieste, in modo tale da massimizzare la performance e rispondere in modo adattivo.
Per misurare la flessibilità cognitiva abbiamo utilizzato il Navon Letter Task (Navon, 1977), proprio
perché è un compito che richiede al soggetto di cambiare focus attentivo sul pattern globale o sui dettagli
dello stimolo, a seconda della richiesta sperimentale. In questo modo è stato possibile valutare la velocità e
l’accuratezza dei soggetti sperimentali e dei soggetti di controllo.
I risultati mostrano che sia il gruppo sperimentale sia il gruppo di controllo tendono a diventare più
veloci al Tempo 2 nel compito implicito, cioè il Navon Letter Task. In particolare, il gruppo sperimentale,
cioè i soggetti che hanno partecipato al training MBSR di 8 settimane, al Tempo 2 elaborano più
velocemente gli stimoli presentati, sia nella condizione global sia nella condizione local. Allo stesso modo,
anche il gruppo di controllo risulta essere più veloce al Tempo 2 rispetto al Tempo 1, sia nella condizione
global sia nella condizione local. Possiamo ipotizzare che, in quest’ultimo caso, si tratti di un effetto di
apprendimento, cioè i soggetti di controllo acquisiscono, con la pratica, abilità nell’esecuzione del compito e
questo consente loro di diminuire il tempo di elaborazione dello stimolo.
Tuttavia, le analisi dei dati mostrano che è possibile individuare un effetto gruppo significativo solo
per quanto riguarda il gruppo sperimentale, in particolare nella condizione local. I dati mostrano anche un
effetto global nel gruppo sperimentale, ma questo non raggiunge la significatività statistica.
Dunque, nonostante il sample sia limitato e quindi la presente ricerca sia da considerarsi preliminare
ad indagini future, lo studio mostra che la mindfuness risulta essere efficace sulla capacità dei partecipanti di
adottare uno stile cognitivo analitico, quando richiesto dal compito. Al contrario, sono assenti evidenze
conclusive per quanto riguarda la possibile efficacia della mindfulness rispetto alla capacità dei partecipanti
di adottare uno stile cognitivo olistico, quando richiesto dal compito.
Quindi, le ipotesi del presente studio possono essere solo parzialmente confermate: l’effetto del
programma MBSR non risulta essere generalizzato, cioè riscontrabile sia quando viene richiesta
un’elaborazione olistica sia analitica, ma si limita allo stile cognitivo analitico. Possiamo pensare che la nonsignificatività riscontrata della condizione global possa essere dovuta al campione estremamente limitato.

Sviluppi futuri
Un primo importante sviluppo della presente ricerca è l’ampliamento del campione sperimentale per
verificare se la parziale conferma delle ipotesi sia dovuta effettivamente alla limitatezza del sample.

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In secondo luogo, assumendo che un training di mindfulness implementi l’abilità di investire la
propria attenzione sul momento presente, e che quindi sia possibile, attraverso la pratica, portare i processi
cognitivi automatici (o divenuti tali) sotto il controllo cognitivo, allora potrebbe essere interessante studiare il
rapporto tra pratica di mindfulness e pregiudizio. Nello specifico, possiamo ipotizzare che un training di
mindfulness possa essere efficace nel controllo dei processi cognitivi automatici che determinano lo sviluppo
del pregiudizio.

Limiti
Il principale limite del presente studio è la poca numerosità del campione sperimentale. Il dato
interessante è l’elevato dropout del campione sperimentale: al t1 i soggetti che hanno risposto alla batteria
testistica proposta sono 124, mentre al t2 il numero del sample scende a 37. Alla luce di questo evidente
limite, la presente ricerca è da considerarsi preliminare a successive indagini.

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