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ALIAS DOMENICA
13 DICEMBRE 2015

«COSÌ VIOLENTEMENTE DOLCE», TERZO VOLUME DELL’EPISTOLARIO DI JULIO CORTÁZAR, DA SUR

CORTÁZAR
di ANNA

CC TI

L’autore che siamo abituati a
associare ai racconti fantastici di estiario quello stesso Cort zar che
si esercitava nelle sperimentazioni
dell’anti-romanzo contenute nel
Gioco del mondo, ha attraversato
per intero il «secolo breve» essendone un partecipe commentatore: lo
testimoniano le lettere raccolte nel
volume o violen emen e dolce il
terzo dedicato dalla casa editrice
Sur alla corrispondenza dell’autore
argentino (a cura di Giulia avagna, pp. 312, e16,00).
Nei primi due, arta car one e
hi scrive i nostri li ri, si affrontavano questioni letterarie, mentre qui
– come suggerisce il bel titolo del
volume, che ricalca quello degli
scritti di Cort zar sul Nicaragua
sandinista, anch’esso «così violentemente dolce» – si tratta di «scritti
politici». La selezione, effettuata da

La letteratura,
mia sola e amata
mitragliatrice
Giulia avagna a partire dall’edizione spagnola dello sterminato epistolario di Cort zar, presenta uno
scrittore inedito per il pubblico italiano, che fece «della letteratura la
sua mitragliatrice» – così disse in
un’intervista del 19 3 a Alberto Carbono – senza tuttavia sottrarsi

all’impegno etico e morale, dunque politico, che gli eventi straordinari del suo tempo quasi gli imposero. L’ascesa al governo di Per n
nell’Argentina degli anni cinquanta, la guerra d’Algeria, la rivoluzione cubana, l’insediamento al potere di Allende e i golpe militari in Su-

Le lettere politiche dello scrittore argentino
confermano la sua adesione intima e intuitiva
ai passaggi storici di cui fu testimone,
e quelle ingenuità che gli costarono molte critiche
VICENTE B. IBÁÑEZ

Un cantore
di contadini,
trasferito
in Argentina:
«La rabbia»
e altri racconti

di RA

C ENARDI

Forse il nome dello spagnolo Vicente
Blasco Ib ez oggi non dice granché ai lettori
italiani. Risale infatti a vent’anni fa l’ultima
pubblicazione, per la Newton Compton, di
due tra i suoi romanzi più celebri: angue e
arena (1908) e I uattro cavalieri
dell’Apocalisse (1914), da cui nei primi anni ’20
furono tratti film osannati dal pubblico, con
Rodolfo Valentino come protagonista, e
altrettanto famosi remake nel 1941 e nel 1962.
A suo tempo però l’editoria italiana non aveva
affatto ignorato questo prolifico autore: negli
anni trenta la sola Bietti pubblicò più di dieci
suoi romanzi: il fascino di questa prosa fluida e
torrenziale riverberava anche quello della sua
figura di esule – dopo una campagna di
stampa contro i governi della Restaurazione
condotta dalle pagine del suo giornale, l
Pue lo – sfuggito per miracolo a un attentato
mortale e, en passant, viaggiatore instancabile
e gran seduttore. Repubblicano, anticlericale e
massone, Blasco Ib ez si batté due volte in
duello, fondò un proprio partito, per quasi
dieci anni fu deputato, ma nel 1908
abbandonò la politica e si stabilì in Argentina,

damerica fra il 19 6 e il 1983, la rivoluzione sandinista: le lettere registrano questi rivolgimenti storici,
immortalano protagonisti e comparse ricostruendo una foto d’epoca dettagliata, non priva, tuttavia,
di zone d’ombra.
La prospettiva di Cort zar, infatti, è quella di chi vive in una posizione interstiziale – latinoamericano espatriato in Europa – che lo
espone, suo malgrado, a non poche critiche, soprattutto negli anni
in cui la costruzione identitaria
era preoccupazione insistente tra
gli intellettuali dell’America Latina. Vanno intese in quest’ottica, allora, la polemica con lo scrittore
peruviano José Mar a Arguedas,

dove creò due «colonie» destinate nelle sue
intenzioni a migliorare la situazione dei
coltivatori. Naturalmente, il tratto romantico
di un’esistenza avventurosa, all’insegna
dell’equazione arte-vita, contribuì a creargli
un’aura leggendaria. Nel 1914 diede alle
stampe I uattro cavalieri dell’Apocalisse –
storia di due famiglie di origini francesi e
tedesche sullo sfondo della prima guerra
mondiale – che gli avrebbe assicurato grande
fama negli Stati Uniti. A Parigi frequentò ola,
alla cui poetica naturalistica si ispirava, pur
senza condividerne il rigore documentario,
mentre in Italia conobbe D’Annunzio, che lo
convinse a occuparsi di cinema. Non stupisce
che a pubblicare oggi un’antologia dei suoi
racconti, selezionati lungo tutto l’arco della
sua vita – a a ia e al e o ie (introduzione
e curatela di Tiziana di Monaco e Gennaro
Schiano, che firma anche la traduzione, pp.
110, e ,00), sia la militante casa editrice
Spartaco, perché le sue opere più riuscite,
come il romanzo La arraca (in italiano, erre
maledette), secondo il giudizio unanime della
critica sono proprio quelle in cui affronta i
temi dell’ingiustizia sociale e le miserevoli
condizioni dei contadini. C’è il dramma di un

che gli rimproverava di sostenere
un universalismo aproblematico,
oppure le critiche di un gruppo di
narratori argentini su La pini n:
«Essere rivoluzionario a Parigi sembra essere la condizione più comoda e vantaggiosa per chi non si è
guadagnato l’esilio (il suo è iniziato più come un viaggio culturale
che politico, nel 19 2)».
Se l’allontanamento dall’Argentina peronista sembra quasi casuale
– una borsa di studio consentì al
giovane Cort zar di insediarsi in
Francia, dove avrebbe poi trascorso tutta la vita – la nascita della sua
coscienza politica viene descritta
nella celebre lettera a Roberto Fern ndez Retamar «Sulla situazione
dell’intellettuale latinoamericano»
come una vera e propria epifania.
All’origine di questa illuminazione
è l’esperienza della rivoluzione dei
ar udos a Cuba, «l’unico vero paese latinoamericano che ha preso in
mano la propria storia, il proprio
destino», di cui Cort zar fu un entusiasta, tenace e a volte acritico sostenitore, come prova la postura
ambigua che assunse nel cosiddetto «caso Padilla», da alcuni considerato una sorta di «affaire Dreyfus»
latinoamericano. Cort zar infatti,
insieme a un folto gruppo di intellettuali – tra cui Simone de Beauvoir, Italo Calvino, Carlos Fuentes,
Juan Goytisolo, Mario Vargas Llosa
– firmò la lettera in difesa dello scrittore cubano Heberto Padilla – accusato di contenuti controrivoluzionari per il romanzo Fuera de uego
(del 1968) – ma si dissociò dal secondo documento, inviato come replica al dictat di Castro sulle linee
politiche della cultura, perché lo ritenne troppo duro nei confronti
del governo castrista. Una fedeltà,
quella alla causa cubana e all’antimperialismo, che Cort zar continuò a mantenere a lungo, per esempio rifiutando ripetutamente incarichi nelle università statunitensi. Radicale e appassionato sarebbe stato, solo pochi anni dopo, anche il
coinvolgimento nella causa per i diritti umani in America Latina, come testimonia la sua partecipazione al Tribunale Russell, a cui lo invitò nel marzo del 19 4 Lelio Basso.
Sorprende constatare come la politica e la storia abbiano piegato alla loro logica anche l’intellettuale-cronopio che aveva fatto della
lotta alla «Grande Abitudine» il cardine della propria poetica. Eppure. Dichiarava nel 19 9 in un’intervista alla televisione spagnola contenuta in L’altro lato delle cose (a
cura di Tommaso Menegazzi, Mimesis 2014): « non sono un politico e – come ho già detto – non
possiedo idee coerenti. Posso osservare una determinata situazione, schierarmi ed esprimere ciò
che sento rispetto a tale situazione. Il mio, tuttavia, è un modo di
fare letterario». Ed è forse questa
la chiave di lettura della dimensione politica in Cort zar, che lo stesso scrittore non smise mai di ribadire, quasi a volersi giustificare, e
che queste lettere confermano:
un’adesione intima, intuitiva, umana e quindi soggetta anche a ingenuità, debolezze e contraddizioni.

Julio Cortázar sulla Senna a Parigi,
foto Archivo

secondino che finisce dietro le sbarre perché
pecca di compassione, quello di un padre che
a teatro fischia un celebre tenore che gli ha
sedotto la figlia, quello di due famiglie che si
odiano da trent’anni a causa di una vecchia
faida di sangue, tanto da innalzare un muro
divisorio, ma poi riscoprono l’umana
solidarietà di fronte a una tragedia. Ci sono le
confidenze di una prostituta che irride il
tentativo di un cliente moralista di rimetterla
sulla retta via; lo sconforto della moglie di un
tipaccio che attende in carcere la sentenza di
morte quando le annunciano che è stato
graziato, distruggendo la sua speranza di rifarsi
una vita; la ribellione di un contadino che non
si piega alle minacce dei banditi e li aspetta
nottetempo impugnando un fucile. Il più bello
è senz’altro a ia, il racconto che dà il titolo
alla raccolta e che ricorda certe storie di
Horacio Quiroga. Il più lungo, Il segreto della
aronessa, che descrive con precisione il
microcosmo di un paese dei Pirenei in cui
spadroneggia la criminale ipocrisia del clero,
rivela un po’ troppo esplicitamente le
intenzioni didattiche dell’autore. Utile
l’introduzione dei curatori, che avrebbe
figurato meglio come postfazione.

DANIEL MOYANO

La violenza
annunciata
dal «Trillo
del diavolo»
di TE AN TEDE C I

L’argentino Daniel Moyano suggerisce associazioni con il realismo
magico, ma tra le sue pagine di realismo ce n’è ben poco. Quanto a lui, affermava di essersi ispirato a afka, Pavese, Rulfo e di certo altre affinità potrebbero venire evocate con i suoi
conterranei Felisberto Hern ndez,
Haroldo Conti, Héctor Tiz n, ma alla
fin fine ci si vede costretti a riconoscere che la sua è una di quelle voci solitarie, segnate da una forma di intimo
sradicamento, che da condizione
dell’anima divenne per Moyano, era
il 19 , destino di esilio, dopo l’arresto e le torture cui venne sottoposto
dalla repressione dei militari argentini. Il romanzo l illo del diavolo (pubblicato nel 1994 da Giunti e riproposto adesso da Nottetempo nella nuova traduzione di Maria Nicola e con
l’aggiunta di nuovi racconti (pp. 230,
e 16, 0) rivela tutta la qualità della
scrittura di Daniel Moyano, autore di
una vasta opera narrativa che ha nel
Li ro de nav os
orrascas uno dei
migliori esempi narrativi sulla drammatica esperienza dell’esilio di tanti
sudamericani negli anni settanta.
Il trillo del diavolo (la cui prima edizione è del 19 , ma che venne riscritto nel 1988) fu il romanzo che segnò
il passaggio da quello che Roa Bastos
definì il suo «realismo profondo» a
una scrittura che si orienta verso una
dimensione più favolistica e fantastica, e in cui trova ampio spazio la musica, che per tutta la vita fu l’attività
professionale di Moyano. Il rillo del
diavolo è infatti un famoso pezzo virtuosistico per violino solo di Giuseppe Tartini (che si dice gli fosse stato
ispirato dal diavolo in persona), interpretato poi magistralmente da Niccolò Paganini, figura che sembra guidare il protagonista del romanzo, il giovane Triclinio, violinista anch’egli di
straordinaria bravura e di altrettanto
bizzarra originalità. Ma la musica
non entra nel romanzo solo attraverso riferimenti esterni: funziona infatti
da introduzione a uno spazio allo
stesso tempo armonioso e utopico,
in cui i suoni si oppongono, come
una barriera invisibile, all’aggressiva
violenza della metropoli, e forniscono nuove possibilità espressive alla
stessa parola letteraria, che Moyano
cerca di «sostenere in verità auditive
o sonore, uguali a quelle che sostengono la musica», come disse in un’intervista. Le pagine del romanzo si
possono allora leggere come una sorta di partitura di un’opera buffa, che
si spalanca poi improvvisamente su
tragedie indicibili.
Il romanzo si apre infatti con una
visione parodica della storia, quell’
«errore dei fondatori» che segna il destino della città di La Rio a, da cui parte l’avventura di Triclinio: in quello
spazio di lontana provincia nasce e si
forma il giovane violinista, e lì si vanno intrecciando storie di missionari
che convertono gli indios solo grazie
alla musica, o la vicenda dell’ «incredibile Spumarola», l’italiano mandato a riformare il «partito» nella provincia e che invece ne trasforma la sede
in un conservatorio. Ma anche in
quei luoghi remoti arriva la violenza
della storia, che costringe Triclinio a
migrare verso la capitale, per finire in
una delle sue villas miserias, che qui
si chiama però Villa Viol n e si rivela
come un mondo parallelo, una grande sala da concerti all’aria aperta, in
cui si possono suonare musiche scritte senza pentagrammi, inventare
nuovi strumenti, godere di melodie e
ritmi inusuali, seguire la via della creatività per opporsi e resistere prima
al dittatore Leporino e poi a un inverosimile «dittatore buono». Lo sradicamento, la repressione, la violenza
sono tutti elementi che potrebbero
volgere il testo verso una giustificata
drammaticità, e invece Moyano conduce la narrazione con sorprendente
leggerezza, disseminando umorismo, ironia, parodia grottesca, e moltiplicando gli elementi favolistici.