Accordi

per il
Futuro

Valori e regole della politica commerciale europea

Alessia Mosca

Accordi

per il
Futuro

Valori e regole della politica commerciale europea

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INDICE
PREFAZIONE
PARTE 1 - La Politica Commerciale europea
CAP. 1 - Introduzione alla Politica Commerciale europea
CAP. 2 - Trade for all: la nuova strategia della Commissione Europea

PARTE 2 - I grandi partner commerciali, da Occidente a Oriente. Stati Uniti e Cina
CAP. 3 - UE-USA: il TTIP
CAP. 4 - Il TPP – Trans Pacific Partnership
CAP. 5 - La Cina e il riconoscimento dell’economia di mercato

PARTE 3 - Gli altri accordi bilaterali
CAP. 6 - UE-Corea del Sud
CAP. 7 - UE-Vietnam
CAP. 8 - UE-Canada
CAP. 9 - UE-Giappone

PARTE 4 - Accordi plurilaterali e multilaterali
CAP. 10 - Accordo sugli scambi di servizi (TiSA - Trade in Services Agreement)
CAP. 11 - Accordo sui beni ambientali (EGA - Environmental Goods Agreement)
CAP. 12 - Accordi di Partenariato Economico (EPAs - Economic Partnership
Agreements)

PARTE 5 - Le regole per tutelare le specificità e l’etica del commercio
CAP. 13 - I “Conflict Minerals”
CAP. 14 - Le Indicazioni Geografiche
CAP. 15 - IPR : i diritti di proprietà intellettuale
CAP 16 - Il commercio internazionale nel settore vitivinicolo

PARTE 6 - Digital, Energia, Ambiente: la prospettiva commerciale
CAP. 17 - Digital Single Market
CAP. 18 - Energy Union – Il mercato unico dell’energia
CAP. 19 - COP21 – La Conferenza sul Clima di Parigi

Conclusioni
Glossario
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Prefazione
Parlare di libero commercio, di globalizzazione, di flussi di persone, beni e capitali
oggi genera sospetto - e anche paure. Oggi, un momento in cui prevale la voce
di chi vuole chiudere, costruire muri, difendersi con steccati, evocando una sorta
di autarchia nazionalista.
Ogni forma di globalizzazione, anche quella all’interno dei confini europei, è
vista come la causa della crisi che stiamo vivendo. Questo perché si associano al
concetto di “globale” perlopiù idee negative: recentemente, la globalizzazione del
terrore ma, anche prima di Daesh, comunque il termine globalizzazione è stato
spesso usato come sinonimo di imperialismo mercantilista e deregolamentazione
liberista. E quindi diseguaglianze, antidemocraticità, omologazione.
Concettualmente, poi, nella posizione opposta alla globalizzazione si trova tutto
ciò che è “locale”, e chi non è affascinato dal recupero di tradizioni, sapori,
culture locali e identitarie? Come si possono conservare tali specificità all’interno
di movimenti globali? È possibile intrecciare due concetti, locale e globale, che
sono apparentemente antitetici?
Queste sono le questioni che non certo per prima pongo e che richiedono
una riflessione profonda per produrre una risposta che non sia superficiale o
utopistica, né, tuttavia, di rassegnazione.
La sfida sta, infatti, nel riuscire a valorizzare il locale senza demonizzare ogni
forma di globalizzazione, fonte di gran parte del progresso di cui beneficiamo
oggi, e, anzi, saper vedere quest’ultima come un’opportunità da cui la produzione
locale (in senso ampio) può trarre beneficio e forza. Ad esempio, i produttori
nostrani sanno bene che sfruttando al meglio la domanda di Made in Italy in
tutto il mondo si possono addirittura rafforzare le nostre specificità.
Non è mia intenzione, né convinzione, addentrarmi in una difesa tout-court
della globalizzazione. La globalizzazione non è un bene in sé: alcune sue storture
hanno provocato le degenerazioni che conosciamo, a partire dai divari sociali e
di accesso alle risorse. E con questo l’inevitabile esplosione dei conflitti. Tuttavia,
ignorarla o combatterla non potrà essere la soluzione: dobbiamo essere capaci
di fare i conti con essa. Peraltro, non da oggi, essendo la globalizzazione un
fenomeno che affonda le sue radici assai lontano nel tempo.

4

Non si può dire che i romani abbiano inventato la
globalizzazione perché essa esisteva già nell’impero di
Alessandro, ma loro l’hanno portata a un livello di perfezione
rimasto insuperato per cinque secoli. È quello che succede anche oggi
con McDonald’s, CocaCola, gli ipermercati, i negozi Apple: dovunque
andiamo troviamo sempre le stesse cose. Naturalmente ci sono quelli che
mugugnano, a cui non va giù questo imperialismo culturale e politico,
ma la maggior parte della gente è tutto sommato contenta di vivere
in un mondo pacificato, dove si può circolare liberamente, non ci si
sente mai spaesati, le guerre le fanno soltanto i soldati di professione,
lontano, ai confini dell’Impero, senza che ci sia nessuna ripercussione
sulla vita quotidiana se non sotto forma di festeggiamenti e trionfi in
caso di vittoria”1.

Oggi purtroppo la guerra è anche nella nostra vita quotidiana, l’abbiamo
sperimentata con tutta la sua violenza nel cuore dell’Europa. Ma la causa di
ciò non è la globalizzazione, bensì, a mio modo di vedere, un livello di divari
che significativamente oggi2 corrispondono a quelli di prima delle due guerre
mondiali. E questi divari diventeranno sempre più drammatici perché lo
squilibrio economico produce un uguale squilibrio, ad esempio, tra chi ha accesso
a informazioni e servizi e chi no, tra chi ha condizioni sostenibili di vita e chi no.
Tuttavia, continuo a sostenere che l’antidoto alle diseguaglianze non sia la
chiusura ma una apertura meglio regolata, uno scambio basato su regole comuni,
un commercio libero ma equo, attento a ridurre gli squilibri. Se così intesa,
l’apertura è la base della pace e della stabilità e la condizione di una solidarietà
internazionale, unica strada per affrontare le crisi e le iniquità globali e per far
prevalere valori universali.
Il Trattato sull’Unione europea, non a caso, inserisce il commercio internazionale
in un articolo in cui parla di pace, sviluppo sostenibile, solidarietà, eliminazione
della povertà, diritti umani.

A

rticolo 3(5) : “5. Nelle relazioni con
il resto del mondo l’Unione afferma
e promuove i suoi valori e interessi,
contribuendo alla protezione dei suoi cittadini.
1 Emmanuel Carrère, Il Regno, Adelphi 2015, p.130
2 Lo scorso anno la percentuale di ricchezza concentrata nelle mani del “top 1%”, che era del 44% nel 2009,
è aumentata al 48% del totale e supererà quota 50% nel 2016. Le 80 persone più ricche del pianeta hanno
risorse equivalenti ai 3,5 miliardi di poveri che costituiscono il 50% della popolazione globale. Mentre l’élite
possiede in media 2,7 milioni di dollari a testa, il 99% si deve accontentare di 3.851 dollari. (Rapporto “Grandi
Disuguaglianze Crescono” 2015, Oxfam Italia)

5

Contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo
sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e
al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio
libero ed equo, all’eliminazione della povertà
e alla tutela dei diritti umani, in particolare dei
diritti del minore, e alla rigorosa osservanza e allo
sviluppo del diritto internazionale, in particolare
al rispetto dei principi della Carta delle Nazioni
Unite”.
Ma come garantire che ci sia una buona globalizzazione fondata su regole
certe, condivise ed eque? Attraverso buona politica e buone istituzioni. Questo
perché “quando l’economia di un paese è più aperta e quindi più esposta a forze
economiche internazionali, i cittadini chiedono una maggiore protezione e
compensazione per i rischi conseguenti (...) Questa esigenza d’espansione non
è legata solo al fatto che i governi sono necessari per assicurare pace e sicurezza,
proteggere i diritti di proprietà, far rispettare i contratti e gestire la macroeconomia, ma anche al fatto che essi servono a salvaguardare la legittimità
dei mercati proteggendo le persone dai rischi e dalle incertezze che i mercati
portano con sé”3. Questa descrizione, che porta l’autore a conclusioni che io
non condivido, fotografa però bene le domande che giungono dai cittadini e le
risposte che i governi (e io dico il governo dell’Unione europea) devono elaborare.
Una buona politica commerciale è dunque una politica non di deregolamentazione
selvaggia, non mercantilista, ma ispirata a valori di nuovo umanesimo. E, come
in fondo ogni politica, ha bisogno di istituzioni forti e democraticamente
legittimate. Il nocciolo della questione è, quindi, quanto credibili siano le
istituzioni e la politica in generale.
Infatti, “siamo nel pieno di una crisi non solo economica, ma anche e soprattutto
di legittimità democratica e del ruolo delle istituzioni che tradizionalmente ne
sono custodi. Questo non solo perché la classe politica ha perso credibilità: per i
reiterati episodi di malaffare, per l’eccessiva litigiosità, per la diffusa inadeguatezza
al ruolo di leadership, e così via. La crisi ha una radice più profonda, e con più
profondità deve essere affrontata. Lo spostamento del potere decisionale a un
livello superiore a quello nazionale, in molte delle principali materie, ha reso
i politici nazionali spesso privi di strumenti per risolvere davvero i problemi
contingenti”4.
La politica commerciale, che è comunemente considerata appannaggio di addetti

3 Dani Rodrik, La globalizzazione intelligente, Laterza 2015, p. 42
4 Christian Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2013

6

ai lavori per la sua complessità tecnica, oppure campo di massima ingerenza di
potenti lobby, può essere paradossalmente il campo ideale in cui si può recuperare
questa legittimità democratica.
Intanto, è uno dei settori in cui lo spostamento di sovranità dal livello nazionale
a quello europeo è stato più deciso e meglio compreso. È abbastanza intuitivo,
infatti, che negoziare come Europa - invece che come singoli, piccoli, paesi con i maggiori partner della portata degli Stati Uniti o della Cina sia molto più
vantaggioso per tutti. Questa è una conquista da cui non dobbiamo retrocedere,
negando qualsiasi spazio a quanti vorrebbero tornare alla ri-nazionalizzazione
della politica commerciale.
In parallelo, abbiamo l’occasione di rafforzare e dare piena legittimità
democratica a questa politica attraverso la piena attuazione dei poteri che sono
stati conferiti al Parlamento europeo dal Trattato di Lisbona. Dal 2009, infatti,
l’unica istituzione europea democraticamente eletta ha la possibilità di legiferare
sulla politica commerciale a pieno titolo, con pari dignità del Consiglio europeo,
come descritto nel dettaglio nel primo paragrafo di questo volume.
A questo punto, quindi, sta a noi, Parlamento europeo, esercitare fino in fondo
questo diritto e questo dovere, interpretando al meglio le istanze di tutti i
cittadini d’Europa. E sta a noi, cittadini d’Europa, conoscere, comprendere, far
sentire la nostra opinione a quanti hanno il potere di decidere. Perché la politica
commerciale ha un impatto sulla nostra vita quotidiana molto più pervasivo di
quanto non sembri in apparenza.
Il senso di questa pubblicazione è di rendere quanto più esplicito e fruibile
possibile il lavoro fatto dal Parlamento europeo nella politica commerciale,
durante il 2015. L’unica istituzione europea democraticamente eletta è, infatti,
allo stesso tempo la più invisibile ai cittadini.
Sono convinta, invece, che sia estremamente importante che i cittadini conoscano
i loro diretti rappresentanti, che conoscano il nostro lavoro e siano coinvolti
nelle decisioni che prendiamo. Perché questo possa accadere, è indispensabile
che tutti ci impegnamo per un’informazione corretta, completa e facilmente
comprensibile. Penso che questo sforzo possa contribuire alla ricostruzione della
legittimità democratica delle istituzioni europee, messa a dura prova anche dagli
avvenimenti di quest'ultimo anno.
Da queste considerazioni nasce la decisione di pubblicare questo piccolo volume.
Per rendere disponibili e accessibili a chi non si occupa quotidianamente di
7

commercio internazionale i contenuti del nostro lavoro. Si tratta di una raccolta
di materiali che sono stati preparati in accompagnamento alla mia attività come
membro della Commissione commercio internazionale del Parlamento europeo,
per dovere di trasparenza del nostro lavoro e per necessità di confronto con le
parti interessate.
Nell’organizzare i materiali prodotti in quest’anno di lavoro, mi è stato subito
chiaro che dovessimo partire dal negoziato per l’accordo commerciale con gli
Stati Uniti, il famigerato TTIP. L’unico che abbia avuto l’onore della cronaca
italiana e sul quale, tuttavia, sono state dette e scritte tante imprecisioni. Ho
cercato di fare ordine mettendo insieme tutti i documenti a cui abbiamo lavorato
durante i mesi. Nella seconda parte ho voluto inserire una scheda su due grandi
eventi che interessano i rapporti tra Occidente e Oriente: il raggiunto accordo
tra gli Stati che si affacciano sul Pacifico (TPP – Trans Pacific Partnership) e il
riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina. Il prossimo anno,
infatti, scade una norma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO
- World Trade Organisation) che classificava Pechino come economia non di
mercato e tutti gli altri Paesi membri del WTO dovranno decidere cosa fare in
merito.
La terza e quarta parte sono dedicate a una serie di accordi che appartengono
a due tipologie molto differenti tra loro: gli accordi tra l’Unione europea e un
singolo Stato, bilaterali, e quelli tra l’Unione europea e una serie di altri Stati,
plurilaterali.
Nel primo gruppo rientrano l’accordo con la Corea del Sud, chiuso e ufficialmente
in essere, che può essere considerato forse il caso di maggior successo della
politica commerciale europea, e quelli con Canada, Vietnam e Giappone, tutti
in fase di chiusura. Negli ultimi anni si sono avviati o sviluppati moltissimi
negoziati di questo tipo, probabilmente anche a causa di una certa sofferenza
del meccanismo di negoziazione multilaterale5, all’interno dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio. Per quanto riguarda gli accordi plurilaterali, invece,
quest’anno abbiamo lavorato sull’accordo relativo al commercio dei servizi (TiSA
- Trade in Services Agreement), particolarmente ampio e complesso, all’accordo
sul commercio di beni ambientali (EGA - Environmental Goods Agreement)
e all’accordo di partenariato economico con i Paesi dell’area Africa, Caraibi e
Pacifico (EPA - Economic Partnership Agreements).
5

Nel capitolo dedicato a questo tema (capitolo 4) verrà meglio spiegata la differenza tra accordi multilaterali e
plurilaterali. Sintetizzando, possiamo ricomprendere nel primo gruppo le negoziazioni che coinvolgono tutti i
membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e nel secondo gruppo gli accordi che coinvolgono solo una
parte di essi.

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Vi sono, poi, alcune regole sul commercio tra l’Unione Europea e gli Stati terzi,
poste in essere o per valorizzare alcuni settori produttivi per noi centrali (penso
alle Indicazioni Geografiche o ai diritti di proprietà intellettuale, ma anche al
settore vitivinicolo) o per affermare, anche attraverso il commercio, valori per
noi fondamentali: il caso esemplare è l’accordo sui cosiddetti “conflict minerals”,
i minerali “insanguinati”, provenienti da zone interessate da conflitti e violazioni
dei diritti umani. A tutti questi accordi è dedicato il quinto capitolo.
Per chiudere, ho scelto di raccontarvi alcuni dossier importanti di cui il
Parlamento europeo si è occupato quest’anno e continuerà a occuparsi nel 2016,
non strettamente legati al commercio ma che presentano con questo connessioni
e affinità: la strategia sul mercato unico digitale (DSM - Digital Single Market)
e sul mercato unico dell'energia. Infine, ho deciso di dare uno spazio anche al
racconto di uno dei più grandi appuntamenti di questo 2015: la Conferenza sul
Clima di Parigi. Per rendere più accessibile la fruizione, ho evidenziato alcune
parole che appartengono al lessico tecnico: di queste sarà fornita una definizione
nel glossario che chiude l'intero volume.
So bene di stare andando molto controcorrente, decidendo di pubblicare una
serie di documenti di analisi in un momento e in un mondo in cui tutto sembra
votato alla sintesi, alla velocità, all’immediatezza. Dove, secondo i consigli di
tutti gli esperti di social media marketing, i video su YouTube devono durare
meno di un minuto e i post su Facebook essere lunghi meno di sette righe. Lo
capisco, andiamo di fretta. Il mondo va di fretta.
Tuttavia, io vi rinnovo l’invito a fermarvi, a prendere del tempo per sapere cosa
vi succede intorno, ad ascoltare più punti di vista su ogni fenomeno, a formarvi
un’opinione. La politica è il governo della nostra società e tutti noi dovremmo
prendervi parte. Essendo consapevoli, però, della sua complessità e decidendo di
padroneggiarla, non sfuggirla.

Alessia Mosca
dicembre 2015

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1

PARTE 1 - La Politica Commerciale europea
CAPITOLO 1 - Introduzione alla Politica Commerciale
europea

La riduzione dei tempi e dei costi necessari per percorrere distanze, reali o virtuali,
ha creato una più accentuata interdipendenza tra le varie aree del nostro pianeta.
Di conseguenza assistiamo a un’estensione e a una diffusione a livello mondiale,
sempre più accentuata, di tecniche, linguaggi, culture e prodotti e servizi
potenzialmente fruibili . L’interconnessione globale, facilitando il trasferimento
di flussi tecnologici, di capitali e di beni ha permesso di innescare la crescita di
giganti rimasti per secoli assopiti, per certi versi fuori dalla storia: tra i tanti, la
Cina e l’India, ovvero, più di un terzo della popolazione mondiale, in meno
di un decimo della superficie delle terre emerse. L’ingresso dei nuovi attori sul
palcoscenico della vita politica ed economica del pianeta è avvenuta in due fasi.
Nella prima fase i paesi occidentali hanno esportato nel resto del mondo capitali
e importato materie prime, essenzialmente forza lavoro, pur non trasportandola
fisicamente, attraverso processi di delocalizzazione della produzione. Nella
seconda fase, di cui noi oggi abbiamo avuto solo un primo assaggio, i paesi
occidentali provano a importare flussi di capitali, ovvero investimenti diretti o
indiretti, ed esportare prodotti finiti ad alto valore aggiunto. In estrema sintesi,
oggi cerchiamo soldi freschi e nuovi mercati.
6

Seppure le due fasi appena descritte della globalizzazione non siano ancora del tutto
scevre da reciproche connessioni, assistiamo ad una impetuosa trasformazione
sociale nei paesi in via di sviluppo. Se per classificare gli strati sociali utilizziamo
l’approccio adottato dalla Banca Mondiale che considera poveri quanti hanno
una disponibilità di spesa quotidiana inferiore ai 2 dollari e gli appartenenti alla
classe media sono quanti possono spendere fino a 20 dollari, avremo la conferma
di quanto appena esposto. In Asia nel 1990 solo il 21% della popolazione poteva
essere considerata classe media, quindi circa 540 milioni di persone. Nel 2008,
invece, erano classe media in Asia il 56% della popolazione, più di 1,5 miliardi
di persone; inoltre, circa 400 milioni di persone possono spendere più 20 dollari
al giorno .
7

Sempre secondo le stesse categorie, nel 1990, nei paesi dell’area
OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) solo il 24
8

6
7
8

P. Figini, 2005. La politica economica della globalizzazione, Sistemaeconomico; p. 1
A. Bianco, 2013. Classi medie nei paesi emergenti, Società Mutamento Politica; pp. 72-73
Fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico i paesi

10

% della popolazione faceva parte della classe media, ma soltanto perché il 76%
aveva già un potere di spesa maggiore . Questo spiega in maniera inequivocabile
l’asfittica crescita dei paesi europei. L’area dell’Unione Europea negli ultimi
dodici anni è cresciuta in media del 1,1% annuo, la Cina nel 2014 ha registrato il
tasso di crescita più basso degli ultimi 24 anni, + 7,4%. Ma anche altre realtà nel
mondo hanno realizzato risultati eccezionali. Tra il 2004 e il 2008, l’Azerbaijan
ha quintuplicato il PIL pro capite. Il Vietnam ha triplicato le proprie riserve in
oro e valute estere. Il mercato europeo, invece, non cresce. La popolazione dei
28 stati dell’UE cresce dello 0,002% all’anno, e il benessere in cui viviamo rende
il nostro mercato tendenzialmente saturo di beni. Tutti i dati fin qui esposti
portano a prevedere che, in conseguenza degli effetti sempre più evidenti della
globalizzazione, nei prossimi venti anni il 90% della crescita del PIL mondiale sarà
generata all’infuori dei confini dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea .
9

10

Il termine globalizzazione viene quasi sempre associato al fenomeno della
maggiore apertura delle economie nazionali ai mercati internazionali e al
commercio estero, soprattutto attraverso una progressiva eliminazione di misure
tariffarie e di protezionismo nei confronti dei beni e servizi prodotti all’interno
dei confini statali . Considerare la globalizzazione soltanto come un sinonimo di
liberalizzazione del commercio internazionale è, però, un errore. Viene, infatti,
demonizzato, o almeno ideologizzato, un fenomeno che di per sé è, per come
abbiamo tentato di argomentare sopra, un fenomeno oggettivo che se lasciato
senza regole provoca squilibri e quelle iniquità che abbiamo sperimentato.
Comunque, l’aumento dei flussi commerciali che attraversano i confini di uno
Stato è uno degli aspetti più evidenti della globalizzazione. Dagli anni ‘50 ad oggi,
secondo l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization,
WTO), gli scambi transfrontalieri di beni e servizi sono cresciuti di 30 volte,
ovvero del 2900% .
11

12

Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, su impulso degli Stati Uniti
e del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, iniziarono negoziati
tra 23 Paesi, al fine di stabilire le basi per un sistema multilaterale di relazioni
commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale.
L’iniziativa si concluse il 30 ottobre 1947 con la firma a Ginevra dell'Accordo
Generale sulle Tariffe e il Commercio (General Agreement on Tariffs and Trade,
GATT). Nell’ambito del GATT, dal 1948 al 1994, si sono discusse e adottate le
dell’UE, gli USA il Canada, il Messico, il Cile, la Turchia, Israele, l’Australia, la Nuova
Zelanda, il Giappone e la Corea del Sud.
9 A. Bianco, 2013.
10 Dati Indexmundi e Eurostat; http://www.indexmundi.com; http://ec.europa.eu/eurostat
11 P. Figini, 2005
12 http://www3.istat.it/dati/catalogo/20120719_00/Rapporto_2011-2012.pdf
11

norme per regolare il commercio internazionale. Il principio sul quale è basato
il GATT è quello della “nazione più favorita”. Questo principio implica che
le condizioni applicate al paese più favorito (vale a dire quello a cui vengono
applicate il minor numero di restrizioni tariffarie e doganali) sono applicate
incondizionatamente a tutte le nazioni partecipanti all’accordo. Nel corso degli
anni, il GATT è cresciuto attraverso otto diverse sessioni di negoziati per la
riduzione delle tariffe doganali. Il GATT, infine, è stato sostituito, dal 1º gennaio
1995, dal WTO, un’organizzazione permanente dotata di proprie istituzioni .
13

Oggi il WTO ha circa 160 paesi membri che rappresentano il 95% del commercio
mondiale. Obiettivo prioritario del WTO è quello di aiutare i flussi commerciali
a circolare senza intoppi, liberamente, in modo equo e prevedibile. Il WTO
persegue il suo fine assicurando l’applicazione degli accordi commerciali, agendo
come un forum per i negoziati commerciali internazionali, fungendo da sede
per la risoluzione delle controversie commerciali, monitorando le politiche
commerciali nazionali, aiutando i paesi in via di sviluppo in questioni di politica
commerciale, attraverso programmi di assistenza tecnica e di formazione, infine,
cooperando con altre organizzazioni internazionali, come il Fondo Monetario
Internazionale e la Banca Mondiale.
È significativo notare che, diversamente da come avviene, ad esempio, in seno
alle Nazioni Unite, l’Unione Europea rappresenta da sola i suoi 28 paesi membri
ai lavori del WTO. Inoltre, oltre tre quarti dei membri dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio sono paesi in via di sviluppo o paesi meno sviluppati,
per questa ragione tutti gli accordi firmati in seno al WTO contengono speciali
disposizioni per questi paesi, come: scadenze più elastiche per l’applicazione degli
impegni sottoscritti, misure specifiche per accrescere le opportunità di scambi
commerciali, supporto tecnico e finanziario per la costruzione di determinate
infrastrutture, per la risoluzione delle controversie, e per il rispetto degli standard .
14

Fino all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona la politica commerciale europea
era stata appannaggio del Consiglio e della Commissione Europea. Oggi, invece,
il Parlamento europeo ha acquisito il ruolo di co-legislatore a tutti gli effetti.
Il sistema di regole all’interno del quale si svolgono le relazioni economiche e
commerciali con i paesi extra-UE viene definito pressoché integralmente a livello
europeo. La politica commerciale è di competenza esclusiva dell’UE: ciò significa
che solo l’UE, e non i suoi singoli Stati membri, può legiferare e concludere
accordi internazionali riguardanti il commercio di beni, servizi, investimenti e
aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale.
13 http://www.wto.org
14 Ibidem

12

La necessità di attuare una politica comune nell’ambito degli scambi commerciali
è strettamente collegata all’instaurazione, nel 1968, dell’unione doganale tra
i paesi membri della ex Comunità Europea. Dal Trattato sul Funzionamento
dell’Unione Europea, TFUE, emerge che la politica commerciale comune si
riferisce principalmente ad azioni quali le modificazioni tariffarie, la conclusione
di accordi tariffari e commerciali, l’uniformazione delle misure di liberalizzazione,
la politica di esportazione, nonché le misure di difesa commerciale, tra cui quelle
da adottarsi in casi di dumping e di sovvenzioni. Si specifica, inoltre, che la
politica commerciale comune è condotta nel quadro dei principi e obiettivi
dell’azione esterna dell’Unione. La politica commerciale europea ha dunque una
doppia dimensione, dato che l’UE ha la facoltà sia di adottare misure interne sia
di concludere accordi con Stati terzi .
15

Per quanto riguarda le misure interne, la politica commerciale comune funziona
secondo le misure adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio secondo la
procedura legislativa ordinaria. Questo aspetto, introdotto con il Trattato di
Lisbona, in vigore dal 2009, risulta in una vera rivoluzione copernicana per la
politica commerciale europea. Consiglio e Parlamento appaiono ora come colegislatori. Nell’adozione delle norme che regolano la difesa commerciale, gli
strumenti di “commercio equo”, quali la regolamentazione delle barriere al
commercio, le regole d’origine, il riconoscimento dello status di economia di
mercato, le misure preferenziali autonome, al Parlamento europeo sono conferiti
poteri pari a quelli del Consiglio. Per quanto concerne invece la conclusione
degli accordi con Stati terzi, la Commissione Europea presenta raccomandazioni
al Consiglio, che la autorizza ad aprire i negoziati necessari.
Spetta al Consiglio e alla Commissione adoperarsi affinché gli accordi negoziati
siano compatibili con le politiche e norme interne dell’Unione. Tali negoziati
sono condotti dalla Commissione in consultazione con un comitato speciale
designato dal Consiglio per assisterla in questo compito. Sempre il Trattato
di Lisbona introduce, però, ancora un altro nuovo elemento che consiste
nell’obbligo in capo alla Commissione di informare regolarmente dei progressi
dei negoziati, oltre che il comitato speciale, anche il Parlamento europeo . Infine,
il Parlamento, su un piano di parità con il Consiglio, respinge o ratifica il testo
dell’accordo negoziato dalla Commissione.
16

Le modifiche dei Trattati da sole non garantiscono coerenza e responsabilità.
Molto dipenderà dall’interpretazione che il Parlamento darà al suo nuovo ruolo. Il
rischio di politicizzare una materia tecnica come il commercio andrà neutralizzato
attraverso lo sforzo di rendere più democratica e giusta la globalizzazione.

15 http://www.cittastudi.org/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/4039
16 Ibidem

13

Il Parlamento dovrà essere in prima fila nella creazione di standard globali
sull’ambiente, la partecipazione della società civile nella definizione delle priorità
politiche, i diritti dei lavoratori e la protezione dei consumatori. Allo stesso
tempo il Parlamento non dovrà utilizzare questi nobili valori come pretesto per
tornare a politiche di chiusura, e di più immediata comprensione per le pance
dell’opinione pubblica. Il Parlamento non dovrà creare un muro di fronte al
treno della globalizzazione, dovrà piuttosto incanalare la sua potenza e farlo
scorrere nei giusti binari.

2

CAPITOLO 2 - Trade for all: la nuova strategia della
Commissione Europea
Il 14 ottobre 2015, la Commissaria al commercio, Cecilia Malmstrom, ha
presentato il documento strategico su cui dovrà basarsi la politica commerciale
dell’Unione Europea. Questo documento, prendendo le mosse dal dibattito,
in seno al Parlamento europeo e nella società civile, suscitato attorno al tema
del Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (Transatlantic
Trade and Investment Treaty, TTIP), disegna una politica commerciale meno
orientata al business e più attenta ai temi della trasparenza, della sostenibilità.

C

ecilia Malmström (Stoccolma, 15 maggio 1968) è la
Commissaria europea per il Commercio nella Commissione
Juncker. Diplomatica e politica svedese, è un’esponente del Partito
Popolare Liberale svedese, a sua volta appartenente alla famiglia
europea dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa
(ALDE). È alla sua seconda esperienza come Commissaria: durante
la Commissione Barroso II (2010-2014) ha avuto la delega agli affari
interni.
Negli ultimi anni l’interesse per le politiche commerciali si è intensificato. Un
pubblico sempre più ampio guarda con attenzione alla politica commerciale e si
preoccupa dell’impatto che questa può avere sulle regole in materia di protezione
dei consumatori o sul mercato del lavoro.
14

D’altro canto, il commercio è uno dei pochi strumenti disponibili per stimolare
l’economia senza aumento della spesa pubblica. L’Unione Europea è il principale
partner commerciale per circa 80 paesi al mondo e il secondo per altri 40. Il
sistema economico attuale, che è sempre più globale e digitale, si basa su catene
sovranazionali di produzione, che prevedono lo svolgersi delle fasi d’ideazione,
progettazione, fabbricazione, assemblaggio, confezionamento e vendita
attraverso diversi paesi nel mondo. Per questo motivo l’impatto delle politiche
commerciali ha ripercussioni sul panorama geopolitico, e viceversa. Inoltre, la
politica commerciale, abbinata alla cooperazione allo sviluppo, è un importante
strumento per stimolare crescita e riforme nei paesi meno sviluppati o in via
di sviluppo. A questo proposito l’UE utilizza lo strumento degli Accordi di
Partenariato Economico (Economic Partnership Agreement, EPA) con i paesi
dell’Africa e delle aree dei Caraibi e del Pacifico. Infine, la politica commerciale
ha un ruolo anche nel rafforzare il funzionamento del mercato interno, favorendo
il collegamento tra questo e le regole del sistema globale del commercio e degli
investimenti.
Circa il 90% della crescita economica globale nei prossimi 15 anni verrà generata
al di fuori della UE; allo stesso tempo, in Europa, 30 milioni di posti di lavoro
sono legati al commercio internazionale - 1 posto di lavoro su 7. Proprio per
queste due ragioni la politica commerciale è vitale per mantenere e migliorare il
ruolo dell’Europa nel panorama internazionale. Per stimolare la capacità dell’UE
di beneficiare dal commercio e dagli investimenti, la Commissione Europea ha
sviluppato un’ambiziosa agenda di negoziati bilaterali, contemporaneamente al
suo impegno in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade
Organization, WTO).
L’Accordo di Libero Scambio (Free Trade Agreement, FTA) con la Corea del
Sud è il primo esempio di accordo di nuova generazione che l’UE ha scelto
di negoziare, d’ora in avanti. Eliminando circa il 99% delle barriere tariffarie
e occupandosi anche di barriere non-tariffarie, in quattro anni, le esportazioni
europee sono cresciute del 55%. Quelle di automobili sono addirittura triplicate.
E, nonostante la quota di importazioni dalla Corea sia cresciuta dal 9 al 13%, il
tradizionale segno meno sulla bilancia dei pagamenti si è trasformato in un surplus
commerciale. Su questo stile sono anche i negoziati, conclusi ma ancora in fase
di approvazione, con Canada (Comprehensive Economic and Trade Agreement,
CETA), Singapore e Vietnam. I buoni risultati raggiunti con la Corea del Sud,
inoltre, hanno quindi spinto l’UE a modernizzare degli accordi commerciali
stipulati in precedenza (con Messico, Cile e Turchia), ad accelerare la conclusione
dei negoziati aperti su questa falsariga (USA-TTIP, Giappone, Cina per il capitolo
investimenti) e di lanciare o rilanciare trattative con Australia, Nuova Zelanda,
15

Filippine, India, Malesia, Tailandia, Hong Kong, Taiwan e paesi del Mercosur.
La politica commerciale ha dunque allargato il suo campo di applicazione. Al
settore esclusivamente tariffario ha aggiunto un approccio olistico che include
intese, tra le tante, sul settore degli appalti pubblici, sulla concorrenza, sui sussidi
statali, e sulle barriere sanitarie e fitosanitarie, sul commercio in servizi e su quello
digitale, sulla mobilità dei lavoratori qualificati, sull’accesso alle materie prime,
sull’energia, sull’innovazione e sulla gestione delle dogane.
Il settore dei servizi rappresenta il 70% del PIL europeo. Per questa ragione è sempre
più importante migliorare l’accesso a questo settore nei mercati internazionali,
così come l’attrazione di investimenti esteri. L’UE è, infatti, uno dei 25 membri
dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che sta negoziando un accordo
sul commercio dei servizi (Trade in Services Agreement, TiSA). Nonostante ciò,
la posizione europea sui servizi pubblici resta quella secondo cui nessun accordo
internazionale può restringere il diritto degli stati di legiferare nell’interesse dei
propri cittadini.
Per quanto riguarda l’economia digitale, si registra la formazione di nuove tipologie
di ostacoli agli scambi. La strategia per il Mercato Unico Digitale (Digital Single
Market, DSM) affronta molte di queste frammentazioni all’interno dell’UE.
Quello che, invece, la politica commerciale può fare è la creazione di una parità
di condizioni al livello globale. L’Unione Europea ha concluso o sta negoziando
il maggior numero al mondo di accordi di libero scambio, la sfida è dunque di
fare in modo che questi siano efficaci e portino benefici per tutti. L’UE dovrà
assicurarsi che i propri partner rispettino gli impegni presi, che tutti gli Stati
membri siano in grado di beneficiare delle opportunità create, infine, che le
aziende si impegnino ad evitare pratiche scorrette, dal punto di vista sociale e
ambientale, quando operano al di fuori dalla UE.
La riduzione delle asimmetrie informative, specialmente per le piccole e medie
imprese, PMI, è un altro degli obiettivi che la Commissione si è posta. Sono,
infatti, gli attori economici più piccoli quelli che incontrano maggiori difficoltà
ad accedere ai mercati internazionali. Seguendo la stessa filosofia, si provvederà
a una revisione del funzionamento del Fondo Europeo di Adeguamento alla
Globalizzazione per offrire soluzioni efficaci per i lavoratori di quei settori che
potrebbero risentire negativamente dell’apertura dei mercati. Trasparenza e
partecipazione sono altri due temi che la Commissione ha voluto ribadire nella
sua strategia per il 2016. L’obiettivo è dunque quello di aumentare i momenti di
confronto con il Parlamento europeo, gli Stati membri e la società civile in ogni
fase dei negoziati commerciali. Inoltre, si stabilisce che per ogni nuova iniziativa
di una certa rilevanza si effettuino valutazioni d’impatto.
16

Questo nuovo spirito di partecipazione e trasparenza dovrebbe portare maggiore
fiducia tra i cittadini rispetto all’impegno che non si modifichino in negativo
gli standard di protezione dei consumatori, dei lavoratori e dell’ambiente, che
nessun meccanismo di protezione degli investimenti possa danneggiare il diritto
degli Stati di legiferare nel pubblico interesse e che si promuovano nei paesi
terzi politiche concrete per lo sviluppo sostenibile, il rispetto dei diritti umani,
il buon governo e una crescita inclusiva. Infine, l’idea è di proseguire nella fitta
attività di negoziati internazionali seguendo due direttrici parallele. Da un lato,
rilanciare il sistema multilaterale; dall’altro, proseguire nei negoziati bilaterali di
nuova generazione, prevedendo che possano essere estesi ad altri partner a livello
regionale.
Di seguito l’agenda dei negoziati bilaterali previsti nella strategia commerciale.
Negoziati FTA da aprire
Australia
Nuova Zelanda
Filippine

Negoziati FTA da rilanciare
EU-India
EU-Malesia
EU-Thailandia

Indonesia
Negoziati FTA e investimenti da
concludere
FTA da modernizzare
Messico
Cile
Turchia (Unione doganale)
FTA da modificare
Corea del Sud
(inserimento di un capitolo
investimenti)

sugli

TTIP
EU-Giappone
EU-Cina (solo investmenti)
Mercosur
Negoziati sugli investimenti da aprire
Hong Kong

Taiwan
Conclusione delle procedure di
approvazione
CETA
EU-Singapore
EU-Vietnam

17

2

PARTE 2 - I GRANDI PARTNER COMMERCIALI,
DA OCCIDENTE A ORIENTE. STATI UNITI E CINA
Il 5 ottobre del 2015 si è chiuso il negoziato sull’accordo di partenariato
commerciale trans-pacifico (Trans Pacific Partnership, TPP). Questo accordo
commerciale, negoziato tra 12 Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico ha,
in realtà, portata globale: perché rappresenta il 40% degli scambi mondiali e
perché fissa standard - sulla proprietà intellettuale, sui diritti dei lavoratori, sulla
sostenibilità ambientale - con cui tutto il resto del mondo dovrà fare i conti.
Per dare un giudizio accurato bisognerà attendere che il trattato entri in vigore.
Possiamo, però, già affermare che ad oggi si è rafforzata quell’area del mondo
con baricentro nel Pacifico, a danno della centralità europea come crocevia tra
Americhe e Asia. L’Unione Europea, da parte sua, ha già siglato l’accordo con
la Corea del Sud, mentre sono ancora in fase di negoziazione o approvazione
i trattati con molti degli stessi partner che hanno firmato il TPP (Stati Uniti,
Canada, e Giappone; Singapore e Vietnam). Si procede con più difficoltà di
quanto si auspicherebbe e di questo sembrano gioire alcuni politici e studiosi. Io
penso, invece, che non si debbano avere esitazioni sulla strada da intraprendere e
tenterò di darne le motivazioni.
17

Dalla fine degli anni ‘90, ciclicamente acquisiscono forza i movimenti “no-global”
che identificano nella globalizzazione la causa di tutte le crisi e propongono
soluzioni improntate alla chiusura dei confini, per le merci e per le persone. I
più reazionari sperano di fermare anche le idee. Basta, però, avere presente le
migrazioni di questi mesi per comprendere come queste ricette, basate su muri e
confini, siano irrealistiche. La globalizzazione esiste e la sua esistenza è inevitabile
in un mondo così interconnesso, dove le distanze sono annullate, dove le culture
si incontrano e mescolano a una velocità che lascia spiazzati. La globalizzazione
esiste, in qualche modo dai tempi di Atene e Roma, e lottare “contro” significa
sbagliare bersaglio.
La “prima ondata” della globalizzazione contemporanea ha avuto anche conseguenze
negative e il nostro vero errore è stato rinunciare al compito di regolarla. Abbiamo
sbagliato nell’interpretazione della realtà e, dunque, nella nostra azione su di
essa. Leggendo i dati della Banca Mondiale che certificano la diminuzione di
200 milioni di poveri negli ultimi 3 anni, non si può non riconoscere gli effetti
positivi di questo fenomeno. La globalizzazione è uno strumento, non un fine.
17 Stati Uniti, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam,
Singapore, Brunei e Malesia.
18

Basta pensare al cambiamento climatico o all’esperienza della crisi economicofinanziaria del 2008, alla lotta al terrorismo. Cosa possono fare i singoli Stati,
persino Russia, Cina e Stati Uniti, davanti a sfide epocali simili? Da soli, nessuno
di loro ha un potere sufficiente. Servono risposte globali. In questa prospettiva,
le partnership commerciali possono oggi andare ben al di là del loro scopo di
liberalizzazione economica: attraverso gli accordi si fissano standard. Ambientali,
del lavoro, sanitari, di sicurezza. E se l’Europa vuole essere promotrice di questi
standard, non subirli, deve riacquisire protagonismo. Il trattato con gli Stati
Uniti, Transatlantic Trade and Investment Partnership, TTIP, dovrebbe avere
esattamente questo ruolo: creare standard basati sui nostri modelli valoriali. Il
TTIP a cui dobbiamo aspirare deve mettere tutti gli attori dell’economia globale
davanti al fatto compiuto che, se vogliono fare affari con gli 800 milioni di
persone con il maggior potere d’acquisto al mondo, devono adattarsi a certe
regole: modelli di produzione ecologicamente sostenibili, rispetto dei diritti dei
lavoratori, protezione dei consumatori e della salute pubblica.
Inoltre, anche se la Cina non è inserita in nessuno dei due grandi accordi
commerciali di cui più spesso si parla, TTIP e TPP, dobbiamo fare di tutto
per trovare delle forme di collaborazione per creare le regole del commercio
internazionale e, soprattutto, della globalizzazione. Se la chiusura nei suoi
confronti è una scelta anacronistica, anche una sconsiderata e totale apertura
sarebbe una mossa non sostenibile per i nostri sistemi produttivi. Sono sicura
che la famiglia politica dei Socialisti e Democratici europei beneficerebbe da
una presa di posizione in questo senso, a proposito della globalizzazione e dei
rapporti con i nostri partner commerciali, che renderebbe il nostro messaggio
chiaro e comprensibile a fronte degli slogan dei populismi euroscettici.
Dobbiamo contribuire a modellare una società migliore, invece di limitarci a
cercarne il consenso.

3

CAPITOLO 3 - UE-USA: Il TTIP
Il TTIP: di cosa parliamo?
Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un accordo
commerciale attualmente in corso di negoziato tra l’Unione Europea e gli Stati
Uniti. Ha l’obiettivo primario di rimuovere le barriere commerciali, tariffarie e
non tariffarie, in un ampio numero di settori economici per facilitare l’acquisto e
19

la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti. Il dibattito, molto articolato
in altri Paesi, durante il 2015 ha iniziato a svilupparsi anche in Italia.
Ecco una schematizzazione delle informazioni al momento disponibili:
a) Il TTIP è il negoziato più trasparente in assoluto nella storia dell’Unione
Europea. Il Parlamento europeo ha fatto di questo la sua prima e più
forte battaglia e ora è possibile visionare tutti i testi negoziali sul sito della
Commissione Europea. Il primo documento a essere stato reso pubblico
è stato il mandato negoziale, grazie alle pressioni del Governo italiano e
in modo particolare del nostro vice-ministro allo Sviluppo Economico,
Carlo Calenda. Il mandato negoziale rappresenta i confini all’interno dei
quali si può muovere la stessa Commissione durante i negoziati: cosa
può accettare e cosa no, innanzitutto. Quando il testo è stato messo a
disposizione di tutti, dunque, è stato possibile accertare, senza timore
di fraintendimento, che non saranno oggetto dei negoziati gli OGM,
le misure relative al sostegno del settore culturale, il livello di diritti dei
lavoratori e delle regole ambientali, la gestione dei beni pubblici (pp. 4,
6, 8, 11).
Il mandato, in particolare, prevede:
»» la riduzione a zero delle barriere tariffarie;
»» l’allineamento delle regolamentazioni tecniche (come per esempio i
crash test per le autovetture: nonostante gli standard di sicurezza siano
elevati e simili nei due paesi, per poter esportare le loro automobili i
produttori devono rifare i test per soddisfare gli standard di misurazione
del paese importatore. Se USA e UE riconoscessero i crash test e i
relativi standard gli uni degli altri, le stime dicono che il risparmio sul
prezzo finale dell’auto potrebbe arrivare sino al 7 per cento);
»» l’apertura del mercato degli appalti pubblici, superando così il Buy
American Act (una legge risalente alla presidenza Roosevelt e ancora
in vigore, volta a proteggere le imprese manifatturiere nazionali
limitando l’acquisto di prodotti finiti stranieri per commesse pubbliche
all’interno del territorio nazionale);
»» la promozione di uno sviluppo sostenibile;
»» il sostegno alle piccole e medie imprese, fino ad oggi troppo deboli per
poter affrontare il commercio internazionale;
»» la creazione di un mercato unico dell’energia.
»» La parte più delicata riguarda le barriere non tariffarie in materia di
produzione agroalimentare. Su questo punto è fondamentale porre
20

la massima attenzione per non ridurre in alcun modo gli standard
qualitativi. In particolare, il riconoscimento delle Indicazioni
Geografiche, punto su cui gli Stati Uniti hanno una posizione
piuttosto negativa, rappresenta uno dei principali obiettivi italiani,
date le evidenti ricadute positive che queste comporterebbero per i
produttori nostrani.
b) Uno degli elementi più oggetto di critiche è stato la presenza nell’accordo
dell’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo di
risoluzione delle controversie su investimenti distinto rispetto alle Corti
dei paesi coinvolti, da alcuni accusato di essere uno strumento in mano
alle multinazionali. La posizione italiana ha riconosciuto fin dall’inizio
dei negoziati la necessità di prevedere un sistema quanto più trasparente e
democratico possibile. Alla fine di questo paragrafo, troverete una scheda
su questo strumento e sulla recentissima proposta di riforma avanzata
dalla Commissione Europea.
c) I possibili vantaggi:
»» Il TTIP rappresenta allo stesso tempo un’opportunità economica e una
sfida per la politica commerciale dell’Unione Europea, con evidenti
implicazioni geopolitiche;
»» la creazione di un mercato unico fra UE e USA porterebbe a un
aumento del PIL comunitario stimato intorno allo 0.5% circa (media
fra le previsioni di impatto di Bertelsmann Foundation, CEPR Centre for Economic Policy Research ed ECIPE - European Centre
for International Political Economy), con punte particolarmente
positive per i settori meccanico e manifatturiero, fra le eccellenze del
sistema produttivo del nostro paese;
»» L’Italia – al momento uno dei paesi maggiormente colpiti dalle
barriere tariffarie e non tariffarie degli Stati Uniti – sarebbe, sempre
secondo studi di impatto, uno dei paesi europei maggiormente favoriti
da un accordo che darebbe alle piccole e medie imprese la possibilità
di accedere al mercato statunitense, al momento caratterizzato da
alte barriere tariffarie e, specialmente, non tariffarie (basti pensare
che nonostante gli evidenti ostacoli rappresentati dalle divergenti
disposizioni regolamentari, l’Italia è il 13° fornitore e il 23° cliente
degli USA, mentre gli USA sono l’8° fornitore e il 3° cliente del nostro
paese - Osservatorio Economico Mise);
»» La crisi ucraina sviluppatasi a cavallo tra la fine del 2014 e il 2015
ha comportato un danno ingente, specialmente ai produttori italiani,
21

che, con l’apertura di nuovi sbocchi commerciali, potrebbero avere un
bilanciamento delle perdite subite.

La posizione del Pe: la relazione Lange

B

ernd Lange (Oldenburg, 14 novembre 1955) è un politico
tedesco, esponente della SPD (Partito Socialdemocratico
Tedesco). Dal 1994 al 2004 è stato parlamentare europeo nella
famiglia del Partito Socialista Europeo (PES). Dal giugno 2009 è
stato rinnovato il suo incarico al Parlamento Europeo nel Gruppo
dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici. È presidente
della commissione Commercio Internazionale e responsabile della
relazione parlamentare sul TTIP.
L’8 luglio scorso il Parlamento europeo ha approvato, con 436 voti favorevoli,
241 contrari e 32 astenuti, la relazione di iniziativa del Parlamento (INI)
sul Trattato sul Commercio e gli Investimenti tra Unione europea e Stati
Uniti (TTIP), di cui è relatore Bernd Lange (S&D, Germania). Con questa
risoluzione il Parlamento fornisce delle indicazioni riguardanti il proseguimento
dei negoziati: cosa, per l’assemblea eletta dai cittadini europei, è auspicabile e
cosa è considerato inaccettabile. Si tratta di uno strumento molto importante
perché rappresenta un segnale politico forte di cui la Commissione dovrà tenere
conto nel proseguimento dei negoziati: una sorta di avvertimento che, se rimarrà
disatteso, potrebbe portare anche alla conseguenza estrema della bocciatura
dell’intero accordo.
Il Gruppo S&D ha fortemente voluto questa risoluzione proprio perché espressione
concreta del potere di controllo che detiene il Parlamento e dunque, attraverso di
esso, i cittadini. In primo luogo, la risoluzione ha previsto l’abbandono dell’ISDS
così come conosciuto fino ad oggi: il Parlamento ha chiesto alla Commissione
di proporre una soluzione permanente per la risoluzione delle controversie tra
investitori e Stati, soggetta al controllo e ai princìpi democratici, in cui i casi siano
trattati in modo trasparente da giudici indipendenti e nominati pubblicamente,
in audizioni, anch’esse, pubbliche. Ha richiesto, inoltre, la previsione di un
meccanismo di appello, dove sia garantita la coerenza delle decisioni giudiziarie
e dove sia rispettata la giurisdizione dei tribunali europei e degli Stati membri.
22

Queste richieste sono state ascoltate e inserite nella proposta di riforma di questo
strumento, avanzata recentemente dalla Commissione e di cui trovate una sintesi
in conclusione a questo paragrafo. Tra le altre indicazioni che, con questo testo,
il Parlamento presenta alla Commissione, rivestono particolare importanza le
seguenti:
»» Trasparenza: pur riconoscendo la necessità di un certo livello di
riservatezza, vengono richieste trasparenza e accesso ai documenti dei
negoziati.
»» Servizi Pubblici: viene richiesta una esplicita esclusione dei servizi
pubblici dalle materie del negoziato.
»» Mantenimento degli standard: non negoziabilità degli standard
relativi a sicurezza degli alimenti, benessere, salute degli animali,
protezione dei lavoratori, dell’ambiente, dei dati personali e delle
diversità culturali.
»» Sostegno alla crescita: creazione di nuove opportunità di sviluppo
per le aziende europee, in particolare le PMI, e creazione di nuovi
posti di lavoro qualificati.
»» Globalizzazione 2.0: viene chiesto che il TTIP sia un’opportunità per
dare una forma più democratica e inclusiva alla globalizzazione.
»» Piena sovranità degli Stati: deve essere salvaguardato il diritto degli
Stati, della pubblica amministrazione e degli enti locali di introdurre,
adottare, mantenere o abrogare qualsiasi misura nell’interesse del bene
pubblico.
»» Piena mobilità dei lavoratori: il TTIP dovrebbe accelerare il mutuo
riconoscimento delle qualifiche professionali e una piena reciprocità
nella politica di concessione dei visti, in modo da facilitare la mobilità
di investitori, professionisti, tecnici e lavoratori qualificati tra le due
sponde dell’Atlantico.
»» Appalti pubblici: questi devono avere un pari livello di apertura alla
concorrenza in Europa e negli Stati Uniti.
»» Diversità culturale: il Parlamento chiede che vengano garantite la
protezione e la promozione della diversità culturale, riconoscendo
alle parti di adottare qualsiasi misura necessaria alla promozione della
diversità linguistica e culturale.
23

»» Energia: con le minacce che l’Europa ha subito quest’anno, in
merito alla fornitura di energia, non sorprende che la relazione chieda
specificamente che i negoziati si occupino anche di trovare soluzioni
per facilitare la diversificazione degli approvvigionamenti energetici.
»» Proprietà intellettuale e certificazioni alimentari: l’accordo dovrà
assicurare un’adeguata protezione dei diritti di proprietà intellettuale,
includendo un pieno riconoscimento del sistema europeo delle
Indicazioni Geografiche degli alimenti e dell’Indicazione di Origine
dei prodotti.
»» Lavoro e diritti: il Parlamento chiede un impegno, da parte degli
Stati Uniti, a ratificare e applicare le convenzioni dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro (ILO - International Labour Organisation)
sui diritti e la sicurezza dei lavoratori.

Pillole di TTIP: domande e risposte
ww Il TTIP indebolirà gli stringenti standard europei che proteggono
i lavoratori e l’ambiente? Secondo il mandato negoziale, gli standard
non fanno parte delle materie del negoziato. Sia l’UE che gli Stati
Uniti hanno regole che impongono determinati livelli di sicurezza dei
lavoratori e dell’ambiente. Questo significa che il TTIP dovrà aiutare
a ridurre i costi per le esportazioni quando, a parità di standard, si
potranno armonizzare le regole. Tutto ciò senza intaccare il diritto di
legiferare degli Stati e il principio di precauzione tipico dell’approccio
europeo.
Inoltre, il TTIP avrà un capitolo dedicato allo sviluppo sostenibile che
dovrebbe includere impegni a ratificare e implementare le convenzioni
ILO e delle competenti agenzie dell’ONU in materia di diritti dei
lavoratori, salvaguardia della flora e della fauna e dell’utilizzo di
tecnologie verdi e delle energie rinnovabili.
ww Il TTIP abbasserà gli standard di sicurezza alimentare? Sia in Europa
sia negli USA c’è una domanda crescente di cibo di qualità. I cittadini
europei, così come quelli americani peraltro, non accetterebbero di
compromettere gli standard raggiunti, soprattutto in questo ambito.
Il modo in cui ci occupiamo di sicurezza alimentare o OGM resterà
uguale: il TTIP non imporrà all’UE di modificare la propria normativa
in materia. Il trattato, però, punterà a migliorare la collaborazione tra
le due sponde dell’Atlantico: un esempio è il divieto di importazione di
24

molti salumi e insaccati a causa dell’emergenza “mucca pazza” di diversi
decenni fa, che ha portato gli USA a bandire le importazioni della
carne europea. Il TTIP aiuterà a gestire in maniera scientificamente
più razionale questioni di questo tipo, a tutto vantaggio dei nostri
produttori di qualità.
ww Il TTIP è solo un pretesto per affievolire le norme europee, dato
che i dazi doganali tra UE e USA sono già molto bassi. È vero che
i dazi sono generalmente bassi, ma, innanzitutto, non per tutte le
categorie merceologiche e, in ogni caso, il fatto che siano bassi non
vuol dire che non abbiano un effetto. La media delle tariffe, infatti, si
aggira attorno al 4%, ma alcuni settori come l’alimentare e il tessile strategici per le esportazioni italiane - sono gravati da dazi ben più alti,
con picchi rispettivamente del 35% e del 27%. Questa situazione rende
i prodotti europei meno competitivi sul mercato americano. Il TTIP
ridurrà sensibilmente quasi tutti i dazi rimasti producendo risparmi
per i produttori e ampliando il potere di scelta dei consumatori.
ww Il TTIP obbligherà i governi europei a privatizzare i servizi
pubblici? In ogni accordo commerciale l’UE lascia in capo agli Stati
membri la decisione su come gestire al meglio per i propri cittadini i
servizi pubblici (scuole, ospedali, distribuzione dell’acqua...). Questa
garanzia è espressamente prevista nei testi dei diversi accordi e noi stiamo
chiedendo che lo sia anche nel TTIP. Dopo la firma del trattato, gli
Stati dovranno avere il pieno potere di decidere la definizione di servizi
pubblici, di mantenere pubblico il monopolio della fornitura di un
determinato servizio, di ri-nazionalizzare un servizio precedentemente
privatizzato o di non rinnovare, senza pericolo di essere citato in
giudizio, i contratti stipulati con società private per l’esternalizzazione
di determinati servizi pubblici.
ww Il TTIP è stato chiesto dalle multinazionali e i cittadini e i governi
non sanno nulla di quanto stanno discutendo i negoziatori. I
negoziati sul TTIP sono i più trasparenti di sempre e i Parlamenti
nazionali e il Parlamento europeo sono attori cruciali in questa partita
poiché dovranno approvare o respingere la ratifica dell’accordo. La
Commissione Europea: ha reso pubblico il mandato negoziale (votato
all’unanimità dai ventotto Stati membri dell’UE), divulga regolarmente
un resoconto dei round negoziali e i testi delle proprie proposte, produce
documenti esplicativi e infografiche sui vari capitoli dell’accordo,
infine rende disponibili per tutti i membri del Parlamento europeo,
25

rappresentanti dei cittadini, i documenti considerati riservati. Inoltre
la Commissione organizza innumerevoli incontri con i rappresentati
delle aziende, delle associazioni dei consumatori, i sindacati, le ONG,
governi e parlamenti nazionali e gli eurodeputati per discutere degli
ultimi sviluppi e ascoltare il punto di vista di ognuno.

ISDS: che cos'era e qual è stata la sua riforma
L’ ISDS (Investor-to-State Dispute Settlement) è una clausola spesso inserita negli
accordi commerciali bilaterali, che dà diritto all’investitore straniero che ritenga
di aver subito una violazione dei propri diritti garantiti di portare la questione di
fronte ad una corte arbitrale neutra (e non, quindi, al tribunale del paese in cui
è accaduta l’ipotetica violazione). Il meccanismo ISDS rinforza le garanzie per
l’investitore nei seguenti casi: protezione contro la discriminazione e il trattamento
differenziato per imprese straniere; protezione contro l’espropriazione senza
adeguata compensazione.
Ad oggi sono stati siglati circa 3.200 accordi commerciali bilaterali al mondo, il
93% dei quali prevede un meccanismo ISDS. A dicembre 2013 il meccanismo
è stato utilizzato in 583 casi: i giudizi sono stati favorevoli agli Stati nel 43% dei
casi e il 31% a favore degli investitori (il restante 26% delle cause si è chiuso con
una conciliazione); il 75% delle cause sono state attivate da investitori europei
e americani, che hanno vinto rispettivamente 1/3 e un 1/4 dei procedimenti;
il 22% degli investitori che hanno adito il meccanismo ISDS sono piccoli o
medi imprenditori (fino a 250 dipendenti), nell’8% dei casi si tratta di grandi
multinazionali. Al momento gli Stati Uniti hanno accordi bilaterali in atto con la
previsione del meccanismo ISDS con 9 stati membri UE (Bulgaria, Repubblica
Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Croazia, Polonia).
Il possibile inserimento dell’ISDS nel TTIP ha sollevato molte critiche e
perplessità, portando la Commissione, che pure aveva cominciato a inserire
una versione già revisionata negli ultimi negoziati in corso, all’ideazione di
una riforma molto più profonda di questo strumento, facendo proprie le idee
emerse dal dibattito nella società civile e al Parlamento europeo. Il 16 settembre
2015, dunque, è stata resa pubblica la proposta di un Sistema Giudiziario per
gli Investimenti (ICS - Investment Court System), composto da un tribunale di
prima istanza e da una corte d’appello. Si tratta di una corte permanente (prima
importante differenza con l’ISDS, che prevedeva un sistema di arbitri convocati
ad hoc per ogni controversia), dedicata al trattato transatlantico. Nello specifico
la proposta prevede una corte con 15 giudici (5 europei, 5 statunitensi e 5 da
26

paesi terzi) con un mandato di 6 anni. I giudici verrebbero pagati da una cassa
comune tra UE e USA, quindi non dalle parti in causa. La nomina a giudice
di questa nuova corte sarebbe subordinata al possesso del titolo di giudice nel
paese di provenienza e/o all’essere un giurista di fama comprovata in materia di
diritto internazionale privato e del commercio. Con queste accortezze si potrà
evitare che avvocati d’affari facciano da arbitri in cause in cui potrebbero avere
dei conflitti d’interesse.
All’insorgere di ogni nuova controversia si costituirà una corte giudicante di tre
giudici (uno europeo, uno americano e uno terzo) estratti a sorte tra i quindici.
In questo modo si prova a mantenere al massimo il livello d’imparzialità del
tribunale. La proposta della Commissione permetterebbe, inoltre, al TTIP
di essere il primo accordo commerciale della storia a prevedere, in caso di
controversie tra Stato e investitore, anche un meccanismo d’appello in secondo
grado. La corte d’appello ricalcherebbe perfettamente il tribunale di prima
istanza, ma con sei giudici (2 USA, 2 UE e 2 terzi), piuttosto che quindici.
Potrà adire alla corte ognuna delle parti e la sentenza di primo grado potrà essere
modificata o completamente ribaltata dal giudizio di secondo. Nel preambolo,
inoltre, la Commissione accoglie una preoccupazione molto forte manifestata
dal Parlamento europeo e dalla società civile, esplicitando il diritto degli Stati di
legiferare per attuare obiettivi legittimi di politica pubblica.
La formulazione è un’importante vittoria per chi temeva che le multinazionali,
attraverso l’ISDS, potessero piegare le legislazioni nazionali ai propri interessi.
Si precisa, inoltre, che non può considerarsi legittima l’eventuale pretesa degli
investitori che le legislazioni restino immutate nel tempo. Infine, sono state
previste alcune clausole per favorire l’utilizzo di questo nuovo sistema anche da
parte delle PMI. Nello specifico: tempi certi per la conclusione dei procedimenti
(18 mesi per il primo grado e 6 mesi per l’appello), un meccanismo volontario
di mediazione per risolvere la disputa prima che si apra il procedimento presso
la corte e la previsione che alcune categorie di PMI, in caso di giudizio avverso
dei giudici, non siano costrette a pagare tutte le spese processuali, ma soltanto
una quota.
Il documento pubblicato è solo la posizione della Commissione Europea e
prima di diventare realtà dovrà essere approvato dal Consiglio e negoziato con
gli americani, nel contesto di tutto il TTIP. Superati tutti questi scogli, poi,
comunque il trattato nel suo complesso dovrà essere firmato e ratificato da tutte
le parti. Nonostante ciò, la proposta della Commissione rappresenta un progresso
incontestabile e una rivoluzione copernicana nell’approccio europeo alla politica
commerciale.
27

4

CAPITOLO 4 - Il TPP – Trans Pacific Partnership
Lunedì 5 ottobre 2015, è stato annunciato l’accordo fra le dodici parti contraenti
del Trans Pacific Partnership (TPP). I 12 paesi che hanno preso parte ai negoziati,
durati cinque anni, sono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia,
Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti, e valgono
complessivamente il 40% del PIL globale. La portata dell’accordo è straordinaria
e avrà importanti ricadute sia sullo scena commerciale che su quella geo-politica.
Il TPP è un trattato commerciale che punta all’eliminazione o all’abbassamento
delle tariffe doganali fra i paesi partecipanti, a stabilire una regolamentazione
comune sul diritto di proprietà intellettuale, a aumentare gli standard in
materia ambientale e del lavoro, e a istituire un meccanismo di risoluzione delle
controversie fra stato e investitori. Oltre a rispondere alle esigenze di crescita
economica e aumento dell’occupazione, l’accordo riconosce la centralità assunta
dai mercati dei paesi affacciati sul Pacifico rispetto ai più tradizionali scambi
transatlantici. Il trattato commerciale, includendo norme in materia ambientale
e di diritti umani e regolando i più moderni comparti dell’industria globale come
telecomunicazioni, commercio elettronico e trattamento dei dati, costituisce
un’innovazione rispetto agli accordi già in essere e contribuirà in maniera
sostanziale a rimodellare le dinamiche e i canoni del commercio globale. L’accordo
costituisce un importante tentativo di regolamentare la globalizzazione mondiale
ponendo le basi per il rispetto di alcuni principi, anticipando e catalizzando la
crescita degli scambi fra le due sponde del Pacifico.

TPP ed effetti per le parti contraenti
La portata dell’accordo è notevole: oltre all’abbattimento di più di 18000 dazi
doganali e all’inclusione di prodotti industriali tradizionali, come quelli dei settori
automobilistico, chimico, farmaceutico e cinematografico, vengono inclusi i
servizi e nuove norme regolamentari. Oltre agli standard ambientali e lavorativi,
la cui violazione provocherà sanzioni commerciali, il trattato promuoverà e
proteggerà la competizione. L’Istituto Peterson per l’Economia Internazionale
stima che il trattato, a regime, sosterrà annualmente le esportazioni americane
per quasi $ 125 miliardi. L’effetto immediato più prevedibile sarà una maggiore
complementarità e integrazione delle diverse catene di produzione. L’agevolazione
al commercio avrà anche ripercussioni sui rapporti geo-politici nella regione. A
questo scopo è utile ricordare che la Cina non ha partecipato ai negoziati e che il
dichiarato scopo dell’iniziativa commerciale da parte delle amministrazioni Bush
e Obama rientra nella più ampia strategia di re-focalizzazione della politica estera
americana. L’accordo, oltre che incontrare l’entusiasmo di Obama, è un pilastro
28

dell’ampio progetto politico del primo ministro giapponese Shinzo Abe: dalle
riforme atte alla crescita (“Abenomics”) alla nuova disciplina in materia di difesa
adottata dal parlamento giapponese in settembre. È, infine, il primo accordo
ampio e profondo che include sia il Giappone che gli Stati Uniti in materia
commerciale.

Prossimi passi del TPP
Con gli USA a ridosso della campagna elettorale per le presidenziali, la ratifica
del trattato potrebbe incontrare alcune difficoltà. Negli Stati Uniti, l’accordo
dovrà passare al vaglio di un congresso molto diviso e polarizzato. Obama, che
si è definito molto soddisfatto dell’esito dei negoziati, dovrà, inoltre, affrontare
lo scetticismo da parte di alcuni democratici, Hillary Clinton compresa. In
ogni caso, per la portata dell’accordo e il numero dei paesi partecipanti la più
ottimistica delle previsioni indica gennaio 2017 come mese di probabile entrata
in vigore del trattato.

L’Unione Europea e il TPP
La Commissione ha accolto favorevolmente la conclusione dell’accordo. Cecilia
Malmstrom, Commissaria europea al commercio internazionale, ha sottolineato
che il raggiungimento dell’accordo favorirà le trattative europee. L’Unione sta,
infatti, negoziando accordi di libero scambio con molte parti contraenti del
TPP, fra cui Stati Uniti, Giappone e Vietnam, che, ora, potranno concentrarsi
più attivamente sulla definizione di un’intesa. D’altra parte il TPP, garantendo
un migliore accesso alle piazze asiatiche, modificherà l’equilibrio competitivo
fra le aziende europee e quelle americane. Questa considerazione appare
particolarmente importante considerando che l’Asia sarà nei prossimi anni il
mercato che crescerà più velocemente e che una fetta sempre maggiore della
produzione globale si concentrerà in questa regione.
L’accordo, secondo un recente studio di Kawasaki, potrebbe causare una perdita
pari allo 0,1% del PIL europeo. Il trattato, per le sue enormi dimensioni, sarà,
infatti, il primo ad avere un effetto considerevolmente negativo sull’economia
comunitaria. Per effetto dei diminuiti costi di transazione e per la maggiore
integrazione delle economie coperte dal TPP, la regione attirerà nuovi
investimenti. Le aziende europee presenti su questi mercati, inoltre, saranno
incoraggiate da questa nuova competitività del mercato a subappaltare in loco la
produzione di beni e la prestazione di servizi, andando quindi a incrementare i
propri investimenti nella regione.
29

5

CAPITOLO 5 - La Cina e il riconoscimento dell’economia di
mercato
Che cos’è il MES?
Dal 2001 la Repubblica Popolare Cinese è membro del WTO,
Organizzazione Mondiale del Commercio, con lo status di
“economia in fase di transizione” e, dunque, non ancora avente diritto allo
status di economia di mercato (MES - Market Economy Status). Nello specifico
di quanto richiesto dall’Unione Europea per il riconoscimento del MES,
devono essere soddisfatti cinque criteri. Secondo l’ultima analisi condotta dalla
Commissione nel 2008, la Repubblica Popolare ne soddisfa solo uno, ossia
l’assenza di distorsioni da parte dello Stato sull’allocazione delle risorse e le
decisioni delle imprese.
Gli altri criteri richiesti sono:
»» scarsa ingerenza del governo, specie in termini di discriminazione
fiscale;
»» adeguati sistemi per la corporate governance;
»» regolamentazione chiara a garanzia dei diritti di proprietà e
dell’applicazione di un regime fallimentare;
»» un settore fiscale che operi indipendentemente dallo Stato.
Tali criteri, tuttavia, non rilevano a livello normativo poiché il riconoscimento
del MES è regolato all’interno del WTO, organismo multilaterale. Quindi, nel
caso in cui quest’ultimo riconoscesse lo status di economia di mercato a Pechino,
l’Unione Europea non potrebbe far valere il mancato rispetto dei criteri di cui
sopra per contestare tale decisione.
Dal punto di vista della difesa commerciale, il sistema cinese è in generale
inadeguato al riconoscimento del MES. Il governo centrale dirige l’economia
con l’intento di creare dei campioni nazionali. I piani quinquennali garantiscono
a imprese, spesso sotto controllo statale, materie prime e capitali a basso
costo, oltre ad alterare i flussi commerciali e l’ambiente competitivo. Pratiche
sleali sono condotte a supporto delle aziende cinesi e delle loro esportazioni,
a cui è concesso l’accesso privilegiato a fattori produttivi e a finanziamenti. Il
riconoscimento dello status di economia di mercato (MES) influisce in modo
rilevante sull’applicabilità degli strumenti di difesa commerciale, modificando i
criteri delle misure anti-dumping.
30

Gli strumenti di difesa commerciale (TDI)
Gli strumenti di difesa commerciale (Trade Defense Instruments) contrastano
pratiche di concorrenza sleale provate e identificate, garantendo la parità di
condizioni competitive tra le aziende di paesi terzi e quelle europee. In particolare,
i TDI giocano un ruolo cruciale nella tutela di settori chiave dell’industria
manifatturiera che contribuiscono in maniera fondamentale alla crescita,
all’innovazione e all’occupazione negli Stati Membri.
Si parla di dumping di un prodotto quando il suo prezzo di esportazione è più
basso rispetto al “normal value”, il prezzo di vendita appropriato sul mercato
domestico. Le norme anti-dumping prevedono l’imposizione di dazi che
vadano a compensare il vantaggio competitivo così ingiustamente creato. Per
le nazioni cui è riconosciuto il MES, il “normal value” viene calcolato a partire
dai costi di produzione e dal prezzo reale di vendita del paese stesso, prezzo che
è soggetto a dinamiche di mercato. L’utilizzo di un simile approccio si rivela
ovviamente fallimentare con economie non di mercato (Non-Market Economy),
caratterizzate da un’ingerenza statale massiccia e dove pertanto i prezzi risultano
distorti e non soggetti alle dinamiche tipiche della domanda e dell’offerta. In
questo caso, il “normal value” è ottenuto partendo dal prezzo di vendita del
prodotto in uno stato terzo dotato di un’economia di mercato funzionante.

Qual è la controversia?
Negli ultimi anni, la Cina ha ripetutamente dichiarato che il Protocollo d’accesso
al WTO le garantirebbe il riconoscimento automatico del MES da parte degli
Stati membri allo scattare dei 15 anni dall’ingresso nell’organizzazione, l’11
dicembre 2016. L’ultima consultazione con la Cina riguardo all’argomento del
riconoscimento risale al giugno 2012 e la Repubblica Popolare non ha fornito
prove, confidando nella propria interpretazione del protocollo. L’interpretazione
cinese non è però condivisa da tutti i membri del WTO. Coloro che credono
che non sussista un obbligo legale a concedere il MES alla Cina, partendo dalla
lettera del protocollo d’accesso, giudicano la posizione cinese in contrasto con
i dettami interpretativi applicati solitamente dal WTO e con gli interessi degli
Stati membri al momento della stesura dell’accordo.

L

’art. 15 (d) del protocollo d’accesso, infatti, recita:
“Una volta che la Cina avrà dimostrato, secondo
le leggi degli stati importatori membri del WTO,
che è un’economia di mercato, le previsioni del comma
31

(a) (cioè l’utilizzo di prezzi non cinesi per determinare il
normal value - NdA) smetteranno di essere in vigore”.
Per la peculiare struttura procedurale comunitaria, l’Unione Europea è l’unico
partner a dover adottare un atto formale prima della scadenza del dicembre
2016, per eventualmente esplicitare il nuovo status che intende riconoscere
alla Cina. Questo significa che nei prossimi mesi Commissione, Parlamento e
Consiglio dovranno decidere che posizione prendere, per poi tradurla in un atto
legislativo. Gli USA hanno già fatto filtrare in modo ufficioso la notizia che non
riconosceranno lo status di economia di mercato alla Cina nel 2016 e pare chiaro
che Brasile, India, Messico, Canada e molti altri saranno sulla stessa linea. Sarebbe
opportuno che il riconoscimento avvenisse soltanto previo coordinamento con i
maggiori partner commerciali, in primis gli USA.
Se l’Unione Europea fosse l’unica grande realtà economica a garantire il MES,
le esportazioni cinesi verso gli altri partner commerciali sarebbero deviate
verso l’UE, con effetti ancora non prevedibili per la nostra economia. Si tratta
di una faccenda estremamente delicata, dove la nostra priorità è la tutela delle
imprese e dei lavoratori europei. La Cina, infatti, non operando in condizioni
di libero mercato, ha una politica di prezzi alla vendita molto aggressiva, con
la quale i nostri produttori, che rispettano una serie di standard e regole, non
potrebbero competere. Questo è la prima e più importante conseguenza negativa
che dobbiamo scongiurare. Allo stesso tempo, non si può ignorare la fortissima
presenza cinese nei maggiori fondi di investimento europei e, dunque, è necessario
evitare anche un eventuale loro ritiro che potrebbe verificarsi in caso di chiusura
totale alle loro richieste.
A partire dallo scorso dicembre, il Parlamento europeo, e nello specifico il gruppo
S&D, ha cominciato attivamente a occuparsi della questione, con l’obiettivo di
influenzare la presentazione di una proposta legislativa per adattare il regolamento
TDI che la Commissione Europea dovrebbe presentare entro la prima metà del
2016. La speranza è che Commissione, Consiglio e Parlamento possano avere un
approccio comune a una questione fondamentale che vede potenzialmente messi
in pericolo interi settori produttivi comunitari e centinaia di migliaia di posti di
lavoro. Al netto dei differenti interessi commerciali dei vari Stati membri, sarà
fondamentale considerare tutte le problematiche legali, economiche, politiche e
geopolitiche per giungere a una comune posizione interna all’Unione Europea.
Solo parlando con una sola voce la UE potrà riuscire a tutelare i propri interessi,
senza pregiudicare eccessivamente il rapporto di stretta collaborazione che si è
instaurato con la Cina nel corso della ormai quarantennale relazione diplomatica.
32

3

PARTE 3 - GLI ALTRI ACCORDI BILATERALI
Il 2015 è stato un anno fondamentale per l’agenda dei rapporti commerciali
bilaterali dell’Unione Europea. A fronte di un negoziato con gli Stati Uniti
d’America che procede fra numerose difficoltà, sono stati aperti, portati avanti o
chiusi numerosi altri negoziati, che non sono meno importanti del più discusso
TTIP. All’inizio del mese di dicembre è stata annunciato dal Presidente della
Commissione Europea Jean-Claude Juncker e dal Primo Ministro vietnamita
Nguyen Tan Dung il raggiungimento dell’accordo per il trattato bilaterale UEVietnam, che, oltre che aprire le porte di un mercato in netta espansione agli
operatori comunitari, potrebbe fungere da modello per altri accordi con paesi
del Sud-Est asiatico. Sono, infatti, già state annunciate le aperture dei negoziati
con Filippine e Indonesia, mentre sta procedendo la fase di scoping in vista di
eventuali trattative con Malesia e Tailandia.

J

ean-Claude Juncker (Redange-sur-Attert, 9 dicembre
1954) è il Presidente della Commissione Europea dal 1º
novembre 2014. La sua elezione è stata la prima legata ai risultati
delle elezioni parlamentari: ogni famiglia politica europea
candidatasi alle elezioni per il Parlamento del Maggio 2014, infatti,
ha, per la prima volta nella storia, espresso un proprio candidato alla
Presidenza della Commissione (Spitzenkandidaten); Juncker era
espressione del partito che ha ottenuto il maggior numero di voti,
il Partito Popolare Europeo (PPE). Questa grande innovazione ha
dato vita alla prima Commissione Europea di forte impronta politica
e non solamente tecnica. È stato primo ministro del Lussemburgo
dal 20 gennaio 1995 al 10 luglio 2013 e Presidente dell'Eurogruppo
dal 2005 al gennaio 2013.
Restando nel continente asiatico, vanno ricordati la ratifica ufficiale dell’accordo
bilaterale con la Corea del Sud, il primo di nuova generazione raggiunto
dalla Unione Europea, già in vigore dal 2011, e l’avanzare dei negoziati con
il Giappone, partner commerciale fondamentale per la complementarità con
il mercato comunitario. Anche con la Cina - di cui si è già trattato - vi sono
due trattative bilaterali attualmente in corso, una sugli investimenti e una sulle
Indicazioni Geografiche, nelle quali sarà cruciale raggiungere un buon accordo
33

che possa permettere di arrivare ad una parità di condizioni per operatori cinesi
ed europei. Parallelamente, per la prima volta nella comunicazione Trade for all,
la Commissione Europea ha aperto a un eventuale inizio dei negoziati per un
accordo di investimento con Taiwan.
Avvicinandoci al nostro paese, non possiamo non menzionare l’importanza
commerciale e geopolitica che i negoziati con Marocco e Tunisia ricoprono al
momento. Entrambe le trattative possono divenire un fondamentale elemento
nella difficile transizione verso una forma più completa di democrazia in una
zona molto importante per l’Unione Europea e specificatamente per l’Italia.
Non vanno poi dimenticati quegli accordi che necessitano fortemente di una
modernizzazione, come quelli con Messico e Cile. Con entrambi questi paesi
l’Unione Europea ha in vigore accordi commerciali conclusi nella seconda
metà degli anni ’90, ormai considerati datati e che prevedono un minor grado
di apertura e di tutela. Rimanendo in Sudamerica, sarà importante capire se
la nuova presidenza argentina riuscirà a imporre una sferzata al Mercosur, che
possa condurre a una proposta negoziale migliore di quelle fino ad ora sul
tavolo, per troppo tempo non all’altezza delle ambizioni dell’Unione Europea.
Allo stesso modo, vanno incoraggiati quei meccanismi come gli Accordi di
Partenariato Economico (EPA – Economic Partnership Agreements) e lo
Schema Generalizzato di Preferenze (GSP – Generalised System of Preferences)
che permettono all’Unione Europea di aiutare paesi in difficoltà politica ed
economica a inserirsi maggiormente nel sistema globale degli scambi attraverso
un deciso abbassamento unilaterale delle barriere tariffarie.
Oltre ad aver ottenuto la chiusura di questi negoziati, è opportuno menzionare
il fatto che il Parlamento europeo sta attendendo il termine delle fasi di legal
scrubbing e traduzione nelle lingue ufficiali degli accordi già raggiunti con
Canada e Singapore, il cui processo di ratifica potrebbe chiudersi fra la seconda
metà del 2016 e la prima del 2017.
In questo lungo elenco non compaiono due giganti come India e Russia, paesi
con i quali il rapporto commerciale è più complesso. Da una parte l’India non
sembra particolarmente interessata ad aprirsi agli scambi commerciali, dall’altra
alcune ben note problematiche di politica estera rendono complicato in questo
settore un rapporto proficuo con la Russia.

34

6

CAPITOLO 6 - UE-Corea del Sud
A 5 anni dalla firma del trattato di libero scambio con la
Repubblica di Corea, il primo ottobre scorso, l’Unione
Europea ha concluso, in seguito all’approvazione dei diversi
parlamenti nazionali, la procedura di ratifica dell’accordo.
Nonostante il regime previsto dall’accordo fosse stato applicato
in maniera provvisoria dal 2011. Con un piano di attuazione particolarmente
rapido, l’accordo ha determinato l’eliminazione di tutte le barriere tariffarie
sui prodotti industriali e parzialmente rimosso quelle sui beni agricoli. Con
beneficio dei settori automobilistico, farmaceutico, elettronico e medico, si è
provveduto anche alla cancellazione d’importanti barriere non tariffarie. Il
trattato ha migliorato l’accesso al mercato dei servizi e agli investimenti e, infine,
ha regolamentato la protezione dei diritti di proprietà intellettuale e determinato
l’apertura degli appalti pubblici. L’accordo di libero scambio (FTA-Free Trade
Agreement) con la Corea del Sud, essendo molto esteso per scopo e portata,
è il primo accordo commerciale di nuova generazione siglato dall’Unione
Europea e il primo con un partner asiatico. La Corea del Sud, dopo uno sviluppo
ventennale che l’ha posizionata al quinto posto a livello mondiale per esportazioni
e importazioni, si è attestata come una delle maggiori economie orientali. I flussi
commerciali europei e coreani sono molto simili per le categorie di prodotti
scambiati. Con circa l’80% sul totale, a dominare le transazioni internazionali di
entrambi sono, infatti, i prodotti industriali. I settori prevalenti sono quelli della
produzione di veicoli ed equipaggiamenti per i traporti e il comparto chimico.

I risultati dei primi 4 anni
La Commissaria al Commercio UE, Cecilia Malmstrom, ha definito l’accordo
come un “esempio da seguire”, una storia di successo che è possibile replicare
con gli accordi attualmente in cantiere. Il rapporto di marzo della Commissione
Europea mostra, infatti, un aumento delle esportazioni verso la Corea del 35%
rispetto al 2011, determinando un aumento del 3% della quota europea sul
totale delle importazioni coreane (JAP -3%, USA +0%). Nel 2013, l’Unione ha,
per la prima volta, registrato un surplus della bilancia commerciale con il partner
asiatico. Se, infatti, le esportazioni sono cresciute velocemente, le importazioni
dalla Corea sono rimaste stabili. Sebbene nell’ultimo anno, complice l’inizio
della ripresa economica europea, l’import dalla Corea abbia conosciuto un
aumento del 6%, il dato rimane comunque inferiore alla crescita media annua
del 9% registrata dall’export nostrano. Nonostante gli iniziali scetticismi da
parte dei rappresentanti del settore, l’industria ad aver maggiormente beneficiato
35

dell’accordo, con un aumento del 90% delle esportazioni negli ultimi tre anni,
è stata quella automobilistica. Quest’ultima, infatti, ha potuto, tramite le
equiparazioni degli standard europei a quelli coreani, godere dell’eliminazione
di importanti barriere non tariffare. Seguono gli equipaggiamenti del settore dei
trasporti con un aumento del 56%, i servizi che, con un incremento del 20%,
confermano l’UE come esportatore netto, e i prodotti chimici (+10%). Anche
il settore degli investimenti ha beneficiato di una crescita relativamente stabile,
classificando l’UE come la maggiore fonte d’investimenti diretti stranieri (FDIsForeign Direct Investments) per la Corea del Sud.

La revisione dell’accordo
In ottobre, la Commissione Europa ha ufficialmente proposto una revisione
dell’accordo alla controparte sudcoreana. In particolare, l’ipotesi di modifica
riguarderebbe l’estensione del regime di non tassazione a tutti quei beni che
rientrano in Corea dopo un periodo di manutenzione in Europa. I negoziatori
europei proporranno, poi, un emendamento alla clausola di trasporto diretto
(principio per cui il regime tariffario impostato dall’accordo è riservato alle sole
merci che giungono in Corea direttamente dall’UE). La clausola pregiudica
l’applicazione del trattamento tariffario preferenziale a tutte quelle merci che
transitano attraverso i porti del sud-est asiatico prima di giungere a destinazione.
Se, infatti, circa l’80% degli operatori sudcoreani beneficiano dell’abolizione dei
dazi in ingresso, solo il 54% degli esportatori europei sfrutta i vantaggi derivanti
dal nuovo sistema. I nuovi negoziati dovranno, inoltre, predisporre l’abbattimento
delle barriere non tariffarie emerse durante gli anni di applicazione dell’accordo.
Infine, la controparte coreana ha proposto l’inserimento di norme volte alla
tutela legale degli investitori stranieri. Al momento delle negoziazioni, infatti,
la Commissione Europea non disponeva del mandato, ottenuto con il Trattato
di Lisbona, necessario per disporre di questa questione. Il Trattato ha, infatti,
incrementato l’autonomia delle istituzioni europee affidandole competenza
esclusiva su materie di primario rilievo, come il commercio internazionale.

7

CAPITOLO 7 - UE-Vietnam
Il 2 dicembre 2015, Jean-Claude Juncker per l’Unione Europea
e il Primo Ministro Nguyen Tan Dung per il Vietnam hanno
annunciato di aver concluso un accordo di libero scambio (FTA
– Free Trade Agreement). I negoziati per un FTA, che fosse
36

ambizioso e a vasto raggio, sono stati lanciati nel giugno 2012, al fine di creare un
clima favorevole allo sviluppo di relazioni commerciali e di flussi d’investimenti.

N

guyen Tan Dũng (Ca Mau, 17 novembre 1949) è un politico
vietnamita, dal 2006 Primo Ministro del Vietnam. Laureato
in giurisprudenza, nel 1995 diventa vice ministro degli Interni e nel
1996 entra a far parte del Politburo centrale, divenendo vice primo
ministro (1997-2006) e governatore della Banca centrale (199899). Moderato fautore dell’apertura al mercato, nel 2006 è stato
eletto dall’Assemblea nazionale alla carica di primo ministro, poi
riconfermato nel gennaio 2011.
I prossimi passi che l’Unione Europea e il Vietnam dovranno intraprendere sono
la finalizzazione del testo giuridico, nella prima metà del 2016, e la traduzione
dell’accordo in tutte le lingue ufficiali dell’UE, nella seconda metà dell’anno. Una
volta concluse queste operazioni, l’accordo dovrà essere approvato dal Consiglio
e dal Parlamento europeo.
Questo accordo rimuoverà quasi tutte le tariffe sui beni oggetto di scambi tra
le due economie. Si parla, infatti, di una cifra vicina al 99% di tutti beni in
commercio, con un periodo di transizione di 10 anni per i vietnamiti e di 7 per
l’UE. Per quanto riguarda il settore delle auto, il periodo di transizione sarà per
entrambi di 10 anni. L’accordo prevede anche un meccanismo di risoluzione
delle controversie tra Stato e investitore straniero. A seguito delle pressioni della
società civile e del Parlamento europeo, la Commissione ha ridisegnato questo
meccanismo, denominato Investment Court System (ICS), migliorando quello
che si era utilizzato in quasi tutti i precedenti accordi commerciali, l’Investor-toState Dispute Settlement, ISDS (per maggiori informazioni su questo strumento,
consultare la apposita scheda a pagina 26).
Per quanto riguarda le regole per definire l’origine dei prodotti del settore tessile
il Vietnam ha accettato il principio della doppia trasformazione. Questo eviterà
che prodotti essenzialmente cinesi entrino in Europa con l’etichetta made in
Vietnam avendo subito in quel paese solo una trasformazione. Per essere ancora
più chiari, i vietnamiti potranno comprare filati cinesi ma poi dovranno loro
stessi provvedere alla tessitura e al confezionamento del capo. Prima bastava solo
il confezionamento per il riconoscimento dell’origine vietnamita del capo.
37

In materia di Indicazioni Geografiche per gli alimenti e le bevande, ci si è
accordati per un riconoscimento in generale del sistema delle IG europee,
compresa la possibilità dell’inserimento di nuove denominazioni, anche se la
protezione verrà accordata, inizialmente, solo a 171 prodotti (nell’accordo con il
Canada si era ottenuta protezione per 145 IG). Le IG, i cui nomi sono marchi
d’impresa precedentemente registrati nel paese, potranno mantenere la propria
denominazione, così come gli omonimi marchi d’impresa. Per quanto riguarda
i nomi di alcuni formaggi (ad es. Asiago, Gorgonzola e Fontina) che nel lessico
vietnamita sono diventati nomi comuni, questi potranno continuare ad essere
usati ma in buona fede, in altre parole senza aggiungere riferimenti fuorvianti al
‘presunto’ paese d’origine (bandiere italiane, immagini del Colosseo o associarli a
località italiane, tipo ‘Gorgonzola Milano’). Sembra inoltre che a proposito delle
importazioni europee di riso ci sarà solo un lieve aumento delle attuali quote, ma
non una liberalizzazione dell’accesso del riso vietnamita in Europa. Il problema
però potrebbe riproporsi con gli accordi di partenariato economico (EPA) con
Cambogia e Myanmar.
A proposito dell’accesso al mercato degli appalti pubblici vietnamiti, sono stati
fatti importanti passi avanti per quanto riguarda l’apertura del mercato degli
appalti gestiti dal governo centrale e dalle due principali municipalità, Hanoi e
Ho Chi Minh City (circa il 50% del totale). Ma gli ultimi dettagli tecnici sono
ancora da limare. Si è riusciti, inoltre, ad assicurare un livello di concorrenza
accettabile con le aziende pubbliche locali.
Per quanto riguarda il capitolo su Commercio e Sviluppo Sostenibile, (TSD
- Trade and Sustainable Development), ci si impegna al rispetto dei principi
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO – International Labour
Organisation) sui diritti fondamentali dei lavoratori. Saranno presenti, inoltre,
impegni per quanto riguarda la protezione e l’utilizzo sostenibile delle risorse
naturali. Altri accenni interessanti sono quelli alla Responsabilità Sociale
d’Impresa e al commercio equo ed etico.
Nel testo dell’accordo saranno descritte anche le strutture dedicate a garantire
la piena attuazione del capitolo TSD, compresi i meccanismi per garantire la
partecipazione della società civile. Infine, la clausola di collegamento con
l’accordo di partenariato e cooperazione già in vigore servirà a garantire che i
diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto rappresentino elementi essenziali
delle relazioni commerciali tra UE e Vietnam. Indicativamente, nei primi mesi
del 2017 il testo dell’accordo verrà inviato al Parlamento europeo e al Consiglio
che dovranno esprimere con una procedura legislativa l’approvazione o il rifiuto
dell’accordo.
38

8

CAPITOLO 8 - UE-Canada
Il Comprehensive Economic Trade Agreement (CETA) tra UE
e Canada, firmato il 26 settembre 2014, a Ottawa, al momento
della ratifica sarà il primo accordo dell’UE a facilitare l’accesso
al mercato per beni, servizi e investimenti con un altro paese
altamente industrializzato, il primo con un ambizioso capitolo sulla protezione
degli investimenti e il primo che include la protezione di 145 alimenti a Indicazione
Geografica (IG). Le elezioni politiche canadesi del 19-20 ottobre 2015 hanno
dato la maggioranza al Liberal Party di Justin Trudeau, convinto sostenitore degli
accordi di libero scambio. Trudeau, pur essendo molto favorevole al CETA, ha
espresso in campagna elettorale alcune preoccupazioni sulla mancanza di un
dibattito pubblico sia in Europa sia in Canada sull’argomento. Il neo Primo
Ministro si era inoltre schierato al fianco delle province, contro il governo
federale, per chiedere maggiori fondi per fare fronte alle perdite che potrebbe
dover affrontare il settore della pesca.

J

ustin Pierre James Trudeau (Ottawa, 25 dicembre 1971),
leader del Partito Liberale del Canada, è il Primo Ministro del
Canada dal 4 novembre 2015. Il suo partito, collocato su posizioni
progressiste simile a quelle dei Democratici americani, ha ottenuto
una vittoria sorprendente, con poco meno del 40% dei voti e più
del 55% dei seggi.

Principali benefici del CETA
Dal 1994 il Canada accorda un trattamento preferenziale alle aziende dei paesi
firmatari dell’accordo di libero scambio tra USA, Messico e il Canada (NAFTA North American Free Trade Agreement). Il CETA ridarà parità di trattamento alle
aziende europee. Il capitolo sulla riduzione dei dazi doganali è il più importante
che l’Europa abbia mai raggiunto.
Per quanto riguarda servizi e investimenti, il CETA dà alle aziende europee un
trattamento addirittura migliore di quelle dei partner del NAFTA. Inoltre, le
PMI beneficeranno del reciproco riconoscimento delle valutazioni di conformità.
39

Ecco i principali benefici per le imprese:
»» Quasi il 92% dei prodotti agricoli e alimentari dell’UE verrà esportato
in Canada senza dazi doganali. Per i beni industriali gli esportatori
europei potranno risparmiare circa €470 milioni all’anno. Dopo sette
anni, infatti, non vi saranno più dazi tra l’UE e il Canada su questi
ultimi.
»» Nel mercato degli appalti pubblici, per la prima volta viene
liberalizzato l’accesso anche alle gare bandite dagli enti locali canadesi.
Per dare un ordine di grandezza, nel 2011 gli appalti aggiudicati
dalle amministrazioni comunali canadesi ammontavano a circa €82
miliardi. Il Canada creerà inoltre un sito web unico sugli appalti per
garantire che le imprese dell’UE possano trarre vantaggio da queste
nuove opportunità.
»» Il reciproco riconoscimento delle valutazioni di conformità eviterà
di testare sia in Europa sia in Canada la conformità di un prodotto
agli standard di legge. Questa misura, permettendo di ridurre i costi,
potrebbe generare un aumento del PIL fino a €2,9 miliardi l’anno per
l’UE.
»» Le PMI potranno beneficiare della protezione accordata dal Canada a
una lista di 145 alimenti a Indicazione Geografica, di cui 41 italiani,
tra questi la Bresaola della Valtellina, il Taleggio e il Grana Padano.
L’accordo prevede anche la possibilità di aggiungere in futuro altre
denominazioni di prodotti all’elenco. Inoltre, alcune IG famose
dell’UE, come prosciutto di Parma, saranno autorizzate a utilizzare
la propria denominazione, anche se questa è già registrata in Canada
come marchio d’impresa.

Effetti economici del CETA
Ci si attende che il CETA possa aumentare i flussi commerciali in beni e servizi
tra Europa e Canada di quasi il 25%. Inoltre ci si aspetta che la produzione
europea possa crescere di €12 miliardi l’anno. Uno studio, europeo e canadese,
prevede un generale guadagno in termini di benessere, PIL, esportazioni e salari,
nel lungo periodo. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, la maggior parte dei
settori potrebbe avvantaggiarsene, mentre una minoranza risentirà delle maggiori
pressioni competitive. Per questo sarà importante istituire meccanismi adeguati
di aggiustamento, come, per esempio, il Fondo Europeo per la Globalizzazione,
che mira a ridurre l’impatto negativo dei cambiamenti di produzione.
40

Servizi Pubblici
Nel CETA, come negli altri accordi commerciali, l’UE non ha preso nessun
impegno sulla gestione dei beni e dei servizi pubblici. Gli Stati membri potranno
continuare a gestire in piena autonomia, ed eventualmente anche in monopolio,
la fornitura di beni e servizi pubblici ai propri cittadini. Il CETA, quindi,
non impone nessun obbligo di privatizzare o liberalizzare i servizi di fornitura
dell’acqua, l’istruzione o il servizio sanitario nazionale.

Rispetto degli standard europei e sviluppo sostenibile
Gli standard europei non saranno modificati dall’entrata in vigore del CETA.
Questo significa che ogni importazione proveniente dal Canada dovrà soddisfare
le regole stabilite dall’UE. Non esiste quindi il rischio che arrivino sulle nostre
tavole polli alla clorina o bistecche di manzo trattato con gli ormoni. Al contrario,
in previsione dell’entrata in vigore del trattato, il Canada ha iniziato a produrre
manzo hormones-free, dal momento che per i suoi allevatori l’UE è un mercato
molto interessante.
Come negli altri accordi commerciali di nuova generazione sottoscritti dalla UE
(con Corea del Sud, Colombia e Perù), anche il CETA ha un capitolo sullo sviluppo
sostenibile, nel quale viene fatta menzione di un impegno comune rispetto ad
ambiente e tutela del lavoro. Inoltre, il Canada, di solito restio a questo genere
di discussioni, si è impegnato ad applicare le convezioni dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro sui diritti dei lavoratori.

Meccanismo di risoluzione delle controversie tra Stato e investitore
straniero
Il CETA prevede al suo interno anche un meccanismo per risolvere le dispute
tra Stato e investitore (ISDS - Investor-To-State Dispute Settlement), basato sul
sistema dell’arbitrato. Non esiste un modello unico di ISDS; dal 1959 a oggi,
gli Stati dell’UE hanno già firmato circa 1400 accordi con l’inclusione di un
ISDS. Questo meccanismo era nato, nel contesto della decolonizzazione, per
tutelare l’investitore straniero in caso di atti discriminatori o arbitrari dello Stato.
Il sistema mancava, però, di legittimità democratica e di trasparenza e gli arbitri
si trovavano spesso in posizioni di conflitto d’interessi.
Oggi non potremmo più accettare questo tipo di sistema. Nonostante l’ISDS
41

presente attualmente nel CETA già rappresenti un passo avanti, la speranza
concreta è che si realizzi un ulteriore miglioramento durante la fase di legal
scrubbing (uno studio approfondito per eliminare ogni possibile incongruenza
tra l’accordo e i trattati europei) che possa andare nella direzione di una maggiore
trasparenza procedurale e certezza del diritto sul modello della proposta ICS
avanzata in novembre dalla Commissione Europea.
Non è ancora chiaro se la Commissione Europea riuscirà a convincere i partner
canadesi a riaprire il capitolo per sostituire l’ISDS con l’ICS.

Prossimi passi e giudizio complessivo
Il Parlamento europeo sarà chiamato, entro due anni dalla firma dell’accordo, ad
approvare il CETA. Quando gli esperti legali della Commissione Europea avranno
terminato il legal scrubbing, i servizi di traduzione renderanno disponibile il testo
in tutte le 24 lingue ufficiali dell’UE e inizierà la fase dei lavori parlamentari.
Il CETA ha la possibilità di creare benefici concreti per entrambe le economie.
Anche se gli effetti saranno limitati, viste le dimensioni tutto sommato ridotte
degli scambi fra UE e Canda, l’accordo dà la possibilità di creare un modello
per altre trattative commerciali. Infine, gli importanti risultati ottenuti su IG e
appalti pubblici rafforzeranno la posizione europea nei negoziati in corso.

9

CAPITOLO 9 - UE-Giappone
Fra le trattative commerciali aperte dall’Unione Europea, quella
con il Giappone è una di quelle che sta avanzando a ritmo più
spedito, tanto che, nonostante i negoziati siano cominciati
ufficialmente solo nel marzo del 2013, vi sono già stati 14
incontri fra le controparti.
A contribuire alla speditezza delle trattative sono una convergenza di vedute che
va oltre le aspettative iniziali e la forte volontà del Primo Ministro giapponese
Shinzo Abe di chiudere entro il 2016 entrambi i grandi dossier (l’altro è il TPP TransPacific Partnership, chiuso nell’autunno del 2015) di politica commerciale,
elemento chiave della cosiddetta Abenomics.
42

S

hinzō Abe (Nagato, 21 settembre 1954) è il Primo Ministro
del Giappone. In ambito macroeconomico, nella primavera
del 2013 ha attuato una serie di riforme allo scopo di sollevare il
Giappone dalla decennale depressione economica, ribattezzate
dalla stampa col nome di “Abenomics”. L’iniziativa si compone
fondamentalmente di tre direttrici: politica monetaria, politica
fiscale e strategie di crescita.
L’obiettivo della Commissione è di fare entrare in vigore il trattato prima della
fine dell’attuale legislatura del Parlamento europeo, che scade nel 2019. Ciò
nonostante questo non implica che i negoziatori europei si accontenteranno
di un accordo al di sotto delle attese. Infatti, come recentemente sottolineato
dal capo negoziatore Mauro Petriccione, l’Unione Europea non cambierà la
propria posizione per chiudere le trattative in tempi brevi sacrificando la sostanza
a discapito della rapidità. È evidente, però, che con la chiusura del TPP si è
aperta una nuova fase negoziale in cui la forte volontà politica delle due parti sta
accelerando le trattative.
Il principale nodo al momento è legato alle barriere tariffarie e non tariffarie, con
il Giappone che tende a spingere per evitare una piena liberalizzazione prendendo
così le distanze dalla posizione europea.

Le opportunità per l’Europa e per l’Italia
Dal punto di vista economico, l’accordo permetterebbe ai produttori europei
di accedere per la prima volta a un mercato chiuso come quello giapponese,
privilegiando peraltro alcuni tra i settori, in primis quello agroalimentare, fra i
più sviluppati in Italia. Sfruttando l’atmosfera costruttiva, i negoziatori europei
hanno insistito sulla necessità di abbassare le barriere al momento esistenti per
alcuni prodotti agricoli, piuttosto sensibili per i giapponesi, fra i quali carne di
maiale e manzo, prodotti lattiero-caseari, amido, frumento e riso.
Per il nostro settore agro-alimentare il mercato giapponese è decisamente
interessante e sono state avanzate richieste da parte europea per aprire il negoziato
a prodotti agricoli trasformati, come vino e salumi e per ridurre il periodo di
transizione che porterebbe in un futuro all’eliminazione di barriere tariffarie sulle
43

importazioni di vini e liquori. Per quanto riguarda le Indicazioni Geografiche,
al momento la legislazione giapponese prevede protezione solo nel settore vini
e liquori (il cosiddetto Liquor Act), mentre un provvedimento più comprensivo
legato a cibo e prodotti agricoli è attualmente in preparazione al Parlamento
giapponese, dove si prevede che la regolamentazione veda la luce entro i primi
mesi del 2016. Per questa ragione, i negoziatori giapponesi preferiscono attendere
il termine dell’iter legislativo interno prima di includere il tema nelle trattative.

Le criticità
Da parte giapponese le spinte maggiori verso un abbassamento delle tariffe si
registrano nel settore automobilistico, con i negoziatori comunitari decisamente
chiusi su questo punto, soprattutto per una mancata reciprocità nei regolamenti
relativi alla messa in circolazione, che in Giappone sono molto più stringenti. Di
fatto, una riduzione delle tariffe comporterebbe un aumento delle importazioni
di auto giapponesi in Europa senza reciprocità, in virtù dei blocchi in entrata
al mercato giapponese causati dalle barriere di natura non tariffaria. Per quanto
riguarda l’accesso al mercato, il Giappone ha criticato l’eccessivo numero di
categorie di merci che l’UE vorrebbe introdurre nelle trattative; di contro per
i negoziatori comunitari sono troppe le categorie di prodotto fuori dall’accordo
(intorno al 12%) ed è eccessiva la durata del periodo transitorio che anticipa
l’entrata in vigore dell’abbassamento tariffario, come proposto dalla controparte
giapponese. Inoltre, dato che si sono chiuse le negoziazioni del Trans Pacific
Partnership senza alcun riferimento alle Indicazioni Geografiche, assume ancor
maggiore importanza l’inserimento di una clausola che le tuteli nonostante le
posizioni fra le parti rimangano al momento decisamente distanti.

Conclusioni
Il negoziato fra Unione Europea e Giappone è ad oggi una delle trattative
cruciali, sia economicamente che politicamente. Nonostante le trattative
stiano procedendo piuttosto velocemente, si può ancora lavorare per cercare di
influenzarle, in un momento in cui la distanza fra volontà politica ed esigenze
economiche rimane troppo elevata per immaginare il raggiungimento di un
accordo nel breve periodo. Resta inteso che, se in vista della possibilità di chiudere
nel giro di un anno entrambi i grandi accordi commerciali aumenterà il grado di
elasticità della controparte giapponese, le possibilità di raggiungere un accordo
saranno molto elevate. È chiaro però che la Commissione Europea, pur avendo
interesse a concludere il negoziato a breve, privilegerà la sostanza di un accordo
ambizioso alla rapidità.
44

4

PARTE 4 - ACCORDI PLURILATERALI E
MULTILATERALI
Plurilateralismo e multilateralismo sono termini con un significato simile,
prevedendo entrambi una collaborazione con molteplici soggetti, ma differiscono
per la cornice in cui si dispiegano. Gli accordi commerciali multilaterali si
distinguono, infatti, per la partecipazione di tutti i membri dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO - World Trade Organization).
Il sistema commerciale multilaterale è oggi gravato dall’allentamento, provocato
dalle crescenti sfide poste dalla globalizzazione, dello spirito di cooperazione
che ha caratterizzato le negoziazioni durante gli anni novanta. Lo stallo creatosi
in seno alle trattive sull’Agenda di Doha per lo Sviluppo è indicativo dell’alto
grado di conflittualità e del livello di sofferenza raggiunto. Le ambiziose
trattative, lanciate nell’ormai lontano 2001, avevano come obiettivo primario la
liberalizzazione, su scala globale, del commercio di beni e servizi e l’istituzione
di un regime internazionale a protezione dei diritti di proprietà intellettuale e
degli investimenti esteri. L’intento fondamentale dell’Agenda di Doha era la
creazione di un sistema commerciale che, impostando regole comuni e condivise,
instaurasse un regime basato su equità e reciprocità che favorisse la crescita dei
paesi in via di sviluppo. La principale frattura si è sviluppata, proprio, fra le
posizioni di questi ultimi e i paesi sviluppati. Sarebbe, però, sbagliato definire
due fronti unici, i dissidi colpiscono, infatti, un ampissimo spettro di aspetti.
Personalmente, in conformità alla strenua difesa del sistema multilaterale da
parte dell’UE, credo che le sfide del nostro tempo - che si parli di ambiente,
globalizzazione o terrorismo - necessitino, di risposte il più possibile condivise.
La globalizzazione, fenomeno che, insieme alla ricchezza, ha alimentato i dissidi
sociali, deve essere regolata e disciplinata. Nello scenario attuale occorre, infatti,
tutelare gli attori più deboli, garantire il rispetto di regole comuni e impostare,
così, un campo di gioco equo e paritario. Penso, quindi, che sia imperativo che
la comunità internazionale trovi un nuovo impeto per rilanciare, in maniera
responsabile e concreta, il progetto multilaterale.
Costatato lo stato del sistema multilaterale e con l’obiettivo di trovare delle
soluzioni alle problematiche commerciali mondiali, l’Unione Europea ha
intrapreso diverse trattative plurilaterali imponendo, però, la previsione di una
loro successiva multilateralizzazione. In particolare, ho avuto modo di seguire da
vicino le trattive sull’accordo sui beni ambientali (EGA -Environmental Goods
45

Agreement), sull’accordo sul commercio di servizi (TiSA - Trade in Services
Agreement) e quelle relative agli accordi di partenariato economico (EPAs Economic Partnership Agreements), a cui è dedicato un approfondimento nelle
prossime pagine.

10

CAPITOLO 10 - Accordo sugli scambi di servizi (TiSA - Trade
in Services Agreement)
L’accordo sugli scambi di servizi (TiSA) è un accordo commerciale che viene
attualmente negoziato tra 23 paesi (Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia,
Costa Rica, UE, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Corea, Liechtenstein,
Mauritius, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Perù, Svizzera,
Turchia e Stati Uniti) membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio
(World Trade Organization, WTO). Insieme, questi paesi rappresentano il
70% del commercio mondiale di servizi. La Commissione Europea partecipa
ai negoziati a nome dell’UE e il suo team di negoziatori trasmette resoconti
periodici al Consiglio e al Parlamento europeo.
I servizi hanno acquisito un’importanza crescente nell’economia mondiale
e costituiscono un elemento centrale dell’economia di ciascun paese dell’UE.
L’Unione Europea è il principale esportatore mondiale di servizi, un settore che
vanta decine di milioni di posti di lavoro in tutta Europa. Aprire i mercati dei
servizi significa promuovere la crescita e l’occupazione.
I colloqui si basano sulle proposte avanzate dai partecipanti. Il TiSA si prefigge di
favorire l’apertura dei mercati e migliorare le norme in settori quali la concessione
delle licenze, i servizi finanziari, le telecomunicazioni, il commercio elettronico,
il trasporto marittimo e il trasferimento temporaneo di lavoratori all’estero ai fini
della prestazione dei servizi.
Il TiSA è aperto a tutti i membri del WTO che desiderano aprire gli scambi di
servizi. La Cina ha chiesto di unirsi ai negoziati. L’UE sostiene la sua candidatura,
poiché auspica che l’accordo raccolga il maggior numero possibile di adesioni.
Le riunioni si svolgono a Ginevra e sono presiedute a turno dall’UE, l’Australia
e gli USA. I colloqui e il processo decisionale si svolgono su base consensuale.
I colloqui sono iniziati ufficialmente nel marzo 2013. Nel settembre dello stesso
anno i partecipanti hanno concordato un testo di base.
46

Entro la fine del 2013 la maggior parte dei partecipanti aveva indicato i mercati dei
servizi che essi erano disposti ad aprire e in quale misura. I negoziati procedono in
maniera soddisfacente. Non è stato fissato alcun termine per la loro conclusione.
Come tutti gli altri negoziati commerciali, i colloqui relativi al TiSA non si
svolgono in pubblico e i documenti sono accessibili solo ai partecipanti. L’UE si
è tuttavia adoperata per garantire il massimo grado di trasparenza possibile e ha
pubblicato alcuni documenti relativi alla sua posizione.
Le priorità dell’Unione Europea, e in modo particolare della famiglia dei Socialisti
& Democratici al Parlamento europeo, sono la creazione di regole uguali per
tutti nel commercio dei servizi. Il mercato dell’UE è, infatti, già molto aperto
alle aziende straniere, mentre, nonostante le nostre aziende siano particolarmente
competitive, alcuni mercati nazionali hanno delle barriere commerciali all’ingresso
particolarmente alte, specialmente per le PMI. Altra forte richiesta del nostro
gruppo è quella per la trasparenza. Infatti, pur mettendo in conto un certo grado
di riservatezza, non si può accettare che certe decisioni, così importanti per la vita
dei cittadini, vengano prese senza la loro consultazione.
Inoltre, è molto importante che il TiSA non comprometta il diritto alla privacy
e la possibilità degli Stati di regolamentare nell’interesse generale i servizi di
pubblica utilità, come istruzione, sanità e cultura. Infine, è fondamentale che
questi negoziati non portino a una pericolosa deregolamentazione in materia di
servizi finanziari e tutele dei lavoratori.

11

CAPITOLO 11 - Accordo sui beni ambientali (EGA Environmental Goods Agreement)
Introduzione e Contesto
Commercio e ambiente sono strettamente collegati. Il rapporto fra i due ambiti
non è, però, univoco. Si potrebbe, per esempio, argomentare che l’espansione
degli scambi internazionali e la crescita dei paesi in via di sviluppo sia causa
fondamentale del riscaldamento globale. È, tuttavia, necessario riconoscere alla
globalizzazione il merito di aver favorito la diffusione delle tecnologie a basso
impatto ambientale e ad averne, conseguentemente, abbassato il prezzo. L’urgenza
di un’azione concreta contro il cambiamento climatico non può, quindi, non
47

coinvolgere il settore del commercio. In accordo con lo spirito della Conferenza
di Parigi, l’Europa, insieme a sedici partner internazionali, si sta muovendo per
promuovere un accordo internazionale che punti all’eliminazione, o per lo meno
all’abbassamento, dei dazi doganali sui prodotti e servizi che possano contribuire
alla guerra contro il riscaldamento globale, alla protezione ambientale e alle misure
di adattamento al cambiamento climatico orientate alla difesa della popolazione.
L’argomento è stato inizialmente trattato alla conferenza dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio (WTO-World Trade Organisation) a Doha nel 2001,
ma solo nel 2014, al forum di Davos, sono state gettate le fondamenta per l’inizio
della fase negoziale. Le trattative, con un gruppo più ristretto, sono effettivamente
iniziate nel luglio dello stesso anno. Ai negoziati partecipano, tra gli altri, Unione
Europea, Stati Uniti e Cina.
Il commercio fra i diciassette partecipanti, essendo i maggiori esportatori e
importatori mondiali, rappresenta una percentuale dei flussi che si attesterebbe
intorno al 70% sul totale. L’obiettivo è, però, quello di coinvolgere l’intera
comunità del WTO, India, Brasile e Sud-Africa in testa.

Un’opportunità per l’Europa, un’opportunità per l’Italia
Le stime della Commissione Europea indicano che il mercato dei prodotti
ambientali nel 2011 abbia raggiunto un giro di affari pari a € 777 miliardi.
Le previsioni per il 2020 indicano una forte crescita che determinerebbe un
volume commerciale pari a € 1700 miliardi. Nel 2013 le esportazioni europee
del settore, raggiungendo € 146 miliardi, hanno rappresentato il 9% dell’export
comunitario. L’Europa, con € 70 miliardi d’importazioni nello stesso periodo è
leader tecnologico ed esportatore netto. Nonostante la recessione, il settore, con
un’evidente ricaduta occupazionale positiva, registra tassi di crescita annui pari
al 10%. Essendo uno dei cinque maggiori esportatori a livello globale, l’Italia
percepirebbe importanti effetti nel caso l’accordo entrasse in vigore.
Nonostante il regime di tassazione doganale in Europa e Stati Uniti sia già a un
livello tendenzialmente basso, circa l’1,5% del valore del bene importato, a livello
globale, la tariffazione dei beni ambientali è mediamente tre volte superiore a
quella applicata agli altri beni. In Cina, per esempio, la tassazione doganale sui
prodotti green si attesta al 5,3%. Un accordo, quindi, andrebbe nella direzione
di aumentare la competitività delle aziende nostrane rendendo allo stesso tempo
più accessibili ed economiche le tecnologie e i prodotti più avanzati.
48

Tuttavia, i dazi non costituiscono l’unico ostacolo alla diffusione di tecnologie
pulite. Le cosiddette barriere non tariffarie costituiscono un fortissimo
disincentivo, spesso decisivo, alle esportazioni anche in assenza di tassazione
sull’import. Ad esempio, la percentuale della tariffa doganale indiana sul valore
di una lampadina a bassi consumi rappresenta circa il 30% del suo prezzo, la
stessa percentuale riferita alle barriere non tariffarie corrisponde al 106%. Questo
tipo di ostacolo può assumere diverse forme, come sussidi all’industria nazionale,
differenze normative, diversi regolamenti riguardanti l’imballaggio o misure di
protezione come l’antidumping.
Al momento i negoziati si sono limitati all’aspetto tariffario e, in particolare, alla
redazione di una lista dei beni da includere nel trattato. È, tuttavia, necessario
che l’accordo, affinché ne sia garantita l’effettività, anche con riferimento al
risultato ambientale, preveda un impegno relativo all’eliminazione di queste
ostruzioni e all’inclusione dei servizi. Questi ultimi, infatti, costituiscono una
larga percentuale del costo effettivo dei beni ambientali. Ad esempio, i costi
di manutenzione di un impianto eolico corrispondono al 40% del suo costo
effettivo. L’UE, sin dall’inizio dei negoziati, si è battuta affinché questi venissero
inclusi già nella prima bozza. Purtroppo, mancando ancora una lista definitiva
dei prodotti da includere, non sarà possibile inserire i servizi ad essi legati nella
prima fase dell’accordo.

Cos’è un bene ambientale?
Purtroppo manca una definizione generalmente accettata anche a livello
normativo. Le incognite sono innumerevoli. Ad esempio una tubatura potrebbe
essere utilizzata sia per la gestione consapevole dei liquami sia per un oleodotto.
Fino a che punto, poi, la lista dei prodotti deve essere inclusiva? La definizione
data dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECDOrganisation for Economic Co-operation and Development), per l’individuazione
del settore industriale di riferimento, postula che il comparto ambientale
comprenda quelle aziende che forniscono beni e servizi che misurino, prevengano,
limitino, o correggano i rischi connessi all’ambiente, riducano l’inquinamento e
lo sfruttamento di risorse naturali. La parte iniziale delle trattative è proprio volta
a rispondere al quesito. Al momento, infatti, le parti hanno deciso di includere
nel trattato esclusivamente i prodotti connessi alle seguenti categorie:
»» Gestione dei rifiuti.
»» Controllo dell’inquinamento aereo.
»» Gestione e trattamento delle acque.
49

»»
»»
»»
»»
»»

Energia pulita e rinnovabile.
Prodotti e tecnologie energeticamente efficienti.
Abbattimento dell’inquinamento rumoroso.
Bonifica dei terreni e delle acque.
Strumenti di monitoraggio ambientali.

Criticità
Al loro sesto incontro, le parti hanno contribuito alla definizione della bozza
di un elenco di oltre 650 prodotti la cui inclusione sarà oggetto di discussione
e mediazione. A destare alcune preoccupazioni è la presenza di diversi beni di
disputato interesse ambientale fra cui: turbine a gas, bacchette di bambù, reattori
nucleari e condizionatori. La categoria “prodotti e tecnologie energeticamente
efficienti” è, infatti, ambigua. Oltre a incorporare quei beni volti a un
miglioramento dell’efficienza energetica, include, invero, articoli preferibili ad
altri perché più efficienti (la turbina di un jet rispetto a un’altra). L’inserimento
a cascata di questi elementi costituisce una fonte di forte preoccupazione per le
industrie pesanti, tradizionalmente sensibili al problema della delocalizzazione.
A tal scopo, la Commissione Europea sta coinvolgendo gli attori non governativi
come i rappresentanti del comparto industriale e Organizzazioni non Governative
(ONG).
Come già citato in precedenza, affinché i mercati si aprano effettivamente al
commercio dei beni ambientali, è necessario che siano presi seri impegni circa
l’abbattimento delle barriere non tariffarie. L’Europa non può, infatti, permettersi
di aumentare la propria esposizione alla competizione internazionale sul mercato
domestico se non ottenendo eguale accesso ai mercati esteri. Le varie proposte
saranno oggetto delle negoziazioni, ed è, quindi, troppo presto per formulare un
giudizio a riguardo.

Stato dei negoziati
Nell’ultima tornata dei negoziati, l’undicesima, le parti hanno analizzato la lista
dei 460 prodotti la cui inclusione gode di un supporto diffuso. Una seconda lista
di 190-200 articoli, comprendente beni il cui scopo ambientale è maggiormente
dibattuto, probabilmente non sarà considerata nella prima fase dell’accordo. Il
progetto prevede, infatti, un meccanismo di revisione periodica che dia all’accordo
la necessaria dinamicità per l’inclusione di ulteriori beni, servizi e l’abrogazione
di barriere non tariffarie. Per quanto il clima dei negoziati sia pervaso da un forte
50

entusiasmo e da un clima di concordanza circa gli estremi dell’accordo, mancano,
ad oggi, i dettagli. Non si è, per esempio, ancora parlato delle tempistiche relative
all’eliminazione dei dazi, che probabilmente, come lo è stato per la gran parte di
accordi simili, sarà graduale.
La tabella di marcia è, tuttavia, serrata. L’obiettivo è, infatti, raggiungere
l’implementazione nel 2017 ottenendo significativi progressi in tempo utile per
sfruttare l’impeto della Conferenza di Parigi e l’incontro ministeriale del WTO
a Nairobi. Per rispettare la tabella necessaria, le parti sperano di raggiungere un
accordo di massima durante la prossima fase delle negoziazioni, nei primi mesi
del 2016.

Obiettivo ambiente
L’attuale contesto ambientale indica l’imperativo categorico di un’azione concreta
e globale contro il cambiamento climatico. Nell’ampio scenario comprendente
l’Accordo di Parigi, l’EGA si pone come un componente di una più ampia presa
di coscienza globale. I due ambiti sono strettamente legati e spesso convergenti.
Gli obiettivi sono molto ambiziosi e il percorso è ancora lungo, ma il mondo del
commercio ha l’imperativo di sfruttare l’occasione per dimostrarsi uno strumento
di sviluppo sostenibile.

12

CAPITOLO 12 - Accordi di Partenariato Economico (EPAs Economic Partnership Agreements)
Gli Accordi di Partenariato Economico sono accordi commerciali, miranti allo
sviluppo, negoziati dall’Unione Europea e i paesi delle regioni africana, caraibica
e pacifica (ACP). Gli accordi hanno l’obiettivo di promuovere un modello di
crescita sostenibile e di ridurre il livello di povertà tramite lo sviluppo dei flussi
commerciali e l’aumento degli investimenti.
Il volume delle importazioni e delle esportazioni con i paesi ACP rappresenta
il 5% del totale degli scambi europei. L’Europa è la principale destinazione dei
prodotti manifatturieri e agricoli dei partner ACP. L’UE è, infatti, l’unico mercato
che garantisce l’assenza di dazi su tutti i prodotti provenienti da questi paesi.
51

Gli accordi mirano a una diversificazione delle importazioni dagli ACP,
tradizionalmente dipendenti dalle esportazioni di materie prime, che promuova,
quindi, lo scambio di beni e servizi con un valore aggiunto superiore. L’obiettivo
finale è, dunque, quello di favorire gli individui e le imprese, facilitando le
esportazioni e incentivando i flussi d’investimenti.
Per promuovere l’integrazione regionale dei partner, gli EPA sono conclusi o
negoziati dall’UE e dalle comunità economiche regionali, come ECOWAS e
CARIFORUM, rispettivamente l’unione delle economie dell’Africa Occidentale
e della regione caraibica.

Accordi asimmetrici
Al fine di garantire accordi su misura rispetto alle diverse esigenze e ai vari
contesti dei partner, non esiste un modello unico di partenariato economico.
Tutti gli accordi, tuttavia, sono rigorosamente asimmetrici e prevedono pacchetti
di aiuti finanziari che ne facilitino l’implementazione, per esempio migliorando
le infrastrutture e fornendo consulenza alle imprese.
Fra il 2008 e il 2013, i fondi destinati agli ACP hanno raggiunto i 20 miliardi
di euro. In primo luogo, gli accordi favoriscono, infatti, lo sviluppo economicosociale della controparte. Gli accordi prevedono un’apertura immediata e
integrale del mercato unico ma, al contrario, stabiliscono una parziale e graduale
liberalizzazione delle economie ACP, che provveda un’adeguata protezione ai
settori sensibili. Gli accordi prevedono, inoltre, la creazione di istituzioni comuni
che ne monitorino l’implementazione, che stabiliscano una cooperazione di
ampia portata sull’armonizzazione di standard, ad esempio sanitari e qualitativi,
e che promuovano una governance economico-giuridica che favorisca l’afflusso
di investimenti esteri e la crescita interna. Gli EPA prevedono, infatti, specifiche
clausole su protezione della proprietà intellettuale, assicurazione degli investimenti
ed equa competizione.

La cooperazione
La forte dimensione politica degli accordi, spesso tramite l’applicazione della
Convenzione di Cotonou, si traduce nella cooperazione su un ampio spettro
di questioni e nella previsione di procedure sanzionatorie, fino alla completa
sospensione degli accordi, nel caso di gravi violazioni in materia di diritti umani e
buon governo, termine che definisce chiaramente le linee rosse sulla conduzione
degli affari pubblici. Un grave caso di corruzione può, ad esempio, determinare
52

l’interruzione del trattato. L’accordo promuove, inoltre, un regolare dialogo
politico volto a rafforzare il multilateralismo e la concertazione con le parti sociali.
Attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni regionali e internazionali, come
l’Unione Africana e la Corte Penale Internazionale, Cotonou promuove la pace
e la stabilità dei paesi ACP.

La Convenzione di Cotonou e il nuovo regime di reciprocità
La Convenzione è l’ultimo e il più comprensivo trattato di sviluppo siglato
dall’UE e da 78 paesi provenienti dalle regioni di Africa, Caraibi e Pacifico
(ACP), nonché il più ampio accordo quadro a disciplina dei rapporti fra Sud e
Nord del mondo. La convenzione è figlia del Trattato di Roma del 1957 e dei
successivi accordi di sviluppo e, in particolare, sostituisce il regime impostato dalla
Convenzione di Lomé. La collaborazione e il sostegno ai paesi ACP sono, infatti,
uno dei principali e più vecchi pilastri dell’azione esterna dell’Unione Europea.
Nata come forma di partenariato post coloniale, la collaborazione si è, sin da
principio, basata su una nuova forma di parità delle parti e sulla commistione di
aiuti economici e forme di cooperazione commerciale, finanziaria e politica con
l’obiettivo di ridurre il livello di povertà.
La Convenzione di Cotonou, in accordo con gli obiettivi di sviluppo del
Millennio, è stata firmata nel 2000 e regolerà i rapporti fra UE e ACP fino al
2020. Il trattato, prevedendo un meccanismo di revisione quinquennale, è da
considerarsi vivente.
Gli EPA s’inseriscono nella cornice della Convenzione di Cotonou e ne
sostituiscono il capitolo commerciale. La riforma si è resa, infatti, necessaria in
quanto il regime impostato dalla Convenzione, postulando una liberalizzazione
unilaterale da parte europea, non è in conformità con le normative del WTO
in materia di reciprocità. Fino al varo dei nuovi EPA, infatti, l’azzeramento
dei dazi doganali avviene solo per le merci importate nel mercato comune. Gli
EPA, invece, predispongono una maggiore reciprocità nello smantellamento
delle barriere tariffarie. Il processo di abbassamento tariffario prevede la tutela
dei settori sensibili dei partner ACP e punta a rendere la tecnologia europea
maggiormente accessibile per il settore industriale dei paesi ACP.
La liberalizzazione esclude i settori sensibili dei partner e, in ogni caso, ha
l’obbiettivo di sviluppare il tessuto industriale locale. Ad esempio, l’esenzione
tariffaria beneficia l’importazione di componenti di autoveicoli ma, al contrario,
esclude le automobili pronte per la messa in strada. Lo scenario, così impostato,
53

favorisce l’istituzione di stabilimenti di assemblaggio in loco.
Le temute perdite fiscali, dovute all’abbassamento dei dazi, sono state molto
contenute e hanno determinato una maggiore disponibilità economica da parte
dei consumatori e dei produttori. Infine, l’invasione dei beni europei non si è, ad
oggi, verificata a causa della bassissima elasticità di questi mercati.

Il processo di ratifica
Dal momento del raggiungimento di un accordo, il testo degli EPA inizia il lungo
iter che si concluderà con la ratifica da parte delle diverse camere parlamentari.
L’accordo è innanzitutto tradotto nelle diverse lingue nazionali e aperto alle firme
dei vari governi. A questo punto, il testo viene sottoposto alla ratifica da parte delle
varie assemblee dei paesi ACP, dalle camere nazionali europee e, ovviamente, del
Parlamento europeo. Gli accordi EPA attualmente conclusi stanno affrontando
le diverse fasi procedurali e alcuni, come quello con il CARIFORUM, sono
già provvisoriamente applicati in attesa della ratifica formale. Il procedimento,
implicando la ratifica di centootto camere parlamentari, appare particolarmente
lungo.
Il Parlamento Europeo, nello scrutinio che precede la ratifica dei paesi membri,
concentra la sua attenzione sui capitoli relativi allo sviluppo sostenibile, che
hanno obiettivi di miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale.
A questo riguardo i testi finali differiscono notevolmente, l’accordo con il
CARIFORUM, ad esempio, prevede delle clausole esplicite mentre quello con
ECOWAS rimanda alla Convenzione di Cotonou.

54

5

5

PARTE 5: LE REGOLE PER TUTELARE LE
SPECIFICITÀ E L'ETICA DEL COMMERCIO

13

CAPITOLO 13 - I “Conflict Minerals”
Cosa sono i conflict minerals
Sapete che lo smartphone che utilizzate tutti i giorni potrebbe essere costruito con
minerali estratti con modalità di gravi violazioni dei più basilari diritti umani?
E che i proventi del commercio di quegli stessi minerali finanziano miliziani
e gruppi para-militari? Soggetti che spesso coincidono, o collaborano, con le
organizzazioni terroristiche che minacciano i nostri paesi quotidianamente. Tutto
si tiene e tutto è, purtroppo, legato: i nostri prodotti tecnologici a un estremo
del filo e i gruppi armati e il terrorismo, dall’altra. Per questo è importante,
per i cittadini, essere informati e, per gli organi legislativi ed esecutivi mondiali,
intervenire per spezzare questa catena di finanziamento. I minerali a cui si fa
comunemente riferimento sono 4: la cassiterite (da cui viene estratto lo stagno),
la wolframite (da cui deriva il tungsteno), la columbo-tantalite, o ColTan, (da cui
deriva il tantalio) e l’oro.

La legislazione internazionale attualmente esistente in materia
Ben prima che l’Unione europea decidesse di agire in questo settore, altri soggetti
nel mondo hanno preso una posizione chiara in materia: l’ONU e l’OCSE hanno
sviluppato delle linee guida per le imprese coinvolte nell’estrazione di minerali
provenienti da zone di conflitto e persino gli Stati Uniti hanno prodotto una
legislazione specifica.
»» Le linee guida ONU (Organisation of United Nations) sulla due
diligence Sulla base di un mandato del 2004, il Gruppo di Esperti nella
Repubblica Democratica del Congo delle Nazioni Unite (UNGoE) ha
proposto un modello di due diligence in 5 fasi.
Nella risoluzione vincolante 1952(2010) sulla Repubblica Democratica
del Congo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato
questo modello e ha invitato tutti gli Stati a sollecitare gli importatori,
le industrie di trasformazione e i consumatori di prodotti minerali
18

18 In questo caso, il termine “due diligence” identifica un sistema di gestione e monitoraggio
della propria catena di fornitura volto a identificare e valutare i rischi legati alla possibilità di
finanziamento dei gruppi armati tramite il commercio di alcuni minerali.
55

congolesi a esercitare la due diligence, attraverso l’applicazione delle
linee guida.
»» Le linee guida OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico) sulla due diligence. L’OCSE ha incorporato il
modello in cinque fasi delle Nazioni Unite nelle sue “Linee guida sulle
catene responsabili di approvvigionamento di minerali in zone colpite
da conflitti e ad alto rischio”, pubblicate nel 2011. La principale
differenza rispetto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza è che
quest’ultima include anche il legname e il carbone, mentre l’OCSE
copre solo i minerali citati, cioè tantalio, stagno, tungsteno e oro. Le
raccomandazioni sono volontarie e non vincolanti e hanno vocazione
globale: non sono - dunque - limitate alla Repubblica Democratica del
Congo e ai paesi limitrofi.
»» Il Dodd-Frank Act statunitense. Nel luglio 2010, il Congresso degli
Stati Uniti ha approvato il Dodd-Frank Act. Anche in questo caso
si fa riferimento ai soli tantalio, tungsteno, stagno e oro. La legge
statunitense prevede obblighi di informazione per tutte le società
americane quotate che estraggono questi minerali nella Repubblica
Democratica del Congo o nei nove paesi confinanti.
La procedura è articolata nelle seguenti tre fasi.
1. L’esposizione ai minerali di conflitto: le aziende devono stabilire se il
“material scope”, ossia i materiali interessati dalla normativa, fanno
parte del loro business.
2. Ricerca ragionevole del paese d’origine e modulo di “divulgazione
specializzata” (SD): se i minerali identificati nella normativa sono
presenti e necessari nella catena di fornitura aziendale, le aziende
devono identificare la loro origine e rendere nota questa informazione
attraverso un modulo di “divulgazione specializzata”. Se non vi è
alcuna prova che i minerali utilizzati provengano dai paesi coperti
dalla normativa, il processo si conclude in questa fase.
3. Se l’indagine rivela che i minerali sono stati estratti in paesi coperti
dalla normativa, viene richiesta la presentazione di un rapporto sui
minerali stessi. Questo deve includere le misure di due diligence
effettuate, sia in riferimento all’estrazione dei minerali che alla relativa
“catena di custodia” (le varie fasi della lavorazione del materiale).
Tale report deve essere accompagnato dalla relazione di un revisore
indipendente e dalla descrizione dei prodotti che sono “non conflictfree”, il loro paese d’origine e le strutture (fonderie/raffinerie) utilizzate
per trasformare i minerali.
56

La proposta della Commissione Europea
Il 5 marzo 2014 la Commissione Europea ha presentato una proposta che
prevede un approccio integrato per bloccare l’impiego dei profitti derivanti dal
commercio di minerali per finanziare conflitti armati. Questo pacchetto prevede,
in primo luogo, un progetto di regolamento che istituisce un sistema UE di
autocertificazione volontario per gli importatori di stagno, tantalio, tungsteno
e oro. L’autocertificazione richiede agli importatori dell’Unione di tali metalli
e dei loro minerali di osservare la due diligence, garantendo che la gestione e
il monitoraggio della catena di approvvigionamento e delle vendite rispettino
le cinque tappe previste dalla guida OCSE. La proposta di regolamento è
accompagnata da una “Comunicazione”, un documento che delinea una strategia
globale di politica estera volta a spezzare il collegamento tra i conflitti armati e il
commercio di minerali e che invita a prendere provvedimenti concreti di vario
tipo - dal sostegno al dialogo sulle politiche all’impegno diplomatico nei paesi in
cui si realizza la fusione di tali risorse.
Queste le caratteristiche della proposta della Commissione:
»» è su base volontaria. Si tratta di un regime di certificazione a
partecipazione volontaria, aperto alle aziende (da 300 a 400 all’incirca)
che importano in Europa i “3TG”.
»» Campo di applicazione alle aziende assai limitato. Sebbene la
proposta riconosca l’importante legame esistente fra il comparto
a monte (tutte le aziende che operano dalla miniera alle fonderie e
alle raffinerie) e quello a valle (tutti gli importatori, i produttori, i
fabbricanti ecc., che operano fra la fonderia/raffineria e l’utilizzatore
finale), la Commissione si rivolge unicamente alle fonderie e raffinerie
e agli importatori di materie prime. Di conseguenza, questa proposta
concerne soltanto 419 aziende dell’UE che rappresentano lo 0,05%
delle aziende europee che commerciano o lavorano i suddetti minerali.
Quali sono le criticità di questa proposta?
»» Un passo indietro: un regime su base volontaria e ristretto ai soli
importatori, fonderie e raffinerie è un passo indietro rispetto alle
norme internazionali sull’acquisto responsabile già esistenti (come
il Dodd-Frank Act e le iniziative regionali nella regione dei Grandi
Laghi).
»» Gli effetti negativi per le PMI: le norme volontarie creano situazioni
di inefficienza del mercato, in quanto i costi di conformità saranno
57

sempre minori per le grandi aziende rispetto a quelle piccole.
Conseguentemente, gli incentivi proposti dalla Commissione – come
i requisiti di conformità degli appalti pubblici – porteranno gravi
svantaggi alle piccole aziende (specialmente alle micro-imprese).

La proposta del gruppo S&D
Il Gruppo dei Socialisti e Democratici sostiene la proposta di un regolamento
obbligatorio che si applichi a tutta la catena di produzione, agli operatori tanto a
monte quanto a valle, ma tenendo anche conto delle dimensioni di questi ultimi
e della loro posizione nella catena di approvvigionamento.
Questo si traduce in:
»» un obbligo vincolante di due diligence – lungo tutta la catena di
approvvigionamento – per tutte le aziende che fabbrichino (o appaltino
la fabbricazione) utilizzando tantalio, tungsteno, stagno e oro: si tratta
di un obbligo proporzionato in base alla dimensione e alla posizione
nella catena di produzione;
»» un meccanismo per allargare il campo di applicazione in futuro in
modo che, nel caso si dimostri che un nuovo minerale o un nuovo
metallo finanzi un conflitto, questo possa essere regolamentato nello
stesso modo;
»» un riferimento esplicito alle linee guida dell’OCSE, volto a creare
condizioni di autentica parità a livello mondiale: persino la Cina sta
elaborando il proprio “regolamento” avvalendosi di queste stesse linee
guida;
»» un periodo supplementare di “introduzione progressiva” per le aziende
a valle;
»» un’opzione di “esclusione” per le micro-imprese (cioè aziende con 10 o
meno dipendenti e un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro).

Il dossier in Parlamento
In Parlamento, la Commissione responsabile di questo progetto di regolamento
eÌ la Commissione Commercio Internazionale (INTA). La versione iniziale
della proposta di relazione aveva, di fatto, accettato in toto la proposta della
Commissione apportando modifiche marginali. Il 14 aprile la Commissione
INTA ha votato la relazione e gli emendamenti a essa presentati: il testo risultante
58

è sostanzialmente vicino alla proposta originaria. Si mantiene ampiamente
il carattere volontario della proposta. Viene, infatti, introdotto un obbligo di
trasparenza solo per le fonderie e raffinerie dell’Unione europea (in tutto, 20).
Su scala mondiale, queste sono responsabili solo del 5% del commercio. Sono
stati soprattutto i Socialisti & Democratici a sottolineare come regolamentare
soltanto 20 fonderie e raffinerie dell’UE (sulle 450 mondiali) comporterebbe
gravi risvolti negativi per l’economia europea.
Un obbligo unicamente a carico degli attori a monte (fonderie e raffinerie) rischia di:
»» innescare una concorrenza sleale a danno delle fonderie e raffinerie
dell’UE che subiranno una concorrenza non regolamentata,
principalmente dalla Cina e dal Sud Est asiatico;
»» delocalizzare alcune attività economiche a valore aggiunto, collegate
alla realizzazione di componenti di produzione, a causa della pressione
sull’industria metallurgica europea;
»» aumentare la dipendenza dagli importatori extra-UE. La proposta
creerà una maggior domanda di prodotti semilavorati, componenti e
prodotti finiti esterna all’Unione europea;
»» penalizzare le PMI, che si trovano tutte a valle della catena di
approvvigionamento e che sarebbero, di conseguenza, colpite dalla
maggior domanda di componentistica e prodotti semilavorati
esteri. Inoltre, le PMI intenzionate a conformarsi su base volontaria
incontreranno difficoltà maggiori rispetto alle grandi aziende. Questo
a causa del fatto che la due diligence funziona quando è coinvolta una
massa critica di attori lungo tutta la catena di approvvigionamento.
Gli attori non conformi sarebbero esclusi di fatto dai meccanismi degli
incentivi.

Il voto in plenaria
Il Parlamento riunito in seduta plenaria ha approvato, mercoledì 20 maggio
2015, un emendamento alla proposta della Commissione, con il quale si istituisce
l’obbligo di due diligence per le imprese a valle della catena di produzione: in
questo modo la proposta della Commissione è stata radicalmente trasformata
grazie a una forte presa di posizione che il Parlamento è riuscito ad assumere
mostrando non solo la sua forza ma anche la volontà di affrontare seriamente e
nella maniera più efficace le gravi violazioni dei diritti umani che l’estrazione di
questi minerali comporta.
Sono al momento in corso i negoziati con il Consiglio: per l’esito di questi
59

ultimi sarà fondamentale la posizione che ogni singolo Stato membro deciderà
di assumere e difendere.

14

CAPITOLO 14 - Le Indicazioni Geografiche
Perché sono importanti le Indicazioni Geografiche
Le Indicazioni Geografiche sono state regolamentate dall’Unione Europea per
la prima volta nel 1970: si è iniziato con i vini per poi includere, nel 1992, tutti
i prodotti agricoli e alimentari. Una Indicazione Geografica (IG) è un nome
utilizzato nei casi di beni con una determinata provenienza geografica e che
possiede delle qualità, caratteristiche o la reputazione essenzialmente attribuibili
a quel luogo di origine. Si tratta, insomma, di quella certificazione che ci fa essere
sicuri della bontà e dell’eccellenza di un prodotto al momento dell’acquisto,
come nel caso del Prosciutto di Parma o del Barbera d’Asti.
Attraverso questo sistema, i prodotti con Indicazione Geografica godono di
un’ampia protezione unitaria in tutta l’Unione Europea. Per dare un’idea della
portata di questo settore, basta ricordare che il valore delle Indicazioni Geografiche
europee nel 2010 è stato pari a €54,3 miliardi, compresi 11,5 miliardi di prodotti
esportati. Non sorprende, evidentemente, che il sistema di protezione delle IG
per i prodotti agricoli UE sia generalmente considerato un successo. Ha portato
benefici tangibili per i consumatori (come ad esempio informazioni dettagliate
e garanzia di qualità) e per i produttori (margini di profitto più stabili, una
migliore visibilità, l’accesso a nuovi mercati, un più efficace accesso ai fondi di
promozione e aiuti agli investimenti).

Differenti quadri giuridici nazionali per i prodotti non agricoli
Perché un consumatore che acquista un oggetto in vetro di Murano non deve
essere tutelato allo stesso modo di chi acquista il Prosciutto di Parma? E allo
stesso modo, perché un produttore di “mobili della Brianza” non deve disporre
di strumenti sufficientemente efficaci per difendersi dalla contraffazione e poter
valorizzare il proprio prodotto di eccellenza? Al momento, infatti, per le IG non
agroalimentari non vi è una legislazione europea. Le leggi degli Stati membri in
materia non sono armonizzate e i quadri nazionali variano notevolmente da uno
Stato all’altro. Come risultato, le IG non agricole sono soggette a diversi livelli di
60

protezione, a seconda del loro Paese di produzione.
Sono 14, attualmente, gli Stati membri che hanno introdotto sistemi specifici
volti a fornire la protezione delle IG per prodotti non agricoli: di conseguenza
oggi, per proteggere le IG non agricole della UE, le uniche possibilità sono la
registrazione del prodotto in ogni Stato membro in cui esiste tale possibilità o
fare affidamento su altri strumenti come le azioni legali attraverso le autorità
amministrative in caso di pratica commerciale sleale o inganno del consumatore.

La proposta del Parlamento europeo
La Commissione Europea ha pubblicato, nel luglio 2014, un Libro Verde in cui
pone a soggetti istituzionali e stakeholders la questione dell’eventuale allargamento
del sistema di protezione delle IG anche a prodotti non agricoli. Il Parlamento
europeo, in seguito, ha presentato un rapporto di iniziativa legislativa, assegnato
alla commissione giuridica su cui la commissione commercio internazionale è
stata chiamata a esprimere un’opinione.
È fondamentale sostenere questa proposta poiché il riconoscimento delle
Indicazioni Geografiche può avere un ruolo importante nella valorizzazione
dell’immenso patrimonio di produzione di eccellenze di cui l’Italia dispone
e perché darebbe uno stimolo importante alla nostra economia, aiutando e
valorizzando il nostro sistema di piccole e medie imprese.

15

CAPITOLO 15 - IPR: i diritti di proprietà intellettuale
La Commissione Europea, nel luglio 2014, ha pubblicato una Comunicazione
sulla Strategia per la protezione e il rafforzamento dei diritti di proprietà
intellettuale nei paesi terzi. Con questo documento l’Esecutivo comunitario
ha voluto riprendere le fila del discorso sulla proprietà intellettuale cominciato
con la Direttiva del 2004, rilanciando con una nuova strategia che prendesse in
considerazione tutti i cambiamenti intercorsi negli ultimi dieci anni. Inoltre,
la Comunicazione è il primo tentativo comunitario di intervento in materia
dopo il fallimento di ACTA (Anti Counter Feiting Agreement), un accordo
multinazionale sulla contraffazione bocciato dal Parlamento europeo nel luglio
2012.
Tra i principali obiettivi della nuova strategia: migliorare la collaborazione
61

fra gli Stati e i vari soggetti coinvolti, rafforzare gli strumenti sia bilaterali sia
multilaterali per migliorare la protezione dei diritti di proprietà intellettuale in
paesi terzi.
In seguito alla pubblicazione della Comunicazione, il Parlamento ha deciso di
commentare il documento attraverso un procedimento di iniziativa legislativa,
di cui sono stata relatrice, per individuare azioni specifiche di salvaguardia nei
confronti sia dei titolari dei diritti di proprietà intellettuale sia dei consumatori.

Che cos’è in concreto la proprietà intellettuale
Per “proprietà intellettuale” si intendono l’insieme di diritti che tutelano le
creazioni e le invenzioni. Queste possono essere suddivise in tre grandi aree:
»» opere dell’ingegno creativo, appartenenti al mondo dell’arte e della
cultura (diritto d’autore o copyright);
»» segni distintivi, come il marchio e la denominazione d’origine, la cui
forma di tutela è la registrazione;
»» innovazioni tecniche e di design, che hanno ad oggetto invenzioni,
modelli industriali, varietà vegetali (brevetti).
Per ciò che concerne l’azione dell’Unione Europea in merito alla proprietà
intellettuale negli accordi bilaterali (settore di cui mi occupo nello specifico,
lavorando nella commissione Commercio Internazionale), possiamo individuare
i seguenti tratti fondamentali:
1. Per quanto riguarda il copyright, o diritto d’autore, lo scopo delle
clausole difese dall’UE è di garantire che i cittadini europei ricevano
un adeguato riconoscimento economico per le loro produzioni creative
(che vanno dai brani musicali ai software, agli spettacoli dal vivo), senza
limitare la libertà d’espressione o ostacolare il diritto all’informazione.
2. All’interno dell’area dei marchi sono ricomprese anche le Indicazioni
Geografiche (IG), tema particolarmente sentito nel nostro paese
considerando la quantità di eccellenze agroalimentari che annoveriamo
nella nostra produzione. La protezione e la valorizzazione delle IG è
da sempre una delle priorità italiane nella definizione delle politiche
europee e risultati rilevanti in materia sono già stati raggiunti negli
accordi bilaterali con la Corea del Sud e con il Canada. Attualmente, il
lavoro che stiamo facendo su questo tema è finalizzato all’inserimento
della protezione delle IG nei prossimi accordi commerciali e alla
62

continuazione delle trattative specifiche sul tema con la Cina, interrotte
nel 2014 dopo tre round negoziali.
3. Nell’ambito dei medicinali l’Unione Europea è da sempre molto
attenta a bilanciare la necessità di garantire ai produttori un ritorno
sugli investimenti e tutelare un ampio accesso ai medicinali stessi. La
Commissione Europea ha promosso l’accesso ai medicinali nei paesi
in via di sviluppo attraverso l’inclusione di una prospettiva legata alla
salute in tutte le politiche e supporto finanziario.

Cosa contiene la Comunicazione della Commissione Europea
La strategia della Commissione ha una struttura lineare e costruttiva ed è stata
largamente apprezzata dai soggetti direttamente interessati, nonostante alcuni
problemi dovuti a una mancata regolamentazione complessiva interna alla UE.
Questi i punti principali di forza e debolezza del testo:
1. Elemento interessante della strategia è il richiamo all’importanza della
moral suasion nei confronti degli Stati con i quali l’Unione Europea
intrattiene rapporti commerciali, affinché ratifichino le principali
convenzioni internazionali sul tema (come il Trademark Law Treaty
sui marchi o il Protocollo di Lisbona sulle IG).
2. Uno dei principali problemi della Comunicazione è la mancata
differenziazione fra beni digitali e beni fisici e, conseguentemente,
fra vendita fisica e vendita digitale. È necessario, invece, disegnare
una regolamentazione diversa per entrambi i settori, fornendo in
entrambi i casi adeguate garanzie ai proprietari di marchi di proprietà
intellettuale;
3. La strategia promuove una coerenza maggiore tra i diritti di proprietà
intellettuale e le altre politiche.
4. La Comunicazione stabilisce una relazione più forte tra Commissione,
Stati membri e imprese per supportare direttamente gli operatori
economici in caso questi affrontino difficoltà concrete su questioni
legate alla proprietà intellettuale.
5. Nel testo manca un riferimento alle misure da adottare nei confronti
degli Stati che si dimostrano meno attenti alla tutela dei diritti di
proprietà intellettuale. Servono azioni maggiormente incisive, volte
non solo alla protezione della proprietà intellettuale ma anche alla
promozione di beni tutelati da diritti di proprietà intellettuale. A tal
fine, un’idea utile potrebbe essere la creazione di uno sportello per le
PMI in ogni paese, insieme alla presenza di un delegato dell’Unione
63

Europea su questo tema. Oltre a questo, la Commissione potrebbe
stimolare una legislazione avanzata sul tema nei singoli Stati membri,
offrendo consulenza e mettendo a disposizione degli esperti.

La mia proposta
Come già accennato, il Parlamento europeo ha deciso di promuovere una relazione
di iniziativa legislativa, di cui sono relatrice, per commentare la Comunicazione
della Commissione. Riassumo qui i punti principali:
»» Il dibattito sui diritti di proprietà intellettuale deve necessariamente
partire da una riflessione sulle esperienze passate, mantenendo una
coerenza tra aspetti interni ed esterni, distinguendo tra ambienti fisici e
digitali, tenendo conto delle preoccupazioni di tutte le parti interessate,
comprese le PMI e le associazioni dei consumatori. Lo scopo finale
dovrebbe essere quello di poter garantire un giusto equilibrio tra gli
interessi dei titolari dei diritti e quelli degli utilizzatori finali.
»» Sono anche partita dalla considerazione di alcuni fenomeni molto
diffusi nella società attuale: prendiamo, ad esempio, la contraffazione.
Un tempo era circoscritta ai soli prodotti di lusso, oggi interessa invece
anche beni di uso corrente quali giocattoli, medicinali, cosmetici e
prodotti alimentari, con pericolose ricadute, in termini di rischio,
per la salute e la sicurezza di tutti i cittadini europei e per la tutela
dell’ambiente.
»» Considerando poi il crescente coinvolgimento della criminalità
organizzata nel commercio di beni e merci contraffatte, ritengo sia
necessario adottare una nuova strategia europea in materia di tutela
dei diritti di proprietà, che sia capace di svolgere un ruolo importante
nella lotta contro la criminalità organizzata, il riciclaggio di denaro e
l’evasione fiscale. A questo scopo, auspico una stretta collaborazione
tra le autorità doganali nell’ottica di garantire politiche coerenti di
controllo alle frontiere UE.
»» Con lo sviluppo e la diffusione del mercato digitale, risulta quanto
mai necessaria una distinzione tra la contraffazione fisica di marchi e
brevetti e le violazioni dei diritti di autore.
»» Ritengo fondamentale lanciare un dibattito pubblico su questo
tema, allo scopo di sensibilizzare i consumatori, garantire il pieno
coinvolgimento di tutte le parti interessate e ottenere il massino
sostegno alle nostre proposte;
»» Quanto alla tutela delle Indicazioni Geografiche su Internet, ritengo
64

»»

»»

»»
»»

sia necessario proporre obiettivi concreti e un sistema di tutela
specifico. Questo sarà possibile solo chiedendo alla Commissione
Europea di collaborare con l’ICANN (Internet Corporation for
Assigned Names and Numbers) e con l’Organizzazione mondiale della
proprietà intellettuale (OMPI). Si potrebbe pensare all’introduzione
di un obbligo per le banche di sanzionare automaticamente le frodi
su Internet.
Credo sia fondamentale favorire una convergenza tra gli interessi
degli Stati membri e quelli dei paesi terzi, favorendo la definizione
di standard sempre più elevati. Per questa ragione, il testo invita la
Commissione a prestare assistenza tecnica sotto forma di programmi
di sensibilizzazione, assistenza sul piano legislativo e formazione dei
funzionari.
Sarà necessario affrontare anche il problema complesso e
multidimensionale dell’accesso ai medicinali. La relazione chiede che
venga instaurato un dialogo costruttivo che coinvolga tutti i soggetti
interessati: le imprese dovranno essere incoraggiate a cooperare con
le autorità pubbliche. Vorrei porre l’accento sulla questione irrisolta
dei medicinali generici e della difesa della ricerca farmaceutica: sarà
fondamentale tutelare le imprese dell’Unione, adeguando i prezzi dei
medicinali al livello economico del paese in cui sono commercializzati
e tenendo altresì conto delle distorsioni del mercato generate dalla
rivendita di medicinali nei paesi terzi.
L’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà
intellettuale dovrà essere dotato delle risorse necessarie a garantire il
suo pieno funzionamento e la totale indipendenza di gestione.
Per garantire una tutela internazionale dei diritti di proprietà,
abbiamo chiesto alla Commissione di adoperarsi affinché nel sistema
dell’Organizzazione Mondiale del Commercio siano inclusi gli accordi
internazionali in materia di diritti di proprietà intellettuale che non
ne sono ancora parte. Chiediamo, inoltre, che nei negoziati per gli
accordi bilaterali di libero scambio sia conferita priorità ai capitoli
sulla proprietà intellettuale e che le parti negoziali debbano riconoscere
che la libertà d’impresa deve presupporre il rispetto dei diritti di
proprietà intellettuale. Sarebbe opportuno, quindi, istituire un centro
di assistenza e di contatto che permetta agli operatori economici e ai
consumatori europei di ottenere, in qualsiasi paese terzo, un’assistenza
tecnica e una protezione specifica in caso di violazione.

65

16

CAPITOLO 16 - Il commercio internazionale nel settore
vitivinicolo
Il vino, un interesse offensivo per l’Unione Europea
Rappresentando il 45% delle coltivazioni di vite, il 65% della produzione, il
57% del consumo e il 70% del totale delle esportazioni, l’Unione Europea è il
leader mondiale nel settore vinicolo. La viticoltura, come pilastro dell’economia
agricola europea e come custode di valori e tecniche produttive tradizionali,
svolge un ruolo socio-economico importante.
Nel 2014, il peso del settore vitivinicolo sul totale della produzione agricola
europea si è attestato al 5,4%. In Italia, il settore contribuisce con il 10% circa
al totale realizzato dall’industria agroalimentare. Con una bilancia commerciale
nettamente positiva, le esportazioni di vino rappresentano il 16% circa
delle esportazioni del settore agro. In Europa, la coltivazione e la produzione
coinvolgono tre milioni di persone, pari al 20% della forza lavoro impiegata nel
comparto agricolo.
Il settore, soprattutto nel nostro paese, appare particolarmente frammentato.
Le microimprese (aziende con meno di nove dipendenti) rappresentano, infatti,
l’87% del totale. La struttura delle microimprese, spesso a gestione familiare,
favorisce la valorizzazione delle tradizioni e dei metodi produttivi locali, ma
costituisce un ostacolo per le esportazioni. Le stesse realizzano, infatti, solo il 7%
del loro fatturato grazie alle esportazioni contro il 26% delle grandi imprese e il
23% delle piccole e medie imprese (PMI).
In quest’ottica, i principali ostacoli al commercio sono rappresentati dalle
barriere non tariffarie e dalla struttura della grande distribuzione. L’incertezza,
le lungaggini burocratiche e l’aggravio dei costi dovuti alle diverse certificazioni
e procedure doganali richieste rappresentano, infatti, un grande deterrente,
spesso decisivo, per le piccole aziende che dispongono di ridotte risorse umane e
personale non qualificato a livello amministrativo-internazionale.
Un ulteriore svantaggio competitivo è causato dalle dimensioni delle aziende,
spesso anglosassoni, del settore distributivo. La macrostruttura nella quale
operano le spinge, infatti, a un rapporto privilegiato con i grandi gruppi
agroindustriali dei nuovi paesi produttori, come Cile, California e Australia. Gli
stessi, poi, realizzando imponenti economie di scala, godono di una maggiore
disponibilità per le campagne marketing. Inoltre, la protezione dei grandi
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marchi risulta, a livello legale, di più facile applicazione rispetto a quella delle
Indicazioni Geografiche. In Italia, però, la frammentazione del settore garantisce
un’alta differenziazione dei prodotti, che, insieme a un’elevata qualità in grado
di resistere al susseguirsi delle mode, permette l’intercettazione di una clientela
ad alta capacità di spesa. In questo contesto emerge l’importanza di una politica
commerciale orientata alla protezione della micro, piccola e media impresa. La
tutela delle Indicazioni Geografiche e l’abbattimento delle barriere non tariffarie
sono, quindi, i principali obiettivi della strategia commerciale europea in materia.

Le Indicazioni Geografiche negli accordi internazionali
Le Indicazioni Geografiche identificano il legame fra un prodotto e la sua area di
produzione. Il legame abbraccia uno spettro molto ampio di aspetti che non si
limita alla mera indicazione del luogo di origine. Le IG richiamano, infatti, alla
storia, al valore, alla tradizione e al metodo produttivo di un bene agroalimentare
rappresentando, quindi, un marchio d’indisputata qualità.
A livello commerciale, le IG proteggono la reputazione e le fasce di mercato
che i prodotti protetti si sono guadagnati nella storia. Le ricadute di questa
tutela sono molto importanti anche a livello sociale. Esse, infatti, garantiscono
il sostentamento e la continuità culturale delle comunità rurali. Le ricadute,
enormemente positive, dell’istituzione e della protezione delle IG a livello
europeo hanno indicato la strada per una loro internazionalizzazione. Nel 2010
le esportazioni europee di prodotti a indicazione geografica protetta si sono
attestate a 11,5 miliardi di euro. Il settore vinicolo ha contribuito alla metà di
questa cifra.
L’UE mira, quindi, a estendere, tramite trattative bilaterali e multilaterali, con una
o più controparti, la protezione delle indicazioni al resto del mondo. L’accordo
multilaterale di maggiore rilevanza per le indicazioni geografiche è l’accordo sugli
aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale, noto con l’acronimo
inglese TRIPS (Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property
Rights). L’accordo, oltre che dare una definizione del termine “indicazione
geografica”, impone ai produttori dei paesi firmatari il divieto dell’uso di etichette
ingannevoli, che, cioè, identificano un’area di produzione non veritiera, come, ad
esempio, un vino rosso della Napa Valley etichettato come Barbera d’Asti. Oltre a
essere una pratica ingannevole e permettere lo sfruttamento illecito delle attività
di promozione svolte dai consorzi delle IG, l’uso improprio delle indicazioni
può arrecare un grave danno reputazionale al prodotto ed eroderne la fascia di
mercato.
67

L’accordo prevede, poi, un’ulteriore garanzia per il settore vinicolo. In particolare,
esso istituisce degli strumenti giuridici, utilizzabili dalle parti interessate, per
prevenire, rifiutare o invalidare la registrazione di marchi e indicazioni geografiche
fallaci. Il costo di eventuali azioni legali è, tuttavia, insostenibile per le PMI. Gli
ulteriori accordi in materia mirano, quindi, a un maggior coinvolgimento delle
autorità pubbliche, in modo che prevengano, tramite i controlli doganali e un
maggiore controllo sulle registrazione dei marchi, le azioni di tutela di iniziativa
privata.
Un’ulteriore sfida legata alla protezione delle IG riguarda Internet. Se, infatti,
i marchi registrati godono della necessaria tutela, l’utilizzo delle IG non è
disciplinato da alcun accordo o norma internazionale. Questa mancanza appare
particolarmente grave considerata la grande potenzialità dell’e-commerce, che,
fornendo un rapporto diretto produttore-consumatore, garantisce una grande
ottimizzazione dei costi per le piccole imprese. Solo l’anno scorso, infatti, le
vendite di vino online sono cresciute del 30%. L’UE dovrà, quindi, battersi
affinché una norma internazionale definisca le basi per un commercio virtuale
equo e rispettoso nei confronti di consumatori e produttori.
L’Unione Europea continua a essere la più strenua sostenitrice delle trattative
sulle IG nella cornice dell’Agenda di Doha, attuale oggetto delle negoziazioni
fra i membri del WTO. Nonostante gli scarsi progressi, causati dalla riluttanza
dei partner internazionali, i negoziatori europei spingono per l’istituzione di una
lista multilaterale che garantisca un ampio riconoscimento delle indicazioni in
essa inserite. Il Parlamento europeo ha supportato l’inclusione di un capitolo
sulle IG in ogni trattato commerciale, dalle negoziazioni sul TTIP e CETA, a
quelle con Vietnam e Singapore. Al momento, l’Unione Europea ha all’attivo
17 trattati commerciali, oltre ai molti in fase di negoziazione, che includono
paragrafi o capitoli sulle IG.

Corea del Sud
L’accordo di libero scambio con la Corea del Sud ha permesso,
dal primo giorno d’implementazione, l’abbattimento di tutti
i dazi applicati sui prodotti vinicoli e la protezione di 60
indicazioni geografiche europee, come lo Champagne e il Prosciutto di Parma.
Le esportazioni dei prodotti, la cui tariffazione è stata eliminata, vino compreso,
sono cresciute, nel primo anno di implementazione (2011-2012), del 46%.
Rimangono alcune barriere non tariffarie. In particolare, le procedure doganali
coreane comportano un alto dispendio temporale per gli esportatori europei.
68

Singapore
L’accordo di libero scambio con Singapore, principale porto
d’ingresso per le esportazioni verso i paesi ASEAN (Association
of South-East Asian Nations), come Malesia, Indonesia
o Vietnam, è particolarmente importante per la protezione delle indicazioni.
Singapore è, dopo gli Stati Uniti, il primo mercato, soprattutto a causa dei transiti,
dei prodotti a indicazione geografica protetta. I controlli doganali garantiranno,
una volta entrato in vigore l’accordo, la protezione di 196 indicazioni, come
Chianti, Asti e Barolo, su tutta la merce in ingresso e in transito.

Vietnam
Il Vietnam, con cui l’UE ha raggiunto un accordo sul lancio
di un’area di libero scambio, applica una tariffazione del 50%
sul vino. L’accordo commerciale, avendo come obiettivo
l’abbattimento di un ulteriore 50% del livello dei dazi sui prodotti vinicoli,
aumenterebbe la competitività europea rispetto ai concorrenti Cile e Australia,
che, avendo ottenuto riduzioni tariffarie, godono di un accesso privilegiato al
mercato. L’accordo prevede, inoltre, il riconoscimento e la protezione di 169
indicazioni geografiche europee, come Prosecco di Valdobbiadene, Franciacorta
o Barbaresco. In aggiunta, un meccanismo di revisione permetterà l’inclusione di
ulteriori indicazioni.

Canada
Con grande soddisfazione da parte dei gruppi d’interesse,
il CETA, l’accordo commerciale fra UE e Canada (che
consolida i risultati, ottenuti con l’accordo sul Vino del 2004)
eliminerà tutti i dazi sulle importazioni di vino, smantellerà le principali barriere
non tariffarie e confermerà il riconoscimento di tutte le indicazioni geografiche
vinicole. Considerando i volumi coinvolti, l’accordo sarà particolarmente
benefico. Quello canadese è, infatti, il quarto mercato d’esportazione per i vini
europei. Nel 2013 il giro di affari si è attestato a 768 milioni di euro registrando
una crescita del 27% rispetto al 2007.

Stati Uniti
Oggi, i riflettori sono puntati sul TTIP. Per i prodotti vinicoli
europei, gli Stati Uniti sono il primo mercato di esportazione,
il 28% del totale. Il vino è, infatti, al secondo posto, dopo
i superalcolici, fra i prodotti agroalimentari più esportati, e il suo consumo,
69

negli USA, è in continua crescita. Nel 2005, Stati Uniti e UE hanno firmato
un accordo sul commercio di vino. È stato il primo passo verso l’ottenimento di
maggiori garanzie, come il riconoscimento dei rispettivi metodi produttivi, per
gli esportatori europei. Lo stesso, tuttavia, presenta evidenti difetti, in particolare
riguardo al riconoscimento delle Indicazioni Geografiche. Le denominazioni
europee sono, infatti, considerate dai legislatori americani come semi-generiche.
Il risultato è che, oggi, un produttore della Napa Valley può produrre e
commercializzare vini come lo Champagne Californiano o il Chianti di
Napa, arrecando un evidente pregiudizio agli interessi dei produttori europei.
Un’azione che può essere intrapresa dai consorzi produttori è la registrazione
di un marchio, omonimo rispetto all’indicazione, presso le autorità americane.
La misura, oltre che essere molto costosa, non garantisce un livello di effettività
e protezione sufficiente. Inoltre, mentre la tariffazione media sulla totalità dei
prodotti scambiati fra le due sponde dell’atlantico è relativamente bassa, i dazi
sui prodotti agroalimentari sono nettamente più alti. La tariffazione su questa
gamma di prodotti, variabile per paese di provenienza e tipologia, raggiunge,
infatti, il 25%.
Tuttavia, sono le barriere non tariffarie, come le diverse licenze d’importazione
richieste, a ostacolare maggiormente gli scambi. La complicata architettura delle
autorizzazioni, richieste a ogni livello di distribuzione e diverse fra stato e stato,
favorisce la grande distribuzione, che è sostanzialmente inaccessibile alla piccola e
media impresa. Le grosse catene chiedono, infatti, all’importatore un contributo
minimo per le spese di promozione alla vendita, che possono arrivare, per una
distribuzione nazionale, anche a novantamila dollari annui.
Per via dell’ampio numero di punti vendita, le grandi aziende del settore
trattano enormi quantitativi di vino, la cui soglia minima, che varia attorno alle
quattrocentomila bottiglie l’anno, non è, spesso, raggiunta dai piccoli produttori.
Il settore più svantaggiato è, quindi, quello delle piccole e medie imprese, che è
predominante nel settore produttivo nostrano e che, a causa della piccola scala,
fatica ad adeguarsi a ulteriori standard produttivi. Lo scopo dei negoziatori
europei è, tuttavia, proprio quello di intensificare la protezione delle Indicazioni
Geografiche e l’abbassamento delle barriere commerciali.

70

6

PARTE 6 - DIGITAL, ENERGIA, AMBIENTE: LA
PROSPETTIVA COMMERCIALE

17

CAPITOLO 17 - Digital Single Market
L’economia globale sta rapidamente diventando digitale. L’Information and
Communications Technology (ICT) non rappresenta più un settore specifico
ma è il fondamento di ogni moderno e innovativo sistema economico. Questo
cambiamento sta avvenendo con un ritmo tale da offrire enormi opportunità per
l’innovazione, la crescita e l’occupazione. Allo stesso modo, questo cambiamento
rappresenta anche una sfida per le istituzioni pubbliche e richiede un approccio
coordinato a livello di Unione Europea.
Il Digital Single Market (DSM) è un mercato in cui il libero movimento dei
beni, dei servizi, dei dati e dei capitali è assicurato, per gli individui e le aziende,
in condizioni di concorrenza, di protezione dei consumatori e della privacy, a
prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui si trovano. Attualmente,
infatti, barriere e frammentazioni che sono state superate dal mercato unico
europeo si ripropongono in quello digitale.
Eliminando questi ostacoli l’Europa potrebbe accrescere il proprio PIL di 415
miliardi, ampliando i mercati per le nostre aziende, fornendo migliori e più
convenienti servizi per i consumatori e creando nuovi posti di lavoro.
La strategia per il DSM, che la Commissione Europea ha presentato a maggio
2015 (facendo seguito al discorso di insediamento del Presidente Juncker, che
indicava il DSM come la seconda priorità della sua Commissione), è costruita
su tre pilastri:
»» Migliore accesso per consumatori e aziende all’acquisto/utilizzo di
beni e servizi online in ogni angolo d’Europa;
»» Creazione di condizioni ottimali per lo sviluppo di reti e servizi digitali;
»» Massimizzazione del potenziale di crescita dell’economia digitale in
Europa.
La strategia e la relazione incardinata nelle commissioni parlamentari IMCO
(Mercato Interno e Protezione dei Consumatori) e ITRE (Industria, Ricerca ed
Energia) serviranno da inquadramento generale per 16 azioni concrete che la
Commissione intende portare avanti per realizzare il DSM. Ricadono all’interno
71

del primo pilastro, Better access for consumers and businesses to digital goods and
services across Europe, 8 azioni.
Una delle ragioni per cui i consumatori o le PMI evitano di acquistare o vendere
su internet in altri paesi è la complessità e la varietà delle legislazioni nazionali
in materia. Alcune forme di armonizzazione esistono già, ma per alcuni beni
prettamente digitali, come gli e-book, non esiste ancora nessuna normativa.
Entro la fine del 2015, la Commissione presenterà delle proposte per rendere più
semplici, certe e armonizzate le normative sull’e-commerce. Allo stesso modo, e
negli stessi termini, per rendere la protezione dei consumatori sempre più efficace,
anche nel mercato digitale, la Commissione proporrà delle modifiche all’attuale
Regolamento in materia di Cooperazione per la Protezione del consumatore.
Inoltre, spesso l’e-commerce è visto con sospetto a causa di costi di spedizione
relativamente alti a fronte di ordini di piccola entità e della mancanza di
trasparenza sulle condizioni e i tempi del servizio di spedizione. Nella prima
metà del 2016, la Commissione attuerà delle misure per rendere più trasparente
il mercato dei servizi di spedizione e avvierà delle consultazioni con le aziende del
settore per vedere come poter arrivare a offrire dei prezzi più competitivi.
Altre volte invece gli utenti non riescono neanche a effettuare acquisti su siti
stranieri o vengono reindirizzati su siti con prodotti o prezzi diversi. Questa
pratica, spesso ingiustificata, si chiama geo-blocking ed è una forma di
discriminazione, sulla base del paese in cui ci si trova, che serve a segmentare
il mercato. La Commissione farà, nella prima metà del 2016, delle proposte
legislative per porre fine al geo-blocking ingiustificato. Il 56% degli Europei usa
internet anche per fini culturali e per il proprio intrattenimento. Purtroppo,
però, vista la natura fortemente territoriale delle normative sui diritti d’autore e
di riproduzione, molto spesso non è possibile usufruire di contenuti on-demand
o legalmente acquistati e scaricati al di fuori del proprio paese. Anche questi sono
considerati fenomeni di geo-blocking, legati alle normative sul copyright. La
Commissione lavorerà su alcune proposte legislative per assicurare l’accessibilità
e la portabilità dei contenuti legalmente acquistati.
Sempre per facilitare l’accesso a contenuti digitali online la Commissione
proporrà delle modifiche alla Direttiva in materia di cavi e satelliti per allargarne
le definizioni e gli scopi alle trasmissioni on-line. Altrettanto gravosi, più per le
aziende che per i cittadini, sono gli obblighi legati alle imposte sul valore aggiunto
in ognuno dei paesi in cui è stata effettuata una vendita. A questo proposito la
Commissione studierà e proporrà nel 2016 delle misure per ridurre il carico
di burocrazia riguardo al pagamento delle imposte sul valore aggiunto per le
72

imprese che fanno e-commerce. Infine, verrà lanciata un’indagine di settore per
valutare se nel mondo dell’e-commerce viga un’equa concorrenza.
Per quanto riguarda il pilastro Creating the right conditions for digital networks
and services to flourish la Commissione Europea metterà in campo 5 azioni
concrete. Le infrastrutture, o reti, che permettono la trasmissione dei dati sono
la spina dorsale dell’economia digitale. Questo settore, che necessita di continui
e cospicui investimenti, soffre a causa della frammentazione del mercato, della
poca prevedibilità e coerenza delle legislazioni nazionali e dell’arretratezza delle
aree periferiche.
Per porre rimedio a questa situazione la Commissione proporrà l’adozione di un
pacchetto sul mercato unico delle telecomunicazioni, in modo da armonizzare le
legislazioni vigenti, garantire la neutralità della rete, eliminare le tariffe di roaming
per il traffico dati e favorire gli investimenti attraverso partenariati pubblicoprivati. Inoltre, dall’inizio del ventunesimo secolo a oggi, abbiamo assistito a un
profondo mutamento del settore dei media e della distribuzione di contenuti
audiovisivi (tv on-demand e accessibilità da smartphone e tablet).
Per garantire i consumatori e le aziende nate da questi mutamenti, la Commissione
rivedrà la direttiva sui servizi di media audivisivi, concentrandosi su attori, scopo
della norma, protezione dei minori e regole sulla pubblicità. Oltre ai media,
altri grandi attori del panorama digitale contemporaneo sono le piattaforme
online (motori di ricerca, social media, piattaforme di e-commerce, app stores,
piattaforme per la comparazione dei prezzi). Queste piattaforme acquisiscono
e processano ogni giorno miliardi di dati, acquisendo un potere di mercato
sempre più incisivo. Allo stesso tempo esse sono uno dei motori principali della
sharing economy. Per capire come regolamentare il settore, la Commissione
inizierà un’analisi approfondita sul ruolo delle piattaforme online e la gestione
dei contenuti illegali.
Inoltre, l’enorme mole di dati sensibili trasmessi attraverso la rete rende piattaforme
e database dei target molto sensibili per ragioni di sicurezza. Nella prima metà
del 2016 la Commissione avvierà la creazione di partenariati pubblico-privati in
materia soluzioni tecnologiche per la sicurezza informatica.
Contemporaneamente alla ricerca di sicurezza dalle minacce esterne si lavorerà
per rendere sicuri i nostri dati anche sul fronte interno, ovvero per quanto
riguarda l’acquisizione, il trattamento e la cessione. A questo proposito verrà
aggiornata la Direttiva ‘ePrivacy’ sulla protezione della privacy nel settore delle
comunicazioni elettroniche.
73

Infine, a proposito del pilastro Maximising the growth potential of the Digital
Economy, la Commissione Europea proporrà 3 azioni. Come è già stato detto,
un mercato europeo frammentato in 28 piccoli mercati nazionali, così come in
28 differenti sistemi legali, non è un contesto favorevole agli investimenti, in
particolare per quanto riguarda le tecnologie di cloud computing (che consentono
di usufruire, tramite server remoto, di risorse software e hardware), i Big Data
(raccolte di dati così estese in termini di volume, velocità e varietà da richiedere
tecnologie e metodi analitici specifici per l’estrazione) e Internet of Things
(possibile evoluzione dell’uso della Rete in cui gli oggetti si rendono riconoscibili
e acquisiscono intelligenza grazie al fatto di poter comunicare dati su se stessi e
accedere a informazioni aggregate da parte di altri. Es. Le sveglie suonano prima
in caso di traffico, le scarpe da ginnastica trasmettono tempi, velocità e distanza
per gareggiare in tempo reale con persone dall’altra parte del globo). Proprio
per favorire lo sviluppo di queste applicazioni la Commissione lancerà nel 2016
un’iniziativa sulla libera circolazione dei dati e un’iniziativa europea sui cloud, in
modo da poter studiare e affrontare le sfide del settore.
Le comunicazioni tra diversi dispositivi digitali, ovvero l’interoperabilità, e
l’utilizzo di standard condivisi sono elementi imprescindibili per l’ulteriore
sviluppo dell’economia digitale, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo
delle connessioni 5G, della sicurezza informatica, dei rapporti con la pubblica
amministrazione e dei pagamenti online. Proprio per questo la Commissione
sta lavorando a un piano integrato per la standardizzazione e alla revisione dello
European Interoperability Framework del 2010. Sempre a proposito del rapporto
con la pubblica amministrazione, seguendo il principio ‘Once-only’ (principio
secondo cui se un documento è stato fornito già una volta a un qualsiasi ufficio
della P.A., il cittadino non è più tenuto a presentarlo ed è la P.A. a doverselo
procurare dal proprio data base) la Commissione presenterà un nuovo piano
d’azione per l’e-Government 2016-2020.
Tutte le 16 azioni saranno accompagnate da misure che rendano il Digital Single
Market una realtà inclusiva, in cui i cittadini e le aziende possiedano le necessarie
competenze per godere dei benefici che ne deriveranno. Pertanto un’attenzione
costante sarà riservata anche all’adattamento dei sistemi di istruzione e
apprendistato alla rivoluzione digitale.

Le donne e il digitale
Un aumento del PIL europeo del 5 per cento e oltre 3,8 milioni di nuovi posti
di lavoro: questi i benefici previsti, nei prossimi 8 anni, se saranno raggiunti
74

gli obiettivi dell’Agenda Digitale europea. Una grande opportunità, dalla quale,
se non cambiamo qualcosa ora, rimarrà ancora una volta esclusa la metà della
popolazione mondiale: le donne. Tra i dati relativi alla sotto-rappresentazione
delle donne nel settore ICT (Information & Communication Technologies),
vale la pena citare:
»» su 1.000 donne laureate in Europa, solo 29 hanno fatto un percorso di
studi in ICT e di queste solo 4 lavorano poi effettivamente nel settore;
»» le donne lasciano il lavoro a metà della loro carriera: se, infatti, il 20
per cento delle donne di trent’anni con una laurea ICT lavora nel
settore, la percentuale crolla al 9 per cento per le loro colleghe sopra i
45 anni;
»» questa scarsa presenza di donne nel campo ICT si rileva anche,
e a maggior ragione, nei ruoli manageriali: solo il 19 per cento dei
lavoratori ICT ha un capo donna.
Quali sono le cause? Tre le più rilevanti:
»» Tradizioni e stereotipi culturali riguardo il ruolo delle donne nella
società e riguardo l’area delle nuove tecnologie;
»» Fattori sociopsicologici che respingono le donne dall’ambito ICT e
soprattutto dalle sue posizioni apicali (barriere interne). Ad esempio:
mancanza di fiducia in se stesse, di abilità di negoziazione, avversione
al rischio e un atteggiamento negativo verso la competizione.
»» Elementi intrinsechi al settore ICT che rafforzano il gap di genere
(barriere esterne). Ad esempio: un ambiente fortemente maschile,
una più facile conciliazione tra la vita professionale e quella privata,
mancanza di modelli di ruolo nel settore.
Una piena partecipazione delle donne nel mondo delle tecnologie e del digitale,
tuttavia, porterebbe significativi benefici anche per l’economia dei nostri paesi e
delle aziende. Infatti:
»» se le donne occupate nell’ambito ICT fossero lo stesso numero degli
uomini, il PIL europeo ne guadagnerebbe 9 miliardi all’anno;
»» le aziende con un più alto numero di donne nel proprio livello di
management raggiungono il 35 per cento in più di redditività sul
capitale proprio e il 34 per cento in più del reddito totale per gli
azionisti;
»» le donne che lavorano nelle ICT guadagnano circa il 9 per cento in più
delle donne che ricoprono ruoli simili in altri settori.
75

Oggi, in Italia il 22% delle posizioni aperte legate alle ICT non trova candidati
all’altezza. Nel 2020 in tutta Europa potrebbero esserci, a seconda degli scenari
economici, da 730.000 a oltre 1,3 milioni di posti di lavoro vacanti: un’occasione
unica per aggredire concretamente il fenomeno della disoccupazione femminile
(ricordiamo che in Italia quasi una donna su due è senza lavoro).
Dobbiamo agire ora: serve soprattutto formazione adeguata, una politica ragionata
riguardo la diffusione di e-skills. Ma serve anche un sostegno all’imprenditoria
femminile con linee di finanziamento dedicate e, infine, sono prioritarie misure
volte a cambiare la cultura e ad avvicinare le ragazze alle materie STEM, ad
appassionarle al digitale e all’informatica e, soprattutto, a dimostrare loro che
possono affrontare questo mondo senza mai dover avere la paura di sentirsi
inadeguate.

18

CAPITOLO 18 - Energy Union – Il mercato unico dell’energia
Introduzione
L’Unione Energetica Europea è la strategia presentata dalla Commissione, nel
2015, che mira a ridisegnare lo scenario energetico comunitario. Il risultato
dovrebbe garantire agli stati membri un’energia pulita, competitiva, conveniente
e sicura da interruzioni. L’azione dell’organo esecutivo dell’Unione Europea si
concerterà su cinque diverse aree d’intervento: sicurezza nell’approvvigionamento,
integrazione dei mercati nazionali, efficienza energetica, abbattimento delle
emissioni e ricerca e innovazione.

Sicurezza: armonizzazione strategica e diversificazione
Con 420 miliardi di euro d’importazioni complessive annue, l’Europa, parlando
con una sola voce ed esercitando un fortissimo potere negoziale congiunto, sarebbe
in grado di ottenere migliori condizioni dai paesi esportatori. Considerando
che le strategie energetiche di un paese condizionano rilevantemente quelle dei
partner confinanti, una migliore armonizzazione delle stesse rappresenta un
evidente vantaggio sia in fase di pianificazione sia a livello negoziale. L’istituzione
di riserve energetiche comuni garantirà, nel caso occorrano shock geopolitici,
una maggiore efficienza e un incremento del livello di garanzia della fornitura
agli utenti europei.
76

Un altro obiettivo fondamentale del piano si basa sulla diversificazione delle
fonti di approvvigionamento. L’Europa soffre, infatti, di un’elevata dipendenza
dalle importazioni da paesi ad alto rischio geopolitico. Le recenti turbolenze
diplomatiche con la Russia hanno, per esempio, evidenziato il rischio connesso
alla forte dipendenza dal gas siberiano.
La strada proposta indica un aumento sostanziale della produzione di energia da
fonti rinnovabili, una maggiore integrazione dei network distributivi europei e
investimenti mirati all’aumento dell’efficienza energetica. Tassello fondamentale
nella diversificazione è il potenziamento della rete distributiva domestica. A livello
intraeuropeo si registra, infatti, la presenza di colli di bottiglia infrastrutturali che
inibiscono le potenzialità di una gestione europea degli approvvigionamenti.

Abbattimento delle emissioni, efficienza energetica, ricerca e
innovazione
Per il 2030, i target ambientali europei fissano al 45% il consumo di energia
rinnovabile sul totale prodotto. L’ambizioso traguardo, da sostenere tramite
politiche che orientino gli investimenti nel settore della green technology, vuole
conciliarsi con le strategie di re-industrializzazione catalizzando la notevole
crescita, nonostante la crisi, registrata dal settore.
L’energia più pulita è quella che non si consuma, un miglioramento sostanziale
dell’efficienza garantirebbe un’ottimizzazione di costi e consumi generando
ricadute positive in ambito sia ambientale che sociale. Investimenti pubblici volti
all’isolamento termico dell’edilizia popolare s’inserirebbero, infatti, anche nella
guerra alla povertà energetica.

Integrazione dei mercati nazionali
In questo contesto si inserisce la necessità di creare uno spazio energetico unico
anche a livello economico. La frammentazione dei mercati energetici europei
causa grandi differenze fra prezzi offerti ai diversi consumatori e industrie
nazionali. La riforma si rende altresì necessaria di fronte all’inelasticità dei prezzi
che riflette i diversi regimi fiscali. La creazione di un mercato energetico unico
rappresenta un’ottima opportunità anche in materia di diritti dei consumatori.
L’accesso a un’offerta più ampia assicurerebbe, infatti, un miglioramento dei
prezzi e della trasparenza.
77

La posizione del gruppo S&D
Il gruppo dei Socialisti e dei Democratici ha accolto con entusiasmo i progetti
presentati dalla Commissione rimarcando i propri valori in materia di occupazione,
ambiente, crescita e armonizzazione europea. Il piano dovrà rappresentare un
nuovo modello energetico a livello globale.

Priorità a efficienza e abbattimento delle emissioni
D’interesse prioritario per il gruppo, nell’ottica di abbassare fabbisogno e
importazioni, sono gli obiettivi riguardanti le fonti rinnovabili e il miglioramento
dell’efficienza energetica. Gli impegni ambientali andrebbero, infatti, rafforzati
per transitare verso un’economia carbon-light nel 2050. La strategia suggerita
da S&D approva l’istituzione di target d’interconnessione energetica fra
stati membri, nella direzione di un’ottimizzazione della gestione di scorte e
approvvigionamenti.
Gli obiettivi, comportando forti investimenti infrastrutturali in network
distributivi (smart grid), ricerca e investimenti nel settore green, per essere
credibili necessitano di immediati finanziamenti. Questi ultimi sarebbero
ottenibili tramite l’aggiornamento della lista delle opere chiave e apportando una
riforma alla procedura di selezione/erogazione dei progetti. Il concetto chiave
è che i costi che sosterremmo oggi rappresentano un quarto di quelli che ci si
presenterebbero fra 20 anni. Considerando questi aspetti, il piano d’investimenti
da 315 miliardi di euro proposto dalla Commissione appare non sufficiente.
Come da precedente proposta, i Socialisti e Democratici auspicano la creazione
di un nuovo meccanismo dotato di una capacità finanziaria di 400 miliardi di
euro da raggiungere attraverso un piano di sei anni. In questo scenario gli stati
membri dovrebbero contribuire con 100 miliardi di euro, da escludere dal calcolo
di deficit e debito pubblico, e i restanti 300 miliardi potrebbero essere reperiti sui
mercati attraverso l’emissione di bond.

Centralità del consumatore
Nel processo di omogeneizzazione dei mercati il consumatore deve essere al
centro della prospettiva: bisognerà assicurare una maggiore elasticità dei prezzi al
dettaglio e un accesso trasparente alle offerte che assicuri agli utenti la migliore
tariffa disponibile. In quest’ottica la sconfitta della povertà energetica deve essere
78

elevata a massima priorità. Recenti studi, infatti, indicano che, nei paesi membri,
le fasce più vulnerabili sostengono prezzi energetici proporzionalmente più alti.

Commercio, protezione da pratiche di concorrenza sleale e condivisione
A livello industriale la posizione dei Socialisti e Democratici è chiara nel sostenere
un rafforzamento del segnale di prezzo del mercato del sistema di scambio delle
emissioni (ETS, Emission Trading Scheme) che definisce un tetto massimo e
predispone aste e piattaforme finanziarie per la compravendita di permessi di
emissione di CO2.
Un innalzamento in tal senso, insieme all’abolizione dei sussidi alla produzione
di combustibili fossili, darebbe una chiara indicazione agli investitori andando
a guidare i flussi verso i comparti delle industrie green. Il sistema, delegando al
mercato la definizione dei prezzi dei titoli di emissione di CO2, rappresenta la
soluzione più efficiente in materia di costi per il taglio delle emanazioni e per
l’incoraggiamento al risparmio energetico.
È, tuttavia, innegabile che l’industria pesante possa inizialmente soffrire della
concorrenza proveniente da industrie operanti in paesi con regolamentazioni
più blande. A tal scopo, il gruppo, nell’attesa che i partner internazionali
s’impegnino ad adottare a loro volta politiche ambientali vincolanti, raccomanda
alla Commissione lo studio di un meccanismo doganale di adeguamento del
prezzo dei prodotti importati a protezione della concorrenza sleale, una sorta di
anti-dumping ambientale.
Infine, il gruppo propone una riforma dell’impianto informativo che vada nella
direzione di una maggiore condivisione strategica che rafforzi il ruolo della
Commissione e indebolisca la capacità di minaccia dei paesi esportatori. In
questo contesto di condivisione, l’S&D guarda ad una modifica del regolamento
del 2010 in materia di riserve di gas, con l’obiettivo di aumentare le riserve e
istituire scorte comuni.

Lo stato dell’Unione Energetica e i prossimi passi
A nove mesi dall’adozione della strategia sull’Unione Energetica, la transizione
energetica, l’armonizzazione dei mercati e dell’approvvigionamento hanno iniziato
a sortire una sempre maggiore influenza sulle vite dei cittadini europei. A questo
scopo, la Commissione Europea, in concerto con le autorità nazionali, dovrà
79

coordinare il cambiamento avendo riguardo degli aspetti sociali. Molti lavoratori,
infatti, dovranno attraversare un percorso di riqualificazione professionale e sarà,
quindi, fondamentale assicurare loro un’efficace ricollocazione sul mercato del
lavoro. A questo scopo, è già stata avviata una fase di concertazione con le parti
sociali.
Per quanto riguarda la povertà energetica, la Commissione Europea fornirà una
più ampia consulenza ai governi centrali e alle autorità locali, soprattutto nel
campo dell’efficienza. La Commissione ha, infatti, preparato un piano europeo,
denominato “Smart Financing for Smart Buildings”, che fornirà finanziamenti
capillari e assistenza operativa a livello locale. Una migliore efficienza energetica
nell’edilizia popolare garantirà, infatti, l’abbassamento delle bollette per le fasce
più deboli. Sono, inoltre, in fase di studio ulteriori misure operative.
Nell’immediato, il lavoro della Commissione Europea si focalizzerà
sull’approntamento di una riforma dell’ETS, il meccanismo di limitazione delle
emissioni di anidride carbonica guidato da dinamiche di mercato. Infatti, nelle
prime fasi di implementazione, il sistema, non avendo garantito un segnale di
prezzo adeguato, non ha catalizzato sufficientemente gli investimenti verso il
settore green e la sua performance, a livello ambientale, è stata mediocre. Le
riforme, come l’istituzione di un fondo di stabilità di mercato, stanno, però
dando i loro frutti.
Infine, a riprova che un meccanismo di mercato sia più efficiente rispetto alla
mera tassazione, l’esperienza dell’ETS europeo è stata replicata in diversi angoli
del pianeta. La fase di sperimentazione di un sistema simile in Cina è stata, infatti,
condotta insieme agli esperti europei. La prossima sfida, seguendo l’esempio dato
dalla connessione dei mercati di Québec e California, sarà collegare i diversi
mercati dei titoli di emissione.
Altro obiettivo a breve-medio termine è la progettazione del mercato unico
dell’energia elettrica, e, a questo riguardo, l’attenzione è rivolta alla tutela dei
consumatori. Il prossimo anno saranno implementati tre importanti pacchetti
di riforme. In primavera si procederà con il varo di misure che incrementeranno
la sicurezza energetica. Sarà, infatti, approntata una strategia comune per
il riscaldamento, una per i processi di liquefazione e distribuzione del gas e
verrà richiesta una maggiore trasparenza ai governi nazionali sui contratti di
approvvigionamento energetico. In estate seguiranno le misure di limitazione
delle emissioni non coperte dall’ETS che, quindi, coinvolgeranno i settori
edilizio, agricolo e dei trasporti. In ottobre vi saranno, infine, novità in materia
di rinnovabili e unificazione dei mercati nazionali.
80

All’introduzione di queste riforme, vista anche l’alta differenziazione dei target,
dovrà seguire un impegno particolarmente serio dei governi nazionali. A questo
scopo, le strategie e le difficoltà sono state studiate e affrontate congiuntamente
dalla Commissione Europea e dai diversi organi regolatori nazionali a livello
centrale e locale. Particolarmente importanti, in questa strategia, sono gli obiettivi
d’interconnessione dei vari sistemi nazionali.
Ogni stato membro dovrà, ad esempio, disporre di tre diversi fornitori di gas, in
modo da aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento e diminuire la propria
dipendenza da un unico produttore. Il progetto, che garantirà benefici anche
a livello di prezzi, si basa sulla costruzione d’inter-connettori intraeuropei. I
due nuovi gasdotti, che collegheranno il Portogallo alla Francia e la Polonia ai
Balcani, sono il caposaldo della strategia. La Russia, grazie all’attracco a Gdansk
della prima nave cisterna di gas liquefatto saudita, non è più l’unico fornitore
di gas della Polonia. Il nuovo gasdotto che collegherà la Polonia ai Balcani
s’inserisce in questo scenario di differenziazione dei fornitori. Lo stesso ministro
dell’energia russo ha espresso preoccupazione per la possibilità di un’accresciuta
competizione.

19

CAPITOLO 19 - COP21 – La Conferenza sul Clima di Parigi
Introduzione
Il punto di partenza è l’evidenza scientifica del riscaldamento globale e la
responsabilità predominante dell’attività umana nel determinarlo. Mantenendo
invariati gli impegni e le politiche ambientali attuali, recenti studi paventano il
superamento della soglia limite dell’aumento di 2° della temperatura globale,
considerato il punto di non ritorno. In tale scenario il riscaldamento globale
innescherebbe, infatti, un processo irreversibile dalle conseguenze imprevedibili.
Un cambiamento di cui già oggi cominciamo a vedere le prime avvisaglie e che
ha costretto, nel 2014, oltre 19 milioni di persone a lasciare la propria casa.
La convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici
(UNFCCC- United Nations Framework Convention on Climate Change) è il
trattato internazionale, avente ad oggetto l’ambiente, con maggiore legittimità
essendo l’adesione virtualmente globale. Ufficialmente adottato nel 1992,
l’accordo, prevedendo un incontro annuale fra le parti (COP-Conference of the
81

Parties), ha funto da cornice per ogni successiva negoziazione o trattato. Come
estensione dell’UNFCCC, il Protocollo di Kyoto, adottato nel 1997, pone limiti
vincolanti all’emissione di CO2 da parte dei firmatari (alcuni paesi occidentali).
La prima fase del protocollo si è conclusa nel 2012. La seconda fase d’impegni
(2013-2020), concordata alla Conferenza di Doha, non è entrata in vigore a
causa del mancato raggiungimento della soglia minima di ratifiche.
I paesi in via di sviluppo attribuiscono la responsabilità storica dell’inquinamento
all’occidente. Nonostante i paesi in via di sviluppo determinino, oggi, la
maggiore quota di emissioni di CO2, essi guardano con scetticismo a impegni
vincolanti che possano in qualche modo limitare la loro crescita industriale. I
rappresentanti di questi stati condizionano un loro eventuale sforzo in senso
ambientale ad un pacchetto di sostegno finanziario e alla garanzia di un maggiore
accesso tecnologico.
Pur fallendo nella realizzazione di un accordo globale e legalmente vincolante,
la Conferenza di Lima del 2014 è stata fondamentale nella definizione delle
linee guida che hanno, poi, indirizzato la Conferenza di Parigi. In particolare,
le parti, riconoscendo le diverse capacità e il differente grado di responsabilità,
hanno concordato sulla differenziazione degli impegni che i diversi paesi, su base
volontaria, hanno poi presentato all’UNFCCC. A Lima è stata, poi, ribadita
la necessità dell’istituzione di un fondo per il finanziamento alla lotta contro il
cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo.
Dopo vent’anni di logoranti trattive, il 12 dicembre abbiamo assistito a un
momento storico che determinerà il futuro delle prossime generazioni. Per la
prima volta, infatti, i leader di 195 paesi si sono impegnati congiuntamente a
contenere il cambiamento climatico, tramite il rispetto dei piani di contribuzione
nazionale, e a porre le basi per la transizione dell’economia globale verso un
modello più sostenibile. L’accordo rafforza il sistema delle Nazioni Unite la
cui credibilità, dopo tanti accordi falliti, era a rischio. D’altra parte, una sfida
mondiale non poteva prescindere da un impegno condiviso e ambizioso. A questo
scopo, le parole di Mandela, già citate dal Presidente della Conferenza, sono
particolarmente significative: “Nessuno di noi agendo da solo può raggiungere il
successo, il successo è portato da tutte le nostre mani riunite”.
I negoziatori sono riusciti a superare e ricucire le distanze e le differenze fra paesi
sviluppati, in via di sviluppo e meno sviluppati. Il conflitto Nord-Sud era stato,
infatti, determinante nel fallimento della Conferenza di Copenaghen tenutasi nel
2009, la cui conclusione è stata dominata da una profonda e amara delusione.
Al contrario, i rappresentanti presenti a Parigi sono stati protagonisti di lunghi
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applausi, frutto di un accordo che lancia un messaggio di vita, particolarmente
importante se raffrontato all’orrore e al senso di morte che ha pervaso la stessa
città a novembre 2015.

Il contenuto dell'accordo
L’accordo raggiunto sancisce l’impegno dell’intera comunità globale a contenere
l’aumento della temperatura globale entro la soglia limite di 1,5°, obiettivo molto
più ambizioso rispetto ai precedentemente previsti 2°. Il testo finale pone, poi,
le basi per un modello economico, a partire dal 2050, non più dipendente dai
combustibili fossili, particolarmente inquinanti e principale fonte di energia per
giganti economici come Cina e India.
Il superamento dei dissidi fra le parti è stato possibile, anche grazie all’istituzione
di un fondo Nord-Sud per la lotta al cambiamento climatico. Il fondo, che
sosterrà la battaglia al riscaldamento globale nei paesi in via di sviluppo, sarà
dotato annualmente di una cifra di 100 miliardi di dollari. La cifra al momento
stipulata sarà, in realtà, la base per un obiettivo finanziario ancora più ambizioso.
La Convenzione sarà, infatti, dotata della dinamicità necessaria per rispondere
al mutamento delle condizioni ambientali tramite un meccanismo di revisione
quinquennale. Lo stesso permetterà, quindi, un confronto sui risultati raggiunti
e, qualora le evidenze scientifiche lo richiedano, un eventuale innalzamento del
livello di ambizione.
L’accordo, molto importante per la definizione degli obiettivi e per gli strumenti
materiali forniti alle nazioni più povere, è vincolante ma non prevede misure
sanzionatorie nel caso i singoli target nazionali non siano rispettati. La mancanza
di pene risponde, in parte, alla necessità dell’amministrazione Obama di evitare
l’approvazione del Senato, a maggioranza repubblicana, necessaria per un trattato
provvisto di strumenti di esecuzione forzata.
L’intesa è stata frutto di un’intensa quanto magistrale attività diplomatica. In
questo contesto, l’UE ha giocato un ruolo di primissimo piano, ottenendo una
grande vittoria diplomatica e favorendo l’inserimento delle proprie priorità,
come la clausola di revisione quinquennale, nel testo finale. Il conseguimento
degli obiettivi è stato raggiunto grazie, anche, al fronte unico costituito assieme
a 79 paesi delle aree africana, caraibica e del pacifico.

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Conclusioni
Tutti gli accordi di cui abbiamo parlato in questo testo sono tuttora ancora aperti:
alcuni vedranno nel 2016 le loro fasi finali e si avvieranno verso la definitiva
entrata in vigore, alcuni "esploderanno" anche nel dibattito mediatico, come nel
caso delle relazioni con la Cina, e la maggior parte di essi rimarrà lontano dai
riflettori. Il Parlamento continuerà il proprio lavoro, su tutti e, forse, su questi
ultimi in modo particolare.
Gli accordi commerciali hanno come scopo principale il beneficio economico
ma molto di questo rischia di perdersi se le parti direttamente coinvolte, prima di
tutto le imprese, non conoscono appieno le potenzialità dei nuovi mercati che si
stanno aprendo. Il mio e il nostro lavoro non si ferma al piano legislativo: le leggi
rimangono lettera morta se non si creano le condizioni di contesto necessarie
perché possano produrre gli effetti più benefici possibili. Come già ho fatto
quest'anno, continuerò a visitare i contesti produttivi italiani, sia per informare
costantemente sugli sviluppi sia per conoscere sempre di più le evoluzioni delle
nostre realtà più dinamiche e proiettate sui mercati esteri.
La politica commerciale europea va però oltre l'obiettivo della crescita economica:
essa, come abbiamo cercato di raccontare in questo volume, realizza nel concreto
i valori su cui il progetto europeo è fondato e a cui il suo sviluppo è ispirato. La
tutela dei diritti, dell'ambiente, la realizzazione di uno sviluppo sostenibile, la
lotta alle disuguaglianze e alle dittature, la garanzia delle libertà fondamentali.
Quando ci apriamo all'altro non ci confrontiamo solo con la sua produzione,
ma con l'intero suo mondo e ci contaminiamo. A questo proposito, uno dei
miei impegni prossimi sarà di aprire una prospettiva di genere sulla politica
commerciale: le donne, se non aiutate a coglierne le potenzialità, rischiano di
essere penalizzate perché tendenzialmente gestiscono aziende più piccole e meno
tecnologicamente sofisticate.
Su questo e in generale su tutto quanto abbiamo illustrato, la mia speranza e il
mio augurio per il 2016 è che il dibattito pubblico sull'Europa sia più partecipato
e più informato. Sarei felice di condividere con un numero sempre maggiore
di cittadini europei la visione dell'Europa come un progetto a cui dare forma,
ognuno col proprio contributo, per sentirla più nostra, ma soprattutto per
scoprire tutto quello che abbiamo da scambiarci, in un rapporto più consapevole.

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Ringraziamenti
Questo testo è la raccolta di articoli e schede informative preparate nel corso dell'anno
da parte dei miei collaboratori e da me, per raccontare il lavoro della Commissione
commercio internazionale di cui sono membro.
Li ho definiti collaboratori, ma sono molto di più. Senza paura di scivolare in una
stucchevole enfasi, è giusto descriverli come compagni di questo viaggio nel cuore
dell'Europa, giovani professionisti da cui imparo ogni giorno. In un momento
storico in cui è difficile sentirsi autenticamente parte di un progetto collettivo e di
una comunanza di valori, io ho la fortuna di sperimentare questa condivisione ogni
giorno.
Per questo li ringrazio tutti sinceramente, a partire da Francesco Cerruti e Elsa Pili,
per l'insostituibile supporto. E poi Valerio Bordonaro, Giacomo Zucchelli, Paola
Longoni, che hanno tutti contribuito alle diverse parti di questo volume. Infine, ma
non da meno, Isabella Cimaglia, Bianca Luna Fabris, Cristina Battistella, tutte
competenze indispensabili in un gioco di squadra. E un grazie sincero a tutti coloro
che, in varie modalità, mi hanno aiutata a comprendere e agire per il meglio.

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Glossario
Abenomics: una serie di iniziative macroeconomiche messe in pratica nella primavera del 2013
dal Primo Ministro giapponese Shinzo Abe allo scopo di sollevare il Giappone dalla decennale
depressione economica. L’iniziativa si compone fondamentalmente di tre direttrici: politica
monetaria, politica fiscale e strategie di crescita.
Accordi di partenariato e cooperazione: accordi conclusi da Unione Europea e un paese terzo
con l’obiettivo di rendere più permeabili i mercati e migliorare la cooperazione a ogni livello.
Accordi di partenariato economico (EPAs - Economic Partnership Agreements): sono
accordi commerciali, miranti allo sviluppo, negoziati dall’Unione Europea e i paesi delle regioni
africana, caraibica e pacifica (ACP). Gli accordi hanno l’obiettivo di promuovere un modello
di crescita sostenibile e di ridurre il livello di povertà tramite lo sviluppo dei flussi commerciali
e l’aumento degli investimenti.
Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio (GATT - General Agreement on Tariffs and
Trade): è un accordo internazionale, firmato nel 1947 a Ginevra da 23 paesi, per stabilire le basi
per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione
del commercio mondiale.
Accordo sui beni ambientali (EGA - Environmental Goods Agreement): negoziato
plurilaterale condotto da 17 parti che si pone l’obiettivo di abbassare barriere tariffarie e non
tariffarie su una serie di beni che hanno una incidenza positiva sull’ambiente.
Accordo sul commercio di servizi (TiSA - Trade in Services Agreement): negoziato
multilaterale condotto da 23 parti e iniziato nel 2012 che si pone l’obiettivo di liberalizzare a
livello globale il commercio dei servizi, come quelli finanziari, di trasporto e sanitari.
ACTA: l’Accordo commerciale anticontraffazione (noto anche come Anti-Counterfeiting
Trade Agreement e con la sigla ACTA) è un accordo commerciale plurilaterale volto a dettare
norme più efficaci per contrastare la contraffazione e la pirateria informatica, al fine di tutelare
copyright, brevetti e altre forme di privativa su beni, servizi e attività legati alla rete, la cui
ratifica a livello europeo è stata respinta dal Parlamento europeo nel 2012.
Agenda di Doha per lo Sviluppo: lanciate nell’ormai lontano 2001, le trattative sull’Agenda
di Doha avevano come obiettivo primario la liberalizzazione, su scala globale, del commercio
di beni e servizi e l’istituzione di un regime internazionale a protezione dei diritti di proprietà
intellettuale e degli investimenti esteri. L’intento fondamentale dell’Agenda di Doha era la
creazione di un sistema commerciale che, impostando regole comuni e condivise, instaurasse
un regime basato su equità e reciprocità che favorisse la crescita dei paesi in via di sviluppo.
Antidumping: vedasi “misure di difesa commerciale”
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ASEAN: è un'organizzazione politica, economica e culturale di nazioni situate nel Sud-est
asiatico. È stata fondata nel 1967 con lo scopo principale di promuovere la cooperazione e
l’assistenza reciproca fra gli stati membri per accelerare il progresso economico e aumentare
la stabilità della regione. Ne fanno parte Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia,
Brunei, Vietnam, Laos, Birmania e Cambogia.
Banca Mondiale: istituzione internazionale, formata dalla Banca internazionale per la
ricostruzione e lo sviluppo e dall’Agenzia internazionale per lo sviluppo, con l’obiettivo di
lottare contro la povertà e organizzare aiuti e finanziamenti agli Stati in difficoltà.
Barriere commerciali: ostacoli frapposti da uno Stato al libero ingresso delle merci. Si è
soliti distinguere tra ostacoli tariffari e non tariffari, questi ultimi non sempre motivati da
tendenze protezionistiche (controlli igienici, norme di sicurezza ecc.). Le forme più diffuse di
barriere commerciali sono i dazi, i contingenti, i depositi a fronte di importazioni, le licenze di
importazione concesse in casi limitati, le norme igieniche o di sicurezza particolarmente severe
e quindi adottate ai fini essenzialmente restrittivi.
Barriere non tariffarie: vedasi “barriere commerciali”
Barriere sanitarie e fitosanitarie: vedasi “barriere commerciali”
Barriere tariffarie: vedasi “barriere commerciali”
Bilancia dei pagamenti: redatta secondo specifiche regole dettate dal Fondo Monetario
Internazionale, che sono a loro volta sostanzialmente coerenti con le convenzioni internazionali
in materia di contabilità nazionale, monitora l’andamento delle finanze di un paese o di un’area
geografica.
CARIFORUM: comunità economica dei paesi della regione caraibica.
Clausola di trasporto diretto: principio per cui il regime tariffario preferenziale è riservato alle
sole merci il cui trasporto non prevede transiti in paesi terzi.
Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA): l’Accordo Economico e
Commerciale Globale è un trattato di libero scambio bilaterale negoziato tra Canada e Unione
Europea.
Comunicazione della Commissione Europea: atto di legislazione comunitaria promulgato
dalla Commissione che dà il via al processo di co-decisione fra Commissione, Parlamento e
Consiglio in vista della creazione di nuova regolamentazione comunitaria.
Conferenza di Copenaghen: Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui Cambiamenti
Climatici 2009, svoltasi a Copenaghen, in Danimarca, tra il 7 e il 18 dicembre 2009.
Conferenza di Doha: vedasi “Agenda di Doha per lo Sviluppo”
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Conferenza di Lima: Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici
2014, svoltasi a Lima, in Peru, tra il 1° e il 12 dicembre 2014.
Conferenza di Parigi: Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici
2015, svoltasi a Parigi, in Francia, tra il 30 novembre e l’11 dicembre 2015.
Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite: è l'organo delle Nazioni Unite con la
competenza principale sulle relazioni e le questioni internazionali economiche, sociali, culturali,
educative e sanitarie, e di coordinamento dell'attività economica e sociale delle Nazioni Unite
e delle varie organizzazioni a esse collegate.
Convenzione di Cotonou: è l’ultimo e il più comprensivo trattato di sviluppo siglato dall’UE
e da 78 paesi provenienti dalle regioni di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP), nonché il più ampio
accordo quadro a disciplina dei rapporti fra sud e nord del mondo.
Convenzione di Lomé: la Convenzione di Lomé è stato lo strumento di gestione del
partenariato tra Comunità europee/Unione europea e Paesi ACP (African Caribbean Pacific)
dal 1975 al 2000. La Convenzione fu firmata a Lomé nel febbraio 1975 ed è stata rinnovata
cinque volte. Nel 2000 è stata sostituita dalla Convenzione di Cotonou.
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations
Framework Convention on Climate Change): è un trattato ambientale internazionale
prodotto dalla Conferenza sull'Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED,
United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta
come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione
delle emissioni dei gas serra, sulla base dell’ipotesi di riscaldamento globale. Il trattato,
come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra
alle singole nazioni; era quindi, sotto questo profilo, legalmente non vincolante. Esso però
includeva la possibilità che le parti firmatarie adottassero, in apposite conferenze, atti ulteriori
(denominati “protocolli”) che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di
questi, adottato nel 1997, è il protocollo di Kyoto, che è diventato molto più noto che la stessa
UNFCCC. Il FCCC fu aperto alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo
1994. Il suo obiettivo dichiarato è “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas
serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche
dannose per il sistema climatico”.
Corporate governance: l’insieme di regole, di ogni livello (leggi, regolamenti etc.) che
disciplinano la gestione e la direzione di una società o di un ente, pubblico o privato.
Corte Penale Internazionale: è un tribunale internazionale a carattere permanente, con sede
all’Aia, competente a giudicare individui che, come organi statali o come semplici privati,
abbiano commesso gravi crimini di rilevanza internazionale, previsti nello Statuto della Corte,
ossia il trattato istitutivo adottato dalla Conferenza diplomatica di Roma il 17 dicembre 1998,
ed entrato in vigore il 1° luglio 2002.
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Deficit commerciale: saldo negativo della bilancia commerciale (rapporto fra importazioni ed
esportazioni di uno Stato).
Diritti di proprietà intellettuale: l’apparato di principi giuridici che mirano a tutelare i frutti
dell’inventiva e dell’ingegno umani; sulla base di questi principi, la legge attribuisce a creatori
e inventori un vero e proprio monopolio nello sfruttamento delle loro creazioni/invenzioni e
pone nelle loro mani alcuni strumenti legali per tutelarsi da eventuali abusi da parte di soggetti
non autorizzati.
Due diligence (conflict minerals): sistema di gestione e monitoraggio della propria catena di
fornitura volto a identificare e valutare i rischi legati alla possibilità di finanziamento dei gruppi
armati tramite il commercio di alcuni minerali.
Dumping: vedasi “misure di difesa commerciale”
ECOWAS: Comunità economica dei paesi dell’Africa Occidentale.
Esportatore netto: livello di esportazioni nazionali al netto delle importazioni.
Euroscettico: l’euroscetticismo è un orientamento di critica all’Unione Europea e di opposizione
al processo di integrazione politica europea.
Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione: è lo strumento promosso dall’Unione
Europea per offrire un sostegno ai lavoratori in esubero in conseguenza di trasformazioni
rilevanti della struttura del commercio mondiale dovute alla globalizzazione, nei casi in cui tali
esuberi abbiano un notevole impatto negativo sull’economia regionale o locale.
Fondo europeo per la globalizzazione: vedasi “Fondo europeo di adeguamento alla
globalizzazione”.
Fondo Monetario Internazionale (FMI): organizzazione internazionale per la promozione
della cooperazione in materia di politica monetaria, commercio internazionale e stabilità dei
cambi.
Forum di Davos: è l’incontro annuale organizzato dal World Economic Forum (WEF), una
fondazione senza fini di lucro nata nel 1971 per iniziativa dell’economista e accademico Klaus
Schwab. Si tratta di un incontro tra esponenti di primo piano della politica e dell’economia
internazionale con intellettuali e giornalisti selezionati, per discutere delle questioni più urgenti
che il mondo si trova ad affrontare, anche in materia di salute e di ambiente.
Geo-blocking: la pratica di limitazione dell’accesso a contenuti internet sulla base della
posizione geografica dell’utente.
Trattato di Lisbona: rafforzando la procedura di co-decisione, il Trattato di  Lisbona  ha
aumentato ulteriormente il peso del Parlamento europeo, equiparandolo, di fatto, al Consiglio
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dell’Unione Europea in materia di iniziativa legislativa. Lo stesso Trattato ha, inoltre,
incrementato l’autonomia delle istituzioni europee affidandole competenza esclusiva su materie
di primario rilievo, come il commercio internazionale.
Incontro ministeriale del WTO a Nairobi: conferenza composta da rappresentanti di tutti
gli stati membri dell’OMC, si riunisce almeno una volta ogni due anni. Tale Conferenza
ministeriale svolge le funzioni dell’OMC ed è abilitata a prendere decisioni in relazione a tutti
gli aspetti contemplati negli accordi commerciali multilaterali sottoscritti. L’ultima in ordine di
tempo si è svolta a Nairobi, in Kenya.
Indicazioni Geografiche (IG): indica un marchio di origine che viene attribuito dall’Unione
Europea a quei prodotti agricoli e alimentari per i quali una determinata qualità, la reputazione
o un’altra caratteristica dipende dall’origine geografica, e la cui produzione, trasformazione e/o
elaborazione avviene in un’area geografica determinata.
INI – Own initiative report: sono i rapporti d’iniziativa, un importante strumento di lavoro
e strumento politico per il Parlamento europeo. Gli INI spesso spianano la strada a nuove
proposte legislative, esplorando diversi argomenti di interesse per i deputati, rispondendo
alle comunicazioni della Commissione, ed esprimono la posizione del Parlamento su diversi
aspetti dell’integrazione europea. Sono quindi strumenti importanti nella fase iniziale del ciclo
legislativo.
ISDS – Investor to State Dispute Settlement: meccanismo attraverso il quale un investitore
può adire un giudice in alcuni casi espressamente previsti dalle clausole dell’accordo che lo
istituisce. L’inserimento della clausola ISDS in un accordo bilaterale dà diritto all’investitore
straniero che ritenga di aver subito una violazione dei propri diritti garantiti di portare la
questione di fronte a una corte arbitrale neutra. Il meccanismo ISDS rinforza le garanzie per
l’investitore nei seguenti casi: protezione contro la discriminazione e il trattamento differenziato
per imprese straniere; protezione contro l’espropriazione senza adeguata compensazione.
Ad oggi sono stati siglati circa 3.200 accordi commerciali bilaterali al mondo, il 93% dei quali
prevede un meccanismo ISDS. A dicembre 2013 il meccanismo è stato utilizzato in 583 casi,
i giudizi sono stati favorevoli agli Stati nel 43% dei casi e il 31% a favore degli investitori (il
restante 26% delle cause si è chiuso con una conciliazione).
Il 75% delle cause sono state attivate da investitori europei e americani, che hanno vinto
rispettivamente 1/ 3 e un 1/4 dei procedimenti. Il 22% degli investitori che hanno adito il
meccanismo ISDS sono piccoli o medi imprenditori (fino a 250 dipendenti), nell’8% dei casi
si tratta di grandi multinazionali.
Al momento gli Stati Uniti hanno accordi bilaterali in atto con la previsione del meccanismo
ISDS con 9 stati membri UE (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania,
Slovacchia, Croazia, Polonia).
Legal scrubbing: procedimento di revisione legale. In ambito UE è usato per valutare se un
accordo con un paese terzo non è in conflitto con leggi e i valori dell’UE e dei suoi paesi
membri.
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Mandato negoziale: sono le indicazioni che il Consiglio dà alla Commissione Europea per
portare avanti un negoziato internazionale a nome dell’intera Unione Europea.
Mercato unico digitale (DSM - Digital Single Market): piano strategico per eliminare le
barriere al commercio digitale e uniformarne le regole all’interno dell’UE.
MERCOSUR: organizzazione istituita con il Trattato di Asunción firmato il 26 marzo 1991
da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Nel 1995 sono stati contestualmente aboliti i dazi
doganali tra i quattro paesi e istituita una tariffa doganale comune verso paesi terzi. L’obiettivo
del Mercosur è la realizzazione di un mercato comune, anche se esistono ancora forti ostacoli
protezionistici tra i vari stati.
Misure di difesa commerciale: meccanismi che consentano di assicurare il rispetto delle
regole di una corretta concorrenza tra imprese che operano nel commercio internazionale. La
Legislazione Comunitaria prevede tre misure principali di Difesa Commerciale: Misure Antidumping, nei confronti di importazioni effettuate sul mercato comunitario da parte di imprese
di paesi terzi che vendono sul mercato europeo prodotti a prezzi inferiori al prezzo di vendita
sul mercato d’origine della merce (importazioni in dumping); Misure Anti-sovvenzione, nei
confronti di importazioni che godono di aiuti e sovvenzioni statali concessi dai governi alle
proprie imprese; Misure di Salvaguardia, che possono essere attivate in presenza di grave danno
alle imprese comunitarie derivante da distorsioni del mercato, come ad esempio flussi anomali
di importazioni.
Misure preferenziali autonome: concessione di trattamenti preferenziali unilaterali al livello
di tariffe doganali.
Multilateralismo: insieme di azioni o comportamenti coordinati di Stati o altri soggetti di
relazioni internazionali che coinvolgono almeno 3 interlocutori.
NAFTA (North American Free Trade Agreement): è un trattato di libero scambio commerciale
stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico, firmato nel 1992 ed entrato in vigore nel 1994.
L’aspetto che maggiormente caratterizza il NAFTA è sicuramente legato alla progressiva
eliminazione di tutte le barriere tariffarie fra i paesi che aderiscono all’accordo.
Obiettivi di sviluppo del Millennio: sono otto obiettivi che tutti i 193 stati membri dell’ONU
si sono impegnati a raggiungere per l’anno 2015. La Dichiarazione del Millennio delle Nazioni
Unite, firmata nel settembre del 2000, impegna gli stati a: sradicare la povertà estrema e la
fame nel mondo; rendere universale l’istruzione primaria; promuovere la parità dei sessi e
l’autonomia delle donne; ridurre la mortalità infantile; ridurre la mortalità materna; combattere
l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie; garantire la sostenibilità ambientale; sviluppare un
partenariato mondiale per lo sviluppo.
OCSE: vedasi Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico  (OECDOrganisation for Economic Co-operation and Development).
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Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC): è un›organizzazione internazionale creata
allo scopo di supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli Stati membri. Vi aderiscono
161 Paesi (più 25 con ruolo di osservatori), i quali rappresentano circa il 97% del commercio
mondiale di beni e servizi.
Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico  (OECD - Organisation
for Economic Co-operation and Development): è un'organizzazione internazionale per la
promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa
che conta, attualmente, 57 paesi membri (dal Canada al Giappone, passando per USA, UE e
Russia) ed è, pertanto, la più vasta organizzazione regionale per la sicurezza.
Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – OSCE: è un’organizzazione
internazionale per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della
cooperazione in Europa che conta, attualmente, 57 paesi membri (dal Canada al Giappone,
passando per USA, UE e Russia) ed è la più vasta organizzazione regionale per la sicurezza.
Partenariato Commerciale: accordo di cooperazione per la riduzione degli ostacoli al
commercio tra due paesi o gruppi di paesi.
PIL pro-capite: è il valore del Prodotto Interno Lordo diviso per il numero di abitanti di un
determinato paese, il dato coincide con il reddito medio dei cittadini di quello stesso paese.
Plurilateralismo: concetto che si contrappone a Multilateralismo (vedi sopra) e si riferisce
al coordinamento delle azioni di un gruppo, maggiore di due e minore della totalità, di stati
facenti parte di una determinata organizzazione.
Previsione d’impatto: vedasi “valutazione d’impatto”.
Principio di precauzione: strategia di gestione del rischio nei casi in cui si evidenzino
indicazioni di effetti negativi sull’ambiente o sulla salute degli esseri umani, degli animali e
delle piante, ma i dati disponibili non consentano una valutazione completa del rischio.
Protocollo di Kyoto: il protocollo di Kyoto è un trattato internazionale in materia ambientale
riguardante il surriscaldamento globale.
Redatto l’11 dicembre 1997 nella città giapponese di Kyoto da più di 180 paesi in occasione
della “Conferenza COP3” della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti
climatici (UNFCCC). Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche
da parte della Russia.
Reciprocità (commerciale): politica che subordina la concessione di agevolazioni ad altri stati
al ricevimento di concessioni analoghe da parte degli stati stessi.
Regolamento dell’UE: atto legislativo vincolante dell’Unione Europea. Stabilisce gli obiettivi
e i mezzi per raggiungerli, è direttamente applicabile nei singoli ordinamenti interni dei paesi
membri e ha effetto su tutti i cittadini dell’UE.
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Regole d’origine: definiscono nel dettaglio per ogni gruppo di merci i criteri da rispettare
affinché sia certa l’origine di un bene da un determinato paese.
Relazione del Parlamento europeo: atto del Parlamento europeo, può avere valore legislativo
o non legislativo. Serve a esprimere la posizione del Parlamento su determinate materie. Si veda
anche “INI – Own initiative report”.
Responsabilità sociale d’impresa: nel gergo economico e finanziario, l’ambito riguardante le
implicazioni di natura etica all’interno della visione strategica d’impresa: è una manifestazione
della volontà delle grandi, piccole e medie imprese di gestire efficacemente le problematiche
d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.
Round negoziale: definisce una sessione di lavoro di un negoziato.
Scoping exercise: esercizio di valutazione ed esplorazione con la controparte in vista
dell’apertura di possibili negoziati per un accordo internazionale.
S&D: è la sigla che identifica il Gruppo dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici
al Parlamento Europeo (S&D). Il gruppo si è costituito il 23 giugno 2009 con l'obiettivo
di riunire i partiti membri del Partito del Socialismo Europeo e altri soggetti non affiliati a
nessun partito, ma comunque di ispirazione progressista. Nel preambolo della dichiarazione
di composizione del gruppo è indicato che riunisce le forze progressiste che lavorano per
un’Europa di solidarietà, di giustizia sociale, di uguaglianza, di sviluppo sociale, di diritti umani
e di pace. Il Presidente del gruppo è l'italiano Gianni Pittella.
Sharing economy: il termine consumo collaborativo definisce un modello economico basato
su di un insieme di pratiche di scambio e condivisione siano questi beni materiali, servizi o
conoscenze. È un modello alternativo al consumismo classico con effetti ambientali più miti.
Sistema giudiziario per gli investimenti (Investment Court System-ICS): è un meccanismo
per la risoluzione delle controversie fra stati e investitori esteri. L’ICS è stato proposto dalla
Commissione Europea per sostituire il tradizionale e meno trasparente sistema di arbitraggio
ISDS, in tutte le trattative commerciali, future e in corso, intraprese dall’Unione Europea.
Status di economia di mercato (MES - Market Economy Status): definisce un ambiente
economico di stampo capitalistico in cui gli attori concorrono in un mercato privo di
particolari ingerenze governative in materia di discriminazione fiscale, allocazione delle risorse
e che preveda una regolamentazione chiara a garanzia dei diritti di proprietà e l’applicazione di
un regime fallimentare.
Surplus commerciale: vedasi “bilancia dei pagamenti”.
Sviluppo sostenibile: è un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento
ambientale, economico, sociale e istituzionale, sia a livello locale che globale.
94

TiSA: vedasi “accordo sul commercio di servizi”.
Trade Defense Instument (TDI): vedasi “misure di difesa commerciale”.
Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP): il partenariato transatlantico
per il commercio e gli investimenti è un accordo commerciale di libero scambio in corso di
negoziazione tra l’UE e gli Stati Uniti. L’obiettivo è quello di integrare i due mercati riducendo
i dazi doganali e uniformando tutta una serie di norme e regolamenti tecnici.
Trattato di Lisbona: rafforzando la procedura di co-decisione, il Trattato di Lisbona ha
aumentato ulteriormente il peso del Parlamento europeo, equiparandolo, di fatto, al Consiglio
dell’Unione Europea in materia di iniziativa legislativa. Lo stesso Trattato ha incrementato
l’autonomia delle istituzioni europee affidandole competenza esclusiva su materie di primario
rilievo, come il commercio internazionale.
Trattato di Roma: usualmente con Trattato di Roma si indica il trattato istitutivo della
Comunità Economica Europea. Questo trattato è ancora la base legale di molte decisioni prese
dall’Unione europea, pur avendo subito notevoli modifiche in seguito all’entrata in vigore, il
1º dicembre 2009, del Trattato di Lisbona che ha previsto, tra l›altro, di cambiarne il nome in
Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea.
Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE): vedasi “Trattato di Lisbona”.
Tutela legale degli investitori stranieri: insieme di norme e procedure, come ISDS e ICS, che
salvaguardano gli investimenti da distorsioni di natura governativa (es. espropriazione).
Unione Africana: è un›organizzazione internazionale comprendente tutti gli Stati africani
a eccezione del Marocco, con sede ad Addis Abeba, in Etiopia. L’Unione Africana è basata
sul principio della uguaglianza sovrana e interdipendenza tra gli Stati membri e promuove,
attraverso un processo cooperativo, il rispetto per i principi democratici, i diritti umani, lo
Stato di diritto e il buon governo. L’Atto istitutivo riconosce all’UA il diritto di intervento
umanitario negli Stati membri in caso di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.
Unione doganale: tipico esempio di accordo di commercio. Tra i paesi aderenti a una unione
doganale, vengono abbattute le barriere commerciali che impediscono la libera circolazione
delle merci e viene istituita una tariffa doganale esterna comune.
Valutazione d’impatto: studio che stima e quantifica gli effetti di un eventuale accordo commerciale,
in fase di negoziazione, sul comparto produttivo e sulle dinamiche sociali e ambientali.
Valutazione di conformità: procedura tecnico-amministrativa volta a formulare un giudizio
preventivo di compatibilità di un determinato accordo o atto legislativo con la regolamentazione
attualmente in vigore.
World Trade Organisation (WTO): vedasi “Organizzazione Mondiale del Commercio”.
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Come contattarmi

Giro spesso il collegio Nord-Ovest, che mi ha eletta, dove ho appuntamenti pubblici
circa ogni settimana/10 giorni, in modo da creare le possibilità per incontrarmi e
parlarmi di persona. Il calendario è consultabile sul mio sito.
All'inizio del mio mandato ho fatto la scelta radicale di trasferirmi con la famiglia a
Bruxelles per poter svolgere al meglio il mio lavoro. Lascio i contatti miei e del mio
ufficio per poter essere sempre raggiungibile e per facilitare l'organizzazione di incontri
sia a Bruxelles che in Italia.
Rispondo a tutte le email personalmente, nei tempi compatibili col lavoro in Parlamento
e comunque sempre entro una settimana dalla ricezione.
Il nostro ufficio si trova al Parlamento europeo, rue Wiertz 60, 1030 Bruxelles.
Per avere informazioni sul mio lavoro puoi contattarmi via email
alessia.mosca@europarl.europa.eu / email@alessiamosca.it
o per telefono: 0032 2 28 45746.
Tutti i miei collaboratori, inoltre, sono raggiungibili via email, nello specifico:
›› per appuntamenti/incontri e in generale per la mia agenda nel collegio NordOvest, oltre che per l'organizzazione di visite a Bruxelles o Strasburgo, la referente è
Bianca Luna Fabris (biancaluna.fabris@gmail.com);
›› per informazioni legate alla mia attività nella commissione commercio
internazionale, il responsabile è
Francesco Cerruti (francesco.cerruti@europarl.europa.eu);
›› per attività di stampa e comunicazione e per informazioni sulla mia attività
nell'ambito della gender equality è necessario scrivere a
Elsa Pili (elsa.pili@europarl.europa.eu).

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Alessia Mosca è membro della commissione
Commercio Internazionale al Parlamento europeo.
Nata a Monza il 23 maggio 1975, è laureata
in filosofia all’Università Cattolica di Milano
e ha conseguito il Master Ispi in Diplomacy,
il Diploma in International Relations
alla Johns Hopkins University e il Dottorato
di ricerca in Scienza della politica all’Università
di Firenze. Dopo essere stata membro della Camera
dei Deputati nella XVI e nella XVII legislatura,
si è candidata alle elezioni europee
del maggio 2014 nel collegio Nord-Ovest,
dove è stata eletta con più di 180.000 preferenze.

Se è impopolare parlare di “Europa”, è inusuale parlare di Parlamento europeo se non a ridosso delle
tornate elettorali.
è tristemente vero che, tra le istituzioni europee, il Parlamento è la più invisibile. Eppure, sebbene sia nato
con minori poteri rispetto a Consiglio e Commissione, il Parlamento ha acquisito un ruolo sempre più
centrale, sia grazie a innovazioni legislative sia grazie a una prassi di attivismo crescente.
Questo vale anche per la politica commerciale, una delle poche di competenza quasi esclusivamente
europea. Dal 2009, il Parlamento ha poteri molto forti anche in questo ambito, ma il suo ruolo è sconosciuto, perché sostanzialmente assente dal sistema mediatico. Ne risulta una percezione di lontananza
dai cittadini e dal tessuto produttivo, e viceversa una percezione di isolamento di chi opera a Bruxelles.
Una relazione più forte, continuativa e informata porterebbe benefici sia al sistema italiano che al funzionamento dell’unica istituzione europea democraticamente eletta. Ogni sana democrazia, del resto, si
fonda su un rapporto fiduciario tra rappresentante e rappresentato.
Questa pubblicazione nasce esattamente per colmare il deficit di conoscenza del Parlamento europeo e
in particolare della sua attività in materia di politica commerciale, precondizione perché si possa recuperare la fiducia nelle istituzioni di questa tanto criticata Europa.