Fondato nel 1948

Sped. in abb. postale
comma 20, lett. C
Art. 2 - Legge 662/96
Taxe perçue - Tariffa riscossa
To C.P.M.

Periodico della Famiglia Cottolenghina

Anno 68° n. 2 marzo 2016

il perdono
forza dell’amore

Fondato nel 1948

SOMMARIO

Sped. in abb. postale
comma 20, lett. C
Art. 2 - Legge 662/96
Taxe perçue - Tariffa riscossa
To C.P.M.

Periodico della Famiglia Cottolenghina

Anno 68° n. 2 marzo 2016

Il punto
il perdono
forza dell’amore

Fondata nel 1948
Anno 68
n.2 Marzo 2016

Don Roberto Provera

Pasqua di Risurrezione
Don Emanuele Lampugnani

La porta santa della carità e della misericordia
si spalanca sulla città
Stefano Di Lullo

Periodico della Famiglia Cottolenghina
Periodico quadrimestrale
Sped. in abb. postale
Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96
Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71
Indirizzo: Via Cottolengo 14
10152 Torino - Tel. 011 52.25.111
C.C. post. N. 19331107

Qui serviamo il mondo

Direzione Incontri
Cottolengo Torino
redazione.incontri@cottolengo.org

Una grande famiglia

l Direttore responsabile:

Don Roberto Provera

l Redazione:

Caporedattore: Salvatore Acquas
Redattori:
Mario Carissoni

Gemma La Terra

l Collaboratori:

Don Emanuele Lampugnani - Fr. Beppe Gaido Paola Bettella - Patrizia Pellegrino - Nadia Monari

Una sorella del Monastero Cottolenghino “Il Carmelo”

Cara Madre
Redazione

La regola d’oro
Redazione

Daniele Romano e Marco Leone

Casa riposo “san Francesco” - Volpiano
Pierangelo Lanzi

Abbiamo bisogno di perdonarci
don Carmine Arice

Lettera alla redazione
Patrizia Pellegrino

17 marzo, festa di sant’Antonio abate
Mario Carissoni

l Progetto grafico:

Il Cottolengo di Mappano, un segno di speranza

l Impaginazione:

Così ho incontrato l’Africa

l Stampa: Tipografia Gravinese

Scuola Cottolengo oggi - Intervista a un insegnante

Salvatore Acquas
Giovanni Grossi
Via Lombardore 276/F - Leinì - Tel. 011 99.80.654

Davide Aimonetto

A cura di Gemma La Terra

Redazione

Paulson diventa don John Paul
don Shony Perumpallil

La Redazione ringrazia gli autori di articoli e foto,
particolarmente quelli che non è riuscita a contattare.

Il nostro impegno per una nuova vita

Incontri è consultabile su: www.cottolengo.org
entrate a cuore aperto
http://chaariahospital.blogspot.com/

Il dolore che diventa amore

Questa rivista è ad uso interno della Piccola
Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo)

Fr. Beppe Gaido

a cura di Salvatore Acquas

Lettera aperta a Gesù di Nazaret
Saverio

3
4-5
6-7
8-9
10-11
12-13
14-15
16-17
18
19
20-21
22-23
24-25
26-27
28-29
30
31
32

TORINO, parrocchia
S. G. B. Cottolengo

il punto

INDIA

A

Torino in via Angelo Messedaglia, 21 si trova la parrocchia dedicata al santo Cottolengo, ma ugualmente una
parrocchia intitolata a S. Giuseppe Benedetto Cottolengo – l’unica nel continente asiatico – la incontriamo
anche a Parur (KERALA – INDIA), proprio di fronte al Seminario, dove Paulson ricevette la sua formazione filosofica. E a poco più di un’ora d’auto si trova il suo paese natale, Chandiroor, nella cui parrocchia, dedicata a Maria,
il 4 gennaio scorso Paulson è diventato don JOHN PAUL. Insieme a Giuseppe F., Giuseppe V., Ornella e Speranza,
amici del Cottolengo di Torino e di Paulson, ho avuto la gioia di partecipare alla Messa di ordinazione presieduta
dal Vescovo di Cochin, Mons. Joseph Kariyil e, il giorno dopo, alla sua prima Messa e sabato 9 gennaio alla solenne
Messa di ringraziamento da lui presieduta presso il Seminario di Parur.
Il motivo principale del nostro viaggio in India è stata proprio l’ordinazione di Paulson, ma, data l’occasione,
ne abbiamo approfittato per far visita alle comunità cottolenghine di Cochin, di Palluruthy, di Thannikuzhi, di
Karumkulam e di Coimbatore. Ovunque siamo stati accolti sempre con grande cordialità dalle Suore, dai Fratelli
e dai Sacerdoti, miei confratelli. Don Lijen ci ha condotti a visitare un luogo religiosamente suggestivo: il santuario
dedicato al Beato Devasahayam Pillai, un hindu, convertito al cattolicesimo, e per questo fatto fucilare dal re il
14/01/1752. Fra le rocce retrostanti il santuario ve n’è una che, percossa, emette suoni armoniosi. Si racconta che
quando si cercava il luogo dove il martire era sepolto, fu proprio il suono di quella roccia a indicarlo. Proseguendo,
arrivammo, quando già era buio, a Kaniakumari, la punta più meridionale dell’India, di fronte all’isola ove sorge il
Vivekananda Rock Memorial. È un luogo di straordinaria importanza culturale e turistica, infatti, nonostante l’ora
piuttosto tarda, la folla, che si aggirava fra i molti negozi, stracolmi degli oggetti più vari, era numerosissima. Con
qualche fatica riuscimmo a ritrovarci, per ripartire.
Altra tappa importante del nostro viaggio è stata la città di Coimbatore, che raggiungemmo comodamente in treno. Già
altre volte avevo fatto visita alla comunità cottolenghina ivi residente. Questa casa comprende una scuola speciale, la
fisioterapia e ospita il noviziato delle Suore. Ciò che mi ha colpito questa volta è stato il numero di costruzioni nuove,
per lo più palazzine, ma anche di fianco un vero re proprio condominio, che circondano quasi completamente la nostra casa. Da Coimbatore abbiamo raggiunto con circa due ore di auto un piccolo paesino, Chikrasampalayam, dove
vivono e operano da tre anni tre Suore cottolenghine, che voglio ricordare per nome, perché sono veramente missionarie-pioniere in una casa strettissima – attingono l’acqua da rubinetti pubblici sulla strada: sr. Lilly, sr. Mary Grace e sr.
Packiam. Ciò che mi ha colpito è stata la loro gioia, pur vivendo in condizioni piuttosto misere, e la gioia dei paesani, che
con grande effusione si intrattenevano ovunque con loro.
Infine ecco l’altro motivo del nostro viaggio: la benedizione da parte del Vescovo di Calicut, Mons. Varghese
Chakkalakal e la posa della prima pietra di una struttura, destinata ad accogliere inizialmente giovani
con disabilità, che, terminata la scuola dell’obbligo, non riescono a inserirsi nella società. L’intento
quindi è di insegnare loro una professione, per esempio – per cominciare – addestrarli a digitalizzare dati. Come pure vi è in quel luogo necessità di seguire i ragazzi dopo l’orario scolastico e
per questo si organizzerà un’attività di tuition. Ma ecco la sorpresa della Provvidenza! Questa
struttura sorgerà su un terreno che è stato donato alla Piccola Casa per un fine di pubblica
utilità. Altri Istituti hanno rifiutato l’offerta, la Piccola Casa ha accettato. La località è nel territorio della città di Nilambur, nello Stato indiano del Kerala, a circa tre ore da Coimbatore e
poco più da Parur. La diocesi è quella di Calicut. Ora dal 1933 al 1938 è stato amministratore apostolico di questa diocesi Mons. BENIAMINO RANZANI S.J., nativo di Pogliano Milanese
– come il Beato Francesco Paleari – e alunno della Famiglia Tommasini (Seminario cottolenghino a Torino) dal 1890 al 1898, e a lui successe, come Vescovo Mons. LEONE PROSERPIO
S.J., nativo di Alba (CN), lui pure Tommasino dal 1890 al 1897. Sembrano scherzi
della Divina Provvidenza. Si ritorna là dove altri “cottolenghini” ci avevano preceduto, un po’ come il ritorno delle Suore cottolenghine in Kenya. È una sorta
di risurrezione, una specie di PASQUA. Auguriiiiiiiiiiiii a tutti.
Torino, 5 febbraio 2016
l d. roberto

incontri |

3

spiritualità

se Gesù è risorto, e dunque è vivo,
“Echi
mai potrà separarci da Lui?

Chi mai potrà privarci del suo amore che
ha vinto l’odio e ha sconfitto la morte?

S

eguire Gesù, sapendo che non è un personaggio del passato perché è risorto e vive accanto ad ognuno di noi. Per
questo da subito tra gli apostoli ed i primi cristiani ha avuto
una grande importanza l’annuncio della Resurrezione di Gesù.
Ben sappiamo che tutta la fede cristiana ruota attorno a questo
evento, tutti gli scritti del Nuovo Testamento hanno come sfondo la fede nella storia di Colui che è il protagonista di tali scritti,
è la storia di una persona viva, perché risuscitata dai morti. San
Paolo, che prima dell’incontro con Gesù risorto era un accanito
persecutore dei primi cristiani, ben sintetizza tutto questo scrivendo: “Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede”.

La fede cristiana ha come

fondamento e centro la persona di

Gesù Cristo; per questo essere cristiani
non significa seguire una idea o aderire
ad una filosofia, ma significa credere in
Gesù e mettersi alla Sua sequela

4 | incontri

La persona cristiana deve perciò mettere
al centro della propria vita questa verità fondamentale, per vivere sempre alla
presenza di Cristo; la fede nella resurrezione infatti si dimostra in noi matura
se il nostro credere non è solo un atto
intellettuale, ma se il nostro credere ci fa
percepire che il Signore è vivo e sempre
accanto a noi.
Papa Benedetto XVI tante volte ha ricordato l’evento della resurrezione come
fatto reale e dimostrato storicamente da
tanti testimoni e tante prove, come anche scrisse nel suo libro “Gesù di Nazaret”:
“L’annuncio apostolico col suo entusiasmo
e la sua audacia è impensabile senza un
contatto reale dei testimoni con il fenomeno totalmente nuovo ed inaspettato che li
toccava dall’esterno e che consisteva nel
manifestarsi e nel parlare del Cristo Risorto.
Solo un avvenimento reale di una qualità
radicalmente nuova era in grado di rendere
possibile l’annuncio apostolico, che non era

PASQUA
di Risurrezione
spiegabile con speculazioni o esperienze interiori, mistiche. Nella sua audacia e novità,
esso prende vita dalla forza impetuosa di
un avvenimento che nessuno aveva ideato
e che andava al di là di ogni immaginazione”. Gli apostoli e i primi discepoli quindi,
dopo essere fuggiti e aver vissuto una
grande delusione a causa della morte
in croce di Gesù, ritrovano un’incredibile forza dall’incontro con Gesù Risorto, e
testimonieranno questa verità con tutta
la loro vita.
Tutto questo riempie di grande speranza anche l’esistenza dell’umanità: Cristo
risorto è infatti la garanzia che Dio è più
forte della morte e che quindi, grazie a
Lui, anche noi risorgeremo; disse a riguardo Papa Francesco: “In Gesù Dio ci
dona la vita eterna, la dona a tutti, e tutti
grazie a Lui hanno la speranza di una vita
ancora più vera di questa … È l’eternità a
illuminare e dare speranza alla vita terrena
di ciascuno di noi! Se guardiamo solo con
occhio umano, siamo portati a dire che il
cammino dell’uomo va dalla vita verso la
morte. Questo si vede! Ma questo è soltanto
se lo guardiamo con occhio umano. Gesù
capovolge questa prospettiva e afferma che
il nostro pellegrinaggio va dalla morte alla
vita: la vita piena! Noi siamo in cammino, in
pellegrinaggio verso la vita piena, e quella
vita piena è quella che ci illumina nel nostro
cammino! Quindi la morte sta dietro, alle
spalle, non davanti a noi. Davanti a noi sta
il Dio dei viventi”.
A conclusione rileggiamo quanto disse Papa Benedetto XVI nell’omelia della
messa di Pasqua nel 2009: “Cristo è veramente risorto dai morti. Sì! È proprio questo il nucleo fondamentale della nostra professione di fede; è questo il grido di vittoria
che tutti oggi ci unisce. E se Gesù è risorto,
e dunque è vivo, chi mai potrà separarci da
Lui? Chi mai potrà privarci del suo amore
che ha vinto l’odio e ha sconfitto la morte?”.

l Don Emanuele Lampugnani
incontri |

5

spiritualità

D

omenica 20 novembre abbiamo
assistito con grande gioia all’apertura della seconda Porta Santa nella diocesi di Torino da parte dell’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia in occasione
del Giubileo della Misericordia, presso
la Piccola Casa della Divina Provvidenza
Cottolengo. Si tratta della porta interna
della chiesa del Cottolengo, che si affaccia sul cortile.
Insieme a religiosi, religiose e sacerdoti della famiglia cottolenghina e a
numerosi ospiti della casa, erano presenti anche persone e famiglie in difficoltà, senza fissa dimora, rom, rifugiati e indigenti, accolti dai servizi della
Caritas diocesana, dell’Ufficio Migranti
e di diverse associazioni di sostegno
alle fragilità.
Presenti anche il padre generale della Piccola Casa, don Lino Piano, il direttore della Pastorale della Salute,
don Marco Brunetti, il direttore della
Caritas diocesana Pierluigi Dovis, quello della
Pastorale
dei
Migranti,
Sergio Durando, e
il fondatore del
Sermig, Ernesto
Olivero.
Tra le autorità
civili sono intervenuti il sindaco
di Torino, Piero
Fassino, il vicesindaco Elide Tisi, il
presidente della
Regione
Sergio
Chiamparino e i
rappresentanti
delle
fondazioni bancarie, del
mondo del lavoro
e della cultura.

6 | incontri

La Porta Santa
della Carità e della
Misericordia

si spalanca
sulla città
la ragion d’essere della Piccola

Casa non sia l’assistenzialismo o la

filantropia, ma il Vangelo dell’amore di
Cristo con la Sua predilezione verso i
fragili e i deboli

spiritualità

L’Arcivescovo citando le parole che
Papa Francesco pronunciò il 21 giugno scorso nella chiesa del Cottolengo
ha ricordato come «la ragion d’essere
della Piccola Casa non sia l’assistenzialismo o la filantropia, ma il Vangelo
dell’amore di Cristo con la Sua predilezione verso i fragili e i deboli».
«Passare la Porta Santa della Carità –
ha evidenziato – significa esprimere il
nostro impegno di passare da una vita
chiusa nei nostri interessi e tornaconti
personali alla gratuità di saperci mettere a servizio e a disposizione degli
altri donando misericordia, perdono,
accoglienza, fraternità, amicizia».
Mons. Nosiglia ha inoltre esortato con
vigore le realtà civili ed ecclesiali «ad
operarsi perché tanti cittadini delle periferie esistenziali della nostra città non
restino a far parte di quella città invisibile, che di fatto esiste e spesso viene
ignorata dall’altra città che sta bene o
relativamente meglio».
Ha dunque invitato «a riconoscere le
potenzialità umane e sociali di ogni
persona sia sul piano dei diritti, della
giustizia, che su quello della comunità, in modo che ognuno sia in grado di
sentirsi attivo e responsabile del suo e
del nostro futuro».
Infine l’Arcivescovo ha incoraggiato «ad
operare insieme perché i servizi e l’accoglienza non siano considerati un’elemosina saltuaria e neppure soltanto la risposta ad una richiesta o a un
bisogno», ma ad impegnarsi tutti «per
favorire la condivisione tra le persone
basata sull’interscambio di doni, rendendole autonome e in grado di provvedere a se stesse e ai propri cari».
Dopo la celebrazione, 150 ospiti fra
poveri e istituzioni hanno preso parte
al pranzo presso la mensa dell’ospedale, servito dalle suore del Cottolengo e
da un gruppo di giovani della Pastorale
giovanile diocesana.

incontri |

7

spiritualità

indicherai il sentiero della vita,
“Migioia
piena nella tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra

Sal 16,11

U

n paesaggio agricolo profumato di viti e peschi in fiore, fra le colline dell’Albese. È lì che sono nata e cresciuta. Avevo appena quattro anni quando Gesù mi
chiamò ed io confidai alla mamma il mio proposito: “Voglio
farmi suora”. Col passare del tempo, il mio desiderio si faceva ardente, finché, compiuti i diciotto anni, fui accolta fra le
postulanti della Piccola Casa di Torino, dove professai i voti
religiosi e per venti anni vissi come suora di vita apostolica,
svolgendo varie mansioni.
Tutto mi era gradito, tutto facile, perché il mio sguardo era puntato sul mio Diletto.
Ma ecco una nuova chiamata che mi mise il fuoco nelle ossa e
la mia risposta fu immediata e totale.
Mi alzai, lasciai subito i miei “affari” e seguii Gesù, era il 1 ottobre
1974. Curiosa coincidenza: primo giorno scolastico di allora, io
mi posi alla Sua scuola, avendo come angelo
santa Teresa di Gesù Bambino. Il Maestro
camminava davanti e io Gli tenevo dietro, in
silenzio e con il cuore sospeso nella pace.
Conoscevo per diretta esperienza che dove
Egli passa fiorisce qualcosa di bello, si presentano dolci sorprese e si aprono orizzonti
di speranza.
Attraversammo la città ed iniziammo a salire
su per la collina.
Alle spalle lasciavo una storia tanto amata,
che tuttavia avvertivo stretta, per cominciarne un’altra, da tempo desiderata e sognata.
Il momento era solenne.
Giungemmo sul colle e d’improvviso il quadro cambiò; dinanzi a noi si profilò una discesa quasi a picco. Significativo! La percorremmo fino in fondo ed eccoci davanti ad
un caseggiato vasto, con una porticina sulla quale era scritto
“Il Carmelo”, il nome di quello che era - che è - un Monastero
cottolenghino di clausura.
Qui era salito, nella primavera del 1841, san Giuseppe
Benedetto Cottolengo, per dare una Famiglia di Suore di Vita
Contemplativa che fossero sostegno per le Sorelle impegnate
nel servizio ai fratelli ammalati, ai poveri e ai dimenticati della
società. Da quel giorno, si sono succedute generazioni che hanno speso la vita nel silenzio e nella preghiera, in solitudine e gioiosa penitenza: lampade ardenti d’amore per la Piccola Casa,
per la Chiesa, per il mondo intero.
Vi entrai, sul mezzogiorno. C’era gran silenzio e il cuore respirò
largo: “Qui abiterò, mi dissi, perché l’ho desiderato. Questo è il
luogo del mio riposo”.

8 | incontri

Qui serviamo
il mondo

spiritualità

Cosa si fa in Monastero? Una vita molto ordinaria: lavori domestici, manutenzione della casa con annessi prato, orto..., come
la Vergine a Nazareth, ma l’attività primaria e più importante é
la preghiera. Qui, in un luogo che pochi conoscono, dove non
giungono i rumori del mondo, davanti al Tabernacolo e presso
l’Altare, si svolge la nostra missione.
Oggi, a 79 anni, sono sempre più contenta di essere in questa
realtà e credo che, nonostante le fragilità e i limiti, posso, rimanendo in Gesù e vivendo con Lui in un rapporto esclusivo,
sponsale, portare tanto frutto. Posso essere madre di innumerevoli figli e con loro avanzare verso la casa comune.
Stiamo vivendo, oggi come in passato, un tempo di incertezze,
paure, sofferenze e violenza. Da ogni parte della terra si levano
voci di fratelli e di sorelle che invocano pace, sicurezza, pane e
lavoro. Si vorrebbe aiutare tutti, donare un raggio di speranza,
per procurare loro un futuro di gioia, ma
ciò è impossibile e il cuore ne soffre. Ecco
che proprio in questa impotenza, si innesta l’onnipotenza della preghiera. Essa fa
leva sul cuore del Padre, nel Figlio suo,
che ha detto: “Qualunque cosa chiedete,
nel mio nome, Egli ve la concederà.”
Quando poi si fa passare questa preghiera anche attraverso la Madre, attraverso
gli Amici di Dio, la risposta è assicurata,
l’efficacia garantita.
Ci è proposto di perseverare nella fede,
fiducia nella Provvidenza del Padre che
sa di cosa abbiamo bisogno e che tutto
conduce a un fine di salvezza. A noi non
abbandonare i nostri fratelli, farci loro
prossimi, versando l’olio della consolazione sulle loro ferite.
Nei Monasteri, nel mio Monastero, si cerca di rispondere, tutte
insieme e ciascuna personalmente alle richieste che ci giungono numerose da ogni luogo e di condividere con i nostri fratelli
le gioie e le fatiche, le sofferenze e gli interrogativi. Tutto qui.
Fu veramente una bella grazia, un forte guadagno l’essermi
messa dietro a Gesù, “il grande Dirottatore”, come lo definiva
Atenagora I.
Ho avuto quaggiù il cento per uno. Ora attendo, per la bontà
misericordiosa del nostro Dio l’Incontro faccia a faccia con
Lui. Allora l’abbraccio sarà uni versale e la gioia sarà piena,
senza fine.

l Una sorella del Monastero Cottolenghino “Il Carmelo”

Cavoretto -Torino

incontri |

9

specchio dei tempi

C

ara madre,
perdonami se dalla mia partenza
non ti ho ancora scritto. Per farlo, mi sto facendo aiutare da un amico
di un villaggio proprio vicino al nostro.
L’ho incontrato qui per la prima volta!
Lui è uno nobile, ma, subito dopo la
partenza, ho imparato che le caste per
noi emigranti non esistono: qui siamo considerati tutti uguali. Il viaggio è stato lungo, difficile e faticosissimo; per fortuna
avevo messo in saccoccia l’abito buono e le scarpe, così non
si sono rovinati.
Ancora peggiore la navigazione. Nell’imbarcazione eravamo
tutti ammassati: uomini, donne, bambini. Qualcuno intonava i
canti della nostra terra, i più temevano di finire gli ultimi giorni
nel fondo degli abissi; dicevano che era già successo in passato.
Durante una violenta burrasca molti hanno iniziato a pregare,
mentre altri urlavano che gli spiriti maligni avevano maledetto
la nave con quelli che c’erano dentro.
Una maga ha officiato riti purificatori. Alcuni, in preda al panico,
volevano scappare all’aperto, ma uomini armati li hanno trattenuti nelle stive. Ho avuto paura. Poi il tempo è migliorato e d’improvviso dentro di me ho sentito una grande malinconia; tu lo
sai madre, se avessi potuto restare, lo avrei fatto. Ti ero rimasto
solo io, ma hai preferito piangere la mia lontananza piuttosto
che la mia morte.
Avrei tanto voluto portarti con me, nella terra dei sogni, dove
i campi vengono arati con potenti macchine e gli uomini non
si ammazzano per un po’ d’acqua. Sono contento però che tu
non sia venuta, temo di essere sbarcato nella terra sbagliata. Le
strade sono piene di insegne luccicanti e musica, ma in realtà
tutto è duro, difficile, violento.
Appena sbarcati, ci hanno fatti sedere a terra, hanno chiesto
i documenti e chi non li aveva è stato interrogato duramente.
Siamo stati sottoposti a visite mediche. Alcuni, molto debilitati,
sono rimasti a lungo nell’infermeria e sentivo che non l’avrebbero mai più abbandonata. Nei miei incubi odo ancora le loro voci.
Per giorni sono stato chiuso in questo centro, su un isolotto in
mezzo all’acqua.
Insieme ad un amico sono riuscito a fuggire. Da allora, però, mi
sento braccato. Ho trovato un impiego, ma il lavoro è difficile
e pesante, di certo non meno di quello con cui mi spezzavo la
schiena nell’amata terra mia. Mi mancano i suoi colori, gli odori,
i sapori, il suolo arido, la fatica delle lunghe passeggiate verso
il pozzo, con i carichi d’acqua per dissetare tutta la comunità
e soprattutto tu, cara madre… Faccio il muratore. Carico pezzi
sulle spalle dalla mattina alla sera, ma non sempre. La mattina

10 | incontri

Cara Madre...

specchio dei tempi

aspetto assieme agli altri, vicino al cantiere e se sono fortunato lavoro, altrimenti devo sperare nel giorno dopo. Vivo nascosto e non posso lamentarmi per come ci trattano, sennò quelli
chiamano la polizia. Il mio datore di lavoro, ridendo, ci lancia
epiteti, crede di essere simpatico ed infatti tra di loro ridono. Gli
insulti sono le prime cose che ho appreso di questa lingua così
strana e difficile.
Passo la notte in un dormitorio insieme a
connazionali e cittadini di altre terre lontane.
Siamo visti con diffidenza e disprezTi prometto che a mio figlio
zo. La gente non vive negli stessi posti
dove abitiamo noi, anzi, li evita. L’amico
insegnerò il rispetto
a cui sto dettando questa lettera mi ha
e l’amore per il prossimo
fatto vedere un giornale e mi ha detto
che qui siamo considerati tutti stranieri, ma alcuni di noi sono ritenuti peggiori degli altri. Noi siamo tra questi. Dicono che la mia gente insulti le donne, le tratti male, le picchi e le uccida, che
siamo negroidi con poco cervello, che se la nostra terra è
così è perché ce lo meritiamo. Eppure, tu mi hai insegnato
a rispettare le donne, ad amare colei che sarà la madre dei
miei figli; allora perché questi uomini ci ritengono così brutali ed arretrati? Quanta superficialità!
Sì, c’è violenza nel nostro paese, molti dei nostri connazionali
sono delinquenti ed hanno provocato morti, ma non siamo
tutti uguali. Io vivo nella paura del futuro, la mia terra mi ha
rifiutato, quella sognata anche. Ora mi sento figlio di nessuno.
A volte penso che sarebbe più semplice essere un fuorilegge.
Tu mi hai insegnato a vivere onestamente, eppure, madre, la
fame, che pure conosco bene, si fa sentire sempre più forte.
Sono solo e se non fosse per gli altri come me, con i quali trovo conforto, sarei già impazzito. Le cose non cambiano, nella
nostra terra la crudeltà di tanti, dediti alla delinquenza e al
malaffare, mi ha costretto alla fuga, la stessa mi costringe ora
a vivere da reietto. Quegli stessi connazionali li ritrovo ora intenti a fare del male soprattutto a noi; ed anche qui, nessuno
ci tutela e ci protegge. Siamo alla mercé di questi malavitosi
e del razzismo di tanti. Mamma, il nostro popolo dev’essere
maledetto. Forse gli spiriti maligni ci hanno fatto il malocchio;
ma non preoccuparti, la mia tempra è dura, ce la farò, però è
davvero difficile essere un emigrato italiano in questo cosiddetto nuovo mondo. Ti prometto, se il Signore vorrà concedermi questa grazia, che a mio figlio insegnerò il rispetto e l’amore per il prossimo, chiunque sia, proprio come tu e nostro
Signore mi avete insegnato.
Che Dio ti protegga. Il tuo amato figlio
l La Redazione

incontri |

11

testimonianza

Un tassista fa salire una donna 80enne sul suo
taxi, non scorderà mai più quel giorno.

V

ent’anni fa, per mantenermi lavoravo come tassista. Una
notte, dopo una chiamata, intorno alle 2.30 del mattino,
arrivai davanti ad un edificio illuminato solo da una luce
fioca, che si intravedeva da una finestra
del piano terra.
In tali circostanze, molti avrebbero suoOgni mattina, quando apro gli occhi,
nato il clacson e atteso qualche minuto, e
dopo sarebbero andati via. Ma avevo vimi ripeto: Oggi è un giorno speciale!
sto troppe persone che dipendevano dal
Ricordiamocelo sempre: trattiamo ogni
taxi perché prive di un mezzo proprio.
Se non vedevo un pericolo imminente,
persona come vorremmo esserlo noi
andavo a citofonare. Così andai a bussare alla porta. Rispose una voce flebile
che sembrava quella di un’anziana: “Un
momento!”. Poi sentii trascinare qualcosa per il pavimento. Una lunga pausa
e la porta si aprì. Davanti a me si presentò una vecchietta che poteva avere
più o meno 80 anni. Indossava un abito
molto colorato ed un grande cappello,
come una donna dei films degli anni ’40.
Accanto a lei aveva una piccola valigia di
plastica.
L’appartamento aveva tutta l’aria di non
essere stato abitato da tempo. I mobili
coperti, non un orologio o un soprammobile. Ad un angolo pendeva un quadro di
cartone pieno di foto.
- “Può portare il mio bagaglio in macchina?”, mi chiese la donna.
Sistemai la valigia e quindi tornai per accompagnare la donna, la quale mi prese
sotto braccio. Insieme ci incamminammo
lentamente verso l’auto. Per tutto il tempo
continuò a ringraziarmi con gentilezza.
- “Niente di che”, risposi io. “Cerco di trattare i miei clienti nel migliore dei modi,
come vorrei fosse trattata mia madre”.
- “Oh, sei un ragazzo così buono!”, disse lei.
Entrati in macchina, mi porse un indirizzo
e mi chiese:
- “Potrebbe guidare in centro, per favore?”
- “Non è la via più breve”, risposi.

12 | incontri

La regola
d’oro

testimonianza

- “Non si preoccupi!”, disse lei. “Non ho fretta, mi sto recando in un centro per anziani”.
Attraverso lo specchietto vidi che i suoi occhi brillavano.
- “Non ho più nessuno della mia famiglia”, continuò l’anziana. “Il medico mi ha detto che non ho molto tempo”. In silenzio, cercai il tassametro e lo staccai.
- “Quale tragitto vuole fare?”, domandai allora.
Nelle ore successive girai per tutta la città e lei mi mostrò l’edificio dove aveva lavorato come operatrice
dell’ascensore. Guidai attraverso il quartiere dove col marito aveva vissuto subito dopo essersi sposati.
Passai di fronte ad un deposito di mobili, un tempo sala da ballo, che frequentava da ragazza. A volte mi chiedeva di fermare
davanti ad alcuni edifici e di stare lì, con lei, a contemplarli in
Mi hai dato
silenzio. Alle prime luci dell’alba, improvvisamente mi disse:
- “Sono stanca… Andiamo.”
un momento di gioia.
Guidai fino all’indirizzo che mi aveva mostrato. Era un piccolo e
Grazie!
basso edificio, con un vialetto che passava sotto ad un cancello.
Due persone uscirono ad accoglierci. Erano molto attenti alla
donna. Aprii il portabagagli ed consegnai la valigia alla porta. La
donna era già seduta su una sedia a rotelle.
- “Quanto ti devo?”, mi chiese estraendo il portafoglio.
- “Niente”
- “Anche tu devi mantenerti!”
- “Non si preoccupi, ci saranno altri passeggeri”, replicai e, senza pensarci, mi chinai e la abbracciai forte.
- “Hai dato ad una vecchia un momento di gioia. Grazie!”, disse lei sorridendomi.
Le strinsi la mano lasciandola nella luce del mattino.
Dietro di me la porta si richiuse. In quel turno non presi più passeggeri. Guidai perso tra i miei pensieri e per
il resto della giornata riuscii a mala pena a parlare.
Che cosa sarebbe successo se quella donna avesse trovato un autista impaziente di finire il turno? Cosa
sarebbe stato se avessi rifiutato di prendere la chiamata o non avessi suonato al citofono?
Guardando indietro, penso di non aver fatto alcunché di più importante in tutta la mia vita. La vita ruota
attorno ad alcuni grandi momenti, ma spesso questi ci colgono di sorpresa, presi come siamo spesso da
molte banalità.
Ogni mattina, quando apro gli occhi, mi ripeto: Oggi è un giorno speciale!
Ricordiamocelo sempre: trattiamo
ogni persona come vorremmo esserlo noi.

incontri |

13

notizie dall’india

N

Una grande
famiglia

el mese di ottobre ci siamo recati come volontari alla casa dei fratelli del Cottolengo di Palluruthy
(Cochin), nella regione indiana del Kerala. L’occasione è stato anche l’invito a partecipare alla professione perpetua del nostro amico fratel Binoy Peter Kurisingal, un giovane infermiere che si è donato
nel servizio di amore verso gli ultimi.
La comunità religiosa composta da fratel Joseph, superiore della casa, fratel Shibu, fratel Binoy, fratel Antony
e fratel George, che con i suoi 90 anni sostiene tutta la comunità con l’orazione costante, si prende cura di
una quarantina di ospiti. Età, religioni e caste differenti, provenienti da varie regioni dell’India, ma accomunati da handicaps fisici o mentali (dal Santo
Cottolengo chiamati buoni figli).
Molti hanno persi i contatti coi parenti
o non possono appoggiarsi alla famiglia
di origine; di alcuni non si conosce nemmeno il nome né l’età anagrafica precisa;
altri, invece, sono stati affidati ai cottolenghini dopo il decesso dei genitori, non essendo le famiglie di origine in grado di gestire la problematica legata alla disabilità.
Gli ospiti abitano in un ambiente “aperto”: la struttura muraria come tutte le abitazioni in questa zona è priva di vetri per
esigenze legate al clima tropicale; inoltre
gli spazi interni sono un tutt’uno con l’ampio giardino in cui gli ospiti sono liberi di
circolare e dove viene effettuata parte
delle attività occupazionali. Oltre alla cura dei bisogni primari, infatti, un’attenzione particolare viene rivolta
allo sviluppo e alla valorizzazione delle abilità individuali, attraverso iniziative di animazione di vario genere
come orticoltura, allevamento di pollame, produzione artigianale di candele e manufatti in tessuto o carta.
La Casa è dotata di un impianto per la produzione di energia elettrica a pannelli solari e di un sistema di pompe
e cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. La realizzazione degli impianti per l’uso delle energie rinnovabili, pur avendo comportato notevoli sforzi finanziari, non sostenuti da alcun sussidio statale, contribuisce al
raggiungimento dell’obiettivo di larghe vedute di alimentare energeticamente la struttura stessa. Ottima intuizione, questa, perfettamente in linea con le recenti considerazioni di Papa Francesco nell’enciclica Laudato

14 | incontri

notizie dall’india

si’ sulla salvaguardia dell’ambiente. Anche
la stalla, coi suoi bovini, ha una funzione
importante: produrre latte, di cui si vende
l’eccedenza, e biogas, usato per la cottura
dei cibi.
Adiacente alla struttura è presente anche
una comunità di suore cottolenghine,
che collabora con i fratelli nelle attività
per gli ospiti.
L’aria che si respira alla Casa è quella di
una grande famiglia che non comprende soltanto i suoi componenti, ma vede
quotidianamente la presenza di volontari
e famiglie che qui si prestano ad aiutare
i disabili o vengono a pregare presso la
statua della Vergine, posta nel giardino.
La Santa Messa quotidiana, celebrata
nella cappella, vede sempre numerosa la
presenza degli ospiti e di molti altri fedeli.
Sovente la Provvidenza si è manifestata
con l’arrivo di intere famiglie giunte a commemorare un loro defunto o a festeggiare
un anniversario o compleanno insieme
alla comunità. Tali ricorrenze vengono celebrate con un momento di servizio agli
ospiti e con una successiva offerta e condivisione del pasto con la comunità religiosa, comprensiva di lavaggio piatti!
Ci ha rallegrati la vicenda di un bambino felice
di aver potuto festeggiare il suo compleanno con gli ospiti e la comunità. Difficilmente
in Italia una tale festa viene condivisa in una
struttura di questo tipo: forse fa troppa paura e non fa parte della “normalità”…
Benché gli impegni dei religiosi cottolenghini siano molti e il lavoro sia inderogabile, questa comunità vive nella gioia,
alimentata senza dubbio dalla preghiera
comunitaria e dai momenti di adorazione
eucaristica. Siamo felici dell’esperienza
di condivisione fraterna e dell’ospitalità
ricevute che ci hanno permesso di sperimentare concretamente il comandamento dell’amore verso il prossimo.
Grazie Fratelli!
Deo Gratias!
l Daniele Romano e Marco Leone

incontri |

15

le nostre case

V

Casa Riposo
san Francesco

olpiano, 21 Km a nord-est di Torino, è una ridente
località con circa 15.000 abitanti, che come tante altre della cintura torinese, ancora conserva tracce
di un passato agricolo ricco di cascine, borghi e cappelle,
santuari e chiesa parrocchiale dedicata ai santi Pietro e
Paolo. Tipico paese di un Piemonte bello e antico, che ha
forgiato e continua a donare uomini veri, pieni di senso
civico e buona volontà, vi abbiamo trovato un bell’esempio di come quanto è necessario e utile alla comunità,
può continuare ad esistere se i cittadini beneficiari si
sentono coinvolti e impegnati.
A Volpiano troviamo la prima traccia di una presenza cottolenghina nel lontano 1906, laddove viene ricordato l’acquisto di una tenuta da parte del parroco Mons.
Vaschetti, che da anni sognava l’istituzione di un’opera ove raccogliere i più poveri e gli anziani secondo vera carità cristiana.
Egli offre la tenuta alla Piccola Casa, che la accetta.
Primo passo, questo, per la nascita di una struttura
nella quale confluiranno le diverse istituzioni benefiche presenti sul territorio, l’asilo infantile e l’ospedale
di carità; il tutto gestito dalla congregazione di carità,
amorevolmente seguita dal Monsignore sin dal 1870.
Prende così forma e diventa fatto compiuto l’ospizio da
tanto tempo vagheggiato dal parroco e da tutta la popolazione, che col trascorrere degli anni gradualmente si
trasforma e si struttura fino a diventare un corpo indipendente. Nel 1956, ad opera di don Domenico Tolosano, ex
tommasino, viene costruito un ampliamento che consente
l’aumento del numero dei ricoverati.
Ma arriveranno giorni in cui, come anche in altri istituti religiosi, sentiremo il peso delle diminuite vocazioni religiose. Di
fatto, negli anni ‘80 si comincia a parlare di possibile chiusura
della Casa per carenza di suore. Una decisione dolorosa per la
Piccola Casa e condivisa dai cittadini, che tuttavia non si lasciano abbattere e reagiscono ricercando alternative.
Il 13 dicembre 1988, la comunità volpianese convocata dal
parroco Giuseppe Fasano, incontra l’allora Padre Generale

16 | incontri

Volpiano

le nostre case

della Piccola Casa don Francesco Gemello. Insieme costituiscono un gruppo di persone qualificate che, sempre in unione
e collaborazione con la Piccola Casa, indagano, approfondiscono il problema e cercano soluzioni possibili onde mantenere attiva l’opera.
Cominciano visite in diverse Case di Riposo, si acquisiscono
esperienze nella gestione di problemi legali, economici e di volontariato e dopo studi e ricerche viene decisa la costituzione di
una “società cooperativa di solidarietà” senza scopo di lucro.
La Piccola Casa ipotizza un contratto di comodato; le
suore residenti lasceranno la casa, ne rimarrà una con
affidati il comparto di infermeria, il coordinamento dei
servizi e la Catechesi Pastorale degli ospiti.
Il 13 dicembre 1989 a Torino viene costituita la “San
Francesco Società Cooperativa a responsabilità limitata”.
L’attività continua e l’anno successivo partono i progetti di
ristrutturazione, ampliamento e adeguamento alle normative, lavori che saranno inaugurati nell’ottobre 1992.
Nel 2001 si decide un ulteriore ingrandimento e la costruzione di una nuova ala dell’edificio che darà spazio a ventinove nuovi posti RAF più un nucleo RA di diciassette posti.
Una nuova legge impone nel 2004 la variazione dello Statuto.
La cooperativa sociale avrà così la nuova denominazione: “San
Francesco onlus s.c.s.” che nel 2012 otterrà l’autorizzazione ad
operare come Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA) con 46
letti disponibili in convenzione con le ASL del Piemonte. Nel
2015 il numero totale degli assistiti passerà agli attuali 48.
È doveroso un accenno al volontariato, agli eredi della folta,
operosa e generosa prima schiera. Costituito nel 2003 come
sezione territoriale dell’A.V.C. onlus di Torino, il volontariato
qui presente è impegnato sin dalle lontane origini in ogni
aspetto della vita e delle necessità della Casa e contribuisce
attivamente a renderne possibili l’esistenza e il progresso.
Ne costituisce l’anima ed è la concretizzazione più evidente della solidarietà di una comunità dove il Charitas
Christi Urget Nos vive ed opera.
l Pierangelo Lanzi

incontri |

17

spiritualità

Abbiamo bisogno
di perdonarci

C

ari lettori, tra timori e speranze,
abbiamo iniziato un nuovo anno.
Mi viene alla mente un canto che
ascolto sempre volentieri e che dice così:
«Un nuovo giorno, una nuova speranza, posso ricominciare». Sì, un anno per
ri-cominciare a vivere con più intensità,
con più grinta, con più passione il quotidiano, le relazioni interpersonali, i nostri
impegni... insomma la vita. A nessuno
sfugge, nemmeno ai più distratti, l’Anno
santo della misericordia voluto da papa
Francesco. Misericordia: una parola,
questa, che alla fine dell’anno speriamo
diventi storia concreta nell’esperienza
di molti, proprio come nei grandi giubilei del popolo di Israele, dove non solo si lasciava riposare la
terra, ma si liberavano gli schiavi, si perdonavano le offese e si
condonavano i debiti. Già, ciascuno di noi alla fine di quest’anno dovrebbe poter raccontare brani di vita nuova nati dall’aver
accolto l’insistente e salutare invito che ci sta rivolgendo il Papa
ad aver misericordia, cuore per i miseri. A proposito di questo,
vorrei condividere con voi una bellissima idea che una lettrice
della nostra rivista ha espresso in occasione del Natale.
All’inizio di dicembre Chiara mi scriveva: «C’è in me qualcosa
che a volte mi impedisce persino di respirare, di sopportare la
luce, di stare con gli altri e vivere una vita normale, quasi una
paralisi che rallenta persino i miei movimenti». Con Chiara ci
siamo incontrati e senza bisogno di laurea in psicologia ho presto compreso che in lei c’erano ferite interiori serie. Anzi, dal
racconto della sua vita, insieme, abbiamo subito capito un bi-

sogno enorme di riconciliarsi con chi era
stato per lei causa di grandi sofferenze,
ma anche con se stessa e con Dio. Dopo
un’abbondante pianto liberatorio, Chiara
ha ammesso che la volontà di perdonare
chi l’aveva offesa così violentemente era
solo nella testa, ma non era ancora scesa nel cuore. E così ha iniziato il costoso,
necessario e benefico cammino del perdono e della ri-conciliazione. Carissimi
amici, ormai la scienza ha dimostrato che
il perdono fa bene non solo a chi lo riceve
ma anche a chi lo dona ed è fattore di benessere e salute. Forse l’anno della misericordia può essere una buona occasione per guarire le relazioni e cominciare
a star bene sul serio. Abbiamo bisogno
di perdonare, di perdonarci e persino di
“perdonare Dio”. E dopo aver perdonato
abbiamo bisogno di camminare verso la
ri-conciliazione con la storia, con le persone... con noi stessi. Quanta sofferenza
ci riserverà la vita se non avremo questo
coraggio, ma quanta pace ci aspetta se
avremo la forza di iniziare (o continuare),
magari con l’aiuto di qualche persona
saggia, il cammino di riconciliazione. Un
nuovo anno, dunque, una nuova speranza... possiamo ricominciare!

l don Carmine Arice

18 | incontri

lettera
alla redazione

C

arissima redazione incontri, da non molto tempo frequentavo la Piccola Casa e di consuetudine mi recavo alle
10 in Chiesa Grande per partecipare alla Santa Messa.
Una Domenica, fra le mie mani il periodico “Incontri” n. 2 del
Marzo 2012, arrivato a me tramite una signora assidua della
Piccola Casa.
Una volta a casa sfoglio la copertina: “ Il
Punto “ di don Roberto Provera e leggo... carissime Amiche e carissimi Amici
(con la A maiuscola).
Inizio a leggere e man mano le parole
mi entrano nel cuore e....sì mi sento
subito anch’io una nuova Amica.
È passato tanto tempo da quel giorno e tu carissimo Incontri sei stato
per me foriero di nuovi mondi.
È bastato leggerti per scoprire
una moltitudine di nuovi Amici,
ho fatto nuove esperienze e
nuove emozioni sono affiorate
nella mia mente, mi hai fatto conoscere le realtà della
Piccola Casa che ignoravo;
divenuta volontaria ho avuto la gioia di essere vicina
a persone meravigliose,
alcune delle quali purtroppo ora non sono più
tra noi, ma che hanno
lasciato un segno indelebile nel mio cuore.
Sfogliandoti mi fai partecipe dei momenti di grande
spiritualità, mi riporti al tempo passato, che
nonostante così lontano, è sempre così attuale.
Hai spiccato il volo caro Incontri, hai raggiunto Continenti e
genti in cui l’opera del nostro Santo ha messo profonde e radicate radici, mi piace riportare questo pensiero che trovo così
pertinente “Dove si vuole che cresca la gioia, bisogna seminare amore” mi mostri volti sorridenti e colmi di gratitudine per
quanto i sacerdoti, i fratelli, le sorelle e i volontari operano laggiù e virtualmente mi sento un po’ partecipe del loro operare.
Un grazie ai Redattori e collaboratori di ieri e di oggi che hanno
fatto di te un grande strumento d”Amore” che puntualmente
raggiunge la nostra meravigliosa Famiglia Cottolenghina.

l Patrizia Pellegrino
incontri |

19

17 gennaio

le nostre
famiglie

S

ant’Antonio abate occupa un posto di grande rilievo nella
Piccola Casa. Oltre ad esserne il compatrono, nel lontano
1828, proprio il giorno della sua festa, fecero ingresso nel
Deposito della Volta Rossa i due primi ammalati, Giuseppe Dana
e Margherita Andrà ed ebbe inizio l’opera della Piccola Casa
della Divina Provvidenza.
Grande Santo, vissuto nella seconda metà del terzo secolo, il
primo degli abati, è considerato l’iniziatore del monachesimo
cristiano, allorché cristiani in numero sempre crescente abbandonavano il mondo, per ritirarsi in luoghi solitari alla ricerca della perfezione mediante una vita austera di sacrifici e penitenze.
Il suo primo biografo, il vescovo d’Alessandria Atanasio, lo definisce “fondatore dell’ascetismo”.
Nella nostra Chiesa Grande è raffigurato insieme con la
Madonna e San Vincenzo dè Paoli sulla grande pala dell’altare. In scala ridotta, lo ritroviamo nella cappella della Comunità
Invalidi, la storica famiglia di cui è Patrono e che in questo giorno ne celebra solennemente la festa.
Incrociamo gli abitanti di questa variegata famiglia già ben prima dell’ora della celebrazione della Santa Messa, vestiti a festa,
composti e tranquilli in cammino verso la Cappella.
Baravalle pittore, taglio imponente e cuore tenero facile alle
lacrime; Falcone sempre chino sui cruciverba, una passione
condivisa anche da Edoardo; Luca, gigante buono, custode
del silenzio e di antiche melodie appena bisbigliate; Vito, tutta
la vita sulla carrozzina, ma raro esempio di serenità, amato e
cercato da tutti; Paolo, ottantaseienne, artista nel ricupero di
preziosi e vecchi libri, sulla sedia a rotelle compagna di vita, di
vecchio stampo cottolenghino, niente avanzi sul piatto perché
non si deve sprecare; Franchino sempre alla ricerca di cibo che
non deve mangiare. Ma qui non è solo; ne abbiamo altri, cautamente in incognito per non allarmare i dietologi. Ecco anche
Giovanni, tuttofare, granitico e pieno di forza, sempre disponibile. Bernardino, anima di viaggiatore che pur senza un proprio mezzo di trasporto è sempre in movimento e raggiunge
qualsiasi località. Salvatore, buono, serio e silenzioso. Ma chissà

20 | incontri

Festa di
Sant’Antonio
abate

le nostre
famiglie

mai perché, un siciliano fa il tifo per il Milan! La passione per
il calcio li abbraccia un po’ tutti, Inter, Juve, Toro sempre sulla
bocca, ad eccezione del Napoli che Vito ha persino stampato
sulla carrozzina. Quante altre belle figure! Tutti, nei tempi di comunione, capaci di vivere e lavorare insieme e capirsi, di ridere
e piangere, cogliere il bello e il buono di chi vuol loro bene. Si
fidano dell’esperienza di chi li accompagna, non piagnucolano,
sanno che la prima cosa da fare è voler vivere. Uniti e solidali
nelle preghiere quando è il momento dell’anima, del ricordo o
del saluto a qualche amico che li ha lasciati.
Si avvicina l’ora della celebrazione, la cappellina, gremita, è per
l’occasione adorna di vasi e splendide composizioni floreali preparate da mani amiche. Ci ritroviamo, membri della comunità, volontari, amici e presenze importanti, in attesa e profondo
raccoglimento in una bella giornata, fredda ma piena di sole e
luce, che contribuisce a creare l’atmosfera gioiosa necessaria
per predisporre l’animo all’incontro con l’imminente liturgia. Il
respiro della festa.
Una Santa Messa solenne, commovente, accompagnata dai
canti di un folto coro di suore e concelebrata da don Lino Piano,
superiore generale della Piccola Casa, insieme al rettore don
Marco, alla presenza anche di ex-rettori, di suor Elda Pezzuto,
madre generale delle suore, di Fratel Visconti superiore dei fratelli e di una folta rappresentanza di religiose e religiosi a marcare la cottolenghinità dell’evento.
Dopo la celebrazione inizia l’Agape. Con un tocco di particolare raffinatezza, in elegantissime e colorate divise da ristorante
a cinque stelle, il personale di servizio serve il pranzo, splendidamente preparato e innaffiato da ottimi vini, molto apprezzato
dai numerosi commensali, certo non privi di invidiabile appetito.
Una magnifica torta e l’immancabile caffè, offerto da un volontario che operava controllato dalla figlia, funzionario della Lavazza,
concludono nel tardo pomeriggio questo gioioso evento.
La famiglia ora torna ai ritmi sereni della sua normalità; tutti
appagati e felici in attesa della prossima ricorrenza.
l Mario Carissoni

incontri |

21

le nostre case

il Cottolengo
di Mappano

P

rati, campi, canali irrigui e molta
nebbia, un paesaggio tutto sommato sempre uguale. Così si presentava il territorio, almeno fino alla
vigilia del 10 gennaio 1966, data che
segna l’ingresso ufficiale dei primi ospiti nell’ appena ultimata Piccola Casa di
Mappano: un imponente edificio a elle
di mattoni rossi. Impossibile non notarlo e non entrare subito nella storia religiosa, sociale ed aggregativa di questa
comunità, nella quale il carisma cottolenghino già alla fine degli anni sessanta contava centocinquanta assistiti. Una
struttura quasi del tutto autonoma, ma
fortemente radicata alla Casa Madre di
Torino come tutte le comunità cottolenghine sparse nel mondo. Il vento della
Divina Provvidenza tornava a soffiare fra
le pagine di storia della minuscola comunità mappanese.
Era già accaduto nel XVII secolo, allorché i Gesuiti, per volontà dei duchi sabaudi, bonificarono tutta la zona paludosa, dando il via allo sviluppo dei primi
insediamenti abitativi in un territorio allora noto come “La palude casellasca”.
Quattrocento anni dopo, su quei terreni
bonificati e resi fertili, nascerà la Piccola
Casa di Mappano. Il primo capitolo della storia si apre il 26 maggio del 1958
con la morte a Torino della damigella
Camilla Richiardi, che per precisa volontà testamentaria lascia la Piccola Casa
di Torino erede universale del proprio
patrimonio, compresi quei terreni sui
cui, dieci anni dopo la sua morte, sarebbe sorta la Piccola Casa di Mappano.
A circa trent’anni dalla realizzazione
del primo edificio, normative sempre
più complesse e articolate nell’ambito
socio-assistenziale, determinano l’esigenza di attuare una ristrutturazione
radicale. Iniziati nel 1997, i lavori terminano nel 2000, anno in cui faranno
ritorno a Mappano gli ospiti accolti nel-

22 | incontri

La vocazione prevalente è nella
“risposta
globale ai bisogni della
pluridisabilità

un segno
di speranza

le nostre case

la Casa Madre di Torino durante i lavori. Troveranno la loro
Piccola Casa mutata nella struttura, ma sempre con la stessa
vocazione verso gli ultimi. Mappano oggi è una Residenza
Assistenziale Flessibile (RAF) di tipo B articolata in cinque
nuclei abitativi, chiamati “gruppi di vita”, che accolgono da
dodici a venti persone, con una capienza complessiva di 76
posti. Ogni nucleo comprende una “zona giorno” con sala da
pranzo, soggiorno, terrazzo esterno e una “zona notte”. Non
mancano la cappella, un salone polifunzionale, laboratori per
le attività artistiche e occupazionali, palestre di fisioterapia e
attività motoria e il bar per i momenti conviviali. All’esterno,
un bel giardino, usufruibile dagli ospiti, e un vasto parco alberato fanno da corona alla casa.
Persone adulte, affette da disabilità intellettive o con malattie
invalidanti, trovano in questo ambiente un clima relazionale ricco e stimolante, mirato a promuovere in ciascuna di loro dignità, benessere e sviluppo psico-fisico, morale e spirituale, con un
livello assistenziale di altissima intensità.
Precisa il direttore sanitario Fratel Ernesto: “La vocazione prevalente è nella risposta globale ai bisogni della pluridisabilità”.
La salvaguardia della centralità dell’ospite è sempre ricercata
nella concretezza della vita quotidiana e l’azione educativa è caratterizzata da unitarietà e continuità. Strumento pedagogico di
supporto agli operatori per il raggiungimento di tale obiettivo è
il Progetto Individualizzato, concordato e verificato nelle équipes multidisciplinari. Scopo raggiunto attraverso la formazione
continua del personale, in modo tale che competenza tecnica e
umanità non siano mai disgiunte fra loro. Un gruppo apposito
elabora progetti formativi per gli operatori, secondo le specifiche professionali e con riferimento ai valori cottolenghini fondanti. La gestione del servizio è integrata tra i religiosi cottolenghini e operatori della Cooperativa.
Una presenza costante ormai da tempo nella Piccola Casa sono
i volontari, regolarmente iscritti, i quali fanno parte dell’associazione Onlus della Piccola Casa e che non sostituiscono gli
operatori in organico. Sono uomini, donne, ragazzi, di differente estrazione sociale e culturale, per i quali, nell’arco dell’anno,
sono previsti momenti di formazione e che, con il loro perseverante apporto, integrano le attività di animazione e sostegno
alla persona. Le occasioni di socialità fra volontari, ospiti, familiari, personale laico e religioso sono qui frequenti e motivo di
gioiosa fraternità!
Il ruolo centrale nella gestione della struttura è affidato ai
Fratelli Cottolenghini coadiuvati da Suore e da un Sacerdote.
Una famiglia cottolenghina che, con impegno e dedizione verso gli ultimi, prosegue il percorso tracciato da San Giuseppe
Benedetto Cottolengo.

incontri |

23

testimonianza

G

iorgia è un giovane medico, specializzanda in Chirurgia. L’ho conosciuta alla presentazione del
libro scritto da Fratel Beppe Gaido “ad
un passo dal cuore” sulla missione di
Chaaria in Kenia. Una persona solare
con la quale è semplice e spontaneo
entrare in relazione e amicizia. Nel vederla così giovane, ma già molto impegnata in quel progetto e sapendo che ogni anno una buona
parte delle sue vacanze è a disposizione della sala operatoria nella missione, mi sono incuriosita. Ho iniziato a porle
domande sulle motivazioni
più profonde che l’avevano
spinta a donare il suo tempo, le sue competenze e il
suo amore alla popolazione di questo sperduto villaggio e non solo.
Ma lasciamo raccontare a
lei stessa.
“Da sempre ho sentito vivi
in me il desiderio e l’urgenza di avvicinare chi è
nel disagio e nella sofferenza. Questa mia esigenza si è concretizzata poi nella scelta lavorativa e delle amicizie. Ai tempi del liceo, iniziai a frequentare
un reparto alla Piccola Casa della Divina
Provvidenza, nel quale vengono accudite,
con grande amore e tenerezza, signore
con disabilità fisica, ma soprattutto
psichica.
All’interno della struttura sono presenti diversi gruppi di
volontariato; lì sentii
parlare della missione
di Chaaria, un piccolo
paese nella regione del
Meru, in Kenya, costituita da un ospedale e da
una struttura dove vivono i disabili.

24 | incontri

Così
ho incontrato

l’Africa

Chaaria

testimonianza

Il diritto di essere curati

al di là del colore della pigmentazione
e del parallelo in cui si è nati

Il presidio ospedaliero è diretto da un
Fratello, medico, coadiuvato da infermieri, e, per alcune ore della giornata,
da medici del posto, stipendiati.
Per alleggerire il gravoso carico che
sopporta Fratel Beppe, alcuni volontari, medici, partono dall’Italia e vanno
a trascorrere laggiù un periodo di tre
settimane, normalmente in ferie dal
lavoro.
Cosa ti ha spinta ad andare?
Nessuno di noi ha potuto scegliere dove nascere ed io sono tra
le persone fortunate a cui nulla
manca. Ho pensato che un bimbo ha il diritto di essere curato
al di là del colore della sua pigmentazione o del parallelo in
cui è nato.
Inizialmente ho sperimentato
il disorientamento per lo scontro-incontro con una realtà molto differente da quella a cui sono
abituata e dentro mi bruciava la
domanda: “Ma perché tutto questo”? Si è fatta sentire la fatica, fisica e psicologica.
Ma poi ho visto negli occhi delle
persone, che io pensavo di aiutare,
la felicità del nulla, la semplicità che
noi “occidentali” abbiamo perso, nessun pregiudizio per la diversità e un
amore incondizionato, senza barriere.
Quando penso a quel mondo, ridimensiono ogni difficoltà e appena ho la possibilità, di tempo ed economica, vi faccio
ritorno.”
Grazie Giorgia!
l a cura di Gemma La Terra

incontri |

25

testimonianza

12.30

campanella a fine mattinata. I ragazzi tra zainetti
carichi, giacche e sciarpe,
sciamano lungo l’ampio corridoio. A fatica ci
facciamo largo e raggiungiamo la saletta dove
siamo già attesi da un insegnante della Scuola,
qui ormai da sedici anni e che, quindi, a buon
titolo può parlarci un po’ di quella che viene
definita “la scuola che non fa la differenza”.
Iniziamo col chiedergli se dal 2000, anno in
cui ebbe inizio la sua avventura, ad oggi questa scuola sia mutata.
“Direi che la scuola è cresciuta ed è cambiata
molto, in meglio. Anche i ragazzi sono differenti, ogni anno è diverso e i confronti non
reggono, poiché tutta la società nel suo insieme è profondamente mutata, tutto ciò naturalmente ricade sulle famiglie e quindi sui
ragazzi stessi.”
Quali sono le motivazioni più profonde che
hanno spinto Lei ed i Suoi colleghi a scegliere di lavorare in questo tipo di scuola?
“Sono molto contento di essere in questa
scuola. Può sembrare scontato, ma lo spirito
di fondo non è lavorare per il 27 del mese,
come si diceva un tempo, quanto piuttosto
l’atteggiamento dell’anima che spinge un po’
tutto, ossia vedere il lavoro come aiuto per
gli altri, cercando di accogliere chi ha bisogno
e tentare di mettersi anche in guerra con
se stessi, alla prova, per dare un barlume di
luce, un po’ di serenità a questi ragazzini che
vengono da noi.”
I ragazzi sentono questo atteggiamento da
parte dei loro insegnanti?
“Lo speriamo, nonostante e al di là delle inevitabili nostre difficoltà - talvolta sbagliamo si cerca costantemente di vivere con questa
spinta interiore”.
Passando all’aspetto didattico, la Scuola
Cottolengo cerca di essere il più inclusiva
possibile. Concretamente cosa significa?
“Partiamo dal non fare differenza: tutti i bambini sono uguali. Non c’è il diverso o quello
con problemi; ognuno deve avere, perciò, le
medesime possibilità di compiere il proprio
cammino scolastico per arrivare alla mèta.
Ciò non significa avere la scheda splendida e

26 | incontri

La Scuola
Cottolengo
oggi

Intervista

a un insegnante della Scuola
“che non fa la differenza”
sapere tutto a menadito, ma potere affrontare con un substrato di cultura la vita che sarà.
A tutti vengono date le possibilità per farlo.
Già dalla scuola primaria, per arrivare poi alla
scuola secondaria di primo grado, si cerca di
utilizzare varii metodi, - siamo passati dalla
scuola 2.0 alla 3.0 - di informatizzare il più
possibile per venire incontro a ogni esigenza
dei bambini coi mezzi necessari e disponibili,
di modo che essi possano vedere, toccare,
apprendere, fare esperienza …”
La scuola quindi è all’avanguardia per quanto riguarda gli strumenti didattici?
“Sì, è così; va detto che si sono fatti sforzi
notevoli, anche finanziari, per esserlo e fare
fronte alle nuove necessità: tutte le aule sono
dotate di computer, televisione multimediale
multitouch…”
Purtroppo uno dei mali della scuola è il bullismo. È presente anche qui questo problema?
“Non si sono mai verificati casi di bullismo;
ci sono ragazzi un po’ più “agitatelli”, dal momento che apriamo le porte a tutti.
Torino è un città multietnica, ormai conviviamo con questa realtà e anche qui sono
presenti bambini di varie provenienze.
Come è avvenuta l’integrazione e come vivono i ragazzi dell’una e dell’altra parte questo
aspetto?
Sono anni e anni che viviamo questa realtà,
praticamente abbiamo rappresentanti di tutti i continenti, manca l’Oceania, (forse la distanza). Ma sono bambini e per loro il colore
della pelle non fa la differenza, la lingua non è
così importante, se uno è alto o magro, basso o alto o la pensa diversamente sono cose
normalissime: loro giocano insieme. Forse
più noi adulti ci soffermiamo su certe cose,
ma i bambini non ci pensano neanche, per
loro sono tutti uguali e giocano tranquillamente insieme.
Ci sono modi per avvicinare le famiglie di varie provenienze fra di loro?
“A livello di famiglie, di consigli, l’unica difficoltà che si può incontrare è la cultura. Occorre
rispettare le varie culture. Non dimentichiamo poi i problemi legati alla lingua; non è
sempre facile avvicinare le famiglie, ad esem-

testimonianza

pio quelle provenienti dalla Cina, per le quali la lingua italiana è decisamente un forte scoglio. I problemi, pertanto, sono di comunicazione reale, non di accettazione. Una cultura come quella africana è del
tutto diversa dalla nostra, perciò le notizie vanno date in altro modo
e bisogna accostarsi a loro tenendo conto di queste differenze, per
cercare di accogliere tutti”.
Come in tutte le scuole anche questa è frequentata da bambini con
difficoltà?
“In tutte le classi della scuola primaria ci sono ragazzi
seguiti dall’insegnante di
sostegno, su 250 sono 25
i casi certificati, senza contare quelli che non lo sono,
altri che sono portatori di
DSA - disgrafia, discalculia,
dislessia - e una ventina di
bambini con altri tipi di problematiche, come l’autismo,
insomma un numero elevato. Difficoltà che, in pratica,
prendono un po’ tutto l’arco, anche a livello psicotico.
Tutti i ragazzi che sono certificati sono affiancati dal proprio insegnante di sostegno, che lavora
in stretta collaborazione con tutto il team della classe e non sono elementi a sé, ma fanno parte a pieno titolo della classe, sia l’insegnante
che il bambino, che è al centro di tutto.”
Ci sono ragazzi che si affiancano e aiutano questi loro compagni?
“Veramente c’è un accoglienza incredibile e notevole. Passando in
tutte le classi, si può vedere l’aiuto e l’amore dei compagni verso coloro che notano essere in difficoltà. Tanti si fanno in quattro per potere
stare loro vicini rinunciando anche a giocare per fare compagnia.”
Ritornando alla domanda iniziale, si può affermare che lo stesso
spirito che caratterizza la scuola e i suoi insegnanti è lo stesso che
viene trasmesso a molti allievi, i quali, a loro volta, si fanno portatori di quest’amore?
“Nonostante le difficoltà che ci possono essere (altrimenti facciamo la
figura dei supereroi) cerchiamo di lavorare col sorriso, portando anche noi stessi, lavorando con serenità e tranquillità e questi bambini
lo capiscono.”
Visto che siamo in una scuola, abbiamo ricevuto una bella lezione! Si
percepiscono i cambiamenti e sono visibili anche le trasformazioni
in alcuni bimbi, fra cui c’era anche chi all’inizio tirava calci ed era
agitato e che, attraverso l’accettazione e l’amore dei compagni, si è
integrato benissimo nella classe, dove è una gara continua d’amore
e generosità.
l a cura della Redazione

incontri |

27

notizie
dall’india

28 | incontri

Paulson diventa

Don John Paul

notizie
dall’india

D

on John Paul (Paulson) è il sacerdote donatoci dalla Divina
Provvidenza nell’anno della Vita
consacrata e nell’anno della Misericordia.
L’ordinazione è avvenuta nella sua parrocchia, St. Mary’s Church a Chandiroor,
il 4 gennaio 2016, per le mani di Mons.
Joseph Kariyil, vescovo di Cochin. Il vescovo nell’omelia ha spiegato che il sacerdote cottolenghino è chiamato a
testimoniare il carisma del Cottolengo
in comunione con la sua comunità.
Don Roberto Provera e alcuni amici del
Cottolengo venuti da Torino hanno partecipato alla celebrazione. Quest’ evento
è stato un momento di comunione per
la Piccola Casa in India, Suore, Fratelli e
Sacerdoti. Il giorno seguente don John
Paul ha celebrato la prima messa nella
sua parrocchia e sabato 9 ha celebrato
una solenne messa di ringraziamento nel
Cottolengo Seminary di Parur; e anche
questo è stato un bellissimo momento
di comunione fra cottolenghini, religiose e religiosi di altri istituti e molti laici.
Preghiamo il Signore che faccia di don
John Paul un vero ed efficace strumento
della divina misericordia.
Deo Gratias
l don Shony Perumpallil

incontri |

29

volontariato

il nostro impegno
per una nuova vita

I

n questo periodo ho delle intuizioni,
non ancora elaborate del tutto, che
mi portano a scorgere una sorta di
dimensione contemplativa nel nostro
mestiere, far nascere delle vite in una
situazione estrema e difficile come
quella in cui lavoriamo ogni giorno, qui
a Chaaria.
La Chiesa si schiera sempre a favore della vita, la
difende dal primo
istante del suo
concepimento.
È la stessa cosa
che facciamo noi,
ogni giorno, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Vissuta nella gratuità, come servizio incondizionato, l’ostetricia
diventa un messaggio
potente
che diamo alla
società: noi lottiamo per la vita, la
difendiamo, facciamo di tutto per
farla prevalere ad ogni costo, anche
con enormi sacrifici personali.
Non abbiamo scelto proclami o lunghi
discorsi, slogan facili e amicizie che
contano. Siamo semplicemente qui, insieme alla gente comune, partecipi di
un impegno concreto e faticoso.
Non credo di esagerare se dico che
un cesareo fatto alle due di notte, può
essere considerato un atto di collaborazione con l’eterna opera creatrice di
Dio che dona la vita.

l Fr. Beppe Gaido

30 | incontri

I suoi occhi sono due stelle.
Chiediamo,”Cosa stai cercando? dove stai andando?
dov’è la vera sorgente? e la destinazione finale?
quali strade portano a casa?”
Il bimbo sorride soltanto. Il fiore nelle sue mani
diventa un sole luminoso, e il bimbo continua il suo
cammino, il suo sentiero tra le stelle.

Un dolore che
diventa amore

spiritualità

S

ignore Gesù, credo che sei presente in quest’Ostia Consacrata non solo come Dio, ma anche come
uomo. Permetti allora che Ti parli questa volta da uomo a uomo, a nome mio e di tanti invalidi
come me.
La mia vita è tutta cosparsa di sofferenze fisiche e spirituali. Io vivo nell’incertezza del mio avvenire e stento
a capire qual senso possa ancora avere per me la vita. Un medico mi ha detto la cruda realtà senza veli né
sottintesi: non guarirò più!
Ho bisogno di tanta forza per non crollare, di tanta luce per capire, di tanta fede per credere. Oh sì, per credere al Tuo Amore. Tu avevi previsto questa mia sofferenza prima ancora che nascessi, eppure mi hai fatto
venire al mondo e crescere. Tu potresti ora farmi guarire, eppure non lo fai. Ciò vuol dire che hai un Tuo
disegno su di me, certamente un disegno di amore perché sei giusto e buono; ma io non lo vedo. Debbo
solo fidarmi di Te.
Signore Gesù! Anche Tu, quand’eri su questa terra, hai sofferto per fare la volontà del Padre Celeste e compiere la Tua Missione di salvezza. Ti prego: non lasciarmi nell’oscurità e nell’incertezza. Fammi capire che
cosa vuoi da me, ora che mi hai stroncata la salute nel fiore degli anni. Ho ancora tutta la vita davanti a me…
Fammi capire come la debbo impiegare, ora che non posso più lavorare né formarmi una famiglia, qual è la
missione a cui mi destini, affinché anch’io, come Te, compia la volontà del Padre e Ti segua portando la mia
croce, giorno per giorno dietro a Te. Ti chiedo fede, convinzione e forza, per portarla sempre con dignità e
amore perché la mia vita diventi fonte di salvezza per me e per molti.
Gesù, Tu sei stato il primo “volontario della sofferenza”, Ti sei offerto vittima per i peccatori, ma non tutti Ti
hanno capito. Anche oggi il mondo non comprende questa pazzia d’amore! Io stesso ci capisco poco; ma mi
fido della Tua parola, credo nel Tuo Amore e accetto la Tua volontà. Aiuta anche gli altri invalidi a credere nel
Tuo Amore e a scoprire il valore di una vita sofferente vissuta nel Tuo Amore, perché anch’essi accettino la
Tua volontà e vivano serenamente la loro esistenza come una missione di bene.
Signore, accetta le sofferenze mie e di tutti gli invalidi. Te le offro soprattutto per i giovani che hanno la grazia
di essere sani: sappiano esserti riconoscenti per il grande dono della salute e la sappiano usare solo per il
bene. Amen.
l La Redazione

incontri |

31

Lettera aperta a Gesù di Nazareth
Perdonami se ti scrivo, certamente tu non terrai conto di me. Io sono poca cosa: Saverio,
falegname; sposato e con moglie e figli (ne ho cinque). Lavoro in una bottega (in più qualche
lavoro occasionale). Io sono uno dei tuoi poveri. Ma ecco io non ho più forza nè pazienza.
Signore, c’è molto da arrangiarsi e poco da mangiare. Signore, è meglio che tu discenda e che
veda. Io non sono istruito, ma si dice che tu eri del mestiere quando eri giovane. Io non so
se questa situazione era la stessa allora vivendo del proprio lavoro ed essendo povero. Ma
adesso è un miracolo più grande di quello dei pesci e del pane quello di mettere qualcosa a
tavola e di impegnarsi perché tutti ne abbiano almeno un po’.
Vieni a fare il falegname con noi e a vivere alla giornata. Suderai sangue come nel giardino.
Esci sulle strade e mettiti a predicare come facevi sovente contro i farisei. E ripeti quello che
dicevi dei ricchi e della cruna dell’ago. E scaccia i mercanti e vedremo
che cosa succede. Se non ti crocifiggeranno come allora, è perché oggi appena apri bocca ti
fanno tacere. È interessante da vedere. Signore vieni ad aiutarci …
Da operaio a operaio io te lo domando e mi firmo: tuo umile servo.

Saverio il falegname