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il nuovo

Atlante Fotografico della Luna

a cura di Walter Ferreri 45 Tavole da foto originali NASA Grafica: Patrizia Andreoni - Grafiche
a cura di
Walter Ferreri
45 Tavole
da foto originali NASA
Grafica: Patrizia Andreoni - Grafiche Porpora Srl, Segrate (MI)
Coordinamento editoriale: Piero Stroppa

INTRODUZIONE

Sono ormai trascorsi 20 anni da quando la rivista Nuovo Orione iniziò a pubblicare le schede lunari che avrebbero dato corpo all’Atlante Fotografico della Luna. Le immagini di tale atlante, basato sulle fotografie realizzare all’Osservatorio del Pic du Midi, nei Pirenei francesi, erano certamente notevoli per l’epoca in cui furono scattate, nel secondo dopoguerra, e adeguate a molti appassionati che si occupavano di osservazioni lunari nei primi Anni 90. Successivamente, gli strumenti a disposizione degli astrofili si sono molto evoluti, e questo, parallelamente all’abbassamento dei prezzi, consente facilmente di utilizzare telescopi con poteri risolutivi superiori a quelli mostrati nelle foto del Pic du Midi.

Grazie alle riprese spaziali di LRO

Per adeguarsi alle nuove e accresciute esigenze, il Gruppo B Editore ha deciso di mettere a disposizione degli appassionati un nuovo atlante fotografico della Luna, composto da 44 Tavole (più una Tavola per il lato nascosto). Le Tavole sono state realizzate grazie alle riprese ad altissima risoluzione eseguite recentemente dalla sonda lunare LRO (Lunar Reconnaissance Orbiter) della NASA, e sono accompagnate da una descrizione delle formazioni più caratteristiche, preparata dallo scrivente. Le riprese originali di LRO hanno una risoluzione di soli 145 metri

per pixel e sono state realizzate in un periodo di due settimane a cavallo del mese di dicembre del 2010. La sonda era equipaggiata con sette strumenti, tra i quali il LROC (Lunar Reconnaissance Orbiter Camera), composto da due telecamere, una ad alta risoluzione (NAC, Narrow Angle Camera) e una a grande campo (WAC, Wide Angle Camera). La prima arrivava addirittura a una risoluzione di 0,5 metri per pixel; la seconda a 100 metri per pixel. La camera ad alta risoluzione era dotata di un’ottica Ritchey- Chrétien da 195 mm di diametro a f/3,6, che riprendeva al massimo porzioni della superficie lunare di 2,5x2,6 km. L’altra, con rapporto

  • di f/5, riprendeva campi con ampiezze maggiori di 100 km.

Le riprese della sonda sono poi state elaborate nei laboratori dell’Arizona State University con appositi software e composte insieme per ottenere un’immagine completa della Luna come appare vista dalla Terra; ma con la stessa inclinazione dei raggi del Sole su tutta la superficie lunare, per consentire la visione ottimale

  • di tutti i crateri.

Il mosaico lunare che è stato generato ha una dimensione di ben 550

Mega: da questa immagine gigante, che è disponibile e “navigabile” sul sito di LRO (http://wms.lroc.asu.edu/lroc_browse/view/ wac_nearside), sono state ricavate le Tavole presenti in questo Atlante.

Quattro secoli di atlanti lunari

  • Di atlanti lunari ne sono stati pubblicati numerosi; già dopo le prime

osservazioni telescopiche della Luna, si è sentita la necessità di rappresentare la superficie lunare in base a quanto veniva rivelato dal nuovo strumento. Per quanto ne sappiamo, la prima mappa a riportare dei nomi delle

formazioni lunari è stata quella di Langrenus del 1645. Due anni dopo, apparve la mappa eseguita da Hevelius, un ricco cittadino

  • di Danzica, che diede alle catene montagnose i nomi di quelle

terrestri. In realtà, la mappa di Hevelius faceva parte del suo lavoro Selenographia, che conteneva disegni della Luna nelle diverse fasi.

Nel 1651 apparve la mappa di Ricciòli, con in gran parte la nomenclatura attualmente in uso. Negli anni seguenti, furono pubblicate ulteriori mappe, ma nessuna nettamente superiore alle altre. Tra queste, comunque, è doveroso citare quella da 20 cm di diametro, realizzata da Tobias Mayer di Gottinga, in quanto fu la prima veramente accurata. Questa mappa venne pubblicata solo nel 1775, tredici anni dopo la morte del suo autore. Uno dei maggiori osservatori della Luna fu Johann H. Schröter, che nel 1791 pubblicò un’opera dal titolo Selenotopographische

Fragmente; non si trattava di una mappa completa, ma - come indicato dal titolo - di una serie di porzioni, ognuna delle quali più dettagliata di quanto presente nelle mappe complete disponibili al tempo. Questo lavoro, ampliato, ebbe una successiva edizione nel

1802.

Schröter avrebbe voluto pubblicare in seguito una mappa completa della Luna, ma poco tempo dopo, durante un’invasione del territorio tedesco da parte dell’esercito napoleonico, il suo osservatorio venne messo a ferro e fuoco, e il telescopio fu totalmente distrutto. Per questo, pur avendo dimensioni modeste, la mappa di Mayer rimase la migliore fino al 1824, quando vennero pubblicate le prime parti di un notevole lavoro dovuto a un geometra di Dresda:

Wilhelm G. Lohrmann, che osservava con un rifrattore da 108 mm. Purtroppo, l’autore di questo pregevole lavoro ebbe problemi di vista e non poté completarlo. Solo molto tempo dopo la sua morte, che avvenne nel 1840, furono realizzate le parti mancanti, e il tutto fu pubblicato: era il 1878. Ma la mappa che fece testo nella prima metà del XIX secolo è quella di Beer e Mädler. Questi due amici berlinesi, grazie alle loro osservazioni compiute con un rifrattore da 95 mm, pubblicarono un pregevole lavoro nel 1837. In questa mappa, da 94 cm di diametro e completa con un vasto libro di consultazione, erano riportati circa 7000 crateri. Occorre attendere il 1878 per vedere un’opera di impegno ancora maggiore. Si tratta della mappa da 1,8 metri di Julius Schmidt, realizzata grazie alle sue osservazioni, compiute principalmente all’Osservatorio di Atene (del quale Schmidt era direttore) attraverso un rifrattore da 16 cm. Questa mappa riporta ben 33 mila crateri! Altre mappe seguirono, e vogliamo ricordare la più grande realizzata da un unico osservatore, quella di H. Percy Wilkins, da ben 7,6 metri di diametro (300 pollici), che contiene le immagini di circa 100 mila crateri! La sua prima versione risale al 1946. Negli anni seguenti, Wilkins presentò successive edizioni della sua enorme mappa, ma l’epoca dei singoli osservatori stava tramontando e per questo Wilkins deve ritenersi l’ultimo grande osservatore visuale della Luna. Ormai, la comunità astronomica internazionale, riunita nella IAU (International Astronomical Union), dava più credito alle realizzazioni fotografiche, in quanto i progressi della fotografia erano stati notevoli nella prima metà del XX secolo. Con la fotografia, si aveva finalmente un documento oggettivo, esaminabile da più ricercatori e in qualsiasi momento. Invece, nel disegno ci si doveva basare su quanto registrato da un solo osservatore e dalla sua capacità di precisione nel riportare i dettagli. Il primo atlante fotografico degno di nota fu quello pubblicato all’inizio del XX secolo a Parigi a cura di Loewy e Puiseux. Allo scopo, era stato progettato un apposito obiettivo acromatico da 60 cm di diametro a f/30, con fuoco coudé. Nel 1935 si ebbe la prima mappa lunare pubblicata dall’Unione

Astronomica Internazionale, soprattutto a cura di M. A. Blagg e K. Müller, che riportava 681 nomi. Negli Anni 60, il planetologo Gerard Kuiper pubblicò un atlante fotografico molto completo, raccogliendo le migliori immagini fotografiche provenienti da alcuni tra i maggiori osservatori del mondo, tra i quali quello francese del Pic du Midi. Qui venne utilizzato l’obiettivo che era servito all’atlante fotografico di Parigi, cioè il 60 cm f/30. Ancora nella seconda metà degli Anni 60, presso il Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona, utilizzando un riflettore da 1,5 metri, si ottenne il Consolidated Lunar Atlas:

il migliore atlante fotografico lunare completo, realizzato con un telescopio dalla superficie terrestre e su pellicola tradizionale. Nel frattempo, si ebbero molte altre realizzazioni, più modeste, ma mirate soprattutto verso gli appassionati di astronomia. Tra queste, ci piace ricordare la Carta della Luna realizzata dal nostro Guido Ruggieri nel 1958, con un diametro di 44 cm e pubblicata in sezioni nel nostro libro La Luna (Milano, Gruppo B editore, 2009).

Note tecniche

Le formazioni di cui sono fornite le caratteristiche in questo Atlante sono state scelte tra le più appariscenti o meglio osservabili. Sono in totale 336 (di cui 21 situate nel lato nascosto) e comprendono soprattutto crateri. A parità di altri fattori, si è data una leggera prevalenza alle formazioni che hanno nomi di studiosi italiani. La scala è di 2,1 km al millimetro. Questo valore, però, vale solo per il centro del disco. Man mano che ci si allontana dal centro, la vera dimensione, lungo un raggio, si ottiene dalla misura diviso il coseno della distanza angolare. Per esempio, consideriamo una formazione che nell’immagine sia lunga 10 mm lungo il raggio:

se si vede a un quarto della distanza tra centro e bordo e quindi a 14,5° dal centro, risulta di dimensioni: 10 mm x 2,1 km/mm / cos 14,5° = 22 km. se si vede a metà distanza tra centro e bordo e quindi a 30° dal cen- tro, risulta di dimensioni: 10 mm x 2,1 km/mm / cos 30° = 24 km.

se si vede a tre quarti della distanza tra centro e bordo e quindi a 48,6° dal centro, risulta di dimensioni: 10 mm x 2,1 km/mm / cos 48,6° = 32 km. Per evitare di ripeterlo costantemente, abbiamo spesso sottinteso che la dimensione indicata si riferisce al diametro. Quindi, anziché scrivere: “Un cratere con un diametro di 50 km”, ci siamo limitati a: “Un cratere da 50 km”, o “largo 50 km”. Spesso, anche se non sempre, abbiamo evitato di precisare che le altezze delle pareti o delle cinte delle varie formazioni sono riferite al fondo dei crateri. Ovvero, quando si afferma che un cratere ha sulla cinta un picco che si eleva fino a 2000 m, questa misura si intende - se non altrimenti indicato - rispetto al suo fondo. Ricordiamo che la IAU ha deciso di attribuire nomi latini o latinizzati, oltre che ai crateri, anche alle altre formazioni, elencate in Tabella 1 con le denominazione latina e italiana a confronto. L’ultima Tavola dell’Atlante riporta l’emisfero lunare nascosto, ovvero quello rivolto dalla parte opposta alla Terra e quindi invisibile, tranne che per le zone molto prossime al bordo, grazie al fenomeno delle librazioni. Una prima immagine dell’emisfero nascosto, ma di qualità molto scarsa, si ottenne nel 1959 grazie alla sonda sovietica Lunik 3. In seguito, se ne ebbero molte altre di qualità via via crescente, sino a quest’ultima del Lunar Reconnaissance Orbiter, realizzata con la stessa tecnica a mosaico adottata per la ripresa dell’emisfero visibile. Il sito di riferimento di questa immagine è: http://lroc.sese.asu.

edu/news/index.php?/archives/345-Farside!-And-all-the-way-

around.html Infine, per un rapido ritrovamento delle formazioni trattate nelle Tavole, l’Atlante è completato da un indice analitico.

Ci auguriamo che questo lavoro possa risultare di utilità a chiunque osservi la Luna e che, soprattutto, stimoli gli osservatori a dedicare più tempo al nostro unico grande satellite naturale.

Walter Ferreri

Nome latino NOMENCLATURA LUNARE Nome italiano Catena Dorsa Dorsum Lacus Mare Mons Montes Oceanus Palus Promontorium
Nome latino
NOMENCLATURA LUNARE
Nome italiano
Catena
Dorsa
Dorsum
Lacus
Mare
Mons
Montes
Oceanus
Palus
Promontorium
Rima
Rimae
Rupes
Sinus
Catena di crateri
Gruppo di creste
Cresta presente in un Mare
Lago (piccola pianura lavica)
Mare (pianura lavica)
Montagna
Catena montagnosa o gruppo di picchi
Oceano (grande pianura lavica)
Palude
Promontorio
Solco
Rete di solchi
Scarpata
Golfo
Vallis
Valle
Tabella 1
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TAVOLA 1

Dechen. Da Ernst H. Karl von Dechen (1800–1889), mineralo- gista e geologo tedesco. È un piccolo cratere, con un diametro di soli 12 km, situato su una lunga cresta che va da Repsold a Harding. Lo si nota facil- mente, in quanto è isolato dagli altri crateri.

Galvani. Da Luigi Galvani (1737–1798), il fi sico e anatomi- sta bolognese che viene ricordato per i suoi studi pioneristici sull’elettricità. È un cratere dalle dimensioni di tutto rispetto (80 km di diame- tro), che sarebbe anche appariscente, se la sua estrema vicinan- za al bordo non ne rendesse diffi cile l’osservazione. In pratica, lo si può osservare solo quando la librazione è favo- revole.

Gerard. Da Alexander Gerard (1792–1839), esploratore scoz- zese noto per le sue esplorazioni sull’Himalaya e in Tibet. Cratere esteso (90 km), ma molto degradato. Al suo interno, è visibile una cresta che corre dal centro alla parete. All’estremi- tà nord di questa cresta, il selenologo tedesco Julius Schmidt vide un cratere.

Harding. Da Karl Ludwig Harding (1765–1834), astronomo tedesco, che nel 1804 scoprì l’asteroide Giunone. Un cratere con un diametro di 23 km e pareti dal bordo molto netto. Le osservazioni in luce radente mostrano che Harding è situato all’interno di un basso anello appena percettibile.

Markov. Da Andrei A. Markov (1856–1922), matematico rus- so specialista nella teoria delle probabilità. Cratere da 40 km con il bordo delle pareti quasi tagliente che si trova proprio all’imboccatura del Sinus Roris. Vicino a Markov,

Markov SINUS RORIS Dechen Harding si vedono dei circhi quasi cancellati dalla lava che li ha
Markov
SINUS RORIS
Dechen
Harding
si vedono dei circhi quasi cancellati dalla lava che li ha som-
mersi.
Xenophanes
Volta
Galvani
Repsold
Gerard

Repsold. Ricorda Johann G. Repsold (1771–1830), costruttore tedesco di strumenti meccanici di precisione e in particolare di congegni astronomici. Si tratta di una formazione grande (107 km), ma molto degra- data. Con un rifl ettore da 32 cm, il selenologo inglese del XX seco- lo Wilkins trovò al suo interno quattro piccoli crateri prossimi alla parete sud, tre colline vicine alla parete nord e una cresta centrale.

Volta. È il cratere che ricorda il nostro Alessandro Volta (1745–1827), al quale si deve la realizzazione della prima pila elettrica, nel 1800. Benché molto esteso (113 km), questo cratere si vede solo quando la librazione è favorevole, essendo situato proprio lun- go il bordo lunare nord-ovest.

Xenophanes. Da Xenophanes di Colophon, fi losofo e poeta greco (circa 570–478 a.C.) che riteneva la Terra piatta. Un cratere da 120 km che, come Volta, si vede quando la libra- zione è favorevole, benché sia situato un po’ meno al bordo. Ciò nonostante, la posizione lo rende poco cospicuo.

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TAVOLA 2

J. Herschel Horrebow South A la Condamine Bouguer Desargues Babbage Robinson Harpalus Maupertuis JURA Bianchini Foucault
J. Herschel
Horrebow
South
A
la Condamine
Bouguer
Desargues
Babbage
Robinson
Harpalus
Maupertuis
JURA
Bianchini
Foucault
Sharp
Pythagoras
SINUS
Promontorium
Carpenter
Anaximander
Laplace
IRIDUM
A
MONTES

Babbage. Questa formazione ricorda Charles Babbage (1792– 1871), un matematico inglese inventore di una delle prime macchine calcolatrici. È un grande (144 km) circo che a un’osservazione attenta si rivela dovuto alla fusione di due grandi formazioni anulari. A sud del centro della formazione meridionale, si trova un pro- fondo cratere, chiamato A, facilmente visibile con un piccolo telescopio.

Bianchini. Dall’astronomo italiano Francesco Bianchini

(1662–1729).

Questo cratere ha un diametro di 38 km e si trova quasi nel mezzo della catena montuosa dei Monti Jura, quella che borda il Sinus Iridum. Bianchini ha alte pareti dalla forma vagamente poligonale e una montagna centrale con un cratere a nord e un altro sulla parete a sud.

Harpalus. Dall’astronomo greco Harpalus, vissuto intorno al 460 a.C. È un profondo cratere raggiato con un diametro di 39 km e alte pareti che si ergono ad almeno 5000 m a ovest. Lo si distingue facilmente, perché si trova nel bel mezzo del Mare Frigoris. Sul fondo, si vedono una collina un po’ a sud del centro e un piccolo cratere sotto la parete nord.

Iridum, Sinus. Il poetico “Golfo della Rugiada”, nome dovuto a Riccioli. Inizialmente un enorme cratere, con un diametro di ben 260 km, la cui parete sud è stata completamente demolita dalla lava, una volta fl uida del Mare Imbrium. È una delle regioni più bel- le di tutta la Luna ed è spettacolare da vedere anche con un piccolo telescopio. Il bordo nord di questa formazione prende il nome di Monti Jura; una catena molto aspra che contiene

numerosi picchi, più alti nella parte centrale. Una grande mon- tagna vicino a Sharp si eleva per almeno 6000 m.

J. Herschel. Ricorda John Herschel (1792–1871), l’astronomo nato in Inghilterra dal più famoso padre William (emigrato dal- la Germania). Si tratta di una porzione della superfi cie lunare, con un dia- metro di ben 156 km, bordata da una montagna molto alta sul lato orientale. Il vasto interno contiene numerose colline, cra- teri e creste, alcune delle quali indicano la presenza di antichi circhi.

Pythagoras. Da Pitagora (circa 580–500 a.C.), il fondatore della scuola greca di fi losofi a e scienza, nella quale si passò dalla concezione della Terra piatta a quella sferica. È un cratere molto evidente con un diametro di 130 km e pa- reti stupendamente terrazzate, che in alcuni punti raggiungono i 5000 m rispetto al fondo sottostante. Sul fondo si vede fa- cilmente un gruppo montuoso centrale, sulla cui sommità P. Moore scoprì nel 1952 un piccolo cratere con il rifrattore da 83 cm di Meudon.

Robinson. Da John T. R. Robinson (1792–1882), astronomo e fi sico irlandese. Cratere a fondo piatto da 24 km con pareti terrazzate che con- tengono un craterino sul lato est.

Sharp. Nome dovuto all’astronomo inglese Abraham Sharp (1651–1742), che fu assistente di Flamsteed a Greenwich. È un profondo cratere con un diametro di 40 km. Sul fondo, si vedono una piccola montagna centrale, alcuni bastioni e una cresta a est. Sharp è circondato da alte montagne, la più alta delle quali raggiunge i 6000 m.

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TAVOLA 3

Mouchez Cassini J.J. Anaxagoras Philolaus Goldschmidt Epigenes Birmingham Anaximenes Poncelet Fontenelle MARE FRIGORIS MONTES ALPES Plato
Mouchez
Cassini J.J.
Anaxagoras
Philolaus
Goldschmidt
Epigenes
Birmingham
Anaximenes
Poncelet
Fontenelle
MARE FRIGORIS
MONTES ALPES
Plato
MONTES RECTI
TENERIFFE
MONTES
Mons Pico
MARE IMBRIUM

Anaxagoras. Filosofo greco vissuto dal 500 al 428 a.C. Cratere da 51 km con raggiera. Ha pareti terrazzate che si ergono fi no e oltre i 3000 m, rispetto al fondo, dove si trova una brillante collina centrale, alta circa 350 m.

Anaximenes. Dal nome del fi losofo greco di Mileto (585-528 a.C.). Insegnava che il Sole era così caldo a causa del suo girare vorticosamente intorno alla Terra. Cratere da 80 km con pareti che si ergono fi no a 2500 m a ovest, ma più basse nelle altre di- rezioni. A sud sono ancora visibili le vestigia di un vecchio circo.

Birminghan. Dal selenografo irlandese John Birminghan (1829- 1884). Resti di un cratere da 92 km con un interno molto acciden- tato per la presenza di molte colline. Pareti molto frammentate.

Cassini J.J. Dal fi glio di Gian Domenico, al quale succedette come direttore all’Osservatorio di Parigi (1677-1756). È una regione racchiusa da creste con una parete abbastanza ben marcata a est. All’interno sono visibili numerose colline e creste.

Fontenelle. Da Bernard de Fontenelle (1657-1757), astronomo francese. Cratere da 38 km, con pareti strette ma brillanti a sud, dove la parete è interrotta in due punti. All’interno, quasi proprio al centro, si trova un piccolo cratere.

Goldschmidt. Da Hermann Goldschmidt, astrofi lo tedesco (1802-1866). Pianura con pareti interrotte e un cratere a ovest. All’interno, vi è un piccolo cratere appena a est del centro.

Mouchez. Da Ernest A.B. Mouchez (1821-1892), che fu diretto- re dell’Osservatorio di Parigi. Resti di un cratere da 82 km prossimo al lembo durante una librazione media. Il fondo ospita una dozzina di piccoli cra- teri, alcune creste e un anello dal bordo basso.

Philolaus. Filosofo greco della fi ne del V sec. a.C.; sosteneva che la Terra è in movimento e che al centro del cosmo vi fosse un “fuoco centrale”. Cratere da 71 km con pareti terrazzate che si elevano fi no a 4000 m dal fondo, sul quale sono presenti molte irregolarità.

Pico, Mons. Montagna battezzata così da Schroeder, che si rife- riva al “Pico von Teneriffe”. Montagna isolata alta 2400 m con base di 15x25 km, ben visibile in ogni periodo in cui è illuminata dal Sole.

Plato. Grande fi losofo greco (Platone, 427-347 a.C.), allievo di Socrate. È una delle formazioni lunari più cospicue e più affa- scinanti. Si tratta di un circo da circa 100 km, con pareti a spigoli netti alte mediamente 1 km, con cime che si elevano fi no a 2 km. Il fondo liscio è costituito dallo stesso materiale di quello dei mari, mediamente più scuro ed è costellato da minuscoli crateri.

Poncelet. Dal matematico francese Jean V. Poncelet (1788- 1867). Cratere da 69 km poco appariscente, anche perché visi- bile molto di scorcio e talvolta invisibile, quando la librazione è sfavorevole.

Recti, Montes. Catena diritta così chiamata da Birt per il suo aspetto. Lunghezza di circa 90 km e altezza fi no a 1800 m. Il picco più brillante è situato circa in mezzo, ma non raggiunge la luminosità di Piton o Pico.

Teneriffe, Montes. Nome dato in ricordo dei monti dai quali Piazzi Smith fece i primi test di osservazioni telescopiche ad alta quota. È una catena montagnosa lunga circa 110 km e con al- tezze fi no a 2400 m. Queste montagne segnano la parete di un grande antico anello a sud-ovest di Plato.

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TAVOLA 4

Main de Sitter Challis Scoresby Euctemon Baillaud Meton Barrow Neison Peters Arnold W. Bond C. Mayer
Main
de Sitter
Challis
Scoresby
Euctemon
Baillaud
Meton
Barrow
Neison
Peters
Arnold
W. Bond
C. Mayer
Kane
Sheepshanks
Archytas
Protagoras
Galle
MARE FRIGORIS
Aristoteles
Mitchell
Trouvelot
Egede
Eudoxus
Vallis Alpes

Alpes, Vallis. La celebre fenditura che attraversa la catena montuosa delle Alpi e per questo chiamata Valle delle Alpi, lunga 180 km. Visibile con un piccolo telescopio, è una delle formazioni più interessanti della Luna. In passato si pensava che fosse stata provocata da un meteorite passato di striscio, ma oggi sappiamo che è dovuta al “raggrinzimento” della crosta lunare. Un potente telescopio rivela che il suo interno è attra- versato da un sottile crepaccio.

Archytas. Filosofo greco (428–347 a.C.), uomo di stato e ge- ometra. Un cratere relativamente piccolo ma brillante (32 km

  • di diametro). Mentre la parete a sud, sul Mare Frigoris, appare

liscia, quella a nord, verso W. Bond, confi na con una regione corrugata. Le pareti si elevano fi no a 1500 m dal fondo, nel cui centro vi è una montagna.

Aristoteles. Grande fi losofo greco vissuto dal 384 al 322 a.C. i cui insegnamenti infl uenzarono profondamente il mondo fi no al Rinascimento.

È un cratere con un diametro di 87 km e pareti terrazzate dotate

  • di picchi che raggiungono i 3600 m. Sul fondo vi sono molte

colline; un gruppo è quasi al centro, dove si trovano anche i resti di un vecchio circo. Dalla parete occidentale un gruppo di montagne si estende fi n quasi a Egede.

Arnold. Da Christoph Arnold (1650–1695), astronomo dilet- tante tedesco. Un circo con un diametro di 95 km e pareti molto basse, quasi assenti a sud. Il fondo è scuro e contiene un cratere a nord-ovest, alcuni minuti craterini e delle colline.

C. Mayer. Astronomo e matematico austriaco (Christian Ma- yer, 1719-1783). È un cratere prominente con un diametro di 38 km di diametro

e una grande collina centrale. A nord-est una fi la di collinette si estende fi n verso Peters.

Eudoxus. Da Eudosso, famoso astronomo greco (400-347 a.C.), allievo di Platone. Per spiegare il moto dei corpi celesti, concepì un sistema di sfere concentriche, ruotanti intorno alla Terra. Si tratta di un cratere appariscente, con pareti terrazzate e un diametro di 67 km. L’interno presenta numerose colline, spe- cialmente a nord-ovest. Nell’interno si vede un’alta collina ta- gliata da un crepaccio, che è attraversato da un’altra fessura.

Galle. Dal nome dell’astronomo tedesco Johann G. Galle (1812–1910), che avvistò Nettuno nel 1846 in base alle indica- zioni di Le Verrier. È un piccolo ma profondo cratere con un diametro di 21 km, situato a nord-est di Aristoteles, nel Mare Frigoris. Sul fondo, a ovest, vi è un piccolo cratere, e un altro è sulla parete sud.

Meton. Astronomo e matematico greco vissuto intorno al 430 a.C. (italianizzato in Metone). Benché si tratti di uno dei maggiori circhi presenti sulla Luna (diametro superiore ai 150 km), la sua posizione prossima al lembo boreale lo rende poco appariscente. Visto con un pic- colo telescopio la superfi cie interna appare liscia, ma un buon strumento mostra che in realtà il fondo è rugoso. Un grande te- lescopio mostra una fenditura che inizia da un picco a nord-est.

W. Bond. Dal celebre astronomo americano William C. Bond

(1789–1859).

Si tratta di un circo con un diametro di 158 km, al cui interno vi è un profondo cratere da 11 km. Il vasto spazio interno è attraversato da fi le di colline, e in generale tutto il fondo appare piuttosto tormentato.

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TAVOLA 5

Atlas. Uno dei titani della mitologia greca (in italiano Atlante); si trovava sull’estremità occidentale della Terra e sosteneva il cielo con le sue spalle. Da un’estremità all’altra misura 87 km e splende di una luce che ricorda quella della madreperla. Un buon telescopio rivela al suo interno colline, minuscoli crateri, cavità e crepacci. Nel centro c’è una collina non molto alta, e tutt’intorno vi sono enormi massi, come se in quel punto fosse avvenuta un’esplo- sione. Le pareti terrazzate si ergono rispetto al fondo di circa 3000 m.

Baily. Da Francis Baily (1774–1844), uomo d’affari inglese che dal 1825 si dedicò completamente all’astronomia. Fu il pri- mo a descrivere il fenomeno dei “grani di Baily”, che osservò durante l’eclisse totale di Sole del 1836. Cratere con un diametro di 27 km e pareti molto erose, in parte mancanti a sud, dove è visibile un solco che attraversa il cratere da nord-ovest a sud-est, passando per il suo centro. Sul fondo, a nord, si vede un craterino.

Bürg. Da Johann Tobias Bürg (1766–1834), un astronomo au- striaco che elaborò una teoria sul moto della Luna. È un cratere con un diametro di 40 km, abbastanza prominente, in quanto abbastanza isolato nel Lacus Mortis. Ha un fondo molto concavo, con una doppia montagna centrale, sulla cui sommità un grande telescopio rivela un minuscolo cratere. Gran parte del fondo a ovest è invaso dal materiale franato dal- la parete occidentale.

De la Rue. Dall’inglese Warren de la Rue (1815–1889), che fu uno dei pionieri dell’astrofotografi a. È un circo largo 136 km, con le pareti in gran parte rovinate o ridotte a frammenti, soprattutto nella parte sud-ovest. Nell’in-

Cusanus Schwabe Democritus Strabo Thales Gartner de la Rue MARE FRIGORIS Endymion Keldysh Baily Hercules Atlas
Cusanus
Schwabe
Democritus
Strabo
Thales
Gartner
de la Rue
MARE FRIGORIS
Endymion
Keldysh
Baily
Hercules
Atlas
LACUS
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MORTIS
terno, si vedono molte formazioni e in particolare un profondo
cratere dalle pareti taglienti, situato al centro.

Endymion. Giovane pastore della mitologia greca che, baciato dalla Luna (Selene), si addormentò per sempre. È un cratere molto evidente, con un diametro di 125 km. Il fondo scuro lo rende riconoscibile sotto ogni angolo di illumi- nazione. Le pareti sono molto alte, sui 5000 m. Visto attraverso un piccolo telescopio, il fondo di questo cra- tere sembra liscio come un tavolo da bigliardo. Ma, con illu- minazione radente, un grosso strumento rivela la presenza di macchie bianche, una striscia di luce e alcuni minuscoli crateri e colline o coni.

Hercules. L’eroe della mitologia greca dotato di una forza stra- ordinaria (in italiano, Ercole). Secondo Riccioli, a far scaturire il mito di Ercole sarebbe stato un astronomo di questo nome vissuto intorno al 1560 a.C. Si tratta di un cratere molto evidente, non solo per le dimensio- ni (69 km), ma anche perché nel suo interno vi è un cratere pro- fondo con le pareti così sottili che, viste dalla Terra, sembrano taglienti come una lama.

Strabo. Geografo e storico greco (55 a.C.–24 d.C.). È un cratere evidente con un diametro di 55 km; ha pareti ter- razzate e l’interno piatto uniforme. Perlomeno, questo è l’a- spetto che presenta se visto con un piccolo telescopio. Tuttavia, uno strumento maggiore rivela che il fondo è cosparso di mi- nutissimi crateri.

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TAVOLA 6

MARE HUMBOLDTIANUM Zeno Chevallier LACUS Mercurius L A TEMPORIS F G Carrington LACUS SPEI
MARE HUMBOLDTIANUM
Zeno
Chevallier
LACUS
Mercurius
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Carrington
LACUS
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Carrington. Da Richard C. Carrington (1826–1875), l’astro- nomo inglese che determinò il periodo di rotazione del Sole. Di questo cratere, che ha un diametro di 30 km, i piccoli tele- scopi mostrano soltanto un fondo uniforme a un livello molto inferiore a quello del terreno circostante. Solo strumenti molto potenti rivelano che il suo interno è co- perto da minutissimi craterini e attraversato da un solco che passa per il centro.

Chevallier. Da Temple Chevallier (1794–1873), l’astronomo e matematico inglese che divenne direttore dell’Osservatorio di Durham. Formazione con un diametro di 52 km, della quale rimangono essenzialmente le rovine della cinta. Con un piccolo telescopio, si può vedere all’interno solo un cratere dal fondo piatto; un telescopio potente invece rivela la presenza di molti crateri minuti, molti dei quali formano degli allineamenti.

Humboldtianum, Mare. Dal naturalista ed esploratore tedesco Alexander von Humboldt (1769–1859). Nel 1799 osservò un notevole sciame delle Leonidi dal Sud America. La visibilità di questo bacino lunare, una pianura lavica cir- condata da pareti concentriche e con un diametro di circa 170 km, dipende molto dalla librazione lunare. Il suo bordo orien- tale contiene dei picchi, talvolta visibili di profi lo, alti fi no a 5000 m.

Mercurius. Da Mercurio, il leggendario messaggero degli dei. Un bel cratere con un diametro di 68 km e il fondo essenzial- mente piatto, al cui centro si trova una bassa collina. Sempre all’interno, ma in prossimità della parete nord, vi sono due piccoli crateri, dei quali il più a nord è anche il più accessibi-

le. Un altro craterino, ancora più visibile, è situato sul pendio esterno della parete sud-ovest. I crateri indicati con le lettere F e G sono alla portata di un rifrattore da 60 mm. Come in altri casi, i craterini indicati da una lettera che si tro- vano in prossimità di una formazione maggiore, hanno come nome completo quello della formazione più la lettera. Così, i craterini F e G si chiamano Mercurius F e Mercurius G. Noi, per essere più concisi, li chiamiamo quasi sempre con la sola lettera. Tra Mercurius e il lembo lunare, vi sono diverse formazioni, tutte diffi cili da esaminare, a causa della loro sfavorevole posi- zione sul disco.

Spei, Lacus. Lago della Speranza. Denominazione recente. È una pianura lavica estesa per circa 80 km.

Temporis, Lacus. Lago del Tempo. Un’altra denominazione recente. È una pianura lavica estesa per circa 250 km.

Zeno. Filosofo e astronomo greco-cipriota (336–263 a.C.), che spiegò correttamente la ragione delle eclissi solari e lunari. Cratere da 65 km la cui visibilità è pesantemente condizionata dalla posizione prossima al bordo; ciò nonostante, vi si riesce a scorgere un cratere sulla parete nord e due su quella sud. Le piccole creste interne sono invece riservate a strumenti potenti, poiché l’interno appare piuttosto liscio, se viene osservato con telescopi medio-piccoli.

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TAVOLA 7

Briggs. Dal matematico inglese Henry Briggs (1556–1630), che sviluppò l’uso dei logaritmi neperiani. È un cratere con un diametro di 37 km e pareti piuttosto basse. Il centro e la parte nord dell’interno sono occupati da montagne e colline. Uno strumento potente rivela che il fondo è attraversato da pa- recchi solchi, tali da ricordare un piccolo Gassendi.

Eddington. Da Sir Arthur S. Eddington (1882–1944), grande astrofi sico e matematico inglese, che si occupò della struttura interna delle stelle e della Relatività. È un circo esteso (diametro di 125 km), in precedenza noto col nome di Reinhold B, con le pareti in gran parte scomparse, soprattutto verso sud-est. Con un ingrandimento moderato, si ha l’impressione di vedere all’interno, un po’ a sud-est rispetto al centro, un cratere largo 7-8 km, ma i forti ingrandimenti dimostrano che si tratta solo di due creste. Un potente strumento rivela la presenza di crepacci nella regione interna di Eddington a nord-ovest.

Procellarum, Oceanus. L’”Oceano delle Tempeste” è il più grande Mare lunare, con una superfi cie di 2,1 milioni di km qua- drati (meno del nostro Mediterraneo). Mentre i suoi confi ni sono relativamente netti a ovest, nord e sud, a est sono indefi niti.

Russell. Questa formazione ricorda il pittore britannico John Russell (1745–1806), che fu anche un appassionato di astrono- mia e selenografo. Una formazione estesa (103 km) ma molto degradata, fi no al punto che a sud la parete è totalmente scomparsa e con Struve forma quasi un unico circo con due lobi. La prima formazione che si nota, quando lo si osserva, è un profondo cratere annidato sulla parete orientale, mentre un’a-

Briggs OCEANUS Schiaparelli PROCELLARUM Seleucus nalisi più delicata rivela la presenza di minuscoli craterini sul fondo.
Briggs
OCEANUS
Schiaparelli
PROCELLARUM
Seleucus
nalisi più delicata rivela la presenza di minuscoli craterini sul
fondo.
Struve
Russell
Eddington

Schiaparelli. Dal nostro Giovanni V. Schiaparelli (1835–1910), scopritore, tra l’altro, delle relazioni tra gli sciami meteorici e le comete. È un cratere di piccole dimensioni (24 km), ma ben distinguibi- le. Le sue pareti si ergono per circa 1000 m rispetto al fondo, al cui centro si trova una collina. Uno strumento potente mostra due craterini sulla parte esterna della parete nord-est, mentre anche uno strumento più modesto, in luce radente, rivela che Schiaparelli si trova al centro di una cresta che attraversa l’Oceanus Procellarum.

Seleucus. Astronomo babilonese vissuto intorno al 150 a.C., difensore della teoria eliocentrica. È un cratere piuttosto evidente con un diametro di 43 km e pa- reti terrazzate che si elevano fi no a 3000 m rispetto a un fondo piuttosto infossato. Una caratteristica di Seleucus è quella di presentare una pen- denza delle pareti molto dolce all’esterno, aspetto che si nota bene all’osservazione telescopica, come anche una collina cen- trale e un piccolo cratere sulla parete a nord.

Struve. Per ricordare la dinastia degli Struve: Friedrich G. Wilhelm von Struve, astronomo russo-tedesco (1793–1864), Otto von Struve (1819–1905), direttore dell’Osservatorio di Pulkovo, e Otto Struve (1897–1963), astrofi sico americano nato in Russia. Una pianura con un diametro di 170 km, delimitata da una cinta montuosa bassa, sopra tutto a ovest. All’interno sono facilmen- te visibili alcuni crateri dai contorni netti.

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TAVOLA 8

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Aristarchus. Dal celebre astronomo greco Aristarco da Samo (310–230 a.C.). È un cratere non molto grande (40 km) ma eccezionalmente brillante, visibile anche quando è illuminato solo dal “chiaro di Terra” ed è al centro di una raggiera. Per la sua luminosità, Aristarchus attira subito l’attenzione di chi osserva la Luna al telescopio. William Herschel credeva che fosse un vulcano in eruzione! Si pensa che abbia avuto origine “solo” 450 milioni di anni fa. Le sue poderose pareti si elevano per ben 3000 m rispetto al fondo, al cui centro c’è una collina. Aristarco è il cratere dove sono stati osservati più fenomeni lunari transienti; bagliori e colorazioni poi scomparse. Anche degli astronauti del progetto Apollo sono stati testimoni di tali eventi.

Gruithuisen. In ricordo dell’eccentrico astronomo e fi sico te- desco Franz von Gruithuisen (1774–1852), che scrisse un libro sulla sua “scoperta” di fortifi cazioni e edifi ci lunari. È un cratere con un diametro di 16 km e la cinta alta circa 1800 m rispetto al fondo, molto netta. Circa 20 km a nord c’è un cu- rioso “ammasso” di piccoli crateri.

Herodotus. Dallo storico greco Erodoto (484–425 a.C.) di Ali- carnasso, soprannominato “il padre della storia”. È un cratere da 35 km, dalle pareti relativamente basse (mas- sima elevazione di 1000 m) e - in contrasto con Aristarchus - con l’interno scuro. Anche un piccolo telescopio mostra un craterino sulla parete nord-ovest, mentre quelli che tempestano il fondo di Herodotus sono accessibili solo a strumenti potenti.

Krieger. Un omaggio al selenografo tedesco Johann N. Krie- ger (1865–1902), che morì prematuramente per le numerose e

lunghe notti trascorse al telescopio a disegnare in dettaglio, con una precisione sorprendente, la superfi cie lunare. È un piccolo circo (da 22 km) con all’interno un curioso terra- pieno di forma quadrata e la parete nord rettilinea. A sud la cin- ta è occupata dal piccolo ma profondo cratere Van Biesbroeck (in precedenza noto come Krieger B), mentre a ovest, dove è più bassa, arriva un piccolo solco sinuoso.

Prinz. Dal selenologo tedesco Wilhelm Prinz (1857–1910), che fece studi comparativi tra la superfi cie terrestre e quella lunare. Sono essenzialmente i resti di un circo invaso dalla lava da 47 km. L’interno è disseminato da parecchi craterini e da un accen- no di collina centrale. Un solco proveniente da nord arriva fi no alla parete di Prinz, dove questa è più alta (circa 1000 m rispetto al fondo), termi- nando sulla sua parte esterna.

Schröteri, Vallis. È la maggiore valle sinuosa presente sul- la Luna, il cui nome deriva dal selenografo tedesco Johannes Schröter. Questa valle inizia 25 km a nord del cratere Erodoto e si allarga a 10 km per formare quella che l’astronomo di Cambridge W. H. Steavenson chiamò “Testa di Cobra”. Da qui in avanti essa tende sempre a restringersi. La parte fi nale, quella più a ovest, termina in un minuscolo cra- tere, ed è così sottile che sia essa che il piccolo cratere si vedo- no solo con un grande telescopio. La lunghezza totale è di 160 km; la profondità massima di 1000 m. Fu il primo solco visto sulla Luna da questo studioso di Hannover ed è visibile anche con un piccolo telescopio.