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PROLOGO

Il mio nome è Tobruk Ramarren e oggi morirò.
I raggi di un unico sole seguono un percorso incerto, disseminando le radure di
pozze di luce che si alternano ad ampie zone oscure. Aggrappati ai nostri hover monoposto, Kuom e io sfrecciamo compiendo balzi e virate fra fusti di calibro immenso,
tronchi riversi in terra e distese di arbusti, che la velocità trasforma in strisce multiformi e continue.
A guidarci è la mappa custodita nella mia mente. Come molte altre informazioni
sepolte dentro di me, ha superato indenne secoli e millenni, attraversando universi
fra loro inconciliabili, nonostante la mia resistenza, il mio continuo tentativo di
tornare indietro, arrendermi. Salvarmi. Ma in questo momento il bosco è intorno
a noi, il giorno della resa dei conti è arrivato, indietreggiare non è un’opzione ammissibile.
“La ritirata non è contemplata, Tobruk Ramarren.”
Le parole di un uomo, che non avevo mai avuto il coraggio di chiamare “padre”,
riecheggiano nella mia mente insieme a tutto ciò che la sua generosità ha saputo donarmi finché il gioco del caso, che lui si ostinava a chiamare “ destino”, gli ha concesso
di indicarmi la strada.
Il nostro obiettivo è vicino. Gli hover rallentano, mentre rami e arbusti recuperano le loro sembianze di inermi esseri viventi.
Ci fermiamo sul bordo di una radura fiorita. Una distesa di macchie rosse, viola,
azzurre, finalmente immobili, sembra darci il benvenuto. Nel mezzo, illuminato
dal sole, un drappello di cavalieri ci attende. I cavalli scalciano, nitriscono; il rumore
degli zoccoli sul terreno risuona sordo, mentre ci avvolge l’odore acre di gas ionizzato
delle armi a impulso tarate per uccidere.
Kuom è l’ultima speranza di un mondo in bilico fra realtà e possibilità, ma
questo non m’impedisce di odiarlo.
Scendiamo dagli hover. Procediamo a fatica nell’erba alta, mentre le sagome
dei cavalieri s’ingrandiscono. Puntano le armi verso di noi, gridano versi d’allarme. Kuom risponde parole che sanno allo stesso tempo di ordine e preghiera. I
cavalieri si calmano, uno di loro smonta da cavallo. Riconosco le insegne sulla sua
armatura, il copricapo che lo identifica come un condottiero, il sorriso. Quell’uomo
mi ha già tradito una volta, ed è ancora il tradimento a guidare le sue mani
mentre porgono al mio compagno un oggetto. Ma il tradimento fa parte del disegno per il quale siamo qui. Devo fare la mia parte, devo anch’io tradire i miei
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amici, al solo scopo di salvarli. Tradire me stesso e poi essere punito. È la sola certezza che mi resta.
Kuom prende l’oggetto. È un cilindro sottile, allungato. Poi il cavaliere s’inchina
con l’umiltà dei vigliacchi e dei servitori dei potenti. Perché Kuom è potente, ed è per
questo che il mio odio è così intenso. Parlano fra loro in un linguaggio che non ho mai
imparato, eppure comprendo ogni parola.
L’uomo torna fra i suoi, monta a cavallo. Gli zoccoli riprendono il loro tramestio.
Il vento si leva improvviso e schiaffeggia le nostre sagome di personaggi che recitano
il loro ruolo in questo proscenio fuori dal tempo; figure umane abbagliate dall’illusione di possedere una volontà propria.
Attendiamo che i cavalieri si siano dileguati. Quando non resta che il sibilare del
vento, Kuom apre il cilindro che il traditore gli ha consegnato. Ne estrae un’antica
mappa di carta, la svolge con cura, la osserva, la studia. Poi lancia uno sguardo
verso il cielo e individua la nostra destinazione finale.
Mi fissa, e nel suo sguardo sento echeggiare una domanda.
– Sei pronto, Tobruk Ramarren?
Annuisco, con la certezza che tutto questo è già avvenuto.
Non è un sogno.

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I.

Il nodo che sentivo alla gola non era tristezza né paura, ma la canna di un
fucile. Il sonno mi abbandonò come un vento che cessa all’improvviso. Steso
sul letto, nell’aria immobile, aprii gli occhi in un lampo. La prospettiva sdoppiava l’immagine del tubo metallico dell’arma. Il mio sguardo lo risalì, fino
alla testa di un uomo in uniforme, piegata su un lato, avvolta dal casco di protezione. Dalla fessura mi fissavano due occhi socchiusi. Una goccia di sudore
brillò su un sopracciglio. L’uomo imbracciava l’arma come se tenesse sotto tiro
un intero esercito. Cercai di parlare, ma mi stava quasi strozzando e ne venne
fuori poco più di un rantolo.
Il soldato allentò la pressione.
– Non si muova – ordinò. – Lei è in arresto.
Indossava una divisa corazzata. Erano anni che non ne vedevo una. Sul
casco nero spiccava il rametto di lichene rosso, simbolo della Repubblica.
– L’ho trovato! – gridò subito dopo, rivolgendosi verso la porta per un solo
istante. Nessun comunicatore radio. Operazione sotto copertura.
Cercai di muovermi, ma fu inutile. I soli muscoli che potevo comandare
erano dal collo in su. Doveva avermi sparato un inibitore nell’ipofisi. Questo
spiegava il sapore di sangue che sentivo aumentare in bocca. Guardai a destra,
poi a sinistra, e riconobbi la mia stanza, nella mia casa, nel cuore di Haddaiko.
Non riuscivo a ricordare quando diavolo ci ero arrivato.
– La donna è di qua! – gridò una seconda voce da un’altra stanza.
Di riflesso, tutti i muscoli che l’inibitore aveva risparmiato entrarono
in azione all’unisono. Spalancai la bocca, allargai le narici, sputai grumi di
sangue e saliva, tirai fuori la lingua. Gridai, con la forza della disperata condizione di uomo paralizzato al cospetto dei suoi torturatori.
– Non dovete toccarla!
Fu un grido rauco, disumano, assordante.
– Anche la sua compagna Alina Radu è in arresto, Signore – biascicò il
soldato.
Diedi uno strattone con il collo che scosse tutto il corpo bloccato e fece
tremare il letto. Ogni tanto gli occhi del soldato svolgevano rapide incursioni
sulle mie gambe.
– Devi sperare che l’inibitore mantenga l’effetto, o non uscirai vivo da qui
– sibilai.
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Il soldato indietreggiò di un passo tenendomi sotto tiro, se possibile, con
più convinzione. Adesso stava mirando alla fronte. Un compagno gli apparve
alle spalle.
– Non riusciamo a trovare il ragazzino! – esclamò.
– Chi siete? – gridai ancora.
– Soldati dell’Esercito Repubblicano, Signore. Con l’ordine di arrestarla.
– Per quale ragione?
– Non siamo in grado di dirglielo, signore – rispose l’altro. Era più giovane
del primo.
– Sono un ufficiale di alto grado. State commettendo un errore e ve ne
pentirete per tutta la vita.
– Lei è stato degradato, Signore.
Urla arrivarono dall’altra stanza. Una voce femminile. Alina.
– Lasciatela! – gridai a pieni polmoni. – Perché? Perché vi comportate
così? Non è questo il modo di agire della Repubblica!
– I tempi sono cambiati, Signore. La Repubblica sta morendo.
In un istante di lucidità mi chiesi come mai un semplice soldato, nel momento in cui teneva sotto tiro una delle tre o quattro personalità più importanti dell’apparato militare in cui era inquadrato, si azzardasse a fare commenti di natura politica.
Lo guardai meglio. Perché per un banale arresto lo avevano dotato di una
corazza da assalto, armi pesanti, puntatore e granate? Quella era una tenuta da
combattimento in piena regola. Era assurdo.
– Papà! – era la voce di Falk. Mio figlio. Aveva appena cinque anni e suo
padre era bloccato a letto mentre qualcuno cercava di sequestrarlo.
– Calmo, piccolo! – gridai. – Tuo padre sta bene, risolveremo tutto!
Gli occhi mi si gonfiarono all’istante. Lacrime di rabbia sgorgarono.
– Resta con tua madre! – aggiunsi, sperando che potesse farlo.
D’un tratto ritrovai la calma.
– Qual è il tuo nome, figliolo? – dissi al soldato. Se sorrise, fu solo per un
microscopico istante.
– Parìd, Signore.
– Parìd. Sai perché ti hanno ficcato dentro quell’imbracatura da guerra?
– gli dissi con tono piatto. Iniziavo a ricordare. Non era assurdo. Per niente.
Vidi un lampo nei suoi occhi. Le sue labbra iniziarono a muoversi, ma il
suono non ebbe il tempo di uscirne.
Il vento che era cessato al mio risveglio tornò a soffiare. Partì alle mie
spalle, spalancando la finestra, sotto forma di una sferzata che sollevò il soldato da terra. La stanza fu inondata di luce calda e ramata. Dalla sua arma
partì un impulso che colpì il soffitto scavando una linea incandescente durante
il volo che lo scaraventò contro la parete. Nel frattempo altri tre o quattro
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militari stavano correndo per raggiungerci nella stanza, mentre il soldato alle
spalle del primo si era gettato a terra e aveva iniziato a spararmi addosso come
un forsennato. Con una precisione di cui non sapevo di essere in grado intercettai ogni singolo impulso e lo ritorsi contro lui e gli altri, che furono centrati
e caddero, uno dopo l’altro. Marionette con i fili tagliati.
A quel punto la mia mente iniziò a fluttuare. Nessuno di quei poveri idioti
mandati allo sbaraglio sapeva nulla di utile, ma le loro divise dotate di uno
strato di rinforzo triplo dichiaravano che chiunque li avesse spediti nella mia
casa sapeva che avrei manifestato il mio disappunto in modo piuttosto inusuale. Immobile, sul mio letto, pervaso da gratitudine verso gli antichi Terrestri dai quali avevo appreso quelle straordinarie capacità, mi accingevo a
riprendere il possesso della mia abitazione. E della mia vita.
Fuori dalla porta ne abbattei due, che crollarono l’uno a peso morto
sull’altro. Il corridoio era libero. Spalancai la porta della stanza accanto e una
pioggia di impulsi si riversò sulla luce che si era aperta. Ma io ero ancora steso
nel mio letto, paralizzato dal collo in giù. Il vigliacco che l’aveva arrestata si
faceva schermo di Alina, ma dopo qualche istante gettò la sua arma in terra
e si portò le mani alla gola, rantolando. Cadde in ginocchio. Non volli ucciderlo e lasciai la presa. Alina si precipitò verso la stanza di nostro figlio e la
mia mente la seguì. Falk era rannicchiato sotto al letto, senza nessuno che si
interessasse più a lui. Lasciai la mia donna a prendersi cura del ragazzino e
spostai la mia attenzione sul resto della casa. Il grande salone al centro dell’abitazione appariva devastato. Scandagliai ogni singolo metro, abbattendo uno
dopo l’altro i soldati che si aggiravano in perlustrazione ad armi spianate.
Nei limiti del possibile, cercai di non uccidere.
Poi Alina si precipitò nella mia stanza, e vidi la scena con i suoi stessi
occhi. Il corpo semiparalizzato del suo uomo era percosso da convulsioni,
mentre la testa si voltava a destra e a sinistra, gli occhi spalancati in un’orribile
fissità, come la bocca, dalla quale usciva un suono sordo, bitonale, ininterrotto.
Si sedette accanto a me, mi prese la testa fra le mani e iniziò a sussurrare: –
Basta amore mio, basta. È finita. Noi stiamo bene.
Sentivo il calore della sua pelle sulle guance e sul collo. Cessai la presa.
– Perché? – aggiunse Alina dopo qualche istante, fra le lacrime. – Perché
sei stato lontano per tutto questo tempo, Tobruk?

* * *
Scattai in posizione seduta. Fiato corto, occhi spalancati, sudore ovunque.
Mi guardai intorno. Niente segni di sparatoria sul soffitto. Niente cadaveri in
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