Fondato nel 1948

Sped. in abb. postale
comma 20, lett. C
Art. 2 - Legge 662/96
Taxe perçue - Tariffa riscossa
To C. P. M.

Periodico della Famiglia Cottolenghina

Anno 68° n. 3 giugno-luglio 2016

Dio parla nel silenzio
del cuore
Ascoltare è l’inizio
della preghiera

Fondato nel 1948

SOMMARIO

Sped. in abb. postale
comma 20, lett. C
Art. 2 - Legge 662/96
Taxe perçue - Tariffa riscossa
To C. P. M.

Periodico della Famiglia Cottolenghina

Anno 68° n. 3 giugno-luglio 2016

Dio parla nel silenzio
del cuore
Ascoltare è l’inizio
della preghiera

3
La misericordia, un ideale di vita
4-5
Terremoto in Ecuador, Cottolengo in prima linea
6-7
Non c’è cura senza cuore
8-9
I poveri e la globalizzazione
10-11
Le opere di misericordia
12-13
Il valore più presioso
14-15
La persona al centro delle cure
16-18
Ricorrenze importanti
19
L’orario di cena ci seppellirà...?
20-21
Teresina
22-23
Un’esperienza indimenticabile
24-25
La nostra parte
27-27
Nuovo ambulatorio per le persone in difficoltà
28
Un momento da condividere, Testimone per tutta la vita
29
Katja e il senso della vita
30
Don Franco Bertini, nella casa del Padre
31
Oggi è primavera...
32
Il punto

Fondata nel 1948
Anno 68
n. 3 Giugno-Luglio 2016

Don Roberto Provera

Don Emanuele Lampugnani

Stefano Di Lullo

Periodico della Famiglia Cottolenghina
Periodico quadrimestrale
Sped. in abb. postale
Comma 20 lett. C art. 2 Legge 662/96
Reg. Trib. Torino n. 2202 del 19/11/71
Indirizzo: Via Cottolengo 14
10152 Torino - Tel. 011 52. 25. 111
C. C. post. N. 19331107
Direzione Incontri
Cottolengo Torino
redazione. incontri@cottolengo. org
l Direttore responsabile:

Don Roberto Provera

l Redazione:

Caporedattore: Salvatore Acquas
Redattori:
Mario Carissoni

Gemma La Terra

l Collaboratori:

Don Emanuele Lampugnani - Fr. Beppe Gaido Paola Bettella - Patrizia Pellegrino - Nadia Monari

l Progetto grafico:

Salvatore Acquas

l Impaginazione:

Giovanni Grossi

l Stampa: Tipografia Gravinese

Via Lombardore 276/F - Leinì - Tel. 011 99. 80. 654

Alessandra R.

Don Carlo Carlevaris

Fr. Beppe Gaido

Mario Carissoni

A cura di Gemma La Terra e Salvatore Acquas

Gli Amici del Cottolengo

Don Andrea Bonsignori

A cura di Gemma La Terra e Salvatore Acquas

Silvia

La Redazione

La Redazione

Ginetta

La Redazione ringrazia gli autori di articoli e foto,
particolarmente quelli che non è riuscita a contattare.
Incontri è consultabile su: www. cottolengo. org
entrate a cuore aperto
http://chaariahospital. blogspot. com/
Questa rivista è ad uso interno della Piccola
Casa della Divina Provvidenza (Cottolengo)

La Redazione

P. Lino Piano

La Redazione

Misericordia
Comunione

M

isericordia. È una parola che risuona spesso in questi tempi. Vi propongo un viaggio al centro della misericordia, alla scoperta del core, che essa nasconde.
Ricordiamo il latino cor-cordis, cuore. Già abbiamo raggiunto
una notevole profondità: il cuore. Il cuore dell’uomo, il suo nucleo. E poi rimane “miseri”. È naturale pensare alla miseria, alla
miseria umana, all’uomo misero. Ma c’è una relazione fra cuore e misero? Sì, se il cuore si volge, si protende, si china sul
misero, e lo abbraccerebbe, se potesse. Ecco il segreto della
misericordia. È un volto dell’amore, che non si rinchiude in se
stesso, ma esce e vede e incontra un povero e vorrebbe afferrarlo e trascinarlo su, su, verso l’alto, verso la luce della dignità
propria di ogni essere umano, immagine di Dio. Ma. Quanti ma
paralizzano questo amore, che così rimane solo un sentimento,
un’emozione, nobile, certo, ma nulla più.
Eppure...
Comunione. Altra parola... magica. Comunione proviene da comune. E comune? Qual è il core di questo termine così... comune?
Ci soccorre ancora una volta il latino. Co-munus. Munus richiama
il compito, il dovere, la missione. Co è evidente rimanda a con,
insieme, tutti. Qual è allora questa responsabilità, che interpella
tutti, che coinvolge tutti, che chiama in causa tutti, consapevoli o
no, volenti o nolenti? Non è forse quella solidarietà, che sgorga
dalla natura umana, cui tutti partecipiamo? Come allora possiamo chiudere gli occhi e il cuore di fronte a un essere umano,
che soffre? Come possiamo fingere di ignorare quel fratello in
umanità, che mi passa accanto e che magari ha la pelle nera?
Posso considerarmi umano e cristiano, se non tendo o allargo la
mano verso quel povero, che mi guarda implorante? Posso ipocritamente tacitare il cuore e trattenere la mia mano, al pensiero
che forse chi mi sta innanzi è un falso povero, uno sfruttatore, un

il punto

delinquente, chissà quante ne ha combinate! Perché non va a lavorare? E siamo
molto bravi a zittire quella vocina che sale
da quel residuo di coscienza, che ancora
sopravvive nella nostra anima.
Lo so, lo so, cari amici. Tu, io, lui non possiamo salvare il mondo, anche se lo desideriamo sinceramente. Ma il tuo piccolo
gesto, il mio piccolo gesto, il suo piccolo
gesto possono salvare un piccolo mondo, il mondo di quel povero.
l d. roberto

incontri |

3

spiritualità

La misericordia
un ideale di vita

Dio non si stanca mai di perdonare.

N

ella Bolla di indizione dell’anno
giubilare (Misericordiae Vultus)
Papa Francesco ha fatto un invito:
«Tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace
dell’agire del Padre... perché la Chiesa renda più forte ed efficace la testimonianza dei
credenti» (Bolla 1, 3). Sulla scia dell’invito
del Papa, si vogliono offrire, in questo articolo, alcune riflessioni sul tema della misericordia nella Bibbia, tenendo sempre
sullo sfondo la Bolla Papale di indizione
dell’anno giubilare.
Il lessico biblico sulla misericordia Divina
usa diverse espressioni; la misericordia di
Dio viene rivelata come un Suo sentimento intimo, profondo e amoroso (cfr. Sal
103, 3) ma anche come tenerezza, compassione e perdono (cfr. Sal 106, 4). La
decisione di Dio di agire con misericordia
è confermata anche quando la risposta
dell’amato è il tradimento (cfr. Is 63, 7).
Essa inoltre non è solo sentimento interiore, ma si traduce anche in gesti concreti di compassione; scrive ancora Papa
Francesco nella Bolla: «La misericordia di
Dio non è un’idea astratta, ma una realtà
concreta con cui Egli rivela il suo amore
come quello di un padre e di una madre che
si commuovono dal profondo delle viscere
per il proprio figlio» (Bolla, 6).

Per questo la rivelazione definitiva del nome di Dio a Mosè
nel libro dell’Esodo culmina con l’affermazione: «il Signore,
il Signore, Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira e
grande nell’amore e nella fedeltà» (Es 34, 5-6).
La piena rivelazione della misericordia Divina avviene poi attraverso Gesù: «Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti
e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio» (Bolla, 1).

Gesù ha posto la misericordia
come un ideale di vita e come criterio
di credibilità per la nostra fede

Egli l’ha narrata vivendola nel suo corpo, compiendola nelle
sue azioni, piegandosi amorevolmente su ogni forma di miseria
umana, verso tutti coloro che fisicamente o moralmente avevano bisogno di pietà, compassione, presenza, aiuto, sostegno,
comprensione, perdono. La misericordia di Gesù è stata globale e radicale, offerta prima ancora che richiesta, poiché è proprio dell’amore misericordioso fare il primo passo.
Ricorda ancora Papa Francesco: «I segni che Gesù compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse,
malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in lui
parla di misericordia e nulla è privo di compassione... ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non era altro che la misericordia,
con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al
loro bisogno più vero» (Bolla, 8). Misericordia quindi piena verso
gli esclusi, i peccatori, gli stranieri e i sofferenti.

4 | incontri

Contemplando questo volto misericordioso di Dio, la persona
cristiana è quindi chiamata a vivere in modo misericordioso; scrive ancora Papa Francesco: «Gesù afferma che la
misericordia non è solo l’agire del Padre ma diventa il
criterio per capire chi sono i suoi veri figli... Gesù ha
posto la misericordia come un ideale di vita e come
criterio di credibilità per la nostra fede» (Bolla, 9).
Per questo Gesù ci chiede «Siate misericordiosi
come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6, 36);
rinnovati nella carità da questo sguardo divino, i discepoli di Gesù sono quindi chiamati a
edificare comunità evangeliche nelle quali la
misericordia, ricevuta e donata, è esperienza
concretamente vissuta che le distingue e le
edifica; comunità nelle quali emerge anche
in modo forte e concreto l’attenzione e l’aiuto
rivolto alle persone che si trovano in situazioni
di bisogno, sia materiale che spirituale.
Anche san Giuseppe Cottolengo fu uomo di
grande misericordia, come traspare dalla sua
grande carità verso i poveri, ed anche dalla sua
cordialità nel trattare con le persone: “Il modo di trattare di san Giuseppe Cottolengo era con tutti alla buona,

con tutta bontà, come padre verso i suoi
figliuoli, e non dava ad alcuno soggezione … Era schietto, semplice, ciò che voleva
dire lo diceva senza studiare le frasi, sempre allegro … Egli correggeva il male, ma
non mancava di rispetto alle persone” (P. A.:
Suor Marcellina Degioanni, IX, 1475); “Mi ricordo d’aver udito da vari penitenti di San
Giuseppe Cottolengo, ch’egli come confessore era benigno, caritatevole assai e buono. Copiosissimi poi erano i frutti ch’egli
riportava dal confessare”; “Il Cottolengo
assisteva gli ammalati con tale attenzione
e piacere, vegliando all’occorrenza la notte
intera presso di loro, che tutti, infermi o sani
ne restavano edificati, tanto che, quando il
servo di Dio lasciava quella casa, solevano dire: quando viene il nostro curato,
sembra che si porti via tutto il nostro
male” (P. O. : P. Anglesio IX, 497).
Questo anno della Misericordia
può essere un tempo favorevole per suggerire, anzitutto
a noi stessi, ma anche a
quanti raggiungiamo con
la nostra presenza e le
nostre azioni, percorsi di
riconciliazione oltre che
con Dio anche con se
stessi e con i fratelli.
Contemplare la misericordia di Dio e del Suo
figlio Gesù può essere
allora il modo migliore per
rinnovare il nostro desiderio e il nostro impegno per
cercare di diventare noi stessi
“misericordiosi come il Padre celeste”.
l Don Emanuele Lampugnani

incontri |

5

Terremoto
in Ecuador

notizie
cottolenghine

E

cuador, le comunità dei religiosi del
Cottolengo sono in prima linea nell’accogliere e prestare soccorso dopo il
violento terremoto che nella notte tra il 16
e 17 aprile ha lasciato devastazione ovunque, il sisma più violento mai registrato nel
Paese, 525 le vittime accertate (ma il numero è destinato a salire), migliaia i feriti e
i dispersi. Parlano le suore cottolenghine.
Suor Mary stava prestando il suo servizio con gli ospiti della Piccola Casa del
Cottolengo di Torino quando arriva quella
telefonata che non si vorrebbe mai ricevere: «Manta è distrutta, tutto l’Ecuador è in
ginocchio».

L’aiuto di Dio e dei
fratelli dia loro forza e
sostegno

Suor Mary Soshiyath vive, infatti, nella Casa del Cottolengo di Manta in
Ecuador dove operano tre sorelle cottolenghine, uno dei luoghi più colpiti
dal violento terremoto che nella notte
fra sabato 16 e domenica 17 aprile ha
sfiorato magnitudo 8 lasciando deva-

6 | incontri

Cottolengo in
prima linea
stazione, morti e migliaia di dispersi. Suor Mary si era recata
per alcuni giorni alla Piccola Casa di Torino, e non riesce
ancora a credere all’accaduto, a questa ulteriore dura prova che colpisce un luogo così segnato dalla povertà e dalla
miseria che lentamente sta iniziando a camminare con le
proprie gambe.
Quando la incontriamo è indaffarata a riempire le valigie di
medicinali, ci dice che è rammaricata per non essere stata lì
in quei momenti. Mercoledì 20 aprile suor Mary è rientrata a
Manta per farsi accanto alla sua gente, secondo la missione
che quotidianamente la famiglia cottolenghina porta avanti
nelle case sparse in tutto il mondo, con al centro una porta
aperta e una mano pronta ad accogliere e accompagnare.
Le suore, i fratelli e i sacerdoti del Cottolengo hanno tre case
in Ecuador, a Manta, ad Esmeraldas e a Quito.
«La nostre strutture – afferma suor Mary – sono rimaste in
piedi, attualmente stiamo ospitando diverse famiglie che
hanno perso la casa». «L’aiuto di Dio e dei fratelli dia loro
forza e sostegno». È stato il messaggio che Papa Francesco
ha rivolto alle popolazioni colpite al Regina Coeli di domenica scorsa. La casa di Manta è un punto di riferimento per i
barrios (quartieri) delle periferie della città devastati, in particolare il barrio Santa Marta, si tratta di case costruite con
legno, lamiere, bambù. «La stagione delle piogge – prosegue
– aggrava la situazione, fiumi di fango spazzano, infatti, via le
poche abitazioni rimaste in piedi. Gli sciacalli hanno poi completato l’opera facendo man bassa nelle case abbandonate e
fra le macerie». Le case dei religiosi non hanno subìto danni
strutturali ma manca luce, acqua, cibo, il che rende difficoltose le operazioni di soccorso e l’ospitalità verso chi ha perso
tutto, in particolare si rischia l’emergenza sanitaria.

«Operiamo in un’enorme città – prosegue suor Olga Caddeo,
che ora è a Torino e prestò servizio per molti anni a Manta – in
una periferia popolosa che vive di pesca, una zona poverissima». A Manta le sorelle gestiscono un centro di accoglienza e
cura con 70 posti-letto per i malati terminali che vengono dimessi dagli ospedali e lasciati per strada, o in un angolo delle
proprie case dove non possono ricevere l’assistenza adeguata. «Noi li accogliamo e li accompagnamo – afferma suor Olga».
I fratelli del Cottolengo conducono invece una casa per anziani.
A Esmeraldas, città sull’oceano Pacifico, la casa del Cottolengo
sorge in un quartiere poverissimo formato da afroamericani,
«La nostra comunità – spiega suor Olga – punta sul sostegno
sanitario e su progetti di integrazione e istruzione per costruire
un futuro. Sono infatti attivi un dispensario medico, una scuola
materna, elementare e un college.
L’Ufficio missionario della diocesi di Torino è in contatto costante con la missione di Manta, in cui numerosi giovani torinesi dal
2009 hanno prestato servizio attraverso esperienze missionarie. Da Torino dunque ci si appresta ad organizzare il prossimo
viaggio missionario con lo scopo di sostenere la ricostruzione
post-terremoto.
l Stefano Di Lullo

incontri |

7

testimonianza

E

Non c’è cura
senza cuore

ccoci qua… via Cottolengo 13, Corsi di Laurea in Infermieristica
e Magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche. Primo giorno. Sulle spalle uno zainetto pieno dell’orgoglio di aver superato il test d’ingresso, ma anche dei dubbi di chi sa d’incominciare
un cammino arduo, lungo, per nulla semplice. Il tutto misto alla
consapevolezza di avere avuto anche tanta fortuna e, mai come
ora, la certezza che le preghiere e i desideri siano stati in qualche
modo ascoltati. Mi sovrasta una grande responsabilità verso chi
mi aveva voluto lì e chi non sarebbe potuto esserci. Salendo le
scale, uno strano rumore… e l’immagine, altrettanto strana, di una
suora bianco vestita, chitarra in mano, che intona “Danza la vita”.
“Che strana Università è mai questa?” Soprattutto mi chiedevo,
nel constatare quanto mi facesse bene, da quanto tempo la mia
giornata non cominciasse con un canto. Era stato spontaneo
sorridere ai miei futuri amici colleghi!
D’incanto, l’ansia e lo smarrimento avevano ceduto il posto alla
piacevole sensazione del sentirmi accolta, di fare parte di un
tutto che non sarebbe potuto cominciare senza di me. Lì ero
importante, unica: udire il mio nome, all’appello, e rispondere il
mio “presente!” significava che, nel mio esserci, venivo davvero
considerata un dono.
Ero pronta: mi attendevano ore e ore di studio del corpo umano, lezioni sulla complessità assistenziale; cuore, polmoni, sangue, guanti, aghi, siringhe sarebbero stati il mio pane quotidiano...

8 | incontri

Invece, nelle giornate universitarie che
hanno riempito i primi mesi, il cuore non
l’ho visto se non in una sbiadita immagine
di un atlante anatomico. Qui, il cuore prima
ti insegnano a sentirlo: “mettiti una mano
sul cuore”, “ascoltane i battiti, il ritmo”. Da
lì occorre far partire tutto, devi “danzare” la
vita. Ricordo ancora una frase bellissima: “Il
rapporto con la persona assistita dovrà essere simile ad un ballo, dove il tuo cuore ed
il suo cuore saranno la musica di sottofondo”. Pensavo che la materia più importante
sarebbe stata l’anatomia e invece quella
fondamentale, non riportata nei piani di
studi e nei testi, è quella che chiamerei:
“Ascolta te stesso e gli altri”.

Gli strumenti a mia disposizione: l’intelligenza, i libri, la fatica, certamente; ma “il di più” sarebbero stati umiltà, altruismo, gratuità
e soprattutto abbassamento all’altezza del bisognoso di aiuto,
chiunque fosse. L’avvicinarmi all’altro e, come fa un buon marinaio, il gettargli una fune salvandolo dal mare in tempesta della vita,
avrebbero ispirato e guidato tutto il mio percorso universitario.
In questa Università si insegna prima di tutto una sorta di codice

Prendersi cura delle persone,
con le giuste competenze.
In ogni momento della loro vita.
Questa è la professione
dell’infermiere

dell’anima: gli studenti vengono orientati ad essere cercatori instancabili di verità, pensatori che sviluppano un pensiero critico, in
costante tensione verso la ricerca del bene e della salute.
Durante il periodo di tirocinio, impreparata, di fronte a un abisso
di dolore, malattia, timidezza, pudore, alla rabbia di chi è costretto
a stare in un letto, alla paura del solo e del povero, mi sono chiesta
se fossi nel posto giusto, la persona giusta e avessi gli strumenti
giusti. In effetti quanto mi aveva dato l’Università erano le mie mani
e il mio cuore … e mi era stato promesso che sarebbero bastati.
Così è stato: ho teso le braccia e ho ricevuto in cambio solo sorrisi, abbracci e tanta gratitudine. “Siete gocce di compagnia in un
oceano di solitudine” ha detto qualcuno; lì ho compreso che si era
cominciato a ballare insieme e a capire il senso del “danza la vita”
del primo giorno.
Durante gli esami del primo anno, noi studenti abbiamo dovuto
fare i conti con le difficoltà e la paura di fallire, deludendo chi
aveva riposto fiducia in noi: genitori, fidanzati, amici e noi stessi.
Sapevamo quasi per certo che l’essere valutati non ci avrebbe
fatto piacere, poiché ciò avrebbe comportato il confronto con le
nostre debolezze e vanità; perciò abbiamo dovuto trovare nuovi meccanismi di organizzazione e di adattamento. Qualcuno
avrebbe voluto mollare, altri l’ha fatto, qualcun altro ha anche

pianto; ma i più hanno saputo superare
lo smarrimento e lo scoraggiamento proprio mettendosi la mano sul cuore e affidandosi a un Compagno di corso. Ebbene
sì, ci stanno anche insegnando che da soli
non si arriva da alcuna parte e chiedere
aiuto e condividere bisogni e attese sono
un modo per rendere il cammino meno
faticoso e accidentato: insieme si arriva
più facilmente alla mèta finale.
Ci sentiamo un po’ tutti piccoli principi,
alla ricerca di quell’invisibile agli occhi,
mai cessato di cercare e abbiamo iniziato a comprendere perché si può solo
vedere col cuore. Noi studenti cottolenghini del primo anno desideriamo che
lo studio diventi un modo alternativo di
amare le persone e noi stessi. Nessuno
può dire se diventeremo bravi infermieri, se questa è la strada giusta, se il coraggio e la forza di continuare a seguire
quella Luce, che scorgiamo lontana davanti a noi, ci accompagneranno sempre.
Sappiamo per certo, però, che qualcuno
ascoltandoci ci avrà insegnato ad ascoltare, amandoci ad amare, accogliendoci
ad accogliere, sorridendo a sorridere, rispettandoci a rispettare e curandoci ad
aver cura: l’Università sarà l’arco e noi le
frecce, e porteremo dentro le nostre siringhe l’amore per l’essere umano, che
avremo imparato a sentire e sperimentare fra questi piccoli banchi grigi, sui quali
appoggiamo fieri ogni mattina, lo stesso
zainetto del primo giorno.

l Alessandra R.
Studentessa 1° anno di Corso
di Laurea in Infermieristica

incontri |

9

testimoni
cottolenghini

on gli
n
e
e
Com rido d a
il g i senz o,
e
r
t
ti
or
sen migra za lav
im , sen a?
tti a cas
i
r
i
d enz
s

I

giganteschi processi scientifici e tecnologici di questi ultimi decenni aprono
agli abitanti del nostro pianeta delle
prospettive di sviluppo e di gestione del
loro destino come mai prima d’ora.
Sempre più, oggi, gli uomini pensano di
essere in grado di prevenire e curare
la malattia, di assicurare a ogni essere
umano pane e lavoro, di comunicare con
i luoghi più sperduti del mondo, di eliminare le fatiche e i pericoli del lavoro, di
permettere alle donne di prendere un
conveniente ruolo nella società, di assicurare a tutti i giovani le occasioni favorevoli per la loro educazione e formazione.

10 | incontri

I poveri e la

globalizzazione

Una tale mondializzazione, basata sulla solidarietà e la cooperazione, sarà una vera occasione per lo sviluppo dei popoli, per la
democrazia e per la pace. Essa risponde al messaggio di Gesù
Cristo che ci dice di guardare all’altro non come un avversario,
un concorrente da battere, ma come un fratello da amare.
Tutti gli uomini, ma, per tale motivo, tutti i cristiani, sono chiamati ad impegnarsi insieme con i vicini di quartiere, di lavoro,
di organizzazioni sociali, a costruire un avvenire di progresso.
Ma questo obbiettivo è enorme, difficile, impegnativo. Come non
sentire il grido degli immigrati senza diritti, senza lavoro, senza casa?
Come non rendersi conto del potere del denaro, incoraggiato
anche da una parte della società, che porta al disimpegno sullo
stato sociale e alla caduta di ogni regolamentazione? Come non ignorare la pressione delle multinazionali sulle piccole
imprese costrette a vendersi ai più forti?
Come non vedere il dominio dell’economia dei Paesi più ricchi sugli stati poveri del Sud? Come non constatare che la
politica del dio-denaro della speculazione
concentra sempre di più il potere nelle mani di pochi, per il massimo profitto
realizzato a spese dei più deboli? Le 200
principali imprese del mondo realizzano
un quarto dell’attività economica, mentre
impiegano meno dell’1% della manodopera mondiale. 250 milioni di bambini lavorano per sopravvivere, loro e la propria

famiglia. Meno del 10% della popolazione
mondiale possiede l’80% della ricchezza.
È urgente gridare che lo sfruttamento di
cui è vittima la gran parte della popolazione del mondo è un cammino di disumanizzazione. Campagne ideologiche vogliono
farci credere che gli speculatori sarebbero
dei benefattori perché offrono lavoro ad
alcuni, ma in verità essi producono conflitti e concorrenza tra i poveri ed esportano
armi con cui si uccidono tra loro.
Le difficoltà della vita, la disoccupazione,
la paura del domani, l’esclusione dall’impiego, tutte conseguenze di questo sistema, sono anche fonti di intolleranza e di

razzismo. C’è chi semina odio e contrapposizione tra poveri,
mentre sfrutta il lavoro nero come fosse un’elemosina ad un
extracomunitario. Il razzismo e il Vangelo sono incompatibili.
Molti intorno a noi incominciano a rendersi conto, a rifiutare e a
rivoltarsi contro un sistema internazionale che schiaccia i diritti
fondamentali degli uomini e dei popoli per privilegiare unicamente l’efficacia economica e la rendita finanziaria.
La storia ci insegna che quando gli uomini e le donne prendono
coscienza del loro destino, nessun idolo è indistruttibile, nessun modello è irreversibile. E siamo coscienti che questo cammino è oggi più difficile di ieri, perché niente e nessuno sfugge
ai tentacoli e alle sollecitazioni di questo modello di vita che ci
viene proposto dalla società dei consumi.
La nostra partecipazione attiva alla vita della gente e la nostra
fede in Gesù Cristo ci sollecitano ogni giorno a prendere coscienza e a combattere questo stile di vita. È in questa lotta che
noi troviamo il modo di far emergere e condividere la speranza
che ci anima. Insieme a tutti coloro che ritengono che l’uomo
vale più del denaro, siamo persuasi che possiamo aprire un avvenire diverso per tutti. È là che noi dobbiamo essere, perché è
là che si costruisce l’uomo.
È là che Dio si propone a coloro che lo cercano come il Dio dei viventi.

l Don Carlo Carlevaris
incontri |

11

testimonianza

Le opere di

Misericordia

P

er me, man mano che il tempo è passato e la vita mi
ha ferito e formato con il suo rullo compressore, sono diventate sempre più il fulcro della mia
spiritualità.
Oggi sono convinto che il centro di gravità, a cui il
Signore mi attira fortemente giorno dopo giorno, sia
l’interiorizzazione del fatto che nel povero che servo c’è
Gesù. Sì, penso che questa sia la semplificazione esistenziale a cui Dio mi sta conducendo, con l’aiuto del tempo
che passa inesorabile. Piano piano mi rendo conto che tanti orpelli, anche spirituali, sono crollati; prendo coscienza di
molte cose che in passato mi erano sembrate centrali e a cui
ora non credo più o do sempre meno importanza.
Però questa idea-forza non viene meno e cresce giorno per
giorno: io ho la possibilità di incontrare il Signore tutti i giorni
in quanti hanno bisogno del mio aiuto. Ecco la centralità delle
opere di misericordia. È una sorta di contemplazione nell’attività in cui ho la possibilità di avere Gesù tra le mani tutti i giorni e
di servirLo sempre meglio nelle sue necessità fisiche e spirituali.
In tale sforzo mi aiuta moltissimo la spiritualità del Cottolengo,
quando mi incita a “non farmi chiamare due volte, ma a volare al
letto del malato come sulle ali della carità”. Mi ricorda che i malati
sono come “la pupilla dell’occhio” nella nostra vita quotidiana,
la verifica del nostro cristianesimo, in cui
abbiamo la diuturna possibilità di verificare se in cappella abbiamo veramente
pregato o se abbiamo solo blaterato parole non diventate vita.
Oggi è un volto, in particolare, che mi ha
riportato profondamente alle opere di
misericordia, che possono essere il mio
cammino semplice e quotidiano verso la
santità. Ho meditato più volte sulla nostra
chiamata a “dar da mangiare agli affamati”, soprattutto quando ero con Gideon, 45
anni, al quale da tempo è stato diagnosticato un carcinoma alla lingua. Ha venduto
tutto e subìto parecchi cicli di radioterapia. Purtroppo però, non è migliorato ed
inoltre le radiazioni gli hanno bloccato l’articolazione temporo-madibolare. Gli hanno anche provocato un grosso buco alla
guancia destra, da cui si vedono dei molari
traballanti.
Gideon sta morendo di fame e di sete… È
difficilissimo nutrirlo poiché non può apri-

12 | incontri

re la bocca. Non sono le metastasi ad ucciderlo, ma la denutrizione. È molto buono
e sa che stiamo facendo tutto il possibile.
Abbiamo inserito un sondino nasogastrico per nutrirlo con delle pappette semiliquide a base di latte e miglio e dei passati
di verdure e frutta: un lavoro di grande
pazienza.
Un giorno stava quasi per soffocare.
Guardando attraverso il buco nella guancia, ci accorgiamo che manca un dente:
con orrore ci rendiamo conto che un
molare è ormai all’imbocco della faringe,
pronto ad infilarsi in trachea. La possibilità ci terrorizza, anche perchè non potremmo neppure tentare di intubarlo,
visto che non puo’ aprire la bocca. Alla
fine dobbiamo prendere una decisione
non facile.
Jesse si mette una luce frontale e con coraggio inserisce delle lunghe pinze che

Il Giubileo che
stiamo vivendo
ci invita a riscoprire
le opere di
misericordia

arrivano fin sopra l’epiglottide del paziente. Lui è molto bravo
e cerca di non tossire. Il nostro anestesista alla fine riesce ad
afferrare il dente e lo estrae attraverso la guancia. Gideon riprende a respirare più regolarmente e il colore cianotico migliora. Per non correre altri rischi decidiamo di estrarre i molari,
almeno dalla parte in cui sono accessibili attraverso la breccia.
Gideon è ancora vivo… non sappiamo per quanto! Sta in isolamento a causa dell’odore che emana la sua bocca. Ha gli occhi
chiaramente disperati, ma è sempre molto riconoscente ogni
volta che uno di noi si siede vicino al suo letto per pompargli
in corpo quegli elementi di cui ancora ha bisogno per sopravvivere.
Non possiamo fare molto per prolungare la sua vita, ma ora
almeno non sente più i crampi della fame.
l Fr Beppe Gaido

incontri |

13

specchio
dei tempi

Il valore più prezioso
S
tiamo ormai da tanto tempo vivendo
grosse trasformazioni sociali che hanno cause complesse e radici lontane,
ma che hanno prodotto cambiamenti difficili da controllare. Progressi della scienza, della tecnica e della medicina, cambiamenti nel lavoro e nel campo economico,
fenomeni migratori di dimensioni bibliche,
mescolanza di razze e culture; un insieme
che ha profondamente modificato il nostro modo di vivere. Trasformazioni che
hanno anche portati benefici per l’umanità, ma di cui purtroppo solo pochi hanno
saputo cogliere l’utilità per trasformare
la loro vita, migliorarla e viverla nel cuore delle comuni esperienze fondamentali
nella famiglia umana: una morale rispettosa dell’uomo e della natura, nella pace e
nel benessere per tutti. Incontriamo, purtroppo spesso, egoismo diffuso, imbarbarimento nei conflitti, guerre regionali motivate da distorti ideali religiosi, carichi di
odio, menzogne e paura.
Sono spazi storici che stiamo percorrendo tutti e, consapevoli o meno, passiamo
attraverso avvenimenti e situazioni che
ci pongono dinnanzi realtà sconfortanti. In molte parti della Terra, anche nel
mondo vicino a noi, le certezze della vita
quotidiana sono ormai precarie, svilite e
private del riconoscimento dei diritti fon-

14 | incontri

damentali che tutelano la dignità umana. Ne siamo investiti e
magari possiamo anche subirne conseguenze, ponendoci di
fronte a realtà che vanno anche a invadere l’ambito familiare.
Tutto questo deve renderci vigilanti e pronti a reagire, per ricuperare la serenità necessaria a difendere i legami nati quando
tutto andava bene e tempi migliori consentivano una vita con
poche inquietudini.
Nel cuore di questi legami si colloca il valore più prezioso, lo
spazio della famiglia. Un bene da difendere con tutte le nostre
forze, per mantenervi sempre vivo il dono dell’amore come irrinunciabile necessità. Un amore che per l’anima della famiglia
deve essere il cuore di una rinascita.
La lotta, poi, per la difesa di quanto rimasto del nostro piccolo
benessere personale, potrebbe averci portati al rischio di vivere
reclinati su noi stessi, diffidenti o chiusi alle ordinarie relazioni

della vita quotidiana, al punto di trascurare l’impegno di ogni cristiano di mettere il
proprio tempo a disposizione e in comunicazione con chi ci vive accanto. Forse
non potremo risolvere problemi difficili o
insormontabili ma trasmettere speranza
sì, attivando la parte migliore che è in noi,
stabilendo normali relazioni, muovendoci attraverso elementi di autentica umanità, amando il nostro prossimo al punto
di prevenirne i bisogni. Un percorso non
tanto difficile da seguire: partendo dai
propri congiunti cercare apertura verso
l’altro, confidenze amichevoli sono necessarie per fare i primi passi verso reciprocità che poi portano a stabilire rapporti e le risposte necessarie per l’inizio
di un dialogo. Dobbiamo cominciare ad
usare la parola dare nella gratuità e insieme fare ogni sforzo per passare dall’IO
egoista alla bellezza del NOI fraterno, ricuperando la coscienza che facciamo
parte di un progetto antico che dà signi-

Dai a ogni giornata
la possibilità di essere
la più bella
della tua vita

ficato alla nostra vita. Rendendoci capaci
e forti nelle scelte, solleciti nel rispondere
alle chiamate per ritrovare speranza e
nuove gioie da condividere. Una piccola dimostrazione d’amore, umile ma costante, giorno dopo giorno, può portarci
verso quei piccoli passi tanto necessari

per controllare e trasformare la nostra vita. Credenti e non credenti, appartenenti alle più varie fedi religiose, ma insieme con
tutti gli uomini di buona volontà accomunati da un impegno
faticoso, costante ed eroico, se necessario, con un unico desiderio: un mondo aperto ai valori della fiducia, dell’accettazione
e della condivisione. Quanto basta, ad esempio, per modificare
il diffuso concetto che l’immigrazione è un costo sociale ed economico. Stiamo vivendo un trapianto di genti che si può quasi
dire necessario; va a compensare il calo di natalità proprio delle
nostre popolazioni. L’immigrazione accettata, ben guidata da
programmi intelligenti e lungimiranti, nel tempo potrebbe anche diventare conveniente. Ma anche non lo fosse, sono sempre dei fratelli!
l Mario Carissoni

i nostri
ospedali

L’Ospedale Cottolengo è una delle più antiche
istituzioni della Piccola Casa, comprende diverse specializzazioni altamente qualificate
e per questo è molto frequentato. La nostra
redazione, proponendosi di scoprire l’anima
dei servizi resi, cercherà di conoscere le diverse
realtà, partendo dal Servizio di Fisioterapia.

La persona

al centro
delle cure

E

ntrando in punta di piedi, ci si affaccia quasi timorosi di disturbare, come si spinge con delicatezza
il portone di una silenziosa chiesetta
di campagna. Un corridoio luminoso
accoglie i pazienti in attesa di incontrare mani amiche, che con dolcezza li
accompagneranno nei box o nella palestra per la rieducazione. Siamo nella
Fisioterapia dell’Ospedale Cottolengo.
Dalle porte dei vari ambienti aperti,
grandi finestre lasciano intravedere
paesaggi magnifici: monti, campi, fiori, uno scenario mozzafiato sul mare…
pannelli con immagini straordinarie

Quando po
corpo di un p
dimenticare
un’anima v

16 | incontri

mimetizzano uno stretto passaggio,
sotto il livello della strada, che prende
luce dall’alto.
Veniamo accolti dal sorriso aperto e gioviale di Viviana, fisioterapista, che ci racconterà qualcosa della vita in questo servizio e l’aria che vi si respira.

oni le mani sul
paziente, non
che vi abita
vivente

Cosa significa vivere la carità, scopo del
Cottolengo, in un contesto terapeutico e,
nello specifico, in fisioterapia?
“Chi arriva all’ospedale è sempre una
persona con una disabilità, una difficoltà.
Per questo il primo gesto di cura è l’ascolto, capace di farsi carico del disagio
della persona, più o meno grave, per accompagnarla nel recupero delle funzioni perse, agevolandone il reinserimento
nelle attività quotidiane e migliorandone
la vita. È importantissimo incontrare la
persona nel suo insieme, considerando
la sua storia, la famiglia e il contesto in
cui vive per intraprendere un percorso,
spesso faticoso, di recupero fisico. Il primo contatto inizia quindi in un atteggiamento di accoglienza”.
Chi si rivolge al vostro servizio?
“A noi si rivolgono persone provenienti
da tutte le classi sociali, dal più ricco al
più povero, persone ospitate in case di
accoglienza, pensionati, lavoratori e così

via. Questi pazienti provengono dal nostro reparto di degenza riabilitativa oppure possono essere persone esterne
seguite ambulatorialmente.”
Per gli operatori presenti in fisioterapia
quali sono i requisiti richiesti?
“Inizialmente conosciamo l’ambiente lavorativo che ci attende; ovviamente è valutata la professionalità, senza dubbio l’aspetto fondamentale della nostra presenza.
Ci viene anche spiegato che opereremo
a stretto contatto con personale religioso. Quando si arriva da altre esperienze
lavorative, per quanto professionalizzanti
possano essere, si scopre che qui è molto
diverso. Oltre alla possibilità di frequentare corsi di formazione specifica, con
l’esperienza si progredisce professionalmente, si impara a dare valore all’umanità e a mettersi in contatto con l’altro, non
solo dal punto di vista terapeutico, ma anche umano. Tutto questo è necessario ai

incontri |

17

i nostri
ospedali

fini della terapia e della cura della persona
che si rivolge al nostro servizio”.
Che tipo di ambiente accoglie il paziente?
“La nostra struttura è antica, ma periodicamente rinnovata, secondo le risorse
economiche del momento, e i pazienti
percepiscono subito l’accuratezza dei
vari ambienti. Anche questo ha la sua importanza ai fini della terapia. Una paziente si è fatta ritrarre davanti a uno dei pannelli, quello con il mare, per poi inviare la
foto a parenti ed amici, scrivendo che era
in vacanza…”.
Quale posto ha il rapporto personale col
paziente?
“È fondamentale! Nonostante una grande professionalità, se non entri in empatia, se non conquisti la fiducia del paziente non ottieni risultati. Con qualcuno,
talvolta, non si riesce. Questo ci sprona
a mettere in campo tutte le nostre risorse umane, ad esercitare la pazienza,
a variare l’approccio riabilitativo, a volte
è necessario cambiare terapista, perché
senza un rapporto di questo genere, è
difficile avanzare nella riabilitazione”.
Nel frattempo arriva Suor Betty, coordinatrice della Fisioterapia, alla quale poniamo la seguente domanda:
Come l’aspetto spirituale “c’entra” con
l’aspetto riabilitativo?
“Alcuni pazienti qui riscoprono tutta la loro
parte spirituale, forse un po’ dimenticata.
Tanti, soprattutto anziani, ringraziano per
la possibilità della messa quotidiana.
Ci sono stati pazienti che vivendo l’esperienza della malattia in modo più positivo, hanno ritrovato la Fede, rafforzandosi

18 | incontri

in essa e trovando quel giovamento che
anche le migliori terapie non riescono a
dare, soprattutto se a causa di alcune patologie, gli esiti sono permanenti.
Diversi pazienti riscoprendo rapporti di
amicizia e di solidarietà con gli altri ricoverati, vivono la dimissione, il tornare a casa,
con nostalgia perché qui hanno trascorso
un periodo bello mentre a casa spesso
sono soli. Accade anche che in quest’atmosfera di amore e collaborazione un
paziente, che sta un po’ meglio, si metta
al servizio degli altri. Allora è facile incontrare chi porta il caffè o anche solo un bicchiere d’acqua all’altro che non può muoversi agevolmente.
Questi gesti fanno
bene al cuore di chi
li fa e di chi li riceve.
Anche chi viene per
cure ambulatoriali lo si può trovare
nel box di terapia
fisica mentre prega in silenzio con la
corona del rosario
in mano aspettando che termini la
cura”.
Possiamo dire, allora, che quando
ci si sente amati è spontaneo mettersi a
propria volta ad amare?
“Certamente: è l’esperienza quotidiana
che tocchiamo con mano e che ci sprona
a continuare per questa strada”!

l a cura di Gemma La Terra
e Salvatore Acquas

Ricorrenze
importanti

notizie dal
volontariato

I primi quindici anni dell’Associazione Amici del Cottolengo

M

aggio 2016, gli Amici del Cottolengo passano l’importante traguardo di quindici anni dalla firma dello
Statuto costitutivo dell’Associazione. Una tappa che
porta la memoria a quel lontano 19 ottobre 1991, quando nella
Piccola Casa della Divina Provvidenza si sono mossi i primi passi
per dare l’avvio alla Costituzione di un’Associazione Privata di
Fedeli a norma dei can. 298-311- e 321-329 del Codice di Diritto
Canonico e ispirata ai criteri indicati dalla Christifideles laici poi
ripresi dalla Conferenza Episcopale Italiana del 29 aprile 1993.
Nello scorrere di questi lunghi anni attraversiamo variegati avvenimenti della Piccola Casa e accompagniamo l’avvicendamento di persone e di Superiori. Iniziamo quando Padre Generale
era don Francesco Gemello, seguirà don Bertini, firmeremo lo
Statuto con don Aldo Sarotto. L’Associazione che sin dal suo
nascere e per lungo tempo è stata accompagnata dall’assistenza spirituale di don Roberto Provera è ora passata a don Paolo
Boggio, responsabile della Pastorale Cottolenghina.
Il nucleo iniziale degli aderenti all’Associazione si è mantenuto compatto e stabile, nel tempo è cambiato naturalmente.
Scomparse molte figure storiche amiche e care, ne sono apparse altre, piene di buona volontà che partecipando attivamente
alla vita associativa e muovendo i passi necessari per attingere
e vivere la spiritualità cottolenghina, sono poi giunte ad enunciare la Promessa prevista dallo Statuto e passaggio d’obbligo
per far parte dell’Associazione.
Ora non vogliamo però qui fare una statistica dei più e dei meno,
desideriamo invece solo buttare uno sguardo sui frutti della fedeltà promessa singolarmente e come gruppo: “Cosa abbiamo raccolto navigando nel cuore di tanti avvenimenti, dei tanti insegnamenti, delle tante esperienze e testimonianze ricevute e vissute?”
Per poter rispondere onestamente e con sincerità, dobbiamo
chinarci su quanto affidato allo Statuto, tuffarci nei ricordi e
con umiltà portare in superficie il vissuto da confrontare con
gli impegni assunti: “Il primato della vocazione cristiana, responsabilità di professare fede cattolica, ubbidienza al magistero della
Chiesa, testimonianza, presenza e impegno nel servizio dell’uomo”.
Un programma di vita cristiana da vivere attingendo alle regole ispirate alla Spiritualità Cottolenghina chiaramente espresse
nell’impegno di “Vivere in costante preghiera, azione di grazia e

fede nel Dio Provvidente”. Percorsi di vita in
fraterna condivisione, dedicandoci ai poveri, nutrendoci d’amore per l’Eucaristia e
devozione della Vergine Maria, accettando serenamente le prove della vita nella
gioiosa speranza del Paradiso.
Umilmente però qui noi riconosciamo che
le opere non sempre hanno corrisposto
fedelmente a propositi e intenzioni. Il quotidiano da vivere, nel cuore dei problemi
posti da momenti pieni di difficoltà come
questi, sempre da far scorrere con impegni e modalità diverse, chiede anime
forgiate dalla fede con robusta fedeltà
al sacrificio. La strada della perfezione è
ancora molto lunga e gli anni potrebbero
forse magari averci indotti a scorciatoie
e rilassamenti, lasciando qualche nebbia
nella memoria dell’anima; mai è però venuta meno e mutata la volontà dell’incontro, mai abbiamo ceduto alla tentazione di
fermarci o indietreggiare. Forse non tutti
gli associati sono cresciuti nella stessa misura, in tutti però la crescita è presente e
percepibile e quando varchiamo la soglia
della Piccola Casa, basta lo sguardo della
Consolata e il concerto delle campane e
ritroviamo il gusto dell’esame di coscienza,
la serenità necessaria per scrollare dubbi
e ricordarci che tutti abbiamo qualcosa
da offrire sempre: una presenza preziosa,
un servizio generoso, una parola buona,
una preghiera da collocare nella mani del
Padre Provvidente, là dove già sono molte
anime di carissimi Amici passati attraverso congedi pieni di sofferenza, ma esempi luminosi di accettazione serena della
volontà del Padre e ora pregano per noi.
Esempi che riconciliano la nostra fragilità
e ci spronano a proseguire mettendo al
primo posto carità e amore, con lo sguardo sempre rivolto verso le cose di lassù.
Un cammino di vita che ha chiesto anche
momenti di sacrificio, ma percorsi con
impegno sincero e costante ci hanno donato profumi di tanta grazia. Deo gratias!
l Gli Amici del Cottolengo

incontri |

19

L’orario di cena
ci seppellirà…?

mi occupo di me,
“piùMeno
se ne occupa Dio.”

Q

uando corsero dal Santo Cottolengo, perchè soccorresse la Maria Gonnet, non era certamente
un buon orario. Probabilmente cena fatta, tutti ormai tranquilli e una situazione
dove stanchezza e rilassamento si mischiano in una dolce sonnolenza…
Capita a tutti noi a volte di essere disturbati in momenti, che potrebbero sembrare inopportuni, ma l’improvvisa emergenza ci carica di quella adrenalina che
non fa avvertire stanchezza e timore: si
parte in soccorso.
Ma a fronte di ciò la domanda potrebbe
essere… “tutta qui la santità?”, ed effettivamente non può essere questo l’eroismo che decantiamo nel santo di Bra.
L’eroismo è nato dalla fatica quotidiana,
dall’emergenza che lo ha fatto vivere sempre nella rincorsa del bene per l’ultimo,
per l’esigenza inaspettata, per il “padrone”
che improvvisamente chiede.
Forse per questo, girando per Torino o

Perché il male
trionfi è sufficiente
che i buoni non
facciano nulla

specchi
dei tempi

Ma spettava dunque a un canonico del “Corpus Domini” il soccorso di una donna di passaggio? O la costruzione di ricoveri
particolari nella città di Torino?
E. Burke diceva: “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni
non facciano nulla”.
Questa fiamma che a volte non riusciamo a tenere accesa, questa angoscia che va oltre le tante attività bellissime e meravigliose che la Piccola Casa già compie, questo sentirsi sempre
inadeguati per le urla di dolore e di angoscia che si rinnovano
e ripetono in un mondo sempre nuovo, che non possiamo tenere fuori dalla nostra porta... è questa la santità a cui ci siamo
ispirati!
Sono le piccole gioie per i nostri “padroni”, incontri, relazioni
che non possono essere evitati perché “è ora di cena”! È ciò che
non fa guardare alle nostre esigenze ma alle nostre possibilità
di aiuto, e non ci fa restare legati tra noi da un orario o da un
incontro ma dal “centro” che sono e devono essere i più poveri,
perché loro sono il nostro “momento” di incontro.
Questo non significa non rispettare orari, persone, regole o programmi, ma solo comprendere cosa mettiamo al primo posto.
È lo spirito che fece alzare il nostro Giuseppe non solo quel 2
settembre, ma giorno dopo giorno, ora dopo ora, per incontrare, lungo le strade della Torino povera, un nuovo problema,
sempre diverso, un orario mai stabilito, dal momento che la carità non ha ore, bensì una spinta; quella spinta che ci fa lasciare
ogni cosa, città, famiglia per un grande ideale e proprio in quanto grande non possiamo frenarlo solo perché... è ora di cena!
l Don Andrea Bonsignori

per altre strade, ascoltiamo di una fatica diffusa. Come mostrarci parte di quel
progetto, quando siamo legati dall’orologio, dai vincoli dell’abitudine, da quell’orario di tavola che “ci seppellirà”?
Sì, perché non possiamo mettere di fronte a tutto, come “pia giustificazione”, i
nostri orari con la semplice scusa di una
regola, con l’oppressione di muri del “si fa
così”, di un tranquillo inscatolamento delle emergenze, che ci costruiamo come
contenitori dove mettere le fatiche che
bussano e… se non vi rientrano… tutto
sommato la nostra coscienza resta tranquilla perché… “non spetta a noi”.

incontri |

21

Teresina

TESTIMONIANZA

I

l Santa Elisabetta, uno dei padiglioni
della Piccola Casa di Torino, ci accoglie oggi per incontrare una sua ospite
speciale. Tutto qui parla di armonia e di
quiete, dalle aiuole ormai fiorite ai vasi
di rose lungo il vialetto di accesso. Un
tempo qui vivevano fino a centosettanta ospiti, ora scese a trenta. Mi spiegano
che oggi il disabile vive più in un contesto familiare e qui ormai si affacciano
prevalentemente anziani. Ma ecco che
arriva Teresina, veloce sul suo “cavallo di
battaglia”, una carrozzina elettrica targata TI AMOOOO. Giunta a 18 anni dalle
Marche, vive alla Piccola Casa da più di

Cominciai a
considerare la
mia situazione da
un’ottica nuova

cinquant’anni. Poco più che tredicenne,
vede comparire i primi sintomi di distrofia muscolare, che la porterà sulla carrozzella: cadute frequenti, passo incerto, fatica a salire le scale. All’epoca non
c’erano cure né palliativi; unica possibilità per rallentarne il decorso era la fisioterapia. Per quattro anni viene portata
a Bologna, dove ogni volta sosta per tre
mesi in un centro riabilitativo. Ma ecco
la svolta: la morte improvvisa della mamma. Il papà, incoraggiato da una zia, le
propone di proseguire le cure riabilitative a Torino, dove la fisioterapia, dicono,
è molto più avanzata.

22 | incontri

“Ci credetti. Appena approdata però, giovane e intelligente
com’ero, capii che non si trattava di un centro riabilitativo, ma di
un istituto. Mi prese il panico: trovai realtà per me sconvolgenti.
Ragazze giovani con disabilità più o meno gravi; tanta sofferenza,
così tutta assieme, non l’avevo mai vista. Supplicai che mi portassero a casa, certa che lì sarei morta. - Prova qualche mese, se
non ti trovi bene verremo a prenderti. - Non accadde mai più. In
pochi anni la mia vita era stata sconvolta da tre momenti tragici:
scoprire la malattia in un’età in cui si è pieni di aspirazioni e progetti; la morte della mamma e l’arrivo alla Piccola Casa, traumatico al massimo. Ero confusa, provavo solo rabbia e ribellione. Una
ragazza socievole che si trova improvvisamente a vivere in un
mondo dove erano negate le cose più semplici come uscire, farsi
una cerchia di amici… Ho fatto fatica ad abituarmi a tale chiusura
col mondo esterno. ”
Nonostante un inizio decisamente negativo, cosa ha fatto
scattare in te l’accettazione della nuova realtà?
“Ero profondamente impressionata dalla serenità della
compagne. Mi chiedevo come fosse possibile tanta voglia
di vivere in un ambiente dove tutto è dolore e malattia! Un
altro enigma erano le suore giovani: “Perché questa bella
gioventù si trova qui, -mi chiedevo - chi le ha spinte a lasciare i luoghi d’origine, forse un fidanzato, la possibilità di una
famiglia, per una scelta così definitiva, qui al Cottolengo?”
Compresi allora che la loro presenza era un servizio d’amore. Cominciai a considerare la mia situazione da un’ottica
nuova, che segnò l’inizio di un cammino fruttuoso di fede
che dava senso a tutto. Da bambina, la mamma mi mandava a messa, però il rapporto con Dio era marginale; qui col
tempo è nato il desiderio di approfondirlo. Comprendevo
che l’infermità non era solo una realtà negativa ma poteva
diventare una ricchezza. È stato un percorso di maturazione interiore, che mi ha portata ad accettare la malattia e la
vita alla Piccola Casa, trasformandomi in una donna nuova.
Ritrovavo la Teresina spensierata e piena di vita, insieme
a quei sentimenti che avevo persi per strada. Sentendomi
amata, avvertivo che anch’io potevo essere dono per gli altri, nei piccoli gesti del quotidiano. ”

Ricordi qualcosa di particolare di quel tempo?
“Mi piaceva tanto fare la parrucchiera e, appena arrivata, ero
rimasta impressionata nel notare queste giovani pettinate tutte allo stesso modo. In particolare, aveva attirato la mia attenzione una ragazza della mia età e con la stessa malattia, ma
già completamente immobile, Poiché riuscivo ancora a stare in
piedi e ad alzare le braccia, iniziai a pettinarla - era il tempo dei
capelli cotonati - e lei era tutta gioiosa per questo suo nuovo
look! Un gesto d’amore ricompensato con sorrisi e tanta gioia.
Divenne poi la mia migliore amica. Tempo dopo, il mio primo
pellegrinaggio a Lourdes diede il via a una sequenza di amicizie
e relazioni; ho girato l’Italia, visitato Parigi, Barcellona… Si va in
pizzeria, a teatro, alla partita, a convegni…, a volte ci si ritrova da
qualche parte in città, con le carrozzine elettriche, e poi via…”
Quali attività svolgete?
“Tutte eseguiamo con gioia e soddisfazione lavoretti secondo
le varie attitudini capacità: ricamo, punto croce, telaio…, Il Santo
Cottolengo voleva dare dignità ad ognuno dei suoi figli. Ci è anche venuta l’idea di una mostra-vendita, nel periodo natalizio, il
cui ricavato va alle missioni cottolenghine. Pur restando qui, mi
sento anch’io missionaria, Qualche anno fa ho seguito un corso
di pittura, scoprendo un nuovo talento ed ho prodotto bellissimi
lavori, pur con un ritmo via via calante. Mi sono impegnata anche
a offrire la mia testimonianza a gruppi in visita alla Piccola Casa;
l’impatto con questa realtà può essere all’inizio molto duro per
qualcuno, ma pian piano si scoprono la gioia e la fede che animano la Casa. Non è mancata la compagnia teatrale, sempre più
consapevole che la carrozzina non pone limiti a sentimenti ed
emozioni e ultimamente ho scoperto il computer!
Oggi posso dire che tutto è stato provvidenziale, frutto dell’amore di Dio. Alla Piccola Casa ho capito il valore della sofferenza, non più maledizione o tragedia, ma strumento di redenzione. La mia prospettiva è mutata: dal rifiuto all’accettazione, dalla
rabbia alla riconoscenza. ”
Sono veramente grata a Teresina per questa forte testimonianza e per la gioia con cui l’ha donata. Torno a casa in contemplazione di quanto l’Amore di Dio opera allorché tocca un cuore!

l A cura di Gemma La Terra e Salvatore Acquas
incontri |

23

testimonianza

Un’esperienza
indimenticabile

Due volontarie italiane alla periferia di una grande città indiana

L

’estate scorsa Francesca ed io abbiamo
vissuto un periodo di volontariato presso il Convento di Suore del Cottolengo
di Whitefield – Bangalore – India.
Il Convento di Whitefield si trova alla periferia di Bangalore, capitale dello stato federale del Karnataka in India. Negli ultimi
10-15 anni la zona ha subito forti cambiamenti conseguenti all’insediamento di moltissime industrie tecnologiche americane
ed europee (risultato della cosiddetta delocalizzazione tecnologica) quali HP, IBM,
Deloitte, Shell, e così via. Ciò ha trasformato Bangalore in una metropoli di oltre otto
milioni di abitanti e il sobborgo povero di
Whitefield in un suo quartiere periferico,
circondato da occidentali con il conseguente miglioramento delle condizioni di infrastrutture e servizi (trasporti urbani, ospedali, palestre, ristoranti, college informatici,
etc. ). La struttura dove vivono le dieci instancabili suore è molto ampia e rappresenta una delle comunità più numerose in
India di suore cottolenghine, tutte indiane,
provenienti dagli stati vicini del sud, in particolare Kerala e Tamil Nadu.
Cosa fanno le suore nella comunità di
Whitefield? Si possono distinguere essenzialmente tre tipi di attività, oltre naturalmente alla preghiera, all’accompagnamento spirituale e al servizio parrocchiale:
1. Special School:
È formata da classi speciali che accolgono bambini dai tre
ai quindici anni circa, con problemi di apprendimento, memoria e disturbi dell’attenzione, sindrome di Down, disabilità
mentali, che per legge non possono frequentare scuole pubbliche o private ma… special schools! Il programma di studio
è stabilito dal Ministero della Scuola del Governo Indiano e
periodicamente i bambini sostengono esami paritari.
La retta per la frequenza alla scuola è regolata a seconda
delle possibilità di ciascuna famiglia. Così può capitare di incontrare, all’ingresso della scuola, un tuk tuk (tipico mezzo di
trasporto orientale) carico di frutta e verdura per l’intera comunità, contributo della famiglia contadina di Danush alla sua
educazione scolastica! L’insegnamento a questi circa novanta
bambini è curato dalla suore e da alcune volontarie locali.

24 | incontri

Francesca si è trattenuta in missione per ben tre mesi ed ha
insegnato informatica ad alcune classi; io mi sono occupata
di predisporre delle dispense educative.
2. Centro di fisioterapia.
È presente una struttura molto efficiente per curare sia le
ospiti del boarding proponendo loro attività fisiche quali la
cyclette, il tapis roulant, sia per pazienti esterni.
Sono presenti strumentazioni per applicazioni antidolorifiche, una palestra per esercizi di riabilitazione motoria e le
preziose mani delle suore professioniste per i massaggi!
Questa attività, rivolta a personale esterno di qualsiasi credo
(ricordiamo che in India convivono induisti, mussulmani, buddisti, cristiani, Sikh…) rappresenta anche un’importante entrata di denaro per il quotidiano sostentamento del convento.
3. Boarding.
È una residenza permanente per ragazze con disabilità mentali, attualmente circa quaranta,
orfane o abbandonate dalla famiglia di origine. Alcune di loro
frequentano la scuola, altre ne sono impossibilitate a causa
della grave malattia e quindi, seguite costantemente dalle
suore, svolgono piccoli lavoretti quali produzione di borse di
carta, aiuto in cucina nel pulire le verdure, innaffiare il giardino o lavare i pavimenti; l’assegnare loro un compito/ruolo, le
responsabilizza ed esalta la loro autostima.
Momento importante della vita di comunità è il pranzo: in un
grande refettorio i bambini, dopo aver ringraziato il Signore,
con grande gioia mangiano tutti insieme.
Immaginate quindi il lavoro delle suore, dalla preparazione dei pasti alla scolarizzazione, alla fisioterapia, al seguire costantemente

le ragazze del boarding, alla gestione della comunità oltre alla costante preghiera
quotidiana, che inizia alle 6:30 con la Messa
giornaliera! Una presenza importante per
la Comunità di Whitefield che riconosce costantemente il super lavoro delle suore!
Di grande supporto le volontarie che,
col proprio contributo, seppur esiguo e
temporaneo, nelle attività domestiche,
in quelle scolastiche (cartelloni formativi,
dispense, slides per canti e attività ricreative), sollevano grandemente le suore. Le
vediamo anche impegnate nel boarding,
soprattutto al mattino, permettendo alle
suore di seguire regolarmente la Messa,
oppure nella fisioterapia per i disabili. La
Provvidenza aiuta sempre e la si vede
concretamente ogni giorno!
Così non è inconsueto che intere famiglie
vengano al convento a condividere un
compleanno o un anniversario con le ragazze, oppure a portare degli indumenti,
e non manca il sostegno di un supermercato locale che dona frutta e verdura tre
volte a settimana.
La mia esperienza è durata solo due intensissime settimane e mi rimarrà nel
cuore così come i sorrisi e gli abbracci dei bambini con i quali spesso risulta difficile comunicare, ma la comunicazione non verbale è totale, come la
dedizione delle suore che compiono il
loro servizio talvolta superando ostacoli non banali! Vivendo tale vita di comunità ho potuto apprendere il significato di Provvidenza e di Amore che si
concretizza qui in tanti modi: l’Amore si
tocca veramente con mano!
Mi servirà come lezione da portare in
Italia, testimoniando quanto la presenza
del Signore sia tangibile a Whitefield!

l Silvia

incontri |

25

La nostra
parte

specchio
dei tempi

Onestà nel dare, onestà nel ricevere

P

arlare di povertà oggi è come mettere le mani in un grande contenitore, dove puoi attingere argomenti e notizie
a piene mani. Limitandoci al solo campo delle necessità
materiali, vediamo l’umanità povera che incontriamo ovunque,
in mezzo alla via, sui mezzi di trasporto, tra la posta che riempie
le cassette del condominio, su riviste di associazioni benefiche
o di ispirazione cattolica, ne parla giornalmente ogni mezzo di
comunicazione. Volti vicini o lontani dalle mille sfaccettature, figure solitarie o gruppi più o meno numerosi, incolonnati verso
confini ostili quando non chiusi. Nessuno riesce più ad evitare il
richiamo delle tante mani tese da sconosciuti fratelli, bisognosi
di aiuto. Un problema che ha raggiunto ormai dimensioni globali ed epocali assillanti.
Siamo posti di fronte a povertà che hanno ribaltato completamente numeri e immagini che avevamo dei poveri storici, pur
ancora presenti. Nel secolo scorso e ancor prima, negli anni dei
Santi sociali - Cottolengo, Faletti di Barolo, don Bosco e tanti altri
- il povero era una figura subito riconoscibile; emarginato e vagabondo, privo di istruzione, lavoro, famiglia, sovente ammalato, nessun mezzo di sostentamento, bisognoso di tutto e senza
diritti. L’aiuto, lasciato a sensibilità e buon cuore dei singoli, era
fatto di piccole elemosine per le necessità primarie, o dagli Istituti
di Beneficenza e Carità, le quali, quando ne avevano possibilità,
offrivano assistenza; lo Stato era normalmente assente. Con il
tempo le necessità della persona sono diventate sociali ed è la
società a doversene fare carico, non con la beneficenza bensì
con l’assistenza, mediante una rete di servizi che hanno il dovere
di mettere al centro delle problematiche la singola persona. La
società, ognuno di noi, partecipa e gode dei doveri dello Stato
(istruzione, salute, pensione, ecc. ) e la risposta ai bisogni è un diritto acquisito che il cittadino possiede non per spirito di carità o

26 | incontri

per benevolenza, ma per dovere di chi lo deve concedere. Un dovere che impone partecipazione, essendo un impianto che muove fabbisogni finanziari di notevoli entità e sostenuti dal cittadino,
che partecipa attraverso il versamento delle imposte. Per soddisfare tutte le richieste è però necessario uno Stato forte, con
sufficienti possibilità che potranno aversi col contributo onesto e
sincero di tutta la comunità. Tale sincerità corre su due percorsi
paralleli: onestà nel ricevere, onestà nel dare; pertanto no ai commercianti che non rilasciano scontrino fiscale, ai dentisti che non
fanno fattura, ai gioiellieri che dichiarano redditi inferiori a quelli
dei propri lavoratori, ai dipendenti pubblici che timbrano il cartellino e poi vanno al supermercato, o che presentano certificati
medici (con relative inutili medicine) per giustificare assenze di
comodo, la serie sarebbe lunghissima. Situazioni reali e purtroppo molto diffuse, che vanno di pari passo con disonestà e corruzione presenti nel
pubblico impiego
col risultato che lo
Stato è privato di
ingenti risorse, indispensabili per soddisfare adeguatamente la domanda
di servizi, e la fascia
di popolazione in attesa di risposte è pervasa da un clima avvelenato, che alimenta tensioni del tipo tutti contro tutti.
Naturalmente anche altri fattori sono responsabili di questa inadeguatezza nel compimento ottimale dei doveri dello Stato, ma
questi hanno una circolazione planetaria fuori dal nostro controllo; a noi preme il richiamo a quella carità che è alla portata di
tutti: onestà nell’adempimento dei nostri doveri. Perché siamo

Nutrire gli affamati
è l’opera che più ci
avvicina a Dio

tutti portatori di una carità, che andrà verso ignoti volti di fratelli che hanno bussato per chiedere; potrebbe essere il volto
sereno dell’anziano che riceve l’aiuto dalla
ASL o forse il salvataggio delle centinaia di
profughi in fuga dalla guerra; ma che importa se tutto questo non reca il nostro
nome; se hai fatto il tuo dovere hai resa
possibile la carità verso dei bisognosi.
Tutto ciò ovviamente non cancella il nostro
dovere di soccorrere quanti incontriamo e
vanno alla deriva bisognosi di aiuto e condivisione. Nutrire gli affamati è l’opera che
più ci avvicina a Dio e la condivisione è la
manifestazione più bella dell’appartenenza al genere umano. Ce lo chiede tutta l’umanità e ce lo ricorda Gesù, che non ha
mai rimandato alcuno, e ai discepoli che
suggerivano di allontanare la folla accorsa
ad ascoltarlo, dice: “Voi stessi date loro da
mangiare” (Mt 14, 15-16).
Non stanchiamoci mai di fare la nostra
parte; solo così salveremo fratelli dalla
vergogna del chiedere, suscitando magari pietà per ottenere quanto invece
spetta loro di diritto. Se le nostre mani
sapranno essere misericordiose, potremo allora vivere in un altro mondo, privo
di egoismi e con più amore. Lo possiamo
fare, è possibile.

l La Redazione
incontri |

27

infermeria
cottolengo

È

Nuovo
ambulatorio

per le persone in difficoltà

stato inaugurato il giorno 21 marzo
2016, in via Cottolengo 13, il nuovo
ambulatorio del “servizio infermieristico cottolenghino” intitolato al dottor
Lorenzo Granetti, medico di fiducia di
San Giuseppe Cottolengo. L’ambulatorio
è nato per aiutare i più bisognosi che
non hanno la possibilità economica di
sostenere spese economiche per curarsi. Le cure mediche di base infatti sono
gratuite. Erano presenti inoltre don Lino
Piano, padre della Piccola Casa, che ha
dato il via alla cerimonia benedicendo il
reparto, suor Maurizia Cardone, direttore generale dell’Ospedale Cottolengo,
il direttore sanitario, medici e infermieri
dell’ospedale.
Il servizio è finanziato da una Fondazione
(che vuol rimanere anonima) e l’ambulatorio funzionerà 7 giorni su 7, al mattino
dalle 8 alle 12 e il pomeriggio dalle 16
alle 18. Un’infermiera fissa presidierà la
sala. L’ambulatorio è già funzionante dal

28 | incontri

mese di marzo e ad oggi ha già accolto 220 persone, con una
media di 8 persone al giorno.
“Spesso – ha spiegato suor Maurizia Cardone – le persone che
vengono qui oltre che a trovarsi in difficoltà e con problemi di
povertà patiscono la solitudine; ci raggiungono per farsi scrivere una ricetta medica o per farsi fare una puntura e poi si
fermano anche un’ora per parlare con noi di qualsiasi cosa. C’è
il bisogno di essere ascoltati e noi ci prestiamo volentieri anche
in questo”.
In ambulatorio prestano il loro servizio infermieristico volontari
professionali, ex infermieri in pensione e le stesse suore che
lavorano nella Casa della Divina Provvidenza.
l La Redazione

Un momento
testimonianza
da condividere
Testimone per tutta la vita

M

i è stato chiesto di scrivere qualcosa sulla nostra
“Perla “ della Piccola Casa di Biella, Suor Giuseppina
Verderio, che il 4 aprile ha festeggiato l’invidiabile
traguardo di 108 anni. Una richiesta che mi ha causato un
certo imbarazzo, perché della sua biografia tutto è già stato
detto, quando ha festeggiato il centenario e non v’è altro
da aggiungere, fatte salve alcune note destinate a quanti
ancora non l’avessero conosciuta.
Suor Giuseppina (Annunziata Luigia) è nata il 4 aprile
1908 nella località di Trezzano Rosa in una zona a est di
Milano denominata Martesana a motivo del Naviglio, che
partendo dallo sbarramento sul fiume Adda pochi chilometri a monte, attraverso la pianura lombarda, arriva a
Milano. Una zona a vocazione rurale con gente forte e di
fede solida.
Conosco questa eccezionale donna da lungo tempo, prestando il mio servizio di volontariato ai bagni nel reparto Suore Anziane Madonna del Rosario, e ne
ho sempre ammirato la lucidità di mente e la ferrea volontà (che dura tuttora , come mi conferma la
superiora Suor Lucia).
Ricordo la cautela e la cura con cui maneggiavo il suo esile corpo, nel timore che un movimento maldestro potesse danneggiarla, ma lei mi rassicurava collaborando con perfetta sincronia nei movimenti e la vestizione terminava, grazie a Dio, senza alcun problema.
Uno dei ricordi più stupefacenti che ho di lei fu circa tre anni fa, quando si ruppe il femore, e io andai
a trovarla in ospedale, per augurarle un buon esito dell’operazione (ed il buon esito ci fu) e lei mi accolse con un serafico “sia fatta la Sua volontà, gli anni ci sono”! Parole che mi
confermarono la sua incrollabile fede e serenità d’animo.
La volontà di Dio si è compiuta nell’averci lasciato ancora
questa indomita donna che, seppur fragile, dimostra una
straordinaria voglia di vivere, partecipando alle funzioni religiose e conviviali con le consorelle.
Ed ecco la mia pietra d’inciampo. Perché, mi chiedo, il
Signore permette a questa creatura, che apparentemente
non ha nulla da dare, un così lungo percorso di vita, quando
vediamo giovani mamme malate che non potranno allevare
i loro bimbi, vite schiantate di adolescenti con tanti progetti
per il loro futuro e innumerevoli situazioni di disagio che,
secondo il nostro “buon senso” fatichiamo ad accettare?
Ma la risposta me la offre la fede. Sono certa che Suor
Giuseppina ha il suo preciso posto nella misteriosa economia della Divina Provvidenza.
Con la sua serena accettazione dei disegni divini e la calma che emana dalla sua pace interiore ci offre un luminoso
esempio di come affrontare con equilibrio e fiducia il momento, che tutti temiamo, del supremo trapasso.

Una vita donata
agli altri con
fermezza e serenità,
di cui quarant’anni
trascorsi a
Mongrando nell’Asilo
e nelle attività della
Parrocchia

l Ginetta (volontaria)
incontri |

29

testimoni
cottolenghini

Katja

e il senso della vita

U

na donna straordinaria per coloro che l’hanno conosciuta.
Come per tutte le persone veramente grandi, però, la sua
è stata una vita all’insegna dell’amore, quello vero, quello che sa rinunciare, pazientare, andare oltre, amare per primo,
operare nel nascondimento…, insomma quello che in San Paolo
ha le meravigliose connotazioni nel cosiddetto “inno alla carità”.
Una esistenza semplice, ma piena di Dio e del desiderio di
compiere la Sua Volontà nel quotidiano, iniziando dalla famiglia, dove ha saputo vivere e trasmettere, insieme al marito, i
valori fondamentali, sempre ispirati al Vangelo, che hanno fatto
di una famiglia semplice, alle prese con i problemi di tutti, un
punto di riferimento per tanti prossimi in difficoltà, nell’offerta
del poco condiviso e del tanto donato in amicizia, solidarietà e
accoglienza.
Ed ecco che arriva il momento della malattia, tappa della vita
in cui siamo messi davanti a Dio e la nostra fede viene provata,
come l’oro nel crogiuolo. Anche qui, nonostante le molteplici
tappe e l’acuirsi della sofferenza, Katja ha sempre testimoniato,
con la forza del sorriso e della bontà, che l’Amore è veramente
il senso della vita. Il giorno del suo funerale lo si sperimentava
vedendo la folla di amici, per i quali l’ultimo saluto è stato il grazie ad una maestra di vita. Vita cristiana.

l La Redazione

30 | incontri

nella casa
del padre

L’8 aprile 2016 è deceduto il sac. Franco Bertini, già Padre della
Piccola Casa della Divina Provvidenza negli anni 1993-99.
Nacque a Mathi (TO) il 7 maggio 1934. Entrò nella Famiglia dei
Tommasini (il seminario interno della Piccola Casa della Divina
Provvidenza ) il 6 ottobre 1947.
Terminato il curricolo degli studi, fu ordinato prete il 22 giugno
1958 nella chiesa della Piccola Casa di Torino dal vescovo ausiliare di Torino Mons. Francesco Bottino. Fu Vice-Prefetto del
Seminario dei Tommasini nel triennio 1958-61.
Negli anni 1968-69, quando venne costituita la SSC (Società dei
Sacerdoti Cottolenghini), egli si distinse per il suo atteggiamento moderato, consapevole dell’importanza delle decisioni che
erano state prese dalla S. Sede alle quali aderì, emettendo la
promessa perpetua di obbedienza il 18 ottobre 1970.
Negli anni 1976-1983 fu addetto alla contabilità nell’Ufficio
Lavori di Torino. Nel sessennio 1981-1987 fu consigliere generale e segretario generale della SSC.
Nel sessennio 1987-1993 fu vicario generale della SSC e fu nominato superiore locale della comunità di Torino.
Il 6 settembre 1993 fu eletto Padre della Piccola Casa e rimase in questa carica fino al 1999. Fu il 13° successore di san
Giuseppe Cottolengo, in tale veste fu nominato canonico onorario della SS. Trinità.
Don Bertini fu dedito principalmente al ministero sacerdotale
nella Piccola Casa. Fu apprezzato predicatore, richiesto soprattutto per esercizi e ritiri spirituali. Fu anche insegnante di teologia e liturgia nelle case di formazione cottolenghine. Ha coltivato
in modo particolare la liturgia nella quale era particolarmente
esperto. Profondo conoscitore della vita del Santo Fondatore e
della tradizione cottolenghina, fu insegnante di storia cottolenghina nelle case di formazione.
Per suo uso personale aveva annotato il libretto Fiori e profumi, contenente i detti del Cottolengo, con i riferimenti delle testimonianze dei processi di canonizzazione da cui erano stati
desunti, lavoro che è stato utilissimo quando venne pubblicata
l’edizione di “Fiori e Profumi”.
Terminato il suo mandato di Padre della Piccola Casa, per un
anno fu padre spirituale dei Tommasini. Successivamente si dedicò al ministero sacerdotale, in particolare fu cappellano del
monastero San Giuseppe, situato nella Piccola Casa di Torino.
In questi ultimi anni la sua salute era diventata precaria e da circa due anni era ricoverato nel Reparto Consolata del padiglione
Annunziata nella Piccola Casa di Torino dove è deceduto.
Tendenzialmente timido, non ha mai fatto ostentazione della sua
cultura e della sua conoscenza storica della Piccola Casa. Il Signore
misericordioso gli renda merito della sua opera sacerdotale.
l P. Lino Piano

DON FRANCO BERTINI
Padre emerito
della Piccola Casa
della Divina Provvidenza

incontri |

31

Oggi è primavera…
Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino
di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi
e un pezzo di cartone con su scritto:
«Sono cieco, aiutatemi per favore»
Un pubblicitario che passava di lì si fermò
e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel
cappello. Si chinò e versò della moneta, poi,
senza chiedere il permesso al cieco, prese il
cartone, lo girò e vi scrisse sopra un’altra frase
Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco
e notò che il suo cappello era pieno di monete e
di banconote. Il non vedente riconobbe il passo
dell’uomo e gli domandò se era stato lui che aveva
scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto
che cosa vi avesse annotato.
Il pubblicitario rispose:
“Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto
la tua frase in un altro modo”.
Sorrise e se ne andò.
Il non vedente non seppe mai che sul suo
pezzo di cartone vi era scritto:
«Oggi è primavera e io non posso
vederla».
Morale:
Cambia la tua strategia
quando le cose non vanno
molto bene e vedrai che
poi andrà meglio.