Jimbo Wales, il co-fondatore della celebre Wikipedia, ha dichiarato guerra alla pornografia, annunciando la rimozione di centinaia di immagini “pruriginose”

. Raffigurazioni di organi genitali e atti sessuali troppo espliciti. Persino immagini storiche. L'ha detto a tutti in un post nella mailing list di Wikimedia Foundation. Bisognerebbe, a suo dire, evitare distrazioni, per concentrarsi sull'abituale lavoro che richiede un'enciclopedia libera come Wikipedia. L’altro cofondatore di Wikipedia, Larry Sanger, che ha abbandonato Wales nel 2002, a causa di forti disaccordi sulla maniera di gestire l'enciclopedia, sia da un punto di vista editoriale che di management, circa un mese fa aveva denunciato la Wikimedia Foundation agli agenti del Federal Bureau of Investigation (FBI) per detenzione di materiale pedopornografico: la popolare enciclopedia libera avrebbe fra le sue pagine una serie di raffigurazioni - di secoli andati – che riproducono “atti impropri” in cui sarebbero coinvolti minori. Tali immagini violano la legge statunitense secondo cui un’immagine, per essere definita pedopornografica, non richiede necessariamente la reale esistenza del minore, si può trattare anche di minori virtuali. Pare tuttavia che Wales non abbia eliminato le specifiche immagini citate da Sanger. Le sue ultime mosse hanno comunque ricevuto il plauso dello stesso Sanger, che si è mostrato particolarmente sorpreso: a suo dire, Wikimedia Foundation non ha mai fatto mistero di voler permettere la presenza di contenuti espliciti. Wales ha ricevuto l'appoggio della stessa “board of trustees” di Wikimedia, che ha parlato di una decisione a tutela del valore educativo promosso dall'enciclopedia online. Per la rimozione quindi di tutto quel materiale che non sia utile alle cause dell'informazione e dell'educazione. Wikipedia, pornografia al bando 11 maggio 2010 Wikipedia rejects child porn accusation 29 Aprile 2010 Wikipedia in 'pornography' controversy 10 Maggio 2010

PORN GENERATION
«We

must press for government to use the force of the law against pornography, obscenity, and indecency across the board, from Howard Stern to Larry Flynt, from TV to radio to the Internet, from music to movies» (Ben Shapiro, “Porn Generation: How Social Liberalism is Corrupting our Future”). Secondo alcuni storici, la rivoluzione sessuale non rappresenterebbe in fatto di sesso una vera e propria rottura rispetto ai costumi occidentali degli anni precedenti. Si è trattato piuttosto di una “porno-liberalizzazione”, dopo un periodo di chiusura nei confronti della sessualità tra gli anni Trenta e Cinquanta. Secondo diverse testimonianze, il principale cambiamento non è stato il fatto che la gente ha cominciato a praticare con maggiore frequenza il sesso o diverse forme di sesso; semplicemente, si è cominciato a parlarne più apertamente rispetto alle precedenti generazioni. Lo storico David Allyn lo definisce un periodo di “coming out” riguardo a: rapporti sessuali prematrimoniali, masturbazione, fantasie erotiche, consumo di pornografia e omosessualità (fonte: wikipedia). […] Di lì a poco, migliaia di occhi avidi si chinarono sui buchi degli stereoscopi come sugli abbaini dell’infinito. L’amore dell’osceno, naturalmente vivo nel cuore dell’uomo quanto l’amore di sé, non lasciò sfuggire un’occasione così bella per soddisfarsi. E non si dica che i ragazzi di ritorno dalla scuola fossero i soli a godere di quelle porcherie; esse furono la frenesia della società. […] Poiché l’industria fotografica era il rifugio di tutti i pittori mancati, scarsamente dotati o troppo pigri per compiere i loro i studi, questa frenesia universale aveva non solo il carattere dell’accecamento e dell’imbecillità, ma anche il colore d’una vendetta. Che un così stupido complotto, nel quale si trovano, come in tutti gli altri, i malvagi e i gonzi, possa riuscire in modo assoluto non credo, o almeno non voglio credere; ma sono convinto che i progressi male applicati della fotografia hanno contribuito molto, come d’altronde tutti i progressi puramente materiali, all’impoverimento del genio artistico francese, già così raro. […] (“II Pubblico Moderno e la Fotografia”, Salon di Parigi, 1859, in Charles Baudelaire, “Scritti di Estetica”, Firenze, Sansoni, 1948). Come fa notare Deana Heath nel saggio “Obscenity, Empire and Global Networks”, l’emergere di nuove forme di oscenità, come le cartoline, le fotografie, i mutoscopi, gli stereoscopi con immagini sessualmente esplicite, la pubblicità schizofrenica di prodotti anticoncezionali (preservativi, spirali, pillole varie) e afrodisiaci (si pensi al Viagra e a tutti i suoi derivati), i testi di sessuologia (i “manuali del sesso”), fino ai cine-documentari sull’educazione sessuale, ha costituito […] nuovi pattern di produzione, distribuzione e

consumo volti ad alimentare lo sviluppo di reti imperiali per la distribuzione e la regolazione dell’oscenità […]. Deana Heath, “Obscenity, Empire and Global Networks”, Trinity College, Dublin, Aprile 2008 PORNO-IMPERO Nel XIX secolo, la Rivoluzione Industriale, insieme allo sviluppo della scienza, della tecnologia, della medicina, la maggiore attenzione alla salute, portò allo sviluppo di migliori contraccettivi. I progressi nella manifattura e nella produzione della gomma resero possibile la produzione di massa di preservativi, che divennero accessibili ad un gran numero di persone, con la possibilità di evitare le gravidanze indesiderate ad un costo modesto. […] È stato notato da alcuni studiosi che durante il fascismo "scompaiono dai quotidiani le inserzioni dei medici specializzati nella cura dell'impotenza”, quasi a sottolineare che nell'Italia di Mussolini non c'è spazio per uomini poco virili. Se la donna sterile è un essere inutile e privo di senso, un uomo incapace di procreare è una bestemmia. Rimangono invece le inserzioni riguardanti la cura delle malattie veneree (e anche i preservativi maschili, la cui pubblicità si può già trovare nei quotidiani del 1913, che vengono però visti non come antifecondativi ma come mezzo di protezione dalle malattie veneree, diffuse, secondo l'opinione corrente, dalle prostitute). Quando arrivano i soldati americani, portano negli zaini, assieme a chewing gum, cioccolato e foto di pin up, anche abbondanti scorte di preservativi e calze di nylon, stravolgendo il rigore sessuale degli italiani […] (“Sesso e Novecento - Costume” di Alessandro Frigerio). A partire dal secondo dopoguerra, sviluppi nella chimica, nella farmacologia, nella biologia e nella fisiologia umana, resero l'aborto meno rischioso, resero disponibili nuovi farmaci, come il Viagra, per aumentare la potenza sessuale. Con la rimozione del rischio di malattie e gravidanza, molte delle limitazioni tradizionali ai comportamenti sessuali cominciarono ad apparire ingiustificate. Con la nozione che le malattie trasmesse sessualmente erano facilmente curabili, parte della generazione del “baby boom” sperimentò il sesso al di fuori del matrimonio. L'acquisto di un afrodisiaco, come di vari “giocattoli sessuali”, divenne un fatto normale (e crebbe la popolarità del sadomasochismo). L'avvento della contraccezione orale (la “Pillola”), nel 1960, sancì la possibilità di avere rapporti sessuali senza correre il rischio di avere dei figli e l'inizio della rivoluzione sessuale porno-libertaria. I nuovi metodi di contraccezione permisero a uomini e donne di prendere il controllo della propria riproduzione e poter finalmente dare libero sfogo alle proprie pulsioni libidiche, anche le più lussuriose. È così che, con la liberalizzazione della psico-sessualità edonistica, finalizzata non più alla riproduzione ma alla ricerca dell’egoistico principio del piacere, perfettamente funzionale ala società dei consumi, il porno-impero ha cominciato a prosperare. L’instaurazione di un mercato di massa dell’osceno è stato vitale per queste trasformazioni. «Il crescere della mobilità di persone e cose ha reso il contagio un problema globale e il tentative di gestirlo ha generato uno dei primi movimenti internazionalisti che W. D. Bynum ha chiamato

“internazionalismo medico”» (“Policing Hearts of Darkness: Aspects of the International Sanitary Conferences”, History of Philosophy and Life Sciences, 1993, citato da Deana Heath, “Obscenity, Empire and Global Networks”). Attraverso il coordinamento di diverse reti, nazionali, imperiali e globali, di burocrati, medici professionisti, scienziati e riformatori socio-morali, lo sviluppo di cordoni sanitari per sia il contenimento che la prevenzione delle malattie infettive, si è messa in opera una forma spaziale di governo tesa ad erigere delle linee o barriere per circoscrivere queste circolazioni e connessioni globali, locali e fisiche. Insieme al mercato dell’osceno, il pornoimpero ha anche instaurato delle “reti di vigilanza”, che Deana Heath definisce come «assemblaggi di diversi individui, sistemi di conoscenza e modi di regolazione ». I nodi principali delle reti di vigilanza attraverso cui hanno operato questi assemblaggi sono stati prima di tutto le organizzazioni di riforma socio-morale, come la National Vigilance Association (NVA), creata in Gran Bretagna nel 1886, poi le agenzie per la salute pubblica e le dogane, attraverso cui elaborare un sistema di “quarantena” per regolare l’oscenità in tutto l’impero. «Le reti di vigilanza hanno trasformato la regolazione dell’osceno in un progetto di igiene imperiale» (Deana Heath, op. cit.). Alla fine del Diciannovesimo secolo si assiste ad una campagna morale legislativa mirata a regolamentare molti aspetti di quella che fino ad allora era stata considerata come vita privata, in particolare quella sessuale. Così, mentre il parlamento dibatte sul sovraffollamento nelle case dei poveri e sul rischio di unioni incestuose, si approvano i “Contagious Diseases Acts” (1864, 1866, 1869), conosciuti anche come “Social Disease”, per le controversie che suscitarono, per igienizzare la prostituzione: nelle città, che ospitavano una grande popolazione di militari, le donne sospette di essere prostitute furono obbligate a sottoporsi a periodici esami genitali, anche contro la loro volontà. Il rifiuto di collaborare comportava un immediato arresto; le “contagiate” venivano confinate in ospedale fino alla guarigione. La legge venne approvata dopo che i dottori militari giunsero alla conclusione che questi vergognosi esami non avrebbero distrutto l'autostima degli uomini. Poiché la decisione su chi fosse una prostituta era lasciata al giudizio di ufficiali di polizia, molte più donne furono esaminate. Dopo due ulteriori emendamenti, nel 1866 e 1869, l'ingiusta legge fu finalmente soppressa nel 1886. Una pioniera del femminismo, Josephine Butler, contribuì alla abrogazione di leggi di questo tipo. Contagious Diseases Acts - Wikipedia MODERN BABYLON Il 14 luglio 1885, l'editorialista della Pall Mall Gazette, W.T. Stead, pubblica la prima parte di un’inchiesta intitolata “Maiden Tribute of Modern Babylon”, una delle più espressive e riuscite operazioni di giornalismo scandalistico del XIX secolo, che esordiva così: «Tutti coloro che preferiscono vivere nel paradiso di immaginaria purezza e innocenza degli ingenui, egoisticamente ignari delle orribili realtà che tormentano quelli che trascorrono le loro vite nell'inferno di Londra, farebbero bene a non leggere la P.M. Gazette a partire da lunedì prossimo». Fu l’inizio di una crociata moralistica che inciderà profondamente sui costumi dell'epoca vittoriana e sulle leggi di tutto l'impero britannico. Stead, basandosi sullo stile letterario del melodramma e utilizzando alcuni elementi di realismo dello stile gotico e una buona dose di voyeurismo e pornografia, raccontò la storia di

povere bambine (povere anche nel senso di condizione e estrazione sociale) corrotte da aristocratici viziosi della Londra ottocentesca. L'operazione fu superba. L'uso del melodramma, genere letterario particolarmente popolare tra e nei movimenti femministi della seconda metà del XIX secolo, ebbe un forte impatto sull’audience. La forma letteraria più popolare dell'epoca (anzi in quell'epoca iniziava a tramontare come genere letterario), si avvaleva anche di un discorso di classe per rappresentare la donna vittima ma anche eroina, la donna decaduta da riscattare dalla brutalità dell'uomo aristocratico e dalla sua tirannia sessuale; donna generalmente appartenente alle classi proletarie, che doveva suscitare la pietà e la carità nel lettore o nello spettatore. Ma non si fermò a questo. Allo scopo di dimostrare la gravità e la diffusione del fenomeno, avvalendosi peraltro della collaborazione di una gestrice di una casa chiusa londinese, procedette all’acquisto vero e proprio di una bambina dei ceti poveri, che fu venduta dai genitori, rappresentati come disgraziati dediti all'alcolismo, allo scopo poi di porre l'accento sulla tortura sessuale, sulla violazione dell'integrità del corpo femminile, sulla scientificità delle torture cui queste bambine erano sottoposte. Egli stesso la fece sottoporre a esami medici umilianti ed allestì la scena del crimine, la scena della violenza sessuale, che poi non fu mai effettuata, ma descrisse in questa sua inchiesta i fatti e pure la reazione di terrore della bambina. La vicenda di Stead si concluse poi in un’aula di tribunale, ove egli stesso fu condannato per questo fatto, ma la reazione che questa vicenda provocò fu spropositata: lavoratori, sindacalisti, movimenti politici di sinistra, si unirono ai conservatori nella battaglia per chiedere riforme legislative. Nell'estate del 1885, duecentocinquantamila persone parteciparono a Hyde Park ad una manifestazione pubblica per chiedere l'introduzione di misure per combattere il fenomeno. L'indignazione popolare trovò pronte risposte da parte del legislatore che colse il pretesto per introdurre riforme che andavano ben al di là di quello che era il problema o il falso problema o l'esagerato problema. Proprio nel 1885, il governo inglese introdusse il “Criminal Law Amendament Act” che innalzò l'età del consenso per le adolescenti da 13 a 16 anni, ma che conferì anche ampi poteri alle forze dell'ordine per avviare azioni penali contro meretrici gestrici di case chiuse e non solo. Si procedette anche all'introduzione del reato di “gross endecency”, un reato contro il buon costume che puniva con la reclusione fino a due anni, con o senza lavori forzati, una persona di sesso maschile che praticasse in pubblico e in privato atti di carattere sessuale con una persona dello stesso sesso. Gli effetti di questa crociata formalistica (sono ben note le conseguenze del puritanesimo dell'epoca vittoriana) si fecero sentire in tutto l'impero con leggi che innalzavano l'età del consenso, vietavano prostituzione e omosessualità, unioni affettive e rapporti sessuali tra donne indigene e uomini inglesi. (“Sex Panic, ovvero la paura dei mostri. La crociata moralistica come forma di controllo sociale”, di Stefano Fabeni). The Maiden Tribute of Modern Babylon - Wikipedia

OBSCENE PUBLICATIONS ACT Sempre nel 1885 fu creata la National Vigilance Association, “per l’applicazione e il miglioramento delle leggi per la repressione del vizio criminale e della pubblica immoralità”, di cui Stead fu nominato membro del Consiglio Generale. Per quel che riguarda invece la regolazione del mercato dell’osceno, nel 1857 viene varato il primo di tre “Obscene Publications Act”, conosciuto anche come “Lord Campbell's Act” o “Campbell's Act”, con cui, per la prima volta, si rendeva la vendita di materiale osceno un’offesa statutaria, dando alle corti il potere di confiscare e distruggere il materiale offensivo. La legge seguì ad un processo per la vendita di pornografia presieduto da Lord Campbell, Lord Chief Justice, che durante la discussione in parlamento assicurò all’opposizione che «la legge sarà applicata esclusivamente ad opere scritte con il solo proposito di corrompere la morale della gioventù e con l’intento calcolato di scioccare il comune sentimento del pudore in ogni mente ben regolata». Successivamente, nel 1868, il giudice liberale John Duke Coleridge definì l’oscenità criminale ciò che «tende a depravare e corrompere». Nello stesso anno, Sir Alexander Cockburn, successore di Campbell come Lord Chief Justice, ridefinì la questione definendo l’oscenità come «la tendenza a depravare e corrompere coloro le cui menti sono aperte a tali influenze immorali e nelle cui mani possono cadere pubblicazioni di questo tipo». Secondo la dichiarazione di Cockburn, rimasta in forza per diverse decadi, non si deve giudicare l’intenzione di corrompere od offendere del materiale osceno, ma l’effetto che può avere su singoli individui inclini alla corruzione che ne entrano in possesso. L’Obscene Pubblication Act del 1857 ebbe l’effetto di incrementare quello che oggi si chiama “sommerso”, ovvero il traffico illegale di materiali ritenuti osceni, dato che il mercato dell’osceno aveva ormai già creato un meccanismo porno-imperiale di domanda e offerta. Molte pubblicazioni oscene cominciarono così a viaggiare via posta, e non solo. Nel 1850, un ufficiale francese di stanza in Algeria trovò un manoscritto con contenuti erotici, “Il Giardino Profumato”, dello sceicco Umar ibn Muhammed al-Nefzawiell, di cui ancora oggi si sa pochissimo: visse probabilmente nel XVI secolo, a Tunisi, e scrisse il libro per un ministro del 17esimo sovrano della dinastia Hafside (dal 1236 al 1574). Nello scrivere “Il Giardino Profumato”, Al-Nefzawi avrebbe pescato a piene mani da antichi testi erotici arabi. Dopo la sua morte, altri scrittori modificarono e ampliarono il suo lavoro. L’ufficiale francese decise di tradurlo, tralasciando un capitolo sulla pedofilia. Il libro arrivò rocambolescamente a Parigi, dove Guy de Maupassant lo lesse e suggerì ad un editore di ripubblicarlo. Intanto, l’arabista e grande viaggiatore Richard Burton (che era arrivato perfino alla Mecca, vietata ai non credenti, vestendosi da afgano), tradusse prima il testo dal francese all’inglese, poi si accinse a tradurre il manoscritto originale. Ma morì prima di completare l’opera, nel 1890, e sua moglie, scandalizzatissima, bruciò tutto. “Il Giardino” è entrato, grazie proprio a Burton, nelle nostre biblioteche. Così come “Le Mille e una Notte” e il “Kama Sutra”, sempre tradotti da Burton, che, insieme con l’amico Forster Fitzgerald Arbuthnot, aveva fondato la Kama Shastra Society per pubblicare le opere allora severamente proibite dalla Corona Britannica dopo la promulgazione dell’Obscene Publication Act.

Due tra i più grandi capolavori della letteratura mondiale, “I Fiori del Male” e “Madame Bovary”, pubblicati proprio nel 1857, finirono entrambi sotto processo con l'accusa di pubblicazione turpe e oltraggiosa. Fu il procuratore generale Ernest Pinard a denunciare le due opere per immoralità. Gustave Flaubert.venne assolto, a dire di Baudelaire, solo perché aveva «mosso cielo e terra o meglio l'alta melma della capitale». Baudelaire, dandy emigrato nella bohème, non aveva simili agganci. Secondo il governativo Le Figaro, nelle sue poesie «l'odioso va di pari passo con l'ignobile, il repellente si associa all'infetto. Non si sono mai visti mordere tanti seni in così poche pagine». La furia accusatrice di Pinard era esplosa contro le “Metamorfosi del Vampiro”, dove, disse, si vedeva una donna vampiro soffocare un uomo tra le braccia vellutate... su materassi che vanno in deliquio, al punto che degli angeli impotenti si dannerebbero per lei. Aveva concluso con un invito alla giuria: «Reagite contro la febbre malsana di dipingere tutto, descrivere tutto, dire tutto». Niente di personale contro l'imputato. «Siate indulgenti con Buadelaire, che è una persona inquieta e squilibrata. Ma, condannando almeno certe parti, date un monito ormai necessario» (tratto da “Baudelaire: I Fiori Illegali”, Giuseppe Scaraffia, 22 aprile 2007). L'esito del processo porterà alla censura di sei poesie (verranno pubblicate a parte a Bruxelles col titolo “I Relitti”) e ad una pena pecuniaria di 300 franchi poi ridotta a 50 franchi grazie all'intervento dell'imperatrice Eugenia. Obscene Publications Acts - Wikipedia LA REGOLA HICKLIN Nel 1868, il caso “Regina v. Hicklin” darà vita alla “Regola Hicklin”, o “Hicklin Test”, dal nome del magistrato, Benjamin Hicklin, chiamato a giudicare. L’imputato Henry Scott, dell’Unione Elettorale Protestante, era stato accusato di aver creato un opuscolo offensivo anti-cattolico chiamato “The Confessional Unmasked”, che denunciava l’immoralità delle confessioni a carattere sessuale, descrivendone alcune (un’opera di vera avanguardia, ndr). Scott fu condannato, ma Hicklin ricorse in appello sostenendo che l’opera non era intenzionalmente oscena, in quanto intendeva smascherare l’immoralità, e che solo parti dell’opuscolo potevano essere considerate oscene. Non bastò a convincere la Corte, che decretò la pubblicazione oscena di fatto e ordinò che fosse distrutta. Di conseguenza, si definì che cosa, all’epoca, doveva essere considerato osceno e illegale, ovvero, un qualsiasi materiale che «tende a depravare e corrompere le menti di persone aperte ad influenze immorali (in particolare quelle della gioventù) nelle cui mani può cadere». In base alla regola Hicklin fuono banditi lavori di Balzac, Flaubert, James Joyce e D. H. Lawrence perché contenenti dei passaggi isolati considerati osceni che secondo i giudici avrebbero potuto corrompere le menti dei giovani. La regola fu poi adottata anche dagli Stati Uniti e rinforzata da Anthony Comstock, un agente speciale dell’Ufficio Postale degli Stati Uniti, che nel 1873 propose di estenderla in modo da proibire «ogni articolo o cosa progettata o intenzionata alla prevenzione del concepimento o a procurare un aborto». La proposta è diventata legge ed è nota come “Comstock Law”. Hicklin test - Wikipedia

IL TEST ROTH La regola Hicklin è stata sospesa nel 1957 in seguito agli sviluppi del caso “Roth v. United States”. Samuel Roth, proprietario di una casa editrice di New York City, fu accusato di spedire materiali «osceni, volgari, lascivi o sconci» via posta per promuovere la vendita di una pubblicazione chiamata “American Aphrodite”, ("A Quarterly for the Fancy-Free") contenente letteratura erotica e foto di nudo. David Alberts, che gestiva un’attività commerciale via posta da Los Angeles, fu accusato di pubblicare immagini di donne «nude e vestite di abiti succinti». La corte presieduta da William J. Brennan, Jr. ripudiò il test di Hicklin e ridefinì ciò che doveva essere considerato osceno: qualsiasi materiale considerato interamente il cui tema dominante «stimola l’interesse libidinoso di una persona media secondo gli standards comunitari contemporanei». Brennan affermò anche che l’oscenità non era protetta dal Primo Emendamento, per cui il Congresso poteva bandire qualsiasi materiale ritenuto osceno senza doverne valutare la presunta importanza sociale. Il giudice Earl Warren obiettò che tale decisione avrebbe avuto l’effetto di includere anche opere artistiche e scientifiche, colpendo la libertà di comunicazione in generale, ma concordò sul fatto che l’oscenità non poteva considerarsi protetta dal Primo Emendamento. Di tutt’altra opinione i giudici “letteralisti” Hugo Black e William O. Douglas, che dissentirono vigorosamente, sostenendo che il Primo Emendamento proteggeva anche il materiale osceno. Roth v. United States - Wikipedia ONE, INC. v. OLESEN Nel caso “One, Inc. v. Olesen” del 1958, finì sotto accusa "ONE: The Homosexual Magazine", una pubblicazione della Mattachine Society di New York, la prima organizzazione per i diritti degli omosessuali negli Stati Uniti d'America. La Mattachine Society fu a lungo una sorta di società segreta che si richiamava ad una setta medievale di giullari che avevano l’abitudine di mettere alla berlina la società dell’epoca con spettacoli “en travesti”. Visto che nella California degli anni Cinquanta era severamente vietato agli omosessuali riunirsi in associazioni, come copertura vennero reclutate anche delle donne. Dopo una campagna di persecuzione promossa dal Servizio Postale degli Stati Uniti e dall’FBI, il direttore delle poste di Los Angeles dichiarò oscena la pubblicazione della Mattachine Society e quindi, secondo la Comstock Law, non inviabile via posta. La prima decisione della corte, nel marzo del 1956, si schierò dalla parte delle poste, definendo la pubblicazione «moralmente depravante e degradante». Ma poi, a sorpresa, non solo fu accettato l’appello alla Corte Suprema, ma, citando la recente decisione del caso Roth, fu rovesciata la sentenza senza neanche ascoltare gli argomenti dell’accusa. Una decisione storica con cui per la prima volta la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deliberato sul tema dell’omosessualità. One, Inc. v. Olesen - Wikipedia Nel caso “Memoirs v. Massachusetts”, del 1966, il test Roth fu ridefinito stabilendo che dovevano considerarsi non protetti dal Primo Emendamento solo quei materiali osceni ritenuti "palesemente offensivi" e "del tutto privi di valore sociale ". Tuttavia, la Corte non riuscì a trovare un accordo sulla definizione di oscenità. I giudici si trovarono a dover personalmente esaminare ogni procedimento per oscenità in tutti gli Stati dovendosi spesso riunire per assistere alla proiezioni di film imputati (i giudici Black e Douglas si

rifiuarono di partecipare a queste riunioni continuando a sostenere che tutti i materiali fossero protetti dal Primo Emendamento). Memoirs v. Massachusetts - Wikipedia UNITED STATES v. ONE BOOK CALLED ULYSSES Nel 1933, il Distretto di New York fu chiamato a decidere in merito alla libertà di espressione sancita dal Primo Emendamento: sotto accusa nientepopodimeno che James Joyce per il romanzo “Ulisse”, dichiarato osceno. In particolare, per "Nausicäa episode", in cui Joyce descrive una masturbazione, pubblicato prima della stampa del libro su una rivista che veniva inviata per posta a potenziali abbonati: una copia finì nelle mani di una ragazza di età sconosciuta che rimase scioccata dalla lettura e mandò una lettera di protesta. Ne scaturì un caso giudiziario. Dato che il capitolo era stato pubblicato a parte, non poteva essere giudicata l’opera nel suo intero. La Corte affermò che il romanzo sembrava «l’opera di una mente disordinata» e condannò gli editori della rivista che dovettero sospendere le pubblicazioni negli Stati Uniti per più di dieci anni. Gli Stati Uniti dichiararono l’opera di Joyce oscena e quindi non importabile, soggetta a confisca e distruzione. La casa editrice del libro, la Random House, obiettò che l’opera era protetta dal Primo Emendamento. Dopo un primo patteggiamento tra le parti, l’opera di Joyce fu accusata di: contenere titillazioni sesssuali, specialmente nel soliloquio di Molly Bloom (il noto flusso di coscienza di cui Joyce è considerato un maestro, ndr); di essere blasfema, in particolare anti-cattolica; di portare in superficie pensieri e desideri che solitamente sono repressi. Tutto ciò fu considerato una minaccia alle «credenze morali, religiose e politiche». In breve, fu ritenuta un’opera sovversiva. La difesa cercò di minimizzare gli elementi sovversivi o potenzialmente offensivi e di enfatizzare l’integrità artistica dell’opera e la sua serietà morale, sostenendo che si trattava di un classico. Il giudice John M. Woolsey stabilì che l’Ulisse non era da ritenersi pornografico poiché non vi era nulla che facesse pensare allo «sguardo malizioso del sensualista». Riconoscendo lo straordinario successo dell’uso che aveva fatto Joyce della tecnica del flusso di coscienza, il giudice dichiarò che si trattava di un romanzo importante e che il suo autore era stato sincero e onesto nel mostrare cosa pensano e il modo in cui operano le menti dei suoi personaggi. Stabilito dunque che l’opera non era stata concepita con intenti pornografici, bisognava stabilire se fosse da considerarsi oggettivamente oscena secondo le leggi in vigore, ovvero se poteva «fomentare gli impulsi sessuali o condurre a pensieri lussuriosi e atti impuri». Il giudice decretò che, sebbene in molti passi gli effetti dell’Ulisse sul lettore indubbiamente fossero in qualche modo “emetici” (da far vomitare, ndr) - riguardo a tali passaggi, l’amico di Joyce Stuart Gilbert, autore di uno studio critico del romanzo, dice che «sono, di fatto, catartici, calcolati per placare piuttosto che per eccitare gli istinti sessuali» (wikipedia) - mai tendeva ad essere “afrodisiaca”. Di conseguenza, fu giudicata non oscena e ammessa negli Stati Uniti. Cento copie dell’Ulisse furono pubblicate prontamente nel gennaio del 1934 ed ottennero il copyright americano: fu la prima pubblicazione legale dell’Ulisse in una

nazione di lingua inglese. A Parigi, Joyce affermò trionfalmente: che «una metà del mondo di lingua inglese si è arresa, l’altra metà presto seguirà». Fu vero solo in parte: l’Inghilterra abdicò entro pochi anni, nel 1936, mentre per la sua patria, l’Irlanda, l’Ulisse dovette aspettare fino al 1966. Il bando fu tolto solo quando ci si rese conto che il culto joyciano rappresentava una notevole attrazione turistica. Ma la storia non finisce qui. Ci fu un ricorso in appello contro la decisione del giudice Woolsey: i giudici Learned e Augustus Hand (cugini), ritenendo che il caso stava ricevendo una attenzione e una pubblicità esagerate, chiesero di “blindare” la sentenza, per evitare che fosse citata troppo liberamente. Il giudice Augustus Hand, per motivare tale richiesta, fornì una interessante prospettiva storica sugli effetti malsani della furia censorea: […] L’arte certamente non può avanzare sotto la costrizione delle forme tradizionali, e niente in tale campo è più soffocante della limitazione del diritto a sperimentare nuove tecniche. Lo sciocco giudizio di Lord Eldon circa cento anni fa, che bandì le opere di Byron e Southey, la decisione della giuria, dopo l’attacco di Lord Denman, che ritenne “Queen Mab” di Shelley una offesa indicibile, sono indicativi di quanto sia difficile il compito di stabilire i limiti del campo in cui gli artisti esercitano il loro lavoro. Noi crediamo che l’Ulisse è un libro originale e sincero, che non ha l’effetto di promuovere la lussuria. Di conseguenza, non può essere considerato illegale, sebbene in molti possano giustamente sentirsi offesi […] (wikipedia). Il contributo del giudice Augustus Hand convinse ancor di più la Corte Suprema a decretare che l’oscenità di un testo non possa mai essere stabilita prendendo in esame dei passaggi isolati ma che debba essere considerata l’opera nella sua interezza. Tutto il clamore suscitato dal caso, le decisioni del processo e dell’appello, stabilirono dunque dei nuovi standards riguardo la censura, secondo cui l’opera va giudicata: 1 - come un intero, non in base ad estratti selezionati; 2 - in base ai suoi effetti sulle persone medie piuttosto che su quelle eccessivamente sensibili; 3 - in base agli standards comunitari contemporanei. La decisione del giudice John M. Woolsey, salutata come un’affermazione erudita ed intelligente della libera espressione artistico-letteraria, di fatto, aprì le porte all’importazione e alla pubblicazione di importanti opere di letteratura, anche di quelle che usavano linguaggio spinto e trattavano soggetti legati alla sessualità. United States v. One Book Called Ulysses - Wikipedia IL PROCESSO A LADY CHATTERLEY «La parola “scopare” ricorre trenta volte. “Fica” quattordici. “Palle” tredici. “Merda” sei. “Culo” e “piscia” tre» (Sybille Bedford, “Il Processo a Lady Chatterley”). Uscito per la prima volta a Firenze nel 1928 presso lo stampatore Pino Orioli, “L'Amante di Lady Chatterley” (“Lady Chatterley's Lover”) di D.H. Lawrence, ha già turbato molti lettori quando, il 15 maggio del '59, Barney Rosset, responsabile della casa editrice Grove Press, fa causa al Ministero delle Poste americano per aver confiscato copie della versione non censurata del libro. Le premesse sono tutt'altro che favorevoli a Rosset, essendo in vigore in America una legge che proibisce le pubblicazioni oscene considerate tali in base a quanto, nell'accezione sociale più comune, può definirsi

«libidinoso, lascivo e indecente». Solo due anni prima, nel '57, la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva stabilito che il Primo Emendamento della Costituzione, garante della libertà di parola, non può essere applicato al linguaggio osceno, che è quindi fuorilegge. L'avvocato Charles Rembar, assunto da Rosset, sa che Lawrence si è lanciato nella descrizione degli amplessi tra i due amanti, oltre tutto socialmente diversi e lontani, con un verismo senza precedenti. Nel capanno dei loro incontri, in sintonia con la natura attorno e nella più esultante immersione nella rispettiva animalità, l'aristocratica Connie e il suo rude innamorato non solo danno sfogo alle proprie fantasie più spinte, ma ne parlano in modo allegramente esplicito, lieti di accendersi a vicenda anche con le parole del sesso, nominando zone del corpo e atti sessuali variegati. Tra i tabù violati dal romanzo spicca l'assunzione attiva del piacere femminile, in un'epoca in cui la donna, a maggior ragione se appartenente a una classe alta, è bandita per principio dalla più pericolosa tra le categorie dei godimenti carnali. Malgrado tutto, Rembar trova un escamotage, segnalando come l'obiettivo del Primo Emendamento sia «assicurare senza limiti il libero scambio delle idee», anche le più controverse e non ortodosse, se portatrici di valori di «riscatto sociale». A dargli man forte interviene ad un certo punto il giudice Bryan, del Southern District di New York, che, prescindendo con arbitrarietà dalla visione di Lady Chatterley come eroinasimbolo del risveglio culturale e sociale dell'Europa anni Venti, traduce il libro in una specie di manifesto etico pronto a colpire il sesso senza amore e l'ipocrisia della morale. Il 21 luglio del '59 è lo stesso Bryan ad attribuire alla Grove Press la palma della vittoria e ad ordinare al Ministero delle Poste di far spedire in giro dall'editore le copie del romanzo senza alcuna restrizione. Il che equivale alla fine del potere del Ministero stesso di vietare la distribuzione di un'opera letteraria giudicata “oscena”. L'anno dopo, nel '60, quando Lawrence è ormai morto da un trentennio, anche l'Inghilterra chiude i conti con la tragsressiva Lady, fino a quel momento accessibile solo in versione depurata. Nel '59, una nuova legge inglese ha corretto in parte le limitazioni censorie precedenti, stabilendo che qualsiasi libro, prima di essere proibito va giudicato nella sua totalità, e che la Corte deve avvalersi dell'opinione di lettori esperti. La Penguin Books prova a vagliare subito l'atto legislativo sfornando il libro non purgato in edizione economica. Scatta la denuncia e nella sede dell'Hold Bailey di Londra parte un processo spettacolare, scandito da sei udienze attraversate da un fiume di parole sconce, gridate e ripetute con morbosità ossessiva, citate direttamente dal libro dal pubblico accusatore, che tenta di portare la giuria verso una condanna. Stila la lista delle copule descritte («non meno di tredici secondo i miei calcoli»), paragona le congiunzioni “lubriche” di Lady Chatterley a quanto accade a Charing Cross Road, nell'area londinese del vizio, si indigna contro le perversioni di Connie, «guardata non solo dall'esterno, ma per così dire dall'interno». Però, i testimoni a favore del libro sono troppi: una settantina, sebbene in aula ne venga ascoltata solo la metà. Scrittori, poeti, critici e persino sacerdoti. Richard Hoggart, l'autore di “The Uses of Literacy”, dichiara che l'opera di Lawrence non solo è “virtuosa”, ma va acclamata per il suo «rispetto per il peso delle palle di un uomo». I tempi sono cambiati, il moralismo vittoriano è al tramonto, stanno per irrompere i Beatles e le minigonne: l'impudica Lady Connie e il suo selvaggio guardacaccia meritano di essere assolti (“Lady Chatterley, un processo per assolvere la letteratura”, pubblicato da Silvana sul blog Biblioteca di Garlasco). La libera pubblicazione de “L’amante di Lady Chatterley" fu un evento significativo per la rivoluzione sessuale degli anni '60. In quel periodo, il libro era argomento di frequenti discussioni e costituiva una sorta di punto di riferimento molto in voga. Negli anni tra il 1959 e il 1966, negli Stati Uniti venne rimosso il bando anche su “Tropico del Cancro” e

“Fanny Hill”. Il romanzo di Henry Miller, a causa degli espliciti brani sessuali non poté essere pubblicato negli Stati Uniti (ma un'edizione del romanzo, pubblicata dalla Obelisk Press di Parigi, arrivò in America di contrabbando).

LES AMANTS Nei casi che seguirono, la Corte incontrò enormi difficoltà ad applicare il test di Roth perchè non definiva cosa si dovesse intendere per “standards comunitari”. Ad esempio, il caso del 1964 “Jacobellis v. Ohio”, in cui la corte dell’Ohio fu chiamata a decidere se bandire il film francese “Les Amants” di Luois Malle, interpretato da Jeanne Moreau, considerato osceno per l’immoralità della trama e per alcune scene troppo audaci. La Corte, dopo un duro scontro di opinioni, decretò che il film era da considerarsi protetto dal Primo Emendamento. L’opinione rimasta più famosa fu quella del giudice Potter Stewart, secondo cui, in base al test di Roth, solo la pornografia hardcore poteva considerarsi una forma di oscenità non protetta. Stewart scrisse: «Oggi non proverò a definire ulteriormente che tipo di materiale debba essere considerato osceno e illegale. Ma so quel che vedo e il film in questione non lo è» (wikipedia). Jacobellis v. Ohio - Wikipedia LA FINE DELL’OSCENITA’ Nel 1965, la Putnam pubblicò il romanzo “Fanny Hill” (in it. “Memorie di una donna di piacere”), scritto nel 1750 da John Cleland. Cleland scrisse il libro, che uscì in due parti separate, nel novembre 1748 e nel febbraio 1749, mentre si trovava in carcere. È la storia della metamorfosi psicologica di una donna, una prostituta, che assapora le gioie del sesso e si dà perché spinta da una «passione troppo impetuosa per resistere». L’opera fu ufficialmente ritirata dal mercato e, di conseguenza, non fu più ripubblicata legalmente per più di un secolo. Tuttavia, ha continuato a circolare e ad essere venduta grazie ad edizioni pirata disponibili sul mercato nero. Nella sua versione non censurata, rimase ufficialmente proibito nel Regno Unito fino al 1970. Nel 1966 fu l'oggetto di una celebre sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti (n. 383 U.S. 413) nel caso “A Book Named John Cleland's Memoirs of a Woman of Pleasure v. Attorney General of Massachusetts”, in cui si afferma che la costituzione americana impedisce che un'opera di cui sia riconosciuto anche un modesto valore letterario sia condannata come oscena. Il caso "Memoirs v. Massachusetts” segnò una svolta poiché la Corte, presieduta da Earl Warren, sentenziò che il sesso era «una grande

e misteriosa forza motivatrice nella vita umana» e che la sua espressione nella letteratura era protetta dal Primo Emendamento. Il caso “Fanny Hill” ridefinì il test di Roth, giudicando non protette solo quelle opere che facevano appello principalmente ad "interessi osceni", la cui oscenità fosse ritenuta “palesemente offensiva" e non adempiente ad alcun "valore sociale”. Qualsiasi opera, invece, come nel caso di “Fanny Hill”, a cui sia riconosciuto il merito di adempiere ad una qualche funzione sociale, non può considerarsi oscena, anche se contiene passaggi isolati che possono tendere a "depravare o corrompere" le menti di alcuni lettori. Permettendo la pubblicazione di “Fanny Hill”, la Corte Suprema spostò di molto il limite per un qualsiasi bando, al punto che l’editore Rembar definì la decisione del 1966 come "la fine dell'oscenità". Il risultato fu che cominciarono a proliferare pubblicazioni pornografiche e sessualmente esplicite mentre la Corte Suprema dovette subire molte pressioni dai governi statali e locali che chiedevano maggiore libertà di azione per un giro di vite contro l’oscenità. Il giudice Abe Fortas venne attaccato con vigore al Congresso da conservatori come Strom Thurmond per aver concorso alla liberalizzazione della pornografia decisa dalla corte Warren. Perfino il Presidente Richard Nixon, nella sua campagna presidenziale del 1968, attaccò la corte Warren, impegnandosi a nominare dei giudici più severi alla Corte Suprema. IL TEST DI MILLER «Negli Stati Uniti, la pornografia è legale se non corrisponde al test di Miller sull’oscenità, cosa che non si verifica quasi mai» (wikipedia). Nel 1961, la Grove Press aveva pubblicato una copia del romanzo e in vari stati furono intentate numerose azioni legali contro dozzine di librai per permetterne la vendita. La pubblicazione venne definitivamente consentita dalla decisione del 1973 della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso “Miller v. California”. Nella sentenza, la Corte definì l' "oscenità" secondo quello che viene oggi chiamato “test di Miller”. Il caso Miller stabilì cosa costituisce “oscenità non protetta” in base al Primo Emendamento. La decisione della Corte, riaffermando parte del test di Roth, decretò che l’oscenità non era protetta dal Primo Emendamento e stabilì il test di Miller per determinare tutto ciò che costituisce materiale osceno. Marvin Miller, operatore di una delle maggiori attività commerciali via posta della West Coast, che trattava anche materiali sessualmente espliciti, fu accusato di aver promosso la vendita di libri illustrati osceni con l’etichetta di materiale “per adulti”. Fu giudicato colpevole per aver violato il Codice Penale della California, distribuendo intenzionalmente materiale osceno. Il materiale in questione consisteva principalmente di immagini e disegni molto espliciti ritraenti uomini e donne in gruppi di due o più persone nel corso di varie attività sessuali con i genitali in bella mostra. La Corte, innanzitutto, riconobbe «i pericoli inerenti il compito di regolare ogni forma di espressione», poi aggiunse che «gli statuti destinati a regolare i materiali osceni devono essere attentamente limitati». Nel tentativo di stabilire questi limiti, la Corte fissò tre criteri: 1 - la persona media, secondo gli standards comunitari contemporanei (locali, non nazionali), deve trovare che l’opera, nella sua interezza, richiami interessi osceni; 2 - l’opera deve rappresentare o descrivere, in un modo palesemente offensivo, condotte sessuali o funzioni escrementizie definite specificatamente dalle leggi statali in vigore; 3 - l’opera, nella sua interezza, deve essere priva di un serio valore letterario, artistico, politico o scientifico. Per la prima volta, dal caso Roth, la maggioranza della Corte si trovò concorde nella definizione di oscenità. Rispetto alla decisione presa nel caso “Fanny Hill”, il test Miller fornì agli stati una maggiore libertà nel procedere contro presunti approviggionatori di materiali osceni. Non appena entrò in vigore il test Miller, furono avviati centinaia di procedimenti, al punto che la Corte Suprema si vide costretta in molti casi a negare le

richieste di appello per il troppo lavoro. In seguito al caso “Paris Adult Theatre I v. Slaton”, del 1973, in cui fu condannata una sala cinematografica che proiettava film a luci rosse per «esibizione commerciale di immagini oscene», fu concessa ai singoli stati maggiore libertà di azione contro le case di produzione di film per adulti. Le maggiori controversie sono sorte riguardo la definizione di “standards comunitari”, poiché questi possono variare da stato a stato (consentendo ai perseguitati di emigrare negli stati più tolleranti): ciò che offende la persona media di Jackson, nel Mississippi, può differire da ciò che offende la persona media di New York City. Il test di Miller richiede una interpretazione di ciò che la persona media trova offensivo piuttosto che definire cosa è da ritenersi offensivo per le persone più sensibili della comunità, come avveniva seconfo il test Hicklin. Inoltre, la comunità rilevante non è definita. In pratica, immagini pornografiche che mostrano gli organi genitali e atti sessuali non sono da considerare ipso facto oscene secondo il test Miller a meno che manchino di un qualche valore artistico, letterario, scientifico (in generale, sociale). Gran parte della pornografia, ad esempio, è legale perché è considerata tra le opere di valore artistico e letterario secondo la dottrina porno-giuridica. I porno-critici sostengono invece che la definizione di oscenità è paradossale, arbitraria e soggettiva e che l’esistenza ipotetica di “persone ragionevoli” e di “standards comunitari contemporanei” di fatto rendono le leggi federali in materia inattuabili e di dubbia legalità. Proprio a causa delle difficoltà di definire l’oscenità, alcuni sostengono che le leggi in materia non soddisfano “la dottrina della vaghezza”, cioè sono troppo vaghe per essere applicabili. L’avvento di Internet, inoltre, ha reso ancora più difficile giudicare in merito agli “standards comunitari”, dato che il materiale pubblicato sul Web può essere visto allo stesso modo da persone residenti in luoghi molto distanti, sotto diverse giurisdizioni. Miller v. California - Wikipedia UNITED STATES OF AMERICA v. EXTREME ASSOCIATES Nel caso del 2005, “United States of America v. Extreme Associates”, la Extreme Associates, una compagnia pornografica di Rob Zicari e sua moglie Lizzy Borden (conosciuta anche come Janet Romano), è stata accusata di presunta distribuzione di materiale osceno. La compagnia si è difesa dicendo che i propri clienti avevano il diritto legale di ricevere tale materiale e che esiste anche il diritto a distribuirlo. Nel documentario “American Porn”, prodotto dalla PBS Frontline, andato in onda il 7 febbraio 2007, si parla del film di Lizzy Borden “Forced Entry”, in cui sono rappresentate diverse scene di stupro. Zicari, intervistato, difende la sua compagnia e sfida il giudice John Ashcroft ad intraprendere azioni contro di lui, dichiarando che «abbiamo tonnellate di roba per cui tecnicamente potremmo essere arrestati. Sarò felice di fare da test». L’8 aprile del 2003, in seguito ad un’indagine condotta dalla United States Postal Inspection Service e dalla Pornography Unit del Los Angeles Police Department, vengono sequestrati 5 video della Extreme. Il 6 agosto 2003, Borden e la compagnia vengono accusati dal grand jury federale di Pittsburgh di produzione e distribuzione via posta e via Internet di materiali pornografici osceni. Zicari e Romano vengono condannati a 15 anni di prigione e a pagare una multa di 2,500,000 dollari. Inoltre, viene

ordinata la confisca dei films, dei profitti derivanti dalla distribuzione e di tutte le proprietà usate per la promozione, incluso il sito Interenet extremeassociates.com. Sebbene la compagnia di Zicari si trovasse a North Hollywood, vicino Los Angeles, l’imputazione e i processo si sono svolti nel Western District of Pennsylvania, da dove gli agenti hanno ordinato i materiali ritenuti osceni, un distretto di orientamento molto conservatore, in cui più facilmente si poteva convincere la giuria che i materiali accusati fossero da considerare osceni secondo il Test di Miller. Mary Beth Buchanan, che ha fatto il Pubblico Ministero, in un’intervista rilasciata a 60 Minutes ha dichiarato: «La proliferazione di questo tipo di materiali sta diventando sempre maggiore. Per questo è importante rafforzare la legge e fissare dei limiti a ciò che si può vendere e distribuire». Ms. Buchanan ha aggiunto che «la mancanza di un rafforzamento delle leggi federali sull’oscenità nel corso degli anni ’90 ha portato ad una proliferazione di oscenità in tutti gli Stati Uniti, materiali violenti e degradanti come quelli della Extreme». Durante il Processo, Zicari ha continuato a vendere i film incriminati per pagare la sua difesa. Da notare che i “consumatori” del materiale in questione non infrangono alcuna legge poiché il mero possesso di materiali ritenuti osceni non è illegale. Secondo l’avvocato di Zicari, H. Louis Sirkin, il diritto alla privacy dà agli individui il diritto costituzionale di poter vedere materiali osceni in privato, dunque anche le compagnie hanno il diritto di distribuirli. La difesa ha quindi sostenuto che le leggi federali sull’oscenità violano il diritto costituzionale alla privacy e alla libertà individuale. Il 20 gennaio 2005, il Giudice Gary L. Lancaster dà ragione alla difesa concordando sul fatto che gli statuti federali anti-osceniità sono incostituzionali perché violano il diritto fondamentale di possedere e vedere ciò che si vuole in privato. L’accusa risponde che il governo ha il legittimo interesse a proteggere adulti inconsapevoli e bambini dalla possibile esposizione di materiali osceni. Il giudice Lancaster sostiene invece che adulti inconsapevoli e bambini sono già protetti dato che il sito Web richiede una carta di credito e che esistono software per restringere ai bambini l’accesso alla pornografia su Internet L’8 dicembre del 2005, le corti di appello rovesciano la sentenza del giudice Lancaster sostenendo che solo la Corte Suprema può decidere in merito alla presunta anti-costituzionalità delle leggi sull’oscenità. Il caso ritorna al distretto di appartenenza. L’11 marzo del 2009, Zicari e sua moglie si dichiarano colpevoli e dichiarano di aver chiuso il sito della Estreme. La coppia viene condannata, l’1 luglio del 2009, a un anno e un giorno di prigione. United States v. Extreme Associates AMERICAN PORN La questione tuttavia non è stata risolta ed è quanto mai attuale, dato che con l’emergere di Internet molti materiali considerati più o meno osceni possono essere accessibili a chiunque da ogni parte del mondo, anche da quei luoghi in cui l’atteggiamento verso l’oscenità è molto più severo. Gore Vidal nella sua introduzione di “Myron” del 1974, sequel del suo romanzo del 1967 “Myra Breckenridge”, che ha per protagonista un transessuale e che all’epoca fu considerato osceno dal movimento anti-pornografia (ma non fu perseguito), fa della satira riguardo il test Miller dicendo che «lascia ad ogni comunità il diritto di decidere cosa è pornografia» e che ha «allarmato e confuso gli spacciatori di sconcezze», eliminando le linee guida. Vidal dice poi di aver deciso di sostituire i nomi dei Giudici che hanno votato il test Miller e quelli dei crociati anti-pornografia Charles Keating e Padre Morton A. Hill, per conformarsi agli “standards comunitari” così come sancito dal test.

CHILD PROTECTION ACT Il caso “New York v. Ferber”, del 1982, fece emergere per la prima volta il problema della pedopornografia. Paul Ferber e Tim Quinn erano i proprietari di una libreria per adulti. Quando Ferber vendette ad un poliziotto in borghese due film in cui comparivano dei ragazzi che si masturbavano, venne arrestato per violazione di una legge dello stato di New York che proibisce la vendita di qualsiasi materiale che ritrae condotte sessuali di minori di anni 16. Ferber fu condannato in primo grado, ma la Corte di Appello rovesciò la sentenza decretando che il Primo Emendamento proteggeva la condotta del pornografo. Lo stato di New York chiese allora l’intervento della Corte Suprema che stabilì un precedente importante: la pedopornografia non può considerarsi in alcun modo protetta dal Primo Emendamento e dunque può essere bandita senza dover sottostare al test Miller. Per spiegare la sua decisione, la Corte illustrò cinque ragioni: 1 - il governo ha l’obbligo di fare tutto il possibile per prevenire lo sfruttamento sessuale dei bambini; 2 - la distribuzione di raffigurazioni visuali di bambini coinvolti in attività sessuali è intrinsecamente relativa all’abuso sessuale di bambini. Le immagini servono come un sollecito permanente dell’abuso e dunque il governo deve necessariamente regolare i canali che distribuiscono tali immagini nel tentativo di eliminare la produzione di pedopornografia; 3 - la pubblicità e la vendita di pedopornografia forniscono un motivo economico per la produzione di pedopornografia; 4 - le raffigurazioni visuali di bambini coinvolti in attività sessuali hanno un valore artistico trascurabile; 5 - per tutte queste ragioni, la pedopornografia è da considerarsi al di fuori del Primo Emendamento e non deve essere considerata legalmente oscena prima di essere messa fuorilegge. La Corte successivamente estese, in seguito al caso “Osborne v. Ohio”, del 1990, il divieto anche alla mera possessione di pedopornografia. Nel 1984, in seguito ad un’ondata di fatti di cronaca riguardanti casi su larga scala di abusi su bambini legati alla pedopornografia, alla pubblicazione di una serie di rapporti che suggerivano un collegamento tra le molestie ai bambini e la pornografia e di alcuni studi accademici secondo cui esisteva un collegamento tra la pornografia e la violenza sessuale contro le donne, il Presidente Reagan vara il primo “Child Protection Act”, volto a rafforzare le misure repressive contro i produttori e i distributori di materiale pedopornografico, che Reagan definisce “violento e pericoloso”. Inoltre, annuncia la sua intenzione di costituire una nuova commissione, che sarà presieduta dall’Attorney General – capo del Dipartimento di Giustizia - Edwin Meese, incaricata di studiare la pornografia, formata in maggioranza da esponenti schierati apertamente su posizioni anti-porno. Il rapporto finale della commissione, noto come, “The Meese Report”, pubblicato nel luglio del 1986, documenta in particolare gli effetti dannosi della pornografia e le connessioni tra i pornografi e il crimine organizzato. Il rapporto fu criticato dagli stessi scienziati il cui lavoro era stato utilizzato dalla commissione che dichiararono che i risultati erano stati distorti e che fossero incongruenti rispetto il rapporto finale. Tali proteste instillarono il sospetto che la commissione fosse in realtà lo strumento di una campagna moralizzatrice anti-pornografia. Le critiche piovvero non solo dagli addetti ai lavori interni all’industria pornografica ma anche dall’esterno, in particolare dalle porno-femministe (come Pat Califia e Camille Paglia) e dai liberali radical-chic, che accusarono il rapporto di essere inaccurato, inattendibile, viziato da pregiudizio ideologico. New York v. Ferber - Wikipedia Meese Report - Wikipedia

CHILD PORNOGRAPHY PREVENTION ACT Nel 2002, in seguito agli sviluppi del caso “Ashcroft v. Free Speech Coalition”, la Corte ha stabilito che anche i materiali sessualmente espliciti che ritraggono minori possono essere in alcuni casi porno-costituzionalmente protetti. Occorre fare però un salto indietro, al 1996, quando la Presidenza Clinton vara il primo “Child Pornography Prevention Act” (CPPA), con l’intento di colpire la pedopornografia via Internet, proibendo «ogni raffigurazione visuale, incluse foto, film, video, disegni, immagini generate dal computer e anche disegni che solo sembrano essere, di minori coinvolti in condotte sessualmente esplicite». La Corte osservò che in questo modo si intendeva comprendere anche la cosiddetta “pedopornografia virtuale”, che fa uso di immagini generate dal computer oltre a quelle prodotte con mezzi tradizionali. Si proibiva inoltre «ogni immagine sessualmente esplicita pubblicizzata, promossa, presentata, descritta o distribuita in modo tale da far pensare ad un minore coinvolto in condotte sessualmente esplicite». In seguito all’approvazione del CPPA, preoccupati per la possibile limitazione delle proprie attività, la Free Speech Coalition, una associazione commerciale californiana dell’industria pornografica, insieme con Bold Type, Inc., editore di un libro in favore dello stile di vita nudista, Jim Gingerich, un pittore di nudo, Ron Raffaelli, un fotografo specializzato in immagini erotiche, intentarono una causa accusando il CPPA di essere “overbroad”, cioè talmente vago che i suoi effetti andavano al di là delle intenzioni del legislatore. La Corte che aveva approvato il CPPA respinse l’accusa, ma alla fine la Free Speech Coalition vinse la causa: la Corte presieduta da William Rehnquist decretò che effettivamente il CPPA era da considerarsi “overbroad” perché proibiva anche materiale né osceno né prodotto sfruttando bambini veri, come nel caso di Ferber, e per questo fu giudicato incostituzionale. La Corte Suprema confermò successivamente la decisione affermando che il CPPA includeva categorie di espressione diverse dall’oscenità e dalla pedopornografia. Concluse che «il CPPA proibisce la libera espressione a dispetto del suo valore letterario, artistico, politico o scientifico». In particolare, le raffigurazioni visuali di teenagers coinvolti in attività sessuali che possono essere tema di opere artistiche e letterarie, come ad esempio in “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare, nel film del 1996 “William Shakespeare's Romeo + Juliet” diretto da Baz Luhrmann, nei film “Traffic” e “American Beauty”. Il ché andrebbe contro la regola essenziale del Primo Emendamento secondo cui «il merito artistico di un’opera non dipende dalla presenza di una singola scena sessualmente esplicita». Mentre la pornografia minorile, inclusa la pedopornografia, è illegale per il danno che la sua distribuzione e produzione infligge ai minori e ai bambini, la pornografia virtuale può servire a preservare il valore artistico di un’opera che ritrae minori coinvolti in atti sessuali e al tempo stesso salvaguardare i minori dal possibile sfruttamento. Il Governo controbattè che, senza il CPPA, i molestatori di bambini avrebbero potuto usare la pedopornografia virtuale per cercare di sedurre dei bambini. La Corte rispose che «vi sono molte cose innocenti, come i cartoni animati, i videogiochi, le caramelle, che potrebbero essere usate per scopi immorali, ma che non per questo si possono proibire». (come pensiero pedofilo non fa una grinza, ndr). Allo stesso modo, il Primo Emendamento distingue tra parole e azioni, escludendo che si possano bandire delle mere parole solo perché potrebbero condurre a cattive azioni. Se l’obiettivo del CPPA era di eliminare il mercato della pornografia minorile, non si poteva raggiungere quest’obiettivo proibendo anche forme di espressione legali. Il giudice Justice Rehnquist dissentì argomentando che il rapido avanzamento della tecnologia

avrebbe presto reso molto difficile, se non impossibile, distinguere tra pornografia reale, realizzata con immagini di bambini veri, e pornografia virtuale, realizzata con immagini di bambini simulate, e che per questo il CPPA proibiva «immagini virtuali generate dal computer indistinguibili da quelle di bambini reali coinvolti in condotte sessuali esplicite». Per quanto riguarda le opere di indubbio merito artistico, Rehnquist fece notare che la raffigurazione esplicita di rapporti sessuali in cui fossero coinvolti dei minori, proibita dal CPPA, non era riscontrabile in nessuno dei film citati dalla Corte, dove il rapporto sessuale con o tra minori è solo evocato, mai mostrato in modo esplicito. Ashcroft v. Free Speech Coalition - Wikipedia Child Pornography Prevention Act of 1996 - Wikipedia PROTECT ACT OF 2003 In risposta alla bocciatura del CPPA, il 30 aprile del 2003, il Presidente George W. Bush tramutò in legge il PROTECT (Prosecutorial Remedies and Other Tools to end the Exploitation of Children Today) Act (conosciuto anche come “Amber Alert Law”) con l’intento dichiarato di prevenire l’abuso e lo sfruttamento di bambini. Per quanto riguarda la controversia relativa alla pornografia virtuale, stabilisce che siano criminalizzati tutti quei materiali, inclusi disegni, cartoni animati, sculture o dipinti, che raffigurano minori coinvolti in condotte sessualmente esplicite giudicati osceni secondo i criteri stabiliti dal test Milller, e che siano criminalizzate tutte le immagini reali o virtuali che raffigurano un minore coinvolto in rapporti sessuali prive di un riconoscibile valore letterario, artistico, politico o scientifico. Rispetto le disposizioni giudicate incostituzionali del precedente Child Pornography Prevention Act, le disposizioni del Protect Act stabiliscono dunque che non tutta la pornografia minorile simulata è da considerarsi illegale, solo quella che viene riconosciuta come oscena in base al test Miller e dunque non protetta dal Primo Emendamento. Il PROTECT Act inoltre ha revisionato una parte dell’originale CPPA (18 U.S.C. § 2252A) aggiungendo il paragrafo (a)(3) che criminalizza la consapevole «promozione o distribuzione di raffigurazioni visuali oscene di un minore coinvolto in condotte sessualmente esplicite», distinguendo tra raffigurazioni oscene di un qualsiasi minore, anche virtuale, e mere raffigurazioni di un minore in carne e ossa. Il 6 aprile del 2004, durante un’operazione clandestina contro lo sfruttamento di bambini su Internet, l’Agente Speciale Timothy Devine entra in una chat room usando il nomignolo “Lisa n Miami” (LNM). Devine nota un messaggio pubblico postato da un utente usando un simbolo grafico successivamente ricondotto ad un tale di nome Michael Williams. Il messaggio diceva: «Il papà della piccola ha delle “buone” immagini cerco scambio con immagini delle vostre piccole o live cam». L’agente Devine, alias LNM, contatta Williams tramite chat privata e si scambiano fotografie non-pornografiche. Williams gli fornisce una foto di una bambina di 2 o 3 anni distesa su un divano in costume da bagno e cinque

fotografie in varie pose non-sessuali tra cui una in cui la bambina espone il petto e ha le mutandine abbassate appena sotto la vita. LNM spedisce a Williams una foto nonsessuale di una ragazza del college digitalmente ritoccata per farla sembrare di 10-12 anni che dichiara essere sua figlia. Dopo questo scambio iniziale, Williams dice di avere foto di nudo della sua figlia di 4 anni scrivendo: «Ho immagini hard-core di me dau e altri tizi», e chiede a LNM altre immagini di sua figlia. Non vedendole arrivare, accusa LNM di essere uno sbirro. LNM a sua volta accusa Williams di essere uno sbirro. Dopo che i due si ripetono più volte la stessa accusa sulla parte pubblica della chat room, Williams posta un messaggio seguito da un hyperlink a cui l’agente Devine accede e, tra le altre cose, si ritrova davanti agli occhi sette immagini di minori in carne e ossa dai 5 ai 15 anni completamente nudi che mostrano i genitali e sono coinvolti in condotte sessualmente esplicite. A quel punto gli agenti del Servizio Segreto si recano a casa di Williams per eseguire una perquisizione. Trovano nei due hard disk del suo computer almeno 22 immagini di minori in carne e ossa coinvolti in condotte sessualmente esplicite o che mostrano lascivamente i genitali. Per la maggior parte si tratta di bambini in età prepuberale che hanno rapporti sado-masochistici. Williams viene accusato di promuovere, o “procacciare”, materiale in modo da far credere che contenga pornografia minorile illegale e di possesso di pornografia minorile illegale. Williams respinge parte delle accuse dichiarando la Sezione § 2252A (a)(3)(B) del PROTECT Act “overbroad” e inconstituzionale. Sebbene Williams venne condannato per entrambi i capi di accusa a 60 mesi di carcere, la Corte successivamente stabilì che la Sezione § 2252A (a)(3)(B) non avrebbe dovuto punire la sollecitazione o l’offerta di pornografia minorile virtuale (immagini animate generate dal computer) poiché «l’offerta di fornire o la richiesta di ricevere pornografia minorile virtuale non è proibita dalla legge». Si ha un crimine solo quando si tratta effettivamente, o lo si fa credere, di immagini di minori in carne e ossa. Dunque, la Corte Suprema giunse alla conclusione che proibire per legge il “procacciamento” di pornografia minorile (offrire o richiedere di trasferire, vendere, spedire, commerciare materiali vari) non costituiva una violazione del Primo Emendamento, anche nel caso in cui la persona accusata non possieda di fatto il materiale pornografico che smercia. Secondo il ragionamento della Corte Suprema, il Primo Emendamento non può proteggere chi offre la partecipazione a transazioni illegali. Nel maggio del 2008, la Corte Suprema conferma la Sezione § 2252A (a)(3)(B) che criminalizza il procacciamento e la sollecitazione di pornografia minorile, intendendo dare un segnale forte alla lotta contro le reti criminali che la producono e la vendono ricavandone enormi profitti. Nel dicembre del 2008, in Virginia, Dwight Whorley è la prima persona ad essere condannata definitivamente a 20 anni di prigione per aver usato un computer della ditta per cui lavorava per ricevere «immagini oscene di cartoni animati giapponesi raffiguranti bambine in età pre-puberale obbligate a rapporti sessuali con maschi adulti», e anche per il possesso di pornografia minorile raffigurante minori in carne e ossa. La Corte di Appello, nel confermare la condanna, sentenzia che «non è un elemento richiesto che il minore raffigurato esista veramente». PROTECT Act of 2003 - Wikipedia Jail sentence for hentai owner raises First Amendment issues 18 giugno 2009 DIRITTO ALLA PORNOGRAFIA In un mondo porno-globalizzato, la produzione e la distributione di film pornografici è un’attività economica legale di notevole importanza. Se si escludono i paesi musulmani (a

parte la Turchia), l’Africa e gran parte del Sud-est asiatico, compresa la Cina, la pornografia attualmente è illegale solo in Islanda e in Ucraina. Tuttavia, anche nei paesi dove è proibito produrre, distribuire o consumare pornografia, si può sempre avere accesso a contenuti pornografici tramite Internet. Il “diritto alla pornografia” sancisce il diritto di ogni individuo adulto di produrre, distribuire, possedere e consumare pornografia. È stato stabilito nei primi anni Sessanta. Il Daily Record, l’8 aprile del 1969, riportava che «la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato che ogni cittadino ha il diritto costituzionale di tenere e godersi materiale pornografico nella propia casa». La pornografia è considerata dunque giuridicamente una forma di espressione personale protetta dal Primo Emendamento, a meno che non sia giudicata oscena secondo il test Miller. Per quel che riguarda le diverse forme di tolleranza e di azione giudiziaria, variano di regione in regione a seconda del tipo di pornografia. La produzione di pornografia minorile, che coinvolge minori di anni 18 ritratti in pose oscene o nel corso di atti sessuali, e che include anche la pedopornografia (minori di età pre-puberale), è considerato un crimine equiparato all’abuso di bambini, punibile con un minimo di 5 anni fino ad un massimo di 40 anni di prigione. Tuttavia, le controversie sorte riguardo alla “pornografia virtuale”, in cui vengono utilizzate immagini simulate, in seguito alla sentenza della Corte Suprema nel caso “Free Speech Coalition V. Ashcroft”, hanno dato vita ad una certa confusione ed un generale fraintendimento. Il Protect Act varato dal Congresso nel 2003 criminalizza il possesso e la distribuzione di immagini virtuali o di fumetti in cui appaiono bambini coinvolti in condotte sessuali esplicite, perseguibili non come pornografia, in quanto non coinvolgono minori reali in carne e ossa, ma come oscenità, in base al test Miller: il ché significa che, se viene riconosciuto un loro valore sociale, artistico, politico o scientifico, sono da considerarsi legali in quanto tutelate come libertà di espressione dal Primo Emendamento (ad esempio, le foto di nudo artistico ritraenti bambini sono considerate legali). Questo ha dato modo all’industria del porno legale di ricorrere a dei “porno-stratagemmi”, come l’uso di software che regrediscono l’età dei porno-attori (“age regression”), in modo da farli sembrare molto più giovani, e dunque rientrare nella categoria di opere protette dal Primo Emendamento, in quanto immagini simulate, dunque non perseguibili come pornografia minorile, di indubbio valore porno-artistico. Il “diritto alla pedopornografia” in questo modo può dirsi finalmente salvaguardato. Right to pornography - Wikipedia PORNO-LIBERALISMO LA DOTTRINA PORNO-GIURIDICA PORNOGRAFIA ESTREMA SHOCKING TRUTH PORNOGRAFIA ED EROTISMO

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