Caminata Val Tidone

Ieri e Oggi
Elvy Clerici Costa - Paolo Montalbano

Stampato a cura della Pro Loco di Caminata Val Tidone

copertina: Acquerello di Arturo Carobbio - Veduta di Caminata 1990

INTRODUZIONE

Non credo molto nella comunicazione in forma orale verba volant, scripta manent per questo motivo come Presidente della Pro Loco di Caminata Val Tidone ho appoggiato l’iniziativa, condivisa da tutti i soci, di pubblicare questo volume sulla storia ed i costumi del nostro Antico Borgo. Storia e memoria si intrecciano nel desiderio, sempre attuale, di dare un senso al nostro passato ed affrontare con consapevolezza il futuro. Possiamo con orgoglio e senso di gratitudine guardare ai nostri antenati che con fierezza e spirito di abnegazione hanno fatto si che oggi viviamo in un paese unito, libero e democratico. Ricordo in occasione dell’inaugurazione del Museo e Biblioteca, intitolati ad un nostro illustre concittadino l’Avv. Aldogreco Bergamaschi, le parole dell’Assessore alla Cultura di allora che disse: “leggete, arricchite i vostri pensieri, aprite la vostra mente alla parola scritta, alimentate il vostro spirito, nella lettura troverete risposte alle vostre domande” Un doveroso ringraziamento va alla Fondazione di Piacenza e Vigevano, alla filiale della Banca Carige di Castel San Giovanni ed alla Associazione Provinciale Tartufai Piacentini che hanno reso possibile questa pubblicazione. Ringrazio infine gli autori che hanno voluto cedere gratuitamente tutti i diritti di pubblicazione di questo lavoro alla nostra Associazione, con la seguente motivazione “sono le radici di una comunità pertanto é patrimonio di tutti”. Giovanna Scansani Caminata, 6 Luglio 2010

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1 - Da San Sinforiano a Caminata Il Comune di Caminata Val Tidone in provincia di Piacenza è costituito dal nucleo principale, situato sulla sponda sinistra del torrente omonimo, e da sei frazioni: Canova, Cavajone, Costiola, Moncasacco, Mostarina di Sopra e Mostarina di Sotto. La sua altitudine s.l.m. è di 350 metri. Il numero degli abitanti a questa data è di 305 residenti.

Veduta di Caminata Val Tidone da una cartolina postale dell’epoca quando faceva ancora parte del mandamento di Bobbio 1815 ca. (collezione privata Sig. Carobbio)

Il Comune è delimitato a nord dal Comune di Canevino, dove il confine è in parte sovrapposto al corso del torrente Versa, a levante col comune di Nibbiano a partire dalla strada comunale della Cà Nova, lungo la strada comunale di Moncasacco, e per Costa Malaragia, passa vicino alla “Colombara” , giù in località Rossolo, fino al “fosso del rio Chiapeto” e al torrente Tidone, che ne delimita anche il confine a sud, a ponente con la “ strada vicinale della Matellina”, là dove la valle diventa più angusta e sembra non riuscire a superare l’ardita costruzione a contrafforti ed arcate della diga del Molato, il lago artificiale che estende il suo bacino alle pendici del Monte Bissolo coperto da una selva fittissima di latifoglie, pruni, roverelle, biancospino,
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robinie, castagni e con ripidissimi calanchi marnosi, riserva di caccia, dove abita la lepre, la quaglia migratoria e la pernice rossa stanziale. Per la quasi totalità erano proprietari i Conti Dal Verme. Mentre dal lato opposto ha di fronte la pineta di Ruino, complessivamente opera di rimboschimento, percorsa da una stretta strada che sale ed in pochi tornanti giunge in vetta, a Carmine di Ruino. Oltre il lago lo sguardo spazia più a sud ad incontrare in controluce nelle ore del tramonto la sagoma possente e severa del Castello di Zavattarello. Questa è la quinta originalmente disegnata dalla natura che non ha risparmiato gradazioni di colori di cui non immaginavamo l’esistenza: i verdi teneri della primavera, le tinte camosciate dell’autunno, i rossi violacei dell’inverno, e i bianchi candidi come fiocchi di neve dei pruni a primavera. Lo stemma civico del Comune di Caminata, oltre ad un chiaro riferimento ad essere stata un redditizio possedimento del Cenobio Colombaniano, porta anche la figura araldica del falchetto che cala sulla preda, simbolo di coraggio, ardire, nobiltà e valore. Il cartiglio spiegato a piè dello scudo reca il motto “Audenter”, con audacia.

Stemma civico del Comune di Caminata

La leggenda fa appartenere Caminata e la sua frazione più lontana, Moncasacco, all’antichissima Rosara, misteriosa “città”, che Baruffi e Lanati nella loro Storia di Santa Maria della Versa considerano essere “un vasto susseguirsi di nuclei insediativi tanto esteso da essere definito una città”. Paesi, che talvolta distavano tra loro anche decine di chilometri, se pensiamo che Tovazza di Zavattarello si considerava anch’essa appartenere alla Rosara. Si tramanda,
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sia stata distrutta probabilmente da un terremoto, o da un’orda vandalica, fra il II e il III secolo d.C., questo nome, peraltro non va identificato con un’altra Rosara, che si riferiva al luogo denominato “le Campagne” in Pianello Val Tidone, “luogo dannato al ferro e al fuoco” nel 1244 dalle truppe di Federico II, o di Re Enzo, per dirla con Lorenzo Molossi. Il professor Aldo Greco Bergamaschi, fondatore nel 1973 del Gruppo “Emilio Nasalli Rocca” per le ricerche etnografiche archeologiche e storiche, G.R.E.A.S., al cui percorso di ricerca tanto dobbiamo per la stesura di queste note, non ha invece dubbi, quando fa risalire le origini dell’abitato all’epoca romana. Egli scrisse che si scoprirono nel 1962 in una platea da forno a Molino della Montà, sulla riva sinistra del torrente Cavajone, alla confluenza col Tidone: anfore, tavelloni, ed embrici romani, resti di un edificio da identificarsi con una fornace. Così come, durante lavori aratorii, vennero alla luce resti di fondazioni murarie estese, forse costituenti un sistema difensivo, e frammenti di laterizi presumibilmente appartenuti ad una fornace in località Monte Pioggia, sita in Stadera Comune di Nibbiano. Del resto la presenza di vestigia romane si sono trovate nella vicina Volpara in Val Versa, in una lapide sepolcrale pagana, del II secolo d.C., infissa sul muro della chiesa parrocchiale, che reca sul timpano l’immagine della mitica Gorgona. Ed in Canevino, luogo sacro in epoca pagana, dove si rinvennero antiche sepolture ed una lapide funeraria romana murata sul fianco sud della Chiesa. Il primo cenno toponomastico dell’antico borgo, si riferisce a San Sinforiano, e risale al IX secolo in un documento redatto dal Monastero di San Colombano di Bobbio, datato 833 – 835, ed anche tra l’862 – 883 negli inventari dei possedimenti del Monastero,poichè faceva parte dei beni dell’Abbazia, ed è citato ancora nei Diplomi di Ottone I e Ottone III negli anni 972 – 998 dove risultava essere uno dei migliori in fatto di redditività a favore del Cenobio. Da tempi remoti Caminata ebbe la ventura di trovarsi nelle vicinanze delle antiche vie che risalivano la Valle del Tidone, come la Via della Costa che passando per la Pieve di Stadera, Zavattarello, Oramala, raggiungeva l’antica “Libarna” oggi Serravalle, o quella che da Roccapulzana per Pecorara, si dirigeva verso Bobbio, sulle cui rotte e varianti a reticolo, scorreva un flusso notevole di pellegrini, viaggiatori, nobili e mercanti, che ci piace pensare abbiano trovato ricetto presso i primi abitanti del Borgo. Data la posizione strategica di confine e punto nevralgico di vie di comunicazione, San Sinforiano poteva essere facile preda dell’ingordigia tanto di signori feudali quanto di avventurieri e banditi, così in età medievale, si resero necessarie opere difensive tali, da renderlo un borgo fortificato.
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...Di nebbia o fronda non vi è velo alcuno Al guardo, che perspicuo in alto scorge Delle castella il profilarsi bruno ….. (1)

Se scrutiamo con attenzione la sommità delle colline che circondano Caminata ancor oggi vediamo torri, castelli, e ruderi di quelli che erano apprestamenti difensivi. Essi erano posti in modo tale che fossero facili gli avvistamenti e si potessero controllare i movimenti di chi percorreva la valle, sia essi gruppi di pellegrini, semplici viandanti, o sospetti ladroni. Le cronache tramandano che nella zona agissero in bande, probabilmente gente locale male armata, che si spingeva oltre il folto della macchia per sorprendere, derubare ed anche uccidere, non al solo scopo di delinquere ma spesso spinti dalla fame, o truppe che si inoltravano nella valle clandestinamente per aggredire i villaggi e quindi in caso di pericolo, le vedette potessero comunicare tra loro con segnalazioni di fumo, nelle ore diurne, o con fuochi da accendersi sulla sommità delle costruzioni, in quelle notturne. Per arginare l’espansionismo pavese verso la Val Tidone, Piacenza aveva favorito la costruzione di castelli che aveva affidato a famiglie guerriere a lei fedeli. Nella media valle si ergeva sulle alture di Pianello il temuto “Pagus Olzisii”, Rocca d’Olgisio. Nelle immediate vicinanze di San Sinforiano vi era il castello di Monte Pioggia, nel 1203 menzionato come “Mons Pioglosi”, che nel 1283 Ubertino Landi, Signore di Zavattarello, assalì ed espugnò, ma tenne solo per pochi giorni, poichè i Piacentini lo ripresero considerandolo di grande importanza strategica. Il Boccia nel 1805 ne citerà uno ulteriore sul Monte Summo. Proprio oltre Tidone, a Trebecco già esistente nel 1029 col nome di “castrum de Durobecho” il castello fu ricostruito dai Piacentini nel 1180, poiche’ lo ritenevano baluardo contro le brame dei Malaspina, esso era stato costruito su fondazioni preesistenti, aveva tre torri di avvistamento e tre cinte murarie. A Torre Gandini, piccolo paese situato fra Nibbiano e Stadera, si erge una torre costruita sul confine del Piacentino per impedire ai Pavesi l’infiltrazione dalla Val Versa e con funzione di avvistamento e sorveglianza.

Anche nella frazione di Moncasacco, isola amministrativa ai confini con il pavese, vi è un fortilizio che costituiva un avamposto verso la Lombardia, appartenuto per concessione dell’imperatore Carlo IV del Lussemburgo a Dondazio Malvicini Fontana, al tempo delle lotte fra i Visconti, Ubertino
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Landi e i Beccaria, fu bruciato da questi ultimi nel novembre del 1356 assieme alle poche case che costituivano il paese, oggi è la residenza privata del marchese Anguissola.

Il castello Anguissola e il centro del paese sec. .XV
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La denominazione San Sinforiano durò fino al XV secolo, quando venne aggiunto il compatrono Timoteo. Contemporaneamente si intensificarono le opere di difesa e la geniale invenzione dei camminamenti sotterranei segreti, già attuata in alcune zone del nord Italia, come avvenne a Castel Seprio ed Angera presso Varese e nella Torre Romana di San Maffeo in provincia di Como prossimo al confine svizzero. Vera e propria rete di vie sotterranee da casa a casa, predisposte per la fuga a distanza di sicurezza dall’aggressore, raccordate con botole e scale a pioli estraibili, che permettevano di accedere sia ai piani superiori che a quelli inferiori, si dice addirittura che sbucassero al Tidone, di queste la più interna, con andamento circolare destinata all’estrema difesa, ed una seconda a occidente del borgo. L’accesso, a detta di alcuni, era identificabile nei resti di due lesene, probabile decorazione dell’arcata d’ingresso alla via sotterranea, di cui non abbiamo trovato traccia. Tutte la case erano dotate di uno o più pozzi, così da garantire l’autosufficienza d’acqua in caso di assedio prolungato. Da camminamenti sembrò naturale derivarne il nome, La Caminata, poi “Caminà“, Caminata. Il borgo di Caminata in epoca feudale appartenne allo Stato Vermesco sotto la signoria dei Dal Verme, famiglia che già nel ‘300 e nel ‘400, poteva offrire un forte sostegno militare in una zona strategica come la Valle del Tidone che, in pieno Rinascimento, ebbe come figura di spicco il condottiero Jacopo (2), impegnato proprio nel maggio 1517 nella difesa della Rocca d’Olgisio assediata da tre mila fanti francesi e cinquecento uomini d’arme. Il patrimonio araldico della nobile casata ne portava il ricordo: “conte di Bobbio con Corte Brugnatella e Romagnese, Signore di Zavattarello,Ruino,Trebecco e Caminata”. Quando nel 1545 Papa Paolo III, creò in favore del proprio figlio Pier Luigi Farnese il Ducato di Parma e Piacenza donandogli terre che appartenevano allo Stato della Chiesa, Caminata, assieme a Ruino e Canevino erano paesi sudditi del Re di Spagna. Le note storiche ci ricordano che attorno alla metà del 1600 il Duca di Piacenza aveva voluto istituire in Val Tidone un Reggimento, chiamato Terzo, della Milizia Suburbana col compito di guardia alla frontiera e repressione del contrabbando, che nella zona di Caminata era fiorentissimo, in particolare quello del sale, ma anche delle pelli, del pesce in barile, del tabacco, dei tessuti e della polvere da sparo. Il Trattato di Aquisgrana del 1748, che pose termine alla guerra di successione austriaca, stabilì che i Savoia dovessero cedere il Piacentino, che diventò Ducato autonomo sotto la guida di Filippo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, mentre il territorio di Moncasacco frazione
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lontana di Caminata, per motivi di confine rimase ai Savoia. E’ interessante ricordare di questo periodo la lunga “querelle” che tenne l’attenzione sullo stato del territorio: la frana, di grandi proporzioni che si verificò “sulla strada pubblica che da Moncasacco tende ai feudi vermeschi”. La questione fu trattata con diplomazia e competenza dall’ingegner Giovanni d’Aponte, inviato dal Re, se non fosse stato così si sarebbe rischiato l’incidente diplomatico, trattandosi della Strada Regia che fungeva da confine. Ecco le parole del d’Aponte: “Ho esaminato il rimanente della strada di questo territorio confinante al Piacentino, ed i rispettivi termini i quali sono tutti al loro posto. E sebbene questa, anch’essa è molto cattiva all’inverno per la gran fanga, nulla meno è soggetta a pericolo di Libbia. In questa stagione si fanno da condottieri molti sentieri trasversali per evitare il fango, espressamente massime nei boschi della Cascina Nova, che è sullo Stato, e parte di quelli della Rossella...” (3) Rileviamo da una mappa, che nel 1776, la frazione di Canova era costituita soltanto da quattro fabbricati, e non esistevano nè la Mostarina di Sotto, nè la Mostarina di Sopra. Proprio sulla strada che porta a Canova all’altezza del piccolo cimitero, ancor oggi è visibile, ma malamente leggibile, il termine in pietra arenaria con incise le doppie esse degli Stati Sardi. Il 29 agosto 1789, il Regno Sardo per “agevolare le assise dei Giudici”, con manifesto senatorio aveva suddiviso in Cantoni i territori delle Province, Caminata assieme a Zavattarello, Ruino e Trebecco faceva parte del secondo cantone. Quando le truppe napoleoniche conquistarono l’Italia afflissero le popolazioni con pesanti balzelli, imposero negli atti pubblici la lingua francese, per i giovani vi fu la coscrizione militare obbligatoria con l’unico risultato di costringerli alla macchia armati meno peggio e determinati a delinquere pur di non sottostare alle leggi dei francesi. Si diede luogo alla rapina delle opere d’arte,ed assieme ad altre deprecabili imposizioni, fu intollerabile nelle campagne, la requisizione degli animali. Allorchè il generale Jean Andoche Junot intraprese la campagna per disarmare la popolazione, minacciando di bruciare interi paesi,trovò i Caminatesi ad attenderlo con le armi in pugno, per respingerlo. I piccoli Comuni furono soppressi. Con la caduta di Napoleone nel 1814, Caminata tornò ad esser paese degli Stati Sardi, sotto il Mandamento di Zavattarello che faceva parte della provincia di Bobbio nell’ambito della divisione di Genova. Assieme a Caminata fecero parte del Mandamento di Zavattarello anche: Fortunago, Ruino, Sant’Albano, Trebecco e Valverde. Quando il 6 dicembre 1805, scoppiarono i fatti di Castel San Giovanni, tutti i paesi della Val Tidone ne furono coinvolti, del nuovo corso dell’Impero
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Francese non se ne volle sapere! Il Congresso di Vienna assegnò il Ducato di Parma,Piacenza e Guastalla a Maria Luigia d’Austria moglie di Napoleone, i Caminatesi che andavano ai mercati di Pianello e Nibbiano rientrando a casa avrebbero dovuto fermarsi a pagare la gabella per i prodotti acquistati, alla Ricevitoria della Dogana Sarda, che aveva la sua sede in paese nella casa dei Preposti “Prepusé”, sorta di guardie confinarie. Questa costruzione assieme ai palazzi Cozzi e Castagnola del XV sec., era chiamato “curtassa o curt di marchés”, assieme a quel che resta dei camminamenti dell’antico borgo fortificato, alle cascine di Cavajone, Battaja, Colombara, quest’ultima citata dal Boccia come “Villa di Caminata pavese”.Da aggiungere le antiche Ville Chiericone e Gattoni, oggi Case Chiericone e Gattoni un tempo assieme a numerose altre più lontane già nella sfera giurisdizionale del Castrum de Durobecho, poi Beneficio della Parrocchia di Caminata oggi proprietà private, ma situate in territorio di Nibbiano, ed i Mulini, si possono considerare le più antiche costruzioni di Caminata. A proposito di gabelle vogliamo ricordare che con la legge del 19 luglio 1857 numero 2320, i Comuni del circondario di Bobbio ebbero una riduzione del canone gabellario di lire quattordicimila che si traduceva per Caminata in lire duecentoquarantotto e centesimi ventisette! Nel 1859 il Piemonte invase il Ducato di Parma, che fu annesso al Regno Sardo in seguito ad un plebiscito ben orchestrato, amministrativamente il comune di Caminata, circondario di Bobbio, fu aggregato alla provincia di Pavia e da questo momento ebbe nome Caminata Pavese. La prima Guerra Mondiale chiamò al fronte molti uomini di Caminata, 65 furono le famiglie che rimasero senza le braccia per lavorare i campi e attendere al lavoro necessario per sopravvivere, in quest’occasione venne elargito un sussidio per gli anni 1916 – ‘17.

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I Caduti della I Guerra Mondiale:

Forni Enrico 16 - 9 -1915 Comaschi Romano 20 -12 -1916 Quadrelli Rinaldo 2 - 4 -1918 Chiapponi Carlo 22-10 - 1918 Tordi Paolo 8 -11- 1918 Bellinzona Benedetto 21- 11- 1918 Scaricabarozzi Attilio - Disperso

I Caduti della II Guerra Mondiale 1940-‘45

Chiesa Pietro medaglia d’argento Ghigini Guerrino Filippini Guerrino Filippini Paolo Fellegara Italo Fellegara Renato Forni Aramis Pezzati Carlo Quadrelli Carlo

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2 - Episodi di lotta partigiana Durante il secondo conflitto mondiale, esattamente nel novembre 1944, Moncasacco la frazione lontana di Caminata, fu interessata da fatti d’armi tra i partigiani e gli incursori nazi – fascisti, leggiamo in una lettera (4) del comandante della Brigata Matteotti, Cesare Pozzi detto Fusco, perchè avesse scelto Moncasacco, e deciso di occuparlo: “ ...essenzialmente per la sua posizione, allora più difficile di adesso da raggiungere. Si lasciavano le strade innevate si da rendere difficoltoso il traffico di mezzi a motore; difendibile per quanto potevamo difendere, abbastanza defilato, per vederlo bisognava entrarci ma soprattutto perchè offriva varie possibilità di ritirata per la vicinanza al piacentino. Tra le forze avversarie pavesi e piacentine non esisteva quel collegamento atto a produrre unità nelle operazioni...”. Dalla metà del gennaio 1945 cominciarono ad affluire a Moncasacco una quarantina di partigiani e la popolazione li accolse favorevolmente. Fusco ci da qui una descrizione efficace degli abitanti e del piccolo paese: “ Nella popolazione, che allora credo fosse un po’ meno di cento unità, trovammo una cordiale ospitalità e nonostante rischiassero più di noi, in quanto per noi era solo la vita, per loro : la vita e gli averi. Da parte nostra cercammo di dare il meno fastidio possibile. Ricordo, vi era un tale che chiamavano il Fabbro, lo faceva per mestiere, era il maggiorente della frazione e funzionava da collegamento collaborando con noi per risolvere ogni problema che poteva sorgere e il comune di Pometo per quanto riguardava l’amministrazione. Vi era una piccola scuola elementare, due locali ed una scala per accedervi. Ne facemmo un ufficio e vi collocammo una vecchia Olivetti e dove tenevamo i processi”. Nella parte nord del paese, quella che guarda Canova,venne scavata una trincea su un sentiero che scendeva verso Canova stessa denominato “strada delle Bregne”. Nel febbraio ‘45 i partigiani che erano a Moncasacco disponevano di una mitraglia di fabbricazione tedesca (machine Ghaver) usata da un tedesco che aveva disertato, alcuni fucili sten americani, e bombe a mano. Appena fu avvistata la colonna nemica i partigiani che erano a Moncasacco, si slanciarono sulla linea Mollio – Costa Calatroni, e da posizione dominante spararono uccidendo il capitano Hofman, comandante della colonna nazi – fascista. Il suo corpo venne portato a Moncasacco, contemporaneamente fu giustiziato il tenente

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Muller, e i loro cadaveri vennero sepolti nel bosco dell’Inferno. Don Grassi, Parroco di Canevino e poeta ce ne riferisce in rima: “... il nemico è battuto ed in rotta mentre Hofman è ucciso al Bacà”.

Questa volta Moncasacco la scampò, poichè il rastrellamento doveva essere di terzo grado cioè incendiare i rifugi dei partigiani. Un altro episodio legato alla Resistenza a Moncasacco ebbe luogo il 18 febbraio 1945: il comandante Fusco scese da Moncasacco a Stradella, durante uno scontro a fuoco il partigiano Romano Bongiorni che era con lui fu ferito, il comandante lo caricò su un calesse e lo riportò a Moncasacco, il medico fu trovato all’ospedale di Borgonovo e fu convinto a raggiungere il ferito per sentieri fuori di mano, passando per Vicomarino, Montalbo, Tassara, Stadera, Monte Pioggia, per evitare i fascisti, giunto a Moncasacco “... dove si compì il miracolo. Il medico al lume di candela e in una stalla gli estrasse la pallottola”.

Liberazione di Pavia,26 aprile 1945
(il primo della fila a destra è Quintino Pizzali)

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Erano le 19,45 dell’otto settembre 1943 quando la radio italiana divulgava il messaggio del capo del governo, maresciallo Badoglio comunicando che: ”l’Ítalia ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower , comandante in capo alle forze alleate e la richiesta é stata accolta“. Da quel momento centinaia di migliaia di soldati dell’esercito italiano sono abbandonati a se stessi, nel momento piú tragico dall’inizio della Guerra e senza direttive. Si verificarono situazioni paradossali, il disarmo dei reparti italiani da parte dei tedeschi ed il crollo totale dell’intero apparato militare italiano. In questo scenario migliaia di giovani reclute, ragazzi non ancora ventenni, cercano di tornare a casa ai loro affetti, ma invano. Uno di questi allora 18 enne ci racconta in una intervista dell’aprile 2008: “…..ed ero stato ritenuto idoneo alla visita di leva e subito designato al reparto del terzo reggimento alpino di Susa al Forte Fenestrelle. L’otto settembre nella confusione generale che regnava, e l’eco delle rappresaglie fasciste e tedesche, con alcuni commilitoni decidemmo di tornare a casa. Da quella fatidica data molti erano i posti di blocco organizzati dai tedeschi e dalle milizie dei repubblichini. Con il desiderio di tornare a casa a piedi attraverso le campagne, ragiungemmo la periferia di Torino e la stazione di Porta Susa. Stanchi ed affamati ci rifugiammo in un carro bestiame in movimento direzione Sud. A Tortona, nel tentativo di raggiungere Castelsangiovanni in treno, fummo fermati da un gruppo di tedeschi. Ero l’unico a non avere documenti se non la tessera del dopolavoro che portavo orgoglioso sempre con me. Mentre i tedeschi discutevano tra di loro, in quel momento si avvicinó un prete, parló in tedesco e subito dopo mi lasciarono andare. Ancora oggi ho dei dubbi se fosse veramente un prete, ma mi salvó dalla deportazione. Salii sul treno con una terribile angoscia di essere nuovamente fermato, ma non dai tedeschi. Abbracciai mia madre, era molto preoccupata per la situazione. Vedova senza poter contare nell’aiuto delle nostre giovani braccia, ci proteggeva. Il 14 settembre arrivarono i fascisti a casa a cercarmi, mia madre mi mandó per precauzione da uno zio che abitava a Rocca De Giorgi nel Pavese, che faceva il mezzadro nella tenuta dei Conti Giorgi di Vistarino. Al mio posto, mio fratello non ancora 16 enne, venne portato nelle prigioni del castello di Borgonovo con altri suoi coetanei, dove rimasero per piú di 50 giorni, in attesa di essere trasferiti in Germania. Riuscirono a scappare
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tutti grazie all’aiuto di un comandante dei carabinieri e successivamente si unirono al gruppo dei partigiani della Brigata del conte ”Rosso” Luchino Dal Verme di Torre degli Alberi. Erano momenti difficili, oggi si raccontano, ma non sembrano cosi lontani. Alla Rocca mio zio mi consiglió di rifugiarmi nei boschi ed abbracciare la causa della resistenza all’oppressione nazifascista. Mi diede 500 lire, del pane e mi salutó. Da allora non lo rividi piú. Eravamo in 25 tutti originari di Caminata. A Costalta nel pavese ci dividemmo in due gruppi. Il primo con la Senese l’altro con il Greco cosi chiamato perché proveniente dalla Grecia. Mi diedero in dotazione un vecchio fucile, ricordo che alcune parti erano fissate con del filo di ferro, comunque sparava ed era l’unica mia risorsa in aggiunta a poche pallottole. Con il gruppo di Costalta del Greco e addosso il nome di battaglia “Felice” partecipammo a diverse azioni di disarmo, principalmente nel pavese a Bressana, Passo del Penice, Romagnese e Zavatarello. Con lo scioglimento della banda del Greco nel luglio ‘44 passai assieme ai miei compagni, con il gruppo comandato da Mario e Gino della Brigata Crespi. Ricordo in particolare l’attacco al castello di Pietragravina. Il castello era stato occupato da un gruppo di Repubblichini fortemente armati, che controllavano la zona ed imponevano pesanti condizionamenti sulla popolazione del luogo. Ricevemmo l’ordine di intervenire ad assaltare il castello e disarmare gli occupanti. Al nostro gruppo si aggregarono anche alcuni partigiani appartenenti a Giustizia e Libertá di Pecorara”.

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Osp. Psichiatrico di Voghera maggio 1945 Brigata Crespi divisione Aliotta

Ci sono voluti 3 giorni di conflitto a fuoco prima di avere la meglio poiché erano fortemente armati ma alla fine si arresero. La popolazione del luogo era veramente inferocita ed abbiamo faticato molto per evitare dei linciaggi. Dopo il grande rastrellamento mi sono rifugiato nelle campagne fino al momento della ricostituzione della terza brigata Crespi terza divisione Aliotta. Il 23 aprile del 1945 dalle colline del pavese ci incamminammo verso la pianura liberando Broni, Stradella. Attraversato il Pó liberammo Pavia e successivamente Milano. Dopo dieci giorni a Voghera ci fu la consegna delle armi, la Brigata si sciolse ed io potei ritornare a casa….”

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Immaginiamo la situazione di disagio e la mancanza di lavoro in quel dopoguerra. Molti lavorarono nella cava di calce a Caminata altri presero la via dell’emigrazione, Svizzera, Belgio ed anche il Sud Africa nelle miniere di carbone.

Cava di calce a Caminata

3 - Altre vicende politiche Il ritorno alla provincia di Pavia non fu indolore: scoppiò in Alta Val Tidone una piccola rivolta, che durò dal luglio 1925 al dicembre 1926. Il ponte di legno, oggi in muratura, della strada Zavattarello-Caminata una notte venne bruciato. La linea telefonica con Piacenza fu più volte interrotta perchè i pali di sostegno furono segati o fatti saltare con la dinamite. Nel dicembre 1925 più di mille uomini della Valtidone marciarono su Bobbio, sede di una sottoprefettura. In seguito a questo episodio il Governo di Roma, il 27 febbraio 1926 indisse un Referendum, dove la maggioranza votò per il ritorno alla provincia di Pavia. Con la legge 23 dicembre 1926, numero 2246 i Comuni
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di Zavattarello, Romagnese e Ruino passarono nuovamente sotto la provincia di Pavia. Moncasacco, quale frazione di Caminata Val Tidone restò alla provincia di Piacenza. Ma le vicende politiche del “luogo di Moncasacco, terra smembrata dello stato piacentino”, come la definì l’ingegner Giovanni d’Aponte nella sua relazione, non erano ancora finite poichè il Regio Decreto 13 dicembre 1928 numero 3173, dispose la soppressione dei comuni di Caminata e Trebecco aggregandoli a Nibbiano, e nove anni più tardi, il 30 dicembre 1937, Moncasacco, Canova e le Mostarine, con i loro 137 abitanti, passarono sotto il comune di Pometo, in provincia di Pavia. Nel 1928 il Comune di Caminata fu aggregato a quello di Nibbiano. Se il fascismo aveva soppresso i piccoli Comuni, la neo Repubblica volle ripristinarli, con la legge numero 25 del 28 febbraio 1950 fu decretata “la ricostruzione del Comune di Caminata” e Moncasacco tornò ad esserne la sua frazione.

Ecco i nomi di Coloro che dal 1866 ad oggi amministrarono il Comune di Caminata Val Tidone:

sotto la Provincia di Pavia 1866 Gaggio Francesco 1867 Gatti Giovanni fino al 1877 1878 Gatti Giovanni e Luigi Quadrelli 1879 Quadrelli Luigi fino al 1882 1883 Sozzi Pietro 1884 Gatti Giovanni fino al 1891 1892 Pezzati Antonio 1893 Pezzati Antonio e Comaschi Pietro 1894 Comaschi Pietro fino al 1900 1901 Malchiodi Severino fino al 1910 1911 Peveri Luigi fino al 1912 1913 Scaricabarozzi Giuseppe fino al 1915 1916 Ferri Cesare Luigi fino al 1919 1920 Ferri Cesare Luigi e Scaricabarozzi Giuseppe 1921 Scaricabarozzi Giuseppe fino al 1924 1921 Scaricabarozzi Giuseppe fino al 1924
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sotto la Provincia di Piacenza 1925 Scaricabarozzi Giuseppe fino al 1926 1927 Scaricabarozzi Giuseppe - Podestà fino al 1928 dal 1928 al 1949 Caminata Val Tidone diventa frazione del Comune di Nibbiano (PC) 1950 Guerritore ragionier Gustavo Commissario Prefettizio 1951 Guerritore ragionier Gustavo Commissario Prefettizio. Fu eletto Sindaco in agosto Bergamaschi Cavalier Daniele 1952 Bergamaschi cavalier Daniele 1953 Pezzati Guglielmo fino al 1956 1957 Pizzali cavalier Quintino fino al febbraio 1980 1980 Gatti Santino fino al giugno 1980 1980 Dovati dottor Eugenio fino al giugno 2004 2004 Dovati ragionier Danilo

4 - Eventi nefasti ed epidemie La peste che nel 1608 si era affacciata mietendo centinaia di vittime e falciando intere famiglie nei paesi circostanti, si era miracolosamente fermata alle porte di Caminata, il cui popolo, si era affidato con preghiere all’intercessione della Beata Vergine del Carmine alla quale ancora oggi, il 15 agosto di ogni anno si offre lo scioglimento del voto in ringraziamento del miracoloso avvenimento, portando in processione la Venerata Immagine. Molti anni dopo, ed esattamente nel 1817 vi furono casi di tifo petecchiale erano purtroppo sconosciuti i medicamenti atti a contrastare questo tipo di epidemia. Nel libro dei Morti dell’Archivio Parrocchiale di Caminata abbiamo riscontrato che a partire dal 1836 e ne i successivi anni a venire dal 1855 fino al 1867, si sono trovate registrazioni di raccolte di oboli per processioni ed esequie al “Cimitero dei Cholerosi”, detto “Camp di Chulerus”, una porzione di terra (5) alquanto staccata dal Cimitero, dove venivano seppelliti in una fossa comune i morti per colera. Sul Registro degli Atti di Morte, Diocesi di Bobbio, Prefettura di Bobbio, Comune di Caminata, Parrocchia di Caminata per gli anni dell’epidemia colerica, annotati dal 1839 al 1861 compresi, abbiamo riscontrato che su 361
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morti, 139 erano infanti, e 3 adolescenti. Da ultimo, negli anni dal ‘18 al ‘22 del ‘900 si ebbe l’epidemia di febbre spagnola, che come accadeva nel resto d’Italia colpì anche Caminata, ma in modo debole. Rileviamo in una lettera di A.G.Bergamaschi al Sindaco Pizzali, del 20 agosto 1956, l’esortazione a onorare la memoria dell’Arciprete Vicario Foraneo Mons. Casimiro Borrè, con una lapide, per ricordare come in quell’occasione si fosse prodigato con spirito eroico ed abnegazione, nell’assistenza degli ammalati e fosse stato veramente Padre e Pastore tanto da meritare la medaglia d’oro al valor civile e l’onorificenza a Cavaliere d’Italia. L’Arciprete Mons. Casimiro Borrè, era nipote del Canonico Penitenziere don Francesco Borrè della Cattedrale di Bobbio, e fratello dell’Avvocato Pier Antonio, eletto presidente del Tribunale di Viterbo il 23 luglio 1887.

Puntuale nella compilazione delle effemeridi, non mancò di darci annotazioni esatte sul clima: “17 maggio 1874, brina che danneggia la campagna, ed il 9 altra brina” “29 gennaio 1875, straordinaria quantità di neve con vento impetuosissimo. In media oltrepassa un metro di altezza in più luoghi ove fu portata dal vento, oltrepassa i due metri”. “26 giugno 1881, Uragano furioso con grandine che distrugge ogni raccolto nei versanti del Tidone fra Zavattarello e Caminata. Scoppio di un fulmine sul campanile e nella Chiesa di Romagnese”. “ il 15 ottobre 1887, oggi nevica tutto il giorno a larghissime falde”. ...su eventi straordinari: “il 29 marzo 1873 terribile terremoto a Treviso, Venezia, e Belluno, questa città ormai quasi distrutta”. “ il 17 maggio 1873 scossa di terremoto avvertita anche a Caminata alle ore otto pomeridiane” “ il 4 marzo 1881, spaventevole terremoto a Ischia e Casamicciola in gran parte rovinata, moltissime le vittime”. “ il 26 giugno 1881, comparsa una grande Cometa”. (6) “ 6 dicembre 1885, domenica, questa mattina poco dopo le otto antimeridiane furono avvertite due scosse di terremoto”. “ il giorno 23 febbraio 1887, primo di Quaresima, alle ore sei circa avvenne un’ orribile terremoto, che fu appena udito qui, produsse rovine numerose distruggendo villaggi e città, nella Riviera Ligure di ponente”.
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...e su testimonianze storiche del suo tempo scritte con taglio essenziale: “il 2 giugno 1882, è morto a sorpresa il Generale Garibaldi”. “il 14 marzo 1884, morte di Sella”. “il 9 maggio 1884, morte del poeta Prati”. “il 2 giugno 1874, ho ufficiato per il Conte Ferdinando Dal Verme, morto a Zanzibar il 29 maggio in Africa, e trasportato a Zavattarello il 29 maggio corrente anno, dove fu tumulato”. “ il 7 gennaio 1877, morto il generale Lamarmora”. “il 9 gennaio 1877, morte del Re Vittorio Emanuele, il 17 segue S. Messa di suffragio”. “il 7 febbraio 1878, morte del Papa Pio IX, ore cinque pomeridiane”. il 21 febbraio annota: “il 20 del c. m. fu eletto Papa Gioacchino Pecci, Leone XIII”. “il 10 dicembre 1886, morte di Marco Minghetti”. “25 gennaio 1887, combattimento a Suati contro gli Abissini, ne rimaserro morti 407 italiani e 91 feriti”. “ il 29 giugno 1887, morte di Agostino Depretis, Presidente del Ministero, avvenuta il 29 alle ore otto e minuti venti”. “ il 9 marzo 1887, muore a Berlino l’Imperatore Guglielmo”. così come quando ci trasmette comunicazioni di carattere intimo e famigliare: “il 19 febbraio 1873, entra in Seminario mio nipote Josè e nasce la nipote Marietta”. “il 5 settembre 1876 martedì, ieri sera mi pervenne la dolorosa notizia che la mia buona domestica Angela Casella morì a Pavia la sera del I° di questo mese i settembre”. “11,12,13 novembre 1879, fui a Torino ove condussi mio nipote Sisto Pezzati come studente nel Collegio Don Bosco”. “il 6 gennaio 1887, muore a Viterbo la cognata Giuseppina Mozzi”. “il 20 giugno 1877, partenza di Giuliano per l’America”. o quando traspare la sua ansia nell’ annunciare nevicate a Pecorara e Lazzarello meta dell’annuale pellegrinaggio: “oggi 15 aprile neve a grandissime falde, il 16 altra neve, il 17 gelo e ghiaccio”

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Ci siamo chiesti come giungessero le notizie, possiamo supporre che dalla Diocesi di Bobbio allora molto importante e attiva, pervenisse ai parroci per corriere un foglio di aggiornamento almeno mensile, poiché il settimanale della Diocesi di Piacenza Bobbio “La Trebbia” cominciò le tirature soltanto nel 1903. Il 19 novembre 1882 scrisse con distacco anche di sè “principio di grave malattia”, avvenuta dopo le numerose cadute, e concluse il corposo volume con la scritta: Laus Deo Deipare Virgini Maria eiusque sponso Divo Josepho necnon Sancty Casimiro et Augustino __________________ 1889 5 - Gli edifici religiosi Gli edifici religiosi che precedettero la costruzione dell’attuale Chiesa Prepositurale, furono due in ordine di tempo. La Chiesa primitiva, che può esser fatta risalire agli antichi insediamenti pre cristiani, sorgeva ad oriente fuori dal paese su di un lieve rialzo del terreno, sulla via che porta a Torre Gandini. Con termine derivante dal dialetto pavese denominato “gisiò”, ossia piccola chiesa. Alla Chiesetta di struttura molto semplice ad un unico vano, dedicata a San Sinforiano, titolo che dal XV secolo sarà rilevato sui documenti del Monastero bobbiense, da quell’epoca in poi verrà aggiunto il nome di San Timoteo, e qui il titolo di Chiesa Prepositurale dei Santi Timoteo e Sinforiano. Della prima Chiesa rimane la pietra angolare, recuperata nel 1954, e tuttora conservata, mentre le poche monete rinvenute, com’era uso collocarle al momento della fondazione, assieme a qualche cartiglio, sono malauguratamente andate disperse. Al graduale costituirsi del borgo fortificato, il tempio primitivo fu abbandonato e si sentì l’esigenza di costruirne un secondo. La seconda Chiesa, sicuramente di più ampie dimensioni e capace di contenere un maggior numero di fedeli rispetto alla prima, richiese la demolizione di antiche abitazione e per mancanza di spazio ebbe un sagrato esiguo. Questa seconda chiesa coprì all’incirca l’area dell’attuale Piazza Maggiore, lasciando appena lo spazio alla viabilità ascendente a destra verso Torre Gandini. Nel 1956 sull’area dell’attuale piazza venne localizzato un
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ampio vano sotterraneo che mise in luce reperti umani, si può presumere che fosse destinato a sepoltura del tipo a fossa comune a rotazione. Nuovamente nel 1980, alla base del sagrato, furono rinvenuti ulteriori reperti che non furono presi in considerazione. Scavi posteriori, con ricognizioni delle fondamenta consentirono di identificare la planimetria dell’edificio sacro. Facciamo cenno con un minimo di riserva sull’esattezza dei dati, alle misure perimetrali: Lunghezza del lato orientale m. 21 circa Larghezza del muro di facciata m. 14 circa Spessore dei muri perimetrali cm.90 circa Non se ne conosce l’altezza. La costruzione si presentava obliquamente rispetto all’asse della piazza, forse in ottemperanza alle disposizioni liturgiche. Non abbiamo trovato documentazione utile a farci conoscere a quale stile architettonico fosse ispirata, essa era priva di campanile che fu aggiunto soltanto nel 1776, nello stile barocchetto, espressione del suo tempo. Per Caminata si verificò, una contrastata parentesi di appartenenza alla Diocesi di Piacenza, nel 1803. La Sede Vescovile di Bobbio ed il Monastero di San Colombano, furono soppressi, quindi Bobbio forzatamente passò sotto la giurisdizione di Casale Monferrato. Così si presentava la situazione per effetto dei decreti napoleonici, fino a che nel 1817, il Re di Sardegna Vittorio Emanuele I, propose a Papa Pio VII la restaurazione della Diocesi Bobbiese, talchè il 23 novembre 1817 il Vicario Apostolico, Francesco Carnevale, portò a conoscenza le lettere apostoliche della nuova erezione. La terza Chiesa, l’attuale, vide l’inizio dei lavori nel 1796, quando la vecchia era ormai fatiscente. Essa sorge in posizione elevata, vi si accede per un’ampia scalinata e subito ci si inoltra nello spazioso vano a croce greca, opera dell’ingegner Siro Pittaluga (in alcuni documenti Piccaluga). Essa fu fortemente voluta dall’impegno dell’arciprete Luigi Maria Sozzi, direttore della Fabbrica, dal prevosto Giacomo Filippo Ciceri e dall’arciprete Casimiro Borrè. L’edificio si presenta aderente allo stile neoclassico, a croce greca, con ariosa cupola sormontata da lanterna, all’incrocio dei bracci. Entrando nella chiarità sobria e misurata del tempio, ci si sente subito calamitati dalle sembianze leggiadre di un’immagine lignea policroma a tutto tondo, posta in una nicchia sopra l’altare del braccio sinistro. E’ la statua della Madonna del Carmine (7), un tempo fulcro di devozione degli aderenti all’omonima confraternita che in questa parrocchia aveva la sua sede, con alterne vicende, dal 1634 fino al 1961, anno in cui si estinse definitivamente. Ad un primo esame superficiale parrebbe di trovarci di fronte ad una delle
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innumerevoli opere di genere che si vedono nelle pievi di campagna, ma se ci soffermiamo con uno sguardo più attento e soprattutto se ci facciamo “prendere” dal profondo senso di grazia gentile che essa emana, ci accorgiamo che non si tratta di opera comune. Nella nicchia esigua in cui è collocata essa vive di vita propria e acquista risalto dalle ombre che si insinuano e accarezzano i volumi delle due figure. I capelli della Vergine sono spartiti al centro del capo e raccolti alla sommità del collo, appena sfiorati dal montare dell’orlo della tunica, essi donano al volto di un ovale perfetto un’intima sensazione di gentilezza e al tempo stesso intensità che impronta la maggior parte delle immagini settecentesche. Questa opera è attribuita allo scultore fiammingo Jan Geernaerth.

La statua lignea della Madonna del Carmine
(attribuita allo scultore fiammingo Jan Geernaerth restituita alla sua originaria bellezza dopo il restauro del 1990)

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Nella stessa Prepositurale possiamo ammirare un’altra pregevole esecuzione scultorea, raffigurante il Simulacro Ligneo del Signor Morto, (8) del veronese Attilio Righetti, del 1920, opera di forte pathos, è ricollegabile ai modi stilistici delle opere genovesi dello stesso autore, in particolare all’immagine del Santo nella statua equestre lignea di San Giacomo in San Desiderio di Bavari. Entro nicchie nei pilastri dei bracci, trovano posto le grandi opere plastiche dei Quattro Evangelisti, commissionati alla Premiata Ditta Gioacchino Rossi di Milano, in Corso di Porta Volta al civico n° 3, nel 1921 per lire 2030 trasporto e collocazione esclusi, una vera novità del tempo, perchè eseguiti con un materiale innovativo, poco costoso, inattaccabile dall’umidità: il cartone romano o carton gesso, che i francesi chiamarono “carton pierre”. La costruzione della terza Chiesa fu condotta a termine nel 1856 e nel ‘60 fu completata dell’attuale portale. Della seconda Chiesa rimaneva testimone superstite il campanile in stile barocchetto, che data la posizione centrale impediva la visuale della facciata.

Foto della Chiesa nuova e del campanile antistante
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Questo stesso venne abbattuto nel 1932 e ricostruito innestandolo nel corpo della Chiesa il 27 marzo 1933 e inaugurato il 22 agosto dello stesso anno, su progetto dell’ingegner Bagnalasta. Mercè l’intervento di Don Paolo Mariani, l’orologio oggi elettronico, durante la seconda guerra mondiale si salvò dalla requisizione, alcune sue parti sono oggi conservate presso il Museo della Civiltà Contadina che ha sede presso il Municipio.

Mons. Paolo Mariani con il cardinale Cicognani, dopo la nomina a Monsignore. Roma il 3 dicembre 1967 Una suppellettile degna di essere ricordata è l’antico Stendardo appartenente alla Confraternita della Madonna del Carmine, un manufatto la cui esecuzione venne affidata “per iniziativa delle Terziarie Francescane” al ricamatore milanese Giuseppe Cesati, realizzato in tessuto di seta, con ricami in oro fino, a punto francese, con frangia e fiocchi sempre in oro mezzofino, pomi
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e croce in ottone dorato, raffigurante la Vergine del Carmelo che riceve i corporali da San Simone Stock, ai lati delle figure sono rappresentati i Castelli di Corticelli e Rocca d’Olgisio, sul verso è raffigurato San Francesco e il Borgo di Caminata col Tidone. Doveva servire nelle processioni, sorretto da un appartenente alla Confraternita, all’epoca fu definito “magnifico e di bellissimo effetto”.(9) Nelle Cronache parrocchiali del 1681 il Rettore G. Batta Callegari in un elenco di suppellettili annota “.... item Stendardo con l’immagine della Beata Vergine” non giunto sino a noi. Nel 1975 la Chiesa Prepositurale dei Santi Timoteo e Sinforiano venne elevata al rango di Monumento Nazionale.

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Pianta della terza chiesa
(da un disegno originale dell’epoca, 1796 circa)

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6 - Le Confraternite
Sappiamo che fin da tempi remoti le associazioni di laici prosperarono nei paesi della Val Tidone, solo per citarne alcune ricordiamo a Castel San Giovanni presso la Chiesa dei Celestini la Confraternita del Santissimo Corpo di Cristo risalente già al XIII secolo, e quella dei Sacchi che dal 1596 aveva la sua sede presso l’Oratorio di Santa Maria della Torricella, mentre a Borgonovo vi erano i Disciplini di San Rocco presso l’Oratorio omonimo e quelli dell’Immacolata Concezione dalle suggestive cappe turchine, con lo stemma della Vergine ricamato sul cuore. Abbiamo trovato notizia nei documenti dell’Archivio Parrocchiale di Caminata di una contesa avvenuta presso “il notaio Ioseph Ant.us Gazzotti di Zavattarello Feudo Vermesco, tra certo Gio. Dal’Ochio che risulta debitore verso la Veneranda Compagnia del SS. Sacramento eretta nella Parrocchia di Caminata, di lire cinquecento moneta di Piacenza, attesa l’amministrazione prestata da Gaetano Comasco del fu Giuglio in detta Veneranda Compagnia,in qualità di Priore nei due or scorsi anni 1767 e 1768, sottoscritta da testimoni...” Abbiamo rinvenuto tracce di una Congregazione contemporanea a quella del SS. Sacramento, “ nunquam vero sint plures consortes quam centum et unus ita ut vulgo dicatur: la Compagnia del Centuno” istituita nel 1762 da “Joannes Alberthy Torty Rector Caminate”. Poichè si trattava di una Congregazione di vedovi ed il fine erano le messe di suffragio, curiosamente erano esclusi da questo consorzio gli asmatici, i tisici, gli idropici, e gli ottuagenari. Essa sorgeva sotto la protezione della Vergine Annunziata dall’Angelo e di San Valentino Presbitero e Martire. Ma la Congregazione più importante e che ebbe maggior durata fu la Confraternita della Madonna del Carmine presso la chiesa dei Santi Timoteo e Sinforiano, che venne aggregata a quella Romana già dal 26 agosto 1634, abbiamo la conferma della sua esistenza nel “libro dei Descritti” tenuto dal Rettore della parrocchia Pietro Martire Clerici, il 28 giugno 1717 che ci aggiorna sulla vita della congregazione, sulle elezioni del priorato ed altre note accurate che ci relazionano di confessi per S.Messe, “raccolte dalla cassetta delle limosine, riscossione di crediti e offerte di benefattori”. La data del 19 marzo 1786 ci da il numero degli aderenti, oltre trecento, accolti in confraternita da: Nibbiano, Zenepreto, Trebecco, Pieve di Stadera, Pecorara, Volpara, Monte Martino, Moncasacco o Montis Saccho, Rocca de Viberini, Vicobarone, Romagnese, Corano, Mondonego, Sarturano, Pianello e Villa Illibardi. Il numero dei paesi così distanti tra loro sottolinea il ruolo centrale della parrocchia di Caminata. Abbiamo notato
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che parallelamente alla congregazione più importante erano sorte piccole fratellanze riservate separatamente agli uomini e alle donne, ai vedovi e alle vedove, ed alle fanciulle. Risale invece ad una data molto più tarda, il 18 luglio 1927 l’erezione della Congregazione del Terz’Ordine Francescano, le notizie riguardanti la Confraternita del Terz’Ordine sono molte e dettagliate, riguardano il numero degli aderenti, le offerte, le adunanze e le visite pastorali con le relative annotazioni, il 7 marzo 1943 il Padre Tiziano Sapegni visitatore scriveva: “ in Nomine Domini Amen, mi compiaccio per la cura diligente del regolamento, auguro sempre maggiori frutti”. Ma nel 1961 le visite pastorali denunciano defezioni alle adunanze e la mancanza di giovani, ed il 24 luglio 1966 Padre Alessandro Casolari, constaterà l’Estinzione dell’ultima Confraternita.

Il Gonfalone della Confraternita della Madonna del Carmine opera di Giuseppe Cesati, Milano 1930

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Cronotassi dei Parroci della Chiesa Prepositurale dei Santi Timoteo e Sinforiano di Caminata Val Tidone:

Rectore Joanne Baptista Calegario 1691 – 1717 Rectore Carolum Joseph Poggi (de Podijs)1717 – 1743 nel 1732 S.M.A. d.Antonius de Gatty lo sostituisce fino al 1734 Prev. A.R.D. Augustinum Lodegiani capellanum fino al 10 agosto 1743 Rectore Pietro Martire Clerici 1743 – 1763 Rectore Joannes Alberty Torty (Tortus) 1756 – 1786 Rectore Jacobum Pilipphum Ciceri 1786 – 1827 nel 1819 si firma Praeposito Arciprete Luigi Maria Sozzi 1796 - 1828 Prepositus Antonio Acerbo 1829 - 1852 Arciprete Mons. Casimiro Borrè 1853 - 1914 Canonico Reggente don Mario Fanchiotti 1915 - 1916 Arcipete Paolo Mariani 1916 – 1969 nel 1966 era sostituto don Agostino Ridella Parroco don Agostino Ridella 1966 - 2003 nel luglio – agosto 2003 era sostituto don Vittorio Arcelloni Parroco don Luigi Carrà dal novembre 2003 al giugno 2008 (15) Don Josè Maria Guimaraes Ramos, sostituisce temporaneamente don Luigi Carrà.

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7 - Mercati, Scambi e Imprenditoria L’economia dell’antico borgo di San Sinforiano, durante tutto il Medioevo era affidata all’agricoltura e alla pastorizia. I lavoratori agricoli che assieme alle loro famiglie trovavano alloggio entro la cerchia delle mura per motivi di sicurezza, erano addetti al dissodamento e alla bonifica degli incolti appartenenti al Monastero di San Colombano di Bobbio, incolti e boschi che costituivano una estesa possessione fondiaria. Non solo i beni ma anche gli uomini erano sottoposti ai poteri del Cenobio, e del suo capo : ..... l’Abbate, che da principio e nell’epoca longobarda aveva solo un ruolo amministrativo, poi con l’immunitas assurse ad un piano politico pur rimanendo eminentemente religioso.L’Abbate aggiuse alle altre anche funzioni giudiziarie, legislative, nonchè diritti fiscali nei confronti dei “residentes”, cosicchè i poveri villici oltre a “roncare” faticosamente dovettero anche pagare le tasse. Nonostante il duro lavoro, i terreni dell’area collinare prospicenti il borgo fortificato erano sempre più poveri e i pascoli esigui. Per tutto il Rinascimento, con le terre faticosamente disboscate e rese adatte alle coltivazioni, il frumento e l’avena ebbero la prevalenza. Dai canoni d’affitto, e dagli inventari presso le famiglie si rileva la scomparsa del miglio, della spelta e degli altri cereali minuti, mentre era in aumento la produzione di cereali, questo è il segno di una migliorata alimentazione. Il feudatario oltre a ricevere in natura i frutti del lavoro degli abitanti del feudo, richiedeva tasse per ogni fuoco, e sulle attività mercantili: osteria, panificazione, macellazione, e sull’utilizzo gratuito di alcune giornate di lavoro. Dalle carte per la vendita del feudo di Moncasacco, oggi frazione del comune di Caminata, da parte della Camera Ducale nel 1677, abbiamo rilevato dalla relazione del perito Giuseppe Cremonesi che, lo “Jus dell’Osteria, Pristino, Macello che è affittata a lire 18 che a ragione del 3% sono lire 600”. All’economia di Caminata, la fine del secolo XVIII non apportò sensibili modificazioni, l’agricoltura di collina era soggetta ancora al bosco e a pochi seminativi arborati con viti a sostegno vivo, poichè non si voleva rinunciare al prodotto vino, ancora lontanissimo per quantità e qualità a quello odierno. Con il declino dell’astro Napoleonico, l’agricoltura non aveva segnato progressi sensibili, ed anche la trasformazione dei prodotti della terra e del piccolo allevamento si svilupparono in forma artigianale. Il governo piemontese fra il ‘59 e il ‘62 impose a tutto il Regno un regime doganale su dazi “ad valorem”, che raggiungevano anche il 10%. Il ‘900, prima con la Grande Guerra, poi con la II Guerra Mondiale segnò un periodo di grave crisi economica.
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Un grande impulso al miglioramento economico del paese venne nel 1921 con la costruzione della cementifera, detta “fornacione” che produceva cemento ricavandolo dagli ottimi calcari marnosi di una cava locale al di là del Tidone, essa forniva il materiale per la costruzione della diga del Molato, che estratto dalla vena per mezzo di una galleria in località Volpado, veniva caricato su di una funivia e scaricato direttamente sul piazzale antistante la cementifera, quindi convogliato all’interno per la lavorazione su carrelli decaouville. In quegli anni il numero degli abitanti era sensibilmente aumentato poichè giungevano da ogni parte d’Italia lavoratori per la costruzione della diga.

Il fornacione
(da una cartolina postale all’epoca della costruzione della diga del Molato)

Il piccolo artigianato prosperava con i laboratori di due falegnami, negli anni ‘30 - ‘31 uno era “Pauletto d’la piazza”oltre che essere un bravo falegname si cimentava anche in opere di scultura ed intarsio. Vi erano altre attività indispensabili alla piccola comunità, due fabbri, due sarte, un bastiere “il bastè Giemu”, un mulattiere, un negozio di alimentari con rivendita di giornali, un negozio di alimentari con macello di carni suine. Si ricorda di un “Gino”, barbiere, che all’occorrenza offriva gelati sul carrettino, un ciabattino e indimenticabile “Sbraiòn” che giungeva da fuori e richiamava le comari per vender loro i suoi tessuti battendo vigorosamente sul tamburo.
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I soprannomi erano all’ordine del giorno, uno molto curioso ma non ne sappiamo la derivazione era quello di un venditore intorno al ‘50, detto “candegina”.Alcune donne allevavano il baco da seta per poi vendere i bozzoli al mercante che passava a ritirarli. Fioriva il piccolo commercio, nelle strette vie in salita e nelle contrade piene di vita dai nomi pittoreschi: “cà de l’ éra (10), cuntrà di ràt, curt di Giurgén, la pulèra, l’òrmel”, in quest’ultima c’era l’abbeveratoio e qualche pianta di olmo, e “la pisséina”, laghetti, luogo di divertimento dei ragazzi che là si bagnavano d’estate, oggi c’è il campo giochi, a fianco scorreva il rio Canerone. In esse si fronteggiano suggestive costruzioni in sasso, pietra del Tidone, sapientemente lavorato da abili scalpellini.

Echi medievali nelle case in pietra di Caminata

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Quasi ad ogni porta si aprivano magazzini e botteghe, la porta negozio veniva detta “mustra” i proprietari si approvvigionavano, caricando le mercanzie sui cavalli, al vicino antichissimo mercato di Nibbiano di istituzione carolingia, com’è ricordato in un atto vescovile bobbiese del 1065. Curioso il soprannome del padrone del negozio di frutta e verdura “Tognèn d’la russa”, per il colore del mantello della sua mula, egli faceva affari fino a Pontedell’Olio dove arrivavano le merci dal genovesato. E “Maggioni” che fece l’ambulante di frutta e verdura compiendo ogni giorno ventotto fermate, da Caminata a Casa Marchese, per tre anni, prima di aprire negozio a Nibbiano.

Negozio di Frutta e Verdura 1950

Vi erano poi le insostituibili Osterie, quella detta “del Torrente” che faceva anche da trattoria e negli anni ‘50 si aprì ai monopoli rilevando la privativa da Amelinda. L’Osteria Pace con trattoria e deposito della corriera, quella di “Vigettu”, con macelleria di carne suina nella piazza principale, oggi Piazza del Popolo, e l’ormai centenario storico negozio di alimentari della signora Maria Comaschi, ancor oggi esistente .

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Piazza del Popolo L’antico negozio di alimentari appartenuto a Maria Comaschi ha compiuto 100 anni

E ancora, il forno della “Colombina” dove le donne di casa portavano a cuocere le torte fino alla metà degli anni ‘50. Anche nella frazione di Moncasacco vi era l’antica Osteria sotto l’archivolto, con privativa e vendita di alimentari, risalente al 1600 che ebbe come ultima proprietaria la signora Giuseppina Scarani Calatroni. Nelle frazioni circondate dalla campagna gli abitanti erano dediti alla coltura dei cereali, mais, veccia, frumento, la vite, gli ortaggi solo per le necessità dei singoli,così per l’allevamento degli animali da stalla e da cortile che servivano al fabbisogno delle famiglie che potevano ricavare carne, latte e formaggio. Alla metà del secolo scorso la maggior parte delle case del borgo fortificato erano abitate al primo piano, mentre al piano terreno si apriva “un volto che ospitava la stalla per uno o due animali”. Molti allevavano anche il maiale, i norcini caminatesi erano noti per le loro capacità ed il loro intervento era molto richiesto dai paesi limitrofi. In un paese dove sino all’inizio del secolo le comunicazioni non erano facili, un’attività di forte valenza sociale la diede Claudio Mascaretti, che attorno agli anni ‘20 del novecento dalla natia Corano, si era trasferito a Caminata in località Cementeria, e aveva avviato l’azienda di autotrasporti per viaggiatori, con linea Caminata Val Tidone - Piacenza, Alta Val Tidone e Pavese. Dopo il secondo conflitto mondiale a lui si affiancò il figlio Luigi nato nel 1923
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che proseguì l’impegno paterno e si dedicò all’insegnamento presso l’Istituto Industriale di Voghera. L’attività di Luigi Mascaretti a tutt’oggi è proseguita dal figlio Giorgio.

La prima corriera di autoservizio pubblico Mascaretti
(per gentile concessione della famiglia Mascaretti)

Sempre anni ‘50 del novecento si ebbe anche l’allevamento di visoni per ricavarne pelli per l’abbigliamento, poi abbandonato con l’avvento del materiale ecologico. Negli stessi anni si videro le donne e le ragazze partire cantando sui camions per fare la monda del riso nel Pavese e nella Lomellina, molti giovani e meno giovani, si trasferirono nei centri urbani che offrivano maggiori possibilità di lavoro, iniziò così un lento e non trascurabile fenomeno di spopolamento. 8 - I Mulini Conviene ricordarci dei Mulini che tanta parte ebbero nell’economia della vallata e del Borgo in particolare, dall’800 fino agli anni ‘80 del ‘900. Essi a seconda delle macine a disposizione macinavano grano, frumento, castagne, queste ultime producevano farina ad integrazione degli altri alimenti. Dal I° gennaio 1869 fino al 1884 i Caminatesi dovevano pagare una tassa sulla macinazione dei cereali che versavano nelle mani del mugnaio prima del ritiro della farina, i mulini a Caminata erano: il Molino Pizzali o della Muntà, oggi casa Traversone che ne conserva le grandi ruote in pietra, a Molato di Caminata, il Molino Garbarini detto Molinetto o Mulinino, e il Molino dei Fondi.
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Il Molino Garbarini apparteneva ad Armando Garbarini di famiglia originaria di Gorreto località in provincia di Genova, egli si trasferì a Caminata intorno agli anni ‘20 del ‘900 installandosi al Molinino che già esisteva dai primi dell’800, fu sposo di Paola Mossi appartenente all’ antica famiglia dei mugnai Mossi di Trevozzo che collaborò attivamente, tanto che si può dire avesse insegnato lei stessa il mestiere al marito. Più tardi il Mulino passò ai figli, i fratelli Andrea e Valerio Garbarini che lo tennero per molti anni, compresi quelli più duri della II Guerra Mondiale, in cui l’attività viene definita discreta. Esso è situato quasi al termine della via omonima, dove la strada curva, attraversa una macchia e lambisce il Tidone, anche se malauguratamente segnato da un incendio avvenuto nel 1990 è ancora leggibile nelle sue parti principali, conserva la ruota metallica e parte dei macchinari, nonchè le due interessanti macine di cui una, quella di tipo francese costruita a Varzi, produceva farine molto sottili. L’acqua proveniva inizialmente dalla galleria vecchia del lago artificiale del Tidone, arrivava al Molino Montà e da qui deviata con un canale continuamente tenuto libero da sabbia e ramaglia, che fungeva da rio molitorio, giungeva al Molinino. La costruzione si presenta suddivisa in due sezioni: una la parte riservata al mulino vero e proprio, il cui soffitto è costituito da grosse e antiche travi forse di castagno o di quercia probabilmente ricavate tra quelli che crescevano rigogliosi a mezza costa del Bissolo, straordinariamente non intaccate dalle tarme, l’altra a cascina a due piani, uno terreno dove venivano riposte le numerose carriole per il trasporto dei sacchi di grano e di melica, il secondo conteneva il foraggio per il cavallo. Oltre la strada è ancora ben conservata la stalla per tre vacche, ed una ingegnosa porcilaia, dove si trova una grossa pietra scavata al centro, addossata all’esterno, collegata con il truogolo, in cui si versava il pasto per il maiale senza doverne aprire la porta. Al Molinino l’attività ebbe termine nel 1988 a causa dell’opprimente burocrazia. I Molini di Caminata andavano ad aggiungersi ai numerosi altri disseminati lungo tutto il corso del Tidone, ed a quelli posti sui piccoli rivi tributari. Il Mulino, per quelli che attendevano la macinazione diveniva luogo d’incontro e per concludere affari. Ancora negli anni ‘70 del novecento si poteva incontrare il mugnaio “Valeri Garbarini” di Caminata seduto sul pianale del suo “tibar” (11) carico di sacchi di grano che aveva ritirato dalle cascine, con le gambe penzoloni e il cappello calato sugli occhi per meglio ripararsi dal sole che batteva, sulla “muntà” (12). Vi era inoltre il Mulino dei Fondi oggi fiorente attività equestre con maneggio sede dell’omonima Associazione, fa parte delle Ippovie dell’Appennino Emiliano-Romagnolo, ed ogni anno promuove la manifestazione “Echi Medievali, Arcieri, Dame e Cavalieri” che attrae un gran numero di turisti dal “milanese”.
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Mulino Garbarini 1950
( per gentile concessione della famiglia Traversone)

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9 - I Cognomi più antichi Già nel Medio Evo, per identificare la gente comune, era consuetudine aggiungere al nome il luogo di provenienza. Questo uso si protrasse almeno fino alla fine del ‘500. In un documento del 1537, conservato nell’Archivio di Stato di Milano, abbiamo trovato che alcuni abitanti, di Moncasacco, la frazione lontana di Caminata, che si recavano a Canevino per coltivare la terra, erano individuati col solo nome di battesimo seguito dalla dizione “da Moncasacho”, per citarne alcuni ricordiamo: Cabro da Moncasacho Jacomino da Moncasacho Bassino da Moncasacho Zanino da Moncasacho Rancino da Moncasacho Her (edi) di Albertino Bertolame da Moncasacho Tutti erano proprietari di quelle terre. I cognomi fecero la loro comparsa più tardi, intorno al 1688 troviamo a Moncasacco: Berinzona, Chiappini, Dall’Occhio, Da Piazzo, Janvella, Molinaro, Montemartino, Nonino, Pisano, Zuffada. E qualche anno più tardi, apparvero: Alessi, Bellinzona,Borgognoni, Calatrone, Chiappini, Della Colomba, Dall’Occhio, Da Piaggio, Faranelli poi Faravelli, Fasoli, Martinoni, Molinari, Pisani, Pisano, Zanarda, e ancora Zuffada. Consultando il Liber Congregationis della Chiesa Prepositurale dei Santi Timoteo e Sinforiano a Caminata, dalla fine del ‘600 all’anno 1790, abbiamo trovato quali nomi ricorrenti da queste date e rappresentati da persone che abitavano nel Borgo e ricoprivano alti incarichi nell’ambito delle Confraternite e del Priorato: Castignoli (Castagnola), Comascho (- schi), de Gatty (Gatti), Ghigini, Pezzati, Scaricabarozzi. Mentre dal 1719 al 1786, ai Pezzati e ai Comasco si aggiungono: i Costignola i Gatto i Prati, gli Scabeno e i Dal’Ochio (poi Dallocchio) i Carobbio provenienti da Carubbio degli Angeli (Svizzera). Altre fonti ci riportano, nel 1800: Pizzali, Quadrelli e ai primi del ‘900: Dalla Giovanna, Garbarini,Traversone, nuove famiglie giunte da altri Comuni.

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10 - Usi e curiosità Ricordiamo che fra i riti religiosi il più sentito era quello delle Rogazioni (13) in cui la processione preceduta dal sacerdote seguito dal popolo, intonava le litanie dei Santi portandosi nelle tre direzioni: a Costiola, a Chiapeto e al Tidone, ad implorare protezione dal Cielo, sugli uomini e sulla campagna.

Processione per le Rogazioni La Chiesa aveva diversi benefici: il Bosco Casà, la Casa Pagliaro al Bissolo, l’Orto degli Olmi, Casa dei Guglielmini e Gambarà dove le donne una volta all’anno, ancora nel 1900 si recavano a fare il bucato al torrente. É rilevabile nei documenti parrocchiali l’ammontare dei fitti, e le opere eseguite per migliorare le costruzioni o farne di nuove, come quando venne deciso di eliminare la stalla dal cortile della canonica per ovvie ragioni d’igiene e se ne fece “con non piccolo sacrificio” una nuova definita “grandiosa” con
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cascina e portico alla Pollara, esiste ancora, per lire dodicimila, cifra elevata, che il Parroco annotava a pagina 20, nel Chronicon del 1923 non celando la sua preoccupazione. Era inoltre consuetudine che pie persone affidassero al Parroco piccoli oggetti d’oro: croci, anelli, catene, che in speciali occasioni venivano battuti all’asta e il denaro ricavato veniva versato per le necessità immediate della Chiesa, è il caso di Maria Scaricabarozzi che nel 1850 “dona lire quattrocento cinquanta per una croce d’oro messa all’incanto.” Alcune usanze che vogliamo ricordare, è quella gentile delle donne che sapevano intrecciare corone con foglie e perle dorate, per ricorrenze e commemorazioni, vera arte povera, se teniamo presente che per dare volume alle corone si usavano imbottiture di paglia e carta cucite assieme, e le perle si ottenevano arrotolando accuratamente carta stagnola su palline di cotone, oppure donne e bambine che con piccole e abili mani infilavano perline di vetro multicolori creando fiori e coroncine per ornare le tombe al cimitero. Mentre le credenze nelle cucine di casa erano adornate con finti merletti di carta intagliata per far ben figurare cristalli e servizi di tazzine in ceramica, e, indimenticabile, sotto il portico di Piazza Maggiore,oggi del Popolo, Carlino intrecciava canestri con i salici del Tidone. Nelle sere d’estate le strette viuzze si animavano di persone che uscite di casa sedevano su sedie, le donne, o su sacchi distesi a terra gli uomini, e così accomodati le une sferruzzavano, gli altri scambiavano chiacchiere fino a notte inoltrata e i bimbi giocavano a “scondaléra” nel buio avendo per quinta quel cielo blu trapunto di stelle sempre visibile da ogni angolo, così da rendere la scena tanto simile ad un presepe. Il Carnevale era solo per i bambini che lo festeggiavano indossando la maschera e andando in gruppo fino a Costiola a chiedere dolci di casa in casa. Una lieta e serena consuetudine avveniva nella notte fra il 30 aprile ed il I° maggio quando gruppi di giovani si riunivano nelle corti per cantare in coro i canti di Calendimaggio, o “Canto di Valle” o della “Galeina grisa”, nelle varie sfumature dialettali. Riportiamo le strofe della “Galeina Grisa di Caminata e Nibbiano :

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E l’è terminato Aprile, ed è chi il primo di Maggio con l’erba e con le foglie e la fresca rugiada. Tutte le sposine fan la so bugada. bis E verrà il solin di Maggio che la farà sugada In cò de l’orto si ghè fiorì il frumento Dentro dentro di questa casa ci sta il mio cuor contento. bis In cò de l’orto si ghè fiorì la fava Dentro di questa casa ci sta la gente brava. bis E se l’è la sarà brava la mi darà le uova Datemi le uova della vostra gallina Che la sia nera, che la sia bianca basta che la canta. bis Datemi le uova e poi lasem andare. La galina pirlondina la ghà indorà la cua E se fosse un po’ più bella la saris la tua. bis E la gallina che fa le uova non è più pollastra E la figlia che fa l’amore non è più ragazza. bis Cinquecento fossatelli abbiamo da traversare Cinquecento ragazze belle abbiamo da salutare. bis E saluto il padron di casa che noi dobbiamo andare. Buona sera i miei signori questa l’è lora dan dar dormir. bis

seguiva la richiesta di uova per cucinare una grande frittata da consumarsi a notte alta finiti i canti. Se i canterini non trovavano la dovuta accoglienza avevano già pronta una strofa di malaugurio. Neppure il ballo mancava, giovani e meno giovani si riunivano ai “fontanini” il piazzale per il ballo, di fronte all’odierno Municipio dove si innalzava la “balera” che smise di esistere nel 1960. A Caminata, il gusto per la compagnia e il ballo non si è perduto e ancora oggi, durante la stagione estiva, si danza al campo giochi.

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Il gruppo degli “Enerbia“ in un concerto nella piazza Del Popolo a Caminata

Non mancano gli appuntamenti estivi nella suggestiva cornice della Piazza del Popolo, con concerti di musica classica e folcloristica. Di grande rilievo è l’iniziativa della Banca di Piacenza che con Comuni e Pro Loco organizza ogni anno “Castelli in Musica” con tappa finale a Caminata e tende a stimolare la valorizzazione degli Antichi Borghi ed i Castelli del nostro territorio. Caminata proprio per la sua caratteristica di Antico Borgo è scelta per l’annuale edizione “Dell’Appennino Folk Festival” organizzato dall’ Assessorato alla Cultura della Regione Emilia Romagna e Provincia di Piacenza. A questa rassegna partecipano ogni anno i più significativi gruppi Italiani ed Europei che propongono musica antica e tradizionale. Tra questi è presente anche il gruppo Piacentino degli “Enerbia“ diretto da Maddalena Scagnelli, che ha al suo attivo, oltre che ad un vasto repertorio di musiche della tradizione rurale delle nostre valli, anche una serie di prestigiose collaborazioni con il mondo del cinema, tra cui la partecipazione alla colonna sionora del film di Ermanno Olmi “I cento chiodi“. Le ragazze nubili caminatesi ricevevano serenate da giovani venuti anche da lontano, e al termine offrivano loro da mangiare e da bere. Da sole cucivano il corredo da spose ricamando con abilità iniziali e applicando pizzi. Le donne maritate vestivano sobriamente con abiti neri accollati, con maniche larghe applicate alle spalle da un numero infinito di pieghine che ingentilivano e rendevano elegante la figura, a completare indossavano il grembiule di tessuto leggero a fondo nero con impressioni di fiori colorati. L’acconciatura per tutte era l’immancabile crocchia.
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Se a queste usanze se ne erano aggiunte alcune eterogenee portate dai nuovi caminatesi venuti per la costruzione della diga, ne ricordiamo una prettamente locale legata alla morte: quando un compaesano moriva, tutti gli uomini si riunivano a casa sua per la veglia funebre, là recitavano il Rosario, mangiavano, bevevano, trascorrevano la notte e stavano col morto senza lasciarlo mai solo fino al momento del suo seppellimento, in questo modo la morte non era solo un evento privato ma coinvolgeva tutta la Comunità. A Caminata fino alla metà degli anni ‘50 del ‘900 c’era l’asilo infantile tenuto da suore, mentre la scuola elementare fino alla V classe aveva come insegnante la signorina Betti, la scuola rimase a Caminata fino al 1981. Caminata come ogni altro borgo Medievale che si rispetti conserva nel cortile di Casa Castagnola, adiacente all’antica casa comunale il così detto Pozzo delle lame, “Pus dal Tai”, che verità o leggenda, là finiva tutto ciò che doveva scomparire. Nondimeno “strane voci e presenze” si aggiravano nella vecchia casa della medium che aveva capacità di colloquiare con i defunti. Un’attivissima Pro Loco, con presidente la signora Giovanna Scansani organizza periodicamente happening di gastronomia della tradizione e serate danzanti molto frequentate, ha sede assieme all’Associazione Velosport, presidente il dottor Franco Ogliari, in Piazza del Popolo al civico n° 1, mentre l’Associazione Culturale “Il Cammino” che raccoglie testimonianze e promuove il nostro territorio con presidente il signor Pietro Luigi Bonoldi, ha sede al civico n° 2. Inoltre esiste il gruppo Tartufai, con il presidente provinciale il signor Giorgio Sandrinelli, caminatese doc, con sede a Piacenza in via Fontana, n° 16.

Ritratto di signora caminatese
(1856 circa)

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11 - Mediconi “madgòn” Ed ecco affacciarsi tra le figure che animavano la vita del Borgo quelle mitiche ed un poco misteriose dei guaritori. Personaggi che hanno tradizionalmente fatto parte del quotidiano della gente delle nostre contrade e che mettevano a disposizione degli altri le loro capacità naturali “vix sanatrix” in sinergia con la forza interiore della preghiera, e riuscivano a guarire o ad alleviare le sofferenze di chi chiedeva il loro aiuto. Di loro sappiamo che quando il guaritore anziano era prossimo alla fine della sua vita, era solito consegnare ad un successore che si era scelto le istruzioni per continuare e tramandare le sue pratiche “lassà la còa”. Le patologie sottoposte al guaritore erano di diversa natura: il fuoco di Sant’Antonio, l’abbassamento dello stomaco, l’ingrossamento della tiroide, le lussazioni degli arti, le storte, il mal di schiena ed anche l’erisipela e le piaghe, il mal di denti le infiammazioni di varia natura, la liberazione dai vermi e gli inevitabili traumi riportati durante i lavori in campagna, alcuni guaritori agivano anche sugli animali che avevano gli arti “strambati” per il troppo lavoro. I rimedi erano semplici, il guaritore usava preparati di sua composizione mescolando grasso di maiale “sugna”, facendo empiastri e applicandoli sulla parte dolente, “segnando” la parte interessata con il segno della Croce di Cristo o con quella di Salomone, ponendosi alle spalle del paziente, dopo aver acceso le candele e l’incenso. Riportiamo qui una ricetta autografa della guaritrice G. di Nibbiano che aveva la sua sfera d’azione anche a Caminata e dintorni: Contro i reumatismi: Preparare acqua e alcol Una manciata di eucaliptus Con tre quadrettini di canfora Dopo dieci giorni filtrare il liquido e frizionare l’arto”. A Caminata agiva P.L.D. che aveva ricevuto il “dono” da un parente, ma non ci teneva ad esercitare in pubblico e quando lo faceva non accettava compensi, sua moglie A.D.G. era bravissima a sanare le sbucciature fatte durante il gioco dai ragazzi. La guaritrice M.A. era esperta nel liberare chi aveva i vermi aspergendolo con l’acqua benedetta spruzzata con lo scopino di “melga” mentre recitava le preghiere. Queste operazioni avvenivano per tre volte al calar del sole poichè ad esso si attribuiva l’efficacia della cura e vi erano anche preghiere particolari rivolte ad esso. La guaritrice E. invece, consigliava di tagliare nel giorno dell’Ascensione il ciuffo apicale di un rovo,
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metterlo in un vaso, e con il liquido che se ne ricavava si potevano guarire le scottature. Sempre nello stesso giorno, si teneva da parte un uovo fresco, quando era ridotto in polvere si sfregava con questa la scottatura e se ne guariva. Ci siamo domandati quali fossero le motivazioni che spingevano i sofferenti a rivolgersi al rito propiziatorio del guaritore: probabilmente il venir meno della fiducia nella medicina ufficiale e la distanza a quei tempi molto sentita dai luoghi comunemente deputati alle cure.

Schizzo su cartoncino “ la guaritrice”
(pittrice Silvana Morra)

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12 - Testimonianze. San Colombano In piazza del Popolo é collocata una tavola marmorea che l’Amministrazione Comunale con il sindaco Cav. Quintino Pizzali ed il popolo di Caminata posero il 21 marzo 1965, per onorare le venerate reliquie di San Colombano nel 27.mo cinquantenario del suo glorioso transito.

Il cardinale Zuccarino consegna le reliquie del Santo all’ Arciprete don Paolo Mariani 21 Marzo 1965

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Nell’antico borgo fortificato di San Sinforiano poi CAMINATA denominato pellegrine d’amore giungono le venerate reliquie di SAN COLOMBANO preludio alla fausta ricorrenza del XXVII cinquantenario di suo glorioso transito Auspice Ecc. Mons. Pietro Zuccarino Vescovo e Abate il popolo caminatese memore del passato pensoso dell’avvenire devotamente le accoglie nunzie di rinvigorita fede costruttiva unità ed operosità nella pace e libertà cristiane 21 marzo 1965 ______________ Vogliamo ricordare le indicazioni che in quella circostanza diede il Vescovo e Abate di Bobbio Monsignor Pietro Zuccarino sul “transito” delle Sacre Reliquie che ci rimandava alla bellissima figura del Santo dapprima giovane, selvaggio cavaliere, vivace, ardente! Colombano, Colum in celtico è allo stesso tempo sensibile poeta e musicista, più tardi, curioso di scoprire il mondo oltre la sua isola: l’Irlanda. I suoi sono tempi difficili, la Città Eterna è minacciata dai Longobardi, dilagano la peste e la carestia, Colum è consapevole di quanto sarà arduo il suo cammino... Nella confirmatio troverà le armi per la lotta spirituale contro il demonio. Il cristianesimo che è giunto in Irlanda dalla Gallia, e in Gallia dalle antiche vie dell’Oriente, ha trovato nella religione dei Druidi il terreno fertile per crescere e fiorire. Colum parla gaelico e studia con tenacia il latino classico ed è iniziato alla cultura in tutta la sua vastità, e dal silenzio e dalla preghiera trae la sua forza.
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Ama la natura, conosce le erbe e ne fa medicamenti, è già un taumaturgo e guarisce anime e corpi ma soprattutto ama il suo prossimo. E’ Irlandese, quindi per definizione forte e senza paura, veste la tonaca bianca del martirio e inizia il suo cammino. Quando sbarcò nel regno dei Galli trovò ad attenderlo un’intricata situazione politica e dinastica e tante armi, lui che armi non ne portava. Non è solo, è con dodici compagni, si insediò ad Annegray dove dà il segno esplicito della sua volontà di condurre il monastero in modo indipendente dalla Chiesa di Gallia. Promuove il culto dei Santi, e l’evangelizzazione. L’indipendenza ha un costo molto alto, i monaci di Colum sono poverissimi, non chiedono nulla per loro, ma il carisma di Colum attira uomini, donne, potenti e da allora fino a noi. Come ci ha indicato il Vescovo Zuccarino, tre sono le strade che Egli ha tracciato per arrivare a Dio:

LAVORO PREGHIERA CARITA’

e il significato della peregrinatio indetta nel 1965 dallo stesso Vescovo nelle sue stesse parole “….dovrà essere in primo luogo a gloria di Dio, quindi a glorificazione del nostro Patrono, ma la vera glorificazione San Colombano l’attende dai nostri cuori e dalle nostre menti.” Colombano ha una colomba nel nome: la Colomba simbolo della Pace, ce l’ha portata dalla sua terra, un luogo lontano dopo aver attraversato tanti paesi, così da essere considerato il Santo Europeo per eccellenza.

Sappiamo che: Il 17 luglio 929 d.C. era partito da Bobbio un corteo di Monaci che, in processione, doveva portare a Pavia il corpo di San Colombano. Il corteo passò per Arcello, Pianello, Nibbiano, Caminata, Montelungo ed il giorno 18 transitò nei pressi di Canevino, dove avvenne il miracolo. La descrizione la ricaviamo dal “Miracula S. Colombani”, un opuscolo di uno
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scrittore anonimo che probabilmente era un monaco del monastero di Bobbio che partecipò alla “traslazione”. Narra l’anonimo: “un contadino del villaggio di Canevino aveva un figlio muto dalla nascita. Proprio quel giorno, egli e suo figlio si trovavano a lavorare nei campi. All’improvviso, il ragazzo, rivolto al padre, disse: «Papà, papà. c’è San Colombano!» Il genitore sorpreso e contento gli rispose: «Che vuoi, o figlio?» e quello riprese: «Non senti, papà? Arrivano i monaci che trasportano San Colombano!» Il padre, salito su di una altura, stando con orecchi ed occhi intenti, cercava di scoprire un qualche segno di ciò che aveva udito dal figlio. A lungo aspettare, di lontano, lungo il monte che si chiama Longo, percepì voci di persone che si avvicinavano e cantavano “Krieeleyson”. Constata la verità di ciò che aveva udito dal figlio, corse alla Chiesa per avvertire il Sacerdote. Questi all’annuncio, indossate le vesti sacre, ordinò di riempire un vaso di vino. Uscito sulla strada, per la quale sarebbero giunti, gli andò incontro. Arrivati alfine i monaci. Con modi, umili e supplici pregava il santo e narrava a tutti l’accaduto. Egli offrì da bere a tutti.” Nella frazione di Moncasacco vi è una porzione di strada sterrata, al termine della Strada Comunale dell’Oratorio, denominata Via San Colombano a ricordo di quell’evento.

Caminata Pavese Sotto la Provincia di Pavia, Caminata ha conosciuto la forte influenza di partecipazione alle vicende nazionali per la vicinanza con Milano e forte era lo spirito patriottico del popolo di Caminata. In una via cittadina oggi ancora intitolata a S.M. RE VITTORIO EMANUELE II è stata posata nel gennaio del 1879 una lapide marmorea commemorativa che recitava:

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CAMINATA PAVESE
A

RE VITTORIO EMANUELE II
CHE LIBERANDO L’ ITALIA DALLE TIRANNIDI CITTADINE E STRANIERE IL VOTO DEI SECOLI COMPIENDO LA COSTITUIVA NAZIONE IN ROMA LA GENTE DI CAMINATA A MEMORARNE L’AMORE NELLE PIÚ TARDE GENERAZIONI ASSICURATO IN SUO NOME AI POVERI L’ASSISTENZA AI VALOROSI UN PREMIO NEL DI ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE 9 GENNAIO 1879 PONEVA

Queste parole sono state scritte su marmo per sancire l’unitá della nostra Nazione che tanto ha chiesto in vite umane anche alla nostra piccola comunità. Il Sindaco di allora Sig. Quadrelli Luigi con un discorso di introduzione nella seduta comunale dell’ottobre 1878 ricordava con commozione la partecipazione ed il sacrificio dei cittadini di Caminata nella sfida di unire l’Italia liberandola dalle tirannidi siano esse cittadine o straniere. La seduta si è conclusa con la decisione di ricordare S.M. RE Vittorio Emanuele II intitolando a Suo nome la via principale del Borgo mediante la posa di una lapide. La lapide a suo tempo malamente rimossa, recuperata e gelosamente conservata nella casa torre della famiglia Bergamaschi, si trova in frammenti presso il museo Comunale “Aldogreco Bergamaschi” e ci auguriamo possa ritornare, dopo il restauro, alla sua collocazione originale quale contributo della cittadinanza caminatese, nel commemorare il 150.mo anniversario dell’Unitá D’Italia.
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13 - CAMINATESI E NON Quintino Pizzali Il Cavalier Quintino Pizzali, nacque a Ruino, in provincia di Pavia, l’11 aprile 1916, commerciante, entrò giovanissimo nella Democrazia Cristiana. Fu Sindaco Emerito di Caminata Val Tidone dal 1957 al 1980. Combattè nelle file della Resistenza entrando a far parte della Brigata Crespi Divisione Alliotta, il 23 novembre 1944 entrò in Giustizia e Libertà Divisione Garibaldi e fu al Penice come istruttore delle nuove reclute, poi a Ceci con Giustizia e Libertà, quindi a fianco del Comandante Carlo Barbieri, nome di battaglia Ciro, durante la liberazione di Pavia il 26 aprile 1945. Gestì la Pubblica Amministrazione con competenza, avvedutezza e particolare spirito di umanità. Alcuni abitanti allora “foresti” lo ricordano ancora oggi con simpatia in quanto fu colui che preoccupato dell’abbandono del paese da parte dei giovani verso la città, caldeggiava incoraggiando i “milanesi” che amanti della natura e del territorio acquistarono negli anni settanta, vecchie case da riattare. La sua morte avvenuta a Caminata il 19 febbraio del 1980 lasciò grande rimpianto nei suoi concittadini e nei compagni di Fede. Eugenio Dovati Il Dottor Eugenio Dovati, nacque a Zavattarello in provincia di Pavia, l’8 ottobre 1943, si laureò in Pedagogia a Parma con una tesi su ” I rapporti tra Stato e Chiesa nel pensiero di Alcide De Gasperi” riportando la votazione di 110 su 110. Dal 1975 al 1980 fu consigliere comunale di Caminata Val Tidone, dal 1980 al 2004 fu Sindaco del Comune di Caminata Val Tidone, dal 2004 al 2006 consigliere dello stesso Comune, dal 2002 al 2004 vicepresidente dell’Agenzia d’Ambito e Membro del CDA di Sintra. Il Dottor Dovati durante il suo mandato ha intuito l’importanza del recupero del patrimonio storico e mediante l’ausilio di un piano regolatore ad hoc, contribuì al mantenimento delle caratteristiche architettoniche del Borgo che ancora oggi è definito da molti “ la bomboniera della Val Tidone”. Furono eseguite inoltre altre opere come la metanizzazione del Borgo e delle frazioni, il rifacimento di tutta la linea e dei pozzi dell’acquedotto del capoluogo e frazioni ed il rifacimento dell’intero sistema fognario. Fu sua l’istituzione della “Targa Ricordo” ad un cittadino caminatese distintosi nel campo della matematica .
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Si spense a Castel San Giovanni il 30 giugno del 2006. L’anno seguente è stata intitolata allo storico Sindaco la sala consiliare nel Palazzo Comunale.

Don Agostino Ridella Nacque a Santa Maria di Bobbio nel 1924, fu allievo del Seminario Vescovile della stessa città dove entrò all’età di dodici anni, il 10 ottobre 1937, ispirato dall’esempio dello zio, don Agostino Ridella arciprete di Vaccarezza. L’Ordinazione gli fu conferita dal Vescovo Mons. Bernardo Bertoglio nel 1949. Nei sei anni successivi lo troviamo parroco ad Ascona in Val d’Aveto, dove avviò al sacerdozio alcuni giovani della Parrocchia. Nel 1955 gli venne affidata Trebecco in Val Tidone. Dal 1969 guidò la comunità di Caminata.

don Agostino Ridella da sinistra: Pinetto Genesi, Quintino Pizzali a destra Vito Pezzati

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Fu cultore, oltrechè di teologia, di studi umanistici così da essere conosciuto come il “sacerdote letterato”.Il suo apostolato fu ricco di iniziative: si prese cura della parrocchia di Lazzarello, ristrutturò il Santuario della Madonna della Torrazza, diede nuova vita al bollettino interparrocchiale “Famiglie parrocchiali” e grazie alla sua sensibilità la Chiesa di Caminata, fu ripulita da inutili sovrastrutture e restituita alla purezza delle sue linee neoclassiche. Seppe vedere la necessità della grande scalinata e diede ai giovani il grande salone per le riunioni. Leggiamo sulla “Trebbia” le brevi annotazioni, del suo compagno di studi Don Ugo Casaleggi scritte in occasione della trigesima della scomparsa sul settimanale della Diocesi di Piacenza – Bobbio, “La Trebbia”: “In don Agostino ho sempre ammirato il suo sorriso (era il primo saluto), la sua modestia, la sua voce, quasi un sussurro nel dire le cose, anche nelle discussioni non l’ho mai sentito alzare la voce. Mite ed umile di cuore, sempre disponibile a fare bene la sua parte”. E’ nella rilettura di parte delle sue omelie, che traspare la sua personalità, che se apparentemente schiva e mite, traeva dall’ insegnamento del Vangelo che a sua volta trasmetteva ai suoi fedeli, forza e originalità. Toccava infiniti argomenti,dalla bontà al perdono, dalla felicità al perbenismo, senza mai essere superato, conscio del tormento del vivere quotidiano, ma sicuro dell’aiuto del Padre, rimanendo sempre legato a quel mondo agricolo che lo aveva generato. Ci piace ricordarlo nell’omelia dell’Ascensione del 1993, dove tratta della precarietà delle cose terrene, incoraggiando a non misurare la speranza a tempi troppo ravvicinati, ed esortando:” neppure nella nostra campagna siamo abituati a tempi lunghi e ai rischi inerenti. Si mettono a dimora oggi delle piante che daranno frutto fra dieci anni e che potranno essere pronte per ricavare legna fra decine d’anni......”. Oppure in quella delle Pentecoste dello stesso anno dove a proposito dei Doni dello Spirito Santo ci da una sua singolare, ironica, interpretazione: “.....la Sapienza è quel dono che ci permette di capire tutto nel giusto senso. Uno può avere anche cinque lauree e parlando con lui sentite che è vuoto, che sà di .....rock!”. E’ Don Guido Migliavacca che lo definisce”..... un prete mite, ma operoso e dinamico, aperto al nuovo soprattutto ai giovani. Si sentì prete più che mai. La comunità di una certa consistenza gli dava ossigeno, gli metteva le ali...” Don Agostino morì a Caminata allo scoccare dei 54 anni di sacerdozio, il 16 luglio del 2003.

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Giovanni Da Caminata Autore dell’affresco raffigurante la Madonna col Bambino in trono e San Giacomo, il protettore dei Pellegrini, firmato e datato “1468 die mady, Basanus de Gera fecit fieri hoc opus... Iohannes de Caminata pinxit...” situato nell’Oratorio di San Giacomo della Cerreta presso Belgioioso, sorto prossimo all’ “hospitale” del 1143, non a caso posto proprio nelle vicinanze di una delle principali direttrici devozionali: la strada Pavia Portalbera, che da Stradella a Bobbio prende il nome di Via di San Colombano, raccordata alla Strata Romea. Di lui si ignora la data di nascita, mentre è presumibile quella della morte: il 15 febbraio 1485. L’attività pittorica per quanto a noi fino ad ora sconosciuta dovette andargli bene, poichè svolse numerosi atti di compra vendita, fino a 92 documentati. Sposò Margherita Boccaccini e in seconde nozze Donina de Busti dalla quale ebbe tre figli. Non è storicamente documentato fino a quale epoca gli antenati di Giovanni rimasero a Caminata, mentre sappiamo che nell’ “Indice” del “Codice Diplomatico Artistico di Pavia dall’anno 1330 all’anno 1350, opera postuma di Rodolfo Majocchi, redatto da Renata Cipriani, si sottolinea in modo inequivocabile che “per comodità di consultazione, al nome è fatto precedere il cognome o il luogo d’origine, quando si tratti di un toponimo usato come cognome..”. Quando la famiglia di Giovanni si trasferì a Pavia per intraprendere certamente una fortunata attività, mantenne il cognome Da Caminata a ricordo del luogo d’origine, ed il Moiraghi la definisce una casata benestante.

Aldo Greco Bergamaschi Aldo Greco Bergamaschi, avvocato, professore, Ispettore Onorario della Soprintendenza alle Antichità dell’Emilia Romagna, nato a Milano il 27 agosto del 1911, trascorse l’infanzia nel capoluogo lombardo, passando in seguito a frequentare il ginnasio, ed il liceo di Voghera quindi il collegio vescovile di Lodi. Dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita all’Università di Pavia con una tesi di carattere storico, nel 1939 entrò nell’Associazione Industriali di Milano. Richiamato alle armi, a pochi mese dal matrimonio, nel settembre del 1943, venne catturato dai tedeschi che lo tennero prigioniero di volta in volta nei campi di Bremerforde, Benjaminovo, Przemysl, in uno di questi ebbe come compagno di prigionia lo scrittore Giovannino Guareschi.
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Rientrato in Italia riparò a Caminata nella casa dei nonni materni, dove lo attendevano i genitori e la moglie.Nel 1945 si stabilì a Tradate in provincia di Varese, e continuò l’attivitità all’Assolombarda. Al pensionamento avvenuto nel ‘72 alternò i suoi soggiorni a Caminata e Tradate dove collaborò al mensile “ La Concordia”. A Caminata scrisse e condusse gli amatissimi studi su San Colombano, che era stato l’argomento della sua tesi di laurea.Inoltre a Bobbio viveva lo zio materno Monsignor Mario Fanchiotti, rettore del Seminario Vescovile. I suoi interessi toccavano i vari campi, dall’Archeologia alla Storia, dall’Arte al dialetto, gli dobbiamo le prime ed uniche testimonianze culturali che siano giunte fino a noi e che hanno fatto da traccia e ossatura alla stesura di questo lavoro. Tra i suoi scritti di maggior rilievo ricordiamo: “Le saline del Monastero di San Colombano di Bobbio” in B.S.P., 1953 fasc. 3 – 4. “Il dominatus fondiario del Monastero di San Colombano di Bobbio nel periodo longobardo” in B.S.P., 1957, fasc. 2. “Un antico borgo fortificato: Caminata Val Tidone” in B.S.P., 1959. “Appunti di toponomastica del territorio velejate” in B.S.P., 1962, fasc.3. “L’attività ospitaliera del Monastero di San Colombano in Bobbio nell’Alto Medioevo, con particolare riguardo alla assistenza ai pellegrini irlandesi in Italia” in “Atti del I Congresso Europeo di Storia Ospitaliera” Reggio Emilia 6 – 12 giugno 1960 Rocca San Casciano. “Attività commerciali e privilegi fluviali padani nel Monastero di San Colombano in Bobbio. “ I poteri giurisdizionali del Monastero di San Colombano di Bobbio”. (14) “ La Caminà” (Caminata) – Appunti di Storia, dialetto,usanze e tradizioni locali. In Bollettino della Società Pavese di Storia Patria (Pavia, 1985). “La partecipazione del Monastero di Bobbio alla attività di compilazione delle collezioni canoniche anteriori a Graziano. In “San Colombano e la sua opera in Italia”. “Sul dominatus fondiario del Monastero di San Colombano in Bobbio nel periodo carolingio (835 – 862)” in studi storici in onore di E.Nasalli Rocca, Piacenza 1971. “La Val Tidone dalla Preistoria alla Romanità” in A.S.P. 1964. “Note storiche sulle caminate o case torri” in Studi Lunigianesi, 1975. “La Caminà. Caminata; appunti di storia, dialetto, uanze e tradizioni locali” in Bollettino della società Pavese di Storia Patria, Como, 1985. “Ferriere, dalla preistoria alla Romanità” in A.S.P.P. 1975.
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“Toponimi valtidonesi nelle carte del Monastero di San Colombano di Bobbio” in B.S.P., 1963. “Vestigia Romane a Fiorenzuola”, in Pagine Storiche di Fiorenzuola d’Arda, Fiorenzuola, 1969. La sua passione di raccoglitore di pezzi, qualsiasi essi fossero, dal semplice sasso che può rivelare una notizia, ai libri, agli attrezzi della civiltà Contadina, alle lettere ai documenti ha fatto si che l’ampia raccolta di reperti è stata sistemata nel Museo Comunale e Biblioteca “Aldogreco Bergamaschi“ inaugurato il 22 Marzo 2009. Tra i vari reperti si conserva il complesso meccanismo dell’orologio antico della torre campanaria barocca, risalente al 1769 ca. Il suo ricordo vive così nello scritto di don Agostino Ridella: “...un’intelligenza lucida e amara quella del dottor Aldogreco. Conduceva una vita sobria, ritirata, solitaria, taciturna, senza partecipare mai ai pregiudizi più comuni ed infausti che caratterizzano le piccole comunità. Detestava i pettegolezzi, gli artifizi, gli infingimenti, le furbizie di villaggio, tutto ciò che non era verità.....visse in una sfera inaccessibile, sia alle seduzioni delle lodi che alle mortificazioni dei biasimi”. Che dire di suo figlio? Per Lucio non ci servono date, menzioni, encomi, è sufficiente leggere la breve E mail da Pondicherry, inviata agli amici, per capire che uomo è quello che va così lontano a fare tanto, tanto di bene, e poi torna a Caminata, respira l’aria di quì, si riempie il cuore di ricordi e dona tutto ciò che suo padre aveva raccolto in anni di ricerche, compresa la ricca raccolta di libri, anche rari, al suo Comune d’origine. Non ci resta che dirgli: grazie Lucio a nome di tutti! La morte colse il professor Bergamaschi a Tradate il 21 aprile del 1995. Enrico Maria conte Clerici Il conte Enrico Maria Clerici, nacque a Milano il 22 febbraio 1939, si laureò in legge all’Università Cattolica del Sacro Cuore, fu autore di numerose pubblicazioni di carattere storico, quali: “Le giornate della fedeltà monarchica”. Ed. Gastaldi, Milano 1971. “La Regalità Miti, simboli e riti”. Ed. Arktos, Carmagnola 1998. “Il sangue reale”. Ed. Tribuna Politica, Napoli 2000. La lettura dei suoi scritti permette di seguire l’evoluzione del pensiero e degli interessi che comprendevano ecletticamente vari ambiti della cultura e della storia. Altrettanto interessante è ricostruire questo percorso attraverso le sue letture, testimoniate da oltre 15.000 volumi raccolti nella casa di Milano e soprattutto nell’amata residenza di Moncasacco, abitazione concepita come
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un laboratorio per il pensiero e la memoria storica e per questo dotata di una ricca biblioteca e dell’archivio per i documenti di famiglia. L’attività pubblicistica, durata oltre trent’anni, avviata con articoli di soggetto politico, ha compreso poi temi di storia monarchica, di scienze sacre e tradizionali, per giungere a interventi di commento su fatti di cronaca e temi sociali, con le molte lettere al “Corriere della Sera” pubblicate negli anni Ottanta. Fu collaboratore del Bollettino della Società Pavese di Storia Patria, con: “Le vicende di un fondo pavese nel periodo napoleonico”. Como, Litografia New Press,1986. “1925 – ‘26: Umberto di Savoia, Mussolini e un generale pavese” . Como, Litografia New Press, 1987. “Nella casa di un fittabile pavese alla fine del ‘700”. Como, Litografia New press, 1988. “Gli ultimi bagliori dell’Ancien Regime in una cascina pavese dopo la liberazione”. Como, Litografia New Press, 1990. “Le linee fortificate tedesche nel territorio pavese durante la seconda guerra mondiale”. Con Carlo A. Clerici e Francesco Capelletto. Bollettino della Società Pavese di Storia Patria vol.XLVIII, anno XCVI, 1996. “Il Ridotto Valtellinese”. Con Carlo A. Clerici in Bollettino Valtellinese, No. 50, 1997. “La battaglia delle Ceneri (14 febbraio 1945)”. Con Carlo A. Clerici. Bollettino della Società Pavese di storia Patria, vol. XLVIII. 1998......ed altri. Ebbe il merito di aver amato questi luoghi e di aver scritto il libro “Appunti per una Storia di Moncasacco”, ricerca sulla storia, gli abitanti, e gli usi di Moncasacco, la piccola frazione ed isola amministrativa di Caminata Val Tidone. Fu uno dei molti, che incoraggiato dall’allora Sindaco Quintino Pizzali recuperò una vecchia “casa torre” che fu luogo ispiratore e stimolo ai suoi scritti. E’ vero che nella storia esistono corsi e ricorsi, facendo rilevare che durante la nostra ricerca abbiamo trovato che alcuni dei suoi antenati hanno avuto un ruolo in questa vallata: un Pietro Martire Clerici, rettore della chiesa parrocchiale di Caminata dal 1717 al 1756 e un don Pietro Antonio Clerici parroco di Soriasco dal 1707 al 1743. Per il suo grande impegno e l’amore per questa terra, nel Marzo del 2009 il Comune di Caminata con Sindaco Danilo Dovati ha presentato alla famiglia del conte Clerici una targa ricordo alla memoria che recitava: “per il suo radicale impegno nel promuovere il nostro territorio che tanto ha amato e valorizzato“ Morì prematuramente a Milano il 3 Settembre 2001.
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Rodolfo Quadrelli La figura di Rodolfo Quadrelli si staglia come una scia luminosa nel cielo plumbeo della cultura italiana degli anni Sessanta e Settanta: un vuoto dolente e dominato dal pensiero unico, da materialismo, mediocrità, consumismo imperante, conformismo laicista e secolarizzazione della vita. Oggi, possiamo dire che Quadrelli ha promosso un’azione culturale di importanza storica, che è stato un grande maestro di umanismo cristiano e Tradizione cattolica, un compendio sublime di valori morali, umani, spirituali, letterari, educativi e civili. La Tradizione, scritta con la maiuscola e da non confondere con lo sterile tradizionalismo, non è un’ancora del passato ma un giardino di virgulti liberi e forti, con un’ originaria vitalità per gli uomini dell’oggi e del domani, del presente e del futuro. Il suo pensiero, intessuto di folgoranti visioni, genera ancora un arricchimento intenso e perennemente fecondo, attraverso pagine magistrali di filosofia, poesia, prosa, saggistica e mirabili traduzioni. Egli non è stato soltanto un autore di felice scrittura e di stile “eccezionale”, secondo la definizione di Giuseppe Prezzolini, ma splendida letteratura, che ha raccolto l’eredità morale di Manzoni, una vera e propria “filosofia delle parole delle cose”, indirizzata verso la “ ricostruzione della cultura italiana”. E’ stato una delle glorie della casa editrice Rusconi e con il suo coraggio, la sua libera intelligenza, indipendenza ed energia morale ha contribuito ad abbattere la censura dominante e a regalare alla maggioranza silenziosa libri di autori straordinari. Intellettuale scomodo e sempre in prima linea, ha avuto meriti enormi ed un senso profetico che gli ha permesso di anticipare anche alcune questioni aperte del quotidiano, come i problemi del traffico automobilistico e la tematica ambientale. Lo scrittore Andrea Sciffo, eccellente studioso cattolico dell’enorme mole quadrelliana, ha scritto che la pubblicazione dell’opera omnia “sarebbe la folgore giustiziera di legioni di intellettuali”, mentre “dal fitto della nebulosa che induce a dimenticare gli scrittori autentici, si è assistito a una riscoperta dell’eredità di Quadrelli”. A Caminata, Rodolfo Quadrelli possedeva un podere di famiglia, il Molino dei Fondi, dove scriveva una delle sue ultime poesie,“Il Paradiso”, pubblicata postuma e datata “Caminata, Pasqua, 17 aprile 1982”, su cui “ si irradia più che mai la luce caldissima di libri ultimi”, come scrive Quirino Principe. Osservata la posizione della casa, lungo il Tidone, ai piedi delle colline dove
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Caminata è distesa, sembra che il paese dell’Alta Valtidone faccia capolino anche nella più nota “Ode: salvaguardia dell’ambiente”: ... Viandante senza meriti né affanni procedi oltre gli strepiti, procedi oltre gli inganni, vorresti che i decrepiti verbi del mondo nuovo non avessero eco, né ritrovo in questa valle al di là del bene, in questa valle al di là del male; poi guardi in alto, verso la provinciale. ... La tomba di Rodolfo Quadrelli, nel cimitero di Caminata, mostra una lapide con un epitaffio lirico, le ultime due righe di questi versi, tratti dalla sua impareggiabile poetica: ... Non hai sostegno verso ciò che varia non hai riparo, tutto ti contraria, l’anima sveglia che nei sogni parla tienila chiusa,e volerà nell’aria. ...

Poesia che non smette di illuminare, come l’universo di Quadrelli, impregnato di maestose verità, pura sorgente che continua a rivivere, a nascere di nuovo. Rodolfo Quadrelli era nato a Milano il 3 marzo 1939, dove si laureò in Lettere presso l’Università Statale e morì in circostanze drammatiche il 1° aprile 1984. Il linguaggio della poesia, Vallecchi, Firenze 1969 Filosofia delle parole e delle cose, Rusconi, Milano 1971 Apologhi e Filastrocche, Vallecchi, Firenze 1972 Il paese umiliato, Rusconi, 1973
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Il senso del presente, Rusconi, Milano 1976 Commedia, Scheiwiller, Milano 1977 Poesia e poetica. Sei poesie, Edizione dei Laghi di Plitvice, Lugano 1978 Capitoli morali, Daverio e Calì, Milano 1979 La mia Milano, Strenna per gli amici, Daverio e Calì, Milano 1979 Ironia, Rusconi, Milano 1980 La fine del tempo, Scheiwiller Milano 1986 La tradizione tradita, Leonardo, Milano 1995 Lo studio della letteratura europea, un percorso da Dante a Solzenicyn, a cura di Andrea Sciffo, Il Cerchio iniziative editoriali, Rimini 2001

Monsignor Guido Tammi Già tutto è stato detto su Monsignor Guido Tammi, nulla si può aggiungere a ciò che ci hanno raccontato le persone che lo ebbero amico e maestro, vogliamo ricordarlo come un Caminatese per affezione a tutti gli effetti. Nato a Piacenza il 18 aprile del 1906, teologo, letterato, libero docente in filologia romanza, medievista, studioso e conoscitore profondo del dialetto piacentino che studiò con piglio scientifico, preside del Collegio San Vincenzo, Cancelliere della Curia Vescovile fino al 1962, Rettore del Seminario fino al 1968, Canonico del Duomo di Piacenza, fu autore di numerose opere di carattere filologico, religioso e di critica letteraria. Suoi sono: “Il Codice del Consorzio dello Spirito Santo in Piacenza (1268)”. Piacenza, 1957. “Due versioni della leggenda di Santa Margherita d’Antiochia in versi francesi del Medioevo”. Piacenza,1958. “Il devoto di San Giuseppe nella leggenda popolare”Roma Edizioni dell’Ateneo, 1955. “Un obituario piacentino del secolo XIII – note di onomastica”. Piacenza, 1954, in “Bollettino Storico Piacentino” a. XLIX (1954), pp. 1 – 14. “Il calendario – Obituario del Codice 65 della Biblioteca Capitolare di Piacenza”. Piacenza, 1958. “Due calendari – Obituari della Biblioteca Capitolare” in “Il Duomo di Piacenza” (1122 – 1972), Piacenza, 1975 – 28 cm. pp. 231 – 234 – illustrato. “Antologia dei poeti dialettali piacentini dell’Ottocento”. Piacenza, 1976.
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Ricordiamo i numerosi articoli pubblicati in riviste, volumi miscellanei e opuscoli: “Il dialetto” in Panorami di Piacenza, 1955. “Il Corso di dialetto Piacentino, Grammatica”. Piacenza 1974. “Il Corso di Dialetto Piacentino, Storia della Letteratura Dialettale”. Piacenza, 1976. “Mario Casella” in Archivio Storico per le Province Parmensi 9 (1957) pp. 25 – 31. “Mario Casella Dantista” in Piacenza a Dante – Piacenza, Biblioteca Storica Piacentina, 1967, pp. 170 – 179. “Note sul lessico piacentino con particolare riguardo alla zona della Val Tidone” in Archivio Storico per le Province Parmensi 16 (1964) pp.247 – 260. “Elementi storici e filologici ne “La Nuova vaga et dilettevole Villa di Giuseppe Falcone” in Bollettino Storico Piacentino, 59 – (1964) pp. 1 – 28. “San Fulco Scotti” in onore di Emilio Nasalli Rocca, Piacenza, 1971, pp.555 – 563. “Un sonetto su Bernardo Morando in dialetto piacentino” in Bollettino Storico Piacentino,52, pp- 114 – 122. “Valente Faustini, Poesie dialettali. A cura di Guido Tammi” Piacenza, 1967 – 78. “Egidio Carella, Poesie, A cura di Guido Tammi e Luigi Bearesi” Piacenza 1982. ...... e compose senza vederlo realizzato il “Vocabolario Piacentino Italiano”.Piacenza, Banca di Piacenza 1998. Vogliamo ricordare in queste righe quanto disse di lui don Giovanni Montanari: “Monsignor Guido Tammi ebbe il senso della sua terra; egli conservò l’accento dialettale della sua Comunità, ove una bella casetta e un pezzo di terra nel bel verde di una valle servono, così come la filosofia, a tenerlo accanto alla tradizione nella classica compostezza di una certa signorile armonia di vita”. Mentre Monsignor Tammi “segreto” così ci viene rivelato Dal Professor Ferdinando Arisi: “..... amava Caminata. Al di là della strada c’era l’orto che teneva sempre in ordine”.” Ho vangato un bel po’ – mi diceva – e tra una decina di giorni semino”. “Ma ha vangato proprio lei? - gli chiedevo” - “ No, no, ho fatto vangare”. “Teneva in ordine quel pezzettino di terra dietro casa, raggiungibile per un sentiero da capre. Piante grasse e fiori anche lì......” Ancora il Professor Arisi ricorda: “Quando pensò di mettere ordine nella cappella di famiglia, nel cimitero di
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Caminata, chiese la mia consulenza,Gli suggerii di far fondere in bronzo il Crocifisso in legno del Gernaerth conservato nella chiesa di Carmiano”. ” A mons. Tammi piacevano le cose belle. Della sua casa di Caminata ricordo una stupenda brocca da lavabo, un Richetti e un Marulli”. Sulla sua schiettezza e il suo carattere tutto d’un pezzo è l’avvocato Sforza Fogliani che ci racconta: “Me – gli disse una volta – ‘l Sant che stim po’ ‘d tutt l’è San Giusepp : “in tutt ‘l Vangeli, ‘l disa gnan una parola”. Caminata era il suo buen retiro, il luogo amato degli ozi, ozi nel senso latino del termine, perchè ivi Egli si dedicava oltre che a far curare l’ortaglia, ai suoi studi preferiti, e al culto dell’amicizia. Morì a Piacenza l’8 luglio del 1995.

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Ringraziamenti

Desideriamo ringraziare il Reverendo Sig. Parroco don Luigi Carrà che ha concesso, da lunga data, la consultazione dei documenti conservati nell’Archivio Parrocchiale della Chiesa Prepositurale dei Santi Timoteo e Sinforiano di Caminata, il signor Lucio Bergamaschi per aver consentito l’uso di brani tratti dagli elaborati del padre Aldo Greco, la Presidente della Pro Loco di Caminata V.T., signora Giovanna Scansani ed i Soci, il Signor Franco Daprà per la disponibilità alle nostre numerose richieste, la Dottoressa Pinuccia Bosi per gli innumerevoli aiuti, le Signore Vilma ed Antonella Ruggeri, che hanno messo a disposizione alcune fotografie e sapute conservare gelosamente oltre il tempo, la pittrice Silvana Morra. Il Signor Arturo Carobbio vera memoria storica del nostro Borgo, che ha contribuito nel reperire i luoghi, i detti ed il recupero delle forme dialettali e concesso la pubblicazione in copertina di un suo lavoro. La Signora Laura Botti di “Oggetti Smarriti” di Pianello V.T. la Signora Marilena Rossi che ha rivissuto con noi gli anni sognanti della fanciullezza trascorsi a Caminata in casa della nonna “Dina ad Cansi”; la Signora Katy Montalbano Pisanti per l’aiuto nell’interpretazione dei documenti; il Signor Gino Chigini Presidente A.N.P.I di Caminata e Nibbiano per i preziosi dettagli, le Famiglie Garbarini e Traversone per l’accesso al “Molinino” ed alle vicende ad esso legate. Un grazie alla Associazione Culturale “Il Cammino” per averci concesso la pubblicazione di numerose immagini tratte dal loro archivio fotografico. Grazie a tutti coloro che hanno partecipato con racconti e testimonianze alla nostra iniziativa, anche chi non ha potuto farlo stimolando così ancor più la nostra ricerca. Il profilo critico su Rodolfo Quadrelli e’ stato sapientemente tracciato dal Dott. Giovanni Dotti, Assessore alla Cultura del Comune di Nibbiano.

Gli autori

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NOTE

1) La poesia Val Tidone è tratta dalla raccolta “Suprema Meta” di Giovanni Azzali, Premiato Stabilimento Tipo – Litogr. Successori Bruni, Pavia 1917. 2) Jacopo dal Verme, o Jacobo, "che fu valente generale del duca Visconti, venne a morte il 12 febbrajo del 1409, in Venezia, e la sua salma fu trasportata a Verona. Egli fu il primo di questa famiglia, che ebbe relazione con Voghera e per i beni acquistati, e per la sua benevolenza verso i vogheresi....". 3) Dalla relazione dell'ingegner d'Aponte spedita a Torino alla Segreteria di Stato il 1 agosto 1767 indirizzata a monsieur Bruel, pregandolo di fargli conoscere le intenzioni del Re. In Archivio di Stato di Torino. 4) Lettera conservata in A.d.C.C. 5) Particella mappale No.188, il piccolo appezzamento si trova lungo la strada vicinale della Gambarà. 6) Per verità d'informazione abbiamo interpellato via E mail il 15 ottobre 2008, Diego Menna del Gruppo Astrofili Castiglionesi che ci comunica quanto segue “...dalle ricerche che ho effettuato la cometa a cui fa riferimento si chiamava C/1881 – S1 e passò al perielio (distanza minima dal sole = max luminosità) il 13/9/ 1881. La cometa fu di magnitudine 6,5, quindi al limite della visibilità ad occhio nudo. Pertanto non ebbe alcun impatto sull'opinione pubblica, ma in compenso fruttò 200 dollari allo scopritore Barnard Edward Emerson, che la scoprì al telescopio. Attenzione però, nel 1881 ci fu un'altra scoperta ben più importante di questa. L'astronomo amatore australiano Tebbutt scoprì quella che fu poi chiamata la Grande Cometa del 1881. Questa fu visibile ad occhio nudo in quanto aveva una coda di 20°. Ma essendo un oggetto classificato nell'emisfero celeste sud, probabilmente fu visto solo in direzione sud, bassa sull'orizzonte. Però ribadisco che non si tratta della Barnard”. 7) Da una ricerca compiuta da E. Costa nel giugno 2007. 8) Da una ricerca compiuta da E. Costa nell'aprile 2008. 9) Dal Bollettino Famiglie Parrocchiali No.1 – 2007 articolo di E. Costa. 10) L'aia in dialetto “l'era”. 11) Il "tibar" è il carro agricolo con due grandi ruote in uso nel piacentino. 12) La “muntà”, nel dialetto locale si identifica la strada provinciale No.412 che salendo da Caminata V.T. porta in provincia di Pavia ed alle frazioni citate.
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13) Rogazioni, dal lat. rogatio – onis, rogare, chiedere. Nella liturgia, processione penitenziale destinata a supplicare il Signore per le varie necessità umane, soprattutto per i lavori della terra e il lavoro dell'uomo. 14) Apparve su COLUMBA- Rivista trimestrale per le Celebrazioni Colombaniane del 1965, No. 1-Bobbio- dicembre 1963. Emiliana Grafica – Piacenza 15) Don Luigi Carrà già missionario in Brasile e Parroco della Chiesa di S. Maria Assunta di Trevozzo

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BIBLIOGRAFIA

- S. Arata, F. Arisi, A. Fontana, G. Montanari, Guido Tammi nel ricordo di quattro amici, Banca di Piacenza,2007. - Archivio Parrocchiale di Caminata Val Tidone, per i documenti riguardanti lo Stendardo della Confraternita della Beata Vergine del Carmine, e attinenti alla costruzione della Terza Chiesa e alle opere in essa contenute. - Carmen Artocchini, Castelli Piacentini, Editore TEP Piacenza 1983. - G. Baruffi, C. Lanati, Storia di Santa Maria della Versa, Editore Luigi Ponzio e Figlio Editori in Pavia 1994. - A.S.M. sezione censo – parte antica – cartella 263. - H.Balducci, L’Oratorio di San Giacomo della Cerreta, Pavia 1996. - G.Baruffi, C. Lanati, Storia di Santa Maria della Versa, Editore Luigi Ponzio e Figlio Editori in Pavia 1994. - Aldogreco Bergamaschi, La Caminà, Appunti di storia, dialetto, tradizioni nostre. A cura del Gruppo “Emilio Nasalli Rocca” per le ricerche etnografiche, archeologiche e storiche. TTT data. - Antonio Boccia,”Viaggio ai Monti di Piacenza” 1805, Fonti di Storia Piacentina, TEP Gallarati Piacenza 1997. - Fausto Borghi, Mugnai e Mulini in Val Tidone, Piacenza 2002. - G.Casalis, Dizionario Geografico, Storico, Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna - Voghera, Editore Forni Bologna,Ristampa anastatica 1972. - Enrico M. Clerici - E. Costa, Appunti per una storia di Moncasacco, Cashiers de la Malmostosa, Moncasacco 2001. - Lorenzo Molossi, Vocabolario Topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Ristampa anastatica, Editore Forni Bologna 1972 - Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol.V, pag.50, Rizzoli Editore Milano, per la voce Jacopo dal Verme. - Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse, vol. XIII, Rizzoli Editore Milano 1970. pag. 49 per la voce rogazioni.

- Le lettere di Cesare Pozzi (Fusco) sono conservate in A.d.c.C. - Libro D’Oro della Nobiltà Italiana, Ed. XXI, Vol. XXIV 1995 – 1999, Edito dal Collegio Araldico, pag. 843, Roma. - Lorenzo Molossi, Vocabolario Topografico dei Ducati di Parma, Piacenza
e Guastalla, Ristampa anastatica, Editore Forni Bologna 1972 - Guido Tammi, Vocabolario Piacentino - Italiano, Banca di Piacenza 1998

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Gli Autori nonostante l'autorevolezza dei contributi di molte persone non rispondono personalmente degli errori e delle valutazioni nella presente pubblicazione.

Caminata Val Tidone - Moncasacco 2010

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