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SARDEGNA ARCHEOLOGICA

Reprints e nuovi studi sulla Sardegna antica
Collana diretta da Alberto Moravetti

la civiltà
fenicio-punica
in sardegna
SARDEGNA ARCHEOLOGICA
Studi e Monumenti 3

FERRUCCIO BARRECA

la civiltà
fenicio-punica
in sardegna

Carlo Delfino editore

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Prima ristampa 1988

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A mia figlia Giovanna, nel XXVIII
centenario della fondazione di
Cartagine, con l’augurio di vivere un
brillante avvenire senza dimenticare la
luce del passato.

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PREMESSA

In un’epoca che possiamo collocare fra il nite dalle vaste estensioni boschive. La topo-
sec. XI e il IX a. C., le coste della Sardegna nomastica (in particolare la documentazione
erano frequentate da navi fenicie. Questa relativa agli idronomi), l’archeologia e la
notizia, che vedremo fondata sopra signifi- storiografia antica concordano nell’attestare
cativi indizi forniti dall’archeologia, è conte- la presenza di genti semitiche in quella regio-
nuta, implicitamente nei testi letterari antichi ne fin da epoca remotissima; presenza che
ove è attestata la fondazione, alla fine del agli inizi del terzo millennio a. C. era certa-
sec. XII a. C., delle città di Utica in Tunisia, mente già stabile e preponderante. Basta
Gadir in Spagna e Lixus nel Marocco, da citare in proposito da un lato la tradizione
parte di naviganti semitici e più precisa- fenicia, riferitaci da Erodoto, che faceva
mente di Fenici, che si recavano con le loro risalire la fondazione di Tiro al 2750 a. C.,
navi a prelevare, nell’estremo occidente del dall’altro la cronologia del più antico strato
mondo conosciuto, l’argento e lo stagno da archeologico di cultura sicuramente semitica
vendere sui mercati del Vicino Oriente. individuato a Biblo, strato che oggi si data
La Sardegna infatti non poteva restare a attorno al 3000 a. C.
lungo esclusa dalle rotte di quelle navi che, La civiltà elaborata in tale regione dai Se-
per i loro viaggi, sfruttavano specialmente i miti a partire da quell’epoca fino al tempo
venti e le correnti marine, fra le quali im- delle invasioni dei “popoli del mare” (1200
portantissima è la corrente che dallo Stretto a. C. circa) è spesso definita “cananea”.
di Gibilterra, toccando le Baleari, raggiunge Molti studiosi infatti preferiscono chiamare
la costa occidentale sarda e la lambisce da “fenicia” solo la civiltà dei Semiti che, dopo
nord a sud in direzione del Maghreb. Quella quelle invasioni, vissero nella regione li-
corrente rappresentava dunque uno dei mez- banese in senso lato e, di là, si diffusero nel
zi più ovvi ed efficaci di cui potevano servirsi bacino del Mediterraneo ed oltre, con la fon-
i Fenici per ritornare alla loro terra. Questa, dazione di numerose colonie, fra le quali
con le sue numerose città costiere, fra le Cartagine, che fu massima depositaria della
quali meritano particolare menzione Ugarit civiltà Semitica in Occidente fino alla sua
(Ras Shamra con il suo porto a Minet el distruzione nel sec. II a.C..
Beida), A rado (Ruad), Antarado (Tortosa), In realtà, non si deve dimenticare che il ter-
Marato (Amrit), Tripoli, Gebal o Biblo mine “fenicio”, a noi noto attraverso i testi
(Gebail), Berito (Beyrut), Sidone (Saida), greci e latini (insieme con la sua defor-
Tiro (Sur) ed Akko (Acri), si stendeva, com’è mazione romana “punico”), non fu mai
noto, fra la catena montana del Libano e la usato nella loro lingua dai Fenici che, in
costa orientale mediterranea, raggiungendo Oriente e in Occidente, designarono sempre
a sud il monte Carmelo ed a nord la foce del se stessi col nome di “Cananei”. D’altra
fiume Oronte. E una regione ricca soprattut- parte è evidente che i sacerdoti fenici del
to di rilievi montani, di promontori e di iso- tempio di Melqart a Tiro, indicando ad Ero-
lette poste a breve distanza dalla costa: par- doto l’anno 2 750 a.C. come data di fon-
ticolarmente propizia dunque alle attività dazione del tempio e della loro città, dimo-
marinare, anche se tutt’altro che priva di stravano chiaramente di considerare quell’e-
risorse agricole e specialmente di quelle for- vento come parte integrante della storia del

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loro popolo, benché avvenuto nell’epoca de- vero dio. Non bisogna dimenticare però che,
finita “cananea” da molti studiosi modern,. negli ultimi secoli di quel lungo periodo, agli
Finalmente, bisogna tenere presente che le influssi culturali egiziani si affiancarono, in
invasioni dei “popoli del mare”, pur arre- misura minore ma pur non trascurabile,
cando nuovi contributi di sangue e di civiltà quelli anatolico-mediterranei
nella regione “cananea”, non furono in gra- (particolarmente notevole il culto per la dea
do di mutarne i caratteri etnici e culturali vergine guerriera Anal), portati dagli Ittiti
tanto da rompere la continuità storica fra l’e- nel nord della regione, ove si manifestò
poca anteriore e quella posteriore al 1200 a. anche, brillantissimo ma limitato geografica-
C.. mente e cronologicamente, l’influsso indoeu-
I due termini “cananeo” e “fenicio” non ropeo dei mercanti micenei, documentato
indicano dunque diversità di popoli e di ci- specialmente dai poemi ugaritici, che spesso
viltà, ma solo due fasi di un’unica civiltà, ricordano il ricco ed umanissimo pantheon
elaborata da uno stesso popolo, in due tempi dell’epopea greca.
del suo lungo divenire storico. Seguirono i secoli che, dopo l’invasione dei
E evidente che una civiltà durata tanto a “popoli del mare”, videro affermarsi, a
lungo e diffusa su una estensione geografica ridosso della regione libanese, gli stati semi-
tanto vasta, doveva necessariamente assume- tici degli Ebrei, degli A ramei e degli Assiri,
re un aspetto multiforme, non solo per na- ciascuno dei quali, con il commercio, la di-
turale evoluzione interna, ma anche per le plomazia o le armi, contribuì in vari tempi e
molte genti (talune in possesso di altissime modi ad arricchire la civiltà fenicia di nuovi
forme culturali) con le quali venne in con- spunti culturali che però, lungi dall’annul-
tatto più o meno intimo e prolungato il po- larne l’antica eredità cananea, ne
polo che la elaborò, / primi fra quelle genti provocarono l’evoluzione, rafforzandone il
furono, in ordine di tempo, gli agricoltori tradizionale carattere semitico. Infatti, dap-
sedentari di stirpe e cultura “mediterranea”, prima i contatti economici e diplomatici con
che i pastori nomadi semitici trovarono lo Stato ebraico al tempo della monarchia
quando giunsero nella regione libanese e dai davidica (sec. X aC.) e poi l’affermazione
quali essi ricevettero certamente la formula della sovranità assiro-babilonese (sec. IX-VI
socio-edilizia che diede origine alle loro città a. C.) dovettero giovare grandemente al
ed il culto agrario per la dea madre della consolidamento ed alla più precisa formula-
natura feconda (che divenne la fenicia zione delle concezioni religiose semitiche,
Ash/art) nonché per il suo compagno e fe- formatesi nella regione libanese prima del
condatore: il giovano dio della vegetazione 1200 a. C. ed in particolare al rafforzamento
che muore e rinasce ogni anno (cui fu dato della tendenza monoteistica, insidiata invece
l’appellativo semitico di Adon). fra it sec. XIV ed il XIII a. C. dagli influssi
Seguirono i molti secoli di più o meno di- culturali micenei.
retta sovranità egiziana (2750-1800 aC. e D’altra parte, lo stesso inserimento nel
poi ancora 1580-1200 aC.) e, limitatamente mondo assiro, ricco di spunti artistici propri
ai distretti settentrionali, di dominio ittita e dei popoli soggetti, di cui facevano parte
(1580-1200 aC. circa). anche gli Aramei con il loro intenso com-
Fu quello il tempo che vide entrare, dif- mercio lungo le vie carovaniere che collega-
fondersi e metter profonde radici nella re- vano le coste mediterranee con remote re-
gione libanese, le arti ed il pensiero religio- gioni interne di elevata produzione artigia-
so degli Egiziani che, pur onorando numero- nale quali l’Urartu e il Luristan, aperse il
se persone divine, tendevano a considerar mondo fenicio a nuovi influssi culturali alta-
queste come nomi ed espressioni dell’unico mente positivi. L’artigianato fenicio dei me-

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talli, dell’avorio e dell’osso, già fiorente pri- beto, originalissima creazione dei Semiti
ma del 1200 a. C., ricevette in quel tempo nord-occidentali, vissuti fra Sinai e Libano
nuovi, preziosi impulsi che trasmise poi ai durante l’età “cananea”. Il processo evolu-
popoli con i quali entrò in contatto nell’Oc- tivo dell’alfabeto infatti, in base ai docu-
cidente mediterraneo. menti archeologici attualmente conosciuti, è
oggi collocato dagli studiosi nel secondo
A quegli influssi seguì ancora il positivo millennio a. C., più precisamente, nel perio-
contributo dato alla spiritualità fenicia dalla do compreso fra il XVI ed il XIII sec. a. C.. È
religione monoteistica di Zoroastro, pratica- però evidente che nuove scoperte archeo-
ta dai Persiani, che conquistarono la regione logiche potrebbero provocare una modifica
libanese nel sec. VI a. C. e la tennero fino al ditale cronologia, rialzandola anche sensi-
sec. IV a.C., quando il loro impero crollò bilmente, com’è già avvenuto per quella co-
sotto i colpi di Alessandro. Né si deve di- munemente accettata verso la metà del seco-
menticare che il dominio persiano favorì an- lo scorso, quando il più antico testo fenicia
che la diffusione tra i Fenici di tecniche arti- conosciuto era un’epigrafe del sec. Va. C.
gianali e di motivi artistici elaborati in altre
regioni del gran regno achemenide. Partico- Del resto, già oggi, una datazione al terzo
larmente significative in proposito sono le millennio a. C. è suggerita, come logica con-
analogie tecniche e stilistiche esistenti fra le seguenza, dalla cronologia attribuibile alla
architetture dei palazzi reali di Pasargade e prima formulazione di un antico libro magi-
Persepoli e quelle dei templi costruiti duran- co-religioso giudaico: il Sefer Jetzirà, di cui
te l’età persiana a Biblo e Sidone. fa parte integrante la teoria della creazione
dell’universo per mezzo dei ventidue caratte-
La conquista macedone ad opera di Ales- ri consonantici di un alfabeto identico a
sandro (332 a.C.) inserì definitivamente la quello fenicio da noi conosciuto. Quel libro
Fenicia nel mondo greco, ad essa peraltro infatti è stato datato dal SaIr e da Papus
ben noto da secoli, ora come interlocutore ed appunto al terzo millennio a.C.. Più precisa-
alleato (basti citare le alleanze di Cartagine mente, essi hanno sostenuto tale datazione
con Selinunte ed Atene nel sec. V a.C. e con tenendo presente che un brano del libro,
gli Italioti nella prima metà del sec. IV a. C.), indubbiamente pertinente alla sua for-
ora (e molto più spesso) come pericoloso mulazione originaria, parla della costellazio-
concorrente economico e nemico politico. ne del Dragone come di quella contenente il
polo celeste settentrionale; posizione che il
Di quel mondo, almeno dal sec. VI a.C., i Dragone aveva nel terzo millennio a.C., ma
Fenici subirono sempre più forte (ma giam- aveva già perso definitivamente agli inizi del
mai totale) l’influsso nel settore delle arti secondo. NE una così alta cronologia con-
figurative e della decorazione architettonica; trasta con le conclusioni cui è giunta recen-
mentre certe attività artigianali (spe- temente la precisa ed acuta analisi storico-
cialmente la lavorazione del vetro e la tintu- filologica dello Scholem, secondo il quale il
ra dei tessuti) furono invece riconosciute da- Sefer Jetzirà è stato redatto per iscritto fra il
gli antichi stessi come tipiche espressioni del sec. III ed il VI d.C., ma in un ebraico che
genio fenicio. Inoltre, ancor oggi è univer- potrebbe anche datarsi al sec. Il-Ill d. C. ed
salmente attribuito ai Fenici il merito di usando espressioni prese a prestito dal libro
avere, fin dal sec. VIII a. C., fornito alla Gre- di Ezechiele (sec. VI a. C.). E neppure vi è
cia e, attraverso questa, a tutto il mondo contrasto fra tale cronologia e quanto affer-
occidentale antico e moderno, quel fon- mato da alcuni studiosi, secondo i quali due
damentale strumento di civiltà che è l’alfa- dottrine cosmo goniche sostanzialmente

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diverse sarebbero state fuse nel Sefer Jetzirà prendere appieno la civiltà feniciopunica
ed unite da un metodo simile alla teoria neo- documentata in Sardegna, prescindendo da
pitagorica, molto diffusa nei secoli III e II a. quella che fu la civiltà fenicia nel suo com-
C.. Infatti, tenendo presente il carattere plesso; dall’altro perché questa civiltà non
mistico e magico del Sefer Jetzirà e la brevità potrebbe esser conosciuta e valutata adegua-
del suo testo, è evidente che una simile opera tamente da chi trascurasse di conoscerne il
può aver ricevuto Imprestiti ed esser stata divenire storico nelle varie regioni della
sottoposta a coordinamenti e nuove formula- vasta diaspora fenicia ed, in primo luogo, a
zioni fra il sec. VI ed il If a. C., ma esser stata Cartagine. Questa infatti, nel giro di sette
formulata una prima volta oralmente nel secoli, visse da grande protagonista una sua
terzo millennio a. C. entro una ristretta cer- propria storia, sviluppando in maniera auto-
chia di iniziati, e da questi esser stata tra- noma la civiltà fenicia ricevuta dai suoi fon-
smessa sempre oralmente, di generazione in datori tirio-ciprioti e diffondendola, arric-
generazione, fino al momento in cui venne chita di nuovi spunti culturali, nell’Oc-
redatta per iscritto. cidente mediterraneo, attraverso una propria
Finalmente, bisogna tener presente che, colonizzazione ed una propria politica, di cui
dal sec. XII a. C. in poi, ai contributi etnici e è possibile riconoscere gli effetti positivi sino
culturali delle varie genti fin qui ricordate, si alla fine del mondo antico, nelle regioni sulle
aggiunsero quelli che vennero ai Fenici da quali si era steso il suo dominio. Ri-
altre genti ancora, fra le quali essi fondaro- corderemo quindi come la storia di Cartagi-
no le loro colonie o con le quali entrarono ne e della sua civiltà si articoli in età delle
comunque in contatto per effetto della loro origini (814-654 a. C.), età arcaica (654-480
attività commerciale: Italici, Etruschi, Celti, a.C.), età della riforma (480-410 aC.), età
indigeni dell’Africa nord-occidentale, della delle guerre sicule (410-264 a. C.), età delle
Penisola Iberica, delle Baleari, delle Isole guerre romane (264-146 a. C.) e come quel-
Maltesi, della Sicilia, della Corsica e della le età formino tutte insieme l’epoca punica
Sardegna. della civiltà fenicia fiorita a Cartagine,
Una civiltà mista dunque fu quella fenicia, epoca nella quale si può distinguere anche
elaborata nel lungo volger di quasi tre mil- una fase culturale arcaica (814-480 a.C.),
lenni di storia, da un popolo rimasto sempre una di transizione (480-410 a.C.)ed una tar-
essenzialmente semitico, benché vissuto dopunica (410-146 a.C.). A queste poi, segue
sparso lungo le coste di tutto il Mediterraneo una lunga fase culturale generalmente detta
e persino deli ‘Atlantico, specie dopo che neopunica (146 a. C. -sec. V d. C.), durante
Cartagine, nel sec. Va. C., ebbe spinto i suoi la quale la civiltà fenicia di Cartagine,
mercanti oltre le Colonne d’Ercole, ad inse- sopravvivendo alla distruzione della città,
diarsi lungo le rotte oceaniche dell’oro e integrata con le culture indigene delle regio-
dello stagno, raggiungendo il Golfo di Gui- ni che avevano fatto parte dello stato carta-
nea e le Isole Britanniche. ginese e sempre più permeata di influssi
Una civiltà però che, pur nella varietà di greci e romani, andò lentamente spegnendo-
aspetti che i tempi ed i luoghi le diedero, men si, non senza lasciare sign ifictive tracce
tenne sempre, come il popolo di cui fu nella lingua e nelle tradizioni dei popoli che
espressione, una sostanziale unità, conser- ne avevano fruito per secoli. Fra quei popo-
vando sino alla fine il suo carattere fonda- li, particolare interesse per noi riveste natu-
mentalmente semitico. ralmente il popolo sardo, nella cui terra la
Tenendo presente quanto siamo venuti fin civiltà fenicio-punica è documentata molto a
qui osservando, è facile rendersi conto, da un lungo ed in maniera notevolissima. Più pre-
lato del motivo per cui non sia possibile com- cisamente, per la storia di questa civiltà in

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Sardegna, si può proporre il seguente profilo della seconda fase edilizia nel tempio di Sid
cronologico, suggerito dalla combinazione Addir Babay ad Antas, dei paramenti a bloc-
dei dati letterari ed archeologici attualmente chi squadrati nelle fortificazioni di Karali,
in nostro possesso: a) epoca degli scali Nora, Bithia e Tharros e delle necropoli sud-
costieri stagionali o periodo fenicio I (sec. orientale di Karali e settentrionale di Thar-
XI-IX a. C.) con una scarsa ma significativa ros), ma anche dal completamento del pro-
documentazione, per ora limitata al solo cesso di integrazione etnico-culturale
materiale mobile fornito dall’epigrafia e sardopuni
dalla bronzistica; Ca. Questa, attestata dalla consistente pre-
b) epoca degli scali costieri permanenti o senza di formule edilizie e manufatti punici
periodo fenicio H (sec. IX-VII a. C.), docu- nei villaggi indigeni, e da sopravvivenze del
mentata dai più antichi manufatti mobili ed linguaggio artistico protosardo nella mone-
immobili rinvenuti nelle città costiere fenicie tazione bronzea ed in altri prodotti dell’arti-
di Nora, Bithia, Sulci, Tharros, Othoca e gianato punico di Sardegna, è accompagna-
Bosa; ta dalla larga diffusione del culto pun icizza-
e) epoca dell’espansione territoriale fenicia o to di Demetra, sia nelle città feniciopuniche,
periodo fenicio HI (sec. VII-Vi a. C.), docu- sia nei villaggi protosardi;
mentata nelle città costiere di Nora, Bithia, f) epoca sardo-punica (sec. III-I a.C.) cor-
Sulci, Tharros ed Othoca, alle quali si deve rispondente ai primi due secoli del dominio
aggiungere anche Karali, oltre alcuni inse- di Roma sulla Sardegna (238-38 a.C.), seco-
diamenti subcostieri (Carbonia-Monte Sirai, li durante i quali non esistevano ancora le
SantadiPani Loriga, Settimo S. Pietro-Cuc- condizioni etnico-politicoculturali per una
curu Nuraxi, S. Sperate); vera romanizzazione dell’isola. Quest’epoca
d) epoca della conquista armata punica e si presenta articolata in periodo sardo-puni-
della colonizzazione capillare del territorio co 1° (sec. III-II a. C.) e periodo sardo-puni-
(sec. VI-IV a. C.), articolata in periodo puni- co 2° (sec. Il-I a. C.), che si distinguono fra
co JO (sec. VI-V a.C.) e periodo punico 20 loro per il carattere della civiltà, maggior-
(sec. V-IV a.C.), che si distinguono fra loro mente aderente alla tradizione punica nel 1°
per il carattere dei manufatti, riecheggiante che non nel 2° periodo (eloquenti esempi so-
quello dell’epoca precedente il primo, prean- no forniti in proposito dall’epigrafia, che fa
nunziante quello dell’epoca successiva il uso di bellissimi caratteri tardopunici anco-
secondo. La documentazione archeologica, ra nella prima metà del sec. Il a. C., mentre
oltre che da nuove fasi edilizie e da ulteriori abbandona più o meno completamente quei
sviluppi urbanistici nelle città ed insedia- caratteri per usare quelli corsivi (c.d. neopu-
menti già menzionati, è costituita da ma- nici) nella prima metà del secolo seguente).
nufatti mobili ed immobili scoperti nell’area La documentazione archeologica di quest’e-
di altri insediamenti costieri (es. Muravera- poca dimostra come la civiltà fenicio-punica,
S. Giusta di Monte Nai, Guspini-S. Maria di integrata con la componente etnico-culturale
Nabui (Neapolis) e S. Anna Arresi-Porto indigena, sia sopravvissuta pressoché intat-
Pino) ed interni (es. Fluminimaggiore-Antas, ta, con le sue istituzioni civili e religiose e
Sanluri-Bidd’e Cresia, Senorbì-Monte Luna con le sue tecniche edilizie e artigianali,
e S. Teru); nella Sardegna sottoposta al dominio di
e) epoca tardopunica o periodo punico III Roma repubblicana. Tale sopravvivenza è
(sec. IV-III a. C.) documentata non solo da attestata non solo nelle grandi città costiere
un’ulteriore evoluzione urbanistica, edilizia, (es. Karali, Nora, Sulci, Tharros) e negli
artistica ed artigianale nelle città costiere e insediamenti minori di origine semitica (es.
negli insediamenti minori (es. realizzazione Monte Sirai), ma anche nei luoghi caratteriz-

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zati da un ‘originria presenza etnica e cultu- dalla documentazione oggi in nostro posses-
rale protosarda (es. Antas e S. Nicolò Gerrei- so, si può dire solo che forme di civiltà sardo-
S. Jaci); punica, limitate alle istituzioni religiose, alla
g) epoca sardo-punico-romana (sec. I a.C. - lingua, all’architettura domestica ed alle sue
IV d.C.), articolata nei periodi sardopunico- tecniche edilizie, sopravvivono ancora in una
romano 1° (sec. I a. C.-Id. C.), 2° (sec. I-III Sardegna ormai romanizzata. La documenta-
d. C.) e 3° (sec. III-IV d. C.), che si distinguo- zione archeologica di quest’epoca dimostra
no fra loro per il diverso grado di afferma- che la civiltà sardopunica, più o meno inte-
zione della civiltà romana, con la quale grata con quella romana, sopravvisse tanto
andava lentamente integrandosi quella sulle coste quanto nelle zone interne. Lo atte-
sardo-punica, sotto il governo imperiale di stano a Karali, Nora, Bithia, Narcao-Terre-
Roma. Nel periodo I’, infatti, ii carattere seu, Antas, Tharros e S. Salvatore di Cabras,
sardopunico della civiltà in Sardegna è anco- edifici realizzati secondo tecniche edilizie e
ra prevalente nei confronti di quello romano, formule architettoniche abnormi o inusitate
pur molto evidente grazie non solo alle strut- in ambiente romano imperiale, ma perfetta-
ture civili e militari dello Stato già da molto mente coerenti con la tradizione sardop u n i -
tempo presenti nell’isola, ma anche ad c a
un’ormai consistente immigrazione di ele- dell’I-
menti etnici italico-romani. Nel periodo 2° sola.
invece, il rapporto si capovolge e diviene
preponderante l’aspetto romano dell’urbani-
stica, dell’architettura e della scultura monu-
mentali, della ceramica vascolare, dell’arti-
gianato del vetro e dell’epigrafia. Nel perio-
do 3 ° finalmente, stando a quanto risulta

12
Parte prima
STORIA

13
14
Capitolo I

Epoca degli scali costieri
stagionali
o periodo fenicio I
(sec. XI-IX a.C.)

Quest’epoca può dirsi anche della precolo- porto lasciatoci dall’ammiraglio cartaginese
nizzazione fenicia in Sardegna, perché non Annone, circa il viaggio per mare da lui com-
risulta, in base alla documentazione oggi in piuto lungo le coste nordoccidentali dell’A-
nostro possesso, che i Fenici, pur frequentan- frica nel sec. V a.C., ci dice inequivocabil-
do le coste dell’isola, vi abbiano stabilito mente come potesse avvenire che marinai
allora alcuno di quegli scali costieri perma- fenici, prendendo piede su di una costa, vi
nenti che, evolutisi in insediamenti urbani, fondassero addirittura un tempio senza
furono gli embrioni delle loro colonie. lasciare coloni sul posto.
Le prove archeologiche ditale Il secondo reperto epigrafico è la famosa
frequentazione sono ancora molto scarse, ma stele di Nora, anch’essa conservata nel
sufficienti per darci la sicurezza della sia pur Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e
saltuaria presenza fenicia in Sardegna nei per la cui datazione concordo con il Cross,
secoli dall’XI al IX a.C.. Più precisamente si che l’attribuisce alla seconda metà del sec.
tratta di tre reperti pertinenti all’epigrafia e IX a.C.. Nemmeno questo documento però,
due alla bronzistica. che è stato variamente tradotto dagli epigra-
Il primo reperto epigrafico è un frammen- fisti, mi sembra possa dimostrare in modo
to di iscrizione fenicia rinvenuto a Nora, nel irrefutabile la presenza permanente di coloni
territorio del Comune di Pula, conservato nel fenici a Nora, nel tempo in cui venne redatto.
Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e, Infatti, che sia funerario, votivo o commemo-
fino al 1974, ritenuto databile attorno all’800 rativo, è pur sempre un testo che può riferirsi
a.C., come la famosa stele di Nora. Oggi ad una presenza fenicia occasionale, anziché
invece, grazie ad un accurato riesame fattone permanente.
dal Cross, sappiamo che il frammento è data- Ancor meno probatorio come documento
bile al sec. XI a.C. e rappresenta il più antico di colonizzazione, è ovviamente, per la sua
documento epigrafico fenicio finora scoperto brevità, il terzo reperto: il piccolo frammento
in Sardegna. Esso però, nonostante il suo epigrafico (oggi perduto) rinvenuto a Bosa e
eccezionale interesse storico-epigrafico, non giustamente ritenuto dal Cross coevo o di
è sufficiente a documentare una presenza poco anteriore alla stele di Nora.
permanente dei Fenici a Nora, non solo per la I reperti pertinenti alla bronzistica sono
brevità del testo superstite, ove non si è con- due statuette bronzee fenicie, rinvenute
servata alcuna parola che possa riferirsi a tal entrambe in ambiente nuragico, l’una nel
genere di presenza, ma anche perché il rap- tempio a pozzo di S. Cristina presso Paulila-

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Fig. 1. Le rotte commerciali fenicie attraverso il Mediterraneo.
I Kition-2 Malta - 3 Gaulos - 4 Cossura - 5 Lepcis - 6 Lepcis - 7 Hadrumeturn - 8 Cartagine - 9 Utica - 10 Hippoacra - Il
Tamuda - 12 Tingis - 13 Lixos - 14 Mogador - 15 Gadir - 16 Malaga - 17 Sexi - 18 Abdera - 19 Tharros - 20 Sulci - 21
Nota - 22 Karali - 23 Mozia - 24 Panormos

tino, l’altra presso il nuraghe di Flumenelon- e non dimenticando che manchiamo total-
gu in territorio di Alghero. La prima, che raf- mente di dati stratigrafici, mi sembra dunque
figura un personaggio seduto, con le mani prudente considerare i due reperti di S. Cri-
unite e portate in avanti, una stola intrecciata stina e di Flumenelongu come giunti in Sar-
attorno al collo ed un copricapo oggi fram- degna verso il sec. XI a.C.. È ovvio però che,
mentario, è resa con uno stile filiforme e né l’uno né l’altro possono considerarsi
sommario, confrontabile con quello di un prove della presenza permanente fenicia in
gruppo bronzeo rinvenuto in area libanese e Sardegna, potendo provenire da qualche nave
conservato nell’Ashmolean Museum di Ox- fenicia di passaggio, entrata in qualche modo
ford. La seconda, ora quasi completamente in contatto con i Protosardi del luogo.
priva delle gambe, raffigura un personaggio Nonostante il carattere non
gradiente, con alto copricapo, mano destra sufficientemente probatorio dei cinque reper-
levata in segno di potenza o benedizione e la ti suddetti, ai fini dell’individuazione di fon-
sinistra portata in avanti nell’atto di impu- dazioni coloniali fenicie in Sardegna durante
gnare un oggetto, oggi scomparso. Lo stile di questo periodo storico, non bisogna tuttavia
questa seconda statuetta, alquanto massiccio dimenticare come sia sempre possibile che
ma piatto, può confrontarsi con quello di nuove scoperte archeologiche forniscano in
un’altra, conservata anch’essa ad Oxford e futuro sicuri documenti relativi a tali fonda-
proveniente, come la prima, dall’area libane- zioni. Del resto, sarà bene tener presente fin
se. Benché diversi, i due stili sono presenti d’ora la singolare coincidenza tra la maggio-
entrambi nell’arte fenicia, già nel sec. XIII re antichità di Nora rispetto a quella delle
a.C., come afferma lo Harden il quale però altre città fenicie di Sardegna, assenta dalle
aggiunge che perdurarono a lungo, senza pre- fonti letterarie antiche ed il fatto che proprio
cisarne tuttavia la data finale. Tenendo pre- a Nora sia stata scoperta la più antica epi-
sente che si tratta di sculture votive, quindi grafe fenicia dell’Isola oggi da noi conosciu-
caratterizzate da conservatorismo stilistico e ta.
dalla possibilità di lunga permanenza in uso Circa la rotta seguita dalle navi fenicie che,

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in quest’epoca, frequentavano la Sardegna, dell’Occidente ove i Fenici si recavano a pre-
ritengo possibile formulare alcune ipotesi levare metalli erano la Spagna meridionale,
tenendo presenti le regioni ove quelle navi si le Bocche del Rodano e (anche se forse in
recavano a prelevare i metalli e le forze natu- minor misura) l’Italia centrooccidentale, va
rali che esse potevano sfruttare per i loro osservato in primo luogo che, durante la
viaggi: i yenti e le correnti, nonché la fre- buona stagione, i mari sardi sono dominati,
quenza e la potenza che caratterizzano tali in ordine d’importanza, dal maestrale, dallo
forze durante la stagione della navigazione scirocco e dal levante. In secondo luogo va
antica. Così, tenendo presente che le regioni detto che tali mari, durante quella stessa sta-

Fig. 2. Aighero, Nuraghe Flutnenelongu. Figura divina in bronzo. Artigianato siro-libanese. Sec. XI a.C. Cagliari, Museo
Nazionale.

17
maestrale e dalle principali correnti e moti di
deriva del mare ad occidente dell’Isola. E
probabile invece che coloro i quali si recava-
no nella regione metallifera dell’Italia cen-
tro-occidentale, generalmente seguissero da
sud a nord la costa orientale sarda, sul filo
dello scirocco ed anche del libeccio e favori-
ti dall’abituale andamento estivo delle cor-
renti, come è stato costume dei naviganti an-
che più tardi, fino al sec. XIX.
Quanto alla tipologia degli scali stagionali,
bisogna premettere un’avvertenza di caratte-
re generale, circa la durata della sosta da
parte della nave in transito, che poteva fer-
marsi per breve tempo, cioè quanto necessa-
rio per rifornirsi di cibo ed acqua e tutt’al più
esplorare i luoghi, in vista di altre soste, o per
attendere il ritorno del tempo buono dopo
giorni di tempesta; ma poteva anche esser
costretta, da circostanze particolari, ad effet-
tuare una sosta anche di vari mesi. Un esem-
pio significativo in propositoci è offerto dalla
narrazione relativa alla circumnavigazione
Fig. 3. Paulilatino. Santuario nuragico di S.
dell’Africa da parte di Fenici ingaggiati dal
Cristina. Figurina bronzea siro-libanese di
faraone Necao nel sec. VII a.C.. Quei Fenici
stile filiforme. Sec. XI. a. C. Cagliari Museo
infatti, per rifornirsi di grano, furono costret-
Nazionale.
ti addirittura a seminarlo, attendendo quindi
la raccolta. È ovvio che soste del genere
gione, sono percorsi specialmente da corren- dovevano render inevitabile la creazione di
ti e moti di deriva che lambiscono da sud a accampamenti simili a quelli che più tardi,
nord la costa orientale dell’Isola e da altri diedero origine agli scali permanenti fenici,
che, dal Mar Ligure, ne raggiungono la costa provvisti cioè non solo di alloggi per
occidentale presso il Capo Caccia e prose- l’equipaggio e depositi per il carico, ma
guono verso Sud, incontrandosi poi con la anche di una sia pur rozza protezione perime-
corrente balearica la quale, giungendo da trale (forse un fossato con terrapieno e paliz-
ovest, investe costantemente la costa sud- zata), di un luogo ove offrire sacrifici alla
occidentale e spinge un suo ramo verso la divinità e di un altro ove seppellire chi moris-
Sicilia occidentale. se durante la sosta.
In base a questi dati geografici si può dun- Naturalmente, i siti destinati a quegli
que formulare l’ipotesi che generalmente i accampamenti dovevano essere scelti con
Fenici costeggiassero la Sardegna occidenta- criteri analoghi a quelli seguiti per l’impian-
le non durante i loro viaggi di andata bensì to degli scali permanenti che, come vedremo
durante quelli di ritorno in patria. Tale ipote- meglio in seguito, erano ubicati su isolette
si, ovviamente, riguarda le navi che si recava- vicine alla costa, oppure su promontori, od
no in Spagna ed alle Bocche del Rodano e alla foce di fiumi o sulle rive di lagune, pur-
che erano favorite, nel viaggio di ritorno ché adeguatamente protette da vicini rilievi.
verso il sud e verso la Sicilia occidentale, dal È probabile però che anche i siti per le brevi

18
Fig. 4. Nora. Frammento epigrafico del
sec. XI a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 5. Nora. Stele fenicia con la menzione, nella terza
linea, del nome Sardegna (Shrdn). Sec. IX a. C. Cagliari,
Museo Nazionale.

19
soste fossero scelti, quando possibile, con gli ancora nel sec. V a.C., compravano l’oro dai
stessi criteri, come sembra suggerirei il già barbari dell’occidente; brano che palesemen-
citato racconto dell’ammiraglio cartaginese te descrive una prassi consolidata, certo di
Annone. uso generale tra i Fenici e di origine molto
Purtroppo, i rapporti fra i Protosardi e i Fe- più antica dell’età in cui visse Erodoto, tanto
nici durante questa fase storica non sono oggi da potersi attribuire con sicurezza anche al-
precisabili, dato il silenzio mantenuto in pro- l’epoca di cui ci stiamo occupando. Ecco
posito dalle fonti letterarie antiche ed il fatto dunque la traduzione dell’intero brano erodo-
che i due bronzetti di Paulilatino-S. Cristina teo:
e di Alghero-Flumenelongu, possono essere “Dopo esser giunti, sbarcano queste mer-
giunti in ambiente nuragico nel bagaglio di canzie e le espongono in ordine sulla riva,
mercanti fenici penetrati pacificamente nel poi tornano su/le loro imbarcazioni e fanno
retroterra sardo, ma anche come prede sot- fumo. Gli indigeni, veduto il fumo ed avvici-
tratte a navi fenicie da razziatori protosardi, natisi al mare, collocano a fianco delle mer-
oppure potrebbero esser stati oggetto di canzie l’oro che offrono in cambio e si ritira-
scambi commerciali, avvenuti sulla costa fra no. I Cartaginesi ridiscendono ed esaminano
Protosardi e Fenici. (quello che gli indigeni hanno lasciato). Se
Del resto, l’ipotesi che fin d’allora giudicano che la quantità dell’oro risponde
esistessero rapporti commerciali fra gli uni e al valore delle mercanzie, lo prendono e se
gli altri, appare del tutto plausibile, dato che ne vanno, altrimenti ritornano alle navi ed
difficilmente sarà sfuggita per molto tempo attendono. Quel/i, tornando, aggiungono
ai mercanti fenici l’esistenza di piombo dell’oro finché essi non siano soddisfatti.
argentifero in Sardegna e quindi della possi- Non si fanno reciprocamente alcun torto, gli
bilità di procurarselo, barattandolo con i pro- uni non toccando l’oro prima che la quantità
pri manufatti, durante le soste delle loro navi deposta sembri loro in rapporto con le mer-
nell’Isola. Possiamo anzi farci anche un’idea canzie, gli altri non toccando le mercanzie
del modo come si svolgevano le contrattazio- prima che quelli abbiano preso l’oro”.
ni, rileggendo il famoso brano nel quale Ero-
doto descrive il modo come i Cartaginesi,

20
Capitolo II

Epoca degli scali costieri
permanenti
o periodo fenicio II
(sec. IX-VII a.C.)

Questa può definirsi anche l’epoca della cio del sec. IX a.C. in cui le antiche fonti let-
protocolonizzazione o colonizzazione prima- terarie collocano la fondazione di Cartagine
ria fenicia in Sardegna, perché è quella che (814 a.C.). Infatti il vaso di fabbrica fenicia
vide sorgere lungo le coste dell’isola, ad di cui è parola qui sopra, se per la sua posi-
opera di Fenici venuti dall’Oriente o dall’Oc- zione nel tophet, non può esservi stato depo-
cidente (ma non di Cartaginesi), una serie di sto dopo quello pitecusano né contempora-
scali commerciali permanenti che, evolven- neamente a questo e quindi non può esser in
dosi in centri urbani, diedero origine, nel alcun modo posteriore al sec. VIII a.C.,
corso dei secoli VIII e VII a.C., a vere e pro- potrebbe però esser anteriore a quel secolo,
prie città coloniali. dato che appartiene a un tipo ceramico carat-
La prova più evidente ed irrefutabile di terizzato da un conservatorismo talmente
una presenza fenicia permanente in Sardegna
si data oggi almeno a! sec. VIII a.C. ed è il
tophet di Sulci (S. Antioco). Infatti, in quel
luogo di culto (ove, come è noto, si offriva
alla divinità il sacrificio dei primogeniti, a
cura e nell’interesse della comunità cittadina)
e più precisamente nel più antico dei suoi
strati archeologici, si sono trovati un vaso
greco di fabbrica pitecusana, databile con
sicurezza attorno al 710 a.C. ed uno di fabbri-
ca fenicia, di data non facilmente precisabile
ma certamente deposto nel tophet prima di
quello greco e quindi sicuramente databile
almeno al sec. VIII a.C.. In quel secolo dun-
que esisteva il tophet di Sulci e questo inse-
diamento aveva già una dimensione urbana,
almeno nel senso istituzionale del termine, se
disponeva di un luogo di culto cittadino
qual’era il tophet. E possibile però che Sulci
Fig. 6. San tadi. Santuario della grotta Pirosu-Su Benatzu.
sia stata fondata anche prima del sec. VIII Tripode bronzeo di artigianato indigeno influenzato da in
a.C. e più precisamente in quell’ultimo scor- ode//i ciprioti. Sec. IX-Villa. C. Cagliari, Museo Nazionale.

21
forte che, in mancanza di inequivocabili ele- a.C., negli stessi anni cioè suggeriti dall’ana-
menti di contesto, dobbiamo attribuire ad lisi dei materiali rinvenuti nel tophet di quel-
ogni suo esemplare una cronologia pru- la città.
denziale di almeno due secoli. Servendosi dello stesso metodo di datazio-
Possiamo dunque dire che Sulci esisteva ne indiretta, è oggi possibile attribuire a
sicuramente come città nel sec. VIII a.C., ma quest’epoca anche la fondazione di Karali
è ipotesi molto plausibile sia stata fondata (Cagliari), benché i documenti archeologici
attorno all’800 a.C., cioè tra la fine del sec. finora trovati nel sito di questa colonia
IX e gli inizi dell’Vili a.C. costiera fenicia non possano risalire oltre la
Altrettanto (anche se non possiamo per ora fine del sec. VII a.C.. Infatti, tenendo presen-
valerci di una documentazione eloquente te che nel retroterra caralitano sono stati sco-
come quella sulcitana) può sostanzialmente perti, a S. Sperate, una tomba fenicia del sec.
dirsi di Tharros (S. Giovanni di Sinis, presso VII-VI a.C. ed a Settimo S. Pietro, in località
Cabras), dopo i recenti scavi operati nel suo Cuccuru Nuraxi, uno strato di materiali feni-
tophet ove, se non si sono trovati vasi greci ci dello stesso periodo, tanto consistente ed
databili al sec. VIII a.C., si sono però trovate omogeneo da doversi attribuire non a rappor-
ceramiche fenicie che possono farsi risalire ti commerciali fra Protosardi e Fenici ma ad
fino a quel secolo. un insediamento di questi ultimi sul posto, ed
Finalmente, non bisogna dimenticare che in considerazione del fatto che, in quella
esistono anche prove indirette, relative alla località, per evidenti motivi geografici, una
fondazione di colonie fenicie, sulle coste colonizzazione fenicia non poteva essere che
sarde, durante questa epoca. Sono le prove la conseguenza dell’espansione territoriale di
fornite da insediamenti fenici nella fascia ter- Karali, è logico dedurre che questa città feni-
ritoriale subcostiera che, come vedremo, sor- cia nel periodo compreso fra il sec. VII e il VI
sero fra il sec. VII ed il VI a.C., quali colonie a.C. doveva esistere già da alcune gene-
secondarie, in conseguenza della espansione razioni ed appare quindi molto plausibile
di città costiere fenicie verso il proprio retro- l’ipotesi che la sua data di fondazione vada
terra. collocata almeno alla fine del sec. VIII a.C..
E evidente infatti che tale espansione Purtroppo dobbiamo ammettere che non
presuppone un sensibile intervallo di tempo conosciamo il nome di alcun’altra città feni-
tra la fondazione della città costiera e quella cia di Sardegna, la cui fondazione possa sicu-
delle sue colonie secondarie; intervallo che, a ramente collocarsi per validi motivi in que-
giudicare da quanto sappiamo di Cartagine, st’epoca storica, cioè tra la metà del sec. IX e
che fu di gran lunga la più forte ed intrapren- la metà del sec. VII a.C.; così come non è
dente delle colonie fenicie in Occidente, va ancora possibile dire quante colonie, in quel-
calcolato nella misura minima di quattro o la stessa epoca, i Fenici abbiano fondato sulle
cinque generazioni. In Sardegna, l’esempio coste sarde. Le ricerche archeologiche infatti
più chiaro e sicuramente valutabife è fornito non sono ancora abbastanza sviluppate per
anche in questo caso da Sulci con la sua colo- consentire di rispondere a tali interrogativi.
nia secondaria di Monte Sirai (presso Carbo- Esistono peò due significativi indizi che ci
nia), sorta verso la metà del sec. VII a.C., permettono di affermare che, durante
come baluardo ma anche avamposto di Sulci quest’epoca, un certo numero di colonie feni-
nel quadro della sua espansione territoriale cie doveva esistere tutt’attorno all’Isola e non
nell’Iglesiente. Tenendo conto di quanto solamente in quel settore sud-occidentale ove
abbiamo detto più sopra, la data di fonda- erano le tre città di Karali, Sulci e Tharros. Il
zione della colonia di Monte Sirai suggerisce primo ditali indizi è costituito dal fatto che le
di collocare quella di Sulci attorno all’800 rotte delle Bocche del Rodano e dell’Italia

22
centro-occidentale, certamente praticate in
quest’epoca dalle navi fenicie, esigevano
sicuri punti di appoggio lungo le coste
nordoccidentali ed orientali sarde.
Il secondo indizio invece è rappresentato
dalla mancata estensione, a quelle stesse
coste, della colonizzazione greca, benché
questa, durante il sec. VIII a.C., fosse già in
atto e, sulle coste tirreniche della Sicilia e
della Penisola Italiana, avesse fondato le città
di Zancle (Messina) e di Cuma. Né questa
osservazione contrasta con la notizia fornita-
ci da Pausania circa un’antichissima coloniz-
zazione greca della Sardegna e quella forni-
taci dallo stesso Pausania, da Solino e da Ste-
fano di Bisanzio, circa la fondazione nel-
l’isola delle due città greche di Olbia ed
Ogryle. l infatti evidente che la prima notizia
si riferisce ad una colonizzazione greca,
avvenuta in età micenea, della quale è forse Fig. 7. Su/ci, tophet Olla sta,nnoide di produ-
presente anche una traccia archeologica nei zione euboica di Pitecusa-730-710 a.C.
due templi “a megaron” scoperti nel villag-
gio nuragico di Serra Orrios presso Dorgali e nascita. In tal caso, avrebbero subito la stes-
chiaramente influenzati dall’architettura sa tragica sorte che toccò, ad opera di Fenici,
greca micenea. Tale colonizzazione era dun- in Sicilia, alla colonia greca fondata da Pen-
que più antica di quella fenicia in Sardegna tatlo sul Capo Boeo, nel sec. VII a.C. e, in
(iniziata non prima della metà del sec. IX Africa, quella fondata dallo spartano Dorieo,
a.C.) e, a nostro giudizio, scomparve appun- presso la foce del Kynips, nel sec. VI a.C. In
to quando i Fenici colonizzarono a loro volta conclusione, considerando come non sia
le coste sarde sostituendosi ai concorrenti verosimile che i Protosardi, i quali non riu-
ellenici. A questo evento storico infatti si scirono ad impedire la colonizzazione fenicia
riferisce certamente Pausania quando parla di in Sardegna, siano stati invece i responsbili
una vittoriosa invasione di “Libi”, nei quali è della mancata colonizzazione greca nell’Iso-
facile riconoscere coloni fenici venuti dal- la, bisogna ammettere che i Greci dovettero
l’Africa (evidentemente sulla rotta che abbia- esser tenuti lontani dalle coste orientali e
mo già detto favorita dai venti di SE e SO), nordoccidentali sarde da un altro popolo
come negli “Iberi”, che lo stesso Pausania colonizzatore nel quale, durante il periodo
dice fondatori di Nora al seguito di Norace, è che va dal sec. IX al VII a.C., non possiamo
facile riconoscere coloni fenici partiti dall’I- riconoscere altri che i Fenici. Costoro dun-
beria. Quanto alle due città greche di Olbia que, nel corso di quel periodo storico, in
ed Ogryle, dopo aver ricordato che non se ne appoggio alle rotte del loro commercio
è mai trovata alcuna traccia, è appena il caso marittimo, debbono aver fondato un certo
di osservare che, se sorsero più tardi e non numero di colonie lungo tutte le coste sarde,
furono invece fondazioni micenee scomparse e non solamente lungo quelle sudoccidentali,
per effetto della citata invasione di “Libi”, anche se è probabile che non tutti gli insedia-
possono esser state distrutte dai Fenici, menti abbiano avuto la stessa importanza e
durante quest’epoca e subito dopo la loro prosperità.

23
Quanto ai siti prescelti per la fondazione Sardegna e altrove, appare verosimile che,
dei singoli insediamenti, richiamando quello inizialmente, la popolazione di ogni insedia-
che si è già detto nel paragrafo precedente, mento fosse molto scarsa e quindi occupasse
possiamo dire che l’archeologia conferma aree urbane di estensione molto modesta, se
pienamente l’asserzione di Tucidide, secon- non addirittura piccola. Volendo formulare in
do il quale i Fenici fondavano le loro colonie cifre tale valutazione, si deve tener presente
su isolette vicine alla costa, oppure su peni- che la media dei coloni lasciati dal cartagine-
solette e promontori. Un’isola infatti era il se Annone in ciascuno degli insediamenti da
sito di Sulci, anche se non è ancora possibile lui fondati sulle coste atlantiche dell’Africa
dire se fosse naturale o artificiale lo stretto nord-occidentale, era di circa 4300 unità, pur
canale che, ancora in epoca romana, lo sepa- disponendo di mezzi e di potenziale umano
rava dalla terraferma. È certo inoltre che una che possiamo ritenere molto superiori a quel-
penisoletta era il sito ove sorse Tharros. Ma li fenici dei secoli IX-VII a.C.. E probabile
l’archeologia integra i dati forniti dalla sto- quindi che, in questo periodo, ogni insedia-
riografia, mostrandoci nell’insediamento di mento fenicio in Sardegna contasse inizial-
Karali l’esempio di una colonia fenicia fon- mente un numero di coloni molto minore:
data utilizzando il tranquillo specchio d’ac- forse non più di un migliaio fra uomini e
qua di una laguna: il cosiddetto Stagno di donne, generalmente avvantaggiato però, nei
Santa Gilla. confronti degli indigeni, dalla superiorità dei
Gli sviluppi edilizi delle colonie fenicie mezzi e dell’organizzazione.
costiere durante i secoli e talvolta i millenni È probabile che, di solito, i rapporti fra
che seguirono la loro fondazione, insieme quei coloni ed i Protosardi siano stati buoni,
con la limitatezza dell’esplorazione archeo- grazie all’accortezza dei Fenici che poteva
logica, non consentono oggi molte precisa- giungere al punto di pagare un tributo agli
zioni circa il loro aspetto originario, al quale indigeni per il territorio sottratto loro dalla
del resto sarà fatto cenno nel capitolo relati- propria città. Sappiamo che così fecero lun-
vo all’urbanistica. Ritengo possibile invece gamente in Africa i Cartaginesi nei confronti
valutare, almeno a livello di ipotesi di lavoro, dei Libi ed è quindi plausibile ipotesi che
la consistenza demografica e quindi anche altrettanto sia stato fatto dagli altri coloni
l’estensione dell’area urbana relativa a quegli fenici in Sardegna. Tuttavia non bisogna
insediamenti. Infatti, considerando l’abituale dimenticare che, come ogni popolo coloniz-
carattere commerciale e non demografico di zatore, anche i Fenici, quando necessario al
tutta la colonizzazione fenicia in questo proprio interesse, erano pronti ad usare anche
periodo storico, la modesta capienza delle le armi.
navi del tempo (che non risulta viaggiassero Lo documenta forse anche la stele di Nora,
in grossi convogli, come fecero invece, nel ma certo almeno la fondazione della colonia
sec. V a.C., quelle cartaginesi di Annone) e la militare fenicia sulcitana di Monte Sirai pres-
grande scarsezza di materiali archeologici so Carbonia, sorta, come vedremo, nel sec.
databili a questo periodo rinvenuti nel sito di VII a. C.
tutte le colonie fenicie finora esplorate in

24
Capitolo III

Epoca dell’espansione
territoriale fenicia
o periodo fenicio III
(sec. VII-VI a.C.)

Quest’epoca può correttamente definirsi Othoca (S. Giusta) e Bithia (Torre di Chia,
anche della deuterocolonizzazione o nel territorio di Domus de Maria) ove si sono
colonizzazione secondaria fenicia, perché trovati manufatti fenici databili al sec. VII
caratterizzata da un’espansione territoriale a.C. e specialmente Nora, il cui sito non solo
che fu conseguenza della fondazione, nelle ha restituito manufatti fenici di quello stesso
zone subcostiere sarde, di nuove colonie secolo, ma (come ho già ricordto) era consi-
fenicie, ad opera di quelle precedentemente derato da Greci e Romani sede della più anti-
fondate sulle coste dai Fenici venuti d’oltre- ca città sorta in Sardegna.
mare. Naturalmente, non tutti gli insediamenti
Abbiamo visto come la protocolonizzazio- dovuti alla protocolonizzazione ebbero egua-
ne fenicia in Sardegna sia direttamente le fortuna e forse taluni rimasero, anche
documentata dai manufatti archeologici rin- durante questo terzo periodo fenicio, sempli-
venuti a Sulci e Tharros e, indirettamente, da ci scali costieri, senza alcuna espansione ter-
quelli rinvenuti nel circondano della stessa ritoriale. Ma era inevitabile che alcuni altri,
Sulci e di Karali. dopo essersi consolidati come centri urbani,
Abbiamo però visto anche come eloquenti fossero spinti, da esigenze demografiche e
indizi consentano di affermare che molti altri soprattutto economiche, a controllare diretta-
insediamenti fenici dovevano sorgere lungo mente, mediante deduzione di coloni, il terri-
tutte le coste sarde già nel sec. VII a.C., torio sardo circostante. Oggi, le scoperte
anche se non ne possediamo ancora una sicu- archeologiche ci consentono di affermare che
ra documentazione archeologica. Fra quelli certo si comportarono in quel modo Sulci e
erano probabilmente Cornus (fra S. Caterina Karali, trasformandosi, da semplici città
di Pittinuri e Corchinas), Bosa, Carbia (pres- costiere con funzioni di scalo commerciale,
so Alghero), Nura (presso il lago di Barazze), in vere e proprie città-stato, con un territorio
Turns Libyssonis (Porto Tomes), Olbia, Sulsi da loro colonizzato.
o Sulci orientale (presso Tortoli) e Sarcapos Più precisamente possiamo dire che Sulci,
(presso la foce del Flumendosa), a noi note nel sec. VII a.C. e probabilmente verso la
attraverso le fonti letterarie greche e romane metà di quel secolo, fondò una sua colonia
od il rinvenimento di tardi manufatti di cultu- sul Monte Sirai, presso Carbonia, in una
ra fenicio-punica. Ma particolarmente proba- posizione ditale importanza strategica da
bile è che, oltre Sulci, Tharros e Karali, risal- rivelarne con sicurezza il carattere militare,
gano al tempo della protocolonizzazione dato che quell’altura (che non raggiunge i m.

25
200 s.l.m. e consente quindi rapidissimi co ditale fondazione è evidente: creare le pre-
interventi sul territorio circostante) controlla messe per il controllo delle risorse economi-
contemporaneamente la piana costiera sud- che iglesienti e soprattutto di quelle minera-
occidentale sarda antistante Sulci e la grande rie, rappresentate da giacimenti di ferro e
via naturale di penetrazione attraverso la specialmente di piombo argentifero. Il con-
regione montana iglesiente, rappresentata trollo delle risorse agricole infatti doveva
dalle vallate fluviali di Flumentepido e del avere un’importanza secondaria per Suici
Cixerri. che, in quell’epoca, poteva alimentarsi a suf-
In considerazione del fatto che quella via ficienza valendosi di quanto producevano i
consente di raggiungere non solo fertili terre- campi dell’isola di S. Antioco.
ni d’interesse agricolo fino al Campidano di Del resto, anche la pianta e la tecnica edili-
Cagliari, ma anche le zone minerarie monta- zia delle strutture murarie fenicie sul Monte
ne deli’!glesiente, risalendo le valli che se ne Sirai (delle quali ci occuperemo più
dipartono su ambo i lati, il risvolto economi- diffusamente in seguito) confermano il carat-

Fig. 8. Sardegna. 1 centri fenici e punici.

26
tere militare di quell’insediamento, che certo Le già citate scoperte di S. Sperate e di
ebbe anche una funzione protettiva nei con- Settimo S. Pietro-Cuccuru Nuraxi, pur senza
fronti del territorio circostante e della stessa fornirei una documentazione archeologica
Sulci. Tale funzione anzi esso non doveva ampia come quella sulcitana, ci consentono
assolvere da solo, ma inserito in un sistema oggi di affermare che, fra il sec. VII ed il VI
fortificato che orlava, con almeno altri sei a.C., anche da parte di Karali fu attuato un
insediamenti coevi, la fascia costiera igle- movimento di espansione territoriale, certo
siente, dalla posizione di Scruci presso Gon- con il duplice scopo di dare maggior respiro
nesa, attraverso M. Sirai e M. Crobu di Car- e sicurezza alla città e di garantirle risorse
bonia, Corona Arrubia di Nuxis e Pani Loriga alimentari adeguate al suo sviluppo demo-
di Santadi fino a Porto Pino e Porto Botte nel grafico. Purtroppo le ricerche archeologiche
territorio di S. Anna Arresi. non hanno ancora evidenziato a sufficienza il

Fig. 9. Abbasanta. Porta “a vestibolo” nella cinta esterna del nuraghe Losa. Sec. VII a. C.

27
Fig. 10. Nora. Topografia archeologica de//a città fenicio-punica. 1-acropoli; 2-ancoraggio orientale; 3-ruderi di for-
tificazioni fenicio-puniche; 4-piazza del mercato; 5-porto nordorientale; 6-insenatura presso il quartiere punico sudorien-
tale; 7-porto nordoccidentale; 8-Tempio c.d. di Tanit; 9-ruderi di edifici ad Ovest della Piazza del mercato; 10-Tempio c.
d. di Eshmun-Esculapio; Il-ruderi di strutture murarie a blocchi squadrati, 12-ruderi di un tratto de/le mura urbane; 13-
tratto della via extraurbana; I4-tohet.

28
perimetro del teritorio colonizzato ma, in abbastanza esplorato per consentirci di dire
base ad alcuni indizi forniti dall’esplorazione che dentro il suo perimetro fortificato poteva
topografica, possiamo ipotizzare una pene- trovare alloggio al massimo un migliaio di
trazione ineguale, con una profondità massi- anime, tenendo conto che una notevole parte
ma di circa km 20 dalla costa, fino ad atte- dell’area disponibile doveva esser utilizzata
starsi sulla riva sinistra del Riu Niannu nel per culture agricole e pascolo del bestiame
settore settentrionale, mentre ad est e ad necessari alla vita indipendente della guarni-
ovest i confini erano probabilmente segnati gione, che si può valutare fosse di seicento
dalle estreme propaggini delle zone montane. uomini, almeno durante la successiva età
Quanto al tipo degli insediamenti, in attesa di punica. È certo però che non tutti gli insedia-
precisazioni fornite dagli scavi, possiamo menti individuati avevano le stesse dimensio-
pensano sostanzialmente analogo a quello ni di Monte Sirai e forse questo stesso, ini-
sulcitano, con la utilizzazione di alture ubica- zialmente, non ospitò anche popolazione
te in posizioni strategiche. Finalmente va civile ma solo una guarnigione, che poté va-
osservato che l’espansione territoriale di riare nella sua consistenza numerica, secon-
Karali portò questa città a controllare com- do i tempi e le necessità, ma non è verosimi-
pletamente lo sbocco al mare delle due vie le abbia mai superato la suddetta cifra di sei-
naturali che mettono in comunicazione le cento uomini.
miniere di rame di Funtana Raminosa, presso Ovviamente, l’espansione territoriale feni-
Gadoni, con il golfo di Cagliari, percorrendo cia dovette incontrare una decisa opposizione
la media valle del Flumendosa ed attraver- da parte dei Protosardi che, del resto, in
sando la Trcxenta o la Marmilla ed il Campi- quell’epoca avevano raggiunto, insieme con
dano meridionale. È probabile dunque che un alto livello di cultura materiale e con una
fra gli obiettivi perseguiti dal movimento più profonda coscienza dei propri diritti e
caralitano di penetrazione verso il retroterra, possibilità, anche una più evoluta organizza-
vi sia stato anche quello di monopolizzare in zione politica ed una maggior forza militare.
qualche modo il commercio del rame fra la Era dunque inevitabile lo scontro armato fra
Barbagia e la costa meridionale sarda. i due popoli; scontro di cui non parlano le
È più che plausibile l’ipotesi che in fonti letterarie antiche, ma che è documenta-
quest’epoca anche altre città costiere fenicie to archeologicamente dalle tracce d’incendio
e specialmente Tharros, abbiano dato origine osservate nello strato fenicio della fortezza di
a movimenti di espansione territoriale analo- Monte Sirai, dai ruderi di nuraghi esistenti
ghi a quelli di Sulci e Karali, ma, purtroppo, nell’area delle fortezze fenicie dello stesso
mancano ancora le prove sicure. Monte Sirai e di Pani Loriga e dai rifasci
Comunque, da quanto detto finora scaturi- murari, databili a questo periodo, che si
sce che i dati archeologici in nostro possesso vedono attorno ad alcuni nuraghi e che si
rivelano l’esistenza di almeno due città-stato spiegano solo come intesi a renderli più resi-
fenicie in Sardegna, i cui territori, indipen- stenti contro i colpi dell’arma nuova introdot-
denti l’uno dall’altro, si stendevano in modo ta dai Fenici in Sardegna: l’ariete.
discontinuo sulla fascia costiera e subcostie- È probabile inoltre che l’opposizione proto-
ra sudoccidentale dell’Isola, utilizzandone le sarda sia stata resa ancor più decisa dai Greci
risorse agricole e minerarie. che, durante il sec. VI a.C., miravano a colo-
Il punto cui sono giunti gli scavi non ci nizzare l’Isola e quindi avevano tutto l’inte-
permette ancora di precisare la consistenza resse a fomentare l’odio e il desiderio di
demografica dei nuovi insediamenti fenici in riscossa degli indigeni contro i Fenici. Sap-
quei territori. Unica eccezione (entro certi piamo infatti come, in quel secolo, l’espan-
limiti) è l’insediamento di Monte Sirai, oggi sionismo commerciale dei Focesi, con la fon-

29
dazione di Alalia in Corsica, avesse già por- vano sempre più spesso i frammenti sparsi
tato l’elemento greco vicinissimo alla Sarde- sul terreno nelle campagne della Marmilla,
gna, di cui, nello stesso secolo, Biante di della Trexenta e dei Campidani, sconvolte
Priene proponeva agli Ioni la colonizzazione dalle arature profonde, potrebbe esser stata
in massa. portata da mercanti greci, avanguardie più o
Vero è che gli Ioni non accolsero la propo- meno inconscie di quella colonizzazione che
sta e, come abbiamo visto, nulla dimostra i successivi eventi storici impedirono si rea-
che, nel sec. VI a.C., esistessero colonie gre- lizzasse.
che in Sardegna; ma è anche vero che alme-
no parte delle ceramiche greche di cui si tro-

Fig. 11. Nora. Veduta aerea degli scavi.

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Capitolo IV

Epoca della conquista
armata punica
e della colonizzazione
capillare del territorio
(sec. VI sec - metà IV sec. a.C.)

Quest’epoca può considerarsi articolata in Gli storici antichi dicono che Cartagine in-
due periodi, entrambi definibili punici: perio- tervenne in Sardegna, inviandovi un contin-
do punico I (circa 550 -fine sec. V a.C.) e pe- gente di truppe, sotto il comando di Malco,
riodo punico II (fine sec. V-metà IV a.C.). intorno alla metà del sec. VI a.C. Il nome di
I due periodi si distinguono tra loro per il Malco non costituisce un vero antroponimo,
carattere dei manufatti che nel primo ma l’indeuropeizzazione di un elemento les-
riecheggiano quelli dell’epoca precedente, sicale semitico (mèleq) significante “re”.
nel secondo preannunciano quelli dell’epoca Conseguentemente dobbiamo interpretare la
successiva. notizia classica nel senso che Cartagine
L’epoca si apre con una vicenda storica affidò ad un proprio re il comando del corpo
ben documentata dalle fonti letterarie anti- di spedizione in Sardegna.
che: l’intervento di Cartagine nell’Isola e si Malco sbarcò nell’isola ingaggiando la
chiude con il Il Trattato tra Cartagine e Roma lotta con un nemico non specificato dalle
nel 348 a.C., che segue la conclusione vitto- fonti.
riosa della III guerra sardopunica. Alcuni hanno ritenuto che Malco abbia
La minaccia rappresentata dalla combattuto, almeno in determinati settori,
controffensiva dei Protosardi nei confronti contro i Fenici delle colonie locali. L’ipotesi
della colonizzazione fenicia, ed in particola- non pare accettabile in quanto costituirebbe
re della colonizzazione secondaria, andava, l’unica attestazione di una lotta fratricida tra
in quel torno di tempo, delineandosi sempre Fenici. D’altra parte noi sappiamo da Erodo-
più gravemente. D’altro canto, soprattutto to che i Fenici, inquadrati nell’esercito per-
negli ambienti commerciali fenici di Sarde- siano, si rifiutavano di partecipare ad un con-
gna, negli anni intorno alla metà del secolo flito che vedesse tra i nemici altri Fenici,
VI a.C., dovette diffondersi la notizia dell’in- come accadde, intorno alla fine del sec. VI
teresse dei Greci, ed in specie degli Ioni, ad a.C., quando Cambise, intendendo marciare
una colonizzazione della Sardegna. alla volta di Cartagine, dovette rinunziare al
Questi elementi indussero Cartagine ad un progetto bellico in seguito al netto rifiuto a
intervento per evitare che il commercio feni- combattere oppostogli dalla flotta fenicia.
cio, che rappresentava la parte vitale della Infine, benché siano note rivalità tra città
sua attività, venisse gravemente danneggiato fenicie, come nel caso di Cartagine ed Utica,
e, in prospettiva, annullato in alcuni settori non possediamo attestazioni di conflitti
del Mediterraneo occidentale. armati in cui quella rivalità sarebbero sfocia-

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Fig. 12. Thurros. Topografia archeo-
logica.
1. Necropolifenicio-punica di S.
Giovanni.
2. Basilica bizantina di S. Giovanni.
3-5 fortificazioni puniche set-
tentrionali, articolate in tre linee.
6. acquedotto romano.
7. tophet.
8. Tempio di De,netra.
9 .Castellum acquae.
10.Basilica di S. Marco.
11.Terme n.j
12.Tempio punico delle “semi colon-
ne doriche”.
13.Terme n.2.
14.Tempio delle “iscrizioni puniche”.
/5.quartieri di abitazioni.
16..fortificazioni puniche occidentali.
/7.fortificazioni fenicie meridionali.
18.Necropoli romana.
19.Necropoli fenico-punica.
20.Banchine portuali fenicio-puniche.
21.Ruderi di fortificazioni puniche.
22.acropoli feniciopuniche.
23.Tempio fenicio-punico del capo S.
Marco.
24.Strada d’accesso all ‘acropoli.

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Fig. 13. THARROS, inure morto. Probabili banchine portuali fenicio-puniche ottenute con l’adattamento del banco di are-
naria nel settore dell’ancoraggio orientale.

te. gine.
Da quanto abbiamo detto risulta evidente Malco fu sconfitto ripetutamente in Sarde-
che il nemico contro cui dovette battersi gna. Dovette trattarsi di scontri nei quali l’e-
Malco può essere considerato esclusivamen- sercito cartaginese ebbe la peggio,
te il popolo protosardo, allora in posizione di probabilmente perché il tipo di guerra attua-
ostilità nei confronti dei Fenici. to in quella campagna militare fu sostanzial-
Non possiamo infatti ammettere che i Gre- mente inatteso da parte di Malco e del suo
ci, della cui presenza in Sardegna sotto forma esercito.
organizzata non possediamo alcuna testimo- La Sardegna, estremamente più boscosa di
nianza, costituissero una forza nemica contro oggi, si presentava costellata da una miriade
cui condurre un contigente militare da Carta- di fortificazioni (i nuraghi), che, nonostante

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non si edificassero più da secoli, dovevano Cartagine, resasi conto del pericolo, strin-
continuare ad essere in uso. L’esercito carta- se rapporti solidi con gli Etruschi, tanto che
ginese, avvezzo a combattimenti in campo Aristotele asserisce che Etruschi e Cartagine-
aperto, secondo i canoni della tattica militare si costituivano quasi un unico popolo. La
di tipo orientale, si trovò a dover condurre da scoperta delle lamine auree di Pirgi, scritte in
un lato una guerriglia in un territorio poco etrusco e fenicio, confermano il regime di
conosciuto e difficilmente controllabile, dal- accordo fra Etruschi e Cartaginesi nel sec. VI
l’altro una guerra di posizione attorno alle a.C..
munitissime fortezze nuragiche. Si arrivò allo scontro frontale tra le flotte
Malco, sconfitto, dovette rinunziare alla etrusco-punica e ionica, nel mare Sardonio,
prosecuzione della campagna sarda ed il suo davanti ad Alalia, intorno al 540/535 a.C..
operato fu sconfessato dall’Assemblea degli Le fonti greche (in particolare Erodoto)
Anziani di Cartagine che gli interdisse il mascherano l’effettivo risultato della batta-
ritorno nella metropoli africana. glia navale, attribuendo agli Ioni la vittoria,
Egli si impossessò, allora, con la forza, di pur rimarcando il carattere di “vittoria cad-
Cartagine, riaffermandovi il proprio dominio mea”, dunque rovinosa anche per il vincitore,
personale, fino a che la riscossa aristocratica ed asserendo che i Greci abbandonarono, con
non lo eliminò, a causa della politica tiranni- le navi superstiti, Alalia, alla volta di Velia.
ca che avrebbe svolto. La battaglia di Alahia fu, in sostanza, una
La campagna di Malco deve considerarsi vittoria della coalizione etrusco-punica, che
la prima guerra sardopunica. bloccò l’avanzata focese verso la Sardegna.
Il fallimento di questa guerra non poté L’esito negativo della I campagna sardo-
essere accettato da Cartagine sia perché la punica e il probabile aggravamento della
pressione protosarda nei confronti dei centri condizione delle città fenicie nell’isola
fenici in Sardegna doveva continuare a farsi indussero Cartagine ad intervenire, nella
sempre più pesante, sia perché i Greci incre- seconda metà del sec. VI a.C., con una II
mentavano le loro iniziative per insediarsi in campagna sardopunica, iniziata dopo la bat-
Sardegna. taglia di Alalia e conclusasi entro il 509 a.C.,
Gli Ioni sottoposti alla formidabile anno della stipula del I trattato politico-com-
pressione persiana, tendevano infatti ad merciale tra Roma e Cartagine.
espandersi nel Mediterraneo Occidentale. La II guerra fu combattuta da eserciti
D’altra parte le città greche, sia della cartaginesi comandati dai figli di Magone (il
madre patria, sia del mondo coloniale, riformatore delle istituzioni politiche e mili-
rappresentavano pej Cartagine un potenziale tari della Cartagine arcaica), Amilcare e
nemico. Asdrubale, i quali riuscirono ad affermare la
Ancor prima però di riprendere i program- sovranità di Cartagine su tutte le coste sarde
mi militari in Sardegna, Cartagine intese rea- e su vasti tentori del retroterra.
gire al tentativo ionico di monopolizzare i Non possediamo una documentazione
commerci nel Mediterraneo Occidentale, che esplicita sui limiti della penetrazione cartagi-
si era manifestato dapprima con la fondazio- nese in conseguenza della II guerra sardo-
ne di Massalia e successivamente con la punica.
deduzione delle colonie di Emporion nell’I- Abbiamo però alcuni indizi a favore di una
beria e di Alaha sulla costa orientale della fortissima penetrazione verso l’interno:
Corsica. innanzi tutto la conquista della fortezza del
In particolare, Alalia costituiva una base Su Nuraxi di Barumini, avvenuta alla fine del
avanzata, che sembrava preludere alla fonda- sec. VI a.C. ed attribuita da G. Lilhiu ai Car-
zione di una colonia ionica in Sardegna. taginesi. Abbiamo inoltre la presenza cartagi-

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nese nella Sardegna centrale attestata da un nistrativi, rispettivamente di rango superiore
sistema fortificato, descritto dettagliatamente ed inferiore), che garantiranno il negozio per
più avanti, che è stato individuato negli anni conto dello stato cartaginese. Condizione
sessanta, ai piedi delle montagne nuoresi. evidente per l’esecuzione ditale disposizione
Tipico esempio, l’acropoli di S. Antine di era la presenza dei funzionari cartaginesi in
Genoni datata, in base alla tecnica edilizia, al tutti gli scali portuali della Sardegna ed, in
sec. V a.C. (cronologia confermata successi- specie, della costa orientale, più prossima a
vamente dai saggi stratigrafici ivi condotti Roma.
dalla Soprintendenza Archeologica di Sassa- Probabilmente, dopo la guerra dei
ri) e quindi eloquente indizio che la conqui- Magonidi, la conquista continuò con assesta-
sta del territorio limitato dalle linee di fortifi- menti ed annessioni di territori marginali a
cazioni di cui essa fa parte può essere at- quelli occupati nella seconda metà del secolo
tribuita alla campagna dei Magonidi. VI a.C., come ad esempio la regione retro-
Nella Sardegna settentrionale altri elo- stante la fortezza di S. Vittoria di Neoneli,
quenti indizi sono la fortezza di S. Simeone edificata forse nella seconda metà del sec. IV
di Bonorva, segnalata da G. Lilliu e studiata a.C., ma sostanzialmente la conquista carta-
dallo scrivente, riportabile al sec. V a.C., le ginese dell’isola deve attribuirsi alla seconda
fortificazioni urbane di Guru/is Vetus guerra sardo-punica.
(Padria) e di Macomer (forse Macopsisa) e Cartagine considerò certo la Sardegna
l’altra fortezza, di recente scoperta, di Mular- come soggetta interamente alla sua autorità;
za Noa (Badde Salighes in territorio di Bolo- di fatto però la parte più interna dell’isola
tana). sembra esser rimasta fuori dalla colonizza-
Queste ultime fortificazioni più che indica- zione diretta punica e quindi è probabile sia
re un confine tra il territorio occupato da stata solo tributaria della Metropoli africana.
Cartagine ed un’area protosarda, sembrano Alla vigilia della terza campagna militare
in rapporto all’esigenza di assicurare la punica in Sardegna (e più precisamente nel
libertà di transito sulla Campeda per con- 378 a.C.) sarebbe stata dedotta, forse sulle
giungere il nord con il sud della Sardegna. coste orientali sarde, una colonia di Romani.
Questo sistema fortificato della Campeda e Infatti, dato il consenso dei codici, pare diffi-
dei territori contermini indicherebbe quindi cile accettare il tradizionale emendamento di
una precoce penetrazione punica nel nord Sardonia (Sardegna) in Satricum o Sutrium.
della Sardena, dove le fertili zone del Logu- La mancanza di altre notizie su quella
doro e del Meilogu, erano suscettibili di un colonia romana in Sardegna, in particolare di
ampio sfruttamento agricolo. notizie riferibili al tempo della I guerra fra
In definitiva lo scopo raggiunto dalla II Cartagine e Roma, induce però a ritenere che
guerra sardo-punica sembra essere stato la colonia, effettivamente fondata, sia stata
quello della conquista cartaginese di tutte le spazzata via dalla reazione di Cartagine, allo
coste e delle aree interne di forte interesse stesso modo che abbiamo ipotizzato per le
economico, quindi le zone minerarie (l’Igle- due colonie greche che sarebbero state fon-
siente in particolare) ed i territori a destina- date in Sardegna.
zione agricola. La terza guerra sardo-punica inizia nel 368
L’occupazione di tutte le coste è implicita a.C., l’anno antecedente lo scoppio delle
nel testo del I Trattato tra Cartagine e Roma, ostilità tra Cartagine e Siracusa, dominata
nel quale è stabilito che in Sardegna nessun allora dal tiranno Dionigi il Vecchio. E noto
romano potrà effettuare una transazione come questo tiranno coordinasse le azioni
commerciale se non alla presenza di un aral- militari con quelle politico-diplomatiche.
do o di uno scriba (funzionari politico-ammi- Non è dunque da escludere che egli abbia

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curato l’apertura di un fronte bellico in Sar- era incentrato sui capisaldi di Padria, Maco-
degna, fomentando una rivolta di gruppi sardi mer, S. Simeonedi Bonorva e Mularza Noa di
contro Cartagine, che costituisse una diver- Badde Salighes-Bolotana e controllava la
sione per la città africana, indebolita dai più Campeda.
difficoltosi rifornimenti granari dalla Sarde- Il sistema centro orientale, che fronteggia-
gna e parzialmente distolta dalla difesa dei va la Barbagia el il Nuorese, può seguirsi a
propri interessi in Sicilia. partire da Sedilo-Talassai nelle loclaità di
Comunque le fonti asseriscono che nel 368 Fordongianus-Casteddu Ecciu, Asuni-S. Gio-
a.C. si ebbe una vasta rivolta di indigeni vanni, Nureci-Magomadas, Genoni-S. Anti-
sardi, che costrinse Cartagine al nuovo inter- ne, isiliOvile Baracci, Orroli-Nuraghe Arru-
vento militare in Sardegna, destinato a pro- biu, GoniNuraghe Goni, BallaoPalastaris.
lungarsi negli anni. Entro ii 348 a.C. però la In questo allineamento deve osservarsi che
campagna militare doveva aver avuto termi- la funzione di difesa sistematica delle fortifi-
ne, in quanto in quell’anno Cartagine stipulò cazioni è sottolineata dalla posizione sulla
un secondo trattato con Roma, che presenta- riva destra del Tirso o del Flumendosa occu-
va, a proposito della Sardegna, clausole assai pata dalle fortificazioni stesse, per le quali il
più restrittive del primo. letto dei due fiumi costituiva una sorta di
Cartagine impone a Roma di non commer- smisurato fossato naturale.
ciare assolutamente con la Sardegna. L’isola Oltre gli insediamenti punici, ovviamente
riceverà merci romane e laziali nella seconda militari, che formavano i sistemi fortificati
metà del sec. IV e nel corso del III a.C., ma interni, molti altri ne sono stati individuati
queste non potranno attribuirsi generalmente grazie a trovamenti fortuiti scientificamente
ad un commercio diretto, bensì mediato da verificati, a sistematiche esplorazioni topo-
Cartagine. grafiche ed a metodiche campagne di scavi
La svolta nei rapporti internazionali alla stratigrafici. Particolarmente numerosi sono
metà del sec. IV a.C. che si palesa in questo quelli scoperti nei territori interni ove non era
trattato, spiega agevolmente i grandi rifaci- giunta la colonizzazione fenicia, ma ubicati
menti e le ristrutturazioni nelle fortificazioni in località scelte con criteri analoghi a quelli
che riscontriamo nei centri costieri punici a seguiti durante tale colonizzazione: siti
quel livello cronologico. (generalmente elevati) posti in condizione di
In sintonia con queste opere nella fascia poter controllare incroci stradali e passaggi
marittima dell’Isola sono anche i restauri obbligati come strettoie (es. Furtei-S. Bia-
della metà del sec. IV a.C. documentati dalle gio), guadi (es. Senorbì-Monte Luna e S.
fortezze dell’interno. Teru) ecc., oppure in zone di particolare inte-
L’organizzazione del territorio occupato resse economico (es. Sanluri-Bidd’e Cresia,
da Cartagine fu attuata innanzi tutto con la Uselis-S. Reparata, Fluminimaggiore-
costituzione di sistemi fortificati davanti ai Grugua, Carbonia-Sirri, Abbasanta-Losa
territori montani, esterni all’area di occupa- ecc.) È plausibile ipotesi che esigenze econo-
zione militare diretta. miche o militari abbiano fatto sorgere nuovi
Si tratta di allineamenti di posizioni militari insediamenti anche lungo le coste, ma è evi-
evidenziati in vaste aree della Sardegna nel dente che solo gli scavi stratigrafici potranno
corso delle prospezioni topografiche condot- consentire di distinguere tali nuove fondazio-
te da chi scrive. ni da quelle fenicie sopravvissute sotto Car-
Più precisamente si avevano due sistemi tagine e che, in questa epoca, andarono svi-
principali: centro settentrionale e centro luppandosi urbanisticamente e tecnicamente,
orientale. secondo formule culturali fenicie, arricchite
Il sistema fortificato centro settentrionale e modificate dal contributo punico.

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Comunque, ritengo si possano indicare co- durante questa epoca. Tuttavia, le scoperte
me molto probabilmente di origine punica avvenute a S. Giusta di Monte Nai (presso
quelle che ci appaiono inutili all’economia Muravera), Karali, Nora, Bithia, Zafferano
delle città fenicie costiere ed invece conse- (presso Capo Teulada), Sulci, Tharros e Cor-
guenze logiche della presenza punica nel nus, di robuste fortificazioni urbane, talvolta
retroterra. Tali sarebbero, ad esempio, i pic- complesse e poderose (es. Tharros), databili
coli insediamenti della costa iglesiente a nord ad epoca non posteriore al sec. V a.C. e quasi
di Sulci (Paringianeddu, Porto Paglia, Porto tutte restaurate nel sec. IV-III a.C., con evi-
Palma, Guttur’e Flumini, S. Antine), che dente sforzo di adeguarle ai progressi dell’in-
sfruttavano modesti approdi di una costa gegneria militare ellenistica, rendono più che
importuosa, evidentemente in funzione del- plausibile l’ipotesi che, come in Africa,
l’attività di piccole comunità di pescatori o anche in Sardegna Cartagine abbia voluto
dell’attività mineraria della zona montana realizzare un sistema fortificato costiero, non
retrostante, alla quale, per le spedizioni desti- solo creando, ove necessario, nuovi capisal-
nate a Cartagine od ai lontani centri costieri di, ma anche utilizzando, potenziando e ade-
sardi di lavorazione, riuscivano certo meno guando ai progressi tecnici dei tempi le forti-
costoso far affluire il minerale a quei piccoli ficazioni urbane degli antichi insediamenti
approdi vicini e di là farlo proseguire via commerciali fenici, trasformandoli talvolta
mare per i grandi porti della costa occidenta- (come nel caso di Tharros) in vere piazzefor-
le sarda, anziché inviano a quegli stessi porti ti marittime.
via terra. Probabilmente punica può ritenersi Lo stesso problema relativo all’origine
anche l’origine del porto ubicato nella zona fenicia o punica degli insediamenti costieri,
di S. Maria di Nabui e che i testi greci chia- esiste ovviamente anche per quelli subcostie-
mano Neapolis, traducendo evidentemente ri, almeno nei territori sulcitano e caralitano,
un toponimo semitico: Qart Hadasht (“Città ove certo continuarono ad esistere i vecchi
Nuova”) o Magom Hadash (“Luogo insediamenti fenici (magari parzialmente
Nuovo”). Quel porto infatti, anche a prescin- ricostruiti e rinforzati nelle loro strutture edi-
dere dal nome che lo dichiara probabilmente lizie, come avvenne della fortezza sulcitana
punico, perché più recente di uno fondato in di Monte Sirai) ma molto probabilmente ne
precedenza (e che potrebbe essere stato sorsero anche di nuovi, quando Cartagine
Othoca, il cui nome significa in fenicio “Vec- diede a tutto il territorio sardo conquistato la
chia”, cioè la “Città Vecchia”) appare crea- sua organizzazione coloniale. Di questa pos-
to in funzione dell’attività economica svolta siamo oggi farci un’idea abbastanza chiara
non dai Fenici (che già disponevano di Otho- ed attendibile, grazie alle moltissime scoper-
ca stessa e di Tharros) ma dai Cartaginesi, te archeologiche avvenute nelle provincie di
che occupavano il territorio retrostante e ne Cagliari ed Oristano durante l’ultimo trenten-
sfruttavano le risorse, imbarcandovi quelle nio. Tali scoperte infatti documentano l’esi-
destinate a Cartagine e, comunque, ai mer- stenza, nella Sardegna sud-occidentale, di un
cati d’oltre mare. gran numero d’insediamenti feniciopunici,
La funzione che possiamo attribuire al por- costieri, subcostieri ed interni, però molto
to di Neapolis sembra dunque rivelarne il ca- divesi fra loro per dimensioni e (ubbidendo
rattere fondamentalmente mercantile e quin- alle immutabili leggi del terreno, con i suoi
di pacifico, anche se è certo che un’adeguata rilievi, i suoi corsi d’acqua ed i profili delle
cinta muraria ne garantiva la difesa in caso di sue coste) sparsi nel territorio in modo da
necessità. render plausibile l’ipotesi che questo, in
Probabilmente, altrettanto può dirsi anche epoca punica, fosse diviso in distretti, corri-
di altri insediamenti costieri fenicio-punici spondenti ad aree geografiche ben definibili e

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di varia estensione. Osservando i confini amministrativo fra i piccoli abitati agricoli e
naturali di quelle aree, si nota che ognuno di la città costiera cui faceva capo l’economia
quei distretti aveva un solo insediamento del distretto. In questo caso, tale città costie-
grande, ubicato sulla costa (ovviamente una ra potrebbe anche essere stata Karali (come
delle grandi città costiere di origine fenicia o si è pensato in un primo momento), ma è più
punica), alcuni insediamenti medi, sparsi nel probabile fosse Neapolis che, come Sanluri,
circondano costiero ed interno di quello era a nordovest del Riu Mannu, il quale inve-
(sopra un’estensione di territorio che può ce segna un netta divisione fra il circondano
essere anche molto vasta) e molti altri inse- di Sanluri ed il retroterra di Karali.
diamenti piccoli, che chiaramente gravita- È evidente che un simile assetto coloniale
vano attorno a quelli medi. costituiva un motivo di più per disseminare
Inoltre, la frequente scoperta di piccoli nel territorio guarnigioni permanenti che
gruppi di tombe puniche, vicini a quegli inse- garantissero, oltre la sovranità di Cartagine
diamenti ma non tanto da poter esser consi- ed uno sfruttamento efficace e costante delle
derati pertinenti alle loro necropoli, ha rivela- risorse economiche sarde, anche la sicurezza
to come nelle zone extraurbane vivessero dei numerosissimi coloni sparsi nelle aree
molti piccoli nuclei di coloni punici, in abita- extraurbane. Naturalmente, quelle guarnigio-
zioni isolate o riunite in minuscoli gruppi, ni vivevano entro dei forti più o meno grandi
simili agli attuali medaus sardi. (la cui tipologia sarà illustrata più avanti),
Significativi esempi di questo tipo di cosicché è logico ritenere generalmente mili-
colonizzazione, che possiamo definire tare l’origine delle città puniche interne, dato
“capillare”, si hanno nel Sulcis e nel Campi- che attorno al forte con la sua guarnigione
dano. Infatti nel Sulcis, che certo corrisponde dovette inevitabilmente raccogliersi la prima
a parte del distretto punico dipendente dalla popolazione civile, formata di servi, artigiani
città costiera di Sulci (nel quale doveva rien- e famiglie più o meno legittime dei militari.
trare tutto l’Iglesiente, tranne forse i circon- Una popolazione certamente mista dun-
dari di Nora e Bithia), attorno all’insedia- que, così come doveva esser mista quella che
mento militare di Monte Sirai gravitavano i viveva nelle aree extraurbane, formata da
piccoli centri di cui sono stati scoperti i resti coloni semitici che, secondo la concezione
a Matzaccara, Brunk’e Teula, S. Maria di economica punica, vivevano sul terreno di
Flumentepido, Barbusi e Is Sarbutzus. cui sfruttavano le risorse, ma senza dubbio
D’altra parte, nel Campidano e più valendosi anche di manodopera servile sarda
precisamente nel territorio del Comune di o dei molti Libi, che le fonti letterarie antiche
Sanluri, entro un raggio di appena km 5,800, ci dicono deportati allora in Sardegna da Car-
sono stati recentemente individuati ben undi- tagine. Né si deve dimenticare che anche le
ci piccoli abitati punici, che la disposizione guarnigioni erano etnicamente miste, essen-
topografica rivela tutti gravitanti attorno al do composte da mercenari provenienti da
sito più elevato ove sorge l’attuale Sanluri, varie regioni del Mediterreaneo, comandate
così da render plausibile l’ipotesi (certo da da ufficiali cartaginesi.
verificare proseguendo l’esplorazione) che L’esame storico di questa epoca delle
questa possa esser sorta sull’area di un abita- conquiste territoriali e della conseguente
to punico più grosso ed importante. Questo colonizzazione capillare dell’isola non può
avrebbe assolto, nei confronti del territorio prescindere dall’analisi del rapporto instaura-
circostante, gli stessi compiti che l’insedia- tosi tra gli indigeni di tradizione nuragica ed
mento militare di Monte Sirai assolveva nei i Cartaginesi. È opinione corrente che la
confronti del territorio sulcitano circostante: colonizzazione cartaginese abbia avuto effet-
tutela militare e raccordo logistico- ti sostanzialmente negativi sulla Sardegna.

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Tale colonizzazione avrebbe infatti esordito be in base alle notizie storiche sulle fasi di
con una conquista violenta, seguita da un colonizzazione punica della Sardegna. A
esodo in massa delle popolazioni protosarde questo proposito dobbiamo ricordare anche
dalle zone occupate, con il conseguente chiu- come documenti ufficiali, quali i Fasti
dersi in sé stessa della popolazione autocto- Triumphales, testimonino ripetutamente le
na, costretta ad uno stadio economico di vittorie dei Romani de Poeneis et Sardeis,
sopravvivenza, nella zona interna e più pove- distinguendo i due elementi, punico e sardo,
ra dell’Isola. D’altra parte, la minoranza evidentemente perché il secondo non era
degli indigeni, restata nella regione occupata, parte asservita, in un rapporto mercenario,
avrebbe attuato una forma di “colla- del primo, ma suo alleato.
borazionismo” nei confronti degli invasori. Inoltre la documentazione archeologica di-
Inoltre i Cartaginesi, per le esigenze della mostra esplicitamente che le ricostruzioni
monocoltura cerealicola che praticarono in storiche antiche e moderne sono estrema-
Sardegna, avrebbero proceduto ad una siste- mente faziose nella trattazione del rapporto
matica opera di abbattimento del patrimonio tra Sardi e Punici.
boschivo locale. Innanzitutto le testimonianze di cultura
Infine a mercenari africani, giunti in tardonuragica in età punica, nelle zone
Sardegna, inquadrati negli eserciti cartagine- sottoposte al dominio cartaginese, sono tal-
si, viene attribuita la responsabilità dell’in- mente abbondanti da farci ritenere che l’eso-
troduzione della malaria nell’Isola. do degli indigeni verso le montagne del cen-
I protosardi, d’altro canto, avrebbero tro abbia riguardato una stretta minoranza
opposto un regime di resistenza ai Cartagine- della popolazione.
si, ritardandone la penetrazione verso l’inter- In secondo luogo il rientro degli abitanti
no. nuragici nelle antiche sedi delle pianure e
Anche sul piano culturale si sarebbe attuta delle zone collinari conquistate avvenne non
una sistematica opposizione dei Sardi molto tempo dopo le distruzioni conseguite
indipendenti nei confronti dei Cartaginesi e alla conquista, con la creazione di nuovi vil-
dei “collaborazionisti”, mentre i Punici laggi caratterizzati da dimore, influenzate da
avrebbero avviato un processo di accultura- tipologie planimetriche ed edilizie semitiche.
zione dei loro sudditi sardi, con la conse- Inoltre l’assetto dei villaggi e delle singole
guente scomparsa delle forme culturali pro- abitazioni dimostra quella “comodità di vita”
tosarde. che G. Lilliu ha constatato nel villaggio di Su
In realtà una verifica del dominio Nuraxi di Barumini, ricostruito dopo la
cartaginese nell’Isola in base alle fonti lette- conquista cartaginese di quel territorio.
rarie antiche sembra testimoniare una situa- Finalmente, sin dal sec. IV a.C., come
zione simile a quella che la critica storica vedremo più avanti, la cultura materiale dei
moderna ha accreditato. centri abitati della Sardegna è caratterizzata
In particolare si fa riferimento alla III sia da elementi di tradizione punica sia da
guerra sardo-punica per dimostrare che elementi di tradizione protosarda che si
l’antagonismo tra i Cartaginesi e i Sardi per- influenzano reciprocamente, sicché non già
sisteva ancora nel sec. IV a.C.. di acculturazione deve parlarsi a proposito
Tuttavia la scelta di campo operata dai Sar- della civiltà tardo-nuragica, ma di integrazio-
di nel III sec. a.C., a favore dei Cartaginesi e ne della cultura semitica e sarda nella forma
contro gli invasori Romani durante la I e la II della civiltà sardo-punica; integrazione che,
guerra punico-romana, può indiziare una d’altra parte, era già iniziata in epoca fenicia,
relazione tra i due elementi etnici alquanto ma si era interrotta durante gli anni dell’e-
diversa rispetto a quella che ci si attendereb- spansione territoriale fenicia e della conqui-

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sta armata cartaginese. nelle vaste regioni della Sardegna dove si
I materiali rinvenuti nel tempio di Antas affermò la colonizzazione capillare punica i
dimostrano, indubbiamente, che agli inizi del Sardi, convivendo pacificamente con i Puni-
sec. IV a.C. l’integrazione era in atto. Più ci, godettero di un generale benessere e, in
precisamente ad Antas si verificò un fatto di conseguenza dell’intimo e prolungato contat-
estremo itneresse storico-culturale. I Cartagi- to con la civiltà semitica, finirono con l’acco-
nesi, giunti sul posto, allo scorcio del VI sec. glierne numerose forme pur senza perdere la
a.C., trovarono un culto protosardo prestato propria identità.
ad una divinità maschile, considerta padre e Ma, come si è detto, anche la civiltà puni-
caccitore, Babay, che essi interpretarono ca in Sardegna influenzata, sotto diversi
come “Sid”, la persona divina maschile cac- aspetti ed in particolare nel gusto artistico,
ciatrice del mondo semitico. Il fatto però che dalla cultura protosarda, si trasformò nella
Sid, nelle epigrafi di Antas, conservi, come peculiare civiltà sardo-punica, che sopravvis-
apposizione, il nome di Babay dimostra che se al dominio politico di Cartagine, raggiun-
il culto protosardo non morì all’arrivo dei gendo con le sue ultime manifestazioni, la
Cartaginesi, ma sopravvisse condizionando fine dell’evo antico.
lo stesso culto della persona divina semitica. Il quadro delineato ci dimostra che la
Si ebbe dunque, sul piano religioso, un fe- civiltà punica costituì un reale progresso per
nomeno di integrazione. la Sardegna.
Questa situazione si mantenne non solo L’Isola, d’altro canto, non vide introdotta
durante tutto il periodo punico, come denota- dai mercenari al soldo di Cartagine la mala-
no le epigrafi del sec. 1V-Il a.C. ma perdurò ria, che recenti studi antropologici considera-
in età romana. I Romani, infatti, soppressero no presente in Sardegna sin da età eneolitica.
nel culto ufficiale il nome di Sid ed il suo Infine l’opera di abbattimento di piante frut-
attributo punico Addir, ma conservarono tifere attuata nell’isola dai Punici deve essere
l’apposizione di Babay, riferendola a Sardus correttamente interpretata in funzione della
Pater, cui è dedicato il tempio in età severia- monocoltura cerealicola che ebbe straordina-
na e che era semplicemente l’interpretazione rio sviluppo sotto Cartagine e successiva-
romana di Sid Addir. mente, sotto Roma come dimostrano i riferi-
Concludendo possiamo affermare che menti delle fonti letterarie alla ricchezza fru-
inizialmente l’arrivo dei Cartaginesi segnò mentaria dell’isola.
l’avvio di un duro scontro con i Protosardi,
che si protrasse per tutta la seconda metà del
VI e forse per gli inizi del V sec. a.C.
Successivamente però verifichiamo che

40
Capitolo V

Epoca tardopunica
o periodo punico
(sec. IV-III a.C.)

Quest’epoca è ben definita cronologicamen- si con l’essenza stessa delle due cività. Si deve
te da due fatti storici, datati con precisione tener presente infatti che entrambe erano dota-
dalle fonti letterarie antiche: la firma del secon- te di grande vitalità e presentavano caratteri
do trattato fra Cartagine e Roma nel 348 a.C. e che, espressi dai due popoli nella loro vita quo-
l’invasione (con conseguente annessione) tidiana sullo stesso territorio, non avevano
romana della Sardegna, nel 238 a.C.. bisogno di propaganda od imposizione alcuna
Dunque centodieci anni di storia, durante i per esser valutati positivamente e quindi reci-
quali, come dimostrano i documenti archeolo- procamente recepiti.
gici, che saranno esaminati in seguito, si ebbe Così ai Punici dovette apparir positiva la ci-
una ulteriore evoluzione urbanistica, edilizia, viltà protosarda specialmente per l’alto livello
artistica ed artigianale, sia nelle grandi città co- della sua arte, caratterizzata da monumentalità
stiere sia negli insediamenti minori. Vistosi e sapiente equilibrio di forme, spiccata ca-
esempi ditale evoluzione sono le nuove necro- pacità di sintesi figurativa, senso del movimen-
poli con tombe a camera ipogeica e a fossa, to ed abile sintassi compositiva. Della civiltà
realizzate a sud-est di Karali e a nord di Thar- punica invece, gli aspetti (sui quali ci
ros, la costruzione di nuovi paramenti a bloc- soffermeremo in seguito) che dovettero apparir
chi squadrati nelle fortificazioni di Karali, particolarmente positivi agli occhi dei Proto-
Nora, Bithia, Sulci e Tharros, la nuova fase sardi furono certamente la formula insediativa
edilizia del tempio di Sid Addir Babay ad urbana, come valida espressione di una com-
Antas, l’aspetto calligrafico assunto dai carat- plessa e matura organizzazione di vita socio-
teri alfabetici punici nell’epigrafia e il dilagare politica, l’architettura domestica, l’edilizia e le
dello stile grecizzante nell’architettura e nelle tecniche artigianali in genere, per la loro gran-
arti figurative, in Sardegna come nel resto del de funzionalità, come pure la scrittura alfabeti-
mondo punico, anche se con caratteri peculia- ca, quale efficacissimo strumento mnemonico
ri, certo dovuti non solo a differenti tradizioni e d’informazione (forse, ad un certo momento,
culturali fenicie ed all’insularità della provin- usato anche a scopi magici) e, finalmente, la
cia sarda, ma anche alla integrazione religione, per le sue elevate concezioni teologi-
sardopunica. che e morali, la sua forte carica di misticismo
Questa, fra il sec. IV e il III a.C., andò ac- e certe innegabili affinità di base con la propria
quistando sempre maggior consistenza, religione, di sicura matrice mediterranea.
prodotta com’era da una situazione di fatto L’una e l’altra infatti erano espressioni di una
irreversibile quale l’intima e prolungata convi- spiritualità che prescindeva dalle categorie
venza fra Protosardi e Punici (senza dubbio logiche, per assurgere ad una concezione uni-
intensificata dopo la fine della terza guerra taria della divinità, pur nelle molteplici espres-
sardo-punica) e da fattori strettamente connes- sioni o forme che le venivano attribuite. Nel
41
mondo mediterraneo dei Protosardi, quella da Punici confinanti, in cambio di merci acqui-
divinità era sostanzialmente il Principio cosmi- state regolarmente: cera, miele, formaggi,
co della vita, espresso dalla Dea Madre della pelli, bestiame e, forse, anche rame della zona
natura feconda (la Potnia mediterranea, come è mineraria di Gadoni-Funtana Raminosa. In tal
definita dagli studiosi) e dal suo paredro fecon- caso, si avrebbe anzi una prova evidente della
datore Babay o Merre: il Dio Padre universale, funzione positiva assolta dalla colonizzazione
presente nell’acqua di vena. punica anche nei confronti delle popolazioni
Vedremo come, nel semitico mondo dei protosarde delle montagne interne, avviate ad
Cartaginesi, quelle due espressioni della una nuova forma di civiltà di tipo storico, da un
Fecondità divina portassero altri nomi, ma il rapporto commerciale che rappresentava un
concetto teologico era analogo e non venne grande progresso rispetto all’antichissimo
mai meno, neppure quando Cartagine accolse sistema del baratto.
il culto di Demetra, che venne interpretata D’altra parte, che quel rapporto commercia-
come espressione della stessa Fecondità divina le avvenisse non solamente lungo le linee di
femminile e come tale introdotta in Sardegna, demarcazione segnate dai sistemi fortificati
naturalmente subito compresa ed accettata interni ma molto più addentro nella Barbagia,
anche dai Protosardi, che dovettero vedere in sempra esser eloquente indizio la presenza di
lei la loro stessa Dea Madre, come dimostrano molti frammenti di ceramica comune punica,
i suoi numerosi sacelli scoperti entro nuraghi o osservati dal Contu e da altri in alcune località
luoghi di culto nuragico. interne disposte lungo il tracciato di un’antica
La larga diffusione del culto di Demetra via che dalla costa orientale, toccando lerzu ed
(che come è noto, contribuì potentemente al attraversando la Barbagia meridionale,
dilagare dello stile grecizzante nell’arte punica raggiunge la predetta zona mineraria di Gado-
ed è ben documentato non solo nei villaggi ni.* Quei frammenti di una categoria artigiana-
protosardi ma anche, ovviamente, negli inse- le non interessante per gli indigeni, potrebbero
diamenti d’origine fenicio-punica) fu anzi una infatti esser tracce lasciate da mercanti punici
delle caratteristiche di questa epoca, insieme lungo quell’itinerario, sempre che non si voglia
con la comparsa di una categoria artigianale ipotizzare addiriturra la presenza (tutt’altro che
precedentemente estranea, benché non ignota, assurda) di guarnigioni poste da Cartagine per
alla Sardegna punica: la monetazione. garantire la sicurezza dei suoi mercanti, lungo
Questa, voluta dai Cartaginesi su modelli da una via interna, che si dovrebbe però supporre
loro stessi forniti, incontrò grande favore da tanto importante da giustificare una simile
parte degli indigeni protosardi anche delle zo- decisione. In realtà però una presenza perma-
ne montane più interne, come dimostrano i te- nente punica nelle montagne nuoresi (come
soretti di monete puniche rinvenuti nella Bar- pure in quelle a nord-est della Campeda) oggi
bagia e che certo documentano comunque, fra non è dimostrabile e nemmeno appare molto
quegli indigeni ed i cartaginesi, rapporti dai probabile, data l’esistenza dei sistemi fortifica-
quali è difficile escludere l’aspetto commercia- ti interni, che nulla prova abbiano mai cessato
le, anche se è probabile che questo non sia di assolvere la loro funzione difensiva, come
stato l’unico. E possibile infatti che, fra quei protezione del territorio colonizzato da Carta-
tesoretti, alcuni siano frutto di razzie ai danni gine, contro il pericolo di attacchi provenienti
dei Cartaginesi che vivevano nelle adiacenti da zone esterne e non altrimenti controllabili.
zone colonizzate ed altri siano stati portati in
Barbagia da mercenari protosardi ingaggiati in * Mi riferisco a scoperte inedite, effettuate dal
quella regione e successivamente congedati da Dott. A. M. Costa, che qui ringrazio della cor-
Cartagine. Tuttavia è almeno altrettanto possi- tese segnalazione.
bile che si tratti di denaro pagato ai Protosardi

42
Capitolo VI

Epoca sardo-punica
(sec. III-I a.C.)

L’epoca sardo-punica corrisponde ai primi Sardegna i documenti archeologici tipici
due secoli del dominio romano in Sardegna, della civiltà romana databili con sicurezza fra
compresi tra il 238 a.C. (data dell’annessione il 238 ed ii 38 a.C., ove si escluda la grande
dell’isola da parte di Roma) ed il 38 a.C. (an- quantità di ceramica importata dalla Penisola
no della presa di possesso della Sardegna da Italiana ad opera dei mercanti, siano così po-
parte di Ottaviano, in seguito alla definitiva chi e generalmente così poco genuini da far
sconfitta di Sesto Pompeo). apparire irrilevante in quell’epoca la
Quest’epoca, in base alle peculiarità cultu- componente etnico-culturale romana nell’I-
rali, può suddividersi in un periodo sardo- sola; mentre estremamente abbondante ed
punico I (238 a.C.-metà sec. II a.C.) ed in un ancora genuina appare nello stesso tempo la
periodo sardo-punico II (dalla metà del sec. documentazione archeologica sardo-punica,
II al 38 a.C.) caratterizzati rispettivamente da ho ritenuto opportuno dare questo nome a
una prevalenza delle forme culturali di pura tale epoca, proseguendo nell’esposizione di
tradizione punica e da una attenuazione dita- quella che fu la storia fenicio-punica in Sar-
li forme. degna.
Verso la fine di quest’epoca, nel 54 a.C., Nella sequenza degli avvenimenti storici
Cicerone, difendendo Scauro contro le accu- che caratterizzano l’epoca sardo-punica,
se dei Sardi, poteva permettersi (senza tema deve ricordarsi che i prodromi dell’interven-
di esser smentito) di definire costoro “... a to militare romano in Sardegna si individua-
Poenis (orti) admixto Afrorum genere ...”, no al principio della I guerra punicoromana.
cioè “discendenti dei Punici, ai quali si è Le fonti storiche segnalano infatti per il
mescolato un ramo di Africani”. 261 a.C. delle scorrerie di navi cartaginesi sul
Questo, comunque si voglia giudicare litorale tirrenico del Lazio. Le navi,
l’atteggiamento morale del grande Arpinate, evidentemente, dovevano muoversi da basi
dimostra chiaramente che l’integrazione navali della Sardgna (in particolare Olbia) e
sardo-punica fu tanto completa e profonda, forse della Corsica.
che ancora verso la metà del sec. I a.C., la Due anni dopo, la tradizione annalistica
popolazione della Sardegna si presentava con romana attesta la presa di Olbia ad opera di
caratteri etnico-culturali del tutto estranei al L. Cornelio Scipione.
mondo italico-romano ed invece vistosamen- Scipione conquistò Olbia in seguito ad un
te improntati dell’eredità afropunica. Per vittorioso scontro navale nelle acque anti-
questo motivo e tenendo presente come in stanti la città, ingaggiato con l’Ammiraglio

43
cartaginese mercenari presenti in Africa, in seguito al
Annone che, perito nella battaglia, ricevette loro trasferimento dalle posizioni cartaginesi
gli onori funebri dallo stesso vincitore. di Sicilia, all’indomani della conclusione
Nonostante il successo navale e la della I guerra punicoromana.
conseguente presa di Olbia, non pare che L. I mercenari di stanza in Sardegna uccisero
Cornelio Scipione riuscisse a mantenere la dunque il loro comandante supremo, il carta-
piazzaforte di 01bia in possesso romano, ginese Bostare, seminando il terrore nell’Iso-
forse in seguito ad una controffensiva dei la.
Cartaginesi e di Sardi loro alleati, come Nel 239 a.C. i mercenari avrebbero dovuto
deduciamo dall’esplicita testimonianza dei fronteggiare un nuovo corpo di spedizione
Fasti Triumphales e dall’assenza di notizie che Cartagine inviò contro di loro, ma i nuovi
storiche relative a tribù sarde ribellatesi ai contingenti fecero causa comune con i ribel-
Cartaginesi e passate a Roma. li presenti in Sardegna, uccidendo il nuovo
La stessa situazione deve constatarsi per il comandante Annone e massacrando un gran
258 a.C., nel sud dell’Isola, dove in seguito numero di coloni punici.
alla vittoria navale romana, riportata dalla Nello stesso anno i mercenari, ormai
flotta di Sulpicio Patercolo nelle acque di impadronitisi del potere in Sardegna, offriro-
Sulci, forse presso l’isoletta del Toro, l’am- no l’Isola ai Romani.
miraglio cartaginese Annibale si chiuse nella Roma fu perplessa, inizialmente,
piazzaforte marittima di Sulci. Benché i sol- sull’opportunità di accettare l’offerta, fatto
dati di Annibale processassero e condannas- che avrebbe costituito un’aperta violazione
sero a morte il loro ammiraglio, per la con- del trattato del 241 a.C.
dotta tenuta nello scontro navale, tuttavia Nel frattempo il regime di terrore che i
Sulpicio Patercolo sbarcato nel sud-ovest, mercenari avevano imposto sull’Isola
forse a Porto Pino-Porto Botte, non riuscì ad cagionò una violenta reazione da parte dei
approfittare ditale situazione, venendo scon- Sardi, più probabilmente Sardo-punici, che,
fitto da una guarnigione, guidata da Annone, ribellandosi apertamente, scacciarono i mer-
uscitagli incontro, forse muovendosi dalla cenari (239inizi 238 a.C.).
fortezza di Monte Sirai. Costoro, rifugiatisi a Roma, rinnovarono
Nonostante il sostanziale insuccesso Sul- l’offerta dell’Isola ai Romani. In questa occa-
picio ottenne dal Senato il trionfo, registrato sione il Senato romano, accettando l’invito,
dai Fasti con la formulazione De Poeneis e! decise l’invio di truppe per l’occupazione
Sardeis, probabilmente perché alle operazio- della Sardegna (238 a.C.).
ni del 258 a.C. avevano preso parte, accanto Cartagine, che si accingeva alla riconqui-
ai Cartaginesi, dei contingenti sardi. sta dell’Isola con l’invio di un contingente
Questi due episodi conflittuali tra Romani militare, protestò allora con Roma per l’evi-
e Cartaginesi non incisero sul pieno possesso dente violazione del trattato di pace. Il Sena-
punico dell’Isola, che risulta esplicitamente to romano però, formulando la pretestuosa
riconosciuto nel trattato di pace del 241 a.C., affermazione secondo cui i Cartaginesi
col quale si concluse la I guerra apprestavano un corpo di spedizione contro
punicoromana. Roma, impose a Cartagine il pagamento di
Il dominio cartaginese sull’Isola era, tutta- una ulteriore indennità di guerra e di ricono-
via, destinato a restare inconcusso per pochi scere la conquista romana della Sardegna.
mesi ancora. Infatti, nel 241-240 a.C., le La data del 238 a.C. rappresenta
truppe mercenarie stanziate nelle fortezze e naturalmente solo l’avvio della conquista
nelle piazzeforti cartaginesi di Sardegna si romana della Sardegna, in quanto fino al 111
ribellarono, facendo causa comune con i a.C., le fonti antiche testimoniano ripetuti

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scontri tra i Romani ed i Sardi, segno di una che, comandate da Ampsicora (o Hampago-
conquista spesso dichiarata ma non realizza- ra). Questo prestigioso personaggio deve
ta definitivamente. ritenersi di origine sardo-punica, nonostante
Nel 236 a.C. abbiamo notizia di operazio- che l’antroponimo, collegabile all’idronimo
ni romane contro i Sardi, senza che sian Ampsaga, riveli ascendenti africane.
specificati dalla fonte (Dione Cassio, epito- L’intervento di Cartagine, attuatosi con
mato da Zonara) i luoghi e le modalità del una spedizione navale di un contingente mili-
conflitto. tare guidato da Asdrubale il Calvo non fu
Siamo meglio informati degli avvenimenti immediato negli effetti, in quanto una violen-
bellici a partire dal 235 a.C. ta tempesta spinse il convoglio navale verso
Violenti scontri armati si accesero tra i le Baleari.
Sardi ed i Romani, guidati da T. Manlio Tor- Allorquando la flotta cartaginese giunse
quato, che celebrò un trionfo sui Sardi e i sulle coste occidentali della Sardegna, forse a
Cartaginesi. Tharros, un primo scontro tra i Sardo-Punici,
L’anno successivo trionfò sui Sardi Spurio guidati momentaneamente da Osto, figlio di
Corvilio Massimo. Ampsicora, e i Romani, presso Cornus, che
Marco Pomponio Matone celebrò un costituiva il centro propulsore della rivolta, si
nuovo trionfo sui Sardi nel 233 a.C.. era risolto in una grave sconfitta per i
Vittorie sui Sardi non seguite dalla SardoPunici.
celebrazione di trionfi, da parte di Marco Dopo lo sbarco della flotta cartaginese, le
Emilio Lepido e di Publicio Malleolo sono forze congiunte dei Sardo-Punici e dei
ancora segnalate per il 232 a.C.. Cartaginesi marciarono dalla zona di Cornus
Marco Pomponio Matone trionfò verso mezzogiorno, ma contro di loro si
nuovamente de Sardeis nell’anno seguente, mosse Tito Manho Torquato.
facendo largo uso dei cani per la caccia I due eserciti combatterono, allora, una
all’uomo, in quanto i Sardi utilizzavano battaglia campale localizzabile secondo alcu-
nascondigli naturali e artificiali (pseudo- ni studiosi nei dintorni di Cornus, per altri nel
nuraghi) nella difesa contro i Romani. Campidano centrale, tra Sardara e Sanluri.
Seguì un periodo per il quale le fonti, del Comunque, la grande battaglia del 215
resto non numerose, tacciono sul fronte a.C. si risolse in una grave sconfitta della
sardo, segno, forse, di limitati conflitti tra le coalizione sardopunica e cartaginese.
forze romane di occupazione ed i Sardi. I Sardo-Punici, privati del loro comandan-
Alcune nuove rivolte ebbero luogo in te Ampsicora, uccisosi in seguito alla notizia
Sardegna nel 226 e 225 a.C., secondo Zona- della morte del figlio, ed i Cartaginesi super-
ra e Polibio. stiti si ritirarono a Cornus, che in pochi gior-
Successivamente le fonti si soffermano ni d’assedio fu espugnata e subì pesantissime
sugli avvenimenti del 216215 a.C.. imposizioni da parte dei Romani.
Dopo la grande vittoria cartaginese di Can La rivolta del 215 a.C. segnò l’ultimo
ne i Sardo-Punici, intuendo la possibilità di intervento diretto di Cartagine in Sardegna.
affrancarsi dal pesante giogo romano, invia- Possiamo però ritenere che i Punici, sotto
rono a Cartagine un’ambasceria, segnalando forma di consiglieri, intervenissero anche
il favorevole momento per riprendere l’anti- successivamente a fomentare il risentimento
co dominio sulla Sardegna. dei Sardi nei confronti dei Romani.
Cartagine accettò di intervenire Siamo, quindi, informati dalle
direttamente nel conflitto che andava appren- testimonianze letterarie di una vittoria nel
dosi in Sardegna tra i Romani, al comando di 181 a.C. di Marco Pinario Rusca sugli Ilien-
Tito Manho Torquato, e le forze sardo-puni- ses, popolazione interna della Barbagia. E

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interessante notare come, in questo caso le di un’intesa tra Cartagine e gli abitanti della
fonti non menzionino i Sardi, che possiamo Sardegna, in funzione di una mai abbandona-
ritenere fossero gli abitanti dei Campidani, ta volontà di riconquista dell’Isola da parte di
della Trexenta, della Marmilla e dell’Igle- Cartagine, mentre i Sardi (in particolare i
siente, dunque le popolazioni fortemente Sardo-Punici ma, almeno inparte, anche gli
punicizzate. indigeni del centro montano) non potevano
Nel 178 a.C. è attestata un’insurrezione di accettare senza resistere l’imposizione del
Ilienses e Balari, domata da T. Sempronio nuovo dominio, in quanto profondi rapporti
Gracco che nel 175 a.C., in seguito alla sua politici, culturali e, parzialmente, etnici lega-
vittoria, celebrò un trionfo. vano i Sardi ai Cartaginesi.
Secondo una notizia di Floro, però, T. Inoltre l’annessione della Sardegna da
Sempronio Gracco avrebbe trionfato non parte di Roma determinò una radicale ma
solo sulle popolazioni non urbanizzate del- dannosa trasformazione degli orizzonti inter-
l’interno ma anche su alcune città costiere, in nazionali dei commerci sardi. Infatti le città
particolare su Carales. della costa occidentale, vissute per secoli in
P. Meloni ritiene poco verosimile tale noti- funzione del commercio transmarino con
zia, in quanto furono proprio le città maritti- Cartagine, vedevano ridotta improvvisamen-
me della Sardegna a richiedere l’intervento di te la frequenza degli scambi in seguito all’o-
Roma; ma è possibile accreditare il dato di rientamente dei traffici verso la penisola ita-
Floro ritenendo che in alcune città costiere liana, che dovette avvantaggiare la sola
(come era avvenuto a Siracusa nel 215 a.C.) Olbia, in quanto sembra mancassero sulla
durante la guerra condotta da T. Sempronio costa orientale della Sardegna altri grandi
Gracco, avessero avuto prevalenza le fazioni porti.
sardo-puniche ostili a Roma, contro le quali Il complesso di queste cause comportò
avrebbe mosso le sue truppe Gracco. quella storica scelta di campo dei Sardi a
Dopo il trionfo di T. Sempronio Gracco so- favore di Cartagine, negli anni successivi al
no testimonate per la Sardegna la guerra del 238 a.C., destinata, come si è visto, ad una
126-122 a.C., condotta da L. Aurelio Oreste sventurata conclusione.
e conclusasi con un trionfo ed infine quella di Se con il 111 a.C. cessano le notizie di
M. Cecilio Metello, effettuata contro i ribelli ribellioni dei Sardi contro Roma, abbiamo
sardi tra il 115 ed il ill a.C., data in cui Metel- invece testimonianze della numerosa serie di
lo celebrò in Roma l’ultimo trionfo accorda- imprese militari che le fazioni avverse della
to dal Senato per una guerra sarda. Repubblica romana determinarono anche in
Devono menzionarsi infine alcuni scontri Sardegna. NeIl’82 a.C. il legato sillano L.
navali di scarsa rilevanza tra la flotta romana Marcio Filippo si impossessò dell’Isola vin-
e cartaginese nelle acque circostanti la Sarde- cendo il pretore manano Q. Antonio Balbo.
gna. Le battaglie, che ebbero sempre esito Nel 78 a.C. il console mariano M. Emilio
avverso per i Punici, sono indicate dalle fonti Lepido si ritirò in Sardegna assediando le
per il 215, ii 208, il 205 ed il 203 a.C.. città costiere, fra cui probabilmente Tharros,
Questo lungo elenco di rivolte sarde dimo- fino a che non venne sconfitto dal governato-
stra l’estrema difficoltà con cui Roma proce- re fedele al partito senatorio L. Valerio Tria-
dette al rafforzamento ed alla conferma della rio.
propria conquista della Sardegna. La guerra tra i Cesariani e Pompeiani si
D’altro canto il fatto che le fonti menzionino manifestò tragicamente anche nell’isola.
insistentemente i Sardi a fianco dei Nel 49 a.C. Q. Valerio Orca occupò l’Isola
Cartaginesi nel ricordo delle vittorie riporta- a nome di Cesare, mentre Carales, di propria
te dai Romani, sembra dimostrare l’esistenza iniziativa, scacciò il pompeiano M. Aurelio

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Cotta. relativa al I periodo, fino alla metà del seco-
I Cesariani governarono l’Isola a partire lo II a.C., dimostra una totale persistenza
dal 48 a.C. con S. Peduceio, attirando sulla delle officine scrittorie cartaginesi, che conti-
Sardegna la reazione dei Pompeiani. Infatti nuano ad utilizzare caratteri calligrafici puni-
nel 47 varie flotte pompeiane compirono ci, come documenta tra gli altri il più celebre
scorrerie a danno dei centri costieri sardi, riu- testo epigrafico dell’epoca: la base bronze
scendo ad ottenere il passaggio di Sulci dalla trilingue di S. Nicolò Gerrei con dedica ad
parte di Pompeo. Eshmun-AsklepiosAescolapius Merre, data-
L’anno successivo Cesare, vinti i Pompeia- bile alla prima metà del secolo II a.C.
ni a Thapsos, giunse in Sardegna premiando Mentre nell’epigrafia del periodo sardo-
i Caralitani per la loro fedeltà e gravando punico Ii comincia ad essere abbandonata la
invece di un pesantissimo tributo Sulci. Que- tradizione del ductus calligrafico cartaginese
sta città, durante il periodo di prevalenza e si avvia l’uso dei caratteri corsivi punici,
della fazione filopompeiana, dovette subire ossia del c.d. neopunico. Possiamo, per
inoltre l’offensiva dei Cesariani, attestatisi esemplificare, citare il testo bilingue di Sulci
nell’antica fortezza di M. Sirai, che fronteg- (di età sillana o cesariana) con dedica ad Elat,
gia Sulci. che presenta i suddetti caratteri corsivi.
Dopo la scomparsa di Cesare, Sesto Pom- La documentazione archeologica dell’epo-
peo, tentando di inserirsi nei giochi politici ca sardo-punica, conferma il giudizio espres-
internazionali, occupò la Sardegna nel 40 so in base alle testimonianze epigrafiche,
a.C., tenendola per due anni. Con il 38 a.C., relativamente alla persistenza culturale feni-
data della presa di possesso dell’isola da cio-punica, integrata con la componente indi-
parte di Ottaviano, cessarono i conflitti mili- gena, non solo nelle città marittime e negli
tari in Sardegna. insediamenti minori ma anche nelle aree di
Dal quadro che fino a qui abbiamo traccia- occupazione protosarda, quale la regione di
to di questa epoca si evince che i primi due S. lacci di S. Nicolò Gerrei, sede del culto di
secoli di dominazione romana sull’isola Eshmun-AsklepiosAescolapius.
segnarono un generale impoverimento della Il centro di Monte Sirai, ampiamente
Sardegna, provata dalle vicissitudini belliche, scavato, offre una ricchissima documentazio-
dalla trasformazione degli assetti commer- ne relativa a questa epoca, in ambito urbani-
ciali mediterranei a spese delle antiche citta stico, nelle tecniche edilizie e nel campo
portuali feniciopuniche e dalle vessazioni tri- della cultura figurativa e materiale in genere,
butarie romane. di cui sono esempio significativo stele del
La presenza romana-italica, come si è tophet.
detto, risulta minoritaria a fronte del fondo Le città costiere restano, in modo evidente,
etnico sardopunico. centri di tradizione punica, in cui l’elemento
Conseguentemente i documenti culturali sardo risulta, comunque, impercettibile.
di questa epoca sono prevalentemente riferi- A Nora e Tharros, le abitazioni e le botte-
bili alla civiltà sardo-punica. L’esame delle ghe ascrivibili a questa epoca in base alla
testimonianze epigrafiche e di cultura mate- stratigrafia non sono affatto differenti, per
riale di questa epoca, ne impone, come impianto icnografico e modi costruttivi, dagli
abbiamo visto, la suddivisione in due periodi: esempi dell’età tardo punica. Si noti al
il primo caratterizzato da una maggiore ade- riguardo che nei due centri citati la tecnica
renza culturale alla tradizione punica; il del muro a telaio è meglio documentata in
secondo invece rivela una relativa trasforma- epoca sardo-punica, piuttosto che nell’età
zione della cultura sardo punica. precedente, forse in rapporto ad un’introdu-
Nel campo epigrafico la documentazione zione ditale tecnica in Sardegna più tardiva

47
rispetto ad altre aree (Sicilia, Nord Africa pertinenti.
etc.), ma pur sempre in epoca punica, cono- A Karali il prosieguo dell’utilizzo delle
scendosi esempi dei sec. 1VIl! a.C. (Nora). tombe ipogeiche di Tuvixeddu e l’uso delle
A Sulci le mura dell’epoca cesariana sono tecniche edilizie puniche è attestato ancora
realizzate nella stessa tecnica delle cortine durante la fine del sec. III ed il II a.C.. In con-
murarie dei periodi precedenti. Nella necro- clusione, lo studio dei fenomeni di persisten-
poli di questo centro, si osservano le deposi- za della civiltà cartaginese (nelle forme della
zioni tardopuniche contigue a quelle sardo- cultura sardo-punica) in Sardegna durante il
puniche, indistinte dalle prime quanto a dominio politico della Repubblica romana
rituale. Prosegue, inoltre, l’utilizzo delle documenta la sostanziale pertinenza dell’iso-
tombe a camera ipogeica, durante l’età tardo- la, durante i primi due secoli di dominio
repubblicana, probabilmente ad opera dei romano, alla sfera culturale di Cartagine.
gruppi gentilizi punici cui gli ipogei erano Il rapporto fra i Sardo-Punici, ormai com-

48
Capitolo VII

Epoca sardo-punica-romana
(sec. I a.C.-IV d.C.)

pletamente integrati (ovviamente con preva- di opere pubbliche realizzate (strade, ponti,
lenza punica nella cultura urbana e sarda in acquedotti, terme) ed al ritorno del benesse-
quella rurale), cd i Romani durante la pax re, dovuto alla crescente sicurezza dell’indi-
romana dell’Impero si svolse secondo le viduo e ad una gestione generalmente equa
leggi della storia e della psicologia umana, delle risorse economiche isolane da parte dei
come già era stato di quello fra Protosardi e funzionari romani.
Cartaginesi, dal sec. V al III a.C.. Come allo- Si determinò così l’integrazione sardo-
ra infatti, cessato lo scontro violento, instau- punico-romana, che procedette però gradual-
ratasi un’amministrazione rigida, ma non mente e lentamente, perché forte di millenni
vessatoria anzi benefica perché saggia e era l’eredità sarda e profonda di secoli l’im-
garante degli interessi privati, arrivati e mol- pronta di Cartagine, che aveva raccolto il
tiplicatisi i coloni che, modificando il quadro retaggio fenicio e lo aveva arricchito con la
etnico e vivendo la propria civiltà, inevita- sua esperienza formatasi a contatto con quasi
bilmente la diffondevano, allo scontro suben- tutti i popoli del mondo antico.
trò il confronto. I progressi di talc integrazione inducono a
Questo fu senza dubbio favorito distinguere in quest’epoca tre periodi che
dall’accorta politica imperiale romana che, possono esser definiti come indicato qui
pur introducendo in Sardegna, insieme con la sotto.
lingua latina, le proprie istituzioni pubbliche a) - Periodo sardo-punico-romano l (sec. I
civili, militari e religiose, lasciò sussistere di a.C. - I d.C.), durante il quale il livello eco-
Cartagine la lingua, la scrittura, la magistra- nomico dell’isola appare migliorato, certo in
tura municipale dei sufeti e la religione, conseguenza della ripristinata pace politica e
documentate almeno fino all’età di Caracalla, forse anche della ripresa di attività mercanti-
dalle epigrafi di Bithia e di Antas; mentre le li lungo la costa occidentale, dopo la rinasci-
iscrizioni latino-puniche di S. Salvatore di ta di Cartagine, sia pure come colonia roma-
Cabras dimostrano come qualcosa della reli- na.
gione sardo-punica e della lingua fenicia Dal punto di vista culturale, il periodo ap-
sopravvivesse ancora nella Sardegna di età pare ancora caratterizzato da una forte preva-
costantiniana. Ma la componente romana era lenza della componente sardo-punica, rivela-
favorita e prevalse specialmente grazie alle ta dalle tecniche edilizie, l’architettura, le arti
strutture pubbliche statali, (efficienti e di figurative e l’artigianato, che, generalmente,
fatto presenti ovunque), all’utilità delle gran- sono molto simili a quelli dell’epoca prece-

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dente; che ricordano quello protosardo, rinvenute
mentre l’epigrafia, insieme con la sopravvi- nel territorio di Muravera) e dell’edilizia
venza delle istituzioni civili municipali, della (muri a pietrame bruto cementato con malta
religione e dell’onomastica puniche, docu- di fango, non solo nelle più tarde abitazioni
menta anche quella della lingua e dell’alfabe- dei villaggi di origine protosarda, ma anche
to (sia pur espresso in caratteri corsivi) di nelle case di Tharros, Nora ecc. e persino nel-
Cartagine. l’elevato del tempio di Antas ricostruito in
La componente romana però è ormai atte- età severiana). Ricorderemo anzi come in
stata non solo da molti manufatti mobili quel tempio anche lo stile e la tecnica edilizia
d’importazione e da un’abbondante epigrafia delle colonne ripetano formule dell’epoca
latina, ma anche da alcune tipiche opere tardopunica; così come di tradizione tar-
pubbliche, fra le quali spicca il grande ponte dopunica ispirata a modelli ellenistici appare
di Turris Libyssonis, databile alla prima metà la tecnica usata nel sec. II d.C. a Nora per
del sec. I d. C. sostenere la cavea del teatro, poggiandola
b) - Periodo sardo-punico-romano 2° (sec. I- sopra un terrapieno artificiale anziché sopra
111 d.C.), durante il quale il rapporto fra la sostruzioni agibili. Quanto ai canoni architet-
componente sardo-punica e quella romana tonici, basti ricordare sia quello della casa
appare capovolto, rispetto al periodo prece- punica a pianta asimmetrica, provvista di
dente, con una vistosa prevalenza della com- vani disposti su due soli lati del cortile inter-
ponente romana che si accompagna ad una no, ancora presente nel primo impianto (sec.
forte ripresa del commercio con l’Africa, I d.C.) della c.d. villa di Tigellio a Cagliari,
documentata dalla enorme quantità di anfore sia quello del sacello templare punico, a
olearie e di vasellame da mensa di produzio- pianta rettangolare tripartita nel senso della
ne africana, di cui si sono trovati i frammen- profondità, orientato a nord con gli angoli e
ti in Sardegna. provvisto di penetrale geminato nel fondo,
Questo periodo, che vede sempre più canone rigorosmente applicato ancora nel
abbondante nell’isola l’epigrafia latina, è sacello di età severiana ad Antas ma, sia pur
caratterizzato da una intensa attività edilizia, con qualche anomalia, ben riconoscibile
con la costruzione di edifici pubblici tipica- anche a Tharros, nel tempio di Demetra (sec.
mente romani nella tecnica e spesso anche Il-Ill d.C.) ed a Nora, nel tempio vicino al
nella destinazione (terme, anfiteatri, teatri, teatro (sec. I-Il d.C.). Né si deve dimenticare
templi, acquedotti, ponti e vie lastricate). Né come, nelle grandi città costiere di origine
si deve dimenticare come in questo periodo si fenicia e specialmente a Nora e Tharros, dove
affermino in Sardegna anche l’arte e l’arti- gli scavi sono più estesi, nell’assetto urbano
gianato romani, con importanti manifestazio- di questo periodo sia ancora possibile coglie-
ni della scultura monumentale, dell’arte re il riflesso di quello che tali città avevano
musiva, della ceramica vascolare e dell’arte durante l’epoca tardopunica.
vetraria. Come esempio di sopravvivenza nel setto-
La componente sardo-punica però è anco- re dell’epigrafia e delle istituzioni, basti cita-
ra molto evidente, sia nei centri urbani sia nei re la famosa epigrafe in lingua punica, rinve-
villaggi, attraveso la sopravvivenza non solo nuta nel tempio c.d. di Bes a Bithia (sec. IlIll
dell’epigrafia, delle istituzioni e di tecniche d.C.), ove è interessante notare anche la
artigianali, ma anche di canoni architettonici. sopravvivenza dell’onomastica sia punica sia
Come esempi di tecniche sopravvissute di tipo non semitico né indoeuropeo e quindi
ricorderemo quelle della ceramica vascolare probabilmente sarda.
(urne con reminiscenze puniche, ma di età e) - Periodo sardo-punico-romano 3° (sec.
flavia, rinvenute a Tharros ed altre d’impasto 1111V d.C.) che vede ancora, accanto alla

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componente romana ormai trionfante, alcune moneta costantiniana trovata inglobata nel
manifestazioni di quella sardo-punica, do- pavimento del sacello.
cumentate con sicurezza almeno fino all’età Questo infatti, ancora nella sua ricostruzio-
costantiniana, cioè tra la fine del sec. III e gli ne tardoromana, presenta la pianta punica tri-
inizi del IV d.C.. A quella data infatti risalgo- partita, con un significativo penetrale
no gli intonaci che rivestono le pareti del gemmato nel fondo.
tempio ipogeico di Marte e Venere sotto la Sarebbe errato però ritenere che, in questo
chiesa di S. Salvatore di Cabras; periodo, la sopravvivenza culturale sardo-
intonaci sui quali appare, ripetuta molte punica sia stata limitata al settore linguistico
volte, l’invocazione punica “Rufù” (“Cura” ed a quello religioso. Infatti, benché non si
oppure “Guarisci”), scritta da mani diverse, conoscano ancora esplicite prove archeologi-
in nesso alfabetico latino e chiaramente rivol- che in proposito, si può senz’altro affermare
ta alle persone divine venerate nel tempio. che anche la tipica architettura domestica
Ovviamente, non è da escludere ed è anzi punica e le sue tecniche edilizie (fondate sul-
probabile che talune di quelle invocazioni l’uso del mattone crudo e del pietrame bruto
sian state scritte in età ancora più tarda di di piccole e medie dimensioni, cementato
quella costantiniana ma, purtroppo, oggi non con malta di fango e rinforzato intercalando
pare possibile dimostrarlo. E invece dimo- nei muri grossi blocchi disposti o no a forma-
strata da un frammento di epigrafe ufficiale re pilastri) sopravvissero tenacemente, supe-
latina scritta in uno dei vani, la pertinenza rando addirittura di moltissimi secoli l’età
degli intonaci ad una riconsacrazione del costantiniana, se ancora oggi si possono
tempio, il quale era dunque più antico, come vedere applicate, specialmente nelle campa-
del resto conferma la stratigrafia, che ha gne della Sardegna sudoccidentale.
restituito la documentazione di uno strato Né vanno dimenticate le sopravvivenze
archeologico intatto di età nuragica. L’ipo- dell’onomastica punica, specialmente nei
geo, nel quale era praticato il culto per una toponimi, giunti fino a noi leggermente alte-
coppia divina guaritrice, considerata presente rati o mutili, ma ancora ben riconoscibili.
nelle acque salutari di un pozzo sacro, era Ovviamente, si possono citare in proposito
stato dunque realizzato come tempio a pozzo prima di tutto i nomi antichi delle grandi città
protosardo ed il suo culto era giunto fino alla costiere: Karali, Sulci, Bosa e Nura, soprav-
tarda età romana, naturalmente passando vissuti in quelli di Cagliari, Sulci, Bosa e
attraverso forme d’integrazione cultuale, che Nurra. Ma debbono esser ricordati anche altri
significative analogie fra la sua iconografia e due nomi moderni di città, sicuramente di
quella del tempio di Antas, dimostrano prima origine punica: Magomadas (documentato in
sardopunica e poi sardopunicoromana. ben quattro diverse località e che in punico
Accanto alla documentazione della doveva suonare “Maqòm hadash”, cioè
sopravvivenza cultuale sardo-punica fornita “Luogo nuovo”, da “maqòm” = luogo e
dal Sinis di Cabras ed a quella ovvia dell’I- “hadash” = nuovo) e Macomer (che si ritiene
glesiente settentrionale, ove il culto nel tem- sorga sul luogo dell’antica “Maqopsisa”, ma
pio di Antas sopravvisse certamente sino alla che potrebbe derivare il suo nome da
fine del paganesimo e quindi almeno sino “Maqomhàr”, cioè “Luogo del monte”, for-
agli ultimi anni del sec. IV d.C., si colloca la mato aggiungendo a “maqòm” il termine
documentazione fornita, a Nora, dal tempio “har” = monte, forse per indicare la parte di
ubicato a Sa Punta ‘e su Coloru, di antichis- Macopsisa posta sopra un’altura, cioè l’acro-
sima origine feniciopunica ma ricostruito in poli, come Birsa e Cartagine o Castello nella
forme monumentali fra il sec. III e il IV d.C., Cagliari moderna. Questa ipotesi, che
come indicano la tecnica edilizia ed una spiegherebbe il silenzio assoluto delle fonti

51
antiche sul nome di “Maqomhàr”, appare latinizzata di “Ghersakòn”, con probabile si-
particolarmente plausibile ove si tenga pre- gnificato analogo al precedente). Fra i
sente come, durante il medioevo, per motivi toponimi che conservano chiaramente il
di sicurezza, le popolazioni urbane spesso ricordo di nomi divini punici, sono Tanì (da
abbandonassero la parte bassa delle città per “Tanit”), Siddi (da “Sid”) e Maimone (da
vivere nella sola acropoli, il cui nome antico “Maimò” cioè Acqua di Lui, allusivo all’ac-
aveva quindi maggiori probabilità di soprav- qua come manifestazione o forma sensibile
vivenza che non quello con il quale origina- di Baal. Tale nome, benché non menzionato
riamente veniva chiamata l’intera città). Altri nella sua forma punica da alcun testo antico,
toponimi sardi derivati da nomi comuni puni- era probabilmente contenuto nel testo punico
ci sono certamente Sirai (da “tsur” = rocca o del giuramento di Annibale (purtroppo per-
rupe fortificata), Mitza (da “mitsa” = sorgen- venutoci solo in greco), dove le acque sono
te), Avendrace (da “aven” = pietra e “derek” menzionate quali manifestazioni della divi-
= cammino o via, col significato di ‘’Pietra nità. In Sardegna però esso è ricostruibile
della via’’, cioè ‘’Miliario’’, certo riferito al filologicamente dal nome di un demone idro-
fatto che nella località doveva trovarsi la pie- logico del folklore locale, che porta appunto
tra miliare da cui partiva la grande via diretta il nome di Maimone derivato dai due vocabo-
da Karali verso il nord) e forse anche, se non li punici “maim” (= acqua) ed “o” (= di lui) e
sono di origine araba, Assemini (da “has- documentato nell’Oristanese e nell’I-
sheminì = l’ottavo, cioè “l’ottavo miglio” da glesiente fino all’età moderna.
Karali), (Pranu) Camisa (da “hemishì” = Si aggiungano finalmente i significativi
quinto) ed Arbatax (formato chiaramente col indizi forniti dall’archeologia paleocristiana,
numerale “arbà” = quattro). Altri toponimi che solo nelle regioni di tradizione punica,
ancora conservano nella Sardegna moderna il fra le quali la Sardegna, conosce l’uso dei
ricordo di nomi punici di persone umane o seppellimenti entro grandi anfore (“enchytri-
divine. smòs”) e nelle tombe “a cupa”, praticato fino
Fra i primi si possono citare Arixi e (S. An- al sec. 1111V d.C. ed oltre, almeno nel caso
na) Arresi (da “Arish”, col probabile signifi- delle tombe “a cupa”, che raggiungono anche
cato di “(Possedimento della famiglia di) il sec. VI d.C.
Arish”) oppure Gesico (da “Gisakò”, forma

52
Parte seconda

ANTICHITÀ, ARTE
E ARTIGIANATO

53
54
Capitolo I

La città, le fortificazioni
e la viabilità extraurbana

Uno dei più importanti contributi dato dai menti fenicio-punici minori i quali, per le
Fenici all’evoluzione della Sardegna verso loro esigue dimensioni o per l’assenza di
forme di civiltà storica, fu senza dubbio reperti che documentino l’esistenza di una
l’introduzione nell’Isola della formula socio- popolazione civile, non possono definirsi
politico edilizia della città, che, a tutt’oggi, città, ma villaggi (ad esempio quelli proba-
risulta del tutto sconosciuta alla civiltà nura- bilmente abitati da pescatori lungo la costa
gica prima del sec. VIII a.C. dell’Iglesiente settentrionale) o forti (ad
Fino a quel tempo infatti i Protosardi ave- esempio quello che, in periodo punico l, riu-
vano dato origine ad agglomerati umani, an- tilizzò, certo a scopo militare, un nuraghe in
che di notevoli dimensioni, ma sempre for- localita S. Biagio di Furtei, con il conseguen-
mati da singole abitazioni sorte l’una accan- te stanziamento di una guarnigione, alla
to all’altra senza rivelare alcun piano di quale non sembra però si affiancasse allora
aggregazione precostituito in funzione delle un nucleo di popolazione civile).
varie esigenze di vita sociale della popolazio- Il Pais ipotizzò che in alcuni insediamenti
ne che doveva abitarvi. Quegli agglomerati, costieri (ad esempio in quello ubicato
dall’aspetto che il Lilliu giustamente defini- nell’isoletta detta poi Buccina dai Romani) si
sce “arruffato” e che sembrano realizzati da praticasse l’industria della porpora e si
nuclei familiari costretti alla convivenza da potrebbe quindi ritenere che, fra le città
necessità difensive, ma abitualmente chiusi costiere, alcune avessero carattere industriale
in se stessi, in una pratica di vita caratterizza- oltre che mercantile; ma l’archeologia non ha
ta da fortissimo individualismo, non possono ancora fornito alcuna conferma in proposito
dunque dirsi altro che villaggi. In essi infatti e, quindi, è oggi inutile soffermarsi su tale
manca proprio quella pianificazione edilizia ipotesi.
precostituita in funzione di complesse esi- Altrettanto dicasi di quella, non meno
genze di vita sociale, che fa di un grosso plausibile ma non ancora archeologicamente
agglomerato umano una città e che invece dimostrata, dell’esistenza di città dal preva-
caratterizza appunto, fin dalle epoche più lente carattere minerario. Per ora, dunque, è
antiche, i maggiori insediamenti fenicio- bene limitarsi a distinguere le città fenicio-
punici, sia sulle coste sia nell’interno del ter- puniche di Sardegna in costiere ed interne,
ritorio. ciascuna delle quali con un proprio nucleo
Ovviamente, però, non bisogna dimentica- originario variamente articolato ed una pro-
re che in Sardegna vi furono anche insedia- pria dinamica evolutiva, determinata dalla

55
Fig. 13bis. Planimetria generale del settore settentrionale di Tharros.

56
57
Fig. 14. Tharros. Prospezione subacquea del 1979.

58
Fig. 15. Tharros. Schema delle fortificazioni settentrionali.

59
Fig. 16. Tharros. schema delle for-
tificazioni settentrionali (partico-
lare)

Fig. 17. Tharros. Fossato nella
terza linea delle fort ificaziopii set-
tentrionali-Sec. V a. C..

Fig. 18. Tharros. Postierla oc-
cidentale nella terza linea del-
lefortificazion i settentrionaliSec.
Va. C.

60
configurazione del terreno ove sorgeva, dalle “Dopo esser giunti, sbarcano queste mercan-
possibilità di espansione offerte dal territorio zie e le espongono in ordine sulla riva ...”. La
immediatamente circostante e dallo scopo piazza del mercato, come ed ancor più che in
con il quale era stata fondata. qualsiasi città marittima antica, doveva dun-
Le città costiere, fondate in funzione del que esser adiacente al porto e formare con
commercio marittimo, possono veramente questo un binomio inscindibile (tipico esem-
dirsi nate dal mare, in quanto che il loro pio Karali, con il suo porto nella laguna di S.
nucleo originario gravitava necessariamente Gilla e l’adiacente piazza del mercato nell’a-
attorno ad un punto focale rappresentato dal rea dell’attuale Piazza Carmine); binomio
porto e dalla piazza del mercato, ad esso che sarà stato anzi un polinomio quando,
necessariamente e direttamente unita per esi- come spesso accadeva, i porti erano più
genze funzionali, come è logico dedurre dalla d’uno, per consentire sempre l’ancoraggio in
meccanica del commercio marittimo fenicio acque tranquille, quale che fosse la direzione
descritta da Erodoto nel già citato passo: del vento (es. Nora, con la sua piazza del

61
Fig. 19. Tliarros. La postierla
occidentale nella terza linea
delle fortificazioni puniche set-
tentrionali, con l’occlusione di
periodo romano.

mercato, divenuta foro in epoca romana, vicende edilizie della città (escavazioni o
approssimativamente equidistante dai vicini discariche). Tuttavia nessuna scoperta
porti di nord-est e di sud-ovest). Né questa archeologica è venuta finora a fornire nuovi
inderogabile norma urbanistica contrasta con elementi di giudizio, tali da consentire di
la probabile presenza di approdi sussidiari, modificare sensibilmente ed in modo irre-
che sfruttassero situazioni del1i costa in set- futabile quanto lo scrivente ritenne di poter
tori periferici o esterni (anche se vicinissimi) dire nel lontano 1961 e cioè che quei porti
all’insediamento, favorevoli all’approdo ma sembrano esser stati realizzati non costruen-
non allo sviluppo urbano, per ubicazione o do moli, ma sfruttando favorevoli condizioni
per configurazione del terreno adiacente. naturali del terreno, magari migliorate con
Talc può considerarsi il caso dell’approdo opere di escavazione che livellassero o retti-
naturale creato, nell’estremo settore orientale ficassero banchi di roccia costieri, emergenti
di Nora, dalla felice disposizione ad angolo di un paio di metri dal pelo d’acqua, così da
retto dell’antica penisoletta (oggi isoletta) del formare delle vere e proprie banchine, alle
Coltellazzo rispetto alla punta ove sorge la quali accostare di fianco le navi, mediante
Torre di S. Efisio. opportune manovre d’attracco, realizzate con
Ancor oggi l’aspetto dei porti fenicio- l’aiuto di corde azionate da bordo e da riva.
punici in Sardegna è oggetto di studi e ricer- Infatti, mentre negli specchi d’acqua anti-
che nonfacili, dati i sensibili mutamenti subi- stanti le antiche città portuali di Sardegna
ti dalle coste ad opera di fattori naturali non si è ancora scoperto alcun molo costrui-
(abbassamento della costa) e delle successive to, sicuramente databile ad epoca pre-roma-

62
Fig. 20. Tharros. Cortina muraria “a cremagliera” sul colle di S. Giovanni Sec. 1V-Il! aC.

na, restano invece ancora visibili a fior d’ac- ora semissommerse, per un fenomeno natu-
qua, sia a Nora che a Tharros, estesi tratti rale di abbassamento, frequente lungo le
della costa rocciosa, che si presentano troppo coste sarde.
pianeggianti e rettilinei per potersi considera- Era uso dei Fenici “effodere portus”, come
re semplicemente come particolari aspetti dice Virgilio parlando della nascente Cartagi-
della configurazione naturale del luogo, tanto ne, ed era quindi perfettamente logico che,
più che essi coincidono sempre con luoghi esistendo già un ottimo molo naturale costi-
adatti per approdare al riparo da uno dei venti tuito da una penisoletta, ci si preoccupasse in
dominanti. E dunque molto più logico ritene- primo luogo di creare le banchine tagliando-
re che si tratti di rocce tagliate e spianate arti- le nella roccia della costa (magari utilizzando
ficialmente, che dovettero costituire le più poi il materiale di risulta per costruire edifici
antiche banchine, alte un paio di metri sul o le mura urbane), piuttosto che elevando
pelo d’acqua nell’epoca fenicio-punica ed dinanzi a questa delle opere artificiali in

63
Fig. 21. Tharros. Fortificazioni del colle di S. Giovanni. Basamento in blocchi squadrati del torrione semicircolare.Sec.
1Vu a.C.

muratura di dubbia solidità. Del resto, nuovi profondità è impossibile dire oggi quale
elementi a favore della tesi di opere portuali aspetto avesse in età preromana la piazza del
fenicio-puniche realizzate in Sardegna mercato che si apriva sul porto e che ovvia-
mediante lavori di escavazione, sono stati mente divenne poi il foro. Tenendo presente
forniti da esplorazioni topografiche attuate la funzionalità e la tendenza ad adeguarsi alla
durante gli anni sessanta, che hanno portato configurazione del terreno che caratterizzano
alla scoperta di un largo canale tagliato in tutta l’edilizia feniciopunica, possiamo però
roccia, che mette in comunicazione la laguna ritenere plausibile ipotesi che il suo aspetto
di Porto Pino col mare e di un picolo bacino variasse da città a città, secondo le esigenze
tondeggiante costiero che suggerisce l’idea locali. Certo doveva essere abbastanza spa-
di un modesto cothon fenicio-punico, esi- ziosa e circondata da edifici adibiti a deposi-
stente sul versante orientale del Capo Frasca. to di merci e di attrezzature marittime, non-
In mancanza di esaurienti scavi in ché ad alloggio specialmente per marinai e

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guardiani. Il fatto che tanto a Nora, quanto a lo”) presso il porto di Cartagine.
Tharros e Karali, gli scavi abbiano accertato All’estrema periferia, se non addirittura fuori
la presenza di almeno un’area sacra di sicura dell’area urbana, si doveva trovare invece il
origine preromana nelle immediate vicinanze tophet, come dimostrano gli esempi di Sulci,
della zona portuale, induce a ritenere che Tharros, Nora, Bithia e probabilmente anche
questo rispecchi una norma costante della Karali, ove appare ancora plausibile l’ipotesi
città costiera fenicio-punica, del resto ovvia e che fosse ubicato nella zona di S. Paolo.
suggerita anche dalle notizie letterarie relati- Né questa norma è smentita dall’esempio
ve alla presenza di un tempio (detto “di Apol- di Cartagine (unico finora conosciuto), ove

Fig. 22. Tharros. Cisterna “a bagnarola” con copertura a doppio spiovente. Quartiere di abitazioni presso il Tempio ‘delle
semi colonne doriche”. Periodo punico.

65
Fig. 23. Sulci (S. Antioco-CA). Topografia archeologica. I -Fortino punico-romano. 2 - Ponte romano. 3 - Nuraghe e for-
tificazioni puniche. 4 - tophet. 5 - Mausoleo punico-romano. 6 - Fontana romana. 7 - Caste/lo Castro. 8 - Necropoli feni-
cio-punica-romana. 9 - Tombe romane. 10 - Tempio punico-romano. 11 - Area del ‘Cronicario “. 12 - Edifici punici e roma-
ni. 13 - Cave puniche. 14 - Tombe giudaiche. 15 Fortificazioni fenicio-puniche. . antica una di costa.

l’ubicazione del tophet in regione Salambô e generalmente addossata alla cinta muraria
quindi in pieno centro urbano, presso i porti, urbana, in modo che parte della sua cinta for-
si spiega tenendo presente che l’escavazione tificata si identificava con un settore di quel-
dei due grandi bacini portuali dovette richie- la.
dere un notevole lasso di tempo, durante il Inoltre, all’interno dell’acropoli (conic di
quale porto e piazza del mercato erano certa- norma in tutto il mondo antico, semitico o
mente altrove, molto probabilmente (come indoeuropeo) doveva trovarsi anche un’area
bene ipotizzarono i Picard) sulla riva setten- sacra, ben documentata a Tharros (tempio del
trionale della laguna di Tunisi, ad ovest del Capo S. Marco) e Sulci (tempio presso il c.d.
Kram e quindi a notevole distanza dalla Castello), ma ipotizzabile anche a Karali (nel
regione Salambô. luogo dell’attuale Cattedrale, ove si è trovata
Esigenze di funzionalità che in questo una sfinge di età romana, oggi nel Museo
caso, si concretavano nella volontà di sfrutta- Nazionale di Cagliari e certo pertinente ad un
re tutte le possibilità di difesa offerte dal ter- tempio, durante l’impero dedicato ad una
reno, condizionarono certamente la scelta del divinità, probabilmente Iside, nella quale
luogo ove costruire l’acropoli, ubicata quan- però è facile riconoscere l’erede di una per-
to più possibile vicina al porto ma anche nel sona divina femminile feniciopunica).
luogo più facile a difendersi. Questo spiega Ovviamente, anche la cinta muraria urbana
perché, almeno allo stato attuale delle nostre veniva realizzata seguendo un tracciato che
conoscenze, le acropoli di Karali e Sulci rispecchiava criteri di rigorosa funzionalità
appaiano meno prossime ai rispettivi porti, di militare. Quindi, se le posizioni che offrivano
quanto non siano quelle di Nora e Tharros. migliori possibilità di difesa non erano molto
Comunque, a giudicare dagli esempi noti, vicine al porto, poteva accadere che, sin dalla
sembra che si possa dire che l’acropoli era fondazione della città, le mura avessero un

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Fig. 24. Bithia (Domus de Maria-CA). Topografia archeologica della città fenicio-punica. 1 - Tophet. 2 - Necropoli. 3 -
Tempio c.d. di Bes. 4 - Acropoli. 5 - Fortificazioni urbane. 6 - Resti di abitazioni. 7 - Luogo di culto.

tracciato notevolmente lungo e racchiudesse- cora in un’epoca databile fra la metà del sec.
ro un’area assai più vasta di quella inizial- VI e la metà del IV a.C., l’area occupata dal-
mente occupata dall’abitato. Lo stato attuale l’abitato non coincideva con quella più ampia
delle ricerche archeologiche nelle città inclusa entro le mura urbane.
costiere feniciopuniche di Sardegna, non l possibile ed anche probabile che, inizial-
consente ancora di esemplificare questo mente, il principio della funzionalità abbia
fenomeno con sicuri dati di trovamento rela- indotto i coloni fenici a proteggere rapida-
tivi all’epoca fenicia. Tuttavia, tale eventua- mente la loro nuova città, costruendo la cinta
lità va tenuta presente, almeno come ipotesi muraria urbana e quella dell’acropoli secon-
di lavoro, in considerazione del fatto che a do tracciati lineari, applicando il sistema
Sulci le mura urbane in uso durante l’epoca orientale dei segmenti murari rettilinei agget-
punica, includono nel settore settentrionale tanti l’uno sull’altro (la c.d. cremagliera), ma
parte della necropoli cartaginese, inducen- sostanzialmente realizzando delle cinte sem-
doci così a concludere che in quel settore, an- plici, con torri e cortine merlate, come usava-

67
no fare nella stessa epoca anche i popoli del to come un’enorme opera avanzata realizzata
mondo classico. E certo però che, almeno in combinando sapientemente insieme i due
taluni casi, le fortificazioni delle città costie- principi fondamentali della difesa in profon-
re fenicio-puniche in Sardegna vennero assu- dità e di quella fiancheggiante, applicati con
mendo col tempo un aspetto più complesso, tutti gli accorgimenti suggeriti da una consu-
arricchendosi di opere difensive concepite mata esperienza formatasi a contatto con la
secondo gli evoluti principi dell’antica inge- poliorcetica orientale.
gneria militare orientale, ulteriormente svi- L’esempio sulcitano citato più sopra dimo-
luppati e perfezionati da Cartagine. Un si- stra che, nelle città fenicio-puniche, le tombe
gnificativo esempio in proposito è offerto da potevano trovarsi anche dentro il perimetro
Tharros nel grande complesso fortificato car- della cinta muraria urbana. Non bisogna però
taginese che, costruito davanti al settore dimenticare che, nella stessa Sulci, vaste
settentrionale della cinta urbana e unito ad zone di necropoli sono ubicate fuori di quel-
esso da un robusto muro turrito, era concepi- la cinta. Questo dimostra che il sito della

Fig. 25. Karali. TopograJa archeologica della città punica. 1 - Necropoli nord occidentale - 4 - Piazza del mercato. (di S.
Avendrace o di Tuvixeddu). 5 - Acropoli sull’altura di Castello. 2 - Tophet (?). 6 - Necropoli sudorientale (di Bonaria). 3
- Porto.

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necropoli era scelto prescindendo dal percor-
so delle mura e preoccupandosi solo che le
tombe si trovassero in aree separate da quel-
le occupate dalle abitazioni, semmai prefe-
rendo le aree ove il terreno presentava condi-
zioni più favorevoli per lo scavo delle fosse e
specialmente delle tombe a camera. La pre-
senza della necropoli dunque segna sempre,
nel settore ove è ubicata, il limite non dell’a-
rea fortificata ma di quella abitativa della
città feniciopunica.
Col passare del tempo, era ovvio che la ne- Fig. 26. Karali. Torre dell’elefante. Particolare del basa-
cropoli si ampliasse, estendendosi gradata- mento di un torrione pun ico in blocchi squadrati e bugnati,
mente verso l’esterno; talvolta però accadde riutilizzato nelle fortificazioni pisane. Sec. IV-III aC.
che, beché si continuasse ad usare l’antica
necropoli, ad un certo momento se ne creas-
se anche una nuova, in un settore completa- determinarsi con particolare intensità la
mente diverso e addirittura opposto a quello nuova attività edilizia urbana era senza dub-
originario. È quanto constatiamo a Karali bio la via che collegava la piazza del merca-
dove, oltre la necropoli nord-occidentale (di to con il retroterra, in quanto arteria di prima-
origine arcaica, ma rimasta in uso ancora in ria importanza economica. Purtroppo però
età romana) in epoca tardopunica se ne creò gli scavi archeologici non hanno ancora for-
una nuova a sud-est dell’area urbana e si con- nito dati che possano illustrare tale ovvio
tinuò ad usarla sino alla fine del mondo anti- aspetto nella evoluzione della città costiera
co. fenicio-punica; cosicché dobbiamo limitarci
E evidente che un fenomeno del genere di a postularlo come necessaria conseguenza
quello ora segnalato, si può spiegare solo am- delle vitali attività cittadine di ogni giorno.
mettendo che, in epoca tardopunica, sia stato Naturalmente, quella stessa via, superata la
costruito un nuovo quartiere di abitazioni a cinta muraria, di solito serviva con il suo per-
sudest dell’area urbana arcaica; quartiere corso una delle necropoli ed il tophet, come
venuto a saturare lo spazio originariamente dimostra la topografia archeologica di Nora,
rimasto libero fra quell’area ed il settore sud- Tharros, Karali e Sulci.
orientale della cinta muraria. Man mano che L’esistenza di un’altra via o almeno di un
lo sviluppo demografico lo esigeva, la città camminamento che, analogamente a quanto
doveva infatti ampliarsi, saturando le aree si riscontra nelle città ellenistiche, doveva
rimaste libere entro la cinta muraria e seguire l’intero perimetro delle mura lungo il
costruendo i nuovi edifici più o meno unifor- lato interno di queste, per facilitare i rapidi
memente a ventaglio attorno al nucleo origi- spostamenti delle truppe durante gli assedi, è
nario (come ad esempio a Karali e a Sulci). suggerita dal risultato di saggi di scavo con-
Esaurito o comunque non ritenuto sufficiente dotti a Sulci sulla collina del c.d. Castello.
il processo di saturazione, l’ampliamento Purtroppo, le vicende edilizie avvenute du-
poteva però avvenire anche per addizione, rante le epoche successive a quella cartagine-
aggiungendo cioè all’area urbana altri se nelle città costiere fenicio-puniche finora
quartieri, esterni alla cinta muraria più antica, esplorate in Sardegna, modificandone più o
che ovviamente veniva anch’essa ampliata meno profondamente l’assetto urbano, ren-
(es. Tharros). dono oggi difficile fornire altri dati relativi
Un elemento lungo il quale doveva alla rete stradale di quelle città, che però è

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Fig. 27. Karali. Ii quartiere pisano di “Caste/lo” il cui perimetro fortificato ricalca quello dell ‘acropoli punica, dei tutto
simile a quella di M. Sirai.

ancora parzialmente intuibile sotto quella in precedenza) ma di moderata larghezza (in
romana, quando questa presenta anomalie media, circa m. 4) e tendenzialmente rettili-
altrimenti inspiegabili. Un significativo nee, anche se tracciate adeguandosi alla con-
esempio in proposito è offerto da Tharros, figurazione naturale del terreno, secondo una
ove il cardo maximus di epoca romana, rigo- delle regole generali che stavano alla base
rosamente rettilineo per lungo tratto, perde dell’ingegneria feniciopunica.
quel carattere a sud del Castellum aquae, Di norma, erano vie a fondo naturale, mi-
apparentemente senza alcun motivo, ma evi- gliorato artificialmente solo ove necessario
dentemente perché ricalca il tracciato della (come quelle greche), lungo le quali scorre-
preesistente via fenicio-punica che, dalla vano le acque bianche, scaricate dalle abita-
pizza del mercato, ubicata più a sud, si diri- zioni che le fiancheggiavano.
geva verso il retroterra extraurbano, uscendo Il rifornimento idrico era assicurato da
dalla porta nord della città e toccando tophet pozzi e specialmente dalle numerosissime
e necropoli settentrionale; via della quale, cisterne pubbliche e private, anche se non è
presso il caste!lum aquae, si vede un buon da escludere (come a Cartagine nel caso della
tratto di carrata, inciso nella roccia naturale famosa “fontana delle mille anfore”) l’utiliz-
rimasta priva del basolato romano. zazione di sorgenti naturali (ad esempio, una,
Comunque, dopo gli scavi condotti nell’in- presente a Sulci in epoca romana, doveva
sediamento di Monte Sirai, è possibile esser utilizzata già in epoca feniciopunica) e
formulare anche un giudizio di carattere di modeste canalizzazioni artificiali, come
generale e cioè che la rete stradale delle città quella segnalata dal Patroni, dopo gli scavi da
feniciopuniche in Sardegna era costituita di lui condotti a Nora.
vie non “strette e tortuose” (come si riteneva Quanto agli edifici pubblici, va detto che

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finora se ne sono trovati di carattere militare Le esigenze della difesa concepita come
e religioso (che saranno presi in considera- intervento attivo sul territorio circostante e
zione tra breve) ma non di carattere civile- non come resistenza da attuare entro il peri-
politico, quali potevano esser le sedi per le metro della posizione fortificata, rendevano
attività di magistrati o di assemblee cittadine. necessaria la presenza di più vie, che consen-
Appare quindi plausibile l’ipotesi che quelle tissero una facile discesa su ogni versante
attività venissero svolte nei templi, abitual- della collina, ma che non facilitavano certo la
mente dotati di modesti sacelli ma di vasti salita del nemico, controllate e sbarrate
cortili. com’erano da avamposti e baluardi avanzati
Le vicende storiche esaminate nella prima discontinui, ubicati a varia distanza dalla
parte di questa opera dimostrano chiaramen- sommità, che invece si presentava circondata
te che le città interne fenicio-puniche in Sar- da una prima linea di difesa continua, svilup-
degna ebbero origine dalla necessità di pantesi lungo tutto il ciglione perimetrale del
garantire, mediante lo stanziamento di guar- pianoro terminale ed equivalente a quella che
nigioni, un sicuro controllo del territorio era la cinta muraria urbana nella città costie-
interno, a favore dapprima delle città costiere ra.
fenicie e poi di Cartagine. Il loro nucleo ori- Esempio tipico di un simile luogo e la for-
ginario non poteva dunque essere altro che il tezza di Monte Sirai, presso Carbonia, ormai
forte ove risiedeva la guarnigione, presso il abbastanza esplorata per darci un’idea chiara
quale andò ad abitare una certa quantità di e sicura della posizione fortificata divenuta
civili che, per un motivo o per un altro, gra- poi città interna fenicio-punica di Sardegna,
vitava attorno al contingente militare. Possia- in tutti i suoi settori costitutivi: l’area urbana,
mo ritenere che, come sempre e dovunque in l’acropoli, la necropoli, il tophet. Preziosi
casi analoghi, di quel gruppo di civili faces- dati informativi, che citeremo di volta in
sero parte i familiari più o meno legittimi dei volta, ci vengono però anche da altre fortez-
soldati, i servi, piccoli artigiani, com- ze interne e più precisamente da quelle di
mercianti ecc.. Così , affiancatasi al forte Pani Loriga (Santadi), S. Antini (Genoni) e S.
un’area occupata dalla popolazione civile, la Simeone (Bonorva).
posizione fortificata originaria divenne una Prima però di esaminare analiticamente la
fortezza e col tempo, aumentando la popola- documentazione archeologica fornita da
zione civile per naturale incremento demo- quelle fortezze e per comprenderne appieno
grafico, la fortezza assunse sempre più l’a- il carattere, è bene ricordare come tutte
spetto di una città. abbiano i loro precedenti nel Vicino Oriente
Questo processo evolutivo spiega subito semitico e trovino stringenti confronti in
l’ubicazione e l’aspetto del luogo preferito quella regione e nell’ambiente punico del-
dai Fenici e dai Cartaginesi per l’impianto di l’Africa settentrionale, ove appunto i coloni
una loro città interna in Sardegna: una colli- fenici trasferirono e continuarono poi a svi-
na isolata non molto elevata, con fianchi ripi- luppare i principi di un’ingegneria militare la
di e sommità pianeggiante, situata presso un cui origine risale al III millennio a.C..
passaggio obbligato d’interesse strategico Infatti, fra il 2500 e il 2000 a.C., cioè
(guado fluviale, incrocio stradale ecc.) da durante la prima fase dell’età del Bronzo, nel
difendere scendendo rapidamente a valle. Vicino Oriente semitico sono già documenta-
Quelli infatti sono l’ubicazione e l’aspetto ti molti tipi di fortificazioni che si ritroveran-
tipici del luogo più adatto per l’impianto di no poi realizzati negli insediamenti
un forte, destinato ad esercitare, in posizione feniciopunici del Mediterraneo occidentale.
di vantaggio, il controllo su di una porzione Più precisamente, ricorderemo come già in
più o meno vasta di territorio. quella remota epoca sia documentato non

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Fig. 28. Monte Sirai. Schema delle fortificazioni puniche.

Fig. 29. Monte Sirai. Acropoli Planimetria.

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solo (com’è ovvio) il tipo più semplice di sono essere i rivestimenti sistematici dei ter-
fortificazione, cioè quello rappresentato da rapieni di scarpa per mezzo di elementi litici
muri verticali senza alcun elemento di che valevano a raddoppiare l’effetto di difesa
fiancheggiamento, ma anche il tipo “a crema- con proiettili che venivano fatti cadere dalle
gliera” di cui si può affermare senz’altro che piombatoie, poi rimbalzavano sul muro di
è un sistema di fortificazione dal quale i scarpa inclinato, e riacquistavano forza per
Cananei hanno saputo trarre partito in manie- spingersi più lontano sugli attaccanti.
ra ottima e su vastissima scala. Abbiamo Nell’epoca del primo Ferro (1200-600
anche l’esistenza, fin dagli inizi dell’età del a.C.) sostanzialmente si trovano più larga-
Bronzo, dei muri a casematte. mente attestati muri a casematte, e si trovano
Con la cremagliera si combinano già nel naturalmente applicati con sempre maggior
secondo Bronzo ed anche alla fine del primo vigore e coerenza i principi delle opere di
alcuni elementi di fiancheggiamento piutto- fiancheggiamento, cioè delle torri esterne.
sto inorganici, inadeguati certo alle necessità Ogni tipo di fortificazione e la sua
della difesa, rappresentati da torri o bastioni evoluzione nel Vicino Oriente semitico
rettangolari appoggiati alle mura nei punti durante l’età del Bronzo e gli inizi dell’età
più deboli. Sono documentati anche i terra- del Ferro, è ben documentabile con esempi
pieni di scarpa, quelli cioè che dovrebbero monumentali, dei quali ricorderemo qui alcu-
essere gli embrioni dei muri di scarpa, ma ni dei più singificativi, raggruppandoli in
anche senza protezione in muratura e che ser- ordine cronologico, cioè nella successione
vivano a proteggere il piede delle mura con- delle tre fasi dell’età del Bronzo e della prima
tro il pericolo dell’azione degli zappatori. età del Ferro.
Nel secondo Bronzo (2000-1600 a.C.)
appaiono i fossati che evidentemente erano
destinati a tagliare la strada alle mine, cioè ai I Bronzo (2500-2000 a.C.)
minatori che dovevano scavare gallerie per
far crollare poi le mura al momento opportu- 1) Muro verticale senza elementi di
no. Notare però che il sistema del fossato non fiancheggiamento, eretto alla sommità di
è di origine Cananea: i fossati vengono un’altura, di cui orla i margini, formando un
importati nella regione Cananea dalla Siria fronte unito. Es.: Gezer I; Et-Tell (antica Ai),
settentrionale al tempo della migrazione limitatamente alla doppia cinta, databile agli
Hyksos e probabilmente sono gli Hyksos inizi dell’età del Bronzo.
stessi che li hanno importati e diffusi. Nello 2) Cremagliera, cioè muro verticale
stesso periodo del secondo Bronzo sono concepito in modo da seguire l’andamento
documentate ampiamente le linee di difesa in irregolare dei margini superiori di un’altura e
profondità con cinte multiple, e si diffondono formato da una successione di segmenti di
e diventano più organici i sistemi di fian- linea retta, collegati l’uno all’altro in modo
cheggiamento esterno, nel senso che sono or- da formare una successione di angoli che
mai in numero adeguato alle necessità di assolvono una efficace funzione di fiancheg-
difesa, però sono ancora realizzati in manie- giamento sul contiguo segmento di muro ret-
ra un po’ maldestra. tilineo. Es.: Et-Tell (Ai), limitatamente al
Nel terzo Bronzo poi (1600-1200 a.C.) muro esteriore, databile alla fase media del I
praticamente si consolidano i sistemi prece- Bronzo.
denti con maggiore organicità, con un mag- Resti eloquenti se ne trovano anche per es.
gior rigore nel ritmo e nella funzionalità ad Am Shems, databili però al II e III Bron-
degli elementi di fiancheggiamento, ed anche zo.
con certi accorgimenti particolari come pos- 3) Bastioni rettangolari aggettanti sulla

73
Fig. 30. Monte Sirai. Mastio dell’acropoli punica (planimetria).

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linea di cortina, nei punti ove questa ha dovu- nanti su pianure circostanti, era originario
to essere arretrata dal margine roccioso della della Siria settentrionale, da cui si sarebbe
vetta, per motivi di debolezza geologica, for- diffuso in Canaan con l’espansione degli
mando punti deboli. Il fiancheggiamento così Hyksos. Il terrapieno è generalmente protetto
ottenuto sulle cortine adiacenti è però, in esternamente da un rivestimento di pietre o
questa prima fase, ancora rudimentale ed ina- blocchi bruti.
deguato. Es.: Gerico, muro B, databile all’età 2) Linee di difesa multiple, scaglionate
di transizione dal I al II Bronzo. sulle terrazze delle colline e provviste ciascu-
Anche di questo tipo di fortificazioni Am na di una corta scarpa, che sfruttava i disli-
Shems offre esempi, databili però al Il-Ill velli naturali del pendio. Talvolta la pluralità
Bronzo. delle linee di difesa è un fatto involontario ed
4) Terrapieni di scarpa, inclinati, di terra occasionale, conseguenza di un rinforzo di
battuta, destinati a proteggere il piede delle una vecchia linea (es.: le difese dell’Ophel a
mura verticali. Per controbilanciare la spinta Gerusalemme); altre volte invece far parte di
del terrapieno di scarpa, le mura erano prov- un piano organico di fortificazione (es.: Tell
viste di contrafforti sul lato rivolto verso la Duweir e Megiddo). Si tratta di una formula
città. Talvolta quei contrafforti raccordano il difensiva Cananea.
muro esterno con un secondo muro, più inter- 3) Torri di fiancheggiamento in numero
no e parallelo al primo, formando così una adeguato ma realizzate ancora in maniera
serie di stanzette cieche ed affiancate le une maldestra. Es.: Gezer II.
alle altre, dette convenzionalmente “casemat-
te”. Il grosso muro spesso alcuni metri che
risulta formato in tal modo si chiama appun- III Bronzo (1600-1200 a.C.)
to muro “a casematte” ed era particolarmen-
te idoneo a resistere ai colpi degli arieti, gra- 1) Torri di fiancheggiamento in numero
zie al suo spessore, alla presenza dei con- adeguato e ben realizzate, in fortificazioni
trafforti inclusi nel suo interno ed al riempi- che applicano (ovviamente perfezionate) le
mento di pietre e terra battuta stipato fra un formule delle età precedenti. Es.: Gezer,
contrafforte e l’altro. Es.: Gezer I e muro a cinta esterna; Tell en Nasbeh, cinta con torri
cremagliera di Et-Tell (Ai), databili agli inizi tozze, bastioni a mezzaluna, terrapieni di
dell’età del Bronzo. scarpa con rivestimenti esterni di pietre, ele-
A Byblos è attestato un terrapieno di scar- menti di fiancheggiamento posti a brevi e
pa, protetto da un paramento di pietre, data- regolari distanze fra loro.
bile però alla fine del II Bronzo.

II Bronzo (2000-1600 a.C.) I Ferro (1200-600 a.C.)

l)Terrapieni di pendenza relativamente 1) Muro “a casematte”, di uso frequente e
moderata, ma lunga, coronati da un parapet- con la base probabilmente imbottita d’argilla
to ed orlati al piede, generalmente, da un fos- battuta, la cui elasticità attutiva i colpi degli
sato con controscarpa, terminante a profilo arieti (es.: Samaria).
verticale. Es.: i più completi sono a Tell el Per il resto continuano ad essere applicate,
Qedah e Tell el Aggul, ma altri molto notevo- con ovvii progressi, le formule del Bronzo
li sono a Tell el-Fâra, Tell Duweir, Tell Beit III.
Mirsim, Tell elHésy. Una particolare attenzione merita il “mig-
Questo tipo di fortificazione, particolar- dol”, con la sua evoluzione nel tempo.
mente adatto alle località scoperte e domi- Il “migdol” nelle sue forme più antiche è

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un piccolo forte o meglio una grande torre Il “migdol” di Tell el-Hésy (fine del III
più o meno articolata. Poi si va evolvendo Bronzo) rispetto a quello di Gezer, rappre-
fino a dare origine, nell’età del Ferro, a delle senta un tipo più complesso. Era un quadrila-
vere e proprie acropoli, con una pianta com- tero (circa m. 17 x 18), con ingresso quasi a
plessa e che racchiudono una superficie note- metà di un lato: un corridoio fortificato, a
volmente estesa. destra ed a sinistra del quale erano due vani.
Uno degli esempi più antichi è quello di Il corridoio sboccava in un cortiletto interno
Gezer, databile alla fine del Il Bronzo. sul quale a loro volta si aprivano altri vani a
Era un forte ben poco articolato: non ci so- destra ed a sinistra.
no veri elementi di aggetto sui muri, è un ret- Sulla destra dell’ingresso, era un elemento
tangolo con muri molto grossi appoggiato aggettante: una torre di fiancheggiamento
alle mura esterne della fortificazione di molto modesta ma che comunque aveva la
Gezer. Quindi è una forma embrionale, sua efficacia in quanto poteva battere sul lato
diremmo primitiva del “migdol”. destro chi tentasse di forzare la porta: quindi

Fig. 31. Monte Sirai. Acropoli (veduta aerea).

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largo, con una o più coppie di pilastri agget-
tanti dalle pareti laterali, con la funzione di
stipiti per i battenti di altrettante porte, ubica-
te una dietro l’altra. Naturalmente, quelle
coppie di pilastri, quando erano più d’una,
provocavano altrettante strozzature del corri-
doio, formando dei vani simili a vestiboli
(donde il nome di porta “a vestibolo” che
spesso vien dato a questo tipo d’ingresso).
L’imbocco esterno del corridoio era fian-
cheggiato da due torri.
Una variante della porta “a tenaglia”
descritta qui sopra era quella che presentava
i vestiboli sempre meno larghi, man mano
che dall’esterno si procedeva verso l’interno,
preannunziando così la pianta “a imbuto”
delle porte “a tenaglia” dell’Occidente medi-
terraneo.
Fig. 32. Monte Sirai. Particolare dell’acropoli (lato orien- L’evoluzione della porta “a tenaglia”, dalla
ta/e).
forma più arcaica a quella più recente, è ben
documentata dagli esemplari di Gezer (II
era una specie di piccola porta “scea”. Bronzo iniziale), ‘Am Shems (Il Bronzo fina-
Il “migdol” di Beisan rappresenta un altro le) e Tell ci Fâra (ill Bronzo).
progresso verso la complessità del forte: ha L’ingresso “a gomito” invece era un
delle torrette agli angoli che sono più funzio- ingresso ubicato nella cinta muraria in modo
nali che non quell’unica di Tell elHésy. da poter esser raggiunto solo percorrendo il
Dopo aver avuto uno sviluppo forse un po’ tracciato di un cammino che, dopo aver
lento e prudente, durante l’età del Bronzo, il seguito (sotto il tiro degli assediati) la base di
“migdol” si evolve poi nella età del ferro in una cortina o di un tratto di cremagliera o di
forme veramente monumentali: diventa un una gran torre esterna, descriveva una o più
grande castello a pianta poligonale o addirit- curve “a gomito”, cacciandosi tra le fortifica-
tura un’acropoli ove sono applicati rigida- zioni in modo da mettere i difensori in condi-
mente i principi del fiancheggiamento, con zione di poter colpire l’attaccante da più parti
torri esterne e cortine intermedie. contemporaneamente.
Tipici esempi di quel nuovo stadio evoluti- Tipici esempi d’ingressi ‘’a gomito’’ sono
vo sono le grandi acropoli sorte durante l’età stati scavati a Tell en Nasbch cd a Tell
del ferro a Tell Zakariyah, Am Quedeiràt, Ta Duweir.
‘annak e Tell el Hésy. In Occidente, i Fenici continuarono a
Le fortificazioni del Vicino Oriente semiti- realizzare fortificazioni ispirate ai prototipi
co hanno ingressi di due tipi fondamentali: “a orientali.
tenaglia” e “a gomito”. Il primo, più antico, è Le scoperte fatte in Africa ed in Sardegna
ben documentato durante l’età del Bronzo; il hanno però dimostrato che almeno Cartagine
secondo, più recente, è diffuso nell’età del andò oltre la semplice ripetizione di formule
Ferro. note, specialmente adottando il tipo della
L’ingresso o meglio la porta “a tenaglia”, porta “ad imbuto” cioè con muri rettilinei
nella sua forma più usata può definirsi un convergenti verso l’interno della fortificazio-
corridoio rettilineo, più o meno lungo e ne (es. S. Simeone di Boriorva) ed inventan-

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do, nel sec. V a.C., l”opera avanzata”. Que- tentrionale della collina di Muru Mannu.
sta, derivata dalla combinazione dei due prin- Volendo ora esaminare la città interna feni-
cipi della difesa in profondità e di quella fian- cio-punica di Sardegna nella sua tipologia e
cheggiante, era in sostanza un forte, più o nel suo divenire, considerando tutti i settori
meno grande e complesso, costruito fuori ma che la costituivano, sarà bene tenere presente
non lontano dalla fortificazione principale ed specialmente l’insediamento di Monte Sirai,
a questa collegato da un braccio di muro. che (come abbiamo osservato) ci fornisce
Significativi esempi di “opere avanzate” oggi la documentazione più completa, pur
puniche, del sec. V a.C., sono quelli che cir- senza trascurare gli esempi forniti dagli altri
condano l’acropoli di Kelibia sul Capo Bon, insediamenti fenicio-punici individuati nel-
quello posto davanti all’ingresso del- l’interno dell’Isola.
l’acropoli di Monte Sirai e, particolarmente Il primo settore da esaminare è ovviamen-
grandioso e complesso, quello realizzato te il nucleo originario dell’insediamento: in
davanti alle mura di Tharros, sul fianco set- questo caso, l’acropoli, nella quale sopravvi-

Fig. 33. Monte Sirai. II Mastio (veduta da SE).

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veva il forte della fase iniziale, anche se reso (es. Monte Sirai). Il corpo principale dell’a-
più complesso da elaborazioni ed aggiunte cropoli aveva dunque un assetto edilizio
realizzate durante le epoche successive a simile a quello di una città in miniatura e
quella della fondazione. Com’è naturale, in questo spiega il motivo per cui a Monte Sirai,
questi insediamenti l’acropoli si presenta dopo la cacciata dei mercenari ribelli, la
munita di fortificazioni particolarmente popolazione sardo-punica della zona lo uti-
robuste e complesse, con linee multiple di lizzò come abitato civile. È interessante no-
difesa (Cs. Pani Loriga di Santadi e S. Ant mi tare però che la pianta ditale abitato conservò
di Genoni), opere avanzate (es. Monte Sirai), sempre, inevitabilmente, due caratteri tipici
ingressi ‘’a gomito’’ (es. Monte Sirai), porte di un insediamento militare punico: una note-
“a tenaglia” (es. Monte Sirai) e “ad imbuto” vole parte degli alloggi, dei magazzini e forse
(es. Monte Sirai e S. Simeone di Bonorva), delle scuderie addossata alla parete interna
terrapieni di scarpa (es. Monte Sirai), torri delle mura (come gli storici attestano esser
interne (es. Monte Sirai), mastio (es. Monte stato a Cartagine) e l’ubicazione eccentrica
Sirai e Pani Loriga) e ridotto interno (es. Pani delle piazze, poste (contrariamente a quanto
Loriga e S. Antini), mura “a cremagliera” (es. era previsto per i castra romani) alle due
Monte Sirai) o con torri esterne (es. S. Anti- estremità delle vie che l’attraversavano lon-
ni) e barbacani (es. Monte Sirai), provviste di gitudinalmente e subito dietro le due porte
casematte agibili o cieche, a seconda delle che ne rappresentavano gli accessi principali.
esigenze (es. Monte Sirai e Pani Loriga); Tali piazze avevano evidentemente la funzio-
mura nelle quali si aprivano, oltre le porte ne di consentire alla truppa di raccogliersi
principali, anche postierle e passaggi segreti dietro le porte per meglio prepararsi alle sor-
che talora sfruttavano le spaccature naturali tite od all’ultima difesa. E plausibile ipotesi
della roccia (es. Monte Sirai e S. Animi). però che in una delle due, ubicata davanti al
La pianta del corpo principale dell’acropo- mastio ove probabilmente aveva sede, in tem-
li, pur adattandosi alla configurazione natura- po di pace, quel santuario itinerante che era
le del terreno, è generalmente allungata: la tenda sacra (sempre presente negli eserciti
fusiforme (es. Monte Sirai) o subellittica (es. cartaginesi, secondo Diodoro Siculo) i mili-
Pani Loriga e S. Antini) o trapezoidale (es. S. tari si riunissero anche per assistere a cerimo-
Simeone di Bonorva). Essa presenta una nie religiose o per ascoltare la parola del
superficie di notevoli dimensioni (m. 300 x comandante.
60 circa, a Monte Sirai; m. 240 x 70 circa, a La riserva idrica doveva esser garantita da
Pani Loriga; m. 175 x 50 a S. Antini; m. 100 numerose cisterne, delle quali però è stata
>< 80 x 50 circa, a S. Simeone), com’era scoperta finora sdlo quella del mastio, nel-
ovvio attendersi essendo destinata ad ospita- l’acropoli di Monte Sirai.
re tutta la guarnigione (o almeno la maggior Inoltre, nella piazza n. 3 della stessa
parte di essa), e dovendo quindi avere al suo acropoli, è stata riportata alla luce una vasca
interno, gli alloggiamenti per gli uomini, i di modeste dimensioni, forse facente parte di
magazzini per viveri ed armi e forse anche le un sistema di vasche di decantazione delle
scuderie per i i cavalli. acque di rifiuto per uso dei cavalli.
Tali costruzioni, tutte a pianta quadrilatera, Entro il perimetro della prima linea fortifi-
erano raggruppate in lunghi isolati, che si af- cata, che orlava la sommità pianeggiante
facciavano su piazze di varia dimensione e su della collina, l’acropoli occupava ovvia-
vie larghe in media m. 4 circa, tutte mente il settore più favorevole alla difesa,
tendenzialmente rettilinee e parallele (quanto fuori del quale però restava un grande spazio
lo consentiva la natura del luogo) od incro- disponibile. A Monte Sirai, ruderi di lunghi
ciantesi ad angolo approssimativamente retto muri non ancora scavati ma affioranti sul

79
Fig. 34. S. Giusta di Monte !Vai. Planimetria dell’acropoli.

80
piano di campagna, suggeriscono l’ipotesi avesse superato la prima linea fortificata,
che quello spazio potesse esser diviso in set- prima che questo raggiungesse l’acropoli.
tori da muri militari che, ispirati al concetto Comunque, è certo che, nello spazio lasciato
della difesa in profondità e simili ai diate- libero dall’acropoli, trovavano posto l’area
ichismata delle grandi città greche, con- destinata alla popolazione civile, la necropoli
tribuissero alla difesa contro il nemico che (con tombe a fossa e a camera) ed il tophet,

Fig. 35. Monte Sirai. Particolare del Mastio, da Sud.

81
Fig. 36. SAntadi, Loc. Pani Loriga. Topografia archeologica della fortezza fenicio-punica

ben distinti fra loro come nella città costiera applicando sopra un’altura isolata, dalla
ma, per ovvii motivi di protezione contro sommità pianeggiante e cori fianchi dirupati,
l’offesa nemica, tutti inclusi nel perimetro i criteri tradizionali dell’antica arte militare
della linea fortificata più esterna (es. Monte del Vicino Oriente semitico.
Sirai e Pani Loriga). Lo spazio occupato dalla popolazione
Non solo, ma dentro quel perimetro dove- civile non poteva dunque esser molto vasto e
va trovarsi anche un vastissimo settore desti- quindi, benché l’esplorazione archeologica
nato esclusivamente alla coltivazione dei ditale spazio sia appena iniziata, ricordando
cereali ed al pascolo degli animali necessari anche quanto osservato più sopra circa i forti
alla vita della guarnigione. La presenza ditale e la popolazione civile che si venne rac-
settore, ovvia in un insediamento che doveva cogliendo attorno a questi, appare probabile
essere autosufficiente per poter resistere ad che, durante l’età preromana, in ogni città
assedi anche lunghi, è addirittura postulabile interna fenicio-punica di Sardegna vi fosse
ove si tenga conto di quanto attestato da (come sembra suggerire l’esempio di Monte
Giuseppe Flavio a proposito dell’eroica Sirai) una modesta area urbana, occupata da
resistenza condotta contro i Romani, per ben una scarsa popolazione civile, all’ombra di
tre anni, da Eleazaro e dai suo 967 compagni una grande acropoli, riservata ad una grossa
arroccati nella fortezza di Masada, costruita guarnigione. Quanto alle categorie edilizie, è
nel sec. I a.C. da Erode il Grande, ma ancora appena il caso di dire che, a tutt’oggi, nem-
82
meno nelle città interne sono stati scoperti come territorio ostile da controllare e contro
ruderi pertinenti a edifici pubblici di carattere il quale difendersi con le armi. D’altra parte,
civile profano. la cacciata delle guarnigioni ribelli nel 239
Ovviamente, come la città costiera, anche a.C., consentendo alla popolazione civile di
quella interna era destinata a svilupparsi per utilizzare le strutture abitative delle acropoli,
naturale incremento demografico o per dovette, per molto tempo, frenare se non ad-
situazioni particolari che spingessero nuova dirittura annullare qualsiasi tendenza a
popolazione civile entro la sua cinta fortifica- sviluppare l’area urbana originaria saturando
ta esterna. Tuttavia è poco probabile che essa lo spazio disponibile entro il perimetro della
abbia seguito linee di sviluppo simili a quelle cinta fortificata esterna.
della città costiera, almeno finché assolse la Non sembra che alcuna città interna
sua funzione militare, che doveva provocare feniciopunica di Sardegna abbia mai avuto
nella sua popolazione tendenze centripete e una popolazione abbondante come quella di
non centrifughe, favorendone piuttosto la talune città costiere.
chiusura che non l’apertura verso il circon-
dano, visto non come fonte di risorse eco- Comunque, gli scavi delle aree urbane e
nomiche da utilizzare con il commercio, ma delle necropoli non sono ancora abbastanza

Fig. 37. Genoni. Loc. S. Antini. Topografia archeologica dell’acropoli punica

83
Fig. 38. Bonorva. Loc. S. Smeone. Topografia archeologica della fortezza punica

sviluppati per consentirci di valutare, in medio necessario ad ogni uomo per le esi-
modo attendibile, la consistenza della popo- genze della vita quotidiana. Applicando tale
lazione civile anche solo in una delle città metodo, per esempio alla fortezza di Monte
interne individuate: nemmeno a Monte Sirai (e tenendo presente la consistenza e la
Sirai. struttura delle unità militari cartaginesi,
È invece possibile formulare qualche nonché i loro reciproci rapporti numerici,
plausibile ipotesi circa la consistenza delle ricostruibili in base alle testimonianze degli
guarnigioni, calcolando, relativamente ad storici antichi) si giunge alla conclusione
ogni fortezza, il perimetro della sua cinta che, durante l’età punica, la guarnigione
fortificata esterna, quello dell’acropoli e la stanziata sul monte in tempo di pace doveva
superficie utile interna di quest’ultima, essere di 500/600 uomini, tra fanteria
divisa per dieci, ossia per i metri quadri che pesante (300 unità) e fanteria leggera (200
si possono considerare come lo spazio unità), cui forse si aggiungevano 100 unità

84
Fig. 39. Ras al Fortas. (Tunisia, Capo Bon). Fortezza punica di tipo analogo a quello della fortezza di S. Simeone, Plani-
metria.

di cavalleria. A questo proposito, è interessante osservare
Com’è noto, quelle guarnigioni erano che tale eventualità sembra si verificasse già
composte di soldati mercenari, ingaggiati in in guarnigioni della consistenza di quella
varie regioni del Mediterraneo ed inquadrati stanziata a Monte Sirai, dato il numero delle
in corpi specializzati formati di elementi deposizioni funerarie e votive tipicamente
appartenenti tutti alla stessa nazionalità. I puniche, presenti rispettivamente nella
comandanti invece erano sempre cartaginesi necropoli e nel tophet di quella fortezza:
e così pure gli ufficiali superiori che li affian- troppo numerose per potersi spiegare come
cavano, quando la consistenza della guarni- pertinenti solo ai cartaginesi succedutisi nel
gione era tale da richiedere la loro presenza. comando supremo di quella guarnigione.

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L’ipotesi qui formulata circa il numero non statica come quella ma estremamente
complessivo di 500/600 uomini attribuibile dinamica, alla quale non è estraneo il concet-
alla guarnigione di Monte Sirai, tenendo pre- to della resistenza entro un perimetro poten-
sente che questa fortezza era certo una delle temente fortificato, ma che presuppone abit-
più grandi in Sardegna, suggerisce anche ualmente una difesa affidata a truppe che,
un’altra osservazione: le guarnigioni cartagi- senza attendere il nemico al riparo di baluar-
nesi in Sardegna avevano una consistenza di permanenti, una volta avvistatolo, ne
relativamente modesta. affrontino i contigenti in campo aperto,
Le scoperte archeologiche però hanno uscendo dalla loro base fortificata.
rivelato che, in compenso, esse erano molto Le intense ricerche topografiche attuate in
numerose, stanziate com’erano in una Sardegna dal 1958 in poi, hanno consentito
grande quantità di forti, fortezze e piazzefor- di individuare nell’isola un sistema fortifica-
ti, sparse un po’ dovunque nell’Isola. to di origine fenicia e due di origine punica.
Molte di quelle posizioni fortificate Più precisamente si tratta dei seguenti siste
sembrano isolate ed inserite solo nel grande mi fortificati:
contesto della colonizzazione capillare, sem- 1) sulcitano, realizzato durante il periodo
plicemente con funzioni di controllo sul ter- fenicio 30 (sec. VII-VI a.C.) dai Fenici di
ritorio circostante e di tutela dei coloni puni- Sulci, a difesa del territorio oggetto della
ci che vivevano e lavoravano in quel territo- loro colonizzazione secondaria nel-
rio. l’estremo sud-ovest della Sardegna, certa-
Molte altre però appaiono coordinate fra mente contro il pericolo di ritorni offen-
loro e realizzate contemporaneamente, in sivi da parte dei Protosardi che vivevano
funzione di piani organici elaborati a difesa nelle montagne iglesienti.
di più vasti territori, direttamente occupati e Ne facevano parte le posizioni fortificate
colonizzati dai Cartaginesi o dai loro prede- di Sa Turritta di Seruci (Gonnesa), Monte
cessori fenici. Sono cioè non delle posizioni Sirai (Carbonia), Monte Crobu (Carbo-
fortificate, sorte in tempi diversi con limitati nia), Corona Arrubia (Nuxis), Pani Loriga
compiti quasi di polizia, ma veri e propri sis- (Santadi), Porto Pino Porto Botte (S. Anna
temi fortificati, concepiti con funzioni strate- Arresi) identificabile con il “Sulcitanus
giche, secondo il principio della guerra di Portus” dei geografi romani;
movimento. I significativi contesti geografici 2) centro-settentrionale, creato nel sec. V
ove sono ubicati quei sistemi fortificati, a.C. dai Cartaginesi, per garantirsi contro
dimostrano infatti come questo principio i Protosardi del Marghine, il controllo
venisse applicato con la difesa attiva di este- della Campeda e, con questo, le comuni-
si tratti di confine da parte di guarnigioni cazioni terrestri fra il sud e il nord della
mobili che, pur essendo stanziate (come le Sardegna.
altre) in posizioni fortificate capaci di Ne facevano parte le posizioni fortificate
controllare da vicino passaggi obbligati e vie di Macomer (antica Macopsisa?), Padria
naturali, certo erano anche collegate fra loro (antica Gurulis Vetus?), S. Simeone
non da strutture militari di carattere perma- (Bonorva), Mularza Noa di Badde Saligh-
nente (muraglie o lunghi valli), bensì da altre es (Bolotana);
vie di comunicazione, più o meno attrezzate, 3) centro-orientale, creato nel sec. V a.C. dai
che ne consentivano in qualsiasi momento i Cartaginesi per garantire i territori
rapidi spostamenti.
Una formula difensiva di tipo moderno
Fig. 40. Sardegna. I sistemi fortificati fenicio-punici e la
dunque e certamente opposta a quella che sta viabilità extraurbana.
all’origine del “limes” romano; una formula

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87
colonizzati interni delle attuali provincie del Flumendosa, che scende dalla Barbagia
di Oristano e di Cagliari, contro il perico- alle zone orientali della Trexenta e del Ger-
lo di ritorni offensivi dei Protosardi che rei; mentre Palastaris di Ballao, consente di
vivevano nelle montagne nuoresi. dominare efficacemente la situazione in un
Sfruttando per quanto possibile, come se settore di grande interesse strategico per la
fossero enormi fossati, il Tirso, il suo vicinanza di un importante guado del Flu-
affluente di sinistra Rio Mannu, il Rio mendosa e delle confluenze di questo con il
Flumini, affluente di questo ed il Flumen- Rio Flumineddu (che scende dalla Barbagia)
dosa, doveva comprendere numerose e con il Bintinoi (che scende dal Gerrei).
posizioni fortificate, delle quali oggi Alla menzione di questi tre sistemi
conosciamo quelle di Talasai presso Sedi- fortificati, sorti secondo organici piani difen-
lo (più tardi superata a sudest, ma non sos- sivi, va aggiunta quella di un altro, che certa-
tituita, dalla posizione avanzata di S. Vit- mente orlava tutta la Sardegna, ma come una
toria presso Neoneli), Casteddu ‘Ecciu realtà di fatto, non programmata bensì deter-
(Fordongianus), S. Giovanni (Asuni), minatasi gradatamente nel tempo, comin-
Magomadas (Nureci), S. Antini (Genoni), ciando dall’epoca della protocolonizzazione
Ovile Baracci (fra Isili e Nurri), Nuraghe fenicia. Si tratta del sistema fortificato
Arrubiu (Orroli), Nuraghe Goni (Goni), perimetrale, che garantiva a Cartagine il
Palastaris (Ballao). dominio politico ed economico dell’Isola,
In questo sistema fortificato è interessante contro il pericolo d’invasioni dal mare. Era
osservare come ognuna delle posizioni un sistema di cui certamente facevano parte
fortificate che abbiamo ora menzionato abbia forti e fortezze d’origine punica, ma anche le
importanza strategica perché ubicata in modo fortificazioni delle grandi città costiere fon-
da poter controllare facilmente una via natu- date dai Fenici prima della conquista della
rale di comunicazione fra la regione montu- Sardegna da parte di Cartagine e che questa,
osa nuorese e quelle pianeggianti o collinari almeno in taluni casi, trasformò in vere piaz-
adiacenti da sud o da ovest. Infatti, Talasai di zeforti marittime. Fra queste basti citare
Sedilo è presso un antico, importante guado l’esempio di Tharros che, provvista in età
del Tirso e la confluenza di questo col Taloro; fenicia di un’acropoli e di una cinta muraria
Casteddu ‘Ecclu di Fordongianus è ubicato urbana semplice e di modesta ampiezza,
ove la valle del Tirso è prossima a sboccare sotto Cartagine, nel sec. V a.C., vide non
nel Campidano di Oristano; S. Giovanni di solo molto accresciuto il perimetro di quella
Asuni trovasi davanti al luogo ove termina la cinta, ma realizzata davanti alla nuova porta
valle del Rio Noeddas, che scende all’Ar- urbana settentrionale la già citata opera
borea dal massiccio del Gennargentu; Mago- avanzata, costituita di ben tre linee difensive,
madas di Nureci controlla la confluenza del provviste di fossato e terrapieno di spalto,
Rio Flumini con il Rio Magomadas che sostenuto dal più antico muro di con-
scende all’Arborea dai monti del Sarcidano; troscarpa oggi conosciuto in Occidente.
S. Antini di Genoni è presso un’antica via Il fatto che, dal 509 al 238 a.C., nessuna
che discende dai monti della Barbagia ai fer- invasione dal mare abbia avuto successo in
tili campi della Marmilla; Ovile Baracci è Sardegna, dimostra chiaramente l’efficacia
ubicato in una valle che, aggirando il M. del sistema fortificato perimetrale, che dove-
Guzzini, mette in comunicazione il Sarci- va comprendere, fra grandi e piccoli, molti
dano con la Trexenta; il Nuraghe Arrubiu di capisaldi, dei quali però oggi possiamo citare
Orroli ed il Nuraghe Goni di Goni control- con sicurezza solo Karali, Nora, Bithia, Mal-
lano, da posizioni dominanti la via naturale fatano presso Capo Spartivento, S. Isidoro di
di comunicazione rappresentata dalla valle Teulada, Zafferano presso Capo Teulada,

88
Porto Pino-Porto Botte, Sulci, Tharros, Su pali:
Pallosu presso Capo Mannu, Cornus, Bosa, 1) Via dell’asse mediano sardo (da Karali a
Carbia, Nura, Turns Libyssonis, Olbia, Cala Turris Libyssonis, passando per i Campi-
Gonone presso Dorgali, Sulsi presso il dani, l’altopiano di Abbasanta, la Campe-
Castello di Medusa e lo stagno di Tortolì, S. da, il Logudoro occidentale e la Nurra,
Giovanni di Saralà presso Tertenia, Sarcapos probabilmente lungo la valle del Rio
presso S. Maria di Villaputzu alla foce del Mannu);
Flumendosa, Colostrai, S. Giusta presso M. 2) Vie del perimetro costiero sardo (probabil-
Nai, Capo Carbonara. mente limitate solo ai tratti costieri
Tutti gli insediamenti, maggiori e minori, pianeggianti e quindi secondo un traccia-
finora menzionati, dovevano ovviamente to discontinuo, integrato dalla nav-
esser serviti da vie più o meno grandi e igazione sotto costa);
comode, anche se nessuna di queste è giunta 3) Vie di penetrazione dalle coste, risalendo
a noi con una propria fisionomia strutturale le valli fluviali verso l’asse mediano
che consenta di distinguerla dalle vie minori sardo o distretti interni di particolare
romane o da quelle medioevali; fisionomia importanza:
che forse nessuna ebbe mai. a) sulcitana I (da Sulci al Campidano di
Allo stato attuale delle nostre conoscenze, Karali, seguendo le valli del Flumentepi-
sembra infatti dovessero avere piuttosto do e del Cixerri), con percorsi alternativi
l’aspetto di piste, con rare e modestissime secondari, rappresentati dalla
“opere d’arte”, tracciate dall’uso, più che da – sulcitana Il (da Sulci al Campidano di Ka-
interventi programmati; anche se forse, in rali, superando i monti dell’Iglesiente
epoca tardopunica, le pubbliche Autorità le meridionale al passo di Campanasissa);
fecero talvolta oggetto di qualche attenzione, – sulcitana III (da Sulci al Campidano di
come sembra suggerire un probabile miliario Karali, risalendo il Rio di Santadi,
punico trovato lungo la costa orientale sarda, superando i monti dell’Iglesiente merid-
presso lo Stagno di Colostrai. ionale a S’arcu ‘e su schisorgiu e scen-
In altre parole, sarebbero state vie che dendo poi al Campidano lungo il corso
sfruttavano percorsi naturali (pianure, altipi- del Rio Gutturu Mannu); b) “del ferro I”
ani, vallate fluviali, guadi, valichi e passi (da Sulci ad Antas, risalendo le valli del
montani ecc.), adattandosi alla configu- Flumentepido e del Rio Canonica e
razione dei luoghi. superando il passo di Genna Bogai);
La loro funzione era ovviamente quella di c) “del ferro II” (da Portixeddu, a sud del
collegare fra loro i vari insediamenti, in base Capo Pecora, ad Antas, risalendo il Rio
alle esigenze della colonizzazione capillare e Mannu e poi il Rio Antas);
soprattutto della strategia, del commercio e d) neapolitana (da Neapolis alle miniere di
dell’amministrazione statale, che doveva piombo argentifero dell’Iglesiente setten-
poter inviare dovunque le sue truppe, i suoi trionale, risalendo il corso del Sitzcrri);
imprenditori economici ed i suoi funzionari. e) del Tirso (dal Golfo di Oristano (Tharros
I molti insediamenti fenicio-punici in ed Othoca) risalendo il Tirso, lungo il
Sardegna rendevano dunque inevitabile l’e- quale si sviluppa parte del sistema for-
sistenza di molte vie che, fondandoci sulla tificato centro-orientale, da Fordongianus
documentazione fornita dai trovamenti a Sedilo, ma forse anche oltre, almeno fi-
archeologici e tenendo presenti quelle che no alla piana di Ottana);
erano le più evidenti e inderogabili esigenze f) bosana (da Bosa risalendo il corso del Te-
strategiche od economiche possono esser mo, in direzione del Logudoro occiden-
ipotizzate secondo i seguenti tracciati princi- tale);

89
g) carbiense (dalla rada di Alghero, in dire- dopo aver toccato S. Nicolò Gerrei);
zione di Olmedo, forse risalendo il corso b) della Marmilla (dal Campidano di Karali
del Barca, del Sassu e del Su Mattone); al sistema fortificato centro-orientale fra
h) del Coghinas (dal Golfo dell’Asinara al Genoni ed Orroli, risalendo il Flumini
Logudoro, risalendo il Coghinas per Mannu fino oltre Gesturi);
Codaruina-Valledoria e Viddalba); c) “dell’Arborea orientale” (dal Tirso alla
i) olbiense (da Olbia al Logudoro, risalendo Giara di Gesturi, risalendo il corso del Rio
la valle del Rio Padrongiano ed attra- Mannu e del Rio Flumini, lungo i quali si
versando le regioni di grande interesse sviluppava parte del sistema fortificato
agricolo di Monti ed Oschiri); centro-orientale, da Fordongianus-
I) del Cedrino (dal Golfo di Orosei, risalen- Casteddu ‘Ecciu a Genoni-S. Antini);
do il corso del Cedrino verso ovest, alme- d) “dall’Iglesiente settentrionale” (dal Cam-
no fino a Galtellì, ma forse fino alla zona pidano alla zona mineraria iglesiente, ri-
di Nuoro, da dove, discendendo lungo il salendo il Rio Leni).
corso del Liscoi, si poteva raggiungere la Naturalmente, oltre questi percorsi viari
via del Tirso fra Ottana e Sedilo; principali, ne saranno esistiti anche molti
m)“del rame I” (dalla costa ogliastrina, alla altri, non facili e forse impossibili a proporsi
zona mineraria di Gadoni-Funtana Ra- analiticamente in questa sede, perché dove-
minosa, risalendo il fiume Pelau e toccan- vano avere carattere secondario, parago-
do Seulo); nabile a quello delle nostre vie campestri o
n) del Flumendosa (da Sarcapos, risalendo, addirittura delle mulattiere, con funzioni di
almeno fino ad Orroli, il corso del Flu- raccordo o scorciatoie fra le vie maggiori e di
mndosa, lungo il quale si sviluppava una collegamento fra i centri minori ed i minus-
parte notevole del sistema fortificato cen- coli gruppi di abitazioni sparsi in gran
tro-orientale; ma forse anche proseguendo numero nel territorio.
fino alla zona mineraria di Gadoni-Fun- Tale dunque doveva essere la viabilità ex-
tana Raminosa); traurbana nella Sardegna fenicio-punica,
o) “del rame II” (dal Golfo di Cagliari a specialmente al tempo della colonizzazione
Gadoni-Funtana Raminosa, toccando Set- cartaginese quando, molto più che in età
timo S. Pietro, S. Andrea Frius, Senorbi, fenicia, si dovettero affrontare su di un vasto
Suelli, Mandas, Orroli e risalendo poi la territorio i problemi posti dalla necessità non
media valle del Flumendosa fino al terri- solo di prelevare e spedire periodicamente
torio di Gadoni); oltremare, sotto il controllo di imprenditori e
4) Vie di penetrazione dell’asse mediano di funzionari statali e con la protezione delle
sardo, verso distretti interni, risalendo le guarnigioni, i prodotti agricoli e minerari
vallate fluviali: sardi, ma anche d’impedire efficacemente la
a) del Gerrei (dal Campidano di Karali al si- concorrenza commerciale straniera e di man-
stema fortificato centro-orientale sul Flu- tenere i contatti delle guarnigioni, dei fun-
mendosa presso il guado di Ballao, risa- zionari, degli imprenditori e dei coloni del-
lendo la valle del Lassini, transitando per l’interno fra loro e con le basi rappresentate
il Passo di Pranu Sanguni e scendendo poi dalle città costiere.
lungo il corso del Bintinoi fino a Ballao,

90
Capitolo II

Classi sociali, istituzioni
pubbliche civili e militari,
economia e commercio

Nelle città, che abbiamo analizzato nel La plebe era formata dai liberi lavoratori:
capito precedente, viveva una popolazione artigiani, coltivatori, piccolissimi commer-
prevalentemente semitica, organizzata in cianti, marinai e, probabilmente, i sacerdoti
classi sociali. semplici, che, non potendo vantare una
Le classi riconoscibili nell’ambiente nobiltà di sangue o un censo adeguato, erano
feniciopunico sono l’aristocrazia, la plebe e i esclusi dall’aristocrazia.
servi. L’ultima classe è rappresentata dai servi,
L’aristocrazia era l’elemento portante della distinti in due categorie: i servi inferiori ed i
struttura politica della città, detenendone il servi superiori. I primi erano privi della lib-
potere che nominalmente era esercitato da un ertà e paragonabili agli schiavi del mondo
principe o da un gruppo di magistrati (in età classico, benché il loro modo di vita fosse
punica, come vedremo, i sufeti). leggermente migliore rispetto ai douloi greci
L’aristocrazia traeva le sue ragioni di ed ai servi romani, come desumiamo dalla
essere sia dalla nobiltà di stirpe (aristocrazia assenza di notizie su rivolte servili nella doc-
di sangue, propria degli elementi che discen- umentazione storica di Cartagine e delle altre
devano dagli immigrati della madrepatria ori- città del mondo punico e dal fatto che solo il
entale) sia dal censo; quest’ultima si articola- tentativo rivoluzionario avvenuto a Cartagine
va in aristocrazia commerciale (grandi mer- nel 340 a.C. ottenne un certo consenso da
canti) e terriera (grandi latifondisti), pur parte della classe servile.
dovendosi ammettere la possibilità di inter- Questi schiavi erano controllati dalla
ferenze tra questi due tipi di nobiltà (com- seconda categoria dei servi, ai quali era con-
merciale e terriera). cesso di costituirsi un proprio peculio, utiliz-
L’aristocrazia annoverava tra i suoi mem- zabile per affrancarsi.
bri i capi dei sacerdoti e gli esponenti delle Tale articolazione sociale è documentata
corporazioni (rabbim), espressione del popo- nelle città fenicio-puniche della Sardegna
lo lavoratore e produttore. dalle epigrafi.
La seconda classe sociale, la plebe, non L’aristocrazia è attestata dalle iscrizioni
ebbe un peso determinante nella storia polit- funerarie che elencano un cospicuo numero
ica delle varie città puniche anche se non è di antenati (fino a sedici: iscrizione di Olbia)
documentata una contrapposizione netta tra e da un’epigrafe votiva di Karali relativa ad
gli interessi dell’aristocrazia e quelli popo- un capo dei sacerdoti.
lari. La classe popolare può forse documentarsi

91
in base al riferimento epigrafico dei “ha
‘am”, sui quali ritorneremo.
Si hanno infine epigrafi che, testimonian-
do il rapporto di sudditanza di una persona
rispetto ad un’altra, documentano l’esistenza
di una classe servile (es.: l’epigrafe votiva su
una base grecizzante da Sulci).
Accanto a queste componenti sociali
semitiche o comunque appartenenti alla
compagine cittadina stanno gli stranieri e gli
‘’ospiti’’.
In Sardegna possediamo l’attestazione di
stranieri e, più precisamente, di un etrusco a
Oristano, presso Othoca, in un’epigrafe della
fine del sec. VII a.C., che menziona il nome
di un personaggio [-––––––] vana, e di due
Fig. 41. Bithia, necropoli fenicia. Oinochoe in bucchero
massalioti a Tharros in due iscrizioni del sec. etrusco (630-620 a.C.). Cagliari, Museo Nazionale
IV a.C..
Ci sfugge lo stato giuridico di questi
stranieri, che avranno vista garantita la loro possediamo un’ampia documentazione let-
posizione dalle varie costituzioni cittadine. teraria ed epigrafica sui caratteri dell’am-
Gli “ospiti”, forse identificabili nei ministrazione di tutto il territorio sardo con-
“gheriin” della tradizione biblica, possono quistato da Cartagine. Sappiamo infatti che,
essere ipotizzati nelle strutture sociali feni- durante la dominazione cartaginese, vi
cio-puniche di Sardegna, benché non si furono in Sardegna due tipi di amminis-
possieda una documentazione esplicita. trazione: statale e municipale.
Nella Sardegna punica vi erano anche dei L’amministrazione statale è rappresentata
deportati. Gli storici infatti parlano di Libi, da funzionari di diversa categoria, che abbi-
che Cartagine condannò ai lavori forzati nel- amo menzionato a proposito del i Trattato fra
l’Isola e, forse, è possibile riferire anche ad Cartagine e Roma: si tratta degli araldi e
essi la notizia dataci dalle fonti letterarie degli scribi, la cui presenza è documentata da
antiche circa la presenza di lavoratori in una fonte letteraria (Polibio), a partire dalla
ceppi nelle campagne di Sardegna. fine del sec. VI a.C.
Dobbiamo infine contemplare, nella dis- In relazione al carattere di questi fun-
amina delle componenti sociali fenicio- zionari può dirsi che il tenore del testo polib-
puniche, i mercenari (Greci, Italici, Liguri, iano ci inclina a distinguere i funzionari citati
Corsi, Celti, Iberici ecc.), che costituivano il in due categorie diverse.
nerbo degli eserciti punici e dunque anche Gli araldi dovrebbero essere degli inviati
dei contingenti che, come abbiamo visto, da Cartagine per rappresentarla a livello di
erano stanziati nei centri costieri e, soprattut- gestione politico-amministrativa del territo-
to, interni dell’isola. rio, ma ignoriamo quali fossero i limiti tem-
Questa complessa compagine sociale porali delle missioni loro affidate. In sostan-
esprimeva le proprie magistrature ed assem- za è possibile che la loro figura fosse analo-
blee, cui era demandata l’amminsitrazione ga a quella del legatus Augusti dell’amminis-
dei centri urbani. trazione imperiale romana.
Mentre l’amministrazione fenicia delle Gli scribi si potrebbero, invece, consider-
città costiere risulta affatto sconosciuta, are come funzionari amministrativi incaricati

92
Fig. 42. Lexane greco-orien-
tale. Sec. VIII-inizi VII a.C..
Cagliari, Museo Nazionale

della registrazione di atti amministrativi e nel sec. III a.C., e, quindi, per il principio
contabili. analogico, presumibilmente anche nel perio-
Si tratterebbe, dunque, di funzionari fis- do in esame, di un comandante supremo
cali, incaricati, in particolare, di presiedere delle forze mercenarie nell’Isola al soldo di
allo sfruttamento delle risorse economiche Cartagine.
del territorio.
Ignoriamo, comunque, anche di questi
funzionari le regole e i modi secondo i quali
si avvicendassero nell’isola.
Gli scribi sono ricordati per la Sardegna
non solo nel testo del I Trattato fra Roma e
Cartagine, ma anche in una iscrizione funer-
aria tharrense del V-IV sec. a.C., del
seguente tenore:
Bodeshmun, figlio di Petaho, figlio di Ma-
herbaal, scriba.
Nell’Isola, a partire dalla fine del secolo
VI dovevano essere di stanza però anche altri
rappresentanti di Cartagine: i comandanti
militari delle fortezze e delle piazzeforti
della Sardegna, sui quali, peraltro, non
disponiamo di fonti letterarie o epigrafiche
dirette.
Siamo, invece, informati da uno storico Fig. 43. Tharros, necropoli. Kantharos in bucchero etrusco
antico (Polibio) sulla presenza in Sardegna, (600-580 a.C.) Cagliari, Museo Nazionale

93
Il testo polibiano menziona questo municipale (il sufetato).
comandante delle truppe mercenarie a La dichiarazione di “cittadino nel popolo
proposito dell’insurrezione dei mercenari in di una determinata città” e quella di cittadi-
Sardegna nel 241-240 a.C., che costò la vita no “di quella città”, benché equivalenti dal
al loro comandante Bostare. punto di vista dei diritti politici, dovevano
Negli insediamenti urbani e, in partico- distinguersi sotto il profilo giuridico ed
lare, nelle città costiere esisteva anche apparire nelle iscrizioni come modi di acqui-
un’amministrazione municipale, attestata sizione della cittadinanza: per nascita, nel
dalla documentazione epigrafica a partire caso dei cittadini “della città”, per immis-
almeno dal sec. IV a.C. Più precisamente, in sione, in quello dei cittadini “nel popolo
base alle epigrafi, noi sappiamo che le città della città”, cioè dei “ba ‘am”.
erano amministrate da una coppia di sufeti Recentemente uno studioso israeliano ha
(giudici). L’istituto dei sufeti era una magis- sostenuto invece che questi “ba ‘am” non
tratura eponima dell’anno, collegiale ed elet- sarebbero stati degli “ascitizi” ma dei cittadi-
tiva (benché, almeno a Cartagine, alcune ni semitici, naturalmente “optimo jure”, i
famiglie rivestissero tale magistratura quasi quali avrebbero fatto parte di una determina-
ereditariamente). ta istituzione urbana, che conferiva loro il
Il potere effettivo dei sufeti risultava diritto di qualificarsi “nel popolo”.
alquanto limitato dall’aristocrazia, effettiva
titolare del dominio politico in Cartagine e ***
nelle città del suo territorio.
Quella classe sociale esercitava il potere La colonizzazione fenicia e cartaginese
attraverso una Assemblea degli Anziani, di comportò una svolta decisiva nella storia
cui pare riconoscersi menzione per la economica dell’isola. L’economia indigena
Sardegna, in un’epigrafe bilingue di Sulci, precedente l’avvento della colonizzazione
punica e latina, databile ad età sillana o semitica, era infatti chiusa, di tipo domestico,
cesariana. in quanto ciò che occorreva era prodotto e
In questa iscrizione infatti si ricorda la co- consumato all’interno delle tribù.
struzione di un tempio ad Elat, per decreto Naturalmente deve riconoscersi l’esistenza
del Senato sulcitano, evidente persistenza in di flussi commerciali che interessarono la
età romana dell’originario istituto punico Sardegna sin dal periodo neolitico, soprattut-
dell’Assemblea degli Anziani. to in rapporto alle ricchezze litologiche
Esiste ancora aperto il problema dei (ossidiana del M.Arci) e minerarie (piombo
cosidetti “ha ‘am”, cioè di coloro che si argentifero, rame, ferro) dell’Isola; tuttavia
dichiaravano “nel popolo. questi rapporti commerciali con gruppi
A giudizio dello scrivente questi “ba ‘am” d’oltremare non sembra che abbiano consen-
sarebbero degli individui di origine tito alla Sardegna di superare lo stadio di
straniera, muniti, per qualche benemerenza, economia domestica.
del diritto di cittadinanza. La fondazione degli scali permanenti feni-
La loro presenza è documentata in Sardeg- ci, embrioni di città, consentì invece, per la
na da alcune iscrizioni del sec. IV-III a.C., prima volta nella storia dell’Isola, la
trovate ad Antas. creazione di un”economia aperta” o di tipo
L’interpretazione proposta si basa sulla cittadino: la città si procura dalla campagna
constatazione che le persone definite “ha quel che occorre per la sua vita e cioè derrate
‘am”, godevano con certezza di tutti i diritti agricole, prodotti dell’allevamento, materie
politici, in quanto essi o i loro antenati ave- prime (soprattutto metalli); questi ultimi
vano raggiunto la massima magistratura prodotti vengono trasformati e avviati sia sui

94
Fig. 44. Lecce di (,,tagi/ie (350-270 a. C.). D/ Testa di Tan/i
as.; R/Cavallo stante a.d.

Fig. 45. Zecca di Sardegna (300-264 aC.). D/ Testa di Tanit
as., R/Protoine equina a.d.

Fig. 46. Zecca di Sardegna (264-241 a. C.). D/ Testa di
Tanit a.s.; R/Protone equina a.d.

Fig. 47. Zecca di Sardegna (264-241 a. C.). D/ Testa di
Tanit u.s.; RiCavai/o stante a.d.

95
Fig. 48. Zecca di Sardegna (264-241 a. C.). DI
Testa di Tanit a.s.; RICavallo stante a.d.

Fig. 49. Zecca di Sardegna (264-241 a. C.). DI
Testa di Tanit a.s.; RICavallo stante a. d., retro-
spiciente.

Fig. 50. Zecca di Sardegna (264-241 a. C.). D/
Testa di Tanit a.s.; RICavallo stante a.d., ret
rospiciente.

Fig. 51. Zecca di Sardegna (264-241 a. C.). D/
Testa di Tanit a.s.; R/Cavallo stante a.d., dietro
l’albero di palma.

96
Fig. 52. Zecca di Sardegna (264-24/ a.C.). 0/ Testa di
Tan/i u.s.; R/Tre spighe.

Fig. 53. Zecca di Sardegna (264-241 a.C.). 0/ Testa di
Tunii as.; R/Tre spighe.

Fig. 54. Zecca di Sardegna (216 a. C.). D/ Testa di Tanii
as.; R/Toro siante a.d.

‘’mercati’’ esterni sia sul “mercato” interno L’agricoltura era attuata prevalentemente
fenicio e indigeno. nelle forme della monocoltura cerealicola,
La struttura del commercio marittimo come documentano le reiterate affermazioni
fenicio, risultando costante ed intensissima, di Diodoro relative all’importanza del grano
improntò di sé l’economia delle città fenicie sardo per gli eserciti cartaginesi e la notizia
costiere. dello Pseudo Aristotele concernente l’abbat-
Tale economia però non può ancora timento degli alberi da frutto ed il divieto di
definirsi “nazionale”, mancandole il vasto impiantarne di nuovi, evidentemente per
respiro terrtoriale. I territori cittadini risul- favorire la coltura dei cereali.
tano angusti ed il potere amministrativo- L’allevamento non è direttamente attestato
politico è limitato a tali ambiti territoriali. per la Sardegna da fonti letterarie, che,
Con la colonizzazione cartaginese invece invece, lo documentano per il Nord-Africa;
si determinano le condizioni di quel che ma le recenti analisi paleofaunistiche in siti
possiamo definire economia nazionale. punici iniziano ad attestano diffusamente.
Quest’economia si reggeva sulle seguenti L’industria estrattiva in Sardegna nel
basi: agricoltura, allevamento, attività estrat- periodo fenicio-punico è documentata dal
tiva e commercio. rinvenimento di ceramiche puniche in pozzi
97
minerari dell’iglesiente; dalla precoce con- (prima metà sec. VII).
quista della valle di Antas (intorno al 500 Dall’Egitto si hanno importazioni di
a.C.), ricchissima di miniere di ferro e dallo amuleti e sigilli (in specie scarabei) alcuni
scaglionamento di insediamenti punici o dei quali di produzione naucratite (Tharros).
punicizzati lungo le vie dirette al giacimento Cartagine esportò nelle sue provincie
di rame di Funtana Raminosa presso Gadoni. d’oltremare (ed anche in Sardegna) uova di
Un possibile riferimento all’interesse struzzo, terrecotte figurate, falences, rasoi
fenicio verso l’attività mineraria si ricava da oltre a derrate indeterminate contenute entro
un pane di piombo dotato della lettera zayn, anfore di sicura produzione nord africana,
paleograficamente riportabile al sec. IX- acquisendo peraltro i rinomati sigilli in
VIII a.C., anche se il noto fenomeno del diaspro verde di produzione tharrense e sul-
conservatorismo in area provinciale induce citana.
a non escludere cronologie più basse. Dall’iberia abbiamo due fibule “a doble
Il commercio aveva il duplice aspetto resorte” da Santadi-Su Benatzu e da Bithia
interno e marittimo. Le transazioni com- (del sec. VII a.C.) per il periodo fenicio,
merciali interne sono documentate dalla mentre di età tardopunica possediamo in vari
presenza di manufatti di talune città della centri sardi (Karali, Olbia, Bithia) ceramica
Sardegna in altre città, in quanto la ricerca iberica e contenitori anforari iberopunici.
ha evidenziato determinate specializzazioni Recenti ricerche hanno dimostrato che già
artigianali di alcuni centn cittadini (ad intorno alla seconda metà del sec. VIII a.C.
esempio la produzione di sigilli in pietra gli Eubei, che avevano fondato verso il 775
dura, in specie il diaspro, a Sulci e Tharros). a.C. l’einporion di Pithekoussai, avevano sta-
Il commercio interno comportava anche la bilito rapporti commerciali con i centri fenici
distribuzione di manufatti di importazione della Sardegna.
(cartaginese, egiziana, etrusca, greca etc.) Gli scavi dell’Ospizio di Sulci hanno
negli insediamenti del retroterra. resituito una cospicua quantità di vasellame
Il commercio marittimo era, evidente- euboico di probabile produzione pitecusna
mente, il fulcro dell’economia delle città (kylikes e coppe-skyphoi) che si affianca alla
costiere. olla stamnoide del tophet sulcitano e ad alcu-
Abbiamo ricordato i generi di ni frammenti di Settimo S. Pietro (Cuccuru
esportazione dalla Sardegna, vedremo ora di Nuraxi).
passare in rassegna i documenti della impor- Alle importazioni cuboiche si affiancano i
tazione, con l’avvertenza che una vasta prodotti protocorinzi: si tratta di cotylai e
gamma di prodotti, intuibile attraverso le coppe del protocorinzio antico da Sulci e Set-
fonti letterarie, non ha lasciato traccia di sé, timo S. Pietro e di un aryballos globulare (?)
in quanto deperibile (derrate, vino, tessuti da Bithia.
preziosi, etc.). Nel corso del sec. VII a.C. giungono nei
Dal mondo vicino-orientale e da Cipro centri fenici cotylai e coppe mesoprotocor-
furono importate merci preziose, quali sig- inzie (da Sulci e Bithia); mentre al tardo pro-
illi, avori (Tharros), e oggetti in bronzo. Tra tocorinzio si ascrivono aryballoi da Bithia,
questi ultimi ricordiamo il bacile decorato Sulci e Tharros.
nelle anse a boccioli di loto da Sardara (fine Nello stesso secolo principiano nelle città
sec. VIII a.C.), i torcieri fenicio-ciprioti (fine fenicie le importazioni di materiali etruschi:
sec. VII-prima metà VII) da Bithia, Othoca, due fibule a navicella da Nora e Tharros,
S’Uraki-S. Vero Milis, Tadasuni, S. Vittoria un’anforetta d’impasto a doppia spirale da
di Serri, il (hErniatenon con coperchio sor- Bithia.
montato da protome taurina da Othoca L’esplosiva diffusione del bucchero etr-

98
usco rimonta al termine del terzo ven- di dimensioni (frammenti di crateri a Nora,
ticinquennio del sec. VII a.C. Tharros, Othoca) e prevalgono gli skyphoi e
I buccheri più antichi sono costituiti da le coppe a figure rosse, prevalentemente nel-
un’anforetta a doppia spirale, da una l’ultimo venticinquennio del sec. V a.C.
oinochoe Deve notarsi, comunque, l’assoluta
e da una kylix dalla necropoli e dall’abitato prevalenza della ceramica attica a vernice
fenicio di Bithia e da un’anforetta a corpo nera che costituisce, salvo parziali eccezioni,
striato da Tharros. l’unica categoria di vasellame greco che rag-
A partire dalla fine del VII e per tutta la giunga nei secoli V e IV a.C. l’interno del-
prima metà del sec. VI a.C. in tutti i centri l’isola. Sporadiche sono le attestazioni di
fenici costieri (Sarcapos, Villasimius, Karali, materiali d’importazione non vascolari: si
Nora, Bithia, Sulci, Othoca e Tharros) ed tratta di alcune placchette eburnee da Nora e
interni (Monte Sirai e Pani Loriga) si dif- da Tharros, attribuibili ad artigianato etr-
fonde il vasellame potorio in bucchero (kan- usco-meridionale degli inizi del sec. V a.C. e
tharoi, oinochoai, ky/ikes e qualche altra rara di una testa marmorea femminile, di scalpel-
forma) insieme a vasi etrusco-corinzi lo greco, da Antas. Al termine del IV e nella
(kilikes, piatti, ma soprattutto aryhal/oi e, tal- prima metà del sec. III a.C., accanto ad alcu-
volta, a/abastra) ed a qualche anfora etrusca ni rari prodotti della ceramografia a figure
(Sarcapos). rosse dell’Etruria meridionale (piattelli di
Nel corso della prima metà del sec. VI Genucilia da Sarcapos e Karali), giungono
a.C. giungono nelle città fenicie materiali nei centri punici ceramiche a vernice nera
greci, seppure in minore quantità rispetto ai dell’Etruria meridionale (brocche con orlo a
manufatti etruschi. cartoccio da Tharros e M. Sirai) e del Lazio
Si tratta di aryballoi laconici (Tharros, (vasi dell’atelier despetites estampilles da
Sulci), di arybal/oi e skyphoi e un cratere Sarcapos, Karali, Nora, Senorbì, Villaspe-
corinzi (Settimo S. Pietro, Bithia, Othoca, ciosa, Othoca, Tharros, Sorso, Olbia).
Tharros), di balsamari e coppe ioniche (Sar- Isolata è l’importazione ad Olbia di uno
capos, Karali, Nora, Bithia, Sulci, M. Sirai, specchio di produzione locrese (fine sec. IV
Pani Loriga, Othoca, Tharros) e di un’anfora a.C.).
attica a figure nere del 560 a.C. circa (Thar- I vettori di questo abbondante materiale di
ros). importazione non sono stati definiti con
Nella seconda metà del sec. VI a.C. il certezza, nei diversi periodi. Si può ritenere
vase!lame attico cresce progressivamente, che durante il periodo fenicio la libertà com-
con una brusca diminuzione nei decenni merciale consentisse transazioni economiche
corrispondenti alle campagne militari dirette tra produttori ed acquirenti, benché sia
cartaginesi in Sardegna, per pooi espandersi verosimile che i Fenici stessi di Sardegna si
nuovamente alla fine del VI ed agli inizi del recassero in Etruria ad acquistare i manufatti
sec. V a.C. etruschi insieme ad altri prodotti (vino, met-
Con l’avvento del dominio cartaginese alli?) che costituivano l’essenza del commer-
nell’Isola il commercio estero viene sotto- cio.
posto ad un rigido controllo, come documen- Come si è detto l’avvento cartaginese
ta per il rapporto tra Roma e Cartagine il nell’isola alla fine del sec. VI a.C. mutò gli
testo del I trattato, tramandato da Polibio. assetti commerciali.
Il vasellame attico del sec. V e del IV a.C. E verosimile che il vasellame attico fosse
è presente in straordinaria quantità sia nelle distribuito da mercanti punici, come docu-
grandi città costiere, sia nei modesti abitati menta del resto l’abbondanza di graffiti
rurali, anche se sono rarissimi i vasi di gran- cartaginesi su questa ceramica rinvenuta in

99
Sardegna e altrove (Baleari: relitto del Sec). pendenti, collo generalmente con collana
Tuttavia l’esistenza di marchi commerciali o nastro annodato dietro;
anche greci su questo vasellame induce a non 2) testa virile imberbe e diademata, volta a
escludere una ridotta partecipazione ateniese sinistra.
a tale commercio. I tipi che appaiono sul rovescio invece sono:
Finalmente la situazione prodottasi a 1) protome equina;
partire dal II trattato tra Roma e Cartagine 2) cavallo stante;
(348 a.C.) consente di ipotizzare un regime 3) cavallo stante e palma sul fondo; 4) caval-
di sostanziale monopolio commerciale puni- lo stante e retrospiciente;
co sulla Sardegna, a partire da quella data. In 5) tre spighe di grano, quasi sempre
particolare i prodotti laziali (forse romani) sormontate dal simbolo astrale del disco e
dell’atelier des petites estampilles dovranno crescente lunare;
considerarsi legati all’attività di mercanti 6) toro stante;
cartaginesi, del resto attestata in Etruria nel 7) toro stante e spiga sul fondo.
sec. IV a.C., dalla documentazione monetale
e da altri manufatti (protomi e balsamari in Dritto e rovescio hanno quasi sempre il
pasta vitrea). bordo contornato di perline, mentre, nel
Fino al sec. IV a.C. le transazioni campo, presentano spesso lettere puniche o
commerciali vennero effettuate in Sardegna la stella radiata o dei globuli.
col sistema del baratto. Fanno difetto attestazioni dirette relative
La monetazione fu introdotta dai Cartagi- al sistema ponderale in uso in Sardegna.
nesi nel sec. IV a.C. con esemplari di zecca Possiamo comunque presumere che i pesi e
di Sicilia e, a partire dal III sec. a.C., con la le misure usate dai Cartaginesi in Sardegna
produzione locale (di zecche cittadine o di fossero gli stessi di Cartagine (talenti, sicli,
“compagnie itineranti” di monetieri). A mine). E invece attestato il sistema metro-
questo proposito bisogna ricordare che le logico utilizzato dai Punici in Sardegna. la
emissioni puniche in Sardegna sono state misura lineare era il cubito nelle sue versioni
esclusivamente in bronzo ed hanno sul dritto egiziana (m. 0,525) e babilonese (m. 0,509),
i seguenti due tipi: largamente documentata nelle strutture
1) testa femminile, volta generalmente a edilizie della Sardegna feniciopunica.
sinistra, con corona di spighe, orecchini a

100
Capitolo III

Epigrafia

L’introduzione e la diffusione della lo di mercanti, sparso su tre continenti.
scrittura alfabetica, fu senza dubbio uno dei
maggiori contributi fenici alla civiltà della Aggiungasi che, durante i periodi medio
Sardegna. e tardo, accanto all’uso dei caratteri per così
La presenza della scrittura alfabetica feni- dire “nobili” l’epigrafia del mondo fenicio
cia è attestata in Sardegna dal sec. XI sec. orientale documenta, fin dal sec. VII a.C.,
a.C. (fr, Cross di Nora) al sec. III d.C. (epi- anche l’uso di caratteri corsivi, alcuni dei
grafe di Bithia). quali preannunziano quelli che in Occidente
I documenti epigrafici fenici (intendendo saranno poi tipici dell’alfabeto neopunico.
con questi anche i punici) rinvenuti in In Sardegna, a causa delle particolari vicen-
Sardegna ed oggi conosciuti, sono un centi- de storiche dalle quali fu caratterizzata la
naio (più precisamente 99) fra editi e inediti presenza fenicia nell’isola, lo schema crono-
ed essendo distribuiti, con maggiore o logico generale si presenta così modificato:
minore abbondanza, in tutti i secoli dal sec.
XI a.C. al III d.C., illustrano completamente sec. XI - VIII a.C. antico fenicio
l’evoluzione formale dell’alfabeto fenicio, sec. VIII - IV a.C. medio fenicio o
che si può considerare avvenuto secondo il antico punico
seguente schema cronologico: sec. IV - metà II a.C.tardo fenicio o
sec. XIII - VIII a.C. (antico fenicio) tardo punico
sec. VIII - IV a.C. (medio fenicio) sec. Il (metà) a.C. - III (inizi) d.C. (corsi-
sec. IV - II a.C. (tardo fenicio). vo o neopunico)
Tale schema (che viene qui proposto per È evidente infatti che lo schema generale
comodità del lettore) è fondato sulla con- non poteva restare immutato perché:
statazione che, in ciascuno dei tre periodi
indicati, le epigrafi dimostrano come l’alfa- a) il più antico documento epigrafico fenicio
beto fenicio avesse ormai acquisito forma di in Sardegna non può datarsi ad epoca
caratteri e ductus alquanto diversi da quelli anteriore al sec. XI a.C.; b) a partire dal
del periodo precedente. Tuttavia non si deve sec. VIII a.C., in Occidente inizia teorica-
dimenticare che l’evoluzione formale dell’al- mente la storia del punico, non do-
fabeto fenicio fu non solo lenta e graduale nel cumentato però prima del sec. VI-V a.C.
tempo ma anche geograficamente differenzi- specialmente in Sardegna, dove quindi, al-
ata, come del resto era ovvio presso un popo- meno per le epigrafi anteriori alla metà del

101
sec. VI a.C., si deve ancora parlare di feni- grafe di Bithia databile al tempo di Marco
cio; 101 Aurelio o più probabilmente di Caracalla,
c) essendo praticamente impossibile cioè alla fine del sec. II d.C. o agli inizi
distinguere il tardo fenicio dal tardo puni- del sec. III d.C.
co in Sardegna, ove i coloni punici con- Quanto alla tipologia generale dei carat-
vivevano con i discendenti di quelli fenici, teri alfabetici fenicio-punici in Sardegna, v’è
ritengo che i due termini riferiti all’alfa- da osservare clic sembra potervisi cogliere
beto possano essere usati indifferente- una certa tendenza all’attardamento formale
mente; (tipico esempio, la forma a tridente della
d) per ora non si può parlare di tardo fenicio shin, documentata ancora in epigrafi di Kar-
o di tardo punico in Sardegna dopo la ali e di Antas, databili al sec. IV e al III a.C.,
metà del sec. II a.C., mancando ancora cioè quando in tutto il mondo punico, era
qualsiasi prova epigrafica in proposito; a ormai caduta in disuso).
differenza di quanto si osserva in Oriente, I documenti epigrafici fenicio-punici
dove si conosce un’epigrafe (RES 1215) rinvenuti in Sardegna provengono da Karali,
del 96 a.C., redatta ancora in caratteri Nora, Bithia, Sulci, M. Sirai, Antas, Tharros,
tardo fenici; Bosa, Alghero-Anghelu Ruju, Olbia,
e) in Sardegna ed in altre regioni che erano Colostrai, S. Nicolò Gerrei.
state sotto il dominio di Cartagine, a Si può dire dunque che i documenti
differenza che in Oriente, l’alfabeto feni- epigrafici, pur non essendo tutti coevi né tutti
cio, sia pur in forma corsiva, sopravvisse a egualmente importanti, nel loro complesso
lungo sotto Roma, come dimostra l’epi- rappresentino un significativo indizio del-

Fig. 55. Tavole alfabetiche dal Co,itenau.

102
Fig. 56. Olbia. Iscnzione pun/ca Flle/lZ1Onafte
‘’qetha’sht ‘’ (Neapolis in Sardegna). Sec. Iii a.
C. Sassari, Museo Nazionale.

l’estensione geografica raggiunta dalla pre-
senza feniciopunica in Sardegna.
Benché collocati entro il grande lasso di
tempo che abbiamo individuato, quei docu-
menti non appaiono però distribuiti in modo
uniforme fra i vari secoli.
Mentre infatti sono assai scarsi quelli di
età fenicia (sei) e non molto numerosi i neop-
unici (sedici), abbondanti sono i documenti
databili all’età punica e specialmente quelli
tardopunici.
Aggiungasi che, mentre quelli fenici e
neopunici provengono da località costiere,
quelli punici, pur essendo più numerosi sulle Fig. 57. T/wrros. Tempio “delle iscrizioni puniche’’. Parti-
coste, sono stati rinvenuti anche in zona sub- colare.
costiera (M. Sirai) e addirittura interna
(Antas e S. Nicolà Gerrei).
È dunque inevitabile concludere che
l’introduzione della scrittura alfabetica in
Sardegna fu opera dei Fenici, ma la sua pen-
etrazione nelle zone interne e, in generale, la
sua divulgazione nell’Isola, furono con-
seguenza della colonizzazione cartaginese.
Si potrebbe anche ipotizzare che quella
divulgazione sia stata se non provocata
almeno potentemente favorita proprio dal-
l’attività burocratica degli scribi, inviati da
Cartagine in Sardegna sin dall’ultimo decen-
nio del sec. VI a.C. e certo rimastivi ad assol-
vere i loro compiti fiscali sino al 240 a.C. E Fig. 58. Cabras, Ipogeo di S. Salvatore. Iscrizioni latino-
ovvio infatti che la redazione scritta di docu- puniche con l’invocazione R VF (ù) = “guarisci”. Sec. IV
menti ufficiali da parte dell’Autorità statale, ci. C.

103
doveva comportare una graduale diffusione votivi, incisi su frammenti di ceramica vasco-
della conoscenza della scrittura fra la popo- lare. Sono in tutto quindici documenti (tre dei
lazione attiva dell’Isola. quali d’incerta interpretazione) nei quali deb-
A confortare tale ipotesi sta il fatto che, bono probabilmente riconoscersi indicazioni
scomparsa con la ribellione dei mercenari, di proprietà e misure espresse in caratteri
l’Amministrazione statale cartaginese e alfabetici. La categoria potrebbe quindi esser
subentrata poco dopo quella romana, l’uso definita genericamente come di documenti
della scrittura punica (divenuta neopunica epigrafici “profani”.
dopo la metà del sec. lI a.C.) andò gradual- Considerando ancora l’epigrafia fenicio-
mente riducendosi di frequenza e di esten- punica di Sardegna nei suoi contenuti, è inte-
sione sopravvivendo più a lungo nelle città ressante osservare come (anche se con pochi
costiere (Sulci), ove la popolazione di origine e scarni riferimenti) vi siano documentati
semitica era più numerosa, o nei luoghi di quasi tutti gli aspetti della vita religiosa,
culto (Antas, S. Nicolò Gerrei) ove era politica e sociale dell’Isola durante la colo-
favorito dal conservatorismo religioso. Nel nizzazione fenicia e specialmente quella
tempio di Bes a Bithia, ove i due fattori di punica.
sopravvivenza convergevano, il neopunico L’onomastica divina è infatti documentata
sopravvisse infatti come lingua scritta, fino al dalla menzione dei seguenti nomi divini:
sec. Il III d.C.
Un secolo più tardi invece l’alfabeto 1) Baal 2 volte
neopunico non era più usato nemmeno in un 2) Baal Hammon 2 volte
tempio posto nel circondano di una città 3) Baal Addir (?) I volta
costiera come Tharros. 4) Baal Shamem 1 volta
Nell’ipogeo di Marte e Venere a S. 5) Melqart 2 volte
Salvatore di Cabras infatti, durante l’età 6) Sid 7 volte
costantiniana, le invocazioni rivolte alla 7) Eshmun 2 volte
divinità erano ancora formulate in punico ma 8) Shadrafa I volta
scritte in caratteri latini. 9) Horon 1 volta
Quanto al contenuto dei documenti 10) Pumay (?) 1 volta
epigrafici fenicio-punici in Sardegna, va Il) Tanit 3 volte
detto preliminarmente che questo non è sem- 12) Ashtart 1 volta
pre definibile con sicurezza, a causa del cat- 13) Elat I volta
tivo stato di conservazione di alcuni esem- 14) Hut I volta
plari, mentre di altri (oggi perduti) ci sono
giunti solo copie illeggibili o trascrizioni Aggiungasi che talvolta quei nomi sono
chiaramente errate. Comunque, sia includen- inseriti in testi preziosi per la conoscenza e la
do sia escludendo gli esemplari d’interpre- comprensione della religione e del culto feni-
tazione incerta, si può affermare che i docu- cio pun i co.
menti votivi sono di gran lunga i più nu- Naturalmente, è ampiamente documentata
merosi (57, dei quali 8 incerti), mentre i anche l’onomastica umana, della quale si può
meno numerosi (6, dei quali I incerto) sono dire che non differisce da quella a noi nota at-
quelli commemorativi. Vi sono poi undici traverso le epigrafi del rimanente mondo
documenti di contenuto magico (tre dei quali fenicio-punico, se non forse per la presenza
incerti) e dieci funerari (tre dei quali incerti). nella epigrafe neopunica di Bithia del nome
Inoltre, a queste quattro categorie se ne deve ‘nbrys che sembra rendere in forma punica
aggiungere una quinta, della quale fanno quello di un indigeno sardo.
parte anche i bolli anforari ed i graffiti, non Quanto agli aspetti della vita politica e so-

104
ciale nella Sardegna fenicio-punica, basterà Colpiscono infatti le dimensioni modeste
ricordare che nelle epigrafi si trovano o addirittura piccole dei caratteri (anche nelle
riferimenti più o meno espliciti alle classi epigrafi commemorative) e la netta sepa-
sociali che abbiamo preso in considerazione razione tra la sfera dell’umano e quella del
più sopra ed alla controversa categoria dei divino.
“ha ‘am”, oltre ad csscrvi menzionati singoli Non vi è infatti alcuna menzione di semi-
personaggi, qualificati come “sufeta” (Antas, dei o di uomini divinizzati; così come non vi
S. Nicolò Gerrei, Tharros e Bithia), ‘’scriba” è menzione di statue onorarie se non in due
(Tharros), “capo dei sacerdoti’’ (Karali), epigrafi neopuniche di Sulci, nelle quali è
‘’architetto’’ (Karali e Tharros), ‘’imprendi- evidente l’influenza della mentalità e delle
tore’’ (M. Sirai), ‘’soprastante” (Karali e usanze romane sopra una società ormai non
Bithia), “decoratore” (Tharros), “tecnico più genuinamente feniciopunica.
delle coperture” (Antas), “vignaiolo” (Thar- Vi sono senza dubbio saltuarie concezioni
ros), “membro di associazione” industriale o alla vanità umana, rappresentate dalle
commerciale (S. Nicolò Gerrei), “servo” (M. genealogie, dalla menzione della carica più
Sirai, S. Nicolò Gerrei, Antas) e, forse, ‘’lib- alta ricoperta dall’interessato o da qualche
erto’’ (Karali). suo antenato e nell’esplicita dichiarazione di
A tali menzioni, si aggiungono altre tre, essere un “ba ‘am” fatta da taluni offerenti di
interessanti per la documentazione delle isti- Antas. Ma siamo ben lontani dall’enfasi
tuzioni private: le menzioni di due mogli encomiastica riflessa nel cursits honorum
(Karali e Tharros) e quella di una madre, il dell’epigrafia romana!
cui nome è citato da un dedicante, al posto In sostanza sembra si possa dire che
del patronimico (Sulci). l’epigrafia fenicio-punica di Sardegna fu
Una presentazione del patrimonio eminentemente funzionale, al servizio del-
epigrafico fenici-punico di Sardegna, anche l’uomo visto nella sua realtà, senza molte
se breve e sommaria come quella che qui si è preoccupazioni di forma né illusioni di glo-
tentata, non può concludersi senza un’osser- ria, ma certo anche senza materialismo, come
vazione di carattere generale: forma e con- dimostra la fortissima prevalenza delle epi-
tenuto la distinguono profondamente da grafi di contenuto religioso.
quella classica e specialmente da quella
romana.

105
La colonizzazione fenicio-punica intro- I luoghi di culto itineranti sono
dusse e diffuse in Sardegna il tipo di tempio rappresentati da un solo tipo di tempio: la
in uso presso i Semiti nord-occidentali: un tenda sacra di ogni esercito cartaginese,
luogo sacro ove l’uomo eleva la propria eretta a fianco della tenda del comandante,
preghiera e offre il suo sacrificio alla divinità. secondo le notizie fornite da Diodoro Siculo.
Nel mondo fenicio-punico di Sardegna possi- Nel suo aspetto esteriore, tale luogo di
amo parlare indifferentemente di Santuario o culto non può documentarsi; tuttavia alcuni
Tempio. In senso stretto, invece, non abbi- indizi consentono di individuare il corredo di
amo testimonianza di santuario, inteso non una tenda sacra collocato, in un secondo
come “luogo sacro” ma come complesso del tempo, in un luogo di culto permanente.
tipo dei santuari panellenici dotati di naòs, Possiamo infatti attribuire alla tenda sacra
thesauroi, stadio etc. all’interno di un della guarnigione di stanza a Monte Sirai la
temenos che separi l’area sacra da quella pro- statua di culto di Ashtart ed i doni votivi
fana. sistemati nel mastio di Monte Sirai durante la
Gli clementi costitutivi del tempio fase di ristrutturazione cultuale del mastio
feniciopunico, del quale finora sono stati rin- stesso.
venuti in Sardegna almeno trentacinque Tale attribuzione è motivata dal fatto che
esemplari, possono definirsi come segue. la statua ed i più antichi ex-voto, databili al
Un muro o un allineamento di pietre o di sec. VII-VI a.C., poggiavano su un pavimen-
rocce separa l’area sacra da quella profana. to della seconda metà del sec. III a.C., ma
All’interno dell’area sacra sono essenziali evidentemente, in origine, erano trasportati,
l’altare cd una conserva d’acqua lustrale, quale corredo della tenda sacra arcaica, nelle
utilizzabile nelle cerimonie di purificazione località dove le evenienze militari conduce-
che si accompagnavano al sacrificio ed alle vano la guarnigione.
forme di culto minori. I luoghi di culto stabili sono suddivisibili,
Un altro elemento è il bosco sacro, reale o come si è detto, in pubblici e privati.
simbolico, noto da fonti antiche, ma non do- Di quest’ultimo tipo si sono individuati
cumentabile archeologicamente. due esempi a Monte Sirai; si tratta di due
All’interno dell’area sacra vi erano il beti- luoghi per il culto domestico nelle case “Fan-
lo (o i betili), l’asheràt e la statua di culto. tar” e “Guzzo Amadasi”.
Inizialmente nel tempio dovette esservi I luoghi di culto possono essere sia urbani
uno o più betili, mentre la statua di culto vi sia extraurbani. Il tophet può essere sia ester-
poté essere introdotta successivamente. no, sia interno alla città, anche se pare che
Vi era infine, all’interno dell’area sacra, il una regola canonica, che ammette eccezioni,
sacello, che però non è un elemento neces- ne sancisse il carattere extraurbano, non
sario ma accessorio, in quanto il tempio era lungi dalle mura della città. Allorquando il
considerato un luogo dove l’uomo pregava e tophet è interno si trova comunque alla per-
offriva il sacrificio alla divinità, pura essenza iferia dell’insediamento.
spirituale, e non era (come il tempio classico) La tipologia dei luoghi di culto può
una dimora del dio. definirsi nel modo seguente: si tratta di
Il sacello sembra assolvesse una funzione luoghi elevati, almeno simbolicamente, in
di protezione della statua di culto e degli quanto il devoto doveva effettuare un’ascesa
arredi sacri. verso la divinità, ascesa concretata talora in
I luoghi di culto fenicio-punici si possono alcuni gradini di modesta altezza. II tempio
raggruppare in due categorie: a) luoghi di ha una planimetria estremamente varia e gen-
culto iii-nei-anti; b) luoghi di culto stabili, eralmente è dotato di sacello, sempre a pianta
pubblici o privati. quadrilatera.

106
Capitolo IV

Il tempio e le istituzioni
religiose

L’articolazione planimetrica dei templi colava in un vestibolo, in un vano intermedio
fenicio-punici in Sardegna è la seguente: pos- con il grande altare incentrato sulla roccia
sono esservi luoghi di culto senza sacello (to- sacra e nel penetrale. Nella terza fase invece
phet di Bithia, nella fase arcaica; c.d. tempio la tripartizione si attua nel pronao, nel vano
di Tanit di Nora, in età arcaica) o con più sa- mediano e nel penetrale bipartito. Il tempio
celli (i già citati esempi dei tephatim di Sulci, di Demetra a Tharros, è costituito da pronao,
Bithia e del tempio di Demetra a Terreseu- vano mediano e penetrale, dotato di due aper-
Narcao). Nella maggior parte dei templi però ture verso il vano intermedio, forse in rappor-
si ha un unico sacello di tipo semplice ovvero to ad una originaria bipartizione dello stesso
a pianta tripartita o a vani affiancati. penetrale, attuata con materiale deperibile.
Il tipo del sacello semplice è esemplificato II tempio limitrofo al teatro, a Nora, pre-
dagli esemplari del tophet di Sulci (sacello senta un pronao, il vano mediano ed il pene-
maggiore) e del tempio di Sid ad Antas, nella trale a due accessi; il tempio delle divinità
prima fase. salutari, ugualmente a Nora, è caratterizzato
Tra i sacelli a vani affiancati possono citar- dalla tripartizione dei vani con due accessi al
si quello di Tharros (Capo S. Marco), dove si penetrale, suddiviso da una struttura muraria
entra, attraverso un minuscolo vestibolo, in in due ambienti.
un secondo vano, affiancato da un penetrale e Il tempio di Demetra a Terreseu di Narcao
quello di Nora (Sa Punta ‘e Su Coloru), è caratterizzato dalla tripartizione ma il pene-
sacello costituente la fase più antica del trale, con l’altare del sacrificio, ha l’accesso
luogo di culto alla divinità salutare. sull’esterno e non sul secondo vano del sacel-
Come esempi di templi con sacello a pianta lo.
tripartita si indicano: il sacello del tophet di Una caratteristica che si è ricordata, nell’a-
Monte Sirai, dove la tripartizione è resa più nalisi di questi sacelli a pianta tripartita, è
complessa dall’esistenza di vani laterali; il quella del penetrale a pianta bipartita o gem-
tempio del mastio di Monte Sirai che presen- inato, dunque costituito da due piccoli vani
ta un ingresso, il vano mediano, diviso in due affiancati e non comunicanti tra loro.
da un muro di sostegno del tetto, ed il pene- Gli esempi di templi dotati di penetrale ge-
trale con i vani di servizio ricavati nel muro a minato sono il sacello del tophet di Monte Si-
casematte di nord-ovest; il tempio di Sid-Sar- rai, il sacello del mastio di Monte Sirai, il
dus ad Antas nella seconda e nella terza fase tempio di Sardus Pater ad Antas (terza fase
edilizia. Nella seconda fase il sacello si arti- edilizia), i templi del teatro e di Sa Punta ‘e

107
Su Coloru a Nora; il tempio di Demetra a dell’orientamento canonico semitico.
Tharros. A Sud è orientato il tempio di Sa Punta ‘e
Le dimensioni del sacello sono, Su Coloru di Nora, nella fase costantiniana.
generalmente, assai modeste: il maggiore Ad Ovest sono orientati i sacelli di tre tem-
(tempio di Sardus Pater, ad Antas) è di m. 18 pli di Tharros: il sacello del tempio delle
x 9, nemmeno lontanamente paragonabile semicolonne doriche nella fase punica, il
alle dimensioni dei fastosi templi classici sacello del tempio delle epigrafi puniche, e il
della Magna Grecia o della Sicilia. tempio c.d. “area sacra di tipo semitico”,
Il sacello, dotato sempre di pianta noto solo nella fase sardopunicaromana.
quadrilatera, presenta nella variante rettango- La spiegazione di questo orientamento
lare i lati lunghi di lunghezza approssimati- abnorme è insita nella geomorfologia del
vamente doppia rispetto a quella dei lati brevi luogo, che imponeva la costruzione dei sacel-
(proporzione 2:1). li con orientamento da valle verso monte. I
La maggior parte dei templi risulta orienta- Romani, allorquando ricostruirono il tempio
ta a Nord, uno orientato a Sud, tre a Ovest, delle semicolonne doriche, attuarono una
due ad Est. L’orientamento a Nord si spiega grandiosa sostruzione, per poter adeguare
col fatto che, nel Vicino Oriente antico, era l’orientamento del nuovo tempio alle loro
largamente diffusa la convinzione che fosse norme religiose.
quello il settore dell’Universo preferito dalla Due sacelli sono orientati ad Est: il suddet-
divinità come propria dimora. Ditale convin- to sacello ricostruito nell’area del tempio
zione è traccia anche in alcuni passi biblici, delle semicolonne doriche a Tharros, ed il
di notevole antichità, ed in uno degli appella- sacello più tardo del tophet di Bithia.
tivi dati al fenicio Baal: Baa! Saphon, cioè Nei templi l’elemento principale è
Signore del Nord. Quanto poi all’origine di l’altare.
quella convinzione, si può pensare che il L’ubicazione dell’altare (o degli altari)
Nord fosse ritenuto sede preferita dalle divi- rispetto al sacello può essere varia: si hanno
nità perché considerato il luogo più alto del- esempi di altari esterni al sacello: tephatim di
l’Universo, come suggeriscono le credenze Sulci e Tharros, con due altari, uno di fase
di molti popoli arcaici dell’emisfero boreale. arcaica, l’altro di fase tarda, tophet di Bithia,
Hanno orientamento a Nord i sacelli dei con un altare unico. Si hanno altari interni al
tephatim di Bithia, di Sulci e di Tharos, i sacello, localizzati nel settore sinistro del
sacelli dei templi del Capo S. Marco e di sacello stesso (Tharros, sacello del Capo S.
Demetra a Tharros, i sacelli del tempio del Marco) ovvero nel settore destro (Monte
teatro e del tempio di Sa Punta ‘e Su Coloru Sirai, sacelli del mastio e del top het).
(fase arcaica) di Nora; il sacello del tempio di A Terreseu di Narcao si ha una pluralità di
Antas (nelle tre fasi edilizie); i sacelli del altari sia all’interno, sia all’esterno del sacel-
tophet e del mastio di Monte Sirai, il sacello lo; all’interno del sacello si ha un piccolo
principale del tempio di Demetra di Terreseu altare, che conteneva il sacrificio di con-
di Narcao; infine l’altare del sacello ipogeico sacrazione, mentre esternamente abbiamo
di S. Salvatore di Cabras; in questo caso però vari altari, benché non si sia accertato quanti
la situazione è estremamente particolare. Si e quali funzionassero contemporaneamente.
tratta infatti di un sacello che riutilizzava un La tipologia degli altari è estremamente
antico tempio a pozzo nuragico, dotato di ricca: abbiamo altari quadrilateri semplici e a
diverse esigenze rituali di orientamento. Per muro (sacelli dei templi tharrensi del Capo S.
questo motivo solamente l’altare dei sacrifici Marco e delle iscrizioni puniche, sacello del
con fuoco era orientato verso nord, di- tophet di Monte Sirai); altari quadrilateri
mostrando la persistenza in età costantiniana isolati e dall’aspetto di semplici basamenti

108
rettangolari (es. l’altare all’aperto nel tophet tivamente alti.
di Bithia) o cubici (es. (Terreseu - Narcao); Un ulteriore elemento dei luoghi di culto è
altari a settore circolare di derivazione proto- costituito dal deposito sacro. Il deposito
sarda (sacelli del top het e del mastio di sacro può trovarsi semplicemente all’interno
Monte Sirai). del sacello (nel tophet di Sulci costituisce la
Gli altari costruiti risultano generalmente deposizione del sacrificio originario nel
assai bassi, ad eccezione degli altari luogo sacro), ovvero all’interno dell’altare
rappresentati dai modellini di Megiddo, rela- nel penetrale (sacello di Demetra a Terre-

Fig. 59. Tharros. Il Tempio “delle semicolonne doriche” (Sec. IV-III a.C.) ed il quartiere circostante.

109
seuNarcao). vano il sacrifico, rinvenute a Cartagine e a
I sacrifici compiuti in quei templi si distin- Marsiglia; tali tariffe hanno dei sorprendenti
guono in cruenti ed incruenti. riscontri nella disciplina stabilita nel Leviti-
Il primo tipo comporta l’uccisione della co.
vittima, che viene quindi bruciata parzial- Le vittime umane venivano immolate nel
mente o totalmente (olocausto). Le vittime tophet con il sacrifico detto io/k, offerto a
potevano essere umane e animali; queste cura e nell’interesse della comunità urbana.
ultime sono elencate nelle tariffe che regola- Tale sacrificio comportava l’olocausto della

Fig. 60. harros. Il Tempio “delle semicolonne doriche”. Particolare del basamento su cui sorgeva il sacello. Sec. IV-III
a.C.

110
Fig. 61. harros. Il Tempio “delle semicolonne doriche”. Veduta da nord-est. Sec. IV-III a.C.

vittima e la conservazione delle ceneri all’in- In effetti ignoriamo diverse caratteristiche
terno di un’urna fittile, la cui presenza, a par- di questo sacrificio: i limiti di età delle vit-
tire dal sec. VI a.C., era indicata da una stele, time, probabilmente di età non superiore a
dotata o meno di un’iscrizione votiva. La due anni; il numero delle vittime annuali,
stele, tuttavia poteva connotare anche una secondo un’attestazione una coppia di vit-
pluralità di urne. Alcuni studiosi hanno avan- time, secondo altri una pluralità di sacrifican-
zato dubbi sull’esatta natura del sacrifico di; il sesso delle vittime, che in base al testo
io/k. biblico potrebbe essere stato sia maschile, sia

111
Fig. 62. Tharros. Cisterna “a
bagnarola” di età sardo-punica del
Tempio “delle semicolonne dori-
che”.

femminile; lo stato fisico delle vittime: inte- progresso di tempi, a costituire l’unico olo-
gre o minorate. Vari autori hanno accreditato causto nel rito del mnolk hornor (che, inizial-
la seconda eventualità, come soluzione con- mente, si configurava invece come un sacrifi-
sueta; si deve invece ritenere, come regola cio eccezionale di sostituzione, regolato da
generale, che gli individui imperfetti non norme che oggi però ci sfuggono).
venissero offerti alla divinità, secondo l’at- Nell’analisi dei resti osteologici contenuti
testazione univoca di tutte le religioni, ed in in una serie di urne di tephatimn è stata
particolare di quella ebraica (assai vicina a documentata, infatti, la presenza del sacrifi-
quella fenicio-punica sotto diversi profili) cio doppio, umano e animale.
che vietava l’offerta di vittime che non fos- Un altro elemento attestato dagli studi
sero assolutamente perfette. osteologici è quello del sacrificio di feti,
Ignoriamo anche i modi di sacrificio delle documentato a Cartagine e Tharros. Que-
vittime: se cioè venissero uccise e quindi st’ultimo sacrificio potrebbe spiegarsi come
bruciate ovvero, come vuole qualche autore, l’offerta non di vittime imperfette, bensì di
fossere arse vive. vittime prescelte dalla divinità, in quanto
Quest’ultima soluzione sembra alquanto esseri viventi non giunti alla nascita. Tale
incerta, sia per il carattere di supplizio che ipotesi può essere illuminata dalla interpreta-
rivestiva l’arsione di persone viventi, sia per- zione semitica (araba in particolare) del folle,
ché la combustione dell’essere vivente non il quale, lungi dall’essere considerato un
rientra nella prassi religiosa semitica, che minorato, è ritenuto toccato dalla baraqà,
impone lo scorrimento del sangue prima del- benedizione della divinità.
l’olocausto, secondo un concezione atavica Non può infine ritenersi che le note
che informa di sé ancora la mentalità ebraica maschere orride fossero poste sul volto delle
profana, che vuole l’uscita del sangue anche vittime al momento del sacrificio. La totalità
dalle carni degli animali macellate per uso delle maschere apotropaiche infatti, ad
alimentare. eccezione di un esemplare di Mozia, è stata
Un altro aspetto non chiarito è quello del rinvenuta in tombe e non presenta quelle
momento in cui alle vittime umane si associò caratteristiche che l’arsione avrebbe dovuto
una piccola vittima animale, destinata, nel provocare.

112
I sacrifici incruenti erano
costituiti da offerte di fiori,
incenso, profumi, cibi, liba-
gioni e luci che ardevano in
lucerne semplici e multiple,
nonostante che questi ultimi
esemplari si siano, finora,
rinvenuti generalmente in
tombe.
I sacelli si presentavano
anche con caratteristiche
definibili architettoniche.
In Sardegna sono docu-
mentati in minima parte da
edifici supersititi, in massima
parte dalle stele del tophet,
sia lo stile egizio, sia lo stile
greco (dorico, ionico, eolico-
cipriota), sia il tipo c.d. asi-
atico.
Lo stile egizio è documen-
tato in costruzioni monumen-
tali a Nora (sacello di Sa
Punta ‘e Su Coloru, con edi-
cola ad architrave con fregio di urei), ad Fig. 63. Tharros. Sacello del Tempio “de/le iscrizioni pii-
Antas (gole egizie del tempio di Sid Addir di niche “ Sec. 111li aC.
seconda fase); a Tharros (gole egizie del tem-
pio delle semicolonne doriche e delle cole riprodotte nelle stele del tophet di Sulci.
iscrizioni puniche) ed a Matzanni-Genna L’ordine dorico è documentato ad Antas
Cantoni (gole egizie del tempio tardop u n i - (tempio di Sid nella seconda fase), a Tharros
co). (tempio delle semicolonne doriche) e nelle
Inoltre lo stile egizio è attestato dai stele del tophet di Sulci.
modellini riprodotti sulle stele dei tephatim Per altri sacelli infine, di un tipo assai
di Sulci, Monte Sirai, Nora e Tharros. semplice e funzionale, non può parlarsi di
Lo stile greco nell’ordine eolico-cipriota è ordini architettonici ma di tipo edilizio,
documentato a Tharros nel tempio delle definito convenzionalmente “asiatico”:
semicolonne doriche in forme monumentali esempi di questo tipo sono rappresentati sulle
ed a Sulci, Monte Sirai e Nora nelle stele dei stele del tophet di Sulci.
rispettivi tephatim. In conclusione possiamo riassumere le
L’ordine ionic-attico è attestato a Nora, caratteristiche dei luoghi sacri fenicio-punici
nel tempio c.d. di Tanit, dove, tuttavia il nel modo seguente: l’orientamento è man-
capitello superstite presenta una protome tenuto, dove non si oppongano ostacoli natu-
umana compresa tra le due volute, caratteris- rali, a Nord; vi è la tendenza a mantenere
tica attestata in ambiente peninsulare (Etruria separati il luogo dei sacrifici cruenti da quel-
e Magna Grecia) in età ellenistica, e ad Antas lo dei sacrifici incruenti (sacello del mastio di
(tempio di Sardus Pater nella terza fase Monte Sirai); il penetrale geminato rende più
edilizia). Lo stesso ordine caratterizza edi- evidente la suddetta separazione di sacrifici;
113
Fig. 64. Tharros. Tempio ‘delle iscrizioni puniche (planimetria).

114
tale bipartizione, attestata a partire dal sec. V offerta dalle stele dei tephatim è valida per le
a.C. (l’esempio più antico è costituito dal strutture architettoniche (pilastri, architravi,
sacello del tophet di Monte Sirai), sembra gole egizie, colonne con capitelli e basi, tim-
determinata dalla Riforma punica; l’altare pani, acroteri) ma non è attendibile per la
appare basso e quadrangolare (ad eccezione conoscenza della decorazione figurata (statue
degli altari a corni tipo Megiddo di Tharros, interne e sculture frontali) che sembra piut-
di dimensioni elevate e dell’altare a settore tosto aggiunta dallo scultore della stele con
circolare di Monte Sirai); il sacello era di funzione simbolica, come documenta, ad
dimensioni assai modeste e poggiava su un esempio, il simbolo astrale che appare sopra
basamento basso rispetto alla quota del ter- l’ariete in una stele centinata di Sulci.
reno circostante; i santuari di Demetra
documentano la punicizzazione ditale culto Naturalmente nel tempio si trovava anche
greco, giustificando l’appellativo di Cereres una notevole quantità di materiale cultuale e
Africanae dato dai Romani a Demetra e Core votivo che, per sua natura o destinazione, pur
venerate in ambiente cartaginese. essendo mobile, ne faceva comunque parte
integrante e deve quindi essere ora almeno
Gli ordini architettonici greci si diffon- menzionato, anche se una parte sarà presa in
dono in età tardo-punica e prevalgono quelli considerazione più analiticamente in un
di origine asiatica (eolica-cipriota e ionico). apposito capitolo.
Il materiale usato è sempre di natura molto Fra il materiale cultuale vanno ricordate in
modesta e tale da rendere necessario un primo luogo le scuture a tutto tondo che
rivestimento in materia deperibile (legno, erano oggetto del culto stesso, perché consid-
tessuto) o in intonaco di calce, assai ben erate dimora o immagini della divinità. Real-
curato. izzate in pietra, in terracotta od in legno,
Finalmente la documentazione dei quelle sculture potevano essere aniconiche
prospetti di sacelli egittizzanti e grecizzanti od iconiche.

Fig. 65. Tharros. Capo S. Marco. Sacello arcaico (planimetria a sezione).

115
Le sculture aniconiche (come del resto il sona divina).
tempio fenicio-punico) erano espressione di Il betilo (detto anche massevàth, cioè
una tradizione antichissima, che senza dub- “pilastro”) era dunque la più antica forma
bio aveva le sue origini nella preistoria semit- che, agli occhi del semita, poteva esprimere
ica, quando i pastori nomadi, remoti antenati la divinità: una scultura aniconica, come si
dei Fenici, vivevano nell’ambiente desertico deduce dal testo biblico ove si narra del beti-
e sub-desertico dell’Arabia. In quell’epoca lo in forma di cippo, che Giacobbe ricavò
infatti, il luogo sacro semitico, rozzamente dalla pietra da lui usata come capezzale. E
delimitato da una linea di pietre o da rocce dallo stesso testo si deduce che il betilo pote-
naturali, non solo non poteva avere un sacel- va avere dimensioni modeste o addirittura
lo in muratura, ma certo non aveva sculture piccole, anche se gli scavi condotti in Ori-
figurate. La presenza divina era indicata da ente, in ambiente cananeo, hanno portato alla
una pietra, che era insieme l’espressione tan- scoperta di templi semitici nei quali si
gibile e la casa della divinità: il betilo (da ergevano betili in forma di cippi note-
betel = “casa di dio”). Mentre infatti nella volmente alti. Ed è interessante notare che
storia biblica di Giacobbe, bet-El è il nome quegli scavi hanno dimostrato anche come in
del luogo sacro rivelatosi casa di Dio e con- uno stesso tempio potesser trovarsi anche più
trassegnato da un cippo, in un testo fenicio betili o massevàth.
del sec. VII a.C. (il famoso trattato di Asar- In Sardegna (a Sulci, Monte Sirai, Tharros
haddon) Baitili è il nome di una divinità (o e Nora) si sono trovate nei templi fenicio-
meglio, come vedremo in seguito, di una per- punici alcune di quelle sculture aniconiche,

Fig. 66. Monte Sirai. Sacello del Mastio, seconda metà Fig. Fig. 67. Monte Sirai. Sacello del Tophet (planimetria).
67. Monte Sirai. Sacello del Tophet (planimetria) del Sec.
III a. C.

116
isolate e tutte di dimensioni molto modeste, Nora (ove è raffigurato un pilastro betilico
essendo alte solo poche decine di centimetri; poggiato sopra un alto supporto) ed un cippo-
mentre molti altri appaiono raffigurati sulle trono di Tharros, ove il betilo appare molto
stele votive e sui cippi-trono dei tephatim, meno alto del trono che gli fa da base. È
isolati o riuniti in gruppi da due a cinque. interessante notare anzi come quel manufatto
Il betilo trovato a Tharros (nel tempio del tharrense ci dimostri inequivocabilmente che
Capo S. Marco), quello rinvenuto a Monte il betilo poteva avere anche la forma di un
Sirai (nel sacello del mastio) e quelli raffigu- cubo alto venti centimetri. È proprio questo
rati nelle stele e nei cippi dei tephatim, hanno ha consentito di riconoscere l’unico esempio
rivelato che tali sculture aniconiche erano di un gruppo di betili scolpiti a tutto tondo
generalmente poggiate sopra supporti che, in conservato in Sardegna: la scultura aniconica
taluni casi, potevano anche avere un’altezza scoperta a Cabras - Monti Prama, che presen-
superiore a quella del betilo stesso. Tipici ta, allineate sopra una base parallelepipeda,
esempi in proposito son forniti da una stele di tre terne di piccoli betili a forma di cubo. Si

Fig. 68. Monte Sirai. Tophet (planimetria).

117
Fig. 69. Bithia, Tophet (planimetria).

118
Fig. 70. i /1wrus, I oplit.Si,uio di urne di
epoca sardopunica.

Fig. 71. Tharros, Tophet. Urne di epoca
punica.

119
Fig. 72. Tharros, Tophet (sezione).

Fig. 73. Tharros, Tophet. Altare costituito da stele. Sec. IV-III a.C.

120
Fig. 74. Sulci, Tophet (planimetria).

sono trovati però anche betili a forma di pic- presenta inciso il simbolo mistico del trian-
cola piramide triangolare (Nora, Tharros) e golo apicato.
di lastra rettangolare (Monte Sirai), cosicché Segni allusivi alla presenza feconda della
appare logica la conclusione che i betili fos- divinità appaiono in altri betili: uno
sero sculture aniconiche in pietra a tutto pilastriforme con aspetto fallico (Sulci) ed
tondo, di varia forma e dimensione che uno piramidale con incisione di aspetto vul-
rappresentavano, in modo tangibile, la dimo- vare (Tharros).
ra e quindi la presenza della divinità. E pos- Una scultura aniconica a tutto tondo, ma
sibile anzi che, in senso lato, si possa esten- lignea e quindi non giunta fino a noi in alcun
dere il nome di betilo anche alle rocce iso- esemplare, era la asheràh, che sembra
late, che la religiosità antica avesse ritenuto, esprimesse anch’essa la presenza divina nel
per qualche motivo particolare, scelte dalla tempio, ma in aspetto esclusivamente fem-
divinità come dimora ove manifestare la sua minile. Nulla però possiamo precisare circa
presenza. Tale era forse nel tophet di Sulci, il la sua forma e dimensione.
roccione ai piedi del quale si è trovata la più Anche le sculture iconiche a tutto tondo
antica deposizione votiva e che, sulla vetta, (cioè le statue) erano presenti nei templi feni-

121
Fig. 75. Sulci, Tophet (veduta parziale)

Fig. 76. Sulci, urne nel Tophet.

122
cio-punici e qualche esemplare ne è stato datazione delle due sculture, che però l’anal-
trovato anche in Sardegna. La più antica è isi stilistica ed iconografica suggerisce di
senza dubbio la c.d. Ashtart di Monte Sirai, datare al sec. II a.C. circa.
alta circa m. 0,45, trovata ancora in posto nel Quelle statue sono espressione della
sacello del mastio, collocata sopra un pavi- grande ondata culturale greca abbattutasi sul
mento databile alla seconda metà del sec. III mondo punico durante l’epoca delle guerre
a.C., ma certamente pertinente alla tenda sicule e potentemente favorita dall’ingresso
sacra della guarnigione fin dall’età arcaica, del culto di Demetra a Cartagine, nel 396
come dimostra la maggiore antichità del suo a.C. Non bisogna però dimenticare che già
stile. Di quella scultura (scolpita in pietra una prima ondata analoga, anche se più
proveniente dalle vicine cave di Paringianu) debole, aveva raggiunto il mondo punico fra
solo la testa è accuratamente lavorata in ogni il sec. VII e il VI a.C., in conseguenza dei
dettaglio, mentre il corpo appare accennato, contatti commerciali fra Greci e Fenici,
ha un aspetto pilastriforme, che induce a con- durante quei secoli, nei vari porti del
siderarla più un betilo semiantropomor- Mediterraneo e nella stessa Cartagine. Di
fizzato, che una vera statua. Comunque, lo quel primo influsso greco nell’arte fenicio-
stile della testa è ben definibile come semiti- punica in Sardegna, sono esempi notevolissi-
co del sec. VII-VI a.C. e ne fa un elemento mi i due leoni protiri, scoperti a Sulci nel
fondamentale per la storia della scultura feni- 1983 e databili fra il sec. VI e il V a.C. Quelle
cio-punica in Saxdegna, della quale rappre- due sculture a tutto tondo in pietra, con ogni
senta egregiamente la componente asiatica. probabilità pertinenti ad una porta della
La componente egizia invece (presente acropoli, rivelano infatti evidenti influssi del-
nella scultura fenicia fin dal II millennio a.C., l’arte greca arcaica, trovando i confronti più
come conseguenza della prolungata domi- stringenti nella Sfinge dei Nassii a Delfi e nei
nazione faraonica nella terra di Canaan) è leoni arcaici di Delo.
rappresentata da alcune statue in pietra perti- Oltre le sculture a tutto tondo, facevano
nenti al culto del dio eziziano Bes (acccetta- parte del materiale cultuale certamente usato
to e diffuso dai Fenici anche nelle loro nei templi fenicio-punici di Sardegna anche
colonie) trovate a Karali, Maracalagonis, le seguenti categorie di oggetti:
Fordongianus e Bithia. Sono statue difficil- 1) arule, cioè minuscoli altari di pietra e ter-
mente databili con precisione, perché non se racotta, usate per sacrifici incruenti. Di
ne conoscono i dati stratigrafici di trovamen- questa categoria sono esempi notevoli
to, mentre è certo che le esigenze ico- l’arula in pietra sormontata da un minus-
nografiche debbono aver condizionato lo colo betuo, ancora in situ nel sacello del
stile degli autori. Sembra però accettabile la tophet a Sulci, e le due arule fittili con
datazione al sec. IV-III a.C., generalmente raffigurazione di gorgoneia di stile
proposta dagli studiosi per tutti gli esemplari, arcaistico sui lati, rinvenute presso il
tranne che per uno di quelli trovati a Fordon- sacello del mastio, nell’acropoli di
gianus, datato all’età romana. Monte Sirai;
Finalmente, le due statue fittili pertinenti 2) bruciaprofumi fittili, a due coppe sovrap-
al culto di Demetra, recuperate in frammenti poste, secondo una tipologia semitica,
a S. Margherita di Pula, nell’area di un tem- largamente documentata anche in
pio della dea e successivamente ricostruite, Sardegna; 3) bruciaprofumi fittili, a
documentano chiaramente la componente forma di busto femminile recante sul
greca nella scultura fenicio-punica di Sardeg- capo un kernos (donde la denominazione
na. Purtroppo, anche in questo caso mancano di kernophoroi) secondo una tipologia
i dati stratigrafici necessari per una precisa greca, diffusasi in Sardegna con l’intro-

123
duzione del culto di Demetra e presente mano, sono stati trovati nel tophet di
in tutti i templi ove era venerata quella Sulci, due ei quali, in frantumi, sulla già
dea; citata arula con piccolo betilo;
4) kernoi, recipienti fittili pertinenti al culto 9) vasi fittili per libagioni. Non ne è
di Demetra e formati da una coppa cen- precisabile la forma canonica fenicio-
trale destinata a contenere il fuoco, cir- punica, non essendosene conservato
condata da coppette ove si ponevano le alcun esemplare riconoscibile. E certo
primizie del raccolto; però che potevano anche avere una
5) lucerne fittili multiple, di tradizione forma askoide, come dimostra un esem-
semitica, con più luci minori attorno ad plare riprodotto in un bronzetto fenicio
una maggiore centrale. Da non con- del sec. VII-VI a.C., trovato nel sacello
fondersi con il kernos greco, di uso del mastio a Monte Sirai e raffigurante
molto più recente, sono confrontabili con un personaggio seduto che compie una
il candelabro a sette braccia e la han- libagione usando un vaso appunto di tal
nukah del mondo ebraico, dai quali dif- forma, ma di evidente tipologia protosar-
feriscono però in maniera sostanziale per da;
la presenza di un’immagine antropomor- 10) vasi fittili, di vario tipo, chiusi con
fa o zoomorfa della divinità, inserita nel lucerne o piattelli o schegge di pietra,
giro delle luci minori. Un esempio bellis- usati per tutta l’età fenicio-punica, in
simo, databile al sec. VII-VI a.C., si è tutti i tephatim della Sardegna, quali
trovato in una tomba a camera di Suici, urne cinerarie per contenere i resti dei
ma i confronti citati non consentono di sacrifici compiuti;
dubitare della sua natura cultuale; 11) campanelle bronzee per tener lontani gli
6) lucerne fittili ad uno o due becchi, di spiriti maligni durante i sacrifici. Un
tradizione semitica e greca, general- esemplare, ben conservato, proviene dal
mente eguali a quelle di uso domestico tophet di Sulci;
nella forma e nelle dimensioni. È però da 12) cembali bronzei, per accompagnare con
segnalare la presenza di tipi miniaturisti- la musica le cerimonie culturali. Formati
ci, che possono anche presentarsi muniti da coppie di piccoli dischi umbonati, se
di sottocoppa (Sulcitophet) oppure, nella ne sono trovati specialmente nel tophet
produzione popolaresca, assumere di Sulci;
l’aspetto di minuscole barche, forse di 13) cetre, destinate ad accompagnare con la
tradizione protosarda (Paulilatino - tem- musica le cerimonie cultuali, sono
pio di Demetra nel nuraghe Lugherras); documentate solo da un bronzetto fenicio
7) torcieri bronzei, con anello sostenuto da raffigurante un citarista, rinvenuto nel
tre volute che sorgono da un fusto con sacello del mastio di Monte Sirai e data-
decorazione vegetale. Di tradizione bile al sec. VIIVI a.C.;
feniciocipriota, sono documentati in 14) flauti a due canne, forse destinati ad
Sardegna da un bellissimo esemplare del accompagnare con la musica le ceri-
sec. VIII-VII a.C., trovato a S. Vero Milis monie cultuali, come i cembali e le cetre,
- S’Uraki e da altri meno conservati rin- ma purtroppo non giunti conservati fino
venuti a Serri - S. Vittoria, Tadasuni, a noi. La loro presenza nel mondo feni-
Bithia e S. Giusta[?]; cio-punico di Sardegna è per ora docu-
8) vasetti fittili per oil profumati da usare mentata solo da due terrecotte figurate
nei sacrifici incruenti, quali offerte, liba- tharrensi del sec. IV-III a.C. che raffigu-
gioni ed aspersioni rituali delle statue o rano Bes nell’atto di suonare il doppio
dei betili. Alcuni esemplari, lavorati a flauto. E probabile però che quelle ter-

124
Fig. 77. Nora. Loc. Sa Punta ‘e su coloru. Tempio c.d. di EshmunEsculapio, ricostruito in età costantiniana (Sec. IV d. C.)
nell’area di un tempio feniciopunico.

recotte appartengano all’ambiente funer- te Sirai e Karali;
ario piuttosto che a quello templare. 2) oggetti di varia natura, offerti come ex
Quanto al materiale votivo, possiamo voto sia in originale (es. i giavellotti del tem-
dire che è rappresentato dalle seguenti cate- pio di Antas) sia in copia di dimensioni
gorie di oggetti trovati nei templi fenicio- ridotte (es. la piccola ancora dallo stesso tem-
punici di Sardegna: pio di Antas);
I) epigrafi votive, delle quali si è già fatto 3) ex voto raffiguranti, a tutto tondo ed in
cenno, ma si deve qui ricordare come, per piccole dimensioni, in bronzo, terracotta o le-
loro stessa natura, generalmente non si trovi- gno, il devoto o la divinità od un animale o
no isolate ma incise sull’oggetto dedicato vegetale a lei sacro. Come esempi particolar-
come ex voto. Qui citeremo come esempi le mente significativi, si possono citare i bron-
epigrafi trovate nei tephatiin di Sulci, Thar- zetti fenici da Paulilatino-S. Cristina, quelli
ros e Nora e quelle incise su basi di statuette tardopunici da Gesturi (il c.d. Sardus Pater, di
o di altri oggetti votivi ad Antas, Sulci, Mon- stile grecizzante) e da Tharros (la statuetta di

125
Fig. 78. Antas. Tempio di Sardus Pater Babai. Planimetria e sezioni del tempio costruito sotto Caracalla

126
Fig. 79. A. Tempio di Sid Addir Babai (fase di V sec. a.C.). Planimetria. B-C. Tempio di Sid Addir Babai (fase di III sec.
a. C.). Planimetria assonometrica.

Iside che allatta Horo, di stile egitizzante), le miti o scene rituali. Ne sono esempi, per ora,
statuette fittili di tipo e stile fenicio dal tem- solo i rilievi tardopunici di area tharrense,
pio di Bes a Bithia, quelle di tipo e stile greco raffiguranti un combattente che abbatte un
dal tempio di Demetra a Narcao-Terreseu e mostro alato ed una danza sacra attorno ad un
quella lignea di una figura stante dal tempio betilo, frutto entrambi della integrazione cul-
a pozzo di Olbia-Sa Testa; turale sardo-punica, rivelando chiaramente la
4) ex voto raffiguranti in pietra, a rilievo, componente artistica protosarda nello spic-

Fig. 80. Anlas. Tempio di Sardus Paler (lato meridionale).

127
F 1g. $ I . i ,i ía I ampi V di Sardi m.s I ‘ale, Ba/ai.i s a/i (mille! /1V.
cato senso del movimento e nell’abile sintas- greca presenti nella scultura fenicio-punica.
si compositiva che li caratterizzano; Basterà a questo proposito citare gli esempi
5) ex voto raffiguranti su pietra, a rilievo, forniti dalle stele del tophet di Sulci, ove l’i-
incisione o pittura, la divinità od un suo conismo appare particolarmente sviluppato,
simbolo, semplice o complesso, od una sua pur non mancando una consistente docu-
ipostasi zoomorfa o forse (molto raramente) mentazione dell’aniconismo espressa da fi-
un ministro del culto con la vittima. Questa gure di betili singoli, abbinati o addiriturra
categoria è rappresentata esclusivamente uno dentro l’altro, secondo una simbologia
dalle stele, poste nei tephatim a ricordo del sulla quale torneremo in seguito. Qui invece
sacrificio compiuto. In quelle stele, anche le interessa osservare che le centinaia di stele ed
figurazioni, come gli elementi architettonici, i cippi-trono provenienti dai tephatim di
documentano, più o meno ampiamente, la Sulci, Monte Sirai, Nora e Tharros ci con-
componente asiatica, quella egizia e quella sentono ormai di affermare che iconismo ed

Fig. 82. Antas. Tempio di Sardus Pater Babai. Sulla fronte l’iscrizione latina con la dedica a Sardus Pater Babai.

129
aniconismo (a differenze di quanto si ritene- citani, tini invece Norensi e Tharrensi, come
va fino a poco tempo addietro) appaiono con- i Cartaginesi. Comunque, se la causa è anco-
temporaneamente nella scultura votiva della ra incerta, sicuro è ormai il dato di fatto for-
Sardegna fenicio-punica, ma con una pre- nitoci dalla documentazione archeologica,
valenza dell’uno o dell’altro indirizzo, che acquisita con le ricerche dell’ultimo yen-
non è dovuta ad una evoluzione cronologica ticinquennio.
bensì a differenti orientamenti di gusto nei A differenza della scultura iconica cul-
diversi insediamenti. Infatti a Sulci e nella tuale, che ovviamente rappresenta solo l’arte
sua colonia Monte Sirai abbiamo sin dall’i- ufficiale, nelle varie componenti che abbiamo
nizio una decisa affermazione dell’iconismo, individuato più sopra, la scultura votiva docu-
mentre a Nora e Tharros prevale sempre l’a- menta anche l’arte popolare, sia nelle sue
niconismo, come a Cartagine. E possibile che espressioni più antiche, maturate in Oriente,
la causa di quella diversità di gusto stia nella sia in quelle più tarde, formatesi in Sardegna.
diversa origine dei coloni: forse ciprioti i Sul- Tipiche espressioni dell’arte popolare

Fig. 83. Antas. Ruderi dei sacelli punici di Sid (incorporati nella scalinata) ed il Tempio romano del Sardus Pater.

130
fenicia matura in Oriente e lungamente documentata da quelle stele sia di origine
sopravvissuta in Occidente possono consid- culturalmente semitica, quale che fosse la
erarsi gli ex voto fittili del tempio di Bes a nazionalità degli uomini che la produssero.
Bithia (sec. 111-I a.C.) che, su corpi di forma Difficilmente infatti si potrebbe sostenere
vascolare, hanno teste, braccia e caratteri ses- che fra costoro non si trovassero dei Proto-
suali umani. Quella singolare tipologia infat- sardi i quali, dopo il 240 a.C., erano certa-
ti trova stringenti confronti in ambiente feni- mente presenti a Monte Sirai, come
cio arcaico, non solamente occidentale dimostrano gli altari di epoca sardo-punica
(esemplari del sec. VII-VI a.C. a Cartagine, realizzati in forma non semitica nel sacello
Mozia ed Ibiza), ma anche orientale (a Cipro del mastio ed in quello del tophet (dove però
fin dal sec. IX a.C.). D’altra parte, lo stile continuava ad esser praticato il semitico rito
elementare e spregiudicatamente astrattistico del mo/k). Sembra dunque doversi conclud-
ditali sculture e l’umile materiale di cui son ere che, in Sardegna, effettivamente si formò,
fatte, le inserisce inequivocabilmente nella durante l’epoca punica (sec. V-IV a.C.),
produzione popolare, ossia nell’ambiente dei un’arte popolare di origine semitica, proba-
luoghi di culto più frequentati da esponenti di bilmente nata fra individui fenici o fenicizza-
ogni classe sociale, come quelli ove si venera ti venuti d’oltremare, ma che inevitabil-
la divinità specialmente per i suoi poteri mente, per effetto della integrazione sardo-
salutiferi. Lo spregiudicato astrattismo della punica, venne recepita anche dall’elemento
figura induce anzi, per analogia, a ritenere indigeno. Questo però non rimase passivo
probabile il carattere popolare anche di quel- davanti agli stimoli esterni e, se appare tale
la produzione bronzistica fenicia, databile nella produzione artistica siraiana, diver-
agli ultimi secoli del Il millennio a.C., alla samente si comportò nell’ambiente thar-
quale va attribuito il famoso bronzetto fili- rense, ove il suo contributo alla scultura tar-
forme di Paulilatino-S. Cristina, il cui stile si dopunica è rivelato dai citati rilievi votivi del
contrappone a quello del coevo bronzetto combattente e della danza sacra, e da partico-
fenicio da Alghero-Flumenelongu, più coer- lari di gusto protosardo nel betilo multiplo di
ente, nel suo realismo ed equilibrio formale, Cabras-Monti Prama e nel bronzetto raffigu-
con l’arte dotta ed ufficiale. rante Iside che allatta Horo, ove ancora si
Non meno tipiche di un’arte popolare può cogliere (come bene osservò il Lilliu)
fenicia, formatasi però nell’ambiente punico una lontana eco dell’arte che produsse il sug-
della Sardegna, sono senza dubbio le figu- gestivo bronzetto nuragico da Urzulei, noto
razioni antropomorfe sulle stele del lophet di come “Madre dell’Ucciso”.
Monte Sirai (sec. V/IV-li/I a.C.), ove la scul- Il culto praticato in un tempio può essere
tura iconica ufficiale di Sulci, pur riconosci- dichiarato da:
bile come evidente modello tipologico, 1) l’iconografia divina nell’immagine di
appare non tanto semplificata, quanto invece culto o negli ex voto (es. l’immagine di Bes a
appiattita e schematizzata, secondo un Bithia);
processo proprio dell’arte popolare. Il fatto 2) gli attributi caratteristici della persona
poi che appiattimento dei volumi e schema- divina venerata, espressi nell’immagine di
tizzazione delle forme sono tendenze carat- culto o negli ex voto (es. i giavellotti ad
teristiche della produzione semitica, insieme Antas o la corolla floreale a Narcao-Terrc-
con la possibilità di trovare già nella pro- seu od il suino a S. Margherita di Pula);
duzione cartaginese metropolitana i confron- 3) ii rituale tipico del culto per una
ti per le figurazioni rese esclusivamente ad determinata persona divina o resti delle vit-
incisione nelle tarde stele siraiane, dimostra time che le erano riservate (es. il rituale del
chiaramente come l’arte popolare mo/k o del mo/k hornor nel tophet, oppure i

131
Fig. 84. Cabras, S. Salvatore. Tempio ipoeico (li Marte e Venere (ristrutturazione di elù costanfiniana di 1411 luogo di
cullo delle acque di origine nuragica, rimasto in uso attraverso l’etù fenicia, punica e romana).

resti di suini nei templi di Demetra); grafia):
4) le epigrafi votive, col nome della per- 1) BES (di origine egizia e del quale era
sona divina venerata. praticato il culto a Bithia, Karali, Maracalag-
Finora, l’archeologia ha rivelato che in onis, Fordongianus);
Sardegna era praticato il culto delle seguenti 2) ISIDE (di origine egizia e della quale
persone divine semitiche (esplicitamente per ora è attestato il culto solo a Tharros e
menzionate dalla epigrafia): Karali, ove si sono trovati due bronzetti
1) Baal Hammon (Sulci) votivi che la raffigurano in atto di allattare il
2) Baal Addir? (Sulci) figlio Horo);
3) Baal Shamaim (Inosim e Karali) 3) DEMETRA (di origine greca e della
4) Melqart (Tharros e Karali) quale era praticato il culto a Narcao-Terre-
5) Sid (Antas, Sulci, Karali, Tharros (?), seu, Monte Sirai, Paulilatino-S. Cristina,
S. Salvatore di Cabras [?]) Paulilatino-Nuraghe Lugherras, Cabras-Nu-
6) Eshmun (S. Nicolò Gerrei e Karali) raghe Cadaane, Narbolia-Cadreas, Tharros,
7) Pumay? (Nora) Villanovaforru-Genna Maria, S. Margherita
8) Tanit (Nora, Sulci, Tharros) di Pula, Nora).
9) Ashtart (Karali, M. Sirai?) Inoltre, alcuni documenti epigrafici
10) Elat (Sulci) dimostrano l’esistenza, se non di un culto
A questi culti, si debbono aggiungere praticato in templi, almeno la devozione per:
quelli di tre divinità straniere semitizzate 1) BAAL invocato, senza qualificazioni
(inequivocabilmente indicate dall’icono- di sorta, su uno scapolare rinvenuto in una
132
Fig. 85. N’arcuo, Terreseu. Tempio di Demetra (planimetria genera/el.

133
tomba di Sulci, databile al sec. V-IV a.C. e
nella stessa Sulci, sopra una lamina d’oro
databile al sec. VII-VI a.C., rinvenuta nel
tophet);
2) SHADRAPHA (menzionato in una
dedica a Sid, del sec. IV111 a.C., trovata ad
Antas);
3) HORON (menzionato in una dedica a
Sid, del sec, IVIII a.C., trovata ad Antas);
4) HUT (cui era dedicato, secondo due
identiche epigrafi del sec. IV a.C., il contenu-
to di due anfore trovate in una tomba della
necropoli nordoccidentale di Karali). Fig. 87. Narcao, Terreseu. Tempio di Demetra e Core con il
Sacello e gli altari.
Finalmente va detto che un’analisi combi-
nata degli indizi forniti dalla linguistica, dalla
to, un nome semitico e con quello è giunto
toponomastica e dalle tradizioni popolari
fino a noi.
sarde, ha rivelato come nell’iglesiente, nel
Queste sono dunque le persone divine
Sinis e nell’alto Oristanese, fosse conosciuto
che, in Sardegna, ci risultano esser state,
in età fenicio-punica un personaggio di natu-
comunque, oggetto di devozione da parte dei
ra sovrumana (forse uno spirito benefico, se
Fenici e dei Cartaginesi. Gli uni e gli altri
non una persona divina), le cui prerogative
però praticarono anche altri culti, o almeno ci
idrologiche sono chiaramente indicate dal
hanno lasciato testimonianze di un’onomasti-
fatto di essere ancora oggi presenti nel folk-
ca divina molto più ricca, documentata dal-
lore di Ghilarza come spirito pluviale e dal-
l’epigrafia, da testi letterari cananei, greci o
l’aver dato a pozzi e sorgenti il proprio nome,
latini e dai cosiddetti nomi teofori fenicio-
chiaramente derivato dal nome semitico del-
punici, dei quali tratteremo nel capitolo riser-
l’acqua (maym). Mi riferisco a Maimone,
vato alle istituzioni private.
che può anche aver avuto un’origine pro-
Più precisamente, includendo anche Iside,
tosarda (secondo l’ipotesi di Lilliu) ma che
Bes e Demetra, possiamo elencare non meno
evidentemente ricevette, in un certo momen-
di trentotto nomi maschili e femminili che
formano complessivamente
l’onomastica divina comunque
documentata nel mondo reli-
gioso fenicio d’Oriente e d’Oc-
cidente. A quei nomi cor-
rispondono altrettante figure
divine, che secondo l’interpre-
tazione corrente possono
essere descritte nel modo
seguente:

ADON

Il nome portato da questa
Fig. 86. Narcao, Terreseu. Tempio di Demetra e Core. Deposito di fon(]azione
dell’altare (fase sardo-pun ico-ro,nana).
divinità è un termine semitico

134
Fig. 88. Tharros. Matrice per pani sacri. Sec. V-IV a.C. Necropoli punica. Cagliari, Museo Nazionale.Fig. 88.

significante “Signore”. Tuttavia su questa abbandonò l’attività venatoria ed infine
divinità non possediamo delle fonti fenicie venne ucciso da un cinghiale. Afrodite, non
ma greche: Filone di Biblos e Damascio nar- rassegnandosi alla perdita del suo amante,
rano, infatti, il mito di Adonis, forma greca scese negli inferi per reclamare Adonis.
da cui si è desunto Adon. Persefone dapprima si oppose alla richiesta
Adonis era un bellissimo giovane di Afrodite ma, dopo una lunga disputa,
cacciatore, amato da Afrodite che tentò di acconsentì al rientro sulla terra di Adonis.
distoglierlo dalla sua passione per la caccia. Filone e Damascio attribuiscono tale mito
Adonis, nonostante gli inviti di Afrodite, non alI’Asklepios di Biblos, sottolineando che

135
La stessa nascita di Tammuz, avviene in
seno all’albero della mirra, in cui era stata
trasformata la principessa Mirra ad opera di
Ashtart.

Questo complesso di miti dimostra con
chiarrezza la diffusione del culto in ambito
egiziano e vicino orientale per una persona
divina giovane a carattere , eminentemente,
fertilistico.

ANAT

Divinità di origine ittita acquisita
nell’ambito cultuale siriano e successiva-
mente egiziano (Anta).
In ambiente fenicio Anat è attestata ad
Ugarit, Tiro e Cipro.
A Tiro Anat è menzionata nel trattato fra
Fig. 89. Cabras, M. Prama. Betilo multiplo in arenaria ges- Baal, re di Tiro e Asarhaddon, re di Assiria
sosa. Sec. 1Vlu a.C. (sec. VII a.C.).
Un’importante iscrizione bilingue di
questo Asklepios corrispondeva ad Eshmun. Cipro (greco-fenicia) documenta l’identifi-
Conseguentemente ricaviamo l’identità tra cazione tra Anat ed Athena.
Eshmun e Adon. Anat sarebbe, dunque, una divinità, priva
Il mito rivela il carattere di Adon quale del vincolo coniugale, che presiede alla fer-
divinità fertilistica, legata alla vegetazione (la tilità, alla passione amorosa ed alla guerra. È
madre di Adon è tramutata in albero e Adon possibile istituire un parallelo tra Anat e
stesso nasce dall’albero) ed al ciclo agrario. alcune altre persone divine del Vicino Ori-
Il personaggio Adon sembra comunque, ente.
corrispondere al Tammuz delle fonti
mesopotamiche, ebraiche e fenicie e ad una
divinità egiziana nota fin dal III millennio ASHERA T
a.C.: Hay-Tau, pesonaggio che viene tramu-
tato in albero. Il mito di Adonis richiama Nei poemi ugaritici Asherat è la moglie
anche quello di Osiride: questa divinità sia di El sia di Baa!. Il Contenau, probabil-
egizia viene uccisa da Set e rinchiusa in una mente a torto, ritiene che Asherat sia la sposa
cassa, affidata alle onde del mare fin a che di Baa! mentre un’Asherat “del mare”,
non giunge a Biblos. Qui la cassa è racchiusa divinità distinta dalla prima, sarebbe la
all’interno di un gigantesco albero che, per moglie di El. Nelle fonti bibliche Asherat è
l’intervento del Re di Biblos, viene utilizzato menzionata come simbolo del paganesimo
nel palazzo reale come colonna lignea. dei predecessori di Israele.
Iside, amante di Osiride, giunta a Biblos Lo stesso nome di Asherat era dato ad un
alla ricerca del corpo dell’amato, riesce a oggetto di culto in forma di pilastrino ligneo,
farsi donare dal Re di Biblos la cassa conte- situato nei templi.
nente Osiride.

136
Fig 90.Monte Sirai. Cippo antropoide in trachite. Sec. III
a.C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 92. Bithia. Statua di ‘Bes” in arenaria. Sec. VI-I!! a.
C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 91. Karali. Slatuetta in arenaria di Bes proveniente
da S. Gilla. Sec. VI-Il! a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 93. Monte Sirai. Ashiart (?). Betilo semiantropo,’norfo in trachite. Sec. VII-VI a.C. Cagliari, Museo Nazionale.
Fig. 94. Bithia. Tempio di
“Bes”. Testa di personaggio
divino in terracotta con tiara
piumata. Sec. III a. C.
Cagliari, Museo Nazionale.

numerosi testi, tra cui il poema di Baal e
ASHTART quello di Keret (dove Ashtart è detta “nome
di Baa!”: sec. XIV-XIII a.C.).
E la divinità femminile più diffusa Hiram di Tiro (sec. X a.C.) dedicò un tem-
nell’oriente fenicio ma è largamente attestata pio ad Ashtart sulle rovine di un luogo di
anche nel mondo feniciopunico d’Occidente. culto di una precedente divinità.
Ashtart non è altro che l’elemento Ashtart è anche nominata nel trattato fra
femminile della coppia divina nel ciclo della Baal e Asharaddon nel sec. VII a.C..
vegetazione; quindi divinità della natura A Sidone Ashtart godette di un culto parti-
feconda e dell’amore passionale, erede della colare soprattutto ad opera dei dinasti del pe-
grande dea, vergine e madre, della religiosità riodo persiano, che rivestirono la carica di sa-
mediterranea. cerdoti di Ashtart.
Ashtart è documentata ad Ugarit in A Cipro il culto di Ashtart si impiantò, ad
139
opera dei Fenici, sin dai primordi della colo- di Moth: questo ultimo è il dio della morte e
nizzazione, se, alla fine del sec. IX a.C., la degli inferi ma anche della messe estiva,
tradizione menziona il passaggio nel santu- dunque una divinità antitetica al fratello
ario di Ashtart a Cipro dei Tiri, guidati da Baal.
Didone verso l’Occidente, dove avrebbero Moth uccide Baal ed alla sposa di
fondato Cartagine. quest’ultimo, Anat, che vaga alla ricerca del
Nel tempio di Cipro è attestata la presen- maritofratello, dichiara di aver incontrato il
za dalle “icrodule”, prostitute sacre, connesse “possente Baa!”, di averlo ucciso e distrutto.
al culto fertilistico di Ashtart. Per questa uccisione Moth è condannato ad
In Occidente Ashtart è documentata in essere falciato e tritato come il grano.
Sicilia (come Asht art Ericina, dalla località Il nome Baal significa ‘’Signore’’, ‘’dio”,
elimofenicia di Erice), a Malta (dove è iden- “padrone”, dunque appellativi di un dio
tificata con Hera-Giunone, quindi è consider- supremo e unico.
ata come divinità suprema), in Sardegna L’iconografia arcaica presenta Baal come
(probabilmente come Ashtart Ericina, in una guerriero, con elmo a punta, che brandisce il
epigrafe di Karali), in Africa (in varie local- fulmine, secondo la primitiva ideologia
ità, tra cui Sicca Vencria) e in Etruria a Pyrgi semitica che vede in Baal il dio uranico.
(dove il “re” di Caere, Tefarie Velianas, pose L’aspetto fertilistico attestato nei poemi di
una dedica, in etrusco e in fenicio [con testi Ras Shamra è il frutto della fusione culturale
lievemente divergenti] a Uni-Ashtart). tra i semiti del nord-ovest ed i mediterranei
l interessante notare la diffusione della della costa libanese, caratterizzati dalla fede
prostituzione sacra in relazione al culto di in una divinità della vegetazione che muore e
Ashtart, attestata a Cipro, Erice, Sicca Vene- risorge ciclicamente.
ria, Pyrgi, ma probabilmente anche negli altri Con questo duplice aspetto uranico-
centri commerciali dove si affermava il culto fertilistico Baal diviene la suprema divinità
di Ashtart. Accanto alla interpretatio classica fenicia: È forse da cogliere una traccia di
Hera-Ashtart a Malta, abbiamo l’identifi- questo processo formativo nel racconto dei
cazione Afrodite/Venus-Ashtart che mette in poemi ugaritici relativo alla costruzione di un
rilievo il carattere principale di Ashtart, quale tempio a Baal, che in precedenza non ne
persona divina connessa alla fecondità. aveva. Il nome di Baal si accompagna spesso
Le fonti greche rendono Ashtart come a complementi di specificazione che indi-
Asteria e, talora, la fondono con Anat nella cano luoghi in cui gli si prestava il culto o
forma A thargatis. suoi particolari attributi.: Baal Shamim
(Shamem/Shamaim) (Signore dei cieli), Baal
Saphon (Signore del Nord), Baal Lebanon
BAAL (Signore del Libano), Baal Rosh (Signore del
promontorio), Baal Hammon (Signore del-
È la suprema divinità semitica, dotata di l’altare dei profumi), Baal Addir (Signore
un duplice carattere: da un lato è un dio uran- glorioso/potente).
ico, che dimora nei cieli ed è signore della
tempesta; dall’altro è una divinità agraria e
fertilistica, che muore e rinasce. BAALAT
Dai documenti antichi Baa! ci viene
presentato come figlio di Dagon, fratello e Divinità dal nome comune significante
sposo di Anat; sposo di Asherat (che è com- “padrona”, “signora”. Attestata, nei poemi
pagna di El), fratello di Moth. ugaritici con l’attributo di “misericordiosa”,
I poemi ugaritici narrano il mito di Baal e Baalat ricevette un culto particolare a Biblos. I

140
testi egiziani del Ill millennio a.C. conoscono
una dea di Biblos, evidentemente Baalat. CHUSOR
A Biblos la divinità è indicata come
“padrona della vita”, “colei che prolunga gli Questa divinità presenta un nome costitu-
anni dei sovrani”, in quanto persona divina ito da una radice, nota anche nei testi
della natura feconda. mesopotamici, significante ‘’artefice’’. Nei
Baalat ricevette anche un culto a Berito, testi di Ugant, Chusor appare come l’artefice
dove appare in coppia con AdonEshmun. per eccellenza: a lui El affida l’incarico di
Filone di Biblo, con evidente costruire il tempio di Baal, l’unica divinità
fraintendimento, si riferisce alla Baalat di priva del proprio tempio, Filone di Biblos
Berito denominandola una prima volta interpreta Chusor come Efesto, mentre Dam-
“Berut”, capostipite de ascio gli attribuisce la scoperta del ferro e
l’introduzione della siderurgia.
gli dei insieme ad Eliun, e successiva- Chusor è riconosciuto anche come autore
mente “Baaltis”, discendente di Berut. di testi sapienziali e come esperto di magia.

BAIT/LI DAGON

Deformazione fonetica del termine Secondo i poemi di Ras Shamra è il padre
composto Betel “casa di Dio”, appare già nel di BaaI. Filone di Biblos denomina Dagon
sec. VII a.C. nel trattato fra Baal e Asarhad- col termine greco Siton “grano” e ne fa l’in-
don. ventore dell’aratro, dunque una divinità fer-
Filone di Biblo menziona Baitilos (forma tilistica.
ellenizzata) come uno dei figli di Urano, che Dagon è menzionato ancora in testi
è liberato dalla soggezione al padre, per mesopotamici e, successivamente, nella Bib-
intervento di Cronos/El. bia come il dio supremo dei Filistei.
In età tarda Dagon assunse anche la
connotazione di un dio marino, forse in rap-
BES porto all’attività mercantile svolta dai Fenici
in ambito mediterraneo.
E un dio egiziano, di carattere benefico, Secondo alcuni autori Dagon sarebbe
protettore contro malattie in genere e dal rappresentato in monete di Abydos sotto
morso di serpenti e di altri animali velenosi. forma di uomopesce.
Bes, almeno in Egitto, era anche dio della
gioia e della danza, genio familiare, protettore
della casa, preposto al matrimonio, alle gravi-
danze, alla toletta e all’abbigliamento fem- DEMETRA E CORE
minile e nume che vigilava durante il sonno.
Il culto popolare di Bes in ambito fenicio Il culto delle divinità eleusine fu ufficial-
non è mai attestato nella documentazione mente introdotto a Cartagine nel 396 a.C.,
epigrafica ma da un tipo monetale ibicenco per riparare alla profanazione di un santuario
(Ibiza è forse ‘’l’isola di Bes’’), amuleti, sig- di Demetra e Core a Siracusa che le truppe di
illi, statuine e, in Sardegna (Karali, Bithia, Imilcone compirono nel 396 a.C.; pro-
Maracalagonis, Fordongianus) da statue in fanazione in seguito alla quale, secondo gli
pietra. stessi Cartaginesi, sarebbe scoppiata una epi-
demia nel campo punico, che segnò le sorti

141
Fig. 95. Pani Loriga. Testa femminile
in terracotta. Sec. VI a. C. Cagliari,
Museo Nazionale.

Fig. 96. Karali, Tempio di Su Mogoru-
S. Gilla. Maschera di persona divina
maschile barbuta, in terracotta. Sec.
VI a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

della guerra a favore dei Siracusani.
Venne dunque istituito a Cartagine il culto EL
di Demetra e Core, affidando il sacerdozio
relativo ai Greci residenti a Cartagine. Il nome di questa divinità significa “dio”:
Da Cartagine il culto fu diffuso nel mondo si tratta dunque di un dio supremo, creatore
coloniale pun ico. Nello svolgimento dell’universo ma non partecipe delle vicende
plurisecolare di questo culto grec-punico si umane. El appare già menzionato in testi
realizzò una parziale integrazione tra Deme- mesopotamici del III millennio a.C. ma nei
tra e Core da un lato ed Ashtart e Tanit dal- poemi di Ugarit è frequentemente citato
l’altro; sicché i Romani ribattezzarono le come padre degli dei ed è identificato con
divinità eleusine, venerate nell’Africa puni- Dagon (El-Dagon); la dimora di El è posta
ca, “Cereres Africanae”. “alla sorgente dei due fiumi”, sul cui corso la
divinità vigila. La compagna di El è Asherat.

142
Fig. 98. Karali. Testa fem,ninile in ter-
racotta dal Santuario di “Su Mog urn”-S.
Gil/a. Sec. VI-Il! a. C. Cagliari, Museo
Nazionale.

Fig. 97. Nora. Testa di statua di cu/to fem-
minile recuperata in un relitto del sec. VI-
III a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Filone di Biblos, infine, interpreta El
come Cronos. ELIUN

L’identità di questa divinità appare incerta
ELAT nonostante che, per alcune fonti, si tratti di
una divinità autonoma: i poemi di Ras Sham-
Divinità caratterizzata da un nome ra la menzionano; Filone di Biblos ed alcune
comune significante “dea”. Secondo il Con- epigrafi aramaiche di Sefire considerano
tenau Elat si identificherebbe con Asherat. Eliun la massima divinità; la Bibbia invece
In ambiente fenicio occidentale abbiamo menziona El Elion “dio altissimo”, nell’in-
attestazioni di Elat in epigrafi (tra cui una contro fra Melchisedéc ed Abramo, implici-
bilingue neopunica e latina da Sulci) e in teo- tamente identificando El ed Eliun.
fori, composti col suo nome.

143
Fig. 99 Sulci. Coppia di leoni protiri in
trachite, riutilizzati in area funeraria.
Sec. VI a.C.

Fig. 100. Su/ci. Figura di leone protiro.
Sec. VI-Va.C. S. Antioco (Antiquariun)

Fig. 101. Su/ci. Figura di leone protiro.
Sec. VI-Va. C. S. Antioco (Antiquarium)

144
Fig. 102. Narcao, Terreseu. Tempio di Demetra e (‘ore. Fig. 103. Narcao, Terreseu. Tempio di Demetra e Core.
Kernophoroas in terracotta. Sec. 111-11 a. C. (prospetto). Kernophoroas in terracotta (profilo). Sec. III-II a. C.
Cagliari, Museo Nazionale. Cagliari, Museo Nazionale.

ESHMUN A Sidone Eshmun godette di un favore
particolare, manifestato dalla dedica di due
La denominazione di questa divinità risul- ternpii, in periodo persiano, da parte di
ta ancora una volta un nome comune in quan- Eshmunazar e di Bodashtart; inoltre si
to derivata dalla parola “Shem” “il nome (per possiedono iscrizioni di Sidoni menzionanti
eccellenza)”, evidentemente taciuto perché Eshmun, rinvenute in Attica.
ineffabile. Il suo culto si diffuse nelle colonie fenicie
Secondo le fonti greche Eshmun cor- orientali ed occidentali, a Cipro, in Sardegna
risponde da un lato ad Adon, dall’altro ad (S. Nicolò Gerrei e Karali), in Spagna (un
Ask! epios, tempio di Eshmun sorgeva sulla collina più
dunque è un dio giovane, che muore e elevata di Cartagena), in Africa (a Cartagine,
rinase come Adon, e guaritore. Una fonte il tempio di Eshmun dell’acropoli costituì il
tarda (Eudosso di Cnido in Ateneo) identifica luogo dell’estrema resistenza contro i
Eshmun con Iolao, un personaggio della cer- Romani nel 146 a.C.). Il culto di questa
chia di Herak/es-Melqart, che nel mito figu- divinità possiede un’origine agraria e ctonia
ra come cacciatore. che giustifica la presenza del serpente (tipica
Eshmun non è attestato né in ipostasi zoomorfa della divinità ctonia-guar-
Mesopotamia né ad Ugarit. La più antica tes- itrice) nell’iconografia di Asklepios-Escula-
timonianza di questa divinità è contenuta nel pio, interpretatio classica di Eshmun.
trattato tra Baal di Tiro e Asarhaddon di
Assiria del VII sec. a. C.

145
GADD O GHIDD

Divinità dal nome semitico significante
“fortuna”. Gadd è attestato in un teoforo e in
un’iscrizione rinvenuta ad Ibiza. In questa
epigrafe tuttavia si ha anche la menzione di
Tanit, sicché non può escludersi che in tale
contesto Gadd fosse l’appellativo di Tanit
(Tanit ha Gadd = Tanit, la Fortuna).

HAR14B

E una divinità attestata in un inno sacro di
Ugarit relativo alle nozze tra Yarih, dio della
luna, e Nikall.
Il suo nome deriva da una radice semitica
(hrb) significante l”arsura” estiva, ma, nono-
stante il tenore del testo di Ras Shamra, non
è il vero dio dell’estate.

HORON

Divinità ctonia che reca un nome
significante “quello della fossa”, in quanto la Fig. 104. Su/ci. Lucerna multipla con decorazioni plastiche
e cromatiche. Sec. VII-VI a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
sua dimora è in fondo ad una cavità. Horon è
documentato indirettamente fin dal sec. XIX
a.C. in testi egiziani, che menzionano dei falcone, in numerose stele del tophet di
personaggi semitici recanti nomi teofori Cartagine che documentano tale volatile.
composti con il teonimo Horon. Definiamo, dunque, Horon come una per-
Il culto semitico di Horon si diffuse sona divina ctonia e guaritrice.
comunque tra gli Egizi verso il sec. XIV-XIII
a.C.. In un papiro del tempo di Ramses III,
Horon è invocato quale dio protettore contro ISIDE
gli animali feroci o dannosi. Come dio guar-
itore lloron è attestato ad Ugarit. In ambiente Grandissima divinità femminile egiziana,
ebraico oltre ai nomi teofori composti con originaria del Delta. Il suo nome egizio (‘sI)
Horon, questa divinità è documentata presso è omofono della parola che nel linguaggio
Jaffa nel sec. VIII a.C.; mentre nel sec. Il a.C. egizio significava “seggio” e sul suo capo
un’iscrizione di Delos menziona Horon come appare, in Egitto, il geroglifico ditale parola.
dio della città (insieme a Meiqart) ad Jabne, E probabile dunque che Iside sia la personifi-
presso Gerusalemme. Abbiamo anche l’attes- cazione del trono regale.
tazione di una statuetta di Horon ad Antas nel Essa fu inizialmente dea del cielo (ben
tempio di Sid Addir. presto identificata con Sothis: dea della stel-
Secondo lo Snytzer Horon sarebbe da la Sirio), ed il suo santuario principale, molto
riconoscersi nella sua ipostasi zoomorfa, il antiCo (Neteru per gli Egiziani, Iseo per i
146
solo sono presenti gli amuleti della dea, ma
questa appare anche invocata come protet-
trice dei naviganti (Sicilia) e come espres-
sione della fecondità divina femminile
(Sardegna); cosa ovvia questa, essendo Iside
venerata già in Egitto come sposa e madre
ideale.

JAM

Divinità denominata dal termine comune
della lingua semitica significante “mare”.
Jam è attestato nelle tavolette di Ras
Shamra come dio del mare, sconfitto in una
lotta da Baa!.
Fig. 105. Monte Sirai, Sacello del ,nastio. Citaredo in bron- Non abbiamo documentazione relativa a
zo. Sec. VII-VI a. C. Cagliari, Museo Nazionale. Jam in età fenicia e punica quale persona div-
ina legata al mare, che, invece, potrebbe esser
Greci) era nel Basso Egitto, nel XII nomo, la Dagon o Miskar.
cui insegna era una vacca col suo vitello,
forse identificati prima con Hator ed Horo e
poi con Iside ed Horo. La vicinanza di Neteru
a Busiri nel Delta, ove era il più antico culto
di Osiride, può aver favorito la formazione
della coppia OsirideIside. Comunque Iside,
entrando nel ciclo osinano, diviene parte del-
l’Enneade eliopolitana, nell’ultima gener-
azione, con Osiride, Set e Neft i.
Secondo il mito egiziano, dopo aver
concepito magicamente Horo dal morto
Osiride, E perseguitata da Set, si rifugia nel
Delta e vi partorisce Horo, che alleva di
nascosto, amorevolmente.
In epoca tarda Iside fu venerata in tutto
l’Egitto ed ebbe il suo tempio più importante
a File.
Dea-maga per eccellenza, essa era invoca-
ta come protettrice contro le morsicature
degli animali velenosi ma, oltre che dei sorti-
legi magici, era dea del mondo sotterraneo,
assisteva tutti i defunti ed i suoi attributi
essenziali erano di carattere funerario.
In età ellenistica, il culto di Iside (con Fig. 106. S. Vero Milis. Torciere bronzeo fenicio-cipriota.
fenomeni di sincretismo) si diffuse rapida- Sec. VIII a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
mente nel mondo mediterraneo ed è docu-
mentato anche in ambiente punico, ove non
147
Divinità dotata del nome composto melek
KHA SIS qart, col significato di “Re della città”. Questo
personaggio divino possedeva in origine il
Compare nelle tavolette di Ras Shamra in carattere di divinità tribale e, quindi, una volta
coppia con Chusor, la divinità delle scoperte che i Fenici giunsero alla formula urbana,
e delle invenzioni. passò a rappresentare il protettore della città.
Probabilmente Khasis è l’antecedente di Benché le prime menzioni sicure di
Usoos, citato da Eusebio come inventore Meiqart non risalgano oltre il sec. X a.C., si
delle vesti in pellame. hanno nei testi del 11 millennio a.C. indizi di
un dio Malik in Mesopotamia e la qualifica
divina “MLK” ad Ugarit.
MEL QJ4RT Giuseppe Flavio attesta che il re di Tiro
Hiram nel sec. X a.C. dedicò un tempio a

Fig. 107. Monte Sirai. Sacello del ,nastio. Personaggio che compie una libagione, in bronzo. Sec. VII-VI a. C. Cagliari,
Museo Nazionale.

148
Melqart e ad Ashtart sulle rovine di un tem-
pio di un altro dio.
Nel sec. VII a.C. Melqart compare in un
documento ufficiale quale il trattato stipulato
tra il re di Tiro Baal ed il re assiro Asarhaddon.
I Greci interpretarono Melqart come Her-
akies; questa interpretario suggerisce per
Melqart il carattere di figlio del dio supremo,
nonostante che anche allo stesso Melqart vada
riconosciuto l’aspetto di divinità suprema,
implicito nell’aspetto solare della divinità.
Come dio-figlio è una divinità fertilistica
e fecondatrice al pari di Adon a Biblos e di
Eshmun a Sidone. Istruttivo, sotto quest’ulti-
mo profilo, risulta il mito di Herakles-
Melqart narrato da Eudosso di Cnido (apu-
dAtheneu,n). Secondo questo mito Herakles-
Melqart, figlio di Zeus e di Asteria, viene
ucciso da Tifone, ma lolao-Eshmun lo resus-
cita facendogli annusare una quaglia.
La festa della resurezione di Melqart,
massima solennità di Tiro, dovrebbe
conseguentemente datarsi in primavera, al
passo delle quaglie, come è ovvio del resto, Fig. 108. Tharros, Necropoli. Bes che suona il doppio flau-
dato il carattere fertilistico della divinità. to. Terracotta. Sec. V-IV a.C. Cagliari, Museo Nazionale.
Il culto di Melqart si estese a Cartagine
(che ogni anno mandava doni a Tiro), a Gadir
ed a Lixus (dove erano stati costruiti templi a
Melqart in epoca protocoloniale), a Tharros, Divinità il cui nome, secondo lo Gsell,
a Karali ed altrove. deriverebbe dalla radice “SV’ (con prefisso
m) significante “ricordarsi”. In base a questo
tenue indizio si è ipotizzata una divinità della
MIKA L memoria, cui si riferirebbe una aedes Memo-
La prima attestazione di questa divinità ri- riae, attestata nella Cartagine romana.
sale all’età del Bronzo, in ambito palestinese. Una valenza marinara di Miskar si è
Nel mondo fenicio appare a Cipro, stretta- postulata in seguito al rinvenimento di tre
mente integrata nei culti dell’isola. I greci di iscrizioni, due neopuniche, una latina, a
Cipro interpretarono Mikal come Apollo Maktar, nella Tunisia interna.
AmyklaIos verosimilmente per omofonia. Si Le epigrafi neopuniche sono due dediche
tenga presente che è attestata l’associazione a Miskar, definito “principe del mare”,
di Mikal con Reshef, a sua volta interpretato ovvero con un’altra vocalizzazione del ter-
come Apollo. mine fin, “principe dei giorni”. Ad avvalorare
Tuttavia sembra più probabile che Mikal la prima interpretazione sta la dedica latina a
fosse affine a MelqartHerakles. Nettuno, che, in quanto dio dei mari, sarebbe
l’interpretallo latina di Miskar.

MISKA R

149
Fig. 109. Paulilatino. Santuario nuragico di S. Cristina. Fig. 110. Paulilatino. Santuario nuragico di S. Cristina.
Figura maschile bronzea. Sec. IX a. C. Cagliari, Museo Figurina bronzea fenicia Sec. IX a. C. Cagliari, Museo
Nazionale. Nazionale.

MIS OR forme), dunque Ptah, dotato di una duplice
iconografia: da un lato mummiforme, dall’al-
Eusebio, che sunteggia Filone di Biblos, tro pigmoide. Ptah, secondo la mitologia
documenta tra le divinità fenicie Misor. egiziana, avrebbe creato il mondo mediante
Misor ha un nome che esprime una qual- l’intelligenza e la parola.
ità morale: la ‘’rettitudine’’. Se ne ricava una sostanziale assimilazione
da un lato con Bes (aspetto profilattico),
dall’altro con Chusor (divinità delle inven-
NIKALL zioni e della sapienza).
Ptah-Pateco è rappresentato in una
È una dea che va in sposa al dio della luna, numerosissima serie di amuleti.
Yarih, secondo un inno sacro di Ugarit.

PUMA Y
PTA HPA TECO
Si tratta di una divinità di origine cipriota,
Nome composto dalla denominazione resa dai Greci come Pigmalione, assunta nel
della divinità egiziana Ptah e da quella dei culto fenicio.
Pataikoi, persone divine fenicie che, secon- Le attestazioni più antiche sono costituite,
do Erodoto, avevano un funzione profilattica in Occidente, dalla famosa stele di Nora e da
nella navigazione e presentavano l’aspetto un medaglione aureo di Cartagine del sec.
di nani deformi. VIII-VII a. C.
Il nome di Palaikoi deriva dalla radice semi- Abbiamo anche la menzione di Pumay nei
tica pthh “aprire”, evidentemente in rapporto nomi teofori a Cartagine.
all’apertura del mare davanti alle navi fenicie. Filostrato documenta il culto di Pumay in
Erodoto identifica i Pataikoi con l’Efesto Spagna, a Gadir: in questa località sarebbe
di Menfi (che però aveva l’aspetto mummi- esistito un albero aureo con i frutti di smeral-

150
do (l’olivo), sul cui tronco era inciso il nome
di Pumay.
Pumay, assimilato dai Fenici ad Adon-
Eshmun, rientra nella serie delle persone
divine fertilistiche.

RESHEF

11 suo nome deriva da una radice semiti-
ca che significa “fiamma”, “lampo”; dunque
Reshef deve considerarsi un dio del fulmine.
Nel secondo millennio a.C. è attestato nei
documenti di Ugarit e di Mari. Le fonti
greche (in particolare le epigrafi bilingui,
fenicio-greche, di Cipro) identificano Reshef
con Apollo.
Da questa interpret atio greca sembra
doversi ricavare per Reshef il carattere di dio
solare, dunque di divinità suprema.
Reshef sarebbe diventato dio solare per-
ché in origine era espressione della potenza
universale generatrice di vita ed in quanto Fig. 111. Tharros, Necropoli. Iside che allatta Horo. Bron-
tale era facilmente assimilabile a un dio zo. Sec. IV-III a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
solare.

SAKON Si ignorano le prerogative di Sasm.
Il nome di questa divinità deriva dalla SHADRAPA O SHADRAFJ4
radice “Skn” con significato di “curare”,
“amministrare’’. Divinità dal nome composto significante
La diffusione del culto di Sakon è “spirito guaritore” (per i Greci il suo nome è
dimostrata dalla frequenza nell’Oriente e Sat rapes).
nell’Occidente semitico del nome teoforo La più antica attestazione si riscontra in
“Gher Sakon” (“servo, cliente di Sakon”), una dedica sopra una stele di Amrit del sec.
attestato anche in età romana nella forma VT-v a.C.; la diffusione del suo culto interes-
latina Gisco. sa l’Oriente (dove prosegue in età romana
Secondo un’arbitraria interpretazione imperiale, come documentano le epigrafi
dell’epiteto omerico Sochos, attribuito ad palmirene) e l’Occidente, tra cui la Sardegna
Hermes, si è ipotizzata la corrispondenza tra ad Antas.
Sakon ed Hermes, ma è una interpret at io Il suo carattere è quello di un dio
non attendibile. taumaturgo salutifero e liberatore dal male,
come attestano le raffigurazioni di scorpioni
SA SM e serpenti nelle stele palmirene, e la sua
iconografia di divinità combattente, armato
È una divinità, probabilmente, di origine di lancia.
cipriota, attestata dall’onomastica di vari Tale iconografia è riferita anche da Pausa-
centri fenici di Cipro (Marion, Lapethos, nia per il dio Satrapes, venerato nell’Elide ed
Kition, Tamassos). interpretato come Poseidone, evidentemente
151
non in quanto dio del mare (caratterizzazione
alquanto tarda) ma come dio della potenza
terrestre, che fa scaturire sorgenti e fiumi. S YD YK
Nella Tripolitania punica Shadrapa è
identificato dai Romani come Liber Pater, Filone di Biblos (in Eusebio) attesta
dunque Dioniso. l’esistenza di questa divinità fenicia, che cos-
In definitiva Shadrapa è una persona div- tituirebbe la personificazione di una qualità
ina ctonia, guaritore e salvatore. morale, la “giustizia”, secondo il significto
del nome.

SHAMASH O SHAPASH
SID
Divinità femminile dal nome significante
“sole”. Shamash compare nel “poema di Divinità caratterizzata da un nome semiti-
Baal” ad Ugarit, come incaricata di ricercare co significante “cacciatore”. La più antica
e ricondurre sulla terra il risorto Baal, che attestazione si riscontra nel nome teo foro
restava nascosto dopo il rilascio dagli inferi. inciso in uno scaraboide della collezione

Fig. 112. Gesturi. Figura divina in bronzo.
Sec. IVIII a. C. Cagliari, Museo

152
Fig. 113. Bilhia. Te,npio di ‘Bes”. Figura di devoto sof- Fig. 114. Bilhia. Tempio di “Bes’’. Figura di madre con
/’erente. Sec. 111-11 a. C. Cagliari, Museo Nazionale. bambino. Sec. 111-/I a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Borowski, rinvenuto in area fenicia e è l’Herakies della Lib ye) in perfetta cor-
risalente al sec. VII a.C. rispondenza con il dato epigrafico di
Altri nomi teofori composti con Sid sono Cartagine che si riferisce a Sid (figlio) di
attestati a Sidone, in Palestina, in Egitto Meiqart, per generazione mistica, così come
(Abido e Tebe), in Africa punica (Cartagine, (figlio) di Tanit, in base all’altra iscrizione.
Ghelma, El Hoofa) ed in Sardegna (Olbia, Tale interpretazione di Sid, così come il
Monte Sirai). suo carattere di cacciatore, liberatore dal
A Cartagine era venerato in coppia con male e guaritore, è avvalorata dagli ex-voto
Tanit (tempio di Sid-Tanit Meharat “delle di Antas che documentano una persona div-
rocce?”) e con Meiqart (un’iscrizione men- ina maschile paterna, una persona divina
ziona un servo di Sid-Meiqart, evidente- femminile, ed una persona divina giovane,
mente del tempio di SidMeiqart). oltre agli attributi di un dio cacciatore e tau-
Ad Antas, in Sardegna, Sid aveva un maturgo.
importantissimo tempio, da cui provengono Al riguardo deve notarsi che Filone di
numerose iscrizioni dedicategli dai devoti. Biblos menziona due divinità fenicie Agréus
Dal complesso dei dati epigrafici di Antas (cacciatore) ed Alieus (pescatore), che invece
(punici e latini), e dalle fonti letterarie clas- sembrano corrispondere ad un’unica persona
siche ricaviamo che Sid, in Sardegna, venne divina: Sid.
interpretato dai
Greci e dai Romani conic Sardus Pater,
figlio di Meiqart (Makeris, secondo Pausania T14 NIT
153
Fig. 115. Neapolis. Figurina di devoto sofferente. Terra- Fig. 116. Neapo/is. figurina di devoto coi jerente. Terra-
cotta. Sec. / V-Ill a. C. Oristano, Antiquariwn Arborense. (atta Sec. / V-Ill a. C. Oristano, A ,ltjquariu,n A rborense.

Fig. 117. Neapolis. Figurina di devoto sofferente. Terra-
cotta. Sec. 1V-Il! a. C. Oristano, A ntiquariu,n A rborense.

toponimi della regione palestinese (ayntanit
L’interpretazione del teonimo Tanit come = fonte di Tanit; kafrtanit = villaggio di
“distributrice di doni” è avvalorata dalla radi- Tanit). Inoltre un’epigrafe di Cartagine men-
ce semitica “thnh” (donare, distribuire doni). ziona la “Tanit del Libano”, forse in rapporto
All’ampia diffusione del culto di Tanit in alla Fenicia.
Occidente ha fatto finora riscontro la limi- Infine una statuetta in bronzo di tipo egit-
tatezza dei documenti epigrafici relativi a tizzante, databile al sec. VII a.C. e rinvenuta
questa persona divina nell’Oriente fenicio: nella Spagna meridionale, documenta il
un’iscrizione del sec. VII a.C. proveniente da nome di Tanit.
Sarepta con dedica a Tanit-Ashtart; due teo- A Cartagine e nelle colonie puniche il
fori (Ghertanit e Abdtanjt) attestati rispettiva- culto di Tanit è straordinariamente diffuso, in
mente in un ostrakon rinvenuto a Sidone ed particolare nei tephatirn.
in un’epigrafe bilingue, greco-fenicia, da Le testimonianze più antiche in Occidente
Atene, riferite ad un Sidonio, una serie di non sembrano risalire oltre il sec. V a.C.,
154
dio dell’arsura estiva.
La maggior parte di quelle figure divine
era raggruppata in coppie (nei testi più
arcaici) ed in triadi (in quelli più tardi) e le
loro vicende erano narrate in opere cosmogo-
niche, teogoniche e mitologiche in genere le
quali, insieme col notevolissimo numero dei
nomi divini, fanno sì che la religione fenicia
sia definita da tutti gli studiosi come politei-
stica. Né tale valutazione di carattere gen-
erale ha potuto essere modificata dal fatto
che alcune persone divine appaiono venerate
in un luogo o in un tempo e non in altri (es.
Anat nel lI millennio a.C. ad Ugarit e non nel
I millennio a.C. in Sardegna), oppure che
Fig. 118. Olbia, Sa Testa. Statuina lignea di personaggio
talune si presentino talvolta fuse del tutto o in
femminile. Cagliari, Museo Nazionale. parte, con altre, per effetto di un sincretismo
religioso interno (cioè quello fra due persone
divine entrambe semitiche, quali ad es.
epoca alla quale appartengono le più antiche
stele di Cartagine col nome di Tanit ed un
frammento di orlo di cratere a vernice nera,
d’importazione greca, con iscrizione a Tanit
graffita, dal tophet di Nora.
Nelle epigrafi puniche dei tephatim Tanit
è comunemente denominata pané Baa!
(volto, manifestazione di Baa!), ma è anche
detta “Rabbat” (signora) e “madre”.
In sostanza sulla base della documen-
tazione epigrafica, delle interpret ationes
classiche (Tanit, come Ashtart, è identificata
con luno-Hera) e delle testimonianze icono-
grafiche (gli attributi di Tan it sono: la colom-
ba, la melagrana, il pesce e la palma) possi-
amo riconoscere in Tanit la manifestazione
della divinità in quanto fecondità naturale ma
specialmente distributrice di doni nell’uni-
verso.

YARIH O YAREH
Si tratta di una divinità antichissima,
attestata nei poemi ugaritici come dio della
luna, separato dal mondo naturale. Fig. 119. Narcao, Terreseu. De,netra, con porcellino e tor-
Nei testi di Ugarit Yarih chiede la mano di cia. Terracotta. Sec. 1V-Il! a. C. Cagliari. Museo Nazio-
Nikall e nelle trattative per queste nozze nale.
assume una posizione importante Harab, il
155
Ashtart e Tanit) o esterno (cioè quello fra una vicende dello schema fertilistico dovettero
persona divina semitica ed una straniera progressivamente emergere, pur senza mai
quali ad es. Ashtart e Demetra). divenire esclusivi o preclusivi, i tre elementi:
In particolare il Moscati, volendo definire un principio virile trascendente, suscettibile
l’essenza della religione fenicia ed analiz- di incarnarsi nel dio supremo “ozioso” un
zarne la struttura interna nel suo nascere e principio femminile che ne è la “dunamis” e
divenire, dice: ne media la potenza, suo “nome” (come la
“Dai documenti fenici e punici fin qui sindonia Astarte “nome di Baal”) o suo
ricordati emerge un criterio di organiz- “volto” (come la cartaginese Tanit “volto di
zazione del mondo divino che può definirsi Baal”); una terza risultante nuovamente virile
civico. La prospettiva cittadina attraverso cui ma immanente che trionfa attraverso la lotta
si guarda al mondo degli dei si precisa prob- e la morte.
abilmente in età fenicia (e la nascita di un Come “terminus ante quem” dell’avvio di
teonimo come Melqart può essere addotta questa evoluzione metafisica dello schema
come indizio) ma ha le sue radici nel II mil- fertilistico in Canaan si può proporre la
lennio, sia perché già nell’ambito della cul- comparsa dell’espressione “Astarte nome di
tura palatina si redigono liste canoniche ger- Baal” nell’epopea di Keret, (cioè il fatto di
archizzate di dei che variano da città a città, trovare nella epopea di Keret l’espressione
sia perché fin da allora sembra emergere in “Ashtart nome di Baal” vuol dire che prima
autonomia il concetto del dio cittadino. Tale dell’epopea di Keret era stata avviata questa
ad Ugarit è un Baal Ugarit. Negli altri casi evoluzione metafisica, si era già arrivati a
noti sono divinità femminili ad assolvere
questa funzione locale: le attestazioni di
Astarte come dea di Sidone non risalgono
oltre l’età del ferro ma quelle della Baalat
di Biblo ci portano in pieno IT millennio;
si veda una gran parte della corrisponden-
za del re di Biblo Rib-dda o la definizione
egiziana del Libano come “montagna del
dio della terra vicina alla Signora di
Biblo”.
Il dio cittadino non occupa dunque una
sede fissa nel “pantheon” civico, anche se
tende ad assumervi posizione privilegiata
e, per quanto possibile, centrale. Il “pan-
theon” di ogni città fenicia infatti non si
ordina a lui, ma tende piuttosto a configu-
rarsi, pur nella varietà delle figure e dei
rapporti, secondo una struttura triadica che
è il più evidente ed interessante elemento
di raccordo tra le singole aggregazioni
locali.
Alla base delle triadi fenicie vi è lo
schema mitologico fertilistico. Mentre
Fig. 120. Rilievo raffigurante un combattente che abbatte un
nella prima metà del Il millennio il ciclo di mostro alato, da Tharros (?). Sec. IV-!!! a. C. Cagliari, Museo
Baal assumeva ad Ugarit la forma in cui ci Nazionale.
è stato trasmesso, dalle figure e dalle

156
formulare il concetto triadico di cui abbiamo
parlato prima), ma non si hanno elementi per
far risalire oltre l’età fenicia la tendenza dei
singoli “pantheon” civici a sistemarsi secon-
do le vedute corrispondenti; al contrario sem-
bra che le triadi cittadine si siano costituite in
vista del rapporto relativo che fu possibile
stabilire tra le divinità disponibili in consid-
erazione dei loro attributi tradizionali. Né
mancano, come si è detto, varietà e divergen-
ze: ad esempio Baal, che ad Ugarit
rappresenta il terzo principio, a Sidone incar-
na il primo, e ciò può essere indizio di un
intervento tardivo su contesti politeistici già
consolidati.
È da pensare che la formula ternaria conti-
nui ad essere, in epoca tarda, un elemento
attivo della teologia fenicia. La formulazione
del giuramento di Annibale probabilmente
rivela una sua estensione ulteriore, giacché
vediamo che tutte le entità divine sono ordi-
nate a gruppi di tre tipologicamente coerenti,
mentre ad Ugarit il modulo della enumer-
azione canonica è rappresentato dalla coppia Fig. 121. La “danza sacra”. Scultura sardo-punica dal Sin
(Anat e Astarte, Chusor e Khasis, Aurora e is di Cabras (?) Sec. I V-III a. C. Cagliari, Museo Na-
Tramonto, Terra e Cielo, ecc.) come ancora zionale.
spesso presso gli autori ellenistici (ad esem-
pio in Filone, Urano e Gea, Sydyk e Misor, e
simili). Anche la tipica iconografia delle stele e, per di più, una delle due divinità (sempre
puniche raffigurante tre betili affiancati Tanit) è detta “Pané” cioè “Volto”, “Manifes-
riporta, con l’efficacia del simbolo, al modu- tazione”, “Persona” o “Presenza” dell’altra,
lo temano ed è ancor più significativa come cioè di Baal. In tal modo dunque Tanit non
espressione di vitale religiosità”. appare più come una divinità diversa da Baal,
Anche le dediche del tophet, nella loro ma come Baal stesso in un suo particolare
formulazione completa, suggeriscono la modo di manifestarsi: essa è la “Persona” o
definizione di politeistica per la religione “Presenza” di Baal, quindi lui stesso, pre-
fenicio-punica, dichiarando esplicitamente sente in un luogo. È inevitabile qui ricordare
che il sacrificio è offerto a Baal (Hammon o il passo biblico ove Iddio, rivolgendosi a
Addir) ed a Tanit. Mosé che si accinge ad attraversare il deser-
Tuttavia, proprio quelle dediche, intro- to, lo rassicura con le parole “La mia Pané
ducono anche elementi di dubbio, qualifican- camminerà avanti a te” ed il ricordo rende
do Tanit come “Pané Baal” e mettendo certo meno attendibile la definizione della
moltissime volte al singolare il verbo che religione fenicio-punica come politeistica;
indica la motivazione dell’offerta: “perché ha mentre offre un’ovvia spiegazione del verbo
udito la sua voce”, “lo ha esaudito”, “lo ha al singolare nelle epigrafi del tophet.
benedetto”. L’azione attribuita a due divinità Né Tanit è l’unica “divinità” della quale si
viene dunque espressa col verbo al singolare possa dimostrare una così sconcertante

157
Fig. 122. Monte Sirai, sacello del mastio. Lastrina in osso rappresentante busto di persona divina maschile. Roma, Isti-
tuto per la Civiltà fenicia e punica.

posizione nei confronti di Baal: Ashtart, che anche consentito di capire che i cosiddetti
in un’epigrafe di Cartagine è chiamata nomi doppi dell’onomastica divina fenicio-
“Immagine di Baal” (Shalam BaaI), già nel punica indicavano binomi genitore-figlio, nei
poema ugaritico di Keret (II millennio a.C.) e quali i due termini, benché distinti fra loro
più tardi nelle epigrafi di Sidone (sec. V a.C.) per le qualità (paterna o materna e filiale) o
è detta “Shem Baal” cioè “Nome di Baal”. modi di operare, erano intercambiabili e
Anche in questo caso è inevitabile il confron- quindi reciprocamente eguali, certo per la
to col mondo ebraico, ove più volte il Tempio comune sostanza od essenza divina, che li
di Gerusalemme è detto “Casa del Nome di riuniva in unità, evidentemente perché parte-
Dio”. Le due grandi “dee” del mondo feni- cipi, sia pur in diversa misura, di tutte le
cio-punico altro non erano dunque che Baa! qualità insite in lei (così come, nel mondo
stesso, indicato con termini femminili. della mistica ebraica è detto delle Sephiroth o
Aggiungasi che le scoperte avvenute ad Manifestazioni di Dio). Oggi dunque possi-
Antas fra ii 1967 ed il 1969 non solo hanno amo dire che i tre membri della triade punica
rivelato l’esistenza sul posto di un culto puni- di Antas (menzionata come seconda nel giu-
co per una triade formata da Melqart, Tanit e ramento di Annibale e quindi conosciuta e
il loro figlio Sid ma, integrate con i dati for- venerata anche a Cartagine) erano con-
niti dall’epigrafia fenicio-punica in ambiente siderati distinti fra loro nelle qualità, in quan-
tino (Tiro e la colonia punica di Ibiza), hanno to rispettivamente padre, madre e figlio, ma

158
Fig. 123. Nora, Tophet Stele con betilo su base, recante Fig. 124. Nora, Tophet. Stele con triade belilica. Arenana.
l’iscrizione ‘sacnJicio di bd e figlio di bd’’. Sec. I V-ill a. C. Sec. I V a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
Cagliari, Museo Nazionale.

anche reciprocamente eguali nell’essenza, estendesse anche a quelle altre persone
dato che epigrafi puniche dell’epoca trovate a divine e, in ultima analisi, il concetto dell’u-
Cartagine, menzionano Sid Melqart e Sid nità e pluralità divina stesse alla base della
Tanit. Ne consegue che Sid e Melqart, eguali spiritualità fenicio-punica.
fra loro e a Tanit nell’essenza, lo dovevano Naturalmente, tutto ciò non esclude i
essere anche nei confronti di Baal, di cui risultati dell’acuta analisi storico-religiosa
Tanit era presenza o persona e quindi modo del Moscati né l’esistenza di una religione
di manifestarsi e di operare. popolare, che nelle persone divine avrà visto
Né tale elevata e complessa concezione altrettanti dei e dee, diversi gli uni dagli altri
teologica era ristretta alla sola triade di e li avrà venerati raggruppati in diadi e triadi,
Antas, ché la presenza nell’epigrafia fenicio- con a capo un dio cittadino ed avrà ascoltato
punica dei nomi doppi Melqart Resheph o volentieri narrare di loro le gioie e i dolori,
Resheph Melqart ed Eshmun Ashtart, il fatto gli amori e gli odi, vedendoli in una dimen-
che le fonti letterarie antiche attestino esser sione profondamente umana. Qui vogliamo
stato Adon l’Eshmun di Biblos e l’identità fra solo osservare che esistono sufficienti indizi
Sid e Adon rivelata dalle scoperte di Antas, per affermare che, o!tre quella religione
dimostrano come la stessa concezione si popolare (magari presente anche nei palazzi,

159
ove ci si sarà sforzati di Fig. 125. Nora,
trarne profitto per scopi Tophet. Stele con
triade behlica,
di ambizione e potere) sormontata dal
esisteva anche la reli- globo solare e dal
gione dei sacerdoti e crescente lunare. A
degli spiriti eletti; reli- renana. Sec. IV aC.
gione che credeva nelle Cagliari, Museo
Nazionale.
stesse persone divine e
ne cantava le stesse
vicende, ma dando loro
ben altro significato.
Particolarmente
importante è tener pre-
sente che, in quella reli-
gione superiore, tali per-
sone divine erano intese
non come entità fisiche
(anche se invisibili e
sovrumane) ma come personificazioni di oppositorum in Baal appare confermata dalla
qualità, prerogative o idee archetipali insite recente scoperta, nel tophet di Tharros, della
in un’unica divinità, oppure come specifi- statuetta fittile di una persona divina
cazioni di una manifestazione di lei. Ne sono maschile leontocefala, dalla cui testa si
indizio in primo luogo i nomi divini stessi dipartono due raggi lanceolati (uno d’oro e
che, quando non sono entrati nell’onomastica uno d’argento), così come due anelli a croce
fenicia da una religione straniera, sono isiaca le pendono dal naso e due anelli
attribuiti, apposizioni o specificazioni tutte semplici, dalle mani, gli uni e gli altri pari-
riferibili ad un’unica divinità che, a seconda menti d’oro e d’argento come i raggi del
del modo di operare col quale si manifesta capo. Tenendo presente come l’oro e l’argen-
nell’universo, appare maschile o femminile to rappresentassero per gli antichi il sole e la
perché in quanto divinità, travalica le barriere luna e, in questi, i due grandi cicli cosmici, si
di tutte le categorie logiche e rachiude in sè comprenderà facilmente il complesso signifi-
tutte le idee e tutte le forme, anche se opposte cato simbolico di tale iconografia tharrense.
fra loro nella logica umana, come sono Questa, d’altra parte, getta luce anche su altri
appunto i due generi naturali. È il concetto simboli punici, documentati in Sardegna. Fra
della coincidentia oppositorutn, ampiamente questi merita di essere menzionato in primo
documentato nelle religioni antiche e ben luogo il doppio simbolo astrale con globo e
esemplificato in ambiente persiano dalla crescente: chiaramente allusioni al sole ed
figura di Zervan (che i Greci interpretavano alla luna. Vi è poi il triangolo apicato, scolpi-
come Kronos e dal quale avevano origine to nel roccione del tophet a Sulci, nel quale si
Ahura Mazda ed Arimane, cioè i due principi può vedere tradotta in termini geometrici l’i-
opposti: il Bene e il Male) ed in ambiente conografia naturalistica tharrense: con i due
punico da Baal (anche egli interpretato dai raggi rettilinei, che si dipartono dal capo,
Greci come Kronos, almeno quando, con reso come triangolo. (Notare che, molti sec-
l’appellativo di Hammon, era venerato nel oli dopo, i cabalisti ebraici talvolta de-
tophet). E anzi particolarmente interessante scriveranno ancora in forma triangolare la te-
per lo studio dell’archeologia fenicio-punica sta dello Adam Kadmon, cioè dell’Uomo Pri-
in Sardegna, notare che la coincidentia

160
Fig. 128. .Nora, Tophet, Stele con figura divina dotata di
villa dozala di lancia. A renana. Sec. IV a. C. Cagliari,
Museo Nazionale.

Fig. 126. Nora, Tophet. Stele con rilievo raffigurante il c.
d. idolo a bottiglia, cioè il vaso della vita, su base. A re-
nana. Sec. I V a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 127. Nora, Tophet. Stele con “segno di Tanit”, in are-
naria. Sec. IV a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

161
mordiale, risultante da un particolare
raggruppamento delle Sephiroth divine). Il
triangolo apicato sulcitano (che in Sardegna
si è trovato inciso anche su di un frammento
di ceramica punica, evidentemente con fun-
zione magica) poteva avere però anche un
significato più complesso, alludendo non
solo (con i due apici rettilinei) ai due generi
insiti nella divinità, ma anche (con i tre verti-
ci del triangolo) alle tre prerogative fonda-
mentali di questa (creatrice, sovrana e salu-
tifera, secondo la concezione teologica
semitica più volte espressa anche nei testi
biblici); mentre l’unità complessiva della fi-
gura ben poteva simboleggiare l’unità
dell’essere divino.
Simbologia complessa dunque, quella
sulcitana, che forse precedette, ma comunque
appare oggi come una variante in Sardegna di
quello che fu il più famoso simbolo religioso
di Cartagine (anche questo però ben
documentato nell’isola): Il cosiddetto Segno
di Tarìit. Questo intatti, che si presenta come Fig. 129. Su/ci, Tophet. Stele con la divinità in aspetto
una figura antropoide schematizzata, formata ,nu/iebre regale. Trachite. Cagliari, Museo Nazionale.
da un triangolo, sormontato da una linea retta
orizzontale e, al di sopra di questa, da un cer- attributi femminili (ad es. La melagrana
chio (o un disco? o un globo?) sembra ormai sopra un monumento dedicato a Baal).
potersi interpretare come il simbolo della Quanto ai nomi divini, maschili o fem-
divinità, bino nei generi (presso i Pitagorici, minili che siano, ad illustrazione di quanto
dei quali è certa la presenza a Cartagine, la detto più sopra circa il loro carattere di
retta, con i suoi estremi, esprime il numero attributi, apposizioni o specificazioni, basterà
2), trina nelle prerogative (presso gli stessi riportare qui la traduzione dei più usati:
Pitagorici, il triangolo esprime il numero 3) “Dio” (El), “Dea” (Elat), “Padrone” o “Sig-
ma una nell’essenza (il cerchio o disco o nore” (Baal), “Padrona” o “Signora”
globo, potrebbe sostituire il punto, cioè l’e- (Baalat), “Signore” (Adon), “Re della città”
spressione pitagorica dell’unità). E possibile (Meiqart), “Il Nome” (Eshmum), “Caccia-
però che, come nel triangolo apicato sul- tore” (Sid), “(Dio) del lampo” (Resheph),
citano, l’unità fosse espressa dalla intera “Dio della fossa” (Horon), “Spirito guari-
figura antropoide ed allora il cerchio (simbo- tore” (Shadrapha), “Distributrice di doni”
lo del tempo senza fine) potrebbe indicare (Tanit), ecc.; oppure “Signore dei cieli” (Baal
l’eternità divina. Shamaim), “Signore potente” (Baal Addir),
La presenza dei due generi nell’unica “Signore dello hammon” cioè di un tipo di
divinità spiega l’uso, in talune epigrafi, di stele relativo al culto solare o forse dell’altare
apposizioni maschili (Adon, Baal) riferite a per incenso (Baal Hammon), “Signore del
persone divine femminili (ad es. Ashtart, Nord” (Baal Saphon), “Signore del Pro-
Hut), oppure su taluni monumenti dedicati a montorio” (Baal Rosh), ecc.; oppure ancora
persone divine maschili, la figurazione di “Giustizia’’ (Sidik), ‘’Rettitudine’’ (Misor)
162
Fig. 130. Monte Sirai, Tophet. Stele con persona divina
femminile. Trachite. Sec. IV a.C. Cagliari, Museo Nazio-
nale

ecc. Fra tutti quei nomi divini, spicca oggi in sarda. Il termine bab(a)y infatti appartiene
Sardegna quello di Sid, la giovane persona certamente al sostrato linguistico presemitico
divina maschile, che vari indizi inducono a della Sardegna, ove ancor oggi si conserva
ritenere venerata in più luoghi dell’Isola, ma come termine antichissimo per indicare, in
che certamente aveva un suo grande tempio forma reverenziale, il padre. E evidente che
fra i monti dell’iglesiente settentrionale: ad la presenza di quel termine protosardo nella
Antas. formula cultuale punica si spiega solo come
In quel tempio (fondato dai Cartaginesi prova che il culto indigeno originario per una
attorno al 500 a.C. e da loro stessi ricostruito divinità paterna e cacciatrice continuava in
nella prima metà del sec. III a.C. sempre quello punico di Sid, che ne era semplice-
nello stesso luogo ove, prima del loro arrivo, mente l’interpretazione semitica.
era praticato un importantissimo culto proto- Sid era dunque una manifestazione pater-
sardo per un dio genitore e cacciatore, del na della divinità e tale appare anche in alcune
quale si è trovata anche un’immagine votiva, monete augustee, ove la sua interpretazione
in bronzo, databile circa al sec. VIII a.C.), romana Sardus Pater (Bab[ay]), è raffigurata
Sid appare menzionato sulle epigrafi votive come un personaggio barbuto.
puniche del sec. 1V-Il! a.C., come “Adon Sid Abbiamo visto però come la coeva epi-
ha Addir Bab(a)y” cioè “Signore Sid il grafia cartaginese lo dichiari esplicitamente
potente Bab(a)y”, con una terminologia in figlio di Malqart e Tanit. D’altra parte, la
parte semitica ed in parte mediterranea proto- stessa monetazione augustea di Sardus Pater,

163
Fig. 131. Monte Sirai, Tophet. Stele con persona divina fe,n,ninile. Trachite. Sec. IV a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
tore” Sid era venerato come tale anche in
quel luogo di culto, continuando anche quel-
la qualità del Babay protosardo e trasferen-
dosi in Sardegna l’attività caratterizzante di
Adon, la giovane persona divina maschile,
identica ad Eshmun, che il mito di Biblos ci
descrive come un bellissimo giovane caccia-
tore, amato da Ashtart, il quale muore ma
torna poi sulla terra, con l’aiuto della sua div-
ina amante. Ma il rinvenimento sul posto di
un frammento di scultura fittile votiva puni-
ca, raffigurante a tutto tondo la testa di un
leone cornuto, induce a ritenere che il giavel-
lotto di Sid non fosse immaginato nella sua
mano solo come strumento di caccia, ma
anche quale arma contro un mostro, come le
armi di S. Giorgio e S. Michele nell’i-
conografia cristiana. Un mito di liberazione
dunque contro il mostro del male, forse
narrato iconograficamente anche in una las-
tra fittile romana, di cui si è trovato un fram-
mento fra le rovine del tempio di Antas
ricostruito sotto Caracalla; frammento nel
quale si conserva la protome di un grifo.
Il carattere di liberatore dal male dovette
render molto popolare Sid nella Sardegna
Fig. 132. Sulcis, Tophet. Stele votiva con divinità femminile feniciopunica, se tracce del suo mito si sono
entro un’edicola di stile egittizzante. trovate anche in area tharrense (nel già citato
rilievo del Cacciatore che abbatte un mostro
in altre serie, lo presenta imberbe; mentre la alato e forse nel tempio ipogeico di S. Salva-
triplice iconografia votiva di Antas, ben illus- tore di Cabras) nonché in due luoghi del-
tra la presenza sul posto di un culto per quel- l’area caralitana. Fra Cagliari ed Assemini
la “famiglia” divina. In Sid coincidevano infatti, presso la laguna di S. Gilla, sorgeva
dunque le due qualità, logicamente opposte, senza dubbio un tempio cui sono pertinenti le
di “padre” e “figlio”: un altro esempio di famose terrecotte di S. Gilla che chiafamente
coincidentia oppositorurn nella divinità feni- documentano il culto per una triade analoga
cio-punica. Esempio facilmente comprensi- a quella di Antas ed illustravano il mito della
bile, come quello già citato relativo ai generi lotta fra una giovane persona divina maschile
naturali, ove si pensi che, ovviamente si trat- e cacciatrice ed un mostro raffigurato come
ta di famiglia divina e quindi mistica, ove Sid grifo. D’altra parte, in una tomba a camera di
non è nemmeno qualificato dall’epigrafia epoca tardopunica (sec. IV-III a.C.) nella
punica con il termine ben (cioè “figlio”), ma necropoli di Tuvixeddu a Cagliari, si è sco-
è detto solamente “di Melqart” e “di Tanit”: perta, dipinta su di una parete, l’immagine di
una qualità divina che trae origine da altre un combattente quasi ignudo ma con elmo
due, in conclusione un’idea generata da altre crestato, nell’atto di vibrare un colpo di
idee. I giavellotti votivi in ferro, trovati nel giavellotto contro un avversario di cui
tempio di Antas, dimostrano che il “caccia- purtroppo non si è conservata la figura. Tale

165
Fig. 133. Su/ci, Tophet. Stele con la divinità in
aspetto sacerdotale. Marmo e trachite.
Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 134. .Sulci. Stele del Tophet con la
divinità in aspetto maschile sacerdotale. Tra-
chite. Cagliari, Museo Nazionale.

schema inconografico, sostanzialmente anal- funerario.
ogo a quello del rilievo tharrense, documen- Benché l’avversario di Sid sia raffigurato
tando la presenza del culto di Sid in una in aspetti vari (leone cornuto ad Antas,
tomba, ne dimostra inequivocabilmente il ris- mostro alato a Tharros, uomo armato a
volto escatologico, presentandoci Sid come Cartagine) la prerogativa divina salutifera
protettore non solo dei vivi ma anche dei impersonata da Sid è dunque evidente. Però
morti. Del resto, questo aspetto escatologico nella figura di Sid è racchiuso anche un pro-
del culto di Sid, è confermato anche dalla fig- fondo significato morale, che si può cogliere
urazione di un combattente (ignudo, con solo considerando quella persona filiale in
copricapo piumato come quello di Sardus rapporto con le qualità divine espresse dai
Pater nelle monete romane) nell’atto di suoi mistici genitori: la forza della Regalità
colpire col giavellotto un guerriero abbattuto; insita nella figura di Melqart (“Re della
figurazione incisa nella lama di un rasoio citta”) e l’Amore della Provvidenza rap-
bronzeo rinvenuto a Cartagine, cioè sopra un presentata da Tanit (‘’Distributrice di doni”).
oggetto di cui è ben noto il valore di amuleto Dall’unione di quelle due qualità divine che,

166
Fig. 136. Su/ci. Stele del Tophet con immagine
di persona divina maschile in aspetto dife-
condatore. Trachite. Cagliari, Museo
Nazionale.

Fig. 135. Su/ci, Tophet. Stele con la divinità in aspetto fem-
minile ferti/istico. Trachite. Cagliari, Museo Nazionale.

unendosi, si moderano a vicenda, ha origine quella formata da Melqart, Tanit e Sid ad
la Salvezza divina operante nel mondo: Sid. Antas. E presumibile però che anche nell’iso-
E, in sostanza, lo stesso concetto morale che la, almeno in epoca tardopunica, fossero ven-
verrà esposto nei loro scritti dai cabalisti erate tutte e cinque le triadi che certamente
ebraici del medioevo, eredi della più antica ricevevano un culto ufficiale a Cartagine,
mistica d’Israele. In quegli scritti infatti e essendo invocate da Annibale, nel 215 a.C.,
specialmente nello Zohar (databile al 1300) i come garanti del trattato con Filippo V di
cabalisti, presentando le Sep hiroth divine Macedonia. Non è questa la sede adatta per
raggruppate per triadi in un organico sistema considerare analiticamente quel giuramento
teosofico, dicono la Misericordia (che l’autore di queste pagine ha fatto ogget-
(Rachamim) originata dall’unione delle to di un recente studio). Qui, sintetizzando,
Forze (Ghevurah) e dell’Amore (Chesed) di ricorderemo in primo luogo che in quel doc-
Dio. umento, trasmessoci da Polibio nella sua ver-
In Sardegna, non risulta per ora che le sione greca, sono menzionate, nell’ordine, le
altre persone divine venerate fossero rag- seguenti triadi: Zeus, Hera ed Apollo, il Ge-
gruppate fra loro a formare altre triadi,oltre nio dei Cartaginesi, Herakies e Iolao, Ares,
167
orientale del rapporto tra Mondo di sopra e
Mondo di sotto, ripreso da Platone nel suo
mondo delle Idee, ma presnte fra i Semiti in
età certamente più antica (cfr. i passi biblici
dell’Esodo relativi alla realizzazione della
Menorah).
Finalmente, osserveremo che ciascuna
delle prime tre triadi annibaliche esprime non
solo tre qualità divine personificate dai suoi
singoli componenti, ma anche una delle tre
fondamentali prerogative divine (feconda,
regale e salutifera) espressa dai suoi stessi
componenti considerati complessivamente.
Tale aspetto collettivo o collegiale della
teosofia fenicio-punica, per cui una persona
divina partecipa anche delle qualità delle
altre nell’esprimere la divinità (ovvia, del
resto, tenendo presente il concetto dell’unità
Fig. 137. Su/ci, Tophet. Stele rappresentante la divinità in e pluralità divina) può essere la spiegazione
aspetto zoomorfo. Trachite. Cagliari, Museo Nazionale. di alcuni aspetti particolari della termi-
nologia epigrafico-letteraria e della simbolo-
gia figurata dei Fenici e dei Cartaginesi. Più

Tritone e Poseidone, il Sole, la Luna e la
Terra, i Fiumi, i Laghi e le Acque. In secon-
do luogo, osserveremo che le persone divine
puniche alle quali corrispondono i primi
nove nomi greci, benché non tutte identifica-
bili con sicurezza, possono considerarsi
come personificazioni della divinità consid-
erata nell’ordine, come Essenza unitaria div-
ina (Zeus-Baa! o forse Mot, quale prima ed
unitaria manifestazione concreta della
divinità nell’Uovo cosmico della cosmogona
fenicia riferita da Filone di Biblos), Fecon-
dità divina femminile (Hera-Ashtart), Fecon-
dità divina maschile (Apollo-Resheph),
Provvidenza (Genio dei Cartaginesi-Tanit),
Regalità (Herak!es-Melqart), Salvezza
(Iolao-Sid), Forza (Ares), Saggezza (Tri-
tone), Potenza (Poseidone). Gli altri sei nomi
invece, può ritenersi che indichino (in forma
ampliata per esigenze di magia dei numeri) le Fig. 138. Monte Sirai, Stele ad incisione del Tophet. Tra-
idee archetipali di Cielo, Terra ed Acqua, ch/le. Sec. Il-I a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
insite come persone divine nell’unica divinità
ed espresse dalle loro mate168 rializzazioni
nell’Universo sensibile, secondo il concetto
168
Fig. 139. Tharros. La divinità
in aspetto leoniocefalo al
inomento del rinvenimento
presso il Tophet

precisamente, sembra così più conciliabile divina, dobbiamo purtroppo riconoscere che,
con un sostanziale monoteismo fenicio-puni- nonostante l’abbondante serie di documenti
co, l’espressione “consesso degli dei” più archeologici conservati, spesso ci troviamo
volte attestato nei documenti Fenici e che in grande difficoltà, quando vogliamo
può ben indicare tutte le persone divine che, riconoscere l’immagine delle singole persone
nel loro complesso, esprimono la divinità. divine venerate dai Fenici e dai Cartaginesi
D’altra parte, acquistano così un chiaro senso in Sardegna.
di simbii mistici i rilievi con due o più betili L’identificazione infatti è gravemente
scolpiti uno dentro l’altro, che appaiono su ostaco lata da:
talune stele del tophet a Nora e Sulci e che 1) l’assenza di indicazioni onomastiche
sembrano precorrere il linguaggio simbolico scritte accanto alle immagini;
figurato, usato nel sec. XVI dal cabalista 2) la frequente scarsità e genericità degli
ebraico Mosé Cordovero, tracciando il suo attributi personali;
schema alfabetico delle Sephiroth divine. 3) ii sincretismo religioso interno ed ester-
Comunque, se è vero che finora non si può no, favorito dalla fede in una sostanziale
documentare in Sardegna il culto per triadi unità divina, per cui (come abbiamo detto)
fenicio-puniche diverse da quella di Antas, è ogni manifestazione della divinità partecipa-
anche vero che alcune delle immagini divine va, in ultima analisi, della personalità di tutte
trovate nell’Isola possono interpretarsi come le altre. Tuttavia, nonostante le difficoltà, l’e-
espressioni delle tre prerogative divine in segesi
aspetto maschile o femminile. Questo sem- iconografica di almeno una parte delle
bra particolarmente evidente nei rilievi immagini divine pervenuteci è possibile e
iconografici scolpiti sulle stele del tophet di viene quindi presentata nelle seguenti
Sulci, ove appaiono figure maschili e fem- schede.
minili chiaramente allusive alle prerogative
feconda, reale e salutifera della divinità. 1) ISIDE
Passando ora a considerare l’iconografia riconoscibile con sicurezza per analogia

169
con l’iconografia documentata in Egitto. si espande a conchiglia dietro il capo.
Appare seduta, vestita di un abito lungo e Frequentemente impugna uno scettro o una
stretto, con copricapo sormontato dal disco face e regge in braccio un porcellino o un
tra due corna, nell’atto di allattare il piccolo cinghialetto (che possono anche essere
Horo che le siede in grembo. Questa ico- raffigurati separati in proporzioni più o meno
nografia è documentata da due bronzetti vo- grandi). Altri attributi dell’iconografia di
tivi conservati nel Museo Archeologico Na- Demetra nel mondo punico sono il fiore di
zionale di Cagliari. papavero e (evidentemente per sncretismo
religioso con Ashtart-Tanit) la colomba. Tal-
2) BES volta, sulla sua spalla sinistra appare una
Riconoscibile con sicurezza per analogia figura infantile intera (Bagoi) oppure un
con l’iconografia attestata in Egitto. Appare busto femminile entro una specie di disco
però con varianti iconografiche, per le quali, così da formare quasi un medaglione. Proba-
talvolta, può confondersi con il Sileno greco. bilmente nel primo caso si tratta della figura
Comunque generalmente è
riconoscibile perché nano, con le
gambe corte ed arcuate (non sem-
pre, come indica per esempio la
lastra fittile di Tharros), panciuto,
con viso largo e barbuto che pre-
senta un naso schiacciato, la lin-
gua pendente fuori dalla bocca, le
orecchie ferme, le braccia piegate
ed i pugni uniti davanti al petto,
oppure il braccio destro piegato
in segno di benedizione mentre
intorno al sinistro si attorciglia un
serpente!lo. Il vestiario caratteris-
tico è un indumento di pelle
ferma o un gonnellino e,
generalmente, un berretto a
piume. Tale iconografia è attesta-
ta da molti documenti provenien-
ti da Bithia, Karali, Maracalago-
nis, Tharros, Fordongianus e,
forse, Monte Sirai e Nora.

3) DEMETRA
Riconoscibile con sicurezza
per analogia con l’iconografia do-
cumentata nel mndo classico
(evanescente rimane invece l’i-
conografia di Core). Appare
vestita con abito di foggia clas- Fig. 140. Tharros. La divinità in aspetto leoniocefalo. Statuetta fittile rin-
venuta presso il Tophet. Sec. i a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
sica, il capo coperto dal polos o
dal modio oppure dal kernos di
vario tipo, spesso con un velo che

170
di Trittolemo (i! piccolo figlio del re di immagini intere che conservino i suoi
Eleusi), mentre nel secondo caso dobbiamo attributi semitici e cioè: il volto barbuto, il
pensare piuttosto a Kore. copricapo conico, la lunga veste aperta sul
In un gruppo fittile conservato nel Museo davanti, l’ascia e l’asta da interpretarsi come
Archeologico Nazionale di Cagliari e pur- lancia o, più probabilmente, come scettro
troppo di provenienza incerta, appaiono in- cuspidato. Potrebbero però appartenere alla
vece due figure femminili sedute in trono, sua iconografia semitica la testina bronzea di
una delle quali tiene in grembo un bambino. Antas con copricapo conico e barba e le due
In tal caso sembra giustificata l’ipotesi che si testine fittili di Tharros ugualmente barbute e
sia voluta raffigurare Demetra con Trittolemo provviste di un copricapo conico di dimen-
in braccio e Kore al fianco. Finalmente sioni assai più sviluppate di quelle attestate
bisogna ricordare che nel santuario di Bagoi, dalla testina di Antas. Inoltre, come padre di
Demetra appare molto spesso stante ed a Sid, potrebbe essere identificato anche nelle
braccia aperte, nell’atteggiamento di orante altre testine barbute di Antas e nelle ma-
od offerente. I caratteri iconografici descritti schere barbute ieratiche di S. Gilla purché,
più sopra si trovano documentati in innu- però, si escluda per Sid l’iconografia barbuta,
merovoli terracotte figurate trovate a Nora, che invece è attestata nelle monete di Atius
Bagoi (Terreseu di Narcao), M. Sirai, Thar- Balbus raffiguranti Sardus.
ros, Nuraghe Lugherras di Paulilatino, S. L’iconografia “semitica” di Melqart ap-
Cristina di Paulilatino, Nuraghe Cadaane nel pare quindi incerta in Sardegna dove tutt’al
Sinis di Cabras, Villanovaforru e Santa più sarebbe attestata a Tharros ed Antas.
Margherita di Pula. Inoltre bisogna ricordare L’iconografia classica di Melqart-Elerak-
che due figure di suini, chiaramente allusive les invece appare sicura in Sardegna e più
al culto di Demetra, sono state trovate a Sulci precisamente nelle località che abbiamo più
da cui proviene anche un kernos. Delle due sopra elencato.
figure di suini una è di piccole dimensioni e
di terracotta; l’altra, di proprietà privata, 5) SID
grande ed in pietra. Il suo culto è ben riconoscibile oggi dopo
le scoperte di Antas. Gli attributi essenziali e
4) MEL QART tipici di Sid sono venatori e cioè cani ed armi
Assimilato ad Erakles, è facilmente da caccia. Infatti anche sulla moneta di Atius
riconoscibile per analogia con l’iconografia Balbus che rappresenta Sid nella sua versione
greca che lo presenta in nudità eroica, di romana come Sardus Pater, appare il giavel-
aspetto atletico, ora barbuto ora imberbe, con lotto. Bisogna tenere presente però che sono
arco, dava e pelle di leone sul capo o sul suoi attributi anche gli esseri favolosi o
braccio sinistro o pendente dal sedile su cui è mostruosi (il grifo ed il leone cornuto) che
assiso. Secondo quella iconografia (ma senza rappresentano in ogni mitologia l’ostacolo
l’arco) Melqart è attestato nelle seguenti che l’uomo incontra e contro il quale deve
località: 1) Sulci (base marmorea); 2) Thar- lottare per liberarsi dal male e raggiungere il
ros (testina fittile); 3) Posada (bronzo); 4) bene. In quanto padre Sid può apparire barb-
Antas (bronzetto acefalo con pelle di leone uto e di aspetto maturo. In quanto figlio
stilizzata); 5) San Salvatore di Cabras (pit- invece può apparire in aspetto giovanile e
tura romana che lo raffigura in lotta con il imberbe. Inoltre nei suoi santuari si potevano
leone nemeo). Quando invece non è assimila- trovare con facilità le iconografie delle per-
to all’Herakles greco, Meiqart non è facil- sone divine cui era collegato cioè Tanit,
mente riconoscibile perché non esistono a Shadrafa, 1-loron, Adon, Eshmun e spe-
tutt’oggi tra i materiali trovati in Sardegna cialmente Melqart-Herakles. Infatti Antas ha

171
restituito tracce del culto di Melqart-Erakles sostenibile la presenza del culto di SidSardus
(testa con berretto conico e bronzetto acefalo a San Salvatore di Cabras (segugio) ed a Kar-
con pelle di leone), Tanit (teste femminili), ali-Santa Gilla, dove, come ad Antas, si sono
Shadrafa (epigrafe che allude ad una sua stat- trovate abbondanti testimonianze di culto per
ua), Horon (epigrafe che allude ad una sua una personalità divina cacciatrice (segugi e
statua), Adon (testa con berretto frigio) e molossi), una iconografia giovanile ed
forse Eshmun (serpentello). Finalmente nel imberbe, una iconografia maschile matura
santuario ipogeico presso Tharros (San Sal- barbuta e ieratica, una silenica chiaramente
vatore di Cabras), una traccia del culto di riferibile ad una persona divina ctonia e guar-
Sid-Sardus è certo rappresentata dalla figura itrice (probabilmente Shadrafa), una icono-
del segugio in caccia in una delle celle. grafia femminile (Tanit), il coccodrillo (con-
Dunque il culto di Sid è riconoscibile anche nesso con Horo-Horon), il serpente (forse da
senza l’aiuto dell’epigrafia mentre l’icono- connettersi con Eshmun), ed il grifo. Inoltre
grafia di lui rimane incerta anche ad Antas, è molto probabile la presenza del culto di Sid
nonostante le epigrafi e le monete di Atius in area tharrense da cui viene il rilievo che
Balbus dove infatti Sid-Sardus appare ora raffigura un combattente con lancia, vitto-
barbuto ora imberbe. Né la tiara o corona rioso su un mostro alato o grifo. Infatti con-
piumata vale a caratterizzare quella icono- statando come in Sardegna il mostro o grifo
grafia perché è quasi assente nella iconogra- sia finora documentato solo nelle due località
fia attestata ad Antas e comunque, anche se di Antas e Karali, dove era praticato il culto
veramente appariva su immagini di Sid- di Sid, e d’altra parte il combattente di Thar-
Sardus (cosa poco sicura dato che il copri- ros abbatta il mostro alato con una lancia
capo che appare sulle monete di Sardus Pater (attributo di Sid), l’identificazione di Sid in
potrebbe essere anche un elmo) la corona quel rilievo tharrense è più che probabile.
piumata appare anche su immagini di Baal Inoltre è plausibile ipotesi la presenza del
Hammon e Bes e deve quindi considerarsi un culto di Sid anche sulla giara di Siddi (in
generico attributo della divinità fenicio- base alla analogia onomastica) e nei luoghi
punica in aspetto maschile. Egualmente ge- sacri ove il culto cristiano è tributato ad una
nerico sembra doversi considerare l’attributo personalità maschile vittoriosa sulla potenza
delle spighe che, pur apparendo talvolta sulle del male (San Michele, San Giorgio ecc.).
monete di Sardus-Pater non può considearsi Finalmente va ricordato come a Karali un
caratteristico di lui e quindi di Sid, figurando combattente con lancia appaia figurato in una
anche fra gli attributi di Saeculum Frugifer- tomba della necropoli di Tuvixeddu e sia
um e quindi di Baal Hammon. quella certamente una immagine di Sid con-
La lancia e il giavellotto, invece, doveva- cepito come liberatore del male con signifi-
no essere tipici attributi di Sid, come atte- cato escatologicofunerario.
stano gli ex-voto di Antas e le monete di
Atius Balbus. Si può dinque affermare di si- 6) ESHMUN
curo che Sid doveva apparire generalmente L’iconografia di Eshmun non appare
come un cacciatore vittorioso armato di lan- direttamente documentata in Sardegna, dove
cia e di giavellotto. In base alle testimonian- però è certo che, a S. Nicolò Gerrei, esisteva
ze fornite dall’iconografia, dagli ex voto, dal- un culto ufficiale per questa persona divina
l’epigrafia e dalle fonti letterarie si può dun- maschile. Ricordiamo infatti che, nel territo-
que affermare che il culto di Sid è certamente rio di quel Comune, in località S. Jaci, si è
documentato ad Antas (epigrafi, lance e gia- trovata una famosa epigrafe in greco, latino e
vellotti) e sul Capo Frasca (Tempio di Sardus punico, con dedica rispettivamente ad Askie-
menzionato da Tolomeo), ma è anche certa e pio Merre, Aescolapio Merre ed Eshmun

172
Merre. A) BAAL ADDIR
L’appellativo Merre, che non è possibile Con l’attributo Addir, Baal appare venera-
spiegare in modo soddisfacente ricorrendo ad to nel tophet di Sulci, come testimonia un
etimologie semitiche od indoeuropee, appare epigrafe mutila rinvenuta colà nel 1959 e che
invece di significato chiaro ove lo si faccia inizia con l’attributo “Addir”. Questo infatti,
derivare dalla radice mediterranea (quindi per quanto ne sappiamo oggi, in un tophet
protosarda) mr, passata nel latino col valore non può essere preceduto che dal nome Baal.
di “maschio” (lat. mas, tnaris). A S. Nicolò Le immagini maschili trovate nel tophet di
Gerrei dunque, Eshmun era venerato come Sulci sono dunque di Baal Addir.
un fecondatore, interpretando evidentemente Quelle immagini documentano sulle stele
una divinità maschile protosarda, venerata in una triplice iconografia e cioè:
precedenza nel posto (un luogo di culto delle a) tipo barbuto stante, di fronte, con gambe
acque, di origine chiaramente nuragica) con unite, ignudo con muscolatura accentuata,
eguale caratteristica ed invocata dai suoi senza acconciatura sul capo e braccia piegate
devoti col nome di Merre (un fenomeno anal- con pugni chiusi riportati sul petto;
ogo a quello documentato ad Antas per Sid b) tipo barbuto stante di profilo, una gam-
Babay). Il fatto però che Eshmun sia stato ba avanzata rispetto all’altra, con lunga veste,
interpretato a sua volta come Askiepio ed una benda ricadente dal capo sulle spalle, il
Esculapio, dimostra che, oltre ad essere un braccio destro levato a benedire e, nella mano
fecondatore, era anche un guaritore, come sinistra, un’asta sormontata da una cuspide
quelle due divinità classiche. Ma, in quanto non molto appuntita e che sembra doversi
guaritore e figlio di Ashtart (come rivela il interpretare come uno scettro;
nome doppio Eshmun Ashtart attestato dal- c) tipo imberbe, stante, di fronte, panneg-
l’epigrafia di Cartagine) era anche un “dio giato con braccio sinistro ripiegato sul petto e
figlio” e quindi giovane, come del resto sug- braccio destro allungato nel gesto di tenere il
gerisce anche il fatto che le fonti greche lo Segno di Tanit o Hank.
identifichino con Adon, definendo quest’ulti- Al tipo A si riporta un busto a rilievo che
mo come “I’Eshmun di Biblos”. appare nel timpano di una stele e nel quale,
È probabile quindi che l’iconografia di generalmente, per la posizione delle braccia,
Eshmun lo presentasse come un personaggio si tende a vedere un’immagine di Bes.
maschile, giovane, imberbe e di bell’aspetto I tre tipi iconografici sembrano doversi
come Adon, con l’attributo tipico dei guari- spiegare come i tre aspetti fondamentali della
tori: il serpente. Tuttavia, l’identità con il divinità concepita quale fonte di vita (tipo A,
cacciatore Adon, insieme con le sue qualità ove è messa in evidenza la forza fisica e quin-
di “dio figlio”, fecondatore e liberatore dal di il potere generativo); del diritto e della
male fisico, accostandolo molto al po- giustizia (tipo B, ove è messo in evidenza l’a-
polarissimo Sid di Antas, possono aver pro- spetto regale e quindi il potere sovrano che
vocato, in Sardegna, dei fenomeni di sincre- domina il creato) e della salvezza (tipo C, ove
tismo interno fra le due persone divine, al- in sostanza l’aspetto sacerdotale dato alla di-
terandone in qualche caso anche l’iconogra- vinità ne pone in evidenza il potere magico,
fia. liturgico, liberatore dal male e quindi salu-
L’identità con Adon mi sembra invece tol- tifero). E interessante notare come queste tre
ga ogni attendibilità all’ipotesi del Garbini, prerogative della divinità espresse dalla tri-
che attribuisce ad Eshmun l’iconografia di plice iconografia del tophet trovino ancora
Bes. una volta fedele riscontro nella concezione
ebraica del triplice rapporto tra la Divinità ed
7) BAAL il mondo, rapporto che si esplica prima nella

173
Fig. 141. Triangolo apicato scolpito sulla roccia sacra nel Fig. 142. II “segno di Toni!” nella sua forma canonica.
tophet di Su/ci.

creazione e poi nei due principi fondamentali Monte Sirai e in quella località appare solo,
della Giustizia e della Misericordia reden- limitatamente alla parte superiore della figu-
trice. Anche l’iconografia zoomorfa delle ra, in una lamina di osso trovato entro il sa-
stele di Sulci che presenta l’ariete (nota cello del mastio; lamina che però presenta un
ipostasi zoomorfa di Baal) allude eloquen- carattere che la potrebbe ricollegare special-
temente alla manifestazione maschile fecon- mente con l’iconografia di Bes, cioè la lingua
da della divinità. pendente fuori dalla bocca.
Forse Baal Addir oltre che a Sulci, era ve-
nerato anche a Monte Sirai, colonia di quella B) BAAL HAMMON
città. Manca però la prova sicura, anche se Con l’attributo di Hammon, Baal appare
nel tophet di Monte Sirai è documentata nominato in un’epigrafe del tophet di Thar-
almeno l’iconografia di Baal fecondatore, sia ros ed in una di Sulci estranea al tophet.
nelle stele sia in una statuetta fittile. Ne sono L’iconografia punica in Africa presenta
indizi la nudità che caratterizza la statuetta ed Baa! Hammon secondo due varianti dello
i rilievi figurati che appaiono su alcune stele. stesso tipo:
Tuttavia bisogna osservare che il ca- a) Variante documentata nel tempio di
ratteristico schema stante, frontale e con le epoca romana imperiale scoperto a Tinissut o
braccia ripiegate che portano sul petto i pugni Siagu; presenta Baal Hammon con tiara
chiusi non è documentato nel tophet di piumata sedente in trono con sfingi alate,

174
erede in Africa di Baal Hammon.
I due tipi sono facilmente attribuibili a
BaalHammon perché:
-il tipo A è analogo a quello africano nella
variante di Tinissut (ne differisce solo perché
stante e non seduto).
-il tipo B è quello di un’interpretatio di
Baal Hammon, largamente documentata in
età romana. Evidentemente i due tipi pongo-
no l’accento su due diversi attributi divini: la
regalità (tipo A con corona), la fecondità
(tipo B con spighe). Al tipo A si riportano: la
testina fittile barbuta con corona piumata da
Bithia;
2-due bronzetti di provenienza incerta nel
Fig. 143. Karali. Campo Scipione, casa sardopunica. Par- Museo Nazionale Archeologico di Cagliari.
ticolare del pavimento in cocciopesto con “segno di Tanit”
e “caduceo”. Sec. IIIIl aC.
Tuttavia non si può negare che il tipo A,
presentando come unico attributo la tiara piu-
mata che non è esclusiva di Baal Hammon,
vestito con una !unga veste, barbuto, nell’at- lascia sussistere qualche dubbio, anche se la
to di levare il braccio destro, mentre il sin- tesi proposta è assai plausibile. Finalmente
istro impugnava qualcosa che si può solo ipo- bisogna ricordare che Baal Hammori in
tizzare come un fascio di spighe ma che oggi Africa appare con corna d’ariete per assimi-
è scomparso. lazione con Amori il dio di Tebe nell’Alto
b) Variante documentata a Sousse o Egitto. L’ariete dunque è ipostasi zoomorfa
Hadrumetum in una famosa stele punica del anche di Baal Ham mon, o, meglio, di Baal
sec. V a.C. che documenta Baal Hammon se-
duto su un trono con sfingi alate, che indossa
una lunga veste, coronato con la corona del-
l’Alto Egitto dalla quale però pende sulle
spalle una benda, barbuto, con braccio destro
levato e nella sinistra un’asta interpretabile
come scettro.
L’iconografia punica in Sardegna, di stile
classico ci attesta due tipi:
A) bronzetto di Gesturi (secolo IV-III
a.C.) caratterizzato da posizione stante, tiara
piumata, lunga veste, barba, braccio destro
levato, braccio sinistro piegato in avanti ad
impugnare qualcosa ora perduta.
B) Base di Sulci (secolo 1V-IL! a.C.)
che presenta su un lato una figura maschile
seduta sopra un sedile semplice di tipo classi-
co, drappeggiata nella parte inferiore del Fig. 144. Antas. Profilo di persona divina ,naschile im-
corpo, ma a torso nudo, priva di copricapo, berbe (Sid). Ardesia. Sec. 1V-I/I a.C. Cagliari, Museo Na-
barbuta, che impugna un fascio di spighe zionale.
come le immagini di Saeculum Frugiferum,
175
anche invocato come Hammon e contribuisce simboli sacri sono: “Segno di Tanit” nella
a metterne in evidenza la prerogativa creativa mano destra oppure il disco retto dalle due
o feconda. mani e generalmente portato davanti al petto.
Talvolta però il disco può essere spostato ver-
8) TA NIT so una spalla oppure la figura può presentarsi
Sue immagini sono certamente le figure di profilo ed il disco essere sporto in avanti.
femminili scolpite sulle stele dei tephatim. Una variante del tipo C deve considerarsi
A Nora, Tharros e Sulci anzi questo è con- quella attestata dal tophet di Hadrumetum
fermato anche dall’epigrafia. Quelle imma- (Sousse) ove Tanit appare ammantata, con

Fig. 145. Antas. Testa di persona divina maschile imberbe, con berretto frigio (Sid). Terracotta. Sec. 1V-Il! a.C.
Cagliari, Museo Nazionale.

gini, nella documentazione sarda, si distin- capo coperto e seduta in atto di sacrificare su
guono in tre tipi che presentano sempre la uno hammon (probabilmente si tratta di una
figura stante e che si possono descrivere co- offerta d’incenso).
me segue: Un quarto tipo (sempre che non si tratti di
a) tipo ignudo con mani ai seni; una sacerdotessa umana) appare documen-
b) tipo velato con scettro rappresentato da tato una sola volta, a Monte Sirai, in una ste-
un’asta con fiore di loto retto tra le mani por- le del tophet che presenta una figura femmi
tate al petto. La figura appare a capo coperto nile forse ignuda, stante e frontale con bimbo
con una lunga veste chiusa ed il mantello; presso il fianco sinistro.
c) tipo velato con simboli sacri, a capo Si può dunque affermare che i tre tipi abc
coperto, con lunga veste chiusa e mantello. I attestano, con grande abbondanza, una trip-

176
ritenere immagini di Tanit le figure
femminili trovate a:

ANTAS (per lo stretto rapporto
mistico tra Sid e Tanit)
S. GILLA (per la stretta analogia
tra quesantuario caralitano e quello
di Antas)
SAN SALVATORE DI CABRAS
(per la presenza in quel santuario
di indizi che lo rivelano analogo a
quelli di Antas e Santa Gilla)
S. ANTIOCO sulla famosa base
marmorea di Sulci dove appaiono
due figure femminili, che non è
verosimile riproducano la stessa
persona divina e devono quindi
attribuirsi una Tanit ed una ad
Ashtart, dato che praticamente è da
escludere Elat, semplice appellativo
o apposizione dietro la quale era
probabilmente celata Ashtart o
Fig. 146. Antas. Testa di persona divina maschile barbuta meglio Tanit come si ricava dalle testimoni-
(Me/kart). Terracotta. Sec. IV-!!! a. C. Cagliari, Museo
Nazionale.
anze epigrafiche di Cartagine. In quella base,
Tanit è probabilmente raffigurata sul lato sin-
lice iconografia di Tanit concepita come istro, simmetrico a quello dove Baal
madre, sovrana e sacerdotessa e quindi come 1lammon appare come Saeculum
espressione femminile delle tre prerogative Frugiferum. Infatti questa interpretazione,
divine fondamentali: feconda, regale e salu- perfettamente consentita dall’attributo della
tifera. Anche il quarto tipo con il bimbo a sin- colomba che la figura tiene in mano e sug-
istra potrebbe rientrare in una delle categorie gerita dalla simmetria con l’immagine di
precedenti presentando Tanit o come madre Baal Hammon, è resa ancora più plausibile
(perché affiancata dal fanciullo simbolo di dal fatto che la coppia divina raffigurata sul
nuova vita) o come sovrana (perché sarebbe lato principale della base rappresenta uno
raffigurata dopo aver ricevuto il tributo offer- ieros gamos, cioè una scena direttamente
tole) o come sacerdotessa (perché sarebbe strettamente connessa con l’idea della fecon-
raffigurata sul punto di compiere il sacrificio dità divina, generalmente espressa nel mondo
del tophet offrendolo a Baal a nome della fenicio punico, per quanto riguarda il suo
comunità). aspetto femminile, da Ashtart meglio che da
E interessante notare l’analogia di questa Tanit.
concezione con quella documentata dalla tri- Quel rilievo testimonia di Tanit il tipo se-
plice iconografia di Baal (genitore, sovrano e duto, ammantato e velato, già visto nella ste-
sacerdote) ed anche dalla triplice iconografia le di Hadrumetum, ma in aspetto regale più
di Demetra che a Bagoi appare come madre che sacerdotale e rappresenterebbe quindi
(con il fanciullo a sinistra), come sovrana Tanit come espressione della regalità divina
(con scettro) e come sacerdotessa (offerente cui fa riscontro Baal Hammon che, come
od orante). Esistono anche fondati motivi per Saeculum Frugiferum, e quindi come perso-

177
na divina collegata con il ciclo vegetativo, sa- storico-artistici, artigianali, epigrafici, teo-
rebbe espressione del principio salutifero logici ed iconografici relativi alla religione
della divinità. fenicio-punica in Sardegna, ritengo oppor-
Inoltre è plausibile ipotesi (per analogia tuno presentare qui, in schematici prospetti,
onomastica) la presenza del culto di Tanit anche quello che si può dire circa la vene-
anche nella località Tanì presso Carbonia, nel razione per le singole persone divine, consi-
Sulcis. derata nella sua cronologia e nella sua dif-
fusione geografica.
9) ASHTART
E menzionata esplicitamente solo nell’e
pigrafe del Capo Sant’Elia a Karali. N. B.-Per semplificare l’esposizione, che riguarda
È raffigurata però con grande probabilità tutte le persone divine oggetto comunque di vene-
razione nella Sardegna fenicio-punica, nei prospetti
(anche se senza la conferma epigrafica): a) si sono indicati come luoghi di culto sia quelli ove si
nel rilievo sulla fronte della base marmorea sono scoperti templi sia quelli ove invece è solo doc-
di Sulci dove, come abbiamo visto, ap- umentata la devozione per una persona divina, senza
parirebbe come espressione della fecondità la possibilità di dimostrare l’esistenza di un suo culto
divina femminile in una scena di ierosgatnos ufficiale.
in coppia con Melqart-Herakles;
b) nella statua arcaica rinvenuta nel sacel-
lo del mastio a Monte Sirai. Infatti quella Come si può ricavare dal prospetto
statua difficilmente potrebbe interpretarsi riassuntivo, i culti più diffusi nella Sardegna
come immagine di Tanit perché: feniciopunica furono quelli di Baal, Tanit,
pertinente ad epoca in cui il culto di Tanit Melqart, Sid, Bes e Demetra, indubbiamente
non aveva ancora assunto l’importanza che per precisi motivi che ritengo si possa indi-
ebbe in seguito; viduare sia nella posizione particolare che
si tratta di una statua sicuramente usata quelle persone divine occupavano nella reli-
per il culto della guarnigione di Monte Sirai
ed è noto il rapporto esistente tra Ashtart e
l’ambiente militare feniciopunico;
il culto di Tanit è documentato nel tophet
quindi è meno probabile che fosse prati-
cato anche nel mastio dell’acropoli.
Oltre quei due documenti iconografici
possiamo ritenere pertinente al culto di
Ashtart anche il betilo rinvenuto a Tharros
nel tempio arcaico del Capo San Marco per-
ché il segno che appare sul betilo è chiara-
mente allusivo al sesso femminile e quindi al
culto per la fecondità divina femminile.
Indefinibili restano invece, nell’iconogra-
fia sacra fenicio-punica di Sardegna le figure
divine maschili di Baal Shamaim, Pumay,
Horon, Shadrapha, Hut e Maimone, come
pure, per i motivi già esposti, quella femmi-
Fig. 147. Antas. Testa di persona divina femminile (Tanit)
nile di Elat. attribuibile a bottega argiva. Marmo greco. Cagliari,
Dopo aver cercato di presentare, sia pur Museo Nazionale.
sinteticamente, i più importanti dati edilizi,

178
179
180
Fig. 147. Antas. Testa del mostro combattuto da Sid. Terra-
cotta. Sec. IV-III a.C.. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 149. Schema delle Sephirot secondo il cabalista
ebraico Mosè Cordonero.

181
Fig. 150. Su/ci, Tophet. Stele con un betilio inserito in un
altro. Trachite. S. Antioco, Antiquariurn.

Tanit, con i quali formava la triade divina che
esprimeva, anche nelle sue componenti mist-
iche, l’azione salutifera della divinità nel
mondo.
I Protosardi, d’altra prte, dovevano con-
siderarlo con particolare devozione e sentirlo
particolarmente vicino al loro spirito reli-
gioso, sia come fecondatore sia come caccia-
tore e quindi, più di ogni altra espressione
maschile della divinità semitica, assimilabile
a quello che doveva essere il paredro della
loro grande Dea Madre: Babay. Anzi, L’in-
terpretazione di Babay come Sid, dovette
provocare una profonda influenza del culto
protosardo su quello punico praticato in An-
tas, se la persona divina di Sid, a differenza
di qualsiasi altra venerata in Sardegna, ap-
parve ai Romani tanto legata all’ambiente
gione fenicio-punica, sia in certe loro affinità isolano, da dover essere indicata col nome di
con le divinità locali. Più precisamente si può Sardus;
osservare che: 5) Bes, in quanto considerato, fra l’altro,
1) Baal aveva eccezionale importanza in potentissimo protettore contro ogni pericolo
quanto impersonava la divinità semitica, e difensore delle gestanti, era estremamente
nella sua espressione più assoluta; popolare tra i Fenici ed i Cartaginesi, che in-
2) Tanit, in quanto presenza di Baal, fatti facevano anche uso dei suoi amuleti;
partecipava dell. eccezionale importanza di 6) Demetra, divenuta popolarissima in
lui; tutto il mondo punico, dopo il suo ingresso a
3) Melqart, in quanto protettore di Tiro, Cartagine nel 396 a.C., era molto venerata
aveva particolare importanza per tutte le anche dai Protosardi punicizzati, grazie
colonie di quella metropoli e, veneratissimo a certamente ad una sostanziale affinità di
Cartagine, lo era naturalmente anche da par- carattere fra lei e la grande Dea locale della
te di tutti i Cartaginesi sparsi nel mondo natura feconda. È probabile anzi che in
punico; Sardegna il suo culto abbia subito influssi
4) Sid, in quanto persona divina salutifera indigeni, essendo largamente documentato
contro ogni specie di male, era senza dubbio entro nuraghi e luoghi sacri nuragici.
il più idoneo a soddisfare in Sardegna le aspi- Comunque è certo che, nell’Isola, il culto
razioni soteriologiche sia dei Cartaginesi si di Demetra, nonostante il persistere di forme
dei Protosardi. iconografiche greche, appare semitizzato (v.
I Cartaginesi infatti dovevano vedere in l’orientamento del sacello verso il Nord nel
lui non solo una variante di quell’Eshmun il tempio di Narcao-Terreseu) e, almeno in
cui tempio sorgeva nella acropoli di taluni casi, rappresentò l’evoluzione di quel-
Cartagine, ma anche il figlio di Melqart e lo di Ashtart. Ne sono prova sia la colomba
182
(attributo di Ashtart) rinvenuta fra il materi-
ale votivo nel tempio di Demetra a Narcao
Terreseu, sia le kernophoroi di Demetra rin-
venute a Monte Sirai, nello strato del sacello
del mastio ancora pertinente al culto di
Ashtart.

183
184
Capitolo V

Le istituzioni private.
La casa e la tomba

Le abitazioni fenicio-puniche furono di servato nel British Museum di Londra. In
due tipi fondamentali: quello a sviluppo ver- quel rilievo, che raffigura la conquista ed il
ticale e quello a sviluppo orizzontale. saccheggio di una città fenicia, si vedono
Il primo tipo, generalmente detto’ prospetti di case che certamente avevano un
‘turriforme”, non è documentato in Sardegna piano terreno (piuttosto alto, come indicano
e ci è noto solo attraverso le testimonianze le proporzioni delle porte d’ingresso, sor-
letterarie relative alla Fenicia (Arado) ed montate da finestrelle) ed un solo piano supe-
all’Africa punica(Cartagine). Sostanzial- riore, di cui faceva parte un loggiato con ba-
mente, si trattava di costruzioni che, stando a laustra a colonnine. Sopra quel primo piano
quanto dicono Strabone, Diodoro Siculo ed sono raffigurate delle coperture a volta ogi-
Appiano, potevano raggiungere l’altezza di vale. Un aspetto analogo è attestato, per le
cinque o sei piani e paragonarsi alle insulae case delle città cartaginesi del sec. IV-III
romane di età imperiale od ai casamenti del- a.C., dall’ormai non meno famoso dipinto
l’epoca moderna. Una costruzione “turri- scoperto sulla parete di una tomba a camera
forme” di almeno tre piani (che però non sap- nella necropoli punica del Gebel Mlezza sul
piamo se debba interpretarsi come una ditali Capo Bon. In quel dipinto infatti, ove è raf-
case oppure come una vera torre) era raffigu- figurata una città vista a volo d’uccello, si
rata a tutto tondo in un cippo votivo del sec. vede una serie di ben diciassette costruzioni,
IV-III a.C., trovato a Cartagine ed oggi con- tutte dello stesso tipo (e quindi evidente-
servato nel British Museum di Londra. Forse mente abitazioni) di forma cubica, provviste
ad una costruzione del genere somigliava la di un piano terreno notevolmente alto e di un
“torre” che, secondo una testimonianza let- primo piano con loggiato, coperto da cupo-
teraria, Annibale possedeva presso Hadrume- lette ogivali.
tum. Purtroppo, il primo piano di quel secondo
Il secondo tipo di casa ci è noto invece tipo di abitazione è perduto e l’unico indizio
attraverso una buona documentazione archeologico della sua presenza sono i gradi-
archeologica, pertinente al mondo fenicio sia ni delle scale che vi salivano dal piano ter-
d’Oriente sia d’Occidente. Più precisamente, reno. Questo invece è oggi ben documentato
possiamo dire che abitazioni fenicie di sia nel Vicino Oriente (ricorderemo, come
questo tipo sono riprodotte in un famoso esempi, le case ebraiche di epoca preesilica a
rilievo del sec. Vili-VII a.C. rinvenuto nel Tell beit Mirsìm), sia in Africa Settentrionale
palazzo di Sennacherib a Ninive ed ora con- (basterà ricordare, per tutte, le case della città

185
Fig. 151. Teil Belt Mirsi,n (Israele). Case urbane di tipo I (planimetria). Sec. VII a. C.

punica, scoperta e scavata nel dopoguerra a Particolarmente utile dunque è ancora la
Kerkouane, sul Ca0 Bon), sia in Sardegna, a documentazione monumentale offertaci da
Karali, Nora, Bithia, Tharros, Sulci e Monte Monte Sirai, ove gli esemplari scoperti
Sirai, ove lo spessore dei muri e la consisten- (purtroppo conservati solo nello zoccolo dei
za dello strato di crollo dimostrano chiara- muri e spesso nemmeno fino alla sua altezza
mente che le abitazioni riportate in luce originaria) uniscono al pregio del numero,
erano tutte pertinenti al secondo tipo descrit- quello di essersi ben conservati nella loro
to. planimetria e di esser rimasti tutti esenti da
Senza dubbio molto interessante ma per rimaneggiamenti romani. Trarremo dunque
sfortuna della scienza oggi irrimediabilmente dalla documentazione siraiana gli esempi per
perdute, erano le case rinvenute a Karali, fra illustrare l’edilizia domestica feniciopunica.
gli anni quaranta e cinquanta, nelle moderne Il tipo di abitazione fenicio-punica a
località di Tuvixeddu e di Campo Scipione. sviluppo orizzontale è finora documentato a
Più o meno danneggiate da cause varie o Monte Sirai in tre sottotipi che possiamo
alterate da rimaneggiamenti di età romana, si definire “urbano maggiore” o “urbano I”,
presentano oggi le case di Bithia, Nora e “urbano minore” o “urbano II’, e “rurale’’.
Tharros, mentre non ancora ultimata è l’es- II sottotipo “urbano maggiore” o “urbano
plorazione scientifica dell’importante casa i” è ben documentato nell’abitato che occupa
fenicia scoperta a Sulci nel 1985. il corpo principale dell’acropoli ed è
186
rappresentato in forma particolarmente
chiara da una casa tardopunica (sec. 1V-Il!
a.C.), ubicata presso il mastio, nella c.d. zona
B ove fu scavata nel 1966.
Si tratta di una costruzione a pianta
quadrilatera, con più vani di uso differenzia-
to, serviti da un altro di disimpegno e disposti
su due lati consecutivi di un cortiletto (di m.
10 x 7,50), che occupa dunque una posizione
decentrata rispetto all’asse mediano della
casa. Questa ha una superficie complessiva di
mq. 140 ca. Più precisamente va detto che la
casa ha una pianta trapezoidale e la porta
d’ingresso dalla strada si apre nella base
maggiore del trapezio ma non a metà di ques-
ta. Tale porta immette in un piccolo corri-
doio, lungo il lato sinistro del quale si trova Fig. 152. Casa Urbana di tipo I. Planimetria (Sec. IV-III
cC.)
una canaletta che chiaramente serviva per
scaricare fuori della casa l’acqua di rifiuto. A
destra del corridoio, si trova un vano abbas- vani a squadra dunque, su due lati conse-
tanza grande e privo di un muro che lo separi cutivi del cortiletto, tanto frequente nella pIa-
dal corridoio, cosicché si è indotti a ritenere nimetria delle case puniche di Sardegna, da
che servisse non per abitazione ma come indurci a ritenerla canonica. I due vani che si
vestibolo o deposito di materiali o vano desti- aprono sul cortiletto, erano certamente chiusi
nato ad un imprecisabile rapporto con la stra- da porte, come indicano le “mazzette” anco-
da, magari attraverso una finestra, aperta nel ra conservate negli stipiti ai lati dei passaggi
muro esterno, oggi scomparso. Il corridoio che immettono nel loro interno. Le modeste
prosegue verso l’interno della casa, sboccan- dimensioni di quei vani e la loro ubicazione
do in un vano di disimpegno sul quale si al piano terreno, rendono però improbabile
aprono tre porte che mettono rispettivamente che fossero camere da letto. Queste infatti
nel cortileto (a sin.), nella cappella per il (come anche la sala da pranzo) nelle case del
culto privato (a destra) e nella cucina (di Vicino Oriente antico, si trovavano general-
fronte), facilmente identificata dalla presenza mente al primo piano e dovevano esser rag-
di molta cenere, fra la quale giacevano sparsi giunte con una scala, che in questo caso si
numerosi frammenti di stoviglie fittili d’uso deve ipotizzare lignea, mentre in altre
comune. abitazioni dello stesso Monte Sirai erano cer-
La cappella invece è stata riconosciuta, tamente di pietra, come dimostra la scoperta
grazie non tanto alla presenza di cenere e di dei loro gradini più bassi, ancora conservati
una lastra di pietra frammentaria destinata a in posto.
fungere da mensa d’altare, quanto al E interessante notare come la pianta della
rinvenimento di alcuni frammenti di vasi fit- casa in zona B preannunzi quella che è stata
tili cultuali. finalmente sul cortiletto si caratteristica, fino a pochi anni or sono, della
aprono due modesti vani, non intercomuni- casa sarda campidanese, ove il cortile è
canti, appoggiati allo stesso muro perime- decentrato ed i vari ambienti si aprono sul
trale che rappresenta la base minore del loggiato (“sa lolla”), senza che fra l’uno e
trapezio e la parete di fondo della cucina e l’altro vi sia necessariamente alcuna comuni-
della cappella privata. Una disposizione dei cazione diretta.
187
quasi tutta la pianta. Si può dunque affermare
che, sui lati Nord ed Ovest di un cortile di
circa m. 15 x 15, si affacciavano cinque vani
a pianta quadrilatera, dietro i quali se ne
trovavano altri cinque, simili ma solo parzial-
mente conservati.
Adiacente da Est a quel complesso, si
trovava un cortile pentagonale, molto più
vasto dell’altro e dentro il quale, addossato al
muro perimetrale, era un altro vano, a pianta
rettangolare, del tutto separato dal resto della
casa e forse destinato ad un guardiano di
quanto contenuto nel cortile stesso. Nonos-
tante il cattivo stato di conservazione dell’ed-
ificio, sembra che ai due cortili si potesse
Fig. 153. Monte Sirai. Casa Urbana di tipo II. Plani,netria accedere attraverso due ingressi indipenden-
(Sec. IV III aC.).
ti, ubicati entrambi nel settore meridionale e
presso i quali, addossato al muro Sud del cor-
tile minore, si trovava un vano di pianta semi-
Si tratta senza dubbio di un tipo di casa circolare, simile a quella di una torre. E prob-
largamente diffuso, fino da epoca molto anti- abile anzi che si trattasse veramente di una
ca, in tutto l’ambiente mediterraneo, come
provano le sue innegabili analogie con la
casa greca e quella romana, oltre che con le
citate case ebraiche di Tell beit Mirsìm. E
evidente però che proprio il confronto con
queste ultime ci autorizza ad attribuire alle
case di Monte Sirai una sicura origine orien-
tale e più propriamente semitica.
Il sottotipo “rurale”, era in sostanza una
semplice variante di quello “urbano mag-
giore”, caratterizzata dalla presenza di due
cortili: uno di modeste dimensioni ed uno
molto più grande, sicuramente da interpretar-
si come spazio destinato al bestiame ed ai
carri.
L’unico esemplare finora conosciuto è
stato scavato nel 1965, sul pianoro di Monte
Sirai e quindi fuori dell’acropoli, in un set-
tore che, come abbiamo visto, doveva esser
in gran parte utilizzato per scopi agricoli e
per l’allevamento del bestiame.
Era una costruzione di circa mq. 513 di
superficie, di cui purtroppo è andato perduto Fig. 154. Monte Sirai. Casa rurale. Planimetria (Sec. III
praticamente tutto l’elevato, ma conservata a. C.).
nelle strutture di base dei muri, tanto da
poterne tracciare con sufficiente precisione
188
torre di fiancheggiamento, eretta a difesa dei no precisare man mano che andranno progre-
due ingressi: in tal caso, si potrebbe pensare dendo gli scavi.
che la casa, costruita secondo le esigenze Del resto, una variante del sottotipo
della vita rurale, dovesse soddisfare però rappresentato dalla casa in zona B, può già
anche quella della vita militare: una casa considerarsi quella scavata nello stesso 1966
rurale fortificata, com’era ovvio entro il in zona C, a sud del mastio.
perimetro di una fortezza. Tale casa infatti, che nell’aspetto attuale è
Naturalmente, se è vero che costruzioni databile all’epoca tardopunica, pur presen-
private come quelle di Monte Sirai descritte tando indubbie analogie con quella in zona
in questo capitolo, possono considerarsi tipi- B, ne differisce specialmente per l’assenza
ci esempi di case feniciopuniche in Sardegna, della cappella domestica (le cui funzioni
è anche vero che i due sottotipi citati erano erano assolte dal vano di disimpegno, sensi-
soggetti a moltissime varianti, che si potran- bilmente più grande di quello individuato

Fig. 155. Monte Sirai, Acropoli. Casa “Fantar” di tipo urbano maggiore o i. Particolare della canaletta per il deflusso
delle acque.

189
Fig. 156. Nora. Casa urbana di tipo i, presso il Teatro romano (planimetria). Sec. III aC.

nell’altra casa e provvisto di altare) e per le Un esemplare tipico si può considerare
esigue dimensioni del cortiletto, che (se pur quelIo scoperto a Monte Sirai, nella zona C,
non era un grande vano coperto) sembra adiacenti alla casa or ora descritta. In
ridotto ad un pozzo di luce, in funzione di quell’esemplare, dalla pubblica via si entrava
una piccola fucina. in un primo vano quadrilatero di circa mq. 10
Il sottotipo di abitazione che abbiamo e, da quello, in un vano adiacente, di dimen-
definito “urbano minore” od “urbano II”, è sioni poco più grandi, in fondo al quale si
invece caratterizzato dalle dimensioni molto apriva una porta che metteva in un terzo
più modeste e specialmente dalla sicura man- vano, grande press’a poco quanto il secondo
canza di cortile. (circa mq. 12,2). E possibile che il secondo e
Sono piccole case, che generalmente il terzo vano fossero di abitazione; mentre il
risultano costituite di tre o al massimo quat- primo poteva fungere da vestibolo oppure
tro vani. esser il laboratorio di un artigiano.

190
Fig. 157. Nora. Casa urbana di tipo I, presso il Teatro ro,nano (sezione),

Forse, una casa simile era quella che il Si deve quindi ritenere che almeno una
Pesce scavò a Nora presso l’insenatura di parte delle abitazioni fenicio-puniche in
scirocco e che egli considerò come esempio Sardegna fosse coperta solo con travi e tavole
del tipo di abitazione punica più modesto: lignee impeciate, secondo una tecnica
due vani affiancati ed intercomunicanti, pre- attribuita ai Fenici dalle antiche fonti letter-
ceduti da un terzo, interpretato come vestibo- arie.
lo. L’eccessiva vicinanza alla battigia attuale Naturalmente, travi e tavole potevano for-
non consente però di formulare alcun mare una copertura piana e, anziché un tetto,
giudizio sicuro, potendo altri vani esser stati sopra la casa poteva esservi un terrazzo
distrutti dal mare. Dentro le case finora con- secondo un’usanza largamente diffusa nel
siderate non si è trovato alcun indizio a Vicino Oriente. Tuttavia non si deve dimenti-
favore della pur plausibile ipotesi che i vani care che i tetti a doppio spiovente (anche con
avessero pareti e soffitti intonacati o stuccati; notevole pendenza) erano conosciuti, come
così come i loro scavi non hanno fornito dimostrano certi coperchi in pietra di tombe
alcuna prova della esistenza di tegole, benché a fossa, scoperti a Tharros, che imitano cop-
oggi la recente scoperta a Villaspeciosa di erture di case, con tetto a doppio spiovente,
due tombe puniche del sec. IV a.C. protette provvisto di uno o due comignoli. Final-
da tegole piane od embrici, abbia rivelato mente, è possibile che anche in Sardegna,
come, almeno al tempo in cui vennero come in Fenicia ed a Cartagine, si usasse più
costruite quelle case, i Punici conoscessero o meno spesso coprire le case con piccole
l’uso di quel tipo di copertura. cupole o volte ogivali che, ovviamente, non

191
Fig. 158. Nora. Casa Urbana. Planimetria (Sec. III a. C.).

possono aver lasciato alcuna traccia, dato lo abitanti.
stato di conservazione delle case finora Finalmente, i muri (o meglio i loro zoccoli
conosciute. ancora conservati) generalmente avevano lo
Ancora più incerto appare il tipo di spessore di un cubito (m. 0,525 o 0,509) o di
rivestimento delle pareti, forse ottenuto con un suo multiplo ed erano realizzati in pietra
l’uso di materiale deperibile (legno e tessuti) brute di varia dimensione rinzeppate con
ma che, almeno in certe case più ricche e di schegge e cementate con malta di fango,
epoca tarda era certamente costituito anche oppure in blocchi squadrati (d’impiego molto
da intonaco dipinto (es.: casa del sec. II a.C. limitato e documentato specialmente nei trat-
a Nora). ti di muro particolarmente importanti per
È certo invece che i pavimenti erano di ubicazione o per funzione) oppure ancora in
terra battuta (Monte Sirai, Nora) oppure, quella tecnica mista che i Romani chiama-
almeno fra il sec. III ed il II a.C., di coc- vano “opus africanum” e noi muro “a telaio”
ciopesto decorato con tesserine musive o “a pilastri”. Quest’ultimo tipo di tecnica
bianche, sparse e, talvolta (Karali, Sulci), riu- consisteva infatti nell’armare muri costruiti
nite a formare simboli religiosi che dovevano con pietre brute e malta di fango, inserendovi
dare protezione e fortuna alla casa ed ai suoi pilastri a blocchi squadrati, posti ad interval-
192
li uguali (muro “a telaio”, di cui si può citare mentata dalla planimetria delle case fenicio-
un bellissimo esempio messo in luce a Nora) puniche. Si tratta di una caratteristica pre-
od ineguali (muro “a pseudotelaio” di cui sente in tutti gli esemplari scoperti in Sardeg-
esistono moltissimi esempi a Nora, Tharros na, sia in ambiente militare (Monte Sirai), sia
ed anche a Monte Sirai). in quello civile (Karali, Nora, Tharros) e che,
Sull’argomento delle tecniche edilizie trovando significativo riscontro anche in
feniciopuniche torneremo però, con un’anal- Tunisia, nelle case dell’intera città punica di
isi più completa, nel capitolo riservato alla Kerkouane sul Capo Bon, sembra doversi
tecnica ed all’artigianato. considerare una costante essenziale del-
Qui invece, ci limiteremo ad aggiungere l’edilizia privata fenicio-punica, che del resto
un’osservazione di carattere generale, ben si accorda con la generale tendenza et-
prendendo atto dell’assoluta insensibilità per nica a far prevalere la funzionalità sull’estet-
la simmetria e la regolarità geometrica docu- ica dei manufatti.

Fig. 159. Nora. Casa punica urbana di Tipo I, presso il Teatro romano. (Sec. Illli a.C.).

193
Abitazioni generalmente modeste dunque, estranee al rophet) ma anche privati. Ne sono
realizzate con materiali modesti, che ci parla- prova i luoghi di culto domestici scoperti a
no di una vita familiare modesta, se non addi- Monte Sirai e soprattutto la cappella privata
rittura austera. della casa in zona B, ove i trovamenti
Delle istituzioni familiari fenicio-puniche dimostrano che sull’altare domestico si prat-
in Sardegna non conosciamo molto. Quanto icavano anche sacrifici di piccoli animali che
ce ne risulta però, concorda con le notizie che venivano bruciati in onore della divinità.
possediamo relativamente a Cartagine. Del resto, è molto probabile che la
Infatti, combinando i dati forniti divinità avesse sempre un posto assai impor-
dall’epigrafia e dall’esplorazione delle case e tante nella vita della famiglia fenicio-punica.
dei templi, possiamo dire che, anche nell’iso- Ce lo suggeriscono gli amuleti (di cui tratter-
la, la famiglia fenicio-punica era organizzata emo in seguito), i simboli divini riprodotti a
sul principio androcratico, per cui l’uomo ne mosaico, con funzione di tutela per l’uomo,
era il capo a tutti gli effetti, come è facile nei pavimenti delle case (esempi a Karali e
ricavare dalle genealogie epigrafiche. II fatto Sulci) e persino la parodia di quella pietà pri-
però che su tre nomi di donna documentati vata, fatta da Plauto nel Poenulus.
dall’epigrafia in Sardegna, uno (quello di Qui ricorderemo invece l’onomastica
Arishut di Sulci) appaia al posto del patron- personale, nella quale un’altissima per-
imico del dedicante, sembra confermare centuale è rappresentata dai nomi c.d. teofori,
quanto sapevamo circa la posizione dignitosa cioè da quei nomi propri formati col nome di
riconosciuta alla donna in seno alla famiglia una persona divina ed una parola indicante
fenicio-punica. Sembra trattarsi infatti di una un particolare rapporto fra questa e l’uomo
donna cui, per qualche motivo a noi ignoto, oppure un’espressione di lode alla stessa per-
eia riconosciuta la posizione di capofamiglia. sona divina. Così il nome proprio maschile
Inoltre, nulla dimostra l’esistenza della Yatonbaal significa Baal ha donato, Abd-
poligamia. Al contrario, l’epigrafe karalitana melqart (reso in latino come Amilcare) sig-
di ‘Arim, menzionando genericamente la nifica Servo di Melqart mentre Addirbaal (in
“moglie”, sembra alludere ad una legame latino Aderbale) suona Baal è potente.
monogamico, per cui non era possibile L’epigrafia fenicio-punica di Sardegna ci
alcun’incertezza sull’identità di quella moglie. fornisce un ampio repertorio di quei nomi
Quanto ai figli, non esistono indizi di una che, fra l’altro, confermano l’osservazione
limitazione delle nascite, o almeno non nella fatta a suo tempo circa le persone divine più
forma esasperata a noi nota per la famiglia venerate nell’Isola, mostrando quali fossero i
greca. Questo induce a ritenere anche non dif- nomi divini più frequentemente usati per
fusa, come in Grecia, l’omosessualità. 11 sac- comporre i teofori. Ecco dunque l’elenco dei
rificio dei primogeniti era senza dubbio prati- nomi di persona maschili e femminili feni-
cato, ma è sempre più evidente che si trattava ciopunici documentati in Sardegna:(*)
di un rito che comunque non era un pretesto
per limitare le nascite né poteva incidere in GUZZO = M.G.GUZZO AMADASI, Le
modo determinante sul numero dei figli. iscrizioni fenicie e puniche delle
colonie in Occidente, roma 1967:
Oltre quel terribile sacrificio, il cui obbli- FANTAR = M.FANTAR, Les inscriptions,
go del resto sembra incombesse solo su di AA.VV.,Ricerche puniche ad A
una minoranza della popolazione e, ovvia- ntas, Roma 1969;
mente, una sola volta nella vita della UBERTI = M. L.UBERTI, Dati di epigrafi-
famiglia, è certo che questa, anche in Sardeg- afenicio punica in Sardegna, AA.
VV., Atti de/ I Congresso Inter-
na, compiva molti altri atti di culto, non solo
nazionale di Studi Fenici e Punici,
pubblici (Io dimostrano le epigrafi votive Roma 1983;
194
Fig. 160. Karuli, TuvLveddu. Pavimento in cocciopesto con
‘segno di Tanit “dalla casa degli emblemi punici “. Sec. III
a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 161. Nora. Particolare di un muro a telaio (epoca
punica,).

U BERTI, = M. L.UBERTI, Scarabeo punico del
MuScarabeo seo Archeologico
Nazionale di Cagliari, AA. VV., Alti
del I Convegno Italiano sul vicino
Oriente Antico, Roma 1978:
USAI, = E.USAI, R.ZUCCA, Testimoni-
anzear ZUCCA cheologiche nel-
l’area di S. Gil/a da/periodo punico
a/l’altomedioevo (in stampa).

(*) Nell’elenco dei nomi sono state adottate le
seguenti abbreviazioni:

195
196
197
198
199
Naturalmente, nel corso dei millenni, Nora e forse anche di Tharros, si sono trovate
incendi, crolli e saccheggi delle case ne urne fittili di cremati, collocate nella fossa
hanno distrutto, frantumato o disperso la sup- con un’ulteriore protezione, costituita da las-
pellettile, così come gli oggetti personali dei tre di pietra che formavano delle cassette. In
loro abitanti. Gran parte di quei manufatti tal caso si può dunque parlare di tombe “a
però ci è nota attraverso i corredi deposti cista”, confrontabili con quelle rinvenute
nelle tombe che, ovviamente, ci forniscono anche altrove, nel mondo fenicio d’Occi-
preziosi dati anche sul culto privato funerario dente (per es. a Mozia).
e le credenze relative alla sorte dell’uomo A Santad-Pani Loriga ed a Monte Sirai, le
dopo la morte. deposizioni dei cremati di età fenicia sono
Le tombe realizzate dai Fenici e dai collocate in fosse tagliate nella roccia, lunghe
Cartaginesi in Sardegna sono sostanzial- circa m. I. Generalmente però, le fosse allun-
mente di due tipi: a fossa e a camera sotter- gate erano riservate com’è ovvio, agli inu-
ranea. In quelle tombe, i defunti venivano mati, per i quali, sin dalla fine del sec. VI
deposti cremati o inumati, a seconda delle a.C., è documentato l’uso di cassoni formati
epoche e delle usanze seguite dai superstiti. ‘ con poche grandi lastre di pietra, presenti
ormai certo infatti che, durante i secoli della negli strati punici di ogni necropoli fino all’e-
colonizzazione fenicia, il rito funebre preva- poca tarda (sec. IV-III a.C.). In alcuni casi
lente fu la cremazione mentre la conquista però il cassone si presenta costruito con bloc-
cartaginese comportò la diffusione dell’inu- chetti (es. S. Sperate) oppure ha l’aspetto di
mazione, che fu d’uso generale per tutto il un vero e proprio sarcofago, essendo ricava-
sec. V a.C. e parte del IV. Nell’epoca tardo- to in un unico blocco monolitico (es. S. Sper-
pounica però, forse per influsso greco, tornò ate). Le dimensioni medie delle fosse usate
ad esser praticata la cremazione, che tuttavia per gli inumati sono di circa m. 2,00 x 0,70.
non si affermò mai completamente, pur di- Finalmente, fra le tombe a fossa per
venendo d’uso molto frequente, special- inumati, vanno segnalate quelle ad
mente nei secoli Ill e li a.C. “enchytrismòs”, nelle quali il defunto era
Le ceneri dei cremati venivano molto sepolto deposto entro una grande anfora
spesso conservate entro urne, rappresentate opportunamente tagliata. Si tratta di tombe
da vasi fittili ma anche (in epoca tarda) da tardopuniche, fra le quali si possono citare
cassette di pietra o di piombo. come esempi tipici e ben databili quelle
Tuttavia, dopo aver scoperto a Bithia, scoperte a Sulci e Bithia.
Santadi-Pani Loriga, Sulci, Monte Sirai, Oggi, in base alle più recenti scoperte,
Othoca e Tharros, in tombe di epoca sia feni- sembra si possa ormai affermare che l’uso
cia sia punica, ceneri ed ossa combuste certa- delle tombe a camera sotterranea, pur non
mente in situ ma del tutto prive di qualsiasi essendo estraneo al mondo fenicio orientale,
contenitore, si è indotti a ritenere che, tanto si sia generalizzato in Sardegna solo dopo la
nell’una quanto nell’altra epoca, si usasse conquista cartaginese.
anche raccogliere le ceneri entro sudari più o Ovviamente si tratta in genere di tombe
meno piccoli e deporle così nella tomba, destinate ad accogliere più di un defunto e
senza altro contenitore. Appare probabile che probabilmente avevano carattere famil-
anzi che l’uso del sudario fosse di norma iare, anche se non si può escludere che, in
generale e che le ceneri così raccolte fossero taluni casi, sian state scavate a cura di
poi deposte nell’urna, collocata a sua volta qualche associazione paragonabile alle nos-
entro la tomba. tre confraternite. Se ne sono trovate, riunite a
Finalmente va ricordato che, nelle necrop- formare necropoli più o meno vaste, sia negli
oli del sec. VII-VI a.C. di Bithia, Othoca, insediamenti costieri (Karali, Nora, Zaffera-

200
Fig. 162. Bithia. Necropoli fenicipunica de/l’arenile sud-orientale. Planimetria dell’area scavata dal 1974 al 1985.

no presso Capo Teulada, Sulci, Othoca, Thar- (es. Nora). Talvolta, i pozzi più profondi
ros, Cornus, Olbia), sia in quelli interni del- danno accesso a più camere sovrapposte e,
l’Isola (Monte Sirai, SantadiPani Loriga, ovviamente di cronologia diversa. Un esem-
SenorbìMonte Luna, Villamar). pio del genere fu scoperto durante il secolo
Loro origine sono certamente le caverne scorso, nella necropoli di Tuvixcddu a
funerarie naturali della preistoria, dalle quali Cagliari. Più comune è però il caso di una
differisocno specialmente perché non sono seconda camera che si apre in fondo al poz-
accessibili frontalmente ma per mezzo di un zo, come la prima e di fronte a questa (es.
pozzo verticale a pianta rettangolare, in Karali e Nora).
fondo al quale si apre, su uno dei lati brevi, la La profondità del pozzo è certo indizio
camera funeraria. della volontà di rendere difficile l’accesso
Il pozzo può esser più o meno profondo alla tomba, onde scongiurare il più possibile
(in Sardegna, da un minimo di m. 2 ad un il pericolo che venisse violata. Tenendo pre-
massimo di m. 7 Ca.) e, di solito, i pozzi più sente questa volontà, è evidente che non si
profondi danno accesso alle tombe più può accettare l’ipotesi di coloro i quali riten-
antiche. Vi sono però delle eccezioni, dovute gono che, dopo il funerale, almeno in talune
allo spessore della falda rocciosa in cui sono necropoli (es. KaraliTuvixeddu) il pozzo non
scavati: è chiaro infatti che, se la falda roc- venisse colmato, ma restasse vuoto e sola-
ciosa è sottile, la camera non può trovarsi a mente chiuso con una o più lastre di pietra,
grande profondità ed il pozzo è quindi poco poggiate sulle riseghe orizzontali che si
profondo anche se la tomba è molto antica vedono nelle sue pareti. Le lastre infatti,

201
Fig. 163. Su/ci. Necropoli Ten iciopunica di is Pirixeddus. P/un i,nelria genera/e.

quando erano presenti, dovevano avere solo oppure ancora una scala analoga a quella del
la funzione di protezione supplementare, ma tipo B, ma di larghezza inferiore a quella del
non sostitutiva del riempimento in terra e pozzo (tipo C: es. Tharros). Pitture, incisioni
pietre. e rilievi di significato magicoreligioso, sono
L’accesso alla camera funeraria avveniva stati trovti sulle pareti del pozzo a Karali,
utilizzando o degli intacchi praticati nelle Nora e Tharros.
pareti lunghe del pozzo (tipo A: esempi a Una soglia separa spesso il fondo del
KaraliTuvixeddu), oppure una scala larga pozzo dalla camera funeraria. Si tratta certo
quanto il pozzo e tagliata nella roccia, par- di una misura precauzionale contro il perico-
tendo dal lato opposto a quello ove si apriva lo d’invasione della camera da parte delle
la porta della camera funeraria (tipo B: esem- acque piovane filtranti attraverso il riempi-
pi a SulciIs Pinxeddus e a Monte Sirai) mento del pozzo; ma è jrobabile che la soglia

202
Fig. 164. Sulci. Tomba punica a camera in proprietà Agus (Pianta e sezione).

fosse considerata anche un elemento che media m. 1,30 Ca.) ed alquanto rialzata sul
facilitava la chiusura della camera stessa. pavimento di quella.
Questa poteva esser chiusa mediante una La camera funeraria può avere dimensioni
grande lastra di pietra, oppure con un muret- molto varie (alta in media m. 1,50; lunga da
to di pietre cementate con malta di fango, un minimo di m. 0,70 ad un massimo di m.
oppure anche mediante grosse anfore fittili 7,50; larga da m. 0,50 a m. 5,20) e può essere
(esempi ad Olbia). L’apertura di accesso alla semplice oppure divisa in due da un tramez-
camera è, generalmente, molto bassa (in zo di roccia risparmiata, al quale evidente-

203
Fig. 165. Monte Sirai. Gruppo di tombe fenicie a fossa e tomba punica a camera (pianta e sezioni).

mente era affidata la funzione di sostenere il modanature che le danno l’aspetto di un pila-
soffitto delle camere di maggiori dimensioni stro, oppure (un esempio a Sulci) in forma
(esempi particolarmente numerosi nelle antropomorfa che ne fa un altorilievo figura-
tombe di Sulci, che hanno le più grandi to, certo con funzione apotropaica, presen-
camere funerarie finora conosciute nelle tando l’immagine di un personaggio del
necropoli fenicio-puniche di Sardegna) o mondo soprannaturale, che doveva pro-
ricavate in banchi di roccia geologicamente teggere i defunti. Figure antropomorfe con
poco sicuri (esempi nella stessa Sulci). La funzioni analoghe erano talvolta scolpite
testata del tramezzo può essere scolpita con invece nelle pareti o nel soffitto (sempre

204
piano) delle camere, come si è riscontrato in
tombe a camera di Monte Sirai, Nora e Thar-
ros.
È anzi interessante notare che la necropoli
di Monte Sirai ci conserva anche l’unico
esempio conosciuto di un tramezzo la cui tes-
tata appare decorata architettonicamente
come un pilastro, ma con l’aggiunta di un
rilievo geometrico, raffigurante (ovviamente
anche quello a scopo apotropaico) il c.d.
Segno di Tanit, insolitamente capovolto,
certo per motivi di simbologia funeraria. A
Karali invece il protettore dei defunti, in
aspetto del divino combattente Sid, appare
dipinto, come dicemmo a suo tempo, su di
una parete di camera funeraria, nella necrop-
oli di Tuvixeddu). Riservandoci di tornare
più tardi sull’argomento delle figurazioni
Fig. 166. Monte Sirai. Necropoli punica. Veduta generale.
magico-religiose scoperte entro le tombe, qui
ricorderemo invece altri aspetti strutturali
delle camere. In primo luogo va segnalato
che nelle pareti si trovano spesso delle pic-
cole nicchie, destinate ad accogliere parte del una modesta decorazione architettonica a
corredo funebre ma, in epoca tardopunica, lesene (Monte Sirai). Quando lo spazio
anche resti di cremati. Questi, quando non disponibile nella tomba era esaurito, o si
erano raccolti in vasi, venivano deposti (certo accantonavano i resti delle deposizioni più
avvolti entro sudari) su minuscoli letti fune- antiche, insieme con gli oggetti dei loro
bri costituiti da uno strato di ghiaia collocato corredi funebri, o si creava uno spazio sup-
appositamente sul piano della nicchia plementare ampliando un poco la camera,
(Sulci). Talvolta però la nicchia inquadrava oppure si collocavano le nuove deposizioni
figurazioni dipinte di carattere magico-reli- (specialmente i sudari con i resti dei cremati)
gioso (Karali). sopra le bare di quelle precedenti. Tutti questi
Gli inumati, secondo la documentazione sistemi sono stati ben individuati nella
fornita dalle tombe di Sulci, potevano esser necropoli di Is Pirixeddus a Sulci; mentre
deposti sul pavimento della camera, stesi su Monte Sirai e Karali hanno fornito sicure
letti funebri lignei sostenuti o no da pietre prove della utilizzazione del pozzo per le
poste alle due estremità, oppure chiusi in deposizioni più tarde.
bare di legno, simili a quelle moderne, od Non sempre però le camere funerarie
anche in casse con estremità di pietra ma con ipogeiche erano scavate nella roccia viva. Il
i fianchi ed il coperchio di legno. Ma sono mondo fenicio infatti conobbe anche il tipo
documentati anche i loculi, scavati nel pavi- della tomba a camera ipogeica totalmente
mento (Sulci-Is Pirixeddus, Tharros-Capo S. costruita entro una grande escavazione in ter-
Marco, Karali-Tuvixeddu) oppure nelle reno friabile. In quell’escavazione, mettendo
pareti, con il bordo ad una novantina di in opera blocchi squadrati più o meno accu-
centrimetri dal pavimento (Monte Sirai). Tal- ratamente, si realizzava un vano quadrilatero,
volta, in corrispondenza dei diaframmi tra i con copertura a tetto piano oppure a doppio
loculi aperti nelle pareti, queste presentano spiovente con blocchi messi a contrasto e si
205
11g. 167. Monte Sirai. Necropoli fenicia con deposizione di cre,nati in fossa e punica con tombe prevalentemente a cam-
era. Plani,netria.

interrava tutto di nuovo, rendendo ovvia- l’età romana repubblicana.
mente accessibile la tomba per mezzo di un Tombe a camera sotterranea costruita, sia
corridoio. pur di aspetto quasi miniaturistico, possono
Tale tipologia è originaria del Vicino considerarsi anche talune sepolture di Bithia.
Oriente, dove se ne conoscono esempi ad Si tratta infatti di minuscole stanzette, lunghe
Ugarit, Khaldé ed in varie altre località. m. 2/2,50, larghe m. 0,60 ca. ed alte m.
In area occidentale, è attestata in Africa 1,10/1,20.
settentrionale (esempi a Cartagine, ad Utica Un tipo intermedio fra la tomba a fossa e
ed in Marocco a Mogogha-Srira), in Iberia quella a camera sotterranea, è la tomba a fos-
meridionale ed in Sardegna, ove un primo sa ubicata in fondo ad un pozzo senza cam-
esempio ne fu scoperto, nel secolo scorso, ad era. Questo tipo di tombe è ben rappresenta-
Othoca (S. Giusta); mentre un secondo è to dagli esemplari scoperti a Cagli ar-
stato individuato nella stessa necropoli nel Tuvixeddu ed a SenorbiMonte Luna.
1984. Si tratta di una camera rettangolare Finalmente va detto che in Sardegna, e più
lunga m. 2,36, larga m. 1,52, alta m. 2,08, precisamente a Sulci, è rappresentato anche il
con pareti in blocchi squadrati di arenaria e tipo del sepolcro a mausoleo. Infatti, ii
dotata di una copertura a doppio spiovente. monumento funerario noto sul posto come
Sui lati lunghi sono praticate due piccole nic- “Sa Presonedda” o “Sa Tribuna”, benché
chie. Entrambi gli esempi sardi devono ripor- realizzato in età romana (forse nel sec. I d.C.)
tarsi al sec. VII-VI a.C., anche se furono si inserisce chiaramente nella serie, poco
lungamente utilizzati, fino a raggiungere numerosa ma interessantissima, dei mausolei

206
tardopunici, ben documentati nell’Africa set-
tentrionale, con il suo basamento quadri-
latero a gradini, sovrapposto ad una camera
funeraria, accessibile per mezzo di un pozzo
a gradini (disposti però in due rampe a gomi-
to) e completamente costruita a blocchi squa-
drati, che formano pareti con nicchie e soffit-
to a schiena d’asino, impostato su mensoloni
a onda. A proposito di questo monumento, è
importante osservare che, come gli analoghi
esempi africani, anch’esso rispecchia, nonos-
tante lo stile ed i particolari tipologici punici,
una concezione etico-politica estranea alla
cultura punica: l’esitazione dell’uomo dopo
la morte, evidentemente introdotta nella Sar-
degna punica, dai Romani, che ormai da
secoli dominavano l’isola.
Sul piano di campagna, la presenza della
tomba era indicata da un cippo collocato
sopra l’ingresso. I cippi sono di vari tipi, dal
Fig. 169. Monte Sirai. Necropoli punica. Interno di una
tomba a camera ipogeica e veduta della gradinata d’ac-
cesso

Fig. 168. Monte Sirai. Necropoli punica. Pozzo d’accesso Fig. 170. Monte Sirai. Necropoli punica. Interno di una
0(1 una tomba a camera ipogeica. loin ha a camera ipogeica e veduta della gradinata di
accesso.

207
più semplice e rozzo, costituito da una pietra si recava nelle necropoli per onorare i defun-
più o meno allungata e sbozzata (Sulci), fino ti. In ambiente fenicio-punico di Sardegna
ai pilastri squadrati, con modanature e era duqnue praticato un culto pubblico per i
rivestiti di stucco (Sulci). Altri tipi hanno morti. Non sappiamo esattamente in che cosa
forma conica o piramidale e possono esser consistesse tale culto, ma l’archeologia ci
più o meno grandi, evidentemente a seconda dimostra che sulle tombe si offrivano certa-
del risalto che si voleva dare alla tomba (ne mente dei sacrifici. Gli scavi delle necropoli
sono stati trovati due esemplari, piccoli, a infatti hanno riportato alla luce un certo
Monte Sirai). Finalmente, va segnalato anche numero di piccoli cippi-altari, isolati
un tipo complesso di monumentino monoliti- (Cagliari-Tuvixeddu) oppure incorporati in
co (talvolta sopra una piccola base aggettante manufatti più complessi, come i già citati co-
come un gradino) che presenta, fra due altari perchi di tombe tharrensi, a forma di tetto
per le offerte funerarie, un cippo sormontato con comignoli (sulla sommità dei quali è
da una piccola piramide e sul quale è scolpi- appunto il caratteristico incavo per i sacrifici)
to a rilievo il simbolo astrale del crescente ed i monumenti monolitici (anch’essi thar-
lunare con il disco (esempi da Tharros, al rensi) con piramide su cippo pilastriforme
Museo Archeologico Nazionale di Cagliari). fiancheggiato da due piccoli altari.
Oltre i cippi, come segnacoli di tombe, L’incavo che sta alla sommità di tutti
furono usati anche, specie in epoca tarda, vari quegli altari, è talmente piccolo da indurci a
tipi di stele, cioè di piccoli monumenti costi- ritenere che i sacrifici praticati fossero solo
tuiti da lastre o blocchi di pietra squadrati, incruenti: offerte 4i profumi e libagioni.
spesso leggermente rastremati verso l’alto e È interessante notare però che, oltre quelle
di modesto spessore, che, come quelli simili offerte a favore del defunto, fatte dai
rinvenuti nei Iephatìm, su uno dei lati mag- superstiti fuori della tomba, è attestata
giori, un rilievo che rappresenta una figura dall’archeologia anche un’offerta alla
antropomorfa. divinità, attribuita al defunto dentro la tomba.
Questa è stata per lungo tempo ritenuta È quel che si deduce da quanto sta scritto su
l’immagine, più o meno schematizzata, del due anfore del sec. IVIll a.C., rinvenute nella
defunto; finché la scoperta presso Uras di una tomba di due coniugi a Cagliari-uvixeddu: “
stele, sicuramente funeraria, sulla quale la ‘Arim con la moglie, a Hut loro dio”. Sembr-
figura antropomorfa appare chiaramente resa erebbe trattarsi di una specie di libagione
secondo una ben nota iconografia divina, non perpetua, attribuita ai due defunti per
ha rivelato che si tratta di immagini della ingraziarsi la divinità nella loro vita ultrater-
divinità, sotto la cui protezione era evidente- rena: una delle infinite prove della fede dei
mente posto il defunto. Fenici e dei Cartaginesi nella sopravvivenza
Scarse sono, in confronto al numero delle personale dell’anima.
tombe, le iscrizioni funebri finora scoperte; Come poi fosse concepita quella
iscrizioni che, come abbiamo visto a suo sopravvivenza personale, sembra potersi
tempo, sono sempre molto sobrie e, ricavare con sufficiente chiarezza dalla docu-
generalmente, si limitano a riportare il nome mentazione archeologica oggi in nostro pos-
del defunto, la sua professione ed i suoi par- sesso. Da un lato infatti è evidente che la
enti più importanti (il padre e, per le donne, tomba era considerata un luogo di riposo, ove
il marito). Tutt’al più figura anche una il defunto dormiva un sonno che non doveva
genealogia più o meno lunga. esser disturbato. Lo dicono esplicitamente le
Cicerone, nella Pro Scauro, attesta che, iscrizioni funebri dei re di Sidone in età per-
ancora ai suoi tempi, tutta la popolazione siana, ma il concetto è implicito già nell’is-
della città di Nora, in un determinato giorno, crizione di Ahiram di Biblos (sec. XIII a.C.)

208
Fig. 171. Tharros. Necropoli feniciopunica di Capo S. Marco. Prospetto di una tomba a camera ipogeica.

e lo è ancora in una punica del sec. III a.C. D’altra parte, la pittura tardopunica del
E la conferma è nella costante Gebel Mlezza, ove è raffigurato un volatile
preoccupazione di render inviolabile la che si dirige verso una città, non può inter-
tomba e deporvi insieme con defunto (inu- pretarsi che come allusiva al volo dell’anima
mato o cremato che fosse) un corredo fune- verso una città ove si riteneva avessero sede
bre di cui facevano parte cibi e bevande, des- comune i trapassati. Altrettanto dicasi delle
tinati evidentemente ad alimentare magica- stele funerarie neopuniche di Altiburos in
mente colui che aveva sede nella tomba stes- Africa, ove appaiono figure umane a cavallo
sa. di uccelli ed a proposito del dipinto scoperto

209
Fig. 172. Othoca. Necropolifenicio-punica di S. Severo. Interno di tomba a camera costruita. Sec. VII a.C. I corredi
funebri dimostrano che la tomba fu usata anche in epoca romana.

in Tunisia, nella foresta di Am Dran, ove è fronti dell’anima, una teoria simile a quella
raffigurato il defunto in viaggio su di una degli Egiziani, con i quali furono in stretto
barca, certo verso la stessa sede comune dei contatto per tanti secoli. È noto infatti come
trapassati. Tutti eloquenti indizi, anzi prove gli Egiziani riconoscessero nell’uomo due
della convinzione che, dopo la morte, l’ani- anime (entrambe spirituali ed invisibili, ma
ma raggiungesse una dimora diversa dalla diverse fra loro): una superiore ed intellettiva
tomba ove era deposto il corpo. (il Ba) che, dopo la morte, raggiungeva il
Due concezioni profondamente diverse regno dei defunti, l’altra inferiore, sensitiva e
dunque ed inconciliabili fra loro, se non vegetativa (il Ka), più strettamente legata al
ammettendo che i Fenici avessero, nei con- corpo e che restava con questo nella tomba,

210
vivendovi una vita simile a quella terrena, Nephesh dei cabalisti ebraici: un principio
magicamente alimentata e servita dalle vitale elementare, che manterrebbe un
immagini di questa. Anzi, se teniamo conto qualche contatto con il corpo persino quando
che il corredo funebre è presente anche nelle questo è già disfatto nella tomba, divenendo
tombe dei cremati, ove il corpo, ridotto ad un così lo “spirito delle ossa” od il loro ‘’sof-
pugno di cenere, non sembra po fio’’.
Comunque, era certo un’anima inferiore,
ter più ospitare un’anima, sia pur sola- tenacemente attaccata al corpo, quella che
mente sensitiva e vegetativa, vien fatto di poteva esserne considerata il “doppio” invis-
chiedersi se i Fenici non credessero nell’e- ibile e fruire dei cibi e delle bevande deposi-
sistenza di un’anima inferiore paragonabile tate nella tomba, o meglio, del “doppio”
non tanto al Ka degli Egiziani, quanto a invisibile di quelli; mentre certo la sua

Fig. 173. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Veduta generale.

211
Fig. 174. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Tomba “del combattente”. Pianta e sezione.

esistenza nella tomba abbisognava della pro- potesse alludere alle origini della vita. Ovvi-
tezione divina e della magia contro i demoni amente, sia l’unità dell’individuo umano, si
ed i violatori di sepolcri che potevano all’impossibilità di dare all’anima intelletti-
insidiare il sonno del defunto. va, in altro luogo che non fosse la tomba,
Invece, l’anima superiore, intellettiva, in quanto si pensava potesse occorrerle per la
quanto non legata al corpo, non poteva neces- sua nuova esistenza nella sede dei trapassati,
sitare di alimenti; mentre, certo, anch’essa fanno si che nel corredo funebre di ogni
aveva bisogno della protezione divina e della deposizione si possa trovare mescolati gli
magia contro demoni e sortilegi umani ma, in oggetti destinati all’una e all’altra anima. A
primo luogo, per poter iniziare una nuova questi anzi se ne aggiungono altri, non val-
esistenza fuori della tomba, cioè nella sede utabili come propriamente necessari all’una
comune dei trapassati: in altre parole, per o all’altra, anche se probabilmente ritenuti
rinascere ad una vita felice nell’oltretomba. utili o graditi ‘ad entrambe, ma senza dubbio
Queste esigenze delle due anime spiegano usati dall’individuo in vita e con lui discesi
la presenza, nelle tombe fenicio-puniche, dei nella tomba, ove gli sono stati ritrovati vicino
recipienti contenenti cibi e bevande, degli o indosso (prova che il defunto, se inumato,
amuleti, delle immagini di persone divine o veniva sepolto vestito, adorno dei suoi gioiel-
di esseri soprannaturali, custodi dei sepolcri, li e monili e dotato dei suoi oggetti personali,
dei vasi con decorazione plastica di tipo ses- nonché degli amuleti da lui usati durante la
suale e, in generale, di qualsiasi oggetto che vita terrena): gioielli e monili esclusivamente

212
ornamentali, balsamari, specchi, cofanetti I) oggetti d’uso personale durante la vita
rivestiti di lamine d’avorio o d’osso figurato, terrena;
armi, amuleti contro il morso di animali II) oggetti destinati a soddisfare le esigen-
nocivi o contro le maledizioni ed il maloc- ze dell’anima dentro la tomba;
chio o considerati apportatori di salute, III) oggetti destinati a soddisfare le esi-
fecondità, felicità e fortuna. genze dell’anima nel mondo dei trapassati,
Nelle tombe fenicio-puniche di Sardegna esterno alla tomba.
(come del resto in quelle di tutto il vasto Richiamando preliminarmente l’atten-
mondo fenicio) si possono dunque trovare zione del lettore sul fatto che molti oggetti
rappresentate le tre seguenti categorie: possono aver avuto una doppia valenza (cioè

Fig. 175. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Particolare dei pozzi di discesa alle tombe a camera ipogeica.

213
terrena e funeraria) e sull’assenza di dati che
ci consentano oggi di affermare con sicurez-
za che in Sardegna venissero applicate parti-
colari prescrizioni rituali circa il numero o la
collocazione degli oggetti di cui risultava
costituito un corredo funebre, consideriamo
ora i materiali pertinenti ai corredi delle tre
categorie suddette.

a) Gioielli esclusivamente ornamentali
sono quelli che, d’oro, argento o bronzo, non
hanno in sé alcun particolare che possa sug- Fig. 176. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Tomba
gerire una valenza magica. Si tratta di and ‘de! combattente”, particolare de/la triade betilica. Sec.
tvIll a. C.
li digitali, crinali, da orecchie (orecchini)
Fig. 177. Karali. Necropoli di Tuvixeddu. Tomba “de!-
o da braccio (braccialetti), formati da un
/’Ureo”. Pianta e sezione.
semplice filo metallico più o meno grosso,
piegato a cerchio, che, quando richiesto dalla della pasta vitrea, come questa fosse ottenuta
funzione cui era destinato, aveva le due artificialmente sottoponendo ad alte tempera-
estremità fatte in modo da poterlo aprire o ture certe sabbie e come, prima del raffred-
chiudere avvolgendole attorno al filo stesso. damento, nel nucleo di base ancor duttile po-
Inoltre, quando il filo metallico era destinato tessero esser abilmente inseriti altri elementi
a fungere da orecchino, spesso era lavorato in di pasta vitrea, diversamente colorata, per
modo che il cerchio, nella metà opposta alla ottenere decorazioni cromatiche anche di no-
chiusura, presentasse un notevole ingrossa- tevole complessità e pregio estetico. In modo
mento di forma oblunga (orecchini “a san- analogo, ma facendo sì che dal nucleo mag-
guisuga”). In certi esemplari più raffinati, il giore sporgessero elementi minori egual-
filo metallico veniva fuso anche in modo da mente di pasta vitrea variamente colorata, si
presentare una superficie decorata a treccia o riusciva ad aggiungere agli effetti decorativi
con costolature. Ovviamente, la genericità cromatici anche quelli plastici. In questo arti-
dei gioielli esclusivamente ornamentali, in gianato i Fenici raggiunsero tale perfezione
mancanza di dati relativi al loro contesto di che gli antichi attribuirono a loro l’invezione
trovamento, rende praticamente impossibile del vetro, che invece oggi sappiamo esser
attribuir loro una precisa cronologia. stato merito degli Egiziani.
b) Monili esclusivamente ornamentali Naturalmente, come nel caso dei gioielli
sono quelli che, del tutto privi, come i prece- presi in consideazione più sopra, in mancan-
denti gioielli, di particolari che possano farli za di dati relativi al contesto di trovamento, è
rientrare nella classe degli amuleti, sono praticamete impossibile attriburie a questi
costituiti da semplici elementi globulari, monili una precisa cronologia ed è quindi
cilindrici, prismatici, ogivali, tubolari ecc., prudente accontentarsi (almeno per ora) di
fatti di pasta vitrea colorata, ambra, corniola, definirli genericamente feniciopunici.
cristallo di rocca ecc., raramente montati in c) Balsamari od unguentari, cioè i vaset-
oro come pendenti isolati (un esemplare se ti che contenevano unguenti profumati e che
ne è trovato a Tharros) ma generalmente potevano essere di terracotta o di pasta vitrea.
provvisti di un foro mediano che consentiva Quelli fittili (sec. 1V! a.C.) hanno ge-
di riunirli con un filo a formare collane e neralmente corpo globulare, senza anse, con
braccialetti. Ricorderemo qui, a proposito collo cd alto piede e possono presentare una

214
215
decorazione dipinta a linee rosse orizzontali.
Quelli di pasta vitrea, decorati a vivaci co-
lori, secondo la stessa tecnica descritta a pro-
posito degli elementi di collana, hanno forme
varie: di tipo egittizzante, a dava (alabastron)
o grecizzante (brocchetta od oinochoe,
anforetta ed aryballos o vasetto globulare
con corto collo e piccole anse sulle spalle).
Sono forme uste fin dall’età fenicia (sec. VII-
VI a.C.) e rimaste in uso nell’età punica fino
al sec. IV-III a.C.. Oggi si tende ad attribuire
questi preziosi balsamari all’artigianato
Fig. 178. Karali. Necropoli punica di Tu vi-Veddu. Tomba
“c/ell ‘Ureo”. Particolare de/la maschera gorgonica greco di Rodi. Tuttavia, tenendo conto della
destra. Sec. 1VIl! aC. grande maestria che gli antichi stessi
riconoscevano ai Fenici nell’artigianto del
vetro, del fatto che questi prodotti si trovano
frequentemente nelle necropoli fenicio-
puniche e raramente in quelle greche e che a
Rodi vi fu anche una colonizzazione fenicia,
sembra più plausibile l’ipotesi che si tratti di
prodotti fenicio-punici, talvolta forse imitati
magistralmente dai Greci di Rodi.
d) Specchi di bronzo laminato (ma non
figurato sul retro come quelli etruschi)
furono certamente prodotti dai Fenici e dai

Fig. 179. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Tomba
“dell’Ureo”. Particolare dell’Ureo a quattro ali. (Sec.
lvii! aC.).

Fig. 180. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Tomba Fig. 181. Karali. Necropoli punica di Tuvixeddu. Interno
“dell’Ureo”. Particolare della maschera gorgonica sini- della tomba “dell’Ureo”. Sec. 1VIl! a.C.
stra. Sec. 1VI!! a.C.

216
Cartaginesi e si trovano anche nelle loro vole pregio artistico per la sua impugnatura
tombe di Sardegna. Erano generalmente di finemente lavorata.
forma circolare, con un peduncolo a linguet- e) Cofanetti lignei, rivestiti di lamine
ta che consentiva di fissarli su manici di d’avorio o d’osso finemente lavorate, erano
legno, oggi non conservati. certamente deposti nelle tombe feniciop-
Ovviamente, la loro genericità non con- unich e di due esemplari si sono trovati a
sente di datarli con precisione, quando non se Nora e Tharros alcune lamine pertinenti al
ne conoscano le condizioni di trovamento. rivestimento (il legno ovviamente non si è
Si è trovato però, in una tomba punica di conservato).
Olbia, anche il già citato specchio greco di Più precisamente, si sono trovate le già ci-
produzione italiota (sec. IV a.C.) e di note- tate lamine con figure di animali e decora-

Fig. 182. Karali. Necropoli punica di Tu vixeddu. Tomba “dell’Ureo”. Particolare del fregio a palmette e fiori di loto
alternati. Sec. 1 VIl! a.C.

217
Fig. 183. Karali. Necropoli punica di Tu t’i.vec/du. loinhu Fig. 184. Aura/i. Necropoli punica di Tuvixeddu. i’o,piba
‘’della Ruota’’. Particolare della ruota radiata dipinta su ‘’della Ruota’’. Interno con decorazione cromatica a fa-
un lato (lei pozzo di discesa Sec. 1VIl! a. C. sce. Sec. 1VIl! aC.

zione a meandro, di chiara origine etrusca nocivi e contro le maledizioni ed il maloc-
(sec. V a.C.). chio o considerati come portatori di salute,
f) Armi di ferro fanno parte dei corredi fecondità, felicità e fortuna, sono frequenti
funerari maschili, specialmente durante l’età nelle tombe fenicio-puniche di Sardegna, ma
fenicia. il loro carattere di amuleti da usare durante la
vita terrena è evidente, o almeno non può
Infatti, punte di lancia o di giavellotto, esser in alcun modo escluso.
spade e pugnali sono stati trovati con fre- A proposito degli amuleti però, allo scopo
quenza dentro le tombe dei cremati nelle ne- di render più chiara e completa la trattazione,
cropoli fenicie di Bithia, Tharros, Othoca e è ora necessario soffermarsi alquanto
Pani Loriga (sec. VII-VI a.C.); mentre rare, sull’argomento, cominciando col richiamar
ma non del tutto assenti, sembrano esser state l’attenzione dei lettore sul grandissimo
le armi nelle tombe cartaginesi. numero e varietà di quegli oggetti, trovati
Queste infatti hanno finora restituito cimi nelle tombe fenicie e puniche di Sardegna, ed
e schinieri bronzei di tipo greco rinvenuti in anche sulla varietà dei materiali usati nella
un’unica tomba a camera di Sulci, un pezzo loro produzione: questa infatti documenta
di spada a Monte Sirai, un paio di pugnali di l’uso di oro (puro fino al sec. V a.C., molto
Karali, nella necropoli di Tuvixeddu e fram- povero dal sec. IV a.C. in poi), argento, bron-
menti nella necropoli di Capo S. Marco a zo, piombo, ferro, pasta vitrea policroma,
Tharros. pasta silicea smaltata (ottima fino al sec. V
Comunque, sembra si tratti di oggetti po- a.C., scadente dal sec. IV aC. in poi), pietre
sti nella tomba perché qualificanti la perso- dure, pietra calcarea, terracotta, avorio, osso.
nalità del defunto od a lui particolarmente Gli amuleti finora conosciuti come usati
cari. Nulla infatti sta ad indicare che fosse dal mondo fenicio-punico in generale e da
loro attribuita una funzione simbolica e tanto quello di Sardegna in particolare, possono
meno magica a favore del defunto. raggrupparsi nelle seguenti categorie:
g) Amuleti contro i morso di animali

218
I) amuleti generici e atipici:
1) pendagli non lavorati (pietre, coralli,
concrezioni marine, conchiglie pertinenti a
specie almeno apparentemente prive di val-
ore simbolico, denti di animali, ossa di ani-
mali, specialmente gli astragali);
2) nodi di filo metallico (puri od appli-
cati
ad altri amuleti);
lI) campanelle.
Ill) scapolari, medaglie ed anelli (con
iscrizioni).
IV) simboli sacri:
1) naturalistici (parti del corpo umano e
più precisamente occhi, mani, avambracci,
cuori, falli; teste di animali, cauri o cypree
(allusive al sesso femminile) pesci o parti di
pesci, frutta, oggetti vari, quali vasi, troni,
altari, ruote);
2) geometrici (c.d. Segno di Tanit);
V) Rasoi (in realtà accettine magiche) di
bronzo, documentati a Cartagine e nel-
l’Africa punica, in Spagna ed in Sardegna.
Nell’Isola, si sono trovati esemplari ge-
neralmente molto simili a quelli cartaginesi;
talvolta però vi si notano alcuni aspetti au- Fig. 185. Tharros, necropoli. Cippo funerario in arena~ na
tonomi, quasi sempre iconografici. con cuspidato centrale affiancato c/a due altarini. Sec. V a.
Ricordiamo che nei rasoi punici si osserva C. Cagliari, Museo Nazionale.
una evoluzione che passa attraverso le
seguenti fasi: largamente quello di quasi tutte le arti minori
a) sec. VIIVI a.C.: esemplari di modeste puniche;
dimensioni, con lama stretta, nella quale è VI) Uova di struzzo. E una produzione
praticato il foro di sospensione. Privi di dec- tipica e diffusa in tutto l’Occidente fenicio,
orazione figurata sia sul manico (bifido) sia ma con precedenti in Oriente, ove si sono tro-
sulla lama, che invece è spesso provvista di vati frammenti di uova di struzzo dentro
decorazione puntinata; b) sec. V a.C.: inizia tombe dell’Egitto e della Mesopotamia (III
una trasformazione che prelude alla pro- millennio a.C.) e di ambiente miceneo (II
duzione dell’epoca seguente; millennio a.C.).
c) sec. IVIII a.C.: abbondante produzione In Occidente, la cronologia relativa al-
di esemplari dalle grandi dimensioni, con l’uso di questi oggetti può essere così formu-
manico a testa di volatile e lama larga, con lata:
estremità fortemente semilunata e deco-
razione figurata di stile egittizzante o greciz- sec. VII a.C. rari esemplari
zante, spesso di notevole pregio artistico. sec. VI a.C. esemplari abbondanti
L’anello di sospensione è esterno alla lama; sec. VTV a.C.esemplari meno frequenti
d) sec. II a.C.: decadenza ed esaurimento. sec. III a.C. esemplari abbondanti,
Il repertorio iconografico dei rasoi rispecchia sec.Il a.C. esaurimento.
219
Cartagine, nelle cui tombe le uova di
struzzo sono presenti dal sec. VII fino al Il
a.C., è il centro che ha fornito la documen-
tazione più abbondante. In questa si distin-
guono due gruppi: mascherine apotropaiche
su frammenti di guscio adattati e gusci quasi
interi o parzialmente tagliati a metà o due
terzi.
Sulle mascherine (che rappresentano la
larga maggioranza dei reperti) erano dipinte
coppie di grandi occhi isolate od incorniciate
in sommari tratti di volti con evidente fun-
zione contro il malocchio.
I gusci quasi interi o parzialmente tagliati
possono trovarsi privi di decorazioni oppure
decorati con pitture od incisioni geometriche
o tracciate a formare motivi vegetali (pal-
mette e fiori di loto).
A seconda dell’aspetto dato loro, le uova
di struzzo dovettero assolvere, funzioni
diverse: protezione contro il malocchio (le
mascherine con grandi occhi), coppe per of-
ferte funebri (i gusci tagliati a metà o poco
più), mezzi magici di rinascita (i gusci quasi
interi).
In Sardegna, le uova di struzzo sono state Fig. 186. Uras. Stele funeraria con figurazione di beh/o
trovate (come frammenti adattati a ma- ant ropornorfizzato. Sec. II-I a. C. Cagliari, Museo Nazio-
scherine o gusci variamente tagliti) a Karali, nale.
Tharros e Bithia.
La loro cronologia va dal sec. VII a.C.
dal sec. VII a.C.);
(Bithia) al sec. IV-III a.C. (Tharros), con
b) attonito (documentato a partire dal
probabile datazione al sec. V a.C. per una
sec. VIV a.C.);
delle mascherine di Karali. Esse formano,
c) silenico (documentato a partire dal
insieme con quelle rinvenute in Sicilia, la
sec. V a.C.).
corrente settentrionale di quell’artigianato,
Secondo la materia di cui sono fatte, si
che si distingue da quella occidentale (do-
distinguono invece in esemplari di
cumentata in Spagna) ed africana (rappre-
a) terracotta (iniziano attorno al 700
sentata dai reperti di Gigelli, Guraya ecc.,
a.C., aumentano fino al sec. V a.C.,
oltre, naturalmente, quelli di Cartagine);
diminuiscono nel sec. IV a.C. e sono quasi
VII) Immagini demoniache (teste e
scomparse nel sec. III a.C.);
maschere di dimensioni grandi, ma inferiori
b) avorio ed osso (frequenti nei secoli VII
al naturale, o miniaturistiche, derivate più o
e VI a.C., scompaiono alla fine del sec. V
meno direttamente da quelle).
a.C.);
Secondo l’aspetto, si possono raggruppare
c) pasta vitrea policroma (rarissimi nei
nei seguenti tre tipi fondamentali:
secoli VII e VI a.C., divengono numerosi
a) orrido o grottesco (documentato fin

220
Generalmente provengono da tombe, ma
qualche esemplare è stato scoperto anche in
luoghi sacri (es., la maschera maschile
barbuta, proveniente dal sacello del mastio
nell’acropoli di Monte Sirai).
Il fatto che tutte quelle maschere fittili
siano di dimensioni inferiori al naturale,
dimostra che non erano destinate ad esser
messe sul volto. Infatti, nelle tombe, non si
trovano mai sul volto del defunto, ma sono
spesso al suo fianco e talvolta sotto la testa,
dalla quale le separa allora uno strato di terra.
I fori che si notano lungo i bordi delle
maschere, non servivano dunque ad indossar-

Fig. 187. Uras. Stele funeraria configura divina entro edi-
cola. Sec. 111-Il a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

dalla fine del sec. IN a.C. in poi),
d) pasta silicea smaltata (sec. 1VIl a. C.);
VIII) Immagini divine (maschere e busti
maschili e femminili) fittili, di dimensioni
grandi, ma inferiori al naturale e di stile:
a) egittizzante (ben documentato a Thar-
ros e Sulci),
b) grecizzante (o rodio, documentato a
Tharros, Karali e Sulci),
c) greco-egizio (o punico-arcaico, docu-
mentato a Monte Sirai e specialmente a Thar-
ros nella famosa Tanit Gouin),
d) greco-fenicio (o cipriota, documentato
da un solo esemplare, trovato a Karali).
Sia le immagini di questa categoria sia
quelle fittili della categoria precedente, non
erano fatte a stampo, ma venivano prima
modellate, poi ritoccate a stecca o a mano
(come rivelano i dettagli diversi nei singoli Fig. 188. Uras. Stele funeraria con beh/o antroponortiz-
esemplari di uno stesso tipo) e finalmente zato entro nicchia. Sec. II-I a. C. Cagliari, Museo Nazio-
arricchite di una vivace policromia (spesso nale.
quasi completamente scomparsa).
221
le per spettacoli; ma si possono spiegare in
parte per attaccarvi barbe posticce, in parte
per fissarle, mediante legacci, su teste di
manichini senza volto.
Finalmente, gli esemplari con un solo foro
in alto potrebbero esser stati destinati a venir
sospesi al muro, come ha ipotizzato C.
Picard.
IX) Immagini divine del pantheon egizio,
di dimensioni miniaturistiche, lavorate a tutto
tondo od a giorno, nella pasta silicea succes-
sivamente smaltata, oppure in osso o in pietra
dura o, molto raramente, in bronzo(*).
Tipologicamente si distinguono in: a)
antropomorfe,
b) zoomorfe,
c) antropozoomorfe. Fig. 189 Viddalba. Stele sard-punica con rappresenta-
zione della divinità in due ,nanifestazioni. Arenaria. Sas-
sari, Museo Nazionale.
(*) La presenza delle immagini di molte
divinità egizie fra gli amuleti rinvenuti nelle tombe
dei Fenici e dei Cartaginesi, in Sardegna come
altrove, non può assolutamente invocarsi come argo-
mento contro quanto abbiamo detto circa l’esistenza
del concetto dell’unità e pluralità divina alla base
della spiritualità feniciopunica.
Infatti, come segnalato già al principio di questa
opera, anche la teologia egiziana, sin dalla fine del III
millennio aC., considerava tutte quelle divinità nomi
o forme dell’unico dio, cioè l’Uno sotto vari aspetti.

Cronologicamente si collocano in un arco
di tempo che va dal sec. VII al II a.C. e, più
precisamente, si può dire che sono frequenti
nei secoli VII e VI a.C., seguano una brusca
flessione nel sec. V a.C., frail sec. IV ed il II
a.C. sono inizialmente frequenti, per poi
scomparire progressivamente;
X) Placchette di pasta silicea sulle quali
sono raffigurate a rilievo immagini divine del
pantheon egizio, riunite in gruppi (triadi);
XI) “Amuleti domino”, derivati per sche-
matizzazione da amuleti antropomorfi
egiziani.
Con questi amuleti sono talvolta confuse
delle placchette divinatorie puniche, a causa Fig. 189b Leone in Arenaria da Tharros. Cagliari, Museo
della forma quadrilatera e delle piccole cav- Nazionale.
ità che caratterizzano gli uni e le altre;
XII) Scultre aniconiche miniaturistiche di
222
Fig. 190. Stele sardo-punica ad incisione.
Arenaria, Sasari, Museo Nazionale.

Fig. 191. Sulci. Tophet. Stele con
urne.

Fig. 192. T/uirro. Necropoli punica. Cippo funerario di Fig. 193. Tharros, necropoli. Coperchio monolitico di
Baalishel. Sec. V a. C. Sassari, Museo Nazionale. tomba a fossa. Sec. V a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

223
I più tardi sono di bronzo o di piombo,
quasi sempre con testa di ariete.
XIV) Gioielli-amuleto, sono oggetti d’oro
o d’argento, che hanno l’aspetto di gioielli
ma presentano una decorazione figurata o
geometrica, espressa a sbalzo o ad incisione,
di evidente significato magicoreligioso, tanto
da dover esser inseriti fra le categorie degli
amuleti.
Tipologicamente, si distinguono in: a)
diademi (o bracciali ?),
b) orecchini, c) pendenti, d) collane,
e) anelli digitali, f) placche.

Cronologicamente si collocano in un arco
di tempo che va dal sec. VII fino almeno al
sec. IV a.C.
XV) Scarabei, cioè una categoria di
amuletisigilli di origine egiziana, fatti a
forma del coleottero che porta lo stesso nome
e con iscrizioni geroglifiche o immagini
sacre incise sull’addome.
Il valore amuletico di questi oggetti, ha
origine dal fatto che essi riproducono l’im-
magine del dio Khepri (il sole del mattino),
del quale si diceva rotolasse davanti a sé il
Fig. 194. Cinerario da Tuvixeddu con iscrizione “A rim disco solare, come lo scarabeo rotola avanti a
con la ,nog/ie a Hut loro dio”. Sec. Va. C. Cagliari, Museo sé la palla di sterco.
Nazionale.
Inoltre, lo scarabeo, che sembra nascere
dalla palla di sterco per generazione autono-
tipo egizio (ad es., il pilastro Ged) O pUfico ma, era ritenuto immgine di Khepri (assimi-
(ad es., il betilo); lato ben presto ad Atum, dio primordiale)
XIII) Filatteri egittizzanti, costituiti da anche perché di questo si diceva che, in quan-
lamine metalliche, sulle quali sono raffigu- to dio primordiale, avesse creato se stesso
rate file più o meno lunghe di divinità egizie, prima di creare il mondo.
insieme con figure di animali od oggetti di D’altra parte, il nome egizio dello sca-
ambiente egiziano. Tali lamine, che erano rabeo (Kh-p-r-r) e quello del dio (Kh-pr)
amuleti contro il morso di animali nocivi, sono formati con le stesse consonanti del
venivano portate sospese al collo, arrotolate verbo egizio “divenire” o “venire all’esisten-
entro astucci il cui coperchio, di stile egittiz- za” (Khpr).
zante, aveva forma di una testa di animale. Finalmente, non si deve dimenticare che i
Cronologicamente, si collocano in un arco giovani scarabei sortono dalle palle di sterco
di tempo che va dal sec. VII-VI a.C. al Ill-Il specialmente quando il suolo dell’Egitto è
a.C.. coperto d’acqua dopo l’inondazione del Nilo,
Gli esemplari più antichi sono d’oro o proprio come, secondo il mito, Atum era nato
d’argento, con testa generalmente leonina, uscendo dalle acque primordiali (il Nun).
ma spesso anche di falco o d’ariete. È stato dunque normale che, prima del-

224
l’affermazione della dottrina osiriaca, si sia
associato lo scarabeo all’idea di resurrezione
dei morti. Infatti, come il giovane scarabeo
sembra sortire dal nulla, così il defunto che
possedeva uno scarabeo si sarebbe appropri-
ato, per analogia, delle proprietà di questo e
sarebbe risorto, “divenendo” alla vita ul-
traterrena, per autogenerazione od au-
tocreazione.
In Egitto, lo scarabeo fu considerato
amuleto “dei morti” ma anche “dei vivi” e,
contemporaneamente, sigillo per uso dei
viventi. Con tutte quelle valenze entrò nell’u-
so punico, importato dall’Egitto come
prodotto finito. Più precisamente, a
Cartagine, l’uso degli scarabei passò attra-
verso le seguenti fasi:
a) sec. VII-VI a.C.: importazione dall’E-
gitto, di scarabei di steatite e di pasta silicea Fig. 195. Sulci. Anello aureo decorato a godronatura e
smalti. Sec. VI aC. S. Antioco, Antiquarium.
smaltata (prevalenti) ma anche di cornalina e
d’altro materiale (uso sporadico);
b) sec. V a.C.: ancora importazione dal-
l’Egitto, ove però non sono più prodotti sin numero degli scarabei andò calando progres-
dalla fine del sec. VI a.C. In questa fase sono sivamente;
documentati scarabei fatti con gli stessi c) sec. V (fine)-III a.C.: notevole pro-
materiali usati nella fase precedente e questi duzione punica di scarabei, in sostituzione di
si trovano nello stesso rapporto proporzio- quelli egizi. Gli artigiani erano punici, greci,
nale reciproco che si osserva in quella fase. etruschi e forse anche sardi. I materiali usati
Durante il sec. V a.C. però, a Cartagine, il sono il diaspro verde (nella maggior parte dei
Fig. 196. T/iar-ros. Ele-
mento di bracciale (?) au-
reo decorato a granu-
lazione. Cagliari, Museo
Nazionale.

Fig. 197. Tharros. A u reo
decorato a granulazione.
Cagliari, Museo Naziona-
le.

225
Fig. 198. Nora, necropoli. Balsamario in pasta vitrea (ary-
ballos) punico (sec. Va. C.). Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 200. Nora, necropoli. Balsamario (alabastron) in
pasta vitrea. Sec. Va. C. circa. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 199. Nora, necropoli. Balsamario (amphoriskos) in
pasta vitrea. Sec. Va. C. Cagliari, Museo Nazionale.

226
Fig. 201. S. Sperate. Balsaniario (alabastron) in pasta vitrea. Sec. Va. C. Caglia-ri. Museo Nazionale.

Fig. 202. Su/ci. Balsaniario (amphoriskos) in pasta vitrea. Sec. V a.C. S. Antioco, Antiquarium.

227
casi), ma anche quello rosso, la cornalina, Finalmente, insieme con gli scarabei,
l’agata, il lapislazzuli, il cristallo di rocca ed vanno ricordati anche gli scaraboidi, cioè
il granito. A partire però dalla seconda metà quegli amuleti che avevano lo stesso uso e lo
del sec. IV a.C., anche quella produzione di stesso significato, ma non lo stesso aspetto
scarabei, di qualsiasi materiale, andò gra- degli scarabei.
datamente diminuendo, fino a cessare defini- Gli scaraboidi, per i quali vale quanto si è
tivamente prima del sec. II a.C.. I centri di detto degli scarabei, furono usati e prodotti
produzione delle imitazioni in diaspro verde sia in Egitto sia a Cartagine. Qui sono stati
erano certo in Sardegna (particolarmente trovati scaraboidi che il Vercoutter ha cata-
Sulci e Tharros), ove si trovano tutti i tipi do- logato individuando i sette tipi seguenti:
cumentati a Cartagine ma anche altri, ignoti a) parallelepipedo (uno dei più notevoli
nella Metropoli africana; mentre eguali, negli scaraboidi trovati a Cartagine, ma certamente
scarabei di Sardegna e di Cartagine, sono il egizio, date le iscrizioni che si riscontrano
materiale e la tecnica. Le imitazioni in cor- sulla sua superficie);
nalina invece, prodotte forse in Fenicia b) cono (attestato anche in Egitto, ma di
durante i secoli VII, VI e V a.C., a partire origine non Egizia, è anche questo fra i più
dalla fine del sec. V a.C. vennero realizzate notevoli scaraboidi di Cartagine, ove è stata
probabilmente nella stessa Cartagine. certo prodotta la maggior parte degli esem-

Fig. 203. Tharros (?. Balsamario (amphoriskos) in pasta vitrea. Sec. VIV a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 204. Sulci. Balsamario (amphoriskos) in pasta vitrea. Sec. VI V a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

228
Fig. 205. Nora, necropoli. Balsamario
(otnochoc) in pasta vitrea. Sec. IV a.
C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 206. Nora, necropoli. Balsa,nario
in pasta vitrea. Sec. IVa.C. Cagliari,
Museo Nazionale.

plari che vi sono stati rinvenuti); credeva riunissero in sé i poteri di più stru-
c) testina con chioma corta a rete (ben menti di magia. Così era anche dello sca-
noto in Egitto); rabeo, cui si attribuivano i poteri del suo stes-
d) “occhio di Ra” in cornice rettangolare so nome egiziano, della sua immagi’ne, del-
(ben noto in Egitto); l’iscrizione incisa sul suo ventre ed anche del
e)anello con incisioni (ben noto in Egit- colore e della materia di cui era fatto. A
to); questo proposito, non si deve infatti dimenti-
f)animale (leone?) accovacciato (ben care che vi è anche una magia dei colori,
noto in Egitto); delle materie e dei numeri, sulla quale torner-
g) sigillo rettangolare con iscrizioni (egi- emo tra breve.
zio, ma con montatura punica, a forma di Non sembra possano rientrare in una cate-
grande anello aperto, le cui estremità entrano goria di amuleti, ma nelle tombe dovevano
nei lati brevi del sigillo per consentirne la assolvere una funzione magica le monete,
rotazione). che si trovano frequentemente nelle sepolture
XVI) Amuleti compositi, cioè quelli che si tardo puniche. È plausibile ipotesi infatti che

229
si attribuisse loro la possibilità di giovare al
defunto nel suo viaggio verso la residenza
comune dei trapassati (secondo una con-
cezione analoga a quella classica dell’obolo
per Caronte), oppure dopo aver raggiunto
quella stessa residenza, per pagare chi lo sos-
tituisse in qualche attività sgradita (simil-
mente alla concezione egiziana dell’ushebti,
cioè dell’immagine di servo che dovrebbe
fare nell’oltretomba, al posto del defunto, i
lavori che a questo riuscirebbero sgraditi).

Egualmente non riconducibili alla
definizione di amuleti, ma senza dubbio
oggetti di significato simbolico e destinati ad
assolvere na precisa fuzione magica, erano i Fig. 207. Tharros. Specchio circolare in bronzo. Età pu-
nica. Cagliari, Museo Nazionale.
piccoli vasi monoansati con accentuati carat-
teri sessuali maschili e femminili, che si
trovano generalmente nelle tombe puniche
dal sec. IV a.C. in poi. Almeno uno però
(maschile e databile al sec. VI a.C.) è stato 3) XII) Sculture aniconiche di tipo egizio
scoperto nel tophet di Cartagine (quindi in un dal sec. VII a tutto il sec. VI a.C.,
luogo sacro, ma con un’indubbia compo- 4) XV) Scarabei (dal sec. VII fino a quasi
nente funeraria); mentre un altro, maschile, tutto il sec. V a.C.).
certamente arcaico e di produzione sulcitana, Discutibile e non da tutti esplicitamente
del quale però s’ignora il contesto di tro- affermata è invece l’importazione dall’estero
vamento, si conserva nel Museo Nazionale di degli esemplari appartenenti alla seguente
Cagliari. categoria:
La presenza dei caratteri sessuali, per di 1) VIl,I e 2) Immagini demoniache di
più posti in particolare risalto, e l’evidente tipo:
rapporto fra quei vasi ed ambienti ove, 1) orrido o di pasta vitrea grottesco poli-
comunque, erano deposti dei defunti, induce croma
a ritenerli espressioni della prerogativa 2) attonito
feconda della divinità, dalla quale ci si Noi riteniamo punici gli esemplari di
attendeva la rigenerazione del defunto nel- quella categoria perché:
l’oltretomba.
Come abbiamo già visto a proposito di 1) riproducono (da principio fedelmente)
certe categorie, non tutti gli amuleti usati in tipi punici fittili di maggiori dimensioni certo
area punica furono di produzione locale. prodotti anche a Cartagine secondo una tra-
Sono infatti di sicura importazione dizione di origine semitica;
dall’Egitto praticamente tutti gli esemplari 2) la tecnica di produzione era certo nota
appartenenti alle seguenti categorie: e usata
1) VII,3) Maschere sileniche di pasta a Cartagine;
smaltata, 3) fino a tutto il sec. IV a.C., le mascher-
2) IX) Immagini divine del pantheon ine di pasta vitrea policroma appaiono
egizio documentate solo nei siti di occupazione
(dal sec. VII fino a tutto il sec. VI fenicia.
230
za di laboratori ove fossero prodotti. D’altra
parte, non è nemmeno possibile dimostrare il
contrario, perché in ambiente fenicio-punico
erano sicuramente conosciuti i materiali usati
per produrli, l’artigianato era abbastanza
evoluto per poterli realizzare e, a Cartagine,
sono pur stati trovati alcuni esemplari di
stampi, anche se in numero ancora insuffi-
ciente perché si possa considerare il proble-
ma definitivamente risolto.
Almeno probabile è la produzione punica
delle seguenti cateorie:
lV,l) simboli sacri naturalistici (mancano
prove contrarie),
Il) campanelle.
Certa è la produzione in ambiente punico
degli amuleti appartenenti a tutte le altre
categorie, per motivi:
Fig. 208. Sulci, necropoli. Scapolare lilico con invocazione
‘Baaly” = Dio mio. Sec. V a. C. circa. Cagliari, Museo a) logici (cat. I),
Nazionale b) tipologici (cat. IV, 2; V; VI), e) epigrafi-
ci (cat. Il!; XIII),
d) iconograficotecnicostorici (cat. XIII;
Possibile (anche se non dimostrabile) è la XV,
produzione punica di alcuni esemplari perti- limitatamente agli scarabei di diaspro
nenti alle seguenti categorie di amuleti egizi: ecc., nei secoli IV e III a.C.).
IX) amuleti riproducenti immagini divine
del pantheon egizio in pasta silicea smaltata
dal sec. IV a.C. in poi, perché di:
a) stile scadente,
b) tipologia approssimativa, c) materiale
scadente,
XI) “amuleti domino” migliori (degener-
azione di tipi egizi),
(gli altri sono placchette divinatorie pu-
niche), XII) sculture aniconiche di tipo egizio
in pasta silicea smaltata (dal sec. IV a.C. in
poi) perché: a) tipologia approssimativa, b)
materiale scadente.
E impossibile oggi dimostrare che alcuni
esemplari delle suddette categorie sian stati
prodotti in ambiente punico perché, mentre
la loro qualità ed il loro stile non sono più
scadenti né la tipologia più approssimativa
che in altri esemplari analoghi sicuramente
Fig. 209. “Rasoi” bronzei decorati ad incisioni puntiformi.
prodotti in Egitto durante le epoche persiana Sec. VI a. C. circa. Cagliari, Museo Nazionale.
e tolemaica, non sono state ancora trovate in
ambiente punico le prove sicure dell’esisten-

231
La cat. XVI comprende esemplari la cui giungere a Cartagine, l’ipotesi più plausibile
provenienza può essere sia estera che locale, è che vi sian giunti via mare (Egitto-Fenicia-
a seconda dei casi. La cat. VIII comprende Cartagine; Egitto-Creta-Sicilia-Cartagine)
esemplari che nulla dimostra prodotti fuori portati da mercanti fenici (sec. VIII a.C.),
dell’ambiente punico pur dimostrando forti e cartaginesi (sec. VII a.C.) e greci (sec. V a.C.
numerosi influssi egizi e greci. e più tardi); ovviamente con sopravvivenza
L’unico esemplare che oggi rappresenta in limitata del commercio diretto fenicio nel
Sardegna la categoria x, è una buona sec. VII a.C. e seguenti e con anticipazione
imitazione fenicia di un tipo egizio. limitata del commercio diretto cartaginese
Circa la via seguita dai materiali egizi per nel sec. VIII a.C. e sua sopravvivenza limita-
ta nel sec. VI a.C. e seguenti.
Non è da escludere però anche un certo af-
flusso attraverso il deserto, di oasi in oasi.
Gli amuleti usati in Sardegna dai Fenici e
dai Cartaginesi furono dunque prodotti parte
in area fenicio-punica e parte in area
straniera.
Inoltre, anche un certo numero di amuleti
prodotti in area punica può confrontarsi con
prodotti stranieri, perché si tratta di oggetti
che imitano modelli stranieri (ad es., forse
alcune immagini di divinità egiziane, dal sec.
IV a.C. in poi), o sono influenzati da arti
straniere (es., i rasoi decorati con figurazioni
egittizzanti o grecizzanti), o dipendono da
prototipi semitici che hanno ispirato anche la
produzione straniera (es. le maschere
“orride” miniaturistiche) oppure dipendono
da componenti straniere della civiltà fenicia,
nella sua genesi storica, o dal comune sostra-

Fig. 210. “Rasoi”bronzei conincisi motivi
decorati e figurati. Sec. VI-/Il a. C. Cagliari,
Museo Nazionale.

Fig. 211. Bithia, necropoli fenicia. Armi in
ferro (620-600 a. C.), Cagliari, Museo
Nazionale.

232
to preistorico mediterraneo (es., le uova di
struzzo).
Tuttavia, nonostante la possibilità di
confronti con manufatti stranieri, tutta la pro-
duzione di amuleti nella Fenicia, a Cartagine
o nelle regioni colonizzate dai Fenici e dai
Cartaginesi, può, a nostro giudizio, definirsi
tipicamente fenicio-punica, perché tipica
espressione dell’artigianato fenicio-punico
nella sua complessa origine culturale e nel
suo divenire storico, variamente condiziona-
to da apporti etnici e culturali di sostrato e di
adstrato, nel vasto orizzonte geografico del
mondo politico ed economico dei Fenici
d’Oriente e d’Occidente.
A questo punto, prima di considerare la
funzione attribuita dai Fenici e dai Cartagine-
si agli amuleti posti nelle loro tombe, ritengo
opportuna una precisazione sulla possibilità
di distinguere, anche in ambiente fenici-
unico, come in quello egiziano, tra amuleti
“dei vivi” ed amuleti “dei morti”. Fig. 212. Bithia, necropoli fenicia. Uovo di struzzo a de-
corazione pittorica geometrica. Sec. VII a. C. Cagliari,
Contrariamente all’opinione corrente e Museo Nazionale.
pur riconoscendo che in ambiente egizio tale
distinzione si concretò in modo diverso, noi
riteniamo che in ambiente feniciopunico sia presentano l’immagine di una rana (ovvio
possibile individuare amuleti destinati ad simbolo di rinascita), le uova di struzzo quasi
agire anche durante la vita dell’uomo ed intere (dalle quali, come ci insegnano
amuleti destinati invece ad entrare in fun- congiuntamente storia delle religioni ed
zione solo al momento della morte. etnologia, ci si attendeva che ripetessero, a
A questo secondo gruppo infatti possono favore del defunto, in forza del principio
attribuirsi quegli amuleti che parlano magico dell’analogia, il momento aurorale
esclusivamente di problemi ultraterreni del- della vita, rappresentato dall’Uovo cosmico
l’uomo (distacco dal mondo dei vivi, nella cosmogonia fenicia) e, secondo la nos-
giudizio del morto, rinascita) e quelli che, per tra esegesi, i c.d. rasoi (perché destinati ad
loro natura o struttura, non sembra potessero accorciare le sofferenze dell’agonia taglian-
esser indossati dall’uomo durante la vita. do il filo della vita, come fece Iride a favore
Questi sono le uova di struzzo quasi intere dell’agonizzante Didone, evidentemente in
(che è inconcepibile pensare “portate” da un una leggenda punica raccolta da Virgilio).
vivo), le parti di uova di struzzo dipinte come Inoltre, anche le immagini del dio-sciacallo
maschere, perché fragili e prive di anello o Anubis, divinità funeraria egizia incaricata di
foro di sospensione (a meno che non venis- pesare il cuore del defunto nel giudizio dei
sero cucite con fili a vista) ed i c.d. Dio Nilo, morti, non potevano esser altro che amuleti
privi anch’essi di anello o foro di so- utili solo dopo la morte.
spensione. Quelli che parlano esclusivamente Dunque, riassumendo, oggi potremo dire
di problemi ultraterreni sono invece ancora i usati dai Fenici e dai Cartaginesi, come
c.d. Dio Nilo, in quanto, sul vaso della vita, amuleti “dei morti”, i c.d. rasoi, le uova di
233
Fig. 214. Iharros, necropoli punica. Maschera orrida. Sec. VI aC. .Sassari, .’iluco ,\azwnale.

Fig. 213. Tharros, necropoli punica. Maschera orrida. Sec. Vi a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

235
Fig. 216. Amuleto a maschera barbuta (osso). Cagliari, Fig. 215. Amuleto a maschera negroide (avorio). Cagliari,
Museo Nazionale. Museo Nazionale.

struzzo (almeno quelle quasi intere), i c.d. equivalenti alla sua presenza totale nella
Dio Nilo e le immagini di Anubis. tomba e quindi in grado di assicurare a chi vi
era sepolto tutti gli effetti del potere divino.
Dobbiamo invece considerare (almeno per Ambivalenti dunque gli amuleti usati dai
ora) come amuleti ‘’dei vivi’’ tutti gli altri, in Fenici e dai Cartaginesi come amuleti “dei
quanto che nulla dimostra che non fossero vivi”, perché utili all’uomo in vita e in morte.
considerati utili all’uomo anche durante la anzi plausibile ipotesi che a molti fra que-
vita terrena, pur essendo poi deposti e certo gli oggetti e più precisamente a quasi tutte le
ritenuti utili nel sepolcro per garantire al immagini divine miniaturistiche del pan-
defunto almeno una generica protezione div- theon egizio, alla figurazione dell’occhio di
ina. Ra (l’Ugiat), allo scarabeo solare e ad alcune
Le immagini della divinità o di parti di lei sculture aniconiche (anch’esse di tipo
(il volto, il busto, l’occhio, la mano, il sesso), egizio), fosse attribuito, oltre un generico
i suoi simboli ed i suoi nomi, in forza dei potere a favore del defunto, anche un altro
grandi principi magici dell’analogia e della potere, ben preciso e, certo, perfettamente
simpatia, erano infatti considerati in tutto rispondente alla più importante fra le sue esi-

236
Fig. 217. Maschera silenica in terracolla. I ha,,os, Museo Nazionale di Cagliari.

237
Fig. 217a. Olbia. Collana in pasta vitrea costituita da cinque testine barbute, una protome di galletto ed una di ariete.
Sec. IV a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

238
genze: quello di richiamarlo a nuova vita. gevano il matrimonio e le donne durante la
A quasi tutti gli dei egizi raffigurati dagli gestazione, il parto e l’allattamento (Bes,
amuleti utilizzati dai vivi, era infatti Tueri, Mut) e nelle altre dee madri (Hator e
attribuito dagli Egiziani il potere di dare la Nut). Tale rapporto, pur se meno evidente,
vita come creatori, fecondatori o divine era presente però anche in Shu (dio dell’aria
espressioni di resurrezione e rinascita. che, sposo di Tefnut, dea dell’umidità,
Fra questi primeggiava, in forza del insieme con lei simboleggiava appunto la
principio magico dell’analogia, Osiride, il vita), in Knum (dio creatore d’ogni forma di
dio ucciso dal fratello Set e divenuto sovrano vita, guardiano delle sorgenti del Nilo
dei morti dopo esser stato però risuscitato dal fecondatore dell’Egitto e identico al dio Geb,
figlio Horo o (secondo un’altra versione del espressione della terra feconda), in Nefertum
mito) dalla sposa Iside, la grande maga, pro- (che, nel mito egizio, generava il Sole), in
tettrice dei defunti ma anche dei viventi, Sebek (il dio-coccodrillo che, producendo
madre per virtù propria in quanto signora l’acqua, fecondava la terra e dava origine alle
della vita e creatrice universale. Anche a lei piante, entrando così anche nel mito fer-
dunque era logico si rivolgesse l’uomo che si tilistico di Osiride), in Khonsu (il dio luna
accingeva a lasciare la vita terrena, così come che, nel rinnovarsi mensile dell’astro not-
al figlio di lei, Horo: il dio solare vittorioso turno, suggeriva singificative analogie con la
contro l’uccisore del padre e contro ogni resurrezione di Osiride ed il ciclo fertilistico
forma di male, a cominciare dalla morte stes- di questo) ed in Thot che, oltre ad esser
sa. Evidente è d’altro canto il rapporto con patrono dei medici, degli scribi e della gente
l’origine della vita nell’itifallico Mm, nel- di cultura in genere, impersonava la parola
l’embrione Ptah-Pateco, negli dei che proteg- creatrice del supremo dio Ra ed era protet-

Fig. 217a. Olbia. Particolare di tre vaghi della collana della fig. 217a configurati a testina barbuta

239
Fig. 217a. Amuleti e un dado in osso, da Sulci. Cagliari, Museo Nazionale.

240
Fig. 221. / Iiarrw,, necropoli. Tan it
Gouin” (terracotta). Cagliari, Museo Na-
zionale.

Fig. 220. Pa/inetta in avorio da Monte Sirai. Cagliari, Museo
Nazionale.

Fig. 222. Su/ci. Testa di giovinetto, in Fig. 223. Kara/i. Necropoli di Tu vi- Fig. 224. Tharros, necropoli. Testa
terracotta. Sec. VI a. C. Cagliari, xeddu. Busto femminile di gusto ionico, femminile con acconciatura egiltiz-
Museo Nazionale. in terracotta. Sec. VI a. C. Cagliari, zante, in terracotta. Sec. Via. C. Ca-
Museo Nazionale. gliari, Museo Nazionale.
241
tore dell’occhio lunare del Cielo, suggerendo garantire al defunto non solo la presenza
così, come Khonsu, significative analogie tutoria di quel dio, ma anche, in forza del
con il mito di Osiride, tanto da diventare un principio magico dell’analogia, il dono della
dio funerario. nuova vita perché, secondo il mito egizio, dal
Lo stesso potere di ridare la vita nell’oltre- pianto dell’occhio di Ra aveva avuto origine
tomba era certo attribuito allo scarabeo il genere umano.
solare (che abbiamo visto considerato appor- Finalmente, è probabile che il potere
tatore di rinascita) ed all’ugiat, cioè all’oc- rigeneratore di Horo fosse attribuito alla
chio del dio supremo Ra che, essendo raffig- corona dell’Alto e a quella del Basso Egitto,
urato mentre ne cade una lacrima, doveva in quanto simboli di quella divinità.

Fig. 225. S. Vero Mi/is. Testa di negro in terracotta.

242
Non sembra invece che potessero in alcun personaggi demoniaci raffigurati dalle
modo esser considerati capaci di dare all’uo- maschere “orride” feniciopuniche, poteva
mo una nuova vita nell’oltretomba, gli bene esser considerata una formidabile dife-
amuleti di Sekhmet (la deleone degli sa del defunto contro gli spiriti malvagi ed
Egiziani, apocalittica punitrice del genere ogni altro nemico.
umano con le pestilenze e le guerre, nella La grande classe degli amuleti era dunque
quale certo nessuno poteva vedere una fonte ritenuta capace, dopo la morte dell’uomo, di
di vita). Sekhmet invece, come la Sfinge fornire alla sua anima superiore i mezzi nec-
(dalla forza invincibile), l’Ureo (il divino essari per rinascere a nuova vita nella sede
cobra dal folgorante potere di morte) ed i comune dei trapassati e di garantire, all’ani-

Fig. 226. Karali, necropoli punica di Tu vixeddu. Busto maschile barbuto, in terracotta. Sec. V a. C. Cagliari, Museo
Nazionale.

ma inferiore, un tranquillo riposo nella Abbiamo visto inoltre come il riposo del
tomba. defunto fosse affidato anche alla tutela dei
Abbiamo visto come, probabilmente, si ri- personaggi soprannaturali, raffigurati ad
tenesse possibile raggiungere il primo altorilievo od a pittura, nel soffitto, sulle
obiettivo grazie anche ai piccoli vasi con pareti o sulle testate dei tramezzi nelle
caratteri sessuali. camere funerarie e come, a Monte Sirai, la

243
protezione dei defunti appaia, in un caso, Fig. 227. Su/ci,
affidata non ad una figura antropomorfa ma Tophet. Divinità con
vaso de//a vita.
ad un simbolo divino, scolpito a rilievo sulla Faiènce. Sec. VI aC.
testata di un tramezzo. S. Antioco, .4ntiqua-
Qui ci limiteremo ad osservare da un lato rium.
l’insolito carattere monumentale di quegli
altorilievi; dall’altro, il fatto che anche in
quelli, come negli altri esempi di scultura
fenicio-punica di Sardegna, siano documen-
tati sostanzialmente tre stili: egittizzante (il
personaggio che era scolpito sulla testata del
tramezzo in una tomba a camera sulcitana,
non più tarda del sec. VI a.C.), grecizzante
(personaggio, barbuto, scolpito in una parete
di tomba a camera tardopunica di Monte
Sirai) e “semitico” (testa di tipo “orrido”
scolpita nel soffitto di una tomba a camera di
Monte Sirai, databile al sec. VI a.C. circa).
Quanto alle pitture figurate, va detto
subito che anche in Sardegna queste sono
molto rare, tanto che, per ora, se ne
conoscono due soli esempi, entrambi scoper-
ti in tombe a camera tardopuniche della una fascia con motivo decorativo a scac-
necropoli di Tuvixeddu, a Cagliari. Una ditali chiera, dentro la quale è dipinta una triade
tombe è nota col nome di “tomba dell’Ureo”, betilica. Ai lati di ogni nicchia dovevano
perché presenta nel mezzo di una fascia dip- trovarsi due figure antropomorfe, purtroppo
inta alla sommità della parete di fondo, un scomparse, tranne una che rappresnta un per-
Ureo alato, fra palmette e fiori di loto, men- sonaggio maschile barbuto, stante, semi-
tre alle due estremità della stessa fascia dip- nudo, con un panno svolazzante attorno ai
inta, presso gli angoli, sono due maschere fianchi, elmo crestato di tipo greco e giavel-
“orride”. lotto nella mano destra levata nell’atto di
Anche la sommità delle pareti destra e vibrare un colpo contro un nemico (a quanto
sinistra, è dipinta, ma solo con una serie di pare, non raffigurato).
palmette e fiori di loto. Benché lo stile della figura antropomorfa
L’eleganza della figurazione e l’abilità sia ancora legato alle convenzioni dell’arte
con la quale è stata resa, fanno di questa pit- arcaica, la tipologia del combattente e l’in-
tura un pregevole documento della storia del- sieme della decorazione dipendono chiara-
l’arte fenicio-punica in Sardegna, nel quale mente dall’arte greca e consentono di datare
appaiono armoniosamente fusi motivi icono- tutto il complesso al sec. 1Vli! a.C., anche se
grafici e decorativi greci ed egizi. il suo livello artistico appare alquanto inferi-
L’altra tomba, presenta, al sommo delle ore a quello della tomba “dell’Ureo”.
pareti una specie di festone composto di
motivi decorativi a spirale (oggi piuttosto
evanescenti) e sostenuto da pilastri (o
colonne?) con capitelli a volute. Inoltre, nel Fig. 228. Amuleto egizio, in pietra dura verde, a corpo
umano e lesta di leonessa raffigurante la dea Sekh,net.
mezzo della parete di fondo e delle due later-
Cagliari, Museo Nazionale.
ali, è una nicchia quadrata, incorniciata da

244
Fig. 229. Amuleti in avorio. Sassari, Museo Nazionale. I Bo vide retrospicienle; 2 Figura femminile da Tharros; 3 Figu-
ra femminile da Tharros; 4 Protome di Bes; 5 Bes da Tharros.

246
Comuque, è evidente che quei due soli esem-
plari rappresentano una documentazione
troppo incompleta perché si possa tentar di
tracciare un profilo, sia pur schematico e
sommario, della pittura parietale
feniciopunica.
È bene osservare invece, dal punto di vista
tecnico, come le pitture della seconda tomba
sian state realizzate direttamente sulla roccia
biancastra delle pareti; mentre, nella tomba
“dell’Ureo”, una parte delle pitture utilizza
un sottofondo d’intonaco bianco.
Molto più interessanti sono però le
osservazioni che si possono fare sui colori
usati e specialmente sull’iconografia dei due
compessi dipinti. Difficilmente infatti si può
ritenere puramente casuale o suggerito da
preferenze estetiche l’uso quasi esclusivo del
color rosso in ambiente funerario; dato che il
rosso è il colore del sangue e quindi della
vita, che la magia si sforzava di restituire in
qualche modo al defunto. Anche all’azzurro
Fig. 230. Tharros, necropoli. Statuina di Osiride. Sec. 111
(presente, sia pur scarsamente, nella tomba a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
“del Combattente”) doveva esser attribuito
un valore magico, per noi imprecisabile ma pra” e di sei pertinenti al “mondo di sotto”
intuibile osservando come varie tonalità di nella struttura semitica dell’universo. Ed è
quel colore si trovino su amuleti egizi importante notare la valenza escatologica di
(immagini divine smaltate in azzurro) e puni- quelle espressioni divine, fra le quali spicca,
ci (mascherine di pasta vitrea). perché unica superstite, quella del “Combat-
Ma certo più importante della magia dei tente” nel quale è facile riconoscere Sid: il
colori doveva essere quella delle presenze divino liberatore dell’uomo da ogni male,
divine, assicurate da pitture aniconiche ed evidentemente non solo durante la vita, ma
iconiche. anche dopo la morte di lui.
Le prime sono quelle che, nella tomba Meno ricca di valenze mistiche, ma non
“del Combattente”, presentano una triade meno eloquente illustrazione dello sforzo
betilica ripetuta tre volte: fatto certo non teso ad assicurare al defunto un’efficace pro-
casuale, in ambiente funerario, ove nulla è tezione contro il male, è l’iconografia delle
lasciato al caso e tanto meno è privo di signi- pitture scoperte nella tomba “dell’Ureo”. In
ficato. Per convincersene basterà ricordare queste infatti domina l’aspetto deterrente
che, in quella tomba, ai nove betili raggrup- della magia: le maschere demoniache
pati in tre triadi, si aggiungevano certamente “orride” del repertorio fenicio-punico, desti-
sei immagini divine antropomorfe raggrup- nate a respingere i demoni servendosi del
pate in tre coppie ai lati delle nicchie: in principio magico secondo cui “similia sim-
totale quindici espressioni della divinità, ilibus curantur” ed il divino cobra del reper-
quante erano quelle invocate da Annibale nel torio egizio, metamorfosi dell’occhio di Ra,
suo giuramento, con la menzione di nove divenuto invincibile distruttore delle forze
persone divine pertinenti al “mondo di so- malvage soprannaturali.
247
Fig. 231. Elemento di collana in oro. Sassari, Museo Nazionale

Fig. 232. Elemento terminale in oro, da Tharros. Cagliari, Museo Na- Fig. 233. Elemento di collana in oro. Sassa-
zionale. ri, Museo Nazionale.

248
Fig. 235. Pendaglio aureo, mutilo, lavorato a sbalzo e
laminazione, con immagine divina femminile, da Tharros
(VII-IV sec. a.C.). Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 234. Pendaglio aureo, lavorato a laminazione e sbal-
zo, con immagine divina femminile, da Tharros (VII-IV
sec. a.C.). Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 236. Castone di anello aureo (VII-VI sec. aC.). Cagliari,Museo Nazionale.

249
Fig. 237. Orecchino aureo dacarain a shal zo e
grana/azione, da Thanos (VII-VI sec. a. C.). Sassari,
Museo Nazionale.

Fig. 238. Astuccio per filatterio, lavorato a laminazione e
sbalzo, con i,nrnagine divina femminile. Databile fra il
sec. VII e il VI a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 239. Braccialetto aureo, decorato a sbalzo e granu-
lazione, da Tharros. Sulla lamina maggiore figura /o
scarabeo so/are a lesta di falcone (VII-VI sec, a. C.).
Cagliari, Museo Nazionale.

250 Fig. 240. Co/lana in oro e corniola, da Tharros. (VII-VI
sec. a. C). Cagliari, Museo Nazionale.
I’ig. 241. Tharros. Castone aureo di anello con occhio di Fig. 242. Tharros. Licinenio di bracciale aureo decorato
Rà. Cagliari, Museo Nazionale. con l’occhio di Rà. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 243. Sulci. Scarabeo in diaspro verde. Sulla base, figura maschile alata impugnante una lancia. Sec. V-IV a. C.
San! ‘Antioco, Collezione Biggio.

252
Fig. 244. Tharros. Scarabeo in diaspro verde montato in Fig. 245. Tharros. Scarabeo in diaspro verde montato in
oro. Su/la base Iside e Horus. Sec. V-IV a. C. Cagliari, oro. Sulla base Iside. Sec. V-i V a. C. Cagliari, Museo
Museo Nazionale. Nazionale.

Ma oltre la protezione contro i mali
ultraterreni ed i mezzi per rinascere a nuova
vita nella sede dei trapassati, l’uomo fenicio-
punico attendeva dalla magia anche il neces-
sario all’esistenza quotidiana di quella parte
spirituale di sé che, insieme con il suo corpo,

Fig. 246. Tharros. Necropoli di Capo S. Marco. Statuina di
persona divina femminile (iconografia egittizzante. Sec. IV
a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

253
Fig. 247. Karali. Bes policromo da tomba (li Via is Ma-
glias. Terracotta. Sec. III a. C. Cagliari, Museo
Nazionale.

Fig. 248. Tharros, necropoli. Figura divina femminile con
disco sul petto. Sec. VI a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

Fig. 249. Tharros, necropoli. Figurina di divinità in aspet-
to femminile. Sec. V!V a.C. Cagliari, Museo Nazionale.

254 Fig. 250. Iside che allatta Horo, bronzo da Tharros. (i VIll
sec, a. C.). Cagliari, Museo Nazionale.
avrebbe avuto sede nella tomba: l’anima lucerne) che, più o meno abbondante, si nota
inferiore. A quell’esistenza infatti (anche se dentro tutte le tombe fenicio-puniche, anche
ridotta ad una forma umbratile) occorrevano in Sardegna.
cibi, bevande e luce, che si riteneva di poter Quei prodotti, aggiungendosi a quelli che
assicurare magicamente, deponendoli accan- si trovano nei luoghi di culto (specialmente
to al defunto, al momento della sepoltura, nei tephalim e, in generale, nelle cisterne
affinché il “doppio” invisibile di lui (cioè sacre) e dentro le abitazioni, ci forniscono
appunto l’anima inferiore) si servisse dei loro una documentazione talmente ampia da con-
“doppi” invisibili. sentirci di tracciare, nelle pagine seguenti, un
Questo spiega la presenza dei prodotti profilo sia pur breve e schematico, di quella
della ceramica vascolare comune d’uso che fu la ceramica fenicio-punica in Sardeg-
domestico (specialmente, ma non esclusiva- na.
mente, anfore, brocche, tazze, piatti e La ceramica fenicio-punica nell’Occi-

Fig. 251. Monte Sirai, necropoli. Interno di tonba a camera con loculi e pilastro dotato di Segno di Tanit rovesciato.

256
dente mediterraneo prende le mosse dalla in modo da ottenere il rivestimento parziale o
ceramica fenicia orientale. totale del vaso. Talora si ha l’uso della stecca
Conseguentemente la più antica ceramica che conferisce un aspetto lucido all’ingub-
vascolare fenicia di Sardegna si presenta evo- biatura.
luta nella tecnica, nella forma e nella deco- In età tardo punica si hanno anche rari
razioe, mentre si manifesta meno evoluta nel- esempi di ceramica smaltata.
l’impasto e nello spessore. La decorazione cromatica tende ad
La ceramica fenicio-punica, in generale, è estinguersi con l’età arcaica.
lavorata al tornio; tuttavia in epoca tarda, sia Il sec. V a.C. sembra presentare uno iato
in Nord Africa sia in Sardegna si presentano in questo tipo di decorazione.
manufatti di ceramica vascolare punici Nel sec. IV a.C. si assiste al ritorno della
modellati a mano. pittura con colori più smorti.
In quest’ultimo caso può invocarsi Tuttavia il repertorio decorativo si amplia
l’intervento dell’ambiente indigeno, che, pur e, pur contemplando i motivi lineari, si hanno
avendo assimilato le tipologie ceramiche clementi fitomorfi ed eccezionalmente, figu-
puniche, le riproduce utilizzando la primor- rati. Nel museo di Cagliari, fra i materiali dei
diale tecnica della modellatura a mano. Si vecchi scavi si trova un’anfora, che sul collo
tratta di forme vascolari estremamente fun- presenta una testa umana di scorcio, di
zionali, quali le tazze e le lucerne a barchet-
ta, che caratterizzano la vita domestica in
ambito rurale.
Possiamo definire già evoluta la forma dei
vasi fenici individuati nei più antichi contesti
occidentali, sia per la maturità formale ditali
prodotti, evidente, ad esempio, nella snellez-
za delle brocchette biconiche a bocca circo-
lare o trilobata o delle brocchette con orlo a
fungo, sia per la notevole funzionalità delle
varie forme.
Infine definiamo assai evoluta la
decorazione della ceramica vascolare fenicia,
per la vasta gamma di soluzioni adottate
attraverso l’utilizzo di mezzi cromatici e
plastici.
La decorazione cromatica si realizza con
le due tecniche della pittura e dell’ingub-
biatura.
La prima prevede, in età arcaica, un
rigoroso patrimonio decorativo geometrico,
costituito in prevalenza da bande rettilinee
brune e bianche (talora da tremuli), stese
sulla superficie del vaso mediante un pennel-
lo.
L’ingubbiatura consiste nella stesura di un
Fig. 252. Su/ci, necropoli. Altorilievo in trachite rappre-
velo di argilla finissima, generalmente col- sentante un demone egittizzante. Da una tomba a camera
orata, all’esterno del vaso, mediante l’im- ipogeica. Sec. VI a. C. circa. Cagliari, Museo Nazionale.
mersione del recipiente nell’argilla liquida,

257
influenza ellenistica. A Sulci si è rinvenuto mente diffusa in età tardo-punica; si hanno in
un piatto con le figure di pesci, imitante i quest’ultimo periodo testine muliebri all’at-
“piatti da pesce” a figure rosse di produzione tacco dell’ansa con l’orlo o all’imposta del
ateniese e italiota. manico sul ventre, o protorni zoomorfe sui
A Senorbi, infine, si è trovato un vaso a “kernoi” (o lucerne multiple).
due anse, tardopunico, che presenta una È nota anche un decorazione plastica non
decorazione dipinta che alterna motivi vege- figurata (ad es. anse tortili).
tali a motivi architettonici (capitello a Una categoria a parte delle ceramiche
volute). plastiche, devono essere considerati i vasi
La decorazione plastica è presente con antropomorfi, quale il vaso funerario da
certezza sin dall’epoca arcaica (ad esempio Tharros, con elementi sessuali femminili
la lucerna multipla con ariete e testine fortemente accentuati.
muliebri di profilo da Sulci) ma è maggior- Anche il colore infine può assumere valori

Fig. 253. Monte Sirai. Interno di tomba a camera con loculi e rilievo figurato.

258
Si tratta di un modesto forno dotato di una
cavità mediana, destinata ad ospitare il
fuoco, sormontata da una cupoletta. All’in-
terno, su appositi ripiani, collocati a diversa
altezza, dovevano essere sistemati i vasi a
seconda del diverso gradiente termico, neces-
sario alla loro cottura.
La cronologia della ceramica fenici-punica
in Sardegna può essere articolata in tre
epoche:
a) epoca arcaica, riferita alla coloniz-
zazione fenicia ed ai primordi del dominio
cartaginese (sec. VITI-fine VI a.C.);
b) epoca di transizione (sec. V a.C.), che
partecipa delle tecniche e delle forme sia del
periodo arcaico, sia dell’epoca tarda. La
difficoltà di inquadramento dei materiali
Fig. 254. Karali. Necropoli di Tuvixeddu. Statuetta di cane,
guardiano de//a tomba Sec. II! a. C.). Terracotta. Cagliari, vascolari di questa epoca dipende dal carat-
Museo Nazionale. tere ibrido dei suoi prodotti che possono
tenacemente conservare elementi arcaici o
plastici come nel caso dei vasi a beccuccio preannunziare la divulgazione di caratteris-
decorati da occhi. tiche della produzione più tarda.
L’impasto e lo spessore della ceramica c) epoca tarda (sec. 1V-Il a.C.),
fenicia più arcaica della Sardegna presentano
invece caratteristiche di minore evoluzione,
probabilmente per il ruolo svolto dalle prime
cave d’argilla sfruttate per la ceramica locale.
In generale gli impasti sono grossolani e,
conseguentemente, lo spessore delle
ceramiche appare notevole.
In prosieguo di tempo si assiste ad un pro-
gessivo raffinamento degli impasti e ad un
assottigliamento delle pareti dei vasi che
tendono ad assumere, alla percussione, una
sonorità quasi metallica.
Tuttavia la produzione vascolare più
modesta mantiene, ancora in età tardo puni-
ca, la caratteristica di impasto grossolano, in
specie negli ambiti rurali, dove più vivaci
risultano i fenomeni d’integrazione sardo-
punica.
In Sardegna non sono stati ancora individ-
uati torni riferibili al periodo fenicio-punico,
mentre è stato rivelato dall’archeologia un
forno da vasaio a San Sperate. Fig. 255. Rilievo fittile con figura silenica, da Tharros.
Il forno è assai simile alla tipologia dei
forni rinvenuti a Cartagine.
259
Fig. 256. 1 Forme vascolari feniciopuniche.

260
Fig. 257. 11 Forme vascolari fenicio.puniche.

261
Fig. 258. III Forme vascolari feniciopuniche.

262
corrispondente all’epoca tardo punica ed alla
I fase sardo punica, che giunge a metà circa
del sec. IT a.C.
Dopo questa data la produzione vascolare
punica può, in linea generale, considerarsi
conclusa, benché siano note alcune
eccezioni, quali le urne cinerarie di età flavia
della necropoli del fossato, nelle fortifi-
cazioni settentrionali di Tharros. Tali urne
presentano la caratteristica decorazione puni-
ca a fasce rosse anulari, che risulta estranea
alla coeva produzione ceramica romana.
Gli scavi più recenti, operati in Sardegna,
hanno restituito una grande messe di cerami-
che fenicio-puniche, provviste di puntuali
dati di contesto che consentono un inquadra-
mento cronologico, seppure approssimativo, Fig. 259. Su/ci, Tophet. Urna cineraria fenicia con dico-
razione geometrica. Sec. VIII a. C. Cagliari, Museo
anche della numerosa serie di vasi acquisita Nazionale.
in scavi ottocenteschi o di questo secolo e
purtroppo priva di elementi contestuali.
Tuttavia, sia nel caso dei più recenti
rinvenimenti, sia, a maggior ragione, nel caso
dei trovamenti ottocenteschi, la determi-
nazione dellacronologia assoluta dei vasi
fenicio-punici deve essere effettuata con cri-
teri prudenziali.
Benché alcuni scavi abbiano consentito os-
servazioni di cronologia relativa (quali, ad
esempio, quelli della necropoli del Carmine
ad Assemini, dove le tombe tardo-repubbli-
cane erano sovrapposte alle sepolture tardo-
puniche) ed altri abbiano restituito l’associ-
azione di ceramiche fenicie con vasi etruschi
o greci (Sulci, Bithia, Monte Sirai, Othoca,
Tharros) o di vasi punici con materiale
ceramico attico (Karali, Nora, Bithia, Sulci,
Monte Sirai, Monte Luna, Othoca e Tharros)
e, conseguentemente, sia stato possibile
determinare una datazione estremamente
precisa dei singoli esemplari fenici o punici
rinvenuti, tuttavia per estendere tale cro-
nologia al tipo sarebbe necessario disporre di
dati statistici che siamo ben lontani dal
possedere. Fig. 260. Senorbì, necropoli punica di M. Luna. Anfora
In definitiva chi scrive ritiene che, allo dipinta a inotivifitomorfi. Sec. IV a. C. Cagliari, Museo
stato degli studi, la datazione di tipi ceramici Nazionale.
feniciopunici, ove non esistano dei dati

263
Fig. 261. Sulcis. Brocca con orlo a fungo. Sec. VII-VI Fig. 262. Sulcis. Brocca con orlo trilobato. Sec. VII-VI
a.C. Cagliari Museo Nazionale a.C. Cagliari Museo Nazionale

Fig. 263. Sulci. Askòs a forma di volatile. Sec. VII-VI a. Fig. 264. Karali, necropoli di Tuvixeddu. Askòs configu-
C. Cagliari, Museo Nazionale. rato ad equino. Sec. IV a. C. Cagliari, Museo Nazionale.

264
inoppugnabili sull’epoca in cui l’esemplare
vascolare è stato prodotto, sia opportuno
definirla nell’arco del doppio secolo.
Tale criterio prudenziale deve essere
suggerito non solo dall’anzidetta carenza di
dati statistici ma anche dal generale conser-
vatorismo della produzione vascolare punica,
ancor più notevole in una provincia qual’era
la Sardegna. Le categorie della ceramica
feniciopunica in
Sardegna sono state prese in considerazione
solo occasionalmente, mentre gli studiosi
hanno affrontato il problema delle categorie
della ceramica punica.
Resta fondamentale l’opera di P. Cintas,
“Céramique Punique” del 1950. A.M. Bisi ha
presentato nel suo volume “Ceramica Puni-
ca” del 1970 un interessante tentativo di
inquadramento dei prodotti vascolari punici.
Il prospetto che noi presentiamo, pur
valendo per il mondo punico in generale, è
basato prevalentemente sul materiale rin-
venuto in Sardegna.
Il nostro prospetto comprende quindici ca-
tegorie, a loro volta suddivise in tipi, sottotipi
ed, eventualmente, in varianti.
Riteniamo opportuno sottolineare l’esigen-
za di utilizzare per la definizione delle cate-
gorie vascolari puniche una terminologia
basata su elementi lessicali comuni della lin-
gua italiana (ad esempio, “tazza”, “brocca”,
“marmitta”), ovvero ormai assunti dalla lin-
gua italiana prendendoli dal mondo classico
(“anfora”, “olla”), essendo sconosciute le
specifiche denominazioni semitiche dei vasi.
L’uso divulgato di termini greci (kylix,
oinochoe, stamnos ecc.) per definire la
ceramica punica, non appare giustificato se
non nei casi in cui l’oggetto sia chiaramente
di origine greca e non si possa denominare
altrimenti (ad esempio kernos).

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268
Capitolo VI

Tecnica
e artigianato

Completeremo ora la presentazione della appartiene al tipo 132 (a due corolle di petali)
civiltà fenicio-punica in Sardegna, noto anche a Cipro (Curium, Amatunte,
considerandone alcuni aspetti squisitamente Salamina, Algolemi), Rodi (Lindos), Sidone,
tecnici. Più precisamente, esamineremo la Caere o Vulci e in Andalusia.
produzione dei bronzi non figurati, l’arti- Gli esemplari di Tadasuni e di Bithia non
gianato del piombo, quello del ferro e le tec- possono assegnarsi ad una tipologia determi-
niche edilizie. nata a causa del loro stato frammentario.
La datazione dei torcieri sardi va posta tra la
BRONZI NON FIGURATI fine del sec. VIII a.C. e la prima metà de! VII.
L’esemplare di Othoca (?) era forse un
La bronzistica fenicia e punica non figura- arredo cultuale di un santuario cui poteva
ta è documentata in Sardegna da un’ampia appartenere un thirniaterion, presente nella
serie di manufatti. stessa collezione privata e dato come prove-
Al periodo delle prime fondazioni urbane niente da S. Giusta.
nell’isola risalgono i torcieri fenicio-ciprioti I! thimiaterion (alto cm. 29) si costituisce
noti sia in contesto fenicio (Bithia, Othoca di un supporto troncoconico a base espansa
[?], in coli, privata), sia in ambito indigeno su cui si innesta una colonnina vuota interna-
(S. Vittoria di Serri, S’Uraki di S. Vero Milis, mente, dotata di due corolle di petali; sulla
Tadasuni). colonnina si imposta una coppa bassa, a
Si tratta di un tipo di supporto per lucerne fondo esterno convesso, provvista di bordo a
dotate di peduncolo o per fiaccole, costituito tesa ed orletto rialzato. La coppetta, detinata
da una parte superiore a tripode rovesciato ad accogleire materiale combustibile e l’in-
inserita in un cilindro cavo, destinato, censo o altra assenza profumata, è provvista
generalmente, ad essere poggiato su un sup- di un coperchio a calotta sferica, traforato da
porto ligneo e decorato da corolle di petali quattro ordini di fori triangolari e dotato alla
pendenti in numero vario. sommità di una protome taurina.
L’Almagro Gorbea, che ha stabilito una ti- Lo straordinario bronzo è raffrontabile
pologia per questo genere di manufatti, asse- con thimiareria vicino-orientali, ciprioti e di
gna gli esemplari di S. Vero Milis e S. Vitto- area spagnola.
ria di Serri al tipo 133 (a tre corolle di petali), L’esemplare più prossimo è quello di
confrontabili con i consimili bronzi di Càstulo nella penisola iberica, provvisto di
Siviglia (?) e Cipro; il torciere di Othoca (?) un coperchio traforato, ornato, probabil-

269
mente, da un toro accosciato; tuttavia il thi- tripoclini, quattro lucernine, quattro cucchi-
iniaterion di Càstub, arricchito da tre animali aini, due coltellini, una bipenne, un disco e
sul bordo della coppa, è ritenuto opera di un cerchiello, di evidente natura votiva.
ispirazione fenicia, prodotta in Spagna. Il thi- In misura notevolmente minore, tali
iniaterion di Santa Giusta sembrerebbe oggetti si rinvennero nel tophet di Tharros
invece d’importazione fenicia. dove abbiamo un tripodino ed alcune lam-
La datazione del pezzo, in mancanza del pade e piattini.
contesto, può porsi intorno alla prima metà I confronti più stretti, per questo genere
del sec. VII a.C., analogamente all’esemplare di materiali, si individuano nella necropoli
di Càstulo. cart a ginese di S. Monica, in tombe del IV
Un altro manufatto eneo fenicio, rinvenu- secolo, dove tuttavia il metallo utilizzato è il
to in contesto indigeno, è il bacile di S. Anas- ferro, e nel tophet di Sousse, dove è docu-
tasia di Sardara. Si tratta di un calderone, mentata tutta la serie dei manufatti plumbei
legato alla bollitura delle carni, dotato di due norensi, in con testo tardopunico e
anse decorate da boccioli di loto. I raffronti romanorepubblicano.
istituibili con analoghi esemplari, esportati Lo sfruttamento delle ricche miniere di
dai Fenici in area iberica, etrusca e greca, piombo argentifero della Sardegna, in età
consentono di assegnare il bacile di Sardara punica, se non fenicia, come potrebbe
al periodo orientalizzante antico, intorno alla attestare il già citato pane di piombo da
fine del sec. VIII a. C.. Monastir con il segno Zayn inciso, comportò
Bronzi di produzione locale possono inoltre l’utilizzo del piombo per scopi mera-
essere stati i numerosi specchi di forma mente funzionali, quali la realizzazione di
quadrata o circolare rinvenuti nelle necropoli grappe per il restauro di oggetti vascolari di
di Tharros, Othoca, Karali, Senorbì e Olbia. grandi dimensioni o per la legatura a coda di
Nelle necropoli di Othoca, Olbia, Senorbì rondine di blocchi squadrati in strutture
e S. Sperate si sono rinvenuti anche strigili in isodome, la produzione di urne cinerarie
bronzo, ma vi è il dubbio che, in alcuni casi, (Sulci, Olbia, Tharos), o di piccoli con-
si tratti di deposizioni tardo-repubblicane in tenitori di cosmetici (Karali, Tharros).
tombe puniche. Eccezionale risulta il gettone da commer-
Lasciando da parte le armi e le armature in cio o sigillo plumbeo da Sulci del sec. III
bronzo (elmi e schinieri da Sulci, una panoplia a.C., che reca in rilievo ma a caratteri roves-
da Tharros), in quanto elementi di impor- ciati, su un lato, il nome divino Baal ‘/lddir,
tazione greca, si dovranno individuare come sull’altro “Hay”, “Quanto è vero”, a
probabili produzioni locali i modesti anelli ed garanzia, probabilmente, di una transazione
orecchini enei, così come le grappe, i chiodi, commerciale.
gli ami e gli altri elementi comuni in bronzo.
ARTIGIANATO DEL FERRO
ARTIGIANATO DEL PIOMBO Lo sfruttamento delle risorse metallifere
Le testimonianze più significative dell’Isola da parte dei Fenici e Punici in
dell’artigianato in piombo della Sardegna Sardegna è documentabile da una serie di
punica provengono dai tephatiin di Nora e elementi (principalmente il rinvenimento di
Tharros. ceramiche puniche nei pozzi minerari). Per
A Nora nel 1890 gli scavi di F. Nissardi quel che concerne la siderurgia si deve notare
posero in luce il tophet, evidenziato da una la precoce presenza cartaginese nella valle di
mareggita dell’anno precedente. Nelle urne Antas, nel Monti Ferru, presso Cornus, ed in
fittili erano contenuti quarantasei manufatti altre aree della Sardegna, caratterizzate da
plumbei costituiti da ventisette piattelli, sci miniere di ferro.

270
Si hanno spade a lingua da presa con lama
retta a doppio taglio (sette esemplari a Thar
ros, un esemplare a Bithia), pugnali a lama
triangolare appiattita e lungo codolo (attesta-
ti a Bithia, Tharros [nove esemplari] e Otho-
ca), punte e puntali di lancia: le punte presen-
tano una forma triangolare allungata con ner-
vatura centrale (foglia di lauro) ed immani-
catura a cannone; i puntali hanno forma con-
ica allungata con immanicatura a cannone.
Autori dell’Ottocento riferiscono il rinveni-
mento di entrambi gli elementi (punta e pun-
tale) in una stessa tomba con l’asta lignea
carbonizzata nel corso del rito della cre-
mazione. Sono documentati a Tharros (venti-
nove esemplari), Bithia e Othoca.
Rinvenimenti minori di armi in ferro si
hanno dalle necropoli di Pani Loriga, Monte
Sirai (fase punica) e Karali (fase punica).
La scarsità di armi in ferro nelle tombe
fenicio-uniche (nord africane, iberiche e sici-
liane) è stata posta in relazione con una
proibizione rituale.
Tuttavia la relativa frequenza di rinveni-
menti di armi in ferro nelle necropoli fenicie
di Sardegna, documenta una situazione nel-
l’isola differente dalle altre aree fenicio-
puniche.
Alcuni autori hanno sostenuto l’impor-
Fig. 265. Nora. Piccolo tripode in piombo dal Tophet. Sec’. tazione in Sardegna di armi in ferro dai centri
1/I a. C. Cagliari, Museo Nazionale.
dell’Etruria meridionale; sembrerebbe più
La lavorazione del ferro nei centri punici verosimile, invece, ammettere la produzione in
dell’Isola è documentata dalla individu- Sardegna delle numerose armi in ferro, apparte-
azione di una modesta fonderia a Monte Sirai nenti a tipologie diffuse in area mediterranea
e dal nflvenimento di scorie di fusione del durante l’età orientalizzante ed arcaica.
ferro in numerosi centri fenicio-punici Altri elementi in ferro sono le punte di
(Bithia, Neapolis, Tharros, Othoca, Cornus, freccia e di giavellotto, di carattere votivo dal
SenorbìMonte Luna etc.). tempio di Sid AddirSardus Pater ad Antas, gli
Benché alcuni rari elementi in ferro siano strigili delle necropoli di Karali, M. Luna,
noti nella cultura nuragica sin dal Bronzo Tharros, Othoca, Olbia, almeno in parte
Finale e dalla successiva prima Età del Ferro, romani, e gli strumenti d’uso artigianale e
risulta chiarito che la divulgazione dei prodotti agricolo da S. Andrea Frius, Terralba, Sill,
in ferro in Sardegna è da attribuirsi ai Fenici. per i quali però non si ha la certezza della
In sepolture fenicie del sec. VII-VI a.C. di effettiva pertinenza al periodo punico.
Bithia, Tharros (Capo S. Marco e S. Giovan-
ni di Sinis), Othoca, si sono rinvenute TECNICHE EDILIZIE
numerose armi in ferro di varia tipologia. Le tecniche edilizie utilizzate dai Fenici e

271
Punici, sono tecniche di origine orientale, nell’acropoli del Monte Sirai), anche se in
sviluppatesi comunque in Occidente. vari casi potrebbe ipotizzarsi un elevato in
L’esame di questi procedimenti tecnici pietrame di modeste dimensioni, cementato
verrà qui di seguito compiuto in rapporto alle con malta di fango.
architetture ed alle opere di ingegneria in cui Lo zoccolo, più largo rispetto all’elevato,
vennero applicate. era normalmente realizzato con pietre di
Nell’edilizia privata della Sardegna medie dimensioni, rinzeppate da scaglie
feniciopunica, sono individuabili i seguenti lapidee e connesse con argilla o malta di
tipi di strutture edilizie. fango. Talvolta erano utilizzate, per rin-
forzare questa struttura di base delle pietre di
Muri in mattoni crudi grandi dimensioni, che possono presentarsi
Si tratta di strutture murarie costituite da anche come subsquadrate.
mattoni d’argilla impastati con una scarsa
quantità di paglia e cotti al sole. Le dimen- Muri a telaio e a pseudotelaio
sioni di questi mattoni variano tra i 20/25 cm I muri a telaio (o a pilastri), identificabili
di lunghezza, i 15 cm di larghezza ed i 7 cm. con l’opus africanum dei Romani, sono cos-
di spessore. tituiti da una serie di pilastri lapidei che
I muri costituiti da filari di questi mattoni, armano una struttura in pietrame bruto.
connessi con malta di fango, possono essere A causa della loro robustezza non era
impostati sul terreno vergine ovvero su uno necessario che sorgessero da uno zoccolo ma
zoccolo di pietrame. erano impostati sul terreno vergine.
Questa tecnica edilizia è attestata dall’età I muri a telaio sono caratterizzati da pilas-
arcaica fino a quella tardo-punica (esempi a tri dotati di una regolarità intrinseca (blocchi
Nora, Karali, S. Vero Milis [S’Uraki]) e, squadrati) e disposti ad intervalli costanti.
successivamente, come sopravvivenza di tec- Un esempio tipico di questa struttura è os-
nica artigianale punica, in età romano-repub- servabile in una abitazione localizzata nel
blicana (Karali e Cabras-S. Salvatore di settore sud-orientale di Nora. Il muro a telaio
Sinis) ed imperiale (Karali-Villa di Tigellio) non sembra si possa datare nel mondo puni-
perdurando in età medievale e moderna. co ad epoca più antica del sec. V a.C.: il
L’attestazione più arcaica è costituita da primo esempio noto è costituito da una delle
un’abitazione del settore sud-orientale di cortine più recenti delle fortificazioni di
Nora, che presentando una successione Mozia, pertinente al sec. V a.C. In Sardegna
stratigrafica evidente, ha consentito una pun- la tecnica a telaio è documentata in età tardo-
tualizzazione cronologica. punica ma si divulga, in particolar modo, nel
L’abitazione presentava, infatti, quattro periodo sardopunico nella variante a
strati, dall’alto verso il basso, di età antonini- pseudotelaio (esempi a Nora e Tharros), in
ana, augustea, sardopunica ed infine arcaica, cui i pilastri sono disposti ad intervalli irrego-
riportabile attdrno al sec. Vili a.C. In lari.
quest’ultimo strato, si è evidenziato un muro I blocchi squadrati (o subsquadrati) dei
di mattoni crudi fondato sul suolo vergine. telai sono usualmente di arenaria o di calcare,
La rarità delle attestazioni di muri in più facilmente lavorabili delle roccie vul-
mattoni crudi è in rapporto, indubbiamente, caniche.
alla difficoltà di conservazione del muro di Lo spessore di queste murature
fango. generalmente può calcolarsi in circa mezzo
La frequente utilizzazione di questa tecni- metro, corrispondente ad un cubito, che,
ca può postularsi in base alla uniforme altez- come abbiamo visto, era utilizzato dai
za degli zoccoli delle abitazioni (ad esempio Cartaginesi nella variante egiziana (m. 0,525)

272
o, meno frequentemente, nella variante ben connesse tra di loro, cementate con
babilonese (m. 0,509). Spessori maggiori si malta di fango (muro a pareti differenziate).
riportano alla stessa misura base, moltiplica- Esempi di questa tecnica edilizia sono attes-
ta per numeri interi o frazionari. tati a Monte Sirai (torre di NE del mastio) e
Nelle strutture murarie private prevale ad Antas (struttura del tempio tardopunico).
dunque, come si è detto, lo spessore di un Le fondazioni erano costituite da pietre
cubito ad eccezione, però dei casi in cui meno regolari delle strutture murarie e
furono riutilizzati materiale edilizi di rispetto a quelle avevano uno spessore mag-
costruzioni preesistenti; ad esempio blocchi giore, costituendo all’incontro del muro la
squadrati, dotati di uno spessore superiore “risega di fondazione”.
all’unità di misura lineare. Le fondazioni potevano poggiare sul
Come elemento legante dei muri è utiliz- suolo vergine ovvero su un letto di roccia
zata la malta di fango che, una volta dissec- spianato. I piani di posa punici non sono
cata, assume una eccezionale resistenza. creati mediante escavazione (caratteristica
E probabile che tale tipo di legante sia del mondo ellenico), bensì con integrazione
stato utilizzato anche per le coperture. delle depressioni del banco roccioso, attra-
La documentazione letteraria e artistica, verso la stesura di strati di piccole pietre.
analizzata in sede di studio architettonico, I letti di posa costruiti solo eccezional-
attesta la conoscenza delle coperture ogivali mente sono utilizzati in ambito greco, ad
nel mondo punico. In taluni casi (ad esempio esempio in alcuni tratti del Castello Eurialo
nel sacello originario del tempio di Demetra a Siracusa, evidentemente per influsso del-
e Core, a Terreseu di Narcao) si è verificata l’ingegneria cartaginese.
l’esistenza dell’imposta di una copertura I pavimenti sono realizzati con l’utilizzo
consimile, realizzata con pietrame cementato di varie tecniche.
da una tenacissima malta di fango. Il tipo più semplice è costituito da un
La conoscenza, da parte dei Punici, della battuto d’argilla, pressato intenzionalmente
copertura a tegole (laterizi a margini rialzati ovvero formato dall’uso.
e coppi) può dedursi dall’utilizzo di embrici Si hanno anche pavimenti in calce e
in due tombe del sec. IV a.C. a Villaspeciosa, pietrisco, documentati ad esempio nel sacel-
recentemente scoperte. lo del tempio di Antas (fase tardo punica).
Tuttavia il mancato rinvenimento di I pavimenti più eleganti sono quelli in
quest’ultimo tipo di copertura anche nel caso cocciopesto, probabilmente identificabili,
di abitati punici privi di riadattamenti con nei pavimenta punica della tradizione letter-
tecncihe edilizie romane, come quello di aria romana.
Monte Sirai, induce a credere che le coper- Questi pavimenti, formati da tritume di
ture più frequenti dovessero essere a terrazzo ceramica e calce, paiono derivare da model-
piano, formato da un ordito di travi e di tav- li di tradizione alessandrina ma vennero
ole impeciate ed, eventualmente, intonacate. acquisiti dai Romani forse attraverso la
I muri dovevano essere, ugualmente, mediazione punica.
intonacati o rivestiti da materiale deperibile In taluni casi, queste pavimentazioni
(tessuto o legno). erano arricchite da tesserine bianche che
La superficie dei muri poteva essere formavano motivi decorativi di carattere
omogenea al resto della struttura ovvero religioso.
risultare dalla coesione di pareti differenzi- In Sardegna possiamo citare per il tipo
ate, dunque formate da un settore esterno in più semplice di cocciopesto, la pavimen-
materiale lapideo di grandi o medie dimen- tazione del sacello del tempio di Capo S.
sioni e da un settore interno in pietre piccole Marco a Tharros, mentre, per i motivi deco-

273
rativi, i pavimenti di abitazioni di Sulci dell’ingresso all’acropoli di M. Sirai.
(Segno di Tanit) e di Karali (Segno di Tanit, Queste strutture, formate da grandi bloc-
caduceo, simbolo astrale apicato). In chi subsquadrati, alternati a blocchi poligo-
quest’ultima località i pavimenti si nali, rinzeppati da pietre più piccole, sono
riferiscono ad età sardopunica. ammorsate alla roccia naturale del Monte
Non si hanno ancora attestazioni, nella Sirai.
Sardegna punica, di mosaici del tipo L’utilizzo dei blocchi squadrati prevale in
documentato in un frammento a Kerkouane età tardo-punica. L’esempio più tipico di
e in pregevoli esempi della casa dei mosaici questa tecnica è costituito dal basamento
a Mozia, riportabili probabilmente alla fine della Torre dell’Elefante di Cagliari, identifi-
del sec. V a.C. cato da chi scrive nel rudere di un’imponente
Nell’edilizia religiosa si verifica l’appli- fortificazione cartaginese a blocchi squadrati
cazione delle tecniche riscontrate nel- e bugnati, riutilizzato nel Medioevo per la
l’edilizia domestica. costruzione della Torre pisana, come
Ad esempio il muro a pareti differenziate dimostrano i divesi tipi di risega usati dall’ar-
è attestato nel sacello del tophet di Monte chitetto Capula in rapporto allo stato di con-
Sirai. servazione della fortificazione preesistente.
In generale, tuttavia, l’esigenza di decoro Questa fortificazione si riporta alla fine del
degli edifici religiosi induceva all’utilizzo di sec. IV a.C., ovvero agli inizi del sec. III. La
blocchi di pietra più robusti rispetto a quelli connessione tra i vari blocchi poteva essere
in uso nelle costruzioni private. assicurata da grappe di piombo o bronzo
Nell’architettura religiosa ma soprattutto colate in appositi incavi. Tale uso è ben attes-
in quella funeraria, è nota una tecnica edilizia tato nel basamento della torre semicircolare
particolare, costituita dal taglio della roccia tardopunica di Tharros. Infine ricordiamo tra
per realizzare camere funerarie (necropoli i tipi di struttura utilizzati dai Cartaginesi
varie), canali (Porto Pino), strutture templari nelle opere militari i muri c.d. “a casematte
(tempio a pianta semitica e tempio delle cieche” o “a cassoni”.
semicolonne doriche a Tharros). Si tratta di due paramenti murari di un
L’edilizia militare (documentata, in cubito di spessore posti a distanza variabile
particolar modo, a M. Sirai, Sulci e Tharros (da m. i fino a m. 4) l’uno dall’altro e raccor-
ma anche nei sistemi fortificati interni) pre- dati fra loro da muretti trasversali.
senta caratteri diversi dall’edilizia privata e Lo spazio vuoto che si creava era
religiosa. accuratamente riempito da pietre di medie e
La più antica tecnica prevede l’uso di piccole dimensioni, disposte in modo da
grandi blocchi bruti, poligonali o subsqua- evitare la formazione di pericolosi vuoti;
drati, disposti con accuratezza a formare cor- infine con una modesta quantità di terra si
tine murarie. colmavano gli interstizi tra pietra e pietra.
A Tharros, nelle fortificazioni settentrion- La struttura muraria così realizzata oltre ad
ali degli inizi del sec. V a.C., si ha un duplice assicurare con l’elevato spessore una robusta
paramento con l’utilizzo all’esterno di bloc- difesa, disponeva di una notevole elasticità,
chi poligonali in basalto, arricchiti per una determinata dal tipo e dal modo di riempi-
pura ricerca cromatica, da alcuni conci in mento delle “casematte”, che consentiva di
arenaria, mentre il paramento interno è for- resistere alle sollecitazioni violente delle
mato da pietrame di medie dimensioni, macchine belliche, in particolare degli arieti.
cementato con malta di fango. Lo spessore di L’esempio tipico di questa struttura è
questa cortina è di circa m. 3. costituito dal muro di NO del mastio di
Al sec. VII a.C. sono pertinenti le mura Monte Sirai (sec. VII a.C.).

274
Conclusioni

Dopo aver analizzato, sia pur sesso le rivelano impostate su due divesi
sommariamente, il mondo fenicio-punico di modi di concepire l’uomo ed i suoi rapporti
Sardegna, nel suo divenire storico e nei suoi con il mondo “di sotto” (cioè la realtà mate-
aspetti culturali, è ora il momento di tentarne riale e visibile) e quello “di sopra” (cioè la
una valutazione globale, nella sua fisionomia realtà spirituale ed invisibile).
generale e nei caratteri essenziali della sua Tale giudizio scaturisce dalla valutazione
civiltà, sforzandoci d’intendere la posizione obiettiva dei caratteri essenziali della civiltà
in cui venne a trovarsi nei confronti del fenicio-punica, rivelatici dall’attento esame
mondo protosardo e di quello romano, con i di tutte le sue espressioni, non solamente
quali venne in contatto nell’isola e, final- artistiche, artigianali e tecniche, ma anche
mente, d’individuare quello che fu il con- epigrafiche ed istituzionali nel senso più lato
tributo fenicio-punico alla evoluzione delle del termine. Quei caratteri essenziali, che
genti protosarde verso forme di civiltà stori- ovviamente si distinguono in positivi e nega-
ca. tivi, possono essere così formulati:
In primo luogo va detto che la documenta- I) funzionalità assoluta e costante, che
zione archeologica acquisita fino ad oggi, ar- portò sempre ad una produzione tecnica-
ricchendo enormemente il complesso delle mente valida, ma esteticamente modesta
notizie (in realtà molto scarne) forniteci dalle (esempi, la ceramica vascolare, l’ingegneria
fonti letterarie antiche e permettendo di militare e le tecniche edilizie), tranne quando
conoscere il mondo fenicio-punico di la funzione del manufatto ne esigeva l’alto
Sardegna anche attraverso una grande quan- live!lo artistico (es. i gioielli). Da questo
tità di dati da lui stesso trasmessi, conferma carattere positivo generale, derivano quelli
la valutazione di chi ha visto sempre nella negativi della
civiltà fenicio-punica qualcosa di profonda- a) insensibilità per la simmetria, nell’ar-
mente diverso da quella classica. chitettura (chiari esempi sono offerti dalla
Infatti, pur riconoscendo l’evidente influs- planimetria delle abitazioni e dei luoghi di
so della civiltà greca su quella fenicio-punica culto);
nelle arti figurative, specialmente a partire b) insensibilità per il realismo e per l’ar-
dal sec. IV a.C., è ormai assolutamente monia delle forme nella scultura, general-
impossibile considerare l’una come dipen- mente attenta solo alla funzione che dove-
dente dall’altra nella sua fisionomia generale, vano assolvere i suoi prodotti e non alla
perché gli elementi di giudizio in nostro pos- piacevolezza del loro aspetto esteriore (esem-

275
pi tipici sono la statua di culto trovata nel anche favorito dalla spiritualità fenicio-puni-
sacello del mastio a Monte Sirai, che doveva ca. Tale fenomeno fu attenuato ma non
solo esser facilmente trasportabile con la annullato dall’influsso greco, come dimostra
tenda sacra e facilmente riconoscibile come la costante e frequente presenza dei betili
pertinente al culto di una persona divina fem- durante tutta la storia della civiltà fenicio-
minile, e gli ex-voto di Bithia, che dovevano punica in Sardegna);
solo indicare inequivocabilmente la parte del
corpo di cui si riteneva di aver ottenuto la 6) conservatorismo molto accentuato,
guarigione); sia quello ideologico, nelle istituzioni civili e
c) insensibilità per il movimento delle religiose; sia quello tecnico, tipologico e
forme nello spazio, che dette come risultato stilistico nei manufatti (esempi significativi
abituale una produzione di figure statiche (es. gli ex voto tardopunici ma di tipo e stile anti-
le immagini divine nelle stele votive nei te- chissimi a Bithia; la persistenza dello stile
phatim). Uniche eccezioni furono la già ci- egizio in architettura e scultura e di tecniche
tata figura di Sid combattente in una tomba tipicamente orientali nell’edilizia);
karalitana (chiaramente prodotta sotto l’in-
flusso dell’arte greca) e i due rilievi tharrensi 7) assenza di enfasi encomiastica sia
noti come “Danza sacra” e “Combattente che nell’architettura (che manca di costruzioni
abbatte un mostro alato”, nei quali è eviden- onorane per i vivi o per i morti) sia nella scul-
temente presente una diversa sensibilità artis- tura (che ignora i ritratti, le statue onorarie ed
tica, di origine protosarda); i rilievi storico-narrativi), sia nell’epigrafia
(che non documenta alcun’esaltazione del-
2) preferenza per le arti “minori”, che l’individuo umano paragonabile a quelle
ebbe come conseguenza la scarsa monumen- trasmesseci dall’epigrafia classica).
talità della scultura fenicio-punica anche in È interessante notare che un’attenuazione
Sardegna, dove però il fenomeno appare atte- di questo carattere si ebbe solo nella pro-
nuato, probabilmente per influsso dell’arte duzione punica di età romana (epigrafi neo-
monumentale protosarda, oggi ben do- puniche e mausoleo di “Sa Tribuna” a Sulci),
cumentata anche nella scultura in pietra; cioè del tempo in cui nel mondo fenicio
punico di Sardegna cominciavano ad infil-
3) visione disegnativa della forma, che trarsi idee e modi di vita che nulla avevano a
favorì, nella scultura in pietra, la produzione che vedere con l’originaria civiltà dei coloni
di rilievi molto bassi e di figurazioni ottenute semitici.
per “cavata” o addirittura per incisione, a
scapito specialmente della produzione di Basterà confrontare questi caratteri essen-
opere a tutto tondo; ziali con quelli della civiltà classica, per ren-
dersi conto della posizione irriducibilmente
4) gusto decorativo spiccato, che si antitetica in cui il mondo fenicio-punico si
espresse per mezzo sia della linea (esempi trovava nei confronti del mondo classico,
nell’oreficeria e nella coroplastica) sia del anche in Sardegna. Né poteva esser diversa-
colore (esempi, i balsahiari e le collane di mente, dato che la civiltà fenicia si era for-
pasta vitrea policroma); mata in epoca molto più antica di quelle clas-
siche, era espressione di un popolo di diversa
5) tendenza spiccata all’aniconismo origine ed era frutto di stratificazioni etniche
(fenomeno determinato, come abbiamo visto, e culturali in gran parte estranee sia al mondo
dalle condizioni dell’ambiente di vita origi- greco sia a quello romano.
nario nelle regioni subdesertiche ma certo Diversa, ma meno lontana rispetto a quel-

276
la fenicio-punica, era anche la civiltà proto- Finalmente, non si deve dimenticare che,
sarda, genuina espressione di quel mondo con la colonizzazione fenicio-punica, sfocia-
mediterraneo preindoeuropeo e presemitico ta nell’integrazione fra il mondo etnico-cul-
incontrato dai pastori nomadi semitici al loro turale protosardo e quello fenicio-punico,
ingresso nella regione siro-libanese, quando entrarono e si diffusero in Sardegna l’orga-
vi giunsero verso la fine del IV millennio nizzazione urbana, il primo sistema di
a.C.; mondo dal quale essi presero, come amministrazione statale, l’uso di abitazioni a
abbiamo visto, la formula socio-politico- pianta quadrilatera con più vani differenziati
edilizia della città ed il culto per la grande nella loro utilizzazione, nuove ed evolute tec-
coppia divina fertilistica: Ashtart e Adon. E niche edilizie, un’economia aperta, di tipo
fu certo il culto per quella coppia divina, cittadino prima e nazionale poi, la moneta, la
praticato dai Protosardi, uno degli elementi scrittura alfabetica e, nel campo della cultura
psicologici che, cessata la fase conflittuale spirituale, una delle più alte espressioni del
caratterizzata dalla espansione territoriale fe- pensiero religioso elaborate dall’umanità.
nicia e dalla conquista armata punica, favori-
rono l’integrazione sardopunica.

277
278
Appendice topografica

ABBASANTA (OR) viduato un insediamento tardo-punico, documen-
tato dalla ceramica (in particolare anfore commer-
Il complesso nuragico del Losa presenta una ciali).
cinta muraria a difesa del villaggio dotata di due Inedito (ricerche R. Zucca).
porte a vestibolo realizzate secondo un impianto
planimetrico circolare e riportabile ad influenza
fenicia del VII sec. a.C. In età punica si costituisce ALGHERO (SS)
un villaggio, erede del precedente insediamento
protostorico. I materiali rinvenuti comprendono La frequentazione fenicia della costa nord occi-
oltre a ceramica uno scaraboide di diaspro verde. dentale sarda è chiaramente documentata dal rin-
Manufatti vascolari punici si raccolsero nella venimento, nel secolo scorso nel nuraghe
tomba dei giganti di Chirighiddu agli inizi del Flumenelongu, presso la rada di Porto Conte, di un
secolo. bronzetto frammentario rappresentante una figura
Nel territorio di Abbasanta sono stati scoperti maschile gradiente in atto di benedizione,
due ripostigli di monete sardo-puniche, andati verosimilmente una divinità; il bronzetto è un pro-
dispersi. dotto della toreutica siro-libanese dello scorcio del
A. TARAMELLI, in “Notizie degli scavi di an II millennio a.C. Forse alla mediazione di Fenici
tichità”, 1916, p. 249; S.M. CECCHINI, Iri- dell’Iberia si deve l’arrivo di asce a tallone con uno
trovamentifeniciepunici in Sardegna, Roma 1969 o due occhielli laterali di produzione iberica delgi
(CECCHINI); p. 19. F. BARRECA, LaSardegna inizi del I millennio a.C., rinvenute in un riposti-
eiFenici, AA.VV., Ichnussa, Milano 1981 (BAR- glio presso il medesimo nuraghe Flumenelongu.
RECA, Fenici), p. 389. Infine E. Contu ha attribuito ad un artigianato
nuragico con influenza fenicia tre stele figurate
dalla località Lazzaretto, riportabili all’Vili sec.
ALA’ DEI SARDI (SS) a.C. La principale testimonianza dell’insediamen-
to punico nel territorio di Alghero è costituita dalla
Si sono avuti rinvenimenti di monete puniche. vasta necropoli di S. Imbenia, a rito misto, con pre-
P. BASOLI, Il problema dell’età fenicio puni- valenza di cremazioni. Le deposizioni di incinera-
ca, AA.VV., Il Monte Acuto, s.l. 1984; p. 45. ti all’interno di urne fittili erano collocate nei locu-
li cubici in calcare, dotati di una risega per la lastra
di copertura.
ALBAGIARA (OR) In alcuni casi delle stele (tra cui una ad edicola
con un betilo caratteristicamente punico) contras-
Nell’area del centro nuragico di S. Luxiori, segnavano le deposizioni.
situato al piede della Giara di Gesturi, è stato indi- A giudizio di G. Lilliu le più antiche sepolture

279
non oltrepasserebbero il li sec. a.C. antica di arenaria) e Gutturu ‘e Flumini. Più inter-
CECCHINI, pp. 20-1, 45; ni risultano i centri di Santu Antini, prossimo al
F. LO SCHIAVO, Il primo millennio avanti Monte Arcuentu, e di Genn ‘e Gruxi, che ha resti-
Cristo, AA.VV., La Provincia di Sassari, Sassari tuito monete puniche, ceramica attica a vernice ne-
1983, p. 39. ra di IV sec. a.C. e numerose Kernophoroi, connes-
se ad un sacello di Demetra e Core (ricerche di
M.A. Mongiu e T. Agus).
ALLA! (OR) L’area circostante la rada di Funtanazza, chiusa
a settentrione da un promontorio che ha conserva-
Nel territorio di Allai fu rinvenuta nel secolo to nella toponomastica un nome divino punico
scorso una tomba con una moneta punica ed una (Punta Maimoni), ha rivelato infine altri documen-
corniola che presentava la figura di una offerente. ti di tip punico; la tomba dei giganti di Funtanazza
CECCHINI, p. 21. venne utilizzata in età punica come dimostrano le
monete e le ceramiche rinvenute.
CECCHINI, p. 24; F. BARRECA,
ARBOREA (OR) L’insediamentopunico, AA.VV., Diocesi diAles
Usellus - Torralba, Cagliari 1975 (BARRECA,
I lavori di bonifica nel territorio dell’allora Insediamento punico) p. 57.
Mussolinia di Sardegna individuarono intorno al
1930 una necropoli punica in località S’Ungroni.
I materiali provenienti dalla suddetta località ARITZO (NU)
sono costituiti da ceramica tardo punica, vaghi di
collane in pasta vitrea, monete di zecca di Sicilia In un ripostiglio di materiali vari, tra cui un pu-
(?) (fine IV - inizi III sec. a.C.) e da un singolare gnaletto ad elsa gammata di artigianato nuragico,
askòs configurato a busto di fanciullo di età elleni- si rinvennero circa quattrocento monete puniche.
stica. CECCHINI, p. 24.
R. ZUCCA et alii, Neapolis et il suo territo-
rio,
Oristano 1986 (in preparazione). ARZACHENA (SS)

Lo scavo del nuraghe Albucciu ha rivelato, in
ARBUS (CA) strati nuragici del VII-VI sec. a.C., la presenza di
vaghi di collana in pasta vitrea attribuiti ad
Una tradizione storiografica assai radicata negli artigianato fenicio.
studi sardi poneva il Sardopatoros ieron di Tolo- CECCHINI, p. 24.
meo (III, 3, 2) nel territorio di Arbus, più precisa-
mente sul promontorio de La Frasca.
Benché la identificazione di un tempio di Sid ASSEMINI (CA)
Addir - Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore)
abbia convinto la maggior parte delgi studiosi a Nelle località di Cuccuru Macciorri, nell’area
riconoscervi il Tempio attestato nelle fonti classi- dell’attuale abitato, si individuò negli anni sessan-
che, tuttavia un sacello rettangolare (m. 12 x 10), ta una necropoli tardo-punica con tombe a cassone
costruito in blocchi di arenaria e pezzame minore costituite da lastre di pietra.
connesso con malta di fango, è stato riconosciuto I materiali rinvenuti comprendevano ceramiche
nel 1967 sul Capo ‘della Frasca. puniche ed attiche a vernice nera di IV sec. a.C.
Il materiale ceramico punico rinvenuto in super- F. BARRECA, La Sardegna fenicia e punica,
ficie ha consentito insieme alle tecniche edilizie Sassari 1979 pp. 57, 61, 153, (BARRECA).
l’inquadramento cronologico-culturale del tempio.
Insediamenti punici, gradualmente legati all’at-
tività pescatoria, sono stati riconosciuti nelle loca- ASUNI (OR)
lità costiere di Porto Pistis (presso una grande cava

280
Alla sommità del rilievo di S. Giovanni, presso monete) e di importazione attica (le kythoi aribal-
la periferia occidentale di Asuni, si è identificato liche a figure rosse).
un complesso fortificato punico, insediatosi sui Altri insediamenti punici sono stati individuati
resti di un villaggio nuragico. Il complesso proteg- in località Bangius (monete sardo-puniche), Bau
geva una via di penetrazione alla Barbagia, lungo Marcusa (tombe a fossa con corredo costituito da
la vallata del Rio Noedda. ceramiche puniche e da un guttus a vernice nera di
F. BARRECA, Archeologia fenicio-punica in produzione laziale del III sec. a.C.), Riu Tuvulu
Sardegna, Atti del I Congresso Internazionale di (ceramiche e monete puniche).
Studi fenici e punici, Roma 1983 (BARRECA, CECCHINI, p. 26.
Archeologia) p. 303.

BAULADU (OR)
BALLAO (CA)
Presso il complesso nuragico di S. Lorenzo, in
Sul colle allungato di Palastaris, dominante il agro di Bauladu, è stato individuato un modesto
vicino Flumendosa, presso l’attuale centro di Bal- abitato punico, riportabile, in base alla ceramica di
lao è stata individuata una fortezza punica superficie, ad epoca tardopunica.
attribuibile, probabilmente al V sec. a.C. Inedito (ricerche R. Zucca).
Nella località di S. Chiara, non lungi dal tempio
a pozzo nuragico di Funtana Coberta, si rinvenne-
ro agli inizi del secolo monete puniche. BOLOTANA (NU)
CECCHINI, p. 25; F. BARRECA, Lefortifica-
zioni fenicio-puniche in Sardegna, Atti del I Con- In località Spinalba si rinvenne un ripostiglio di
vegno Nazionale di Studi sul Vicino Oriente Anti- monete sardo-puniche. Nel 1976 fu scoperto in lo-
co, Roma 1978 (BARRECA, Fortificazioni), p. calità Mularza Noa di Badde Salighes, lungo la
125. strada di comunicazione tra la Campeda e la valle
del Tirso, un forte punico, dotato di una serie mul-
tipla di linee di di difesa. In queste strutture milita-
BARESSA (OR) ri è applicata la cremagliera, il sistema di torri di
fiancheggiamento e, per il rinforzo delle mura, le
Nella località Codinas si sviluppò un insedia- “casematte” cieche. La tecnica edilizia suggerisce
mento punico documentato dalla ceramica sia di una datazione intorno al V sec. a.C..
produzione punica, sia di fabbrica attica a figure CECCHINI, p. 31; BARRECA, Fortificazioni,
rosse del sec. V a.C. pp. 12324, fig. 35.
A S. Maria Atzeni, nell’ambito di una necropo-
li tardo repubblicana, si ebbe una patera a vernice
nera con iscrizione neopunica ed una lucerna di BONORVA (SS)
tradizione punica.
G. LILLIU, in “Notizie degli Scavi di Antichi- In località S. Simeone furono individuate dal
tà”, 1940, p. 252, n. 1; CECCHINI, p. 25. Lamarmora, nel secolo scorso, “vestigia di abita-
zioni antiche”.
Le ricerche effettuate nella stessa area dal Lil-
BARUMINI (CA) liu e dallo scrivente hanno consentito di documen-
tare l’esistenza di una fortezza punica, a pianta
Nell’area del complesso del Su Nuraxi di Baru- trapezoidale, articolata in un settore occidentale
mini si sviluppò a partire dal V sec. a.C. un villag- (acropoli) ed in uno orientale (abitato civile).
gio indigeno punicizzato, come documentano il L’Acropoli, provvista di una porta “a tenaglia”,
perpetuarsi della tipologia abitativa pluricellulare, conteneva un grande mastio rettangolare. La tecni-
di ispirazione semitica, ma già accolto dagli indi- ca edilizia (blocchi basaltici poligonali, lavorati ta-
geni sin dal VII sec. a.C., ed i manufatti di produ- lora a bugnato) consente di riportare la fortezza ad
zione punica (ceramiche, matrici per pani sacri, età punica arcaica (V sec. a.C.).

281
Dalla località Cadreas provengono monete necropoli romana, in base ai frequenti rinvenimen-
puniche in oro e bronzo, derivate da contesti tom- ti di monete puniche ed alla scoperta, nell’Ottocen-
bali. to, di uno scarabeo i cornalina e di un amuleto egit-
CECCHINI, p. 32; BARRECA, Fortificazioni, tizzante.
p. 123, fig. 34. G.S. SPANO, Memoria sopra l’antica
Cattedrale di Galtelì e scoperte archeologiche fat-
tesi nell ‘isola in tutto l’anno 1872, Cagliari 1873,
BONNANARO (SS) p. 23; CECCHINI, p. 32.

In località Malis, presso il nuraghe omonimo, si
scoprirono agli inizi del secolo ceramiche e mone-
te puniche. BUDDUSÒ (SS)
G. CALVIA in Archivio Storico Sardo, 4, 1908,
p. 230; CECCHINI, p. 31, ma in realtà Borutta (v.) Dal nuraghe Isalle derivano vaghi di collana in
pasta vitrea, probabilmente di produzione punica.
CECCHINI, p. 33.
BORTIGALI (NU)
282
Presso il nuraghe Luzzana fu recuperato uno
Scarabeo di grandi dimensioni, non datato e anda- BUGGERRU (CA)
to
disperso. In località Grugua lesplorazione topografica
CECCHINI, p. 32. del 1967 ha evidenziato un banco di roccia
accuratamente tagliato ed integrato da blocchi
sbozzati, confrontabile con l’altare arcaico del
BORUTTA (SS) tophet di Su Carduliflu (Bithia). Sul suolo si rin-
vennero ceramiche puniche.
Nell’area circostante la Cattedrale di S. Pietro BARRECA, p. 75.
di Sorres si individuarono varie monete puniche.
CECCHINI, p. 31.
BULTEI (SS)

Dalla regione di Salarò provengono due vasi
BOSA (NU) fittili contenenti, complessivamente, 292 monete
Sardopuniche ad eccezione di due esemplari di
La città antica di Bosa, menzionata in Tolomeo zecca cartaginese.
(III, 3, 7) all’interno dell’isola e neIl’Itinerarium CECCHINI, p. 33.
Antonini lungo la strada occidentale a Tibulas Sul-
cis, era localizzata sulla riva sinistra del Temo, a
circa 3 Km. a monte della foce. BUSACHI (OR)
Il rinvenimento nel secolo scorso di un fram-
mento epigrafico (CIS 162), riferito al IX sec. a.C., A. Taramelli, nel corso delle sue ricerche
implica almeno la frequentazione del sito da parte nell’area delle domus de Janas di Campu Maiore,
dei Fenici a tale livello cronologico. rinvenne monete puniche.
Un secondo brevissimo frammento di iscrizio- CECCHINI, p. 60.
ne (CIS 163) non consente puntualizzazioni di
ordine cronologico.
La localizzazione dell’eventuale originario
insediamento fenicio è sconosciuta, mentre il cen- CABRAS (OR)
tro cartaginese deve, probabilmente, localizzarsi
nell’area di S. Pietro dove è ubicato l’abitato e la THA RROS

282
ginale del sec. XV, e quindi ci conserva una versio-
Tharros è semplicemente menzionata, fra i geo- ne dell’avvenimento più antica di quella fornitaci
grafi, dall’Anonimo Ravennate e Guidone, mentre dal Fara, colloca nel 1056 anziché nel 1052 l’arri-
aggiungono misure relative alla sua ubicazione To- vo dei Navarresi a Tharros. quanto all’epigrafia,
lomeo e l’itinerario di Antonino. Più precisamente, bisogna premettere che questa è rappresentata da
da Tolomeo si ricava che la città di Tharros era ubi- documenti greci, punici, latini e latinopunici.
cata a 30° 20’ di longitudine ed a 37° 20’ di lati- I documenti greci sono limitati a due epigrafi
tudine; mentre l’Itinerario di Antonino ci informa funerarie (una delle quali è oggi perduta) databili
che Tharros distava 18 miglia da Cornus e 12 Da al sec. III a.C. circa e dalle quali è possibile ricava-
Othoca. re solo una generica e scontata notizia relativa alla
Fra i grammatici, lo Pseudo Probo e Mario Plo- presenza di Greci in città durante quel secolo.
zio Sacerdote si limitano anche essi a semplici L’epigrafia fenicio-punica, certo più rappresen-
menzioni di Tharros, occasionate dal desiderio di tata (una ventina di titoli fra pubblicati e inediti),
osservare che il nome della città è sempre di nume- non appare però molto più illuminante ai tini stori-
ro plurale. ci.
Lo Pseudo Probo però precisa anche di aver let- Si tratta infatti, nella maggior parte dei casi, di
to il nome di Tharros in Sallustio, inducendo così brevi epigrafi funerarie o di frammenti che conser-
più d’uno a ritenere che lo storico di Amiternum vano pochi caratteri alfabetici che, alla lettura, non
citasse Tharros nel brano delle sue Historiae (giun- danno senso compiuto.
to a noi mutilo) nel quale faceva menzione di alcu- Meritano però di esser citate, per la storia delle
ne città della Sardegna assediate da M. Emilio istituzioni, l’epigrafe funeraria di uno scriba, una
Lepido, console nel 77 a.C., fedele al partito dedica a Tanit rinvenuta nel tophet ed un’epigrafe
mariano, e poi sconfitto dal propretore sillano del- dedicatoria a Melqart che documenta, per la Thar-
l’Isola, L. Valerio Triario. ros del sec. Ill-Il a.C., il culto prestato a quella per-
Purtroppo è questa l’unica notizia di una vicen- sona divina e la magistratura cittadina, tipicamen-
da storica relativa a Tharros, fornitaci, sia pure in- te punica, dei sufeti.
direttamente, dai teti letterari dell’antichità classi- L’epigrafia latina conserva sicura menzione di
ca. Tharros e dei suoi abitanti in tre titoli, ai quali deb-
Né di alcuna vicenda relativa a Tharros è paro- bono aggiungersene altri due, frammentari, ove la
la nei testi storici bizantini di Giorgio di Cipro e menzione è solo una plausibile ipotesi.
Leone Sapiente che, nominando la città con A quegli scarni documenti, si è aggiunto
l’appellativo di Kastron, ci lasciano intendere solo recentemente un certo numero di invocazioni reli-
che, al loro tempo, questa era fortificata e sede di giose, redatte in caratteri latini ma in lingua puni-
guarnigione. ca, da me riconosciute nel santuario ipogeico di
Comunque, non è del tutto privo d’interesse il Marte e Venere a S. Salvatore di Cabras.
fatto che presso Giorgio di Cipro si trovi anche il Si tratta della parola punica RUFÙ (cura, guari-
nome Sines, che sarebbe eguale a Sinis e, secondo sci) dipinta più volte, in nero e da mani diverse, su-
vari autori, indicherebbe la diocesi di Tharros. gli intonaci costantiniani del santuario, facendo
Qualche utile menzione storica della città appa- uso di caratteri latini riuniti in nesso: RF.
re invece in opere più tarde e precisamente nella Da quelle invocazioni si ricavano interessanti
Cronaca di Mahmoud-Ebn-Djobair, che la vide nel deduzioni non solo sulla natura salutifera della
1183 e ne parla come di città morta, e negli scritti divinità cui erano rivolte, ma anche sulla persisten-
dell’erudito F. Fara, del sec. XVI, il quale ci infor- za della lingua punica fra le popolazioni
ma di un ripopolamento del sito ormai abbandona- sardopunichedel retroterra tharrense.
to, avvenuto nel 1052 ad opera dei Navarresi qui- Come si vede, le fonti letterarie ed epigrafiche
dati dalla figlia del loro re e del definitivo abban- in nostro possesso sono troppo scarse e generiche
dono di Tharros avvenuto attorno al 1070. per consentirci da sole di tracciare una storia di
La stessa notizia del ripopolamento navarrese Tharros.
appare nel manoscritto Sanjust, del sec. XVI, Esse però integrano, con l’aggiunta di qualche
conservato nella Biblioteca Comulae di Cagliari. notizia particolare, la storia della città che possia-
Il manoscritto però, che è un apografo di un ori- mo ricostruire analizzando attentamente i dati,

283
ormai non troppo scarsi, forniti dai ruderi degli A quei due positivi fattori naturali, se ne può
edifici e dai prodotti di arte e artigianato, che scavi anzi aggiungere un terzo, debole perché ostacolato
sistemtici ed altre scoperte di varia origine hanno dagli altri due ma pur degno di menzione: la cor-
riportato alla luce a Tharros e nel suo territorio. rente marina che, in tempi determinati, risale la
La città di Tharros sorgeva in quella parte costa occidentale sarda provenendo dall’Africa.
costiera della Sardegna occidentale che oggi si Una tale situazione geografica, eccezionalmen-
chiama Sinis, a circa Km. 20 da Oristano. te favorevole, si combina con la non meno favore-
Più precisamente, il sito della città antica corri- vole topografia della penisoletta di Tharros, lunga
sponde all’estremità meridionale del Sinis: una circa Km. 2,750, larga non più di m. 700, con
piccola penisola che chiude a nord-ovest il Golfo un’altitudine massima di m. 58 s.m., ed articolata
di Oristano, termina con il Capo S. Marco ed è in due bassi istmi e tre alture, che non superano i
parzialmente occupata dall’attuale villaggio di S. m. 58 sul livello del mare: da nord a sud la collina
Giovanni. di Muru Mannu, quella di S. Giovanni ed il Capo
Parallelamente alla costa occidentale del Sinis S. Marco.
ed a breve distanza da questa, corre una catena di La composizione geologica del sito (strati di
basse colline che congiunge il Capo S. Marco, a marna e di calcare marnoso, coperti da altri di are-
sud, con il Capo Mannu, a nord. Ad oriente di naria e di basalto) consentiva sia gli adattamenti
quella catena collinare, si stende una vasta e ferti- del suolo per le esigenze umane sia l’utilizzazione
le zona pianeggiante, disseminata di stagni e lagu- di materiali edilizi idonei alla costruzione di un
ne, la più grande delle quali è la pescosa laguna di abitato.
Cabras (ha. 2000 circa), anticamente circondata da Finalmente, va tenuto presente che la
numerosi insediamenti umani. configurazione e la giacitura della penisoletta,
Le vie naturali che collegano il Capo S. Marco stretta e allungata da nord a sud, con alture dai
al retroterra sono due: quella orientale che sfrutta fianchi ripidi e talvolta a picco sul mare, ne con-
una specie di piatto istmo, fra le lagune di Cabras sentiva la facile difesa e lo sfruttamento per como-
e di Mistras, e quella settentrionale, che orla le di ancoraggi, in specchi d’acqua tranquilli, qualun-
pendici orientali della catena collinare, dirigendosi que vento spirasse.
verso il Capo Mannu e la laguna di Sa Marigosa. Giungendo a Tharros dal nord e quindi dopo
Importanti scoperte archeologiche avvenuto aver comunque percorso il Sinis, la presenza di un
lungo il percorso di quelle vie, dimostrano che insediamento antico è inizialmente rivelata da
entrambe erano utilizzate in epoca antica, metten- alcune tombe a camera ipogeica ancora visibili
do la penisoletta di Tharros in comunicazione non lungo la scogliera occidentale che immediatamen-
solo con i centri costieri (che forse erano raggiunti te precede l’istmo sabbioso della penisoletta.
preferibilmente via mare) ma anche con la pianura Stando alle notizie pervenuteci, quelle tombe
di Oristano e, di là, con le due grandi vie naturali sono databili al sec. 1V-Il! a.C.; tuttavia bisogna
di penetrazione, rappresentate dal Campidano tener presente che in quello stesso settore sono
(che, fiancheggiando il M. Arci con le sue cave di state scoperte anche tombe a fossa, delle quali
ossidiana, preziose in età preistorica, collega il almeno una conteneva un corredo funebre di cui
golfo di Oristano con quello di Cagliari) e dalla facevano parte brocchette con orlo a fungo databi-
valle del Tirso (che consente di raggiungere la li attorno al sec. VII a.C.
regione nuorese e di là, per le valli fluviali del Comunque, a tutt’oggi, le tombe arcaiche
Cedrino e dell’Isalba, scendere al Golfo di Orosei, rappresentano casi eccezionali in quella necropoli,
sulla costa orientale). che può definirsi sostanzialmente tardopunica.
Ma il sito ove sorse Tharros è collegato anche All’inizio dello stesso istmo sabbioso, ma nel
con le regioni d’oltre mare da due positivi fattori suo settore orientale, sorge la suggestiva chiesa di
naturali: la corrente marina, che dalle Isole Balea- S. Giovanni, frutto di un ampliamento di una chie-
ri raggiunge la Sardegna e scende poi lungo le sue sa del sec. VI, operato da monaci vittorini marsi-
coste occidentali verso l’Africa ed il soffio del gliesi el sec. XI.
vento maestrale, che, quando non è troppo forte, È interessante per l’archeologo notare come en-
favorisce la navigazione dalle Bocche del Rodano trambe le fasi edilizie medioevali siano state
al Golfo di Oristano. realizzate facendo larghissimo uso di blocchi squa-

284
drati provenienti da edifici della città antica, sepolti ma riconoscibili sotto la sabbia accumulata
presumibilmente databili ad epoca tardo-puncia e dal vento, i ruderi di una seconda linea fortificata,
romana repubblicana. realizzata a mezza costa, con andamento estovest
Proseguendo veso sud, si incontrano i ruderi di (quindi parallela alla prima) ed attraversata da una
un acquedotto, che portava a Tharros l’acqua di vi- grande porta “a tenaglia”.
cine sorgenti, forse immessavi utilizzando un siste- Finalmente, al piede della collina, affiorano sul
ma di none. piano di campagna i ruderi di una terza linea forti-
La struttura edilizia dell’acquedotto, costruito ficata, approssimativamente parallela alle prime
cementando con malta di calce laterizi e piccole due e formata da un muro preceduto da un largo
pietre squadrate di arenaria, lo dimostra sicura- fossato, oggi interrato ma anticamente certo invaso
mente pertinente al sec. Il-Ill d.C. e quindi alla dalle acque del mare, trovandosi sull’istmo a quota
piena età imperiale romana. 0.
L’aspetto dei ruderi oggi visibili è assai mode- Quel grande complesso fortificato, che trova il
sto, dato che la canalizzazione appare sostenuta da suo confronto più stringente in quello che proteg-
un muro pieno che emerge di poche decine di geva la stessa Cartagine, era ubicato davanti al trat-
centimetri dal piano di campagna; ma bisogna to settentrionale delle mura urbane e più precisa-
tener presente che tale altezza è documentata da un mente a circa m. 65 da queste, cui era collegto da
tratto conservato sulle pendici della collina di una cortina muraria rettilinea, costruita con la stes-
Muru Mannu, mentre è ovvio che la stessa canaliz- sa tecnica edilizia e che si sviluppava con anda-
zazione doveva superare la parte più depressa del- mento nordsud, lungo il margine orientale dello
l’istmo sostenuta da strutture assai più alte, proba- spazio intermedio.
bilmente rappresentate da archi. Più a sud, e preci- Presso l’angolo formato dall’incontro di quella
samente sulla collina di Muru Mannu, sono stati cortina muraria con il detto complesso fortificato,
recentemente scoperti e parzialmente scavati gli si trova il tophet, all’interno del quale sorgeva un
imponenti ruderi di un grande complesso di fortifi- sacello a pianta rettangolare, orientato sudnord.
cazioni, che proteggeva la città nel suo settore più Il tophet venne impiantato fra il sec. VIII ed il
vulnerabile: quello rivolto verso il retroterra. VII a.C. sull’area di un villaggio nuragico, di cui i
Tale complesso, databile al sec. V a.C. e quindi recenti scavi hanno messo in luce i ruderi pertinen-
agli inizi dell’epoca punica, era ispirato al princi- ti ad alcune capanne e ad una torre nuragica, più
pio della difesa in profondità mediante la creazio- tardi incorporata nelle struttur emilitari puniche.
ne di più linee fortificate, collegate fra loro in mo- Il più recente strato punico del tophet è databi-
do da impedirne l’aggiramento ed assicurare il le al sec. Ill-Il a.C., ma sopra di questo si conserva-
passaggio di uomini e rifornimenti dall’una all’al- no modeste strutture edilizie romane, a pianta qua-
tra linea. drilatera, parte delle quali è addossata alla cortina
Più precisamente, è oggi visibile, sulla vetta muraria orientale, che presenta chiari indizi di una
della collina, un grande fossato, delimitato a valle ricostruzione, egualmente databile all’età romana,
da un terrapieno di spalto, sostenuto da un muro di in considerazione del largo impiego di materiali
controscarpa realizzato mettendo in opera grandi edilizi punici riutilizzati e di calce usata come coe-
blocchi poligonali di basalto. sivo.
A monte, il fossato è delimitato dal rudere di Le mura urbane settentrionali (nelle quali si
una cortina muraria spessa circa m. 3,50, che aveva aprono una porta e tre postierle), si presentano
inizialmente un paramento esterno a blocchi oggi nella loro fase edilizia romana, che però è
poligonali basaltici (poi parzialmente sostituiti da sicuramente sovrapposta a quella punica arcaica,
altri di arenaria squadrata) ed era attraversata da individuata recentemente mediante un saggio di
due postierle, costruite con blocchi di arenaria scavo stratigrafico.
squadrata, messi in opera molto accuratamente. I ruderi di una torre semicircolare e di un tratto
Una terza postierla, di cui si conservano tracce di mura “a cremagliera”, costruite a blocchi squa-
presso la estremità orientale del fossato, consenti- drati in epoca tardo-punica (sec. IV-III a.C.), sono
va di salire da questo allo spalto oppure di uscire invece conservati sulle pendici settentrionali della
dal fossato steso e scendere lungo il fianco setten- collina ove sorge la torre spagnola di S. Giovanni
trionale della collina. Su questo, sono ancora (fine del sec. XVI) e sono certamente pertinenti ad

285
una cinta muraria che, partendo dalla vetta di que- ambulacri, uno dei quali fungeva da vestibolo.
sta collina, si spingeva verso nord, raggiungeva la Nonostante il mancato rinvenimento di
vetta della collina di Muru Mannu e di là doveva materiale mobile funzionalmente significativo,
piegare veso sud, seguendo la costa orientale della sembra comunque plausibile ipotesi che si tratti di
penisola tharrense. un’area sara di origine semitica, non solo per la
Dalla sommità della stessa collina ove sorge la presenza del pozzo, ma anche in considerazione
torre di S. Giovanni, doveva però scendere in linea del fatto che l’area doveva contenere un grosso
retta verso est, fino a raggiungere la scogliera, manufatto rettangolare, probabilmente interpreta-
un’altra cortina muraria, non ancora posta in luce bile come edicola, di cui è rimasta la traccia, sulla
dagli scavi, ma chiaramente individuabile sotto il parete di fondo del quadriportico, nell’asse media-
piano di campagna grazie alla presenza di un rial- no di questo; mentre, sul pavimento del vestibolo,
zo del terreno largo e fortemente allungato, di cui a destra e sinistra dell’ingresso, sono le tracce di
affiorano qua e là sul piano di campagna piccole due basi, pertinenti forse ad altre due edicole oppu-
pietre che sembrano pertinenti alla struttura inter- re a due imprecisabili oggetti di culto.
na di un manufatto edilizio arcaico. Un quarto luogo sacro si trovava ancora più a
L’area urbana racchiusa entro la cinta muraria sud, ove una scalinata monumentale conduceva, in
cui si è fatto cenno più sopra, è oggi documentata epoca romana imperiale, al gran podio di un tem-
sostanzialmente nel suo assetto romano di età pio che incorporava nelle sue favisse le strutture di
imperiale (sotto il quale però sono ben visibili un sacello punico e riutilizzava materiali edilizi re-
abbondanti elementi di etò romana repubblicana e canti incise due epigrafi votive parimenti puniche.
tardopunica) con vasti isolati delimitati da cardi- Il tutto non sembra risalire ad epoca anteriore al
nes e decumani. sec. V a.C.
In mezzo a quegli isolati spiccano i ruderi di A sud della torre di S. Giovanni, un secondo
quattro aree sacre non cristiane, almeno tre delle istmo percorso da una strada antica riconoscibile
quali ebbero sicuramente origine in epoca punica, per i solchi tracciati nel fondo roccioso dalle ruote
fra il sec. V ed il IV a.C. Più precisamente, oggi si dei carri, conduce al Capo S. Marco, le cui pendi-
può dire che sulla vetta della collina di Muru ci settentrionali ed orientali ospitano le tombe a
Mannu, non lontano dalla porta settentrionale della camera ipogeica di una grande necropoli arcaica,
cinta urbana, sorgeva un tempio di Demetra, con di origine fenicio-punica, ma utilizzata fino all’età
sacello tripartito e annessi locali di servizio, fonda- romana, come sembra indicare, fra l’altro, il rude-
to tra il sec. IV ed il III a.C. ma ricostruito in epoca re di un manufatto in opus coemenhicium, ritenuto
romana imperiale. pertinente ad un ustrinum.
Più a sud, nel settore della penisola dominato Da quella necropoli, scavata nel sec. XIX, pro-
ad ovest dalla torre spagnola di S. Giovanni e noto viene la maggior parte dei ricchi corredi funerari
col nome di “Convento vecchio”, sono i ruderi di con le celeberrime oreficerie, l’ormai famoso busto
un gran tempio punico a pianta rettangolare, il cui femminile di divinità noto come Tanit Gouin, i
sacello sorgeva sopra un basamento di roccia, coperchi di tombe a tetto e di cippi funerari thar-
decorato a rilievo con semicolonne doriche. rensi taluni con epigrafi puniche, conservati nei
Quel tempio ebbe origine forse nel sec. V a.C., Musei di Cagliari, Sassari e Londra.
ma nel sec. IV-III a.C. ricevette l’aspetto attuale e, La strada antica menzionata più sopra è ben
in epoca romana, subì una profonda trasformazio- visibile anche lungo le pendici orientali del Capo
ne edilizia che ne mutò completamente la planime- S. Marco, ove corre fra la necropoli e il mare.
tria. La stessa strada antica proseguiva lungo le pen-
L’area adiacente da sud al tempio predetto, ca- dici sud-orientali del Capo s. Marco fino a
ratterizzata da un vasto spazio approssimativamen- raggiungere il pianoro terminale, sul quale sorgo-
te quadrato, accessibile da est, ricavato nel fianco no, quasi al centro, i ruderi del nuraghe Baboe
roccioso del colle ed originariamente occupato da Cabitza e, sull’estremo ciglio occidentale, quelli
un quadriportico provvisto di un pozzo, appare di del sacello di un tempio fenicio-punico, fondato
difficile interpretazione, tanto più che, in età roma- attorno al sec. VII a. C.
na imperiale, gli intercolumni vennero occlusi per È interessante notare che tale sacello non
ottenere un vano mediano circondato da quattro presenta alcuna traccia di ricostruzione romana, ha

286
la pianta tripartita, è orientato a nord secondo i lune appaiono tipologicamente discostarsi dalla
canoni dell’architettura sacra fenici-punica rivelati produzione punica più corrente. Più notevoli
dalle scoperte sarde ma presenta, rispetto a quei appaiono le due categorie delle maschere e delle
canoni, la doppia anomalia di avere il penetrale cosidette potomi (in realtà, busti), fra le quali spic-
non gemmato e, per di più, costruito non dietro ma cano la maschera “orrida”, con tatuaggio, ed il già
a fianco del secondo vano, che venne utilizzato citato busto femminile noto come Tanit Gouin,
invece del penetrale come luogo ove collocare entrambi tipici della coroplastica punica e buoni
l’oggetto di culto (in questo caso, un betilo); men- documenti di efficace espresisonismo e di spiccato
tre l’altare venne canonicamente realizzato appog- gusto decorativo, rispettivamente databili attorno
giandolo alla parete nordoccidentale del penetrale. al 600 e al 500 a.C.
L’esistenza sul Capo S. Marco di altri manufat- Isolato indizio di un influsso stilistico etrusco-
ti antichi di epoca nuragica e punica è suggerita italico sembra invece potersi considerare la picco-
dalla constatata presenza di blocchi lavorati, basal- la lastra fittile con figura di Sileno in corsa (sec.
tici e di arenaria, visibili in mezzo alla folta mac- VIV a. C.).
chia mediterranea ma pertinenti a costruzioni non Nonostante le indubbie e complesse correnti
ancora fatte oggetto di scavo e quindi per ora inde- commerciali, ben documentate dai vasi etruschi e
finibili. greci trovati a Tharros, è certo che almeno parte
È però plausibile ipotesi che almeno parte di delle terrecotte e delle ceramiche fenicio-puniche
quei blocchi appartenga a strutture edilizie di di provenienza tharrense venne prodotta sul posto.
carattere militare, dato che la naturale configuara- Altrettanto sembra possa dirsi di tutti gli altri
zione del Capo ne faceva una posizione particolar- manufatti di artigianato fenicio-punico ivi rinvenu-
mente facile a difendersi e quindi molto adatta ad ti: figurine a tutto tondo e rasoi bronzei, oggetti
ospitare un villaggio fortificato nuragico e poi l’a- d’osso, avorio e pasta silicea, vetrerie ed oreficerie,
cropoli della città feniciopunica. anche se non sempre esistono le prove concrete
Le categorie artigianali attestate a Tharros sono della lavorazione locale.
numerosissime. Ricorderemo quindi, attraverso È intuitivo infatti che una grossa città commer-
una semplice menzione, in primo luogo le opere di ciale come Tharros doveva avere un minimo di au-
scultura in pietra e quelle in terracotta. tosufficienza che la mettesse in grado di soddisfa-
Della prima categoria fanno parte le molte stele re almeno le richieste della clientela locale meno
ed i cippi-trono rinvenuti nel tophet e che, esigente.
documentando una forte prevalenza dell’aniconi- Questa era certo rappresentata in primo luogo
smo sull’iconismo, accostano la produzione thar- dalla plebe urbana, ma anche dalla popolazione
rense a quella di Cartagine e, in Sardegna, alla punica e punicizzata che gravitava attorno alla
norense piuttosto che a quella dell’ambiente sulci- grande colonia fenicio-punica, pur vivendo sparsa
tano. nelle campagne o raggruppata nei minori centri
Influssi stilistici protosardi sembrano invece abitati del Sinis, come testimoniano le scoperte
potersi cogliere nello spiccato senso del movimen- archeologiche.
to e nella serrata sintassi compositiva che Queste infatti hanno dimostrato la civiltà
caratterizzano i due famosi rilievi tardopunici della feniciopunica presente nei territori di Cabras (luo-
“Danza sacra” e del “Combattente che abbatte un ghi di culto punico o punicizzato a Cuccuru Is
mostro alato”, rinvenuti molti anni or sono in Arrius, S. Salvatore, Monte Prama e nuraghe
luogo sconosciuto, ma certo in area tharrense. Cadaane). Deve infine citarsi l’insediamento feni-
Davanti a questi richiami artistico-culturali, ciopunico dell’isola di Mal di Ventre, sovrapposto
densi di significato storico, minore importanza ad un centro nuragico.
sembra rivestire la pur notevole figura di leone
seduto, di gnerica impronta ellenistica, rinvenuta CECCHINI, pp. 102-108; S. MOSCATI, I Car
fra le rovine del tempio “delle semicolonne dori- taginesi in Italia, Milano 1977, pp. 253-76,
che”. 335; G. PAU, Il Sinis, Cagliari 1979, pp. 122-128
Altrettanto dicasi delle numerose e talvolta pre- (bibliografia); F. BARRECA, Le fortificazioni
gevoli terrecotte figurate pertinenti al culto di De- settentrionali di Tharros, in Rivista di Studi Feni-
metra, databili dal sec. IV a.C. in poi, anche se ta- ci, Roma 1976, vol. IV, 2, pp. 215-223, Tav.

287
LIXLXV; Id., Le fortificazioni fenicio-puniche in KQaXXt con doppia lambda). AtI3ux
Sardegna, cit., pp. 117-118; Id., Archeologia, xa
II, pp. 291-293; Id., Storia e archeologia di Otxov airo KaQaXLrav6c.
Tharros (in corso di stampa); E. ACQUARO et 11 Meinek interpreta At3vx irXts come “città
alii, in Tharros I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII e cartaginese” e riferisce senz’altro KQaXts alla cit-
IX; in Rivista di Studi Fenici voli. III, 1; 111,2; tà sarda in esame.
IV, 2; VI, 1; IX, 1; X, 1; XI, 1; XII, 1 Roma Il nome semitico della città Karall (o Karalò) è
1975, 76, 78, 79, 80, 81, 82, 83, 84; R. ZUC- attestato dalle epigrafi votive di Antas (sec. 1VI!!
CA, Tharros, Oristano 1984. a.C.), con varianti dovute forse a differenza crono-
logica.
La documentazione epigrafica illustra le
istituzioni pubbliche civili e religiose e le istituzio-
CAGLIARI ni private della città.
Le iscrizioni attestano per la città la magistratu-
KARALI ra dei sufeti (epigrafi di Antas, S. Nicolò Gerrei e
CagliariL’Annunziata), la categoria dei cittadini
Le fonti letterarie antiche relative alla fondazio- ascitizi (ba’am) (Antas) e la corporazione
ne urbana di Karali sono discordi. dei Salarii (S. Nicolò Gerrei).
Solino ne attribuisce l’origine ad Aristeo. Un capo dei Sacerdoti di Karali è noto dalla
Una fondazione fenicia di Karali è stata dedot- succitata iscrizione dell’Annunziata.
ta, Le persone divine note dall’epigrafia sono Ash-
dubitativamente, dall’emistichio del De Bello tart (Capo S. Elia), Bashamem (Stampace), Esh-
Gil mun (S. Nicolò Gerrei), Hut (Tuvixeddu), Sid
danico di Claudiano Tyrio fundata potenti (Antas).
riferito Una testimonianza del matrimonio monogami-
a Carales. co
Tuttavia già E. Pais riteneva che Tyrius poteva è infine costituita dalla dedica posta da” ‘Arim
essere inteso anche come “Cartaginese”, secondo con
un uso attestato, tra gli altri, da Silio Italico relati- la moglie a Hut loro dio”, da Tuvixeddu.
vamente alla battaglia di Cornus: L’archeologia, attraverso i manufatti antichi, ne
Il problema è complicato dall’esplicita documenta non solo l’artigianato ed il commercio,
dichiarazione di Pausania nella fl?,t?y7atc Ts ma anche la cronologia, la topografia generale, i
EXXaôoc: tempi e le direttrici di sviluppo urbano e territoria-
C / / le.
C E dunque la storia stessa della città fenico-
wxL5cv 5e e TtJ V?7o Xcrt cTOL7roXtV ot punica, anche se in forma schematica e anonima,
KcrQXflôo’pLOL K&cxXtp, quella che ci viene narrata dall’archeologia.
confermata da Stefano di Bisanzio: Apprendiamo così che Cagliari, sorta come
XQ1US, irX v Zaôo xuy KcXQXflÔOVirJV, scalo marittimo fenicio nell’800 a.C. circa, ebbe il
TO suo nucleo originario attorno a Piazza Carmine ed
hPLxP, XaQL&Ts. alla Stazione ferroviaria, l’acropoli nell’area di
f1avrai/kr ò ‘ist TEèL auroTh. Castello, la necropoli più antica a Tuvixeddu, il
dove è da rifiutare una pretesa fondazione tophet nella zona di S. Paolo. Attorno al 650 a.C.,
cartaginese di Xá Q1LL5 (peraltro non citata da la città era tanto sviluppata da iniziare un’espan-
Pausania, che conosce, come si è detto K.QaXtc) sione territoriale nel retroterra, dando origine ad
in base ad una dubbia interpretazione di un etnico alcuni abitati minori (es, S. Sperate).
(?) nell’iscrizione punica tharrense CIS 1155. Come si è detto il fulcro di Karali va ricercato
Stefano di Bisanzio menziona ancora nella piazza del mercato (adiacente di norma al
K&QaXts con una notazione problematica:’’an porto), identificabile nell’attuale P. Carmine, che
xa? KaXtc pos X (era stata citata in precedenza fu il foro dell’età romana in quanto piazza princi-
una pale della città e sulla quale si affacciava il tempio

288
di Via Malta. superano mai i 67 metri di profondità.
Il porto era certamente nelle immediate Generalmente, hanno una sola
vicinanze e sfruttava parte dello Stagno di S. Gilla, cella, piccola, che si trova in fon-
oggi interrata ed occupata dalla Stazione ferrovia- do al pozzo. Nella cella potevano
ria statale e dalle sue adiacenze nord-occidentali e trovare posto una o due deposi-
(forse di SE. zioni (in quest’ultimo caso si trat-
La città era articolata in un settore esteso in pia- ta di celle bìsome).
nura (città bassa) e nell’acropoli. Non si sono trovati loculi tagliati nelle pareti
La città bassa era circostante al binomio porto- delle celle. I loculi, quando ci sono, sono tagliati
piazza del mercato, con disposizione ad ampio se- sul pavimento della cella funeraria (almeno nelle
micerchio che doveva includere Stampace e Mari- tombe bisome).
na; di essa facevano parte il tempio punico scoper- Vicino al loculo si può trovare una specie di
to sotto la sede della Banca del Lavoro (Largo C. bancone, interpretato come un banconcino per la
Felice) e le grandi cisterne esistenti nell’Orto deposizione delle offerte sacre. Ma non si tratta di
Botanico ed, in genere, a Stampace. un vero bancone, quanto piuttosto della roccia
La città alta o acropoli, corrispondente all’at- risparmiata dal taglio stesso del loculo.
tuale Castello, è rivelata non solo dalla pianta Di straordinario rilievo sono due tombe dipinte:
generale di questo (estremamente simile a quella la tomba di Sid e quella dell’ Ureo, riportabili al
dell’acropoli di M. Sirai) ma anche dal basamento sec. IV-III a.C. 1 corredi funerari presentano cera-
della Torre dell’Elefante, dagli spianamenti in roc- miche puniche, attiche e laziali; oreficerie, amule-
cia (spesso chiaramente riutilizzati) su cui poggia- ti, scrabei, numerose uova di struzzo, etc.
no le mura pisane ed i blocchi squadrati e bugnati La necropoli di Bonaria è tardo-punica e roma-
rimessi in opera nelle strutture militari pisane na; va dal IV sec. a.C. al III-1V sec. d.C. È mal
lungo tutto il loro perimeto. L’acropoli era servita conservata. Si conoscono varie camere, sventrate
da ampie cisterne, li suburbio (o estrema periferia da trasformazioni successive. Raggiunge l’epoca
urbana) era esteso in località Campo Scipione, ove cristiana, come dimostra il ritrovamento di affre-
si trovarono ruderi di case tardopuniche (sec. IllIl schi con soggetti sacri cristiani. Il suo interesse,
a.C.) indizio di una probabile tendenza della città a nello stato attuale, è molto limitato.
svilupparsi verso N-O, lungo le vie dirette ad O ed Il tophet è stato, molto probabilmente,
a N. In quest’ultimo settore (Campo Scipione) individuato a S. Paolo. In questa località infatti è
recenti scavi hanno individuato testimonianze stato rinvenuto un “campo di urne” (Così è stato
insediative puniche risalenti sin al sec. VI a.C., che definito dagli archeologi che l’hanno visto) con
potrebbero interpretarsi come estensione, sin da cippi e pilastrini che sembra non fossero decorati,
età arcaica, dell’abitato di Kara/i lungo le rive se non in un caso con un “segno di Tanit”. Tali urne
della laguna di S. Gilla. sono state datate al V secolo a.C.. Siccome però
sappiamo che nel V secolo a.C. i Cartaginesi non
Karali era servita da due necropoli, dislocate a cremavano ma inumavano, ciò vuol dire che que-
N0 ed a S-E del centro abitato. Di esse quella Nord sto “campo di urne” era un tophet, non una necro-
Occidentale (Tuvixeddu) è la più antica mentre poli ad incinerazione.
l’altra (Bonaria) si riferisce al periodo tardo puni- Karali aveva divesi santuari extraurbani. Uno
co. dei principali era situato all’estremità del capo S.
La necropoli di Tuvixeddu va almeno dal VI se- Elia: il santuario di Ashtart Ericina. Sno state tro-
colo a.C. fino all’età di Augusto (I d.C.). Il Tara- vate cisterne, muretti (ora scomparsi) e le canaliz-
melli scavò il “Predio Ibba” che però non contene- zazioni, tagliate nella roccia, che favorivano il
va le tombe più antiche, dato che quelle sono data- deflusso dell’acqua dai rilievi rocciosi circostanti
bili al V-Ill secolo a.C.. La scoperta di un grosso nelle cisterne; si osserva anche il passaggio per
anello crinale d’oro filigranato ha consentito di an- raggiugnere il sntuario, tagliato nel ciglione orien-
ticipare di almeno un secolo la cronologia e di por- tale del colle di S. Elia. Questo ciglione presenta
tarla al VI secolo a.C.. Quelle di Tuvixeddu sono una spaccatura a “v” (non lontana dalla Sella del
tombe a pozzo, del tipo di quelle di Cartagine, ma Diavolo), con una serie di gradini ricavati nella
molto meno profonde delle tombe cartaginesi: non roccia stessa.

289
Che fosse un santuario di Ashtart è dimostrato monte è una collina di marne sopra le quali si è
dal ritrovamento di un frammento di epigrafe con stesa una grande colata lavica. Si vedono le trachi-
dedica ad Ashtart Ericina. ti rosee che ricoprono l’altura; sotto affiora lo stra-
Esisteva anche un santuario extraurbano nord- to delle marne.
occidentale, presso o Stagno di S. Gilla ad Assemi- Il nome “Sirai” sembra sia lo stesso che questa
ni, con tempio dedicato a Sid o ad analoga persona località aveva in antico. È nome di chiaro stampo
divina maschile, come desumiamo dalle terracotte semitico il cui significato dovrebbe essere quello
frontonali e dalle sculture fittili della stipe. di “le due alture”.
Insediamenti punici, extraurbani, sono noti ad Sul Monte Sirai era ubicata una grande fortez-
EImas e Pirri. za fenicio-punica, scoperta nel 1962 e scavata
CECCHINI, p. 33-8; F. BARRECA, Nuove sistematicamente a partire dal 1963, ad opera della
scoperte sulla colonizzazione fenicio-punica in Soprintendenza Archeologica di Cagliari in
Sardegna, in Phònizier im Westen, Mainzam collaborazione con l’Università di Roma (Istituto
Rhein 1982, p. 182, Tav. 21 a, b; M. CANEPA, La di Studi del Vicino Oriente) e, più tardi, con
tomba “dell’ureo” nella necropoli di Tu vixeddu C.N.R.
(Cagliari), in Atti dell’incontro di Studio “Lettura Fondata dai Fenici di Sulci nel sec. VII a.C., la
ed Interpretazione della tradizione pittorica dal IV fortezza fu sede di una guarnigione cartaginese
sec. a.C. all’Ellenismo”-Acquasparta (TR)-8-10 (sec. VIll a.C.), trasformata in abitato sardo-puni-
aprile 1983 (in corso di stampa); M.A. MONGIU, co (sec. 111I a.C.), utilizzata dai Romani duran-
Per un’interpretazione della Forma Kalaris (scavi te le guerre civili (sec. I a.C.) e poi definitivamen-
1978-1982), in Convegno “Storia, Ambiente Fisico te abbandonata. Oltre a numerose esplorazioni
e Insediamenti Umani nel territorio di Santa Gilla topografiche attuate, con buoni risultati, sull’intera
(Cagliari)”-Cagliari 3-4-5 novembre 1983 (in superficie del monte , scavi sistematici sono stati
corso di stampa). effettuati in quattro distinti settori della fortezza:
l’acropoli, l’area destinata alla popolazione civile,
il tophet, la necropoli.
CAPOTERRA (CA) Nel settore dell’acropoli, ubicata all’estremità
meridionale del pianoro terminale del monte, sopra
Nella località Su Loi, nel corso dellos cavo di una piccola dorsale rialzata, con i fianchi in forte
una struttura termale romana nel 1953 si scopriro- pendenza o formati addirittura da pareti verticali di
no materiali di età punica pertinenti ad un insedia- roccia, sono stati scavati esaurientemente il mastio,
mento cartaginese. due abitazioni ed una vasca pertinente ad un com-
Si ebbero ceramiche puniche ed attiche a verni- plesso impianto idrico, sono stati praticati saggi di
ce nera del V e IV sec. a.C. scavo stratigrafico all’interno di alcune abitazioni
Inedito (Museo Archeologico-Cagliari. Ricer- e sono state tracciate completamente le mura peri-
che R. Zucca). metrali, le strutture edilizie interne e la rete strada-
le della acropoli.
I molti saggi di scavo praticati in quel settore e
CARBONIA (CA) specialmente sotto il mastio, hanno rivelato, attra-
verso una complessa vicenda edilizia, la tormenta-
M. SIRAI ta storia del luogo, che trova nella stratigrafia e
nelle trasformazioni del mastio le sue espressioni
Si trova nel punto di incrocio dell’Occidentale più emblematiche. Possiamo dire infatti che, come
Sarda con la strada di Villamassargia-Siliqua. È il mastio, l’intera acropoli fenicia sorse nel sec. VII
una collina con la sommità piatta, appena un po’ a.C. sopra uno strato protosardo, rivelato dalla
ondulata con due rilievi la cui quota è di 187 e di presenza di frammenti ceramici pertinenti a quel-
192 metri. Quel piccolo altopiano, completamente l’orizzonte culturale e dei blocchi di base di una
isolato, controlla la via costiera e gli inizi della via torre nuragica, incorporati nella base quadrilatera
di penetrazione dalla costa sud-occidentale verso il del mastio fenicio. L’acropoli era caratterizzata da
Campidano. Sorge dunque in na posizione chiara- mura perimetrali con andamento” a cremagliera”
mente strategica. Il “Monte Sirai” più che un che, seguendo la configurazione del terreno, le die-

290
dero una pianta allungata (m. 300 x 60 Ca.) ed ficazioni perimetrali molto articolate, sono docu-
erano costruite mettendo in opera non solo pietre mentate anche la porta “a tenaglia” con barbacane
brute di modeste dimensioni, cementate fra loro e l’edificio “a squadra”, formato dall’unione di una
con malta di fango e rinzeppate con pietre minori, torre piena rettangolare con un grande vano agibi-
ma anche grosse pietre trachitiche approssimativa- le: forse un alloggiamento.
mente squadrate o di forma del tutto irregolare, Anche l’edilizia privata è ben documentata in
intercalate nella muratur a distanze ineguali. Die- questa fase e specialmente nella sua seconda metà
tro i paramenti esterni, muri minori trasversali di (350-240 a.C. circa), con abitazioni di tipo urbano
varia lunghezza e distanti fra loro in media m. 2, a pianta quadrilatera e formate da più vani d’uso
formavano una linea di casematte che, a seconda differenziato (cucina, laboratorio artigianale,
delle necessità, erano agibili o cieche, provviste sacello domestico, ecc.) accessibili dalla strada per
cioè di riempimento in pietre brute e durissime, mezzo di un corridoio e disposti generalmente su
fortemente stipate ed incastrate fra loro. due soli lati di un vano di disimpegno decentrato.
La porta d’ingresso all’acropoli era dentro un La scoperta di alcune scale in muratura lascia
lungo corridoio fortificato che sboccava in una comprendere che poteva esistere anche un piano
piazza, dominata dal mastio e dalla quale partiva- superiore, destinato probabilmente al riposo ed ai
no strade rettilinee, larghe in media m. 4 e conver- pasti. I muri, spessi circa m. 0,50, sono conservati
genti verso l’estremità opposta dell’acropoli, forti- nello zoccolo dibase, che è di pietre quasi sempre
ficata da muri a cremagliera disposti secondo il piccole, non lavorate e cementate con malta di
sistema della difesa in profondità. Il mastio aveva fango, ma è probabile che anche tutto l’alzato
l’aspetto di un fortino quadrilatero (m. 17 x 18 ca.) fosse realizzato con la stessa tecnica. I pavimenti
con grossi muri perimetrali a casematte cieche erano di terra batuta. I tetti (che certo non avevano
attorno ad uno spazio centrale diviso in due grandi tegole) dovevano essere di legname impeciato e
vani da un muro mediano a sostegno della copertu- intonacato, così come intonacate dovevano esser le
ra lignea di travi e tavole. pareti.
Forse nel mastio stesso od in qualche altro In questa fase, l’acropoli ci appare come un
importante edificio di questa fase, erano messi in centro abitato, caratterizzato da una utilizzazione
opera i grossi blocchi accuratamente squadrati, dello spazio spiccatamente funzionale, ottenuta
bugnati e rivestiti di fine intonaco bianco, che i raggruppando alloggiamenti, depositi e forse
Cartaginesi riutilizzarono nella successiva fase anche scuderie, in lunghi isolati disposti a ridosso
edilizia. delle mura e nell’asse mediano longitudinale del-
Questa si colloca agli inizi del sec. V a.C., dopo l’area fortificcata, serviti da lunghe vie rotabili. Le
un grave danneggiamento ed incendio dell’acropo- piazze si trovano solo all’estremità ditali vie, die-
li fenicia, databile attorno al 550 a.C.. La nuova fa- tro l’ingresso principale (a nord-est) ed un altro
se, rivelata in strato da ceramiche puniche arcaiche che si apriva a sud-ovest, che potevano così esser
e da materiali edilizi fenici chiaramente riutilizza- difesi con rapidi ammassamenti di truppa.
ti, è caratterizzata da restauri, ispessimenti ed 12 probabile che a questa stessa fase risalgano
ampliamenti delle strutture fenicie, con largo uso le modeste canalizzazioni sotterranee scoperte qua
di blocchi subsquadrati e di rinzeppature fatte con e là lungo le suddette vie e le conserve d’acqua
piccole pietre inserite negli interstizi fra blocco e individuate nel mastio e nella piazza n. 3 (sud-
blocco. Inoltre, appare allora per la prima volta la occidentale) ma, per una definitiva precisazione
nuova formula difensiva dell”opera avanzata”, cioè cronologica, bisognerà attendere che ne sia stata
del fortino esterno ma collegato strutturalmente completata l’esplorazione.
all’acropoli, posto davanti alla porta principale di La terza fase di vita dell’acropoli, iniziata verso
questa, così da formare un ingresso “a gomito” e il 240 a.C. e protrattasi fino alla metà del sec. I
consentire ai difensori di colpire gli attaccanti a.C., è documentata da un nuovo strato con cerami-
anche alle spalle, oltre che di fronte e sui fianchi, che e monete bronzee tardopuniche e romane
operando da una posizione esterna ma solidamen- repubblicane, che trova riscontro nella trasforma-
te collegata con l’acropoli, in modo tale da garan- zione del mastio in tempio.
tire ai combattenti la possibilità di reciproco Questa trasformazione fu certo la conseguenza
appoggio. Nell”opera avanzata”, provvista di forti- dell’abbandono della acropoli da parte della guar-

291
nigione punica e dell’insediamento sul posto di stele.
una popolazione civile, in possesso però di una Gli scavi, ancora in corso, iniziati nel 1963,
culturà ancora di tipo sostanzialmente punico, continuati nel 1964, e ripresi solo nel 1979, hanno
nonostante una componente asemitica rivelata, finora documentato la presenza di due strati di urne
proprio nel nuovo tempio, dal tipo dell’altare. Con- e di due piani di calpestio nel sacello, con indizi di
trariamente all’aspetto del mastio, quello dell’abi- frequentazioni culturale nel luogo dal sec. VI a.C.
tato nella sua planimetria generale resta immutato, al I a.C. La struttura edilizia del sacello, sostanzial-
nonostante la costruzione di nuove strutture abita- mente del tipo a “pseudotelaio” non sembra
tive che occupano alcuni spazi precedentemente comunque più recente del sec. V a.C.
liberi. Le stele documentano un’indiscutibile
Altrettanto può dirsi dell’abitato nella sua ulti- dipendenza tipologica dalla produzione sulcitana,
ma, breve fase di vita, corrispondente all’età cesa- nell’iconografia quasi sempre antropomorfa e tal-
nana, come indicano le ceramiche del nuovo strato volta zoomorfa, dapprima entro prospetto architet-
archeologico. Il mastio invece subì in quegli anni tonico e poi senza inquadratura alcuna. Lo stile
una nuova trasformazione, riprendendo, certo per ditali figurazioni però, quando sono rese a rilievo,
volere degli occupanti romani, la sua funzione a differenza di quello sulcitano, è generalmente
militare, con alcune modifiche strutturali realizza- piatto, così da rivelare un gusto disegnativo, una
te però da maestranze locali, come rivela l’uso di tendenza decorativa più propriamente semitica. In
una tecnica edilizia ancora tipicamente punica alcuni esemplari tardi, il gusto per la figura piatta
(grandi blocchi messi in opera insieme con pietre si traduce addirittura in immagini espresse esclusi-
di medie e piccole dimensioni, cementando il tutto vamente incidendone nella pietra i contorni e gli
con malta di fango). elementi anatomici principali, senza alcun accenno
Anche nell’area destinata alla popolazione ai valori volumetrici, secondo uno stile che trova i
civile, ubicata fuori dell’acropoli, a nord di questa, suo precedenti in molte stele di Cartagine e che si
è stata scavata un’abitazione (sec. III a.C. ca.) diffuse largamente in Sardegna durante l’età roma-
ma di tipo rurale, avendo, oltre un cortiletto con na repubblicana. La necropoli documenta tombe a
funzione di vano di disimpegno, anche un grande fossa di cremati (sec. VII-VI a.C.) e tombe a came-
cortile, evidentemente per animali e carri. ra ipogeica, inizialmente di inumati (sec. VI-IV
Di altre abitazioni sono stati avvistati, ma non a.C.) e poi inumati misti a cremati (sec. 1VI a.C.).
ancora scavati, i ruderi sparsi nel settore orientale Le tombe a camera sono di tipo simile a quello
del pianoro. Inoltre, lungo il ciglione perimetrale sulcitano, ma generalmente la profondità dei pozzi
di questo, sono stati individuati i ruderi di una linea è minore che a Sulcis, manca il tramezzo di roccia
fortificata di tipo arcaico, rappresentante la prima risparmiata e si trovano loculi scavati nelle pareti.
e più esterna difesa continua della fortezza, Significativi richiami all’ambiente sulcitano si
preceduta solo da avamposti e baluardi disconti- hanno nelle ceramiche dei corredi funebri e nel
nui, sparsi sui fianchi ed ai piedi del monte. Di gusto per la scultura monumentale, documentato
quella prima linea si è scoperta anche una porta dalle due grandi teste apotropaiche di tipo arcaico
pedonale, aperta nel settore nordorientale. scolpite nel soffitto di due camere funerarie.
È probabile che a quella linea esterna si appog- Non è possibile chiudere un dirscorso, per
giasse un lungo muro rettilineo, avvistato ma non quanto sommario, sui materiali mobili di M. Sirai,
ancora scavato, il quale correndo da nord a sud nel- senza menzionare quelli trovati nel sacello del
l’asse mediano del pianoro, potrebbe aver avuto la mastio e certo pertinenti alla tenda sacra della
funzione di chiudere ad ovest l’area occupata dalla guarnigione punica. Fra questi, particolarissima
popolazione civile, protetta a nord, est e sud dalle importanza hanno la statua di culto in stile siriaco
fortificazioni del ciglione perimetrale e dell’acro- del sec. VII a.C., ma scolpita in pietra sarda, i
poli. bronzetti di offerente e di citarista (sec. VII-VI
Il tophet, ubicato nell’estrema periferia a.C.), il primo dei quali impugna un vaso di tipo
occidentale del pianoro, è risultato composto da un nuragico, e la maschera virile barbuta e ricciuta di
sacello collocato sopra una piattaforma rocciosa e stile databile attorno al 500 a.C. ed eguale a quello
raccordato, per mezzo di una gradinata, ad uno della famosa Tanit Gouin di Tharros e del non
spazio antistante più in basso, occupato da urne e meno famoso Giovanetto di Sulcis. Si tratta dun-

292
que di pregevoli ed importanti prodotti di un’arte Barbusi: edificio con pianta ad “L” e vasella
fenicia fiorita in Sardegna e che tutto induce a rite- me punico;
nere abbia avuto il suo centro di produzione a Sul- Is Sarbutzus: due costruzioni edificate con
cis, dove abbiamo visto tanto sviluppata la tenden- pietrame a secco e ceramica punica;
za per la scultura figurata. In conclusione, si può Su strintu de S’Acina: vasellame punico;
dire che gli scavi e le ricerche condotte finora a M. Tanì: ruderi di edifici a pianta quadrilatera ma,
Sirai, integrando ampiamente i dati forniti da Sul- talvolta, con un lato curvo; ceramica punica;
cis, rivestono un eccezionale importanza per la Piolanas: edificio costruito in blocchi squadra-
conoscenza dell’ingegneria militare, dell’urbani- ti e dotato di una sorgente d’acqua; ceramica puni-
stica, dell’architettura domestica, di quella religio- ca;
sa, dei rituali e dell’arte fenicia e cartaginese in Medau Piredda: modesto abitato di probabile
Sardegna, nonché per la storia dell’integegrazione carattere agricolo, all’interno di un recinto di circa
sardopunica e della colonizzazione fenicia nell’I- m. 100 di diametro. È rilevabile una costruzione
glesiente meridionale. rettangolare di m. 6 x 12, con muri spessi m. 0,50;
è presente una gran quantitità di vasellame punico;
F. BARRECA, Monte Sirai I, II, III, IV, Roma, S. Maria di F/umentepido: cocciame e resti
1964-67; Id. Ricerche puniche nel Mediterraneo murari punici.
centrale, Roma, 1970, pp. 27-28 e 30, fig. 2; Id.,
L’espansione fenicia nel Mediterraneo, Roma Nel 1965 l’esplorazione topografica della valla-
1971, pp. 19-20: Id., Lefortificazionifenicio-puni- ta del Rio Cannas ha consentito di individuare un
che in Sardegna, in Atti del I Convegno Italiano sul centro punico nella località di Monte su Casteddu
Vicino Oriente Antico, Roma,, 1978, pp. 120-121, di Sirri, dove i Punici rimaneggiarono un edificio
fig. 31; Id., La Sardegna fenicia epunica, Sassari, nuragico, con l’utilizzo di pietrame irregoalre di
1979 (2 ed.), passim; Id., Atti del I Congresso piccole dimensioni, cementato con malta di fango.
Internazionale di Studi Fenici e Punici, Roma, Il vasellame punico sparso in loco documenta
1983 pp. 294-295; F. BARRECA e S.F. BONDI, esplicitamente la fase di occupazione cartaginese
Scavi nel Tophet di M. Sirai, campagna 1979, in del sito.
Rivista di Studi Fenici, VIII, 1, Roma, 1980, pp. CECCHINI, pp.25,51, 77; BARRECA,
143-145; S.F. BONDI, Le stele di M. Sirai, Roma, pp.75,79.
1972; Id., Nuove stele da M. Sirai, in Rivista di
Studi Fenici, VIII, 1, Roma, 1980, pp. 51-70; P.
BARTOLONI-S.F. BONDI, Monte Sirai 1980, in CARLOFORTE (CA)
Rivista di Studi Fenici, IX, 2, Roma, 1981, pp.
217-230; P. BARTOLONI-S.F. BONDÌ-L.A. Nell’isola di S. Pietro (Inosim in CIS 139,
MARRAS-S. MOSCATI, Monte Sira-1981, in corrispondente ad Enosis di Plinio e di Marziano
Rivista di Studi Fenici, X, 2, Roma, 1982, pp. 273- Capella, Tolomeo (III, 3, 2) offre il calco greco del
299; L.A. MARRAS, Saggio di esplorazione stra- toponimo semitico: Ierakòn nèsos “Isola degli
tigrafica ne/l’acropoli di Monte Sirai, in Rivistadi Sparvieri”) venne segnalata una necropoli punica
Studi Fenici IX, 2, Roma, 1981, pp. 187-209; F. dal Vivanet nel secolo scorso
BARRECA, Quindici anni di scavi a M. Sirai, in Nel 1961 l’esplorazione topografica dellos cri-
Atti del I Congresso Nazionale Sulcis-M. Sirai, vente ha consentito di individuare presso a torre
Carbonia (CA), 1981 (in corso di stampa). spagnola di S. Vittorio, i ruderi di una cinta fortifi-
cata in grandi blocchi irregolari e un ambiente
rettangolare edificato con la tecnica dello “pseudo-
telaio”. Saggi di scavo operati da O. Pesce nel
Una fortificazione punica si è individuata anche 1962 hanno evidenziato accanto al vano rettango-
sul M. Crobu, che, inoltre, presenta nel settore cen- lare ambienti minori.
trale due edifici a pianta quadrilatera ed un santua- I dati individuati non consentono di determina-
rio in grotta nell’area orientale. re se il tempio di Bashamem, nell’isola delgi
Lungo la vallata del Flumentepido sono stati sparvieri, menzionato nel CIS sia identificabile o
individuati i seguenti centri punici: meno nei ruderi presso S. Vittorio.

293
F. VIVANET, in Notizie degli scavi di antichità, tetto naturalmente da un corso d’acqua minore a
1878, p. 178. Sud e dal Riu Sa Canna, a Nord. Quest’ultimo
CECCHINI, p. 86. corso d’acqua ha causato l’impaludamento ed il
successivo interramento di una profonda insenatu-
ra che potò costituire lo scalo portuale di Cornus.
CASTELSARDO (SS) In età imperiale la situazione morfologica
doveva essere già mutata in quanto Tolomeo (III, 3,
In due località del territorio di Castelsardo si 6) annovera Kornos fra le città interne dell’Isola,
sono recuperate stele funerarie sardopuniche. mentre nulla può ricavarsi sotto il profilo topogra-
Si tratta delle regioni di Muddizza e di Lu fico dalle menzioni di Cornus negli Itineraria
Rumasinu, che hanno restituito stele funerarie (Itinerarium Antonini; Cosmographia del Raven-
decorate dal volto schematico della divinità, in tre nate, V, 26; Geographica di Guidone, 64).
casi incorniciato da palmette. Dall’area di Corchinas provengono ceramiche
Nelle necropoli di Lu Rumasinu le stele si puniche (in particolare frammenti di anforoni
riferivano a tombe ad incinerazione costituite da commerciali a siluro) e d’importazione attica (a
loculi in calcare. vernice nera del V e IV sec. a.C.) e .laziale (guttus
CECCHINI, p. 39. a protome leonina del III Sec. a.C.).
Nell’area prossima a Corchinas, in località S’I-
scala de su Carru, si rinvenne un ripostiglio di circa
CHEREMULE (SS) seicento monete puniche.
La necropoli cartaginese di Cornus si estende-
Dal territorio di Cheremule provengono mone- va a NE della acropoli, interessando le località di
te pouniche, ora al Museo di Sassari. Furrighesus, Mussori e Fanne Massa.
CECCHINI, p. 40. La scoperta di questa necropoli si deve al bosa-
no A. Mocci che nel suo volumetto “L’antica città
di Cornus con cenni biografici di Ampsicora”,
segnala il rinvenimento in tombe delle suddette
CUCLIERI (OR) località di un amuleto (Anubis?) e di uno scarabeo
in cornalina.
CORNUS Altre indagini operò il Taramelli nel 1916 nella
necropoli Cornuense. La tipologia tombale preve-
L’origine punica di Cornus è implicita nella de, accanto al riutilizzo di domus de Janas, icono-
noti graficamente affini agli ipogei punici, le tombe a
zia liviane (XXIII, 40) relativa a Cornus, camera (dotate talora di nicchie parietali e di locu-
caput eius li scavati nel pavimento, servite da un accesso a
pozzo dotato di scalini) e le tombe a fossa rettan-
regionis, centro principale della rivolta golari.
sardopunica contro i Romani nel 215 a.C. I rituali funerari attestati sono la inumazione,
La città dopo la seconda e decisiva battaglia del prevalente, e la cremazione. I corredi erano stati
215 a.C., fu cinta d’assedio da Tito Manlio Torqua- asportati nella quasi totalità: furono recuperate
to ed espugnata in pochi giorni. ceramiche tardo puniche e a vernice nera.
Per la linea politica antiromana adottata nel
corso della rivolta, Cornus, dovette consegnare a I limiti cronologici dell’abitato sono determina-
Roma ostaggi e pagare una forte indennità di guer- bili, seppure prudenzialmente, in base al materiale
ra. individuato nei vari settori ed in particolare sull’al-
Sulla topografia della città antica è ancora fon tura di Chia, pur con a riseva dell’assenza di scavi
damentale lo studio di A. Taramelli, condotto stratigrafici.
in lo Si hanno, dunque, ceramiche fenicie del VII
co nel 1916. sec. a.C. ma anche ceramica protocorinzia dell’ul-
L’acropoli della città è localizzata sul colle di timo quarto dell’Vili sec a.C. (aryballos panciuto)
Corchinas, un altopiano dai fianchi scoscesi, pro- e del secondo quarto del VII sec. a.C. (coppa).

294
Coevo a quest’ultima attestazione è un frammento stessa.
di anfora d’impasto a doppia spirale, dell’Etruria All’interno si conservava fino a pochi anni fa
meridionale. una statuetta che venne poi rimossa quando si capì
L’area urbana continuò ad essere occupata sen- che era un idolo pagano concepito nello stesso
za soluzione di continuità almeno fino alla tarda schema iconografico di Baal Hammon.
età imperiale. Ciò dimostra come sul luogo vi fosse una persi-
La necropoli di Bithia occupa l’arenile prossi- stenza di culto dall’epoca pagana all’epoca cristia-
mo allo “stagno di Chia”. na; e dato il materiale edilizio della chiesa cristia-
Le tipologie tombali sono differenziate in base na e lo schema iconografico della statua di culto si
ai periodi. In età fenicia (VII-metà del VI sec. a.C.) capisce che il culto pagano era punico.
si hanno tombe a fossa o a cista utica, con deposi- Il tophet era senza dubbio extra-urbano. Sorge
zioni prevalenti di cremati. Le ceneri sono conte- sull’isoletta di “Su Cardulinu”, che è quasi sempre
nute in maggioranza entro urne fittili. collegata alla terraferma da un basso istmo sabbio-
Gli elementi di corredo sono svariati: si hanno so che d’inverno viene distrutto dalle mareggiate e
ceramiche fenicie, etrusche, corinzie e ioniche; d’estate si forma di nuovo. Fino ad oggi si sono
gioielli in argento, scarabei, prevalentemente in fatti solo dei saggi di scavo. Il tophet ha dato mate-
pasta, armi in ferro. Assai rilevante appare l’utiliz- riale databile per l’epoca più antica al VII-VI seco-
zo come cinerari di urne di produzione indigena e lo a.C.; per l’epoca più recente si arriva alla fase
la deposizione, tra gli oggetti di corredo, di armi romana.
(stiletti, pugnali) di produzione indigena, indizio di Interessante era la recinzione, restaurata dai
una interazione fra i due elementi etnici fin dal VII Romani, che chiudeva il santuario nell’unica parte
sec. a.C. rivolta verso terra. Il muro era lungo 40 metri e
Nella seconda metà del VI ed in parte del V largo uno. Dentro l’area sacra vi sono due basa-
secolo a.C. abbiamo tombe a cassone di inumati. menti di sacelli: uno molto piccolo, paragonabile
Nel IV -Ii! sec. a.C. prevale la deposizione di per estensione al sacello di Nora e misurante m.
inumati entro anfore (enchytrismòs). 1,50 x 1,50; un altro piuttosto grande (5 x 7) Che
Vicino alla necropoli era il tempio scavato dal si trova a mezza costa. Entrando nel recinto si trova
Taramelli. Si tratta di un tempio di tipo prima il sacello minore e, poi, quello maggiore,
sostanzialmente punico, tripartito nel senso della ben costruito con blocchi squadrati almeno nella
profondità. Il Taramelli vi ha notato giustamente faccia esterna (la faccia interna ha di solito un
dei rimaneggiamenti romani; l’epigrafe ivi rinve- aspetto piuttosto irregolare e sono numerose le
nuta parla di restauri avvenuti al tempo di Marco zeppe di legamento).
Aurelio Antonino. Non sappiamo se si tratti di Sono due edifici databili senza dubbio all’epo-
Marco Aurelio oppure di Caracalla, comunque nel ca tardo-punica. Un terzo manufatto, situato nel
sec. Ilill d.C. punto più alto della collinetta, era più arcaico:
La stipe di questo tempio ha restituito varie misurava m. 6x7 ed era fatto con materiale bruto,
centinaia di terrecotte figurate rappresentanti, oltre pezzi di roccia e pietre non lavorate messe in opera
a votivi anatomici, individui sofferenti che con malta di fngo per creare un unico blocco.
localizzano la sede dellla malattia con la posizione Doveva essere un basamento alto circa un metro.
delle mani. Le figurine sono prevalentemente al Attorno a questo basamento si sono trovate le urne
tornio ma sono presenti alcuni esemplari del tipo dei sarifici. Dentro le urne si sono conservati anche
di Neapolis e Sa Mitza Villaurbana. resti di tessuto bruciato.
Le monete puniche e romane rinvenute nella Proprio sotto una delle pietre dei lati del
stipe consentono di riportare al III-I sec. a.C. la se- basamento si è trovato un vasetto databile al VIIVI
rie di doni votivi. secolo a.C.. Ciò dimostra come il tophet di Bithia
Sopra un altro tempio tardo*-punico è la cap- sia senza dubbio di epoca arcaica, e, più precisa-
pella dello Spirito Santo; cappella seicentesca mente, almeno del periodo fenicio III.
costruita con materiale di recupero, e precisamen- CECCHINI, pp. 26-31; G. PESCE,
te con grossi blocchi ben squadrati rimessi in Chia(Cag/iari)-Scavi nel territorio, in Notizie
opera. Sorge sopra il rudere di un edificio chiara- degli scavi di antichità 1968, pp. 309-345; M.L.
mente di epoca punica e più largo della cappella UBERTI, LefiguinefittilidiBithia, Collezione di

295
Studi fenici, I, Roma 1973; G. TORE, M. GRAS, Nella località di Cantaru Ena fu scavata nel
in “Melanges de l’Ecole Francaise de Rome”, 88, 1958 una necropoli ad enchytrismòs riportabile ad
1976, pp. 51-90; BARRECA, Fortificazioni, p. età sardopunica, benché alcuni oggetti del corredo
119, fig. 29. Id., Nuove scoperte sulla colonizza- (anforette decorate a fasce) potrebbero riportarsi
zione fenicio-punica in Sardegna, in Phönizier im alla fase finale della dominazione cartaginese nel-
Westen, Mainz am Rhein 1982, PP. 18182, tavv. l’Isola ed una “Fiasca da pellegrino” fittile, con
1920; P. BARTOLONI, La ceramica fenicia di Bit decorazione a bande anulari concentriche, di
hia: tipologia e diffusione areale, in “Atti deli Con- ascendenza feniciocipriota sembra collocabile non
gresso Internazionale di Studi Fenici e Punici”, più tardi del V IV sec. a.C.
Roma 1983, pp. 491500, G. UGAS, R. ZUCCA, Il Nel territorio di Florinas sono noti, inoltre, rin-
commercio arcaico in Sardegna, Cagliari 1984 venimenti di monete puniche.
(UGASZUCCA), p. 20. CECCHINI, p. 45.

DORGALI (NU)
FLUMINIMAGGIORE (CA)
Nell’immediato retroterra della Cala Gonone
l’esplorazione topografica della costa orientale ANTAS
sarda compiuta dalla Soprintendenza alle Antichità
di Cagliari in collaborazione con l’Università di La località di Antas è nota a partire dalla
Roma ha consentito di individuare una fase punica letteratura archeologica del secolo scorso, per la
nel complesso nuragico di Nuraghe MannuNura- presenza di un tempio romano a divinità ignota.
gheddu, qualificata dall’abbondante ceramica e Lo scavo integrale dell’area del Santuario,
dalla iconografia di due edifici, composti da attuato dallo scrivente, in collaborazione con
ambienti rettangolari. l’Università di Roma, tra il 1966 ed il 1968, ha
Gli edifici appartengono ad epoca romana ma rivelato, anche mediante scoperte epigrafiche, che
rivelano la persistenza di planimetrie e di tecniche il tempio romano era dedicato a Sardus Pater e che
edilizie caratteristicamente puniche. tale edificio sacro fu preceduto da due fasi templa-
Nella voragine di Ispinigoli, forse legata a ri puniche.
primordiali sacrifici di vecchi, si sono scoperti Un recentissimo scavo (1984) ha documentato
manufatti antichi estesi tra l’età nuragica ed il in loco la presenza di tombe a pozzetto nuragiche
periodo alto medievale; la fase punica era denotata (tipologia nota nel santuarioheroon di M. Prama
da vaghi di collana in pasta vitrea policroma, deco- Cabras) con deposizioni singole col rituale della
rata “ad occhi”. inumazione. Gli elementi di corredo rinvenuti
Infine nella tomba di Giganti di S’ena de Tho- (vaghi di collana in oro, pasta vitrea e cristallo di
mes si è identificata la presenza di deposizioni di rocca, un bronzetto forse di artigianato locale
età punica in base al rinvenimento di monete carta- raffigurante un personaggio maschile ignudo,
ginesi. impugnante un giavellotto) attestano l’avvenuto
CECCHINI, p. 44. E. USAI, Dorgali ed il suo contatto tra le popolazioni indigene del territorio
territorio in epoca feniciopunica, in AA.VV., Dor- ed i Fenici sin dalla prima età del ferro; infatti ai
ga/i, Sassari 1981, pp. 21519. Fenici deve riportarsi l’arrivo delle perline suindi-
cate così come del modello iconografico, chiara-
ESCOLCA (NU) mente semitico, del bronzetto.
ipotesi plausibile che il personaggio munito di
stato segnalato un insediamento punico giavellotto possa rappresentare una divinità: in tale
nell’ambito della ricognizione topografica della caso l’attributo dell’arma, che caratterizzerà Sid e
Marmilla. BARRECA, p. 75. Sardus Pater (come documentano gli exvoto del
tempio di Antas ed il rovescio del bronzo di Atius
Balbus), ne specifica il carattere di guerriero-
FLORINAS (SS) cacciatore che, ipoteticamente, era stato attribuito
a Babài il teonimo indigeno conservato

296
dall’epigrafia punica e latina di Antas come attri- mente, dalla radicata tradizione punica, evidente
buto rispettivamente di Sid e Sardus. soprattutto nel penetrale bipartito in due minusco-
Il nuovo dato archeologico, in definitiva, con- li ambienti in funzione rispettivamente della statua
sente di suffragare la ipotetica presenza di un di culto e dell’altare dei sacrifici.
luogo di culto indigeno ad Antas, peraltro indizia- Un’altra caratteristica punicizzante del tempio
to anche dall’antico rinvenimento di un bronzetto romano è costituita da due vaschette per le abluzio-
nuragico (ora al Museo Archeologico di Sassari) e ni rituali, accessibili mediante gradini, ubicate
dalla scoperta di un villaggio nuragico preso il presso l’ingresso di ciascun vano del penetrale.
Tempio. L’elevato del tempio sembra fosse realizzato
Intorno al 500 a.C., dunque nel momento con la tecnica del muro a pietrame bruto e malta di
iniziale del dominio cartaginese in Sardegna, si fango su zoccolo a blocchi squadrati, ovviamente
verifica la fondazione ad Antas di un tempio di Sid, ricoperto di intonaco.
persona divina di origine orientale, poco attestata Sull’epistilio è menzionato l’imperatore M.
nel mondo punico. Il primo tempio, imperniato su AureliusAntoninus (Caracalla) e la divinità cui il
una roccia sacra adattata a fungere da grande alta- tempio fu votato: Temp/urn Dei Sardi Patris Bab..
re, era costituito da un modesto ambiente rettango- Vari autori hanno ritenuto di poter identificare
lare, orientato con gli angoli verso il Nord, inseri- col Tempio di Antas il Sardopatoros Ieròn che To-
to in un’area delimitata da un muro di recinzione. lomeo (111, 3, 2) segna lungo la costa occidentale
La tecnica edilizia attestata in questa fase arcai- della Sardegna tra le Tyrsoli potarnoa ekbolài,
ca documenta l’uso di pietrame calcareo in scaglie dunque tra le foci del Tirso e del fiume sacro (Riu
cementato da malta di fango. Intorno agli inizi del Sitzerri), presso Neapolis, supponendo un errore di
III sec. a.C. il Tempio fu ricostruito in forme miste Tolomeo, anche in base al fatto che il Sartiparias
egiziano-doriche, caratteritiche dell’architettura della Cosmographia dello Anonimo Ravennate (V,
punica di età ellenistica e documentate, ad esem- 26) (Sartiparias della Geographica di Guidone
pio, nel tempio di Matzanni (Vallermosa -Iglesias) (64)), cioè il Sardi Patris (fanum), era localizzato
e nel tempio delle Semicolonne doriche a Tharros. tra Sulci e Neapolls, lungo la strada sudoccidenta-
Nel nuovo tempio fu attuata la canonica le, che non aveva in questo tratto, un percorso lito-
tripartizione in vestibolo, vano mediano e penetra- raneo.
le, salvaguardando la roccia sacra della prima fase Non possiamo comunque escludere che
templare e l’orientamento a nord. esistessero altri templi di Sardus Pater e,
La decorazione architettonica prevedeva un conseguentemente, lasceremo in sospeso la que-
cornicione costituito da gole egizie e due colonne stione della localizzazione del famoso ieròn di
donche sul prospetto. I pavimenti erano in pietri- Tolomeo.
sco e calce. La suppellettile votiva del tempio è imponente:
L’edificio sacro dovette subire rifacimenti nella terrecotte figurate con rappresentazioni delle varie
fase di transizione fra il termine del periodo repub- manifestazioni dell’unica divinità, che ad Antas
blicano e gli inizi dell’età imperiale, epoca cui era specialmente venerata nella forma del feconda-
deve riportarsi la decorazione fittile che compren- tore universale e liberatore dal male (Sid Addir),
de doccioni a protome leonina, antefisse, e lastre di statuette in alabastro e marmo (tra cui una dea
rivestimento, imputabile a maestranze romane. (Tanit, nell’interpretatio punica) scolpita in
Sotto Caracalla è documentata una generale ri- ambiente argivo verso la fine del V sec. a.C.),
strutturazione del tempio nelle forme in cui oggi ci bronzetti, amuleti, monete, lamine auree ed orefi-
appare, in base al restauro effettuato dalla Soprin- cerie (tra cui un orecchino), ossi e avori, manufat-
tendenza Archeologica di Cagliari tra il 1969 ed il ti in ferro (armi miniaturistiche, allusive al caratte-
1976. re di cacciatore rivestito da Sid).
Si tratta di un tempio tetrastilo di ordine dorico, Di eccezionale rilievo è il gruppo di ventitré
di m. 23,25 x 9,25, accessibile mediante una scali- iscrizioni puniche relative a Sid (VI-I sec. a.C.) che
nata di m. 16,7 x 9,25, Articolato in pronaos, naòs ha consentito di specificare i caratteri della divinità
e adyton bipartito, orientato ancora a Nord, secon- ed il suo rapporto con il culto preesistente di
do i canoni dell’edilizia sacra punica. Babài.
La tripartizione degli ambienti deriva, evidente-

297
SU MANNA Li p. 125.

Nella grotta omonima, utilizzata probabilmente
con funzione di santurario, sin dall’età prenuragi- FURTEI (CA)
Ca, sono state rinvenute numerosissime lucerne
puniche “a conchiglia” e “a tazzina”, ed alcuni Ricerche e scavi effettuati tra il 1980 ed il 1983
esemplari di lampade attiche. da G. Ugas hanno consentito di individuare centri
E. ACQUARO, F. BARRECA, S.M. CECCHI- punici nelle località di Domu ‘è is abis (V -III sec.
NI, D. FANTAR, M. FANTAR, M. G. GUZZO a.C.), S. Una (IV-111 sec. a.C.), Santu Brai (V -III
AMA Sec. a.C.) ed una necropoli punica (IV -III sec.
DASI, S. MOSCATI, Ricerche puniche ad a.C.) a S’occidroxiu.
Antas, in Studi Fenici, 30, Roma, 1969; G. SOT- L’area archeologica di S. Brai, già nota alla let-
GIU, Le iscrizioni latine del tempio del Sardus teratura archeologica, è caratterizzata, alla sommi-
Pater ad Antas, Studi Sardi, XXI (1968-1969), tà del colle, dalla presenza di un forte cartaginese,
Sassari 1969 (estratto), pp. 7ss, in Studi Semitici, impiantatosi su un precedente insediamento nura-
30, Roma, 1969; CECCHINI, p. 45. F. BARRE- gico.
CA, Il tempio di Antas e il culto di Sardus Pater, Le falde della collinetta sono difese da un muro
Iglesias, 1975; BARRECA, passim. Id. Fenici, “a cremagliera”, dotato, sul lato nord di un ingres-
passim. so principale “a gomito”, protetto da una torre
esterna, e di tre postierle, ubicate sui lati E, W e S.
Il forte, della fine del VI sec. a.C., consentiva il
FORDONGIANUS (OR) controllo militare del guado del Flumini Mannu e
della strettoia di Furtei, passaggio obbligato tra
Le scaturigini di acque termali esistenti presso Campidano e Marmilla.
il fiume Tirso sono note ed utilizzate in età antica. BARRECA, Fortificazioni, p. 124, fig. 36. G.
Tolomeo (III, 3, 7) menziona tra le località UGAS, Notiziario, in Archeologia Sarda, 1981, p.
interne dell’Isola gli Hypsitanà Ydata, identificabi- 83.
li con le acque di Fordongianus.
Lo stanziamento punico nell’area delle terme
romane è documentato dal rinvenimento di mone- GADONI (NU)
te puniche, segnalato agli inizi del secolo, e di
ceramica tardo-punica, scoperta (all’interno di un Nel territorio di Gadoni che possiede i più ric-
pozzo scavato nella trachite) nel 1969-1970. Il chi filoni di rame della Sardegna nella località di
culto di una divinità salutare in periodo punico, Funtana Raminosa, raggiunti dalla penetrazione
interpretata in età romana come Esculapio e le cartaginese come documentano i manufatti punici
Ninfe, è documentato dal rinvenimento di due sta- che costellano le vie d’accesso a Funtana Ramino-
tuette in trachite locale rappresentanti, con varian- sa dalla costa orientale e meridionale dell’Isola, si
ti, il tipo del Bes, una delle quali sembra essere di è finora rinvenuta una moneta cartaginese.
età punica, l’altra di periodo romano ma di tradi- CECCHINI, P. 45.
zione punica.
Sullo sperone roccioso di Casteddu Ecciu, GALTELLI (NU)
situato sulla riva destra del Tirso, e dominante la In territorio di Galtellì fu scoperto nel 1872,
vallata fluviale fino al Golfo di Oristano e le mon- presso un nuraghe, un anello aureo “nel quale vi
tagne retrostanti, fu costituita entro il V sec. a.C. sono incisi quattro dischi solari colla luna falcata
una fortezza cartaginese (che riutilizzava, adattan- che ricordano la religione e il culto dei Fenici”
dolo, un nuraghe) facente parte del sistema fortifi- (Spano), considerato del VII sec. a.C. dal Lilliu,
cato centroorientale. ma, ipoteticamente, ricondotto a diverso atelier
Si sono rinvenute ceramiche e monete puni- (miceneo?) da F. Lo Schiavo.
che. La stessa studiosa ha recentemente edito un
F. ZEDDA, Forum Traiani, Roma 1907, p. 17. bronzetto antropomorfo, ritenuto di fattura o di
CECCHINI, p. 46. BARRECA, Fortificazioni, ispirazione cipriota, del Bronzo finale o della

298
Prima età del Ferro, che potrebbe essere giunto terracotte figurate (tra cui votivi anatomici) e cera-
nell’isola ad opera dei Fenici, cui forse devono miche (tra cui lucerne) puniche.
riportarsi numerosi vaghi di collana in pasta vitrea. Inedito (ricerche G. Ugas).
CECCHINI, p. 46.
F. LO SCHIAVO, Un bronzetto da Galtellì, At-
ti del I Congresso Internazionale di studi fenici e GUASILA (CA)
punici (Roma, 5-10 novembre 1978), Roma 1983,
pp. 46369. L’esplorazione topografica del territorio di
Guasila compiuta da G. Ugas e L. Usai ha eviden-
GAVOI (NU) ziato tre insediamenti e tre necropoli riferibili al
Da località indeterminata del territorio di Gavoi periodo punico.
deriva un ripostiglio di circa duecento monete pu- In dettaglio gli abitati sono stati riconosciuti
niche. nelle località di Sa Tellera, Funtan’e Baccas, Brun-
cu is Araus.
Le necropoli sono state rilevate a Padru Estas
GHILARZA (OR) ed a Riu Sa Mela.
I documenti di cultura materiale (ceramiche e
È segnalato il rinvenimento di monete puniche. monete puniche) si riferiscono al IV e III sec. a.C.
CECCHINI, p. 47 G. UGAS L. USAI, Vicende storiche del terri-
torio di Guasila, in AA.VV., Guasila. Un paese in
Sardegna, Cagliari 1984 pp. 9496
GONI (CA)

Il complesso fortificato punico del nuraghe GUSPINI (CA)
GONI è ubicato su un colle, situato ad W della
confluenza del Rio Mulargia nel Flumendosa. NEA POLlS
Nel settore SE del breve altopiano si è
individuata una linea muraria continua con torrio- La citta di Neapolis ed i suoi abitanti sono men-
ne quadrangolare. In superfice si racolse ceramica zionati da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) To-
punica. lomeo (III, 3, 2, 8) e negli Itineraria (Itinerarium
BARRECA, Archeologia, p. 304. Antonini, 82); Anonymi Ravennatis Cosmo-
graphia, V, 26; Guidonis Geographia 64: Tabula
Pentingeriana, segm. 11, d.c). Palladio Rutilio
Tauro Emiliano nel IV sec. d.c. (Opus Agricultu-
GONNESA (CA) rae, IV, 10, 16) ricorda la feracità del Territorium
Neapolitanum.
Presso il villaggio nuragico di Seruci, si è La città sorgeva in località S. Maria de Nabui
individuata, in località Sa Turritta, una posizione su un sistema di dossi alluvionali prospicenti l’e-
fortificata cartaginese con vari quadrilateri e muri stremità sudorientale del golfo di Oristano, attual-
rettilinei. Le ceramiche sparse in superficie sono di mente ridottasi alle lagune di Mar-
tipo punico. Nelle località costiere di Porto Paglia, ceddì e S. Giovanni ed agli stagni di S.
Bruncu’e Teula e Paringianeddu si sono osservati Maria.
frammenti di vasellame punico. La localizzazione del centro antico di Neapolis
BARRECA, pp. 14, 42, 75; Id., Insediamento nel sito di S. Maria avvenne nel secolo XVII, in
punico, p. 124. base alla tradizione costante, al toponimo attuale
ed ai dati delle fonti letterarie antiche.
Furono effettuati scavi nel 1841, 1858, 1951
GONNOSFANADIGA (CA) senza che si rinvenissero (o si riconoscessero)
testimonianze dell’insediamento semitico.
In località Zairi è stata scoperta una favissa di Finalmente nel corso dell’esplorazione
un santuario tardo punico, caratterizzata da topografica dell’Iglesiente settentrionale, attuata

299
dalla Soprintendenza di Cagliari e dall’Università in quanto la maggior parte degli ex-voto che com-
di Roma furono individuati a Neapolis alcuni resti ponevano la stipe era costituita da figurine in terra-
murari in piccole pietre cementate con malta di cotta massiccia, di malati che localizzavano le pro-
fango accompagnati in strati di ceramica punica prie infermità con la posizione delle.mani.
che costituivano le prime attestazioni del centro Le figurine appartengono ad un filone
cartaginese. artigianale popolaresco di remota matrice
Dal 1971 si è sviluppata l’attività di ricerca di sirolibanese.
R. Zucca nell’area di Neapolis che portò Della stipe facevano parte, inoltre, figurine al
all’individuazione di un santuario e della necropo- tornio, statuette di divinità femminile panneggiate,
li punica, oltre che alla scoperta di numerosi manu- a matrice, vasi plastici, pinakes (con
fatti riferibili al centro semitico. rappresentazione di un orecchio e di un volto),
La città sembra sorgere sull’area di un insedia- votivi anatomici, frutti (mandorle e noci), cerami-
mento protostorico indigeno verso la fine del VI che puniche ed attiche a figure rosse ed a vernice
Sec. a.C., come documentano ceramiche puniche, nera, balsamari in pasta vitrea.
ioniche ed attiche a figure nere ed a vernice nera, I materiali si attribuiscono ad un arco
ad opera di Cartagine che volle imporre alla nuova cronologico esteso tra il V ed il Il sec. a.C.
fondazione il suo stesso nome qrthdst “città BARRECA, Insediamento punico, p. 125. Id.
nuova”, che le fonti classiche tramandarono nella Archeologia, p. 301; R. ZUCCA et alii, Neapolis
forma ellenizzata: Neapolis. ed il suo territorio, Oristano, 1986 (in preparazio-
Due iscrizioni tardo puniche da Tharros e da ne).
01bia attestano l’esistenza nell’isola di una qrthd-
st, di cui menzioniamo, rispettivamente, i sufeti ed
il popolo.
Nonostante alcune incertezze è preferibile rite- ISILI (NU)
ne
re che in questa qrthdst vada identificata la Il settore NW della Giara del Guzzini, confor-
Neapous Sarda. mato ad altopiano di modesta estensione (m. 260 x
La topografia del centro punico, a causa delle 140), venne occupato, per ragioni militari, dai Car-
sovrapposizioni di età romana, vandalica e bizanti- taginesi.
na, non è sufficientemente nota. La ricostruzione
del tracciato semicircolare delle mura urbane, Nella località denominata Ovile Baraci, si
effettuate da G. Schiemdt in base all’aerofotogra- individuarono strutture militari, caratterizzate da
fia, consente di confrontare il sistema difensivo di tecnica edilizia punica, cui si associa ceramica
Neapolis con quello di Kerkouane e, conseguente- egualmente punica.
mente, di ascriverlo, con probabilità, ad età punica. La necropoli, di età tardo-punica, situata ai pie-
La necropoli, costituita da tombe a fossa, deve di dell’altura, è caratterizzata dal rituale della cre-
localizzarsi nella area a NW della città dove si è mazione. Altri insediamenti punici sono stati rico-
rinvenuta una cospicua serie di manufatti riferibili nosciuti in località Villa Carlotta, Nuraghe Longu
ai corredi funerari: due scarabei in diaspro verde, e Casteddu Pigas.
di cui uno con rappresentazioni di un giovane cac- BARRECA, pp. 11, 15, 75, 85; Id., Archeolo-
ciatore (Sid?) gradiente; vaghi di collana, forme gia,
vascolari in vetro fuso, ceramiche puniche (tra cui
un vaso plastico prosopomorfo) e d’importazione
(in particolare vasellame attico a figure rosse del V ITTIREDDU (SS)
e IV sec. a.C.).
Il santuario summenzionato, ancora non defini- Dalla località di Monte Zuighe, sede di un
to in planimetria, era ubicato all’estremità setten- abitato di origine protostorica, provengono fram-
trionale di Neapolis, forse già in area extraurbana. menti di anfore etrusche (una di fine VII sec. a.C.,
La stipe di questo luogo di culto ha consentito l’altra di V sec. a.C.), di ceramica attica a figure
di individuare i caratteri della divinità in esso nere e di ceramica punica.
venerata. Si tratta di una persona divina salutifera F. GALLI, Archeologia del territorio: il Comu-

300
ne di Ittireddu (Sassari), Sassari 1983, pp. 5557.
Nella località Pala sutta ‘e rocca si rinvennero
mo
LAERRU (SS) nete puniche ed altri elementi (embrici, bron-
zi, glan
Nel territorio di Laerru si rinvennero monete des fictiles) ritenuti di produzione cartaginese.
puniche, conservate nel Museo di Sassari. CECCHINI, p. 49.
CECCHINI, p. 49.

LOCULI (NU)
LA MADDALENA (SS)
In un ripostiglio di bronzi nuragici si ebbero
Dai fondali circostanti l’isola di La Maddalena numerosi vaghi in pasta vitrea pertinenti a varie
si è recuperata un’anfora punica di tipo MaiTà C2, collane, di produzione punica.
riportabile, probabilmente, al II sec. a.C. A. MORAVETTI, La collezione Cabras, Oro-
E. ACQUARO, Tharros IX, Lo scavo del sei,
1982, AA.VV., Sardegna centroorientale dal Neoliti-
in Rivista di Studi Fenici, XI, 1983, p. 66, tav. co al
XIII, 3. la fine del mondo antico, Sassari 1978, pp.
14849,
nn. 3537.
LANUSEI (NU)
A. Lamarmora segnalò, nel secolo scoro, la
scoperta in località Funtana Padenti de Baccai di LOTZORAI (NU)
un pozzo nuragico, di piccole dimensioni, da cui
furono tratte, insieme ad altri manufatti numerose Nell’area del medievale Castello di Medusa,
monete puniche. prossimo allo stagno di Tortolì, l’esplorazione
Il ripostiglio nuragico di Perda ‘e Floris restituì topografica della costa orientale sarda attuata nel
insieme a prodotti di artigianato indigeno, armille 1966, ha evidenziato una serie di strutture chiara-
in bronzo desinenti a testa di serpente, vaghi di col- mente puniche.
lana in pasta vitrea e ambra riferiti a produzione fe- Si tratta di resti di un forte cartaginese in bloc-
nicia del VII VI sec. a.C. chi squadrati messi in opera a secco sui quali si è
CECCHINI, p. 48. impostata la fortificazione medievale.
Inoltre sulla scarpata dell’altura si è individua-
to un muro in blocchi squadrati.
LAS PLASSAS (CA) La tecnica edilizia ed il materiale punico e
d’importazione rinvenuto suggeriscono il IV sec.
Esplorazioni topografiche effettuate da G. Pud- a.C., ma non è da escludere la preesistenza di una
du e da R. Zucca hanno individuato due fortificazione punica arcaica o fenicia.
insediamenti punici nelle località di S’Uraxi (nel- Il complesso fortificato dovrebbe ascriversi alla
l’area di un villaggio nuragico si individuano resti città di Sulcis, menzionata mungo la litoranea
murari e ceramiche tardopuniche) e di Nuraghe orientale nell’ltinerarium Antonino.
Etzi (centro documentabile tra il V id il III Sec. CECCHINI, p. 109.
a.C. in base al vasellame punico -anforoni com-
merciali, piatti, coppe, bacili, doll, pesi da telaio
ed attico a vernice nera e “delle pendici occidenta- MACOMER (NU)
li dell’Acropoli”.
Inediti. Il centro interno di Makopsisa, menzionato da
Tolomeo (III, 3, 7), è, comunemente, identificato
con l’attuale Macomer. Si ritiene più verosimile ri-
LEI (NU) cercare l’antica Makopsisa ai piedi dell’altopiano

301
dell’odierno centro, che sembra mantenere l’origi- Monete e ceramiche puniche risalenti al IV ed
nario toponimo punico MQM HR (magom hàr = al III sec. aC. sono state inoltre rinvenute nelle
luogo elevato, acropoli). località di Sirigraxiu, sede di una villa medievale,
Nella località Campana si ebbe il rinvenimento e di S. Giorgio.
di due scaraboidi in diaspro verde, mentre da varie CECCHINI, pp. 4950.
località del territorio di Macomer provengono Ricerche inedite C. Porcedda R. Zucca 1981.
monete puniche (in particolare dalla località
Pedrosu).
Infine lo Spano segnala in località Cunzadu de MARRUBIU (OR)
sa Perda il rinvenimento di tre stele funerarie, for-
se sardopuniche. Nella località Ruinas, sede di un centro nuragi-
CECCHINI, p. 49. co, è stato evidenziato un insediamento tardopuni-
co, documentato dal vasellame punico (in partico-
lare anfore commerciali a sacco).
MAGOMADAS (NU) Inedito (Ricerche R. Zucca).

Il toponimo punico (MQM HESS) (= luogo
nuovo) va riferito all’insediamento di Nigolosu, da MEANA SARDO (NU)
cui nel sec. XIII gli abitanti si trasferirono nell’at-
tuale sed. Dal territorio di Meana provengono monete
CECCH IN!, p. 116; A. MASTINO, Cornus pun iche.
nel CECCHINI, p. 50.
la storia degli studi, Cagliari, 1979, p. X.

MILlS (OR)
MANDAS (CA)
Sono state rinvenute monete puniche nell’area
Una presenza commerciale fenicia sin dall’Vili dell’attuale abitato; presso la chiesa di S. Paolo,
sec, a.C. è supponibile in base al rinvenimento di nell’ambito di una necropoli, è stata scoperta una
un bronzetto fenicio, ora in collezione privata. stele in basalto locale, con la rappresentazione ad
Nel 1973 G.B. Ugas nel corso di scavi e ricer- incisione di un volto schematico, riportabile ad
che di superficie ha individuato centri punici nelle artigianato sardopunico.
località di Bangius e Ardiddi. Inediti (Ricerche di B. Bagnolo e A. Meridda).
A Bangius i manufatti punici raggiungono il VI
sec. a.C.
TORE, Bronzi, pp. 45253; UGAS ZUCCA, MODOLO (NU)
pp. 4851.
È segnalato un insediamento punico.
BARRECA, p. 75.
MARACALAGONIS (CA)
Alla periferia orientale dell’attuale centro, in
località Campo Carrui, furono scoperti intorno al MOGORO (OR)
1920 i resti di un santuario a divinità salutare.
I ruderi erano costituiti da numerosi blocchi di L’insediamento punico nel territorio di Mogoro
arenaria e da laterizi di copertura. A qualificare co- è attestato nelle località di Bonorzuli (monete puni
me luogo di culto la struttura individuata stanno
due statue di grandi dimensioni che ripetono, che), Serra ‘e Furca (amuleto cordiforme
nell’arenaria locale, il tipo del Bes ed un cippo a egittizzante), Tradoriu (monete di zecca di Sicilia
coronamento arcuato in calcare con la rappresenta- (?)), Cracaxia (monete, ed amuleti punici), Is
zione di un volto maschile. Il complesso è databile Nuraxis (abitato punico documento da ceramica
al principio dell’età sardopunica. punica ed attica di V-IV sec. a.C.) e S’Arxidda

302
(necropoli punica con stele cuspidata presentante, 1905, pp. 139140; lI, 1906, pp. 219, 321. CEC-
nello specchio centrale, il segno di Tanit). CHINI, p. 59.
F. BARRECA, Ricerche puniche in Sardegna,
Ri MURAVERA (CA)
cerche puniche nel Mediterraneo Centrale,
Roma Nella località di S. Maria si sono individuati
1970, p. 25, 33 (= BARRECA, Ricerche puni- resti di strutture puniche, ed un cippo in granito di
che). m. 2 di altezza con due caratteri punici incisi (am
P.A. CASU, Bonorcili e Carcascia, Cagliari ed aleph), di probabile valore numerale,
1972, interpretabile come pietra miliare.
pp. 7, 15. C. PUXEDDU, La romanizzazione, Un culto delle acque di origine preistorica e
AA.VV. Diocesi di Ales, Usellus, Terra/ba, persistito in età punica ha determinato il singolare
Cagliari 1975, p. 10 orientamento a nord (secondo i canoni religiosi
Notizie inedite di R. Zucca. cartaginesi) della chiesetta di S. Priamo.
L’altura costiera di Monte Nai, limitata ad E
dalla laguna di S. Giusta, costituente un’antica
insenatura, ha rivelato, durante l’esplorazione del
MONASTIR (CA) 1966, l’esistenza di un forte cartaginese a pianta
rettangolare allungata, provvisto di antemurali e di
In vari centri indigeni del territorio di Monastir alcune opere avanzate, riportabile, per la tecnica
le esplorazioni topografiche di G. Ugas hanno con- edilizia, al V sec. a.C.
sentito di individuare numerosi manufatti vascola- L’individuazione di altri ruderi di epoca punica
ri fenici di VII-VI sec. a.C. che spesso si accompa- nelle aree circostanti inducono a consideare il forte
gnano a materiali etruschi e ionici, (M. Zara, Pisci- di M. Nai l’acropoli di un anonimo centro punico,
na S’Aqua, M. Ollodiri). dotato di porto lagunare.
In attesa di scavi stratigrafici non può accertar- CECCHINI, pp. 4041
si se la documentazione materiale fenicia sia in
rapporto allo stanziamento di Fenici ovvero a
semplice presenza commerciale. Risulta accertato
l’insediamento cartaginese nel territorio di Mona- NARBOLIA (OR)
stir, documentato a M. Zara (luogo sacro dotato di
gradinata d’accesso e di altare tagliati nella roccia Uno scavo effettuato nel secolo XVIII nel
e di conserva d’acqua) ed a Piscina S’Aqua. nura
BARRECA, Ricerche puniche, pp. 26, 28. ghe Tunis restituì figurine fittili, forse ker-
BARRECA, pp. 41, 478. UGAS-ZUCCA, pp. nophoroi
2032. connesse al culto punico di Demetra e Kore.
La più antica presenza fenicpunica nel territo-
rio di Narbolia è attestata in località Banatou, sede
di un insediamento indigeno protostorico.
MORES (SS) In un pozzo nuragico di questa località, profon-
do oltre 12 metri, insieme a ceramiche ed a una te-
Nel 1905 fu scoperta una necropoli punica in sta maschile in calcare di artigianato nuragico, si
località Montiju de Conzau, con tombe prevalente- recuperarono sei statuette al tornio e frammenti di
mente ad incinerazione di età ellenistica. numerose altre riportabili al VI sec. a.C., oltre ad
Tra le suppellettili sono segnalati bronzi e una figurina assisa in trono, prodotta a stampo ed a
monete di zecca cartaginese. ceramica pitnica.
Una tomba punica a cremazione con monete La penetrazione punica nel territorio sembra
cartaginesi è segnalata in località S. Maria de Sole. essersi attuata anche con la realizzazione di una
Nella regione che si estende tra S. Maria e Con- fortezza, forse del V sec. a.C., nota come Sa
tadorzu si rinvennero molte monete puniche. Muralla e popolarmente attribuita alla Giudicessa
G. CALVIA, in Archivio Storico Sardo, I, Eleonora d’Arborea.

303
La diffusioe della cultura punica è dimostrata Esplorazioni topografiche, effettuate nel
dalla straordinaria persistenza di un luogo di culto 197071 alla sommità piana del monte di S. Vitto-
di Demetra e Kore in località Cadreas, durato in ria, hanno individuato una fortezza punica.
uso tra il IV/III Sec. a.C. (come documentano le La planimetria generale della fortezza richiama
monete puniche e le più antiche terrecotte figurate l’acropoli di M. Sirai, così come la tecnica edilizia
(kernophoroi e busti muliebri)) ed il IV sec. d.C. di alcuni tratti murari.
Ad età sardopunica si ascrivono interessanti La ceramica rinvenuta è tardopunica,
esempi di kernophoroi, plasmate rozzamente a ma- consentendoci di ritenere che S. Vittoria fosse una
no, che costituiscono l’estremo esito popolaresco posizione aggiunta dai Cartaginesi al sistema forti-
dell’originaria iconografia siceliota, mediata da ficato centroorientale.
Cartagine. BARRECA, Fortificazioni, p. 125.
CECCHINI, p. 59; R. ZUCCA, Narbolia, in
AA.VV., I Sardi, Milano 1984, p. 159. NUORO
Ricerche inedite G. ToreA. StiglitzD. Putzolu.
Presso il nuraghe Noddule sono state
individuate abitazioni rettangolari con ceramiche
puniche.
NARCAO (CA) Nel territorio del comune di Nuoro è registrata
la presenza del toponimo Macumddas, in rapporto,
In località Strumpu Bagoi di Terreseu (Narcao) probabilmente, ad un insediamento punico.
si è individuato e scavato un tempio di Demetra G. MAETZKE, in Studi Sardi, XVI, 1959-61,
pertinente ad un insediamento punico. pp. 6545; BARRECA, pp. 86, 267.
Nel sito, già frequentato in età nuragica, il culto M. PITTAU, La lingua dei Sardi nuragici e
sembra sia stato attivato in funzione di una sorgen- degli
te. Etruschi, Sassari 1981, p. 87.
L’area sacra comprende un basamento
rettangolare di funzione incerta, un sacello mag-
giore rettangolare con piccolo vano per i sacrifici
cruenti, un sacello minore presso il posso sacro e NURACHI (OR)
sei altari.
La tecnica edilizia è caratteristicamente punica Un insediamento punico è ubicato in località is
(muri su zoccolo di piccole pietre cememntate con Ollaius, che restituisce ceramica punica (anforoni
malta di fango e rivestite d’intonaco), come pure commerciali, coppette, piattelli) ed attica a vernice
l’orientamente verso nord. Il tempio, riconsacrato nera del IV Sec. a.C. Una moneta punica di zecca
in età augustea, visse fino al periodo aureliano. di Sicilia (?) proviene dagli scavi della necropoli di
Il tempio ha restituito numerosissime terrecotte S. Giovanni Battista (abitato di Nurachi).
figurate che documentano il sincretismo tra Deme- (Ricerche di R. Zucca).
tra e Ashtart. AA.VV., Nurachi. Storia di una ecclesia,
Nelle località di Riu Murtas e di is Caddeus è Oristano 1985, p. 17.
stata documentata la presenza di modestissimi
insediamenti punici, caratterizzati da resti murari,
edificati con tecniche semitiche, e da vasellame NURAGUS (NU)
punico.
CECCHINI, pp. 48,83; BARRECA, passim. Nell’area della città romana di Valentia, e più
Id., Narcao (Fraz. Terreseu), in I Sardi, Milano precisamente nelle località di S. Mellanu e S. Elia,
1984, pp. 112113. sono stati individuati i resti di due centri punici,
che paiono distinti. Nel territorio di Nuragus si
sono individuate monete puniche.
CECCHINI, p. 69; BARRECA, p. 75.
NEONELI (OR)

304
NURALLAO (NU) G. LILLIU, in “L’Unione Sarda”, ( / / 1985),
p. 7.
La prospezone topografica del territorio ha
consentito l’individuazione di centri punici nelle
località di Bidda Beccia e Pranu Fas. NURRI (NU)
BARRECA, p 75.
G. Spano nel secolo scorso segnalò la scoperta
di una “favissa costruita con pietre a foggia di
NURAMINIS (CA) forno” di santuario dedicato a divinità salutifera.
Si ebbero votivi anatomici e figurine plasmate
Presso Villagreca, in località Monte Leonaxi, le a mano, tra cui una donna assisa con bambino
ricerche di E. Atzeni e G. Ugas, hanno evidenziato stretto al petto. Le terrecotte risultano disperse. In
un centro indigeno presso i quale sono state rinve- assenza di un esame autoptico risulta problematico
nute ceramiche fenicie (oltre che greche ed etru- un inquadramento in età tardopunica ovvero sardo-
sche). punica, in quanto i culti salutari si diffondano in
In età punica l’abitato è documentato da età ellenistica, pur essendo sporadicamente attesta-
ceramiche sia punica sia d’importazione (attica a ti in precedenza.
figure rosse). La tipologia della statuina e la composizione
della stipe votiva sono confrontabili con quelle di
Nella regione di Sa Corona (località Genna Neapolis e di Bithia. In località Su Monte è stata
Sintas) E. Atzeni ha segnalato tombe punicoroma- recentemente recuperata una stele sardopunica con
ne. l’incisione di un volto schematico.
CECCHINI, p. 112; UGAS ZUCCA, pp. CECCHINI, p. 69; A. BONINU, Stele figurata
3234. da Nurri, AA VV., Sardegna centroorientale dal
neolitico alla
fine del mondo
NURECI (OR) antico, Sassari
1978, p. 197.
Una prospezione topografica attuata nel 1983
da E. Usai e R. Zucca, nella località di Magoma-
das, presso Su Pranu S’Ollastu, ha consentito di NUXIS (CA)
individuare un centro punico di carattere militare.
Insediamento punico era stato segnalato, su Sull’altopiano di Corona Arrubia l’esplorazio-
base toponomastica da G. Paulis (mqm hds = ne topografica del 1965 ha individuato un insedia-
luogo nuovo, in punico). mento punico di probabile origine militare.
L’acropoli, a pianta ellittica (m. 100 x 60) era Si osservano ruderi di edifici a pianta
cinta da un muro residuo in alcuni blocchi squa- quadrilatera, allineamenti di blocchi, una conserva
drati e nei piani di posa. A quota 349 si elevava il d’acqua e abbondante ceramica punica.
mastio quadrangolare di m. 10 dilato. CECCHINI, pp. 4142.
L’abitato si estendeva a S e ad W dell’acropoli,
caratterizzata da tombe a fossa, si è individuata a
NW. OLBIA (SS)
L’insediamento punico, come documenta l’ab-
bondante ceramica, sorse intorno al V sec. a.C.
In località, infine, si è individuato un forte Le fonti classiche di carattere mitografico (Pau-
punico, di modeste dimensioni. sania e Solino) attribuiscono la fondazione di Ol-
(Ricerche G. Lilliu). bia ai Seguaci di Iolao, dunque ad un gruppo di co-
R. ZUCCA, Macomades in Sardinia, Atti del I loni “greci”.
Convegno di Studi “L’Africa Romana”, Sassari La critica storica ha attribuito valore alla noti-
1984 1617 Dicembre 1983, Sassari 1984, pp. zia classica, considerandola allusiva ad un’effetti-
185195 (in stampa). va fondazione greca, probabilmente ionica, di età

305
arcaica ovvero ha negato assolutamente credito uno scarabeo in cornalina. Recenti scavi operati da
alle fonti mitografiche. E. Aquaro nella necropoli di Abba Ona, nelle vie
Lo stesso poleonimo, recato dalla più impor- Gallura ed Acquedotto ed, infine, nella regione di
tan S. Simplicio, hanno comportato la scoperta di
te colonia milesia del Ponto e da altre poleis nuove tombe, semidistrutte in precedenti lavori,
greche con arredo funerario modestissimo.
dell’Occidente, è stato ritenuto una ridetermi- Nel retroterra di Olbia si deve segnalare la sco-
nazione di una forma mediterranea Olba. perta di una stele funeraria (?) in granito con segno
La documentazione archeologica di un centro di Tanit, datata al III Sec. a.C., in località S’Im-
greco fa completamente difetto, sicché potrebbe balconadu ed il rinvenimento di monete puniche a
ammettersi che se la colonia fu effettivamente Nuraghe Nuragadena, a Tilibbas ed in località sco-
dedotta ebbe vita effimera e fu spazzata via dalla nosciuta.
reazione cartaginese. CECCHINI, pp. 703; S. MOSCATI, Un
Verosimilmente furono i Fenici a fondare uno “Segno
scalo nell’area olbiense, entro la prima metà del VI di Taniresso Olbia, in Rivista di Studi Fenici,
sec. a.C. Al VI sec. a.C. possono attribuirsi una VII, 1, 1979, pp. 41-43, tav. XV; E. ACQUARO,
brocca con orlo a l’ungo, una brocca con orlo tri- Olbia I (campagna 1977), in Rivista Studi Fenici,
lobato ed un’ampolla piriforme in collezione pri- VII, 1, 1979, pp. 4548; Id., Olbia II (campagna
vata, date come provenienti da Olbia. 1978) in Rivista Studi Fenici, VIII, 1, 1980, pp.
La città cartaginese si estendeva nell’area della 7177; 0. TORE, Elementi culturali semitici nella
Olbia romana. Strutture monumentali puniche Sardegna centrosettentrionale, Atti della XXII
forse di un edificio sacro del III sec. a.C., sono Riunione scientifica dell’Istituto Italiano di Prei-
state rinvenute nel sito della Chiesa di S. Paolo storia e Protostoria nella Sardegna centroettentrio-
Apostolo. Un’importante dedica punica del III -II nale (Sassari Nuoro, 2127 ottobre 1978), Firenze
sec. a.C. menziona sedici antenati di un personag- 1980, pp. 499501, 505509, Fig. 4, 1, 2, 4.
gio.
La necropoli punica si estendeva a NW della
città, in località Funtana Noa e Abba Ona e a S,
nella regione di Joanne Canu. ONANI (NU)
La tipologia tombale prevede camere funerarie
ipogeiche accessibili mediante un pozzo verticale Si rinvennero monete puniche in bronzo.
o un corridoio dotato di gradini, tombe a fossa ed A. BONINU, F. GUIDO, Collezione biblioteca
a cassone. comunale “S. Satta” di Nuoro. Materiale di età
I rituali della cremazione e della inumazione, ellenistica e romana, AA. VV., Sardegna centro
entrambi attestati nella necropoli, apaiono utilizza- orientale dal neolitico alla fine del mondo antico,
ti talvolta contemporaneamente. Sassari, 1978, p. 186.
È attestata anche l’inumazione entro un
sarcofago di calcare. I corredi funerari sono gene-
ralmente modesti e si scaglionano tra il IV ed il III
sec. a.C.; le tombe furono riutilizzate durante il ORGOSOLO (NU)
periodo romano.
Tra i manufatti si menzionano le ceramiche pu- Nel santuario nuragico di Orulù è attesta, dai
niche e quelle laziali dell”atelier des petites estem- materiali della favissa, la prosecuzione del culto in
pilles”, le scarsissime oreficerie (una lamina con età punica e romana.
gorgoneion, ed una foglia), in bronzi (astucci Alla fase cartaginese sono ascrivibili venti
portaamuleti; specchi, strigili etc.), le paste vitree monete puniche attribuite a zecche di Sicilia (?) e
(tra cui la superba collana di Funtana Noa (IV sec. di Sardegna, tra la fine del IV ed il 264 a.C.. Non
a.C.), formata da diciotto elementi, di cui cinque può escludersi la attribuzione ad influenza punica
configurati a testa umana e due a protome zoomor- nella planimetria rettangolare degli edifici e nelle
fa. tecniche edilizie “a piccolo scheggiame e a fango”
Nel secolo scorso fu segnalata la scoperta di (Taramelli).

306
A. TARAMELLI, in Notizie degli scavi di anti- dell’insediamento di Othoca, un limite all’espan-
chità, 1932, pp. 53334; CECCHINI, p. 73; A. BO- sione territoriale fenicia.
NINU, F. GUIDO, Collezione biblioteca comuna- Un indizio in questo senso è offerto dalla
le “S. Satta” di Nuoro Materiale di età ellenistica repentina distruzione, mediante un incendio, del
e romana, AA.VV., Sardegna centroorientale dal centro protostorico di Cungiau de FuntanaNuraxi-
neolitico alla fine del mondo antico, Sassari 1970, nieddu, verso la metà del VII sec. a.C. che potreb-
pp. 171, 182, 185, 190. be imputarsi ai Fenici (ricerche S. Sebis).
D’altro canto è attestata una presenza etrusca
nell’area dell’odierna Oristano, in territorio di
pertinenza fenicia.
ORROLI (NU) Nel 1891 fu infatti rinvenuta in via Re Ugone
(attuale via G. M. Angioi) una iscrizione etrusca,
Il grandioso complesso nuragico dell’Arrubiu, incisa su una lastra di arenaria del Sinis.
localizzato nell’altopiano basaltico di pranemuru I manufatti punici sono documentati nel’area di
(m. 514 s.l.m.) venne riutilizzato dai Cartaginesi, San Nicolò (ceramica punica ed attica, moneta pu-
che vi realizzarono, per motivi militari, degli adat- nica) e di San Martino (moneta punica di zecca di
tamenti in tecniche edilizie puniche. Sicilia), ricadenti nell’agglomerato attuale di Ori-
BARRECA, Fortificazioni, p. 125. stano.
Nell’area della frazione di Nuraxinieddu,
sovrapposto all’insediamento nuragico di Su Cun-
giau de Funtana, S. Sebis ha individuato uno stan-
ziamento cartaginese con vasellame punico e atti-
OSSI (SS) co a vernice nera di IV/III Sec. a.C.
Presso la chiesa della Madonna del Rimedio gli
Un intervento di scavo della Soprintendenza scavi di V. Santoni e S. Sebis hanno documentato
Archeologica di Sassari e Nuoro ha interessato una la presenza di vasellame punico e di kern ophoroi;
necropoli romana, caratterizzata da stele di tipo indizio quest’ultimo di un luogo di culto a Deme-
“sardopunico” con figure antropomorfe incise. I tra e Core.
manufatti del corredo funerario consentono Presso Fenugheda (Donigala fenugheddu) le ri-
di ascrivere la necropoli al 1111 sec. d.C. cerche di R. Zucca hanno evidenziato ceramiche
A. MORAVETTI, Necropoli romana in località tardopuniche, frammenti di Kernophoroi e monete
S. AntonioOssi, in AA.VV., Nuove testimonianze p uniche.
archeologiche della Sardegna Centrosettentriona- C. BATTISTI, in “Studi Etruschi”, 1936, p.
le, Sassari 1976, pp. 7991; F. LO SCHIAVO, Leste- 506.
le, in AA.VV., Nuove testimonianze, cit., p. 9396 R. ZUCCA, Il centro feniciopunico di Othoca,
“Rivista di Studi fenici”, 9, 1981, pp. 11213; S.
ORISTANO SEBIS, in Atti dalla Tavola rotonda “Ceramiche
arcaiche e d’importazione da Tharros (Nuoro 1517
La città è attestata per la prima volta in fonti gennaio 1981)”; V. SANTONI, S. SEBIS, in
bi “Nuovo Bollettino Archeologico Sardo” I, 1984
zantine (Giorgio di Cipro, Descriptio orbis (in stampa); R. ZUCCA, Ad Nuragas in età roma-
Romani, 675; Leone Sapiente, Episcopatuum na ed altomedievale, AA.VV., Nurachi Storia di
Orientalium not itiae, PG CVII, 344: Aristianes); una ecc/esia, Oristano 1985, p. 30; G. COLONNA
tuttavia sia nell’area cittadina sia nel territorio in “Atti del II Congresso Internazionale etrusco”,
comunale si osserva una continuità insediativa a Firenze 1986 (in stampa).
partire dalle fasi prenuragiche.
Verosimilmente la fondazione di Othoca ad
opera dei Semiti comportò l’estensione del domi- OZIERI (SS)
nio fenicio sull’area in cui sorge Oristano, almeno
sino alla riva sinistra del Tirso, in quanto il fiume Furono rinvenute numerose monete e cerami-
potrebbe aver costituito, nelle prime fasi che puniche (località Lentizzu e Sa Mandra ‘e Sa

307
Giua). Rivista di Studi Fenici, 9, 1981, p. 113.
CECCHINI, p. 73; P. BASOLI, Ii pro biema
dell’età feniciopunica.
AA.VV., Il Monte Acuto, s.1. 1984, p. 45.
PAULILATINO

PABILLONIS (CA) Nell’ambito del santuario nuragico di S. Cristi-
na, sono state rinvenute quattro figurine in bronzo
Una prospezione topografica di R. Zucca, fenicie; la più antica, rappresentante una divinità
attuata su un terrazzo alluvionale dominante il Riu femminile assisa, è riportabile agli ultimi secoli del
Mogoro, in località S. Luxiori ha consentito II millennio a.C., le altre tre si scaglionano tra il IX
l’individuazione di un insediamento punico e della e l’VIlI sec. a.C. Si tratterebbe di exvoto esotici de-
sua necropoli. posti da indigeni o, meno probabilmente, da Feni-
Il vasellame punico ed attico a vernice nera rac- ci, ovvero, nel caso del più antico bronzo, la parte
colto in superficie si situa tra il IV ed il Ill sec. a.C. di una preda a danno di navi fenicie votata dai Sar-
Inedito. di nel santuario di Paulilatino. Durante il periodo
tardopunico il culto indigeno fu sostituito da quel-
lo di Demetra e Core, che, comunque costituiva
l’interpretazio punica della religione fertilistica
PADRIA (SS) sarda. La stipe del tempietto di Demetra e Core ha
restiuito numerose kernophoroi, terrecotte figura-
L’abitato moderno corrisponde, probabilmente, te, ceramiche, vaghi di collana e balsamari di pasta
alla Gouroulis Palaia di Tolomeo (III, 3, 7). vitrea.
L’acropoli deve essere individuata alla periferia Un altro santuario della coppia Eleusine fu
del centro attuale, su un modesto poggio delimita- edificato sulle rovine del nuraghe Lugherras,
to da una cortina muraria in blocchi poligonali. utilizzando la camera superiore del mastio centra-
La necropoli è localizzata in località Trainu le come favissa.
Mortu. In quest’ultima, durante gli scavi effettuati da
Un santuario a divinità salutare, infine, è stato A. Taramelli, si ebbero numerosissime kernopho-
scoperto negli anni quaranta a Is Caniles o S. Giu- roi, tra cui un singolare esemplare influenzato da
seppe ed è stato fatto oggetto di scavi da parte di modelli dell’arcaismo greco, lucerne (di cui una
G. Tore nel 19731975. con un graffito forse neopunico), monete in bron-
Il santuario è costituito da un’ampia area sacra zo, vaghi di collane etc. I sacrifici rituali dovevano
delimitata da muri con un altare a cielo aperto. comprendere l’olocausto di animali, dei quali si
La favissa ha restituito terrecotte figurate sono rinvenuti i resti ossei, misti a carboni e cene-
ellenistiche e votivi anatomici e monete puniche e ri.
romane. Nel territorio paulese sono state rinvenute, fre-
CECCHINI, pp. 734; G. TORE, Ricerche puni quentemente, monete puniche, in particolare nei
che in Sardegna I (197074). Scoperte e Scavi, siti di Zimiales e di Mura Ligias.
in Studi Sardi XXIII, 197374, Sassari 1975, pp. CECCHINI, p. 76; BARRECA, pp. 15051
374379; G. TORE, Padria (Sassari), località di epassim.; TORE, Bronzi, pp. 451, 454461.
Palattu, AA. VV., I Sardi, Milano 1984, p. 291.

PERDAS DE FOGU (NU)

PALMAS ARBOREA Da località sconosciuta nel territorio di
Perdasdefogu proviene un ripostiglio (?) di 764
Un piccolo insediamento tardo punico è stato monete, di cui 729 sardopuniche.
recentemente individuato in località Perda Bogada, CECCHINI, p. 76.
alle falde occidentali del Monte Aru.
R. ZUCCA, Il centro feniciopunico di Othoca,

308
PERFUGAS (SS) letterarie ed epigrafiche di età romana (Plinio il
Vecchio, Tolomeo, Itinerarium Antonini, Tabula
In località S. Maria le ricerche e gli scavi di R. Peutingeriana) e bizantina (Giorgio di Cipro, Ano-
D’Oriano hanno documentato la presenza di uno nimo Ravennate, Leona Sapiente).
stanziamento indigeno, in cui sono presenti mate-
riali fenici del VII/VI sec. a.C. insieme a cerami- Tuttavia il grammatico Consentius ha
che etrusche (anfore, bucchero, ceramica etrusco- conservato un frammento di un Annalista (Cincio
corinzia), grecoorientale ed attiche. Alimento o Varrone Atacino) che, probabilmente a
Nell’area del tempietto a pozzo nuragico di proposito delle guerre puniche, menzionava, insie-
Predio Canopolo, scavato da A. Taramelli, si sco- me ad altri centri sardi, Turribus.
prì un campanello eneo e ceramica punica. Questa constatazione potrebbe indurci a ritene-
CECCHINI, p. 76; R. D’ORlANO in UGAS- re che la colonia romana dedotta da Cesare o da
ZUCCA, pp. 8789. Ottaviano insistesse su un’area precedentemente
abitata.
Lo stesso secondo componente del toponimo
Li
PIMENTEL (CA) byssonis è ritenuto pertinente al substrato
mediterraneo e, conseguentemente, in rapporto ad
Nel secolo scorso furono segnalate da G. un insediamento preromano.
Spano, nell’agro di Pimentel, delle tombe a came- La documentazione relativa ad un centro
ra puniche. feniciopunico a Turns Libyssonis è, comunque,
Si trattava, invece, come ha documentato lo scarna e non priva di problemi.
scavo di E. Usai di una necropoli a domus de janas Si hanno nell’Antiquarium di Porto Torres vari
in località s’Aqua Salida, riutilizzata in epoca piatti fenici (VI sec. a.C.), una coppa ionica A 2, ed
tardopunica, in quanto le scelte planimetriche delle un calice di bucchero etrusco derivati dalle Col-
domus dejanas si adattavano alle esigenze rituali lezioni Dessi e Paglietti e dati come provenienti da
cartaginesi, essendo simili a quelle delle tombe a Turns Libyssonis.
camera ipogeica. Inoltre nel Museo di Sassari sono collocate due
II rituale rivelato dallo scavo è esclusivamente lekythoi samie della prima metà del VI Se. a.C. ri-
l’inumazione. I manufatti del corredo sono costi- tenute da F. Nicosia, probabilmente, provenienti da
tuiti da ceramiche, vaghi di collana in pasta vitrea Turns.
e monete cartaginesi. Nel secolo scorso furono scoperti a Porto Tor-
E. USAI, Pimentel, AA.VV., I Sardi, Milano res un amuleto egittizzante rappresentante Bes e
1984, p. 114. due statuette di Bronzo rappresentanti iside ed Osi-
ride, forse di età punica.
Nello specchio d’acqua antistante Porto Torres
PLOAGHE (SS) fu recuperata negli anni quaranta una stele in tra-
chite con figura divina maschile in rilievo.
Sono segnalati rinvenimenti di monete puniche Nel 1960, in una discarica della città romana,
in località Truvina e Monte Cannuja. sono state rinvenute due testine tardopuniche di
In una tomba a fossa presso il nuraghe Attentu pasta vitrea.
si ebbe un cremato e due monete puniche. Infine in un’area cimiteriale antica presso
G. MAETZKE, in “Studi Sardi”, XVII, Tanca di Borgona si ebbero loculi litici di tipo
195961, p. 661; CECCHINI, p. 78. tardopunico, noti ad esempio ad AlgheroS. Imbe-
nia.
CECCHINI, pp. 812; F. NICOSIA, Etruski-
PORTO TORRES (SS) sche Zeinugnisse undEinflüsse, in Kunst und kul-
tur Sardiniens, Karlsruhe 1980, pp. 200211;
TURRIS LIB YSSONIS D’ORlANO in UGASZUCCA, p. 88.

La città di Turns Libyssonis è attestata in fonti

309
tra Sardi e Fenici dopo un conflitto accesosi tra i
POZZO MAGGIORE (SS) due elementi cotenenti per il possesso di una zona
mineraria, al tempo del re fenicio di Cipro Pum-
In località Antoni ‘e Ponti fu scoperto un ripo- may (il Pigmalione delle fonti greche). Entrambe
stiglio di circa tremila monete sardopuniche. le iscrizioni però non riflettono necessariamente
CECCHINI, p. 82. l’avvenuto passaggio da una fase di frequentazione
commerciale alla fase urbana.
La documentazione archeologica
PULA (SS) dell’insediamento urbano di Nora raggiunge, fino-
ra, la prima metà del VII sec. a.C.
NORA G. Pesce individuò ceramica protocorinzia
nello strato più profondo delle abitazioni fenicie
La città di Nora sorse sulla penisoletta i Pula, della costa occidentale della penisoletta. Alla
uno dei promontori più meridionali della Sarde- prima metà del VII sec. a.C. può riportarsi una
gna, distante circa 180 Km. dalla costa africana. fibula a navicella di importazione etrusca, rinvenu-
Il poleonimo è, concordemente, attribuito allo ta presso la necropoli.
strato linguistico mediterraneo, in quanto derivato Non dissimile deve essere la cronologia
dalla radice nor/nur, che sta alla base del nome nu- attribuibile ad uno spillone o stiletto a capocchia
raghe. Gli scavi archeologici riguardarono nel modanata di produzione sarda dalla stessa area
secolo scorso il tophet e la necropoli; fra il 1952 e cimiteriale.
il 1960 G. Pesce ha scavato gran parte del centro La necropoli fenicia (fine VII-VI sec. a.C.) è lo-
urbano. calizzata sullo istmo presso le tombe a camera ipo-
Le fonti mitografiche greche e latine (Pausa- geica cartaginesi.
nia, È attestato come rituale funerario la cremazio-
X, 17, 2; Stefano di Bisanzio, Ethnikà s.v. ne; le ceneri del defunto erano collocate in una
Erithia; cista litica, con il corredo che presentava ceramica
Sallustio, Historiae, Framm. Maurenbrecher; fenicia e d’importazione etrusca.
Solino, Rerum memorabilium,) attribuiscono la Come si è detto, alla fase fenicia si attribuisce
fondazione di Nora, unanimemente riconosciuta lo strato più profondo delle abitazioni edificate sul
come la più antica citta della Sardegna, a Norace, litorale occidentale.
figlio di Ermes e di Erithia, figlia di Gerione, che La penisola di Nora, eccezionalmente articola-
giusne in Sardegna da Tartesso a capo di un grup- ta, presenta vari istimi ed insenature e l’isolotto del
po di Iberi. Coltellazzo (in epoca fenicio-punica attaccato alla
Nella tradizione mitologica va riconosciuta la terraferma) che formava una specie di molo,
nozione di una fondazione di Fenici, probabilmen- accentuato dalla presenza di una rientranza (dove
te dell’Iberia. le rocce si presentavano tagliate), protetta dai venti
L’area occupata dalla città risulta, precedente- di NE (grecale) e di NW (maestrale) ed esposta
mente l’arrivo dei Fenici, interessata da vari inse- solo ai venti di scirocco.
diamenti nuragici, documentati sull’altura di Col- I porti sono determinati dalla configurazione
tellazzo, sul poggio dominato dal tempio c.d. di stessa della penisola, apparentemente senza alcuna
Tanit e presso le Terme a Mare, dove si è indivi- aggiunta da parte dell’uomo.
duato un pozzo nuragico, provvisto di scala di Nora era una città commerciale/marittima.
discesa. Dobbiamo perciò aspettarci di trovare, vicino al
La più remota documentazione di una presenza porto, la piazza del mercato. La Nora romana
fenicia a Nora è affidata ad un modesto frammen- effettivamente aveva il foro presso il porto setten-
to di iscrizione fenicia, riportato su base paleogra- trionale, invece che nell’incrocio del decumanus
fica dal Cross all’XI sec. a.C. ed alla celeberrima con il cardo maximus. Si può dire che il foro si
“stele di Nora”, riportata alla seconda metà del sec. aprisse sul porto, e questa è anche la posizione tipi-
IX a.C. ca della piazza del mercato fenicio. Se poi si tiene
In questa iscrizione, secondo la recente presente che ad ovest v’era anche un altro approdo,
interpretazione del Cross, sarebbe celebrata la pace allora è ancor più evidente l’origine feniciopunica

310
della piazza che, con una scelta significativamente romana; tuttavia si intuisce il tracciato delle strade
funzionale, si trovava tra due porti ed era facile a puniche, perché ogni tanto si vede che le vie lastri-
raggiungrsi anche dall’approdo posto presso la cate -invece di continaure nella direzione logica
torre di S. Efisio. Attorno a questo embrione inizia- del tessuto urbanistico romano -svoltano o si arre-
le si è sviluppato il resto della città, che venne for- stano, evidentemente perché in quel punto hanno
tificata, sin dall’età arcaica. trovato un ostacolo precedente o ricalcavano il
L’acropoli era sull’altura del Coltellazzo, dove tracciato delle vie puniche. Una strada particolar-
ora sorge la torre di S. Efisio, torre spagnola mente antica doveva essere quella che partendo
costruita con materiale di recupero, tratto dalla dalla piazza del mercato, si dirigeva verso le zone
città. di grande interesse per tutta la popolazione, e pre-
La cinta dell’acropoli si è potuta solo cisamente verso la necropoli e, di qui, verso l’usci-
individuare osservando accuratamente il terreno. ta dalla città murata e poi verso l’entroterra agrico-
Le mura dell’acropoli hanno un andamento “a lo (che costituiva la grande risorsa alimentare della
spirale”: partono da uno sbarramento dell’istmo città), ed il tophet extraurbano.
posto ad ovest della torre di S. Efisio, seguono a Questa strada, benché molto antica, si è mante-
mezza costa il fianco nord dell’altura, poi piegano nuta sempre nello stesso tracciato ed è stata poi in-
verso sud ed infine puntano di nuovo verso lo serita nel reticolo delle strade romane, come uno
sbarramento dell’istmo. dei cardini principali.
Sul loro tracciato si trovavano almeno due A Nora son stati riconosciuti luoghi sacri urba-
torri. ni ed extraurbani. Il tophet, ubicato presso l’attua-
Il parametro esterno delle mura era formato con le chiesa di S. Efisio, era extraurbano, trovandosi
blocchi lavici, di dimensioni medie tra gli 80 ed i fuori della cinta muraria urbana.
90 centimetri (difficilmente raggiungono il metro), La sua area è stata scavata solo pazialmente, in
di forma irregolare, messi in opera a secco. un settore inizialmente messo in luce dal mare. Si
Richiamano, in modo notevole le più antiche forti- è poi estesa questa indagine ad opera della Soprin-
ficazioni di M. Sirai e, in mancanza di dati strati- tendenza Archeologica di Cagliari, alla fine del se-
grafici, possiamo ritenerle approssimativamente colo scorso, ma l’esplorazione non è stata condot-
coeve di queste, datandole al sec. VII a.C.. Esse ta a termine. Ciò che si è trovato è databile dal III
vennero restaurate tra la fine del IV ed il pieno III secolo a.C., in base ai caratteri epigrafici delle
secolo. iscrizioni rinvenute. Nel settore scavato è docu-
Oltre questa fortificazione dell’acropoli, vi mentata un’assoluta prevalenza del “molk mor”
sono tracce della cinta esterna della città bassa. Se (cioè del sacrificio di sostituzione) sul “molk”. Al
ne sono trovate tracce sopra un piccolo poggio momento del ritrovamento, le stele erano ancora in
dove si hanno resti del paramento interno di una piedi ed ogni stele aveva vicino un’urna.
cortina di una torre interna, ed infine di un grosso Le urne erano dei contenitori molto semplici.
edificio, non scavato, del quale non è individuabi- Le stele hanno di solito l’aspetto di un cippo di pie-
le la funzione. Data l’estrema vicinanza alle mura, tra, piuttosto rozza, che riproduce il prospetto di
è però molto probabile si tratti di un fortino, anche un’edicoletta, entro la quale è una scultura,
se non è da escludere che si tratti invece di un edi- prevalentemente, di tipo aniconico (“Segno di
ficio sacro, dal momento che abbiamo esempi di Tanit”, “Idoli a bottiglia”, Betilo, Losanga, ecc.).
edifici sacri addossati alle mura. Di particolare interesse è il ritrovamento di un
Nella città bassa lo scavo ha evidenziato, in di- frammento di vaso a vernice nera, sul quale era
versi settori, abitazioni puniche. In particolare, graffita una dedica a Tanit, redatta in caratteri ed in
sulle pendici meridionali della cosidetta collina di lingua punica, databile almeno al sec. IV a.C.. È
Tanit, G. Pesce ha scavato un complesso di forse il documento più antico del tophet di Nora.
ambienti piuttosto piccoli, quadrangolari, affianca- Tra i templi urbani deve menzionarsi quello
ti gli uni agli altri e isolati tra loro. Paragonando esistente, sulla vetta della collina centrale, il c.d.
questo quartiére alla casbah delle città del tempio di Tanit, di età arcaica, di cui è rimasto un
NordAfrica. basamento in muratura, fatto con pietrame rozzo
Le case erano separate tra loro dalle strade. cementato con malta di fango ma provvisto di
Quelle attualmente visibili sono di età imperiale enormi blocchi angolari, secondo la tipica tradizio-

311
ne edilizia semitica. Si tratta in sostanza di un No
grande altare a cielo scoperto, costruito con la tec- ra, Sassari, 1984. AA. VV., Nora. Recenti studi
nica delle fosse di risparmio riempite di pietrame. e
Intorno al basamento doveva esservi un colonnato, scoperte, Cagliari 1985.
di cui si è rinvenuto qualche frammento di colonna
e un capitello ionico con un volto umano tra le
volute.
Un altro tempio, ubicato a “sa punta ‘e su colo- RIOLA SARDO (OR)
ru”, all’estremità meridionale dell’abitato, è giun-
to a noi nella su aricostruzione di età cotantiniana, Le ricerche topografiche di R. Zucca hanno
ma ebbe almeno una fase punica, alla quale posso- portato alla scoperta di due centri punici nelle loca-
no attribuirsi un’edicola con architrave egittizzan- lità di S’Urachedda is Ariscas (o Prei Madau) (abi-
te (ora nel Museo Nazionale di Cagliari) e il rude- tato documentato da ceramiche puniche (V-Ill sec.
re di un piccolo edificio a pianta rettangolare, a.C.) ed attiche a figure rosse ed a vernice nera (V
tagliato nella roccia ed orientato canonicamente a IV sec. a.C.), Is Arisca Burdas (luogo di culto (?)
nord. La ricostruzione costantiniana non conosce- attestato da frammenti di kernophoroi, statuette
va più tale orientamento, ma rispetta ancora, nella ammantate e da ceramica punica) e Nuraghe Civas
planimetria del sacello, la tripartizione punica in (insediamento indiziato da vasellame punico).
vestibolo, vano mediano e penetrale geminato (o Inedito.
bipartito) nel fondo. Forse era dedicato ad Esh-
mun, come suggeriscono gli ex voto rinvenuti, dai
quali appare chiaro che il devoto doveva praticare
il culto dell’incubazione: si addormentava cioè nel SAGAMA (NU)
tempio attendendo una grazia (forse la guarigione)
dalla divinità, la quale si manifestava in aspetto di In località Coroneddas, necropoli punica che
serpente. L’immagine di uno dei devoti appare riutilizzava domus de Janas. Degli oggetti di corre-
infatti avvolta nelle spire del serpente sacro. do sono menzionate monete puniche.
La necropoli cartaginese di Nora è, come si è CECCHINI, p. 83.
detto, del tipo a camera ipogeica con accesso a
pozzo. Al fondo del pozzo si apre comunemente
una cameretta, in alcuni casi due. Gli elementi di
corredo sono costituiti da ceramica punica ed atti- SAMASSI (CA)
ca, sacarabei, amuleti, rasoi, terrecotte figurate,
alabastra, balsamari in pasta vitrea e rari gioielli. Le indagini di G. Ugas hanno consentito l’indi-
viduazione nel 1981 di un insediamento punico in
località Is Argiddas, al confine con il comune di
Sanluri.
S. MARGHERITA DI PULA Il centro punico, di cui si sono individuati trat-
ti murari in piccole pietre cementate a fango, si
Negli anni Sessanta si è scoperto fortuitamente sovrappone ad un abitato preistorico e protostori-
un santuario di Demetra e Core, dal quale co. Tra i materiali recuperati si segnala ceramica
provengono le statue delle due persone divine di punica ed un frammento di matrice per pani votivi,
grandezza quasi naturale ed alcuni ex voto di decorata a motivi fitomorfi.
epoca tardopunica. G. UGAS, Notiziario, Archeologia Sarda, (II),
CECCHINI, pp. 6068; 85; F. BARRECA, 1981, p. 84.
Mon
te Sirai III, Roma, 1965, p. 166; G. CHIERA,
Te SAMUGHEO (OR)
stimonianze su Nora, Roma 1978.
P. BARTOLONI, C. TRONCHETTI, La necro L’altopiano allungato di Pala ‘e s’Ilighe ha rive-
poli di Nora, Roma 1981; C. TRONCHETTI, lato in un’indagine del 1973 una fortificazione car-

312
taginese, articolata in una cinta muraria che orla il (tombe a fossa e enchytismoi: III Sec. a.C.); Bidd
margine dell’altopiano ed in una serie di strutture ‘e Cresia (necropoli costituita da diverse decine di
fortificate alla sommità dell’altura. Nell’area ar- tombe, trentaquattro delle quali sono state scavate
cheologica si rinvenne un piccolo altare a gola, di dalla Soprintendenza: IV III sec. a.C.); S. Cateri-
tipo punico, mentre numerose monete puniche si na; Su Pauli, Giliadiri (IV III Sec. a.C.).
rinvennero in località S. Maria di Abbasassa, pres- F. BARRECA, L’età punica, in Ricerche
so Pala s’Ilighe, nel 1930. archeologiche nel territorio di Sanluri, Sanluri
E. ACQUARO, Le monete puniche del Museo 1982, pp.
Nazionale di Cagliari, Roma 1974, (ACQUA- 45-7; M. C. PADERI, Necropoli di Bidd ‘e Cre-
RO), pp. 3132. sia e le tombe puniche, in Ricerche archeologiche
nel territorio di Sanluri, cit., pp. 49-51; G. TORE,
Corredi da tombe puniche di Bidd ‘e Cresia, in
SAN GAVINO MONREALE (CA) Ricerche archeologiche nel territorio di Sanluri,
cit., pp. 53-8; M. C. PADERI, L’insediamento di
Ricerche effettuate da G.B. Mallica e R. Zucca Fundabi de A ndria Peis-Padru Jossu e la necropo-
hanno riconosciuto nel territorio di S. Gavino quat- li di Giliadiri. Reperti punici e romani, in Ricerche
tro insediamenti punici, in località Cuccuru ‘e Ca- archeologiche nel territorio di San/un, cit., pp.
su, Funtana ‘e Canna, Bia Umbu e Tuppa Xebru. 6366.
In questi centri sono state recuperate ceramiche
puniche ed attiche comprese tra il V ed il III Sec.
a.C. SAN SPERATE (CA)
Inediti.
L’attuale abitato sorge nell’area di un importan-
te centro fenicio-punico, interessato a partire dal
SANLURI (CA) secolo scorso da scavi programmati e ricerche
occasionali.
Il censimento archeologico del territorio comu- Negli anni 1966, 1974 e 1978 gli archeologi P.
nale di Sanluri effettuato negli anni 1979-1982 dal Bartoloni e G. Ugas hanno effettuato lo scavo di
Gruppo Archeologico ex legge 285/77, diretto da numerose aree cimiteriali puniche (Bia de Deximu
M.C. Paderi, in collaborazione con la Soprinten- Beccia, Via S. Giovanni, Via Nuova e Su Stradoni
denza Archeologica (archeologo G. B. Ugas) ha de Deximu), con tombe a cassone e ad enchytri-
consentito la documentazione di undici insedia- smòs.
menti e di otto necropoli puniche. L’area di abitato punico è stata, parzialmente,
Gli .abitati sono stati riconosciuti nelle località interessata da saggi di scavo da parte di G. Ugas.
di Bia Collinas, Brunk ‘e Cresia, Brunku Predi I rinvenimenti archeologici (specie nelle necro-
Poddi, Corti Beccia, Corti sa Perda, Masu Serci (o poli) comprendono ceramiche vascolari puniche
Mitrixedda), Pauli Murtas, Sa Ruina ‘e Stuppai, ed attiche (a figura nera e rossa ed a vernice nera),
Fundabi de Andria Peis, Padru Jossu ed Uraxi coroplastica (tra cui una maschera orrida del tipo II
Mannu. Cmtas), scarabei, oreficeria, rasoi, forme vascolari
I manufatti recuperati in superficie (ceramiche in vetro fuso, amuleti, etc.
puniche e, talora, attiche a vernice nera) rivelano
insediamenti tardopunici (IV/III a.C.), pur non CECCHINI, pp. 8788 (notizie fino al 1966);
mancando alcuni elementi che riporterebbero al V G.B.
(ceramica attica). UGAS, Castello nuragico di tipo trilobato e
Le necropoli sono state localizzate a Brunku figura in rilievo su altare “dal Sinis di Cabras
sa (Oristano)”, in Archeologia Sarda, 1980, p. 8,
batalla (tombe a fossa coperte da lastroni e ad tavv. 5, 6, n. 5; G . B. UGAS, Modello litico di
enchytrismòs: IV II sec. a.C.); Mar ‘e Idda (tomba nuraghe tetralobato rinvenuto in località “Su stra-
a fossa coperta da lastroni IV III sec. a.C.); Brun- doni de Deximu” di San Sperate. Tesi di specializ-
ku ‘e Mesu (tombe a cassone costituito da lastro- zazione in Studi Sardi, Cagliari 1974, medita; G.B.
ni ed enchytrismoi: III II sec. a.C.) Corti Beccia UGAS, Laceramica di M. 01/adiri e attestazion

313
greche, fenicie ed etrusche in contesti tardonuragi- (1970-74). Scoperte e scavi a Pani LorigaSantadi
ci della Sardegna Meridionale, in Tavola Rotonda (Cagliari). Studi Sardi, XXIII (1973-74), 1, Sassa-
su TharrosNuoro 17-1981, in corso di stampa; ri 1975, pp. 365374; F. BARRECA, Santadi (CA),
G.B. UGAS, Influssi grecoorientali nei centri tar- loc. Pani Loriga, AA. VV. I Sardi, la Sardegna dal
donuragici della Sardegna Meridionalein “P. d. P.” Paleolitico all’età romana, Milano 1984, pp.
CCIV CCVII, 1982, pp. 45461, figg. 1-5, 17; G.B. 127128; G. TORE, Santadi (CA), loc. Pani Loriga,
UGAS, Le scoperte e gli scavi lungo i secoli, in AA. VV. I Sardi, cit. pp. 128129.
AA. VV. Nur, la misteriosa civiltà dei Sardi, Mila-
no 1980, p. 303.

S. ANNA ARRESI (CA)
SANTADI (CA)
Nell’area costiera di questo comune, presso gli
PANI LORICA attuali Porto Pino e Porto Botte, la ricognizione to-
pografica attuata nel 1965, nel Sulcis meridionale
Nel 1965 si individuò una fortezza ha individuato la seguente serie di presenze puni-
feniciopunica sorta, intorno al VII sec. a.C., in che:
un’area di antico insediamento preistorico e Guardia Bue e Guardia Nadali (tombe puniche
protostorico. a camera ipogeica);
Lo scavo (F. Barreca -G. Tore) ha riguardato Guardia S’Arena: canale tagliato nella roccia;
l’acropoli (a pianta allungata, con due cinte mura- Monte Sarri: edifici punici a pianta guadrilate-
rie e mastio riutilizzante il nuraghe Diana), la ra e ceramica punica;
necropoli fenicia a cremazione prevalente, in fosse Guardia Sa Perda Fitta: altura fortificata da un
(i corredi comprendono ceramiche fenicie, etru- muro a blocchi poligonali, con numerosi edifici
sche e ioniche, armi in ferro, amuleti, scarabei, punici e ceramica fenicia e punica;
gioielli in argento) e punica (a camere ipogeiche). Stagno Baiocco: tratti affioranti di argini anti-
Entro il perimetro fortificato più esterno si è chi;
messo in luce un agglomerato di abitazioni perti- Stagno di Maestrale Nuraghe Case Santjust:
nenti, con probabilità, alla popolazione civile stan- edifici a ceramica punica;
ziata sull’altura. Monte Gibarussa: nuraghe ampliato, probabil-
La fortezza consentiva il controllo di una via mente, in età punica;
naturale che attraverso le valli dell’Iglesiente Terra Sarina-S. Pietro-Nur ‘e Goga: ceramica
meridionale giungeva a Tegula e Bithia. punica. Non deve escludersi che in quest’area tra
Nel 1965 l’esplorazione topografica delle valli Porto Pino e Porto Botte, sia da localizzarsi, secon-
del Rio di Santadi e del Gutturu Mannu consentì do l’ipotesi di A. Lamarmora, il Soulkoi limen,
l’individuazione di vari insediamenti punici. (Sulcitanus Portus) di Tolomeo (III, 3, 2.).
S’arcu ‘efixi: modeste abitazioni puniche, edifi- In area prossima a Porto Pino (Case Cinus) si
cate in pietrame minuto; si osservano ceramiche individuarono numerose costruzioni puniche, tra
puniche; cui un edificiQ rettangolare, con murature costrui-
Figuera: edifici a pianta rettangolare, costruiti te col sistema “a casematte”.
con la tecnica “a telaio”; presenza di ceramica CECCHINI, pp. 39, 7980.
punica;
S’arcu ‘e su schisorgiu: ceramica punica sul
piano di una antica strada; S. GIUSTA (OR)
S. Antonio: abitazioni puniche caratterizzate
dalla pianta quadrangolare e dal vasellame punico. OTHOCA
CECCHINI, p. 75; BARRECA, Ricerche puni
che, pp. 27, 30; Id. Fortificazioni, pp. 121-22, Othoca è menzionata in questa forma
fig. nell’Itinerarium Antonini (82, 84), nella Cosmo-
32; BARRECA, passim. G. TORE, Notiziario graphia del Ravennate (V, 26) e nella Geographi-
archeologico. Ricerche puniche in Sardegna, I ca di Guidone (64): nella Geographia di Tolomeo

314
(III, 3, 2) appare, tra i centri della costa occidenta- quanto, almeno nella località di Is Olionis, manca
le Sarda, con la denominazione di Othaia, ripresa finora qualsiasi testimonianza del centro romano,
nella Tabula Peutingeriana (segm. II, c) con la che sembrerebbe localizzato ad Ovest della sud-
variante Uttea. detta zona.
Il toponimo è unanimamente attribuito allo La documentazione materiale è costituita da ce-
strato ramica fenicia e punica e d’importazione (bucche-
linguistico semitico col significato di (la citta) ro etrusco, ceramica etruscocorinzia, ionica, corin-
vec zia, attica a figure nere, rosse ed a vernice nera con
chia, in rapporto ad una “città nuova” identifi- vasi anche di grandi dimensioni quali un cratere a
cata in Neapolis. colonnette, laziale dell”atelier des petites estampil-
Il centro è stato di discussa localizzazione fino les”), vetri (vaghi di collana e balsamari in pasta
agli scavi effettuati nel 1910 presso S. Giusta da A. vitrea), monete puniche di zecca di Sicilia (?) e di
Taramelli e F. Nissardi. Sardegna.
L’individuazione di una vasta necropoli fenicia Particolare importanza per la cronologia del
e punica indusse lo stesso Taramelli ad identificare più antico stanziamento fenicio assume un thi-
Othoca in S. Giusta. miaterion con fusto a corolle rovesciate e coper-
In precedenza erano state effettuate, nello stes- chio a protome taurina ed un torciere in bronzo
so sito degli scavi del 1910, delle importanti sco- fenicio-cipriota, forse della I metà del VII sec.
perte di interesse fenicio-punico ad opera dell’ori- a.C., in collezione privata di Oristano e dato come
stanese G. Busachi, che tra il 1861 ed il 1866 scavò proveniente da S. Giusta, nonostante non si possa
alcune diecine di tombe della necropoli che aveva escludere la pertinenza dei due bronzi ad un inse-
individuato all’estremità meridionale dell’abitato diamento protostorico (che precedette la fase
di S. Giusta. urbana fenicia), cui sarebbero giunti mediante il
L’edizione parziale della relazione di scavo del commercio.
Taramelli, ad opera di R. Zucca nel 1981, segnò la La necropoli fenicio-punica era localizzata su
ripresa di interesse verso Othoca. un dosso a Sud dell’abitato, presso l’attuale chiesa
Dal 1983 la Soprintendenza Archeologica di di S. Severa. Durante la fase fenicia (fine VII-VI
Cagliari in collaborazione con la Cattedra di sec. a.C.) la cremazione è assolutamente prevalen-
Archeologia fenicio-punica dell’Università di te.
Cagliari ha in corso una campagna di scavi che In tale fase sono attestate le seguenti tipologie
riguarda l’abitato e la necropoli di Othoca (scavi tombali:
G. Tore, C. Ventimiglia, R. Zucca). a) tombe a camera costruita; b) tombe a cista
Poiché la città, come esplicitamente litica per la collocazione di un’urna fittile; c)
documentato da Tolomeo, era marittima, conse- tombe a fossa circolare, ellittica o rettangolare.
guentemente deve ritenersi che la laguna di S. Giu- Il tipo a) attestato in due esempi, è del tutto
sta costituisse il porto naturale di Othoca messo in eccezionale in Sardegna, mentre è noto sia nel
comunicazione con il mare vivo mediante un cana- Vicino Oriente, sia nel Nord Africa, sia, infine, in
le, attualmente ridotto dagli apporti fluviali del Iberia Meridionale.
Tirso. Il primo esemplare di Othoca fu rinvenuto nel
Othoca si estendeva sui dossi terrazzati del qua- 1861; il secondo nel 1984.
ternario, situati sulla costa orientale della laguna di Quest’ultimo si presenta a pianta rettangolare
S. Giusta, in particolare sul colle occupato dalla con copertura a doppia falda e trave di colmo; sui
Basilica romanica di S. Giusta e nella prossima lati lunghi si aprono due nicchie.
località di Is Olionis, recentemente raggiunta dallo Le deposizioni di questa tomba si estendono tra
sviluppo edilizio del centro moderno. la fine del VII ed il I sec. a.C. e comprendono sia
Sono finora emerse strutture in blocchi incinerati sia inumati.
squadrati e subsquadrati in arenaria e basalto con- I materiali della necropoli fenicia sono costitui-
nessi da pietrame minuto e messo in opera con ti da ceramiche fenicie (brocche con orlo a fungo e
malta di fango. ad orlo trilobato, piatti, olpai, etc.), greche (coppe
I manufatti rinvenuti nell’area urbana si ioniche) ed etrusche (bucchero e ceramica etrusco-
estendono dal VII sec. a.C. fino al III sec. a.C., in corinzia); armi in ferro di produzione fenicia (pun-

315
te e puntali di lancia, pugnali) e sarda (stiletti a ca- “interpretata” dai punici come Eshmun.
pocchia modanata); elementi d’ornamento Nell’area sacra si rinvennero manufatti estesi in
(oreficeria e, prevalentemente, argenti); sigilli (in diacronia tra il periodo nuragico e l’età romana, tra
steatite e in pasta). cui monete puniche.
Le tombe puniche (a parte la riutilizzazione CECCHINI, pp. 856; BARRECA, p. 144.
degli ipogei costruiti) sembrano essere a fossa
(scavi dell’Ottocento) e ad enchytrismòs. Nel seco-
lo scorso SANT’ANTIOCO (CA)

si ebbero numerosi scarabei in diaspro SULCI
tardopunici, oreficerie, e balsamari in pasta vitrea:
un esemplare di quest’ultima categoria pro- Le fonti antiche relative a questa città ne
viene anche dalla tomba a camera costruita indicano con chiarezza l’origine semitica, pur
scoperta nel 1984. attribuendone erroneamente la fondazione ai Car-
Sono noti, nel territorio di S. Giusta, insedia- taginesi (Strabone, Stefano di Bisanzio).
menti punici a S. Arzou e Cirras; un ripostiglio di Il nome antico dell’isola (Molibodes nésos: To-
monete sardopuniche fu rinvenuto sul Monte Arci, lomeo, III, 3, 2) sembra vada posta in rapporto con
in località Nieddu Mannu. l’attività del porto di Sulci, principale punto
CECCHINI, pp. 74, 117; R. ZUCCA, Il centro d’imbarco del piombo argentifero dell’Iglesiente,
feniciopunico di Othoca, Rivista di Studi Feni- in quanto non si sono riconosciuti nell’isoletta filo-
ci, ni metalliferi da giustificare il nome classico.
9,198 1, pp. 102108; G. TORE R. ZUCCA, La fondazione fenicia si costitul in un’area a
in Ar forte insediamento indigeno.
chivio Storico Sardo, 33, pp. 1135. Le più recenti scoperte (scavi P. BernardiniC.
Tronchetti 1984-1985) hanno documentato la pre-
senza nell’area urbana moderna di S. Antioco di un
insediamento tardo-neolitico di cultura Ozieri e di
SAN NICOLÒ D’ARCIDANO (OR) un villaggio indigeno della I metà del Ferro.
La città fenicia è documentata a partire dalla
Un insediamento tardopunico è localizzato in seconda metà dell’Vili Sec. a.C. dalle testimonian-
regione San Pantaleo, ze vascolari fenicie, euboiche e protocorinzie
presso il Flumini rinvenute nella zona dell’Ospizio e nel top het.
Mannu. Sulci ha una posizione particolare: sorge sopra
Inedito (ricerche R. Zucca). un’antica isoletta (S. Antioco), che i Romani colle-
garono alla terraferma mediante un ponte a due ar-
cate. Questo consentiva di superare l’ultimo stretto
SAN NICOLÒ GERREI (CA) braccio di mare, dopo aver percorso un istmo in
parte artificiale, realizzato forse dai Cartaginesi,
Nel 1861 in località Santu laci fu individuato sfruttando la presenza di alcune isolette formate
un santurario punico di Eshmun a pianta dagli apporti fluviali del Rio Palmas.
rettangolare, edificato in blocchi di grandi dimen- In età preromana tale canale, mentre rappresen-
sioni messi in opera a secco, con ingresso sul lato tava la prima linea di difesa della città verso orien-
occidentale. te, senza dubbio aveva anche la funzione di evitare
Nell’ambito del santuario si rinvenne una base l’insabbiamento dei due specchi d’acqua a sud e a
di colona in bronzo con iscrizione trilingue (puni- nord dell’ismo, mettendo direttamente in comuni-
ca, latina, greca) della prima metà del II sec. a.C., cazione fra loro quei due porti naturali, formati
notata da Cleone servo dei soci salari, evidente- dall’istmo stesso.
mente delle saline di Karali, ad EshmunAescola- I due porti si imperniavano dunque sull’istmo
pius-Askiepios, definito Merre, termine del sub- e, benché non se ne sia mai individuata alcuna trac-
strato mediterraneo, probabilmente significante cia, possiamo ritenere certo che la piazza del mer-
“maschio”, attribuito ad una divinità indigena cato si trovasse nelle immediate vicinanze di

316
entrambi. sacello quadrilatero coperto, di cui sussistono
I ruderi dell’abitato antico si trovano in tutta la ancora i ruderi arcaici, di piccole pietre brute e
zona costiera dell’isoletta di S. Antioco, dal malta di fango che, dopo un rifacimento con pietre
cimitero moderno e dal Castello fino alla località poligonali e subsquadrate di maggiori dimensioni,
di Is Pruinis. A rigor di termini, fra tali ruderi venne incluso in una struttura edilizia analoga ma
potrebbero trovarsi anche quelli di qualche sobbor- monumentale, a grandi blocchi squadrati e bugna-
go adiacente all’abitato vero e proprio. Oggi però ti, databile al sec. 1VIl! a. C.
è difficile dirlo con sicurezza, data la distruzione Il sacello aveva l’ingresso sul lato sud ma vi si
della città antica, provocata dalla continuità di vita accedeva salendo una rampa ricavata nella roccia,
nel posto durante le varie età storiche. con ingresso sul lato nord del tempio e lungo la
D’altra parte sappiamo dagli eruditi dei secoli quale era l’altare arcaico per gli olocausti, la cui
scorsi (V. Angius e G. Spano) che la Sulci romana presenza è stata rivelata da un grande banco di
doveva avere un grande perimetro murario: sei mi- ceneri e frammenti ossei combusti, ancora parzial-
glia. Naturalmente questo perimetro doveva inclu- mente conservato. Resti di un altro sacello ed un
dere tutta la città, compresa la parte ubicata lungo altare per olocausti più tardo sono stati individuati
il mare. nel settore orientale dell’area sacra, che era delimi-
Quanto alla città punica, è possibile ed anche tata da un rozzo muro di cui si conservano ancora
probabile che avesse lo stesso perimetro di mura, brevi tratti e che certo era integrato dalle rocce
anche se, specie inizialmente, doveva esservi una emergenti nei settori occidentale e settentrionale.
sensibile differenza fra la superficie dell’area urba- La stratigrafia del tophet ne ha documentato quat-
na e quella dell’area fortificata. L’ipotesi più tro fasi di attività, corrispondenti ai seguenti quat-
probabile infatti è che la città feniciopunica, tro strati:
imperniata attorno alla piazza del mercato ed ai A sec. ViliVI a.C. (fenicio, con data d’inizio
porti, sia andata sviluppandosi gradualmente sulle confermata dalla scoperta di un
aree adiacenti, ubbidendo ai condizionamenti del vaso greco pitecusano del 710 a.C.
terreno ed alle proprie esigenze di vita, così da rea- circa; privo di stele);
lizzare un assetto urbanistico libero da schemi geo- B sec. VIIV a.C. (punico arcaico, definito
metrici precostituiti ma altamente funzionale. dalla presenza delle ceramiche puni-
Del resto, che l’area urbana, specialmente nelle che dell’epoca e durante il quale
epoche arcaiche, fosse sensibilmente più ristretta appaiono le stele egittizzanti e semi-
di quella fortificata, lo dimostra chiaramente la tizzanti);
presenza di settori di necropoli cartaginesi entro il C sec. 1VIl a.C. (tardopunico, definito dalla
perimetro delle mura; cosa che ovviamente non presenza delle ceramiche puniche
sarebbe potuta accadere senza l’esistenza di spazi dell’epoca e durante il quale alle
vuoti fra l’area abitata e la cinta urbana. Più preci- stele egitizzanti e semitizzanti si
samente ricorderemo che parti delle necropoli affiancano quelle grecizzanti);
occupano le pendici orientali del Monte de Cresia D sec. II1 a.C. (neopunico, molto danneggiato
e dell’altura ove sorge il Castello. perché superficiale, ma definibile gra-
Gli scavi, ripresi dalla Soprintendenza negli zie ad alcuni tipi ceramici ed al fondo
anni ‘50 e tutt’ora in corso, hanno avuto per obiet- di una cisterna di tipo punico ma rive-
tivo l’esplorazione di tre settori dell’area pertinen- stita di cocciopesto romano).
te alla città feniciopunica: Tra le iscrizioni delle stele del tophet, citiamo
il tophet, in località Sa Guardia ‘e is pingiadas, una dedica a Tanit ed un’altra ad una persona divi-
le fortificazioni sulla collina ove sorge il Castello na maschile, alla quale è dato l’attributo Addir
sabaudo ed un lembo della necropoli orientale, in (Ba’al Addir?).
località Is Pirixeddus. Le fortificazioni fenicio-puniche di Sulci sono
Il tophet, ubicato a nord, circa m. 400 fuori state individuate dallo scrivente in due distinti set-
delle mura, aveva come centro ideale una grande tori: quello del Monte di Cresia e quellod ella col-
roccia sacra, sulla quale è inciso il segno A (di evi- lina del Castello con l’adiacente località di Is
dente valore magico-religioso) ed alla quale si Pirixeddus. Sul Monte de Cresia, nel 1959, è stato
appoggiava, sul lato meridionale, un modesto posto in luce un breve tratto di cortina muraria a

317
blocchi di calcare squadrati e bugnati, databili ad lignee od in urne di pietra, piombo o terracotta,
epoca tardopounica. oppure deposti su letti funebri o sulla nuda terra o
Sulla collina del Castello (in realtà un modesto (raramente) in fosse scavate nel pavimento. Non è
fortino sabaudo) è stato individuato e scavato un questo il luogo ove soffermarsi a descrivere ed
altro tratto di cortina muraria, ma di epoca arcaica analizzare gli abbondanti corredi funebri, che
(sec. VII-VI a.C.) con le pareti esterna ed interna fanno di questa necropoli una delle più famose e
costruita a blocchi subsquadrati (rinzeppati con importanti della Sardegna. Basti solo ricordare che
pietre piccole) e con un riempimento intermedio di vi sono rappresentante (con esemplari anche di
pietrame e terra. La cortina, che domina il versan- alto livello artistico o di grande importanza cultu-
te occidentale della collina e dietro la quale corre- rale) l’oreficeria, la vetreria, la ceramica vascolare
va un camminamento per le truppe, a nord rag- e figurata, la lavorazione delle pietre dure e del-
giungeva un roccione sul quale si notano i piani di l’osso e la bronzistica fenicio-puniche, insieme
posa di una torre scomparsa e dal quale partiva con i prodotti dell’artigianato egiziano e greco por-
un’altra cortina, analoga, che scendeva in direzio- tati a Sulci dai commerci transmarini. Docu-
ne est, lungo le pendici della collina stessa attra- mentazione, quest’ultima, ovviamente preziosa per
versando la località di Is Pirixeddus. Davanti alla la datazione dei manufatti fenicio-punici e la loro
seconda cortina, si è posto in luce un lungo fossa- collocazione nel quadro della produzione artistica
to tagliato nella roccia, con sezione a V. Presso l’e- e degli orientamenti culturali del Mediterraneo
stremità meridionale della prima cortina, il Dr. antico.
Piero Bartoloni del C.N.R. ha scoperto che il forti- Né vanno passate sotto silenzio le sculture mo-
no sabaudo riutilizzava il rudere non di un alto numentali scoperte dai recenti scavi nella necropo-
luogo (come si credeva) ma di un fortino punico, li di Is Pirixeddus: la figura antropomorfa egittiz-
formato da due corpi di fabbrica quadrilateri con- zante ad altorilievo, scoperta in una camera funera-
giunti fra loro in modo da formare due porte scee, ria nel 1968, databile al sec. VII-VI a.C. e i due
una rivolta verso ovest ed una verso est. Com’era leoni a tuttotondo, scoperti nell’ottobre 1983, data-
già noto, sotto quel fortino punico (la cui tecnica bili fra il sec. VI e il V a.C. L’una e gli altri posso-
edilizia a grandi blocchi subsquadrati si data ad no ben definirsi eloquenti esempi dello spiccato
epoca non posteriore al sec. V a.C.) sono i ruderi di gusto iconografico e, in questo, della forte tenden-
un nuraghe; cosa che, rendendo evidente la parti- za volumetrica, propri dell’arte sulcitana, già tanto
colare importanza militare della collina, rende largamente documentata dalle stele figurate del
plausibile l’ipotesi che ivi si trovasse l’acropoli tophet e così lontani dalle spiccate tendenze per
fenicio-punica di Sulci. Questa ipotesi, del resto, l’aniconismo ed il linearismo prevalenti nella scul-
appare avvalorata ulteriormente dal fatto che, nel- tura di Tharros, di Nora e della stessa Cartagine da
l’area adiacente da est alla cortina occidentale, farci ipotizzare per i Sulcitani una diversa origine
negli anni 1953-57, sono stati scoperti e parzial- etnicoculturale: forse cipriota.
mente scavati i ruderi di un grosso tempio punico, Grande importanza dunque, per lo studio del-
sopravvissuto in età romana. l’arte fenicio-punica in Sardegna hanno i manufat-
Nella necropoli di is Pirixeddus, oltre a ti portali alla luce dagli scavi di S. Antioco. Ma
numerose tombe a fossa, con deposizioni di inu- non si deve dimenticare che quegli scavi sono stati
mati entro grandi anfore tardopuniche a collo preziosi anche per lo studio della colonizzazione
corto, orlo espanso e fondo peduncolato od ogiva- fenicia in Sardegna e per la conoscenza delle tec-
le, si sono scavate molte tombe a grande camera niche edilizie, dell’ingegneria militare, dell’archi-
ipogeica, provvista di nicchiette nelle pareti, spes- tettura religiosa, e tombale, dei rituali funerari,
so divisa in due vani da un diaframma di roccia della liturgia templare e delle credenze religiose,
risparmiata ed accessibile per mezzo di un pozzo a grazie specialmente all’epigrafia ed all’amplissima
pianta rettangQlare con scala tagliata in roccia. E e varia documentazione fornita dal tophet.
questo il tipo canonico della tomba a camera sulci- S.M. CECCHINI, pp. 9398 (notizie e biblio-
tana di epoca fenicio-punica. Erano tombe colletti- gra
ve, che furono usate per secoli, dal sec. VII-VI a.C. fia generale); P. BARTOLONI, Fortificazioni
fino al sec. 11111 a.C., con deposizioni (anche pu
stratificate) di inumati e cremati, collocati in bare niche a Sulcis, in Oriens Antiquus, 10 (1971),

318
pp. 147154; S. MOSCATI, I Fenici e Cartagine, CECCHINI, p. 88; G. PAU, Il Sinis, Cagliari,
Torino 1972, passim; F. BARRECA, La 1979, pp. 12728; BARRECA, Fenici, pp. 352;
città punica in Sardegna, in “Bollettino del 415.
Centro di Studi per la Storia dell’Architet- G. TORE, S. Vero Milis, AA.VV., I Sardi, Mi
tura”, 17 (1961), pp. 27-47, passim; F. lano 1984, pp. 311; 319; 325.
BARRECA, Fortificazioni, pp. 118119;
F. BARRECA, La spiritualità feniciapunica e
le sue analogie con quella giudaica, in La rasse- SARDARA (CA)
gna mensile di Israel, Roma, 1979, pp. 83-85;
BARRECA, passim. L’esplorazione topografica del territorio di Sar-
dara attuata da R. Zucca ha consentito l’identifica-
zione di centri punici nella località di Cuccuru Li-
SAN VERO MILlS (OR) flu, Axiurridu, Arrubiu e Arigau, databili, in base
alla ceramica punica ed attica sparsa in superficie,
La frequentazione commerciale del territorio di intorno al IVIII a.C.
S. Vero Milis ad opera dei Fenici è dimostrata dal In località Roia Sa Lattia si ubica una necropo-
rinvenimento di un torciere fenicio-cipriota (fine li punica che ha restituito vasellame attico a verni-
VIII-prima metà VII sec. a.C.) nell’area del centro ce nera.
indigeno di S’Uraki. Verso il 600 a.C., per effetto Un abitato punico è stato riconosciuto dagli ar-
della colonizzazione secondaria di un centro feni- cheologi della Tufts University di Medford nel
cio costiero, probabilmente Tharros, un abitato Massachussetts (U.S.A.) nel corso degli scavi
feniciosostituì il villaggio sardo di S’Uraki. A que- presso il nuraghe Ortu Cornidu.
sto centro semitico attribuiamo le piccole abita- Una presenza commerciale fenicia nel territorio
zioni plurivani, con zoccolo di pietra ed elevato in Sardarese è, infine, documentata dai materiali rin-
mattoni di fango, sorte intorno all’antemurale del venuti nel Santuario nuragico di S. Anastasia di
Nuraghe S’Uraki e la necropoli a cremazione nella Sardara, tra cui un bacile in bronzo con anse deco-
prossima località di Su Padrigheddu (con corredi rate da boccioli dilato della fine dell’Vili sec. a.C.
vascolari fenici ed etruschi). Dal 1979 è in corso R. ZUCCA et Alii, Neapolis ed il suo territo-
l’esplorazione topografica del territorio, condotta rio, Oristano 1986 (in preparazione).
dal Gruppo Archeologico ex legge 285/1977
(capogruppo A. Stiglitz) con il coordinamento del
Dottor G. Tore che ha portato all’individuazione di SARROCH (CA)
varie testimonianze fenicie e puniche e alla ripresa
continuativa dello scavo del complesso nuragico e In una cella del bastione del nuraghe Domu ‘e
punicoromano di S’Uraki Y. s’Orku fu rinvenuto un frammento di brocchetta
Il centro cartaginese è massicciamente fenicia e perline in pasta vitrea.
documentato dal vasellame punico ed attico a figu- Presso il nuraghe Antigori, che ha restituito in
re rosse ed a vernice nera e da terrecotte figurate genti quantitativi di ceramica micenea del
(testina di negro, kernophoroi etc.). Mic. 111
Un secondo villaggio punica è stato individua- B e Ill C, sono stati individuati frammenti di
to in località S. Perdu. ceramica fenicia (tazze, doppia patera, piatti) e
Nel Sinis di S. Vero sono numerosi i centri di punica (coppe, piatti, anforetta), ascrivibili al
interesse punico: ricordiamo Matta Stern, con una periodo compreso tra il sec. VII a.C. e la fine del
stipe di un santuario di Demetra e Bidda Maiore, sec. IV a.C.
da cui provengono numerose stele sardo-puniche, CECCHINI, p. 98; P. BARTOLONI, Cerami-
terrecotte figurate, tra cui kernophoroi e votivi ana- ca fenicia e punica dal nuraghe A ntigori, Rivista
tomici. di Studi Fenici, 11, 1903, pp. 167175.
Un ulteriore centro punica si è individuato
nell’isoletta di Sa Tonnara, dotata di un muro di
recinzione costruito in arenaria, con la tecnica
delle “caematte”.

319
SCANO MONTIFERRO (OR) individuato in località S. Teru, un altopiano dai
fianchi scoscesi, limitato dal Riu S. Teru e dal Riu
Il territorio di Scano è stato interessto dal rinve- Craddaxius.
nimento di numerose monete puniche: in località La necropoli, ubicata sul Monte Luna, è
Sa Sedda de sa Jaga fu individuato un ripostiglio di caratterizzata da tombe a camera ipogeica, accessi-
circa 600 monete; altre socoperte di monete puni- bile mediante un pozzo verticale.
che si compirono in località Sulù e Donnigheddu. I corredi funerari (ceramiche puniche vascolari
CECCHINI, p. 89. e configurate, ceramiche attiche a figure rosse ed a
vernice nera, scarabei, amuleti, monete, oreficerie
puniche ed ellenistiche) si riportano generalmente
SEDILO (OR) al 1VIl! sec. a.C., pur non mancando alcuni manu-
fatti ascrivibili al sec. V a.C.
Ricerche topografiche del 1970-71 hanno Altri centri punici sono stati riconosciuti a Tur-
individuato in località Talasai, presso un guado del rugas, Gotti de Siliqua, Palas de binu (ricerche
Fiume Tirso, una fortezza punica, localizzata su A.M. Costa) e Corti Auda (ricerche L. Usai).
una altura dai fianchi scoscesi. La tecnica edilizia A.M. COSTA, Santu Teru Monte Luna (cam
e la ceramica punica consentono l’attribuzione pagne di scavi 197779), Rivista di Studi Feni-
della fortezza forse al V sec. a.C. ci, 8,
BARRECA, Fortificazioni, p. 125. 1980, pp. 26571; E. USAI, Su alcuni gioielli
della
necropoli di Monte Luna-Senorbì, Rivista di
Studi Fenici, 9, Supplemento (1981), pp. 39-47;
SELARGIUS (CA) A.M. COSTA, Una necropoli punica di età elleni-
stica, in Atti del I Congresso Internazionale di
Ricerche effettuate da C. Desogus e R. Zucca Studi Fenici e Punici, Roma, 1983, pp. 741-749;
hanno consentito l’individuazione di un centro CECCHINI, p. 89.
punico nella località di S. Rosa; il vasellame rinve-
nuto in superficie appartiene ad età tardopunica.
Inedito. SERRAMANNA (CA)

Nel 1867 fu individuato, in località Bau de sa
figu, un pozzo da cui furono estratti vasi punici.
SELEGAS (CA) Una necropoli punica fu scoperta nel secolo scor-
so in località S. Marina; nella stessa area, ricerche
Lo scavo in corso, ad opera di A.M. Costa, nel recenti di R. Zucca hanno consentito l’acquisizio-
Nuraghe Nuritzi ha consentito l’individuazione di ne di vasellame punico ed attico a vernice nera.
un vasto centro punico, ubicato nell’area circostan- CECCHINI, p. 90.
te il nuraghe. Sono state recuperate ceramiche
puniche e attiche a vernice nera e sovraddipinte in
bianco del VIV sec. a.C. SERRI (NU)
Inedito.
11 santuario nuragico localizzato sulla giara di
SENORBÌ (CA) S. Vittoria di Serri fu interessato sin dal Bronzo
Finale dall’afflusso di doni votivi allogeni: abbia-
Il centro interno di S. Teru-M. Luna, interessa- mo oggetti in bronzo dall’area etrusca (sin dal
to da ricerche da parte di G. Spano e G. Pau nel periodo protovillanoviano) e dall’area fenicia. A
secolo scorso, è stato fatto oggetto di varie campa- quest’ultimo ambito si attribuisce un torciere deco-
gne di scavi, a partire dal 1977, ad opera di A. Co- rato da una triplice serie di corimbi, riportabile alla
sta, che ha goduto della collaborazione di C. Ven- fine VIII prima metà VII Sec. a.C.
timiglia, A. Loddo, E. Usai e A. Siddu. Forse allo stesso tramite fenicio deve riportarsi
L’abitato, di probabile carattere militare, è stato l’arrivo a Serri di perle di collana in pasta vitrea e

320
cristallo di rocca. monete puniche, in parte di zecca sarda, che si
Il tempio fu utilizzato anche durante l’età carta- aggiungono agli esemplari scoperti nella località di
ginese. A questo periodo appartiene una cospicua S. Perdu, agli inizi del secolo scorso dal P. Gelasio
quantità di vasellame e coroplastica punici (lucer- Floris.
ne a conchiglia bilicni, askoì, votivi anatomici fit- G. FLORIS, Componimento topograficostori-
tili), ceramica attica a vernice nera (V sec. a.C.) e co dell’isola di Sardegna, III, 1830 (ms. Bibliote-
monete pouniche di zecca di Sicilia (?) e di Sarde- ca Universitaria-Cagliari), pp. 131-32; G.
gna. MAETZKE, in “Studi Sardi”, XVII, 1959-61, p.
CECCHINI, pp. 9091; ACQUARO, p. 21, n. 662.
242.

SETTIMO SAN PIETRO (CA) SILANUS (NU)

Nella località di Cuccuru Nuraxi, gli scavi con- Nei pressi del nuraghe Orolio fu rinvenuto un
dotti da E. Atzeni, hanno evidenziato una stratigra- campanello eneo, da alcuni autori considerato pu-
fia articolata in un primo livello nuragico sottopo- nico ma che potrebbe essere anche romano o alto-
sto ad un secondo livello caratterizzato da manu- medievale.
fatti prevalentemente fenici dell’Vili/VI sec. a.C. e, CECCHINI, p. 91.
in misura minore, nuragici e greci. La successione
stratigrafica pare documentare uno stanziamento
di Fenici di Karali nel retroterra della città sin dal
VII sec. a.C. SILIQUA (CA)
I materiali fenici sono costituiti da frammenti
di urne, di coppe e brocche; isolata è un’oil botie L’esplorazione topografica dell’Iglesiente
di grandi dimensioni. attuata tra il 1965 ed il 1969 ha portato
In età arcaica abbiamo anche la documentazio- all’individuazione dei seguenti centri punici:
ne di ceramica etrusca e greco orientale. Santu laccu: altura dotata di un muro a case-
Nelle località di S. Marco e di Bia Crabonaxa matte che segue il margine dei rilievo; sulla som-
sono stati individuati da C. Desogus, A. Siddu, G. mità pianeggiante si osservano ceramiche puniche;
Ugas e R. Zucca due centri punici, riportabili al V Santa Margherita: edificio a pianta quadrango-
Iii sec. a.C. lare, caratterizzato da tecnica edilizia punica;
CECCHINI, p. 43; Id., Sardegna, in “L’Espan- intorno alla struttura si individuano ceramiche
sione fenicia nel Mediterraneo”, Roma 1971, pp. puniche;
1719; F. BARRECA, Ricerche puniche, p. 26; Medau Casteddu: su un modesto rilievo,
UGAS-ZUCCA; P. BERNARDINI-C.TRON- cosparso di vasellame punico, si osservano tratti di
CHETTI, in “Nuraghi a Milano”, Milano 1985. muri rettilinei, realizzati con pietrame di piccole
dimensioni, cementato con malta di fango;
San Pietro: un muro a piccoli blocchi delimita
un’area dotata di cisterna e di modesti circoli in
SEUI (NU) pietra; sul piano di campagna si individua cerami-
ca punica;
In località Conca ‘e Casteddu la Soprintenden- Puaddas: all’interno di una recinzione di circa
za alle antichità di Sassari effettuò nei 1958, dei m. 60 di diametro è osservabile una serie di picco-
saggi di scavo che interessarono capanne circolari li edifici, costruiti con la tecnica dello
con ceramiche puniche del IV III sec. a.C. pseudotelaio; una delle costruzioni presenta una
pianta ad “L”. In superficie si è evidenziata
320 la presenza di vasellame punico;
Campanasissa: sull’omonimo altopiano, di
Nell’indagine si recuperarono oltre settanta ridotte dimensioni, si osservano blocchi squadrati,

321
interpretabili come basi di un muro a telaio, perti- SUELLI (CA)
nente ad un edificio di m. 4 x 7; sul suolo si rinvie-
ne ceramica punica. Nell’area del villaggio circostante il nuraghe
CECCHINI, pp. 38, 50, 82, 86. Piscu è stata individuata ceramica fenicia di VII
VI sec. a.C., riportabile, probabilmente, a rapporti
commerciali tra fenici e indigeni.
SIURGUS DONIGALA (CA) A partire dal V sec. a.C. all’insediamento indi-
geno si sovrappone un villaggio punico.
Sul colle del Cimitero di Siurgus è ubicato un UGAS ZUCCA, p. 42.
vasto insediamento cartaginese, documentato
dall’abbondante vasellame di età tardopunica. TADASUNI (OR)
Inedito (Ricerche R. Zucca).
Dal territorio di Tadasuni provengono due ripo-
stigli di monete puniche, formati rispettivamente
da cinquecento e quattrocento esemplari. Nell’am-
SOLEMINIS (CA) bito di un ripostiglio nuragico era compreso un
frammento di torciere fenicio-cipriota (fine VIII
In località Sa Cavana, è stato individuato da D. prima metà VII sec. a.C.).
Salvi un insediamento punico, cui si riferisce cera- CECCHINI, p. 99; G. LILLIU, Tripode bron-
mica tardopunica e attica a vernice nera (IV Sec. zeo di tradizione cipriota della Grotta Pirosu-Su
a.C.) sparsa in superficie. Benatzu di Santadi (Cagliari), AA.VV., Estudios
D. SALVI, Soleminis, località Sa Cavana, in dedicados al Prof. Dr. Luis Pericot, Barcelona,
Notiziario, Nuovo Bollettino Archeologico Sardo, 1973, p. 302, n. 159.
2, 1985, (in stampa).

TERGU (SS)
SORSO (SS)
Negli anni quaranta fu individuata una modesta
Nel 1880 E. Pais individuò a tre Km. ad Est di necropoli ad incinerazione tardorepubblicana.
Sorso un insediamento antico localizzato su un al- Le ceneri dei cremati erano raccolte in urne co-
topiano dai fianchi scoscesi, naturalmente fortifi- perte da un frammento di anfora e contrassegnate
cato, il Monte Cau, da cui si domina la fascia co- da stele sardopuniche. Le stele presentano, con la
stiera del Golfo dell’Asinara. tecnica ad incisione, figure di betili
Il pianoro presenta una lunghezza di m. 150 ed antropomorfizzati.
una larghezza massima, al centro, di m. 30. L’area CECCHINI, p. 99.
tabulare fu interessata da un centro nuragico, ma
successivamente dovette essere occupata dai
Cartaginesi, che poterono eventualmente trasfor- TETI (NU)
mare il Monte Cau in fortezza.
Al periodo cartaginese si devono ascrivere Dal santuario indigeno di Abini proviene un
ceramiche puniche ed attiche a figure rosse ed a cippo a gola egizia di tipo punico, andato disperso;
vernice nera, uno scarabeo in diaspro verde ed un più difficoltoso risulta l’inquadramento in ambito
abbozzo di scarabeo nella stessa materia; monete punico di campanelli enei e di vaghi di collana in
puniche. pasta vitrea, ambra e cristallo di rocca.
Dal territorio di Sorso provengono alcune stele CECCHINI, p. 20.
funerarie sardopuniche, con immagine divina
schematizzata.
E. PA IS, La Sardegna prima del dominio THIES! (SS)
romano, Roma 1881, pp. 41-42, 96; CECCHINI,
p. 93. Presso il nuraghe Fronte Mola l’insediamento
nuragico proseguì in età punica, come è documen-

322
tato dalla ceramica puncia di IV III sec. a.C.
Nel territorio di Thiesi si rinvennero inoltre La località di S. Isidoro, ubicata all’estremità
varie monete puniche. settentrionale del Porto Teulada, documenta la
G. MAETZKE, in “Studi Sardi”, XVII, 1959 presenza di un cospicuo insediamento urbano este-
1961, p. 656; CECCHINI, p. 108. so tra l’età punica ed il periodo medievale.
Al periodo punico si ascrivono ceramiche e
tratti di muri rettilinei costruiti in pietra di varie
TERRALBA (OR) dimensioni.
Non deve escludersi l’identificazione nel sito di
In località Bruncu ‘e Mola fu scoperta nel 1922 S. Isidoro della statio di Tegula della via a Sulcis
una vasta necropoli punica con tombe a cassone, Nura dell’Itinerarium Antonini. Presso il Capo
rivestite di lastre litiche. I materiali rinvenuti Teulada, nella regione Zafferano e nei siti conter-
comprendevano ceramiche e monete puniche e mini di Piano di Brallisteris e Porto Scudo, la
vasellame attico a figure rosse ed a vernice nera, ricognizione topografica del Sulcis ha individuato
tra cui una glaux del 430 a.C. circa. una serie di documenti del periodo punico.
Un centro punico coevo è stato individuato nel In dettaglio abbiamo due tombe a camera
1977 da R. Zucca in località S. Chiara, dove è do- ipogeica, con accesso a pozzo, della necropoli
cumentata la ceramica punica ed attica a figure punica; un forte a pianta rettangolare allungata sul
rosse ed a vernice nera, oltre ad un frammento di promontorio della Torre di Porto Scudo; resti di
balsamario in pasta vitrea. abitazioni e di ceramica punica nell’area di Zaffe-
Lo stesso R. Zucca ha scoperto un insediamen- rano.
to tardopunico in località Su Nuraci, presso Uras, In località Malfatano, e, più precisamente, pres-
documentato dai fittili punici ed attici sparsi nel so la sponda orientale della profonda insenatura di
sito. Porto Malfatano, si è individuato un centro punico,
Nel secolo scorso, in una località indetermina- forse l’Herakleous limèn (Portus Herculis) di To-
ta del territorio di Terralba, fu individuata una mo- lomeo, III, 3, 3.
neta punica in oro. Si è osservata presso Sa Crexiedda e nell’isolet-
CECCHINI, p. 99; Notizie inedite di R. ta di Sa Tuerredda, una serie di ruderi
Zucca. caratteristicamente punici, accompagnati da vasel-
lame punico. Grandiose cave di età punica sono,
infine, state localizzate presso Piscini.
CECCHINI, pp. 77-79, 81, 100-101, 109110;
TERTENIA (NU) F. BARRECA, Monte Sirai-II, pp. 160-164; 166-
168; 168174.
Nella regione costiera di S. Giovanni di Saralà,
limitata dalle foci di due corsi d’acqua (Foxi Man-
na e Foxi Murdegu), e più precisamente nelle loca- TUILI (CA)
lità di Marosini e S’ arettori si sono individuati nel
1966 resti di strutture accompagnate da manufatti In località Nuridda è stato individuato un inse-
fittili tardopunici. diamento tardopunico, testimoniato da ceramica
Probabilmente in quest’area deve ubicarsi il punica ed attica a vernice nera.
centro di Porticenses, segnato nell’Itinerarium Inedito (Ricerche C. Tronchetti).
Antonini lungo la costa orientale sarda.
Un secondo abitato punico è stato riconosciuto
nel retroterra, in località Su Tettioni. TURRI (CA)
CECCHINI, pp. 99100; F. BARRECA, Monte
Sirai IV, pp. 166118. Presso il nuraghe complesso di Sissiri, G. Ugas
ha individuato un centro cartaginese, documentato
da vasellame punico e attico a vernice nera con so-
vradipinture bianche.
TEULADA (CA) Inedito. (Ricerche G. Ugas).

323
URAS (OR) VIDDALBA (SS)

In località S. Giovanni venne individuata una Nell’ambito di una necropoli ad incinerazione,
necropoli punica, denotata da ceramiche puniche databile in base ai corredi funerari al I sec. a.C. I
(anfore, piatti, brocchette, bacili) e attiche del IV sec. d.C., si scoprirono numerose stele “sardo-
sec. a. C. puniche”, contrassegnate dal betilo antropomorfiz-
Si recuperarono anche quattro stele funerarie di zato, a basso rilievo.
stile sardopunico, riferibili dunque alla necropoli CECCHINI, p. 111.
di fase tardorepubblicana.
BARRECA, Ricerche puniche, pp. 33-4; tav.
VII; Id., Fenici, pp. 412-13, figg. 405-07; Notizie VILLAMAR (CA)
inedite di R. Zucca.
Ricerche e scavi condotti nel 1982-1984 da G.
USELLUS (OR) Ugas, C. Paderi e A. Siddu hanno consentito di do

Nell’area della colonia romana (S. Reparata cumentare l’esistenza di due insediamenti puni-
Donigala) si rinvennero ceramiche (anfore com- ci nel territorio di Villamar.
merciali, bacili, etc.) e monete puniche (zecca di Il primo in località Nureci, di cui si è individua-
Sicilia (?)). ta, in area limitrofa, la necropoli con tombe a ca-
CECCHINI, pp. 110-11 e dati inediti (ricerche sone (V-III sec. a.C.), il secondo, noto esclusiva-
R. Zucca). mente dalla necropoli, nell’area dell’attuale abita-
to. Quest’ultima necropoli è costituita da tombe a
camera ipogeica accessibili mediante un pozzo.
In una tomba si è evidenziata una decorazione
UTA (CA) pittoria (fasce rosse con losanghe risparmiate).
I materiali provenienti da queste tombe
Dalla regione Porceddus proviene un anello (ceramiche puniche, attiche e laziali, monete puni-
d’argento ritenuto punico. che) si scaglionano tra il IV ed il III sec. a.C..
CECCHINI, p. 111. (Notizie inedite G. Ugas).

VALLERMOSA (CA)
VILLAMASSARGIA (CA)
In località Sciopadroxiu fu rinvenuta una stipe
votiva di un sacello punico-romano. Si raccolsero In località S. Sida, ubicata nell’ambito della
ceramiche tardopuniche e di tradizione punica, vallata del Cixerri, si è individuato un rudere di
quali lucerne a conchiglia bilieni. edificio quadrangolare (m. 10x5) costruito con
Presso la punta di Cuccurdoni Mannu, tra Villa- blocchi di dimensioni medie, senza coesivo. Intor-
cidro, Vallermosa e l’Isola amministrativa di Igle- no alla struttura si è osservata ceramica punica.
sias, è localizzato un tempio punico di circa m. 6 x BARRECA, p. 75.
12, in blocchi squadrati di calcare, originariamente
coronato da una cornice a gola egizia.
BARRECA, Insediamento punico, pp. 12425.
VILLANOVAFORRU (CA)

VALLEDORIA (SS) Nell’ambito di un nuraghe, in località Genna
Maria, fu costituito un sacello di Demetra,
A Codaruina si rinvennero, negli anni Cinquan- documentato dalla ricchissima stipe di ceramiche
ta, varie stele di tipo “sardo-punico”, con la rap- (lucerne, thymiateria) e terrecotte figurate (ker-
presentazione schematica di una figura umana. nophoroi) puniche e romane (IV sec. a.C. IV sec.
CECCHINI, p. 40. d.C.).

324
UGAS ZUCCA, p. 44. arcaiche, da materiale d’importazione (bucchero
etrusco, ceramica etrusco-corinzia, un frammento
di anfora etrusca, ceramica greco-orientale e cera-
mica attica, tra cui un frammento di coppa a figu-
VILLANOVAFRANCA (CA) re nere dei Piccoli Maestri).
AI periodo cartaginese si riportano ceramiche
La ricognizione del territorio compiuta da G. puniche (brocche, anfore, piatti, bacili, anfore
Ugas ha consentito lindividuazione di villaggi pu- commerciali), attiche (a figure rosse ed a vernice
nici nelle località di Tuppedili, Riu Mulinu e Perdu nera), etrusche (piattelli di Genucilia) e laziali
Atzeni. (coppe dell” ‘Atelier des Petites Estampilles”).
Il vasellame punico sparso in superficie è ripor- Le strutture visibili, ascrivibili al periodo
tabile tra il V ed il III sec. a.C. feniciopunico, sono costituite da un edificio
A Tuppedili, nell’ambito di un centro indigeno, quadrangolare alla sommità dell’altura di S. Maria,
è stata rinvenuta ceramica fenicia, insieme a vasel- interpretabile come torre o sacello, e da una serie
lame ionico ed etrusco, indicativa di una presenza di muri costruiti con pietrame minuto cementato
commerciale fenicia in quest’area interna sin dal con malta di fango.
VIIVI sec. a.C. Nel centro di S. Maria deve, probabilmente,
UGAS ZUCCA, p. 45. ravvisarsi la Sarcapos dell’Itinerarium Antonini.
CECCHINI, p. 112-13; A.M. COSTA, R. ZUC-
CA, Notiziario, “Archeologia Sarda”, III, 1984, pp.
VILLANOVA MONTELEONE (SS) 121-23; R. ZUCCA, Sulla ubicazione di Sarcapos,
Studi Ogliastrini 1984, Cagliari 1985, pp. 2946.
Dalla rocca di Villanova Monteleone provengo-
no monete puniche; un modesto tesoretto di mone-
te auree cartaginesi fu scoperto in località Calvia.
CECCHINI, p. 112. VILLASPECIOSA (CA)

L’esplorazione del territorio di Villaspeciosa
VILLAPERUCCIO (Ca) condotta da R. Sanna (Gruppo Archeologico ex
lege 285/1977) ha individuato tre centri punici
Nel 1862 fu rinvenuta presso Villaperuccio una nelle località di Is Crus (servito dalla necropoli di
tomba punica con un anello aureo a castone circo- Su Carroppu de sa femmina), Is Olieddus, Lacana
lare dotato di un’iscrizione semitica e una statuina de Biddazzone.
antropomorfa in bronzo. Gli insediamenti sono riportabili al IV-III sec.
CECCHINI, p. 112. a.C., ma non mancano alcuni frammenti di cera-
mica attica a vernice nera del V sec. che
costituiscono un indizio dell’occupazione del terri-
VILLAPUTZU (CA) torio di Villaspeciosa ad opera dei Cartaginesi sin
dal principio del loro dominio in sardegna.
A breve distanza dalla foce del Flumendosa, in Delle necropoli punica e romana di Su Carrop-
località S. Maria, fu individuato nel 1965 uno dei pu de sa femina si sono, finora, scavate due tombe,
maggiori insediamenti feniciopunici della costa estremamente significative per la loro tipologia.
orientale sarda. Si tratta di sepolture a cassone costituite da
La località di S. Maria è costituita da un’ampia laterizi a margini rialzati con copertura piana
pianura fluviale limitata a NO da una altura (Cuc- (tomba 5) e alla cappuccina (tomba 7). La tomba 5
curu S. Maria). ha restituito sette monete cartaginesi di zecca di
L’insediamento fenicio si sviluppò nell’area già Sicilia (fine IV -Inizi III sec. a.C.); la tomba 7 una
occupata dai nuragici. moneta della stessa zecca associata ad una coppa e
I documenti più antichi riferibili al centro feni- ad un piatto da pesce a vernice nera di produzione
cio sono costituiti da anfore fenicie c.d. “tirreni- attica del IV sec. a.C.
che”, da un cooking-pot e da altre forme vascolari Le sepolture, rinvenute intatte, sembrerebbero

325
documentare la precoce introduzione, seppure sirolibanese (confrontabili con gli esemplari di
sporadica, del laterizio nel mondo punico di Sarde- Neapolis) e un oscillum con volto maschile (?).
gna. Un insediamento punico è stato identificato da
F. BARRECA, Introduzione, AA. VV., Villa- A. Garau in località Sparau Crabiu (da cui provie-
spe ne, tra l’altra ceramica, un askòs tardopunico). Dal
ciosa. Censimento archeologico del territorio, territorio di Villaurbana deriva una moneta punica
Ca di zecca di Sicilia (?).
gliari 1984, pp. 910; R. SANNA, Epoca puni- CECCHINI, p. 113; Notizie inedite di R.
ca, Zucca.
AA.VV., Villaspeciosa, cit., pp. 8592.
Al termine di questo lavoro, desidero esprime-
re i miei più vivi ringraziamenti a quanti mi hanno
dato la loro preziosa collaborazione e, più precisa-
VILLASIMIUS (CA) mente, al dott. Giovanni Tore, per l’aggiornamen-
to e sistemazione delle schede bibliografiche, al
Nel sito di Cuccureddus, sull’altura più dott. Raimondo Zucca, per l’aggiornamento e
occidentale delle tre collinette, si è individuato un sistemazione delle schede topografiche ed alle
insediamento fenicio, oggetto di scavi da parte di signorine Luciana Carta e Marina Siddu per l’ac-
L. Marras. (Gruppo Archeologico ex lege curato lavoro di dattilografia.
185/1977).
La sommità della collina era accessibile
mediante due scalinate realizzate sul fianco meri-
dionale.
I manufatti rinvenuti durante gli scavi sono co-
stituiti da ceramica fenicia (piatti, urne globulari,
una lucerna a conchiglia ed un sostengo per vasi,
anfore commerciali a sacco) ed etrusca (bucchero
e ceramica etruscocorinzia).
Sono altresì presenti forme vascolari di
produzione locale imitanti modelli etruschi. Nella
località costiera di Porto Giunco fu individuato
dallo scrivente un centro feniciopunico.
CECCHINI, p. 38; L.A. MARRAS, Su alcuni
ritrovamenti fenici nel Golfo di Cagliari, in Rivi-
sta di Studi Fenici, XI, 2, 1983, pp. 159-165; F.
BARRECA, Studi Sardi, 10 (195859), p. 744.

VILLAURBANA (OR)

In località Sa Mitza lo scrivente ha identificato
una fonte sacra, in funzione della quale nacque un
luogo di culto, durato in uso probabilmente dall’e-
tà nuragica a quella romana.
La fase punica (durante la quale si impone il to-
ponimo semitico Mitza = sorgente) è documentata

dalla ricchissima stipe, di età ellenistica,
comprendente figurine femminili ammantate e ker-
nophoroi prodotte a stampo, statuine di devoti sof-
ferenti in terracotta massiccia di lontana matrice

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Bibliografia
A cura di GIOVANNI TORE

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ARTE E ARTIGIANATO
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290. 0. SPANO, Catalogo della raccolta archeologica sarda del Canon. Giovanni Spano da lui donata
al R.Museo di Cagliari.
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291. G.CARA, Monumenti d’Antichità di recente trovati in Tharros e Corn us acquistati nel 1863
da/l’Illustre Consiglio Provinciale
di Cagliari ed esistenti nel Museo Archeologico della Regia Università Cagliaritana, Cagliari 1865;

292. V.CRESPI, Catalogo della raccolta di antichità del Sig. Raimondo Chessa Direttore della Banca
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323. G.TORE, Les stéles puniques du tophet di Tharros (Sardegna): note préliminaire, Actes 1975, pp.
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324. G.TORE, Le stele puniche del tophet di Tharros (Sardegna): nota preliminare, AIUON, XXXVI,
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337. S.MOSCATI, TharrosIV. Una stele punica a Monti Prama?, RSF, VI, 1, 1978, pp. 9799;

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293518;

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340. M.L.UBERTI, Tharros IV, Le stele e le epigrafi RSF, VI, I, 1978, pp. 6976;

340
341. S. MOSCATI, Un “segno di Tanitpresso Olbia, RSF, VII, 1, 1979, pp. 4143;

342. M.L.UBERTI, TharrosV, Le stele e gli altari, RSF, VII, 1, 1979, pp. 121124;

343. S.MOSCATI, Stele monumentali puniche scoperte a Tharros, RANL, XXXV, 1980, pp. 553566;

344. S.F.BOND1, Nuove stele da Monte Sirai, RSF, VIII, 1, 1980, pp. 5170.

345. M.L.UBERTI, TharrosVI. Le stele, RSF, VIII, 1, 1980, pp. 137142;

346. M.L.UBERTI, Tharros VII. Le stele e le botteghe lapidee, RSF, IX, 1, 1981, pp. 2941;

347. S.M.CECCHINI, Motivi iconografici sulcitani: una scena cultuale e i personaggi con stola, VO,
IV, 2, 1981, pp. 1332;

348. S.MOSCATI, Stele sulcitane con animale passante, RANL, XXXVI, 1981, pp. 38;

349. S.MOSCATI, Baity/os, ibidem, pp. 101105;

350. S.MOSCATI, La dea e i/fiore, ibidem, pp. 189191;

351. S.MOSCATI, Dall’Egitto alla Sardegna: il personaggio con ankh, ibidem, pp. 193196;

352. S. MOSCATI, Monte Sirai 1981. Una testa a rilievo in pietra da Monte Sirai, RSF, X, 2, 1981,
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X, 1, 1982, pp. 115-118;

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Bronzi d’uso

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Coroplastica

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382. GARBINI 1966 (= 294), pp. 115117;

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342
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386. M.E.AUBET, Los depositos votivospunicos de Is/a Piana (Ibiza)y Bithia (Cerdena), Santiago de
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Ceramiche vascolari

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343
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350
Referenze

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1983= 41; Atti 1984= 43; Beitrage 1982= 40; Convegno 1926= 29; L’espansione 1970= 32; Nora
1985= 665; Monte Siraii= 101; Monte SiraiII= 102; Monte SiraiiIi= 103; Monte Sirai-IV= 104.
Ricerche 1969= 31; Riunione 1978= 36; San/un 1982= 481; S.Antioco 1977= 284; Sardegna 1976=
478; Sardegna 1978 = 6477; Sardegna /983 = 42; Seminario 1981 = 38; Simposio 1971 = 34; Studies
1984 = 44; CECCHINI 1965= 253; GARBINI 1964= 276; GARBINI 1966= 277; QUA TTROCCHI
PISANO 1981= 290 bis; TORE 1980= 456.

Indice delle abbreviazioni
(Collezioni e riviste)

AEA: Archivio Español de Arqueologia; AEPHE: Annuaire de l’Eco/e Pratique des Hautes Etudes;
AFLC = Annali della Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari; AFLFP: Annali della Facoltà di Let-
tere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia (Studi Classici); AIIN: Annali dell’Istituto italiano
di Numismatica; ALUON: Annali dell’istituto Orientale di Napoli; ARAST: Atti della R.Accademia
delle Scienze di Torino; ArO: Archiv fur Orientforschung; AS: Archeologia Sarda; ASS: Archivio Stori-
co Sardo; BA: Bollettino d’Arte; BASOR: Bulletin of American Schools of Oriental Research; BCSSA:
Bollettino del Centro di Studi per la Storia dell’Architettura; DA: Dialoghi diA rcheologia; CCJB:
Cahiers du Centre Jean Bérard CRAI; Comptes Rendu dell’Academie d’Inscriptions et Belles Lettres;
CS: Cultura e Scuola; EAA: Enciclopedia dell’Arte Antica, Classica e Orientale; EVO: Egitto e Vicino
Oriente; FA: Fasti Archeologici; MAL: Monumenti dell’Accademia Nazionale dei Lincei; MANL:
Memorie dell’Accademia Nazionale dei Lincei; MER: Melanges d’archéologie et d’Histoire de l’Ecole-
francaise de Rome; MEFRA: Melanges de l’Eco/e Fran caise de Rome; NRS: Nuova Rivista Storica;
NSA: Notizie degli Scavi di Antichità; OA: Oriens Antiquus; PBSR: Papers of the British Schools at
Rome; PP: La Parola del Passato; PECS: Princeton Encyclopedie of Classical Sities; Proceedings: Pro-
ceedings of the Xth international Congress of Classical Archeology, Ankara 1978; QN: Quaderni di
Numismatica (Sassari); RA: Revue Afnicaine; RAAO: Revue d’Assiriologie et d’Archéologie Orientale;
RANL: Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei; REO: REvue d’Études Onientales; RFIC:
Rivista di Filologia e d’istruzione Classica; RIN: Rivista italiana di Numismatica; RMI: Rassegna Men-
sile di Israel; RPARA: Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia; RSF: Rivista di
Studi Fenici; RSO: Rivista degli Studi Orientali; SMEA: Studi Micenei e Egeo-Anatolici; SS: Studi
Sardi; VO: Vicino Oriente; WZKM: Wiener Zeitschrift furdie Kunde des Morgenlandes, Wien.

(AutoriAtti)

Actes 1975: Actes du XXIX e Congrès international des Orientalistes (1973): Etudes Sémitiques, Paris;
Ales 1975: AAVV, La Diocesi di Ales-Usellus-Terralba. Aspetti e valori, Cagliari 1975; Anecdota Thar-
rica: E.ACQUARO-S.MOSCATI-M.L.UBERTI, Anecdota Tharrica, Roma 1975; Atti 1962: Atti del Vi
Congresso Internazionale di Studi Sardi, Cagliari 1962; Atti 1978: Atti 0 convegno italiano sul Vicino
Oriente Antico (Roma, 22-24 Aprile 1975), Roma 1978; 1 Sardi /984: AAVV, i Sardi. La Sardegna dal
Paleolitico all’età romana (Guida per schede di siti archeologici sardi), Milano 1984; Kunst 1980:
AAVV, Kunst un Kultur Sardiniens vom Neolithikum bis zum Ende der Nuraghenzeit, Karlsruhe 1980;
Spano 1978: AAVV, Contributi su Giovanno Spano (1803-1878), Sassari 1978; Studi 1956: AAVV, Studi
in onore di Aristide Caldenini e Roberto Paribeni, Ill (Studi di Archeologia e Storia dell’Arte antica),
Milano 1956; Studi 1985: Studi in onore di Giovanni Lilliu per il suo settantesimo compleanno, Caglia-
ri 1985; Atti 1985: AA.VV. L’Africa Romana. Atti del il Convegno di studio. Sassari 14-16 Dicembre
1985, Sassari 1985.

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FOTOGRAFIE E DISEGNI

Fotografie

AeronikeCagliari, 11, 31

Pasquale Capone, 214, 217

Istituto per la Civiltà Fenicia e Punica (CNR) 18, 62, 70, 71, 88, 122, 139, 196, 197, 228, 229, 231-33,
24143

Alberto Moravetti, 75, 76, 169

Enrico Piras, 44, 45, 46, 47, 48, 49, 50, 51, 52, 53, 54

Nino Solinas, 2-9,13, 17, 19-22, 32-34, 40-43, 59-61, 63, 80, 83, 89-98, 100-121, 123-138, 140, 144-
48, 150, 155, 159-61, 166, 168, 170-73, 175, 181-88, 189b, I90-93, 198-207, 212, 215-27, 230, 234-40,
244-45, 24755, 25965.

Soprintendenza Archeologica di Cagliari, 26, 57, 58, 72, 99, 143, 194, 213

Soprintendenza Archeologica di Sasssari, 56, 86, 87, 176, 180

Disegni

Soprintendenza archeologica di Cagliari, 1, 8, 10, 12, 13b, 14-16, 23-25, 27-30, 35-40, 64-69, 74, 77-
79, 81, 84, 85, 141, 142, 149, 151-54, 15658, 16263, 167, 174, 177, 25658

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