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WASERE, Di Gian Berra - Romanzo

WASERE, Di Gian Berra - Romanzo

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"Wasere, cuore di drago" il romanzo di Gian Berra pubblicato nel 2009.
Il romanzo è dedicato all'anima antica del popolo veneto, è ambientato a Segusino nel lontano 1906 alla vigilia della grande guerra.
Nel 1906 Segusino è uni dei tanti borghi veneti abbandonati a sé stessi, ma sfruttati dal potere lontano e rapace della burocrazia del nuovo regno d'Italia e prima ancora dal disinteresse colpevole della moribonda Venezia. Segusino è arretrato e impoverito, senza cultura o istruzione. I migliori se ne sono andati all'estero per disperazione. Ma lavorano bene e con profitto gli sfruttatori dell'emigrazione e i banchieri d'assalto che preparano la grande guerra come un affare per industrializzare l'italia a loro vantaggio.
I sevizi segreti italiani e austrici tramano loschi interessi con odio reciproco. Una piccola borghesia alleata al clero tiene i poveracci legati come servi fedeli attraverso l'ignoranza e una religiosità beghina e ottusa.
Ma c'è una speranza: un grido straziato di sofferenza e sdegno squote e risveglia l'anima antica che dorme dentro le rocce delle Wasere e il suo intervento salverà dalla disperazione un protagonista del romanzo. E' un drago che viene da un tempo pagano e lontanissimo. Il drago salvatore userà a suo favore lo stesso potere di morte del male che opprime la gente del Veneto e vincerà la sua lotta per liberare la coscienza al suo protetto e ridargli una nuova prospettiva di vita inattesa.
Romanzo di passioni estreme, " Wasere, cuore di drago" racconta di una coscienza veneta sopita ancora oggi dietro le maschere dell'impotenza imposta a un intero popolo. Gente veneta che ha perduto il potere di rappresentare senza paura la totalità della propria anima.

Disponibile su Lulu.com all'indirizzo:
http://www.lulu.com/spotlight/baroque


"Wasere, cuore di drago" il romanzo di Gian Berra pubblicato nel 2009.
Il romanzo è dedicato all'anima antica del popolo veneto, è ambientato a Segusino nel lontano 1906 alla vigilia della grande guerra.
Nel 1906 Segusino è uni dei tanti borghi veneti abbandonati a sé stessi, ma sfruttati dal potere lontano e rapace della burocrazia del nuovo regno d'Italia e prima ancora dal disinteresse colpevole della moribonda Venezia. Segusino è arretrato e impoverito, senza cultura o istruzione. I migliori se ne sono andati all'estero per disperazione. Ma lavorano bene e con profitto gli sfruttatori dell'emigrazione e i banchieri d'assalto che preparano la grande guerra come un affare per industrializzare l'italia a loro vantaggio.
I sevizi segreti italiani e austrici tramano loschi interessi con odio reciproco. Una piccola borghesia alleata al clero tiene i poveracci legati come servi fedeli attraverso l'ignoranza e una religiosità beghina e ottusa.
Ma c'è una speranza: un grido straziato di sofferenza e sdegno squote e risveglia l'anima antica che dorme dentro le rocce delle Wasere e il suo intervento salverà dalla disperazione un protagonista del romanzo. E' un drago che viene da un tempo pagano e lontanissimo. Il drago salvatore userà a suo favore lo stesso potere di morte del male che opprime la gente del Veneto e vincerà la sua lotta per liberare la coscienza al suo protetto e ridargli una nuova prospettiva di vita inattesa.
Romanzo di passioni estreme, " Wasere, cuore di drago" racconta di una coscienza veneta sopita ancora oggi dietro le maschere dell'impotenza imposta a un intero popolo. Gente veneta che ha perduto il potere di rappresentare senza paura la totalità della propria anima.

Disponibile su Lulu.com all'indirizzo:
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WASERE

CUORE DI DRAGO

Di Gian Berra

le prime venti pagine free in internet...

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WASERE
CUORE DI DRAGO

Di Gian Berra

Covolo, ottobre 2006
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Le prime venti pagine del romanzo free in internet by Gian Berra.
"Wasere, cuore di drago" il romanzo di Gian Berra pubblicato nel 2009. Il romanzo è dedicato all'anima antica del popolo veneto, è ambientato a Segusino nel lontano 1906 alla vigilia della grande guerra. Nel 1906 Segusino è uni dei tanti borghi veneti abbandonati a sé stessi, ma sfruttati dal potere lontano e rapace della burocrazia del nuovo regno d'Italia e prima ancora dal disinteresse colpevole della moribonda Venezia. Segusino è arretrato e impoverito, senza cultura o istruzione. I migliori se ne sono andati all'estero per disperazione. Ma lavorano bene e con profitto gli sfruttatori dell'emigrazione e i banchieri d'assalto che preparano la grande guerra come un affare per industrializzare l'italia a loro vantaggio. I sevizi segreti italiani e austrici tramano loschi interessi con odio reciproco. Una piccola borghesia alleata al clero tiene i poveracci legati come servi fedeli attraverso l'ignoranza e una religiosità beghina e ottusa. Ma c'è una speranza: un grido straziato di sofferenza e sdegno squote e risveglia l'anima antica che dorme dentro le rocce delle Wasere e il suo intervento salverà dalla disperazione un protagonista del romanzo. E' un drago che viene da un tempo pagano e lontanissimo. Il drago salvatore userà a suo favore lo stesso potere di morte del male che opprime la gente del Veneto e vincerà la sua lotta per liberare la coscienza al suo protetto e ridargli una nuova prospettiva di vita inattesa. Romanzo di passioni estreme, " Wasere, cuore di drago" racconta di una coscienza veneta sopita ancora oggi dietro le maschere dell'impotenza imposta a un intero popolo. Gente veneta che ha perduto il potere di rappresentare senza paura la totalità della propria anima. Disponibile su Lulu.com all'indirizzo:

http://www.lulu.com/spotlight/baroque email: gianberra@hotmail.com Siti:
https://sites.google.com/site/gianberrasite/ https://sites.google.com/site/veniceworldart/
https://sites.google.com/site/segusinosite/ https://sites.google.com/site/pederobbasite/

ISBN 978-1-4092-1534-9 Tutti i diritti di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore © Gian Berra
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Jinsei nana korobi Ya oki, Così è la vita: Sette volte giù, Otto volte su !

( antica poesia popolare giapponese )

Stupito chiesi alla gente chi era, Un consigliere del trono, mi dissero, cardine intorno a cui gira lo stato…. Po chiu-i ( poeta cinese citato da Li Po )

E’ l’anno 1906, dove la vicenda umana di gente della pedemontana veneta si svolge inconsapevole dei grandi eventi che stanno per ribaltare ogni equilibrio. La vita del borgo sembra ancora avere un ritmo prevedibile e rassicurante. Ma già qualcuno percepisce i primi venti di una bufera che sconvolgerà quel mondo. La storia, i personaggi e le vicende sono interamente opera di fantasia ed ogni eventuale rapporto con fatti reali è puramente casuale. A Rosa, Paolo e Luca offro Il sapore della mia infanzia.

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WASERE, cuore di drago Di Gian Berra Prologo. Un’antica lama aveva tagliato il monte senza pietà. Bianche scaglie di calcare salivano dalle acque del fiume come dita tese a indicare l’aria mossa del cielo. Pareva una mano enorme e rugosa che tratteneva il monte sopra il grande vuoto. Ma chi guardava quei sassi? Solo i bambini che li vedevano per la prima volta. Poi lo sguardo li ignorava e correva oltre, dietro le cose frettolose della vita. Erano solo un ostacolo, un fastidio da superare in fretta lungo la vecchia strada che conduceva a Vas. E sotto la strada il Piave scorreva lento ma profondo, quasi senza onde. Un posto buono per le trote e per quei pochi che sapevano nuotare. E di fronte, vicina, la riva di Quero. Per chi aveva pazienza c’era la sorpresa di vedere passare il treno che correva verso Feltre col suo sbuffo di fumo sottile che si fermava sotto le gallerie. Una sorpresa fugace e poi il silenzio. Un’aria di essere fuori posto. Di passaggio. Era un rischio fermarsi troppo a lungo. Di là si passava e basta. Una sensazione di disagio rapiva chi si intratteneva con quelle forme crude e troppo evidenti. Una natura senza compromessi feriva la sicurezza di ciò che si conosceva bene. Però ogni volta un po’ di ammirazione catturava lo sguardo. Le rocce e l’acqua, indifferenti ad ogni fretta umana, si tenevano stretti i loro segreti.

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Capitolo primo Già allora quelli erano posti poco frequentati. Troppo fuori mano. E poi così scomodi da raggiungere. Bisognava superare la costa del monte e proseguire oltre, in un territorio senza uscita. Macchie di boscaglia incolta e poi la montagna diventava più umana. Piccoli fazzoletti di prato e qualche casa. Dopo tutto finiva. Un vuoto si apriva sul nulla. Chi saliva lassù ci restava tutta l’estate. Salvo poche eccezioni. Cela avanzava con la solita calma per il sentiero pieno di foglie secche. Era come camminare su un tappeto. Ma la salita era dura. Intanto, da solo con i suoi pensieri, dava un’occhiata al burrone alla sua sinistra. Sassi e rovi e oltre solo aria. Una nuvola bassa nascondeva Quero. Pochi salivano fino a lì a fare legna. Quando lui era giovane il bosco era sempre pulito. Ora si mostrava selvaggio, ma sempre bello e carico di colori. Oggi era reso giallo dalle foglie di un autunno in anticipo. Lui aveva ripulito il sentiero quindici giorni prima, ma la prossima settimana avrebbe dovuto rifarlo. Sempre lui, solo lui. Ma perché? Alle Wasere abitavano altre famiglie. Ma sembrava che dovesse andare così. Quel compito era per lui. Come una usanza decisa una volta per tutte. Però la legna raccolta se la portava a casa sua. Ogni viaggio in paese gli portava via una giornata intera. E quando giù da Segusin, Cela guardava in alto verso la montagna, si soffermava sulla macchia ocra del tetto della sua casa. Piccola e lontana, nascosta dal melo. E gli veniva voglia di tornare. Costanzo lo vide mentre era immobile ad ascoltare un fruscio lontano. Qualcuno saliva. Pensò. Forse era Cela, lo aveva visto scendere presto in paese. Già era ora di raccogliere le ultime prugne mature. Le mele invece non lo erano ancora. Forse c’era il tempo di leggere una pagina del libro che gli aveva portato Federico. Lui veniva spesso a portargli tanta roba. Roba utile. Tutte quelle cose che non riusciva a trovare o a fare. Anche Cela era bravo e sapeva come allevare le capre. Prese il libro con desiderio. Ma non lo aprì. Gli bastava pensare a quello che aveva letto durante la mattina. Che ora era? I pensieri gli scivolavano come al solito dalla testa e si sentì smarrito. Si alzò di scatto ed entrò in casa. La pendola segnava le cinque. Il sole era ancora alto. Si fermò davanti alla finestra aperta, e guardò fuori la stessa scena di prima. Pensò: prima la guardavo da fuori, ora da dentro. Si sentiva soddisfatto e
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decise di andare a liberare le galline per farle pascolare un po’. Cela si fermò appena dopo il bosco. Il sole era quasi sul Grappa, si sentiva stanco. Le poche case di Wasere erano come un mondo immobile davanti a sé. Quella dei Santin, la più lontana lasciava nell’aria un po’ di fumo. La moglie di Santin scaldava il caglio per il formaggio e suo marito era più sopra, a pascolare le mucche e le capre. Sentiva appena i campanacci. Si sentì invidioso per lui. Come un pensiero acido di rabbia ricorrente da quando era rimasto solo. Da quando la Maria era morta, Cela continuava a ricordarla. Il vuoto lo riprese ancora una volta, e i colori attorno a lui ora parevano finti. Ma guardò lontano e sembrò che il cielo gli riempisse l’anima. Si rimise lo zaino e si avviò verso i campi. *** Cela si sentiva stanco e nervoso. Passò senza fermarsi davanti alla casa di Costanzo. Non se ne accorse quasi. Poi più giù raggiunse casa sua. Lo salutò l’abbaiare di Lupo, il suo cane. E gli vennero incontro tre dei suoi gatti. Anche le galline si resero conto che era tornato e il pollaio fu in fermento. Raggiunse l’uscio cercò la chiave sotto un coppo. Prima di aprire la porta slegò Lupo che corse curioso giù per il sentiero. La casa di Cela era solida e fresca. Una grande cucina appena entrati, e dietro la caneva per tenere in fresco il formaggio. Una scala di legno portava al piano superiore. Poggiò lo zaino su una sedia, aprì la finestra e prese dalla credenza un fiasco di vino. Sul tavolo c’era già un bicchiere. Si sedette. Si lasciò andare e sospirò. Ora sentiva il proprio odore di sudore ormai secco e vecchio di panni troppo usati che chiedevano solo di essere lavati. Ma ciò lo confortò come avesse riconosciuto un vecchio amico. Soddisfatto di quell’attimo compiaciuto strinse il bicchiere tra le dita. C’era ancora l’odore del vino che aveva bevuto stamattina. Quasi gli bastava quello. Poi si versò due dita di clinto. In fondo non ne aveva davvero voglia. Ma che fare? Se ci fosse stata la Maria, lei glielo avrebbe versato e gli si sarebbe seduta accanto. Gli avrebbe domandato dei fatti della giornata con gli occhi che brillavano di simpatia. Quel vino sarebbe stato come miele. Fresco e dissetante come la presenza del suo amore. E lui le avrebbe raccontato le chiacchiere di Segusin. Lei conosceva tutti. Poi mentre lui raccontava, si sarebbe alzata e sarebbe andata al camino a ravvivare il fuoco… Già il fuoco. Adesso era quasi sempre spento e il camino era pieno di
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cenere. Con un gesto improvviso, quasi automatico si portò il bicchiere alle labbra e si gustò il vino. Da dietro casa, lo raggiunse il raglio di Pino l’asino devoto. Ma era già quasi ora di mungere. Si alzò con un poca di fatica in più e si recò fuori. Dietro la casa un portico e la stalla delle capre lo avrebbero tenuto occupato sino a sera. Aveva fatto a lato del portico un recinto di pali e rovi per tenere dentro le bestie. Ed era orgoglioso delle sue. Aveva venduto le due mucche l’autunno scorso. E ora gli rimanevano venti capre e dieci pecore. Abbastanza per vivere libero. Pino lo fissava, quasi volesse dirgli qualcosa. Cela gli fece una carezza sul muso e lui rispose scuotendo le orecchie. Le capre gli si fecero incontro nervose. Oggi non erano uscite e di certo se ne chiedevano il perché. Le pecore al solito erano distratte e vacue. Ma una occhiata la riservavano anche a lui. Buttò nel recinto una bracciata di fieno e preso il secchio e lo sgabello si prese l’impegno di un’ora di mungitura. Costanzo vide Cela passare frettoloso giù per il sentiero. Avrebbe voluto chiamarlo. Forse andargli incontro. Ma non ne aveva il coraggio. Strinse il libro che teneva in mano come per essere sicuro di esserci. Sentiva i suoi pensieri vagare. Non stavano mai fermi. Anche quando a scuola il professore di latino parlava e si infiammava per quella lingua morta, lui fuggiva con la mente fuori dalle finestre e vedeva gli eroi dei libri come fossero la gente del mercato. E quando cercava di studiare quelle cose che sapevano di muffa, gli occhi gli si fissavano sulla forma delle parole. Ma erano forme vuote. Quando suo padre, l’Avvocato, lo portò per la prima volta ad un concerto quasi svenne per l’emozione. La musica era come una lama che gli penetrava l’anima. Rimase sino alla fine della musica come uno spaventapasseri davanti ai merli. Suo padre ne rimase scosso. Cominciò ad evitarlo. Sua madre aveva più pazienza. Ma quando riceveva ospiti in casa lo faceva mangiare in cucina. Andava bene anche un figlio sognatore, ma che si dimenticasse ogni cosa, ogni persona… Che si mettesse lì come un palo di fronte casa a fissare tutti. Che poi si fosse fissato sulla serva più giovane e la seguisse per ogni stanza. Fermo, immobile a fissarla senza emettere una parola. Ne una spiegazione, ne un gesto. Costanzo metteva paura. Eppure era docile come un agnellino. Aveva le sue abitudini innocue. Come leggere di tutto e parlare senza sosta di quello che la realtà del sui sogni gli faceva vedere. Attorno a lui un mondo carico di meraviglie come un film scorreva senza fine. Le cose brutte non le capiva. Ma forse le vedeva?
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Ad un certo punto l’Avvocato prese la decisione radicale di metterlo in un collegio di Salesiani, dove si diceva che la pazienza era tanta, specialmente se si pagava in modo adeguato. Infatti, in un certo senso la disciplina e la severità fanno vedere il mondo nel giusto modo. Chi può negarlo? E in famiglia tornò la pace. Suo fratello Federico sarebbe diventato un avvocato. Sua sorella Sara, sensibile ed ubbidiente avrebbe sparso la gioia della giovinezza in famiglia. E più avanti anche prestigio per tutti. In collegio, Costanzo accettava tutto. Anche alzarsi all’alba per la messa. E le preghiere prima di mangiare. E la funzione alla sera. Per lui quei riti erano automatici e rassicuranti come un cammino già tracciato. E ogni volta se ne dimenticava. Nella cappella del collegio, durante la messa lui fissava gli archi del soffitto e poi le colonne. Guardava fisso il prete che celebrava, e si figurava di essere fuori sotto gli olmi del parco a guardare le nuvole che passavano. Così ogni volta, finita la messa c’era qualcuno che lo svegliava e che era ora di andare. Dopo pochi giorni era già il pagliaccio del collegio. Lui subito non capì la cattiveria dei compagni, e anche quella di alcuni insegnanti. Era assente anche a quella. Ma cominciò ad evitare ogni dialogo, ogni contatto. Neanche una parola. A casa sua c’erano sorrisi. Li invece sentiva di non valere nulla. Il suo mondo svaniva e al suo posto non aveva niente. Nulla da guardare. Meglio non guardare più nessuno. Così rimaneva al sicuro. Quando l’Avvocato venne convocato da un avviso del preside, che suo figlio era grave, gli venne una fitta al petto. Un moto di dispetto, ma anche di vera paura. Partì per Cittadella il giorno dopo assieme alla moglie. Quando il direttore lo ricevette lo rassicurò. Costanzo si sarebbe ripreso, ma non poteva restare lì. Un giovane malato di nervi non poteva sopportare la vita di collegio. Al che l’Avvocato ebbe un sussulto mal nascosto. Suo figlio malato di nervi? No, non era possibile. E se si fosse venuto a sapere? Forse si sapeva già? No di certo. Questa è gente seria, non parla. Poi gli fecero vedere Costanzo, seduto sul letto della stanza singola che gli avevano riservato per quell’incontro. Magro, bianco in volto. Non vide i suoi genitori, non li riconobbe. Ma accennò ad un sorriso quando la madre lo chiamò e gli parlò. Non lo portarono a casa. L’Avvocato se ne vergognava troppo. Il direttore del collegio aveva già la soluzione. A Mirano conosceva una famiglia di insegnanti in pensione. Persone serie e volonterose che a suo tempo, avevano insegnato in quel collegio. Avrebbero potuto lasciarlo li a pensione. Una pensione speciale tutta per lui. Con Costanzo ci voleva pazienza. - Era forse una spesa…? – Accennò appena il direttore. - Ma no! Non si preoccupi - Sbottò l’avvocato. E quasi se la prese per la
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premura del direttore. - Per Costanzo si fa di tutto, al meglio! Rispose. Così la cosa si risolse. Costanzo avrebbe trovato un po’ di riposo. Poi si vedrà. Ma ormai un timore si era insinuato nell’animo dell’Avvocato. Che fare di quel figlio? Ci avrebbe dovuto pensare più spesso. Le nuvole giocavano nel cielo della sera, Costanzo ci vedeva i colori dell’acqua del canale che da Mirano portava a Chioggia. Lo zio Emilio lo portava spesso a pescare con le lunghe lenze di legno duro ed elastico. Lui non si ricordava mai di tirare a riva il pesce che abboccava, ma lo zio non se la prendeva. Quante cose gli avevano insegnato gli zii. Le cose da fare e da non fare. Il mondo ora sembrava più chiaro. Ma diventava tutto difficile appena c’era troppa gente. Scoprì che da solo stava bene. Non sempre però. Voleva qualcuno vicino che fosse come lui. Gli zii erano come lui. Ora era qui da solo in montagna. Ma Cela parlava con lui. Vedeva il mondo quasi come lui. Però Cela aveva troppi pensieri. E troppo veloci. Così Costanzo imparò ad aspettare i momenti tranquilli. Allora il suo mondo si allargava. Poteva raccontarlo. Si sentiva diventare grande, come l’aria che si muove sempre e non ha limiti. Segusin. La mattina il sole non lo svegliava mai. L’ombra della chiesa era la sua compagna. Solo verso le dieci i suoi raggi entravano e gli ricordavano che fuori c’era la vita. Anche quella mattina era rientrato dopo la prima messa e ora guardava fuori. Davanti, sul sagrato polveroso l’ultimo gruppo di vecchie signore restie a tornare alle famiglie. Don Gino si mise le mani sulla faccia, e nervoso ne tirò la pelle come sentirsi reale. Magro ma già un po’ curvo, sentiva la vita sfuggirgli dal corpo. No, non era possibile, a trentacinque anni non era vecchio. E quando si stirava la schiena, il suo corpo rispondeva sicuro. Si cercava spesso con le mani. Sfiorava ogni tanto il suo corpo, di nascosto. Come ad accertarsi di esserci davvero. Poi, ogni volta se ne vergognava. Ma da qualche tempo un senso di soddisfazione velava la sua colpa. Era forse il Demonio? Il buonsenso gli diceva di no. Ma non ne era sicuro. Aveva un modo oscuro di placare il suo desiderio, e non ne era certo soddisfatto. Ma era così normale nascondere le cose ovvie. Il Signore capiva le sue creature. Lui non lo approvava di certo. Ma la cosa riguardava la sua anima. Avrebbe pregato con più ardore. Ma non stamattina.
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Si decise finalmente ad uscire. Sulla soglia finse di guardarsi attorno e si avviò verso l’Ariù. Era appena oltre la piazza, dove una ripida discesa portava ad un gruppo di case più sotto. Tutte strette tra di loro, e poi oltre verdeggiavano i campi che costeggiavano il Piave. Le comari lo videro. I loro sguardi fissi e un po’ taglienti mostrarono dei sorrisi accennati ma cordiali. Don Gino. Sia lodato Gesù Cristo! La Teresona sembrava la capa del gruppo. Grossa e alta con due braccia da uomo, I polpacci uscivano nudi dalla lunga gonna e finivano in due zoccoli pesanti. Sembrava squadrare il prete come un mercante di vacche. E le sue guance si erano imporporate senza vergogna. Le altre si gustavano la scena e si tiravano occhiate. Con gli occhi socchiusi lei indagava l’imbarazzo mal nascosto del prete. In piazza stamattina lui era solo un uomo. Un maschio nascosto dietro qualcosa che lo inchiodava lì come un pupazzo. L’imbarazzo del prete era percepibile come una colla che rallentava le cose. E le comari assaporavano l’attimo di pausa con gusto. Don Gino, è domani che inizia la raccolta? Il prete cercò di nascondere l’imbarazzo. Si sentiva come una preda scontata e facile. Nudo e senza segreti. Tre paia di occhi lo fissavano. Ma forse altri lo facevano da dietro i balconi. Fece un cenno di saluto con il capo. Domani inizia il giro, mie signore. Che il Signore ci aiuti ad avere un buon raccolto. Rispose. Ne avrà, reverendo. Ne avrà di sicuro. Ha già parlato col Gobo? Ci vado ora. Speriamo che il tempo tenga ancora. E così le aveva quasi raggiunte. Fece loro un saluto con la mano e proseguì per la discesa. Si sentì salvo. Le pietre delle case dell’Ariù raccontano della miseria e dell’orgoglio di chi non avendo terra su cui vivere, doveva cercarla così vicino all’acqua. Là nella terra gratuita del greto del torrente. Costruite tutte vicino alla corrente. Così accostate che ora i loro muri fungevano da argine. Muri solidi fatti con grosse pietre raccolte in montagna. Tutte assieme formavano una complessa linea irregolare che si curvava seguendo l’alveo d’origine. Tutte all’ombra di quella piccola valle stretta e umida. La casa del Gobo era verso la fine della strada, con un po’ di cortile e la stalla dei muli. Un vecchio fico, appena dentro il muro era il bersaglio di tutti monelli del quartiere. I rami che sporgevano oltre ne erano preda di tutti i frutti. Sua moglie aveva conservato un cespuglio di glicine che dava un tono gaio al cortile; i suoi rami si arrampicavano alti sul muro della casa, sin sulla strada.
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Nascondevano appena un vecchio cartello di lamiera inchiodato all’intonaco. Quando una volta ci passai vicino, accompagnato da mia madre, le domandai cosa voleva dire. Lei non mi rispose. Sorrise e disse qualcosa a bocca stretta. Non capii. Mia madre andava qualche volta a trovare la moglie del Gobo per farsi leggere le carte. Io ne approfittavo per giocare nel grande cortile. Poi al cartello già non ci pensavo più. Da tempo il cartello è sparito e nessuno se ne ricorda. C’era scritto “Stazione di Monta”.

*** - Vacca Luia! Bestia! Il Gobo salmodiava il suo rosario di immagini consuete e definitive. Le sue certezze ormai si contavano con pochi esempi di eventi già sperimentati. Lui e la testa dura del mulo Santo. Lo aveva condotto sul campo davanti casa. Quell’animale gli piaceva. Alto e dritto. Sicuro di sé. Ma sempre assente. Non gli si indovinavano i pensieri, eccetto nell momento che aveva fame. Guai e rompere il suo sogno segreto. Ogni richiesta nei suoi confronti andava fatta con fermezza. Ma senza pretenderla, pena un’occhiata incredula e carica di sdegno. Così quando imprecava, doveva far finta di rivolgersi a qualcun altro. Magari rivolgersi al cielo. Quello non se la prendeva mai. Così Santo gli rivolgeva una serena occhiata. Quasi per assentire. E poi continuava i suoi sogni di gran mulo. Però sei bello! Porca Troia! Aggiungeva a mezza voce. E così andava incontro alla giornata. Sentiva che oggi si sarebbe fatto vedere Don Gino. Non avrebbe ricavato molto da quel lavoro. Prestare il mulo al sagrestano era forse un onore. Ma rendeva poco. Da sempre il paese aspettava ad ogni autunno la questua del cappellano. Lì in paese la gente gli portava la roba in casa. Ma Segusin era pieno di posti isolati e così quel prete doveva fare il giro delle frazioni sino a Milies e sulle rive sparse. Il mulo lo seguiva ad ogni passo e quando tornava in canonica era carico di ogni abbondanza. Non sempre la gente si faceva trovare in casa. Qualche porta rimaneva chiusa. Ma era meglio non farci caso. La miseria non sapeva come nascondersi. E ci avrebbero pensato le comari ad avvelenare l’aria contando i miserabili e le colpe. Don Gino profittava del giro per benedire le famiglie e gli animali. E raccontava poi ogni cosa al parroco. Don Alberto stringeva gli occhi e non parlava mai fino a che il resoconto fosse
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finito. La notte lui rimuginava come colpire i colpevoli. Li avrebbe pugnalati pubblicamente nel sermone della prossima domenica. Quando Don Gino giunse all’uscio del Gobo notò un grosso chiodo ben piantato alto sul muro che dava alla strada. Grosso e ruggine con la cappella grossa. Si fermò sorpreso. Lo rimirò ancora. Ma prima c’era mai stato? No, non se lo ricordava. Gli vennero in mente i chiodi che ferivano il Cristo in croce. E il colore del sangue secco dipinto sulla carne del martire del quadro che stava in canonica. Erano come quello. Un senso di vuoto e di nascosto dolore gli ferì il petto. Era il dolore che lui avrebbe dovuto vivere ogni attimo per dare testimonianza dell’amore che teneva vivo il mondo. Ferito da questa colpa che lo appesantiva il cuore, fece un gran sospiro. Si cavò la mano di tasca e si toccò il petto. Poi entrò nel cortile. Vide il Gobo giù, lontano nel campo. Era col mulo e sembrava che gli parlasse. Nessuno si affacciò dalla casa, così si avviò ad incontrare il capofamiglia e la sua bestia. Il Gobo lo notò subito. Sembrava che quel prete si portasse sulle spalle il peso di una notte di incubi. Era giovane, pensò. Ma sapeva condurre il mulo. Lo aveva imparato l’anno prima. Anche il mulo Santo riconobbe la figura, alzò la testa con decisione. E mosse la coda. Buona giornata sior Gobo! Eccomi qua per il solito giro. Disse cercando un’intesa… Sia lodato, Don Gino. Se il tempo continua così, le andrà bene. Lo spero. Ce ne sarà da camminare! E’ stata una buona stagione. La gente ha tanta roba in casa e sarà ancora più contenta di darle un aiuto. Il mulo è in forma… Vorrei cominciare domani mattina. Magari andare subito a Milies… Domani Santo sarà pronto con la sella e le sacche. Lo faccia bere spesso. L’aria è ancora calda. Con ogni cura. Ci vediamo domani mattina presto. E gli fece un cenno di saluto con la mano. E lasciò il campo già pensando al giorno dopo. *** Sull’Ariù, alla sera si leva il vento. Dalla valle di Stramare scende giù un’aria fredda e umida che pizzica la pelle. Anche a fine estate. Guai a chi porta con sé pensieri cupi. Quell’aria li rinforza e li sottolinea come una matita nera. Nuvole grigie e scure avvolgono l’anima. La valle diventa straniera e la vita cosa da poco. Così hanno messo proprio sopra le teste il cimitero. Lassù in alto, sullo sperone che sta di fronte alla chiesa. Questa è la strada dei morti. Dei
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funerali. La gente la percorre in fretta e non ci pensa. O pensa ad altro. Ma le tenebre arrivano e non hanno pietà. Ogni notte il vento soffia sulle pietre e sugli scarni alberi di acacia. Un vento che ama essere solo. Scaccia le persone e sfoga la propria pena giù sul Piave. A volte si attarda sotto i Molini. Sveglia i merli e muove l’acqua che scorre sotto. Poi sparisce.

Capitolo secondo L’aria umida del mattino incolla la polvere per terra. Sembra che quando il sole ancora non si vede, sia più facile iniziare ogni attività. In piazza l’osteria apre per prima. La Beta spalanca le imposte e dà una frettolosa passata di scopa all’uscio. Poi come fa ad ogni levata, guarda verso il sole che nasce là sulla collina. Lontano si intravedono appena le mura vuote di S. Gervasio. Il monte è immerso nell’umidità della notte appena trascorsa. Da un po’ di tempo anche i pensieri di Beta tendono a rimanere sempre di più in una nebbia simile. Un po’ come è nei fumi degli ubriachi che ogni notte lasciano l’osteria. E’ come lasciare andare tutte quelle cose futili di ogni giorno uguale all’altro che è passato. Tutte le chiacchiere, gli sguardi, le finzioni, le falsità e delusioni di quella piazza di polvere. Poi guarda la chiesetta dell’asilo e il palazzotto dei padroni Nardon. E lei non trova nulla che la conforti. Ma l’abitudine vince ogni emozione; tra poco inizia la vita, e c’è tanto da fare. Celeste, suo marito, è già sotto il portico a sistemare bottiglie e damigiane. Ha già messo fuori la moto. Più tardi andrà a Valdo per i suoi affari e lei sarà sola per tutto il giorno a seguire i pochi clienti. Una mattina come tante, pronta a sorridere a tutti. La Beta rientra, e dal bancone vede arrivare la prima corriera. C’è un po’ di confusione. Quando quella riparte due figure solitarie restano lì come smarrite e poi decidono di entrare. L’uomo porta con sé un borsone, la donna una piccola valigia. Si vede che vengono dalla città. Chissà, forse da Treviso? Lui cammina dritto; ora più sicuro di sé si ambienta e scosta le sedie di un tavolo. La donna posa la valigia e si guarda attorno. Guarda
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ogni cosa come per essere certa di ciò che vede. Lui si avvicina al banco. Buongiorno, ci porta due caffè e un po’ di latte? Buongiorno , faccio subito… Beta prepara i caffè, e osserva intanto le due figure. Silenziose, discrete. Così diverse da quelli del paese. Gli sembra di conoscere lui. Ma non le viene niente in mente. Se ci fosse qui la Teresona … Federico si era già pentito di non essere venuto in macchina. Ma c’era la voglia di dare un po’ di avventura alla visita a Costanzo. Era riuscito anche a convincere la sorella Sara a venire con lui. Era già un anno che lei non vedeva Costanzo. Sara era nata per ultima e aveva sofferto meno di lui per la vicenda del fratello. Ad un certo punto verso i cinque anni non lo aveva più visto in casa; ma lei non lo aveva dimenticato. Ricordava che quando era più piccola, lui la seguiva e giocava con lei con infinita devozione. Come fosse una piccola dea. Lui, Costanzo l’ascoltava con serietà, e la prendeva sempre sul serio. Forse qualche volta quel fratellone si incantava un po’, ma a differenza di papà e mamma lui non la deludeva mai. Sara si sarebbe iscritta all’università tra un mese. Sentiva che stava per affrontare un’altra vita. Papà invecchiava, e quasi non voleva che lei studiasse ancora. Ma Federico, che ormai conduceva con competenza lo Studio, insistette: - Non far caso a papà, lascia che brontoli… Il caffè era di quelli fatti con cura. Federico stava già pensando alla mattinata che aveva avanti. Si rivolse alla sorella: Dovremo trovare qualcuno che ci porti i bagagli. La strada e faticosa. Ci vorrà un’ora di cammino in salita. Poi dovremo comprare qualcosa da mangiare. La volta scorsa mi venne presentato un signore di nome Gobo. Ha un mulo…Poi decise che era meglio chiedere alla signora che le aveva portato il caffè. La Beta lo vide venire al banco. Forse lei ci può aiutare, cerco uno che ci porti i bagagli in montagna, alle Wasere. L’ultima volta ci aveva servito il Gobo. Ma… Ah, ecco! La Beta sorrise. Si mi ricordo di lei. E’ il figlio dell’Avvocato. Dovete andare alle Wasere? Non è vero? E così senza lasciarlo parlare aggiunse: Il Gobo ha solo un mulo, ma qui vicino c’è Nanete. Ve lo faccio chiamare.. E senza attendere la risposta urlò un richiamo a suo marito. Celeste si affacciò dalla cantina. Spalancò gli occhi come a cercare di capire. La moglie gli spiegò la cosa. Lui sparì e tornò poco dopo. Sembrava proprio che Nanete non aspettasse altro. Sarebbe stato là col mulo tra venti minuti. Sapeva già tutto. Così Sara e Federico lasciarono i bagagli in custodia alla Beta. E si avviarono dal droghiere.

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*** Su alle Wasere quel mattino Cela si sentiva la schiena rigida come una tavola. Là sul letto ad ogni levata doveva lottare con la luce che lo chiamava fuori. Si stirò con cautela. Già più volte il gallo aveva cantato il suo saluto. Stese la mano sul letto vuoto, come a cercare conforto. Poi scese da basso e aprì la porta. Un’aria pulita lo avvolse e gli diede vita. Guardò verso ovest, dove lo strapiombo si apriva sul cielo. Solo un poca di foschia. Oggi sarebbe andato vicino l’Inferno a fare legna. Aveva inventato lui quel nome. E quel luogo lo meritava davvero. Nessuno passava mai di là. Forse una volta c’era stato un sentiero. Poi l’incuria e l’abbandono lo avevano cancellato. Solo uno del posto intuiva che di la si andava oltre. Ma oltre era il nulla. Un vuoto senza niente. Più sopra la boscaglia era come un muro. Tutta in salita e irta di pietre. A metà mattinata portò fuori l’asino. Vi caricò gli attrezzi e un tascapane con vino, formaggio e pane. Decise di lasciare Lupo a casa. Quando partì la sua mente volava con l’entusiasmo di un bimbo. Pino, l’asino fortunato di Cela, era ben cosciente della sua buona sorte. Mai il suo padrone lo aveva bastonato. Anche se qualche volta lo aveva offeso con la sua rabbia… però erano solo parole. Per un asino le parole hanno scarso significato. Sono come vento che dà fastidio ma che passa subito. Il suo padrone camminava piano. E non lo sforzava mai. Il peso che aveva in groppa era ridicolo. Forse al ritorno avrebbe dovuto faticare un po’. Cela si fermava spesso ad osservare il bosco, e così c’era anche il tempo di assaggiare l’erba. Ogni tanto quell’uomo lo fissava come a cercare di capire i suoi pensieri. Cercava di capire i pensieri di un asino? O forse cercava di intuire cosa l’asino pensasse dell’uomo? Dell’uomo che si chiamava Cela? Pino aveva capito che il suo padrone era cambiato quando la sua femmina era morta. Le mancava. Si vedeva che i suoi occhi la cercavano attorno. Nessuno si era mai preoccupato di lui. Un asino solo e senza femmine. Ogni tanto Cela lo portava a montare un’asina a Riva Grassa. Era una cosa che gli faceva tornare la pace. Specialmente in primavera. Poi si dimenticava di tutto sino alla primavera prossima. Scesero ancora più in basso nel sentiero e girarono a destra dove sembrava ci fossero solo rovi e boscaglia. Cela si fece largo a colpi di roncola. Da quanto tempo non passava più da quelle parti? Beh, veramente ci era stato solo due volte. La prima quando era ancora ragazzo. Poi…un giorno che aveva litigato con la Maria e aveva
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voluto rimanere un po’ solo. Tutte due le volte erano state occasioni particolari. Uniche. Pino ebbe un attimo di timore ad affrontare la boscaglia. Poi con flemma gli venne dietro. Sotto i piedi di Cela le rocce erano infide e nascoste dai rovi. Attorno liane e rami secchi lo spettinavano e gli portavano via il cappello. Ad ogni passo doveva pulire e tagliare per poter fare un po’ di vuoto. Ma sembrava comunque che il terreno stesse spianandosi come un’antico percorso da riscoprire. Proseguì per una mezzora così sino a che si presentò un alto dente di roccia bianca. Si levava alla sua destra alto nel cielo, appuntito. Sotto i suoi piedi una stretta spianata permise loro di fermarsi a riposare. Cela sospirò. Si terse il sudore e bevve un sorso di vino. Aveva anche dell’acqua che versò a Pino in una tazza. Sentiva un brivido di euforia di fronte allo spettacolo. Quante volte aveva rivisto in sogno quella roccia? E il tesoro che vi aveva nascosto sotto? Con la roncola smosse con cautela il terriccio friabile che si era raccolto sotto il masso. Poi lo scostò con la mano. Sentì con le dita il sacco ruvido e marcio che stava sotto. Allargò il foro e con rispetto trascinò fuori l’involucro. Lo stese accanto e lo aprì. Non si ricordava di avere legato il sacco con una cordicella. Tutto sembrava ancora integro. Tirò fuori i pezzi uno ad uno. Una spilla in ottone che raffigurava un’aquila con le ali aperte, la lama di una grossa roncola consumata dalla ruggine senza il legno del manico, sette proiettili senza il bossolo. Poi c’era anche una borraccia di ferro e una cintura di tela omai consumata. Erano le cose che suo nonno conservava con amore dentro una scatola. Ricordi della sua gioventù. Prima di morire gli aveva detto con poco fiato che aveva: Quando me andrò mettile sotto terra come me. E’ giusto regalare alla terra le cose più belle. E’ lei che ci da la vita; sempre lei che poi ci chiama quando è ora di ritornare. E lui aveva scelto quel posto magico che nessuno conosceva. Sentiva una gran fame. L’asino si stava saziando con l’erba del posto. Così si mise comodo, e aprì il tascapane. No, quel giorno non avrebbe fatto legna. Forse no. Il sole ormai alto, indicava il mezzogiorno. Poi, sazio, si distese e prese sonno senza sforzo. Come un bambino che ha giocato abbastanza. ***

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Sotto, molto più sotto, il treno che scendeva da Belluno, lanciava sulla valle il suo rumore di ferri cigolanti. Il suono saliva sulle pareti e faceva volare via i pigri uccelli dai rami. Una lunga nuvola bassa e sfilacciata si era formata come un bianco serpente e saliva da mezza costa. Nessun vento la disturbava. Sull’altro lato della montagna, nella valle dell’Ariù, una figura nera e smilza a cavallo di un mulo si avvicinava a Stramare. Don Gino non amava camminare in montagna. Finché la strada lo permetteva preferiva usare il mulo come fosse un cavallo. Aveva capito ben presto che poteva farlo anche con le persone. Anche se era un semplice cappellano qualcosa gli era dovuto. Che bastasse solo un abito nero a facilitargli tante cose lo rendeva sicuro. No, non si compiaceva di tale potere. Ma le cose della vita andavano così. Potevano anche far finta di non portargli rispetto. Ma era un gioco che alla lunga avrebbe vinto lui la partita. Anche il Cristo aveva più volte alzato la voce verso chi lo ignorava. Lui, un semplice prete, ne era l’esempio. Avrebbe accettato la cattiveria degli uomini. Ma alla fine avrebbero ceduto. Si sentiva abbracciato da secoli di dovuto rispetto. Di cose già fatte e dette. Tutte a suo favore. Sospirò senza vedere i colori delle acacie. E senza curarsi della fatica del mulo. A Stramare, ormai vicina, avrebbe ancora invocato il diritto alla carità. Senza il dovuto dono di qualcosa di sé, nessuno avrebbe guardato l’altro negli occhi senza timore. Con quei pensieri nel cuore, gonfio di risentimento per tanta fatica, Don Gino si avvicinava a reclamare uno scarno obolo da gente dimenticata dal mondo. Ma non da Dio. Sull’altro lato della valle la famiglia dei Migliet stava girando l’ultimo fieno per farlo seccare. Lo videro salire quando era ancora un puntino nero come un insetto. Paulin, il figlio minore decifrò il cenno di suo padre e scattò come una lepre verso il borgo. In cinque minuti il paese era stato avvisato. Il ragazzo quasi volò tra le stradine del borgo mettendo in agitazione le persone e le bestie. Le rondini fuggirono nel cielo e dalle case più in alto occhi sorpresi indagavano la piccola piazza. Tutti furono avvisati della sventura imminente. I polli vennero rinchiusi nei pollai e i maiali nelle loro stie in un lampo. Vecchi, donne e bambini fuggirono nei boschi vicini indaffarati a compiti improvvisi e non evitabili. Chi non era partito si chiuse in casa fingendosi malato. Altri, troppo stufi di tutto, rimasero ad annusare l’aria. Indolenti e rassegnati. I più piccoli sembravano aspettarsi un nuovo gioco. Ma i camini erano già accesi da tempo e i fili di fumo tradivano il cibo cotto per il mezzogiorno. Come al tempo della caccia alle streghe, ogni camino veniva attentamente indagato da chi imponeva il sacro potere di
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morte su chi non dava abbastanza ai corvi. Così la vita non si poteva nascondere del tutto al corvo che oggi era in arrivo. Quando Don Gino e il suo mulo girarono l’ultima curva e passavano il ponte Sull’Ariù, Stramare sembrava un paese morto. Nemmeno la polvere secca si alzava dalla strada e dai cortili. Nessun uccellino cantava e i bimbi lo guardavano con gli occhi sorpresi e in attesa. Lui scese dal mulo, si stirò le spalle ed il collo. Fece alcuni passi in silenzio e si avviò alla chiesetta di S. Valentino. Si sentiva insultato da quel gran silenzio. Ma ci aveva fatto l’abitudine. Girò con un gran gesto la chiave sulla toppa e aprì la chiesa. Entrò nel buio fresco e vuoto. Sapeva che dietro l’altare c’era una cassa con del vino della messa. Si chinò e ne trovò una bottiglia piena. Bevve a canna due sorsi e si sentì meglio. Poi si inginocchiò al primo banco e lì restò silenzioso in raccoglimento. Silenzio. Lontani vaghi echi di voci. Rumori di porte appena mosse. Poi uccelli che si chiamavano. Bambini che si rincorrevano e vociavano. Poi ancora momenti di silenzio. E qualche richiamo. Il prete si godeva quell’attimo di attesa. Quell’equilibrio in cui il suo potere e la sacralità del suo compito cambiava le cose e le riportava ogni cosa alla normalità. Rivolse compiaciuto un pensiero al Cristo che pendeva torturato da un vecchio crocefisso laterale. E si sentì più rilassato, più disposto ad accettare tanta sua sofferenza in Suo nome. Un’ombra oscurò la porta, e con discrezione entrò in chiesa e si inginocchiò vicino al prete. Una vecchia signora tutta nera tirò fuori di tasca un rosario e si mise a pregare in silenzio. La Pina Stramare. Don Gino si mosse appena, e lei senza guardarlo fece sentire la sua voce. Con il tono pacato e paziente di chi sa le cose, disse: Benvenuto Don Gino. Se vuole posso suonare la campanella. Chiamerà qualcuno qui in chiesa e potrà accoglierli. Poi avrà tempo nel pomeriggio per visitare le case. Abbiamo preparato il pranzo per lei, appena avrà finito qui in chiesa. Lui la conosceva. Era rimasta vedova nell’ultima guerra e ormai sola. Con i figli sistemati, la donna si era dedicata a servire la parrocchia donando il suo tempo e le sue preghiere. Ormai vecchia, ma in salute, non pretendeva dalla vita che un po’ di silenzio e di rispetto. Lui non la guardava mai negli occhi. Gli davano un certo disagio. E lei continuava a fissarlo con naturalezza. Come se lui gli andasse bene così com’era. E già pensava ad altro. Un’ora più tardi si era tutti in tavola. Era la casa degli Stramare. Una famiglia ormai di vecchi. Mangiava con lui anche la Pina. Altre due sue
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amiche assistevano. La luce del mezzogiorno era stata chiusa fuori serrando gli scuri e creando così un’atmosfera ovattata. E lame di luce si flettevano entrando dalle fessure. La tovaglia di cotone bianco rifletteva appena. Una minestra e un po’ di bollito. E quel vino aspro che si faceva in montagna. La Pina conduceva il dialogo: I Matiol hanno avuto un buon raccolto quest’anno. Ma anche i Minute. Allevano ciascuno due maiali a testa nelle stie. Invece Bianchin ha dovuto vendere il vitello per pagare le tasse. Qui non viene nessuno a darci una mano. E i giovani scappano… Ma a Milies le andrà meglio. – Aggiunse l’altra comare: - Ci sono ancora venti famiglie che quando vanno a Valdo a vendere il formaggio tornano su cariche di farina. E si comprano anche le scarpe. Ma dopo la disgrazia della Rina, sua madre se la passa male. Il marito è sempre all’osteria. Povera donna. A Don Gino venne in mente ancora una volta il fatto che la Rina in fondo era morta da peccatrice. Si era impiccata cinque mesi prima. Dopo aver subito violenza da un giovane sconosciuto. Era rimasta incinta e scacciata da casa. Era stata accolta da una parente. Ma tutto Milies gli era contro. E lei, col bimbo in pancia, si era appesa ad un albero là sopra, alla Pieraleva. Morta la Rina, tutto era tornato normale. In paese nessuno ci pensò più di tanto. Il problema si era risolto da solo. Ma dove seppellire quel corpo che puzzava di peccato? I parroco era stato generoso. Le aveva fatto fare un funerale la mattina presto, quando non veniva quasi nessuno. E poi era stata sepolta sulla terra sconsacrata. Senza nome sulla tomba. E la pace era tornata in paese. Al suo funerale anche lui aveva pregato per la sua anima. Ma comunque lo faceva per tutte… Ma era già ora di andare per le case. Accompagnato da tre donne tutte nere e da un vecchio che tirava un carrettino, si presentarono alle porte di tutti quelli che qualcosa dovevano pur dare. Al mulo vennero legati tre polli, due sacchi di patate, quattro sopresse, cinque forme di formaggio piccole, due di grandi, sei ricotte secche e due fresche. Più l’impegno che sarebbero state portate in canonica il giorno dopo una damigiana di clinto e cinque quintali di legna. La Pina ci aggiunse del miele e un po’ di marmellata di susine. Don Gino benedisse ogni casa e poi chiuse la chiesa. E tornando giù a Segusin tirandosi dietro il mulo si sentiva come svuotato. Leggero. Forse aveva dato troppo di sé? No, era che non vedeva l’ora di lasciare chi lo aveva riempito di carità. Forse un poco di imbarazzo? Forse si. Ma comunque ce l’aveva fatta. Anche oggi si sentiva a posto.
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E ad ogni passo verso la discesa era come se quel camminare facile lo facesse sentire ancora giovane. Così come era stato una volta, tanti anni fa quando i sogni lo facevano volare verso Dio. Sospirò ancora una volta. Da tempo lo faceva spesso. Troppo spesso. E rabbrividì pensando al timore che ciò non gli bastasse più. *** Niero si sentiva bloccato in quel posto. Troppo prevedibile. Ma perché non se ne andava? E’ già, perché? No, sapeva che sarebbe morto là a Segusin. In fondo, da tempo appena pensava alla sua vita ricercava uno scopo plausibile e profondo negli anni che passavano. Una parte di lui cercava ancora di scappare. Ma quante volte era fuggito? Una vita di fughe. Di corse e agguati senza scopo. Ma in realtà quando il sangue gli ribolliva nelle vene, i perché nascevano da soli. Era come innamorarsi di donne ed idee. Sempre in cima ad un’onda che lo portava sopra gli altri… Poi un giorno ormai lontano aveva visto l’inferno. No non c’erano fiamme. Era peggio. Era come annegare. E mentre annegava provava la pena di non poterci fare nulla. Così non rimaneva che lasciarsi andare. Cedere per la prima volta nella sua vita al potere degli altri era stata una ferita troppo grossa. Era però arrivato qualcuno a dargli una mano. Una mano che lui non aveva il coraggio chiedere. E così era stato tirato su dall’abisso. Quando ci pensava stava meglio per un po’. E guardandosi attorno riconosceva di essere là per sua scelta. La furia dei desideri anche oggi poteva aspettare. Tornava ora dalla piazza. E vicino al ponte dell’Ariù il suo sguardo venne catturato da una figura lassù. Un mulo carico e un prete scendeva da Riva Grassa. Già, quello era il cappellano che tornava dalla questua. Era uso in questi paesi che lui non venisse pagato come il parroco. Però poteva sostenersi con la questua annuale. Comoda usanza. Un lampo di disprezzo gli velò lo sguardo. Ma c’era anche amarezza. E la solita emozione tentò di gonfiargli il cuore. Con un pensiero deciso sopì quel moto interiore e distolse lo sguardo. No, non aveva voglia di pensarci ancora. Non serviva a nulla. Poi proseguì deciso oltre la curva della chiesa. Superò il sagrato vuoto e continuò oltre in direzione di Vas. Anni prima era passato di là, non ricordava più per quale motivo. O forse il motivo era proprio quello? Quello di sentire l’aria di quel posto. L’ultimo sperone del monte puntato verso la pianura. Aveva visto la casa abbandonata sopra la strada che costeggiava il Piave. Sotto c’era un
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precipizio. Sopra erti boschi e qualche prato. Fu colto dalla magia del posto. Vicino al paese, ma lontano da tutti. Fu facile comprare quella piccola proprietà. E rimettere un po’ in sesto la casa. Fece rifare il vialetto d’accesso e il muro. Poi si fece portare il pianoforte e tutto ciò che rimaneva delle sue cose. In paese si parlò molto delle casse di libri che si portò da chissà dove. Non si fece poi vedere per un poco di tempo. Doveva sistemare i suoi affari. Poi quando la gente udì le lontane note di un pianoforte, capì che uno nuovo era venuto a vivere a Segusin. Schivo e misterioso, Niero si lasciò scoprire poco a poco. Ma senza dare troppa confidenza. Si fece ben presto amico il vecchio Nardon. Il più ricco del paese. E così più nessuno chiese di lui in giro.

***

La casa di Niero era a pochi passi oltre il paese. Giungendovi, lo sguardo andava oltre il Piave che scorreva sotto. E oltre, il pianoro di Quero catturava l’attenzione. Il sole era ormai basso e Niero amava il tramonto, ma da casa sua vedeva anche l’alba. Era per quella ragione che era stregato da quello sperone. Come se si fosse sistemato sulla prua di una nave gigantesca ad affrontare il mondo. Era la nave che si muoveva e che lo portava avanti senza sosta. E lui si lasciava portare. Era una casa piccola. Giusta per un uomo solo. Poco impegnativa. Vi giunse come al solito perso nei suoi pensieri. Girò a destra nel vialetto ed entrò lasciando la porta spalancata. Mise un disco sul grammofono per farsi compagnia e si recò nella piccola cucina. Sentiva voglia di tornare a farsi un giro a Venezia e sentire le chiacchiere dei vecchi amici rimasti là. E mentre Venezia lo faceva sognare, e la musica lo cullava, riscaldò la minestra di riso e si tagliò due fette di sopressa. Stappò anche una birra e si mise accanto il libro che aveva iniziato a leggere tre giorni prima. Ma dovette alzarsi ad accendere la luce. Un mascherone di legno appeso al muro lo guardava con due occhi enormi rossi e neri. La bocca era un buco che trapassava il legno e lasciava vedere il muro cui era appoggiato. I suoi capelli erano fatti di erba secca e lo coronavano come un sole. Le guance erano dipinte con segni forti e decisi. Rozzi ma pieni di forza. Non avevano compromessi o debolezze. Aveva comprato quella maschera anni prima da un tizio furbo e intrigante. Era di sicuro stato fregato sul prezzo. Ma il mercante aveva capito Niero
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meglio di sua madre. Così era andata. E lui ora l’aveva appesa in cucina. Ogni volta che si sedeva a tavola lei era lì con lui. Sempre uguale e sempre pronta a dirgli la verità. Chissà se il negro che l’aveva scolpita lo sapeva. O forse lo aveva fatto apposta? Quello era un artista. E come ogni vero artista se ne frega della fine delle sue opere. Gli basta crearle. Poi vada come vada. Dice l’artista: - Io la mia parte l’ho fatta. E la sua opera ora continua a vivere di vita propria. Appunto perché era viva, quella maschera faceva compagnia a Niero. Così ora lui si grattava la pancia, fumando e guardando fuori.

Gian Berra hippie nel 1972
La foto ritrae Gian Berra nel 1972-73. Gian era un giovane che dopo una breve esperienza universitaria aveva abbracciato con ardore gli ultimi fuochi dell’epoca hippies Ma la provincia veneta era distante dalle passioni di libertà della fine degli anni sessanta: il Veneto non è la California e nemmeno Parigi. Ma Gian Berra non si rende ancora conto che vive in una realtà addormentata da secoli e svuotata da ogni entusiasmo. Chi è il ladro che ha rubato la vitalità al popolo in cui si trova a vivere? Perché la gente sembra cieca alla natura che ogni giorno le alimenta la vita? Sono domande ingenue e terribili. Loro non possono avere una risposta per un artista che sta per scoprire di esserlo: Gian non ne potrà fare a meno di porsi queste domande. Gian Berra già dipinge e si dedica alla scultura, ma non lo considera ancora un lavoro. Per questo tenta alcune fughe all’estero. Prima parte con il cugino Renzo per la Svizzera e si ferma per un po’ a Shaffausen e a Tayngen. Poi con l’amico Giannetti se ne va in Germania e visita Braunsweig e Hannover. Comincia a vedere altri orizzonti e gente diversa. Quando ritorna un poco deluso a casa si accorge che anche in Italia i tempi sono cambiati. Il 68 è finito e la realtà è rimasta quella di prima. Sembra che una occasione sia stata sprecata specialmente dai giovani. A Gian Berra rimane solo la sua moto, il suo giubbotto alla Che Guevara e tanti sogni così lontani da quella provincia senza speranze. 23

Gian apre il suo primo studio d'arte a Valdobbiadene nel 1973. Questo sarà solo il primo tentativo di mettersi in mostra con i suoi dipinti e fare le prime esposizioni di quadri in provincia di Treviso nella regione di Venezia. La realtà dell’arte che lui trova è deprimente. La provincia ha poco altro a cui pensare oltre al calcio e alle discussioni politiche.Nel 1977 avviene la svolta: lascia Valdobbiadene per Covolo di Piave. Non è un gran salto, ma almeno è fuori da un paese che ha deciso di ammirare solo sé stesso. Nell’inverno del 1977 fa la sua prima mostra a Treviso presso la galleria “ Lo scrigno di Val”, in Piazza del grano. E’ un grande successo che dona a Gian Berra le prime soddisfazioni concrete. Gian organizza nel 1978 una mostra presso la galleria Brotto a Cornuda . E un successo. Inizia da questo anno la stagione più avventurosa di Gian Berra. Conosce nel 1978 Vincenzo Martinazzo, un collezionista con il cuore gonfio di una autentica passione per l’Arte. Lo chiamano tutti “Ciccio” e lui accoglie Gian Berra nella sua galleria di Montebelluna. Negli anni seguenti Gian Berra organizza parecchie mostre tra cui rammento quelle nella sala di “Ca’ de Ricchi” a Treviso nel 1979 e nel 1980. E’ in quell’anno che Gian mette su famiglia e decide di fare un altro grande salto. Nel 1981 lui apre uno studio a Trento, in piazza S. Maria Maggiore. Non sarà solo uno studio, ma anche un posto dove incontrarsi con artisti amici. Gian Berra inviterà l’amico pittore Donadel Bruno di Pieve di Soligo (TV) nell’autunno del 1981. Ma la famiglia di Gian cresce e lui ritorna a casa nel 1982. Passa qualche anno di pausa e nel 1990 lui fonda l’associazione culturale “la Criola”. Questo è un altro tentativo “da artista” per scuotere l’ambiente assonnato e deprimente di un paesaggio veneto senza speranze. Gian Berra raccoglie con infinita pazienza attorno a sé ogni artista dei dintorni. Gian organizza mostre, incontri, manifestazioni e cene di poeti con gli incontri di "Poesia New Age". Poi nel 1993 inaugura il “corso pratico di pittura”. Questa è forse l’iniziativa che avrà più successo: durerà sino 2005 quasi ininterrottamente, con due corsi all’anno. Vi partecipano più di 800 allievi, molti dei quali diventeranno bravi pittori.Negli anni 80 Gian Berra organizza esposizioni delle sue opere nelle maggiori città italiane e in Germania a Dusseldorf, Monaco, Wurzburg. Nel 1998 si specializza in Psicosintesi terapeutica ed inizia l'indagine intima sul potere dei simboli e delle immagini. Indaga la potenza nascosta delle immagini e il loro effetto occulto sull'inconscio collettivo. Le immagini hanno un loro potere che può essere gestito da una coscienza consapevole.Organizza alcune conferenze sul tema della "Paura" spiegata come fantasma-immagine. Nel 2001 espone per la prima volta in una mostra di sue opere, cinque totem che lui ha costruito con le sue mani. “ Totem senza tabù” è il titolo di quella esposizione e Gian inizia a scrivere i famosi “ Saggi selvaggi” che ora è possibile trovare in intenet. Lui la chiama Psicologia Sciamanica. Nel 2002 scrive il libro " Psicologia Sciamanica", una raccolta di scritti dedicati a tale tema. Nel 2006 esce in stampa il suo primo romanzo “ Wasere, cuore di drago” dedicato all'anima ferita di Segusino, il suo paese di nascita e il libro di poesie e racconti “Caos barocco”. Sono reperibili su Lulu.com.Nel 2008 inizia la ricerca sullo "Sciamanesimo della sala d'aspetto" come funzione necessaria in un periodo storico come il nostro in cui gli "assoluti" tradizionali tramontano annegati nella globalizzazione. Finalmente è tornato un Caos salutare? Gian Berra frequenta le periferie di ogni città o piccolo paese e scopre prospettive vitali che dormono da secoli.

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Che sia giunta l'ora di richiamarle?

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