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WOM ANNO I NUMERO 6

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WOM ANNO I NUMERO 6
Aperiodico sbirro in manette nel 2010
Prende a testate la cella per incolpare gli agenti
WOM ANNO I NUMERO 6
Aperiodico sbirro in manette nel 2010
Prende a testate la cella per incolpare gli agenti

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APERIODICO SBIRRO IN MANETTE NEL 2010

14

NOVEMBRE

2010

WWW.DOGONREVIEW.ORG

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W

PRENDE A TESTATE LA CELLA PER INCOLP ARE GLI AGENTI
DEPOSIZIONE CHOC IN TRIBUNALE: “ARRESTATO E PESTATO PER NULLA”

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ANNO

I NUMERO 6

EDITORIALE

DER WALDgANg

le pezze d’appoggio destinate a mandar- questa: la scheda elettorale offre al no- detiene il monopolio. L’evento va pre- una cosa simile. E invece, un totale di on gli anni la questione sociale lo in rovina. E oggi bastano delle inezie stro elettore l’occasione di prendere sentato come un coro assordante che schede nulle o di voti contrari che si agha trovato soluzione in vasti ter- a decidere della sua rovina. E’ evidente parte a un gesto di plauso. Un privilegio suscita insieme terrore e ammirazione. giri attorno al due per cento sembra ritori del nostro pianeta. La so- che questo mutamento nella natura di cui non tutti sono ritenuti degni - e Fin qui le cose appaiono chiare, ancor- non solo tollerabile, ma addirittura cietà senza classi ne ha favorito lo svi- dell’interrogazione preannuncia un or- infatti nelle liste elettorali mancano di ché insolite per uno spettatore di mezza vantaggioso. Questo due per cento non luppo a tal punto da farla diventare un dine completamente diverso da quello sicuro i nomi degli innumerevoli sco- età. L’elettore si trova di fronte a una intendiamo però considerarlo metallo aspetto della politica estera. Natural- conosciuto agli inizi del secolo. L’antica nosciuti dalle cui file verranno scelte le domanda e ha tutti i motivi per rispon- di scarto e, in quanto tale, accantonarlo. mente, nonostante quello che si era cre- sicurezza è scomparsa, e il pensiero reclute per i nuovi eserciti di schiavi. dere secondo l’intento di colui che l’ha Esso merita una considerazione più atduto sull’onda del primo entusiasmo, deve tenerne conto. Le domande incal- L’elettore, in generale, sa quindi che posta. La vera difficoltà consiste nel fat- tenta. E’ proprio tra gli scarti che oggi ciò non significa che tutte le questioni zano sempre più da vicino, si fanno cosa ci si aspetta da lui. Fin qui i termini to che l’illusione della libertà va mante- rinveniamo le cose più stupefacenti. Gli siano scomparse - anzi, se ne presenta- sempre più assillanti, e sempre più im- della questione sono chiari. Le dittatu- nuta. La questione sfocia dunque, come organizzatori traggono un duplice vanno di nuove e ancora più scottanti. La portante diventa il modo in cui noi ri- re, man mano che acquistano forza, ogni processo morale in questo ambito, taggio da quei due voti: in primo luogo nostra è una di queste. Il lettore saprà, spondiamo. Non dobbiamo dimentica- fanno in modo che il plebiscito prenda nella statistica. Occupiamoci dunque essi conferiscono attendibilità agli altri per sua stessa esperienza che la natura re che anche il silenzio è una risposta. il posto delle libere elezioni. Ma il plebi- da vicino dei articolari che la riguarda- novantotto in quanto attestano che ciadell’interrogazione è cambiata. Nell’eCi chiedono perché abbiamo taciuto scito va oltre il territorio normalmente no. Ci porteranno dritti al nostro tema. scuno dei votanti avrebbe potuto espripoca in cui viviamo gli organi del potealla tal ora e nel tal luogo, e ci rilasciano occupato dalle elezioni. Le elezioni si Dal punto di vista tecnico le elezioni il mersi come quel due per cento. Ogni re ci interrogano senza posa, e certo una ricevuta per le nostre risposte. trasformano in realtà in una delle for- cui il cento per cento dei suffragi risulta voto favorevole acquista così valore, non si può dire che siano animati escluSono i dedali del tempo a cui nessuno me del plebiscito. Il plebiscito può assu- conforme all’orientamento desiderato autenticità e validità. Per le dittature è sivamente da un’ideale brama di conopuò sfuggire. E’ sorprendente come in mere un carattere pubblico qualora i non presentano difficoltà di sorta. La importante dimostrare che con esse scenza. Quando ci interpellano con le tale situazione tutto diventi risposta, in capi o i simboli dello Stato si espongano cifra è già stata raggiunta, anzi addirit- non è venuta meno la libertà di dire no. loro domande, non cercano il nostro questo senso particolare, e quindi ma- allo sguardo di tutti. Lo spettacolo di tura superata perché può succedere che Ed è questo uno dei grandi complimencontributo alla verità oggettiva né, tanti che possano essere rivolti alla libertà. to meno, alla soluzione di questo o quel teria di responsabilità. A tutt’oggi, per grandi masse in preda al delirio della in talune circoscrizioni il numero dei restare al nostro esempio, ancora non è passione è tra i segni più importanti del voti superi quello dei votanti. Incidenti Ma il nostro due per cento offe anche problema particolare. Ciò che gli imun secondo vantaggio: tiene vivo quel porta non è la nostra soluzione, bensì la chiaro a tutti fino a che punto la scheda nostro ingresso in un’epoca nuova. E del genere dipendono da errori nella elettorale si è trasformata in questiona- tale è la suggestione di questo spettaco- regia che non sempre il popolo è dispo- movimento incessante di cui le dittatunostra rire hanno bisogno. sposta. La E SE qUALCUNO LEggE L’EpIgRAMMA DI UN bELLO SpIRITO, gENERE FATTOSI COM’è OVVIO pIù ChE MAI RARO, L’ATMOSFERA DIVENTA VERAMENTE pESANTE. NEL Per questo le dittadifferenza è importante. CLIMA DELLA TIRANNIDE, L’UMORISMO, COME TUTTE LE ALTRE MANIFESTAzIONI ChE ACCOMpAgNANO LA LIbERTà VIENE MENO. TANTO pIù SARà CAUSTICA LA ture si presentano A s s i m i l a bATTUTA DI COLUI ChE pER ESSA è DISpOSTO A RISChIARE LA pELLE. IN qUESTO MONDO NOI RICONOSCIAMO LA LIbERTà DEL SINgOLO NEL SUO pASSAggIO AL bOSCO. sempre come “partito”, anche quando l’interrogaciò è del tutto privo zione all’interrogatorio. Possiamo osservarla seguendo l’evoluzione che dalla rio. Chi non abbia la fortuna di vivere lo da provocare, se non unanimità, al- sto ad avallare senza batter ciglio. Co- di senso. Il cento per cento significhescheda elettorale porta al questionario. appartato e protetto in un parco natura- meno consonanza: un turbine si leve- munque, dove gli addetti alla propa- rebbe l’ideale, con tutti i rischi che comScopo della scheda elettorale è l’accerta- le, se ne rende conto nel momento stes- rebbe subito, infatti, a provocare lo ganda procedono con maggiore porta il raggiungimento d’un traguarmento di semplici rapporti numerici e so in cui agisce. Conformiamo alla mi- sterminio di chiunque osasse esprimere accortezza, lz xoqz si presentano pres- do. Ci si può addormentare anche sugli la loro utilizzazione. Essa deve trasmet- naccia la nostra condotta assai più che una voce discordante. Per il singolo che sappoco così. Cento per cento: ecco la allori della guerra civile. Sempre, ditere la volontà dell’elettore; e la macchi- le nostre teorie. Soltanto la meditazione sceglie questa via alla notorietà tanto proporzione ideale, che rimane irrag- nanzi allo spettacolo di una grande frana elettorale è organizzata in modo tale ci può restituire una nuova sicurezza. Il varrebbe optare addirittura per l’atten- giungibile come tutti gli ideali. Ad essa ternità, bisogna chiedersi: dov’è il nemida far emergere quella volontà, pura e nostro elettore, dunque, si avvierà alle tato: il risultato sarebbe lo stesso Quan- tuttavia ci si può arrivare proprio come co? Coesioni di questo genere sono al scevra da intromissioni esterne. Al voto urne mosso da sentimenti affatto diver- do invece il plebiscito si maschera e nello sport ci si approssima di alcune tempo stesso esclusioni di un terzo, si accompagna pertanto quella sensa- si da quelli di suo padre e di suo nonno. prende la forma di libere elezioni, il ca- frazioni di secondo o di metro a deter- odiato, certo e tuttavia indispensabile. zione di sicurezza, o addirittura di po- Senza dubbio egli avrebbe preferito rattere di segretezza diventa importan- minati record, parimenti irraggiungibi- La propaganda ha bisogno di una situatenza, che contraddistingue l’atto di vo- starne lontano, ma proprio questo atto te. In questo modo la dittatura cerca di li. Di quanto sia lecito avvicinarsi di- zione nella quale il nemico dello Stato, lontà che viene liberamente espresso avrebbe rappresentato una risposta ine- dimostrare non solo che dispone di una pende a sua volta da un insieme di il nemico di classe, il nemico del popolo nella sfera del diritto. Il nostro contem- quivocabile. D’altronde, neppure parte- maggioranza a suo favore, ma anche complesse considerazioni. Nei luoghi in sia già stato messo fuori combattimento poraneo, che si vede costretto a riempi- cipare sembra esente da rischi se tenia- che il consenso di questa maggioranza cui la dittatura ha ormai consolidato la e quasi ridicolizzato, e però non sia anre un questionario, è ben lontano da mo nella debita considerazione la affonda le radici nella libera scelta dei propria posizione, il novanta per cento cora scomparso del tutto. Il semplice quella sicurezza. Le sue risposte sono scienza delle impronte digitali e la mali- singoli. L’arte del comando non consiste dei consensi sembrerebbe u risultato consenso non basta alle dittature: per gravide di conseguenze; spesso decido- zia delle applicazioni statistiche. A che semplicemente nel porre la domanda troppo modesto. Un uomo su dieci sa- vivere esse hanno bisogno altresì di inno il suo destino. L’essere umano è ri- pro scegliere, infatti, se la situazione nel modo giusto, essa si rivela altresì rebbe in cuor suo un nemico: non si cutere odio e, per conseguenza, di sedotto al punto che da lui si pretendono non consente la scelta? La risposta è nella messa in scena, nella regia di cui può pretendere che le masse accettino minare il terrore.

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L E T T E R A V ( pr i m a pa r t e)
Buona è certo la via dei sensi, da essa solo passa la vita, da essa solo e grazie a essa solo vi sono avvenimenti che ci investono e fanno le nostre giornate sorprendenti e inattese. Vivere non è ovvio, mia cara. C’è anche un gran soffrire al colmo della gioia. Un sentimento di voler andarsene per sempre, come capitasse una coincidenza d’orari alla stazione, e saliti su un treno che deraglia consumare un biglietto di sola andata. Non più rivenire al corpo. Come delle animelle esplose. Partite, per sempre, al massimo lasciando una traccia col rosa d’un rossetto ad uno specchio inviso, un messaggio in codice: LEI S’ADORNA ALL’ESTASI PER APPROFONDIRE ARGOMENTI. Negli eccessi di orgasmi estatici reiterati scopro che il soffio che ci respira non è sufficiente ad attingere alle soglie più intense del piacere. C’è sempre quel pene incapace che eiaculando smorza la salita, arresta l’intensificarsi, sbrodola lattiginoso tra le cosce. Non so se anche per te sia la stessa cosa, ma quando l’orgasmo invade ogni più sottile tensione della mia carne in sollucheri, mi sembra che di colpo io mi stacchi dal mio proprio corpo, e lo vedo muoversi sotto le prese calde, violente, avvolgenti d’un altro corpo che mi lavora, m’impasta, succhia, lecca, tasta e palpa. E qui sento salire la vertigine e il pensiero farsi ricco di immagini che m’invadono la calotta cranica, e vedo altre me stesse che tutte allo stesso tempo si stanno facendo fottere da altri maschi. La mia vertigine mi sdoppia, poi mi moltiplica forsennatamente. Non son più io che sono, ma è qualcosa di più plurale e astratto che si fa spazio, e amplifica a tal punto quello che dicevo ‘me stessa’, che non posso che dirla dio. Poi dopo questa prima fase, che solitamente è raggiunta quando mi si solletica il clitoride con la lingua, ne sopraggiunge un’ulteriore, dove ho l’impressione di ridiventare me stessa, ma trovandomi nel mezzo d’una vastità spaziale che mi circonda vuota, che mi sembra d’esser sospesa a mezz’aria in un deserto senza neppure un clima precisabile. Un cielo senza stelle. Un suolo senza orme. Tutto è niente. Ed io debbo come avanzare in questo infinito luogo che si nientifica, sospinta dal solletichio orgasmico che mi fa andare. E passo attraverso due monti che si stagliano l’uno di fronte

al p b m h la d d e ca P d m m C C C

STRANO SOgNO, LO STATO
IL MANgANELLO E IL pANICO
on vi è Stato senza polizia. Laddove vige una legge, vi sono patiboli per i reietti, tenute ben oliate da boia pronti ad eseguire gli ordini. La polizia è l’anello che tiene saldi il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario. Senza la mano dura della polizia tutte leggi e le sentenze promulgate da tali organi resterebbero carta sporcata d’inchiostro e niente di più. Ma quelle parole stampate sui codici, come si trattasse di vecchi rotoli della legge, hanno un potere magico. Quello di essere spacciate per doveri da rispettare. Ma chi è il pusher di tali doveri? Chi propina alla gente che tali leggi sono verità e regole per il bene del Paese? Sono le manganellate e le manette degli agenti spianati sul territorio. Vi è una scollatura irrimediabile nell’uomo. Egli pensa che si potrebbe vivere in pace. Ma attorno a lui e dentro di lui mordono le paure e le faide intestine. Non v’è una legge del buon governo. Un governo, che è il riflesso paralizzato della società, promulga leggi e tali leggi non supportano un’ordine, ma designano le prossime vittime di arresti e incarcerazioni. L’ordine di un governo si mantiene in piedi come quello del Leviatano biblico. Lo Stato non ha bisogno che i sudditi godano d’una vita equa, ma ha bisogno di vittime da sacrificare alle sue ghiottonerie, da cui tutti, in fondo, ricchi e poveri, rimangono a bocca vuota. Lo Stato si mangia persino coloro che per lo Stato piegano la schiena vita intera. Il più durevole dei sovrani, non è che un’immaginetta che lo Stato inghiottirà, mettendo la sua testa accanto a quelle di tutti gli altri e prosegue creando eroi vittime carnefici e capri espiatori, da mettere in fila sugli onori dello Stato, che s’inghirlanda di catastrofi, edificando cerimonie e parate per tener in piedi la farsa presente e i massacri presenti e futuri. Si commemora una guerra. Come a dire: “guardate quanti caproni sono morti per lo Stato. La Patria esige il suo cibo. E voi avete da essere patrioti fino alla morte.” Ma si potrebbe credere che uno stato si comporti così solo quando in guerra. Perché in tempi di pace non si arruola la gente al massacro. Ma quando uno Stato è in pace? Mai. Se esso fosse in pace, che farsene dell’esercito di polizia. Lo Stato si sostiene su stampelle rabberciate, funzionando come un grido d’allarme e contemporaneamente colui capace di calmare l’allarme. Lo Stato è colui che ci informa del fatto che là fuori vi sono brutti ceffi pronti a farsi saltare in aria, creando il panico tra le genti, e allo stesso tempo si presenta come colui capace di tener testa a questi brutti ceffi. Sarebbe come se qualcuno che grida di paura si prendesse l’incarico di calmare le grida, quando a gridare non c’è che lui. Strano sogno lo Stato.

DAL NOSTRO INVIATO SpERANzA SENzAMANI
qUESTIONE DI SICUREzzA A bAgDAD
ino a poco tempo fa, la città delle mille e una notte, era una città invivibile. Ancora le macerie di palazzi abbattuti occupavano le strade. Ancora non molto tempo fa la gente moriva di fame e adesso si vedono già dei negozi riaprire, sospira il generale in capo alla conferenza con la stampa internazionale. Sembra che tutto vada per il meglio. A parte qualche piccolo errore di tiro, le previsioni sembrano rosee per l’amministrazione americana. Ci si è premurati, ancor prima di montare un’apparato elettivo, di dar vita ad una polizia efficiente. Dei reparti speciali dell’esercito americano si sono dati all’addestramento di un corpo di polizia di conio iracheno. Le divise sono state ratappezzate alla bell’e meglio, ma più importante delle uniformi è stato il corso d’addestramento. Sono loro stati insegnati i metodi per colpire col manganello facendo più male possibile ma senza lasciare tracce sulla vittima. Gli è stato loro insegnato a sparare a vista non appena qualcuno osasse un movimento sospetto ad un check-in. Sono loro stati offerti dei corsi nelle celle delle carceri, per imparare a trattare i detenuti. La polizia zelante irachena sembra apprezzare gli sforzi americani e risponde in una maniera che il sottosegretario ha definito “brillanti”. Infatti proprio ieri mattina, mentre m’introducevo per un reportage nelle prigioni irachene, ho potuto assistere all’esame d’amissione. Per diventare dei veri poliziotti iracheni bisognava superare cinque prove: la prima consisteva nel saper colpire una sagoma umana da una distanza di almeno duecentocinquanta metri. In molti superano questa prova. Anche perché il fucile in dotazione, dotato di visore ai raggi infrarossi facilita non poco l’esercizio. La seconda prova si presentava già un poco più ardua. Riconoscere gli occhi di un curdo. Per confermare la sua scelta, il provetto poliziotto iracheno, doveva confermarla da vero poliziotto: ossia, quando gli sembrava d’aver identificato degli occhi curdi, doveva mettervi sopra un grosso pugno che lasciasse un evidente livido. Come mettere una crocetta su un test, ma alla maniera d’uno sbirro”, così commentava l’ispettore americano incaricato delle assunzioni - che sembrava molto fiero dei risultati. Tutti quegli occhi viola manifestavano una preparazione efficientissima. La prova numero tre consisteva in un giuramento a vita. Si chiedeva ai nuovi assunti un’omertà per tutto ciò che succedeva all’interno della polizia. Chi era iniziato alla polizia non era più un cittadino qualun-

DIARIO DI gUERRA

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que, ma doveva vestirsi dei panni dell’igiene di stato. L’iniziazione, che si è svolta in una cantina buia, non era dissimile da quella degli sterminatori di blatte. Solo che nel gergo poliziesco ‘blatta’ si dice in infiniti altri modi. In fondo - questo era l’insegnamento esoterico impartitogli - non importava quale accusa si dava al colpevole, il loro compito principale era quello di indicare una colpa. Al momento del giuramento finale, la prova consisteva nell’emettere dalla bocca un “si” tanto convinto, che persino i generali al pentagono si sarebbero dovuti sentire fieri d’essere iracheni. Quelli che davano un ‘sì troppo stonato venivano allontanati a pedate. La quarta prova consisteva in un interrogatorio. Il candidato doveva far prova di forza e per superare la prova doveva essere in grado d’estorcere un rantolo di confessione. Alcuni si sono comportati egregiamente, utilizzando ad esempio delle pile voltaiche con le pizze attaccate ai capezzoli; o denudando la vittima, ridicolizzandola in vari modi, per devastare l’orgoglio in lui e umiliarlo al rango di niente, quindi che confessasse d’essere un porco. Ma solo in cinque sono riusciti a superare questa dura prova. La quinta e ultima prova consisteva poi nel saper recitare gli ordini, sbattere i tacchi, sollevare la testa, impugnare l’armamentario e partire ad eseguire l’ordine. Dopo l’istituzione del corpo di sicurezza iracheno, le cose non sono andate propriamente come sperato, ma gli analisti chiedono tempo. Nel frattempo una guerra civile nel paese non sembra debba arrestarsi in tempi brevi. Vi sono troppi interessi che in seguito all’invasione sono stati messi in questione, e questi interessi difendono con i denti le bombe e i kamikaze il loro spazio, così come l’esercito americano cerca di ampliare il proprio spazio vitale a colpi di bombardamenti aerei. Non si è nuovi a scenari simili. Sembra anzi di seguire una sorta di remake di cose passate che saranno poi in futuro a loro volta risceneggiate, senza che nella trama di fondo sia cambiato nulla di sostanziale. Anche un veterano della prima guerra del golfo, me lo conferma. Mi offre una sigaretta di dotazione, sfidandola da un taschino specifico della sua uniforme collaudata dalla NASA, e sospira, quasi con gli occhiali da sole rivolti ad uno zenit, che in fondo era tutto come la prima volta nel ‘90. Lanciato da un paracadute e catapultato in un città in frantumi, che sembra somigliare ad una giungla affollata di belve pronte a farsi esplodere. Anche suo padre era veterano, Vietnam e Corea. E pure lì, a quanto emerso dalle confidenze del sergente, bombardamenti paracaduti e soldati in mezzo alla foresta, come colui che perso , si trova solo, di fronte la morte dell’altro.

- F EU I LLETO N -

SUL L ’ I N F L USSO DI K A MA
È che sebbene si raggiunga solo il quarto orgasmo, il percorso che ci accompagna verso questo quarto orgasmo ha qualcosa di meno violento. Con l’uomo si tratta quasi d’esserne rapita, presa, lesa, violata, deposseduta di sé; con la donna invece sembra si metta in scena un gioco innocente che ci permette di conoscerci a fondo. Con un uomo raccogli i risultati, con una donna apprendi a conoscere il tuo corpo. L’amore con donna è autoriflessivo: lei tocca tutti quei punti più insospettati, infilando la lingua e le dita a titillare fin le tube di Falloppio, e queste sorprese, queste carezze nuove, che toccan e ci fa conoscere zone erogene che ancora non erano state battute, ci insegnano zone nuove, nuove tecniche con le quali maneggiare e destreggiare il proprio corpo. Così si impara l’arte di poter godere della violenza mascolina. Quando quello t’assale e prende e stringe soffocante, sembra che ti porti via come un colpo di vento, un guizzo a filo d’acqua, e in quell’istante non c’è il tempo di sentirsi godere, ma si gode con talmente tanta sorpresa e impreparazione che ci si brucia il desiderio. Bisogna premunirsi, e quando quello t’assale, allora a te di rallentargli la corsa e l’assalto, gestendo con lentezza e leggerezza e infinito tatto quel suo dardo sbrindellato che vorrebbe infilarci in qualsiasi pertugio del corpo per sborrarci quella brodaglia colloidale magari in pieno viso, semplici ricettacoli di sperma. Non tanto però prendere in mano le redini della situazione e farsi più forti di lui, ma esser in grado di accogliere tutto il suo assalto, in tutta la sua violenza e possanza, smorzandone il ritmo. Cercando di ritardare il rischio d’una eiaculatio precox con la quale non solo non monti di cieli e orgasmi, ma ti prende un tal odio per quel partner incompetente che lo vedresti bene conficcato all’inferno con il pene reciso e le palle infilate in bocca a gonfiarli le guance come suonasse una tromba impersonata dal suo proprio pene sanguinolento. I miei amanti mi temono per cose del genere.

ll’altro, e nel mezzo è una via strettissima nella quale mi infilo per passare, e le voci che mi parlano, chiamano Symphyse Pubienne. Le voci mi sussurrano all’orecchio - mentre m’incammino per una sorta di labirinto cartilagineo - che questo luogo ha molto a che fare col clitoride, che un tempo quella cartilagine a si donava in sacrificio insieme ad altri incensi e spezie ad una dea dal nome Kama, che quel pertugio cartilagineo permetteva di conoscere il piacere che prova un sasso ad essere accarezzato corroso dal mare, e altre stramberie del genere, a cui do meno aso possibile, anche perché quelle voci mi spaventano a morte. Poi accedo di grado in grado, ad altri stati di coscienza ulteriori. E dopo questi primi due cieli, riesco ad attingerne di ulteriori solo se il mio partner è all’altezza del mio desiderio. Cosa che, te l’ho sicuramente già detto in qualche altra eventualità, non è facile da trovare. Con altre ragazze non riesco ad andare oltre al quarto orgasmo. Con degli uomini mi è capitato di montare fino al settimo cielo. Con le ragazze però c’è un altro aspetto che bisogna tener presente.

C ONTI NUA...

MESSAggI DALLA STELLA DEL CANE
rank Olsen, un biochimico civile che lavorava a un progetto top-secret della CIA, apparentemente si è suicidato il 28 novembre 1953 gettandosi attraverso una finestra del decimo piano dell’Hotel Statler-Hilton di New York. Forse dovremmo andare a vedere la finestra in questione. Gettarsi da una finestra dalle intelaiature metalliche è un considerevole tour-de-force. Il colonnello Ruwet, il capo di Olsen in qualcosa che ha per nome Dipartimento delle Operazioni Speciali, era legato alla CIA da un contratto tanto segreto che i suoi membri, lavorando su differenti aspetti, neppure discutevano insieme dei loro lavori. E qual era questo progetto così segreto? Ruwet rifiuta di dirlo. Noi sappiamo ormai che lavoravano, tra le altre cose, sull’LSD o il più potente BZ nella sua forma gassosa. Cercavano qualcosa che riducesse il nemico all’impotenza senza causarli danni durevoli. E’ più umano in questo modo, non vi pare. Questo progetto risibile sarebbe potuto essere facilmente intrapreso da qualunque chimico diplomato d’un università. L’LSD agisce a dosi molto piccole e si tratta solamente di trovare un mezzo di sospensione adeguato. Un tale gas venne studiato e utilizzato in seguito in Vietnam, con quali effetti, noi non ne siamo stati informati. Perché delle precauzioni così sottili per dissimulare questo progetto ai militari russi, che all’epoca ci sopravanzavano per quanto riguarda le ricerche sulle droghe? Noi non possiamo concludere altrimenti che pensando che altri progetti sulle “modificazioni del comportamento” si nascondevano dietro questo fumo in faccia di LSD. Quest’ultima forma di modificazione del comportamento è la Stimolazione Elettrica del Cervello, elaborata dal Dottor Delgato e descritta in un suo libro intitolato Physical Control of the Mind. Degli elettrodi ficcati nel cervello vengono attivati tramite un segnale radio. Con questo metodo, Delgato ha paralizzato un toro alla carica. Ha forzato dei soggetti umani a prendere degli oggetti contro la loro volontà... “La vostra elettricità è più forte della mia volontà, docteur”, ammise un soggetto dopo aver provato ad impedire alle sue mani di eseguire l’ordine elettronico. Delgato si è ugualmente interessato alla paura, alla collera, all’eccitazione sessuale e all’euforia nei soggetti umani, tutto ciò schiacciando su dei bottoni. Una cosa del genere risolve non pochi problemi. Il solo limite è l’obbligo di piantare gli elettrodi nel cervello del soggetto. Questa limitazione può essere risolta se si ottengono gli stessi risultati senza gli elettrodi? La Stimolazione Elettrica del Cervello pulsa semplicemente una debole corrente elettrica in certe zone del cervello. Il cervello stesso emette dei deboli impulsi elettrici, e non v’è dubbio che i pensieri ossessivi derivino dall’autostimolazione di certe zone del cervello. Forse potrebbe un’autostimolazione guidata essere indotta dalla somministrazione di una droga? E un virus diretto verso certe zone del cervello potrebbe servire da relais a delle impulsioni elettriche innescate da un controllo radio? Se ciò fosse, o se uno dei progetti segreti del colonnello Ruwert vi facesse referenza, la necessità del segreto è comprensibile, perché tali comode modificazioni sarebbero da subito operative sugli elementi dissidenti negli Usa. La guerra biologica ha fatto un dei grandi passi in avanti, rispetto al 1953. Dove essa sia arrivata e dove vada a finire, ciò non traspira che da qualche progetto civile. Ecco uno stralcio del Paris Herald Tribune: “L’inizio della fine - la rivoluzione genetica per sintesi... se l’uomo crea un gene, può in teoria creare la vita... In un laboratorio al 125 University Avenue, Madison, Winsconsin, un chimico di nazionalità indiana, il Dr Har Khorana, ha fabbricato un gene. E’ la prima copia interamente sintetica d’una delle molecole chimiche che dirigono il processo vitale”. “E’ l’inizio della fine.” Questa era la reazione immediata a questa notizia della parte del segretario scientifico d’una delle importanti ambasciate di Washington. Se voi potete fabbricare i geni, spiegava, voi potete eventualmente inventare dei nuovi virus per i quali non vi sarà nessun antidoto. “Qualunque piccolo paese dotato di un buon biochimico potrebbe costruire delle armi biologiche di questa natura. Ciò non richiederebbe che un piccolo laboratorio. Se ciò si può fare, qualcuno lo farà” E certamente un grande paese potrebbe farlo ancora più rapidamente e meglio. Proprio così bene perché una cosa come questa dimori sotto copertura? Ed ecco un’altro stralcio estratto dall’edizione londinese del Times, del 18 aprile 1971: “Nuovi virus del cancro scoperti per caso... Un virus completamente nuovo probabilmente capace di provocare il cancro negli umani è stato scoperto accidentalmente in un laboratorio di ricerca americano. Il suo aspetto è fatto per rinforzare le inquietudini già espresse

L’ANELLO DI SATURNO O SULLE CONSTRUzIONI DI FERRO

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dagli esperti prudenti che pensavano che le ricerche mediche potrebbero produrre per inavvertenza delle nuove forme di malattie umane invece che guarire quelle esistenti. Sir Mac Farlane Burnet, in un articolo provocante affermava senza mezzi termini: “Ogni messa in circolazione che non viene individuata potrebbe trasformarsi nella catastrofe quasi inimmaginabile d’una epidemia su un terreno vergine... toccando tutte le regioni popolate del mondo”. Ed eccone ancora un altro: “Il genocidio alla portata dei bambini... Armi etniche che potrebbero eliminare una razza e rendere un’altra inoffensiva potrebbero rapidamente essere prese in considerazione. Un genetista svedese di primo piano, Carl Larson, dichiarò freddamente: “Le armi etniche potrebbero utilizzare le differenze nella configurazione genetica umana per fare del genocidio una forma di guerra particolarmente attrattiva”. “E Larson pubblicò le sue scoperte nell’Army Military Review americana. E’ l’arma iper-selettiva di cui tutti i teorici militari sognano.” “Delle ricerche genetiche più numerose sono necessarie”, ammette, “ma noi potremmo, dovremmo, pensarci da ora e di già al fine di evitare che una tale arma sia perfezionata. Noi non dobbiamo lasciarci prendere di sorpresa”. Alcuni ricercatori civili pubblicano le loro scoperte. Dei progetti top-secret possono allora sviluppare queste scoperte verso delle direzioni negative designate dal termine “uso militare”, ma i militari non pubblicano le loro scoperte. Essi sottraggono delle conoscenze all’attenzione pubblica, ma anche a quella dei ricercatori in domini specializzati. Se noi avessimo vissuto al Medio Evo, il fatto che la terra sia tonda sarebbe stato top-secret, dandoci la possibilità di attaccare il nemico dal di dietro. Il nostro pineta è ludico. Tutti i giochi sono ostili e, fondamentalmente, non c’è che un gioco, e questo gioco è la guerra. Le ricerche sugli stati d’alterazione della coscienza son inesorabilmente inscritte in questo gioco. Una delle regole di questo gioco e che non può esserci vincitore definitivo, perché ciò significherebbe la fine del gioco guerresco. Ogni giocatore può tuttavia credere nella vittoria definitiva e si attacca a riportare la vittoria definitiva con l’aiuto di tutte le sue risorse. Da questo fatto, tutte le tecnologie esistenti sono orientate verso la produzione di armi che potrebbero mettere fine al gioco uccidendo tutti i giocatori. Non c’è nessuna uscita a questa impasse della sicurezza nazionale concepita alle spese dell’insicurezza generale? Certamente, una condizione necessaria ad ogni soluzione sarebbe, per qualunque paese, di esporre tutti i loro top-secret. L’unica cosa che possa unire questo pianeta è un programma d’esplorazione spaziale. Come lo dice Brion Gysin, noi siamo là per partire. Se tutte le nazioni vedessero la terra come una stazione spaziale, il concetto di guerra diventerebbe caduco. Esiste la minima possibilità che ciò possa succedere? No fin’a quando quelli che prosperano grazie al gioco della guerra continuano a controllare le risorse della pianeta a usare tutte le scoperte a dei fini militari. Fin’a d’ora, l’esercito e la CIA sono riusciti a dissimulare la configurazione generale delle operazioni segrete ammettendo quello che si sa già... L’esercito riconosce d’aver fatto degli esperimenti con LSD - il bell’affare. I gas vennero utilizzati in Vietnam e l’affare è stato rivelato sei anni prima dal Paris Herald Tribune. L’esercito sperimenta una droga più potente dell’LSD quindici anni prima, parlai con un chimico olandese che mi confidò che una droga era stata inventata e ch’era tanto più potente dell’LSD che non poteva prendere la responsabilità di somministrarlo a dei soggetti umani, anche se fossero stati pienamente avvertiti e consenzienti, a causa dei possibili danni cerebrali residuali. Comunque sia, la droga è stata fornita all’esercito, che, sembra, non ha esitato a prendere la responsabilità a somministrarlo a dei soggetti umani senza che questi fossero avvertiti e avessero consentito alla cosa. “Noi agiamo nell’interesse della difesa nazionale”, affermano con sufficienza. E’ il vecchio gioco della guerra, dall’inizio fino alla fine dei tempi. Dove sarebbero l’esercito e la CIA se non esistessero? Sembrerebbe che solo un miracolo potrebbe forzare il pianeta a realizzare che il gioco ci distruggerà tutti a meno che noi non cessiamo di giocarvi. Mi sono lasciato dire che le più alte intelligenze della Stella Sirio devono entrare in possesso delle televisioni del mondo intero in sett./ott. per diffondere un messaggio a tutti gli abitanti di questo pianeta.

ll’inizio del XIX secolo si ebbero i primi tentativi di costruzione in ferro, i cui sviluppi, assieme a quelli della macchina a vapore, dovevano cambiare così radicalmente il volto dell’Europa alla fine del secolo. Invece di ripercorrere lo sviluppo storico di questo processo, preferiamo affidare alcune considerazioni slegate a una vignetta presa dal bel mezzo del secolo (come dal grosso volume in cui si trova) e che esprime, sia pure in modo grottesco, quali illimitate possibilità si riteneva avesse aperto la costruzione in ferro. La vignetta è tratta da un’opera del 1844 - Grandville, Un altro mondo - e racconta le avventure di un piccolo folletto che cerca di orientarsi nello spazio: “Un ponte, di cui non si riuscivano a vedere contemporaneamente le estremità e i cui piloni poggiavano su pianeti, portava, con una via d’asfalto meravigliosamente liscia, da un mondo all’altro. Il trecentotrentatremillesimo pilone poggiava su Saturno. Qui il nostro folletto si accorse che l’anello intorno a quel pianeta non era altro che una balconata su cui i saturniani, la sera, andavano a prendere una boccata d’aria fresca.” Non mancano i candelabri a gas, nella nostra vignetta. Quelli allora non si poteva trascurarli, parlando dello splendore della tecnica. Se oggi l’illuminazione a gas talvolta ci fa un’impressione piuttosto cupa e opprimente, allora essa rappresentava invece il culmine del lusso e dello sfarzo. Quando Napoleone fu sepolto, accanto a velluto, seta, oro, argento e corone di elicriso, una lampada perpetua a gas. Vera e propria meraviglia fu considerata l’invenzione di un ingegnere di Lencastre, un meccanico che faceva accendere una luce a gas nell’orologio della torre e la faceva spegnere automaticamente alle prime luci dell’alba. Del resto si era già abituati a vedere gas e ghisa insieme in quegli eleganti établissements che proprio allora nascevano: i passages. Per i grandi negozi di moda, per i ristoranti chic, le buone confiseries, ecc., era una questione di prestigio assicurarsi dei magazzini in quelle gallerie. E’ da questo che sono nati, più tardi, i grandi magazzini, il cui precursore, il Bonmarché, fu progettato proprio dal costruttore della Torre Eiffel. Fu con giardini d’inverno e passages, degli ambienti di lusso dunque, che cominciarono le costruzioni in ferro; ma molto presto si trovarono per quel materiale gli impieghi tecnici e industriali più adatti e nacquero quelle costruzioni che non avevano alcun precedente nell’antichità, perché venivano da bisogni del tutto nuovi: mercati al coperto, stazioni, sale da esposizione. Pionieri furono gli ingegneri; ma anche fra i poeti si ebbero casi di straordinaria preveggenza. Dice il romantico francese Gautier: “Nascerà al tempo stesso una architettura in cui saranno impiegati i mezzi forniti dalla nuova industria. L’impiego della ghisa permette e anzi costringe a nuove forme, come si può vedere dalle stazioni, dai ponti sospesi e dalle volte dei giardini d’inverno”. La Vita Parigina di Offenbach fu il primo pezzo teatrale ambientato in una stazione. “Stazioni ferroviarie” si aveva cura di dire allora, e si associavano a esse le fantasie più originali. Un pittore belga particolarmente progressista, Antoine Wiertz, verso la metà del secolo si candidò a dipingere gli affreschi decorativi nelle sale delle stazioni. Passo dopo pas-

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so la tecnica trionfava contro ostacoli e obiezioni di cui oggi non è facile farsi un’idea (nuovi campi). Ad esempio, negli anni trenta in Inghilterra, scoppiò una polemica furibonda sui binari ferroviari. In nessun caso - si diceva - si sarebbe trovato abbastanza ferro per la rete ferroviaria inglese (allora progettata ancora in proporzioni ridottissime). Bisognava far correre le “vetture a vapore” su strade di granito. Accanto alle battaglie teoriche, scoppiarono quelle pratiche con la materia. La storia del ponte sul fiume Fifth of Tay ne è un esempio particolarmente efficace. Sei anni, dal 1872 al 1878, durarono i lavori di costruzione. E poco dopo la fine, il 2 febbraio 1877, un uragano (di quelli che investono con particolare violenza la foce del Tay, come accadde fra l’altro nella tragedia del 1879) abbatté due dei piloni di sostegno più grossi. E non solo le costruzioni dei ponti richiedevano ai costruttori simili capacità di perseveranza: lo stesso avveniva per i tunnel. Quando nel 1858 si progettò il tunnel di 12km sotto il Moncenisio, si preventivarono lavori per una durata di sette anni. E mentre nelle grandi imprese si profondevano così eroici per raggiungere mete straordinarie ed esemplari, stranamente nelle piccole cose spesso regnava un’allegra confusione. E come se gli uomini e gli “artisti” in particolare, non osassero schierarsi apertamente dalle parte del nuovo materiale, con tutte le sue possibilità. Mentre noi oggi esibiamo i nostri mobili d’acciaio così come sono, lucidi e lindi, cento anni fa si faceva di tutto per dare ai mobili di ferro, ce cominciavano a diffondersi, l’aspetto di mobili in legno pregiato, mediante le più raffinate laccature e decorazioni. Fu allora che si cominciò a camuffare il vetro da porcellana, a dare ai gioielli d’oro l’aspetto di cinturini di cuoio e a fabbricare tavoli in ferro che sembravano di vimini. Tutti questi erano maldestri tentativi di mascherare l’abisso che lo sviluppo della tecnica aveva aperto fra i costruttori della nuova scuola e gli artisti di vecchio stampo. A livello sotterraneo, tuttavia infuriava la guerra fra gli architetti accademici, a cui importava solo di forme stilistiche, e i costruttori, per cui tutto invece, era solo di forme stilistiche, e i costruttori, per cui tutto, invece, era solo una questione di formule. Ancora nel 1805 uno dei più autorevoli esponenti della vecchia scuola pubblicava un saggio dal titolo Impossibilità della matematica di garantire la stabilità delle costruzioni. Quando poi verso la fine del secolo la lotta si decise a favore degli ingegneri, venne la svolta: il tentativo di rinnovare l’arte a partire dal patrimonio formale della tecnica, e questo fu l’art nouveau. Al tempo stesso però, quest’epoca eroica della tecnica trovava nella incomparabile Torre Eiffel il suo monumento, di cui uno storico delle costruzioni in ferro scrisse: “La forza plastica modellatrice tace, qui, per lasciare il posto a una straordinaria tensione di energia spirituale... Ciascuno dei 12.000 pezzi di metallo è determinato al millimetro, ciascuno dei 2 milioni e mezzo di ribattini... Neanche un colpo dello scalpello, che dà forma alla pietra, si è sentito in questo cantiere: qui il pensiero ha dominato la forza dei muscoli, guidandola sulle gru e su stabili impalcature.”

COLLABORAZIONISTI: Ernst Jünger, Trattato del ribelle. Ron Haviv, All my enemies: Los Angeles Gang. William S. Burroughs, The Adding Machine: Selected Essays. Walter Benjamin, I “passages” di Paigi

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