APPUNTI DEL CORSO DI ANALISI MATEMATICA 1

Gino Tironi
Stesura provvisoria del 24 settembre, 2007.
ii
Indice
1 Insiemi e logica 1
1.1 Preliminari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.2 Cenni di logica: connettivi, quantificatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.2.1 Connettivi logici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.2.2 Predicati e quantificatori logici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.3 Cenni di teoria degli insiemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.3.1 Insieme vuoto, inclusione e uguaglianza d’insiemi . . . . . . . . . . . . . . . . 4
1.3.2 Unione, intersezione, differenza, prodotto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.3.3 Applicazioni o funzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
1.3.4 Insieme potenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11
1.4 Relazioni binarie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
1.4.1 Relazioni d’equivalenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
1.4.2 Relazioni d’ordine . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13
2 Numeri 17
2.1 I numeri naturali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17
2.1.1 Divisione in N . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
iii
iv INDICE
2.1.2 Rappresentazione dei numeri naturali in una base B > 1 . . . . . . . . . . . . 22
2.2 Gli interi relativi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.3 I numeri razionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
2.4 I numeri reali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30
2.4.1 L’estremo superiore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31
2.4.2 La propriet`a di Archimede . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
2.4.3 Il valore assoluto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
2.4.4 Densit`a di Q in R . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34
2.4.5 Radice n-esima di un numero reale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35
2.4.6 Scrittura decimale dei numeri razionali e reali . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37
2.4.7 Intervalli di R . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 40
2.5 Topologia della retta reale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
2.5.1 Teorema di Bolzano-Weierstrass e sottoinsiemi compatti di R . . . . . . . . . 46
2.5.2 Insiemi connessi di R . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
2.6 Cardinalit`a degli insiemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 48
2.7 I numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54
2.7.1 Coniugio di numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56
2.7.2 Forma polare o trigonometrica dei numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . 57
2.7.3 Rappresentazione geometrica dei numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . . 58
2.7.4 L’equazione z
n
= γ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 60
2.7.5 Le radici n-esime dell’unit`a . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61
Capitolo 1
Insiemi e logica
1.1 Preliminari
In questo primo capitolo ci limiteremo a fornire quegli elementi del linguaggio logico e della teoria
degli insiemi che vengono comunemente usati nella matematica attuale. Si tratta di un uso stru-
mentale che ha sostanzialmente lo scopo di abbreviare le notazioni ed esprimere in modo pi´ u chiaro
le varie nozioni introdotte. Gli argomenti qui accennati meriterebbero uno studio approfondito, ma
in altra sede che non sia quella di un primo corso di Analisi matematica. Qui noi ne metteremo in
evidenza solo l’utilit`a quale “stenografia dei principali aspetti della matematica che tratteremo.
1.2 Cenni di logica: connettivi, quantificatori
1.2.1 Connettivi logici
Un concetto si dice “primitivo, se non `e riconducibile ad altri pi´ u elementari. Assumeremo come
primitivo in logica il concetto di proposizione. Con ci`o si intende un’espressione di un linguaggio
umano o un’espressione di tipo matematico della quale si possa affermare che `e o vera o falsa. Noi
prenderemo in considerazione proposizioni di argomento matematico, spesso pi´ u facili da giudicare
rispetto a quelle del linguaggio umano corrente. Cos´ı la proposizione P: “Il numero 2 `e dispari
`e una proposizione che facilmente si giudica come falsa (ha valore di verit`a F). Dunque oggetti
elementari del linguaggio logico saranno le proposizioni P, Q, R, S, . . . suscettibili di avere solo due
valori di verit`a: o Vero o Falso. Queste proposizioni si potranno combinare fra loro per mezzo di
connettivi logici al fine di ottenere altre proposizioni. I connettivi logici che sono comunemente
considerati sono: la negazione P, che ha valore di verit`a Vero se P `e Falso ed `e Falso se P `e
Vero; ∧: P ∧ Q `e Vero se e solo se entrambe le proposizioni P e Q lo sono; ∨: P ∨ Q `e Vero se
almeno uno dei due P oppure Q lo `e; ⇒: P ⇒ Q ha lo stesso valore di verit`a di P ∨ Q. Ossia `e
1
2 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
Falsa se e solo se P `e Vera e Q `e Falsa. In tutti gli altri casi l’implicazione `e Vera. In particolare
P ⇒ Q `e Vera se la premessa P `e Falsa. Questo uso dell’implicazione si discosta dall’uso del
linguaggio comune nel quale quando si afferma che P “implica Q implicitamente si ammette che P
sia Vera. Per questa ragione, cio`e per distinguerla dal significato del linguaggio comune, si suole
chiamare implicazione materiale l’implicazione usata comunemente in Matematica. L’uso `e utile
per semplificare l’enunciato di molti teoremi, evitando di fare di volta in volta varie precisazioni.
Infine c’`e la doppia implicazione ⇔: P ⇔Q`e vera se e solo se P e Q hanno lo stesso valore di verit`a.
I connettivi logici che abbiamo introdotto hanno il seguente significato nel linguaggio comune: P
si legge non P; P ∧Q si legge P e Q; P ∨Q si legge P oppure Q; P ⇒Q si legge P implica Q oppure
se P allora Q, con l’osservazione fatta sul significato in Matematica dell’implicazione materiale;
P ⇔ Q si legge P se e solo se Q.
`
E facile notare che P ⇔ Q significa (P ⇒ Q) ∧ (Q ⇒ P). I
connettivi sono caratterizzati dalle loro tabelle di verit`a.
Tabella di verit`a per la negazione “non:
P P
V F
F V
Tabella di verit`a per la congiunzione “e:
P Q P ∧ Q
V V V
V F F
F V F
F F F
Tabella di verit`a per la disgiunzione “o:
P Q P ∨ Q
V V V
V F V
F V V
F F F
1.2. CENNI DI LOGICA: CONNETTIVI, QUANTIFICATORI 3
Tabella di verit`a per l’implicazione “se P allora Q:
P Q P ⇒Q
V V V
V F F
F V V
F F V
Tabella di verit`a per la doppia implicazione “P se e solo se Q:
P Q P ⇔Q
V V V
V F F
F V F
F F V
1.2.2 Predicati e quantificatori logici
Accanto alle proposizioni che hanno un ben preciso valore di verit`a (V oppure F) considereremo
come nozione primitiva quella di predicato P(x) dipendente da una variabile x, P(x, y) dipendente
da due variabili x, y, P(x, y, z) dipendente da tre variabili x, y, z, . . . , che diviene una proposizione
quando al posto di x, y, z, . . . si sostituiscono valori da scegliere in un assegnato universo. Esempi
di predicati con una, due o tre variabili sono i seguenti: P(x) valga “x `e un numero naturale pari;
P(x, y) sia “x < y con x, y ∈ R; P(x, y, z) sia “x
2
+ y
2
= z
2
con x, y, z ∈ R. Allora `e chiaro che
P(3) vale F, mentre P(7424) vale V . P(3, 4) vale V , ma P(15, −π) vale F. P(3, 4, 5) vale V ,
ma P(6, 7, 8 e) vale F. I predicati possono intendersi come “proposizioni aperte, che divengono
proposizioni effettive solo quando al posto della o delle variabili si assegnano valori appartenenti
all’“universo nel quale ci si muove (i numeri naturali, o i reali, o i numeri complessi, . . . ). Si noti che
l’indeterminazione e vaghezza con la quale sono presentati i concetti logici ora introdotti `e dovuta
al fatto che abbiamo deciso di darne una trattazione intuitiva e non formalizzata.
In una trattazione formalizzata e assiomatica sia le nozioni di proposizione che di predicato rientrano
nella definizione di “formula o di “formula ben formata che viene data in modo ricorsivo; allora
ogni sapore d’indeterminazione sparisce, ma la trattazione `e piuttosto pesante per un studente che
s’affacci per la prima volta all’insegnamento di tipo universitario.
Dato un predicato P(x), dipendente da una sola variabile, si pu`o ottenere una proposizione sia
sostituendo un valore particolare alla variabile x, come gi`a abbiamo ricordato, oppure affermando
che esista qualche valore nell’universo considerato che rende vera la proposizione P(x) oppure
che essa vale per ogni valore di x. Ci`o corrisponde a considerare i quantificatori esistenziale o,
rispettivamente, universale applicati a P(x). Espresse in simboli, sono proposizioni
(∃x)P(x) (1.1)
che, a parole, significa “esiste x per il quale vale P(x) e
(∀x)P(x) (1.2)
4 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
che, a parole, significa “per ogni x vale P(x).
Si sottointende in generale l’universo al quale ci si riferisce. Se `e importante specificare a quale
ambiente si riferisca il quantificatore, si dir`a “esiste x ∈ R (in simboli (∃x ∈ R)) oppure “per ogni
numero intero relativo n (in simboli (∀n ∈ Z)).
Conviene mettere in evidenza che la negazione della proposizione (∀x)P(x) `e (∃x)P(x) (in parole,
la negazione della proposizione “per ogni x vale P(x) `e “esiste un x per il quale non vale P(x)), e
che la negazione di (∃x)P(x) `e (∀x)P(x) (in parole, la negazione di “ esiste qualche x per il quale
vale P(x) `e “per ogni x non vale P(x)). Cio`e
((∀x) P(x)) ≡ ((∃x) P(x)) (1.3)
((∃x) P(x)) ≡ ((∀x) P(x)) . (1.4)
Qui il simbolo ≡ significa che le due proposizioni messe a confronto hanno lo stesso valore di verit`a.
Vedremo meglio nel seguito esempi di uso dei quantificatori e della loro negazione.
1.3 Cenni di teoria degli insiemi
Ulteriori concetti che assumeremo come primitivi sono quelli di insieme, di elemento e di apparte-
nenza di un elemento ad un insieme. Un insieme si pu`o intendere come una collezione di oggetti
pensati come un tutt’uno. Gli oggetti che concorrono a formare un insieme sono i suoi elementi;
un insieme `e ben formato quando c’`e una legge che dato un elemento ci permette di decidere se
esso appartenga oppure no ad un assegnato insieme. Esistono varie teorie degli insiemi. Quella
che la maggior parte dei matematici usa `e quella detta “ingenua, che sostanzialmente esporremo
brevemente e che `e una rassegna delle operazioni che ci permetteremo di eseguire sugli insiemi. Fra
le teorie assiomatiche degli insiemi, la pi´ u comunemente usata dai matematici che si occupano di
Fondamenti della Matematica `e probabilmente la Teoria di Zermelo - Fraenkel con o senza l’assioma
di scelta (Teoria ZF o ZFC). Qui C sta per “choice, cio`e “scelta, in inglese. In questa teoria ogni
elemento `e a sua volta un insieme e quindi `e definita la relazione di appartenenza fra due insiemi:
x ∈ y significa l’insieme x `e un elemento dell’insieme y (x appartiene a y). Ci sono anche teorie che
ammettono l’esistenza di elementi che non sono insiemi, detti “atomi. Un’altra teoria assiomatica
degli insiemi molto diffusa `e quella dovuta a von Neumann, Bernays e G¨odel (Teoria NBG); in essa
si distinguono due tipi di collezioni: gli insiemi e le classi. Elemento primitivo `e la classe; una classe
`e un insieme se appartiene ad un’altra classe. Questa teoria presenta alcuni vantaggi formali sulla
precedente, qualora si vogliano trattare alcune teorie matematiche come quella delle Categorie, ma
le due teorie sono sostanzialmente equivalenti.
1.3.1 Insieme vuoto, inclusione e uguaglianza d’insiemi
Esponiamo ora le nozioni essenziali di una teoria ingenua degli insiemi.
1.3. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 5
Ci sono gli insiemi quali per esempio quelli dei numeri naturali (N), degli interi relativi (Z), dei
razionali (Q), dei reali (R), dei complessi (C), . . . e i loro elementi. Se a `e un elemento di A,
scriveremo a ∈ A. In generale supporremo assegnato un ambiente o universo U (per esempio
l’insieme dei numeri reali) e ogni insieme considerato sar`a costruito a partire da quell’ambiente o
universo. Per descrivere un insieme, quando esso sia finito e si conoscano tutti i suoi elementi, si
potr`a semplicemente procedere all’elencazione degli elementi stessi fra parentesi graffe.
A = ¦−1, e, 3π¦ (1.5)
`e l’insieme chiamato A e avente per elementi i tre numeri reali −1, e (numero di Nepero) e 3π.
Se un insieme non `e finito, non si pu`o pensare di elencarne tutti gli elementi. Spesso saremo in
grado di descriverlo (all’interno di un assegnato universo) esplicitando la o le propriet`a alle quali
soddisfano i suoi elementi.
P = ¦n : n = 2 k, k ∈ Z¦ (1.6)
descrive l’insieme dei numeri interi relativi pari.
`
E conveniente considerare anche un insieme come il seguente all’interno di un certo universo U
∅ = ¦x ∈ U : x = x¦. (1.7)
Ovviamente ogni elemento `e uguale a s´e stesso e dunque l’insieme considerato non ha alcun elemen-
to; esso si dice l’insieme vuoto e viene indicato con il simbolo ∅.
`
E da notare che l’insieme vuoto
`e unico; non cambia al cambiare dell’universo al quale si riferisce. Ci`o `e una conseguenza della
definizione di uguaglianza fra insiemi. Due insiemi sono uguali quando hanno gli stessi elementi.
Dunque tutti gli insiemi senza elementi sono fra loro uguali. Dati due insiemi A e B diremo che
A `e un sottoinsieme di B o che A `e contenuto in B (o che B contiene A) se ogni elemento di A `e
anche elemento di B. Scriveremo A ⊆ B per dire che A `e contenuto in B. In formula
A ⊆ B significa (∀x)(x ∈ A ⇒x ∈ B) . (1.8)
Dunque l’uguaglianza di insiemi `e formalmente descritta da
A = B significa (∀x)(x ∈ A ⇔x ∈ B) ossia A ⊆ B ∧ B ⊆ A . (1.9)
Si noti che, anche praticamente, per dimostrare l’uguaglianza di due insiemi A e B conviene dimo-
strare che valgono sia A ⊆ B che B ⊆ A. Si noti che due insiemi sono uguali se contengono gli
stessi elementi indipendentemente dall’ordine nel quale gli elementi sono elencati e dall’eventuale
ripetizione di uno stesso elemento. Se A = ¦a, b, c¦ e B = ¦c, c, a, b, b, a, a, a¦, vale A = B. In
base alle definizioni date, evidentemente avremo ∅ ⊆ A, quale che sia l’insieme A. Si noti che in
(∀x)(x ∈ ∅ ⇒x ∈ A) la premessa, x ∈ ∅, dell’implicazione `e falsa e dunque, in base alla definizione
di implicazione materiale, l’implicazione `e vera, quale che sia A.
1.3.2 Unione, intersezione, differenza, prodotto
Dati due insiemi A e B esiste un insieme che contiene tutti e soli gli elementi di A e di B. Questo
insieme si dice l’insieme unione di A e B ed `e definito da
A∪ B = ¦x : (x ∈ A) ∨ (x ∈ B)¦ . (1.10)
6 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
Se ¦A
k
: k = 1, . . . , n¦, `e un insieme di n insiemi indiciati da k = 1, . . . , n
n
¸
k=1
A
k
= A
1
∪ A
2
∪ . . . ∪ A
n
= ¦x : (∃k)(1 ≤ k ≤ n)(x ∈ A
k
)¦ . (1.11)
Pi´ u in generale, se I `e un insieme d’indici e ¦A
i
: i ∈ I¦ `e un insieme indiciato d’insiemi o famiglia
indiciata d’insiemi, diremo unione della famiglia ¦A
i
¦ l’insieme
¸
i∈I
A
i
= ¦x : (∃i ∈ I)(x ∈ A
i
)¦ . (1.12)
Dati i due insiemi A e B si dice intersezione di essi l’insieme che contiene tutti e soli gli elementi
che stanno sia in A che in B; cio`e l’insieme degli elementi di A che sono anche elementi di B o,
equivalentemente, l’insieme degli elementi di B che sono anche elementi di A. Si noti che questo
insieme, essendo sottoinsieme sia di A che di B, esiste certamente
A∩ B = ¦x ∈ A : x ∈ B¦ = ¦x ∈ B : x ∈ A¦
= ¦x : (x ∈ A) ∧ (x ∈ B)¦ . (1.13)
Se ¦A
k
: k = 1, . . . , n¦, `e un insieme di n insiemi indiciati da k = 1, . . . , n
n
¸
k=1
A
k
= A
1
∩ A
2
∩ . . . ∩ A
n
= ¦x : (x ∈ A
1
) ∧ . . . ∧ (x ∈ A
n
)¦ =
= ¦x : (∀k)(1 ≤ k ≤ n)(x ∈ A
k
)¦ . (1.14)
Pi´ u in generale, se I `e un insieme d’indici e ¦A
i
: i ∈ I¦ `e una famiglia indiciata d’insiemi, diremo
intersezione della famiglia ¦A
i
¦ l’insieme
¸
i∈I
A
i
= ¦x ∈ U : (∀i) ((i ∈ I) ⇒(x ∈ A
i
))¦ . (1.15)
Cio`e si tratta dell’insieme degli elementi comuni a tutti gli insiemi ¦A
i
¦. Si noti che (1.15) `e stata
scritta in modo che appaia chiaro che se I = ∅ allora
¸
i∈∅
A
i
= U , (1.16)
dove U `e l’universo nel quale andiamo a scegliere gli elementi. Infatti la premessa (i ∈ ∅) `e falsa.
Invece per l’unione si ha, meno sorprendentemente, che
¸
i∈∅
A
i
= ∅ , (1.17)
Dati due insiemi A e B si dice differenza di A e B l’insieme che contiene tutti e soli gli elementi
che stanno in A ma non in B.
A` B = ¦x ∈ A : x / ∈ B¦ . (1.18)
1.3. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 7
A
B
A U B
A
B
U
A B
A
B
A \ B
Figura 1.1: Sono tratteggiati gli insiemi A∪ B, A∩ B e A` B
Nella Figura (??) sono rappresentati con il tratteggio gli insiemi A∪ B, A∩ B e A` B.
In base alle definizioni date, le operazioni introdotte soddisfano le seguenti propriet`a
A∪ ∅ = A; A∩ ∅ = ∅; A` ∅ = A, (1.19)
quale che sia l’insieme A. Quali che siano gli insiemi A, B, C valgono le seguenti
Propriet` a associativa dell’unione e dell’intersezione
A∪ (B ∪ C) = (A∪ B) ∪ C; A∩ (B ∩ C) = (A∩ B) ∩ C. (1.20)
8 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
Propriet` a commutativa dell’unione e dell’intersezione
A∪ B = B ∪ A; A∩ B = B ∩ A. (1.21)
Propriet` a distributiva dell’unione rispetto all’intersezione e dell’intersezione
rispetto all’unione
A∪ (B ∩ C) = (A∪ B) ∩ (A∪ C);
A∩ (B ∪ C) = (A∩ B) ∪ (A∩ C). (1.22)
Valgono poi le Formule di De Morgan
A` (
¸
i∈I
B
i
) =
¸
i∈I
(A` B
i
)
A` (
¸
i∈I
B
i
) =
¸
i∈I
(A` B
i
). (1.23)
Si dice complementare di un insieme C, sottoinsieme dell’universo U, l’insieme U ` C = (C =
˜
C.
Le formule di De Morgan applicate ai complementari affermano che il complementare dell’unione
di una famiglia d’insiemi `e l’intersezione dei complementari e che il complementare d’una interse-
zione d’insiemi `e l’unione dei complementari. Il complementare dell’insieme vuoto `e l’universo e il
complementare dell’universo `e l’insieme vuoto.
Un insieme che contenga un solo elemento x (cio`e l’insieme ¦x¦), si dice un singoletto. Un insieme
contenente due elementi x e y (cio`e l’insieme ¦x, y¦) si dice una coppia non ordinata.
`
E chiaro che
se x = y la coppia si riduce ad un singoletto. Una coppia ordinata `e un insieme rappresentato con
(x, y) nel quale contano gli elementi presenti, ma anche l’ordine nel quale sono elencati. Cio`e si
richiede che (x, y) = (a, b) se e solo se x = a e y = b. Si noti che la coppia ordinata (x, y) `e cosa ben
diversa dalla coppia non ordinata ¦x, y¦. In particolare (x, x) = ¦x¦ e se x = y (x, y) = (y, x). Il
matematico polacco Kazimierz Kuratowski ha escogitato la seguente rappresentazione della coppia
ordinata in termini puramente insiemistici (x, y) := ¦¦x¦, ¦x, y¦¦. Chi studia dimostri come utile
esercizio che vale la propriet`a fondamentale (x, y) = (a, b) se e solo se x = a e y = b.
Dati due insiemi A e B, diremo prodotto cartesiano di A e B, denotato da AB l’insieme formato
da tutte le coppie ordinate (a, b) con il primo elemento in A ed il secondo in B
AB = ¦(a, b) : a ∈ A, b ∈ B¦ . (1.24)
Esercizio 1.3.1 Si dimostrino le uguaglianze
(A∪ B) (C ∪ D) = (AC) ∪ (AD) ∪ (B C) ∪ (B D)
(AC) ∩ (B D) = (A∩ B) (C ∩ D)
1.3. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 9
1.3.3 Applicazioni o funzioni
Dati due insiemi non vuoti A e B, un’applicazione o funzione f definita su A e a valori in B, `e una
legge che, ad ogni x ∈ A associa un unico elemento y ∈ B. Essa viene indicata con
f : A →B (1.25)
e il valore y ∈ B si denota con y = f(x). L’insieme A si dice il dominio della funzione o applicazione
f; A = domf. B si dice il codominio della funzione; B = codomf. L’insieme dei punti di B che
sono immagine dei punti di A, si dice l’immagine di f.
imf = ¦y ∈ B : (∃x ∈ A) (y = f(x))¦ . (1.26)
Un’applicazione o funzione f : A →B si dice suriettiva se imf = B, ossia se per ogni y ∈ B esiste
qualche x ∈ A tale che y = f(x). L’applicazione f : A → B si dice iniettiva se porta punti distinti
di A in punti distinti di B; cio`e se, essendo x
1
, x
2
∈ A, x
1
= x
2
⇒ f(x
1
) = f(x
2
). Un’applicazione
che sia iniettiva e suriettiva si dice biiettiva. Se f : A → B `e biiettiva, allora ad ogni y ∈ B si pu`o
associare un x ∈ A (per la suriettivit`a) ed uno solo (per l’iniettivit`a). Dunque ad ogni y ∈ B resta
associato un solo x ∈ A tale che f(x) = y. Ma questa `e una legge che ad ogni elemento di B associa
uno ed un solo elemento di A; cio`e abbiamo un’applicazione ϕ : B →A. Quest’applicazione si dice
l’inversa dell’applicazione f : A →B e si denota con f
−1
: B →A. Precisamente f
−1
(y) = x se x `e
l’unico elemento di A tale che f(x) = y. Se f : A →B e g : D →C, con B ⊆ D, si pu`o considerare
la funzione composta g ◦f : A →C definita come segue: per ogni x ∈ A, (g ◦f)(x) := g(f(x)). Cio`e
a x ∈ A si associa il valore g(f(x)) ∈ C. Si noti che se f e g sono componibili, nel senso che si pu`o
valutare g ◦f, non `e detto che si possano comporre g ed f nel senso che si possa considerare f ◦g; lo
si pu`o facilmente comprendere perch´e, in generale, il codominio di g, cio`e C, non `e un sottoinsieme
del dominio di f, cio`e A. Si consideri il seguente semplice esempio. Sia f(x) =

x, f : A →R, con
A = ¦x ∈ R : x ≥ 0¦. Sia poi g(y) = sen y definita per ogni y ∈ R a valori in R, anzi nell’intervallo
I = [−1, 1] = ¦z ∈ R : −1 ≤ z ≤ 1¦; dunque g : R → I. Allora `e definita (g ◦ f) : A → I, ma non `e
definita su tutto R la funzione (f ◦ g). Infatti se y =

2
, g(y) = −1 e f(−1) =

−1 non `e definita
in R. Inoltre, anche nel caso in cui sia g ◦ f che f ◦ g siano entrambe definite, cosa che certamente
accade se f, g : A → A, cio`e se dominio e codominio di f e g coincidono, avremo f ◦ g = g ◦ f. Si
pensi, per esempio, a f : R → R data da f(x) = x + 1 e g : R → R data da g(x) = 2x. Allora
g(f(x)) = 2x + 2, mentre f(g(x)) = 2x + 1. Dunque f ◦ g = g ◦ f.
Fra tutte le applicazioni da un insieme E in s´e la pi´ u semplice `e l’applicazione identit`a su E che
lascia ogni elemento di E invariato: i
E
: E → E, tale che ∀x ∈ E, i
E
(x) = x. Se f : A → B `e
biiettiva essa `e legata a f
−1
dalle relazioni
f ◦ f
−1
: B →B e f ◦ f
−1
= i
B
;
f
−1
◦ f : A →A e f
−1
◦ f = i
A
. (1.27)
Infatti se y ∈ B, f
−1
(y) `e l’unico x ∈ A tale che f(x) = y. Dunque (f ◦ f
−1
)(y) = y, ∀y ∈ B.
Analogamente, dato x ∈ A, f(x) ∈ B e, per definizione, (f
−1
◦ f)(x) = x, ∀x ∈ A.
10 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
Se f : A →B ed E ⊆ A, diremo immagine di E per mezzo di f, il sottinsieme di B dato da
f(E) = ¦y ∈ B : (∃x ∈ E)(y = f(x))¦ . (1.28)
Se E

⊆ B, diremo controimmagine o immagine inversa di E

per mezzo di f, l’insieme
f
−1
(E

) = ¦x ∈ A : f(x) ∈ E

¦ . (1.29)
`
E evidente dalla definizione che
f(f
−1
(E

)) ⊆ E

e f
−1
(f(E)) ⊇ E . (1.30)
Chi studia lo provi come esercizio. Si noti che le inclusioni possono valere in senso proprio. Se, per
esempio, f(x) = x
2
come funzione da R a R, allora se E

= ¦x ∈ R : −1 ≤ x ≤ 0¦, f
−1
(E

) = ¦0¦
e f(f
−1
(E

)) = ¦0¦ E

; se E = ¦x ∈ R : 0 ≤ x ≤ 1¦, f(E) = ¦x ∈ R : 0 ≤ x ≤ 1¦ e
f
−1
(f(E)) = ¦x ∈ R : −1 ≤ x ≤ 1¦ E.
Data f : A →B, se E ⊆ A possiamo considerare la funzione f[
E
(denotata anche con f E) avente
dominio E e codominio B e definita dalla relazione f[
E
(x) = f(x), ∀x ∈ E, mentre non `e definita
sugli eventuali x ∈ A` E. Essa si dice la restrizione di f ad E.
`
E spesso un problema interessante
in matematica quello, per cos´ı dire inverso: data f : E → B e dato A ⊇ E si cerca una funzione
F : A →B, tale che F[
E
= f. La funzione F si dice allora il prolungamento o estensione di f ad A.
Mentre il problema fra le applicazioni intese in senso puramente insiemistico `e banale, esso diviene
interessante quando si chiede che F conservi certe propriet`a importanti di f, quali, per esempio, la
continuit`a. In questo caso il problema diviene importante e non sempre ha soluzione.
Dati due insiemi A e B non vuoti, penseremo come operazione lecita su di essi, quella consistente
nel considerare tutte le applicazioni f : A →B. Questa totalit`a, forma un insieme che denoteremo
con
A
B = B
A
:= ¦f : (f : A →B)¦ . (1.31)
Torniamo brevemente sul concetto di insieme prodotto. Se sono dati tre insiemi A, B, C, possiamo
considerare i seguenti insiemi prodotti cartesiani: (AB)C, cio`e l’insieme delle coppie ¦((a, b), c) :
a ∈ A, b ∈ B, c ∈ C¦ e A(B C) = ¦(a, (b, c)) : a ∈ A, b ∈ B, c ∈ C¦. Chiaramente i due insiemi
sono diversi, ma sono in corrispondenza biunivoca tra di loro. Infatti κ : (AB)C →A(BC)
definita da κ((a, b), c) = (a, (b, c)) `e un’applicazione biettiva fra i due insiemi. Dunque potremo
pensare di confonderli fra loro in molte situazioni pratiche. Inoltre, disponendo della nozione di
applicazione, potremo pensare ad un insieme AB C (senza alcuna parentesi frapposta), come
l’insieme di tutte le possibili applicazioni f dall’insieme ¦1, 2, 3¦ nell’insieme A ∪ B ∪ C, tali che
f(1) ∈ A, f(2) ∈ B, f(3) ∈ C. Anche quest’ultimo insieme `e in corrispondenza biunivoca con i
primi due, e, se non ci sono esigenze particolari per tenerle distinte, potremo confondere fra loro le
tre nozioni. Si pensi anche che AB `e in corrispondenza biunivoca con l’insieme delle applicazioni
f : ¦1, 2¦ →A∪B, tali che f(1) ∈ A, f(2) ∈ B. In generale, data una famiglia d’insiemi ¦A
i
: i ∈ I¦
1.3. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 11
il prodotto cartesiano della famiglia sar`a l’insieme di tutte le applicazioni dall’insieme d’indici I in

i∈I
A
i
tali che, per ogni i ∈ I, f(i) ∈ A
i
¸
i∈I
A
i
= ¦f : (f : I →
¸
i∈I
A
i
), (∀i ∈ I) (f(i) ∈ A
i
)¦ . (1.32)
Un caso particolare interessante `e quello della famiglia costante d’insiemi. In questo caso, se A = B,
l’insieme AA si denota anche con A
2
; se A = B = C, allora AAA `e denotato anche A
3
. Pi´ u
in generale, se A
i
= A, (∀i ∈ I),
¸
i∈I
A
i
= A
I
, (1.33)
ci`o coincide con la notazione gi`a introdotta per l’insieme delle applicazioni da I ad A.
`
E ovvio che se per qualche k ∈ I, A
k
= ∅, allora il prodotto cartesiano
¸
i∈I
A
i
= ∅. Infatti non
`e possibile trovare un’applicazione f : I →
¸
i∈I
A
i
), tale che f(k) ∈ A
k
, dal momento che A
k
non
ha elementi. Uno dei modi per enunciare il tanto discusso Assioma di scelta `e di assumere che il
prodotto cartesiano sia vuoto solamente quando qualche insieme A
k
`e vuoto. L’assioma di scelta
`e stato discusso e controverso nei primi anni del 1900, poich´e alcune delle conseguenze che se ne
traggono appaiono paradossali.
1.3.4 Insieme potenza
Dato un insieme A si dice insieme potenza di A o insieme delle parti di A, l’insieme di tutti
i sottinsiemi di A. La definizione significa che noi decidiamo di pensare lecita l’operazione che
consiste nel prendere in considerazione tutti i sottoinsiemi di un insieme dato, e produrre cos´ı un
nuovo insieme, denotato da
{(A) := ¦E : E ⊆ A¦ . (1.34)
Si noti che {(A) = ∅, anche se A = ∅. Infatti {(∅) = ¦∅¦, insieme che contiene un elemento e
dunque non `e vuoto.
Se, per ogni E ⊆ A, definiamo come segue un’applicazione, detta funzione caratteristica di E
χ
E
(x) =

0 : x / ∈ E
1 : x ∈ E
(1.35)
allora vi `e una corrispondenza biunivoca tra i sottoinsiemi di A e le applicazioni da A in ¦0, 1¦.
Cio`e una corrispondenza biunivoca tra gli insiemi {(A) e ¦0, 1¦
A
, che si indica anche con 2
A
,
avendo definito 2 = ¦0, 1¦. Spesso 2
A
viene usato nei due sensi. In generale, questo doppio uso
della notazione non genera confusione. In particolare 2

= {(∅) = ¦∅¦. Infatti esiste sempre
l’applicazione vuota dall’insieme vuoto in un insieme non vuoto.
12 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
1.4 Relazioni binarie
Dato un insieme non vuoto A diremo che `e data una relazione binaria { su A, se `e dato un
sottoinsieme R ⊆ AA. Diremo che due elementi a, b ∈ A sono in relazione { fra loro e scriveremo
a{b se la coppia ordinata (a, b) ∈ R; se (a, b) / ∈ R a e b non stanno in relazione { fra loro e si scrive
a {b. Equivalentemente, diremo che `e data una relazione { su A se `e assegnata un’applicazione
ρ : AA →¦0, 1¦ . (1.36)
Gli elementi a, b ∈ A (nell’ordine), sono in relazione { fra loro se ρ(a, b) = 1. Se ρ(a, b) = 0,
i due elementi non stanno in relazione fra loro.
`
E chiaro che il sottoinsieme R di A A `e la
controimmagine di ¦1¦ per l’applicazione ρ: R = ρ
−1
(¦1¦). Interessano alcune propriet`a formali
delle relazioni binarie. Diremo che la relazione binaria { ha la propriet`a
1. Riflessiva, se ∀a ∈ A si ha a{a, ossia se ogni a ∈ A `e in relazione { con s´e stesso.
2. Simmetrica, se ∀a, b ∈ A si ha (a{b) ⇒(b{a), ossia se per ogni coppia di elementi a, b ∈ A,
se a `e in relazione { con b allora b `e in relazione { con a.
3. Antisimmetrica, se ∀a, b ∈ A (a{b)∧(b{a) ⇒(a = b), ossia se per ogni coppia di elementi
a, b ∈ A, se a `e in relazione { con b e b `e in relazione { con a, allora a = b.
4. Transitiva, se ∀a, b, c ∈ A (a{b) ∧(b{c) ⇒(a{c), ossia se per ogni terna a, b, c di elementi
di A, se a `e in relazione { con b e b `e in relazione { con c, allora a `e in relazione { con c.
1.4.1 Relazioni d’equivalenza
Una relazione che soddisfi le propriet`a riflessiva, simmetrica e transitiva si dice una relazione d’e-
quivalenza. Solitamente si usa denotare una relazione d’equivalenza, usando il simbolo ∼. Natural-
mente ci possono essere pi´ u relazioni d’equivalenza e, volendo essere pi´ u precisi, si scriver`a a ∼
R
b
per dire che a e b sono equivalenti secondo la relazione {. Data una relazione d’equivalenza {,
possiamo considerarne le classi d’equivalenza:
[a]
R
= ¦b ∈ A : b ∼
R
a¦ . (1.37)
L’insieme delle classi d’equivalenza {su A, `e un insieme (sottoinsieme di {(A)), che denoteremo con
A/{, che si dice l’insieme quoziente di A, rispetto all’equivalenza {, (o A su {). Se scegliamo un
particolare elemento ¯ a da ogni classe d’equivalenza [a]
R
, abbiamo un rappresentante per ogni classe
d’equivalenza. L’insieme di tutti i rappresentanti `e detto un sistema completo di rappresentanti ed
`e in corrispondenza biunivoca con l’insieme quoziente A/{.
Dato un insieme non vuoto A, diremo partizione (o ripartizione) di A una famiglia di sottoinsiemi
E
i
⊆ A, con i ∈ I, tale che E
i
= ∅ per ogni i ∈ I, E
i
∩E
j
= ∅, per i = j e A = ∪
i∈I
E
i
. Data che sia
una relazione d’equivalenza, le classi [a]
R
, con a ∈ A, costituiscono una ripartizione di A. Le classi
della ripartizione sono indiciate dagli elementi di A e [a] ∩ [b] = ∅ se e solo se a ∼ b. Se abbiamo
1.4. RELAZIONI BINARIE 13
un sistema completo di rappresentanti, la descrizione `e pi´ u chiara: da ¯ a =
¯
b segue [¯ a] ∩ [
¯
b] = ∅.
Viceversa, data una ripartizione c = ¦E
i
: i ∈ I¦ di A, si pu`o definire un’equivalenza dicendo che
a ∼
E
b se esiste un elemento E
i
∈ c, tale che a, b ∈ E
i
. Considerando le classi dell’equivalenza cos´ı
ottenuta si ritrova la ripartizione c. Dunque ad ogni ripartizione c su A si pu`o associare l’insieme
che ha come elementi le classi della ripartizione e quest’insieme si dir`a ancora insieme quoziente
A/c.
Vedremo nel seguito quale ruolo importante abbiano le relazione d’equivalenza nelle estensioni dei
campi numerici da N a Z e da Z a Q.
1.4.2 Relazioni d’ordine
Una relazione binaria che soddisfi le propriet`a riflessiva, antisimmetrica e transitiva si dice una
relazione d’ordine (in senso debole, se si vuole essere precisi). In generale, per indicare che i due
elementi a e b di A (nell’ordine dato) stanno in una relazione d’ordine fra loro, si scrive a _ b che
si legge “a precede b oppure b _ a che si legge “b segue a. Data una relazione d’ordine “debole
_ si pu`o ottenere una relazione d’ordine “forte o “stretta che si denota con ≺ e si legge “precede
strettamente, definendo a ≺ b se e solo se a _ b e a = b. Una relazione d’ordine in senso stretto
soddisfa le propriet`a irriflessiva, cio`e a ≺ a per ogni a ∈ A, controsimmetrica, cio`e a ≺ b
non `e compatibile con b ≺ a, e transitiva.
Una relazione d’ordine si dice totale se ∀a, b ∈ A `e verificato che a _ b o che b _ a; ossia che vale
a ≺ b oppure a = b oppure b ≺ a.
Dato un insieme A, con pi´ u di un elemento, la relazione d’inclusione E ⊆ F fra sottoinsiemi di A `e
un tipico esempio di relazione d’ordine in senso debole parziale (cio`e non totale). Se, per esempio,
A = ¦1, 2, 3, 4¦ i due sottoinsiemi E = ¦1, 2, 3¦ e F = ¦2, 4¦ sono tali che n´e E ⊆ F, n´e F ⊆ E.
Dunque essi sono inconfrontabili. Due sottoinsiemi E ed F disgiunti, cio`e tali che E ∩ F = ∅ non
solo sono inconfrontabili, ma essi si diranno incompatibili, poich´e non esiste alcun insieme non vuoto
che sia sottoinsieme di entrambi.
Dato un insieme ordinato che indicheremo con la notazione (A, _), diremo che un suo elemento ν
`e il minimo di A se ∀a ∈ A vale ν _ a. Diremo che µ `e il massimo di A, se ∀a ∈ A vale a _ µ o
µ _ a. Pi´ u in generale, dato E ⊆ A, ν `e il minimo di E, se ν ∈ E e per ogni x ∈ E vale ν _ x; µ
`e il massimo di E se µ ∈ E e per ogni x ∈ E vale x _ µ. Un elemento δ ∈ E si dice un elemento
massimale di E se δ ∈ E, ma non esiste x ∈ E tale che δ ≺ x; ossia se x ∈ E e δ _ x implica
x = δ. Analogamente si definiscono gli elementi minimali. Se un insieme ha massimo tale massimo
`e unico. Infatti da µ
1
, µ
2
∈ E, entrambi soddisfacenti le condizioni di massimo, segue µ
1
_ µ
2
e
µ
2
_ µ
1
. Ma ci`o implica µ
1
= µ
2
. Analogamente per il minimo di un insieme ordinato: se esiste `e
unico. Ci possono essere per`o pi´ u elementi massimali (o minimali). Se A = ¦a, b, c, d, e¦ con a ≺ b,
a ≺ c, b ≺ d, c ≺ e, d ≺ e e non vale alcun’altra relazione d’ordine stretto, allora E = ¦b, c, d¦ ha
b e c come elementi minimali, c e d come elementi massimali, ma non c’`e n´e massimo n´e minimo.
Nella figura le relazioni d’ordine sono rappresentate da una linea continua; b e c, d e c non sono
confrontabili fra loro.
14 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
a
b
c
d
e
E
Figura 1.2: E ha elementi massimali e minimali, ma n´e max n´e min.
Diremo che E ⊂ A `e superiormente limitato o maggiorato, se esiste un elemento k ∈ A tale che
∀x ∈ E si ha x _ k. Analogamente, E ⊆ A si dice inferiormente limitato o minorato se esiste
h ∈ A tale che ∀x ∈ E si ha x _ h. Il numero k ∈ A per il quale x _ k, per ogni x ∈ E, si dice
una limitazione superiore o un maggiorante di E. Analogamente h si dice una limitazione inferiore
1.4. RELAZIONI BINARIE 15
o un minorante di E. Se fra tutti i maggioranti ce n’`e uno minimo, esso si dice l’estremo superiore
di E. Analogamente il massimo minorante, quando esiste, si dice l’estremo inferiore di E. Questi
elementi, quando esistono, si denotano con sup(E) e inf(E) rispettivamente e sono necessariamente
unici. Dunque, per definizione, si ha
sup(E) = min¦k : (∀x ∈ E) (x _ k)¦ , (1.38)
inf(E) = max¦h : (∀x ∈ E) (x _ h)¦ , (1.39)
quando tali massimo e minimo esistano. Vedremo che nell’insieme ordinato dei numeri razionali
Q, non sempre un insieme superiormente (inferiormente) limitato ha estremo superiore (inferiore).
Ci`o invece `e verificato nell’insieme ordinato dei numeri reali.
16 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA
Capitolo 2
Numeri
2.1 I numeri naturali
Secondo l’opinione di molti matematici della fine dell’ottocento e degli inizi del novecento, la Ma-
tematica pu`o pensarsi fondata sui numeri naturali. Attualmente `e noto che un modello dei numeri
naturali si pu`o costruire all’interno della teoria degli insiemi, spostando cos`ı ulteriormente verso
concetti pi` u elementari i fondamenti della Matematica. Tuttavia, per i limitati scopi di questo
corso, faremo l’ipotesi che i nostri fondamenti siano dati dai numeri naturali stessi, ricordando
l’affermazione di Leopold Kronecker (1823 - 1891) secondo la quale “Dio cre`o gli interi, tutto il
resto `e opera dell’uomo. Julius Wilhelm Richard Dedekind (1831 - 1916) e Giuseppe Peano (1858 -
1932) riconobbero la validit`a di certe proposizioni fondamentali soddisfatte dai numeri naturali e,
in particolare, nel 1889, Peano mostr`o come tutta l’aritmetica si potesse fondare a partire da quei
principi, noti ora come “Assiomi di Peano. Esporremo qui, utilizzando un sistema assiomatico so-
stanzialmente equivalente a quello trovato da Dedekind e Peano, alcune delle propriet`a dell’insieme
dei numeri naturali. Lo scopo principale `e quello di abituare gli studiosi all’arte del ragionamento
e della deduzione. L’insieme dei numeri naturali `e l’insieme
N = ¦0, 1, 2, . . .¦ ,
indicheremo con N
+
l’insieme dei naturali senza lo zero: N
+
= ¦1, 2, . . .¦. N `e totalmente ordinato
da una relazione d’ordine ≤ (detto ordine per grandezza dei naturali) che ha inoltre le seguenti
propriet`a:
(N1) Esiste in N un primo elemento (il suo minimo), detto zero; cio`e ∃0 ∈ N tale che ∀n ∈ N 0 ≤ n.
(N2) Ogni elemento di N ha un immediato seguente o successivo. Cio`e ∀n ∈ N ∃n

∈ N tale che
n ≤ n

e se n ≤ x < n

, x ∈ N, allora x = n. (Cio`e, detto altrimenti, non esiste alcun elemento
x ∈ N strettamente compreso tra n e n

).
17
18 CAPITOLO 2. NUMERI
(N3) (Principio d’induzione). Sia S ⊂ N. Se (a) 0 ∈ S e (b) (∀n ∈ N) ((n ∈ S) ⇒ (n

∈ S)),
allora S = N.
Al posto di (N3) si pu`o considerare equivalentemente la proposizione
(N3’) (Principio d’induzione). Sia P(n) una proposizione dipendente da n (un predicato). Se
(a) P(0) `e vera e se (b) (∀n ∈ N) dall’essere vera P(n) segue che `e vera P(n

), allora P(n) `e
vera per ogni n ∈ N.
Esempio 2.1.1 Dimostrare per induzione che
1
2
+ 2
2
+. . . +n
2
=
n(n + 1)(2n + 1)
6
.
Svolgimento: In questo caso ha senso partire non da n = 0 ma da n = 1. Il predicato P(n) `e “1
2
+
2
2
+ . . . + n
2
=
n(n + 1)(2n + 1)
6
. Si verifica che P(1) `e vera: 1 = 1
2
=
1·(1+1)·(2·1+1)
6
= 1. Diamo
per scontato che sia n

= n + 1, cosa che verificheremo successivamente. Supponiamo che valga
1
2
+2
2
+. . .+n
2
=
n(n + 1)(2n + 1)
6
e computiamo 1
2
+2
2
+. . .+n
2
+(n+1)
2
=
n(n + 1)(2n + 1)
6
+
(n +1)
2
=
n + 1
6
[n(2n +1) +6(n +1)] =
n + 1
6
(2n
2
+7n +6) =
(n + 1)(n + 2)(2n + 3)
6
. Dunque
anche P(n + 1) `e vera. Per il principio d’induzione P(n) `e vera per ogni n ∈ N
+
.
Come si `e visto nell’esempio precedente, la “base alla quale si applica il principio d’induzione, non
sempre `e n = 0. Talvolta si prende come base un valore n
0
> 0. Allora il Principio d’induzione
viene enunciato come segue: se P(n
0
) `e vero e se P(n) vero implica P(n

) vero per ogni n ≥ n
0
,
allora P(n) `e vero per ogni n ≥ n
0
.
Mostriamo ora come l’uso degli assiomi alla Peano permetta di dimostrare alcune delle pi` u impor-
tanti propriet`a aritmetiche di N. Un notevolissimo risultato `e dato dal seguente
Teorema 2.1.1 Ogni sottoinsieme non vuoto di N ha un minimo.
Dimostrazione: Sia M ⊂ N, M = ∅. Consideriamo la proposizione dipendente da n ∈ N,
P(n) : “(∀x ∈ M) (x ≥ n)

. Ovviamente P(0) `e vera (ogni numero naturale `e ≥ 0, e quindi anche
quelli di M). Tuttavia `e facile verificare che la proposizione non pu`o essere vera per ogni n ∈ N.
Infatti se m ∈ M (poich´e M = ∅ qualche elemento c’`e) non pu`o valere P(m

). Non pu`o essere
(∀x ∈ M) (x ≥ m

): infatti m ∈ M e vale m < m

. Dunque non pu`o essere che per ogni n ∈ N
P(n) vera implichi P(n

) vera. Esiste perci`o un k ∈ N tale che P(k) `e vera, ma P(k

) `e falsa.
Leggiamo cosa ci`o significhi.
2.1. I NUMERI NATURALI 19
P(k) vera significa che ∀x ∈ M `e k ≤ x. P(k

) falsa significa che la negazione della proposizione
P(k

) `e vera, cio`e che esiste qualche x

∈ M tale che x

< k

. Dunque esiste x

∈ M tale che
k ≤ x

< k

.
Ma da (N2) segue che x

= k, con x

∈ M. Dunque k ∈ M e ∀x ∈ M si ha k ≤ x. Cio`e k `e il
minimo di M.
Un insieme ordinato nel quale ogni sottinsieme non vuoto abbia minimo, si dice un insieme bene
ordinato e l’ordine si dice un buon ordine. Abbiamo verificato che N `e bene ordinato dall’ordine per
grandezza. Gli insiemi bene ordinati sono in corrispondenza biunivoca con quelli che nella teoria
degli insiemi si dicono i numeri ordinali. Poich´e N `e bene ordinato esso `e un numero ordinale, il
minimo degli ordinali infiniti; N pensato come ordinale si suole indicare con il simbolo ω
0
. Anche
gli elementi di N sono numeri ordinali, i numeri ordinali finiti. Pi` u avanti faremo qualche accenno
alla cardinalit`a e ai numeri cardinali. Nel caso finito i numeri ordinali e cardinali coincidono. In
generale invece, i numeri ordinali infiniti sono cosa diversa dai numeri cardinali infiniti.
In modo analogo si dimostra il seguente
Teorema 2.1.2 Se M ⊂ N `e non vuoto e superiormente limitato, allora ha massimo.
Suggerimento: Conviene ricordare che un insieme M si dice superiormente limitato in N se
esiste k ∈ N tale che ∀x ∈ M `e x ≤ k. Si consideri inoltre la proposizione
P(n) : “esiste un x ∈ M tale che x ≥ n

.
Il principio d’induzione, con gli altri assiomi opportunamente utilizzati, permette di definire le
operazioni in N e di dimostrare le loro ben note propriet`a aritmetiche.
ADDIZIONE
Siano a, b numeri naturali; definiamo

a + 0 = a
a +b

= (a +b)

.
(2.1)
MOLTIPLICAZIONE
Siano a, b numeri naturali; definiamo

a 0 = 0
a b

= a b +a .
(2.2)
20 CAPITOLO 2. NUMERI
In particolare, se indichiamo 0

= 1, abbiamo dalla definizione di addizione a + 1 = a + 0

=
(a + 0)

= a

. Cio`e, come avevamo gi`a annunciato (e come `e intuitivamente noto) ∀a ∈ N si ha
a

= a + 1.
Si pu`o dimostrare, usando opportunamente il principio d’induzione, che valgono le seguenti pro-
priet`a dell’addizione:
Associativa:
(∀a, b, c ∈ N) a + (b +c) = (a +b) +c ,
Commutativa:
(∀a, b ∈ N) a +b = b +a .
Per la moltiplicazione valgono le seguenti propriet`a:
Associativa:
(∀a, b, c ∈ N) a (b c) = (a b) c ,
Distributiva della moltiplicazione rispetto all’addizione
(∀a, b, c ∈ N) a (b +c) = a b +a c ,
Commutativa:
(∀a, b ∈ N) a b = b a .
Si noti che le propriet`a sono elencate nell’ordine nel quale conviene siano dimostrate, nel senso che,
per dimostrare la commutativit`a dell’addizione, si fa uso dell’associativit`a, e cos`ı via.
Si possono pure dimostrare le seguenti proposizioni
“Se a +c = b +c, allora a = b.
Cio`e vale la legge di cancellazione a destra (e quindi anche a sinistra).
“Se a ≤ b, ∃!c ∈ N tale che a +c = b.
c si dice la differenza di b e a. La sottrazione non la riterremo un’operazione in N poich´e non `e
definita per ogni coppia di numeri naturali, ma solo per quelli per i quali `e a ≤ b. In questo caso il
risultato si denota con c = b −a.
2.1. I NUMERI NATURALI 21
2.1.1 Divisione in N
Si dimostra il seguente
Teorema 2.1.3 Per ogni coppia di numeri naturali a, b, con b = 0, esiste una sola coppia di
naturali (q, r) tali che

a = q b +r
r < b.
(2.3)
Il numero q si dice il quoziente e r si dice il resto della divisione euclidea.
Dimostrazione: Sia b = 0, allora l’insieme dei multipli di b
0 < b < 2 b < . . . < n b < . . .
non ha massimo e quindi non pu`o essere superiormente limitato. Esiste perci`o q ∈ N tale che
q b ≤ a < (q + 1) b = q b +b .
Tra q b e q b +b sono compresi i numeri: q b < q b + 1 < . . . < q b + (b −1). a `e uno di questi numeri e
quindi
a = q b +r
con r ∈ ¦0, 1, . . . , b −1¦.
Dimostriamo ora l’unicit`a della coppia. Siano (q, r) e (q

, r

) tali che
a = q b +r = q

b +r

,
con r < b, r

< b. Supponiamo, per esempio, q ≤ q

, q

= q +h. Allora abbiamo
q

b +r

= q b +r . Cio`e
q b +h b +r

= q b +r .
Ma allora, cancellando a sinistra q b, si trova
h b +r

= r .
Se fosse h = 0, non potrebbe accadere che r < b. Deve perci`o essere h = 0 e quindi q = q

e inoltre r = r

.

Se r = 0, il numero b si dice un divisore di a e a si dice un multiplo di b. Ogni numero naturale `e
divisibile per 1 e per s´e stesso. Un numero p > 1 divisibile solo per 1 e per s´e stesso, si dice un
numero primo.
Teorema 2.1.4 Esistono infiniti numeri primi.
22 CAPITOLO 2. NUMERI
Dimostrazione: Siano dati i numeri primi 2, 3, 5, . . . , p. Consideriamo il numero
n = 2 3 5 . . . p + 1 .
Questo numero non `e divisibile per 2, 3, 5, . . . , p (infatti il resto della divisione `e 1). Dunque ci sono
due possibilit`a: o n `e primo o ha un fattore primo q diverso da 2, 3, 5, . . . , p.
Teorema 2.1.5 [Unicit`a della scomposizione in fattori]. Ogni numero naturale > 1 `e rappresen-
tabile in modo essenzialmente unico (cio`e a meno di una permutazione dei fattori) come prodotto
di numeri primi:
n = p
k
1
1
p
k
2
2
. . . p
ks
s
.
Dimostrazione: Dato n > 1, esso `e primo oppure `e composto: n = m
1
m
2
, con m
1
, m
2
> 1. Se,
per ipotesi induttiva, supponiamo che ogni numero naturale < n sia rappresentabile in modo unico come
prodotto di fattori primi, allora certamente n `e rappresentabile come prodotto di fattori primi. Mostriamo
ora che c’`e un’essenziale unicit`a.
Tra i fattori primi di n, sia p il minimo (ricordiamo che ogni insieme non vuoto di naturali ha un minimo).
Allora `e n = p n
1
. Per n
1
< n vale l’unicit`a della scomposizione e quindi, fra le decomposizioni in fattori
primi aventi il fattore primo p, ce n’`e sostanzialmente una sola.
Supponiamo che possa esserci una scomposizione che non contiene il fattore primo p. Sia allora n = p

n
2
,
essendo necessariamente p

> p (ma p

minimo nell’altra fattorizzazione). Perci`o n
2
< n
1
. Sia h = n−pn
2
<
n.
`
E h = p n
1
−p n
2
= p (n
1
−n
2
), ma anche h = p

n
2
−p n
2
= (p

−p) n
2
. Allora il numero h < n
avrebbe due fattorizzazioni diverse: h = p (n
1
− n
2
) = (p

− p) n
2
; la prima contiene il fattore primo p,
mentre la seconda non lo contiene (infatti p

−p non pu`o essere divisibile per p). Ma ci`o va contro l’ipotesi
induttiva.
2.1.2 Rappresentazione dei numeri naturali in una base B > 1
Teorema 2.1.6 Sia B un numero naturale > 1. Per ogni numero naturale A > 0 esiste un naturale
n tale che A si scrive in modo unico come
A = a
n
B
n
+a
n−1
B
n−1
+. . . +a
1
B +a
0
.
con 0 ≤ a
k
≤ B −1, k = 0, 1, . . . , n e a
n
> 0.
Dimostrazione: Se A = 1, 2, . . . , B − 1, ovviamente ci`o vale. Facciamo l’ipotesi induttiva che la
proposizione sia vera per ogni numero naturale < A.
Sia dunque A ≥ B. Dividiamo A per B. Esiste una sola coppia (q, r), con r < B tale che
A = q B +r .
2.1. I NUMERI NATURALI 23
Poich´e B > 1 `e q < A. Allora per l’ipotesi induttiva fatta esiste m ∈ N tale che q = a

m
B
m
+a

m−1
B
m−1
+
. . . +a

0
, essendo i coefficienti a

m
, a

m−1
, . . . , a

0
univocamente determinati e a

m
> 0. Sostituendo
A = (a

m
B
m
+a

m−1
B
m−1
+. . . +a

0
) B +r =
= a

m
B
m+1
+a

m−1
B
m
+. . . +a

0
B +r = a
n
B
n
+a
n−1
B
n−1
+. . . +a
1
B +a
0
,
dove si sono fatte le posizioni a
0
= r, a
1
= a

0
, . . . a
n−1
= a

m−1
, a
n
= a

m
, n = m + 1 e a
n
> 0. Per l’ipotesi
induttiva e per l’algoritmo di divisione r = a
0
e a
1
, . . . , a
n
sono univocamente determinati e a
n
> 0.
Esempio 2.1.2 Si scriva il numero 4581 dato in base dieci, nelle basi sette e due.
Svolgimento: Si consideri la seguente tabella
4581 7 3
654 7 3
94 7 2
13 7 6
1 7 1
0 - -
La tabella si ottiene come segue: il numero sulla sinistra viene diviso per 7 (numero della colonna
centrale). Nella colonna di destra si riporta il resto, mentre il quoziente viene scritto nella riga
sottostante della colonna di sinistra. Il procedimento viene ripetuto finch´e `e possibile (cio`e finch´e
non si ottiene quoziente 0). Scrivendo poi i resti nell’ordine inverso a quello in cui sono stati
calcolati, si trova la rappresentazione del numero nella base voluta (sette nel nostro caso). Dunque
(4581)
dieci
= (16233)
sette
.
Per la base due si trova
4581 2 1
2290 2 0
1145 2 1
572 2 0
286 2 0
143 2 1
71 2 1
35 2 1
17 2 1
8 2 0
4 2 0
2 2 0
1 2 1
0 - -
24 CAPITOLO 2. NUMERI
e dunque
(4581)
dieci
= (1000111100101)
due
.
La ragione per la quale il metodo sopra esposto fornisce il passaggio di base, sta nel fatto che si
pu`o scrivere in modo opportuno la rappresentazione in base B, mettendo in evidenza le successive
divisioni per B con resto:
A = (a
n
B
n−1
+a
n−1
B
n−2
+. . . +a
1
)B +a
0
=
= (. . . (((a
n
B +a
n−1
) B +a
n−2
) B. . .) B +a
1
) B +a
0
.
Una verifica dell’algoritmo assegnato si ottiene, tenendo conto della scrittura posizionale
4581 = 1 7
4
+ 6 7
3
+ 2 7
2
+ 3 7 + 3 = 2401 + 6 343 + 2 49 + 3 7 + 1 .
Analogamente per la base due. Il passaggio dalla base due alle basi quattro, otto, sedici,. . . si pu`o
fare agevolmente, raggruppando le cifre dei numeri scritti in base due, a due a due, a tre a tre, a
quattro a quattro, . . . a partire da destra (tenendo conto che 2
2
= 4, 2
3
= 8, 2
4
= 16 . . .). Cos`ı si
trova
(1000111100101)
due
= (1[00[01[11[10[01[01)
due
= (1013211)
quattro
,
(infatti (00)
due
= (0)
quattro
, (01)
due
= (1)
quattro
, (10)
due
= (2)
quattro
, (11)
due
= (3)
quattro
); analoga-
mente, prendendo le cire a tre a tre:
(1000111100101)
due
= (1[000[111[100[101)
due
= (10745)
otto
.
Per scrivere un numero in base sedici servono ulteriori simboli per rappresentare le cifre da dieci
a quindici. Solitamente, per questo scopo, si usano i simboli A (dieci), B (undici), C (dodici), D
(tredici), E (quattordici), F (quindici).
(1000111100101)
due
= (1[0001[1110[0101)
due
= (11E5)
sedici
.
In generale per passare da un numero scritto in base B a uno scritto in base D, se non si conosce
l’algoritmo di divisione in base B (sostanzialmente le “tabelline del B), converr`a passare dalla base
B alla base dieci, calcolando, in base dieci a
n
B
n
+ . . . + a
1
B + a
0
e quindi passare dalla base
dieci alla base D con l’algoritmo di divisioni successive che si `e applicato sopra.
2.2 Gli interi relativi
Come gi`a abbiamo osservato, la sottrazione non `e sempre possibile in N. Infatti l’equazione
a +x = b (2.4)
non ha soluzione in N se a > b.
2.2. GLI INTERI RELATIVI 25
Perci`o `e necessario ampliare l’insieme N dei naturali in modo da conservare, per quanto `e possibile,
le propriet`a formali delle operazioni, fornendo nel contempo soluzione all’equazione (1.4) in tutti i
casi che interessano. Tradizionalmente ci`o si fa utilizzando la “ teoria delle coppie . Il procedimento
`e probabilmente pi` u noto nell’estensione da Z a Q; perci`o lo esporremo con un dettaglio maggiore
nel caso in considerazione.
Prendiamo dunque l’insieme NN e introduciamo in esso una relazione binaria fra coppie di numeri
naturali, che si verifica subito essere una relazione d’equivalenza (soddisfa le propriet`a riflessiva,
simmetrica e transitiva).
(h, k) ∼ (p, q) se h +q = k +p, h, k, p, q ∈ N .
Per esempio (3, 5) ∼ (4, 6) ∼ (9, 11) . . .. (Queste coppie rappresentano tutte il nuovo ente −2). In
NN si possono definire due operazioni di addizione (h, k)+(p, q) := (h+p, k+q) e di moltiplicazione
(h, k) (p, q) := (h p + k q, h q + k p). L’equivalenza `e compatibile con le operazioni sopra
definite. Precisamente se (h, k) ∼ (h

, k

) e (p, q) ∼ (p

, q

) allora (h, k) + (p, q) ∼ (h

, k

) + (p

, q

) e
(h, k) (p, q) ∼ (h

, k

) (p

, q

). Ci`o permette di definire le operazioni fra le classi d’equivalenza
in N N. Dunque, posto
[h, k] = ¦(h

, k

): (h

, k

) ∼ (h, k)¦ ,
potremo definire
[h, k] + [p, q] := [h +p, k +q] e [h, k] [p, q] := [h p +k q, h q +k p] .
Infatti, grazie alla compatibilit`a fra equivalenza e operazioni, la classe d’equivalenza della somma
o del prodotto non dipende dalla scelta del rappresentante all’interno di ogni classe d’equivalenza.
Si verifica facilmente che (h, k) ∼ (h + c, k + c). Perci`o le coppie (h, k) si possono ridurre a tre
forme tipiche a seconda che sia h > k oppure h = k oppure h < k. Precisamente, se h > k,
cio`e se ∃c ∈ N
+
= N ` ¦0¦ tale che h = k + c, si ottiene (h, k) = (k + c, k) ∼ (c, 0); se h = k
allora (h, k) = (h, h) ∼ (0, 0); infine, se h < k, ossia se ∃c ∈ N
+
tale che k = h + c, allora
(h, k) = (h, h+c) ∼ (0, c). Le coppie dei primi due tipi (e le rispettive classi d’equivalenza) sono in
corrispondenza biunivoca con i numeri di N e si comportano rispetto alle operazione come i numeri
naturali. Potremo perci`o confondere le rispettive classi d’equivalenza con i naturali e denotarle con i
simboli dei numeri stessi: [c, 0] ≡ c, c ∈ N. Gli unici enti “nuovi sono le classi d’equivalenza del tipo
[0, c], c ∈ N, c > 0, che denoteremo con −c e che diremo “numeri negativi.
`
E facile verificare che la
classe [0, 0] = [c, c] fa da elemento neutro per l’addizione, nel senso che [h, k] +[0, 0] = [h, k], mentre
la classe [1, 0] `e l’elemento neutro della moltiplicazione: [h, k][1, 0] = [h1+k0, h0+k1] = [h, k].
Si verifica inoltre che l’addizione e la moltiplicazione che abbiamo definito sono entrambe associative
e commutative; la moltiplicazione `e distributiva rispetto all’addizione. Ogni elemento di Z ha un
simmetrico rispetto all’addizione, detto l’opposto dell’elemento stesso. L’opposto di [h, k] `e [k, h].
Infatti [h, k] + [k, h] = [h +k, k +h] = [0, 0] = 0. L’opposto di a ∈ Z verr`a indicato con −a.
Ora l’equazione (1.4) ha sempre una e una sola soluzione in Z. Infatti da a+x = b segue (sommando
−a ai due membri e tenendo conto delle propriet`a commutativa e associativa) x = b −a (abbiamo
indicato, come `e d’uso, con b −a il risultato dell’addizione b + (−a)). Dunque se l’equazione (1.4)
ha una soluzione, essa `e della forma x = b − a (unicit`a). D’altra parte, sostituendo b − a al posto
di x in (1.4), si trova a + (b − a) = a + (−a + b) = (a − a) + b = 0 + b = b (avendo applicato le
propriet`a commutativa e associativa). Cio`e b −a `e la soluzione cercata (esistenza).
26 CAPITOLO 2. NUMERI
In Z si pu`o definire una relazione d’ordine, dapprima sulle coppie e poi sulle classi (infatti `e com-
patibile con l’equivalenza di coppie): [h, k] < [p, q] se h +q < k +p. Ci`o coincide con il dichiarare
che tutti i numeri negativi vengono prima dello 0 e dei numeri positivi; per i numeri che si possono
confondere con quelli di N, l’ordine `e lo stesso che c’era in N; per i numeri negativi −c
1
< −c
2
se
c
2
< c
1
(c
1
, c
2
∈ N).
La relazione d’ordine `e compatibile con le operazioni nel senso seguente
∀a, b, c ∈ Z se a < b allora a +c < b +c , (2.5)
∀a, b, c ∈ Z se a < b e c > 0 allora a c < b c . (2.6)
Si noti che la (1.6) implica che da a < b e c < 0 segue a c > b c; cio`e la moltiplicazione per un
numero negativo inverte l’ordine di una disuguaglianza.
Ricorderemo infine la validit`a del seguente
Teorema 2.2.1 [Divisione euclidea in Z.] Siano a, b ∈ Z, con b > 0. Allora esiste una e una sola
coppia (q, r) tale che

a = q b +r
0 ≤ r < b.
(2.7)
Dimostrazione: Omessa.
Si verifica infine (con calcolo diretto sulle classi d’equivalenza) che ∀a, b ∈ Z se a b = 0 e a = 0
allora necessariamente b = 0. (Legge d’annullamento del prodotto).
In conclusione, i numeri interi sono un insieme Z dotato di due operazioni + e (indicata anche
con ) tali che valgono le seguenti propriet`a
Associativa per l’addizione
(∀ a, b, c ∈ Z) a + (b +c) = (a +b) +c (2.8)
Esistenza dello zero
(∃ 0 ∈ Z) (∀a ∈ Z) a + 0 = 0 +a = a (2.9)
Esistenza dell’opposto
(∀ a ∈ Z) (∃(−a) ∈ Z) a + (−a) = (−a) +a = 0 (2.10)
2.2. GLI INTERI RELATIVI 27
Commutativa per l’addizione
(∀ a, b ∈ Z) a +b = b +a (2.11)
Associativa per la moltiplicazione
(∀ a, b, c ∈ Z) a (b c) = (a b) c (2.12)
Distributiva
(∀ a, b, c ∈ Z) a (b +c) = a b +a c (2.13)
Commutativa per la moltiplicazione
(∀a, b ∈ Z) a b = b a (2.14)
Esistenza dell’Unit` a
(∃ 1 ∈ Z) (∀a ∈ Z) 1 a = a 1 = a (2.15)
Ricordiamo la terminologia corrente. Un insieme dotato di un’operazione (qui indicata con + e
pi` u in generale indicata con ∗) che soddisfi le condizioni da (2.8) a (2.10) si dice un gruppo. Se
`e soddisfatta anche la (2.11) il gruppo si dice commutativo o abeliano e l’operazione si indica
solitamente con il simbolo d’addizione come qui `e stato fatto. Se l’insieme `e dotato di due operazioni
+ e che soddisfano le condizioni da (2.8) a (2.15) e inoltre vale la distributivit`a anche a destra :
(∀ a, b, c) (b +c) a = b a +c a ,
esso si dice un anello. Se la moltiplicazione `e commutativa, l’anello si dice commutativo. Se esiste
l’unit`a, l’anello si dice con unit`a. Se infine vale la legge d’annullamento del prodotto l’anello si dice
privo di nullifici o dominio d’integrit`a.
Vale infine la pena di notare che in ogni anello il prodotto di un qualsiasi elemento per lo zero
d`a zero: a 0 = a (0 + 0) = a 0 + a 0 (grazie alla distributivit`a); sommando ai due membri
dell’uguaglianza −(a 0) (questo elemento esiste in ogni anello) si trova 0 = a 0.
In conclusione (Z, +, ) `e un anello commutativo con unit`a, privo di nullifici. L’insieme dei numeri
pari relativi con le stesse operazioni, fornisce un esempio di anello commutativo senza unit`a. Le
matrici quadrate con coefficienti interi, per esempio di tipo 22, con la somma definita elemento per
elemento e il prodotto riga per colonna, forniscono un esempio di anello con unit`a, non commutativo
nel quale non vale la legge d’annullamento del prodotto. Si verifica infatti che:

0 1
0 0

1 0
0 0

=

0 0
0 0

=

0 1
0 0

=

1 0
0 0

0 1
0 0

.
Ovviamente in questo caso la matrice zero `e la matrice che ha tutti gli elementi nulli:

0 0
0 0

.
28 CAPITOLO 2. NUMERI
2.3 I numeri razionali
L’equazione a x = b, con a = 0, in generale, non ha soluzione in un anello commutativo con unit`a.
In Z, a x = b, a = 0, a, b ∈ Z, ha soluzione se e solo se a divide b. Se si vuole ottenere una
soluzione in ogni caso, si passa ai numeri razionali, estendendo opportunamente l’insieme numerico
degli interi.
Precisamente, si considerano le coppie di elementi di Z, con secondo elemento non nullo, che
chiameremo (come comunemente si fa) “frazioni, cio`e
F = Z Z

= ¦(a, b): a ∈ Z, b ∈ Z

¦ ,
dove Z

= Z ` ¦0¦.
`
E pi` u usuale indicare le coppie (a, b) con la scrittura
a
b
. Nell’insieme F delle
frazioni si definisce una relazione binaria che `e un’equivalenza:
a
b

p
q
se a q = b p ,
e si defiscono due operazioni
a
b
+
c
d
=
a d +b c
d c
e
a
b

c
d
=
a c
b d
.
Si verifica che l’equivalenza `e compatibile con le operazioni e dunque che le operazioni sono
estendibili alle classi d’equivalenza, cio`e all’insieme F/ ∼, che `e l’insieme cercato Q.
Dunque, se [
a
b
] = ¦
a

b

:
a

b


a
b
¦,
Q = ¦[
a
b
]: a ∈ Z, b ∈ Z e b = 0¦ ,
dotato delle due operazioni
[
a
b
] + [
c
d
] = [
a d +b c
d c
] e [
a
b
] [
c
d
] = [
a c
b d
] .
Si pu`o osservare che vale
a k
b k

a
b
per ogni k ∈ Z, k = 0. Tutti gli elementi del tipo [
a
1
] si
possono confondere con gli elementi a ∈ Z. Infatti essi si comportano come gli elementi di Z nelle
operazioni. Fondamentale `e la propriet`a seguente:
[
a
b
] = [
0
1
] (cio`e a = 0) ⇒ esiste l

inverso di [
a
b
] che `e [
b
a
] . (2.16)
Infatti [
a
b
] [
b
a
] = [
a b
b a
] = [
1
1
]. D’ora in poi gli elementi del tipo [
a
1
] si denoteranno semplicemente
con a; un insieme nel quale valgono le propriet`a dell’anello e inoltre la (2.16) si dice un corpo. Se
la moltiplicazione `e commutativa, il corpo si dice commutativo o campo.
`
E facile riconoscere che
in ogni corpo vale la legge d’annullamento del prodotto: se q = 0, ∃q
−1
: q
−1
q = 1. Perci`o, se
a b = 0 e a = 0, moltiplicando per a
−1
i due membri, si trova: a
−1
(a b) = a
−1
0 = 0. Ma
2.3. I NUMERI RAZIONALI 29
a
−1
(a b) = (a
−1
a) b = b e quindi b = 0. Poich´e [
a k
b k
] = [
a
b
], osserviamo che ci si pu`o sempre
ridurre a frazioni con numeratori e denominatori primi fra loro e con denominatore > 0. Se siamo
in questa condizione, diremo che
p
q
<
m
n
(q > 0, n > 0) se p n < m q. L’ordine in Q `e totale ed `e
compatibile con le operazioni, cio`e
∀a, b, c ∈ Q, a < b ⇒ a +c < b +c , (2.17)
∀a, b ∈ Q, a < b, c > 0 ⇒ a c < b c . (2.18)
Cio`e valgono le stesse condizioni (2.5) e (2.6) che valevano in Z.
L’ordine in Q soddisfa inoltre la propriet`a di essere denso in s´e. Cio`e, se a < b, a, b ∈ Q, esiste
c ∈ Q tale che a < c < b; `e sufficiente prendere c =
a +b
2
.
30 CAPITOLO 2. NUMERI
2.4 I numeri reali
Fin dai tempi dei pitagorici, ci si rese conto dell’insufficienza dei numeri razionali nell’ambito
dell’operazione di misurazione di un segmento di retta rispetto a un segmento assegnato come
unit`a. L’esempio tipico `e la verifica che la diagonale di un quadrato `e incommensurabile rispetto
al lato del quadrato stesso. In termini algebrici ci`o si esprime dimostrando che l’equazione
x
2
= 2
non ha soluzioni razionali. Infatti, se per assurdo ci fosse una soluzione razionale p =
m
n
, con m e
n primi fra loro, allora
m
2
n
2
= 2 e quindi
m
2
= 2 n
2
.
In tale caso m
2
e perci`o m dovrebbero essere pari: m = 2 k, k ∈ N. Ma allora 4 k
2
= 2 n
2
e
quindi n
2
(e perci`o n) dovrebbe essere pari. Dunque m ed n, supposti primi fra loro, dovrebbero
essere entrambi pari e quindi avere un fattore comune 2.
`
E una contraddizione.
Per descrivere la situazione d’insufficienza dei numeri razionali in modo pi` u chiaro e costruttivo,
presentiamo la situazione che si verifica in Q. Diciamo che due classi di numeri (per esempio
razionali) sono separate se A, B = ∅ e ∀a ∈ A, ∀b ∈ B risulta a ≤ b. Un elemento c del campo
numerico in considerazione si dice elemento di separazione delle classi A e B se
∀a ∈ A, ∀b ∈ B a ≤ c ≤ b .
In Q esistono due classi A = ¦r ∈ Q: r ≥ 0, r
2
< 2¦ e B = ¦s ∈ Q: s ≥ 0, s
2
> 2¦, che sono separate,
ma che non hanno alcun elemento di separazione in Q. Infatti da r
2
< s
2
, essendo tutti e due
numeri positivi, segue r < s. Dunque le classi sono separate. Non vi pu`o essere in Q elemento di
separazione, come verificheremo meglio nel seguito. Infatti dimostreremo, in un caso pi` u generale,
che in questa situazione la classe A non ha massimo e la classe B non ha minimo. L’elemento di
separazione allora non potrebbe stare n´e in A n´e in B e quindi dovrebbe essere c
2
= 2, cosa che
non `e possibile per un elemento di Q.
Ipotizzeremo allora l’esistenza di un corpo numerico commutativo ordinato R soddisfacente le pro-
priet`a da (2.8) a (2.15), l’esistenza del reciproco per ogni a ∈ R, a = 0, la compatibilit`a tra
operazioni e ordine analoghe a (2.5) e (2.6) e soddisfacente inoltre il seguente Postulato o Principio
di Dedekind
(D) Se A, B sono separate, allora ∃c ∈ R che `e elemento di separazione delle classi.
Un corpo commutativo ordinato che soddisfa la condizione (D) si dice un corpo ordinato completo.
Da quanto sopra si `e detto, Q `e un corpo commutativo ordinato non completo. Si pu`o dimostrare
che esiste un unico corpo commutativo ordinato completo che contenga come sottocorpo quello dei
2.4. I NUMERI REALI 31
razionali: `e il corpo dei numeri reali. Un modello dei numeri reali `e fornito dalle scritture decimali
limitate e illimitate, periodiche e non periodiche.
Passiamo ora in rassegna le pi` u importanti propriet`a del corpo (o campo) reale R.
2.4.1 L’estremo superiore
Diremo che un sottoinsieme non vuoto A ⊂ R `e superiormente limitato o maggiorato se esiste un
numero reale k ∈ R tale che
(∀a ∈ A) (a ≤ k) .
Un valore k ∈ R siffatto si dice un maggiorante o una limitazione superiore di A. La minima
limitazione superiore di A, se esiste, si dice l’estremo superiore di A e si indica con sup A.
Ebbene `e fondamentale il seguente
Teorema 2.4.1 [Esistenza dell’estremo superiore]. Se A `e un sottoinsieme non vuoto e supe-
riormente limitato di R allora esiste in R la minima limitazione superiore di A. Cio`e esiste
sup A ∈ R.
Dimostrazione: Indichiamo con K = ¦k ∈ R: k `e una limitazione superiore di A¦. Per ipotesi
K = ∅ e A = ∅. Dunque per ogni k ∈ K e per ogni a ∈ A abbiamo a ≤ k. Allora A e K sono due
classi separate. Esiste, poich´e vale (D), un elemento c che separa le due classi. Cio`e vale
∀a ∈ A, ∀k ∈ K, a ≤ c ≤ k .
La prima disuguaglianza dice che c `e una limitazione superiore di A, cio`e c ∈ K; la seconda dice
che c `e la minima limitazione superiore di A. In un insieme totalmente ordinato come R (o Q), il
minimo o il massimo di un insieme, se esistono, sono unici. (Infatti se m
1
e m
2
sono minimi di un
insieme M, vale, in particolare, m
1
≤ m
2
, ma anche m
2
≤ m
1
. Per l’antisimmetria della relazione
d’ordine, segue che m
1
= m
2
).
Dunque esiste uno e un solo minimo di K nell’insieme R dei numeri reali. Cio`e esiste ed `e unico
l’estremo superiore di A: sup A.
Per la comodit`a d’uso `e utile tenere presente la seguente caratterizzazione dell’estremo superiore
di un insieme non vuoto A.
Teorema 2.4.2 [Propriet`a caratteristiche del sup]. Sia A un insieme non vuoto e superiormente
limitato di R. Un numero λ ∈ R `e l’estremo superiore di A se e solo se soddisfa le seguenti propriet`a
1. (∀a ∈ A) (a ≤ λ);
32 CAPITOLO 2. NUMERI
2. (∀ε > 0) (∃a ∈ A) a > λ −ε.
Dimostrazione: Sia ∅ = A ⊂ R e sia A superiormente limitato. Allora, per il teorema precedente,
esiste sup A. Il numero sup A ∈ R `e una limitazione superiore di A, dunque soddisfa la condizione
1. Ma `e anche la minima limitazione superiore e, quindi nessun numero < sup A pu`o essere una
limitazione superiore di A: ogni numero < sup A deve essere superato da qualche elemento di A;
ma questo `e quanto afferma la condizione 2.
Viceversa, supponiamo che un numero λ ∈ R soddisfi le condizioni 1. e 2. Allora la 1. ci dice
che questo numero `e una limitazione superiore di A, mentre la 2. ci dice che `e la minima fra le
limitazioni superiori. Dunque λ = sup A.
Osservazione 2.4.1 Analogamente a quanto si `e fatto per l’estremo superiore, si dimostra che se
∅ = A ⊂ R `e inferiormente limitato, o minorato, cio`e se esiste h ∈ R tale che ∀a ∈ A vale h ≤ a,
allora esiste la massima limitazione inferiore che si dice l’estremo inferiore di A, indicato da inf A.
Le propriet`a caratteristiche dell’inf sono le seguenti: un numero reale µ `e estremo inferiore di A
non vuoto e inferiormente limitato se e solo se valgono
1. (∀a ∈ A) (a ≥ µ);
2. (∀ε > 0) (∃a ∈ A) a < µ +ε.
Osservazione 2.4.2 Se ∅ = A ⊂ R non `e superiormente limitato, cio`e, se ∀k ∈ R, ∃a ∈ A tale
che a > k, allora si dice in modo convenzionale, che sup A = +∞. Analogamente, se A non `e
inferiormente limitato, allora, convenzionalmente, inf A = −∞. Scrivere sup A < +∞ significa
dire che A `e superiormente limitato; inf A > −∞ significa che A `e inferiormente limitato.
Osservazione 2.4.3 Si noti che +∞ e −∞ non sono numeri reali !
Osservazione 2.4.4 Noi abbiamo fatto discendere l’esistenza di sup A dal postulato di Dedekind.
Se ammettiamo che ogni insieme non vuoto e superiormente limitato di R abbia un estremo supe-
riore, allora si pu`o dedurre che vale la propriet`a (D). Dunque il postulato di Dedekind e l’esistenza
dell’estremo superiore sono propriet`a equivalenti in R. Analogamente sono equivalenti l’esistenza
dell’estremo superiore e dell’estremo inferiore. Dimostriamo, per esempio, che se ogni insieme in-
feriormente limitato non vuoto ha estremo inferiore, allora ogni coppia di classi separate A e B ha
un elemento di separazione. Infatti B `e inferiormente limitata (per esempio da tutti gli elementi
di A) e non vuota. Perci`o esiste ν = inf B. Per definizione ν ≤ b, per ogni b ∈ B. Inoltre ν `e
la massima delle limitazioni inferiori e gli elementi a ∈ A sono limitazioni inferiori. Perci` o vale
a ≤ ν, per ogni a ∈ A. In conclusione ν `e compreso tra le due classi.
2.4. I NUMERI REALI 33
Le affermazioni che non sono gi`a state dimostrate nell’osservazione precedente possono costituire
un ottimo esercizio per verificare la comprensione dell’argomento
1
.
2.4.2 La propriet`a di Archimede
Si dimostra quanto segue
Teorema 2.4.3 Siano a e b due numeri reali > 0. Allora esiste un numero naturale n > 0 tale
che n a > b.
Dimostrazione: Se 0 < b < a, basta prendere n = 1. Supponiamo dunque 0 < a < b.
Consideriamo l’insieme dei multipli di a:
A = ¦n a : n ∈ N
+
¦ .
Osserviamo che non pu`o essere n a ≤ b , ∀n ∈ N
+
. Se cos`ı fosse, esisterebbe c = sup A e quindi
varrebbe
1. n a ≤ c , ∀n ∈ N
+
2. ∀ε > 0, ∃n ∈ N
+
tale che n a > c −ε.
Preso, in particolare, ε = a > 0, avremmo n a > c −a, cio`e (n + 1) a > c, contro la validit`a della
condizione 1. Dunque esiste qualche valore n > 1 tale che n a > b.
2.4.3 Il valore assoluto
Si definisce il valore assoluto di un numero reale x come segue
[x[ =

x, se x ≥ 0,
−x, se x < 0.
(2.19)
Per il valore assoluto valgono le seguenti propriet`a.
[ −a[ = [a[; [[a[[ = [a[; [a b[ = [a[ [b[ .
Inoltre vale la disuguaglianza triangolare
[a +b[ ≤ [a[ +[b[ , (2.20)
1
Infine si pu`o osservare che se A = ∅ si pu`o coerentemente affermare che sup A = −∞ e che inf A = +∞ (ma si
tratta di . . . stranezze da matematici, che si possono anche trascurare per il momento)!
34 CAPITOLO 2. NUMERI
e anche
[[a[ −[b[[ ≤ [a −b[ . (2.21)
Per dimostrare la (2.20) non c’`e altro da fare che verificare i vari casi possibili: a ≥ 0 e b ≥ 0;
a > 0, b < 0 ma a +b ≥ 0; a > 0, b < 0 ma a +b < 0; a < 0 e b < 0. Infine ci sono i casi nei quali
a e b si scambiano i segni. Se a ≥ 0 e b ≥ 0, allora a + b ≥ 0 e quindi [a + b[ = a + b = [a[ + [b[.
Analogamente se a < 0 e b < 0 allora a+b < 0 e quindi [a+b[ = −(a+b) = (−a) +(−b) = [a[ +[b[.
La disuguaglianza vale come uguaglianza. Se a > 0, b < 0 ma a + b ≥ 0, si ha [a + b[ = a + b <
a+(−b) = [a[ +[b[ (b `e negativo, e quindi −b `e positivo). Infine, se a > 0, b < 0 ma a+b < 0, si ha
[a +b[ = −(a +b) = −a + (−b) < [a[ +[b[. Infatti, essendo a > 0 `e −a < [a[ = a, mentre −b = [b[,
essendo b < 0. Scambiando a e b, si tiene conto degli altri due casi. Dimostrata che sia la (1.20),
si trova:
[a[ = [a −b +b[ ≤ [a −b[ +[b[ cio`e [a[ −[b[ ≤ [a −b[ .
Analogamente
[b[ = [b −a +a[ ≤ [b −a[ +[a[ cio`e [b[ −[a[ ≤ [b −a[ .
Ossia
[a[ −[b[ ≥ −[b −a[ = −[a −b[ .
In definitiva
−[a −b[ ≤ [a[ −[b[ ≤ [a −b[ ossia [[a[ −[b[[ ≤ [a −b[ .
2.4.4 Densit`a di Q in R
Vale il seguente
Teorema 2.4.4 Q `e denso in R. Ossia, dato a ∈ R e ε > 0, ε ∈ R, esiste q ∈ Q tale che
a −ε < q < a +ε cio`e [a −q[ < ε .
Dimostrazione: Cominciamo a supporre a ≥ 0. Allora esiste certamente un numero naturale m
tale che m ≤ a < m + 1. (Per verificare ci`o si pu`o ricorrere ancora alla propriet`a di Archimede:
presi i numeri reali a ≥ 0 e 1 esiste certamente un numero naturale n ≥ 1 tale che n 1 > a. Preso il
minimo di tali numeri (si sa che il minimo esiste) e scritto tale minimo nella forma m+1, si ottiene
m ≤ a < m + 1). Sia poi dato ε > 0. Se ε ≥ 1, vale a − ε < m ≤ a < m + 1 ≤ a + ε e dunque
q = m `e il numero cercato tale che a − ε < q < a + ε. Sia poi 0 < ε < 1. Esiste, per Archimede,
k ∈ N
+
tale che k ε > 1 e quindi
1
k
< ε. Consideriamo i numeri del tipo n
h
= m + h
1
k
. Per
h = 0 si ha n
0
= m ≤ a; per h = k vale n
k
= m + 1 > a. Dunque esiste qualche h

tale che
n
h
≤ a < n
h

+1
= n
h
+
1
k
< a + ε. Preso p = n
h

+1
, esso `e un numero razionale tale che
a < p < a +ε e, a maggior ragione, a −ε < p < a +ε. Quindi
[a −p[ < ε .
2.4. I NUMERI REALI 35
Se a < 0, −a > 0; dunque esiste un numero razionale q tale che [ −a −q[ < ε. Allora, se p = −q si
trova [ −a +p[ = [a −p[ < ε.
Osserviamo che, se c < d con c, d ∈ R, posto a =
c +d
2
e ε =
d −c
2
, si pu`o affermare che vale il
teorema di densit`a di Q in R nella forma seguente
Teorema. Se c, d sono numeri reali e c < d, allora esiste un numero razionale r tale che c < r < d.

Possiamo infine osservare che fra due numeri reali qualsiasi c’`e sempre un numero irrazionale.
Infatti, siano a < b due numeri reali. Per la densit`a di Q in R, esiste un numero razionale r tale
che a < r < b e, per la stessa ragione, ne esiste un altro s ∈ Q tale che a < r < s < b. Allora
il numero c = r +
s −r

2
`e certamente irrazionale e vale a < r < c < s < b, e quindi, a maggior
ragione, a < c < b.
2.4.5 Radice n-esima di un numero reale
Abbiamo il seguente
Teorema 2.4.5 Sia a ≥ 0 un numero reale. Sia n un numero naturale ≥ 1. L’equazione
x
n
= a
ha una e una sola soluzione reale ≥ 0.
Dimostrazione: Osserviamo che la funzione f(x) = x
n
`e crescente su R
+
. Cio`e, se 0 < x
1
< x
2
e n ≥ 1, allora vale 0 < x
n
1
< x
n
2
.
(Se qualcuno ne dubitasse, ci`o si pu`o dimostrare per induzione. Per n=1, ovviamente, la proposizione vale:
0 < x
1
< x
2
⇒0 < (x
1
)
1
< (x
2
)
1
. Supponiamo che la proposizione valga per n e dimostriamo che vale anche
per n+1. Dunque valga 0 < x
1
< x
2
⇒0 < (x
1
)
n
< (x
2
)
n
. Moltiplicando i due membri della disuguaglianza
0 < (x
1
)
n
< (x
2
)
n
per x
1
> 0, si trova (*) 0 < (x
1
)
n+1
< (x
2
)
n
x
1
, mentre moltiplicando i due membri
della disuguaglianza 0 < x
1
< x
2
per (x
2
)
n
> 0, si trova (**) 0 < x
1
(x
2
)
n
< (x
2
)
n+1
. Confrontando le due
disuguaglianze (*) e (**), per transitivit`a, si ottiene finalmente 0 < (x
1
)
n+1
< (x
2
)
n+1
. Per induzione vale
dunque 0 < x
1
< x
2
⇒0 < (x
1
)
n
< (x
2
)
n
∀ n ∈ N
+
).
Consideriamo ora le due classi
C = ¦c ∈ R: c ≥ 0, c
n
< a¦ e D = ¦d ∈ R: d ≥ 0, d
n
> a¦ .
Le due classi C e D sono non vuote e separate. Infatti, 0 ∈ C e (a + 1) ∈ D; inoltre per ogni
c ∈ C e per ogni d ∈ D si ha c
n
< a < d
n
e quindi c < d. Per Dedekind esiste un elemento di
36 CAPITOLO 2. NUMERI
separazione α ∈ R tale che ∀c ∈ C , ∀d ∈ D c ≤ α ≤ d. Possiamo chiederci se `e α ∈ C oppure
α ∈ D. Mostreremo che nessuna di queste ipotesi vale e che quindi non vale n´e α
n
< a, n´e α
n
> a,
restando quindi la sola alternativa che sia α
n
= a. Per verificare questo fatto dimostreremo che la
classe C non ha massimo e che la classe D non ha minimo.
Sia c ∈ C, dimostriamo che esiste c
1
> c, tale che c
1
∈ C. Cercheremo c
1
nella forma c + ε, con
ε > 0.
c
n
1
= (c +ε)
n
= c
n
+

n
1

ε c
n−1
+

n
2

ε
2
c
n−2
+. . . +

n
n

ε
n
.
Possiamo supporre che sia ε < 1; in questo caso vale ε > ε
k
, se k > 1. Perci`o avremo
c
n
1
= (c +ε)
n
< c
n
+n ε c
n−1
+

n
2

ε c
n−2
+. . . +

n
n

ε = c
n
+ε K ,
dove K = nc
n−1
+

n
2

c
n−2
+. . .+

n
n

> 0. Osservando che c
n
< a, se scegliamo 0 < ε <
a −c
n
K
,
si ha c
n
+ ε K < a e, a maggior ragione, c
n
1
= (c + ε)
n
< a, dunque c
1
∈ C. Questo fatto ci dice
che α ∈ C. Infatti, se fosse α ∈ C, esisterebbe c
1
> α, c
1
∈ C, contro il fatto che ∀c ∈ C c ≤ α.
Dunque α / ∈ C e quindi α
n
≥ a. Ma la classe D non ha minimo. Cio`e dimostriamo che se d ∈ D,
ossia, se d
n
> a, esiste d
1
< d, tale che d
1
∈ D.
Prendiamo d
1
della forma d
1
= d −ε e cerchiamo di scegliere ε > 0 in modo che d
n
1
= (d −ε)
n
> a.
d
n
1
= (d −ε)
n
= d
n

n
1

ε d
n−1
+

n
2

ε
2
d
n−2
+. . . + (−1)
n

n
n

ε
n
Tenendo presente che si pu`o prendere 0 < ε < 1, con ragionamento analogo a quello sopra fatto, si
trova
d
n
1
= (d −ε)
n
> c
n
−n ε d
n−1

n
2

ε d
n−2
−. . . −

n
n

ε = d
n
−ε H ,
dove H = n d
n−1
+

n
2

d
n−2
+ . . . +

n
n

> 0. Se chiediamo che d
n
− ε H > a, e quindi se
0 < ε <
d
n
−a
H
, allora, a maggior ragione, d
n
1
> a, cio`e d
1
∈ D, con d
1
< d. Ora si pu`o concludere
che α / ∈ D. Se fosse α ∈ D, allora esisterebbe d
1
∈ D, d
1
< α, contro la propriet`a di α di essere
elemento di separazione fra le classi C e D. Non potendo essere neppure α
n
> a, resta α
n
= a.
Abbiamo cos`ı dimostrato che una soluzione dell’equazione x
n
= a esiste; d’altra parte essa `e unica,
essendo x
n
funzione crescente. Se 0 ≤ α
1
< α
2
allora α
n
1
< α
n
2
. Dunque solo uno dei due numeri
pu`o uguagliare a.
L’unico numero α ≥ 0 tale che α
n
= a, con a ≥ 0 si dice la radice n-esima di a e si denota con
n

a
o con (a)
1
n
.
2.4. I NUMERI REALI 37
Se n `e pari, null’altro `e da aggiungere;
n

a `e definita solo per gli a ≥ 0.
Se n `e dispari e a < 0, allora −a > 0. Esiste un solo numero positivo α (=
n

−a), tale che
α
n
= −a. Allora (−α)
n
= (−1)
n
α
n
= −α
n
= −(−a) = a. Dunque, se n `e dispari, esiste una
soluzione (necessariamente unica) dell’equazione x
n
= a quale che sia a ∈ R. Questa soluzione si
indica ancora con il simbolo
n

a. Invece conveniamo che la scrittura (a)
1
n
sia definita solamente se
a ≥ 0.
In definitiva: se a ≥ 0,
n

a = (a)
1
n
; se a < 0 e n `e dispari,
n

a = −(−a)
1
n
. Se a < 0 e n `e pari,
n

a
non `e definito.
2.4.6 Scrittura decimale dei numeri razionali e reali
`
E noto che i numeri razionali ammettono una scrittura decimale che `e limitata (cio`e da un certo
punto in poi tutte le cifre sono 0) o periodica (cio`e esiste un gruppo di cifre c
k+1
. . . c
k+p
che si
ripetono indefinitamente). Ossia ogni numero razionale ammette una scrittura del tipo
m
n
= q, c
1
c
2
. . . c
r
oppure
m
n
= q, c
1
c
2
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
. . .
= q, c
1
c
2
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
.
Vediamo di giustificare brevemente questo fatto. Supponiamo, per semplicit`a, che il numero ra-
zionale
m
n
sia positivo e quindi, supponiamo m > 0, n > 0 e primi fra loro. Dividendo m per n,
troveremo quoziente q e resto r < n: m = q n +r e quindi
m
n
= q +
r
n
,
con
r
n
< 1. Vogliamo trovare quanti decimi ci sono in
r
n
. Perci`o scriveremo
m
n
= q +
1
10

10 r
n
,
ed eseguiremo la divisione di 10 r per n: 10 r = c
1
n +r
1
, con r
1
< n. Ossia
10 r
n
= c
1
+
r
1
n
e
quindi
m
n
= q +
c
1
10
+
1
10

r
1
n
= q +
c
1
10
+
1
10
2

10 r
1
n
.
Ora si dovr`a determinare il numero di decimi in
r
1
n
< 1 (e quindi il numero di centesimi in
1
10

r
1
n
).
Si proceder`a come in precedenza: 10 r
1
= c
2
n +r
2
, r
2
< n, e quindi
10 r
1
n
= c
2
+
r
2
n
, ossia
m
n
= q +
c
1
10
+
c
2
10
2
+
1
10
2

r
2
n
= q +
c
1
10
+
c
2
10
2
+
1
10
3

10 r
2
n
.
Si ottengono cos`ı le successive cifre decimali dell’espansione della frazione
m
n
. In generale, la
cifra k-esima si ottiene dall’uguaglianza 10 r
k−1
= c
k
n + r
k
, r
k
< n. Poich´e i possibili resti
38 CAPITOLO 2. NUMERI
della divisione per n sono n, cio`e 0, 1, 2, . . . , (n − 1), ci dovranno essere numeri naturali k e p
tali che r
k−1
= r
k+p−1
, e quindi c
k
= c
k+p
; le cifre c
k+1
. . . c
k+p
si ripeteranno indefinitamente
e costituiranno il periodo della scrittura decimale considerata. Osserviamo infine che la scrittura
decimale di un numero razionale non pu`o avere periodo 9. Se cos`ı fosse, per qualche k ∈ N
+
,
dovrebbe aversi 10 r
k
= 9 n + r
k
, cio`e 9 r
k
= 9 n, e quindi r
k
= n, contro il fatto che `e invece
0 ≤ r
k
< n.
Le cifre comprese tra la virgola e il periodo si sogliono chiamare antiperiodo.
Naturalmente pu`o accadere che sia r
k−1
= 0 per qualche valore di k ≥ 1. In questo caso si otterr`a
0 = c
k
n +r
k
, che `e possibile solo se c
k
= 0, r
k
= 0, e quindi c
h
= 0, r
h
= 0 per ogni h ≥ k. Allora
accade che
m
n
=
d
10
k
e quindi che 10
k
m = d n, con d ∈ N
+
. Se n contenesse qualche fattore
primo diverso da 2 e da 5, esso dovrebbe dividere m, contro l’ipotesi che m e n siano primi fra loro.
Dunque, se il numero ha scrittura decimale limitata, il denominatore n pu`o contenere solo potenze
di 2 e di 5. Viceversa, se n = 2
r
5
s
, moltiplicando entrambi i termini della frazione
m
n
per 5
r−s
se
r > s o per 2
s−r
se s > r, ci si pu`o ridurre a una frazione del tipo
5
r−s
m
10
r
oppure
2
s−r
m
10
s
. Se
r = s il numero `e gi`a nella forma voluta. Se un numero si scrive in forma
M
10
k
, allora certamente `e
r
h
= 0, per qualche valore di h; infatti basta pensare a M scritto in base dieci. La scrittura decimale
di
m
n
si denoter`a dunque come `e usuale:
m
n
= q, c
1
c
2
c
3
. . ., e sar`a o limitata o periodica. Se la
scrittura `e limitata, cio`e q, c
1
c
2
c
3
. . . c
k
= q +
c
1
10
+. . .
c
k
10
k
, `e immediato costruire una frazione dalla
quale essa proviene. Se invece la scrittura `e di tipo periodico, q, c
1
c
2
c
3
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
, supposto
che essa rappresenti un numero razionale, detto x = q, c
1
c
2
c
3
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
tale numero, si vede
facilmente che 10
k+p
x −10
k
x = qc
1
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
, c
k+1
. . . c
k+p
−qc
1
. . . c
k
, c
k+1
. . . c
k+p
, cio`e
10
k
(10
p
− 1) x = qc
1
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
− qc
1
. . . c
k
. Di qui si ottiene la ben nota regola per la
frazione generatrice
x =
qc
1
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
−qc
1
. . . c
k
999 . . . 9
. .. .
000 . . . 0
. .. .
p volte k volte
.
Evidentemente qc
1
. . . c
k
c
k+1
. . . c
k+p
e qc
1
. . . c
k
sono due numeri naturali dati in base dieci, dove
c
1
. . . sono cifre mentre q non `e una cifra ma un numero di N, che si dovr`a pensare rappresentato
dalle sue cifre.
`
E poi chiaro che lo sviluppo della frazione x ha la scrittura decimale dalla quale
siamo partiti.
Supponiamo ora che sia data una scrittura decimale qualsiasi: q, c
1
. . . c
k
. . .. Se essa `e limitata o
periodica, rappresenta un numero razionale, come abbiamo visto. Supponiamola illimitata, non
periodica. Ad essa si potr`a associare una coppia di classi cos`ı costruite
A = ¦q, q +
c
1
10
, . . . , q +
c
1
10
+. . .
c
k
10
k
, . . .¦
e
B = ¦q + 1, q +
c
1
10
+
1
10
, . . . , q +
c
1
10
+. . .
c
k
10
k
+
1
10
k
, . . .¦ .
Gli elementi di A e B sono elencati in ordine crescente quelli di A e decrescente quelli di B e ogni
elemento di A `e minore di ogni elemento di B. Dunque le classi sono classi separate di numeri
2.4. I NUMERI REALI 39
razionali (e quindi reali). Debbono avere un elemento di separazione α, che per`o `e unico. Infatti la
distanza tra q +
c
1
10
+. . .
c
k
10
k
+
1
10
k
∈ B e q +
c
1
10
+. . .
c
k
10
k
∈ A `e
1
10
k
che pu`o essere piccola quanto
si vuole. Se due elementi α e β fossero compresi tra le due classi, la distanza tra esse non potrebbe
scendere al di sotto di β −α, contro quanto qui accade. Dunque ogni scrittura decimale individua
un numero reale (eventualmente razionale). Date due scritture decimali (che individuano due
numeri reali) α = a
0
, a
1
. . . a
k
. . . e β = b
0
, b
1
. . . b
k
. . ., diremo che α < β se α precede β nell’ordine
lessicografico. Cio`e se a
0
< b
0
oppure se esiste k ∈ N
+
tale che a
0
= b
0
, a
1
= b
1
, . . . , a
k−1
= b
k−1
,
ma a
k
< b
k
. Si vede che si tratta di una relazione d’ordine tra scritture decimali che `e un ordine
totale. Faremo ora vedere che l’insieme delle scritture decimali `e completo.
`
E pi` u semplice mostrare
che ogni insieme inferiormente limitato di scritture decimali ha un estremo inferiore. Sia B = ∅ un
insieme non vuoto di scritture decimali, inferiormente limitato. Ci`o significa che esiste una scrittura
decimale κ = k
0
, k
1
k
2
. . . tale che κ ≤ β, ∀β ∈ B. Sia β ∈ B, β = b
0
, b
1
. . . b
h
. . ..
`
E k
0
≤ b
0
. Si
considerino i numeri k
0
− 1 < k
0
< . . . < b
0
− 1 < b
0
. (Cominciamo da k
0
− 1 perch´e κ potrebbe
essere negativo). Esiste certamente uno di questi numeri n
0
che `e un minorante di B ed `e il massimo
tra tali minoranti. Ossia n
0
`e tale che n
0
≤ β, per tutti i β ∈ B, ma c’`e qualche β ∈ B minore di
n
0
+1. Si divida poi l’intervallo compreso tra n
0
e n
0
+1 in dieci parti uguali e si prenda n
1
in modo
che n
0
+
n
1
10
sia il massimo minorante di B, fra i numeri di quel tipo. (Cio`e n
0
+
n
1
10
≤ β, per tutti i
β ∈ B, ma esiste qualche elemento di B minore di n
0
+
n
1
10
+
1
10
). Determinato n
0
+
n
1
10
+. . . +
n
h
10
h
in modo che sia il massimo minorante di B, fra i numeri di quel tipo, si divida in dieci parti uguali
la distanza tra n
0
+
n
1
10
+ . . . +
n
h
10
h
e n
0
+
n
1
10
+ . . . +
n
h
10
h
+
1
10
h
. In questo modo si pu`o trovare
n
h+1
in modo tale che n
0
+
n
1
10
+. . . +
n
h
10
h
+
n
h+1
10
h+1
sia il massimo minorante di B tra i numeri di
quel tipo.
`
E allora chiaro che il numero
ν = n
0
, n
1
n
2
. . . n
h
. . .
`e un minorante di B e che fra tutti i minoranti, per costruzione, `e il massimo; cio`e
ν = inf B .
Sulla base di quanto detto nell’osservazione 2.4.4, l’insieme delle scritture decimali `e perci`o com-
pleto.
Diamo ora un accenno di verifica delle propriet`a formali di R. Dati α = a
0
, a
1
. . . a
k
. . . e β =
b
0
, b
1
. . . b
k
. . . e supposti entrambi i numeri positivi, definiamo α +β e α β come segue
α +β = sup¦a
0
+b
0
, a
0
+
a
1
10
+b
0
+
b
1
10
, . . . ,
a
0
+
a
1
10
+. . .
a
k
10
k
+b
0
+
b
1
10
+. . .
b
k
10
k
, . . .¦
e
α β = sup¦a
0
b
0
, (a
0
+
a
1
10
) (b
0
+
b
1
10
), . . . ,
(a
0
+
a
1
10
+. . .
a
k
10
k
) (b
0
+
b
1
10
+. . .
b
k
10
k
), . . .¦
40 CAPITOLO 2. NUMERI
Dei segni si terr`a conto in modo ovvio. Si verifica facilmente che le operazioni sono associative,
commutative, che la moltiplicazione `e distributiva rispetto all’addizione. Lo zero `e dato da 0 e
l’unit`a da 1. L’opposto di α = a
0
, a
1
. . . a
k
. . . `e −a
0
, a
1
. . . a
k
. . ., con l’ovvio significato del segno
−. Il reciproco di α = a
0
, a
1
. . . a
k
. . . > 0 `e naturalmente
α
−1
= inf¦
1
a
0
,
1
a
0
+
a
1
10
, . . . ,
1
a
0
+
a
1
10
+. . .
a
k
10
k
, . . .¦ .
2.4.7 Intervalli di R
Si dicono intervalli di R gli insiemi
[a, b] = ¦x ∈ R: a ≤ x ≤ b¦ con a, b ∈ R, a < b. Intervallo chiuso e limitato di estremi a
e b.
(a, b] =]a, b] = ¦x ∈ R: a < x ≤ b¦. Intervallo limitato aperto a sinistra e chiuso a
destra di estremi a e b.
[a, b) = [a, b[= ¦x ∈ R: a ≤ x < b¦. Intervallo limitato chiuso a sinistra e aperto a
destra di estremi a e b.
(a, b) =]a, b[= ¦x ∈ R: a < x < b¦. Intervallo limitato aperto di estremi a e b.
[a, +∞) = [a, +∞[= ¦x ∈ R: a ≤ x¦. Semiretta destra chiusa di origine a.
(a, +∞) =]a, +∞[= ¦x ∈ R: a < x¦. Semiretta destra aperta di origine a.
(−∞, b] =] −∞, b] = ¦x ∈ R: x ≤ b¦. Semiretta sinistra chiusa di origine b.
(−∞, b) =] −∞, b[= ¦x ∈ R: x < b¦. Semiretta sinistra aperta di origine b.
R = (−∞, +∞) =] −∞, +∞[. Retta reale.
Gli intervalli sono caratterizzati dalla seguente propriet`a
Proposizione 2.4.1 Un insieme E ⊂ R che contenga pi` u di un punto `e un intervallo se e solo se
ha la seguente propriet`a:
(I) Se x
1
, x
2
∈ E e x
1
< x
2
, x
1
< x < x
2
implica x ∈ E.
Dimostrazione: Omessa.
Abbiamo gi`a introdotto il concetto di classi separate di numeri reali. Ci sar`a utile un concetto
simile al precedente:
2.4. I NUMERI REALI 41
Diremo che due classi separate A e B di numeri reali sono contigue se, preso comunque un numero
ε > 0, esistono a ∈ A e b ∈ B tali che b −a < ε.
Osservazione 2.4.5 Dalla definizione segue facilmente che se due classi separate A e B sono
contigue, allora esiste un solo elemento di separazione tra le due classi. Infatti, se ce ne fossero
due, δ
1
< δ
2
, la distanza tra le classi non potrebbe scendere sotto δ
2
−δ
1
e, in particolare, scegliendo
0 < ε < δ
2
−δ
1
, la definizione di contiguit`a non potrebbe essere soddisfatta.
Teorema 2.4.6 [ di Cantor, sugli intervalli incapsulati]. Sia data una successione ¦I
n
: n ∈ N¦ di
intervalli chiusi e limitati, decrescenti per inclusione. Cio`e sia data la successione
I
0
= [a
0
, b
0
] ⊃ I
1
= [a
1
, b
1
] ⊃ . . . ⊃ I
n
= [a
n
, b
n
] ⊃ . . . .
Allora c’`e almeno un punto comune a tutti gli intervalli. Se esistono intervalli di lunghezza piccola
quanto si vuole, c’`e un solo punto comune a tutti gli intervalli.
Dimostrazione: Da [a
0
, b
0
] ⊃ [a
1
, b
1
] ⊃ . . . ⊃ [a
n
, b
n
] ⊃ . . ., segue a
0
≤ a
1
≤ . . . ≤ a
n
≤ . . . e
b
0
≥ b
1
. . . ≥ b
n
≥ . . ., con a
n
< b
n
per ogni n ∈ N. Consideriamo le due classi
A = ¦a
n
: n ∈ N¦ e B = ¦b
n
: n ∈ N¦ .
Le due classi A e B sono separate. Siano m, n ∈ N. Se m < n `e I
n
⊂ I
m
e quindi a
m
≤ a
n
< b
n
≤ b
m
;
perci`o vale a
m
< b
n
. Se m = n la conclusione `e ovviamente la stessa. Se n < m, avremo I
m
⊂ I
n
e quindi a
n
≤ a
m
< b
m
≤ b
n
e quindi, ancora, a
m
< b
n
. Dunque, comunque si prendano m, n ∈ N
si verifica che a
m
< b
n
, cio`e le classi sono separate. Per Dedekind, esiste dunque un elemento di
separazione, cio`e un elemento c ∈ R, tale che ∀ m, n ∈ N si ha a
m
≤ c ≤ b
n
e, in particolare,
∀n ∈ N, si ha a
n
≤ c ≤ b
n
. Per la propriet`a caratteristica degli intervalli ci`o significa che c ∈ I
n
per
ogni n ∈ N, ossia c ∈

¸
n=0
I
n
.
Anzi, se α = sup A, ∀ m, n ∈ N vale a
m
≤ α ≤ b
n
, essendo α la minima limitazione superiore di A
mentre i b
n
sono limitazioni superiori di A. Per analoga ragione, se β = inf B, vale
a
m
≤ α ≤ β ≤ b
n
, ∀ m, n ∈ N .
Dunque tutti i numeri α ≤ γ ≤ β sono compresi tra le due classi e, per la propriet`a caratteristica
degli intervalli, stanno in ∩

n=0
I
n
. Solamente questi numeri stanno in tutti gli intervalli. Infatti se
c < α esiste qualche a
n
∈ A tale che a
n
> c e quindi c non `e elemento di separazione tra le classi
A e B. Se poi c > β esisterebbe qualche b
n
< c, e, anche in questo caso, c non potrebbe essere
elemento di separazione tra le due classi. Supponiamo poi che per ogni ε > 0 esista qualche n ∈ N
tale che b
n
−a
n
< ε. Allora le due classi A e B sono contigue e solo un numero pu`o essere compreso
tra le due classi.
Osservazione 2.4.6 In R due classi separate A e B sono contigue se e solo se sup A = inf B.
`
E
chiaro che questa definizione di contiguit`a delle classi si pu`o adottare solo in un corpo completo,
42 CAPITOLO 2. NUMERI
nel quale esiste sup A per ogni insieme non vuoto e superiormente limitato. In Q invece, `e valida
in ogni caso la definizione data in precedenza(per ogni ε > 0, esistono a ∈ A e b ∈ B tali che
b −a < ε), mentre in generale non ha senso quella basata su sup e inf.
2.5 Topologia della retta reale
Diremo intervallo sferico di centro x
0
e raggio δ > 0 l’insieme
I
δ
x
0
= ¦x ∈ R: x
0
−δ < x < x
0
+δ¦ = ¦x ∈ R: [x −x
0
[ < δ¦ .
Diremo intorno di x
0
∈ R ogni insieme U che sia soprainsieme di un intervallo sferico di centro x
0
.
Cio`e U `e intorno di x
0
se ∃ δ > 0 tale che U ⊃ I
δ
x
0
. Indicheremo con 1
x
la famiglia degli intorni di
x. Gli intorni di un punto soddisfano le seguenti propriet`a:
(I1) ∀U ∈ 1
x
U = ∅.
(I2) Se U
1
, U
2
∈ 1
x
, allora U
1
∩ U
2
∈ 1
x
.
(I3) Se U ∈ 1
x
e V ⊃ U, allora V ∈ 1
x
.
Ci`o si vede agevolmente: infatti, se U ∈ 1
x
, esiste δ > 0 tale che I
δ
x
⊂ U. Almeno x ∈ U, che `e
quindi non vuoto. Se U
1
, U
2
∈ 1
x
, allora esistono δ
1
> 0, δ
2
> 0 tale che U
i
⊃ I
δ
i
x
, (i = 1, 2). Se
δ = min(δ
1
, δ
2
), allora U
i
⊃ I
δ
x
, (i = 1, 2), e quindi U
1
∩ U
2
⊃ I
δ
x
. Cio`e U
1
∩ U
2
∈ 1
x
. Infine se
V ⊃ U ∈ 1
x
, evidentementemente, V ∈ 1
x
.
Conviene inoltre osservare che in R gli intorni dei punti soddisfano un’ulteriore proriet`a, detta
assioma di separazione di Hausdorff
2
:
(H) Se x = y esistono intorni U ∈ 1
x
e V ∈ 1
y
tali che U ∩V = ∅, cio`e U e V sono intorni disgiunti
di x e y rispettivamente.
Ci`o si pu`o vedere agevolmente come segue. Se x = y, sia 0 < ε <
[x −y[
2
. Allora U = ¦z ∈
R: [z − x[ < ε¦ e V = ¦z ∈ R: [z − y[ < ε¦ sono gli intorni cercati. Infatti non ci pu`o essere
z ∈ U ∩ V . Se, per assurdo, ci fosse avremmo [x − y[ ≤ [x − z[ + [z − y[ < 2 ε < [x − y[, che `e
chiaramente una contraddizione.
Un punto x ∈ R si dice d’accumulazione per un insieme E ⊂ R se ogni intorno di x, U ∈ 1
x
,
contiene infiniti punti di E.
3
2
Felix Hausdorff (1868–1942). Lavor`o a Bonn fino al 1935, quando, essendo ebreo, fu costretto a dimettersi dal
regime nazista. Fu insigne studioso della topologia e della teoria degli insiemi. Molte sue ricerche di teoria degli
insiemi sono tuttora di grande attualit`a e hanno trovato di recente notevoli applicazioni.
3
Precisiamo meglio il significato di insieme finito e infinito. L’insieme vuoto `e finito e si dice che ha 0 elementi o
che non ha elementi. Se c’`e n ∈ N
+
tale che esiste un’applicazione biiettiva da {1, 2, . . . , n} a E, diremo che l’insieme
2.5. TOPOLOGIA DELLA RETTA REALE 43
Equivalentemente, si dice che x `e d’accumulazione per E se ogni U ∈ 1
x
contiene almeno un punto
di E diverso da x.
Che le due definizioni siano equivalenti si vede facilmente; evidentemente, se ogni intorno di x
contiene infiniti punti di E, ce ne sono di diversi da x. Se poi ci fosse qualche intorno che contiene
solo un numero finito di punti di E: x
1
, x
2
, . . . , x
n
, allora, posto δ = min([x − x
1
[, . . . , [x − x
n
[),
I
δ
x
sarebbe un intorno di x non contenente alcun punto di E diverso da x (si noti che x non `e
necessariamente un punto di E).
Un punto x ∈ E che non sia d’accumulazione per E si dice un punto isolato di E.
Un punto x si dice aderente ad E se ogni U ∈ 1
x
contiene almeno un punto di E. Evidentemente i
punti di E sono aderenti ad E e i punti d’accumulazione sono, a maggior ragione, punti aderenti.
Diremo chiusura di un insieme E ⊂ R, l’insieme dei suoi punti aderenti
E = cl(E) = ¦x ∈ R: x `e aderente a E¦ . (2.22)
Si dice che x `e interno a E se E `e intorno di x.
L’insieme dei punti interni ad un insieme E si dice la parte interna di E: int (E).
Un insieme A ⊂ R si dice aperto se `e intorno di ogni suo punto, ossia se ∀x ∈ A, ∃ δ > 0 : I
δ
x
⊂ A.
Ossia se int (A) = A.
`
E facile riconoscere che ogni intervallo aperto (limitato o no, in particolare R) `e un insieme aperto.
Un insieme C ⊂ R si dice chiuso se coincide con la sua chiusura: C = C.
Gli intervalli chiusi [a, b], [a, +∞[, ] −∞, b], R, sono insiemi chiusi.
L’operatore di chiusura soddisfa le seguenti propriet`a (dette di Kuratowski
4
)
(Cl1) ∅ = ∅.
E ha n elementi; ogni insieme che ha n elementi per qualche n, si dice finito. Diremo infinito un insieme che non `e
finito.
4
Kazimierz Kuratowski (1896 – 1980). Insigne matematico polacco, studioso di topologia. Desideroso di divenire
ingegnere si iscrisse nel 1913 alla scuola d’ingegneria di Glasgow. Nel primo anno di studio ottenne il primo premio
in Matematica. Tornato per trascorrere le vacanze estive a Varsavia, nel 1914 fu sorpreso dallo scoppio della prima
guerra mondiale e gli fu impossibile tornare in Scozia. La carriera ingegneristica di Kuratowski fu distrutta, ma la
Matematica ne trasse un enorme beneficio. Egli studi`o sotto la guida dei professori Janiszewski e Mazurkiewicz, che,
a partire dal 1917, tennero all’universit`a di Varsavia un seminario di Topologia, disciplina matematica che iniziava a
svilupparsi rigogliosamente in quel periodo.
44 CAPITOLO 2. NUMERI
(Cl2) E ⊂ E.
(Cl3) C
1
∪ C
2
= C
1
∪ C
2
(Cl4) E = E.
Esercizio 2.5.1 Si dimostrino le propriet`a (Cl1) – (Cl4).
Si vede dunque, per (Cl1), che ∅ `e chiuso; peraltro, non avendo punti, `e vera la proposizione (∀x ∈
R) ((x ∈ ∅) ⇒ (x `e interno a ∅)); (x ∈ ∅) `e proposizione falsa e un’implicazione con antecedente
falso `e vera, quale che sia la conseguenza. Ricordiamo che anche R `e insieme contemporaneamente
aperto e chiuso.
La famiglia degli insiemi aperti e quella dei chiusi godono delle seguenti propriet`a.
(A1) La riunione di un insieme arbitrario di aperti `e un aperto.
(A2) L’intersezione di un numero finito di aperti `e un aperto.
(A3) Il complementare di un aperto `e un chiuso.
(C1) L’intersezione di un insieme arbitrario di chiusi `e un chiuso.
(C2) L’unione di un numero finito di chiusi `e un chiuso.
(C3) Il complementare di un chiuso `e un aperto.
Verifichiamo brevemente la cosa per gli insiemi aperti:
(A1) Sia ¦A
α
: α ∈ I¦ una famiglia finita o infinita di aperti, indiciati dall’insieme d’indici I. Se
x ∈ ∪
α∈I
A
α
, allora x ∈ A
α
0
, con α
0
∈ I. Poich´e A
α
0
, `e aperto, `e intorno di x. A maggior ragione

α∈I
A
α
⊃ A
α
0
`e intorno di x.
(A2) Se A
1
e A
2
sono aperti e A
1
∩A
2
= ∅, allora l’intersezione `e aperta. Se x ∈ A
1
∩A
2
, allora, per
la propriet`a (I2) degli intorni, A
1
∩ A
2
`e intorno di x e quindi di ogni suo punto. Dunque A
1
∩ A
2
`e insieme aperto.
(A3) Sia A aperto e consideriamo (A = R ` A. Se y ∈ (A, y / ∈ A. Infatti se fosse y ∈ A, A stesso
sarebbe un intorno di y privo di punti di (A. Perci`o i punti aderenti a (A stanno necessariamente
in (A, che `e dunque chiuso.
Esercizio 2.5.2 Si dimostrino le propriet`a (C1) – (C3) degli insiemi chiusi.
2.5. TOPOLOGIA DELLA RETTA REALE 45
Osservazione 2.5.1 Le propriet`a (o assiomi) di Kuratowski della chiusura sono caratteristiche,
nel senso che permettono di ricostruire la topologia considerata. Cio`e, dichiarati chiusi gli insiemi
che coincidono con la loro chiusura, si dicono aperti i complementari dei chiusi. Gli intorni di un
punto x sono gli insiemi che contengono un insieme aperto al quale x appartiene. Si vede perci`o che
la topologia su un insieme pu`o essere data equivalentemente assegnando la famiglia degli intorni dei
punti, oppure la famiglia degli aperti, oppure la famiglia dei chiusi, oppure l’operatore di chiusura,
oppure l’operatore di parte interna.
Dato E ⊂ R, e preso un punto x ∈ R, abbiamo gi`a dato il significato di “x `e interno a E. Diremo
che x `e esterno ad E se `e interno a (E. Infine se x non `e n´e interno n´e esterno ad E, diremo
che `e punto di frontiera per E. Ricordiamo che x `e interno ad E se esiste δ > 0 tale che I
δ
x
⊂ E.
Analogamente, x `e esterno ad E se, per qualche δ > 0, `e I
δ
x
⊂ (E. Se x non `e n´e interno, n´e esterno,
allora ogni suo intorno contiene sia punti di E che del complementare. Cio`e x `e di frontiera per
E se x ∈ E ∩ (E. L’insieme dei punti di frontiera di E `e la frontiera di E: fr E = TE. Dunque
fr E = E ∩ (E, e quindi la frontiera `e un insieme chiuso.
Esempio 2.5.1 Si consideri l’insieme E = Q ∩ [0, 1] e si decida se esso `e aperto o chiuso. Se ne
calcoli la parte interna, la frontiera, la chiusura. Gli stessi quesiti si pongano per (E.
Svolgimento: Per quanto si `e osservato relativamente alla densit`a in R dei numeri razionali
e degli irrazionali, possiamo concludere che non esiste alcun intervallo di R composto solo da
numeri razionali o solo da numeri irrazionali. Dunque se x ∈ R e U ∈ 1
x
, vale U ∩ Q = ∅
e anche U ∩ (R ` Q) = ∅. Allora possiamo concludere che E non ha punti interni (non esiste
alcun intorno di un suo punto fatto solo da numeri razionali). Ogni punto dell’intervallo [0, 1]
`e aderente ad E (in ogni intorno di un punto 0 ≤ y ≤ 1 ci sono punti di E), mentre i punti
z < 0 e i punti u > 1 hanno intorni privi di punti di E (si prendano gli intervalli centrati in z, o
rispettivamente in u, di semiampiezza la distanza di z da 0, cio`e [z[, e, rispettivamente, di u da 1,
cio`e [1 −u[). Allora si verifica che E non `e n´e aperto n´e chiuso; int E = ∅, E = [0, 1], fr E = [0, 1].
Il complementare `e dato da (E =] − ∞, 0[∪([0, 1] ∩ (R ` Q))∪]1, +∞[. Esso non `e n´e aperto n´e
chiuso. int (E =] −∞, 0[∪]1, +∞[, (E = R, fr (E = fr E = [0, 1].
Si verifica facilmente che l’uguaglianza fr (E = fr E ha validit`a generale.
Saranno utili nel seguito anche le seguenti nozioni. Si dice intorno destro di un punto x ogni
soprainsieme di un intervallo [x, x + δ[, per qualche δ > 0. Analogamente si dice intorno sinistro
di x ogni soprainsieme di un intervallo ]x − δ, x], per qualche δ > 0. Si dice intorno di +∞ ogni
soprainsieme di una semiretta destra: ]a, +∞[. Intorno di −∞`e ogni soprainsieme di una semiretta
sinistra: ] − ∞, b[. Infine diremo intorno di ∞ (senza segno) ogni soprainsieme della riunione di
una semiretta sinistra e di una destra, ossia ogni soprainsieme di ¦x ∈ R: [x[ > a, a > 0¦. Si noti
che gli intorni destri e sinistri di un punto non sono necessariamente intorni del punto. Si ricordi
anche che +∞, −∞, ∞ non sono elementi di R, ma solo utili simboli da usare in ambiti ben precisi
e codificati.
46 CAPITOLO 2. NUMERI
2.5.1 Teorema di Bolzano-Weierstrass e sottoinsiemi compatti di R
Ricordiamo che dati un insieme E ⊆ R e un punto x
0
il punto si dice d’accumulazione per E
se ogni intorno di x
0
contiene infiniti punti di E.
`
E dunque chiaro che se F `e un sottoinsieme
finito di R, esso non pu`o avere punti d’accumulazione. Per`o N ⊆ R `e infinito, ma `e privo di punti
d’accumulazione. Infatti, preso un qualsiasi punto x
0
∈ R, esso non pu`o essere d’accumulazione per
N. Se x
0
< 0, allora detto δ = [x
0
[, l’intervallo ]x
0
−δ, x
0
+δ[ `e un intorno di x
0
che non contiene
alcun punto di N. Se poi x
0
≥ 0, prendiamo un intero n tale che n ≤ x
0
< n+1. Allora l’intervallo
]x
0
−1, x
0
+1[ contiene un solo punto di N. Dunque l’insieme dei punti d’accumulazione di N in R
`e vuoto. Possiamo chiederci sotto quali condizioni un insieme infinito in R abbia almeno un punto
d’accumulazione. La condizione `e data dal seguente
Teorema 2.5.1 [ Bolzano - Weierstrass]. Ogni insieme E ⊆ R infinito e limitato ha almeno un
punto d’accumulazione in R.
Dimostrazione: Poich´e E `e un insieme limitato di R esso ha limitazioni superiori e inferiori;
esistono cio`e numeri reali a
0
e b
0
tali che per ogni x ∈ E valga a
0
≤ x ≤ b
0
. Sia dunque I
0
= [a
0
, b
0
]
un intervallo che contiene E. Se m
0
=
a
0
+b
0
2
`e il punto di mezzo di I
0
, dei due intervalli [a
0
, m
0
]
e [m
0
, b
0
] almeno uno dei due contiene infiniti punti di E. Infatti la loro unione contiene tutto E,
che `e infinito. Sia I
1
= [a
1
, b
1
] uno dei due intervalli che contiene infiniti punti di E; se ce n’`e solo
uno che contiene infiniti punti di E, prendiamo quello; se tutti e due contengono infiniti punti di E,
scegliamone uno, per esempio quello di sinistra. Dunque I
1
∩E `e un insieme infinito. Prendiamo il
punto di mezzo m
1
di I
1
e consideriamo i due sottointervalli [a
1
, m
1
] e [m
1
, b
1
]; almeno uno dei due
ha intersezione finita con E. Diaciamo I
2
uno dei due sottointervalli di I
1
che contiene infiniti punti
di E. Dividiamo I
2
a met`a e proseguiamo scegliendo ogni volta un intervallo I
n
tale che I
n
∩E sia
infinito. Otteniamo cos´ı una successione di intervalli chiusi e limitati, decrescente per inclusione
I
0
⊇ I
1
⊇ I
2
⊇ . . . ⊇ I
n
⊇ . . . (2.23)
ognuno dei quali contiene infiniti punti di E. Inoltre se
0
= b
0
− a
0
`e la lunghezza di I
0
, poich´e
ad ogni passaggio al successivo sottointervallo la lunghezza viene dimezzata, la lunghezza di I
n
`e

n
=

0
2
n
e quindi, dato ε > 0 esiste n tale che la lunghezza di I
n
`e
n
< ε. Per il Teorema (2.4.6)
di Cantor sugli intervalli inscatolati esiste un solo punto comune a tutti gli intervalli: c ∈

¸
n=0
I
n
.
Questo punto `e il punto d’accumulazione per E che stavamo cercando. Infatti sia ]c −δ, c + δ[ un
intorno sferico di c, avente semiampiezza δ > 0. Esiste certamente qualche n tale che la lunghezza
di I
n
sia minore di δ. Poich´e c ∈ I
n
, si ha I
n
⊆]c − δ, c + δ[. Ma I
n
contiene infiniti punti di E.
Poich´e ogni intorno di c contiene un un intervallo centrato in c del tipo ]c −δ, c + δ[, ogni intorno
di c contiene infiniti punti di E. Dunque c `e punto d’accumulazione di E.
Un sottoinsieme K ⊆ R si dice compatto se `e un insieme chiuso e limitato di R. Questa definizione `e
semplice ma vale per R, per R
n
e in pochi altri casi speciali. Una definizione generale di compattezza
`e la seguente. Dato un insieme K ⊆ R diremo ricoprimento aperto di K, ogni famiglia | di
2.5. TOPOLOGIA DELLA RETTA REALE 47
insiemi aperti in R, tale che
¸
| ⊇ K. Diremo che K `e compatto se, comunque si prenda un suo
ricoprimento aperto |, esiste una sottofamiglia finita T ⊆ | che copre K, cio`e tale che
¸
T ⊇ K.
In realt`a quella che abbiamo assunto come definizione `e il contenuto di un importante Teorema (di
Heine, Borel, Pincherle) che dimostra l’equivalenza in R tra l’essere K chiuso e limitato e l’essere
compatto nel senso dei ricoprimenti aperti. Ci sono altre definizioni equivalenti di compattezza, di
una delle quali (valida negli spazi metrici) ci occuperemo nel seguito.
2.5.2 Insiemi connessi di R
Un insieme A ⊂ R si dice sconnesso se esiste una partizione di A in due classi ¦B, C¦ (ossia se
esistono insiemi B = ∅, C = ∅, tali che B ∩ C = ∅ e A = B ∪ C) tali che B ∩ C = ∅ e B ∩ C = ∅.
Un insieme non sconnesso, si dice connesso.
Vale il seguente teorema del quale omettiamo la dimostrazione
Teorema 2.5.2 In R sono connessi, oltre agli insiemi formati da un solo punto, tutti e soli gli
intervalli.
Dunque un insieme A che contiene pi` u di un punto sar`a connesso se, comunque se ne prenda una
partizione ¦B, C¦, o B∩C = ∅ o B∩C = ∅. Si noti che affinch´e un insieme sia connesso non basta
che B ∩ C = ∅ !
La definizione data sopra conserva la sua validit`a in ambiti pi` u ampi di R (per esempio R
n
, spazi
metrici o, pi` u in generale, topologici). Anzi `e un “lusso se riferita a R, bastando ivi gli intervalli.
Ma l’intento `e di “seminare per tempo qualche nozione pi` u generale, da sfruttare in seguito. . .
48 CAPITOLO 2. NUMERI
2.6 Cardinalit`a degli insiemi
Gi`a abbiamo presentato la differenza tra gli insiemi finiti e infiniti. Qui ci soffermeremo su un’ulte-
riore distinzione fra gli insiemi infiniti, distinguendo fra quelli che si possono porre in corrispondenza
biuivoca con N (gli insiemi infiniti numerabili) e quegli insiemi E che ammettono un’applicazione
iniettiva da N in E, ma per i quali non esiste alcuna applicazione biiettiva fra N ed E (insiemi non
numerabili).
Dati due insiemi A e B diremo che essi sono equipotenti se esiste un’applicazione biiettiva φ : A →B.
Se immaginiamo di potere considerare la classe di tutti gli insiemi, l’equipotenza soddisfa le pro-
priet`a riflessiva, simmetrica e transitiva (come facilmente si verifica) e quindi `e atta a suddividere la
totalit`a degli insiemi in classi d’equivalenza. Ogni classe di questa particolare equivalenza d’insiemi
si dir`a la cardinalit`a di quell’insieme. Cio`e se B, C, . . . sono insiemi equipotenti con A diremo che
hanno la stessa cardinalit`a di A. Ci`o si scrive card B = card A. Converr`a pensare che per ogni
classe d’equipotenza si inventi un nuovo simbolo che si chiamer`a la cardinalit`a di quella classe; `e,
in termini intuitivi, la propriet`a comune alla classe d’equipotenza.
Per indicare la cardinalit`a di N, ossia dell’infinito numerabile, `e usuale impiegare il simbolo ℵ
0
(da
leggere “aleph con zero): card N = ℵ
0
.
Si dir`a che card B ≤ card A se esiste un’applicazione iniettiva da B in A. Si dir`a infine che
card B < card A se esiste un’applicazione iniettiva da B in A, ma non c’`e alcuna applicazione
biiettiva tra i due insiemi.
Relativamente alla cardinalit`a di ℵ
0
si possono dimostrare alcune semplici proposizioni
Teorema 2.6.1 Siano A e B due insiemi equipotenti con N. Allora anche A ∪ B ha cardinalit`a

0
.
Dimostrazione: Per ipotesi A e B si possono mettere in corrispondenza biunivoca con N o, come
si dice brevemente, si possono numerare. Perci`o
A = ¦a
0
, a
1
, a
2
, . . . , a
n
. . .¦ e B = ¦b
0
, b
1
, b
2
, . . . , b
n
. . .¦ .
Ma allora `e facile dare una numerazione di A∪ B:
A∪ B = ¦a
0
, b
0
, a
1
, b
1
, . . . , a
n
, b
n
, . . .¦ .
In questa numerazione si avr`a l’avvertenza di non scrivere gli elementi gi`a incontrati (cio`e se b
1
,
per esempio, `e gi`a stato scritto, si ometter`a di scriverlo un’ulteriore volta).
Pi` u in generale vale
2.6. CARDINALIT
`
A DEGLI INSIEMI 49
Teorema 2.6.2 Sia ¦A
n
¦ un insieme numerabile di insiemi numerabili. Allora anche

¸
n=0
A
n
`e numerabile.
Dimostrazione: Per ipotesi abbiamo
A
n
= ¦a
n
0
, a
n
1
, a
n
2
, . . . , a
n
k
, . . .¦
per n ∈ N. Se diciamo “peso di un elemento a
n
k
il numero p = k + n, per ogni p ∈ N abbiamo un
numero finito di elementi che possiamo elencare in ordine crescente dell’indice in posizione bassa,
per esempio. Cio`e nell’ordine a
p
0
, a
p−1
1
, . . . , a
0
p
, omettendo ogni volta gli elementi gi`a elencati. Allora
`e chiaro che si pu`o elencare la riunione numerabile degli insiemi A
n
come segue:


n=0
A
n
= ¦a
0
0
, a
1
0
, a
0
1
, . . . , a
p
0
, a
p−1
1
, . . . , a
0
p
, . . .¦ .
Con la solita omissione dei termini gi`a incontrati, in questo modo si stabilisce una corrispondenza
biunivoca tra N e ∪

n=0
A
n
.
Pi` u in particolare, possiamo determinare le cardinalit`a degli insiemi numerici Z, Q, R finora
introdotti.
Teorema 2.6.3 Gli insiemi Z e Q sono numerabili.
Dimostrazione: Dobbiamo trovare un modo per numerare tutti gli elementi di Z e, rispettiva-
mente, di Q. Per quanto riguarda Z la cosa `e piuttosto facile. Basta pensare di elencare i suoi
elementi a partire dallo zero, elencando prima un numero positivo n e poi −n, se n = 0. Cio`e:
Z = ¦0, 1, −1, 2, −2, . . . , n, −n, . . .¦ .
Per dimostrare la numerabilit`a di Q procediamo come segue. Cominciamo a considerare i numeri
razionali positivi rappresentati come frazioni
m
n
con m ed n primi fra loro. Diciamo poi “peso di
m
n
, p = m+n. Per ogni assegnato valore di p ≥ 1 ci sono solo un numero finito di razionali aventi
peso p, che possiamo elencare in ordine crescente di valore del denominatore. C’`e un solo razionale
di peso 1:
0
1
= 0; un solo razionale di peso 2:
1
1
= 1; due razionali di peso 3:
1
2
e
2
1
= 2; etc. Detti
Q

i razionali positivi, li possiamo dunque elencare come segue
Q

= ¦
0
1
,
1
1
,
1
2
,
2
1
,
1
3
,
3
1
, . . . ,
1
p −1
,
2
p −2
, . . . ,
p −1
1
, . . .¦ .
Si noti che il numero di peso 4 dato da
2
2
= 1, non `e stato elencato, comparendo gi`a nella lista
come numero di peso 2:
1
1
= 1. Naturalmente queste omissioni saranno da fare in generale, come
50 CAPITOLO 2. NUMERI
pi` u volte ricordato.
`
E poi ovvio come numerare tutto Q; baster`a, per esempio, elencare un numero
positivo e successivamente il negativo corrispondente, come segue
Q = ¦
0
1
,
1
1
, −
1
1
,
1
2
, −
1
2
,
2
1
, −
2
1
,
1
3
, −
1
3
,
3
1
, −
3
1
, . . . ,
1
p −1
, −
1
p −1
, . . . , ¦ .
Dunque abbiamo card Z = card Q = ℵ
0
.
Teorema 2.6.4 R non `e numerabile.
Dimostrazione: Dimostreremo questo fatto verificando che nessuna successione di numeri reali
strettamente compresi tra 0 e 1 pu`o esaurire tutti i numeri reali compresi tra 0 e 1. Dunque, a
maggiore ragione, la totalit`a dei numeri reali non pu`o essere esaurita da alcuna successione degli
stessi. Sia data una successione di numeri reali strettamente compresi tra 0 e 1 che penseremo
rappresentati dai loro allineamenti decimali.
α
1
= 0, c
11
c
12
c
13
. . . c
1n
. . .
α
2
= 0, c
21
c
22
c
23
. . . c
2n
. . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
α
n
= 0, c
n1
c
n2
c
n3
. . . c
nn
. . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Si consideri allora l’allineamento decimale, ottenuto con la seguente regola:
d
n
=

1, se c
n n
= 1,
2, se c
n n
= 1.
Allora l’allineamento decimale δ = 0, d
1
d
2
d
3
. . . d
n
. . . rappresenta un numero reale strettamente
compreso tra 0 e 1, diverso da ciascuno degli α
n
. Infatti, δ = α
n
∀n ∈ N
+
dal momento che δ `e
diverso da α
n
almeno nella cifra di posto n. Si pu`o concludere che card R > ℵ
0
poich`e, essendo R
soprainsieme di Q `e certamente card Q ≤ card R.
Pi` u in generale possiamo affermare che
Teorema 2.6.5 Se A `e un insieme infinito, allora card A ≥ ℵ
0
.
Dimostrazione: A `e infinito e quindi certamente non vuoto. Sia a
0
un elemento di A. A`¦a
0
¦ =
∅, poich´e, essendo A infinito ha pi` u di un elemento. Sia dunque a
1
∈ A ` ¦a
0
¦. Se sono stati
scelti gli elementi distinti ¦a
1
, a
2
, . . . a
n
¦ ⊂ A, poich´e A non pu`o avere n elementi, esiste a
n+1

A ` ¦a
1
, a
2
, . . . a
n
¦. Dunque, per induzione, costruiamo un insieme A

= ¦a
0
, a
1
, . . . , a
n
, . . .¦ ⊂ A,
che `e in corrispondenza biunivoca con N. Esiste perci`o un’applicazione iniettiva da N in A. Cio`e
card A ≥ ℵ
0
.
5

5
Per i puristi: in questo ragionamento “ingenuo si `e totalmente sorvolato sul ruolo – fondamentale – dell’assioma
di scelta!
2.6. CARDINALIT
`
A DEGLI INSIEMI 51
Utilizzando il risultato del teorema precedente, si pu`o dimostrare il seguente risultato, del quale
omettiamo la dimostrazione.
Teorema 2.6.6 Se A `e un insieme infinito e N `e un insieme infinito numerabile oppure `e finito,
allora card (A∪ N) = card A.
Teorema 2.6.7 [di Cantor]. Sia E un insieme e sia {(E) l’insieme dei sottoinsiemi (o delle parti)
di E. Allora card E < card {(E).
Dimostrazione:
`
E facile trovare un’applicazione iniettiva da E a {(E). Basta associare ad
ogni elemento a ∈ E il sottoinsieme singoletto ¦a¦ ∈ {(E). Dunque esistono applicazioni iniettive
φ : E →{(E). Mostriamo che non pu`o esserci un’applicazione biiettiva tra i due insiemi.
Per assurdo, si supponga data un’applicazione siffatta ψ: E → {(E). Consideriamo allora il
seguente sottoinsieme di E:
S = ¦x ∈ E: x / ∈ ψ(x)¦ .
Poich´e ψ `e suriettiva esiste s ∈ E tale che S = ψ(s). Chiediamoci come sta s rispetto a S. Pu`o
essere s ∈ S ? Se s ∈ S allora deve godere della propriet`a che definisce S e quindi s / ∈ ψ(s) = S.
Dunque s ∈ S ⇒ s / ∈ S. Pu`o essere s / ∈ S = ψ(s) ? Se cos`ı fosse allora s godrebbe della propriet`a
per essere incluso in S; cio`e s / ∈ S ⇒s ∈ S. In conclusione otteniamo
s ∈ S ⇔s / ∈ S ,
che `e una contraddizione. Alla contraddizione siamo giunti avendo supposto l’esistenza di un’ap-
plicazione biiettiva ψ: E → {(E). Dunque una tale applicazione non pu`o esistere, e quindi
card E < card {(E).
Se card E = n, cio`e se E = ¦a
1
, a
2
, . . . , a
n
¦, si riconosce facilmente che il numero degli elementi di
{(E) `e lo stesso delle n-ple ordinate di 0 e 1: infatti, all’n-pla (1, 0, . . . , 0) si faccia corrispondere il
sottoinsieme ¦a
1
¦, all’n-pla (0, 0, . . . , 0), l’insieme vuoto, etc. In generale a un’n-pla nella quale al
posto k compare 1 corrisponde un sottoinsieme che contiene l’elemento a
k
, mentre se vi compare 0,
l’elemento a
k
non c’`e nel sottoinsieme corrispondente. In questo modo si stabilisce una corrispon-
denza biunivoca tra n-ple di 0 e 1 e sottoinsiemi di E. Ma le n-ple distinte sono 2
n
= 2
cardE
. Si
estende la notazione
card {(E) = 2
cardE
,
anche quando si tratta di insiemi infiniti.
Teorema 2.6.8 R `e equipotente con l’intervallo aperto (0, 1).
Dimostrazione: Basta considerare l’applicazione f: (0, 1) →R, definita da
f(x) = tan(
π
2
(2 x −1)) .
52 CAPITOLO 2. NUMERI
Si vede infine che l’intervallo aperto (0, 1) ha la stessa cardinalit`a delle successioni di 0 e 1.
Teorema 2.6.9
card (0, 1) = card 2
N
= 2

0
.
Dimostrazione: Possiamo pensare di rappresentare i numeri dell’intervallo aperto (0, 1) come
allineamenti binari: 0, b
1
b
2
. . . b
n
. . ., dove b
n
assume solo i valori 0 o 1. Infatti gi`a ci siamo soffermati
sulla rappresentazione dei numeri reali come allineamenti decimali. Quello che si `e fatto con la
base dieci, si pu`o ripetere usando una base diversa, in particolare la base due. L’allineamento
0, b
1
b
2
. . . b
n
. . . rappresenta il numero reale di (0, 1) dato da
β = sup¦
n
¸
k=1
b
k
2
k
: n ∈ N
+
¦ .
Naturalmente, dagli allineamenti binari sopra ricordati, vanno esclusi quelli che hanno periodo 1.
Ma questi sono in numero di ℵ
0
. Poich´e 2
N
= (0, 1) ∪¦allineamenti binari di periodo 1¦, allora, per
il Teorema 2.6.6
card 2
N
= 2

0
= card (0, 1) .
E infine, poich´e card (0, 1) = card R, concludiamo che
card R = 2

0
> ℵ
0
.
La cardinalit`a 2

0
si dice anche la cardinalit`a del continuo e si indica anche con la lettera gotica
(fraktur) c:
c = 2

0
.
Vogliamo infine ricordare un ultimo aspetto un po’ paradossale della cardinalit`a degli insiemi (in
particolare, di R).
Teorema 2.6.10
card R
2
= card R ;
Pi` u in generale
card R
n
= card R ,
con n ∈ N
+
.
Dimostrazione: Osserviamo che vi `e una corrispondenza biunivoca tra (0, 1) (0, 1) e (0, 1).
Se (x, y) ∈ (0, 1)
2
, essendo le rappresentazioni decimali di x e y rispettivamente x = 0, a
1
a
2
. . . a
n
. . .
e y = 0, b
1
b
2
. . . b
n
. . ., al punto (x, y) del quadrato possiamo associare il punto z dell’intervallo (0, 1)
cos`ı individuato z = 0, a
1
b
1
a
2
b
2
. . . a
n
b
n
. . .. La corrispondenza `e chiaramente iniettiva e suriettiva.
Dunque
card (0, 1)
2
= card (0, 1) .
2.6. CARDINALIT
`
A DEGLI INSIEMI 53
Si pu`o dimostrare che se A `e equipotente con C e B `e equipotente con D, allora AB `e equipotente
con C D. Allora (0, 1)
2
`e equipotente con R
2
, essendo (0, 1) equipotente con R. Perci`o si ottiene
finalmente
card R
2
= card R .
Per induzione si pu`o facilmente dimostrare che
card R
n
= card R ,
per ogni numero naturale n ≥ 1, cio`e
c
n
= c .
54 CAPITOLO 2. NUMERI
2.7 I numeri complessi
Ci accingiamo a considerare un’ulteriore estensione di campi numerici, precisamente quella dal
campo dei numeri reali al campo dei numeri complessi C. Questa estensione permette di sanare
un’ulteriore incompletezza presente in R. Abbiamo visto che le estensioni da N a Z sono state giu-
stificate dalla necessit`a di trovare soluzione in ogni caso all’equazione a+x = b, mentre l’estensione
da Z a Q permetteva di dare soluzione ad ogni equazione del tipo a x = b, con a = 0. Il passaggio
da Q a R permette di sanare eventuali lacune presenti in Q, ma in R troviamo ancora equazioni
algebriche prive di soluzione. Infatti x
2
+ 1 = 0 non ha soluzioni in R, dal momento che, per ogni
x ∈ R si ha x
2
+1 ≥ 1. Dopo lunga maturazione dei concetti a partire dal 1500, i matematici sono
pervenuti ad una soluzione del problema nei termini che seguono.
Consideriamo l’insieme delle coppie di numeri reali R R e definiamo in esso due operazioni
(a, b) + (c, d) = (a +c, b +d) , (2.24)
(a, b) (c, d) = (ac −bd, ad +bc) . (2.25)
Non `e difficile (ma `e certamente noioso) verificare che le operazioni sopra definite sono asso-
ciative, commutative e che vale la distributivit`a della moltiplicazione rispetto all’addizione. Le
coppie del tipo (0, 0) e (1, 0) fungono da elementi neutri rispetto all’addizione e alla moltipli-
cazione rispettivamente. Infatti qualunque sia (a, b), (a, b) + (0, 0) = (a + 0, b + 0) = (a, b) e
(a, b) (1, 0) = (a 1 −b 0, a 0 +b 1) = (a, b); si tenga conto inoltre della commutativit`a. Perci`o,
dal punto di vista algebrico, l’insieme R R con le due operazioni dette `e un anello commutativo
con unit`a. L’uguglianza tra due elementi si intende definita come segue: (a
1
, b
1
) = (a
2
, b
2
) se e solo
se a
1
= a
2
e b
1
= b
2
. Perci`o l’elemento (a, b) = (0, 0) se non `e a = 0 e b = 0; cio`e se a
2
+b
2
= 0.
Dimostriamo ora che per ogni coppia (a, b) = (0, 0) esiste una coppia (α, β) tale che (α, β) (a, b) =
(1, 0). Cio`e che per ogni coppia (a, b) ∈ R R diversa dalla coppia nulla esiste una coppia che
moltiplicata per essa produce la coppia unit`a. Eseguendo la moltiplicazione, si trova
(α, β) (a, b) = (α a −β b, α b +β a) .
Se si impone che tale prodotto sia uguale a (1, 0), si trova il seguente sistema nelle incognite α e β

α a −β b = 1
α b +β a = 0.
(2.26)
Moltiplicando la prima equazione per a, la seconda per b e sommando si trova
α (a
2
+b
2
) = a .
Moltiplicando la prima equazione per −b, la seconda per a e sommando si trova
β (a
2
+b
2
) = −b .
2.7. I NUMERI COMPLESSI 55
Dunque necessariamente si trovano per α e β i seguenti valori

α =
a
a
2
+b
2
β =
−b
a
2
+b
2
.
(2.27)
`
E stata cos´ı stabilita l’unicit`a dell’inverso di (a, b), ammesso che esso esista. Ma un calcolo
immediato mostra che
(
a
a
2
+b
2
,
−b
a
2
+b
2
) (a, b) = (1, 0) . (2.28)
Il che stabilisce l’esistenza dell’inverso di (a, b).
Dunque il sistema numerico (R R, +, ) che abbiamo costruito `e un sistema numerico che dal
punto di vista algebrico `e un corpo communtativo o campo. Vedremo che in esso non pu`o essere
coerentemente definita una relazione d’ordine compatibile con le operazioni. Chiameremo corpo o
campo dei numeri complessi questo sistema numerico; lo indicheremo con C.
Osserviamo che questo campo dei numeri complessi estende quello dei numeri reali. Infatti se
consideriamo i numeri complessi del tipo
R

= ¦(x, 0) : x ∈ R¦ ,
non solo R

`e in corrispondenza biunivoca con R, ma la corrispondenza naturale che si pu`o stabilire
conserva le operazioni. Precisamente se indichiamo con ϕ : R

→ R l’applicazione definita da
ϕ(x, 0) := x, abbiamo anche che
ϕ((x, 0) + (u, 0)) = ϕ((x +u, 0)) = x +u = ϕ((x, 0)) +ϕ((u, 0)) e
ϕ((x, 0) (u, 0)) = ϕ((x u −0 0, x 0 + 0 u)) =
= ϕ((x u, 0)) = x u = ϕ((x, 0)) ϕ((u, 0)) .
Cio`e, se indichiamo con x

= (x, 0) e u

= (u, 0) gli elementi di R

, si ha ϕ(x

+u

) = ϕ(x

) +ϕ(u

) e
ϕ(x

u

) = ϕ(x

)ϕ(u

). Dunque R

si comporta dal punto di vista algebrico come una copia di R. Si
dice che R

`e isomorfo a R. Poich´e C contiene un sottocorpo isomorfo ad R esso si pu`o considerare
un’estensione di R. Cerchiamo ora di semplificare la scrittura dei numeri complessi. Evidentemente
si ha (a, b) = (a, 0) + (0, b) = (a, 0) + (b, 0) (0, 1). Poich´e (a, 0) `e in corrispondenza biunivoca con
a e (b, 0) con b, potremo scrivere pi´ u semplicemente (a, b) = a + b (0, 1). L’unico simbolo non
riconducibile ai numeri reali che conosciamo `e la coppia (0, 1). Da tempo si `e deciso di indicare
questa coppia con il simbolo i, chiamato l’unit`a immaginaria. Allora il numero complesso dato dalla
coppia (a, b) sar`a indicata pi´ u semplicemente con a+i b.
`
E facile valutare che (0, 1) (0, 1) = (−1, 0),
cio`e, nella nuova notazione
i i = i
2
= −1 . (2.29)
Questa `e l’unica regola nuova che permette di eseguire i calcoli algebrici con i numeri complessi.
Infatti, usando questa regola, se z
1
= x
1
+i y
1
e z
2
= x
2
+i y
2
, si trova z
1
+z
2
= (x
1
+x
2
)+i (y
1
+y
2
)
e z
1
z
2
= x
1
x
2
−y
1
y
2
+i (x
1
y
2
+y
1
x
2
).
56 CAPITOLO 2. NUMERI
La rappresentazione dei numeri complessi nella forma z = x + i y, con x, y ∈ R, si dice forma
algebrica o di Eulero dei numeri complessi. x si dice la parte reale del numero complesso z, e si
denota con x = 'z; y si dice la parte immaginaria del numero complesso z, e si denota con y = ·z.
Dunque, in modo tautologico, per ogni z ∈ C, si ha
z = 'z +i ·z . (2.30)
Evidentemente z
1
= z
2
se e solo se 'z
1
= 'z
2
e ·z
1
= ·z
2
.
Avevamo preannunciato che C non pu`o ricevere un ordine che sia compatibile con le operazioni e
coerente con l’ordine dei numeri reali. La ragione di ci`o si pu`o agevolmente riconoscere nell’equa-
zione (2.29). Infatti se C ammettesse un ordine totale compatibile con le operazioni, sappiamo che,
per la compatibilit`a con l’operazione di moltiplicazione, ogni numero elevato al quadrato, dovrebbe
essere un numero positivo. Poich´e C `e estensione del campo reale il numero −1 dovrebbe essere
negativo: −1 < 0. Ma ecco che i
2
= −1. Dunque ci sarebbe un numero complesso non nullo, e
precisamente i, che ha un quadrato negativo, contro una propriet`a di ogni ordine compatibile con
le operazioni e coerente con l’ordine in R.
2.7.1 Coniugio di numeri complessi
Possiamo ora considerare un’ulteriore operazione (non algebrica) sul campo dei numeri complessi:
l’operazione di coniugio. Dato un numero complesso z = x + i y diremo coniugato di z il numero
complesso ω(z) = ¯ z = x − i y.
`
E facile riconoscere che l’operazione di coniugio ω : C → C `e
un’applicazione biiettiva che rispetta le operazioni; infatti
ω(z
1
+z
2
) = ω(x
1
+x
2
+i (y
1
+y
2
)) = x
1
+x
2
−i (y
1
+y
2
) =
= ω(z
1
) +ω(z
2
) (2.31)
e
ω(z
1
z
2
) = ω(x
1
x
2
−y
1
y
2
+i (x
1
y
2
+x
2
y
1
)) =
= x
1
x
2
−y
1
y
2
−i (x
1
y
2
+x
2
y
1
) = ω(z
1
) ω(z
2
) . (2.32)
Vale inoltre ω
2
(z) = ω(ω(x + i y)) = ω(x − i y) = x + i y = z, cio`e l’operazione di coniugio `e
involutoria.
Conviene osservare che sono autoconiugati tutti e soli i numeri complessi reali, cio`e quelli che hanno
parte immaginaria nulla. Infatti se z = a+i 0 = a allora ω(z) = a−i 0 = a. Viceversa se ω(z) = z,
ossia se a − ib = a +i b allora 2i b = 0 e quindi b = 0, ossia ·(z) = 0.
Se P(z) `e un polinomio nella variabile complessa z, a coefficienti complessi, allora, indicando per
brevit`a con una sopralineatura il passaggio al complesso coniugato, avremo che
P(z) = P(z) , (2.33)
dove, se P(u) = a
n
u
n
+ a
n−1
u
n−1
+ . . . + a
1
u + a
0
, P(u) = a
n
u
n
+ a
n−1
u
n−1
+ . . . + a
1
u + a
0
,
che si dice il polinomio coniugato di P(z). Infatti a
n
z
n
+a
n−1
z
n−1
+. . . +a
1
z +a
0
= a
n
z
n
+
2.7. I NUMERI COMPLESSI 57
a
n−1
z
n−1
+ . . . + +a
1
z + a
0
perch´e il coniugato di una somma `e la somma dei coniugati e, infine,
ricordando che il coniugato di un prodotto `e il prodotto dei coniugati, si ottiene ulteriormente
P(z) = a
n
(z)
n
+a
n−1
(z)
n−1
+. . . +a
1
z +a
0
= P(z).
Se definiamo radice di un polinomio a coefficienti complessi P(z) un numero α tale che P(α) = 0,
allora possiamo concludere che ogni polinomio a coefficienti complessi che abbia una radice α `e tale
che il polinomio coniugato ha come radice α. In particolare, se i coefficienti sono reali, il polinomio
coniugato coincide con il polinomio di partenza e si pu`o concludere che se un polinomio a coefficienti
reali ha radice α, allora ha anche la radice α.
2.7.2 Forma polare o trigonometrica dei numeri complessi
Supponiamo che z sia un numero complesso non nullo. Perci`o, se z = x + i y = 0, `e certamente
x
2
+y
2
> 0. La radice quadrata di questo numero si dice il modulo di z, denotato con [z[. Dunque
[z[ =

x
2
+y
2
. Allora per z = 0 vale
z = x +i y =

x
2
+y
2
(
x

x
2
+y
2
+i
y

x
2
+y
2
) .
`
E noto dalla definizione delle funzioni trigonometriche che esiste un unico numero ϑ, con 0 ≤ ϑ < 2π,
tale che cos ϑ =
x

x
2
+y
2
e sen ϑ =
y

x
2
+y
2
e dunque si ottiene
z = x +i y =

x
2
+y
2
(cos ϑ +i sen ϑ) = [z[ (cos ϑ +i sen ϑ) . (2.34)
Il numero ϑ si dice l’argomento del numero complesso z. Viceversa, se sono dati il modulo e
l’argomento, `e individuato il numero complesso z, che ha parte reale 'z = [z[ cos ϑ e parte
immaginaria data da ·z = [z[ sen ϑ, cio`e z = [z[ cos ϑ +i [z[sen ϑ.
Pi´ u precisamente, se 0 ≤ ϑ < 2π oppure se −π ≤ ϑ < π, ϑ si dice il valore principale dell’argomento.
L’argomento di un numero complesso non nullo `e infatti determinato a meno di multipli di 2π; due
argomenti che differiscono per multipli di 2π hanno uguali il seno e il coseno e quindi individuano
lo stesso numero complesso, se il modulo `e uguale. Infine se z = 0 evidentemente il modulo `e
nullo, mentre l’argomento pu`o essere un numero qualunque. Se indichiamo con ρ il modulo di z,
indicheremo z con la scrittura z = ρ(cos ϑ+i sen ϑ) (detta talvolta rappresentazione trigonometrica
del numero complesso) o con la scrittura formale z = [ρ, ϑ] (detta talvolta scrittura polare del
numero complesso). Per`o spesso gli attributi trigonometrico e polare saranno usati come sinonimi.
Infine, nelle applicazioni, sar`a spesso usata l’utilissima notazione esponenziale z = ρe

, che sar`a
pienamente giustificata dopo che avremo definito l’esponenziale d’argomento complesso e le relative
formule d’Eulero.
Notiamo infine esplicitamente quanto `e stato implicitamente detto nelle righe precedenti: dati due
numeri complessi z
1
e z
2
, scritti in forma trigonometrica z
1
= [ρ
1
, ϑ
1
] e z
2
= [ρ
2
, ϑ
2
] abbiamo che
z
1
= z
2
se e solo se

ρ
1
= ρ
2
ϑ
1
= ϑ
2
+k 2π, k ∈ Z.
(2.35)
58 CAPITOLO 2. NUMERI
Moltiplicazione e notazione trigonometrica
La forma trigonometrica o polare dei numeri complessi `e particolarmente significativa quando l’o-
perazione da eseguire sui numeri complessi `e la moltiplicazione. Siano dunque z
1
= ρ
1
(cos ϑ
1
+
i sen ϑ
1
) e z
2
= ρ
2
(cos ϑ
2
+i sen ϑ
2
).
z
1
z
2
= ρ
1
(cos ϑ
1
+i sen ϑ
1
) ρ
2
(cos ϑ
2
+i sen ϑ
2
) =
= ρ
1
ρ
2
[cos ϑ
1
cos ϑ
2
−sen ϑ
1
sen ϑ
2
+
+ i(cos ϑ
1
sen ϑ
2
+ sen ϑ
1
cos ϑ
2
)] =
= ρ
1
ρ
2
[cos(ϑ
1

2
) +i sen (ϑ
1

2
)] =
= [ρ
1
ρ
2
, ϑ
1

2
] . (2.36)
Dunque il prodotto di due numeri complessi `e un numero complesso che ha come modulo il prodotto
dei moduli e come argomento la somma degli argomenti.
`
E subito chiaro da quest’ultima osserva-
zione che se anche z
1
e z
2
usano l’argomento principale come argomento, non `e detto che il loro
prodotto abbia come argomento un argomento principale. Ovviamente, ci si potr`a ridurre ad un
argomento principale sottraendo (o aggiungendo) qualche multiplo di 2π. L’unit`a `e rappresentata
in forma polare da [1, 0], i numeri reali x > 0 da [x, 0], i numeri reali x < 0 da [ [x[, π]. Il numero
complesso 0 si pu`o rappresentare con [0, 0] o con [0, ϕ], dove ϕ `e arbitrario. Si riconosce facilmente
che il reciproco di un numero z = [ρ, ϑ], con z = 0, `e il numero [
1
ρ
, −ϑ] (infatti moltiplicato per
[ρ, ϑ] d`a [1, 0]). Perci`o, se z
2
= 0, si ha
z
1
z
2
=
¸
ρ
1
ρ
2
, ϑ
1
−ϑ
2

. Le potenze di un numero complesso
z = [ρ, ϑ] sono allora agevolmente espresse dalle Formule di De Moivre
z
n
= [ρ, θ]
n
= [ρ
n
, nθ], (n ∈ Z) . (2.37)
Infine, `e facile riconoscere che se z = [ρ, ϑ], allora z = ω(z) = [ρ, −ϑ].
2.7.3 Rappresentazione geometrica dei numeri complessi
I numeri complessi sono individuati da una coppia di numeri reali, z = x +i y con x, y ∈ R, perci`o
ogni numero complesso z si pu`o porre in corrispondenza biunivoca con i punti di un piano cartesiano
R
2
. Il piano cartesiano, se si pensa rappresentativo dei numeri complessi, si dice piano di Argand
- Gauss
6
.
Pensando alla rappresentazione trigonometrica di un numero complesso, si vede che il modulo
[z[ = ρ `e la distanza tra l’origine delle coordinate e il punto z del piano di Gauss, che rappresenta il
numero complesso. Invece l’argomento `e l’angolo, preferibilmente espresso in radianti, formato dal
semiasse positivo delle x (della parte reale di z), con la semiretta che congiunge l’origine O con z.
6
Jean Robert Argand (1768–1822); Carl Friedrich Gauß (1777–1855). Gauß us`o per la prima volta la rappresenta-
zione dei numeri complessi come punti del piano, nella sua tesi nel 1799; aveva scoperto questa rappresentazione nel
1797. Caspar Wessel us`o la rappresentazione in una memoria presentata all’Accademia danese delle Scienze nel 1797,
pubblicata nel 1798-99. Argand la propose nel suo “Essai sur une mani`ere de repr´esenter les quantit´es imaginaires
dans les constructions g´eom´etriques nel 1806. Infine a Gauß si deve il nome di “numeri complessi (1831), Werke, II,
pag. 102.
2.7. I NUMERI COMPLESSI 59
z = x + i y
x
y
! = |z|
"
Re z
Im z
O
Figura 2.1: Piano di Argand-Gauss; rappresentazione algebrica e trigonometrica di un numero
complesso.
La rappresentazione geometrica `e particolarmente utile per guidare il passaggio tra la scrittura
algebrica e quella trigonometrica dei numeri complessi. Se, per esempio `e dato il numero z =
−1 + i

3, posizionando il numero sul piano di Gauss, si riconosce facilmente che l’argomento
60 CAPITOLO 2. NUMERI
(principale) del numero `e
2
3
π, mentre il modulo si calcola agevolmente: ρ =

1 + 3 = 2. Se
vogliamo calcolare la potenza 10.ma di z, la formula di De Moivre ci fornisce immediatamente
z
10
= [2,
2
3
π]
10
= [2
10
,
20
3
π] = [2
10
,
2
3
π] = 2
10
(−
1
2
+i

3
2
) = −2
9
+i

3 2
9
. Qui si `e tenuto conto
che 20 = 6 3 +2 e quindi che
20
3
π = 6 π +
2
3
π = 3 2π +
2
3
π. Si pensi a quanti calcoli si sarebbero
dovuti fare per elevare alla decima potenza il binomio (−1 +i

3), raccogliendo successivamente i
termini reali e quelli contenenti il fattore i.
La rappresentazione geometrica mette anche in evidenza che l’addizione tra numeri complessi, che
avviene componente per componente, corrisponde all’addizione di vettori piani, mentre la molti-
plicazione di z = [ρ, ϑ] per w = [r, ϕ] corrisponde a un cambiamento di scala o omotetia di centro
l’origine e di rapporto r e a una rotazione di misura ϕ intorno all’origine. La rotazione avviene in
senso antiorario se ϕ > 0.
2.7.4 L’equazione z
n
= γ
Abbiamo gi`a trattato il problema della risoluzione dell’equazione x
n
= a nel campo reale. Abbiamo
trovato che se a > 0 e n `e pari vi sono sempre due soluzioni distinte in R dell’equazione, mentre se
n `e dispari c’`e sempre una e una sola soluzione in R, quale che sia il numero reale a. Infatti, nel
caso a > 0 e n pari, oltre alla soluzione x =
n

a c’`e anche la soluzione x = −
n

a.
Vogliamo ora affrontare lo stesso problema nel campo complesso. In questo ambiente la soluzione
`e molto pi´ u simmetrica e simpatica. Infatti si troveranno sempre n soluzioni distinte se γ `e non
nullo. Abbiamo il seguente
Teorema 2.7.1 Sia γ = 0 un numero complesso arbitrario. Allora l’equazione
z
n
= γ (2.38)
ha esattamente n soluzioni distinte, che si dicono le radici n-esime del numero complesso γ.
Dimostrazione: Il numero complesso assegnato γ = 0 ha forma trigonometrica γ = [r, ϕ], dove
r `e il modulo di γ e ϕ il suo argomento. Noi cerchiamo un numero complesso z tale che z
n
= γ che
converr`a venga anch’esso individuato con la forma trigonometrica; cio`e lo cercheremo nella forma
z = [ρ, ϑ], con modulo ρ e argomento ϑ da determinare.
Dunque deve valere l’equazione
z
n
= [ρ, ϑ]
n
= [ρ
n
, n ϑ] = [r, ϕ] = γ .
Qui abbiamo tenuto conto delle formule di De Moivre precedentemente dimostrate sulle poten-
ze dei numeri complessi. In base alla condizione d’uguaglianza dei numeri complessi in forma
trigonometrica (2.35) dovranno perci`o valere le condizioni

ρ
n
= r
n ϑ = ϕ +k 2π, k ∈ Z.
2.7. I NUMERI COMPLESSI 61
Questo sistema ha le seguenti soluzioni

ρ =
n

r
ϑ
k
=
ϕ
n
+k

n
, k ∈ Z.
(2.39)
Pu`o sembrare che ci siano infinite soluzioni, dal momento che gli argomenti dipendono da un
intero relativo k ∈ Z. In realt`a il numero delle soluzioni distinte `e esattamente n. Infatti, se a k
attribuiamo i valori 0, 1, . . . , n − 1 i numeri complessi ottenuti sono tutti distinti. Ma se k = n,
si trova che ϑ
n
=
ϕ
n
+ n

n
=
ϕ
n
+ 2π = ϑ
0
+ 2π. Ma i numeri z
0
= [
n

r, ϑ
0
] e z
n
= [
n

r, ϑ
n
]
sono uguali perch´e hanno lo stesso modulo mentre gli argomenti differiscono per 2π. Dunque le n
soluzioni distinte di z
n
= γ (γ = 0) sono z
k
= [ρ, ϑ
k
], k = 0, 1, . . . , n −1, con

ρ =
n

r
ϑ
k
=
ϕ
n
+k

n
, k ∈ ¦0, 1, . . . , n −1¦ .
(2.40)

Le soluzioni dell’equazione z
n
= γ sono dunque tutte collocate sulla circonferenza di centro l’origine
e raggio
n

r; gli argomenti partono da
ϕ
n
e sono distanziati l’uno dall’altro di un angolo uguale a

n
. Sono dunque ai vertici di un poligono regolare di n lati inscritto in una circonferenza di raggio
n

r.
`
E chiaro che per descrivere tutte le soluzioni dell’equazione z
n
= γ, si possono scegliere n valori
distinti consecutivi di k ∈ Z, invece dei valori 0, 1, . . . , n−1 che noi abbiamo scelto, per semplicit`a.
Esempio 2.7.1 Se γ = 3 + 4i, si trovino tutte le soluzione in C dell’equazione
z
7
= γ .
Svolgimento: L’equazione z
7
= 3 + 4i = [r, ϕ], dove r =

25 = 5 e ϕ = arccos
3
5

0, 927295 rad ≈ 53
o
7

48

, ha le seguenti soluzioni
ρ =
7

5 ≈ 1, 2585
ϑ
k
=
arccos
3
5
7
+k

7
≈ 0, 132471 +k 0, 897598, k = 0, 1, . . . , 6 .
2.7.5 Le radici n-esime dell’unit`a
Le soluzioni dell’equazione
z
n
= 1 , (2.41)
62 CAPITOLO 2. NUMERI
r = 5
! = 1,2585..
" = 3 + 4 i
z
0
z
1
z
2
z
z
z
z
3
4
5
6
Figura 2.2: Rappresentazione delle soluzioni dell’equazione z
7
= 3 + 4i.
si dicono radici n-esime dell’unit`a. Sulla base della precedente discussione, le radici n-esime del-
l’unit`a sono numeri complessi aventi modulo 1 e argomento ϑ
k
= k

n
, k = 0, 1, . . . , n −1. Cio`e
2.7. I NUMERI COMPLESSI 63
sono i numeri (solitamente indicati con ω
k
)
ω
k
= [1, k

n
] = cos(k

n
) +i sen (k

n
) = e


n
i
. (2.42)
Qui `e stata utilizzata anche la notazione esponenziale che ancora non abbiamo giustificato, per-
ch´e essa `e estremamente espressiva e frequentemente utilizzata nelle applicazioni. Una propriet`a
interessante delle radici n-esime dell’unit`a da mettere in rilievo `e che il loro insieme forma gruppo
rispetto all’operazione di moltiplicazione in C. Infatti si riconosce facilmente che
ω
k
ω
h
= ω
k+h
, (2.43)
dove la somma k+h deve intendersi fatta modulo n, cio`e al posto di k+h in N si deve considerare
il numero r ∈ ¦0, 1, . . . , n − 1¦ che `e il resto della divisione in N di k + h per n. Dunque se, per
esempio, n = 7, allora ω
2
ω
4
= ω
6
, ma ω
4
ω
3
= ω
7
= ω
0
= 1. L’elemento unit`a del gruppo `e
ω
0
= 1, mentre le propriet`a associativa e commutativa della moltiplicazione sono automaticamente
soddisfatte, una volta riconosciuto che il prodotto di due elementi dell’insieme `e ancora un elemento
dell’insieme. Ogni elemento ω
h
ha come elemento inverso ω
n−h
, per h = 1, 2, . . . , n−1. Ovviamente
ω
0
= 1 `e l’inverso di s´e stesso.
`
E interessante osservare che il gruppo `e, ovviamente, stabile per l’elevazione a potenza dei suoi
elementi e che si ha ω
k
h
= ω
h
k
= ω
h·k
, dove l’indice hk si deve intendere mod n. Ossia hk = r+mn,
con r ∈ ¦0, 1, . . . , n − 1¦. Dunque ω
h·k
= ω
r
. Ci`o si riconosce facilmente usando la forma “polare
ω
h
= [1, h

n
] e quindi ω
k
h
= [1, h k

n
] = ω
h
k
. Un’altra osservazione importante, valida per le
radici dell’unit`a ω = 1 `e la seguente.
Osservazione 2.7.1 Se ω = 1, vale
1 +ω +ω
2
+. . . +ω
n−1
= 0 . (2.44)
Dimostrazione: Infatti sappiamo che, se ω `e radice dell’unit`a, ω
n
= 1 e quindi 1 −ω
n
= 0. Ma
1 −ω
n
= (1 −ω)(1 +ω +ω
2
+. . . +ω
n−1
). Ossia
(1 −ω) (1 +ω +ω
2
+. . . +ω
n−1
) = 0 .
Dunque se ω = 1, ossia se (1 −ω) = 0, vale la propriet`a (2.44), che volevamo dimostrare, cio`e
1 +ω +ω
2
+. . . +ω
n−1
= 0 .

Quest’osservazione ci torna utile per dimostrare la seguente
Proposizione 2.7.1 Siano ω
h
e ω
k
(h, k = 0, 1, . . . , n −1) due radici dell’unit`a. Allora abbiamo
1 +ω
h
ω
k

2
h
ω
k
2
+. . . +ω
n−1
h
ω
k
n−1
=
=
n−1
¸
i=0
ω
i
h
ω
k
i
= n δ
h,k
, (2.45)
64 CAPITOLO 2. NUMERI
dove δ
h,k
`e la “delta di Kronecker
7
che vale 1 se h = k e 0 se h = k.
Dimostrazione: Osserviamo che ω
k
= [1, k

n
] = [1, −k

n
] = ω
−k
e che perci`o ω
k
m
= ω
m
−k
.
Allora abbiamo
1 +ω
h
ω
k
+ ω
2
h
ω
k
2
+. . . +ω
n−1
h
ω
k
n−1
= 1 +ω
h
ω
−k

2
h
ω
2
−k
+
. . . + ω
n−1
h
ω
n−1
−k
= 1 +ω
h−k

2
h−k
+. . . +ω
n−1
h−k
.
Se h = k, allora ω
h−k
= ω
0
= 1 e la somma `e una di n addendi ognuno uguale a 1 e perci`o vale n.
Se h = k, ω
h−k
= 1 `e una radice dell’unit`a e, in forza dell’uguaglianza (2.44), otteniamo che
1 +ω
h−k

2
h−k
+. . . +ω
n−1
h−k
= 0 .
Dunque vale
n−1
¸
i=0
ω
i
h
ω
k
i
= n δ
h,k
.

Questa relazione `e utilissima nel calcolo delle trasformate di Fourier discrete (Discrete Fourier Tran-
sforms: DFT), che sono di fondamentale importanza per le moderne applicazioni delle trasmissioni
digitali di dati. In essa vi `e anche il fondamento per lo sviluppo dell’algoritmo delle trasformate di
Fourier veloci (Fast Fourier Transforms: FFT).
7
Leopold Kronecker (1823, Liegnitz (Prussia) ora Legnica (Polonia) – 1891, Berlino) studi`o a Breslavia (ora
Wroclaw, Polonia) e a Berlino dove complet`o la tesi di dottorato con Dirichlet sulla teoria dei numeri algebrici:
“Sulle unit`a complesse (1845). Era un uomo ricco che si limit`o per vivere ad amministrare il patrimonio familiare.
Tuttavia continu`o a studiare matematica per diletto. Divenne membro dell’Accademia di Berlino nel 1861, e ci`o gli
diede il diritto d’insegnare all’universit`a. I suoi corsi furono dedicati principalmente agli argomenti della sua ricerca:
teoria delle equazioni, teoria dei numeri, dei determinanti e degli integrali. Tuttavia pochi studenti furono capaci di
seguire fino alla fine il semestre delle sue lezioni. Un punto fondamentale del suo convincimento matematico era che
“Dio cre`o gli interi; tutto il resto `e opera dell’uomo. Fu perci`o un fiero oppositore di Cantor e della sua teoria degli
insiemi e, in particolare, della teoria degli irrazionali e, pi´ u in generale, di tutti quei matematici che basavano le loro
ricerche su metodi non costruttivi (Dedekind, Cantor, Heine, . . . ). Talvolta si compliment`o con loro, per esempio
con Lindemann, per la dimostrazione della trascendenza di π (1882), lamentando tuttavia che una dimostrazione cos´ı
brillante fosse applicata ad un argomento inesistente come la teoria dei numeri trascendenti. Nel 1883, quando il suo
maestro Kummer fu pensionato, gli successe nella cattedra all’universit`a di Berlino. Ebbe modo di scontrarsi anche
con Weierstrass che pens`o di andarsene in Isvizzera nel 1888. Fu di bassa statura e molto suscettibile al proposito;
tronc`o ogni relazione con Schwarz (discepolo di Weierstrass e genero di Kummer) per una scherzosa allusione fatta
da costui sull’altezza di Kronecker. L’intuizionismo di Kronecker fu ripreso e sviluppato da Poincar´e e da Brouwer.

ii

Indice

1 Insiemi e logica 1.1 1.2 Preliminari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cenni di logica: connettivi, quantificatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1.2.1 1.2.2 1.3 Connettivi logici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Predicati e quantificatori logici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

1 1 1 1 3 4 4 5 9

Cenni di teoria degli insiemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1.3.1 1.3.2 1.3.3 1.3.4 Insieme vuoto, inclusione e uguaglianza d’insiemi . . . . . . . . . . . . . . . . Unione, intersezione, differenza, prodotto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Applicazioni o funzioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Insieme potenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

1.4

Relazioni binarie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12 1.4.1 1.4.2 Relazioni d’equivalenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12 Relazioni d’ordine . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13

2 Numeri 2.1

17

I numeri naturali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17 2.1.1 Divisione in N . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21 iii

. . . . . . . . . . . . . .5. . .2 Teorema di Bolzano-Weierstrass e sottoinsiemi compatti di R . . . . .1 2. . . . . . . . . 28 I numeri reali . . . . . . . . . . . . . . . 37 Intervalli di R . . . . . . . . . .2 2. 46 Insiemi connessi di R . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .4. . . . . . . . . .7 L’estremo superiore . . . . . . . . .6 2. . . . . . 40 2. . . . . . . . . .5.5 Topologia della retta reale . . . . . . . . 24 I numeri razionali . . .3 2. . . . . . . . . . . . . . . . .1. . . .7. . . . . . . . . . .4 2. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .4. . . . . . . . . . . . . 58 L’equazione z n = γ . . . . . . 48 a I numeri complessi . . . . . . . . . . . . . 60 Le radici n-esime dell’unit` . . . . . . . . 57 Rappresentazione geometrica dei numeri complessi . . . 35 Scrittura decimale dei numeri razionali e reali . . . . . . . . . . . 34 a Radice n-esima di un numero reale . . . .4. . . . . . . . . . . .5 2. . . . . . . . . . . . . . . . . . .4 2. . . . . . . . . . 33 a Il valore assoluto . .5 Coniugio di numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .4. . . . . . . . . . . . . . . . . . .4. . 30 2. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .4. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .7. . . . . . . .2 2. . 54 2. . . . . . . .7. . . . . . . .7 Cardinalit` degli insiemi . . . . . . . . . . . . . . . . . . .7. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .2 2. . . .7.3 2. . . . . . . . . . . . . . . . .3 2. . . 33 Densit` di Q in R . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .4 INDICE Rappresentazione dei numeri naturali in una base B > 1 . . 31 La propriet` di Archimede . . .iv 2. . . . . 22 Gli interi relativi . 47 2. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 2. . . 61 a . . . . . . . . . . .1 2. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .6 2. . . . 56 Forma polare o trigonometrica dei numeri complessi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .4. . . . .2 2. .1 2. . .

.1 Preliminari In questo primo capitolo ci limiteremo a fornire quegli elementi del linguaggio logico e della teoria degli insiemi che vengono comunemente usati nella matematica attuale. Si tratta di un uso strumentale che ha sostanzialmente lo scopo di abbreviare le notazioni ed esprimere in modo pi´ chiaro u le varie nozioni introdotte. Cos´ la proposizione P : “Il numero 2 ` dispari ı e ` una proposizione che facilmente si giudica come falsa (ha valore di verit` F). Queste proposizioni si potranno combinare fra loro per mezzo di a connettivi logici al fine di ottenere altre proposizioni. Noi e prenderemo in considerazione proposizioni di argomento matematico. suscettibili di avere solo due valori di verit`: o Vero o Falso.Capitolo 1 Insiemi e logica 1.2. quantificatori Connettivi logici Un concetto si dice “primitivo. Q. ⇒: P ⇒ Q ha lo stesso valore di verit` di ¬P ∨ Q. Ossia ` e a e 1 . a 1. Assumeremo come e u primitivo in logica il concetto di proposizione. .1 Cenni di logica: connettivi. Con ci` si intende un’espressione di un linguaggio o umano o un’espressione di tipo matematico della quale si possa affermare che ` o vera o falsa. Qui noi ne metteremo in evidenza solo l’utilit` quale “stenografia dei principali aspetti della matematica che tratteremo. che ha valore di verit` Vero se P ` Falso ed ` Falso se P ` a e e e Vero. I connettivi logici che sono comunemente considerati sono: la negazione ¬P . R. . S.2 1. ∨: P ∨ Q ` Vero se e e almeno uno dei due P oppure Q lo `. Dunque oggetti e a elementari del linguaggio logico saranno le proposizioni P. ma in altra sede che non sia quella di un primo corso di Analisi matematica. ∧: P ∧ Q ` Vero se e solo se entrambe le proposizioni P e Q lo sono. se non ` riconducibile ad altri pi´ elementari. spesso pi´ facili da giudicare u rispetto a quelle del linguaggio umano corrente. Gli argomenti qui accennati meriterebbero uno studio approfondito.

a Tabella di verit` per la negazione “non: a P V F ¬P F V Tabella di verit` per la congiunzione “e: a P V V F F Q V F V F P ∧Q V F F F Tabella di verit` per la disgiunzione “o: a P V V F F Q V F V F P ∨Q V V V F .2 CAPITOLO 1. Questo uso dell’implicazione si discosta dall’uso del e e linguaggio comune nel quale quando si afferma che P “implica Q implicitamente si ammette che P sia Vera. In particolare e e e P ⇒ Q ` Vera se la premessa P ` Falsa. si suole e chiamare implicazione materiale l’implicazione usata comunemente in Matematica. P ⇒ Q si legge P implica Q oppure se P allora Q. E facile notare che P ⇔ Q significa (P ⇒ Q) ∧ (Q ⇒ P ). Infine c’` la doppia implicazione ⇔: P ⇔ Q ` vera se e solo se P e Q hanno lo stesso valore di verit`. con l’osservazione fatta sul significato in Matematica dell’implicazione materiale. cio` per distinguerla dal significato del linguaggio comune. P ∨Q si legge P oppure Q. P ∧Q si legge P e Q. In tutti gli altri casi l’implicazione ` Vera. evitando di fare di volta in volta varie precisazioni. e e a I connettivi logici che abbiamo introdotto hanno il seguente significato nel linguaggio comune: ¬P si legge non P . L’uso ` utile e per semplificare l’enunciato di molti teoremi. I connettivi sono caratterizzati dalle loro tabelle di verit`. ` P ⇔ Q si legge P se e solo se Q. INSIEMI E LOGICA Falsa se e solo se P ` Vera e Q ` Falsa. Per questa ragione.

o rispettivamente. dipendente da una sola variabile. a parole. ). P (x. Esempi di predicati con una. −π) vale F . due o tre variabili sono i seguenti: P (x) valga “x ` un numero naturale pari. z. 8 · e) vale F . . che divengono proposizioni effettive solo quando al posto della o delle variabili si assegnano valori appartenenti all’“universo nel quale ci si muove (i numeri naturali. e 2 + y 2 = z 2 con x. . 5) vale V . ma P (15. . . significa “esiste x per il quale vale P (x) e (∀x)P (x) (1. . P (3. allora ogni sapore d’indeterminazione sparisce.2. y. come gi` abbiamo ricordato. 4) vale V . y. z) dipendente da tre variabili x. . che diviene una proposizione quando al posto di x. 7. y. I predicati possono intendersi come “proposizioni aperte. y ∈ R. . P (3. CENNI DI LOGICA: CONNETTIVI. Ci` corrisponde a considerare i quantificatori esistenziale o. Dato un predicato P (x).2. QUANTIFICATORI Tabella di verit` per l’implicazione “se P allora Q: a P V V F F Q V F V F P ⇒Q V F V V 3 Tabella di verit` per la doppia implicazione “P se e solo se Q: a P V V F F Q V F V F P ⇔Q V F F V 1. Espresse in simboli. sono proposizioni (∃x)P (x) che. y.1.1) .2) (1. si sostituiscono valori da scegliere in un assegnato universo. y) sia “x < y con x. oppure affermando a che esista qualche valore nell’universo considerato che rende vera la proposizione P (x) oppure che essa vale per ogni valore di x. z ∈ R. y. universale applicati a P (x). ma la trattazione ` piuttosto pesante per un studente che e s’affacci per la prima volta all’insegnamento di tipo universitario. . P (x. y) dipendente da due variabili x. In una trattazione formalizzata e assiomatica sia le nozioni di proposizione che di predicato rientrano nella definizione di “formula o di “formula ben formata che viene data in modo ricorsivo. si pu` ottenere una proposizione sia o sostituendo un valore particolare alla variabile x.2 Predicati e quantificatori logici Accanto alle proposizioni che hanno un ben preciso valore di verit` (V oppure F ) considereremo a come nozione primitiva quella di predicato P (x) dipendente da una variabile x. y. o i numeri complessi. Si noti che l’indeterminazione e vaghezza con la quale sono presentati i concetti logici ora introdotti ` dovuta e al fatto che abbiamo deciso di darne una trattazione intuitiva e non formalizzata. mentre P (7424) vale V . . o i reali. . z. P (x. 4. z) sia “x e P (3) vale F . Allora ` chiaro che P (x. ma P (6.

un insieme ` ben formato quando c’` una legge che dato un elemento ci permette di decidere se e e esso appartenga oppure no ad un assegnato insieme. In questa teoria ogni e elemento ` a sua volta un insieme e quindi ` definita la relazione di appartenenza fra due insiemi: e e x ∈ y significa l’insieme x ` un elemento dell’insieme y (x appartiene a y). Qui C sta per “choice.3) (1. e la negazione della proposizione “per ogni x vale P (x) ` “esiste un x per il quale non vale P (x)). una classe e ` un insieme se appartiene ad un’altra classe.4 che. Ci sono anche teorie che e ammettono l’esistenza di elementi che non sono insiemi. detti “atomi. in essa e o si distinguono due tipi di collezioni: gli insiemi e le classi. CAPITOLO 1. 1. Elemento primitivo ` la classe. INSIEMI E LOGICA Si sottointende in generale l’universo al quale ci si riferisce. Conviene mettere in evidenza che la negazione della proposizione (∀x)P (x) ` (∃x)¬P (x) (in parole. qualora si vogliano trattare alcune teorie matematiche come quella delle Categorie.4) Qui il simbolo ≡ significa che le due proposizioni messe a confronto hanno lo stesso valore di verit`. di elemento e di appartenenza di un elemento ad un insieme. 1. la negazione di “ esiste qualche x per il quale e vale P (x) ` “per ogni x non vale P (x)). e e che la negazione di (∃x)P (x) ` (∀x)¬P (x) (in parole. Se ` importante specificare a quale e ambiente si riferisca il quantificatore. Un’altra teoria assiomatica degli insiemi molto diffusa ` quella dovuta a von Neumann. (1. Bernays e G¨del (Teoria NBG). Gli oggetti che concorrono a formare un insieme sono i suoi elementi. a Vedremo meglio nel seguito esempi di uso dei quantificatori e della loro negazione. Fra e le teorie assiomatiche degli insiemi. Esistono varie teorie degli insiemi. Quella che la maggior parte dei matematici usa ` quella detta “ingenua.Fraenkel con o senza l’assioma e di scelta (Teoria ZF o ZFC). cio` “scelta. Cio` e e ¬ ((∀x) P (x)) ≡ ((∃x) ¬P (x)) ¬ ((∃x) P (x)) ≡ ((∀x) ¬P (x)) . in inglese. la pi´ comunemente usata dai matematici che si occupano di u Fondamenti della Matematica ` probabilmente la Teoria di Zermelo . inclusione e uguaglianza d’insiemi Esponiamo ora le nozioni essenziali di una teoria ingenua degli insiemi. . che sostanzialmente esporremo e brevemente e che ` una rassegna delle operazioni che ci permetteremo di eseguire sugli insiemi. a parole. si dir` “esiste x ∈ R (in simboli (∃x ∈ R)) oppure “per ogni a numero intero relativo n (in simboli (∀n ∈ Z)). Questa teoria presenta alcuni vantaggi formali sulla e precedente. ma le due teorie sono sostanzialmente equivalenti.1 Insieme vuoto.3 Cenni di teoria degli insiemi Ulteriori concetti che assumeremo come primitivi sono quelli di insieme. Un insieme si pu` intendere come una collezione di oggetti o pensati come un tutt’uno. significa “per ogni x vale P (x).3.

non cambia al cambiare dell’universo al quale si riferisce. (1. Dati due insiemi A e B diremo che A ` un sottoinsieme di B o che A ` contenuto in B (o che B contiene A) se ogni elemento di A ` e e e anche elemento di B.8) Si noti che. differenza. Si noti che in (∀x)(x ∈ ∅ ⇒ x ∈ A) la premessa. e (numero di Nepero) e 3π. dei razionali (Q). P = {n : n = 2 · k. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 5 Ci sono gli insiemi quali per esempio quelli dei numeri naturali (N). .2 Unione. b. quando esso sia finito e si conoscano tutti i suoi elementi. Due insiemi sono uguali quando hanno gli stessi elementi. k ∈ Z} descrive l’insieme dei numeri interi relativi pari. In generale supporremo assegnato un ambiente o universo U (per esempio l’insieme dei numeri reali) e ogni insieme considerato sar` costruito a partire da quell’ambiente o a universo. In formula e A ⊆ B significa (∀x)(x ∈ A ⇒ x ∈ B) . b. si potr` semplicemente procedere all’elencazione degli elementi stessi fra parentesi graffe.3. per dimostrare l’uguaglianza di due insiemi A e B conviene dimostrare che valgono sia A ⊆ B che B ⊆ A. (1. e Se un insieme non ` finito. Per descrivere un insieme. b. Scriveremo A ⊆ B per dire che A ` contenuto in B. ` E conveniente considerare anche un insieme come il seguente all’interno di un certo universo U ∅ = {x ∈ U : x = x}. x ∈ ∅.3. c. . dei reali (R). dell’implicazione ` falsa e dunque. a A = {−1. Spesso saremo in e o grado di descriverlo (all’interno di un assegnato universo) esplicitando la o le propriet` alle quali a soddisfano i suoi elementi. quale che sia A. prodotto Dati due insiemi A e B esiste un insieme che contiene tutti e soli gli elementi di A e di B. . Ci` ` una conseguenza della e o e definizione di uguaglianza fra insiemi.6) Ovviamente ogni elemento ` uguale a s´ stesso e dunque l’insieme considerato non ha alcun elemene e ` to.9) (1. e. Questo insieme si dice l’insieme unione di A e B ed ` definito da e A ∪ B = {x : (x ∈ A) ∨ (x ∈ B)} . non si pu` pensare di elencarne tutti gli elementi. evidentemente avremo ∅ ⊆ A. e i loro elementi.7) (1. Se A = {a. intersezione. 3π} (1. Se a ` un elemento di A. l’implicazione ` vera. Dunque l’uguaglianza di insiemi ` formalmente descritta da e A = B significa (∀x)(x ∈ A ⇔ x ∈ B) ossia A ⊆ B ∧ B ⊆ A . e scriveremo a ∈ A. a. (1. c} e B = {c. esso si dice l’insieme vuoto e viene indicato con il simbolo ∅.5) ` l’insieme chiamato A e avente per elementi i tre numeri reali −1. Si noti che due insiemi sono uguali se contengono gli stessi elementi indipendentemente dall’ordine nel quale gli elementi sono elencati e dall’eventuale ripetizione di uno stesso elemento. e 1. in base alla definizione e di implicazione materiale. dei complessi (C). a. Dunque tutti gli insiemi senza elementi sono fra loro uguali.1. anche praticamente. degli interi relativi (Z). quale che sia l’insieme A. In base alle definizioni date. E da notare che l’insieme vuoto ` unico. a}. vale A = B. a.10) .

. .6 CAPITOLO 1. . ∩ An = {x : (x ∈ A1 ) ∧ . k=1 (1. . i∈I (1. . Infatti la premessa (i ∈ ∅) ` falsa. e equivalentemente. . diremo u e e intersezione della famiglia {Ai } l’insieme Ai = {x ∈ U : (∀i) ((i ∈ I) ⇒ (x ∈ Ai ))} . (1. (1. se I ` un insieme d’indici e {Ai : i ∈ I} ` un insieme indiciato d’insiemi o famiglia u e e indiciata d’insiemi. diremo unione della famiglia {Ai } l’insieme Ai = {x : (∃i ∈ I)(x ∈ Ai )} . che Ai = ∅ i∈∅ . cio` l’insieme degli elementi di A che sono anche elementi di B o.16) dove U ` l’universo nel quale andiamo a scegliere gli elementi.12) Dati i due insiemi A e B si dice intersezione di essi l’insieme che contiene tutti e soli gli elementi che stanno sia in A che in B. .14) Pi´ in generale.13) Se {Ak : k = 1. .18) . .17) Dati due insiemi A e B si dice differenza di A e B l’insieme che contiene tutti e soli gli elementi che stanno in A ma non in B. n e n Ak = A1 ∩ A2 ∩ . . ` un insieme di n insiemi indiciati da k = 1. (1. (1. n}. ∪ An = {x : (∃k)(1 ≤ k ≤ n)(x ∈ Ak )} . esiste certamente A ∩ B = {x ∈ A : x ∈ B} = {x ∈ B : x ∈ A} = {x : (x ∈ A) ∧ (x ∈ B)} . . INSIEMI E LOGICA Se {Ak : k = 1. Si noti che (1. . A \ B = {x ∈ A : x ∈ B} / .15) Cio` si tratta dell’insieme degli elementi comuni a tutti gli insiemi {Ai }.15) ` stata e e scritta in modo che appaia chiaro che se I = ∅ allora Ai = U i∈∅ . se I ` un insieme d’indici e {Ai : i ∈ I} ` una famiglia indiciata d’insiemi. l’insieme degli elementi di B che sono anche elementi di A. . n e n Ak = A1 ∪ A2 ∪ . . n}. Si noti che questo insieme. . essendo sottoinsieme sia di A che di B.11) Pi´ in generale. meno sorprendentemente. . (1. ∧ (x ∈ An )} = k=1 = {x : (∀k)(1 ≤ k ≤ n)(x ∈ Ak )} . . ` un insieme di n insiemi indiciati da k = 1. . e e Invece per l’unione si ha. i∈I (1. . . . .

In base alle definizioni date.20) .3. A ∩ ∅ = ∅. le operazioni introdotte soddisfano le seguenti propriet` a A ∪ ∅ = A. Quali che siano gli insiemi A. A \ ∅ = A. A ∩ (B ∩ C) = (A ∩ B) ∩ C.1. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 7 A B B A A A\B U AUB B B A Figura 1. (1. A ∩ B e A \ B Nella Figura (??) sono rappresentati con il tratteggio gli insiemi A ∪ B.19) quale che sia l’insieme A.1: Sono tratteggiati gli insiemi A ∪ B. A ∩ B e A \ B. C valgono le seguenti ` Proprieta associativa dell’unione e dell’intersezione A ∪ (B ∪ C) = (A ∪ B) ∪ C. (1. B.

(1. (1. a Dati due insiemi A e B. diremo prodotto cartesiano di A e B. y) := {{x}. si dice un singoletto. ma anche l’ordine nel quale sono elencati. b) con il primo elemento in A ed il secondo in B A × B = {(a. Una coppia ordinata ` un insieme rappresentato con e (x. Cio` si e richiede che (x. b) se e solo se x = a e y = b.1 Si dimostrino le uguaglianze (A ∪ B) × (C ∪ D) = (A × C) ∪ (A × D) ∪ (B × C) ∪ (B × D) (A × C) ∩ (B × D) = (A ∩ B) × (C ∩ D) . y}}. b) se e solo se x = a e y = b. b ∈ B} . y}. x) = {x} e se x = y (x. y) = (y. INSIEMI E LOGICA ` Proprieta commutativa dell’unione e dell’intersezione A ∪ B = B ∪ A.8 CAPITOLO 1. y) = (a. y) = (a. {x. E chiaro che e se x = y la coppia si riduce ad un singoletto. Le formule di De Morgan applicate ai complementari affermano che il complementare dell’unione di una famiglia d’insiemi ` l’intersezione dei complementari e che il complementare d’una intersee zione d’insiemi ` l’unione dei complementari. y}) si dice una coppia non ordinata. Si noti che la coppia ordinata (x. sottoinsieme dell’universo U . y) ` cosa ben e diversa dalla coppia non ordinata {x. y) nel quale contano gli elementi presenti. Un insieme e ` contenente due elementi x e y (cio` l’insieme {x. x). (1.3. A ∩ B = B ∩ A. Il complementare dell’insieme vuoto ` l’universo e il e e complementare dell’universo ` l’insieme vuoto. e Un insieme che contenga un solo elemento x (cio` l’insieme {x}). A ∩ (B ∪ C) = (A ∩ B) ∪ (A ∩ C). Chi studia dimostri come utile esercizio che vale la propriet` fondamentale (x.21) ` Proprieta distributiva dell’unione rispetto all’intersezione e dell’intersezione rispetto all’unione A ∪ (B ∩ C) = (A ∪ B) ∩ (A ∪ C). b) : a ∈ A.24) Esercizio 1. Il matematico polacco Kazimierz Kuratowski ha escogitato la seguente rappresentazione della coppia ordinata in termini puramente insiemistici (x. l’insieme U \ C = CC = C. denotato da A × B l’insieme formato da tutte le coppie ordinate (a. Valgono poi le Formule di De Morgan A\( i∈I (1. In particolare (x.23) A\( i∈I Bi ) = i∈I ˜ Si dice complementare di un insieme C.22) Bi ) = i∈I (A \ Bi ) (A \ Bi ).

B si dice il codominio della funzione. dunque g : R → I. anzi nell’intervallo I = [−1. Sia poi g(y) = sen y definita per ogni y ∈ R a valori in R. Fra tutte le applicazioni da un insieme E in s´ la pi´ semplice ` l’applicazione identit` su E che e u e a lascia ogni elemento di E invariato: iE : E → E. f −1 ◦ f = iA . im f = {y ∈ B : (∃x ∈ A) (y = f (x))} . Se f : A → B ` biiettiva. cosa che certamente accade se f. f (x) ∈ B e. nel senso che si pu` o valutare g ◦ f . Ma questa ` una legge che ad ogni elemento di B associa e uno ed un solo elemento di A. L’insieme A si dice il dominio della funzione o applicazione f . . (1. (1. per esempio. ad ogni x ∈ A associa un unico elemento y ∈ B. A = dom f . f −1 (y) ` l’unico x ∈ A tale che f (x) = y. e Analogamente. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 9 1. (g ◦ f )(x) := g(f (x)). ∀y ∈ B. ∀x ∈ A. g : A → A.3 Applicazioni o funzioni Dati due insiemi non vuoti A e B. cio` abbiamo un’applicazione ϕ : B → A. non ` un sottoinsieme o e e e √ del dominio di f . con B ⊆ D. ma non ` e : e 3π definita su tutto R la funzione (f ◦ g). avremo f ◦ g = g ◦ f . x1 = x2 ⇒ f (x1 ) = f (x2 ). anche nel caso in cui sia g ◦ f che f ◦ g siano entrambe definite. (f −1 ◦ f )(x) = x. si dice l’immagine di f .26) Un’applicazione o funzione f : A → B si dice suriettiva se im f = B. Inoltre. ossia se per ogni y ∈ B esiste qualche x ∈ A tale che y = f (x). Si consideri il seguente semplice esempio. Cio` e a x ∈ A si associa il valore g(f (x)) ∈ C.3. allora ad ogni y ∈ B si pu` e o associare un x ∈ A (per la suriettivit`) ed uno solo (per l’iniettivit`). L’applicazione f : A → B si dice iniettiva se porta punti distinti di A in punti distinti di B. lo e si pu` facilmente comprendere perch´. cio` A. mentre f (g(x)) = 2x + 1. Se f : A → B ` e biiettiva essa ` legata a f −1 dalle relazioni e f ◦ f −1 : B → B f −1 ◦ f : A → A e e f ◦ f −1 = iB . Allora ` definita (g ◦ f )√ A → I. a f : R → R data da f (x) = x + 1 e g : R → R data da g(x) = 2x.3. Allora g(f (x)) = 2x + 2. Dunque (f ◦ f −1 )(y) = y. tale che ∀x ∈ E. cio` C. cio` se. x2 ∈ A.27) Infatti se y ∈ B. con e A = {x ∈ R : x ≥ 0}. essendo x1 . in generale. Essa viene indicata con f :A→B (1. Precisamente f −1 (y) = x se x ` e l’unico elemento di A tale che f (x) = y. 1] = {z ∈ R : −1 ≤ z ≤ 1}. non ` detto che si possano comporre g ed f nel senso che si possa considerare f ◦ g.1. Si e pensi. dato x ∈ A. f : A → R. per definizione. Un’applicazione e che sia iniettiva e suriettiva si dice biiettiva. iE (x) = x. B = codom f . un’applicazione o funzione f definita su A e a valori in B. il codominio di g. ` una e legge che. Se f : A → B e g : D → C. Infatti se y = 2 . Dunque ad ogni y ∈ B resta a a associato un solo x ∈ A tale che f (x) = y. cio` se dominio e codominio di f e g coincidono.25) e il valore y ∈ B si denota con y = f (x). Quest’applicazione si dice e l’inversa dell’applicazione f : A → B e si denota con f −1 : B → A. Si noti che se f e g sono componibili. Dunque f ◦ g = g ◦ f . g(y) = −1 e f (−1) = −1 non ` definita e in R. si pu` considerare o la funzione composta g ◦ f : A → C definita come segue: per ogni x ∈ A. L’insieme dei punti di B che sono immagine dei punti di A. Sia f (x) = x.

La funzione F si dice allora il prolungamento o estensione di f ad A. In generale. per esempio. b ∈ B. diremo controimmagine o immagine inversa di E per mezzo di f . Se sono dati tre insiemi A. B. In questo caso il problema diviene importante e non sempre ha soluzione. il sottinsieme di B dato da f (E) = {y ∈ B : (∃x ∈ E)(y = f (x))} . 3} nell’insieme A ∪ B ∪ C. se E ⊆ A possiamo considerare la funzione f |E (denotata anche con f E) avente dominio E e codominio B e definita dalla relazione f |E (x) = f (x). quella consistente nel considerare tutte le applicazioni f : A → B. (1. ma sono in corrispondenza biunivoca tra di loro. come l’insieme di tutte le possibili applicazioni f dall’insieme {1. Essa si dice la restrizione di f ad E.31) Torniamo brevemente sul concetto di insieme prodotto.29) Chi studia lo provi come esercizio. INSIEMI E LOGICA Se f : A → B ed E ⊆ A. la a continuit`. c)) ` un’applicazione biettiva fra i due insiemi. se non ci sono esigenze particolari per tenerle distinte. (1. c ∈ C}. Se. ∀x ∈ E. data una famiglia d’insiemi {Ai : i ∈ I} . allora se E = {x ∈ R : −1 ≤ x ≤ 0}. f (x) = x2 come funzione da R a R. c ∈ C} e A × (B × C) = {(a. c)) : a ∈ A. (1. disponendo della nozione di applicazione. e. (b. 2} → A∪B. mentre non ` definita e ` sugli eventuali x ∈ A \ E. tale che F |E = f . Inoltre. Questa totalit`. f (3) ∈ C. Si noti che le inclusioni possono valere in senso proprio. esso diviene e interessante quando si chiede che F conservi certe propriet` importanti di f . l’insieme f −1 (E ) = {x ∈ A : f (x) ∈ E } ` E evidente dalla definizione che f (f −1 (E )) ⊆ E e f −1 (f (E)) ⊇ E . 2. tali che f (1) ∈ A. f (2) ∈ B. potremo confondere fra loro le tre nozioni. Chiaramente i due insiemi sono diversi. diremo immagine di E per mezzo di f . Data f : A → B. Si pensi anche che A × B ` in corrispondenza biunivoca con l’insieme delle applicazioni e f : {1. f −1 (E ) = {0} e f (f −1 (E )) = {0} E . per esempio. tali che f (1) ∈ A. c) : e a ∈ A. a Dati due insiemi A e B non vuoti.10 CAPITOLO 1. per cos´ dire inverso: data f : E → B e dato A ⊇ E si cerca una funzione ı F : A → B. Infatti κ : (A×B)×C → A×(B ×C) definita da κ((a. Dunque potremo e pensare di confonderli fra loro in molte situazioni pratiche. b ∈ B. Mentre il problema fra le applicazioni intese in senso puramente insiemistico ` banale.28) Se E ⊆ B. forma un insieme che denoteremo a con A B = B A := {f : (f : A → B)} . E spesso un problema interessante in matematica quello. C. f (E) = {x ∈ R : 0 ≤ x ≤ 1} e f −1 (f (E)) = {x ∈ R : −1 ≤ x ≤ 1} E. Anche quest’ultimo insieme ` in corrispondenza biunivoca con i e primi due. se E = {x ∈ R : 0 ≤ x ≤ 1}. cio` l’insieme delle coppie {((a. c) = (a. possiamo considerare i seguenti insiemi prodotti cartesiani: (A×B)×C.30) . f (2) ∈ B. (1. penseremo come operazione lecita su di essi. b). quali. b). (b. potremo pensare ad un insieme A × B × C (senza alcuna parentesi frapposta).

(1. Ai = AI i∈I .1. . Pi´ e u in generale. La definizione significa che noi decidiamo di pensare lecita l’operazione che consiste nel prendere in considerazione tutti i sottoinsiemi di un insieme dato. l’insieme di tutti i sottinsiemi di A. f (i) ∈ Ai Ai = {f : (f : I → i∈I i∈I Ai ). (∀i ∈ I). In particolare 2∅ = P(∅) = {∅}. In questo caso.34) Si noti che P(A) = ∅. 1}. Uno dei modi per enunciare il tanto discusso Assioma di scelta ` di assumere che il e prodotto cartesiano sia vuoto solamente quando qualche insieme Ak ` vuoto. e produrre cos´ un ı nuovo insieme. allora A × A × A ` denotato anche A3 . 1}A . per ogni i ∈ I. anche se A = ∅. Spesso 2A viene usato nei due sensi.3. 1. insieme che contiene un elemento e dunque non ` vuoto.33) ci` coincide con la notazione gi` introdotta per l’insieme delle applicazioni da I ad A. CENNI DI TEORIA DEGLI INSIEMI 11 il prodotto cartesiano della famiglia sar` l’insieme di tutte le applicazioni dall’insieme d’indici I in a ∪i∈I Ai tali che. Infatti P(∅) = {∅}. L’assioma di scelta e ` stato discusso e controverso nei primi anni del 1900. questo doppio uso della notazione non genera confusione. (∀i ∈ I) (f (i) ∈ Ai )} . detta funzione caratteristica di E χE (x) = 0 : x∈E / 1 : x∈E (1. (1. e l’insieme A × A si denota anche con A2 .32) Un caso particolare interessante ` quello della famiglia costante d’insiemi. se A = B. se Ai = A. (1. e avendo definito 2 = {0. Infatti non ` possibile trovare un’applicazione f : I → e i∈I Ai ). denotato da P(A) := {E : E ⊆ A} . o a ` E ovvio che se per qualche k ∈ I.3. che si indica anche con 2A . 1}. poich´ alcune delle conseguenze che se ne e e traggono appaiono paradossali. e Cio` una corrispondenza biunivoca tra gli insiemi P(A) e {0. e Se. tale che f (k) ∈ Ak .4 Insieme potenza Dato un insieme A si dice insieme potenza di A o insieme delle parti di A.35) allora vi ` una corrispondenza biunivoca tra i sottoinsiemi di A e le applicazioni da A in {0. se A = B = C. definiamo come segue un’applicazione. per ogni E ⊆ A. In generale. Infatti esiste sempre l’applicazione vuota dall’insieme vuoto in un insieme non vuoto. Ak = ∅. dal momento che Ak non ha elementi. allora il prodotto cartesiano i∈I Ai = ∅.

tale che Ei = ∅ per ogni i ∈ I.36) Gli elementi a. b) = 1. sono in relazione R fra loro se ρ(a. ossia se per ogni coppia di elementi a. abbiamo un rappresentante per ogni classe ¯ d’equivalenza. allora a ` in relazione R con c. usando il simbolo ∼. Riflessiva.4 Relazioni binarie Dato un insieme non vuoto A diremo che ` data una relazione binaria R su A. e Dato un insieme non vuoto A. Se abbiamo . Simmetrica. Naturalmente ci possono essere pi´ relazioni d’equivalenza e.4. b ∈ A. b) ∈ R. Equivalentemente.37) L’insieme delle classi d’equivalenza R su A. ` i due elementi non stanno in relazione fra loro. con a ∈ A. Se scegliamo un particolare elemento a da ogni classe d’equivalenza [a]R . (1. b ∈ A (nell’ordine). diremo partizione (o ripartizione) di A una famiglia di sottoinsiemi Ei ⊆ A. Ei ∩ Ej = ∅. L’insieme di tutti i rappresentanti ` detto un sistema completo di rappresentanti ed e ` in corrispondenza biunivoca con l’insieme quoziente A/R. ossia se per ogni terna a. che denoteremo con e A/R. e e 3. (o A su R). b. se a ` in relazione R con b allora b ` in relazione R con a. possiamo considerarne le classi d’equivalenza: [a]R = {b ∈ A : b ∼R a} . ossia se ogni a ∈ A ` in relazione R con s´ stesso. Se ρ(a. si scriver` a ∼R b u u a per dire che a e b sono equivalenti secondo la relazione R. se a ` in relazione R con b e b ` in relazione R con a. se ` dato un e e sottoinsieme R ⊆ A × A. allora a = b. Solitamente si usa denotare una relazione d’equivalenza. Diremo che due elementi a. e e e 1. per i = j e A = ∪i∈I Ei . Le classi della ripartizione sono indiciate dagli elementi di A e [a] ∩ [b] = ∅ se e solo se a ∼ b. Data una relazione d’equivalenza R. Interessano alcune propriet` formali controimmagine di {1} per l’applicazione ρ: R = ρ a delle relazioni binarie. con i ∈ I. Antisimmetrica. se ∀a ∈ A si ha aRa. b) ∈ R a e b non stanno in relazione R fra loro e si scrive / a Rb. b ∈ A sono in relazione R fra loro e scriveremo aRb se la coppia ordinata (a. b ∈ A. se ∀a. (1. e e 2. Transitiva. se a ` in relazione R con b e b ` in relazione R con c. le classi [a]R . ossia se per ogni coppia di elementi a. costituiscono una ripartizione di A. Data che sia una relazione d’equivalenza. b) = 0. se (a. simmetrica e transitiva si dice una relazione d’ea quivalenza. Diremo che la relazione binaria R ha la propriet` a 1. b ∈ A (aRb) ∧ (bRa) ⇒ (a = b). diremo che ` data una relazione R su A se ` assegnata un’applicazione e e ρ : A × A → {0. 1} . volendo essere pi´ precisi. b. INSIEMI E LOGICA 1. se ∀a. che si dice l’insieme quoziente di A. E chiaro che il sottoinsieme R di A × A ` la e −1 ({1}). ` un insieme (sottoinsieme di P(A)). e e 4.12 CAPITOLO 1. c di elementi di A. b ∈ A si ha (aRb) ⇒ (bRa). se ∀a.1 Relazioni d’equivalenza Una relazione che soddisfi le propriet` riflessiva. rispetto all’equivalenza R. c ∈ A (aRb) ∧ (bRc) ⇒ (aRc).

c e d come elementi massimali. la descrizione ` pi´ chiara: da a = ¯ segue [¯] ∩ [¯ = ∅. se ν ∈ E e per ogni x ∈ E vale ν x. 3. c. e} con a b. se ∀a ∈ A vale a µ o e µ a. ma non c’` n´ massimo n´ minimo. Se un insieme ha massimo tale massimo ` unico. poich´ non esiste alcun insieme non vuoto e che sia sottoinsieme di entrambi. . n´ F ⊆ E. Pi´ in generale. antisimmetrica e transitiva si dice una a relazione d’ordine (in senso debole.1. allora E = {b. cio` a b a e e non ` compatibile con b a. µ u e ` il massimo di E se µ ∈ E e per ogni x ∈ E vale x µ. segue µ1 e µ2 e µ2 µ1 . Infatti da µ1 . 3} e F = {2. si pu` definire un’equivalenza dicendo che o a ∼E b se esiste un elemento Ei ∈ E. Diremo che µ ` il massimo di A. ossia se x ∈ E e δ x implica x = δ. e Una relazione d’ordine si dice totale se ∀a. Se A = {a. Un elemento δ ∈ E si dice un elemento e massimale di E se δ ∈ E. Analogamente per il minimo di un insieme ordinato: se esiste ` o e unico. cio` a a per ogni a ∈ A.2 Relazioni d’ordine Una relazione binaria che soddisfi le propriet` riflessiva. per esempio. µ2 ∈ E. Dato un insieme ordinato che indicheremo con la notazione (A. si scrive a b che si legge “a precede b oppure b a che si legge “b segue a. b. dato E ⊆ A. d. e e e Nella figura le relazioni d’ordine sono rappresentate da una linea continua. b o che b a. 4} sono tali che n´ E ⊆ F . RELAZIONI BINARIE 13 un sistema completo di rappresentanti. Analogamente si definiscono gli elementi minimali. 2. definendo a b se e solo se a b e a = b. e transitiva. se si vuole essere precisi). tale che a. cio` tali che E ∩ F = ∅ non e solo sono inconfrontabili.4. d e c non sono confrontabili fra loro. d e e non vale alcun’altra relazione d’ordine stretto. Ci possono essere per` pi´ elementi massimali (o minimali). con pi´ di un elemento. entrambi soddisfacenti le condizioni di massimo. e u ¯ b a b] Viceversa. ossia che vale Dato un insieme A. ). c. Dunque ad ogni ripartizione E su A si pu` associare l’insieme o che ha come elementi le classi della ripartizione e quest’insieme si dir` ancora insieme quoziente a A/E. c e. e e Dunque essi sono inconfrontabili. b e c. Considerando le classi dell’equivalenza cos´ ı ottenuta si ritrova la ripartizione E. o u a c. data una ripartizione E = {Ei : i ∈ I} di A. b ∈ Ei . controsimmetrica. per indicare che i due elementi a e b di A (nell’ordine dato) stanno in una relazione d’ordine fra loro. 4} i due sottoinsiemi E = {1.4. e A = {1. ν ` il minimo di E. ma essi si diranno incompatibili. 2. Una relazione d’ordine in senso stretto soddisfa le propriet` irriflessiva. ma non esiste x ∈ E tale che δ x. 1. Se. diremo che un suo elemento ν ` il minimo di A se ∀a ∈ A vale ν e a. d} ha b e c come elementi minimali. b d. la relazione d’inclusione E ⊆ F fra sottoinsiemi di A ` u e un tipico esempio di relazione d’ordine in senso debole parziale (cio` non totale). b ∈ A ` verificato che a e a b oppure a = b oppure b a. In generale. Vedremo nel seguito quale ruolo importante abbiano le relazione d’equivalenza nelle estensioni dei campi numerici da N a Z e da Z a Q. Data una relazione d’ordine “debole si pu` ottenere una relazione d’ordine “forte o “stretta che si denota con e si legge “precede o strettamente. Ma ci` implica µ1 = µ2 . Due sottoinsiemi E ed F disgiunti.

2: E ha elementi massimali e minimali. Analogamente h si dice una limitazione inferiore . si dice una limitazione superiore o un maggiorante di E. se esiste un elemento k ∈ A tale che e ∀x ∈ E si ha x k. e e Diremo che E ⊂ A ` superiormente limitato o maggiorato. Il numero k ∈ A per il quale x k. E ⊆ A si dice inferiormente limitato o minorato se esiste h ∈ A tale che ∀x ∈ E si ha x h. per ogni x ∈ E.14 CAPITOLO 1. ma n´ max n´ min. INSIEMI E LOGICA E b a c d e Figura 1. Analogamente.

Dunque. (1. si dice l’estremo inferiore di E. Se fra tutti i maggioranti ce n’` uno minimo.1. quando esistono. . Questi elementi. quando esiste.4. non sempre un insieme superiormente (inferiormente) limitato ha estremo superiore (inferiore). Ci` invece ` verificato nell’insieme ordinato dei numeri reali. Analogamente il massimo minorante. si denotano con sup(E) e inf(E) rispettivamente e sono necessariamente unici.39) quando tali massimo e minimo esistano.38) (1. RELAZIONI BINARIE 15 o un minorante di E. o e . per definizione. esso si dice l’estremo superiore e di E. si ha sup(E) = min{k : (∀x ∈ E) (x inf(E) = max{h : (∀x ∈ E) (x k)} h)} . Vedremo che nell’insieme ordinato dei numeri razionali Q.

16 CAPITOLO 1. INSIEMI E LOGICA .

1 I numeri naturali Secondo l’opinione di molti matematici della fine dell’ottocento e degli inizi del novecento. non esiste alcun elemento e x ∈ N strettamente compreso tra n e n ). a in particolare. indicheremo con N+ l’insieme dei naturali senza lo zero: N+ = {1. tutto il o resto ` opera dell’uomo. . Esporremo qui. Peano mostr` come tutta l’aritmetica si potesse fondare a partire da quei o principi. faremo l’ipotesi che i nostri fondamenti siano dati dai numeri naturali stessi. noti ora come “Assiomi di Peano.}. detto altrimenti. allora x = n.Capitolo 2 Numeri 2. ricordando l’affermazione di Leopold Kronecker (1823 . Tuttavia. 2. . (Cio`. detto zero.1916) e Giuseppe Peano (1858 e 1932) riconobbero la validit` di certe proposizioni fondamentali soddisfatte dai numeri naturali e. la Matematica pu` pensarsi fondata sui numeri naturali. utilizzando un sistema assiomatico sostanzialmente equivalente a quello trovato da Dedekind e Peano. x ∈ N. Lo scopo principale ` quello di abituare gli studiosi all’arte del ragionamento e e della deduzione. nel 1889. 1. per i limitati scopi di questo u corso. 2. L’insieme dei numeri naturali ` l’insieme e N = {0. . e (N2) Ogni elemento di N ha un immediato seguente o successivo. Attualmente ` noto che un modello dei numeri o e naturali si pu` costruire all’interno della teoria degli insiemi. Cio` ∀n ∈ N ∃n ∈ N tale che e n ≤ n e se n ≤ x < n . spostando cos` ulteriormente verso o ı concetti pi` elementari i fondamenti della Matematica.1891) secondo la quale “Dio cre` gli interi. cio` ∃0 ∈ N tale che ∀n ∈ N 0 ≤ n. . . alcune delle propriet` dell’insieme a dei numeri naturali. 17 . N ` totalmente ordinato e da una relazione d’ordine ≤ (detto ordine per grandezza dei naturali) che ha inoltre le seguenti propriet`: a (N1) Esiste in N un primo elemento (il suo minimo). . Julius Wilhelm Richard Dedekind (1831 .} .

e Mostriamo ora come l’uso degli assiomi alla Peano permetta di dimostrare alcune delle pi` imporu tanti propriet` aritmetiche di N. o e e Leggiamo cosa ci` significhi. Dimostrazione: Sia M ⊂ N. e allora P (n) ` vero per ogni n ≥ n0 .1 Ogni sottoinsieme non vuoto di N ha un minimo. + n2 = n(n + 1)(2n + 1) 6 . allora S = N. Al posto di (N3) si pu` considerare equivalentemente la proposizione o (N3’) (Principio d’induzione). Supponiamo che valga n(n + 1)(2n + 1) n(n + 1)(2n + 1) 12 +22 +. . .1 Dimostrare per induzione che 12 + 22 + . Se (a) 0 ∈ S e (b) (∀n ∈ N) ((n ∈ S) ⇒ (n ∈ S)). Il predicato P (n) ` “12 + e 2 + . . Esiste perci` un k ∈ N tale che P (k) ` vera. Si verifica che P (1) ` vera: 1 = 12 = 1·(1+1)·(2·1+1) = 1. e o Infatti se m ∈ M (poich´ M = ∅ qualche elemento c’`) non pu` valere P (m ). .1. Diamo e 2 6 6 per scontato che sia n = n + 1. Dunque non pu` essere che per ogni n ∈ N o P (n) vera implichi P (n ) vera. la “base alla quale si applica il principio d’induzione. Consideriamo la proposizione dipendente da n ∈ N. . o .+n2 +(n+1)2 = + 6 6 n+1 n+1 (n + 1)(n + 2)(2n + 3) (n + 1)2 = · [n(2n + 1) + 6(n + 1)] = (2n2 + 7n + 6) = . Sia S ⊂ N. Sia P (n) una proposizione dipendente da n (un predicato). .1. . Esempio 2. NUMERI (N3) (Principio d’induzione). cosa che verificheremo successivamente. e e Come si ` visto nell’esempio precedente. Non pu` essere e e o o (∀x ∈ M ) (x ≥ m ): infatti m ∈ M e vale m < m . Un notevolissimo risultato ` dato dal seguente a e Teorema 2. P (n) : “(∀x ∈ M ) (x ≥ n) . Se (a) P (0) ` vera e se (b) (∀n ∈ N) dall’essere vera P (n) segue che ` vera P (n ). Dunque 6 6 6 anche P (n + 1) ` vera. M = ∅.18 CAPITOLO 2. + n2 = n(n + 1)(2n + 1) . Tuttavia ` facile verificare che la proposizione non pu` essere vera per ogni n ∈ N. Talvolta si prende come base un valore n0 > 0. Per il principio d’induzione P (n) ` vera per ogni n ∈ N+ . ma P (k ) ` falsa. e quindi anche e e quelli di M ). . non e sempre ` n = 0. Ovviamente P (0) ` vera (ogni numero naturale ` ≥ 0. Allora il Principio d’induzione e viene enunciato come segue: se P (n0 ) ` vero e se P (n) vero implica P (n ) vero per ogni n ≥ n0 . Svolgimento: In questo caso ha senso partire non da n = 0 ma da n = 1. allora P (n) ` e e e vera per ogni n ∈ N.+n2 = e computiamo 12 +22 +.

Il principio d’induzione. I NUMERI NATURALI 19 P (k) vera significa che ∀x ∈ M ` k ≤ x. Un insieme ordinato nel quale ogni sottinsieme non vuoto abbia minimo. Gli insiemi bene ordinati sono in corrispondenza biunivoca con quelli che nella teoria degli insiemi si dicono i numeri ordinali. In a generale invece. Pi` avanti faremo qualche accenno u alla cardinalit` e ai numeri cardinali. Nel caso finito i numeri ordinali e cardinali coincidono. permette di definire le operazioni in N e di dimostrare le loro ben note propriet` aritmetiche.1. e Suggerimento: Conviene ricordare che un insieme M si dice superiormente limitato in N se esiste k ∈ N tale che ∀x ∈ M ` x ≤ k. con x ∈ M . Poich´ N ` bene ordinato esso ` un numero ordinale.1) MOLTIPLICAZIONE Siano a. N pensato come ordinale si suole indicare con il simbolo ω0 . Ma da (N2) segue che x = k. P (k ) falsa significa che la negazione della proposizione e P (k ) ` vera. si dice un insieme bene ordinato e l’ordine si dice un buon ordine. Dunque esiste x ∈ M tale che e e k≤x <k .2. In modo analogo si dimostra il seguente Teorema 2. Dunque k ∈ M e ∀x ∈ M si ha k ≤ x. Abbiamo verificato che N ` bene ordinato dall’ordine per e grandezza. definiamo a+0 a+b = a = (a + b) .2) . b numeri naturali. i numeri ordinali finiti. cio` che esiste qualche x ∈ M tale che x < k .2 Se M ⊂ N ` non vuoto e superiormente limitato. con gli altri assiomi opportunamente utilizzati. Anche gli elementi di N sono numeri ordinali. definiamo a·0 a·b = 0 = a·b+a . il e e e minimo degli ordinali infiniti. (2. allora ha massimo. (2. b numeri naturali.1. a ADDIZIONE Siano a. Cio` k ` il e e minimo di M . Si consideri inoltre la proposizione e P (n) : “esiste un x ∈ M tale che x ≥ n . i numeri ordinali infiniti sono cosa diversa dai numeri cardinali infiniti.

20 CAPITOLO 2. Commutativa: (∀a. . NUMERI In particolare. a a ı Si possono pure dimostrare le seguenti proposizioni “Se a + c = b + c. come avevamo gi` annunciato (e come ` intuitivamente noto) ∀a ∈ N si ha e a e a = a + 1. b ∈ N) a · b = b · a . Si noti che le propriet` sono elencate nell’ordine nel quale conviene siano dimostrate. In questo caso il e risultato si denota con c = b − a. e cos` via. La sottrazione non la riterremo un’operazione in N poich´ non ` e e definita per ogni coppia di numeri naturali. Cio`. Si pu` dimostrare. Commutativa: (∀a. e “Se a ≤ b. che valgono le seguenti proo priet` dell’addizione: a Associativa: (∀a. c si dice la differenza di b e a. b. Per la moltiplicazione valgono le seguenti propriet`: a Associativa: (∀a. b. se indichiamo 0 = 1. usando opportunamente il principio d’induzione. b. c ∈ N) a + (b + c) = (a + b) + c . Cio` vale la legge di cancellazione a destra (e quindi anche a sinistra). nel senso che. ma solo per quelli per i quali ` a ≤ b. Distributiva della moltiplicazione rispetto all’addizione (∀a. c ∈ N) a · (b · c) = (a · b) · c . ∃!c ∈ N tale che a + c = b. abbiamo dalla definizione di addizione a + 1 = a + 0 = (a + 0) = a . si fa uso dell’associativit`. b ∈ N) a + b = b + a . allora a = b. c ∈ N) a · (b + c) = a · b + a · c . a per dimostrare la commutativit` dell’addizione.

cancellando a sinistra q · b. Un numero p > 1 divisibile solo per 1 e per s´ stesso... a ` uno di questi numeri e e quindi a=q·b+r con r ∈ {0. r ) tali che a a=q·b+r =q ·b+r . . b. . Dimostrazione: Sia b = 0. . con b = 0.2. Dimostriamo ora l’unicit` della coppia. 1.. si dice un e e numero primo. . Se fosse h = 0. r) e (q . Il numero q si dice il quoziente e r si dice il resto della divisione euclidea. Teorema 2. Allora abbiamo q · b + r = q · b + r . Esiste perci` q ∈ N tale che o o q · b ≤ a < (q + 1) · b = q · b + b . allora l’insieme dei multipli di b 0 < b < 2 · b < . il numero b si dice un divisore di a e a si dice un multiplo di b. si trova h·b+r =r . q = q + h. I NUMERI NATURALI 21 2. Ogni numero naturale ` e divisibile per 1 e per s´ stesso. esiste una sola coppia di naturali (q. Cio` e q ·b+h·b+r = q ·b+r. per esempio.1.1. Supponiamo. q ≤ q . < q · b + (b − 1). . r) tali che a = q·b+r r < b. < n · b < . (2. r < b. Ma allora.4 Esistono infiniti numeri primi. Deve perci` essere h = 0 e quindi q = q e inoltre r = r .3 Per ogni coppia di numeri naturali a. b − 1}. Siano (q. ..1 Divisione in N Si dimostra il seguente Teorema 2.1.3) Tra q · b e q · b + b sono compresi i numeri: q · b < q · b + 1 < . non potrebbe accadere che r < b.1. . o Se r = 0. con r < b. non ha massimo e quindi non pu` essere superiormente limitato.

2 Rappresentazione dei numeri naturali in una base B > 1 Teorema 2. . con m1 . · p + 1 . k = 0. e e per ipotesi induttiva. ce n’` sostanzialmente una sola. Mostriamo e ora che c’` un’essenziale unicit`. p. Esiste una sola coppia (q. Per n1 < n vale l’unicit` della scomposizione e quindi. . esso ` primo oppure ` composto: n = m1 · m2 .6 Sia B un numero naturale > 1. con r < B tale che A=q·B+r . ma anche h = p · n2 − p · n2 = (p − p) · n2 . . . . . a e Teorema 2. . NUMERI Dimostrazione: Siano dati i numeri primi 2. .. e Supponiamo che possa esserci una scomposizione che non contiene il fattore primo p. Dunque ci sono e e due possibilit`: o n ` primo o ha un fattore primo q diverso da 2. . . mentre la seconda non lo contiene (infatti p − p non pu` essere divisibile per p). 1. Sia allora n = p · n2 . 2. . Perci` n2 < n1 . supponiamo che ogni numero naturale < n sia rappresentabile in modo unico come prodotto di fattori primi. fra le decomposizioni in fattori e a primi aventi il fattore primo p. allora certamente n ` rappresentabile come prodotto di fattori primi. . . p. Allora ` n = p · n1 . Dividiamo A per B. s 2 1 Dimostrazione: Dato n > 1. n e an > 0. . .1. m2 > 1. . B − 1. . · pk s .1. Facciamo l’ipotesi induttiva che la Sia dunque A ≥ B. ovviamente ci` vale. + a1 · B + a0 con 0 ≤ ak ≤ B − 1. Dimostrazione: Se A = 1.. p (infatti il resto della divisione ` 1). E avrebbe due fattorizzazioni diverse: h = p · (n1 − n2 ) = (p − p) · n2 . . la prima contiene il fattore primo p. .1. Allora il numero h < n n. 3. 2. Questo numero non ` divisibile per 2. . .22 CAPITOLO 2. 3. Per ogni numero naturale A > 0 esiste un naturale n tale che A si scrive in modo unico come A = an · B n + an−1 · B n−1 + . 5. . 3. . essendo necessariamente p > p (ma p minimo nell’altra fattorizzazione). e a Tra i fattori primi di n. 5. Ma ci` va contro l’ipotesi o o induttiva. Consideriamo il numero n = 2 · 3 · 5 · . Sia h = n−p·n2 < o ` h = p · n1 − p · n2 = p · (n1 − n2 ). r). . . Se.5 [Unicit` della scomposizione in fattori]. sia p il minimo (ricordiamo che ogni insieme non vuoto di naturali ha un minimo). o proposizione sia vera per ogni numero naturale < A. 5. . Ogni numero naturale > 1 ` rappresena e tabile in modo essenzialmente unico (cio` a meno di una permutazione dei fattori) come prodotto e di numeri primi: n = pk 1 · pk 2 · .

Scrivendo poi i resti nell’ordine inverso a quello in cui sono stati calcolati. . . nelle basi sette e due. mentre il quoziente viene scritto nella riga sottostante della colonna di sinistra. Nella colonna di destra si riporta il resto.1. . dove si sono fatte le posizioni a0 = r. . a1 = a0 . . . + a0 ) · B + r = = am · B m+1 + am−1 · B m + .2. a0 univocamente determinati e am > 0. . an sono univocamente determinati e an > 0. . an = am .1. Svolgimento: Si consideri la seguente tabella 4581 654 94 13 1 0 7 7 7 7 7 3 3 2 6 1 - La tabella si ottiene come segue: il numero sulla sinistra viene diviso per 7 (numero della colonna centrale). Sostituendo A = (am · B m + am−1 · B m−1 + . Per la base due si trova 4581 2290 1145 572 286 143 71 35 17 8 4 2 1 0 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 2 1 0 1 0 0 1 1 1 1 0 0 0 1 - . + a1 · B + a0 . . . n = m + 1 e an > 0. . essendo i coefficienti am . Allora per l’ipotesi induttiva fatta esiste m ∈ N tale che q = am · B m + am−1 · B m−1 + e e . I NUMERI NATURALI 23 Poich´ B > 1 ` q < A. am−1 . Per l’ipotesi induttiva e per l’algoritmo di divisione r = a0 e a1 . Esempio 2. + a0 · B + r = an · B n + an−1 · B n−1 + . . . . + a0 . Il procedimento viene ripetuto finch´ ` possibile (cio` finch´ ee e e non si ottiene quoziente 0). .2 Si scriva il numero 4581 dato in base dieci. an−1 = am−1 . . . si trova la rappresentazione del numero nella base voluta (sette nel nostro caso). . . Dunque (4581)dieci = (16233)sette .

. C (dodici). . . a quattro a quattro. a partire da destra (tenendo conto che 22 = 4.) · B + a1 ) · B + a0 . .. (01)due = (1)quattro . NUMERI La ragione per la quale il metodo sopra esposto fornisce il passaggio di base. (1000111100101)due = (1|0001|1110|0101)due = (11E5)sedici . calcolando. a due a due. . e 2. (10)due = (2)quattro . analogamente. mettendo in evidenza le successive o divisioni per B con resto: A = (an · B n−1 + an−1 · B n−2 + . la sottrazione non ` sempre possibile in N.24 e dunque (4581)dieci = (1000111100101)due . si pu` o fare agevolmente. sedici. In generale per passare da un numero scritto in base B a uno scritto in base D. in base dieci an · B 1 0 dieci alla base D con l’algoritmo di divisioni successive che si ` applicato sopra. + a1 )B + a0 = = (. . + a · B + a e quindi passare dalla base B alla base dieci. se non si conosce l’algoritmo di divisione in base B (sostanzialmente le “tabelline del B). F (quindici). . B (undici). sta nel fatto che si pu` scrivere in modo opportuno la rappresentazione in base B. prendendo le cire a tre a tre: (1000111100101)due = (1|000|111|100|101)due = (10745)otto . (11)due = (3)quattro ). Una verifica dell’algoritmo assegnato si ottiene. tenendo conto della scrittura posizionale 4581 = 1 · 74 + 6 · 73 + 2 · 72 + 3 · 7 + 3 = 2401 + 6 · 343 + 2 · 49 + 3 · 7 + 1 . 23 = 8. Il passaggio dalla base due alle basi quattro. (2.2 Gli interi relativi Come gi` abbiamo osservato. . . . Cos` si ı trova (1000111100101)due = (1|00|01|11|10|01|01)due = (1013211)quattro . per questo scopo. . Per scrivere un numero in base sedici servono ulteriori simboli per rappresentare le cifre da dieci a quindici. (infatti (00)due = (0)quattro . (((an · B + an−1 ) · B + an−2 ) · B . . raggruppando le cifre dei numeri scritti in base due.4) .). 24 = 16 . a tre a tre. otto. Solitamente. . Analogamente per la base due. . converr` passare dalla base a n + . si usano i simboli A (dieci). D (tredici). E (quattordici). Infatti l’equazione a e a+x=b non ha soluzione in N se a > b. CAPITOLO 2. .

. Dunque. c]. k] × [p. D’altra parte. Tradizionalmente ci` si fa utilizzando la “ teoria delle coppie . k) ∼ (h + c.2. nel senso che [h. 6) ∼ (9. 0] ≡ c. k ) e (p. k) × (p. 0] = [h. 0). Gli unici enti “nuovi sono le classi d’equivalenza del tipo ` [0. h) ∼ (0. h. 0] ` l’elemento neutro della moltiplicazione: [h. sostituendo b − a al posto e a di x in (1. q) ∼ (h . c ∈ N. k + q] e [h. c). oe e le propriet` formali delle operazioni. 0] = [c. L’equivalenza ` compatibile con le operazioni sopra e definite. per quanto ` possibile. infine. h]. detto l’opposto dell’elemento stesso. se h < k. k ) + (p . Le coppie dei primi due tipi (e le rispettive classi d’equivalenza) sono in corrispondenza biunivoca con i numeri di N e si comportano rispetto alle operazione come i numeri naturali. che si verifica subito essere una relazione d’equivalenza (soddisfa le propriet` riflessiva. k ): (h . k) ∼ (c. 0] = 0. k]. grazie alla compatibilit` fra equivalenza e operazioni. Il procedimento o ` probabilmente pi` noto nell’estensione da Z a Q. q) := (h+p. q) se h + q = k + p. Precisamente. Prendiamo dunque l’insieme N×N e introduciamo in esso una relazione binaria fra coppie di numeri naturali. GLI INTERI RELATIVI 25 Perci` ` necessario ampliare l’insieme N dei naturali in modo da conservare. la classe d’equivalenza della somma a o del prodotto non dipende dalla scelta del rappresentante all’interno di ogni classe d’equivalenza. 0). Potremo perci` confondere le rispettive classi d’equivalenza con i naturali e denotarle con i o simboli dei numeri stessi: [c. perci` lo esporremo con un dettaglio maggiore e u o nel caso in considerazione. k) + (p. k] + [p. c] fa da elemento neutro per l’addizione. e Infatti [h. Ci` permette di definire le operazioni fra le classi d’equivalenza o in N × N. q ) allora (h. k) = (h. a e e . E facile verificare che la classe [0. In N×N si possono definire due operazioni di addizione (h. con b − a il risultato dell’addizione b + (−a)). Si verifica facilmente che (h. L’opposto di a ∈ Z verr` indicato con −a. k) = (h. mentre la classe [1. q] := [h + p. a simmetrica e transitiva).2. a Ora l’equazione (1. k] ` [k.4).4) in tutti i a casi che interessano. h·0+k ·1] = [h. potremo definire [h. k + c). si ottiene (h. k.4) ha sempre una e una sola soluzione in Z. k) × (p. q] := [h · p + k · q.4) e ha una soluzione. q) := (h · p + k · q. Infatti. c > 0. 5) ∼ (4. se h = k e allora (h. k) ∼ (p. (Queste coppie rappresentano tutte il nuovo ente −2). k) si possono ridurre a tre o forme tipiche a seconda che sia h > k oppure h = k oppure h < k. k]. essa ` della forma x = b − a (unicit`). Precisamente se (h. posto [h. k]×[1. p. cio` se ∃c ∈ N+ = N \ {0} tale che h = k + c. q ∈ N . 0] = [h·1+k ·0. si trova a + (b − a) = a + (−a + b) = (a − a) + b = 0 + b = b (avendo applicato le propriet` commutativa e associativa). k)+(p. q ). k ) ∼ (h. k ) × (p . q) ∼ (p . c ∈ N. che denoteremo con −c e che diremo “numeri negativi.. (h. ossia se ∃c ∈ N+ tale che k = h + c. come ` d’uso. se h > k. h] = [h + k. L’opposto di [h. Dunque se l’equazione (1. q ) e (h. e Si verifica inoltre che l’addizione e la moltiplicazione che abbiamo definito sono entrambe associative e commutative. k)} . 11) . q) ∼ (h . k) = (k + c. la moltiplicazione ` distributiva rispetto all’addizione. h · q + k · p] . Infatti da a+x = b segue (sommando −a ai due membri e tenendo conto delle propriet` commutativa e associativa) x = b − a (abbiamo a indicato. . k] + [0. k) ∼ (h . fornendo nel contempo soluzione all’equazione (1. k] = {(h . k+q) e di moltiplicazione (h. Perci` le coppie (h. Per esempio (3. k + h] = [0. k] + [k. Cio` b − a ` la soluzione cercata (esistenza). allora (h. h · q + k · p). Ogni elemento di Z ha un e simmetrico rispetto all’addizione. h + c) ∼ (0.

In conclusione. b ∈ Z se a · b = 0 e a = 0 allora necessariamente b = 0. per i numeri negativi −c1 < −c2 se e c2 < c1 (c1 .5) (2. per i numeri che si possono confondere con quelli di N.26 CAPITOLO 2. cio` la moltiplicazione per un e numero negativo inverte l’ordine di una disuguaglianza.8) Esistenza dello zero (∃ 0 ∈ Z) (∀a ∈ Z) a + 0 = 0 + a = a (2. q] se h + q < k + p. b. (Legge d’annullamento del prodotto). Ci` coincide con il dichiarare o che tutti i numeri negativi vengono prima dello 0 e dei numeri positivi.6) Si noti che la (1. dapprima sulle coppie e poi sulle classi (infatti ` como e patibile con l’equivalenza di coppie): [h. b. c ∈ Z se a < b e c > 0 allora a · c < b · c .9) Esistenza dell’opposto (∀ a ∈ Z) (∃(−a) ∈ Z) a + (−a) = (−a) + a = 0 (2. c2 ∈ N). b ∈ Z. (2.6) implica che da a < b e c < 0 segue a · c > b · c. l’ordine ` lo stesso che c’era in N. Ricorderemo infine la validit` del seguente a Teorema 2. b. con b > 0. Allora esiste una e una sola coppia (q. k] < [p. i numeri interi sono un insieme Z dotato di due operazioni + e × (indicata anche con ·) tali che valgono le seguenti propriet` a Associativa per l’addizione (∀ a. ∀a. r) tale che a = q·b+r 0 ≤ r < b. c ∈ Z se a < b allora a + c < b + c . Si verifica infine (con calcolo diretto sulle classi d’equivalenza) che ∀a.10) .2. (2. La relazione d’ordine ` compatibile con le operazioni nel senso seguente e ∀a.7) Dimostrazione: Omessa.1 [Divisione euclidea in Z.] Siano a. c ∈ Z) a + (b + c) = (a + b) + c (2. NUMERI In Z si pu` definire una relazione d’ordine.

0 0 .13) Commutativa per la moltiplicazione (∀a.8) a (2.11) Associativa per la moltiplicazione (∀ a. Se u ` soddisfatta anche la (2. c ∈ Z) a · (b + c) = a · b + a · c (2. b. In conclusione (Z. sommando ai due membri a a dell’uguaglianza −(a · 0) (questo elemento esiste in ogni anello) si trova 0 = a · 0. Se infine vale la legge d’annullamento del prodotto l’anello si dice a a privo di nullifici o dominio d’integrit`. forniscono un esempio di anello con unit`. Se la moltiplicazione ` commutativa. l’anello si dice commutativo. Se esiste e l’unit`.8) a (2. non commutativo a nel quale non vale la legge d’annullamento del prodotto. Se l’insieme ` dotato di due operazioni e e + e · che soddisfano le condizioni da (2.10) si dice un gruppo.11) il gruppo si dice commutativo o abeliano e l’operazione si indica e solitamente con il simbolo d’addizione come qui ` stato fatto. b ∈ Z) a · b = b · a (2. a Vale infine la pena di notare che in ogni anello il prodotto di un qualsiasi elemento per lo zero d` zero: a · 0 = a · (0 + 0) = a · 0 + a · 0 (grazie alla distributivit`). +.14) ` Esistenza dell’Unita (∃ 1 ∈ Z) (∀a ∈ Z) 1 · a = a · 1 = a (2. 0 0 Ovviamente in questo caso la matrice zero ` la matrice che ha tutti gli elementi nulli: e . esso si dice un anello. l’anello si dice con unit`. c ∈ Z) a · (b · c) = (a · b) · c (2. c) (b + c) · a = b · a + c · a . fornisce un esempio di anello commutativo senza unit`. con la somma definita elemento per elemento e il prodotto riga per colonna.15) Ricordiamo la terminologia corrente. b. ·) ` un anello commutativo con unit`. Un insieme dotato di un’operazione (qui indicata con + e pi` in generale indicata con ∗) che soddisfi le condizioni da (2.12) Distributiva (∀ a. L’insieme dei numeri e a pari relativi con le stesse operazioni.15) e inoltre vale la distributivit` anche a destra : a (∀ a.2.2. per esempio di tipo 2×2. Le a matrici quadrate con coefficienti interi. privo di nullifici. Si verifica infatti che: 0 1 0 0 · 1 0 0 0 = 0 0 0 0 = 0 1 0 0 = 1 0 0 0 · 0 1 0 0 . b ∈ Z) a + b = b + a 27 (2. b. GLI INTERI RELATIVI Commutativa per l’addizione (∀ a.

28 CAPITOLO 2. a In Z. a = 0.16) . b b b b a Q = {[ ]: a ∈ Z. b d b·d Si verifica che l’equivalenza ` compatibile con le operazioni e dunque che le operazioni sono e estendibili alle classi d’equivalenza. con secondo elemento non nullo. b ∈ Z e b = 0} b dotato delle due operazioni a c a·d+b·c a c a·c [ ]+[ ]=[ ] e [ ]·[ ]=[ ]. a ` u dove Z = Z \ {0}.16) si dice un corpo. E pi` usuale indicare le coppie (a. se in ogni corpo vale la legge d’annullamento del prodotto: se q = 0. Perci`. Ma . si passa ai numeri razionali. a. in generale. NUMERI 2. ha soluzione se e solo se a divide b. b ∈ Z. e e a a a a Dunque. cio` all’insieme F/ ∼. Se si vuole ottenere una soluzione in ogni caso. Fondamentale ` la propriet` seguente: e a a 0 a b [ ] = [ ] (cio` a = 0) ⇒ esiste l inverso di [ ] che ` [ ] . non ha soluzione in un anello commutativo con unit`. Infatti essi si comportano come gli elementi di Z nelle operazioni. a · x = b. b): a ∈ Z. un insieme nel quale valgono le propriet` dell’anello e inoltre la (2. che chiameremo (come comunemente si fa) “frazioni. si trova: a−1 · (a · b) = a−1 · 0 = 0. Se a ` la moltiplicazione ` commutativa. il corpo si dice commutativo o campo. che ` l’insieme cercato Q. Nell’insieme F delle b frazioni si definisce una relazione binaria che ` un’equivalenza: e a p ∼ se a · q = b · p . D’ora in poi gli elementi del tipo [ ] si denoteranno semplicemente b a b·a 1 1 con a. E facile riconoscere che e −1 : q −1 · q = 1. Tutti gli elementi del tipo [ ] si b·k b 1 possono confondere con gli elementi a ∈ Z. estendendo opportunamente l’insieme numerico degli interi. b q e si defiscono due operazioni a c a·d+b·c + = b d d·c e a c a·c · = . Precisamente. a b a·b 1 a Infatti [ ] · [ ] = [ ] = [ ]. b ∈ Z } . b d d·c b d b·d a·k a a Si pu` osservare che vale o ∼ per ogni k ∈ Z. moltiplicando per a−1 i due membri. cio` e F = Z × Z = {(a. ∃q o a · b = 0 e a = 0. con a = 0. e e b 1 b a (2. si considerano le coppie di elementi di Z. b) con la scrittura . k = 0.3 I numeri razionali L’equazione a · x = b. se [ ] = { : ∼ }.

c > 0 Cio` valgono le stesse condizioni (2. a. esiste a e e a+b . b ∈ Q. se a < b.18) a < b. c ∈ Q tale che a < c < b. osserviamo che ci si pu` sempre o b·k b ridurre a frazioni con numeratori e denominatori primi fra loro e con denominatore > 0. I NUMERI RAZIONALI 29 a·k a a−1 · (a · b) = (a−1 · a) · b = b e quindi b = 0. c ∈ Q. Poich´ [ e ] = [ ]. Se siamo m p e e in questa condizione.2. cio` e ∀a. e L’ordine in Q soddisfa inoltre la propriet` di essere denso in s´. ∀a.17) (2.6) che valevano in Z. b. (2. L’ordine in Q ` totale ed ` q n compatibile con le operazioni.5) e (2.3. n > 0) se p · n < m · q. a<b ⇒ a+c<b+c . diremo che < (q > 0. ⇒ a·c<b·c . b ∈ Q. ` sufficiente prendere c = e 2 . Cio`.

15). dovrebbero o ` essere entrambi pari e quindi avere un fattore comune 2. supposti primi fra loro. B sono separate. in un caso pi` generale. ma che non hanno alcun elemento di separazione in Q. Dunque le classi sono separate. Infatti da r2 < s2 .4 I numeri reali Fin dai tempi dei pitagorici. Da quanto sopra si ` detto. B = ∅ e ∀a ∈ A. m n. NUMERI 2. l’esistenza del reciproco per ogni a ∈ R. se per assurdo ci fosse una soluzione razionale p = m2 n primi fra loro. u presentiamo la situazione che si verifica in Q. Per descrivere la situazione d’insufficienza dei numeri razionali in modo pi` chiaro e costruttivo. Un elemento c del campo numerico in considerazione si dice elemento di separazione delle classi A e B se ∀a ∈ A. In termini algebrici ci` si esprime dimostrando che l’equazione o x2 = 2 non ha soluzioni razionali. ci si rese conto dell’insufficienza dei numeri razionali nell’ambito dell’operazione di misurazione di un segmento di retta rispetto a un segmento assegnato come unit`. u che in questa situazione la classe A non ha massimo e la classe B non ha minimo. come verificheremo meglio nel seguito. In Q esistono due classi A = {r ∈ Q: r ≥ 0. cosa che e e non ` possibile per un elemento di Q. ∀b ∈ B risulta a ≤ b. che sono separate. con m e In tale caso m2 e perci` m dovrebbero essere pari: m = 2 · k. a = 0. L’elemento di separazione allora non potrebbe stare n´ in A n´ in B e quindi dovrebbe essere c2 = 2. Diciamo che due classi di numeri (per esempio razionali) sono separate se A. e Un corpo commutativo ordinato che soddisfa la condizione (D) si dice un corpo ordinato completo.6) e soddisfacente inoltre il seguente Postulato o Principio di Dedekind (D) Se A. Ma allora 4 · k 2 = 2 · n2 e o quindi n2 (e perci` n) dovrebbe essere pari. k ∈ N. Si pu` dimostrare e e o che esiste un unico corpo commutativo ordinato completo che contenga come sottocorpo quello dei . ∀b ∈ B a≤c≤b . allora 2 = 2 e quindi n m2 = 2 · n 2 . essendo tutti e due numeri positivi. e Ipotizzeremo allora l’esistenza di un corpo numerico commutativo ordinato R soddisfacente le propriet` da (2. Dunque m ed n. Infatti dimostreremo. E una contraddizione. Non vi pu` essere in Q elemento di o separazione.30 CAPITOLO 2. segue r < s. Q ` un corpo commutativo ordinato non completo.5) e (2. la compatibilit` tra a a operazioni e ordine analoghe a (2. Infatti. allora ∃c ∈ R che ` elemento di separazione delle classi.8) a (2. L’esempio tipico ` la verifica che la diagonale di un quadrato ` incommensurabile rispetto a e e al lato del quadrato stesso. r2 < 2} e B = {s ∈ Q: s ≥ 0. s2 > 2}.

1 [Esistenza dell’estremo superiore]. Dimostrazione: Indichiamo con K = {k ∈ R: k ` una limitazione superiore di A}. vale. ∀k ∈ K.4. se esiste. Cio` esiste ed ` unico e e l’estremo superiore di A: sup A. . Esiste. segue che m1 = m2 ). La minima limitazione superiore di A. sono unici. (Infatti se m1 e m2 sono minimi di un insieme M . Ebbene ` fondamentale il seguente e Teorema 2. Teorema 2. a≤c≤k .4. ma anche m2 ≤ m1 .4. se esistono. Un numero λ ∈ R ` l’estremo superiore di A se e solo se soddisfa le seguenti propriet` e a 1. Passiamo ora in rassegna le pi` importanti propriet` del corpo (o campo) reale R. Allora A e K sono due classi separate. u a 2. Un valore k ∈ R siffatto si dice un maggiorante o una limitazione superiore di A. Un modello dei numeri reali ` fornito dalle scritture decimali e e limitate e illimitate. Dunque per ogni k ∈ K e per ogni a ∈ A abbiamo a ≤ k. Cio` vale e e ∀a ∈ A. Sia A un insieme non vuoto e superiormente a limitato di R. Per l’antisimmetria della relazione d’ordine. cio` c ∈ K. Per ipotesi e K = ∅ e A = ∅. periodiche e non periodiche.2 [Propriet` caratteristiche del sup]. il e minimo o il massimo di un insieme. Per la comodit` d’uso ` utile tenere presente la seguente caratterizzazione dell’estremo superiore a e di un insieme non vuoto A. In un insieme totalmente ordinato come R (o Q). I NUMERI REALI 31 razionali: ` il corpo dei numeri reali. (∀a ∈ A) (a ≤ λ).4. Cio` esiste e sup A ∈ R. la seconda dice e e che c ` la minima limitazione superiore di A.1 L’estremo superiore Diremo che un sottoinsieme non vuoto A ⊂ R ` superiormente limitato o maggiorato se esiste un e numero reale k ∈ R tale che (∀a ∈ A) (a ≤ k) . si dice l’estremo superiore di A e si indica con sup A. La prima disuguaglianza dice che c ` una limitazione superiore di A. poich´ vale (D). Se A ` un sottoinsieme non vuoto e supee riormente limitato di R allora esiste in R la minima limitazione superiore di A.2. un elemento c che separa le due classi. Dunque esiste uno e un solo minimo di K nell’insieme R dei numeri reali. m1 ≤ m2 . in particolare.

Se ammettiamo che ogni insieme non vuoto e superiormente limitato di R abbia un estremo superiore. indicato da inf A. allora si pu` dedurre che vale la propriet` (D). per ogni b ∈ B. (∀ε > 0) (∃a ∈ A) a > λ − ε. supponiamo che un numero λ ∈ R soddisfi le condizioni 1.1 Analogamente a quanto si ` fatto per l’estremo superiore. NUMERI Dimostrazione: Sia ∅ = A ⊂ R e sia A superiormente limitato. ci dice che questo numero ` una limitazione superiore di A. Analogamente sono equivalenti l’esistenza a dell’estremo superiore e dell’estremo inferiore. ma questo ` quanto afferma la condizione 2.4 Noi abbiamo fatto discendere l’esistenza di sup A dal postulato di Dedekind.2 Se ∅ = A ⊂ R non ` superiormente limitato. (∀ε > 0) (a ≥ µ). Le propriet` caratteristiche dell’inf sono le seguenti: un numero reale µ ` estremo inferiore di A a e non vuoto e inferiormente limitato se e solo se valgono 1. si dimostra che se e ∅ = A ⊂ R ` inferiormente limitato.32 2. o minorato. Inoltre ν ` o e la massima delle limitazioni inferiori e gli elementi a ∈ A sono limitazioni inferiori. Osservazione 2. inf A > −∞ significa che A ` inferiormente limitato. e e allora esiste la massima limitazione inferiore che si dice l’estremo inferiore di A. allora si dice in modo convenzionale. per il teorema precedente. Scrivere sup A < +∞ significa dire che A ` superiormente limitato. ∃a ∈ A tale e e che a > k. In conclusione ν ` compreso tra le due classi. allora ogni coppia di classi separate A e B ha un elemento di separazione. Allora la 1. ci dice che ` la minima fra le e e limitazioni superiori. Per definizione ν ≤ b. e 2. Dunque il postulato di Dedekind e l’esistenza o a dell’estremo superiore sono propriet` equivalenti in R.4. cio`. cio` se esiste h ∈ R tale che ∀a ∈ A vale h ≤ a.4. Dimostriamo.3 Si noti che +∞ e −∞ non sono numeri reali ! Osservazione 2. se A non ` e inferiormente limitato. esiste sup A. allora. Perci` vale o a ≤ ν. Dunque λ = sup A. che sup A = +∞. Osservazione 2. se ∀k ∈ R. Infatti B ` inferiormente limitata (per esempio da tutti gli elementi e di A) e non vuota. Il numero sup A ∈ R ` una limitazione superiore di A. e Viceversa. CAPITOLO 2. Allora. (∀a ∈ A) 2. quindi nessun numero < sup A pu` essere una e o limitazione superiore di A: ogni numero < sup A deve essere superato da qualche elemento di A. e e Osservazione 2. che se ogni insieme inferiormente limitato non vuoto ha estremo inferiore. per ogni a ∈ A.4. dunque soddisfa la condizione e 1. inf A = −∞. convenzionalmente. per esempio. Perci` esiste ν = inf B.4. mentre la 2. (∃a ∈ A) a < µ + ε. e . Analogamente. Ma ` anche la minima limitazione superiore e.

4. se x ≥ 0. a | − a| = |a|. 2. avremmo n · a > c − a. ∀n ∈ N+ . basta prendere n = 1. se x < 0. cio` (n + 1) · a > c.3 Il valore assoluto Si definisce il valore assoluto di un numero reale x come segue |x| = x. n · a ≤ c . ε = a > 0. (2. . esisterebbe c = sup A e quindi o ı varrebbe 1.4.4. ∀n ∈ N+ 2. Allora esiste un numero naturale n > 0 tale che n · a > b. Osserviamo che non pu` essere n · a ≤ b . . ∃n ∈ N+ tale che n · a > c − ε. ∀ε > 0.19) Per il valore assoluto valgono le seguenti propriet`. 2.20) 1 Infine si pu` osservare che se A = ∅ si pu` coerentemente affermare che sup A = −∞ e che inf A = +∞ (ma si o o tratta di .3 Siano a e b due numeri reali > 0. contro la validit` della e a condizione 1. −x.2 La propriet` di Archimede a Si dimostra quanto segue Teorema 2. stranezze da matematici.4. Dimostrazione: Se 0 < b < a. Consideriamo l’insieme dei multipli di a: A = {n · a : n ∈ N+ } . Dunque esiste qualche valore n > 1 tale che n · a > b. in particolare. Preso. |a · b| = |a| · |b| . che si possono anche trascurare per il momento)! . ||a|| = |a|. Supponiamo dunque 0 < a < b. I NUMERI REALI 33 Le affermazioni che non sono gi` state dimostrate nell’osservazione precedente possono costituire a un ottimo esercizio per verificare la comprensione dell’argomento 1 . Inoltre vale la disuguaglianza triangolare |a + b| ≤ |a| + |b| . Se cos` fosse. (2.2.

a − ε < p < a + ε. (Per verificare ci` si pu` ricorrere ancora alla propriet` di Archimede: o o a presi i numeri reali a ≥ 0 e 1 esiste certamente un numero naturale n ≥ 1 tale che n · 1 > a. CAPITOLO 2. Infine. Sia poi 0 < ε < 1. Dimostrazione: Cominciamo a supporre a ≥ 0. si trova: |a| = |a − b + b| ≤ |a − b| + |b| cio` |a| − |b| ≤ |a − b| . e essendo b < 0. Se a > 0. Se a ≥ 0 e b ≥ 0. si ha |a + b| = a + b < a + (−b) = |a| + |b| (b ` negativo. Dimostrata che sia la (1. Allora esiste certamente un numero naturale m tale che m ≤ a < m + 1. dato a ∈ R e ε > 0. Consideriamo i numeri del tipo nh = m + h · . Analogamente se a < 0 e b < 0 allora a + b < 0 e quindi |a + b| = −(a + b) = (−a) + (−b) = |a| + |b|. b < 0 ma a + b ≥ 0. esiste q ∈ Q tale che e a−ε<q <a+ε cio` |a − q| < ε e . Se ε ≥ 1. si tiene conto degli altri due casi. b < 0 ma a + b ≥ 0. ε ∈ R. a > 0.21) Per dimostrare la (2. b < 0 ma a + b < 0. Preso p = nh +1 . Esiste. La disuguaglianza vale come uguaglianza. Preso il minimo di tali numeri (si sa che il minimo esiste) e scritto tale minimo nella forma m + 1. Sia poi dato ε > 0. se a > 0. essendo a > 0 ` −a < |a| = a. esso ` un numero razionale tale che e k a < p < a + ε e.34 e anche ||a| − |b|| ≤ |a − b| .20).4 Densit` di Q in R a Vale il seguente Teorema 2. mentre −b = |b|.4. In definitiva −|a − b| ≤ |a| − |b| ≤ |a − b| ossia ||a| − |b|| ≤ |a − b| .4 Q ` denso in R. a maggior ragione.20) non c’` altro da fare che verificare i vari casi possibili: a ≥ 0 e b ≥ 0. Ossia. NUMERI (2. a < 0 e b < 0. 2. e Analogamente |b| = |b − a + a| ≤ |b − a| + |a| cio` e Ossia |a| − |b| ≥ −|b − a| = −|a − b| . per h = k vale nk = m + 1 > a. e quindi −b ` positivo). b < 0 ma a + b < 0. Per k k h = 0 si ha n0 = m ≤ a. allora a + b ≥ 0 e quindi |a + b| = a + b = |a| + |b|. |b| − |a| ≤ |b − a| . si ottiene m ≤ a < m + 1). Infine ci sono i casi nei quali a e b si scambiano i segni. Quindi |a − p| < ε . Dunque esiste qualche h tale che 1 nh ≤ a < nh +1 = nh + < a + ε. e 1 1 k ∈ N+ tale che k · ε > 1 e quindi < ε.4. . per Archimede. Scambiando a e b. si ha e e |a + b| = −(a + b) = −a + (−b) < |a| + |b|. vale a − ε < m ≤ a < m + 1 ≤ a + ε e dunque q = m ` il numero cercato tale che a − ε < q < a + ε. Infatti. e a > 0.

d sono numeri reali e c < d.4. posto a = teorema di densit` di Q in R nella forma seguente a Teorema. se c < d con c.4. Dunque valga 0 < x1 < x2 ⇒ 0 < (x1 )n < (x2 )n . 2. Supponiamo che la proposizione valga per n e dimostriamo che vale anche per n + 1. si ottiene finalmente 0 < (x1 )n+1 < (x2 )n+1 .5 Sia a ≥ 0 un numero reale. Per Dedekind esiste un elemento di .5 Radice n-esima di un numero reale Abbiamo il seguente Teorema 2. Moltiplicando i due membri della disuguaglianza 0 < (x1 )n < (x2 )n per x1 > 0. e n ≥ 1. Per n=1. allora esiste un numero razionale r tale che c < r < d. se p = −q si trova | − a + p| = |a − p| < ε. Confrontando le due disuguaglianze (*) e (**). se 0 < x1 < x2 e e n < xn . mentre moltiplicando i due membri della disuguaglianza 0 < x1 < x2 per (x2 )n > 0. allora vale 0 < x1 2 (Se qualcuno ne dubitasse. L’equazione xn = a ha una e una sola soluzione reale ≥ 0. 0 ∈ C e (a + 1) ∈ D. Per induzione vale a dunque 0 < x1 < x2 ⇒ 0 < (x1 )n < (x2 )n ∀ n ∈ N+ ).2. a < c < b. dn > a} . inoltre per ogni c ∈ C e per ogni d ∈ D si ha cn < a < dn e quindi c < d. ci` si pu` dimostrare per induzione. a maggior e 2 ragione. Cio`.4. Allora. e Infatti. si trova (*) 0 < (x1 )n+1 < (x2 )n · x1 . la proposizione vale: o o 0 < x1 < x2 ⇒ 0 < (x1 )1 < (x2 )1 . c+d d−c eε= . −a > 0. I NUMERI REALI 35 Se a < 0. Dimostrazione: Osserviamo che la funzione f (x) = xn ` crescente su R+ . Allora s−r il numero c = r + √ ` certamente irrazionale e vale a < r < c < s < b. si pu` affermare che vale il o 2 2 Osserviamo che. ne esiste un altro s ∈ Q tale che a < r < s < b. dunque esiste un numero razionale q tale che | − a − q| < ε. e quindi. ovviamente. Consideriamo ora le due classi C = {c ∈ R: c ≥ 0. siano a < b due numeri reali. Se c. si trova (**) 0 < x1 · (x2 )n < (x2 )n+1 . Sia n un numero naturale ≥ 1. d ∈ R. per la stessa ragione. cn < a} e D = {d ∈ R: d ≥ 0. Infatti. esiste un numero razionale r tale a che a < r < b e. Le due classi C e D sono non vuote e separate. Per la densit` di Q in R. Possiamo infine osservare che fra due numeri reali qualsiasi c’` sempre un numero irrazionale. per transitivit`.

. Infatti. Sia c ∈ C. dn = (d − ε)n > cn − n · ε · dn−1 − 1 2 n dove H = n · dn−1 + 0<ε< n n · dn−2 + . dn > a. Ma la classe D non ha minimo. contro il fatto che ∀c ∈ C c ≤ α. Perci` avremo o cn = (c + ε)n < cn + n · ε · cn−1 + 1 dove K = n·cn−1 + n n ε · cn−2 + . − ε = dn − ε · H . si o trova n n ε · dn−2 − . tale che d ∈ D. e quindi se dn − a . con ragionamento analogo a quello sopra fatto. Se fosse α ∈ D. ∀d ∈ D c ≤ α ≤ d. Questo fatto ci dice si ha c 1 1 che α ∈ C. se d 1 1 Prendiamo d1 della forma d1 = d − ε e cerchiamo di scegliere ε > 0 in modo che dn = (d − ε)n > a. Possiamo supporre che sia ε < 1. Dunque α ∈ C e quindi αn ≥ a. contro la propriet` di α di essere / a n > a. . + ε 1 2 n . + (−1)n · ε 1 2 n Tenendo presente che si pu` prendere 0 < ε < 1. con ε > 0. se scegliamo 0 < ε < . ossia. cn = (c + ε)n < a. esiste d < d. . o √ n L’unico numero α ≥ 0 tale che αn = a. Cio` dimostriamo che se d ∈ D. con d1 < d. + ε = cn + ε · K . ı e n n essendo xn funzione crescente.. resta αn = a. allora esisterebbe d1 ∈ D. / e n > a. con a ≥ 0 si dice la radice n-esima di a e si denota con 1 o con (a) n . NUMERI separazione α ∈ R tale che ∀c ∈ C . . a maggior ragione. 2 n K n + ε · K < a e. . Osservando che cn < a. dunque c ∈ C. c1 ∈ C. a .. . n´ αn > a. tale che c1 ∈ C. 1 dn = (d − ε)n = dn − 1 n n 2 n−2 n n ε · dn−1 + ε ·d + . Dunque solo uno dei due numeri pu` uguagliare a. elemento di separazione fra le classi C e D. . Non potendo essere neppure α Abbiamo cos` dimostrato che una soluzione dell’equazione xn = a esiste. . Per verificare questo fatto dimostreremo che la classe C non ha massimo e che la classe D non ha minimo. Ora si pu` concludere e o 1 H che α ∈ D. Possiamo chiederci se ` α ∈ C oppure e α ∈ D. esisterebbe c1 > α. allora. cio` d1 ∈ D. in questo caso vale ε > εk . d’altra parte essa ` unica. cn = (c + ε)n = cn + 1 n n 2 n−2 n n ε · cn−1 + ε ·c + . Mostreremo che nessuna di queste ipotesi vale e che quindi non vale n´ αn < a. Se chiediamo che dn − ε · H > a. .36 CAPITOLO 2.+ > 0. . e e restando quindi la sola alternativa che sia αn = a. dimostriamo che esiste c1 > c. a maggior ragione. se fosse α ∈ C. Cercheremo c1 nella forma c + ε. 2 n n n a − cn ·cn−2 +. se k > 1. Se 0 ≤ α1 < α2 allora α1 < α2 . + 2 n > 0. d1 < α.

per semplicit`. n 10 10 n 10 10 n r1 1 r1 Ora si dovr` determinare il numero di decimi in a < 1 (e quindi il numero di centesimi in · ). e e √ n a ` definita solo per gli a ≥ 0. e √ n a = −(−a) n . . null’altro ` da aggiungere. supponiamo m > 0. esiste una e soluzione (necessariamente unica) dell’equazione xn = a quale che sia a ∈ R. e 37 √ Se n ` dispari e a < 0. Dunque. . Se a < 0 e n ` pari. allora −a > 0. ossia n n m c1 c2 1 r2 c1 c2 1 10 · r2 =q+ + 2+ 2· =q+ + 2+ 3· n 10 10 10 n 10 10 10 n . . Vediamo di giustificare brevemente questo fatto. c1 c2 . m Si ottengono cos` le successive cifre decimali dell’espansione della frazione ı . n = q. √ n 1 In definitiva: se a ≥ 0. . .4. con r1 < n. Ossia ogni numero razionale ammette una scrittura del tipo m = q. e 1 √ n a 2. ck+p . n > 0 e primi fra loro. . Questa soluzione si √ 1 indica ancora con il simbolo n a. n 10 n 10 · r1 r2 Si proceder` come in precedenza: 10 · r1 = c2 · n + r2 . r r < 1. Esiste un solo numero positivo α (= n −a). In generale. .6 Scrittura decimale dei numeri razionali e reali ` E noto che i numeri razionali ammettono una scrittura decimale che ` limitata (cio` da un certo e e punto in poi tutte le cifre sono 0) o periodica (cio` esiste un gruppo di cifre ck+1 . non ` definito. . ck ck+1 . c1 c2 . c1 c2 . ck+p . se a < 0 e n ` dispari. . . Poich´ i possibili resti e . e quindi a = c2 + . . Allora (−α)n = (−1)n · αn = −αn = −(−a) = a.4. Dividendo m per n. cr n oppure m = q. la n cifra k-esima si ottiene dall’uguaglianza 10 · rk−1 = ck · n + rk . Invece conveniamo che la scrittura (a) n sia definita solamente se a ≥ 0. r2 < n. Perci` scriveremo o n n m 1 10 · r =q+ · n 10 n . e a = (a) n . 10 · r r1 ed eseguiremo la divisione di 10 · r per n: 10 · r = c1 · n + r1 . . Supponiamo. Vogliamo trovare quanti decimi ci sono in .2. rk < n. . se n ` dispari. Ossia = c1 + e n n quindi m c1 1 r1 c1 1 10 · r1 =q+ + · =q+ + 2· . I NUMERI REALI Se n ` pari. tale che e αn = −a. . ck+p che si e ripetono indefinitamente). ck ck+1 . n troveremo quoziente q e resto r < n: m = q · n + r e quindi m r =q+ n n con . che il numero raa m zionale sia positivo e quindi.

. contro l’ipotesi che m e n siano primi fra loro. Supponiamo ora che sia data una scrittura decimale qualsiasi: q. . ci si pu` ridurre a una frazione del tipo 5 r > s o per 2 o oppure . Dunque le classi sono classi separate di numeri e . q + . .. . e quindi rk = n. . ck = q + e e + . cio` q. ck+p e qc1 . se n = 2 n r−s · m 2s−r · m s−r se s > r. Se cos` fosse. per qualche k ∈ N+ . . allora certamente ` e a e 10 rh = 0. . E poi chiaro che lo sviluppo della frazione x ha la scrittura decimale dalla quale siamo partiti. ck+p − qc1 .} A = {q. . infatti basta pensare a M scritto in base dieci.. . . le cifre ck+1 . ck . ck+p − qc1 . ck . . Dunque. . se il numero ha scrittura decimale limitata. esso dovrebbe dividere m. . Allora e m d accade che = k e quindi che 10k · m = d · n. c1 c2 c3 . . . rh = 0 per ogni h ≥ k. rappresenta un numero razionale. . .38 CAPITOLO 2. ck ck+1 . . . . . . 9000 .} . Se n contenesse qualche fattore n 10 primo diverso da 2 e da 5. Se essa ` limitata o e periodica. Se un numero si scrive in forma k . detto x = q. ck+p . 1. . ck+p si ripeteranno indefinitamente e costituiranno il periodo della scrittura decimale considerata. cio` 0. . Osserviamo infine che la scrittura decimale di un numero razionale non pu` avere periodo 9. si vede facilmente che 10k+p · x − 10k · x = qc1 . (n − 1). . rk = 0. . 999 . Viceversa. In questo caso si otterr` o a 0 = ck · n + rk . . cio` e k · (10p − 1) · x = qc . . . . c c 10 1 k k+1 . k + k . . . . ck+p − qc1 . dove c1 . c1 c2 c3 . . ck ck+1 . ck ck+1 . . Supponiamola illimitata. Di qui si ottiene la ben nota regola per la frazione generatrice qc1 . . ck ck+1 . .. . 2. 10 10 10 10 10 Gli elementi di A e B sono elencati in ordine crescente quelli di A e decrescente quelli di B e ogni elemento di A ` minore di ogni elemento di B. q + 10 10 10 e c1 1 c1 ck 1 B = {q + 1. e quindi ch = 0. supposto e che essa rappresenti un numero razionale. . . ` immediato costruire una frazione dalla e 10 10 quale essa proviene. Se la a di n n c1 ck scrittura ` limitata.. . . moltiplicando entrambi i termini della frazione m per 5r−s se di 2 e di 5. non periodica. contro il fatto che ` invece e e 0 ≤ rk < n. ck+1 . Se 10r 10s M r = s il numero ` gi` nella forma voluta. . ck+p . . . ck ck+1 . ck+1 . Naturalmente pu` accadere che sia rk−1 = 0 per qualche valore di k ≥ 1. . ci dovranno essere numeri naturali k e p e tali che rk−1 = rk+p−1 . . c1 c2 c3 . . per qualche valore di h. cio` 9 · rk = 9 · n. . con d ∈ N+ . sono cifre mentre q non ` una cifra ma un numero di N. k .q + + . . . che si dovr` pensare rappresentato e a ` dalle sue cifre. Se invece la scrittura ` di tipo periodico. . ck . e sar` o limitata o periodica. . . . . c1 c2 c3 . q + + . . ck+p tale numero. ck x= . . q. Ad essa si potr` associare una coppia di classi cos` costruite a ı c1 ck c1 + . . . . . La scrittura decimale m m si denoter` dunque come ` usuale: a e = q. . . il denominatore n pu` contenere solo potenze o r · 5s . . . k . . o ı dovrebbe aversi 10 · rk = 9 · n + rk . . 0 p volte k volte Evidentemente qc1 . ck sono due numeri naturali dati in base dieci. . . Le cifre comprese tra la virgola e il periodo si sogliono chiamare antiperiodo. NUMERI della divisione per n sono n. c1 . . e quindi ck = ck+p . che ` possibile solo se ck = 0. ck+p . .. come abbiamo visto..

contro quanto qui accade. . diremo che α < β se α precede β nell’ordine lessicografico. . a1 . bk . . Esiste certamente uno di questi numeri n0 che ` un minorante di B ed ` il massimo e e tra tali minoranti. k . Ci` significa che esiste una scrittura o ` decimale κ = k0 . ` E allora chiaro che il numero ν = n0 . k + b0 + + . . . . . . . . b1 . . Sulla base di quanto detto nell’osservazione 2. per tutti i β ∈ B. . k ∈ A ` k che pu` essere piccola quanto e o 10 10 10 10 10 10 si vuole. a1 . bk .. I NUMERI REALI 39 razionali (e quindi reali).} 10 10 10 10 e a1 b1 ) · (b0 + ). si divida in dieci parti uguali n1 nh n1 nh 1 la distanza tra n0 + + . Date due scritture decimali (che individuano due numeri reali) α = a0 . a1 = b1 . E k0 ≤ b0 ... . . . + h + h+1 sia il massimo minorante di B tra i numeri di 10 10 10 quel tipo. Diamo ora un accenno di verifica delle propriet` formali di R. Si considerino i numeri k0 − 1 < k0 < . . ma esiste qualche elemento di B minore di n0 + 10 10 10 10 in modo che sia il massimo minorante di B. . 10 10 a1 ak b1 bk (a0 + + . . . fra i numeri di quel tipo. n 1 n2 . . ak−1 = bk−1 . Ossia n0 ` tale che n0 ≤ β. + h + h . . . . ma c’` qualche β ∈ B minore di e e n0 +1. per tutti i 10 10 1 n1 nh n1 + ). . β = b0 . ` un minorante di B e che fra tutti i minoranti. l’insieme delle scritture decimali ` perci` come o pleto. . . e β = b0 . . . Infatti la oe c1 ck 1 c1 ck 1 distanza tra q + +. Debbono avere un elemento di separazione α. 10 10 a1 ak b1 bk a0 + + . che per` ` unico. cio` e e e ν = inf B . Cio` se a0 < b0 oppure se esiste k ∈ N+ tale che a0 = b0 . (Cio` n0 + e ≤ β. . ` il massimo. . e ma ak < bk . . . (a0 + . bh . . . . k ) · (b0 + + . . per costruzione.. b1 .4. . Sia B = ∅ un insieme non vuoto di scritture decimali. . . k + k ∈ B e q+ + . . . Si divida poi l’intervallo compreso tra n0 e n0 +1 in dieci parti uguali e si prenda n1 in modo n1 n1 che n0 + sia il massimo minorante di B. tale che κ ≤ β. Dati α = a0 . . . b1 . . definiamo α + β e α · β come segue α + β = sup{a0 + b0 . In questo modo si pu` trovare o 10 10 10 10 10 n1 nh nh+1 nh+1 in modo tale che n0 + + . + h e n0 + + . n h . Dunque ogni scrittura decimale individua un numero reale (eventualmente razionale). Faremo ora vedere che l’insieme delle scritture decimali ` completo.4. .2. . k ). k1 k2 . . . Se due elementi α e β fossero compresi tra le due classi. . E u e che ogni insieme inferiormente limitato di scritture decimali ha un estremo inferiore. a0 + a1 b1 + b0 + .} 10 10 10 10 α · β = sup{a0 · b0 . e β = a b0 . (Cominciamo da k0 − 1 perch´ κ potrebbe e essere negativo). . ak . . inferiormente limitato. . Si vede che si tratta di una relazione d’ordine tra scritture decimali che ` un ordine e ` pi` semplice mostrare totale.. Sia β ∈ B.. ak . fra i numeri di quel tipo. . . . < b0 − 1 < b0 .4.+ h β ∈ B. . e supposti entrambi i numeri positivi. Determinato n0 + +. la distanza tra esse non potrebbe scendere al di sotto di β − α. . ∀β ∈ B. . . . . .

. . (a. Intervallo limitato aperto di estremi a e b. ak . . [a. Ci sar` utile un concetto a a simile al precedente: . Semiretta destra aperta di origine a. a0 a0 + a1 10 . a1 . Si verifica facilmente che le operazioni sono associative.} + . Gli intervalli sono caratterizzati dalla seguente propriet` a Proposizione 2. L’opposto di α = a0 . Semiretta sinistra chiusa di origine b. Intervallo limitato aperto a sinistra e chiuso a destra di estremi a e b. .. Intervallo limitato chiuso a sinistra e aperto a destra di estremi a e b. a1 .. ak . +∞[= {x ∈ R: a < x}. Dimostrazione: Omessa.1 Un insieme E ⊂ R che contenga pi` di un punto ` un intervallo se e solo se u e ha la seguente propriet`: a (I) Se x1 . a0 + a1 10 1 a . b] = {x ∈ R: a ≤ x ≤ b} con a. . a1 . [a. +∞) =] − ∞. NUMERI Dei segni si terr` conto in modo ovvio. Abbiamo gi` introdotto il concetto di classi separate di numeri reali. ak . . b] = {x ∈ R: a < x ≤ b}. .. ` −a0 . .40 CAPITOLO 2. (−∞. b] = {x ∈ R: x ≤ b}. . che la moltiplicazione ` distributiva rispetto all’addizione. . b[= {x ∈ R: a < x < b}.. b) =]a. .. con l’ovvio significato del segno a e −. . . a < b. Semiretta sinistra aperta di origine b. x1 < x < x2 implica x ∈ E. Lo zero ` dato da 0 e e e l’unit` da 1. a commutative. b) =] − ∞. . b] =]a. x2 ∈ E e x1 < x2 . Retta reale. +∞[. (a. 2.7 Intervalli di R Si dicono intervalli di R gli insiemi [a. +∞[= {x ∈ R: a ≤ x}. +∞) =]a. R = (−∞. +∞) = [a. (a. 10kk .4. (−∞. Intervallo chiuso e limitato di estremi a e b. Il reciproco di α = a0 .4. b) = [a. . Semiretta destra chiusa di origine a. . . b[= {x ∈ R: x < b}. b] =] − ∞. b[= {x ∈ R: a ≤ x < b}. > 0 ` naturalmente e α−1 = inf{ 1 1 . b ∈ R.

Se esistono intervalli di lunghezza piccola e quanto si vuole. avremo Im ⊂ In o e e quindi an ≤ am < bm ≤ bn e quindi. Se m < n ` In ⊂ Im e quindi am ≤ an < bn ≤ bm . n ∈ N . essendo α la minima limitazione superiore di A mentre i bn sono limitazioni superiori di A. b1 ] ⊃ . E chiaro che questa definizione di contiguit` delle classi si pu` adottare solo in un corpo completo. . ossia c ∈ n=0 In . con an < bn per ogni n ∈ N. Infatti. . Siano m. c’` un solo punto comune a tutti gli intervalli. cio` le classi sono separate. ⊃ [an . . n ∈ N vale am ≤ α ≤ bn . sugli intervalli incapsulati].6 In R due classi separate A e B sono contigue se e solo se sup A = inf B. ⊃ In = [an . n ∈ N. esiste dunque un elemento di e separazione. . . a o . n ∈ N si verifica che am < bn . . ≤ an ≤ .6 [ di Cantor. Consideriamo le due classi A = {an : n ∈ N} e B = {bn : n ∈ N} . vale am ≤ α ≤ β ≤ bn . scegliendo 0 < ε < δ2 − δ1 . Se poi c > β esisterebbe qualche bn < c. la distanza tra le classi non potrebbe scendere sotto δ2 − δ1 e. in particolare.4. b1 ] ⊃ . . Per Dedekind. preso comunque un numero ε > 0. b0 ] ⊃ [a1 . e Dimostrazione: Da [a0 . tale che ∀ m.5 Dalla definizione segue facilmente che se due classi separate A e B sono contigue. comunque si prendano m. .2. e.4. I NUMERI REALI 41 Diremo che due classi separate A e B di numeri reali sono contigue se. se α = sup A. . cio` un elemento c ∈ R. in particolare. . ≥ bn ≥ . ∀ m. segue a0 ≤ a1 ≤ . . e b0 ≥ b1 . a Teorema 2. stanno in ∩∞ In . n ∈ N si ha am ≤ c ≤ bn e. . . Le due classi A e B sono separate. e perci` vale am < bn . ∀ m. Se n < m. δ1 < δ2 . Solamente questi numeri stanno in tutti gli intervalli. Sia data una successione {In : n ∈ N} di intervalli chiusi e limitati. . Osservazione 2. se β = inf B. si ha an ≤ c ≤ bn . per la propriet` caratteristica a degli intervalli. la definizione di contiguit` non potrebbe essere soddisfatta. b0 ] ⊃ I1 = [a1 . Per la propriet` caratteristica degli intervalli ci` significa che c ∈ In per a o ∞ ogni n ∈ N.4. c non potrebbe essere elemento di separazione tra le due classi.. . e ∀n ∈ N. Per analoga ragione. Infatti se n=0 c < α esiste qualche an ∈ A tale che an > c e quindi c non ` elemento di separazione tra le classi e A e B. anche in questo caso. Se m = n la conclusione ` ovviamente la stessa. Anzi. ` Osservazione 2. esistono a ∈ A e b ∈ B tali che b − a < ε. Dunque. Allora c’` almeno un punto comune a tutti gli intervalli. bn ] ⊃ . decrescenti per inclusione. . Supponiamo poi che per ogni ε > 0 esista qualche n ∈ N tale che bn − an < ε. Allora le due classi A e B sono contigue e solo un numero pu` essere compreso o tra le due classi. Cio` sia data la successione e I0 = [a0 . allora esiste un solo elemento di separazione tra le due classi.4. . Dunque tutti i numeri α ≤ γ ≤ β sono compresi tra le due classi e. se ce ne fossero due.. bn ] ⊃ . am < bn . ancora.

Se x = y. 2). . . sia 0 < ε < o o . Se. L’insieme vuoto ` finito e si dice che ha 0 elementi o e che non ha elementi. Allora U = {z ∈ 2 R: |z − x| < ε} e V = {z ∈ R: |z − y| < ε} sono gli intorni cercati. 2. δ2 > 0 tale che Ui ⊃ Ixi . Infine se e V ⊃ U ∈ Ix . contiene infiniti punti di E. V ∈ Ix . detta a assioma di separazione di Hausdorff 2 : (H) Se x = y esistono intorni U ∈ Ix e V ∈ Iy tali che U ∩V = ∅. (i = 1. δ2 ). e quindi U1 ∩ U2 ⊃ Ix . mentre in generale non ha senso quella basata su sup e inf. essendo ebreo. Indicheremo con Ix la famiglia degli intorni di e e x.42 CAPITOLO 2. per assurdo. ci fosse avremmo |x − y| ≤ |x − z| + |z − y| < 2 · ε < |x − y|. n} a E. Se δ δ δ = min(δ1 . Diremo intorno di x0 ∈ R ogni insieme U che sia soprainsieme di un intervallo sferico di centro x0 . δ Ci` si vede agevolmente: infatti. che ` e chiaramente una contraddizione. Se c’` n ∈ N+ tale che esiste un’applicazione biiettiva da {1. 2. Cio` U1 ∩ U2 ∈ Ix . quando. U2 ∈ Ix . δ Cio` U ` intorno di x0 se ∃ δ > 0 tale che U ⊃ Ix0 . Almeno x ∈ U . Conviene inoltre osservare che in R gli intorni dei punti soddisfano un’ulteriore proriet`. allora esistono δ1 > 0. esiste δ > 0 tale che Ix ⊂ U . (i = 1. allora U1 ∩ U2 ∈ Ix . Lavor` a Bonn fino al 1935. Fu insigne studioso della topologia e della teoria degli insiemi.5 Topologia della retta reale Diremo intervallo sferico di centro x0 e raggio δ > 0 l’insieme δ Ix0 = {x ∈ R: x0 − δ < x < x0 + δ} = {x ∈ R: |x − x0 | < δ} . Molte sue ricerche di teoria degli insiemi sono tuttora di grande attualit` e hanno trovato di recente notevoli applicazioni. Infatti non ci pu` essere o z ∈ U ∩ V . allora V ∈ Ix . . 3 Felix Hausdorff (1868–1942). esistono a ∈ A e b ∈ B tali che b − a < ε). (I2) Se U1 . (I3) Se U ∈ Ix e V ⊃ U . ` valida e in ogni caso la definizione data in precedenza(per ogni ε > 0. allora Ui ⊃ Ix . evidentementemente. U2 ∈ Ix . Gli intorni di un punto soddisfano le seguenti propriet`: a (I1) ∀U ∈ Ix U = ∅. fu costretto a dimettersi dal o regime nazista. |x − y| . Un punto x ∈ R si dice d’accumulazione per un insieme E ⊂ R se ogni intorno di x. NUMERI nel quale esiste sup A per ogni insieme non vuoto e superiormente limitato. In Q invece. se U ∈ Ix . a 3 Precisiamo meglio il significato di insieme finito e infinito. cio` U e V sono intorni disgiunti e di x e y rispettivamente. U ∈ Ix . 2). diremo che l’insieme e 2 Ci` si pu` vedere agevolmente come segue. Se U1 . che ` o e δ quindi non vuoto. .

Gli intervalli chiusi [a. se ogni intorno di x contiene infiniti punti di E. Evidentemente i punti di E sono aderenti ad E e i punti d’accumulazione sono. E ha n elementi. e e L’insieme dei punti interni ad un insieme E si dice la parte interna di E: int (E). x2 .5. Che le due definizioni siano equivalenti si vede facilmente. . Un punto x ∈ E che non sia d’accumulazione per E si dice un punto isolato di E. ossia se ∀x ∈ A. +∞[. studioso di topologia. δ Un insieme A ⊂ R si dice aperto se ` intorno di ogni suo punto. Desideroso di divenire ingegnere si iscrisse nel 1913 alla scuola d’ingegneria di Glasgow. si dice che x ` d’accumulazione per E se ogni U ∈ Ix contiene almeno un punto e di E diverso da x. . . evidentemente. . tennero all’universit` di Varsavia un seminario di Topologia. 4 Kazimierz Kuratowski (1896 – 1980). in particolare R) ` un insieme aperto. Nel primo anno di studio ottenne il primo premio in Matematica. La carriera ingegneristica di Kuratowski fu distrutta. sono insiemi chiusi. ma la Matematica ne trasse un enorme beneficio. ` E facile riconoscere che ogni intervallo aperto (limitato o no.2. . l’insieme dei suoi punti aderenti E = cl(E) = {x ∈ R: x ` aderente a E} e .22) Si dice che x ` interno a E se E ` intorno di x. Un punto x si dice aderente ad E se ogni U ∈ Ix contiene almeno un punto di E. |x − xn |). (2. e Ossia se int (A) = A. L’operatore di chiusura soddisfa le seguenti propriet` (dette di Kuratowski4 ) a (Cl1) ∅ = ∅. b]. Diremo infinito un insieme che non ` e finito. o a partire dal 1917. Insigne matematico polacco. . b]. [a. ogni insieme che ha n elementi per qualche n. TOPOLOGIA DELLA RETTA REALE 43 Equivalentemente. nel 1914 fu sorpreso dallo scoppio della prima guerra mondiale e gli fu impossibile tornare in Scozia. posto δ = min(|x − x1 |. . che. . a maggior ragione. si dice finito. . allora. ce ne sono di diversi da x. disciplina matematica che iniziava a a svilupparsi rigogliosamente in quel periodo. ] − ∞. ∃ δ > 0 : Ix ⊂ A. e Un insieme C ⊂ R si dice chiuso se coincide con la sua chiusura: C = C. R. δ Ix sarebbe un intorno di x non contenente alcun punto di E diverso da x (si noti che x non ` e necessariamente un punto di E). Tornato per trascorrere le vacanze estive a Varsavia. Egli studi` sotto la guida dei professori Janiszewski e Mazurkiewicz. Se poi ci fosse qualche intorno che contiene solo un numero finito di punti di E: x1 . Diremo chiusura di un insieme E ⊂ R. xn . punti aderenti.

(x ∈ ∅) ` proposizione falsa e un’implicazione con antecedente e e falso ` vera. A maggior ragione e e e ∪α∈I Aα ⊃ Aα0 ` intorno di x. ` aperto. e (C3) Il complementare di un chiuso ` un aperto.2 Si dimostrino le propriet` (C1) – (C3) degli insiemi chiusi. e (A3) Il complementare di un aperto ` un chiuso. CAPITOLO 2. Dunque A1 ∩ A2 a e ` insieme aperto. Se x ∈ A1 ∩ A2 . per (Cl1). quale che sia la conseguenza. che ∅ ` chiuso. e / (A3) Sia A aperto e consideriamo CA = R \ A. (Cl3) C1 ∪ C2 = C1 ∪ C2 (Cl4) E = E. e (C2) L’unione di un numero finito di chiusi ` un chiuso. y ∈ A. A1 ∩ A2 ` intorno di x e quindi di ogni suo punto. e Verifichiamo brevemente la cosa per gli insiemi aperti: (A1) Sia {Aα : α ∈ I} una famiglia finita o infinita di aperti. allora x ∈ Aα0 . Infatti se fosse y ∈ A. non avendo punti. a . Se y ∈ CA. a Si vede dunque. e Esercizio 2. con α0 ∈ I. La famiglia degli insiemi aperti e quella dei chiusi godono delle seguenti propriet`.1 Si dimostrino le propriet` (Cl1) – (Cl4). e (C1) L’intersezione di un insieme arbitrario di chiusi ` un chiuso. Poich´ Aα0 . A stesso sarebbe un intorno di y privo di punti di CA.5. allora l’intersezione ` aperta. che ` dunque chiuso. NUMERI Esercizio 2. a (A1) La riunione di un insieme arbitrario di aperti ` un aperto.5. allora. Se x ∈ ∪α∈I Aα . indiciati dall’insieme d’indici I. Perci` i punti aderenti a CA stanno necessariamente o in CA. e (A2) Se A1 e A2 sono aperti e A1 ∩ A2 = ∅. ` vera la proposizione (∀x ∈ e e R) ((x ∈ ∅) ⇒ (x ` interno a ∅)).44 (Cl2) E ⊂ E. per e la propriet` (I2) degli intorni. ` intorno di x. Ricordiamo che anche R ` insieme contemporaneamente e e aperto e chiuso. e (A2) L’intersezione di un numero finito di aperti ` un aperto. peraltro.

5. Cio` x ` di frontiera per e e E se x ∈ E ∩ CE. 1] e si decida se esso ` aperto o chiuso. Infine se x non ` n´ interno n´ esterno ad E. oppure la famiglia dei chiusi. si dicono aperti i complementari dei chiusi. CE = R.2. Gli intorni di un punto x sono gli insiemi che contengono un insieme aperto al quale x appartiene. diremo e e e e e δ che ` punto di frontiera per E. oppure la famiglia degli aperti. dichiarati chiusi gli insiemi e che coincidono con la loro chiusura. Infine diremo intorno di ∞ (senza segno) ogni soprainsieme della riunione di una semiretta sinistra e di una destra. 0[∪([0. . b[. TOPOLOGIA DELLA RETTA REALE 45 Osservazione 2. 1]. 1] ` aderente ad E (in ogni intorno di un punto 0 ≤ y ≤ 1 ci sono punti di E). 1]. a nel senso che permettono di ricostruire la topologia considerata. a Saranno utili nel seguito anche le seguenti nozioni. Cio`. e e e e Il complementare ` dato da CE =] − ∞.5. la chiusura. Analogamente si dice intorno sinistro di x ogni soprainsieme di un intervallo ]x − δ. Si dice intorno destro di un punto x ogni soprainsieme di un intervallo [x. Se x non ` n´ interno. x ` esterno ad E se. +∞[. Dunque e e fr E = E ∩ CE. e preso un punto x ∈ R. fr E = [0. mentre i punti e z < 0 e i punti u > 1 hanno intorni privi di punti di E (si prendano gli intervalli centrati in z. e quindi la frontiera ` un insieme chiuso. n´ esterno. ∞ non sono elementi di R. possiamo concludere che non esiste alcun intervallo di R composto solo da numeri razionali o solo da numeri irrazionali. int CE =] − ∞. per qualche δ > 0. Si ricordi anche che +∞. +∞[. Dunque se x ∈ R e U ∈ Ix . 1]. a > 0}. Allora possiamo concludere che E non ha punti interni (non esiste alcun intorno di un suo punto fatto solo da numeri razionali). −∞. int E = ∅. x + δ[. o rispettivamente in u. cio` |z|. Se ne e calcoli la parte interna. ossia ogni soprainsieme di {x ∈ R: |x| > a. oppure l’operatore di chiusura. la frontiera. E = [0. L’insieme dei punti di frontiera di E ` la frontiera di E: fr E = FE. Intorno di −∞ ` ogni soprainsieme di una semiretta e sinistra: ] − ∞. Si dice intorno di +∞ ogni soprainsieme di una semiretta destra: ]a. Esso non ` n´ aperto n´ e e e e chiuso. abbiamo gi` dato il significato di “x ` interno a E. 0[∪]1. Diremo a e che x ` esterno ad E se ` interno a CE. Si noti che gli intorni destri e sinistri di un punto non sono necessariamente intorni del punto. Gli stessi quesiti si pongano per CE. oppure l’operatore di parte interna. +∞[. per qualche δ > 0.5. per qualche δ > 0. Svolgimento: Per quanto si ` osservato relativamente alla densit` in R dei numeri razionali e a e degli irrazionali.1 Si consideri l’insieme E = Q ∩ [0. Ricordiamo che x ` interno ad E se esiste δ > 0 tale che Ix ⊂ E. e. 1] ∩ (R \ Q))∪]1. di u da 1. vale U ∩ Q = ∅ e anche U ∩ (R \ Q) = ∅. e cio` |1 − u|). rispettivamente. Ogni punto dell’intervallo [0. Esempio 2. x]. Dato E ⊂ R. Si verifica facilmente che l’uguaglianza fr CE = fr E ha validit` generale. ` Ix e e e e e allora ogni suo intorno contiene sia punti di E che del complementare. Si vede perci` che o la topologia su un insieme pu` essere data equivalentemente assegnando la famiglia degli intorni dei o punti. fr CE = fr E = [0. Analogamente. e e δ ⊂ CE. Allora si verifica che E non ` n´ aperto n´ chiuso.1 Le propriet` (o assiomi) di Kuratowski della chiusura sono caratteristiche. di semiampiezza la distanza di z da 0. ma solo utili simboli da usare in ambiti ben precisi e codificati.

Infatti la loro unione contiene tutto E. l’intervallo ]x0 − δ. c + δ[. ma ` privo di punti o o e e d’accumulazione.4. Per` N ⊆ R ` infinito. Infatti sia ]c − δ. Dunque c ` punto d’accumulazione di E. . esso non pu` avere punti d’accumulazione. La condizione ` data dal seguente e Teorema 2. Dimostrazione: Poich´ E ` un insieme limitato di R esso ha limitazioni superiori e inferiori. che ` infinito.5. Ogni insieme E ⊆ R infinito e limitato ha almeno un punto d’accumulazione in R. e Un sottoinsieme K ⊆ R si dice compatto se ` un insieme chiuso e limitato di R. Per il Teorema (2.46 CAPITOLO 2. decrescente per inclusione ı I0 ⊇ I1 ⊇ I2 ⊇ . m0 ] e 2 e [m0 . Infatti. Una definizione generale di compattezza ` la seguente. c + δ[ un e intorno sferico di c. (2. Dunque I1 ∩ E ` un insieme infinito.Weierstrass]. scegliamone uno. se ce n’` solo e e uno che contiene infiniti punti di E. e Poich´ ogni intorno di c contiene un un intervallo centrato in c del tipo ]c − δ. Questa definizione ` e e semplice ma vale per R. Esiste certamente qualche n tale che la lunghezza di In sia minore di δ. ogni famiglia U di e . se tutti e due contengono infiniti punti di E. avente semiampiezza δ > 0. preso un qualsiasi punto x0 ∈ R. NUMERI 2. b1 ] uno dei due intervalli che contiene infiniti punti di E. Se poi x0 ≥ 0.5. almeno uno dei due ha intersezione finita con E. . E dunque chiaro che se F ` un sottoinsieme e finito di R. ogni intorno e di c contiene infiniti punti di E. m1 ] e [m1 . allora detto δ = |x0 |. Questo punto ` il punto d’accumulazione per E che stavamo cercando. Prendiamo il e punto di mezzo m1 di I1 e consideriamo i due sottointervalli [a1 . si ha In ⊆]c − δ. Otteniamo cos´ una successione di intervalli chiusi e limitati. c + δ[. Sia dunque I0 = [a0 . Dato un insieme K ⊆ R diremo ricoprimento aperto di K. Dunque l’insieme dei punti d’accumulazione di N in R ` vuoto. Dividiamo I2 a met` e proseguiamo scegliendo ogni volta un intervallo In tale che In ∩ E sia a infinito. b0 ] e a0 + b0 un intervallo che contiene E. Possiamo chiederci sotto quali condizioni un insieme infinito in R abbia almeno un punto e d’accumulazione. prendiamo un intero n tale che n ≤ x0 < n + 1. x0 + δ[ ` un intorno di x0 che non contiene e alcun punto di N. Poich´ c ∈ In .23) ognuno dei quali contiene infiniti punti di E. prendiamo quello. dei due intervalli [a0 . per Rn e in pochi altri casi speciali. Se m0 = ` il punto di mezzo di I0 . esso non pu` essere d’accumulazione per o N. e e esistono cio` numeri reali a0 e b0 tali che per ogni x ∈ E valga a0 ≤ x ≤ b0 . Diaciamo I2 uno dei due sottointervalli di I1 che contiene infiniti punti di E. poich´ e e ad ogni passaggio al successivo sottointervallo la lunghezza viene dimezzata. Allora l’intervallo ]x0 − 1. . .6) ∞ di Cantor sugli intervalli inscatolati esiste un solo punto comune a tutti gli intervalli: c ∈ n=0 In .1 [ Bolzano . Sia I1 = [a1 . b0 ] almeno uno dei due contiene infiniti punti di E.1 Teorema di Bolzano-Weierstrass e sottoinsiemi compatti di R Ricordiamo che dati un insieme E ⊆ R e un punto x0 il punto si dice d’accumulazione per E ` se ogni intorno di x0 contiene infiniti punti di E. per esempio quello di sinistra. Ma In contiene infiniti punti di E. dato ε > 0 esiste n tale che la lunghezza di In ` e n < ε. Se x0 < 0. la lunghezza di In ` e n = 0 2n e quindi. ⊇ In ⊇ . b1 ]. Inoltre se 0 = b0 − a0 ` la lunghezza di I0 . x0 + 1[ contiene un solo punto di N.

Vale il seguente teorema del quale omettiamo la dimostrazione Teorema 2. Diremo che K ` compatto se. Pincherle) che dimostra l’equivalenza in R tra l’essere K chiuso e limitato e l’essere compatto nel senso dei ricoprimenti aperti. spazi a u metrici o. bastando ivi gli intervalli. comunque si prenda un suo e ricoprimento aperto U.2. o B ∩ C = ∅ o B ∩ C = ∅. comunque se ne prenda una u a partizione {B. esiste una sottofamiglia finita F ⊆ U che copre K. e In realt` quella che abbiamo assunto come definizione ` il contenuto di un importante Teorema (di a e Heine. . Anzi ` un “lusso se riferita a R. Ci sono altre definizioni equivalenti di compattezza. da sfruttare in seguito. si dice connesso. tale che U ⊇ K.5. pi` in generale. tutti e soli gli intervalli. oltre agli insiemi formati da un solo punto. u e Ma l’intento ` di “seminare per tempo qualche nozione pi` generale. C}.5. cio` tale che F ⊇ K. Borel. tali che B ∩ C = ∅ e A = B ∪ C) tali che B ∩ C = ∅ e B ∩ C = ∅. TOPOLOGIA DELLA RETTA REALE 47 insiemi aperti in R. Un insieme non sconnesso. 2. C} (ossia se esistono insiemi B = ∅. di una delle quali (valida negli spazi metrici) ci occuperemo nel seguito. topologici). e u .2 Insiemi connessi di R Un insieme A ⊂ R si dice sconnesso se esiste una partizione di A in due classi {B. Si noti che affinch´ un insieme sia connesso non basta e che B ∩ C = ∅ ! La definizione data sopra conserva la sua validit` in ambiti pi` ampi di R (per esempio Rn . .5.2 In R sono connessi. C = ∅. Dunque un insieme A che contiene pi` di un punto sar` connesso se.

an . Qui ci soffermeremo su un’ultea riore distinzione fra gli insiemi infiniti. ossia dell’infinito numerabile. a2 . . si possono numerare. . ma non c’` alcuna applicazione e biiettiva tra i due insiemi. Allora anche A ∪ B ha cardinalit` a ℵ0 . . Si dir` che card B ≤ card A se esiste un’applicazione iniettiva da B in A. . . b1 . . . Dimostrazione: Per ipotesi A e B si possono mettere in corrispondenza biunivoca con N o. . . Si dir` infine che a a card B < card A se esiste un’applicazione iniettiva da B in A. C. . Se immaginiamo di potere considerare la classe di tutti gli insiemi. a Per indicare la cardinalit` di N. a a e in termini intuitivi. . . b0 . . . Relativamente alla cardinalit` di ℵ0 si possono dimostrare alcune semplici proposizioni a Teorema 2. la propriet` comune alla classe d’equipotenza.} . b1 . si ometter` di scriverlo un’ulteriore volta). l’equipotenza soddisfa le propriet` riflessiva. . . Ogni classe di questa particolare equivalenza d’insiemi a si dir` la cardinalit` di quell’insieme. NUMERI 2.} e Ma allora ` facile dare una numerazione di A ∪ B: e A ∪ B = {a0 .} . b2 . Ci` si scrive card B = card A. . ma per i quali non esiste alcuna applicazione biiettiva fra N ed E (insiemi non numerabili). Converr` pensare che per ogni a o a classe d’equipotenza si inventi un nuovo simbolo che si chiamer` la cardinalit` di quella classe. . bn . . a a e per esempio. an . . a1 . . In questa numerazione si avr` l’avvertenza di non scrivere gli elementi gi` incontrati (cio` se b1 .6 Cardinalit` degli insiemi a Gi` abbiamo presentato la differenza tra gli insiemi finiti e infiniti. e a a Pi` in generale vale u B = {b0 . ` gi` stato scritto. simmetrica e transitiva (come facilmente si verifica) e quindi ` atta a suddividere la a e totalit` degli insiemi in classi d’equivalenza. . Perci` o A = {a0 .48 CAPITOLO 2. Dati due insiemi A e B diremo che essi sono equipotenti se esiste un’applicazione biiettiva φ : A → B.6. distinguendo fra quelli che si possono porre in corrispondenza biuivoca con N (gli insiemi infiniti numerabili) e quegli insiemi E che ammettono un’applicazione iniettiva da N in E. ` usuale impiegare il simbolo ℵ0 (da a e leggere “aleph con zero): card N = ℵ0 .1 Siano A e B due insiemi equipotenti con N. `. come si dice brevemente. . Cio` se B. bn . sono insiemi equipotenti con A diremo che a a e hanno la stessa cardinalit` di A. a1 .

Con la solita omissione dei termini gi` incontrati. Cominciamo a considerare i numeri a m razionali positivi rappresentati come frazioni con m ed n primi fra loro. . . Per quanto riguarda Z la cosa ` piuttosto facile. due razionali di peso 3: e = 2. rispettivamente. a1 . . CARDINALITA DEGLI INSIEMI Teorema 2. . . .6. . . 1. p = m + n. . . Basta pensare di elencare i suoi e elementi a partire dallo zero. . . .2 Sia {An } un insieme numerabile di insiemi numerabili. li possiamo dunque elencare come segue 0 1 1 2 1 3 1 2 p−1 Q = { ... come 1 . Naturalmente queste omissioni saranno da fare in generale. . an . . e Dimostrazione: Per ipotesi abbiamo An = {an . Teorema 2. ap−1 . .. Se diciamo “peso di un elemento an il numero p = k + n. 2. un solo razionale di peso 2: = 1. −1. in questo modo si stabilisce una corrispondenza a ∞ A . −2. . a0 . 1 1 2 1 3 1 p−1 p−2 1 2 Si noti che il numero di peso 4 dato da = 1. . ap . a1 . .. −n.6. a0 . . . R finora u a introdotti. . . omettendo ogni volta gli elementi gi` elencati. an . Per ogni assegnato valore di p ≥ 1 ci sono solo un numero finito di razionali aventi n peso p. Dimostrazione: Dobbiamo trovare un modo per numerare tutti gli elementi di Z e. Allora e a p 0 1 ` chiaro che si pu` elencare la riunione numerabile degli insiemi An come segue: e o p−1 ∪∞ An = {a0 .} . . per esempio. . . Allora anche ∞ 49 An n=0 ` numerabile. .. possiamo determinare le cardinalit` degli insiemi numerici Z.` 2. comparendo gi` nella lista e a 2 1 come numero di peso 2: = 1. . non ` stato elencato. C’` un solo razionale e 0 1 1 2 di peso 1: = 0.} . n. elencando prima un numero positivo n e poi −n. . per ogni p ∈ N abbiamo un k numero finito di elementi che possiamo elencare in ordine crescente dell’indice in posizione bassa.. . Cio` nell’ordine ap . . Per dimostrare la numerabilit` di Q procediamo come segue. Cio`: e Z = {0.} p n=0 0 0 1 0 ..3 Gli insiemi Z e Q sono numerabili. Q.6. . . etc. se n = 0. di Q. . biunivoca tra N e ∪n=0 n Pi` in particolare. . . . Diciamo poi “peso di n m . Detti 1 1 2 1 Q i razionali positivi.. . an .} 0 1 2 k per n ∈ N. . . a0 . che possiamo elencare in ordine crescente di valore del denominatore.

50

CAPITOLO 2. NUMERI

` pi` volte ricordato. E poi ovvio come numerare tutto Q; baster`, per esempio, elencare un numero u a positivo e successivamente il negativo corrispondente, come segue 0 1 1 1 1 2 2 1 1 3 3 1 1 Q = { , ,− , ,− , ,− , ,− , ,− ,..., ,− ,...,} . 1 1 1 2 2 1 1 3 3 1 1 p−1 p−1 Dunque abbiamo card Z = card Q = ℵ0 . Teorema 2.6.4 R non ` numerabile. e Dimostrazione: Dimostreremo questo fatto verificando che nessuna successione di numeri reali strettamente compresi tra 0 e 1 pu` esaurire tutti i numeri reali compresi tra 0 e 1. Dunque, a o maggiore ragione, la totalit` dei numeri reali non pu` essere esaurita da alcuna successione degli a o stessi. Sia data una successione di numeri reali strettamente compresi tra 0 e 1 che penseremo rappresentati dai loro allineamenti decimali. α1 α2 αn = = = 0, c11 c12 c13 . . . c1n . . . 0, c21 c22 c23 . . . c2n . . . 0, cn1 cn2 cn3 . . . cnn . . .

... ... ..................... ... ... ..................... Si consideri allora l’allineamento decimale, ottenuto con la seguente regola: dn = 1, 2, se cn n = 1, se cn n = 1.

Allora l’allineamento decimale δ = 0, d1 d2 d3 . . . dn . . . rappresenta un numero reale strettamente compreso tra 0 e 1, diverso da ciascuno degli αn . Infatti, δ = αn ∀n ∈ N+ dal momento che δ ` e diverso da αn almeno nella cifra di posto n. Si pu` concludere che card R > ℵ0 poich`, essendo R o e soprainsieme di Q ` certamente card Q ≤ card R. e

Pi` in generale possiamo affermare che u Teorema 2.6.5 Se A ` un insieme infinito, allora card A ≥ ℵ0 . e Dimostrazione: A ` infinito e quindi certamente non vuoto. Sia a0 un elemento di A. A \ {a0 } = e ∅, poich´, essendo A infinito ha pi` di un elemento. Sia dunque a1 ∈ A \ {a0 }. Se sono stati e u scelti gli elementi distinti {a1 , a2 , . . . an } ⊂ A, poich´ A non pu` avere n elementi, esiste an+1 ∈ e o A \ {a1 , a2 , . . . an }. Dunque, per induzione, costruiamo un insieme A = {a0 , a1 , . . . , an , . . .} ⊂ A, che ` in corrispondenza biunivoca con N. Esiste perci` un’applicazione iniettiva da N in A. Cio` e o e 5 card A ≥ ℵ0 .
5 Per i puristi: in questo ragionamento “ingenuo si ` totalmente sorvolato sul ruolo – fondamentale – dell’assioma e di scelta!

` 2.6. CARDINALITA DEGLI INSIEMI

51

Utilizzando il risultato del teorema precedente, si pu` dimostrare il seguente risultato, del quale o omettiamo la dimostrazione. Teorema 2.6.6 Se A ` un insieme infinito e N ` un insieme infinito numerabile oppure ` finito, e e e allora card (A ∪ N ) = card A.

Teorema 2.6.7 [di Cantor]. Sia E un insieme e sia P(E) l’insieme dei sottoinsiemi (o delle parti) di E. Allora card E < card P(E). ` Dimostrazione: E facile trovare un’applicazione iniettiva da E a P(E). Basta associare ad ogni elemento a ∈ E il sottoinsieme singoletto {a} ∈ P(E). Dunque esistono applicazioni iniettive φ : E → P(E). Mostriamo che non pu` esserci un’applicazione biiettiva tra i due insiemi. o Per assurdo, si supponga data un’applicazione siffatta ψ: E → P(E). Consideriamo allora il seguente sottoinsieme di E: S = {x ∈ E: x ∈ ψ(x)} . / Poich´ ψ ` suriettiva esiste s ∈ E tale che S = ψ(s). Chiediamoci come sta s rispetto a S. Pu` e e o essere s ∈ S ? Se s ∈ S allora deve godere della propriet` che definisce S e quindi s ∈ ψ(s) = S. a / Dunque s ∈ S ⇒ s ∈ S. Pu` essere s ∈ S = ψ(s) ? Se cos` fosse allora s godrebbe della propriet` / o / ı a per essere incluso in S; cio` s ∈ S ⇒ s ∈ S. In conclusione otteniamo e / s∈S⇔s∈S / ,

che ` una contraddizione. Alla contraddizione siamo giunti avendo supposto l’esistenza di un’ape plicazione biiettiva ψ: E → P(E). Dunque una tale applicazione non pu` esistere, e quindi o card E < card P(E).

Se card E = n, cio` se E = {a1 , a2 , . . . , an }, si riconosce facilmente che il numero degli elementi di e P(E) ` lo stesso delle n-ple ordinate di 0 e 1: infatti, all’n-pla (1, 0, . . . , 0) si faccia corrispondere il e sottoinsieme {a1 }, all’n-pla (0, 0, . . . , 0), l’insieme vuoto, etc. In generale a un’n-pla nella quale al posto k compare 1 corrisponde un sottoinsieme che contiene l’elemento ak , mentre se vi compare 0, l’elemento ak non c’` nel sottoinsieme corrispondente. In questo modo si stabilisce una corrispone denza biunivoca tra n-ple di 0 e 1 e sottoinsiemi di E. Ma le n-ple distinte sono 2n = 2card E . Si estende la notazione card P(E) = 2card E , anche quando si tratta di insiemi infiniti. Teorema 2.6.8 R ` equipotente con l’intervallo aperto (0, 1). e Dimostrazione: Basta considerare l’applicazione f : (0, 1) → R, definita da π f (x) = tan( (2 · x − 1)) . 2

52

CAPITOLO 2. NUMERI

Si vede infine che l’intervallo aperto (0, 1) ha la stessa cardinalit` delle successioni di 0 e 1. a

Teorema 2.6.9 card (0, 1) = card 2N = 2ℵ0 .

Dimostrazione: Possiamo pensare di rappresentare i numeri dell’intervallo aperto (0, 1) come allineamenti binari: 0, b1 b2 . . . bn . . ., dove bn assume solo i valori 0 o 1. Infatti gi` ci siamo soffermati a sulla rappresentazione dei numeri reali come allineamenti decimali. Quello che si ` fatto con la e base dieci, si pu` ripetere usando una base diversa, in particolare la base due. L’allineamento o 0, b1 b2 . . . bn . . . rappresenta il numero reale di (0, 1) dato da
n

β = sup{
k=1

bk : n ∈ N+ } 2k

.

Naturalmente, dagli allineamenti binari sopra ricordati, vanno esclusi quelli che hanno periodo 1. Ma questi sono in numero di ℵ0 . Poich´ 2N = (0, 1) ∪ {allineamenti binari di periodo 1}, allora, per e il Teorema 2.6.6 card 2N = 2ℵ0 = card (0, 1) . E infine, poich´ card (0, 1) = card R, concludiamo che e card R = 2ℵ0 > ℵ0 .

a La cardinalit` 2ℵ0 si dice anche la cardinalit` del continuo e si indica anche con la lettera gotica a (fraktur) c: c = 2ℵ0 . Vogliamo infine ricordare un ultimo aspetto un po’ paradossale della cardinalit` degli insiemi (in a particolare, di R). Teorema 2.6.10 card R2 = card R Pi` in generale u card Rn = card R con n ∈ N+ . Dimostrazione: Osserviamo che vi ` una corrispondenza biunivoca tra (0, 1) × (0, 1) e (0, 1). e Se (x, y) ∈ (0, 1)2 , essendo le rappresentazioni decimali di x e y rispettivamente x = 0, a1 a2 . . . an . . . e y = 0, b1 b2 . . . bn . . ., al punto (x, y) del quadrato possiamo associare il punto z dell’intervallo (0, 1) cos` individuato z = 0, a1 b1 a2 b2 . . . an bn . . .. La corrispondenza ` chiaramente iniettiva e suriettiva. ı e Dunque card (0, 1)2 = card (0, 1) . , ;

Allora (0. CARDINALITA DEGLI INSIEMI 53 Si pu` dimostrare che se A ` equipotente con C e B ` equipotente con D. . Perci` si ottiene e o finalmente card R2 = card R . 1)2 ` equipotente con R2 . cio` e cn = c .` 2. Per induzione si pu` facilmente dimostrare che o card Rn = card R per ogni numero naturale n ≥ 1. 1) equipotente con R. allora A×B ` equipotente o e e e con C × D. . essendo (0.6.

L’uguglianza tra due elementi si intende definita come segue: (a1 .7 I numeri complessi Ci accingiamo a considerare un’ulteriore estensione di campi numerici. Moltiplicando la prima equazione per a. o e e Dimostriamo ora che per ogni coppia (a. cio` se a2 + b2 = 0. ma in R troviamo ancora equazioni algebriche prive di soluzione. b) = (0. Questa estensione permette di sanare un’ulteriore incompletezza presente in R. i matematici sono pervenuti ad una soluzione del problema nei termini che seguono.54 CAPITOLO 2. 0) esiste una coppia (α. 0) se non ` a = 0 e b = 0. b) = (1. Cio` che per ogni coppia (a. Infatti qualunque sia (a.25) (a. Infatti x2 + 1 = 0 non ha soluzioni in R. b). l’insieme R × R con le due operazioni dette ` un anello commutativo e con unit`. b1 ) = (a2 . b). si trova a (α.26) Moltiplicando la prima equazione per −b. precisamente quella dal campo dei numeri reali al campo dei numeri complessi C. Consideriamo l’insieme delle coppie di numeri reali R × R e definiamo in esso due operazioni (a. Non ` difficile (ma ` certamente noioso) verificare che le operazioni sopra definite sono assoe e ciative. 0) fungono da elementi neutri rispetto all’addizione e alla moltiplicazione rispettivamente. b + 0) = (a. (2. Il passaggio da Q a R permette di sanare eventuali lacune presenti in Q. d) = (ac − bd. (a. dal momento che. la seconda per b e sommando si trova α · (a2 + b2 ) = a . (2. b) e (a.24) (2. b) + (0. 0) e (1. la seconda per a e sommando si trova β · (a2 + b2 ) = −b . a · 0 + b · 1) = (a. b) ∈ R × R diversa dalla coppia nulla esiste una coppia che e moltiplicata per essa produce la coppia unit`. Perci` l’elemento (a. b + d) . Perci`. β) · (a. 0). α · b + β · a) . Se si impone che tale prodotto sia uguale a (1. 0). commutative e che vale la distributivit` della moltiplicazione rispetto all’addizione. per ogni x ∈ R si ha x2 + 1 ≥ 1. Dopo lunga maturazione dei concetti a partire dal 1500. b) = (0. 0) = (a · 1 − b · 0. NUMERI 2. si trova il seguente sistema nelle incognite α e β α·a−β·b = 1 α · b + β · a = 0. mentre l’estensione a da Z a Q permetteva di dare soluzione ad ogni equazione del tipo a · x = b. 0) = (a + 0. . Le a coppie del tipo (0. a o dal punto di vista algebrico. ad + bc) . b) · (1. Abbiamo visto che le estensioni da N a Z sono state giustificate dalla necessit` di trovare soluzione in ogni caso all’equazione a + x = b. con a = 0. d) = (a + c. β) tale che (α. β) · (a. b) = (α · a − β · b. b) · (c. b2 ) se e solo a se a1 = a2 e b1 = b2 . Eseguendo la moltiplicazione. si tenga conto inoltre della commutativit`. b) + (c.

0) gli elementi di R . b) = (a. Chiameremo corpo o campo dei numeri complessi questo sistema numerico. Poich´ (a. ammesso che esso esista. 1). b) = (a. 0) + (u. x · 0 + 0 · u)) = = ϕ((x · u. usando questa regola. 0) · (0.27) Ma un calcolo (2. (2. b) sar` indicata pi´ semplicemente con a+i b.2. Si dice che R ` isomorfo a R. se indichiamo con x = (x. nella nuova notazione e i · i = i2 = −1 . 0)) · ϕ((u. b) = a + b · (0. b). b) = (1. abbiamo anche che ϕ((x. Vedremo che in esso non pu` essere e o coerentemente definita una relazione d’ordine compatibile con le operazioni. 0)) = x · u = ϕ((x. 0)) = ϕ((x + u. Cerchiamo ora di semplificare la scrittura dei numeri complessi. b). Allora il numero complesso dato dalla a ` coppia (a. Precisamente se indichiamo con ϕ : R → R l’applicazione definita da ϕ(x. chiamato l’unit` immaginaria. Da tempo si ` deciso di indicare e e questa coppia con il simbolo i. e Infatti. ma la corrispondenza naturale che si pu` stabilire e o conserva le operazioni. ı a immediato mostra che ( a −b . Cio`. ) · (a. . a2 + b2 a2 + b2 55 (2. se z1 = x1 +i y1 e z2 = x2 +i y2 . Dunque il sistema numerico (R × R.7. 0)) = x + u = ϕ((x. Evidentemente si ha (a. 0) : x ∈ R} . 0) + (0. 0) . 0) ` in corrispondenza biunivoca con e e a e (b. Infatti se consideriamo i numeri complessi del tipo R = {(x. L’unico simbolo non u riconducibile ai numeri reali che conosciamo ` la coppia (0. 0) · (u.29) Questa ` l’unica regola nuova che permette di eseguire i calcoli algebrici con i numeri complessi. 0)) = ϕ((x · u − 0 · 0. 0)) . Dunque R si comporta dal punto di vista algebrico come una copia di R. 1)·(0. 0)) + ϕ((u. 2 + b2 a ` E stata cos´ stabilita l’unicit` dell’inverso di (a. I NUMERI COMPLESSI Dunque necessariamente si trovano per α e β i seguenti valori  a  α =  2 + b2 a −b  β =  . 1). ·) che abbiamo costruito ` un sistema numerico che dal e punto di vista algebrico ` un corpo communtativo o campo. 1). 1) = (−1. a u cio`. Poich´ C contiene un sottocorpo isomorfo ad R esso si pu` considerare e e o un’estensione di R. si ha ϕ(x + u ) = ϕ(x ) + ϕ(u ) e e ϕ(x ·u ) = ϕ(x )·ϕ(u ). 0) + (b. 0) e u = (u. lo indicheremo con C.28) Il che stabilisce l’esistenza dell’inverso di (a. potremo scrivere pi´ semplicemente (a. +. 0). Osserviamo che questo campo dei numeri complessi estende quello dei numeri reali. 0) con b. E facile valutare che (0. si trova z1 +z2 = (x1 +x2 )+i (y1 +y2 ) e z1 · z2 = x1 · x2 − y1 · y2 + i (x1 · y2 + y1 · x2 ). 0) := x. non solo R ` in corrispondenza biunivoca con R. 0)) e ϕ((x.

ossia se a − ib = a + i b allora 2i b = 0 e quindi b = 0. + a1 u + a0 . contro una propriet` di ogni ordine compatibile con a le operazioni e coerente con l’ordine in R. Avevamo preannunciato che C non pu` ricevere un ordine che sia compatibile con le operazioni e o coerente con l’ordine dei numeri reali. (2. cio` l’operazione di coniugio ` e e involutoria. 2. Dunque ci sarebbe un numero complesso non nullo. e precisamente i. y ∈ R. . P (u) = an un + an−1 un−1 + . ossia (z) = 0. Infatti an z n + an−1 z n−1 + . con x. avremo che a P (z) = P (z) . + a1 z + a0 = an z n + . NUMERI La rappresentazione dei numeri complessi nella forma z = x + i y. dovrebbe a essere un numero positivo. e si denota con x = z. sappiamo che. Se P (z) ` un polinomio nella variabile complessa z. Infatti se C ammettesse un ordine totale compatibile con le operazioni. per ogni z ∈ C. Ma ecco che i2 = −1. Poich´ C ` estensione del campo reale il numero −1 dovrebbe essere e e negativo: −1 < 0. y si dice la parte immaginaria del numero complesso z. ogni numero elevato al quadrato. E facile riconoscere che l’operazione di coniugio ω : C → C ` ¯ e un’applicazione biiettiva che rispetta le operazioni.29).7. indicando per e brevit` con una sopralineatura il passaggio al complesso coniugato. . e si denota con y = z. cio` quelli che hanno e parte immaginaria nulla. (2. per la compatibilit` con l’operazione di moltiplicazione. allora.56 CAPITOLO 2.32) Vale inoltre ω 2 (z) = ω(ω(x + i y)) = ω(x − i y) = x + i y = z. . Conviene osservare che sono autoconiugati tutti e soli i numeri complessi reali. che ha un quadrato negativo.1 Coniugio di numeri complessi Possiamo ora considerare un’ulteriore operazione (non algebrica) sul campo dei numeri complessi: l’operazione di coniugio. Dato un numero complesso z = x + i y diremo coniugato di z il numero ` complesso ω(z) = z = x − i y. . che si dice il polinomio coniugato di P (z). Viceversa se ω(z) = z. + a1 u + a0 .33) (2. si dice forma algebrica o di Eulero dei numeri complessi. .31) dove. in modo tautologico. La ragione di ci` si pu` agevolmente riconoscere nell’equao o zione (2. x si dice la parte reale del numero complesso z.30) z 1 = z2 . se P (u) = an un + an−1 un−1 + . Dunque. a coefficienti complessi. (2. si ha z = z+i Evidentemente z1 = z2 se e solo se z1 = z2 e z . Infatti se z = a + i 0 = a allora ω(z) = a − i 0 = a. infatti ω(z1 + z2 ) = ω(x1 + x2 + i (y1 + y2 )) = x1 + x2 − i (y1 + y2 ) = = ω(z1 ) + ω(z2 ) e ω(z1 · z2 ) = ω(x1 x2 − y1 y2 + i (x1 y2 + x2 y1 )) = = x1 x2 − y1 y2 − i (x1 y2 + x2 y1 ) = ω(z1 ) · ω(z2 ) . .

se z = x + i y = 0. Notiamo infine esplicitamente quanto ` stato implicitamente detto nelle righe precedenti: dati due e numeri complessi z1 e z2 . + +a1 z + a0 perch´ il coniugato di una somma ` la somma dei coniugati e. . denotato con |z|. 2. Per` spesso gli attributi trigonometrico e polare saranno usati come sinonimi. ϑ2 ] abbiamo che z1 = z2 se e solo se ρ1 = ρ2 ϑ1 = ϑ2 + k · 2π. se 0 ≤ ϑ < 2π oppure se −π ≤ ϑ < π.2 Forma polare o trigonometrica dei numeri complessi Supponiamo che z sia un numero complesso non nullo.7. cio` z = |z| cos ϑ + i |z|sen ϑ.2. Allora per z = 0 vale z = x + iy = x2 + y 2 · ( x x2 + y 2 +i y x2 + y 2 ) . (2. il polinomio coniugato coincide con il polinomio di partenza e si pu` concludere che se un polinomio a coefficienti o reali ha radice α. . u L’argomento di un numero complesso non nullo ` infatti determinato a meno di multipli di 2π. due e argomenti che differiscono per multipli di 2π hanno uguali il seno e il coseno e quindi individuano lo stesso numero complesso. con 0 ≤ ϑ < 2π. Se indichiamo con ρ il modulo di z. o indicheremo z con la scrittura z = ρ(cos ϑ+i sen ϑ) (detta talvolta rappresentazione trigonometrica del numero complesso) o con la scrittura formale z = [ρ.35) . mentre l’argomento pu` essere un numero qualunque. + a1 z + a0 = P (z). scritti in forma trigonometrica z1 = [ρ1 . ϑ] (detta talvolta scrittura polare del numero complesso). ϑ1 ] e z2 = [ρ2 . I NUMERI COMPLESSI 57 an−1 z n−1 + . ` E noto dalla definizione delle funzioni trigonometriche che esiste un unico numero ϑ. che sar` a a pienamente giustificata dopo che avremo definito l’esponenziale d’argomento complesso e le relative formule d’Eulero. Perci`. nelle applicazioni. Infine se z = 0 evidentemente il modulo ` e e nullo. Se definiamo radice di un polinomio a coefficienti complessi P (z) un numero α tale che P (α) = 0. se il modulo ` uguale. sar` spesso usata l’utilissima notazione esponenziale z = ρeiϑ . Dunque x |z| = x2 + y 2 . ϑ si dice il valore principale dell’argomento. se i coefficienti sono reali. se sono dati il modulo e l’argomento. o Infine. che ha parte reale z = |z| · cos ϑ e parte e immaginaria data da z = |z| · sen ϑ.7. La radice quadrata di questo numero si dice il modulo di z.34) Il numero ϑ si dice l’argomento del numero complesso z. infine. . si ottiene ulteriormente e P (z) = an (z)n + an−1 (z)n−1 + . k ∈ Z . In particolare. e Pi´ precisamente. ` individuato il numero complesso z. x y tale che cos ϑ = e sen ϑ = e dunque si ottiene x2 + y 2 x2 + y 2 z = x + iy = x2 + y 2 · (cos ϑ + i sen ϑ) = |z| · (cos ϑ + i sen ϑ) . Viceversa. ` certamente o e 2 + y 2 > 0. e e ricordando che il coniugato di un prodotto ` il prodotto dei coniugati. allora ha anche la radice α. allora possiamo concludere che ogni polinomio a coefficienti complessi che abbia una radice α ` tale e che il polinomio coniugato ha come radice α. (2. .

7. che rappresenta il e numero complesso. allora z = ω(z) = [ρ. si dice piano di Argand . 0]). 6 Jean Robert Argand (1768–1822). Il piano cartesiano. i numeri reali x > 0 da [x. 0] o con [0. ci si potr` ridurre ad un a argomento principale sottraendo (o aggiungendo) qualche multiplo di 2π. si ha a o = . Carl Friedrich Gauß (1777–1855). Si riconosce facilmente o e 1 che il reciproco di un numero z = [ρ. con z = 0. nella sua tesi nel 1799. se z2 = 0. 0]. si vede che il modulo |z| = ρ ` la distanza tra l’origine delle coordinate e il punto z del piano di Gauss.58 Moltiplicazione e notazione trigonometrica CAPITOLO 2. L’unit` ` rappresentata ae in forma polare da [1. Argand la propose nel suo “Essai sur une mani`re de repr´senter les quantit´s imaginaires e e e dans les constructions g´om´triques nel 1806. 102. Pensando alla rappresentazione trigonometrica di un numero complesso. Caspar Wessel us` la rappresentazione in una memoria presentata all’Accademia danese delle Scienze nel 1797. II. (2. Gauß us` per la prima volta la rappresentao zione dei numeri complessi come punti del piano. se si pensa rappresentativo dei numeri complessi. θ]n = [ρn . ` facile riconoscere che se z = [ρ. NUMERI La forma trigonometrica o polare dei numeri complessi ` particolarmente significativa quando l’oe perazione da eseguire sui numeri complessi ` la moltiplicazione. aveva scoperto questa rappresentazione nel 1797. ϑ1 + ϑ2 ] . −ϑ] (infatti moltiplicato per e ρ z1 ρ1 [ρ. e e pag. nθ]. i numeri reali x < 0 da [ |x|. ϑ] d` [1. ϕ]. z1 · z2 = ρ1 · (cos ϑ1 + i sen ϑ1 ) · ρ2 · (cos ϑ2 + i sen ϑ2 ) = = ρ1 · ρ2 · [cos ϑ1 · cos ϑ2 − sen ϑ1 · sen ϑ2 + + i(cos ϑ1 · sen ϑ2 + sen ϑ1 · cos ϑ2 )] = = ρ1 · ρ2 · [cos(ϑ1 + ϑ2 ) + i sen (ϑ1 + ϑ2 )] = = [ρ1 · ρ2 . ϑ]. Infine a Gauß si deve il nome di “numeri complessi (1831). z = x + i y con x. (2.36) Dunque il prodotto di due numeri complessi ` un numero complesso che ha come modulo il prodotto e ` dei moduli e come argomento la somma degli argomenti.37) Infine.Gauss6 .3 Rappresentazione geometrica dei numeri complessi I numeri complessi sono individuati da una coppia di numeri reali. E subito chiaro da quest’ultima osservazione che se anche z1 e z2 usano l’argomento principale come argomento. ϑ1 − ϑ2 . con la semiretta che congiunge l’origine O con z. preferibilmente espresso in radianti. e 2. Ovviamente. Invece l’argomento ` l’angolo. π]. o pubblicata nel 1798-99. 0]. Le potenze di un numero complesso z2 ρ2 z = [ρ. −ϑ]. ϑ] sono allora agevolmente espresse dalle Formule di De Moivre z n = [ρ. y ∈ R. Werke. non ` detto che il loro e prodotto abbia come argomento un argomento principale. Perci`. Il numero complesso 0 si pu` rappresentare con [0. Siano dunque z1 = ρ1 · (cos ϑ1 + e i sen ϑ1 ) e z2 = ρ2 · (cos ϑ2 + i sen ϑ2 ). perci` o ogni numero complesso z si pu` porre in corrispondenza biunivoca con i punti di un piano cartesiano o R2 . . (n ∈ Z) . dove ϕ ` arbitrario. formato dal e semiasse positivo delle x (della parte reale di z). ` il numero [ . ϑ].

I NUMERI COMPLESSI 59 Im z y z=x+iy ! = |z| " O x Re z Figura 2. La rappresentazione geometrica ` particolarmente utile per guidare il passaggio tra la scrittura e algebrica e quella trigonometrica dei numeri complessi.7. Se. si riconosce facilmente che l’argomento . per esempio ` dato il numero z = e √ −1 + i 3.1: Piano di Argand-Gauss. posizionando il numero sul piano di Gauss.2. rappresentazione algebrica e trigonometrica di un numero complesso.

mentre la moltiplicazione di z = [ρ. ϑ]n = [ρn . nel e e √ √ caso a > 0 e n pari. n · ϑ] = [r.4 L’equazione z n = γ Abbiamo gi` trattato il problema della risoluzione dell’equazione xn = a nel campo reale. ϕ]. che si dicono le radici n-esime del numero complesso γ. NUMERI √ (principale) del numero ` 2 π. raccogliendo successivamente i termini reali e quelli contenenti il fattore i. ϕ] = γ . e Vogliamo ora affrontare lo stesso problema nel campo complesso. 2. k ∈ Z . La rotazione avviene in senso antiorario se ϕ > 0.1 Sia γ = 0 un numero complesso arbitrario. In base alla condizione d’uguaglianza dei numeri complessi in forma trigonometrica (2. la formula√ De Moivre ci fornisce immediatamente di √ 2 10 20 2 1 3 z 10 = [2. Infatti si troveranno sempre n soluzioni distinte se γ ` non e u e nullo. quale che sia il numero reale a. In questo ambiente la soluzione ` molto pi´ simmetrica e simpatica. con modulo ρ e argomento ϑ da determinare. Dunque deve valere l’equazione z n = [ρ. Qui abbiamo tenuto conto delle formule di De Moivre precedentemente dimostrate sulle potenze dei numeri complessi. ϕ] corrisponde a un cambiamento di scala o omotetia di centro l’origine e di rapporto r e a una rotazione di misura ϕ intorno all’origine. Si pensi a quanti calcoli si sarebbero 3 3 √ dovuti fare per elevare alla decima potenza il binomio (−1 + i 3). dove r ` il modulo di γ e ϕ il suo argomento. che avviene componente per componente. mentre se e n ` dispari c’` sempre una e una sola soluzione in R.ma di z. π] = 210 · (− + i ) = −29 + i 3 · 29 . cio` lo cercheremo nella forma a e z = [ρ. π] = [210 . Se e 3 vogliamo calcolare la potenza 10.7. ϑ].7. Noi cerchiamo un numero complesso z tale che z n = γ che e converr` venga anch’esso individuato con la forma trigonometrica. π] = [210 . mentre il modulo si calcola agevolmente: ρ = 1 + 3 = 2. (2. Abbiamo il seguente Teorema 2. ϑ] per w = [r.60 CAPITOLO 2.38) .35) dovranno perci` valere le condizioni o ρn = r n · ϑ = ϕ + k · 2π. Qui si ` tenuto conto e 3 3 3 2 2 2 che 20 = 6 · 3 + 2 e quindi che 20 π = 6 · π + 2 π = 3 · 2π + 3 π. Infatti. Allora l’equazione zn = γ ha esattamente n soluzioni distinte. La rappresentazione geometrica mette anche in evidenza che l’addizione tra numeri complessi. corrisponde all’addizione di vettori piani. Abbiamo a trovato che se a > 0 e n ` pari vi sono sempre due soluzioni distinte in R dell’equazione. Dimostrazione: Il numero complesso assegnato γ = 0 ha forma trigonometrica γ = [r. oltre alla soluzione x = n a c’` anche la soluzione x = − n a.

. 1. . n n √ n (2. k = 0. dove r = 25 = 5 e ϕ = arccos 0. . .39) Pu` sembrare che ci siano infinite soluzioni. 132471 + k · 0.7. .41) . dal momento che gli argomenti dipendono da un o intero relativo k ∈ Z. si possono scegliere n valori distinti consecutivi di k ∈ Z. k ∈ {0. . 1. . √ 3 ≈ 5 Svolgimento: L’equazione z 7 = 3 + 4i = [r. gli argomenti partono da n 2π . Sono dunque ai vertici di un poligono regolare di n lati inscritto in una circonferenza di raggio n √ n ` r. . k ∈ Z. (2. 6 . 1. .1 Se γ = 3 + 4i. . 2585 arccos 3 2π 5 ϑk = +k ≈ 0. n n √ n 61 ϑk = (2. si trovino tutte le soluzione in C dell’equazione z7 = γ . Dunque le n e soluzioni distinte di z n = γ (γ = 0) sono zk = [ρ. 1. n − 1 i numeri complessi ottenuti sono tutti distinti. 7 7 2. con ρ = r 2π ϕ +k· .7. n − 1} . . 897598. √ √ ϕ 2π ϕ si trova che ϑn = +n· = + 2π = ϑ0 + 2π. n − 1. 927295 rad ≈ 53o 7 48 . ϑk ]. ha le seguenti soluzioni √ 7 ρ = 5 ≈ 1. . Ma se k = n. In realt` il numero delle soluzioni distinte ` esattamente n.2. E chiaro che per descrivere tutte le soluzioni dell’equazione z n = γ. .5 Le radici n-esime dell’unit` a Le soluzioni dell’equazione zn = 1 . . 1. a Esempio 2.7. ϑn ] n n n sono uguali perch´ hanno lo stesso modulo mentre gli argomenti differiscono per 2π. per semplicit`. I NUMERI COMPLESSI Questo sistema ha le seguenti soluzioni ρ = r ϕ 2π +k· . Ma i numeri z0 = [ n r. k = 0. . invece dei valori 0. ϕ]. .40) ϑk = Le soluzioni dell’equazione z n = γ sono dunque tutte collocate sulla circonferenza di centro l’origine √ ϕ e sono distanziati l’uno dall’altro di un angolo uguale a e raggio n r. . ϑ0 ] e zn = [ n r. . Infatti. . . se a k a e attribuiamo i valori 0. n − 1 che noi abbiamo scelto.

62 CAPITOLO 2. . . k = 0. NUMERI "=3+4i r =5 z2 z3 ! = 1. .. n − 1. Sulla base della precedente discussione. 1.2: Rappresentazione delle soluzioni dell’equazione z 7 = 3 + 4i. Cio` e n . si dicono radici n-esime dell’unit`. le radici n-esime dela 2π l’unit` sono numeri complessi aventi modulo 1 e argomento ϑk = k · a . z1 z0 z4 z5 z6 Figura 2. .2585.

h · k · ] = ωk . Allora abbiamo a n−1 2 1 + ωh · ω k + ωh · ω k 2 + . . . . h · ] e quindi ωh = [1. allora ω2 · ω4 = ω6 . pere ch´ essa ` estremamente espressiva e frequentemente utilizzata nelle applicazioni. una volta riconosciuto che il prodotto di due elementi dell’insieme ` ancora un elemento e dell’insieme. Ossia h·k = r+m·n. n − 1} che ` il resto della divisione in N di k + h per n. . (2. cio` al posto di k +h in N si deve considerare e il numero r ∈ {0. . stabile per l’elevazione a potenza dei suoi e k h elementi e che si ha ωh = ωk = ωh·k . 1. mentre le propriet` associativa e commutativa della moltiplicazione sono automaticamente a soddisfatte. ovviamente. .44).7. + ω n−1 = 0 . . + ω n−1 ). ω n = 1 e quindi 1 − ω n = 0. (2. Ma e a 1 − ω n = (1 − ω)(1 + ω + ω 2 + . 2.7.43) dove la somma k +h deve intendersi fatta modulo n. . Una propriet` e e a interessante delle radici n-esime dell’unit` da mettere in rilievo ` che il loro insieme forma gruppo a e rispetto all’operazione di moltiplicazione in C. k = 0. 1. + ω n−1 = 0 . . e e ` E interessante osservare che il gruppo `. che volevamo dimostrare. Ogni elemento ωh ha come elemento inverso ωn−h . per h = 1. Ovviamente ω0 = 1 ` l’inverso di s´ stesso.44) Dimostrazione: Infatti sappiamo che. . . con r ∈ {0. . n−1.42) Qui ` stata utilizzata anche la notazione esponenziale che ancora non abbiamo giustificato. . per e esempio. ossia se (1 − ω) = 0. n n n 63 (2. se ω ` radice dell’unit`. . Un’altra osservazione importante. .2. Dunque se ω = 1. . a e Osservazione 2. valida per le n n radici dell’unit` ω = 1 ` la seguente. Ci` si riconosce facilmente usando la forma “polare o 2π 2π k h ωh = [1. + ωh · ω k n−1 = n−1 = i=0 i ωh · ω k i = n · δh. L’elemento unit` del gruppo ` a e ω0 = 1. . k · 2π 2π 2π 2π ] = cos(k · ) + i sen (k · ) = ek· n i . vale la propriet` (2. n − 1}. (2.7. .1 Se ω = 1. Quest’osservazione ci torna utile per dimostrare la seguente Proposizione 2. + ω n−1 ) = 0 . Infatti si riconosce facilmente che ωk · ωh = ωk+h . I NUMERI COMPLESSI sono i numeri (solitamente indicati con ωk ) ωk = [1. . ma ω4 · ω3 = ω7 = ω0 = 1. .45) . n − 1) due radici dell’unit`. . . 1. Ossia (1 − ω) · (1 + ω + ω 2 + . . Dunque ωh·k = ωr . n = 7. vale 1 + ω + ω 2 + . . . Dunque se. . dove l’indice h·k si deve intendere mod n. cio` a e 1 + ω + ω 2 + .1 Siano ωh e ωk (h.k .

In essa vi ` anche il fondamento per lo sviluppo dell’algoritmo delle trasformate di e Fourier veloci (Fast Fourier Transforms: FFT). Divenne membro dell’Accademia di Berlino nel 1861. che sono di fondamentale importanza per le moderne applicazioni delle trasmissioni digitali di dati. I suoi corsi furono dedicati principalmente agli argomenti della sua ricerca: a teoria delle equazioni. lamentando tuttavia che una dimostrazione cos´ ı brillante fosse applicata ad un argomento inesistente come la teoria dei numeri trascendenti. . teoria dei numeri. otteniamo che e a n−1 2 1 + ωh−k + ωh−k + . e 7 .64 dove δh. Tuttavia pochi studenti furono capaci di seguire fino alla fine il semestre delle sue lezioni. −k · m = ω−k e che perci` ω k m = ω−k . pi´ in generale. della teoria degli irrazionali e. o tronc` ogni relazione con Schwarz (discepolo di Weierstrass e genero di Kummer) per una scherzosa allusione fatta o da costui sull’altezza di Kronecker. . Heine. . + ωh · ω k n−1 = 1 + ωh · ω−k + ωh · ω−k + n−1 n−1 n−1 2 . Se h = k. . tutto il resto ` opera dell’uomo. ). allora ωh−k = ω0 = 1 e la somma ` una di n addendi ognuno uguale a 1 e perci` vale n. + ωh · ω−k = 1 + ωh−k + ωh−k + . Berlino) studi` a Breslavia (ora o Wroclaw. o n−1 2 2 2 1 + ωh · ω k + ωh · ω k 2 + . Era un uomo ricco che si limit` per vivere ad amministrare il patrimonio familiare. + ωh−k = 0 . in forza dell’uguaglianza (2. Cantor. quando il suo maestro Kummer fu pensionato. Polonia) e a Berlino dove complet` la tesi di dottorato con Dirichlet sulla teoria dei numeri algebrici: o “Sulle unit` complesse (1845).k . Dunque vale n−1 i ωh · ω k i = n · δh. Talvolta si compliment` con loro. e 2π n ] 2π n ] CAPITOLO 2. NUMERI Dimostrazione: Osserviamo che ω k = [1. Leopold Kronecker (1823. Fu di bassa statura e molto suscettibile al proposito. in particolare. Fu perci` un fiero oppositore di Cantor e della sua teoria degli o e o insiemi e. per esempio o con Lindemann. Nel 1883.44). k · Allora abbiamo = [1. dei determinanti e degli integrali. . e o Se h = k. ωh−k = 1 ` una radice dell’unit` e. a o Tuttavia continu` a studiare matematica per diletto. . . Ebbe modo di scontrarsi anche a con Weierstrass che pens` di andarsene in Isvizzera nel 1888. i=0 Questa relazione ` utilissima nel calcolo delle trasformate di Fourier discrete (Discrete Fourier Trane sforms: DFT). di tutti quei matematici che basavano le loro u ricerche su metodi non costruttivi (Dedekind.k ` la “delta di Kronecker7 che vale 1 se h = k e 0 se h = k. e ci` gli o o diede il diritto d’insegnare all’universit`. L’intuizionismo di Kronecker fu ripreso e sviluppato da Poincar´ e da Brouwer. . Un punto fondamentale del suo convincimento matematico era che “Dio cre` gli interi. . . per la dimostrazione della trascendenza di π (1882). gli successe nella cattedra all’universit` di Berlino. + ωh−k . Liegnitz (Prussia) ora Legnica (Polonia) – 1891. .

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