MICHEL DE CERTEAU

LII{VEI{ZIONE
DEL

QUOTIDIAI{O
P refazi one di Albe rto

Abruzzese

rrc organizzate attraverso l'irreggimentazione della disciplina
tecnocratica, muta razionalizzazione dell' atomismo liberale' Come sempre, si è dovuto pagare per entrare' Soglia storica della beatitudine: vi è storia là dove c'è un prezzo da pagare. Il riposo si ottiene solo attraverso questa imposta' E i beati del treno sono ancora modesti, a confronto con quelli dell'aeroplano ai quali, per più soldi, si accorda una posizione più astratta (sbiancamento del paesaggio e simulacri filmati del mondo) e più perfetta (quella di statue immobili in un museo aereo), ma segnata da un eccesso che penalizza una diminuzione del piacere (,.melancolicu) di vedere ciò da cui si è separati. E come sempre, bisogna anche uscire: ci sono soltanto paradisi perduti. La stazione di arrivo è la fine di un'illusione? Altra

Capitolo IX Lo spazio come racconto
Ciò che ha creato I'umanità è la narrazione.
P. Janet, L'Evolution de

la mémoíre et

la notion du temps,1928

soglia, fatta di smarrimenti momentanei nello spazio delle stazion|La storia ricomincia, febbrile, avviluppando nei suoi flutti l'armatura immobile del vagone: I'ispettore avverte al rumore del suo martello le incrinature delle ruote, il facchino preleva i bagagli, i controllori circolano. Berretti e uniformi ripristinano tra la folla I'ordine del lavoro, mentre il flusso di viaggiatori-sognatori si getta nella rete costituita da volti in attesa stupefatta o pronti a far rispettare la disciplina. Grida di collera' Appelli' Gioie. Nel mondo mobile della stazione,la macchina che si ferma appare improvvisamente monumentale e quasi incongrua nella sua inerziadi idolo muto, o Dio stravolto. Ciascuno torna a servire nel luogo predestinato, in fabbrica o in ufficio. La reclusione vacanziera è finita. Alla bella astrazione del carcerario subentrano i compromessi, le opacità e le dipendenze di un luogo di lavoro. Ricomincia il corpo a corpo con una realtà che scaccia 1o spettatore, privato di binari e finestrini. Terminata la robinsonata dell'anima bella viaggiante che poteva credersi se stessa, intatta, perché circondata dal vetro e dal ferro.

Nell'Atene di oggi, i trasporti pubblici si chiamano metaphorai. Per andare al lavoro o rientrare a casa, si prende una <<metafora>> - un autobus o un treno. I racconti potrebbero portate anch'essi questo bel nome: ogni giorno, attraversano e organizzano dei luoghi; li selezionano e li collegano fra loro; ne fanno frasi e itinerari. Sono dunque percorsi di spazi. A questo riguardo, le strutture narrative hanno valore di sintassi spaziali. Grazie a tutta una panoplia di codici, di comportamenti ordinati e controllati, regolano i cambiamenti dello spazio (o circolazioni) effettuati attraverso i racconti sotto la forma di luoghi posti in serie lineari o intrecciate: da qui (Parigi), si va là (Montargis); questo posto (una stanza) ne include un altro (un sogno o un ricordo) eccetera. Non solo, ma rappresentati atffaverso descrizioni o ben impersonati da attori (uno straniero, un cittadino, un fantasma), questi luoghi sono legati fra di loro in modo più o meno stretto o vago attraverso <<modalità> che precisano il tipo di passaggio che conduce dall'uno all'altro e che può essere caraîterizzato da una modalità <epistemica>>, riguardante la conoscenza (per esempio: <<non è certo che piazza della Repubblica si trovi qui>) o <<aletico>> riguardante l'esistenza (per esempio: <il paese di Cuccagna è un luogo improbabile>); o <<deontico>>, concernente l'obbligazione (per esempio: <<da questo punto, dovete passare a quello>)... Queste poche osservazioni bastano a farci comprendere con quanta sottile complesr73

172

re quelli che si riferiscono a una semantica deilo spazio (come ad es,empio gli studi di John Lyons sui <<Locative Subjects> e sulle <<Spatial Expressions>>),1 a una psicolinguistica delia percezione (pensiamo all'<ipotesi di localizzazione>> di Miller é John.on_ \ryd)',? una sociolinguisrica delle descrizioni di luoghi (William Labov),3 a una fenomenologia dei comportamenti organizzatoi di <territori> (cfr. Albert E. Scheflen e Norman AshcrafOo a una <<et-

i.racconti, quotidiani o letterari, siano i nostri trasporti collettivi, i nostri metaforai. Ogni racconto è un racconto di viaggio, - un'esperienza del_ 1o spazio. E.da questo punto di vista, riguarda le tàttiche quoti_ di cui lige, destra>>,fa parte, dall'abecedario dèil,indicazione spaziale (<<è a <<voltate a sinistra>), inizio di un raccontó il cui seguito è scritto dai passi, fino alle <<novità>> di ogni giorno (<<Indovina chi ho incontrato dal fornaio?>), al <telégiolrnale' (<<Teheran: Khomeini è sempre più isolato...>>), alle leggende (le cenerentole nelle capanne) e alle storie raccontate (riiórdi e racconti di paesi stranieri o di passati più o meno lontanti). eue_ ste avventure narrate riproducono geografie di azioni mentre vanno alla deriva nei luoghi comuni di un ordine, non costituiscono soltanto un (<supplemento>> alle enunciazioni pedonali e alle retoriche podistiche. Non si accontentano di sposìarle e trasporle nel campo del linguaggio. Organizzano in réaltà i cammi_ ni. Compiono il viaggio, prima o mentre i piedi lo eseguono. Questo pullulare di metafore - detti o racconti organizzatori di luoghi attraverso gli spostamenti che <<descrivono, (iome si <<de_ scrive>> una curva) -, di quale tipo di analisi è suscettibile? Limitandoci soltanto agli studi relativi alle operazioni spazializzLlnti (e non ai sistemi spaziali), numerosi sono i lavori che iorniscono metodi e Fra i più recenti, possiamo segnalare in particola-categorig.
sità.

nometodologio degli indici di localizzazione nella conversazione (cfr. Emanuel A. Schegloff),s o a una semiotica che concepisce la cultura come un metalinguaggio spaziale (come ad esempio la Scuola di Tartu, e soprattutto Y. M. Lotman, B. A. Uspenski),6 eccetera. Come fi.no a ieri le pratiche significanti, che concernono le esecuzioni della lingua, sono state prese in considerazione dopo i sistemi linguistici, oggi, le pratiche spazializzanti ichiamano l'attenzione dopo che si sono esaminati i codici e le tassonomie dell'ordine spaziale. La nostra ricerca appartiene a questa <<secondo> fase dell'analisi, che passa dalle strutture alle azioni. Ma, in questo insieme molto vasto, terremo conto solo delle azioni narrative. Esse permetteranno di precisare alcune forme elementari delle pratiche organizzafnci dello spazio: la bipolarità <<mappo> e <<percorso>>, le procedure di delimitazione o di <circoscrizione>> e le <<focalizzazioni enunciative>> (ovvero I'indice del corpo nel discorso).
<Spazi> e <luoghi> Partiamo da una distinzione fra spazio e luogo che delimita un campo. È rn luogo l'ordine (quaìsiasi) r""oldo il quale degli elementi vengono distribuiti entro rapporti di coesistenza. Ciò esclude dunque la possibilità che due cose possano trovarsi nel medesimo luogo. Vale qui la legge del <luogo proprio>>: gli elementi considerati sono gli uni a fianco agli altri, ciascuno situato in un luogo <<autonomo>> e distinto che esso definisce. Un luogo è dunque una configurazione istantanea di posizioni. Implica una indicazione di stabilità. Si ha uno spaTio dal momento in cui si prendono in considerazione vettori di direzione, quantità di velocità e la variabile
E. A. Schegloff, Notes on a Conversational Practice: Formulating place, in David Sudnow (a cura di), Studies in Social Interaction, Free press, New
s

vol.fI., <Locative Subjects>, pp.475-481 <Spatial Éxpressionso, pp.-ASO_lOi

I John Lyons, Semantics,Cambridge University press, Cambri dge 1977, ari
1

(t

ad. it., La s emantic a, Later za, Roma-B
2

97

g).

George A. Miller e Philip N. Johnson-Laírd, lnnguage and perception, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1976. 1Cfr. infra,p.177.
a

York 1972,pp.75-119.
ó Cfr. ad esempio Ecole de Tart.u, Travaux sur les systèmes de signes , a cura di Y. M. Lotman e B. A. Uspenski, Complexe, Bruxelles, e pur, parigi, pp. 18-39,77-93 ss.; Iouri Lotman, Ia Structure du texte artistique, Gallimard,

Behave in Space-Time, Prenrice Hall, Englewood

Albert E. Scheflen e Norman Ashcraft, Human Territories. How we Cliffs (N.J.) 1976. 174

Paigi1973,pp.309

ss.

r75

del tempo. Lo spazio è un incrocio di entità mobili. È in qualche modo animato dall'insieme dei movimenti che si verificano al suo interno. È spazio I'effetto prodotto dalle operazioni che I'orientano, lo circostanziano,lo temporalizzano e lo fanno funzionare come unità polivalente di programmi conflittuali o di prossimità contrattuali. Lo spazio sarebbe rispetto al luogo ciò che diventa la parola quando è parlata, ovvero quando è colta nelI'ambiguità di un'esecuzione, mutata in un termine ascrivibile a molteplici convenzioni, posta come I'atto di un <presente (o di un tempo), e modificata attraverso le trasformazioni derivanti da vicinanze successive. A differenza del luogo, non ha dunque né l'univocità né la stabilità di qualcosa di circoscritto. Insomma, lo spazio è un luogo praticato. Così la strada geograficamente definita da un'urbanistica è trasformata in spazio dai camminatori. Allo stesso modo, la lettura è lo spazio pròdotto attraverso la pratica del luogo che costituisce un sistema di segni - uno scritto.

Già Merleau-Ponty distingueva tra spazio

<<geometrico>>
e

(<spazialità omogenea e isotropo> analoga al nostro <luogo>)

un'altra <<spazialità> che definiva <<spazio antropologico". questa distinzione derivava da una problematica diversa, che mirava a separare dall'univocità <geometrico> l'esperienza di un <<di fuori> che si dà sotto forma di spazio e per il quale <do spazio è porto col mondo; nel sogno e nella percezione, e per così diie prima della loro differenziazione, essa esprime <<la medesima struttura essenziale del nostro essere come essere situato in rapporto con un ambiente), - s11 essere situato attraverso un desiderio, indissociabile da una <direzione dell'esistenzo> e impiantato nello spazio di un paesaggio. Da questo punto di vista, <vi sono altrettanti spazi quante esperienze spaziali distinte>.7 La prospettiva è determinata da una <<fenomenologio> dell'essere
nel mondo. In un esame delle pratiche quotidiane che articolano questa esperienza, l'opposizione fra <luogo>> e <<spazio> rinvierà piuttosto, nei racconti, a due tipi di determinazioni: I'una, attraverso esistenziale> e <<l'esistenza è spaziale>. Questa esperienzà è rap-

degli oggetti che saranno finalmente riducibili all'essere là di un morto, legge di un <<luogo>> (dal sasso al cadavere, un corpo inerte sembra sempre fondare, in Occidente, un luogo e rappresentare il simulacro di una tomba); I'altra, atffaverso operazioni che, ascritte a una pietra, a un albero o a un essere umano, specificano degli <spazi>> attraverso le azioni di soggetti storici (un movimento sembra sempre condizionare la produzione di uno spazio e associarlo a una storia). Fra queste due determinazioni, vi sono dei passaggi, quali la condanna a morte (o la trasformazione in paesaggio) degli eroi che trasgrediscono i confini e che, colpevoli di aver attentato alla legge del luogo, la ripristinano attraverso la loro tomba; oppure, al contrario, il risveglio di oggetti inerti (una tavola, una foresta, un personaggio dell'ambiente), che uscendo dalla loro stabilità, tramutano il luogo in cui giacevano nella estraneità del proprio spazio. I racconti effettuano dunque un lavoro che, incessantemente, trasforma i luoghi in spazi o gli spazi in luoghi. Essi organizzano così i giochi dei rapporti mutevoli che gli uni intrattengono con gli altri. Giochi innumerevoli, che vanno dall'instaurazione di un ordine immobile e quasi mineralogico (tutto è fermo, salvo il discorso stesso che, come una carrellata, percorre il panorama) fino alla successione accelerata delle azioni moltiplicatrici di spazi (come nei racconti polizieschi o in alcuni racconti popolari, ma questa frenesia spazializzante resta nondimeno circoscritta dal luogo testuale). Da tutti questi racconti si potrebbe ricavare una tipologia in termini di identificazioni di luoghi e di esecuzioni di spazi. Ma, per individuare i modi attraverso i quali si combinano queste operazioni distinte, occorrono criteri e categorie di analisi, - necessità che rinvia ai racconti di viaggi più
elementari.

Percorsi e mappe Le descrizioni orali di luoghi - abitazioni o strade - rappresentano un primo e immenso corpus. Attraverso un'analisi molto precisa delle descrizioni di appartamenti a New York da parte degli occupanti, C. Linde e W. Labov riconoscono due tipi distinti che definiscono I'uno <<mappa> (map) e l'altro <<percorso>>
177

' Maurice Merlau-Ponty, Phénoménologie de la percepîion, cit., pp. 324344 (trad. it. cit.).
176

termini di operazioni, e mostrano <<come entrare in ogni stanAproposito di questo secondo tipo, gli autori preciiano che un circuito o un <<tragitto>> è uno speech act (vn atto enunciativo) che <<fornisce una serie minima di percorsi attraverso i quali introdursi in ciascuna stanza>>; e che il <<tragitto>> (path) è una serie di unità che hanno la forma di vettori sia <statici> (<a destra>>, <<davanti a te> eccetera) sia <mobili> (<se volti a sinistro>
za>>.

delle ragazze>>. Il secondo: <Volti a destra ed entri nel soggiorno>. Nel materiale raccolto da Linde e Labov solo il tre peiiento delle descrizioni è del tipo <<tnoppz>>. Tutto il resto, ia quasi totalità dunque è del tipo <<percorso>>: <Entri da una piccola porta>> eccetera. Queste descrizioni vengono effettuate per lo più in

(tour).Il primo è del tipo:

<<Accanto alla cucina,

c'è la camera

eccetera).8

In altre parolg, la descrizione oscilla fra i termini di un'alternativa: o vedere (è la conoscenza dell'ordine dei luoghi), o andare (sono azioni spazializzantl). O presenta w quadro (.,c'èrr...), o organizza dei movimenti (<<entn, attraversi, volti>>...). Fra queste due ipotesi,le scelte compiute dai narratori newyorkesi privilegiano massicciamente la seconda. Tralasciando ora lo studio di Linde e Labov (che riguarda soprattutto le regole delle interazioni e convenzioni sociali alle quali obbedisce il <linguaggio naturale>>, problema che ritroveremo più avanti), cercheremo attraverso questi racconti newyorkesi, - e altri analoghi *, di precisare i rapporti fra indicatori di <percorso>> e indicatori di <<mappa> là dove essi coesistono in una stessa descrizione. Qual è la coordinazione tra un.fare e un vedere, in questo linguaggio comune dove il primo domina così manifestamente? La questione riguarda in definitiva, sulla base di queste narrazioni quotidiane, il rapporto fra l'itinerario (una serie discorsiva di operazioni) e la mappa (una messa in piano
Charlotte Linde e William Labov, Spatial Networks as a Site for the Study of Innguage and Thought, in <Language>>, vol. 5 1, I97 5, pp. 924-939. Sul rapporto tra il fare e 1o spazio, si veda inoltre il gruppo 107 (M. Hammad et al.), Sémiotique de I'espace, rapporto Dcnsr, Parigr 1973,pp. 28 ss. 'qCfr. ad esempio Catherine Bidou e Francis Ho Tham Kouie, Le Vécu des habitants dans leur logement à travers soixante entretiens libres,rapporto Cerebe, Parigi 19741, Alain Médam e Jean-Frangois Augoyard, Situations d' habitat et fagons d' habiter, Ecole spéciale d' architecture, p arigi 197 6. 178
8

totalizzante delle osservazionl),ovvero fra due linguaggi simbolici e antropologici dello spazio. Due poli dell'esperienza. Sembra che, dalla cultura <<comune>) al discorso scientifico, si passi dalI'uno all'altro. Nella descrizione di appartamenti o di strade, le manipolazioni dello spazio, ovvero i <<percorsi>> prevalgono. Molto spesso, le descrizioni di questo tipo determinano I'intero stile della narrazione. E quando interviene I'altro tipo di descrizione, essa ha come valore d'essere condizionata o presupposla dal primo. Esempi di percorso che condizionano una mappa: <<Se volti a destra c'è...>> o, formula analoga, <<Se vai dritto, vedrai...>>. In entrambi i casi, un fare permette un vedere. Ma si dà anche il caso in cui un percorso presuppone un'indicazione di luogo: <<Là c'è una porta, tu entra in quella dopo> - un elemento di mappa è il postulato di un itinerario. Il tessuto narrativo in cui predominano le descrizioni di itinerari è dunque punteggiato da descrittori del tipo mappa, che hanno come funzione di indicare sia un effetto ottenuto attraverso il percorso (<tu vedi...>>), sia an dato che esso postula come limite (<<c'è un muro>>), possibilità (<c'è una portu), o obbligo (<<c'è un senso unico>>), eccetera.La catena delle operazioni spazializzanfi sembra punteggiata di riferimenti a ciò che essa produce (una rappresentazione di luoghi) o a ciò che implica (un ordine locale). Si ha così la struttura del racconto di viaggio: storie di percorsi e di gesti sono segnate dalla <<citazione>> dei luoghi che ne risultano o che li autotizzano. Da questo punto di vista, si può confrontare la combinazione dei <<percorsi>> e delle <<mappe>> nei racconti quotidiani con il modo in cui si sono, da cinque secoli, imbricati, e poi lentamente dissociati, nelle rappresentazioni letterarie e scientifiche dello spazio. In particolare, se si prende la <<mappa>> sotto la sua forma geografica attuale, si vede che nel corso del periodo segnato dalla nascita del discorso scientifico moderno (XV-XVII secolo), essa si è lentamente distaccata dagli itinerari che ne costituivano la condizione di possibilità. Le prime carte medievali recavano soltanto tracciati rettilinei di percorsi (indicazioni performative destinate del resto soprattutto ai pellegrinaggi), con la menzione delle tappe da effettuare (città da attraversare, o dove fermarsi, alloggiare, pregare eccetera) e di distanze calcolate in
179

ore o in giorni, ovvero in tempo di cammino.r0 Ciascuna di esse è un memorandum che prescrive delle azioni,Il percorso da compiere è I'elemento predominante.Ingloba gli elèmenti della mappa' così come la descrizione di un camrnino da effettuare si accompagna oggi a un rapido disegno che già traccia sulla map_ pa, attraverso citazioni di luoghi, una danza di passi attraverio la città: <venti passi.a destra, poi gi-ra a sinistra, poi ancora qua_ ranta passi...>. Il disegno articola pratiche spazializzanti cóme quei piani di itinerari urbani, arti di gesti e raèconti di passi, che servono ai giapponesi da <<taccuini di indirizzi>>," comè la mira_ bile mappa azteca (XV secolo) che descriveva l,esodo dei Toto_ mihuacas attraverso un tracciato che non è quello di una <stra_ do> (non ne esistevano), ma un <<diario di viaggio> tracciato scandito da impronte di passi regolari e rappresentazioni di avvenimenti successivi nel corso del viaggio (pasti, combattimenti, traversate di fiumi o di montagne eccetera); non dunque <<car_ ta geograficu bensì <dibro di storio.t, Dal XV al XVil secolo la mappa assume progressivamente una propria autonomia. Indubbiamente la prohferazione delle figure <<narrative>> che la corredano da lungo tempo (navi, animali e personaggi di ogni sorta) conserva ancora la funzione di indi_ care le operazioni - di viaggio, di guerra, di costruzione, politi_ che o commerciali - che rendono possibile la fabbncazióne di un piano geografico.l3 Ben lungi dall,essere <<illustrazioni>>, glosse iconiche del testo, queste figurazioni, al pari di frammen_ ti di racconti, segnano sulla mappa le operazioni storiche da cui essa risulta. così il veliero dipinto sul mare indica la spedizione

marittima che ha permesso la rappresentazione delle coste. Equivale a un descrittore del tipo <<percorso>. Ma la mappa prevale progressivamente su queste figure; ne colonizza lo spazio; elimina poco a poco le raffigurazioni pittoriche delle pratiche che la producono. Trasformata dalla geometria euclidea e poi descrittiva, costituita da un insieme formale di luoghi astratti, è un <<teatro> (così venivano chiamati gli atlanti) in cui il medesimo sistema di proiezione giustappone due elementi molto diversi: i dati forniti da una tradizione (la Geografia di Tolomeo, ad

esempio), e quelli che provenivano dai navigatori (come ad esempio i portolani). Sullo stesso piano, la mappa collaziona dunque luoghi eterogenei, gli uni ricevuti dalla tradizione e gli altn prodotti dall'osservazione. Ma I'essenziale qui è la cancellazione degli itinerari che, presupponendo i primi e condizionando i secondi, assicurano di fatto il passaggio dagli uni agli altri. La mappa, scena totalizzante rn cui elementi di origine disparata sono concentrati per formare il quadro di uno <<stato>> del sapere geografico, respinge davanti a sé o alle sue spalle, come dietro le quinte, le operazioni di cui essa è l'effetto o la possibilità. Resta sola a occupare la scena. I descrittori di percorso sono scomparsi. U organizzazione riconoscibile nelle descrizioni dello spazio della cultura quotidiana si trova dunque rovesciata attraverso il lavoro che ha isolato un sistema di luoghi geografici. La differenzafra le due descrizioni non riguarda evidentemente la presenza o I'assenza delle pratiche (che sono all'opera ovunque),

ma

il

fatto che le mappe, costituite come luoghi propri in cui

_ 'l Cfr George H. T. Kimble, Geography in the Middte Ages, Methuen, Londra 1938.
"
(tr ad. it., L' imp

Roland Barthes, L'Empire des signes, Skira, Ginevra 1970, pp. 47_51 e ro de i s e g ni, Einaudi, Torino 1 9 g4).

''? Mappa riprodotta e analizzata da pierre Janet, L,Evolution de la mémoi_ re et la notion du temps,A. Chahine, pangí 1928,pp.2g4.2g7. L'originale è conservato a Cuauhtinchan (Puebla, Messico).
.

Per esempio Louis Marin, Utopiques: jeux d'espace, Minuit, parigi .1973: <Le portrait de la ville dans ses utopiques>, pp. iSl-ZOO, sul rappoó tra le figure (un <discprso-percorso>>) e la mappa (un <sistema-terton; in tr" rappresentazioni della città nel XVII secolo rapporto fra una dimensione ..narrativa>> e una <geometrica>>.

13

esporre i prodotti del sapere, formino quadri di risultati leggibili. Le descrizioni dello spazio esibiscono al contrario le operazioni che permettono, in un luogo vincolante e non <<proprio>, di <triturarlo>>, come dice un abitante a proposito delle stanze del suo appartamento: <<Possiamo triturarle>.ta Dal racconto popolare alle descrizioni di appartamenti, una esacerbazione del <fare> (e dunque dell'enunciazione) anima i racconti che narrano percorsi in luoghi che hanno come caratteristica, dall'antico cosmo alle case popolari contemporanee, di essere le forme diverse di un ordine imposto.
'4

Citato in C. Bidou e F. Ho Tham Kouie, op. cit.,p.55. 181

180

I racconti quotidiani naffano ciò che, malgrado tutto, si può fabbricare e costruire con una geografia prestabilita, che va (per limitarsi alla casa) dalle camere così piccole che <<non si può fare niente>> fino al leggendario solaio scomparso che <pué servire a tutto>>.rs Sono insomma fattori di spazio.

Delimitazioni
Operazioni sui luoghi. i racconti svolgono anche il ruolo quotidiano di un'istanza mobile e magistrale in materia di delimitazione. Come sempre, questo ruolo appare più in secondo grado, quando è esplicitato e raddoppiato dal discorso giuridico. Secondo,la bella lingua tradizionale dei processi verbali, i magistrati fino a ieri <si spostavano sui luoghi> (trasporti e metafore

giuridiche) al fine di <comprendere>>, a proposito di frontiere <<litigiose>, i dexi contraddittori delle parti. Il loro <<giudizio interlocutorio>>, come si diceva, era una <<operazione di delimitazione>>. Messi in bella calligrafia dai cancellieri, su pergamene la cui scrittura a volte si prolunga (o si inaugura?) in disegni che tracciano confini, questi giudizi altro non erano in definitiva che metaracconti. Combinavano insieme (lavoro di scriba collazionatore di varianti) le storie contrapposte che ciascuna delle parti presentava: <<Il signor Mulatier ci dichiara che suo nonno ha piantato questo melo sul bordo del suo campo [...]. Jeanpierre ci ricorda che il signor Bouvet ha accumulato un mucchio di letame su un terreno che sarebbe indiviso fra lui e suo fraîello Andt9..:ìr. Genealogie di luoghi, leggende di territori. Analoga a un'edizione critica, la narrazione del magistrato concilia quèste versioni. Viene <<stabilita> a partire dai racconti <primari> (quello del signor Mulatier, quello di Jeanpierre, e tànti altri) che hanno già funzione di legislazioni spaziali poiché fissano e ripartiscono dei terreni attraverso <gesti>> o discorsi di azioni (piantare un melo, accumulare un mucchio di letame eccetera). Le <<operazioni di delimitazione>>, contratti narrativi e compilazioni di racconti, sono composti con frammenti tratti da storie anteriori e <<mescolati> insieme. In questo senso, chiariscono
'5

la formazione dei miti, poiché hanno anche la funzione di fondare e articolare spazi. Costituiscono, conservata negli archivi delle cancellerie, un'immensa letteratura di viaggi, ovvero di azioni organizzatnci di aree sociali e culturali più o meno estese. Ma questa letteratura rappresenta soltanto una parte infima (quella registrata dalle vertenze legali) della nanazione orale che non cessa, come una fatica interminabile, di comporre spazi, di verificarne, confrontarne e spostarne i confini. Questi <<comportamenti> narrativi, come li definiva pierre Janet,r6 offrono dunque un campo molto ricco all'analisi della spazialità. Fra le questioni che ne derivano, bisogna distinguere quelle che riguardano la dimensione (estensionalità), I'orientazione (vettorialità), I'affinità (omografie) eccetera. Sottolineeremo soltanto alcuni aspetti relativi alla delimitazione stessa, questione primaria e letteralmente <fondamentale>>: è infatti la suddivisione a strutturare 1o spazio. Tutto rinvia in effetti a questa differenziazione che permette i giochi di spazio. Dalla distinzione che separa un soggetto dalla sua esteriorità fino alle suddivisioni che localizzano gli oggetti, dall'habitat (che si costituisce a partire dal muro) fino al viaggio (che si costruisce sull,instaurazione di un <<altrove>> geografico o di un <<al di lil cosmologico) e nel funzionamento della rete urbana come in quello del paesaggio rurale, non esiste spazialità che non organizzi la determinazione di confini. In questa organizzazione, il racconto ha un ruolo decisivo. <<Descrive>>, indubbiamente. Ma <<qualsiasi descrizione è più che una fissazione>>, è <<un atto culturalmente creativo>>.17 Ha anche un potere distributivo e una forza performativa (fa ciò che dice) quando si crea un insieme di circostanze. Allora essa è fondatrice di spazi. E reciprocamente,là dove i racconti scompaiono (o meglio si degradano in oggetti museografici), vi è perdita di spazio: privato di narrazioni (come si constata talvolta nella
'u Pierre Janet, L'Evolution de la mémoire,cit. Cfr. in particolare le conferenze sulle <<tecniche narrative>> e sulla <fabbricazione>>, pp. Z49-294.A. Médam e J.-F. Augoyard, op. cit., pp. 90-95, hanno definito il materiale della loro indagine con questa unità.

Ivi, pp. 57,59.

'7 Y. M. Lotman, in Ecole de Tartu, Travaux sur les systèmes de signes, cit., p. 89.

t82

183

di griglia di <parole incrociate>> (una quadrettatura dinamica dello spazio), di cui lafrontiera e il ponte sem_ brano le figure narrative essenziali. I. Creare un teatro di azioni.Il racconto ha innanzitutto una funzione di autorizzazione o, più esattamente, di fondazio;ne. Propriamente parlando, questa funzione non è giuriàica, ovvero relativa.a leggi o a giudizi. Deriva piuttosto Oa ciO che Georges Dumézil analizza nella radice indoeuropea dhe, <<posare>>, atlra_ verso i suoi derivati sanscrito (dhatfi e latino 6aly. <<Fas,scrive Dumézil, è propriamente I'assise mistica, nel mondo invisibile, senza la quale tutti i comportamenti comandati o autorizzati dal1o lus [diritto umano], e più generalmente tutte le condotte umane, sono incerte, pericolose, se non fafali.Ilfas non è suscettibi_ le di analisi, di casistica, come lo itts non si dettaglia così come il suo nome non si declina>. Vi è, o non vi è assisà:fas est,ofas non est. <Un tempo, un luogo, sono detti/asti o nefasti a secón_ da che forniscano o meno all'azione umana questaassise necesconto, una sorta
saria>>,tB

città e altre volte nella campagna), il gruppo o I'individuo regre_ disce verso I'esperienza, inquietante, faialista, di una totalità informe, indistinta, notturna. considerando il ruolo del racconto nella delimitazione, possiamo riconoscervi innanzitutto la funzione primaria di autorizzare l'instatrazione,lo spostamento o il superamento di limiti. e. per conseguenza. l'oppòsizione ope_ rante nel campo chiuso del discorso fra due mòvimenti che si incrociano (porre e superare il limite) in modo da fare del rac_

A differenza di ciò che accadeva nell,India antica (dove di_ versi ruoli erano assunti di volta in volta dagli stessi personaggi), questa funzione è stata oggetto di una suddivisione istituzionale p.articolare nelle regioni occidentali del mondo indoeuropeo. Un rituale proprio, <<creazione dell'Occidente>>, corrispondé al fas, officiato a Roma da sacerdoti specializzati, ifttiales, che ritro_ viamo <all'inizio di qualsiasi azione di Roma nei riguardi di un popolo straniero>>, che si tratti di una dichiarazione ài sueffa. di una spedizione militare, di un'alleanza con un altro puére. È'un percorso in tre fasi centrifughe, I'una all,interno ma vicino alla
parigi 1969, pp. 6l_7g, ,,r8 Georges Dumézil, Idées romaines, Gallimard, sullo <<Ius fetiale> (trad. it., Idee romane, il melangolo, Genova l9gii.
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i <riferimenti>> aufoizzanfi: la scomunica delle <divinitil territoriali, la sterilizzazione dei luoghi ossessionati dallo spirito dei racconti e l'estensione di aree neutre, private di legittimità, hanno contrassegnato la fuga e la frammentazione delle narrazioni organizzafrici di frontiere e di appropriazione. (Una storiografia ufficiale - libri di storia, attualità televisive eccetera - si sforza tuttavia di imporre a chiunque la credibilità di uno spazio nazionale.) Miniaturizzata, poiché la tecnocratizzazione socioeconomica riconduce all'unità familiare o individuale il gioco de|fas o del nefos,con la moltiplicazione delle <storie di famigliu, di quelle di <vito o di tutte le
eterogeneità sempre più svelata) fra
t,

frontiera, la seconda lungo di essa, la terza all'esterno. L'azione rituale si effettua prima di qualsiasi azione civile o militare poiché è destinata a creare il campo necessario alle attività politiche o guerriere. È dunque anche una repetitio rerum: a un tempo una ripresa e una ripetizione di atti fondatori originari, wa recitazione e citazione di genealogie suscettibili di legittimare la nuova impresa, e luna predilione e promessa di successo all'inizio dei combattimenti, dei contratti o delle conquiste. Come la prova generale prima della rappresentazione effettiva, il rito, narrazione gestuale, precede I'effettuazione storica. Il percorso o il <cammino>> deijètiales apre uno spazio e assicura una assise alle operazioni dei militari, dei diplomatici o dei commercianti che si avventurano oltre le frontiere. Così, nel Veda, Visnu <<attraverso i suoi passi, apre all'azione gusrriera di Indra lazonadello spazio in cui essa deve svolgersi>. E una fondazione. Essa <dà spazio> alle azioni che vengono intraprese; <<crea un campo>> che serve loro da <<base>> e da <<teaffo>>.re Questo è precisamente il ruolo primario del racconto. Esso dischiude tn teatro di legittimità ad azioni effettive. Crea un campo che attoizza pratiche sociali rischiose e contingenti. Ma, triplice differenza in rapporto alla funzione così attentamente isolata dal dispositivo romano, assicura il fis sotto una forma disseminata (e non più unica), minialtizzata (e non più nazionale) e polivalente (e non più speciaTízzata). Disseminata, non soltanto a causa della diversificazione degli ambienti sociali, ma soprattutto a causa di una crescente eterogeneità (ovvero di una

Ibid.

185

naffazioni psicoanalitiche. (poco a poco disancorate da queste storie particolari, giustificazionipubbliche tramutate in cieùi rumorl sr conservano tuttavia o risorgono, selvagge, negli scontri di classe o nei conflitti di razze.) potivatentiinfine,-poiché il mescolamento di tanti microracconti attribuisce loro ^funzioni che derivano dalla volontà dei gruppi in cui essi circolano. euesta polivalenza non riguarda tuttavia le origini relazionali dèlla narratività: l'antico rituale creatore di campi di azione è riconoscibile in <<frammenti> di racconti che circóndano le soglie oscure delle nostre esistenze; schegge nascoste che articolàno a sua insaputa la storia <biografico> di cui fondano lo spazio. Un'attività narrativa, anche se multiforme e non più unitaria, continua dunque a svilupparsi laddove si pone un problema di frontiere e di rapporti con lo straniero. Frammentatà e disseminata, essa non cessa di effettuare operazioni di delimitazione. ciò che mette ancora in gioco è illa-s che <<autorizza> delle imprese e le precede. Al pari dei fttiales romani, dei racconti <fan_ no da battistrado> alle pratiche sociali per aprire loro un campo. Le decisioni e le combinazioni giuridiche stesse vengono sòlo dopo, come i detti e gli atti del diritto romano (lZs), cònciliando le sfere d'azione riconosciute a ciascuno,2o facevano essi stessi parte dei comportamenti ai quali ilfis forniva una <<assise>>. Se_ condo le regole che sono loro proprie, i <giudizi interlocutori>> dei magistrati agiscono.sulla massa degliipazi eterogenei già creati e accreditati dall'inesauribile ricchezia di una n-anativltà orale fatta di storie familiari o locali, di <gesti>> abituali o professionali, di <<recitazioni> di percorsi e di paesaggi. euestiìeatri di azioni, non sono tuttavia creati da essi, maióltaito articolati e manipolati. Presuppongono le autorità narrative che i magistrati <<intendono>>, confrontano e gerarchizzano. prima del giudizio regolatore, vi è il racconto fondatore. 2. Fronîiere e ponti.I racconti sono animati da una contrad_ dizione che è rappresentata dal rapporto tra la frontiera e il ponte, owero fra uno spazio (legittimo) e la sua esteriorità (eitranea). Per spiegarla, conviene ritornare alle unità elementari. Tralasciando la morfologia (che qui non ci interessa), situandosi nella prospettiva di una pragmatica e, più esattamente, di una
'zo

sintassi che determina dei <<prograflrmi> o delle serie di pratiche attraverso le quali ci si appropria dello spazio, si può assumere come punto di partenza la definizione fornita da Miller e Johnson-Laird all'unità di base che essi definiscono la <<regione>: si

tratta di un incontro fra programmi d'azione. La <regione> è dunque lo spazio creato da un'interazione.rt Ne consegue che, nello stesso luogo, vi sono altrettante <<regioni>> quante interazioni o incontri fra programmi. E anche che la determinazione di uno spazio è duale e operativa, dunque, in una problematica di enunciazione, relativa a un processo <<interlocutorio>. Si introduce così una contraddizione dinamica fra ciascuna delimitazione e la sua mobilità. Da un lato, il racconto non smette di porre confini. Li moltiplica, ma in termini di interazioni fra personaggi - cose, animali, esseri umani: gli attori si dividono dei luoghi così come dei predicati (buono, astuto, ambizioso, ingenuo eccetera) e dei movimenti (avanzare, sottrarsi, esiliarsi, rivoltarsi eccetera). I limiti sono tracciati dai punti di incontro fra le appropriazioni progressive (l'acquisizione di predicati nel corso del racconto) e gli spostamenti successivi (movimenti interni o esterni) degli attori. Appartengono a una distribuzione dinami ca dei beni e delle funzioni possibili, per costituire una rete di differcnziazioni, una combinatoria di spazi sempre più complessa. Risultano da un lavoro della distinzione a partire da incontri. Così, nella notte della loro illimitazione, i corpi si distinguono soltanto laddove i <tocchi> della loro lotta amorosa o guerriera si inscrivono su di essi. Paradosso della frontiera: creati da contatti, i punti di differenziazione fra due corpi sono anche dei punti comuni. La giunzione e la disgiunzione sono indissociabili. Quale dei corpi in contatto possiede la frontiera che li distingue? Né I'uno né I'altro. Ovverossia: nessuno? Problema teorico e pratico della frontiera: a chi appartiene? Il fiume, il muro ol'albercfa da frontiera. Non ha il carattere di non luogo che il tracciato cartografico presuppone al limite. Ha un ruolo mediatore. Ma la nartazione lo fa parlare: <<Fermati>>, dice la foresta da dove viene il lupo. <Stop> dice il fiume mostrando il suo coccodrillo. Ma quest'attore, per il solo fatto che è la parola del limite, crea comunicazione quanto separazione;
'?r

Ivi, pp. 3 1-45.
186

G.

Miller

e Ph. N. Johnson-Laird,op.

cit.,pp.57-66,385-390,564

ss.

r87

non solo_, ma pone un confine solo dicendo ciò che lo attraversa, venuto dall'altro. Esso articola. Ed è anche un passaggio. Nel racconto, la frontiera funziona come un terzo. È ino ..s!azio di mezzo>>, Zwischenraum, come dice una sublime e ironicà poesia di Morgenstern sulla <<chiusura>' (Zaun). che fa rima con ospa_ zio>> (Raum) e un <<vedere attraverso>> (hindurchzuschaun).É,b storia di l;rna palizzata (un recinto di paletti, Lattenzaun):
Es war einmal ein Lattenzaun

che fuggire lontano dai blocchi della legge. Il racconto al contrario privilegia, attraverso le sue storie d'interazione, una <<logica dell'ambiguitb. <Capovolge>> la frontiera in traversata, e il I'iume in ponte. Racconta in effetti inversioni e spostamenti: la porta che chiude è precisamente ciò che si apre; il fiume, ciò che libera il passaggio; l'albero, ciò che segna i passi di un'avanzata; la palizzata. un insieme d'interstizi in cui filtrano gli
sguardi.

mit Zwischenraum, hindurchzuschaun

Vi è ovunque un'ambiguità del ponte: volta a volta, congiunge e oppone insularità. Le distingue e le minaccia. Libera dall'isolamento e distrugge I'autonomia. È così che, ad esempio, interviene come personaggio centrale e ambivalente nei racconti dei Noirmoutrins, prima, durante e dopo la costruzione, nel 1972, di un ponte fra La Fosse e Fromentine.23 Vive una doppia vita in innumerevoli ricordi di luoghi e leggende quotidiane, che riassumono spesso nomi propri, paradossi nascosti, ellissi di storie, enigmi da decifrare: Pont-à-Mousson, Pont-Audemer, Pontcharra, Pontchàteau, Pont-Croix, Pont-de-Beauvoisin, Pont-deI' Arche, Pont-de-Roide, Pont-du-Diable, Ponthieu eccetera.

Luogo terzo, gioco d'interazioni e di cose intraviste,la frontiera è come un vuoto, simbolo narrativo di scambi e di incontri. passando di là un architetto s'impadronisce subito di questo <<spa_ zio intermedio> per costruirvi una grande casa:
Ein Architekt, der dieses sah, stand eines Abends plótzlich da und nahm den Zwischenraum heraus und baute draus ein grosses Haus.

-

Mutazione del vuoto in pieno, e dello spazio intermedio in luogo stabilito. Il seguito va da sé. Il senato <si appropriò>> del mo_ numelto - la Legge vi si installa -, e l,architetto fugge in Afri_ ca-o-in-America:
Drum zog ihn der Senat auch ein. Der Architekt jedoch enrfloh
nach Afri-od-Ameriko.22

A giusto titolo, indica ovunque il diabolico nei quadri in cui Hieronymus Bosch inventa le sue modificazioni di spazi.ra Trasgressione del limite, disobbedienza alla legge del luogo, il ponte raffigura Ia partenza,la lesione di uno stato, I'ambizione di un potere conquistatore, o la fuga verso un esilio, in ogni caso il <tradimento> di un ordine. Ma, nello stesso tempo, crea un altrove che smarrisce, lascia o fa risorgere al di fuori delle frontiere I'estraneità che era controllata alf intemo, dà oggettività (owero espressione e rappresentazione) all'alterità che si nascondeva al di qua dei limiti, di modo che riattraversandolo e ritornando nel recinto, il viaggiatore vi ritrova ormai I'altrove che aveva inizialmente cercato partendo e fuggito in seguito rientrando. All'interno delle frontiere, 1o straniero è già là, esotismo o sabba della
'z3 Cfr. Nicole Brunet, Un pont vers l'acculturation. Ile de Noirmoutiers, Dre di etnologia, Université de Paris VIl, 1979. '?a Cfr. Michel de Certeau, La Fable mystique au XVIe-XVIIe siècte,ll ediz., Tel, Gallimard, Parigi 1987; vol. I, cap. II, <Le jardin: délires et délices de Jéróme Bosch>>, pp. 7l-106 (trad. it., Fabula mistica.La spiritualità reli-

cementare la palizzata, riempire e costruire <lo spazio intermedio>, è la pulsione dell'architetto; ed è altresì li sua illusione, poiché, senza saperlo, lavora per il congelamento politico dei luoghi e quando si accorge dell'opera Compiuta nòn gh resta
se ne accorse un architetto / che una sera presto detto, / nel recinto abbandonato / costruì il suo fabbricato / Espropriato dal senato / I'architetto, immantinente, / ha cambiato continente (christian Morgenstern, Der r,atfenlaun, in Gesammelte Werke ,R. Piper, Monaco 1965 , p. 2,r. 188

"

C'erauna volta unapalizzata/ che non t.impediva di dare un,occhiata /

giosa tra il XVI e il XVII secolo, il Mulino, Bologna 1987).

189

memoria, inquietante familiarità. Tutto avviene come se la delimitazione stessa fosse il ponte che apre I'interno al suo altro.

Delinquenze?

Là dove la mappa divide, il racconto attraversa. È ,.diegesirr, lermine greco che designa la narrazione: instaura un p"r?orlo (<guido) e passa attraverso (<trasgrediscer). Lo spazió di;p;_ razioni che traccia è fatto di movimenti: è topotogxo, r"titiio alla deformazione di figure, e non topico, ovvero definitore di luoghi. Il limite è in esso circoscritto iolo secondo una modalità ambivalente. Fa un doppio gioco. Fa il contrario di ciò che dice. Abbandona il luogo allo straniero che ha l'aria di rrori. "u""iur" pnnuy, guanlo segna un arresto, non è stabile, segue pi"tf"rt" le variazioni degli incontri fra programmi. Le deliiritaiioni sono limiti trasportabili e trasporti di limiti, metaphorai anch'esse. Nelle narrazioni organiz zatici di spazi, le delimitazioni sembrano svolgere il ruolo di xoana greche, statuette la cui inven_ zione è attribuita all'astuto Dedalò: scaltre come lui, pon"_ vano dei limiti solo distaziandosi e spostandoli. "rr" euesti indicatori _contrassegnavano con caratteri dritti re curve e i movimenti dello spazio. La loro fynzi919 ripartitoria differiva d""q;ì;;: ramente dalle divisioni stabilite da pali, picchetti o colonne stabili, che piantati nel terreno suddividevàno e componevano un ordine dei luoghi.'z5 Erano anche limiti trasportabii. r-e operazioni narrative di derimitazione sostituisconò oggi gri enigmatici descrittori d'un tempo quando insinuano il móvlnento"attraverso il gesto stesso di fissare, a titolo di delimitazione. Michel9t già detto: crollata alla fine dell'antichità, l'aristocrazia _l'ha delle grandi divinità dell'olimpo non ha trascinato affatto nella sua caduta <la moltitudine degli dei indigeni, la plebe o"gri dài ancora in possesso della immensità delleiampagne, delle-selve, dei monti, delle fontane, intimamente commisticon la vita dei paese. Questi dei, annidati nel cuore delle querce, nelle acque
Grè.c.e.anc.ienne, Maspero,

rumoreggianti e profonde, non potevano esserne cacciati [...]. Dove sono? Nel deserto, sulla landa, nella foresta? Sì, ma soprattutto nelle case. Vivono nei penetrali della vita domestica>>.2ó Ma anche nelle nostre strade e nei nostri appartamenti. Forse non erano, dopo tutto, che gli agili testimoni della narratività, e della sua forma delinquente. Il fatto che cambino nome (qualsiasi potere è toponimico e instaura il suo ordine di luoghi nonrinandoli) nulla toglie a questa forza multipla, insidiosa, mobile. Essa sopravvive alle trasformazioni della grande storia che le sbattezza e le nbattezza. Se il delinquente esiste soltanto spostandosi, se la sua caratteristica consiste nel vivere non ai margini ma negli interstizi dei codici che elude e spiazza, se si caratteizza in base al privilegio del percorso sullo stato, allora il racconto è delinquente. La delinquenza sociale consisterebbe nel prendere il racconto alla lettera, nel farne il principio dell'esistenza fisica laddove la società non offre più uscite simboliche e aspettative di spazi a soggetti o a gruppi, laddove non vi è più alternativa se non la messa in riga disciplinare e la deriva verso l'illegalità, owero una qualche forma di carcerazione e l'erranza all'esterno. AlI'inverso, il racconto è una delinqrrenza in riserva, conservata, ma spiazzata a sua volta e compatibile, nelle società tradizionali (antiche, medievali eccetera), con un ordine fermamente stabilito ma abbastanza duttile per lasciar proliferare questa mobilità contestatrice, irrispettosa dei luoghi, volta a volta giocosa e minacciosa, che si estende dalle forme microbiche della narrazione quotidiana fino alle manifestazioni carnevalesche.2? Resta da sapere, naturalmente, quali cambiamenti effettivi produca in una società questa narratività delinquente. In ogni caso, possiamo già dire che, in materia di spazio, questa delinquenza comincia con l'inscrizione del corpo nel testo dell'ordine. L'opaco del corpo in movimento, che gesticola, cammina, gioisce, è ciò che definisce indefinitamente un qui attraverso un

rapporto con un altrove, una <familiarità> in rapporto a una
Jules Michelet, La Sorcière, Parigi, Calman-Lévy, s.d., pp. 23-24 (trad. '?6 it., La stega, Einaudi, Torino 1971, p. 16).
'?7 Cfr. Emmanuel Le Roy Ladurie, Le Carnaval de Romans, Gallimard, Parigi 1979.

_ .r Cfr. Frangoise Frontisi-Ducrotx, Dédale. Mythologie de l,artisan

mobilità di queste statue rigide. 190

parigi 1975,p. 104 e pi. tOO-tOt, 117 ss., sulla

en

191

me un luogo praticato.

<<estraneità>>. Le descrizioni dello spazio sono nel loro grado minimo-una lingua parlata, ovvero un sistema linguistico-distributivo di luoghi in quanto sono articolali attraverso una <<focalizzazione enunciatrice>:, ovygro un atto di praticarli. Sono I'og_ getto della <<prossemica>>.28 Basta qui, prima di ritrovarne le iidicazioni nell'organizzazione della mernoria, ricordare che con questa enunciazione focalizzante lo spazio appare di nuovo co-

Parte quarta Usi della lingua

<<!angages>,

-

* Cfr. ad esempio,

inconsciamente lo spazio - la distanza fra gli uomini nel modo di condurre le attività quotidiane, l'organizzazione dello spazio nelle case e negli edifici, e infine la configurazione delle città>.

of Man's spatial Relations, in I. Gladston (a cura di), Man's Image in Medeiíne and Anthropology,rnternational university press, New york 1963, definiva la prossemica come <lo studio del modo in cui l,uomo struttura

Paolo Fabbri, Considérations sur la proxémique, in n.10, giugno 968, pp. 65-i5.8. T. Hall, proxemics: iníir)iy f

t92

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