Teora dopo il sisma nei ricordi dei volontari

La Fiaccola della Carità

Il 27 novembre Teora terremotata appare nella nebbia. Si nota subito, però, il caos per la via di accesso al paese. I volontari affluiscono; primi fra tutti sono giunti i soldati che comprensibilmente stanchi, non possono certo essere nella migliore forma per cominciare un lavoro così urgente La gente parla poco; si sentiva ripetere: “abbiamo fame e freddo”, e pochi giorni dopo iniziò a funzionare la cucina da campo. Subito a pieno ritmo, la Fiaccola incomincia la sua missione a Teora: distribuzione di tutto a tutti coloro che lo richiedono; contatti con il Parroco, con il Colonnello comandante le truppe impegnate sul luogo e, al momento opportuno, anche con il sindaco; incontro con il Medico condotto. Al campo sportivo si presentò nella cruda realtà la triste visione del paese: tante bare pronte per la sepoltura, tante bare in attesa dei morti ancora da scavare. Tutto un cumulo di macerie! Le strade ne erano completamente ricolme, fino al primo e secondo piano dei muri delle case ancora in piedi. Impossibile passare. Fili del telefono, della luce, pali, infissi spezzati, antenne televisive, muri pericolanti, automobili schiacciate e ribaltate, utensili e mobili, frigoriferi, letti rimasti in un pezzo di pavimento di camera ancora addosso alla parete.

Tratto da un opuscolo de “La Fiaccola della Carità”, Roma, 1989.

Luisa Morgantini

I teoresi, la gente di qui, io li guardavo e avevo un certo timore di essere una che parla con questo accento, chiaramente di fuori, una esterna, che si intromette. Da una parte sapevo che ero qui come sindacato, sapevo che era importante esserci, il terremoto può essere una grossa occasione di cambiamento, pensavo, bisogna che ci sia la partecipazione della gente, tutti questi discorsi. Dall’altra avevo un certo pudore, perché in fondo questa cosa era grossa, era un grosso..un grosso dolore, per loro. Anche per me che li vedevo, ma per loro era davvero una grande tragedia. E la cosa che mi colpiva moltissimo, ed era una cosa collettiva e non soltanto individuale, era la compostezza e la dignità. […] A Natale ero stata invitata a casa di una famiglia e mi avevano dato dei dolci, che si chiamano zeppole. Io le avevo trovate molto buone. Questi dolci si fanno a Natale, ma chi è in lutto non può farli, sono gli amici che li portano. Allora mi è venuto in mente di proporre: facciamo zeppole per

tutti, siccome quasi tutti hanno parenti morti, organizziamo un gruppo di persone che distribuiscono le zeppole, cosa che abbiamo cercato di fare. Con grosse difficoltà iniziali, perché le donne dicevano: ma no, non è possibile, siamo in lutto. Poi invece proprio le donne hanno risposto con un grande entusiasmo e se mancava un ingrediente, o mancava il tompagno, che è uno strumento che si usa qui per fare la pasta, insomma abbiamo trovato tutto, e sono arrivate al mattino, per la preparazione, dodici donne; siamo riusciti a metter su, con dei metalmeccanici, una specie di baracchino, abbiamo trovato bombole di gas e dei fornelli, che in quei momenti lì non c’erano proprio, e siamo riusciti a fare una quantità di zeppole inverosimile, con le donne che erano contente di farle. Poi, però, questa iniziativa delle zeppole ha sollevato critiche, tra la gente; qualcuno diceva: questa è una cosa di festa, non si può. A Capodanno abbiamo tentato di organizzare un’altra cosa, non una festa per carità, ma stare assieme dentro una baracca, stare tutti assieme, avere un po’ di panettoni, di vino, e anche su questo abbiamo avuto una grandissima difficoltà.

Tratto da “La casa di Rocco”, di Pierluigi Sullo, 1981.

Un giornalista

La mia corsa verso la cima del monte in cui si era appostata la muraglia dello Stato si interruppe d’un botto una notte di fine novembre, in un paese dell’Alta Irpinia chiamato Teora ( e la radice possibile del toponimo, che forse allude a Dio, aveva una sua congruità). Fu quella la prima volta che mi sentii totalmente smarrito, orfano di uno Stato che in quel momento e in quel luogo non esisteva più. Il 23 novembre del 1980, intorno alle 19, un terremoto catastrofico distrusse molti paesi di una regione tra l’Alta Irpinia e la Valle del Sele, tra le province di Avellino e Salerno. Quella notte stessa, Sandro Medici e io partimmo per raccontare sul nostro giornale il disastro. Seguirono due settimane tra macerie e corpi schiacciati, soccorritori che non arrivavano e montanari che scavavano alla ricerca delle famiglie. A Teora arrivammo, anzi tornammo, cinque o sei giorni dopo il terremoto: c’eravamo passati la notte stessa del disastro, infilando strade su cui le facciate delle case minacciavano di crollare, e in effetti crollarono qualche ora dopo. Adesso Teora era al buio, l’elettricità non era stata riparata. Nella piazza scura, era notte, si aggiravano persone, alcuni con stivali di gomma e incerate perché da giorni pioveva sui sopravvissuti. […] Passò un uomo e gli facemmo delle domande, lui non rispondeva, ci indicò il portone di un edificio pubblico, non ricordo se una scuola o il comune, in fondo alla piazza. Andammo lì e trovammo un

gruppo di volontari romani con i loro stivali di plastica gialla, che alla luce delle lampade da gas distribuivano quello che era casualmente arrivato – cibo, acqua, impermeabili – e a chi veniva a chiedere. Chi gestisce gli aiuti qui? Domandammo. Loro erano diffidenti: chi siete, cosa volete.. si erano organizzati a modo loro: tenevano stretta la roba, ringhiavano agli scarsi carabinieri o soldati di passaggio, e allo stesso tempo distribuivano prontamente alla gente di Teora quel che c’era, che non era sufficiente e che nessuno aveva mandato con una qualche idea in testa dei bisogni primari e più urgenti. Poi sarebbero arrivati i volontari della Fim (il sindacato dei metalmeccanici della Cisl, allora molto radicale) di Milano e tra loro Luisa Morgantini, attuale vicepresidente del Parlamento Europeo che avrebbe vissuto a Teora per diversi anni, cercando di aiutare la nascita di cooperative di donne. Ma per un momento, quella notte, ebbi una vertigine: lo Stato non era, per qualche minuto, un fortilizio da combattere e conquistare, era semplicemente scomparso.

Tratto da Postfuturo, di Pierluigi Sullo, 2008.