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Molteni Angela - Enigma Pasolini

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Enigma Pasolini

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Sommario

Introduzione, di Roberto Chiesi, p. 4
Prefazione. Il delitto Pasolini e il suo contesto,
di Enrico Campofreda, p. 5

Il caso Mattei, un film di Francesco Rosi, p. 11
Un magistrato e la sua inchiesta coraggiosa, p. 14
Petrolio: un romanzo da rileggere, p. 16
Petrolio: recensioni e saggi critici, p. 23
Quattro opere: un realistico “ritratto italiano”, p. 26
Insulti al poeta degli “scandali annunciati”, p. 30
Pasolini fa alcuni nomi, p. 37
La Commissione stragi del 1994, p. 41
Le fonti di Petrolio, p. 43
“Chi tocca Mattei muore”. Con una digressione su
dietrologie e complotti, p. 52
Petrolio nella relazione Calia, p. 67
Sviste d'autore. Pagine bianche. “Lampi sull'ENI”, p. 70
Delitto Pasolini: un enigma da sciogliere, p. 80
Pelosi trent'anni dopo: una nuova verità?, p. 88
Un crimine con "amici", p. 91
Sondare il passato per comprendere il presente, p. 94

Illustrazioni fuori testo

Fotogrammi dal film Pasolini, un delitto italiano, di Marco Tullio
Giordana (1995), p. 101
Documenti, p. 105
Ritratti, p. 109

Cinque postille

Mattei e Cefis: sintesi e breve cronologia dell'ENI, p. 112
Pier Paolo Pasolini, Perché il processo, p. 114
La strategia della tensione, p. 117
“Capitalismo, neocapitalismo, globalizzazione”,
da Quasi un testamento, di Pier Paolo Pasolini, p. 119
Dall'arringa dell'avvocato di parte civile Guido Calvi al
processo per l'assassinio di Pier Paolo Pasolini (1976) , p. 121

Note, p. 134

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La morte non è nel non poter comunicare
ma nel non poter più essere compresi

Pier Paolo Pasolini

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Introduzione di Roberto Chiesi

Sono ormai molti anni che Angela Molteni si è dedicata anima e
corpo a divulgare il pensiero e l'opera di Pier Paolo Pasolini
curando un sito internet, pasolini.net, che è il più consultato
esistente. È uno sconfinato, eterogeneo vivaio di notizie,
interventi, saggi, articoli, estratti, citazioni, animato con dedizione
assoluta, passione e sincerità. La passione e la sincerità che si
ritrovano anche in queste pagine, nate da un sentimento che
accomuna tutti coloro che ammirano l'arte e la personalità di
Pasolini: lo sgomento e l'impossibilità di rassegnarsi passivamente
al buco nero rappresentato dalla sua morte atroce e mai chiarita
fino in fondo nelle sue dinamiche concrete, nella sua verità ultima.
Personalmente ho molti dubbi sulle teorie che, per spiegare una
morte così terrificante e assurda, ipotizzano vertiginosi complotti
politici e costruiscono romanzi gialli talvolta non privi di odiosi
risvolti equivoci. Ma credo anche che la realtà di quell'assassinio
non possa avere un'unica chiave, una spiegazione univoca. Questo
anche perché, come la Molteni illustra in queste pagine,
raccogliendo notizie e referti su alcuni “pozzi neri” della recente
storia italiana, l'omicidio di Pasolini è accaduto nel cuore dei tragici
anni Settanta, che dobbiamo ancora tradurre per comprendere fino
in fondo l'orrore di quella omologazione finale, apparentemente
pacifica, forse irreversibile, diventata la nostra realtà quotidiana.

Roberto Chiesi

Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini di Bologna

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Prefazione di Enrico Campofreda

Il delitto Pasolini e il suo contesto

Se, come chiosano Lo Bianco e Rizza *, il cuore del pasoliniano
Petrolio sta tutto “nella denuncia della ramificazione criminale del
potere economico in Italia” va ricordato come quel modo d'incar-
narlo perpetuava ed esasperava vizi e illegalità del sistema fatti
propri anche da Enrico Mattei, il Bonocore del canovaccio pasolinia-
no. Quest'uomo sparigliando equilibri economici nazionali e inter-
nazionali finì vittima di strutture di dominio più solide di quelle che
stava costruendo per l'ENI e per sé, strutture che non digerivano
affatto la sua lesa maestà. Ma Mattei era assetato di potere perso-
nale? Pare lo fosse, alla stregua di chiunque prenda alloggio nelle
stanze dei bottoni. Fresco di conflitto mondiale e operazioni di par-
tigianato Mattei non disdegnava i colpi di mano e iniziò a usare
ogni strumento per conseguire i propri fini. Fu dipinto come ribelle
e autoritario, certamente fu un uomo acuto e scaltro nel ritagliarsi
un ruolo e imporre nuove regole ai padroni mondiali dell'oro nero.
Se non riuscì a proseguire l'uso spregiudicato del potere, che lo
faceva gran corruttore della politica utilizzando i partiti che “si pa-
gano come le corse dei taxi”, probabilmente fu solo perché il suo
aereo venne trasformato nella 'palla di fuoco' apparsa nel cielo di
Bascapè nell'ottobre del 1962. Incidente così descritto da un unico
testimone che presto con denaro sonante venne dissuaso dal ri-
confermare quella versione. Dava fastidio l'ingegner Mattei e ven-
ne eliminato tanto che molti anni dopo Amintore Fanfani, che d'au-
toritarismo e doppiogiochismo se ne intendeva, ammise come
quell'attentato poteva considerarsi il primo gesto terroristico del
Belpaese.

L'autoritarismo fatto sistema di potere soffoca presto i begl'i-
deali della Liberazione che riscattano gli anni della dittatura fasci-
sta. E poi c'erano partigiani e partigiani, il Johnny di Fenoglio pur
badogliano era ben altra cosa da Pacciardi e Cefis. Per decenni, fra
Guerra Fredda e lavori sporchi di strutture quali Gladio che suppor-
tano ingerenze statunitensi, la vita politica italiana viaggia sul ter-
reno della “legalità illegale”. Uomini come il Cefis-Troya romanzato
in Petrolio incarnano un volto di quei progetti che all'inizio degli
anni Settanta sostituiscono i tentativi di golpe palese, alla greca

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con militari e carri armati, con un più morbido golpe bianco che,
dopo aver creato i presupposti per un totale controllo dell'econo-
mia, asserviva l'informazione. La coppia Scalfari e Turani nel libro-
dossier del 1974 Razza padrona **, una delle rare inchieste gior-
nalistiche di denuncia, ne narra le conseguenze. Qui riportiamo
solo qualche passo invitando chi ci legge ad approcciare l'intero li-
bro.

“C'era perfetta intesa fra Fanfani e Cefis. Il quale ultimo, di suo,
ci aggiungeva il fatto che, avendo ormai puntato tutte le carte del
suo gioco su una Montedison privata e “privatistica” aspirava a ri-
prendere quella tradizionale leadership dell'imprenditorato che il
gruppo di Foro Bonaparte aveva avuto in tutto il periodo tra il
1946 e il 1963. Qualora l'operazione fosse riuscita, i vantaggi poli-
tici per Cefis sarebbero stati notevolissimi…” (p. 422).
“In quelle condizioni, mentre tutti gli imprenditori sia pubblici
che privati tiravano i remi in barca e cercavano di diminuire gli im-
pegni (nel frattempo la Banca d'Italia aveva contingentato il credi-
to e imposto regole di crescente austerità bancaria), la Montedison
produsse una di quelle operazioni-lampo per le quali Cefis rimane
un insuperato campione: nel giro di pochi mesi, anzi di poche set-
timane, profittando della generale incertezza s'impadronì della
stampa italiana. I modi coi quali l'operazione fu condotta sono de-
gni d'essere ricordati. La passività delle forze politiche, anzi la ge-
nerale connivenza, testimoniano, se mai ce ne fosse stato bisogno,
del grado di decomposizione cui era arrivato il sistema…” (p. 434).
“Con l'acquisto del “Corriere della sera” il piano di conquista
della stampa si conclude. Nel frattempo infatti la Montedison era
anche entrata in possesso, coi consueti prestanome in questo caso
domiciliati all'estero, della maggioranza azionaria del quotidiano
parafascista “Il Tempo”… A questo punto il quadro della scuderia
giornalistica del presidente della Montedison è il seguente. A Tori-
no la “Gazzetta del Popolo” dopo essere servita a spaventare
Agnelli, è stata abbandonata e non si sa che fine farà. A Milano il
“Corriere” è al 100 per cento di proprietà di Rizzoli il quale l'ha
comprato utilizzando un finanziamento senza interesse fornitogli
dalle banche della Montedison…
A Milano, tramite Caprotti, la Montedison controlla il “Tempo il-
lustrato”. Sempre la Montedison controlla “Il Giornale”… La situa-
zione di Roma è stata già descritta. I due grossi quotidiani di Bolo-
gna (“Resto del Carlino”) e di Firenze (“La Nazione”) sono di pro-
prietà di Attilio Monti e con essi il “Giornale d'Italia” di Roma. An-
che di Monti sono noti gli intimi legami con Foro Bonaparte…” (p.
452)

In quella fase a sinistra, mentre il riformismo d'impronta sociali-
sta è ormai annacquato da oltre un decennio di governo e sottogo-
verno, il disegno riformista del Pci viene piegato alle improduttive
alchimie del compromesso storico, e tramonta l'irreale sogno “ri-
voluzionario” dei gruppi extraparlamentari e di quelli armati. Ciò

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che resta negli anni Ottanta e Novanta punterà a spartire fette di
potere locale e nazionale o riproporre avvilenti autoreferenzialità.
Pasolini, finché è lasciato in vita, racconta e denuncia tali feno-
meni. È costretto a prendere atto delle trasformazioni antropologi-
che degli italiani, delle belle bandiere lasciate cadere, dell'evapora-
zione di quella ruralità trovata vent'anni prima nelle borgate roma-
ne. Ormai gli amati sottoproletari sono diventati biechi strumenti
dell'omologazione che compera corpi e anime. Senza ideologia né
passione ogni cosa tende a diventare eguale, si rincorre individua-
listicamente l'arricchimento, qualche ex ragazzo di vita di Donna
Olimpia finisce a far gruppo con gli egoismi criminali della banda
della Magliana funzionali solo al sistema. Le disillusioni del poeta
sono squillanti proprio in alcuni passi di Petrolio sui “miseri cittadi-
ni presi nell'orbita dell'angoscia...” (p. 501) eguali al qualunqui-
smo merceologico che ha amalgamato l'universo giovanile narco-
tizzato da modelli preconfezionati.
Quanto l'edonismo fine a se stesso sia una conseguenza di quel-
lo che è stato uno sviluppo malato, portatore non d'un progresso
sostenuto da valori, ma d'una folle corsa consumistica divenuta
identità sociale, è da tempo sotto gli occhi di tutti. L'enorme diffu-
sione del parassitismo e del clientelismo cresciuti a dismisura, di-
ventano il frutto degenere di trasformazioni forzate in un'economia
vissuta non come naturale passaggio dal sistema rurale a quello
industriale bensì come squilibrata imposizione che abbandona a sé
la campagna per sostenere un boom industriale dal fiato corto.
Boom che si consuma in tempo breve per annullarsi (e annullare
le capacità produttive del Paese) a vantaggio d'un terziario melli-
fluo, inefficiente e dedito a sprechi.
Scrivono ancora Scalfari e Turani in Razza padrona: “… i gruppi
parassitari, gli impieghi improduttivi del reddito, le rendite, lo stato
inefficiente e ladro, la classe politica incolta e provinciale” (p. 415).
Nei famosi articoli su un “Corriere della sera” non ancora cefisiz-
zato – che il borghese illuminato Ottone gli pubblica e continua ad
accettare anche quando le mani della Montedison finiscono su via
Solferino – Pasolini attacca il Palazzo degli intrighi e delle ipocrisie
in cui alloggiano potentati cattolici e laici, alleati palesi (i liberali di
Malagodi e i socialisti di De Martino) oppure occulti come i missini
di Nencioni. E ancora il Vaticano affarista di Marcinkus e gli uomini
di Cosa Nostra dentro e fuori partiti e istituzioni. Mentre la maggio-
ranza dei “cervelli” intellettuali italici, banchettando su quei deschi,
assiste silenziosa o canta le lodi del sistema.
Nelle stragi grandi e piccine con cui si governa, che vengono
commissionate ai manovali del crimine politici e non, ci possono
stare anche esecuzioni affidate a inaffidabili. L'“anarchico” Bertoli,
bombarolo alla Questura di Milano, è un omicida arruffone più che
un agente dei Servizi.
In tanti casi il Palazzo non è così ineffabile come ama apparire.
Perciò non c'è da meravigliarsi se i massacratori di Pasolini siano

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balordi di periferia come i conoscenti di Pelosi. I fratelli Borsellino,
frequentatori d'una marginale sede missina nei pressi di Casalbru-
ciato, sono fascisti di poco conto se paragonati a Giuseppucci e Ab-
bruciati prossimi al giro degli stragisti Fioravanti e Carminati. Se i
killer furono scelti fra costoro senza che si utilizzassero armi, tutto
ciò aveva lo scopo di rendere verosimile l'omicidio fra omosessuali.
Se invece si trattò di una sorta di Armata Brancaleone fuori dal
set, lo potrebbe affermare soltanto Pelosi che da gran bugiardo
sicuramente trascinerà l'informazione nella tomba.
È comunque un particolare secondario per lo sviluppo degli
eventi perché della tragica fine del poeta interessa conoscere più i
mandanti degli esecutori. E concentrarsi sulle ragioni d'un delitto
preparato da tempo dalla campagna d'odio che – come sottolinea
nelle sue riflessioni Angela Molteni, curatrice di quel pozzo di note
pasoliniane che è pasolini.net – “si manifestava in molti ambienti e
non solo da parte dei fascisti”.
Una campagna che riuniva perbenismo clerico-fascista e radical-
chic anche di vedute “progressiste” e che fece comprendere alle
menti assassine come ormai l'intellettuale fosse isolato. E detesta-
to da diversi notabili e da taluna intellighenzia del Pci. Il partito nel
quale ancora si riconosceva. Accuse come quella rivoltagli da Mau-
rizio Ferrara sulla presunta arte “estetizzante” nascondevano ben
altri rancori per le denunce della fase corsara con cui infliggeva “a
fondo” molto più ficcanti del lirismo critico de Alla bandiera rossa
(… Chi conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa, sta per non
conoscerti più, neanche coi sensi: tu che già vanti tante glorie bor-
ghesi e operaie, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli).
Neppure certa extra sinistra amava Pasolini, forse perché era
stato il cantore dell'ambiguo sottoproletariato anziché dell'operaio-
massa e questo lo rendeva “disorganico” ai crismi del vetero mar-
xismo-leninismo.

La sinistra rimase sgomenta per l'orrendo scempio dell'Idroscalo
ma da tempo aveva lasciato solo il poeta a condurre battaglie con-
tro un sistema che lui decriptava secondo codici “corsari” – una di
queste è appunto l'individuazione del Nuovo fascismo ch'era un
tutt'uno con l'antifascismo – tesi incomprensibile al manicheismo
dell'ortodossia politica.
Così nel tempo si è consumata la mummificazione di Pasolini di
cui parla sempre la Molteni ed è apparso il santino conosciuto nelle
celebrazioni del trentennale della morte che è stato riproposto da
qualche dirigente ex comunista, ormai non più giovane comunista,
di cui Pasolini aveva sponsorizzato l'esordio politico.
La puntuale denuncia psichica, culturale, di costume sull'uso
coercitivo del sesso nei rapporti di potere, che si esalta nelle condi-
zioni d'oppressione e mancanza di libertà, è stata colta solo par-
zialmente quale metafora e denuncia della realtà.
Molti la leggevano unicamente come l'ossessione del diverso la
cui sessualità è turbata dalla condizione impostagli fra l'altro dal

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ruolo di uomo pubblico. Per tacere dell'imprinting cattolico della
sua formazione. Su questa corda le polemiche di Nello Ajello attor-
no a “… l'immenso repertorio di sconcezze...” presenti in Petrolio,
cui mirabilmente rispondeva il De Melis, seguivano quelle sul più
osteggiato dei film pasoliniani Salò o le 120 giornate di Sodoma,
contestato anche a sinistra dal conformismo bacchettone e sessuo-
fobico.

L'ambientamento storico della trama nel triste periodo della Re-
pubblica Sociale è una metafora della società oppressiva e funge
da diretto trait-d'union col mondo contemporaneo dove la familia-
rità con violenza e sopraffazione rende complici vittime e carnefici.
L'identificazione del sesso come rapporto di potere diventa gesto
meccanico e parabola di morte. E quel palcoscenico che riflette la
faccia d'una società sconvolta e oppressiva ne costituisce una luci-
dissima ricostruzione.
Nell'imbarbarimento dei valori civili che l'Italia edonistica divul-
gava creando il substrato del qualunquismo ebete e fascistoide che
ora ci affligge, la pratica della violenza legata al sesso, di cui lo
stesso omicidio dell'intellettuale avrebbe dovuto mostrare il tragico
epilogo, segnava all'epoca altri episodi inquietanti. Sono gli stupri
politici rivolti ad artisti militanti come Franca Rame e semplici ra-
gazze alla maniera di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Sevizia-
te da fascisti, ispirati nel primo caso da militari di apparati dello
Stato (la Divisione Pastrengo del generale Dalla Chiesa), nel se-
condo aiutati dalle conoscenze di famiglie della Roma bene che of-
frono protezione ai rampolli dopo i misfatti.
Quelle violenze avevano il valore simbolico d'infliggere alle don-
ne in tumulto contro il maschilismo del sistema, oltre alla punizio-
ne, una sorta di freno per l'alzata di testa e la voglia di cambiare.
Alla stregua delle bombe nelle piazze, si cercava d'incutere terrore
a chi metteva di traverso la passionalità della propria esistenza al
dipanarsi del disegno dell'“eversione democratica” che prendeva il
posto di quella apertamente golpista. Pasolini capiva e denunciava,
perciò si ordinava d'ucciderlo.
Gli ostacoli a indagini che andassero oltre la montatura del ra-
gazzetto di vita Pelosi sono stati mille e molte denunce giornalisti-
che, opere e saggi di riflessione l'hanno evidenziato. L'intellettuale
non conobbe la P2 di Gelli, che sostituì quella di Cefis-Troya, per il
ritiro di quest'ultimo dopo che il padrino Fanfani s'era bruciato col
Referendum sul divorzio. Ma il disegno autoritario senza golpe pro-
seguiva con altri attori: Craxi e il Caf e gli epigoni della Seconda
Repubblica così eguale alla Prima, i cui nomi il poeta non poteva
fare ma che rientravano apertamente nel panorama del “fascismo
del fronte antifascista”. Complice (ah, la subordinazione della vitti-
ma al carnefice) o muta è stata la sinistra del cedimento e dell'im-
potenza che ha (parzialmente) perpetuato sopravvivenze indivi-
duali favorendo la decomposizione delle organizzazioni politiche e

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praticando l'eutanasia dei ceti operai a nome dei quali per anni ha
continuato a parlare.
Qualcuno ha detto, e mi perdoni se non lo cito perché rammen-
to l'essenza del concetto e non l'autore, che “per fare un regime
non sono necessari colpo di Stato e dittatura, basta la connivenza
dell'opposizione”.

Questo Cefis-Troya non riuscì ad attuarlo, ma i suoi odierni epi-

goni sì.

Enrico Campofreda

Giornalista e scrittore

* Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza Profondo nero, Chiarelettere 2009, p. 254.
** Eugenio Scalfari, Giuseppe Turani, Razza padrona, Baldini Castoldi Dalai, 1998.

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