Tra cielo e asfalto non c’è differenza, il grigio si mescola ai palazzi, si muove tr a le vie come un’onda; l’orizzonte non

esiste nella città. Nell’aria qualcosa che non è più nebbia ma non è ancora pioggia, bagna le ossa ma non i vestiti. Il ragazzo ha una felpa verde scura con una scritta bianca, forse il nome di una squadra sportiva, il cappuccio è alzato, lascia indovinare il viso in un gioco di ombre nella sua cornice. Ha le mani in tasca, i gomiti stretti al corpo per sentire la tensione dei musco li e scacciare il freddo. La lama di aria gelida e umidità che gli colpisce la str iscia di pelle scoperta del polso, tra la tasca dei pantaloni e la manica della felpa, è il suo unico contatto con l’esterno, è un brivido leggero che arriva fino all e gambe per farle camminare e fino al cervello, per cercare di non farlo penare ad altro che alla strada. La via non è stretta ma è opprimente, tra case basse ma scure, senza balconi e senza tende colorate. Alberi ovviamente spogli, mucchi di foglie gialle umide e scivo lose che attendono gli spazzini. Sul marciapiede quasi nessuno, solo poche persone camminano tra quelle pallide i mitazioni di aiuole, dentro impermeabili scuri lucidi di fredda umidità. Fa freddo, ma la felpa gli basta a sentirsi avvolto e riscaldato. Il freddo è per lui un elemento come un altro, e anzi quella leggera contrazione d elle braccia e della schiena che il freddo impone gli piace. Si ferma e appoggia la schiena al muro; non è tardi, forse da qualche parte dietro le nuvole c’è ancora il sole. Prende dalla tasca dei pantaloni il pacchetto e l’accendino, si accende l’ultima sig aretta, coprendo la fiamma con le mani. L’accendino prende al terzo tentativo. Rim ette comunque il pacchetto in tasca, più che altro per avere qualcosa contro la co scia che gli faccia sentire i suoi passi. Il suo primo tiro è lungo e regolare, lo assapora come un tè caldo che scende a risc aldare i polmoni. Lo sbuffo di fumo si confonde col fiato prima di perdersi nel grigio. È l’ultima, la fuma tutta: la cicca che schiaccia sotto la scarpa è solo filtro. Le braccia incrociate, le mani strette sotto le ascelle per scaldare le dita, l’ul timo momento di riposo, quasi di riflessione, per assaporare il cammino che manc a ancora, per immaginare una meta che non esiste. La gola si chiude per un attimo, forse si affaccia una lacrima ma il freddo subi to la spegne. Nessuno lo aspetta, non ha fretta e questo gli piace. Potrebbe stare appoggiato a quel muro per sempre, e a nessuno importerebbe. E anche questo gli piace. Camminare ancora o no è solo una sua scelta, una scelta che non cambierà comunque nu lla. In un certo senso non è nemmeno una scelta. Gli si affaccia un pensiero. Anni e anni per imparare a ricordare, riflette. E nessuno, mai nessuno, che sapp ia dirti come dimenticare. Nulla da fare. Finite anche le sigarette. Può solo camminare. Dimenticare. Camminare. Dimenticare. Camminare. Finché non diventeranno una parola sola. Allora, forse, fermarsi e riuscire a guardarsi dietro. Se mai. Le scarpe facevano schlak schlak sull’acquerugiola, mentre se ne andava. La testa verso il basso. Le braccia strette al corpo. In bocca, ogni passo un sussurro. Dimenticare. Dimenticare. Dimenticare.

Dimenticare.

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