GENNAIO 2011

METRORACCONTO # 10

EPIGRAFFIO

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Caro blog, ti riapro con imbarazzo, quello di chi si sente in colpa, che sa di aver mancato. Mi avvantaggerò della tua menomazione fisica che non ti consente di tenermi il muso e fingerò nonchalance nello scorrere queste pagine impolverate. Intanto sgranocchio granetti integrali e metto la trippa in pentola. Vediamo che ne esce fuori. Era bello quando ci frequentavamo, quando mi lasciavo prendere dalla curiosità di sbirciare tra i lampi di genio degli altri e mi abbandonavo al sadico gusto di imbrattarne le pagine con le mie incontenibili sciocchezze. Solo un anno fa non conoscevo questo mondo. Solo un anno fa cominciavo a sguazzarci a piene bracciate, ammaliata dal fascino della vita parallela e anonima, da conoscenze senza un volto ma già amiche di sempre. Ci sarà sicuramente qualche dotto che avrà analizzato le fenomenologia della blogghite. Già mi figuro i fiumi di inchiostro sulla solitudine dell’uomo moderno, sull’ansia di uditorio, sul desiderio di appartenenza e sulla possibilità - che la rete offre - di abbandonare le maschere o di ritagliarsene di bellissime. Forse sono stata tua, caro blog, perché mi hai ridato l’anonimato e con esso l’impudicizia della fanciullezza. A dire la verità non ho mai pensato di voler tornare bambina. Probabilmente perché odio lo zucchero filato, dolce troppo, appiccicoso troppo, senza un perchè se non dover ricorrere al dentista per le carie. Quell'odore dolce e inconfondibile, mi fa andare in botta quel profumo.. Se però solo lo sento nell'aria, non c'è effetto a cui voglia pensare nè causa che voglia conoscere. Ecco, diciamolo, se c'è una cosa che mi deprime, è l'idea di tornare bambina (com'ero io, almeno).

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O forse non ho mai desiderato la regressione perché mi ricordo poco dell’era che precede la curiosità per l’altro sesso e il romantico e pittoresco struggimento di cuore. E così, caro blog, mi hai preso alla sprovvista, mi hai ripulito delle sovrastrutture e delle croste del dover essere, e mi hai catapultata in una zona di libera espressione, dove mi si potesse riconoscere per spirito e pensiero, anziché per quartiere, auto e mestiere. Se anche i luoghi hanno importanza, forse la rete è diventata uno di questi, per abbandonare tutte le maschere che ci portiamo addosso e lasciarci davvero andare. Era da tempo che non succedeva, sarà per l'età che inesorabilmente avanza ma son tornata bambina. Ero sul divano dopo pranzo, con il pc in bilico sullo stomaco, come al solito alle prese con il sudoku difficile, quando forse per un colpo di sonno, mentre in lontananza sentivo fischiare la pentola a pressione, mi sono ritrovata a leggere battute fulminanti su siti inneggianti all’autoerotismo, a gioire di strali anticlericali lanciati da siti d’oltremare, a trastullarmi con dialetti mai dimenticati e profumi di spiagge note. E’ così che mi sono rivista con il kilt a cazzeggiare disseminando la casa di compagni sconosciuti di stupidate orfane di nome e cognome eppure piene del me più vero, più stupido appunto. Come a scuola, un attimo prima di diventare preda di un ruolo che non mi avrebbe più abbandonato, quando ancora potevo essere pura cattiveria, pura bontà e pura presa in giro. Quasi rivedevo la maestra e l'aiutante che preparava la minestra ed aveva il suo figlio Valter (senza W) con noi. Ricordo pure il diverso trattamento che era riservato a quel bambino, il nostro rispetto nel non toccarlo quando in cortile erano mazzate per tutti i più imbranati da parte dei più vivaci e nulla ci faceva presagire quello che poi sarebbe stata la nostra vita. Insomma, mi hai intrappolata caro blog. Ti ho creduto. Ho creduto pure alla tua promessa di compagnia e di spensieratezza. Come sempre succede all’inizio di ogni storia d’amore. 3

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Ora mi torna l’imbarazzo. Non sono abituata a fare dichiarazioni d’amore. Neanche a riceverne, a dire la verità. Prendo pausa in un sorso di Barolo appena sbarcato da Torino. Controllo pure la trippa in pentola: ho sempre un po' paura della pentola a pressione. Come se dentro di essa ribollisse la sarabanda delle mie pulsioni. Ne temo l'esploderne incontrollato. Passato il rossore alle gote, torniamo a noi. Ti ho amato, sì, lo confesso. E ho amato tutti quelli in qualche modo incappati in questa rete lasciata lì in uno strascico lento. Mi sono ritrovata a condividere, aspettare, sperare, ridere e storcere il naso. Ma poi, caro blog, mi hai fregata, come pure sempre succede alla fine di ogni storia d’amore. Mi hai fregata quando improvvisamente, per un momento durato mesi, la realtà e le sue trappole hanno provato a soffocarmi di difficoltà. Dov’eri quando arrancavo cercando di tener testa all’avverso? A cosa mi serviva la tua capsula di fuga quando faticavo a tenere insieme i cocci della mia efficienza? D’un tratto mi sei apparso come impegno gravoso mentre io rincorrevo i pezzi del mio dover essere che sembravano sfuggirmi per forza centrifuga. E anche in questo caso, come sempre succede alla vigilia della fine di una storia d’amore, quando la passione prende un sapore pesante di compito da assolvere, vuol dire che è tempo di fermarsi. Pausa di riflessione, la chiamano. Io che ho diviso il letto con il mito dell’affidabilità e della capacità di sorprendere facendo quadrare anche i cerchi, all’improvviso non sopportavo più il peso delle responsabilità. Avevo bisogno di fuggire. Ma non avevo nessuno che mi prendesse per mano e mi portasse via. Da sola non potevo farlo: per la prima volta in 37 anni avevo perso l’indipendenza. Forse avrei dovuto dire qualcosa anche qui, mettere un cartello per te e per i viandanti, un "Non aspettatemi". Ma avrei peccato di presunzione pensando 4

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che qualcuno potesse essere così matto da preoccuparsi di un’assenza o di aspettare un ritorno. Così ho lanciato una bomba capace di creare un vuoto. Vedevo l'esplosione della molotov che avevo lanciato. E così ne accesi un'altra. Poi un'altra ancora. E con il vuoto alle spalle, senza voltarmi, me ne sono andata, ritirandomi a sfidare in solitudine a duello quei limiti e quelle mancanze che improvvisamente mi saltavano tutte insieme alla giugulare, sghignazzando di quell’idea di solidità nella quale fino al giorno prima mi ero pasciuta. Hanno vinto loro: ho offerto loro il collo per stanchezza e ho alzato le braccia in resa, per lasciarmi andare a quello che ormai non potevo controllare. Il troppo. Ora che mi ritrovo con un quintale di problemi in più affrontati, risolti, subìti, comincio di nuovo a sentire il pizzicore dell’ossigeno. Ancora qualche giorno e ritroverò anche la mia indipendenza agognata, il mio passaporto per la fuga. Fa caldo, anche se siamo in inverno inoltrato: chissà come sarà bella la spiaggia vestita dei colori invernali. Potrei togliermi le scarpe e correre libera, i pensieri e i malesseri lasciati lontano. E ridere felice, zompettare come un grillo, canticchiare felice riappropriandomi di me stessa. Finalmente. Ora alzo lo sguardo e ti vedo. Resto ferma impietrita, consapevole di aver fatto la figura della stupida. Perché qualche matto di qui è passato, ha bussato chiedendo di me. Ed è questo l'attimo perfetto: c'è solo la gioia di rivedersi. Un blog e una donna. Non siamo nessuno e non pensiamo a poi. Non so quello che sarà adesso, ma tu non ti montare la testa. Nulla sarà più come prima. Forse ci sarà un nuovo “come”. Devo ricominciare tutto da capo. Almeno non farò gli stessi sbagli. Rido per l'ironia della vita, aspettando di conoscerne un finale. 5

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RINGRAZIAMENTI Questa volta ringrazio davvero tutti, tutti quelli che in questi mesi sono rimasti, anche solo per poco, in questa rete. Ma un grazie particolare deve andare a Gians e alla sua trippa nella mia pentola che bolliva; a Via Ombrone 18 e alla sua paura di esplodere; a patèd'animo appiccicata i batuffoli zucchero filato; all’Anomimo che riesce a ridere per l'ironia di una vita che ha sicuramente finale ma non necessariamente morale; a fracatz con quel raccomandato di Valter (senza W); a Mk con le sue immancabili spiagge che sanno riportarti alla bellezza della semplicità; a Topper che mi indica la strada per ricominciare tutto da capo; ad Aly che pensa ancora che per costruire ci sia bisogno di distruggere; a Marcoz che non ha bisogno di tornare bambino per potersi abbandonare ai piaceri dell’autoerotismo. E a quei matti di Mk, di fracatz, di Gians, di Uno, lauracanta e Marcoz che sono passati a bussare, a ricordarmi che dietro al gioco qualcosa, qualcuno, c’è.

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