Le porte del Paradiso

Arte e tecnologia bizantina
tra Italia e Mediterraneo
a cura di
Antonio Iacobini
Campisano Editore
Roma 2009
Indice
pag. 11 Premessa
Antonio Iacobini
Christoph Riedweg
15 Le porte bronzee bizantine in Italia:
arte e tecnologia nel Mediterraneo medievale
Antonio Iacobini
55 Bisanzio e le Repubbliche marinare italiane prima delle crociate
Vera von Falkenhausen
65 Réflexions sur décor et fonctions des portes monumentales
Jean-Michel Spieser
81 Le porte e gli arredi architettonici in bronzo della Santa Sofia
di Costantinopoli
Alessandra Guiglia Guidobaldi, Claudia Barsanti
125 Approvvigionamento e lavorazione delle leghe di rame
a Costantinopoli tra XI e XII secolo
Francesca Zagari
141 Bronzi e marmi: le incorniciature e la sistemazione di facciata
delle porte bizantine
Francesco Gandolfo
159 «Cum valde placuissent oculis eius...»: i battenti di Amalfi
e Montecassino
Simona Moretti
181 Le porte bizantine di Atrani e Salerno
Mauro della Valle
201 La data della porta di Amalfi
Antonio Milone
219 Il contributo del restauro alla conoscenza delle porte di bronzo
bizantine di Amalfi, Atrani e Salerno
Antonio Braca
239 Il programma iconografico della porta di S. Paolo fuori le mura
Livia Bevilacqua
261 Gli ultimi restauri alla porta di S. Paolo fuori le mura
Maurizio Sannibale
283 Le porte bizantine di Venezia: storia e restauro
Ettore Vio
301 Le porte ageminate della basilica di S. Marco a Venezia
tra storia e committenza
Andrea Paribeni
319 La porta di Monte Sant’Angelo tra storia e conservazione
Gioia Bertelli
345 L’Angelus Domini e la coronatio dei santi Cecilia e Valeriano
sulla porta di Monte Sant’Angelo
Roberta Flaminio
375 Le porte di Monte Sant’Angelo e di Canosa: tecnologie a confronto
Fabrizio Vona
Appendici
Vito Nicola Iacobellis, Osvaldo Cantore
Inez van der Werf, Maria Marmontelli, Francesca Dentamaro
Giovanni Buccolieri, Rocco Laviano
411 La passione del restauro: Sergio Angelucci
e le porte bizantine in Italia
Tuccio Sante Guido, Stefano Lanuti, Dino Pellegrino
429 La porta del mausoleo di Boemondo a Canosa
tra Oriente e Occidente
Antonio Cadei
471 Bronzi della Sicilia normanna: le porte del duomo di Monreale
Beat Brenk
491 Le “Porte d’oro” della cattedrale di Suzdal:
problemi stilistici e iconografici
Xenia Muratova
523 Le porte bizantine in Grecia
Alessandro Taddei
565 Il progetto Portae byzantinae Italiae:
documentazione grafica e database informatico
Annalisa Gobbi, Giovanni Gasbarri
Le porte bizantine in Grecia
Alessandro Taddei
Il significativo gruppo di porte bronzee realizzate negli ateliers di Costanti-
nopoli e indi giunte in Italia centro-meridionale a partire dagli anni sessanta
dell’XI secolo si rivela segno del favore crescente mostrato da una ben precisa e
nota committenza per tali manufatti dell’arte fusoria bizantina. Concentrate in
poco più di un quarantennio, da quella del duomo di Amalfi (1060) ai battenti
offerti da Leone da Molino a S. Marco di Venezia (1112), le porte bizantine d’I-
talia costituiscono un insieme uniforme e ben caratterizzato
1
.
In aree geografiche ben più vicine alla capitale dell’impero analoghi prodotti
artistici continuavano come in passato a decorare edifici ecclesiastici, dimore
laiche e palazzi. Tuttavia, il numero degli esemplari conservati nell’odierno ter-
ritorio ellenico, tutti di epoca medio e tardo bizantina, è non solo di gran lunga
inferiore al corpus italiano ed europeo in genere ma anche di più difficile collo-
cazione cronologica. Oltre a ciò, delle singole porte si ignora nella quasi totalità
dei casi la bottega creatrice, il luogo di messa in opera originaria, nonché, spes-
so, il contesto sociale e politico della committenza.
Si dovrà pertanto procedere con i pochi dati a nostra disposizione lungo un
percorso per molti versi assai discontinuo. Gli esemplari che verranno in questa
sede illustrati hanno però un comune denominatore: sono, cioè, tutti pertinen-
ti a complessi monastici. Allo stato attuale delle conoscenze, inoltre, non si regi-
stra alcun caso di provenienza da edifici di carattere laico.
I battenti qui esaminati – lignei o rivestiti in bronzo – espletano essenzial-
mente due precise funzioni: essi infatti possono essere parti costituenti di:
a) porte destinate a ingressi di katholika, cioè di chiese appartenenti a mona-
steri;
b) porte di accesso allo hieron vima, i cosiddetti vimothyra, parte integrante
della struttura del templon
2
.
I
Nel 1957 S. Pelekanidis pubblicava nelle pagine della Archeologiki Ephimeris
un corposo contributo riguardante il fino ad allora inedito vimothyron conser-
vato a Karyes, capoluogo amministrativo della Repubblica monastica del
Monte Athos. Il vimothyron (fig. 1) era forse pertinente a un parekklision posto
al piano superiore dell’edificio del Protaton
3
. Alla pubblicazione particolareg-
giata di Pelekanidis non hanno fatto seguito ulteriori studi, ma solamente alcu-
ne citazioni, soprattutto in sede di comparazione stilistica con altri oggetti
4
. Fa
eccezione la corposa scheda a cura di B. Pitarakis pubblicata recentemente nel
catalogo della esposizione delle opere d’arte del Protaton (Thessaloniki 2006),
scheda nella quale vengono formulati nuovi interrogativi sulla tecnica e sulle
componenti decorative nonché proposta una cronologia più bassa rispetto a
quella tradizionalmente accettata
5
.
La porta – che misura complessivamente m 1,36 x 0,75 e raggiunge uno spes-
sore di cm 3 – è costituita da due battenti lignei, il cui profilo superiore curvili-
neo era coronato da elementi a pomello alti cm 3 e spessi cm 1,5 (se ne conserva
uno solo, sul battente di sinistra). Ciascun battente è interamente ricoperto da
una decorazione a intarsi in osso ed è diviso in quattro quadrati sovrapposti,
disegnati da una cornice tripla composta da una fascia centrale a girali di tralci
ondulati e da bordure laterali. Queste, una volta giunte a metà del lato di cia-
scuno dei riquadri, si intrecciano formando clipei circolari, al cui interno dove-
vano probabilmente trovare posto elementi decorativi, oggi scomparsi. Lungo
il profilo curvilineo sommitale del registro superiore si trova una ulteriore
fascia lineare, decorata da girali ospitanti rosette.
La decorazione dei diversi riquadri è simmetrica da un battente all’altro e
ogni registro presenta un modulo differente. I due riquadri del registro supe-
riore – in realtà ritagliati a quarto di cerchio data la forma del battente – recano
un campo decorato da quadratini delineati da listarelle. Una larga cornice a for-
melle rettangolari di avorio, caratterizzata da un motivo a doppio tralcio ondu-
lato con grappoli e foglie alternati entro girali, va a inquadrare lo spazio desti-
nato ad accogliere, con ogni probabilità, una formella figurata, anch’essa di
forma rettangolare, oggi perduta in entrambi i battenti.
La ricostruzione ipotizzata da Pelekanidis prevedeva che nelle due formelle
del registro superiore fosse rappresentata l’Annunciazione della Vergine (Evan-
gelismos); di conseguenza, la formella di sinistra avrebbe recato l’immagine del-
l’arcangelo Gabriele e quella di destra la Theotokos.
Nel registro sottostante la decorazione del campo è affidata a uno schema
analogo a quello già visto nel registro superiore. La cornice delle formelle figu-
rate rettangolari, dato il maggiore spazio a disposizione, è più elaborata. Si può
notare la stessa decorazione con tralcio a girali ospitanti rosette che caratterizza
la fascia decorativa alla sommità dei battenti. In aggiunta, su ciascun lato della
cornice si affianca un elemento a semicerchio decorato da un clipeo con roset-
ta e da una fascia di fogliette appuntite poste a raggiera lungo il lato curvilineo.
In questo registro – nel battente di sinistra – si trova l’unica formella iconica
rimasta. Essa raffigura san Giovanni Crisostomo, identificato dall’epigrafe: `O
¯A[γιος] 'Iω[α

ννης] `O Χρ[υσο

στοµος]. La figura è ritratta in posizione fron-
tale, con aureola semplice e volto allungato e barbato. Gli elementi somatici –
nota Pelekanidis – sono in qualche modo enfatizzati, resi con accentuato grafi-
smo. La presenza del Crisostomo in questa posizione ha portato Pelekanidis
alla conclusione che le quattro formelle dei due registri centrali del vimothyron
524 ALESSANDRO TADDEI
dovessero recare le raffigurazioni dei più importanti fra gli hierarches, vale a
dire, oltre al Crisostomo, Basilio di Cesarea, Gregorio il Teologo e Atanasio di
Alessandria, o, forse, Nicola
6
.
Nel campo del terzo registro, placchette romboidali sono disposte a gruppi
di quattro, formando piccoli quadrifogli. Le cornici per le formelle sono
sostanzialmente identiche a quelle con rose entro girali del secondo registro. A
metà di ciascun lato della cornice si diparte ortogonalmente una fascia della
medesima larghezza, la quale va a raggiungere la tripla cornice esterna del bat-
tente, lì dove essa forma i clipei. La decorazione di queste fasce ortogonali è
identica a quella della incorniciatura della formella. Nel battente di sinistra,
però, le due fasce che si dipartono dai lati superiore e inferiore dell’incornicia-
tura della formella presentano un motivo differente: un tralcio vegetale nella
fascetta superiore e una borchietta quadrata con sedici puntini in quella infe-
riore. L’incongruenza può forse essere spiegata con un risarcimento, in antico,
di due elementi danneggiati o mancanti con pezzi in soprannumero resisi
disponibili ma destinati ad altro manufatto
7
.
Il campo a quadrifogli si ritrova anche nel quarto ed ultimo registro, quello
inferiore; da notare, però, che quasi tutto lo spazio del campo è occupato da
una cornice a fasce piuttosto elaborata, la quale dà origine a una ripartizione in
quadrati, destinata ad accogliere, in ciascun battente, quattro formelle aniconi-
che. La fascia esterna, più sottile, reca inciso un motivo a cerchietti colorati; le
due fasce ortogonali interne, più larghe, fungono da divisorio per le otto for-
melle e sono arricchite da un motivo a coppie di cornucopie simmetriche dalla
cui imboccatura fuoriescono due piccioli che reggono un grappolo centrale;
alla base delle cornucopie si trovano foglie (nelle bande verticali) o grappoli (in
quelle orizzontali).
Delle otto formelle sopravvive per intero solo quella in basso a destra nel
battente di destra. Anche qui compare la parte sommitale di una coppia di
cornucopie con caule baccellato e bocca decorata da una fila di perline entro
due listarelle. Due foglie stilizzate a quattro lobi paralleli fuoriescono dai cali-
ci. Altre due foglie, con i lobi ripiegati verso il basso, riempiono gli spazi di
risulta negli angoli in basso. Al centro, fra i due calici, si diparte uno stelo che
sorregge un grappolo di uva. Nello stesso battente, della formella in alto a sini-
stra rimane solo un frammento di difficile lettura. Il frammento della prima
formella in alto a sinistra nel battente di sinistra lascia invece scorgere parte
delle ali, la coda e la zampa di un uccello che ghermisce una preda, forse un
altro volatile.
I motivi decorativi adoperati nelle cornici e nelle campiture dei registri del
vimothyron di Karyes conoscono una straordinaria diffusione nell’ambito della
produzione di avori di origine costantinopolitana. Pelekanidis riconduceva
alcuni di essi all’atmosfera stilistica del X-XI secolo, apparentandoli con il grup-
po di manufatti costantinopolitani che A. Goldschmidt aveva denominato
“antikisierenden Kästen”
8
. Più di recente si è parlato anche – e con maggiore
puntualità – di cofanetti a rosette (“rosette caskets”). In tale categoria di ogget-
ti, esemplata dal ben noto Cofanetto di Veroli (Londra, Victoria and Albert
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 525
Museum nr. 216-1865), il motivo a rosette entro girali è estremamente frequente,
quasi invasivo
9
. Pelekanidis concentra l’attenzione sulla variante a rosette alter-
nate di due tipi, l’uno a petali morbidi, l’altro più cristallizzato, quasi una stella
a sei punte; fra gli esempi portati dallo studioso, certamente il cofanetto con
storie di Adamo ed Eva di Darmstadt (Hessisches Landesmuseum nr. Kg.
54:219) è il più calzante
10
.
Lo stesso motivo presente nell’avorio di Darmstadt compare anche sul
coperchio del coevo cofanetto con scene della Genesi dall’Ermitage di San Pie-
troburgo
11
. In ogni caso, non va trascurato il fatto che una comparazione con il
cofanetto di Darmstadt, al di là delle varianti nei motivi decorativi, potrebbe
dare un’idea del repertorio da cui furono mutuati taluni elementi poi impiegati
in forma più semplificata a Karyes
12
. In una placca eburnea con animali fanta-
stici attribuita al X secolo, proveniente dalla ex-collezione Stroganoff e passata
in collezione privata a New York, Pelekanidis trova invece il confronto per la
decorazione a doppio tralcio ondulato della cornice dei due pannelli del regi-
stro superiore e per la figura frammentaria di uccello con preda della formella
del battente sinistro di Karyes
13
.
Nell’ambito dei raffronti proposti dalla critica per il pannello con Giovanni
Crisostomo vale la pena ricordare la valva di trittico con imperatore (probabil-
mente Costantino il Grande) del Dumbarton Oaks (nr. 47.11), attribuita alla
metà del secolo X
14
, nonché l’ancor più nota placca con l’incoronazione di
Costantino VII (945-959) del Museo Pusˇkin di Mosca (II 2 b 329)
15
e il pannello
con san Giovanni Prodromos di Liverpool (Free Public Museum, Mayer Coll.
nr. 28), attribuito da A. Cutler agli anni intorno al 960
16
.
In qualche maniera, però, le ultime tre opere citate, indubbiamente di qua-
lità superiore rispetto al pannello di Karyes, appartengono a contesti altri, in
particolar modo a trittici, destinati alla fruizione da parte di una élite urbana
abituata a un repertorio profano e classicheggiante o – se vogliamo – arcaizzan-
te, che per certi versi riesce anche a permeare le raffigurazioni di carattere reli-
gioso. L’ambiente da cui proveniva la committenza del pannello dell’Athos
doveva essere leggermente differente, se non altro più incline a un gusto altret-
tanto raffinato ma di maggiore immediatezza, quale quello che in parte denota
il cofanetto con Deisis, apostoli e santi della collezione del Dumbarton Oaks
(nr. 47.9), attribuito al 950-1000. Qui si coglie la rigida e leggermente schemati-
ca collocazione delle diverse figure sacre entro pannelli incorniciati da fasce in
cui si gioca con le varianti tipologiche delle rosette entro girali, ma si percepi-
scono anche una forte ovalizzazione dei volti e delle aureole insieme al tratta-
mento impressionistico dei tratti somatici, elementi che in qualche modo
richiamano l’atmosfera del pannello con il Crisostomo del battente sinistro di
Karyes
17
.
La conclusione cui perveniva Pelekanidis sulla base delle sue considerazioni
era che il vimothyron della basilica del Protaton di Karyes fosse opera costanti-
nopolitana della seconda metà del X secolo. Il medesimo ricorso al raffronto
con gli avori, tanto per i pannelli decorativi non iconici quanto per l’immagine
del Crisostomo ha condotto di recente Brigitte Pitarakis a optare per una pro-
526 ALESSANDRO TADDEI
posta di datazione del vimothyron al XII secolo, senza tuttavia escludere del
tutto una cronologia più alta
18
.
II
Sempre alla seconda metà del X secolo o, comunque, a data anteriore alla
fine dell’XI, Pelekanidis attribuiva un altro vimothyron athonita, quello appar-
tenente al monastero di Hilandar, ricordato brevemente da S. Radojcˇic´ nel suo
studio sul patrimonio del monastero, apparso nel 1955. Esso fu poi pubblicato
approfonditamente da Verena Han nel 1956. Radojcˇic´ e la Han collocarono il
manufatto, sulla base delle loro osservazioni stilistiche, in un ambito compreso
fra la seconda metà del XII e il XIV secolo
19
. I contributi più recenti sui due bat-
tenti intarsiati di Hilandar, pur nella loro brevità, ne spostano la realizzazione a
data anteriore: il volume dedicato al monastero da D. Bogdanovic´ li fa risalire a
prima del 1200. P. Mylonas, sposando le considerazioni stilistiche di Pelekanidis
e della Loverdou-Tsigarida sull’esemplare conservato al Protaton, ne anticipa
ulteriormente la datazione al periodo della prima fondazione del monastero,
ovvero agli ultimi decenni del X secolo
20
.
Di forma analoga a quello del Protaton, il vimothyron di Hilandar (fig. 2) è di
dimensioni leggermente più ridotte (1,25 x 0,75)
21
e si trova in uno stato di con-
servazione alquanto più precario. Consta di due battenti a coronamento curvili-
neo ripartiti ciascuno in tre registri sovrapposti, i due inferiori di forma rettan-
golare, quello superiore a quarto di cerchio. Dal punto di vista degli elementi
costitutivi della decorazione sono evidenti le assonanze con il vimothyron del
Protaton: anche qui una cornice tripartita con fascia centrale a tralcio e fasce
laterali a file di quadratini posti sulla diagonale suddivide i battenti in pannelli
rettangolari. Le due fasce laterali di tale cornice si intrecciano, come accadeva a
Karyes, per formare clipei a metà dei lati di ogni riquadro. Lungo il profilo cur-
vilineo sommitale doveva essere presente una ulteriore fascia in avorio a tralcio
con girali caricati da rosette (ne rimane il tratto iniziale sul battente destro)
mentre non si scorge traccia alcuna dei pomelli posti lungo il coronamento.
Una differenza percepibile rispetto ai battenti del Protaton – oltre al numero
dei riquadri, pari a sei contro gli otto di Karyes – è costituita dalla fascia oriz-
zontale in avorio, anch’essa decorata a rosette entro girali, che contribuisce a
creare una separazione più netta tra il registro superiore e quello mediano. La
campitura dei due quarti di cerchio del registro superiore è affidata, come nel-
l’altro vimothyron, a un ordito a quadratini disegnati da listarelle sottili e ospi-
tanti gruppi di cinque placchette quadrate disposte a quinconce. I due riquadri
rettangolari del registro sottostante recano lo stesso tipo decorativo, salvo la
presenza di quattro – e non cinque – placchette in ogni gruppo. Il registro infe-
riore è caratterizzato da placchette romboidali su file diagonali, formanti picco-
li quadrifogli.
Ognuno dei sei riquadri ospitava inoltre un pannello iconico rettangolare,
inquadrato da una cornice d’avorio a fascia decorata da rosette entro girali.
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 527
Tutte le cornici sono lineari e non presentano quella varietà di motivi vista nel
vimothyron di Karyes. Dei pannelli iconici non rimane alcuna traccia. In via di
ipotesi, è stato affermato che nei due pannelli del registro superiore potessero
comparire i profeti Davide e Salomone, nel registro mediano l’arcangelo
Gabriele e la Theotokos dello Evangelismos, nei due riquadri inferiori due hie-
rarches, forse Basilio di Cesarea e Giovanni Crisostomo
22
.
La semplice osservazione dei due manufatti non può che condurre alla con-
clusione che essi furono realizzati da una medesima bottega e che tale bottega,
come affermano sia Pelekanidis sia la Loverdou-Tsigarida nel caso di Karyes è
forse da collocare a Costantinopoli. Ma l’unicità formale dei due vimothyra, per
i quali non si conosce a tutt’oggi alcun possibile raffronto crea numerosi inter-
rogativi.
Innanzitutto quale fu la tecnica usata per la campitura dei diversi riquadri,
così come per la decorazione delle cornici verticali e orizzontali dei due batten-
ti, tecnica che presenta problemi di contestualizzazione sostanziali.
In mancanza di termini di paragone cronologicamente o geograficamente
affini, la tentazione è quella di ricorrere all’Egitto, in particolare alle monumen-
tali porte della chiesa della Vergine (al-‘Adhra’) nel cosiddetto Monastero dei
Siriani (Deir Suriani) nel Wa¯dı¯ Natru¯ n. Le porte in mogano della chiesa di al-
‘Adhra’ sono due, la più antica collocata come schermo del vano centrale del
presbiterio (hai’kal), la più recente posta a proteggere il varco di passaggio tra la
navata e il khu¯rus
.
, spazio che impropriamente potremmo definire come una
sorta di transetto. Entrambe le porte si devono alla committenza dell’abate
Mosè di Nisibi e presentano grandi affinità strutturali e stilistiche. Sono caratte-
rizzate da intarsi in avorio e ben datate entro la prima metà del X secolo grazie
alle iscrizioni presenti sulla loro incorniciatura. All’interno dei pannelli che
decorano i battenti si dispiega un ricco campionario di motivi geometrici di
campitura tratti da un repertorio decorativo largamente diffuso e codificato fin
dall’epoca tardoantica, imprescindibile punto di riferimento stilistico e tematico
per le arti suntuarie delle epoche successive. A ciò si aggiunga l’inserimento nel
registro superiore di formelle rettangolari con figure di Persone divine e santi
accompagnate da ornamentazioni vegetali stilizzate. Tali immagini di piccole
dimensioni, collocate come su di un’iconostasi, costituiscono un antecedente
tipologico e funzionale anche per i vimothyra del Protaton e di Hilandar
23
.
Dal punto di vista tecnico un fatto è certo: la presenza di osso – oltre all’avo-
rio – fu sottolineata da Cutler sia a proposito delle cornici decorative del cofa-
netto costantinopolitano con guerrieri, figure dionisiache e animali (Dumbar-
ton Oaks nr. 53.1), della seconda metà del X o dell’inizio dell’XI secolo sia di
quelle dei vimothyra del Protaton e di Hilandar nonché della più tarda porta
lignea della Olympiotissa di Elassona in Tessaglia (v. più avanti), postulando
appunto un legame preciso fra la realizzazione seriale dei “rosette caskets” e
quella delle porte intarsiate
24
. Per altro verso, però, la campitura cosiddetta a
marqueterie delle superfici dei battenti ha ricevuto minore attenzione. La sua
analisi non conduce solamente entro il campo minato delle produzioni seriali,
in cui elementi decorativi di tipo modulare venivano applicati secondo schemi
528 ALESSANDRO TADDEI
abbastanza cristallizzati e destinati a durare nel tempo, ma anche a orientarsi
verso oggetti caratterizzati da una tecnica assai più nota per l’età moderna che
per le epoche anteriori. Nelle province europee dell’impero ottomano i manu-
fatti lignei a intarsi minuti in osso e a marqueterie hanno infatti conosciuto fino
a epoche relativamente recenti una enorme diffusione nell’ambito del mobilio
liturgico. Come ebbe a riconoscere Pelekanidis, la maggior parte di questi
oggetti rimane sostanzialmente inedita e si può dire che la situazione, a tutt’og-
gi, non sia di molto mutata, sebbene numerosi siano gli esempi censiti nei
monasteri dell’Athos
25
.
Altro è il problema riguardante la datazione dei due vimothyra dell’Athos.
La cronologia relativa è senz’altro più sicura, al momento in cui si accetti la evi-
dente analogia fra i due manufatti, la loro realizzazione a breve distanza tempo-
rale l’uno dall’altro o, se non altro, la dipendenza da un prototipo comune. Il
vimothyron di Karyes rappresenterebbe, a questo punto, la variante più com-
plessa di un disegno base applicato in maniera più diretta nel caso di Hilandar.
Qualora si tenga in conto che non vi è ragione di credere che le fasce in avorio
e i pannelli figurati siano pezzi di riuso, bisognerebbe pertanto propendere per
una collocazione cronologica assoluta di entrambi in un intervallo di tempo
compreso fra la seconda metà del X e l’XI secolo.
III
Curiosamente trascurata dalla critica è la significativa porta lignea con rive-
stimento in lamina bronzea decorata a sbalzo appartenente al katholikon della
Megisti Lavra, sempre nella Repubblica dell’Athos. Essa si trova tuttora in
opera nel varco tra la liti e la navata centrale della chiesa. Ciascun battente
misura 0,945 x 2,84 m di altezza (fig. 3).
Oggetto di numerose citazioni sbrigative, la porta della Megisti Lavra fu
presa in esame in maniera approfondita da C. Bouras nel suo studio sulle porte
e le finestre nell’architettura bizantina, risalente al 1964
26
. Le menzioni successi-
ve rivestivano nuovamente carattere episodico. Una prima analisi del modulo
decorativo a croce foliata presente sui battenti è reperibile, a fini di compara-
zione con altri oggetti da esso caratterizzati, nell’articolo di J. Flemming dedica-
to a tale iconografia e apparso nel 1969
27
. Del 1973 è invece la prima pubblicazio-
ne di fotografie del manufatto, contenute all’interno del contributo di M. Engli-
sh Frazer sulle porte bronzee bizantine in territorio italiano
28
. C. Bouras tornò
sull’argomento con un corposo articolo pubblicato nel 1975, il quale costituisce,
a tutt’oggi, lo strumento più completo per la conoscenza della porta insieme al
primo tentativo di una datazione assoluta, condotto tramite una contestualizza-
zione entro l’edificio di pertinenza, ovvero il katholikon del monastero
29
.
La struttura lignea di supporto dei battenti raggiunge i 6 cm di spessore ed è
costituita da montanti e da traverse tenuti insieme da mortase. Le traverse
poste fra i montanti sono di altezza variabile e gli spazi fra l’una e l’altra traver-
sa sono riempiti da gruppi di due o tre tavole lignee indipendenti dalla struttu-
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 529
ra portante. Sulla faccia esterna ogni battente viene detto essere rivestito in
bronzo ma l’esatta natura della lega non è mai stata stabilita
30
.
La porta è ripartita in otto pannelli quadrati su quattro registri sovrapposti.
La struttura a montanti e traverse del telaio è ricalcata, nella decorazione, dalla
cornice che separa i diversi pannelli. Tale cornice è profilata esternamente da
un listello ad astragalo in bronzo fuso che corre lungo il margine del battente.
Essa presenta un motivo decorativo a girali contigui formati da caulicoli e
includenti foglie di vite alternate a complessi anthemia. Chiodi a larga testa (cm
5,8), in numero di tre per ogni traversa assicurano la cornice al supporto ligneo;
fanno eccezione le due traverse mediane, nelle quali il chiodo adiacente alla
linea di giunzione dei battenti viene sostituito da una maniglia ad anello (diam.
cm 9,4) retta da una protome leonina in bronzo fuso, montata su di un disco
circolare (diam. cm 10,8) decorato a foglie trifide stilizzate (fig. 4). Il listello di
copertura della giunzione è applicato sul battente di sinistra ed è decorato da
un tralcio con appendici foliate e palmette. Sulla placchetta posta in corrispon-
denza delle due maniglie trova posto una croce ornata di gemme.
Il piano degli otto pannelli rientra di circa 3 cm rispetto a quello della corni-
ce. I pannelli sono costituiti da lamine spesse all’incirca mezzo millimetro lavo-
rate a sbalzo, fatto che rappresenta un caso unico fra le porte bizantine conser-
vatesi fino a oggi
31
. Ciascuno dei pannelli è inquadrato da una cornice a sguincio
costituita da due listelli ad astragalo includenti fra loro una sottile fascia a pal-
mette e fiori di loto. Il pannello vero e proprio comprende una bordura forma-
ta da una fascia decorata da trecce a tre capi, una listarella di profilatura interna
a rocchetti e un campo centrale. I quattro pannelli dei due registri superiori
recano un motivo a croci gemmate e foliate; i quattro dei due registri inferiori
sono caratterizzati da rosette a dodici petali, eseguite a bassorilievo (figg. 5-6).
Per quanto concerne l’analisi particolareggiata dei diversi motivi stilistici
adoperati nei pannelli e nelle cornici della porta non si può non rimandare all’e-
same approfondito condotto da Bouras
32
. Sia consentito tuttavia di aggiungere
una brevissima considerazione sui due motivi che caratterizzano i pannelli.
Come si è visto, J. Flemming aveva sottolineato le analogie tra le croci foliate
dei pannelli della porta e quella che decora il verso del reliquiario argenteo
della Vera Croce di Limburg an der Lahn (Diözesanmuseum), dovuta proba-
bilmente a committenza imperiale e collocabile in data posteriore alla fine degli
anni ’60 del X secolo
33
. C. Bouras si soffermava peraltro a rilevare la maggiore
morbidezza del disegno nel caso di Limburg ma, al tempo stesso, la buona qua-
lità formale dei pannelli dell’Athos. Il gusto classicheggiante della croce foliata
del reliquiario di Limburg scemava nei battenti della Lavra, al fine di dare spa-
zio a una maggiore apparenza di compostezza, segno di un adattamento delibe-
rato di forme antiche al gusto contemporaneo
34
. Fra gli altri raffronti portati da
Bouras, tuttavia, quello che colpisce veramente per le analogie nell’impianto –
soprattutto per la cornice a tralcio vegetale con girali contigui e anthemia – è
costituito dalla decorazione del verso della stauroteca della Procuratoria di S.
Marco a Venezia (Santuario 75). La minore enfasi posta da Bouras su questo
confronto era ben giustificata dall’incertezza della datazione di questo reliquia-
530 ALESSANDRO TADDEI
rio costantinopolitano, attribuito da Frolow al XIII secolo come imitazione di
opera anteriore; in tempi più recenti, tuttavia, J.C. Anderson ha assegnato la
stauroteca di S. Marco a data ben più alta, in anni compresi fra la fine del X e l’i-
nizio dell’XI secolo
35
.
Le croci foliate destinate a decorare formelle di battenti non possono non far
pensare ancora una volta ai numerosi esempi bronzei italiani, tra cui Amalfi,
Atrani, Salerno e Venezia, ben datati fra il 1060 e la prima metà del XII secolo e
ovviamente tributari di modelli anteriori
36
. Ma queste croci si trovano anche nei
pannelli lignei a intarsi della già citata porta di accesso allo hai’kal della chiesa
del Deir Suriani, precisamente nel quarto registro a partire dall’alto. Alla base
di queste croci si diparte una coppia di foglie d’acanto simmetriche, fortemen-
te stilizzate e con robuste nervature il cui andamento è tale da fare assumere al
complesso una marcata forma a lira
37
. Elemento peculiare delle croci foliate del
Wa¯dı¯ Natru¯ n è l’essere racchiuse entro eleganti quadrilobi, i cui spigoli interni
possiedono terminazioni a trifoglio.
Il motivo del pentaomphalon dei quattro pannelli dei registri inferiori forniva
l’occasione a Bouras per introdurre una riflessione sulla diffusione di questo
schema nell’ambito della scultura mediobizantina, con particolare riferimento
ai plutei decorati del katholikon e della chiesa della Panagia del monastero di
Hosios Loukas, ma in realtà aprendo un discorso di vasta portata che abbraccia
Costantinopoli e tutti i territori da essa influenzati tra la fine del X e l’inizio del-
l’XI secolo
38
. Ove poi si presti attenzione alla compresenza del pentaomphalon e
della rosetta iscritta (con numero di petali variabile da un caso all’altro), già la
scultura architettonica delle fondazioni athonite più antiche (Megisti Lavra,
Vatopedi, Xiropotamou, Dochiariou, Iviron) offre innumerevoli esempi. Sareb-
be sufficiente citare i plutei del templon della basilica del Protaton di Karyes
(seconda metà X sec.)
39
e la numerosa serie di plutei opistoglifi in opera nel
katholikon di Vatopedi nelle finestre delle due nicchie, nord e sud, del naos
40
.
Se, da un lato, l’origine costantinopolitana della porta della Megisti Lavra
non sembra essere messa in discussione data la difficoltà di realizzare un manu-
fatto di questa portata all’interno delle botteghe monastiche
41
, dall’altro le
discordanti datazioni – al XIV sec. secondo M. Restle, al XII per D. Talbot Rice e
all’inizio dell’XI per la English Frazer – sono il segno evidente di una conoscen-
za del manufatto che si è mantenuta relativamente superficiale. C. Bouras pro-
pone invece una precisazione cronologica che di per se stessa postula una per-
tinenza ab origine della porta all’edificio in cui essa è in opera attualmente: sul-
l’architrave marmoreo è d’altronde ancora leggibile un monogramma fino a
oggi attribuito al Niceforo patrikios e protos epi tou kanikliou che sant’Atanasio
Athonita aveva scelto come patrono della comunità athonita presso la corte di
Costantinopoli e che, con tutta probabilità, coprì una parte delle spese per l’e-
rezione del katholikon. La costruzione dell’edificio è infatti sicuramente in rela-
zione con la morte di Atanasio, che la critica colloca nel luglio 1002. Qualora
effettivamente i battenti appartengano all’edificio originario, si deve pensare
che essi siano stati realizzati nell’ambito del primo decennio dell’XI secolo,
allorché fu probabilmente completato il katholikon stesso
42
.
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 531
IV
Una misconosciuta porta lignea a due battenti intagliati assicura la comuni-
cazione tra il nartece e la navata del katholikon del monastero della Panagia
Mavriotissa a Kastorià, nella Macedonia greca (fig. 8). Secondo la tesi maggior-
mente accreditata, in effetti basata su di una semplice tradizione
43
, il monastero
sarebbe stato fondato con il nome di Panagia Mesonisiotissa al tempo di Ales-
sio I Comneno (1081-1118) nel luogo ove si accampò nel 1083 l’esercito bizantino
che liberò Kastorià dall’occupazione normanna. Tuttavia, la fase originaria
della chiesa sembrerebbe in realtà essere più antica, forse compresa entro l’XI
secolo ma, in ogni caso, successiva alla riconquista bizantina della città da parte
di Basilio II, nel 1018
44
.
Il katholikon del monastero è un edificio a navata semplice rettangolare con
ampio nartece avente funzione di liti. I muri nord-est, sud-est e sud-ovest del
naos nonché quello sud-est della liti appartengono alla fase originaria mentre il
resto dell’edificio è da ricondurre a rimaneggiamenti anteriori al 1265, dunque
nel periodo di massima fioritura del monastero, nella seconda metà del XIII
secolo. L’appellativo attuale di Mavriotissa è attestato a partire dal XVII secolo
quale nome derivato dal vicino villaggio di Mavrovo
45
.
L’incorniciatura della porta, ancora in situ, è estremamente sobria
46
. È for-
mata da tre tavole, due montanti verticali e un architrave orizzontale di corona-
mento. Tutte e tre le tavole sono animate da due modanature lineari verso l’in-
terno della porta e da una fascia esterna decorata da cerchi intersecanti e for-
manti quadrati a lati concavi con iscritto un piccolo elemento circolare.
Semplicissima è anche l’articolazione dei battenti. Gli elementi lignei inta-
gliati sono applicati al di sopra di un telaio liscio e privo di decorazione tramite
chiodi a testa larga. Ogni battente possiede innanzitutto una incorniciatura for-
mata da una fascia intagliata a motivo geometrico-vegetale che corre lungo i
margini del battente stesso ed è fissata con chiodi. Gli angoli interni di tale cor-
nice sono rinforzati da tasselli triangolari animati dalla medesima decorazione,
in realtà privi di alcuna funzione strutturale. Una fascia intagliata, in tutto e per
tutto identica a quella ora esaminata, forma il contorno delle due grandi croci a
doppio braccio trasversale impostate su due scalini. Le due croci occupano l’in-
tera superficie dei due battenti. All’incrocio dei bracci delle due croci si trova-
no tasselli triangolari identici a quelli visti negli angoli della cornice esterna.
Chiodi a testa larga assicurano anche queste fasce decorate al telaio retrostante.
Negli spazi liberi tra le croci e le cornici esterne trovano posto dodici formelle
quadrate poste sulla diagonale e inchiodate al telaio, con decorazione simmetri-
ca da un battente all’altro. Dall’alto verso il basso, la prima coppia reca una
croce greca con estremità patenti iscritta entro un clipeo disegnato da una serie
di puntini; la seconda coppia un fiore a dodici petali iscritto entro un clipeo
analogo; la terza coppia ha invece il solito clipeo riempito da un motivo a giran-
dola. Delle dodici formelle quadrate, dieci sopravvivono in stato più o meno
buono di conservazione; nel registro mediano del battente di destra l’una (a
sinistra) ci è giunta solo per metà, mentre quella di destra è andata perduta.
532 ALESSANDRO TADDEI
La decorazione dei battenti, sebbene di austera semplicità e dominata da una
rigida assenza di immagini, presenta un notevole interesse iconografico nonché
una più che chiara valenza simbolica. È evidente, inoltre, che ci si trova di fron-
te a uno dei casi in cui la croce, non racchiusa entro una formella, ma occupan-
te l’intero prospetto, diviene registro decorativo unico ed esclusivo del batten-
te, secondo il modello applicato nelle due porte bronzee giustinianee dell’exo-
nartece della Santa Sofia di Costantinopoli
47
. Croci ageminate del tipo a doppio
braccio trasversale entro arcate compaiono invece in due formelle del primo
registro dall’alto della porta sud dell’atrio di S. Marco a Venezia, detta di S.
Clemente, realizzata a Costantinopoli attorno al 1080 e messa in opera a spese
di un anonimo donatore
48
.
Non si deve trascurare, tuttavia, la presenza di croci a doppio braccio nella
scultura in funzione liturgica dell’XI secolo. Solo per citare alcuni esempi di
sicura provenienza ellenica, ricordiamo due plutei ateniesi pertinenti a uno
stesso contesto ecclesiale e oggi conservati nel Museo Bizantino della città,
l’uno (BM nr. 431 T 293A) con elaborata croce affiancata da due pavoni, formata
da un nastro intrecciato e incorniciata da un’arcata animata a sua volta da un
motivo a treccia, l’altro (BM nr. 432 T 293B) con croce formata da una treccia a
tre capi, affiancata da rosette e due aquile raffigurate entro clipei
49
; a essi si
aggiunga l’elegante croce a doppio braccio su tre scalini, foliata, posta al di
sotto di un’arcata, scolpita su un pluteo dei secoli X-XI appartenente alla Moni
Vlatadon di Tessalonica e conservato nel monastero stesso (nr. MB 92)
50
.
Le valenze attribuite alla croce a doppio braccio costituiscono innanzitutto il
prodotto della fusione tra il simbolo della Stavrosis e quello della Anastasis,
momenti salienti del ciclo della morte e resurrezione del Cristo. Ma croci di
questo tipo sono parimenti caratteristiche dell’iconografia mediobizantina dei
santi Costantino ed Elena nella loro veste di testimoni della realtà storica della
redenzione
51
. Non a caso, la croce a doppio braccio, legata fra l’altro alle cele-
brazioni liturgiche del 14 settembre (l’invenzione della croce) si ritrova varia-
mente impiegata in arredi liturgici e in numerosi reliquiari
52
. Fra quelli mag-
giormente famosi, ricordiamo la già citata stauroteca di Limburg e il reliquiario
conservato a Esztergom, in Ungheria (tesoro della cattedrale, nr. 64.3.1), crono-
logicamente posteriore al 1150, in cui le figure di Costantino ed Elena occupano
il registro principale ai due lati della croce mentre nelle due scene sottostanti si
possono riconoscere il Cristo condotto al Golgota (Christos elkomenos) e la
Apokathilosis (la Deposizione)
53
.
Altri contesti molto interessanti in tal senso sono rappresentati da alcuni dit-
tici o trittici eburnei con scene di argomento cristologico, per esempio il tritti-
co con Crocifissione di Berlino (Staatliche Museen nr. inv. 1578) ove, nella valva
sinistra, il registro inferiore è occupato dalla raffigurazione di Costantino ed
Elena reggenti una croce del tipo a due bracci trasversali
54
. Alla Crocifissione di
Berlino aggiungerei due altre valve in avorio, oggi separate fra Hannover (Kest-
ner Museum) e Dresda (Grünes Gewölbe) ma sicuramente facenti parte in
antico di un unico dittico databile secondo Cutler entro il quinquennio 945-
949
55
. In entrambe le scene sovrapposte di Stavrosis e Apokathilosis (Crocefis-
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 533
sione e Deposizione) della valva di Hannover la croce reca un grande cartiglio
a forma di tabula ansata, le cui dimensioni fanno quasi pensare a un raddoppia-
mento dei bracci. Nella valva di destra si trovano invece le due scene sovrappo-
ste del Cherete (il saluto del Cristo alle Marie) e della Anastasis. In entrambe le
valve fa da riscontro, al verso, una grande croce trionfale con estremità patenti
e gemmate, arricchita da rosette alle estremità dei bracci e alla base. Una gran-
de e semplice croce trionfale innalzata su cinque scalini domina il verso della
valva di trittico con figura dell’imperatore Costantino del Dumbarton Oaks (nr.
47.11; sec. X), già citata a proposito del vimothyron di Karyes (v. sopra). A que-
sta valva, probabilmente parte di un originario trittico con Crocifissione, dove-
va contrapporsi, a destra della placca centrale, la raffigurazione di sant’Elena.
L’enfatizzazione del cartiglio della croce si apprezza anche nel trittico con Cro-
cifissione e santi di Parigi (Bibliothèque Nationale, Cabinet des Médailles, nr.
4651), nel quale compaiono una volta di più Costantino ed Elena, questa volta
inseriti direttamente nella scena, ai piedi della croce
56
.
Si potrebbe in qualche modo dedurre una certa analogia tra la decorazione
del verso degli avori di Dresda, Hannover e Dumbarton Oaks e la funzione
espletata dalle grandi croci dei due battenti di Kastorià, ove si intendano questi
ultimi come grandi valve di un dittico
57
. Il secondo elemento da tenere in debi-
ta considerazione è la situazione, si potrebbe dire “topografica”, della porta. Il
muro orientale del nartece, ove si trova in opera la porta, fu affrescato proba-
bilmente entro la prima metà del XII secolo con la vasta rappresentazione della
seconda Parousia del Cristo
58
. Immediatamente al di sopra della porta, la scena
della Etimasia con i due angeli che agitano i turiboli ha il suo fulcro in una gran-
de croce gemmata lineare con alla base il libro e la colomba; da notare che il
cartiglio della croce, per quanto di ridotte dimensioni, è decorato alla medesi-
ma stregua dei bracci, sì da costituire un tutt’uno con il corpo stesso della
croce. Subito al di sotto della grande Parousia, a sinistra e a destra della porta,
due pannelli separati dalla scena soprastante per mezzo di una fascia rossa rap-
presentano, rispettivamente, il battesimo del Cristo (destra) e i santi Costantino
ed Elena (sinistra). Quest’ultimo pannello si è conservato solo in parte: riman-
gono l’aureola di Elena, la figura di Costantino fino al busto e parte della croce,
che l’imperatore isapostolos regge con la mano destra
59
. Sebbene non si possa
postulare con sufficiente sicurezza la contemporaneità fra l’affresco del giudi-
zio finale e i due pannelli sottostanti che affiancano la porta
60
, sembra lecito
osservare come il simbolo della croce connoti profondamente e insistentemen-
te tutta la parete dove si trova la porta e come quest’ultima, con la sua decora-
zione aniconica ma di immediata espressività, sia parte integrante di un conte-
sto caratterizzato da notevole uniformità semantica.
La decorazione dei battenti sembra parlare a favore del fatto che la porta fu
espressamente creata per il katholikon della Mavriotissa, sia che essa apparten-
ga alla fase iniziale dell’edificio (XI-XII secolo) sia che essa faccia parte di uno
dei successivi interventi di rimaneggiamento
61
.
534 ALESSANDRO TADDEI
V
Una porta in legno di noce sopravviveva fino alla Seconda Guerra Mondiale
nel varco di comunicazione fra il nartece interno e il naos della chiesa della
Nascita della Vergine (Gennisis tis Theotokou), oggi meglio nota come Kokkini
Ekklisia (Chiesa Rossa) a Voulgarelli, villaggio sito 56 km a nord-est di Arta, in
Epiro. La Kokkini Ekklisia e la sua porta furono pubblicate nel 1924 e poi nel
1927 da A. Orlandos, il quale supervisionò in seguito (1956) il radicale restauro
dell’edificio
62
.
La Kokkini Ekklisia fu per un certo periodo metochion dipendente della
Moni Vellas di Ioannina e a tale relazione di dipendenza si deve il nome di
“Panagia [tis] Vellas” con cui essa è altresì conosciuta. In origine, tuttavia, essa
costituiva il katholikon di una istituzione monastica autonoma, chiamata signi-
ficativamente “Vasilomonastiro”, riflesso evidente di un suo stretto collegamen-
to con la corte despotale dell’Epiro. Gli edifici di questo monastero sono oggi
del tutto scomparsi. Il katholikon fu eretto probabilmente all’inizio degli anni
’90 del XIII secolo per volontà del protostrator Teodoro Tzimiskis e di suo fra-
tello Giovanni, personaggi appartenenti alla corte del despota dell’Epiro
Niceforo I Comneno Doukas, morto tra il 1296 e il 1298. Nell’affresco che ritrae
gli ktitores Teodoro e Giovanni, ancor oggi visibile all’interno della chiesa, si
trova l’iscrizione dedicatoria del ciclo pittorico che riveste le pareti dell’edificio;
l’epigrafe reca una indicazione cronologica la cui interpretazione ha diviso la
critica: Orlandos sceglieva la lettura “1281”, secondo lo scioglimento proposto a
suo tempo da S. Lambros
63
. In anni più recenti tale scioglimento è stato sostan-
zialmente abbandonato e si preferisce leggere nella epigrafe la data 1295/1296,
ascrivendo di conseguenza la costruzione dell’edificio agli anni 1293-1294
64
.
Della perduta porta lignea della chiesa Orlandos ha lasciato una breve
descrizione, un disegno e una fotografia di difficile lettura, nella quale, peraltro,
il battente sinistro appare capovolto (figg. 7, 9)
65
.
La porta aveva due battenti e misurava complessivamente 1,71 x 0,90 m, con
uno spessore pari a cm 5. Chiudeva il varco di passaggio tra il nartece e il naos.
La ridotta altezza dei due battenti era probabilmente dovuta a un accorciamen-
to cui essi furono sottoposti al fine di adattarli alle dimensioni della porta in cui
si trovavano in opera. Orlandos aveva potuto immediatamente rilevare tale
stato di cose osservando l’interruzione brusca della decorazione al margine
inferiore, con un taglio peraltro praticato in maniera differente da un battente
all’altro.
La decorazione a intaglio ricopriva interamente la superficie dei due batten-
ti. Per quanto si può ancora giudicare dalle immagini a disposizione, tale deco-
razione era sostanzialmente articolata su tre registri sovrapposti, più o meno
della medesima altezza, separati da due fasce orizzontali caratterizzate da un
motivo a treccia. Una analoga bordura a treccia, leggermente più larga, correva
lungo il margine interno dei battenti, sul margine di contatto.
Il registro superiore era caratterizzato da due grandi croci latine con i bracci
rettilinei costituiti anch’essi da fasce a treccia e della medesima altezza del regi-
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 535
stro; in tal modo, lo spazio risultava quadripartito e poteva ospitare nei quarti
superiori quattro coppie di cerchi allacciati per ogni battente. Al loro interno
comparivano figure geometriche (nodi di Salomone e intrecci) e nei quattro
cerchi posti più in alto altrettanti monogrammi: ΙCΧ. ΝΚ. ΦΧ e ΦΠ, ossia
'Iησου˜ ς Χριστòς Νικα˜ ¸ e Φω˜ ς Χριστου˜ Φαι

νει Πα˜ σιν. Nei quarti inferiori,
invece, trovavano posto gruppi di cerchi allacciati di minori dimensioni (due
gruppi da otto nel battente sinistro, due gruppi da sei in quello destro), ospi-
tanti fiori a sei petali appuntiti o rosette a otto petali arrotondati, queste ultime
sicuramente mutuate dal repertorio decorativo della scultura. Asimmetrico
appare il braccio inferiore della croce del battente sinistro, lungo il quale un
tratto della fascia a treccia veniva rimpiazzato da un banda ad astragalo, segno
evidente di un rimaneggiamento analogo a quello che si vedrà nel registro infe-
riore della porta della Olympiotissa di Elassona. Tutti gli spazi vuoti di risulta
all’esterno della griglia di cerchi erano riempiti da una decorazione vegetale
con anthemia e semi-anthemia.
Il registro mediano è costituito da una semplice griglia di quadrati a lati con-
cavi intrecciati e privi di motivi di riempimento; la griglia è abilmente collegata
alle bande a treccia verticali e orizzontali che delimitano il registro.
Il registro inferiore, infine, che si era conservato solo in parte a causa del-
l’amputazione della sua porzione terminale, si distingueva per i grandi cerchi
allacciati recanti figurazioni varie che lo movimentavano, riscontrabili in nume-
ro di sei per ogni battente ma verosimilmente in numero maggiore – otto(?) –
nello stato originario anteriore alla riduzione. Nel battente di sinistra si distin-
guevano ancora due figure di animali rampanti (leoni?) con la testa volta indie-
tro verso la coda e due motivi geometrici a intreccio di quadrati; nel battente
destro due coppie di animali, l’una affrontata e l’altra di spalle; al di sotto, due
quadrati intrecciati. Anche qui, gli spazi all’esterno dei cerchi erano riempiti da
anthemia e da composizioni geometrico-vegetali.
La certezza che la porta non si trovasse nella sua sistemazione originaria si
accompagnava, in ogni caso, alla più totale mancanza di informazioni riguardo
la sua destinazione primitiva. Orlandos era dell’avviso che essa non potesse
essere antecedente alla edificazione del katholikon, che egli, come già detto,
riteneva avvenuta nel 1281. L’affermazione veniva basata inoltre sull’osservazio-
ne delle caratteristiche stilistiche e tecniche del manufatto, che egli definiva
prodotto della massima fioritura artistica del despotato di Epiro, legata al me-
cenatismo dei sovrani Niceforo I e Anna. Al tempo stesso, egli individuava il
1320 come terminus post quem non corrispondente, in forza delle contingenze
politiche, alla fine di tale fioritura e all’affievolirsi dell’attività delle botteghe
epirote.
La stessa datazione veniva adottata da G. Sotiriou unitamente alle brevi con-
siderazioni da lui formulate a proposito della decorazione dei due battenti. Egli
notava come tale decorazione fosse costituita da “[...] un assemblage de motifs
géométriques, d’animaux et de feuillage stylisé, comme on en observe aussi
dans les bas-reliefs en marbre de la même époque, mais les travail est ici plus
délicat que dans le marbre, la matière étant plus tendre”. Se, da un lato, lo stu-
536 ALESSANDRO TADDEI
dioso sottolineava la possibilità di reperire termini di paragone nell’ambito
della scultura architettonica della fine del XIII secolo, dall’altro intravedeva
“une certaine relation avec la technique de l’Orient”
66
, affermazione che sareb-
be interessante poter verificare oggi, non solo da un punto di vista squisitamen-
te stilistico ma anche ai fini di una precisazione della provenienza dell’oggetto.
La presenza massiccia dei motivi a treccia deriva con ogni verosimiglianza
dall’influenza esercitata dall’arte degli arredi scultorei liturgici. Gli stessi moti-
vi caratterizzano – come si vedrà – le cornici della porta di Molyvdoskepastos e
quelle del vimothyron di Ioannina e troveranno la loro apoteosi nel raffinato
ordito della porta del monastero di Rila in Bulgaria (sec. XIV)
67
. A Voulgarelli si
aggiunge il ricorso a repertori cari alle arti suntuarie ma, soprattutto, il gusto
per i motivi a cerchi allacciati con figurazioni zoomorfe o vegetali che ricompa-
riranno, più tardi, nella porta bronzea di Vatopedi e, su sfondo colorato, in
quella della Olympiotissa a Elassona, quale eredità della tradizione dei rilievi a
inserti di mastice, tipici della decorazione architettonica di epoca paleologa
68
.
Questa tradizione è ben rappresentata, fra l’altro, dalla splendida cornice di
arcata con iscrizione dedicatoria posta a coronamento della porta imperiale
della Panagia Parigoritissa di Arta
69
.
Un profondo senso di uniformità e staticità doveva permeare i battenti della
porta insieme a una discreta dose di horror vacui. La marcata aniconicità del-
l’insieme non può che far pensare alla porta di Elassona e alle sue piccole
immagini di zodia, sebbene il maggiore cromatismo e, soprattutto, la presenza
degli intarsi in avorio assicurino a quest’ultima una immediata vivacità. Nulla
impedisce però di pensare che nelle botteghe della Grecia settentrionale potes-
sero convivere tendenze e tecniche anche molto differenti. La porta della
Kokkini Ekklisia può essere stata realizzata nell’ambito di un atelier del despo-
tato, quindi donata da un alto dignitario della corte a una fondazione di non
trascurabile rilevanza, quale doveva essere il monastero di Voulgarelli.
VI
Nell’anno 1928 l’architetto A. Zachos prendeva visione di un ripostiglio di
suppellettili in disuso, posto nel nartece della chiesa del villaggio di Perama, a 3
km dalla città di Ioannina, in Epiro. Durante la ricognizione, egli rinvenne due
frammenti del battente sinistro di un vimothyron scolpito in legno, di cui dette
notizia, quello stesso anno, in un breve articolo apparso negli Ipirotika chronika
(fig. 10)
70
. All’epoca della scoperta, come ebbe ad affermare lo stesso Zachos, i
soli esempi noti di manufatti lignei analoghi in territorio greco erano le porte di
chiese come quelle della Kokkini Ekklisia di Voulgarelli e della Panagia Olym-
piotissa di Elassona. Si trattava, pertanto, del primo vimothyron intagliato di
epoca bizantina tornato alla luce in territorio ellenico. Al termine di una rapida
descrizione degli elementi salienti di carattere iconografico, stilistico e tecnico,
Zachos giungeva a datare il manufatto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV seco-
lo, collocazione cronologica ancor oggi generalmente accettata. In realtà, al
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 537
breve contributo di A. Zachos non è mai seguita, fatte salve le pagine dedicate-
gli da C. Bouras, una pubblicazione approfondita del vimothyron
71
.
Il battente (m 1,41 x 0,40) è di forma rettangolare con terminazione superio-
re a quarto di cerchio. Intagliato in legno di noce, è suddiviso in due registri
sovrapposti incorniciati e separati fra loro da una bordura lineare decorata con
motivi a treccia a due capi o a quadrati intrecciati. Lungo il profilo curvilineo
sommitale la treccia lascia il posto a un tralcio vegetale formante girali contigui.
Nella parte alta del registro superiore, al di sopra della rappresentazione prin-
cipale, trova posto un clipeo a cornice lineare ospitante un busto di profeta
72
; il
fondo è lavorato a giorno in forma di griglia di piccoli ovali. Il restante spazio
del registro è interamente occupato da un baldacchino – riflesso evidente del-
l’arte dei manufatti eburnei (dittici, trittici, icone etc.) – sorretto da coppie di
colonnine dai fusti intrecciati a metà altezza e coronate da capitelli a forma di
testa umana; la copertura, impostata al di sopra di un arco il cui profilo è movi-
mentato da una serie di piccoli archetti, appare rivestita da tegole. Il fondo del
pannello, al di sotto del baldacchino, è riempito da un motivo a giorno costitui-
to da una griglia di piccoli ottagoni a lati concavi. Sotto il baldacchino è l’ar-
cangelo Gabriele a figura intera, cui, sul perduto battente destro, doveva corri-
spondere la Vergine, a formare la scena dello Evangelismos. La suddivisione fra
i due registri è assicurata da una fascia tripartita, recante un motivo a treccia;
sul margine superiore è una banda con decorazione a linea spezzata e su quello
inferiore una cornice ad archetti che riprende il motivo presente sulle arcate dei
baldacchini. Il registro inferiore, organizzato come il soprastante, ha però il
fondo riempito uniformemente da una decorazione a giorno a quadratini. Il
personaggio qui rappresentato al di sotto del baldacchino è l’apostolo Pietro,
raffigurato frontalmente con il capo volto di tre quarti e con grande aureola cir-
colare. Gli si doveva affiancare, sul battente destro, una figura di pari rilievo,
forse san Paolo, come ipotizzò Zachos
73
.
I connotati formali della figura dell’angelo balzano immediatamente all’at-
tenzione se confrontati con le linee un po’ convenzionali ma sostanzialmente
morbide del san Pietro del registro inferiore, nelle quali Sotiriou poteva ancora
vedere un riflesso delle rappresentazioni dell’apostolo nel trittico Harbaville
(Parigi, Musée du Louvre, OA 3247) o in quello con Deisis e santi del Vaticano
(Museo Sacro nr. 2441), del X-XI secolo
74
. Pur nella sua immediatezza, la figura
di Pietro ritiene infatti il ricordo di prototipi anteriori mentre nella rigida e
ingenua trattazione dell’angelo si riconosce un linguaggio del tutto differente,
assolutamente estraneo all’arte aulica. Forse è la stessa energia spontanea che
contraddistingue la scena dell’Annunciazione su una piccola icona in steatite
(cm 9,8 x 9,1) di incerta provenienza, datata al XIII secolo e oggi conservata al
Museo Benaki di Atene (nr. 13500)
75
, nella quale le due figure dell’angelo e della
Vergine sono collocate al di sotto di due semplici archi sorretti da colonnine,
soluzione ben nota anche nel campo della decorazione di formelle di porte,
applicata più tardi nelle due formelle con l’arcangelo e la Vergine della porta di
Vatopedi (v. appendice), solo per non citare gli esempi italiani.
Poiché per l’epoca del vimothyron di Ioannina non si può mai parlare con
538 ALESSANDRO TADDEI
sufficiente sicurezza di “arte popolare” nel senso attualmente attribuito al ter-
mine, è verosimile immaginare una committenza di tipo monastico. Inoltre,
sembrerebbe non troppo lontana dal vero l’ipotesi formulata all’epoca da Soti-
riou riguardo l’origine locale del battente, nel quadro dell’attività dispiegata a
più livelli dalle botteghe del despotato d’Epiro
76
.
VII
La figura dell’angelo nell’icona in steatite del Benaki e quella del vimothyron
di Ioannina costituiscono due punti di riferimento immediati per l’arcangelo
Gabriele presente in uno dei sei pannelli di una misconosciuta porta lignea tar-
dobizantina dell’Epiro, quella appartenente al katholikon del monastero della
Dormizione della Vergine (Kimisis tis Theotokou) nel villaggio di Depalitsa
(oggi Molyvdoskepastos). Il monastero sorge a breve distanza da Konitsa, nel
complesso montuoso del Nemertçka, al confine tra Grecia e Albania.
L’importanza della porta di Molyvdoskepastos, impressionante per aver con-
servato in gran parte intatti i pigmenti originari, riemersi dopo il restauro del
1980, è stata giustamente riportata all’attenzione da un corposo e relativamente
recente contributo di E. Papatheophanous-Tsouri
77
, nel quale si ricostruiscono,
attraverso la scarna bibliografia a disposizione, gli interrogativi e le conclusioni
formulate dalla critica
78
.
Il katholikon del monastero fu probabilmente rifondato dal protovestiarios
Andronico Comneno Paleologo, della famiglia dei despoti dell’Epiro e gover-
natore di Berat nel decennio 1320-1330
79
. L’edificio, pertanto, è collocabile con
un certo margine di sicurezza entro il primo trentennio del XIV secolo, sebbene
le più recenti proposte tendano a mantenere la sua data tra il 1300 e non oltre il
1320; si ha inoltre testimonianza di un suo rimaneggiamento nel 1521
80
.
La chiesa possiede in realtà due porte lignee, l’una in opera nell’accesso
ovest, l’altra in quello sud. Di quest’ultima rimane solamente il battente sini-
stro, in buono stato di conservazione e caratterizzato da intagli a motivi preva-
lentemente geometrici. Il battente (m 1,55 x 0,62 x 0,05) viene attribuito oggi a
epoca ottomana
81
. È verosimile, invece, che la porta ovest sia coeva alla edifica-
zione del katholikon. Essa mette in comunicazione l’exonartece con il nartece
interno di tipo monastico – la liti – e consta di due battenti, i quali misurano
ciascuno m 1,82 x 0,56 a fronte di uno spessore pari a cm 5/7 (fig. 12).
I due battenti, pertanto, chiudono insieme un varco ampio m 1,12. Il retro
delle due tavole non è decorato ma mostra ancora le tracce di tre traverse lignee
che furono applicate allorché – nel restauro del 1521? – si volle rendere la porta
a battente unico
82
. Ciascun battente è realizzato adoperando una tavola di
legno di faggio ed è suddiviso in tre pannelli rettangolari (cm 44 x 50), separati
fra loro mediante due fasce incavate e inquadrati da cornici lignee fissate sulle
tavole con chiodi in ferro a testa piatta. Le cornici hanno sezione semicircolare
e sono movimentate a intervalli regolari da gruppi di tre linee trasversali incise
nel legno. Le bande orizzontali incavate che distanziano i pannelli sono caratte-
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 539
rizzate dall’inserzione di elementi decorativi a balustri, che un tempo dovevano
risaltare al di sopra di un fondo rivestito di pelle colorata. Tracce di tale rivesti-
mento, di color verde scuro, sono state rinvenute nella banda inferiore del bat-
tente destro. Le cornici e gli elementi a balustri sono le uniche parti realizzate
separatamente e applicate sulla tavola; le restanti decorazioni sono eseguite
direttamente a intaglio sulla tavola
83
.
Oltre che dalla cornice lignea, i sei pannelli vengono inquadrati da una sotti-
le cornice lineare più interna, non decorata e da una bordura decorata da trec-
ce a tre capi, elemento che ricorda l’analoga soluzione adottata – come si è visto
– nei pannelli della porta bronzea della Megisti Lavra e nei battenti lignei della
Kokkini Ekklisia di Voulgarelli
84
.
Nei pannelli del registro superiore è collocata la scena dello Evangelismos
con le figure dell’arcangelo Gabriele e della Vergine; in quello mediano gli apo-
stoli Pietro e Paolo
85
; in quello inferiore due animali fantastici. Tutte e sei le
figure sono poste al di sotto di arcate rette da colonnine tortili con capitelli sti-
lizzati; l’estradosso delle arcate è decorato da un motivo a triangoli disegnati da
una linea spezzata, versione semplificata di baldacchini più elaborati visti, ad
esempio, nel vimothyron di Ioannina. Negli spazi di risulta triangolari tra le
arcate e la cornice dei pannelli compare una decorazione vegetale (foglie di
palma?) stilizzata che ritorna identica nei sei pannelli. Ciò che colpisce mag-
giormente, come già si è detto, è la sopravvivenza dei pigmenti originari: rosso
chiaro, giallo oro e verde scuro. Soprattutto il giallo, adoperato per evidenziare
le aureole, per gli elementi vegetali, i capitelli delle colonnine, le decorazioni a
triangoli degli estradossi e le cornici lineari dei pannelli, forma un forte contra-
sto con il rosso acceso del campo dei pannelli, dei fusti delle colonnine e delle
arcate mentre al verde scuro viene riservato, come naturale, un ruolo di com-
pensazione, facendo assumere all’insieme una estrema vivacità, soprattutto nelle
trecce a tre capi, ove sono impiegati tutti e tre i colori contemporaneamente.
Altra peculiarità della porta di Molyvdoskepastos è quella di aver conservato
l’incorniciatura lignea, peraltro in buone condizioni e anch’essa in origine
dipinta, sebbene oggi rimangano solo alcune tracce di pigmento rosso sul suo
segmento orizzontale
86
. La cornice (fig. 11) è costituita da tre tavole intarsiate,
disposte a rivestimento degli stipiti e dell’architrave della porta. Le due tavole
verticali sono leggermente più larghe (20,5 cm), a fronte dei 18,5 cm di quella
orizzontale. La decorazione è costituita da una duplice bordura: la fascia più
interna è campita da una treccia a tre capi che si dispiega uniforme sia sugli sti-
piti sia sull’architrave mentre il motivo della fascia esterna è variabile: sugli sti-
piti compaiono infatti degli anthemia molto semplificati, incorniciati da due
steli simmetrici formanti una figura a cuore e terminanti in due semi-anthemia;
sull’architrave si dispiega una sorta di tralcio ondulato formato da coppie di
semi-anthemia.
La creazione di uno schema rigido per la rappresentazione della Annuncia-
zione tra fine XIII e XIV secolo lascia comunque spazio a significative varianti,
come nel caso della figura della Vergine, stante davanti al trono a Molyvdoske-
pastos e forse anche a Ioannina ma seduta su di esso nell’icona del Benaki. L’an-
540 ALESSANDRO TADDEI
gelo e la Vergine, stanti, si incontrano anche nel vimothyron proveniente dal
Manastir Andreasˇ presso Skopije, conservato al Museo Nazionale di Belgrado
(1,27 x 0,93 m; seconda metà del XIV secolo). Qui i due personaggi dell’Annun-
ciazione, dalla figura fortemente allungata, sebbene non priva di una certa gra-
zia, dominano incontrastati, in assenza di altre rappresentazioni, il prospetto
dei due battenti
87
.
Il fatto che nei due manufatti lignei di Ioannina e di Molyvdoskepastos
vediamo ricorrere comunque i medesimi personaggi, ossia l’arcangelo e la
Theotokos nel registro superiore e gli apostoli Pietro e Paolo al di sotto è segno
di una stretta interconnessione tra la porta di Molyvdoskepastos e la produzio-
ne dei vimothyra
88
ma anche della probabile dipendenza della porta da prototi-
pi realizzati per centri di maggiore importanza e meno defilati, quale appunto
Ioannina. A Molyvdoskepastos il processo di semplificazione e irrigidimento
delle figure, già notato per l’arcangelo Gabriele di Ioannina, giunge a una mag-
giore intensità, ma notevole rimane la potenza evocativa dell’immagine, grazie
alla sua immediatezza (si noti, fra l’altro, l’enfatizzazione dello scettro). L’atten-
zione per i particolari decorativi si coglie ancora nella trattazione dello schiena-
le e del cuscino del trono della Vergine, in forte analogia con quello dell’icona
del Benaki; in più, nella resa delle ali dell’angelo e nel tentativo di mantenere
una certa plasticità per le pieghe della veste, il cui disegno ricorda da vicino il
vimothyron di Ioannina, si assiste a una ricerca di naturalismo che scompare del
tutto nei due sottostanti pannelli con Pietro e Paolo, ove i due apostoli, stanti,
sono ritratti frontalmente fra coppie di cipressi stilizzati. Qui prevalgono inve-
ce le proporzioni tozze e le forme approssimative che già si intravedono nella
figura della Vergine ma che raggiungono l’acme in quella, monolitica, di Paolo,
la cui mano sinistra, che dovrebbe reggere il Vangelo, è resa di piatto in posi-
zione del tutto incongrua.
I due animali fantastici alati del registro inferiore, maldestre imitazioni di
grifoni, sono intagliati quasi a bassorilievo, caratteristica che li differenzia dalle
figurazioni soprastanti. La loro posizione è simmetrica: sono affrontati ed
entrambi lottano con serpenti a due teste dal corpo attorcigliato; anche le code
dei due animali terminano con teste di serpente. Le penne sulle corte ali delle
due creature sono rese abbastanza accuratamente, soprattutto nel pannello di
sinistra. Probabilmente tributari dei numerosi bassorilievi con grifoni alati tipi-
ci di alcuni contesti funerari, ove l’animale diviene simbolo del trionfo finale sul
maligno o, comunque, assume carattere apotropaico, i due grifoni della porta
non hanno un ruolo semplicemente decorativo e prova ne è la loro dimensione,
pari a quella delle altre figure, nella linea del medesimo fenomeno riscontrabile
nella porta lignea di S. Nicola Bolnicˇki a Ohrid (FYROM)
89
. In ogni caso, gli
artefici dei due pannelli di Molyvdoskepastos avevano senz’altro presenti pro-
totipi quale il rilievo marmoreo con grifone di New York (Metropolitan
Museum of Art, Rosen Gift, 2000.81), purtroppo di incerta provenienza, ma
forse dalla Grecia centrale e attribuito al 1250-1300
90
, i grifoni seduti del sarcofa-
go di Anna Paleologina Maliasini (1274-1276)
91
o il fronte frammentario del sar-
cofago marmoreo detto di Manuele Kourtikis, proveniente da Salonicco e oggi
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 541
nel Museo Bizantino di Atene (BM 1060, 1063, T287), del XIV secolo, dove le figu-
re zoomorfe (aquila, grifone con coda di serpente e grifo-leone) sono inserite
entro arcate rette da coppie di colonnine annodate
92
. Si può pensare, inoltre, a
decorazioni più semplici ma di immediato effetto come il pannello marmoreo
con grifone (fine sec. XIII) conservato nella collezione archeologica della chiesa
della Parigoritissa di Arta (nr. 60), forse proveniente dalla chiesa di S. Teodora
nella stessa capitale del despotato di Epiro
93
. Si può quindi rilevare senza dub-
bio la più volte invocata uniformità artistica dei territori un tempo controllati
dal despotato di Epiro e l’irradiazione che i suoi centri maggiori, Arta e Ioanni-
na, ebbero tanto sulla Grecia nord-occidentale quanto sui Balcani meridionali
tra la fine del XIII e il XIV secolo, riuscendo a imporre in modo capillare la pro-
pria influenza in regioni spesso marginali o la cui accidentata morfologia costi-
tuiva un ostacolo non indifferente alle comunicazioni di qualsivoglia genere.
VIII
Il processo di osmosi culturale in atto fra i due autonomi despotati di Epiro
e di Tessaglia negli ultimi anni del XIII secolo potrebbe essere alla base di alcu-
ne analogie riscontrabili tra la porta lignea di Voulgarelli e quella ancor oggi
conservata presso il monastero della Panagia Olympiotissa a Elassona. Il mona-
stero, dedicato alla Dormizione della Vergine (Kimisis tis Theotokou), fu fonda-
to, secondo l’ipotesi recentemente formulata da Efthalia Constantinidi, dai
sevastokratores Teodoro (†1300) e Costantino (†1303), figli del despota di Tessa-
glia Giovanni I Angelo Doukas Comneno (1268-1289). Costui, altri non era se
non il fondatore della Moni Megalon Pylon a sud-ovest di Trikala (1283), il cui
katholikon è oggi largamente noto come chiesa di Porta Panagia. I due fratelli
sono forse raffigurati in veste di ktitores in un frammento di affresco della pare-
te nord del katholikon di Elassona. La chiesa, edificio con naos cupolato e peri-
stoon, sarebbe dunque stata eretta durante il regno di Andronico II Paleologo
(1282-1328), nel corso della vivace rinascita religiosa di stampo athonita animata
dal patriarca Atanasio I (1289-1293 e 1303-1309)
94
. Nella decorazione ad affresco
dell’interno, infatti, la particolare enfasi conferita alla dottrina trinitaria si
accompagna alla più antica raffigurazione delle ventiquattro stanze dello
akathistos hymnos e le figure di santi asceti occupano un posto di tutto rilievo
95
.
Il katholikon della Olympiotissa possiede due porte lignee: oltre a quella
antica, che verrà esaminata in questa sede, ne esiste un’altra, collocata a prote-
zione dell’ingresso alla navata per chi proviene dall’attuale exonartece, costru-
zione tarda annessa al lato meridionale della chiesa. Significativo esempio di
arte dell’intaglio in legno delle botteghe dell’Epiro o della Tessaglia, la porta è
datata 1840
96
.
La porta di epoca bizantina serviva invece l’accesso esterno dell’esonartece,
coincidente con il braccio ovest del peristoon; doveva essere protetta, in origi-
ne, da un protiro ligneo le cui tracce furono riconosciute durante la demolizio-
ne dell’exonartece di epoca ottomana. Nel 1960 la porta lignea bizantina venne
542 ALESSANDRO TADDEI
rimossa dal nartece e sottoposta, quattro anni più tardi, a un radicale restauro,
conservativo e integrativo. Fu poi presentata ad Atene in due esposizioni, la
prima già nel 1964, la seconda nel 1985-1986, quindi a Firenze nel 1986 e a Lon-
dra nel 1987
97
. Attualmente (2008) essa ha trovato finalmente la sua sistemazio-
ne all’interno del nuovo museo allestito negli ambienti dello skevophylakion del
monastero
98
.
L’interesse risvegliato dalle esposizioni e dalla unicità tipologica, per la Gre-
cia, di questi battenti lignei, unicità resa tanto più evidente dalla perdita della
porta di Voulgarelli, fa sì che sulla xylini thyra del monastero di Elassona si sia
formata una bibliografia scientifica relativamente corposa. G. Sotiriou ne dava
alle stampe nel 1927 la prima pubblicazione particolareggiata, accompagnata da
due immagini tanto più preziose in quanto ci mostrano i due battenti nella loro
collocazione originaria
99
. Lo stesso Sotiriou tornava poi a parlarne brevemente
nel 1930, ma senza aggiungere nuovi elementi
100
. Bisognerà attendere il 1964 e il
corpus redatto da C. Bouras perché il manufatto riceva nuovamente attenzione,
e questa volta in maniera certamente più puntuale. Le conclusioni presentate
da Bouras nella sua tesi furono da lui approfondite in una comunicazione pre-
sentata al XVII Congresso internazionale di studi bizantini e nuovamente pub-
blicate, in forma più estesa, nel 1989-1990
101
. Non sono da trascurare, infine, le
pagine dedicate alla porta da E. Constantinidi nel suo volume sulla decorazio-
ne pittorica del katholikon della Olympiotissa, il cui apporto risulta particolar-
mente meritorio per aver tentato una puntualizzazione della problematica lega-
ta all’iscrizione datante
102
.
La porta (fig. 13), le cui dimensioni raggiungono i m 2,37 x 1,40, presenta le
medesime caratteristiche tecniche viste in quella di Molyvdoskepastos. Infatti,
gli elementi apparentemente strutturali del prospetto anteriore di ciascun bat-
tente non possiedono, in realtà, tale funzione bensì sono applicati sulla tavola
che costituisce il telaio portante del battente stesso. Ad ogni modo, un sistema
formato da due montanti e quattro traverse assicurate tramite chiodi in otto-
ne
103
al retrostante telaio forma l’incorniciatura principale per i sei pannelli
posti sulla porta, diversi fra loro per decorazione e forma, marcatamente ret-
tangolari i quattro superiori (cm 61 x 40), quasi quadrati i due del registro più
in basso (cm 50 x 40).
La decorazione dei montanti e delle traverse è affidata a due varianti di un
motivo a linee ondulate, in realtà una particolare quanto inedita versione di
treccia, a due capi nel battente destro, a tre in quello sinistro, realizzata tramite
l’inserimento, entro gli intagli praticati nel legno, di due strisce di osso separate
da una foglia di legno più scuro
104
. Gli spazi liberi all’interno delle trecce sono
riempiti da quadratini sulla diagonale con cerchietto iscritto, elemento noto alla
tecnica degli intarsi in avorio su legno e già rilevato nei vimothyra del Protaton
e di Hilandar.
I pannelli sono animati da schemi decorativi che si ripetono simmetricamen-
te da un battente all’altro sia per le bordure sia per i pannelli stessi, con la sola
eccezione, come si vedrà, del pannello inferiore del battente destro. Le bordu-
re che incorniciano i pannelli, applicate con chiodi di ottone a diretto contatto
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 543
con le traverse e i montanti della porta, sono caratterizzate da una decorazione
a intarsi in legno di due o tre colori differenti e inserti in osso
105
. La tecnica a
giorno con la quale fu realizzata la decorazione dei diversi riquadri prevedeva
che gli intagli fossero poi anch’essi assicurati al telaio retrostante per mezzo di
chiodi in ottone, avendo prima cura di rivestire la superficie della parte di telaio
interessata con pelle colorata, le poche tracce della quale hanno permesso di
stabilire che i due pannelli del registro mediano possedevano un fondo verde
chiaro mentre rossi erano i due del registro inferiore
106
. Su tali colori, origina-
riamente, si stagliavano le figurazioni e le griglie geometriche a giorno, queste
ultime arricchite da inserti in osso realizzati con la medesima tecnica riscontra-
ta nei montanti e nelle traverse.
Nei due pannelli del registro superiore sono presenti quattro file di quadrati
a lati concavi disegnati da una griglia ortogonale di cerchi e ottagoni allacciati.
Le bordure dei due pannelli sono formate da fasce parallele costituite da listel-
li di legni di varia tonalità posti a chevron e interrotti, a intervalli più o meno
regolari, da listelli in osso. A causa del cattivo stato di conservazione di questi
pannelli rimangono solo quattro delle figurazioni originariamente ospitate
all’interno della griglia geometrica. Nel pannello di sinistra (fig. 14), nella prima
fila di quadrati dall’alto, abbiamo una formella frammentaria con iscrizione:
[ΑΝ]ΕΚΑI[ΝIC]ΘΗCAN |Α¡ ΠΥ]ΛΕ (=le porte sono state rimesse in
opera)
107
; nella seconda fila un uccello dalla lunga coda volto verso destra, pro-
babilmente un rapace analogo a quelli raffigurati negli altri pannelli della porta.
Nel pannello di destra (fig. 15), troviamo nella prima fila di quadrati la formella
con la parte terminale dell’iscrizione il cui incipit è collocato nel pannello di
sinistra e che, secondo la più recente interpretazione, viene sciolta come:
ΕTΟΥC CTΩ∆I ΕΝIΝΓ, (=[...] dell’anno 6814, nell’indizione terza)
108
. Nella
terza fila di quadrati dall’alto, compare invece una figura di animale rampante
(leone?), rivolta verso sinistra
109
e nella quarta e ultima fila un frammento mini-
mo di difficile lettura.
I due pannelli del registro mediano, il cui stato di conservazione è decisa-
mente migliore, sono incorniciati da bordure che si distinguono per due versio-
ni di un motivo a quadratini posti sulla diagonale con cerchietti iscritti mentre
il campo è affidato a una griglia di cerchi allacciati e quadrati a lati concavi
ospitanti diverse figurazioni. Nel pannello di sinistra, oltre a vari e multiformi
anthemia e semi-anthemia, con o senza lemnisci, abbiamo un uccello da preda
che ghermisce un serpente, una croce con estremità foliate e una figura geome-
trica a intreccio. Nel pannello di destra sono riconoscibili anthemia e semi-
anthemia, una stella a dodici punte ottenuta dall’intersezione di un fiore a sei
petali con un esagono a lati concavi, due serpenti intrecciati, un uccello da
preda che cattura un altro uccello, una figura geometrica a intreccio e una stel-
la a sedici punte (fig. 16).
I pannelli del registro inferiore, quelli cui l’umidità del suolo ha arrecato i
danni maggiori, risentono di un gusto decisamente geometrizzante, con bordu-
re animate da fasce di rettangolini alternati di legno di due diverse tonalità e
riquadro campito da griglie di cerchi intersecanti prive di figurazioni. Nel pan-
544 ALESSANDRO TADDEI
nello di destra la griglia non occupa tutto lo spazio a disposizione e i due regi-
stri verticali di cerchi completi sono qui ridotti a uno e mezzo, mentre il resto
dello spazio viene riempito da due bande lignee verticali, l’una (largh. 61 mm) a
sinistra della griglia, l’altra (58 mm) a destra, la prima con motivo ad astragalo,
l’altra con motivo a treccia (fig. 17)
110
.
Dall’osservazione dei due intarsi a griglia di cerchi, Bouras giunse alla con-
clusione che essi non avevano solamente subito gli evidenti riadattamenti che
portarono all’asimmetria fra battente destro e battente sinistro, ma anche che
dovevano essere stati originariamente pensati per pannelli aventi una differente
altezza, analoga a quella dei pannelli dei due registri soprastanti. La porta dun-
que, doveva avere inizialmente proporzioni diverse e possedere tre registri di
pannelli rettangolari identici
111
. In base a tali dati, Bouras sosteneva che la porta
si trovasse in opera a Elassona in stato di reimpiego e che doveva essere ante-
riore alla chiesa stessa. Con gli elementi stilistici a disposizione egli doveva però
limitarsi a proporre una vaga datazione tra l’XI e l’inizio del XIII secolo
112
.
Rimane da esaminare l’iscrizione frammentaria contenuta nelle due formelle
conservatesi nei due pannelli superiori. È possibile che in origine le formelle
recanti iscrizione fossero quattro, poste sulla stessa fila, fatto che presuppor-
rebbe una lacuna tra i due frammenti di epigrafe. La lacunosità del testo ha
aperto la strada a una lunga serie di scioglimenti, ipotesi e tentativi di lettura
quanto mai vari. Il primo tentativo puntuale di sistematizzazione di quanto
scritto in proposito risale al 1991 e si deve a K. Englert
113
. L’anno successivo è la
volta del volume della Constantinidi, la quale ha tentato la strada di una più
diretta correlazione tra il dato epigrafico e la storia della edificazione del katho-
likon
114
.
Il nucleo della questione, rappresentato dalla mancata concordanza tra l’an-
no e l’indicazione dell’indizione incisi sulla formella del battente destro ha dato
vita ad una linea di interpretazione più sostanziale, che è poi quella maggior-
mente condivisa dalla critica recente. Si deve partire dal rilevare la probabile
inversione delle due ultime cifre dell’anno CTΩ∆I, da leggersi CTΩI∆ (6814,
ossia 1305/1306 d.C.). A questo punto, tuttavia, la lettura “Le porte furono rin-
novate (o rimesse in opera) [...] dell’anno 6814 nella terza indizione” pone un
problema fondamentale: nel 6814 cade una quarta e non una terza indizione. Si
è dunque proposto di emendare CTΩI∆ in CTΩIΓ (6813, dunque 1304/1305),
tenendo per corretta l’indizione. La teoria dell’inversione delle ultime due cifre
non veniva accettata da A. Orlandos, il quale sosteneva lo iota finale essere un
apice numerale e, pertanto leggeva CTΩ∆′ (6804, ossia 1295/1296). Per evitare
l’incongruenza fra anno e indizione, dal momento che al 1295/1296 corrisponde
non una terza ma una nona indizione, Orlandos riteneva la restante parte del-
l’iscrizione ΕΝIΝΓ da leggersi “il terzo giorno di giugno”
115
.
La Constantinidi richiamava giustamente l’attenzione sul fatto che le due
datazioni, divergenti solamente di un decennio, appaiono cronologicamente
verosimili e compatibili con le vicende della fondazione e del completamento
del katholikon. Secondo il punto di vista della studiosa, l’ultimo dei due fratel-
li sevastokratores, Costantino, morto nel 1303, potrebbe aver ordinato i battenti
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 545
in occasione della fondazione del monastero, da lei collocata piuttosto negli
anni intorno al 1295/1296 che non nel 1304/1305, quando il giovane figlio di
Costantino, Giovanni II, viene posto sotto la tutela del cugino duca di Atene,
Guy de la Roche († 1308), il quale difficilmente avrebbe patrocinato la creazio-
ne di una rilevante istituzione ortodossa
116
. La data 1304/1305 potrebbe dunque
corrispondere all’arrivo e alla messa in opera della porta. Un ulteriore assunto
che la Constantinidi ha avuto il merito di rimettere in discussione è quello del-
l’origine dei battenti: non accettando la teoria di Bouras sul reimpiego, ella è
invece propensa a ritenere che la porta sia stata creata espressamente per la
Olympiotissa e che le modifiche alla sua porzione inferiore si debbano invece al
rialzamento del livello pavimentale, pari a circa 10 cm, intervenuto in epoca
ottomana
117
. In più, il verbo anakenizo (lett.: “rinnovare”), ritenuto da Bouras
uno degli indizi sostanziali a sostegno della teoria del reimpiego, possiede in
realtà anche il significato di “mettere in opera”. Nella iscrizione della Olympio-
tissa esso diviene dunque il cardine di una espressione volutamente ambigua
118
che la Constantinidi riconduce alla osmosi concettuale tra fondazione ex-novo
da una parte e ri-fondazione di luoghi sacri preesistenti dall’altra, e alla loro
sostanziale equipollenza nel quadro della percezione tardobizantina
119
.
Semplice modifica, adattamento o ripensamento che fosse, l’intervento prati-
cato sulla porzione inferiore della porta ha introdotto due moduli decorativi
estranei alla sua articolazione progettuale: il reimpiego di un intarsio ad astraga-
lo nel battente di destra fa ricordare l’analogo segmento intarsiato inserito al
posto del braccio inferiore di una delle due grandi croci decorate a treccia nella
porta di Voulgarelli. E la stessa banda lignea a treccia inserita a Elassona non
può non ricordare – come giustamente rilevava Bouras
120
– gli intarsi di questo
tipo presenti nelle cornici del vimothyron di Ioannina e in quello del Manastir
Andreasˇ di Skopije ma presuppone certamente un qualche punto di contatto,
ancora una volta, con la porta di Voulgarelli, dove tale tipo decorativo gioca dav-
vero un ruolo di primo piano. Come già si è avuto modo di affermare, è al grup-
po di porte comprendente quella di Voulgarelli e quella del monastero di Rila
che bisogna rifarsi per comprendere appieno il gusto per un’ornamentazione
sostanzialmente priva di immagini o dove l’immagine è relegata a un ruolo pura-
mente complementare, nella fattispecie all’interno delle griglie geometriche di
cerchi. Se tale gusto sia da spiegare con un influsso orientale, come voleva Soti-
riou, oppure occidentale, dati i noti legami tra l’Italia meridionale e la Grecia
per mezzo del despotato di Epiro, non è ben chiaro. Entrambe le ipotesi rischia-
no però di perdere di vista un elemento sostanziale, ossia il fatto che tutti gli
schemi decorativi impiegati nella porta sono ben noti e ben assorbiti nell’univer-
so artistico bizantino sin da epoche anteriori, qualunque ne fosse l’origine.
Quanto alla provenienza dei battenti, non può essere esclusa aprioristica-
mente né l’ipotesi di una manifattura costantinopolitana o tessalonicese né l’e-
ventualità di una commissione a botteghe italiane. Tuttavia, altri elementi mi
sembrano poter entrare in gioco al fine di non rifiutare – come fa Bouras con
decisione – la possibilità di una provenienza da ateliers epiroti. In primis il forte
radicamento territoriale dell’autorità despotale autonoma della Tessaglia, con-
546 ALESSANDRO TADDEI
trollata da una classe dirigente sicuramente poco disposta all’esterofilia. In se-
condo luogo il legame difficile ma molto stretto che sussisteva con il despotato
di Epiro e la sua vivace attività artistica. Un terzo elemento è rappresentato dal-
l’autonoma tradizione dell’intaglio in legno e delle decorazioni in osso per la
suppellettile liturgica, che nell’Epiro e nella Tessaglia bizantini e poi ottomani
mantiene un livello tale da far presupporre radici più antiche.
Le attestazioni della tradizione dell’intaglio in legno nella zona di Elassona
sono tutte di epoca turca. Gli esemplari di mobilio liturgico con intarsi in osso
o avorio rintracciabili nelle immediate vicinanze della città risentono, come in
molte altre zone della Grecia, della forte influenza di quei manufatti ottomani a
marqueterie, di cui si è discusso a proposito dei vimothyra dell’Athos.
Robusto e di stampo conservativo si mantenne invece l’interesse autoctono
per i battenti lignei destinati a chiese e ad altri edifici ecclesiastici. Anche in
questo caso, i manufatti noti a tutt’oggi sono di epoca ottomana ma il gusto che
in essi si esprime, seppur adattato alle nuove articolazioni “barocche” dell’età
moderna, è un gusto rivolto al passato bizantino. Se nella porta ottocentesca
della Olympiotissa si dispiegano tutte le potenzialità dell’arte dell’intaglio dei
templa e dei proskynitaria, con un lessico ormai in parte divergente dalla tradi-
zione, opere leggermente più antiche mantengono intatti i valori portati dalla
glittica tardobizantina. La Tessaglia conserva ancora, tra gli altri, il bel parapor-
ti
121
seicentesco a battente unico conservato nel tesoro del monastero di Hagia
Triada Sparmou sul monte Olimpo, ripartito in otto pannelli quadrangolari
animati da una sobria decorazione vegetale e geometrica e da grandi croci entro
clipei. Ancor più significativa è l’importante porta lignea del naos della chiesa
di Hagios Panteleimon a Tsaritsani, negli immediati dintorni di Elassona
122
:
suddivisa in sei pannelli, si caratterizza per la grande iscrizione dedicatoria che
corre lungo il margine superiore dei due pannelli del registro mediano e che
contiene la data del 1702. Non appena se ne osservino le grandi figurazioni zoo-
morfe, l’aquila bicipite, i due serpenti intrecciati e il leone che ghermisce la
preda, si ha la certezza, ancorché esse siano ingenue e indissolubilmente legate
all’arte popolare, di trovarsi nel solco della stessa tradizione che creò circa
quattrocento anni prima manufatti quali la porta di S. Nicola a Ohrid o quella
del monastero di Molyvdoskepastos.
Le conquiste artistiche di quel grande laboratorio costituito fra Grecia set-
tentrionale, Macedonia, Serbia e Albania in epoca tardobizantina vennero per-
petuate nei Balcani ottomani nel corso dell’età moderna. La porta della Panagia
Olympiotissa, dunque, insieme agli altri esempi oggi perduti non costituì sola-
mente un prototipo da imitare quanto ad articolazione compositiva o a scelta di
schemi decorativi, ma dette sicuramente l’impulso e la ragion d’essere al perpe-
tuarsi di una forte e autonoma tradizione regionale.
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 547
APPENDICE
La porta bronzea del monastero di Vatopedi all’Athos
È il caso di aggiungere, per maggiore completezza, alcune brevi considerazioni sulla
porta bronzea del katholikon del monastero athonita di Vatopedi, la cui difficile datazione a
cavallo fra il periodo tardo e quello postbizantino ne fa per molti versi una sorta di antici-
pazione di quelle che saranno le realizzazioni dell’arte fusoria in età moderna.
La porta, detta popolarmente chyti (la fusa), è costituita da due battenti e misura m 2,96
x 1,54 (fig. 18)
123
. Posta in opera nell’accesso occidentale della liti, essa è realizzata in legno
e rivestita da placche in bronzo. La decorazione consta di ottantotto pannelli rettangolari
ordinati in nove serie su tre registri sovrapposti per ogni battente; il registro centrale, all’al-
tezza delle maniglie, è formato da pannelli di maggiori dimensioni. Ottantasei pannelli ven-
nero realizzati per mezzo della tecnica detta miltourgia, una variante della damaschinatura
dalle radici antiche, consistente nella incisione a cesello di superfici metalliche e nella suc-
cessiva colorazione di tali incisioni con pigmenti vari, tra cui il miltos, sostanza affine all’e-
matite
124
. Le due formelle con la Vergine e l’arcangelo Gabriele sono invece prodotto di
lavorazione a sbalzo e, con tutta probabilità, sono da ritenere un’aggiunta posteriore. Tutti i
pannelli sono fissati al supporto tramite chiodi a testa larga.
La decorazione della porta è affidata alla giustapposizione di motivi vari, quali cerchi
allacciati, orditi geometrici e vegetali. All’interno dei cerchi sono grifoni, aquile bicipiti ed
elementi vegetali, secondo un repertorio che si vuole mutuato dalla decorazione tessile dei
secoli XIII e XIV ma anche, indubbiamente, dalla scultura.
Date le incongruenze nell’accostamento dei pannelli e nel programma decorativo, è pro-
babile che questi fossero stati realizzati per il rivestimento di un’altra porta, di dimensioni
maggiori
125
. Esiste una tradizione, fra l’altro, secondo la quale le formelle decoravano in ori-
gine la porta della Santa Sofia di Salonicco. Forse la leggenda contiene un qualche elemen-
to di verità se, come è probabile, una tale opera deve essere stata eseguita in un centro mag-
giore, dotato di botteghe tecnicamente all’altezza
126
. Qualora la porta costituisse davvero un
caso di reimpiego, potrebbe allora facilmente spiegarsi l’aggiunta delle due formelle con
l’Annunciazione, forse inserite allorché i due battenti furono messi in opera nel katholikon
del monastero, dedicato appunto allo Evangelismos tis Theotokou
127
.
N.P. Kondakov ipotizzava inoltre che la porta fosse stata donata al monastero dall’impe-
ratore Manuele II Paleologo (1391-1425)
128
. E. Lambertz, diversamente, tende ad identifi-
care il donatore con il despotis Andronico Paleologo governatore di Salonicco e nipote del-
l’imperatore Giovanni VI Cantacuzeno (1347-1354), sulla base della presenza, fra le deco-
razioni dei pannelli, dei draghi alati, emblema araldico della famiglia dei Cantacuzeni
129
. L’i-
scrizione incisa sulla cornice superiore della porta e relativa ai restauri intrapresi nel 1426
sotto l’igumeno Teofane rappresenta, secondo l’opinione di S.B. Mamaloukos, l’indizio
principale al fine di ricondurre a quella data anche la messa in opera dei battenti
130
.
In anni abbastanza recenti, inoltre, la datazione dei pannelli damaschinati è stata posta in
discussione da L. Boura, la quale ritenne di poterne mettere in relazione lo stile con quello
di un manouali (candelabro) bronzeo dei secoli XI-XII, conservato presso il monastero di S.
Caterina al Sinai
131
.
NOTE
Allorché il prof. Antonio Iacobini mi rivolse l’invito a presentare una comunicazione sulle porte di
epoca bizantina in Grecia, vivamente mi esortò a tentare di avvicinare e far meglio conoscere al pubblico
uno dei manufatti più belli e più invisibili, ovvero la porta lignea intarsiata del monastero della Olympio-
tissa di Elassona, in Tessaglia. Giudicai opportuno, dunque, dedicare una parte sostanziale del mio lavoro
proprio a questi battenti, molto studiati ma poco noti in Italia. Pertanto, è mio desiderio innanzitutto
rivolgere un sentito ringraziamento alla dottoressa Aspasia Dina, responsabile della Settima Eforia delle
548 ALESSANDRO TADDEI
Antichità Bizantine di Larissa per avermi concesso il nulla osta alle riprese fotografiche a fini di pubblica-
zione della porta, all’epoca (2006) non visibile al pubblico. Il mio debito di riconoscenza si estende natu-
ralmente alla Hiera Mitropoli di Elassona, nella persona del suo presule, il Rev.mo metropolita Vasilios,
il quale mi ha reso possibile l’accesso allo skevophylakion del monastero. La redazione della sezione “tes-
salica” del presente contributo, tuttavia, non sarebbe stata possibile senza il sollecito interessamento e la
squisita disponibilità dell’archimandrita Padre Chariton Toumbas, delegato per le questioni sacerdotali
della Mitropoli di Elassona, che con la sua passione e curiosità, intelligenza e conoscenza del territorio e
dei beni artistici in esso presenti mi ha fornito un aiuto più che sostanziale. Mi preme, inoltre, indirizzare
un particolare ringraziamento al prof. Santo Lucà per l’interesse dimostrato già in sede congressuale per i
risvolti più squisitamente paleografici legati al dibattito sulla iscrizione della porta della Olympiotissa
nonché per i preziosi consigli e suggerimenti fornitimi in tal senso.
1
G. Matthiae, Le porte bronzee bizantine in Italia, Roma 1971, pp. 15, 30.
2
Verranno tuttavia esclusi i vimothyra dipinti, i quali hanno conosciuto una straordinaria diffusione
tanto nell’arte del periodo tardobizantino quanto in quella di epoca ottomana, ma la cui analisi impli-
cherebbe uno studio a parte finalizzato alla loro contestualizzazione entro le linee di sviluppo della pit-
tura piuttosto che entro quelle della scultura e delle arti suntuarie.
3
S. Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον ε'ξ `Aγι

ου ¯Oρους, in “' Aρχαιολογικη′ 'Εφηµερι

ς”, 1957,
pp. 50-67. Si veda anche la ristampa dell’articolo in Mελε

τες παλαιοχριστιανικñς και

βυζαντινñς
oρχαιολογι

ας, Thessaloniki 1977, pp. 221-241. Pelekanidis (ibid., pp. 66-67, nt. 3) escludeva catego-
ricamente la pertinenza del manufatto al templon principale della basilica del Protaton data la incom-
patibilità con le misure della Orea Pyli (m 1,275 x 0,96) e degli accessi alla prothesis e al diakonikon.
L’opinione di Pelekanidis si basava inoltre su uno studio condotto in precedenza da Anastasios Orlan-
dos sul templon stesso, studio che aveva portato quest’ultimo a sostenere che il templon dovesse essere
coevo alla fondazione della basilica.
4
Innanzitutto una breve scheda, redatta da K. Loverdou-Tsigarida nel catalogo dell’esposizione dedi-
cata al Monte Athos tenutasi a Salonicco nel 1997, nella quale l’autrice non si discosta sostanzialmente
dalle conclusioni raggiunte da Pelekanidis: K. Loverdou-Tsigarida, inΘησαυροι

του˜ Aγι

ου "Oρους,
catalogo della mostra, Thessaloniki – Mousio Vyzantinou Politismou (21 giugno 1997-30 aprile 1998),
Thessaloniki 1997, pp. 304-305, nr. 9.15. Nel 1998 I. S
ˇ
evcˇenko, The Lost Panels of the North Door to
the Chapel of the Burning Bush at Sinai, in ΑΕTΟΣ. Studies in honour of Cyril Mango presented to him
on April 14, 1998, a cura di I. S
ˇ
evcˇenko e I. Hutter, Stuttgart-Leipzig 1998, pp. 284-298, riprendeva
l’argomento in relazione al suo tentativo di datazione della porta nord della Cappella del Roveto
Ardente al Sinai. Un’ulteriore breve menzione del vimothyron del Protaton insieme all’accostamento
comparativo con il vimothyron del monastero di Hilandar è reperibile nell’atlante fotografico del-
l’Athos pubblicato nel 2000 da P. Mylonas (¯Aτλας του˜ ¯Aθωνος, Wasmuth 2000, II, pp. 118-119,
riproduzione a colori alle figg. 44-45): Mylonas si spinge a suggerire la data del 965 (anno della rico-
struzione del Protaton) come cronologia per i due battenti. Sulla cronologia della basilica si veda Id.,
Les étapes successives de construction du Protaton au Mont Athos, in “Cahiers Archéologiques”, 28,
1979, pp. 143-160.
5
B. Pitarakis, ¯Eργα βυζαντινñς µικροτεχνι

ας, in ¯Aγιον "Oρος. Κειµη′λια Πρωτα

του, catalogo
della mostra, Thessaloniki - Megaro Nedelkou (28 maggio-30 novembre 2006), Thessaloniki 2006, pp.
118-119.
6
Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 51, nt. 1-2, tav. 14a. Tanto nel caso del registro superio-
re quanto in quello dei mediani, l’impossibilità di ricorrere all’esame di analoghi esemplari che abbia-
no conservato in opera le proprie formelle figurate fa sì che la ricostruzione rimanga arbitraria. L’ipo-
tesi di Pelekanidis risente naturalmente del raffronto con gli esempi più tardi, nei quali il repertorio dei
personaggi che fanno da corteggio all’Annunciazione subisce un processo di parziale codificazione (in
alto i profeti, in basso hierarches, evangelisti o apostoli etc.) ma non è detto che nelle epoche anteriori
si verificasse altrettanto.
7
Sembra infatti di poter scorgere parte di una fascia decorativa non pertinente, del tipo a scanala-
ture sottili con piccole borchie quadrate formate da gruppi di puntini, molto diffuso per la rifinitura di
spigoli e coperchi di cofanetti; tali fasce erano sicuramente prodotte in serie e tagliate a misura secon-
do la necessità.
8
A. Goldschmidt, K. Weitzmann, Die byzantinischen Elfenbeinskulpturen des X.-XIII. Jahrhun-
derts, Berlin 1930, I. (Kästen), pp. 17-19. Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 53, nt. 3.
9
A. Cutler, The Hand of the Master. Craftmanship, Ivory and Society in Byzantium (9th-11th Centu-
ries), Princeton 1994, p. 62 e passim. Sui cofanetti eburnei in generale si veda Id., On Byzantine Boxes,
in Late Antique and Byzantine Ivory Carving (Variorum Collected Studies Series: CS617), Aldershot
1998, art. nr. 16, passim. Sul cofanetto di Veroli v. Id., in The Glory of Byzantium. Art and Culture of the
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 549
Middle Byzantine Era. A.D. 843-1261, catalogo della mostra, New York – The Metropolitan Museum
of Art (11 marzo-6 luglio 1997), New York 1997, p. 230, nr. 153 (con bibliografia).
10
Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 53, nt. 5. Sul cofanetto del museo di Darmstadt si veda:
Goldschmidt, Weitzmann, Elfenbeinskulpturen, I., p. 50, nr. 69, tavv. 50a-e.; H. Maguire, in The Glory
of Byzantium, p. 234, nr. 157 (con bibliografia).
11
Goldschmidt, Weitzmann, Elfenbeinskulpturen, I., pp. 49-50, nr. 68a-d, tavv. 48-49.
12
Ibid., tav. 50a.
13
Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, pp. 54-56. Anche il problematico cofanetto del Fitzwil-
liam Museum di Cambridge con leoni e grifi costituirebbe un buon termine di paragone per la decora-
zione a doppio tralcio se la sua forma attuale non derivasse da un rimontaggio: Goldschmidt, Weitz-
mann, Elfenbeinskulpturen, I., p. 43, nr. 52, tav. 33a-e.
14
K. Weitzmann, Catalogue of the Byzantine and Early Mediaeval Antiquities in the Dumbarton
Oaks Collection, III (Ivories and Steatites), Washington D.C. 1972, pp. 58-60, nr. 25, tav. 36, tav. a col.
5. Datazione al 945-975 circa secondo J.C. Anderson, in The Glory of Byzantium, p. 202, nr. 139 (con
bibliografia).
15
I. Kalavrezou, in The Glory of Byzantium, pp. 203-204, nr. 140 (con bibliografia).
16
A. Cutler, Inscriptions and Iconography in Some Middle Byzantine Ivories: The Monuments and
Their Dating, in Late Antique and Byzantine Ivory Carving, art. nr. 10, p. 653, tav. 8a.
17
Weitzmann, Dumbarton Oaks Collection, pp. 73-77, nr. 30, tavv. 44-49.
18
Pitarakis, ¯Eργα βυζαντινñς µικροτεχνι

ας, p. 119.
19
S. Radojcˇic´, Уметнички споменичи манастира Хиландара (Monumenti artistici di Hilan-
dar; in serbo con riass. in francese), in “Зборник радова – Византолошки институт – Recueil des
travaux de l’Institut d’études byzantines”, 3, 1955, pp. 163-194, in part., p. 186, tav. 50. V. Han, Двери
из Хиландара украшене коштаном интарзијом (Porta di altare decorata con intarsi in osso da
Hilandar; in serbo con riass. in inglese), in “Зборник Музеја примењене уметности” (Rivista del
Museo d’arte applicata), 2, 1956, pp. 5-23 (non vidi). Ead., Интарзија на подручју Пеђке
Патријаршије (Oggetti intarsiati della regione del Patriarcato di Pecˇ; in serbo con riass. in inglese),
Novi Sad 1966, pp. 19-20 (non vidi): la Han data peraltro alla seconda metà del XII secolo anche il
vimothyron del Protaton. Pelekanidis (Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 67, nt. 4) ipotizza l’appartenenza
del vimothyron a uno scomparso keli del monastero attuale oppure al primitivo monydrion, di cui si ha
notizia fino al 1076 e che poi fu sostituito dall’attuale monastero, fondato da san Savva e da suo padre,
il gran zˇupan serbo Stefano I Nemanja (1180-1196).
20
D. Bogdanovic´ et Al., Chilandar on the Holy Mountain, Belgrade 1978, p. 58, fig. 36. Secondo
Mylonas (¯Aτλας του˜ ¯Aθωνος, II, pp. 118-119, figg. 44-45) il vimothyron potrebbe appartenere alla
committenza dello ktitor del primitivo monastero, Georgios Chelandarios, ricordato in un documento
datato all’anno 985.
21
Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 67, nt. 3.
22
S. Radojcˇic´, Уметнички споменичи, p. 186. Bogdanovic´ et Al., Chilandar, p. 58.
23
La comparazione dei due vimothyra dell’Athos con le porte del monastero del Wa¯dı¯ Natru¯ n costi-
tuiva parte di una riflessione stilistico cronologica di I. S
ˇ
cevcˇenko, The Lost Panels, p. 297. Sulla chie-
sa di al-‘Adhra’ e sulle due porte lignee in essa conservate si veda H.G. Evelyn White, W. Hauser, The
Monasteries of Wâdi ’n Natrûn, III (The Architecture and Archaeology), New York 1933, pp. 187-190,
197-200, tavv. 58-59, 64-65. M. Cramer, Das Christlich-Koptische Ägypten Einst und Heute, Wiesbaden
1959, pp. 20, 30, 75-76, tav. 39. La porta più antica è datata dall’epigrafe siriaca posta sull’architrave
ligneo, ove si dice che il santuario della chiesa fu eretto dall’abate Mosè di Nisibi nell’anno dei Greci
1225, cioè il 913-914 d.C., al tempo dei patriarchi Gabriele I di Alessandria (909-920) e Giovanni IV
di Antiochia (910-923). Ciascun battente è formato da tre ante ripiegabili, recanti ognuna sette pan-
nelli rettangolari (cm 35,5 x 19) sovrapposti. La porta, pertanto, possiede quarantadue pannelli a deco-
razione geometrica e vegetale disposti su sette registri. Il registro superiore è l’unico caratterizzato da
pannelli iconici disposti secondo una evidente simmetria concettuale e politica: i due centrali (il 3° e 4°
da sinistra) recano le figure del Cristo e della Vergine accompagnate da epigrafi in lingua copta con la
titolatura monofisita Emmanuil e Hagia Maria; il 2° e il 5° san Marco (Alessandria) e sant’Ignazio
(Antiochia); nel 1° e nel 6° compaiono i due campioni dell’ortodossia monofisita, san Dioskoros per
l’Egitto e san Severo per la Siria. Negli altri registri si trova impiegata una ricca serie di motivi geome-
trici fra cui – nel quarto registro a partire dall’alto – croci a estremità patenti e gemmate entro quadri-
lobi, con alla base una coppia di foglie d’acanto simmetriche. L’iscrizione incisa sugli stipiti della
seconda porta della chiesa afferma che i battenti furono realizzati all’epoca dei patriarchi Kosmas III di
Alessandria (920-932) e Basilio di Antiochia (923-935), per la precisione nel corso dell’anno 1238, cor-
rispondente al 926-927 d.C. A differenza della porta del hai’kal, in quella del khu¯rus
.
i due battenti sono
formati da due sole ante ciascuno ma i pannelli che ne animano la superficie possiedono le stesse
550 ALESSANDRO TADDEI
dimensioni (35,5 x 19 cm) di quelli dell’altra porta. Sull’anta interna del battente di sinistra si conserva
inoltre la maniglia bronzea originale, formata da una piastra a croce patente con estremità gemmate
sulla quale è fissato il gancio di sostegno dell’anello. Sei registri sovrapposti di quattro pannelli ciascu-
no connotano la porta. Nel registro superiore le figurazioni sono disposte secondo il medesimo schema
simmetrico della porta del hai’kal: nei pannelli esterni san Marco e san Pietro, fondatori rispettivamen-
te dei patriarcati di Alessandria e di Antiochia; nei due centrali la Vergine orante (Maria i Hagia), vesti-
ta della penula egizia e il Cristo Emmanuil. Per una bibliografia aggiornata sul Deir Suriani, v. G. Ga-
bra, Coptic Monasteries. Egypt’s Monastic Art and Architecture, 2003, p. 56. Foto recente della porta del
hai’kal: M. Zibawi, Images de l’Égypte chrétienne. Iconologie copte, Milano-Paris 2003, p. 112, fig. 132.
24
Cutler, The Hand of the Master, p. 265, nt. 67. Sul cofanetto cfr. Weitzmann, Dumbarton Oaks
Collection, pp. 49-55, nr. 23, tavv. 25-31.
25
Pelekanidis, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 64, nt. 1-2. In seguito alla conquista dell’Egitto mame-
lucco, nel 1512, ma anche grazie all’influenza dell’arte veneziana, una vera e propria moda per l’intar-
sio in osso su supporto ligneo finì per invadere i territori balcanici dell’impero ottomano conoscendo
una diffusione veramente capillare, fin nei centri provinciali minori. Da uno di questi centri, Atene,
proveniva l’artista Lavrentios che firma il thronos (1577) del patriarca di Costantinopoli Geremia II,
oggi conservato a Istanbul nella chiesa di S. Giorgio al Fanar: A. Ballian, '1κκλησιαστικo oσηuικo
oπo τnν Κωνσταντινου

πολη καi o πατριαρχικoς θρoνος του˜ Iερεuiα Β´, in “∆ελτiο Κrντρου
Mικρασιατικω˜ ν Σπουδω˜ ν”, 7, 1988-1989, pp. 67-68, nt. 37, 43, fig. 10. Tali opere, tuttavia, rimango-
no sovente al di fuori del campo di indagine, collocate come sono in quell’area concettuale dai confini
incerti che è la cosiddetta “arte postbizantina”. Ciò espone fra l’altro al rischio di lasciare sfuggire alcu-
ni elementi caratterizzanti presenti in esse come derivati di modelli più antichi. L’impronta decisamen-
te ottomana delle decorazioni non impedisce infatti forme di continuità con il passato, legate soprat-
tutto alla natura stessa degli arredi ecclesiastici. Per quanto riguarda l’Athos, è noto un significativo
corpus di suppellettili liturgiche, quali tavoli, analogia e proskynitaria. Fra gli altri, va ricordato il pro-
skynitarion della Moni Hagiou Dionysiou, del 1547, parte di un gruppo di oggetti appartenente allo
stesso monastero (fra cui i battenti di finestra del nartece) legati probabilmente alla committenza del
voevoda di Moldavia Petru IV Rares¸ (1527-1538; 1541-1546): A. Ballian, in Θησαυροi του˜ Aγiου
"Oρους, pp. 369-370, nr. 9.65. Allo stesso gruppo vanno ascritti i due coevi battenti della porta del nar-
tece: H. Brockhaus, Die Kunst in den Athos-Klöstern, Leipzig 1891, p. 252, tav. 31. S. Kadas, H Iερo
Μονn Aγiου ∆ιονυσiου, Hagion Oros 1997, p. 54 (non vidi). Venti anni più tardi, nel 1567, venivano
messi in opera i due battenti intarsiati in avorio e placche d’argento della porta del katholikon del
monastero di Vatopedi, opera degli artisti Lavrentios e Ioasaf: Brockhaus, Athos-Klöstern, p. 252. G.
Millet et alii, Recueil des inscriptions chrétiennes de l’Athos (Bibliothèque des Écoles françaises d’Athè-
nes et de Rome, 91), 1904, p. 19, nr. 56. F. Dölger, Mönchsland Athos, München 1943, p. 138, fig. 74;
K. Chrysochoidis, 'Aπο

τnν oθωµανικn κατoκτηση ω ς το

ν 20ο

αι' mνα, in Iερo Mεγiστη Mονn
Βατοπαιδiου, Hagion Oros 1996, I, fig. 40. Altre due porte si trovano nel monastero di Iviron, l’una
fra esonartece e naos (1597), l’altra fra eso- ed exonartece (1622): Brockhaus, Athos-Klöstern, p. 252,
nt. 2-3. Millet, Inscriptions de l’Athos, pp. 72-73, nr. 235-236. Da ricordare, infine, lo analogion della
Moni Xenophontos (Brockhaus, Athos-Klöstern, p. 252, tav. 30) nonché il monokiron (portacandela,
alt. m 1,17) proveniente dalla skiti di S. Anna, del XVI-XVII secolo (Ballian, in Θησαυροi του˜ Aγiου
"Oρους, pp. 355-356, nr. 9.51).
26
A. Didron, Le Mont Athos, in “Annales Archéologiques”, 21, 1891, p. 35. G.A. Sotiriou, Tο

¯Aγιον "Oρος, Athina 1915, p. 136. A. Adamantiou, s.v. ¯Aθως. To µνηµει¯α καi n τíχνη, in Mεγoλη
Eλληνικn 'Eγκυκλοπαιδεiα, II, Athina 1927, p. 355. D. Talbot Rice, Byzantine Art, Harmondsworth
1964, p. 467. M. Restle, s.v. Athos, in Reallexikon zur byzantinischen Kunst, I, Stuttgart 1966, p. 418. C.
Bouras, Les portes et les fenêtres en Architecture Byzantine, tesi di dottorato, Paris 1964, pp. 21-26,
tavv. 9-16.
27
J. Flemming, Kreuz und Pflanzenornament, in “Byzantinoslavica”, 30, 1969, 1, pp. 88-115, in part.
p. 101, tav. 11, fig. II.15.
28
M.E. Frazer, Church Doors and the Gates of Paradise. Byzantine Bronze Doors in Italy, in “Dum-
barton Oaks Papers”, 27, 1973, pp. 145-162, in part. p. 154, fig. 14.
29
C. Bouras, The Byzantine Bronze Doors of the Great Lavra Monastery on Mount Athos, in “Jahr-
buch der österreichischen Byzantinistik”, 24, 1975, pp. 229-250.
30
Ibid., p. 231, nt. 8.
31
Ibid., p. 234. Si possono tuttavia ricordare la due lamine a sbalzo con l’arcangelo Gabriele e la
Vergine dell’Annunciazione, inserite nella tarda porta bronzea appartenente al katholikon del mona-
stero di Vatopedi, forse del XV secolo (v. appendice).
32
Bouras, Bronze Doors, pp. 237-248.
33
Flemming, Kreuz und Pflanzenornament, p. 101. Sulla stauroteca si veda A. Frolow, La relique de
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 551
la Vraie Croix. Recherches sur le développement d’un culte, Paris 1961, pp. 232-237, nr. 135. Id., Les
reliquaires de la Vraie Croix, Paris 1965, in part. pp. 159-160, 178-186, figg. 38-39. Sulla questione della
datazione e per un quadro bibliografico aggiornato si veda N.P. S
ˇ
evcˇenko, The Limburg Staurothek
and its Relics, in Θυµiαµα στη µνnµη της Λασκαρiνας Mπου

ρα, Athina 1994, I, pp. 289-294; II,
tavv. 166-167. Una eccellente riproduzione a colori è reperibile in A. Cutler, J.-M. Spieser, Das mitte-
lalterliche Byzanz 725-1204, München 1996
2
, p. 166, figg. 124-125.
34
Bouras, Bronze Doors, p. 248.
35
Frolow, La Vraie Croix, pp. 485-486, nr. 663. Id., Les reliquaires, passim, fig. 48. Id., Reliquie
orientali e reliquiari bizantini, in H.R. Hahnloser, Il Tesoro di San Marco, I (Il Tesoro e il Museo), Firen-
ze 1971, pp. 31-41, in part. pp. 34-35, nr. 24. J.C. Anderson, in The Glory of Byzantium, p. 79, nr. 37
(con bibliografia): datazione tra il 975 e il 1025.
36
Duomo di Amalfi (1060): G. Matthiae, Le porte bronzee bizantine in Italia, Roma 1971, pp. 63-65,
figg. 1-2, 4; Atrani, chiesa di S. Salvatore (1087): ibid., pp. 91-92, figg. 67-68; Venezia, S. Marco, porta
di Leone da Molino (1112): ibid., pp. 103-107, fig. 113; duomo di Salerno (prima metà XII sec.): ibid.,
pp. 93-95, figg. 71-72. Si veda anche Frazer, Gates of Paradise, p. 148, fig. 1 (Amalfi); ibid., p. 149, fig.
4 (Atrani); ibid., p. 152, fig. 11 (Venezia); ibid., p. 160, figg. 20-22 (Salerno). Si vedano inoltre, nei pre-
senti Atti, i contributi di S. Moretti, “Cum valde placuissent oculis eius...”: i battenti di Amalfi e Mon-
tecassino, e di M. della Valle, Le porte bizantine di Atrani e Salerno.
37
Flemming, Kreuz und Pflanzenornament, pp. 100-101, fig. II.14.
38
Bouras, Bronze Doors, pp. 240-241.
39
T.N. Pazaras, in Θησαυροi του˜ Aγiου ¯Oρους, pp. 236-237, nr. 6.1.
40
Id., Tα βυζαντινo γλυπτo του καθολικου

της Μονnς Βατοπεδiου, Thessaloniki 2001, 25-31,
dis. 6-9, figg. 8-11, 16-23. Tanto il motivo a rosette quanto quello della croce foliata sono costante-
mente presenti e applicati in versioni più o meno complesse.
41
Bouras, Bronze Doors, pp. 248-249.
42
Ibid., p. 249, nt. 91-95.
43
M. Lascaris, Le monastère de Mesonisiotissa à Kastoria et la famille serbe des Bagasˇ, in XII
e
Con-
grès International des Études Byzantins. Résumés des communications, Belgrade-Ochride 1961, p. 61.
L’identificazione Mesonisiotissa-Mavriotissa è stata rimessa in discussione da E. Drakopoulou, Ηπο

λη
της Καστοριoς τη βυζαντινn και µεταβυζαντινn εποχn (12ος-16ος αι.), Athina 1997, pp. 63-64.
44
T. Malmquist, Byzantine 12th Century Frescoes in Kastoria. Agioi Anargyroi and Agios Nikolaos
tou Kasnitzi, Uppsala 1979, pp. 13, 127-128. A. Wharton Epstein, Middle Byzantine Churches of Kasto-
ria: Dates and Implications, in “The Art Bulletin”, 62, 1980, pp. 195, 201, nt. 55. S. Pelekanidis,
M. Chatzidakis, Καστοριo (Βυζαντινi τrχνη στiν `Iλλoδα), Athina 1992
2
, p. 81.
45
G. Gounaris, `H Παναγiα Μαυριmτισσα τñς Καστορια˜ ς, Thessaloniki 1993, pp. 9-11.
46
L’unica descrizione completa della porta che sia stata pubblicata si trova, per quanto mi consta,
contenuta nel volume di N.K. Moutsopoulos, Καστοριo. Παναγiα n Μαυριmτισσα, Athina 1967,
p. 38, figg. 39-40, 40a.
47
C. Bertelli, Notizia preliminare sul restauro di alcune porte di S. Sofia a Istanbul, in “Bollettino del-
l’Istituto centrale del restauro”, 34-35, 1958, pp. 95-111, fig. 78. P.A. Underwood, Notes on the Work
of the Byzantine Institute in Istanbul, in “Dumbarton Oaks Papers”, 14, 1960, pp. 210-213, fig. 10. Fra-
zer, Gates of Paradise, p. 154, fig. 16. Si veda inoltre, nei presenti Atti, A. Guiglia Guidobaldi, C. Bar-
santi, Le porte e gli arredi architettonici in bronzo della Santa Sofia di Costantinopoli.
48
Matthiae, Le porte bronzee, pp. 97-101, figg. 81-112, in part. p. 100, fig. 83. Frazer, Gates of Para-
dise, p. 152, fig. 10. Si veda inoltre, nei presenti Atti, A. Paribeni, Le porte ageminate della basilica di S.
Marco a Venezia tra storia e committenza.
49
M. Sklavou-Mavroidi, Γλυπτo του˜ Βυζαντινου˜ Μουσεiου 'Aθηνω˜ ν. Κατoλογος, Athina 1999,
pp. 128-130, nr. 175-176 (con bibliografia).
50
T.N. Pazaras, in The Glory of Byzantium, p. 37, nr. 2B (con bibliografia).
51
Frolow, Les reliquaires, p. 224.
52
Ibid., pp. 134-136.
53
Bréhier, La sculpture, pp. 91-92, tav. 67. Frolow, La Vraie Croix, pp. 331-332, nr. 340. Id., Les reli-
quaires, pp. 97, 126, 169, 219, 249, fig. 41, nr. 340. Anderson, in The Glory of Byzantium, p. 81, nr. 40
(con bibliografia). S. Lerou, L’usage des reliques du Christ par les empereurs aux XI
e
et XII
e
siècles: le
saint bois et les saintes pierres, in Byzance et les reliques du Christ, a cura di J. Durand e B. Flusin, Paris
2004, pp. 180-181, fig. 9.
54
Goldschmidt, Weitzmann, Elfenbeinskulpturen, II. (Reliefs), Berlin, 1934, pp. 46-47, nr. 72a-b,
tav. 28. Cutler, The Hand of the Master, pp. 114-115, figg. 124, 159 (con bibliografia).
55
Le due valve furono riconosciute come appartenenti a un unico dittico da Goldschmidt, Weitz-
mann, Elfenbeinskulpturen, II., p. 37, nr. 40 (Hannover), 41a-b (Dresda), tav. 17. Cutler, The Hand of
552 ALESSANDRO TADDEI
the Master, pp. 205-206, fig. 223; pp. 104-105, figg. 110-111 (con bibliografia). Per la valva di Hanno-
ver, cfr., anche, S. Taft, in The Glory of Byzantium, pp. 146-147, nr. 92.
56
Goldschmidt, Weitzmann, Elfenbeinskulpturen, II., p. 37, nr. 39, tav. 16. J. Durand, in Byzance.
L’art byzantin dans les collections publiques françaises, catalogo della mostra, Paris – Musée du Louvre
(3 novembre 1992-1 febbraio 1993), Paris 1992, pp. 236-237, nr. 150.
57
Ci si può fare un’idea di tale analogia strutturale osservando, per esempio, la croce a scalini su
placca eburnea del Museo Pusˇkin a Mosca (metà sec. X): cfr. Goldschmidt, Weitzmann, Elfenbein-
skulpturen, II., p. 47, nr. 73a, tav. 29.
58
Il dibattito a proposito della cronologia degli affreschi della Panagia Mavriotissa è quanto mai
vivo. Si rimanda, pertanto, alla bibliografia disponibile: S. Pelekanidis, Καστοριo. Βυζαντιναi
Τοιχογραφiαι. Πiνακες, Thessaloniki 1953, pp. 26-28, tavv. 78-82. Id., Χρονολογικo προβλnuατα
τω˜ ν τοιχογραφιω˜ ν του˜ καθολικου˜ τñς Παναγiας τñς Μαυριmτισσας Καστορια˜ ς, in
“' Aρχαιολογικi ’Eφηµερiς”, 1978, pp. 147-159. Wharton Epstein, Churches of Kastoria, p. 202.
Pelekanidis, Chatzidakis, Καστοριo, pp. 66-67, 69, 80-81, fig. 14. Gounaris, H Παναγiα
Mαυριmτισσα, p. 26, fig. 21.
59
Moutsopoulos, Καστοριo: Παναγiα Mαυριmτισσα, p. 38, fig. 39. Gounaris, H Παναγiα
Mαυριmτισσα, p. 26, fig. 23.
60
In particolare, l’affresco con il battesimo sembrerebbe posteriore, come notato da Pelekanidis,
Χρονολογικo προβλnµατα, p. 158 e dalla Wharton Epstein, Churches of Kastoria, pp. 204-206: cfr.,
inoltre, Pelekanidis, Chatzidakis, Καστοριo, p. 80.
61
Non mi sembra sia mai stata avanzata un’ipotesi di datazione che prescinda dalla cronologia della
fase primitiva dell’edificio: cfr. M. C
´
orovic´-Ljubinkovic´, Средњевековни дчборез у источним
областима Југославије (Sculture lignee medievali nelle regioni orientali della Iugoslavia; in serbo con
riass. in francese), Beograd 1965, p. 43, tav. 10b.
62
A.K. Orlandos, Ξυλoγλυπτος βυζαντινn θυ

ρα, in “∆ελτiον τIς Χριστιανικiς 'AρχαιολογικIς
Eταιρεiας”, II.1, 1924, 3-4, pp. 69-73. Id., Μνηuει¯α του˜ ∆εσποτoτου τñς Hπεiρου - H Κoκκινη
'1κκλησιo (Παναγiα Βελλα˜ ς), in “' Hπειρωτικo Χρονικo”, 2, 1927, pp. 153-169. V.N. Papadopou-
lou, Η Βυζαντινn ′ Αρτα και τα µνηµεiα της, Athina 2002, pp. 118-119.
63
S. Lambros, cit. in Orlandos, Ξυλoγλυπτος βυζαντινn θυ

ρα, p. 73, nt. 1.
64
Papadopoulou, Η Βυζαντινn ′ Αρτα, p. 125.
65
Orlandos, Ξυλoγλυπτος βυζαντινn θυ

ρα, pp. 71-73, dis. a p. 72. Id., Κoκκινη ’Eκκλησιo, pp.
157-158, fig. 5. Un’ulteriore descrizione della porta è reperibile in Bouras, Les portes et les fenêtres, pp. 62-64.
66
G.A. Sotiriou, La sculpture sur bois dans l’art byzantin, in Mélanges Charles Diehl, II (Art), Paris
1930, p. 173.
67
B.D. Filow, Die altbulgarische Kunst, Bern 1919, p. 35, tav. 35. Una riproduzione a colori della
porta si trova in Tesori dell’arte cristiana in Bulgaria, fig. a p. 23.
68
M. S
ˇ
uput, Les reliefs byzantins remplis de pâte colorée des XIII
e
et XIV
e
siècles, in “Zograf”, 7,
1977, pp. 36-44, in part. pp. 43-44.
69
A.K. Orlandos, Η Παρηγορnτισσα, Athina 1963, pp. 104-108, figg. 107-108. N.K. Moutsopou-
los, Οι βυζαντινíς εκκλησiες της ′ Αρτας, Thessaloniki 2002, p. 122, fig. 38.
70
A. Zachos, Βυζαντινο

ν ' εν 'Hπεiρω
.
βηµο

θυρον, in “' Hπειρωτικo χρονικo”, 3, 1928, pp. 220-
222.
71
G.A. Sotiriou, La sculpture sur bois, pp. 175-177, ne fa l’oggetto di alcune considerazioni ma senza
fornirne una descrizione particolareggiata. Una breve menzione è anche in A. Hadjimihali, La sculptu-
re sur bois (L’art populaire de la Grèce, 2), Athènes 1950, p. 6. In anni più recenti, esso appare in Bou-
ras, Les portes et les fenêtres, pp. 90-93 e nella scheda a cura di D. Kostantios, in Βυζαντινn και
Μεταβυζαντινn Τíχνη, catalogo della mostra, Athina – Palio Panepistimio (26 luglio 1985-6 gennaio
1986), Athina 1985, p. 32, nr. 21.
72
Nei due piccoli clipei ai lati dell’aureola doveva essere evidentemente indicato il nome del profe-
ta. Non mi risulta che esso sia stato letto o che sia oggi leggibile.
73
Zachos, Βυζαντινο

ν βηµο

θυρον, p. 221.
74
Sotiriou, La sculpture sur bois, p. 176. Sui trittici del Vaticano e Harbaville cfr. le schede curate da
I. Kalavrezou, in The Glory of Byzantium, pp. 131-132, nr. 79 e 133-134, nr. 80 (con bibliografia).
75
V. Phoskolou, in Η καθηµερινn ζωn στο Βυζoντιο, catalogo della mostra, Thessaloniki –
Lefkos Pyrgos (ottobre 2001-gennaio 2002), Athina 2002, p. 510 nr. 699 (con bibliografia).
76
Sotiriou, La sculpture sur bois, pp. 176-177: “[...] la porte du sanctuaire de Janina ne se rattache
pas au cycle de l’art hellénistique de la capitale; c’est plutôt une production épirote du XII
e
ou du
XIV
e
siècle environ, qui suit la tradition orientale”.
77
E. Papatheophanous-Tsouri, Ξυλoγλυπτη πoρτα του˜ καθολικου˜ τñς Μονñς Κοιunσεως
Θεοτoκου στη Μολυβδοσκíπαστη 'Iωαννiνων, in “'Aρχαιολογικi ' Iφηµερiς”, 1993, pp. 83-106.
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 553
Alle pp. 86-93 dell’articolo è stilata una descrizione estremamente particolareggiata del manufatto,
descrizione cui ci si rifarà in questa sede, riportandone i punti salienti.
78
D. Nicol, The Churches of Molyvdoskepastos, in “Annual of the British School of Athens”, 48,
1953, pp. 141-153, in part. p. 144. D. Pallas, in “Bulletin de Correspondence Héllénique”, 82, 1958, p.
727, nt. 1; p. 744, fig. 32. C. Bouras, Les portes et les fenêtres, pp. 76-81. A. Grabar, Sculptures byzanti-
nes du moyen âge, II (XI
e
-XIV
e
siècle), Paris 1976, p. 120, tav. 86c. Papatheophanous-Tsouri, in
“'Aρχαιολογικóν∆ελτiον”, 35, 1980, B1(χρονικo), pp. 339-340. Ead., in “'Aρχαιολογικóν ∆ελτiον”
36, 1981, B2 (χρονικo), p. 294. Ead., Ξυλoγλυπτη πoρτα του˜ καθολικου˜ τñς Μονñς Κοιunσεως
Θεοτoκου Μολυβδοσκεπoστου 'Iωαννiνων, in Β′ Συµπoσιο Βυζαντινñς καi Mεταβυζαντινñς
'Aρχαιολογiας καi Tíχνης, Περιλiψεις 0νακοινuσεων, Athina 1982, p. 89.
79
Papatheophanous-Tsouri, Ξυλoγλυπτη πoρτα, p. 104.
80
Ibid., pp. 83, 104.
81
Ibid., p. 86, nt. 9.
82
Ibid., pp. 90-91.
83
Fra i diversi raffronti portati a proposito delle fasce a balustri, nella pubblicazione si richiamano
giustamente il trono ligneo del monastero di Rila, del sec. XIV (Filow, Altbulgarische Kunst, p. 35, fig.
30), l’architrave della chiesa dell’isola di Maligrad (Lago della Grande Prespa, FYROM), del 1369 ma
anche un analogion e, soprattutto, un frammento di un epistilio di iconostasi in legno dalla chiesa di S.
Stefano a Kastorià, del sec. XIV, quest’ultimo profondamente legato alle tendenze della scultura con-
temporanea, come dimostrano i fregi per i quali la fascia a balustri funge da separatore, l’uno caratte-
rizzato da figure di animali e fiori stilizzati entro cerchi allacciati, l’altro da motivi vegetali (tralci ondu-
lati singoli e doppi con foglie d’acanto: Sotiriou, La sculpture sur bois, pp. 173-175, figg. 1-2, tav. 14.2;
Papatheophanous-Tsouri, Ξυλoγλυπτη πoρτα, p. 101. A questi motivi si unisce la banda trasversale
con decorazione vegetale e due clipei, l’uno racchiudente una croce, l’altro un fiore a sei petali, que-
st’ultimo spesso ricorrente nella porta di Voulgarelli.
84
Cfr. Papatheophanous-Tsouri, Ξυλoγλυπτη πoρτα, p. 100, nt. 62.
85
La riduzione della porta a un unico battente comportò inoltre il trasferimento della serratura e l’a-
pertura di un nuovo foro per la chiave, alla destra del pannello con san Paolo: ibid., pp. 90-91.
86
Per la descrizione particolareggiata dell’incorniciatura della porta: ibid., pp. 92-93.
87
C
´
orovic´-Ljubinkovic´, Средњевековни дчборез, pp. 33, 146, tavv. 4c, 5a-b, 6a.
88
Papatheophanous-Tsouri, Ξυλoγλυπτη πoρτα, p. 94, nt. 17; p. 95, nt. 25.
89
Cfr. L. Boura, The Griffin through the Ages, Athens 1983; T.N. Pazaras, 'Aνoγλυφες σαρκοφoγοι
καi ε' πιτoφιες πλoκες τñς µíσης καi iστερης βυζαντινñς περιoδου στnν Eλλoδα, Athina 1988.
Cfr., inoltre, le considerazioni e i numerosi esempi riportati in Papatheophanous-Tsouri, Ξυλoγλυπτη
πoρτα, pp. 96 e segg., soprattutto p. 98 e nt. 48. La porta di Ohrid, che fino alla seconda guerra mon-
diale si trovava nella chiesa di Sveti Nikola Bolnicˇki, è oggi conservata nel Museo Storico Nazionale di
Sofia (nr. 29339). La porta (m 1,75 x 0,88) consta di due battenti ripartiti ciascuno in otto pannelli ret-
tangolari disposti su quattro registri più due bande trasversali. All’epoca in cui essa fu fotografata da
Kondakov (1901) sopravviveva gran parte della incorniciatura lignea, animata da rosette a rilievo
incluse in un doppio tralcio vegetale ondulato. I diversi pannelli, collocati con una certa simmetria tra
un battente e l’altro, sono incorniciati da bordure a treccia o a listarella. I soggetti raffigurati nei pan-
nelli comprendono creature fantastiche (centauro, grifone), animali reali (leoni, aquile, uccelli da
preda, pavoni, volpi, serpenti, orsi e scimmie) e cavalieri, di cui alcuni nimbati, probabilmente santi
militari. Nel battente destro trovano posto due formelle, probabilmente di reimpiego, con un motivo a
girali abitati. La porta veniva assegnata al XIV secolo dalla C
´
orovic´-Ljubinkovic´, Средњевековни
дчборез, pp. 45-53, 148-150, tav. 10a. A. Grabar, Sculptures byzantines, pp. 118-121 (nr. 116), preferi-
va una sua collocazione tra XII e XIII secolo, datazione ribadita da A. Paribeni in Tesori dell’arte cri-
stiana in Bulgaria, catalogo della mostra, Roma – Mercati di Traiano (22 maggio-15 luglio 2000), Sofia
2000, pp. 193-194, nr. 70 (con bibliografia). Le figure di animali fantastici e reali a grandi dimensioni
inaugurano uno dei filoni più vitali di quella che sarà poi l’arte popolare dei Balcani in età ottomana.
90
S.T. Brooks, Sculpture and the Late Byzantine Tomb, in Byzantium. Faith and Power (1261-1557),
catalogo della mostra, New York – The Metropolitan Museum of art (23 marzo-4 luglio 2004), New
York 2004, pp. 112-113, nr. 58 (con bibliografia).
91
Pazaras, 'Aνoγλυφες σαρκοφoγοι, pp. 38-39, tavv. 30β, 32α.
92
Sklavou-Mavroidi, Γλυπτo του˜ Βυζαντινου˜ Μουσεiου, p. 211, nr. 299 (con bibliografia).
93
S. C
´
urcˇic´, Religious Settings of the Late Byzantine Sphere, in Byzantium. Faith and Power, pp. 79-
80, nr. 35 (scheda a cura di V.N. Papadopoulou, con bibliografia).
94
G.A. Sotiriou, Βυζαντινo Mνηµει¯α τñς Θεσσαλiας II´ καi Ι∆´ αι' ω˜ νος, in “' Eπετηρiς
Eταιρεiας Βυζαντινω˜ ν Σπουδω˜ ν”, 4, 1927, pp. 312-331, in part. pp. 316-324. N. Nikonanos,
Βυζαντινοi ναοi τñς Θεσσαλiας. 'Aπo τo 10ο αι' ω˜ να ω ς τnν κατoκτηση τñς περιοχñς oπo του

ς
554 ALESSANDRO TADDEI
Του

ρκους τo 1393, Athina 1979, pp. 152-153. M. Hatziyannis, L’architecture byzantine à l’époque des
Paléologues: le cas du catholicon de l’Olympiotissa à Élasson (Thessalie), tesi di dottorato, Université de
Paris I – Panthéon-Sorbonne, Paris 1989. K. Englert, Der Bautypus der Umgangskirche unter besonde-
rer Berücksichtigung der Panagia Olympio¯ tissa in Elasson, Frankfurt am Main 1991, in part. pp. 21 e
segg. M. Hatziyannis, Relations architecturales entre la Thessalie et la Macedoine à l’époque des Paléolo-
gues: les cas du catholicon de l’Olympiotissa à Élasson, in Θεσσαλiα. ∆εκαπíντε χρoνια
αρχαιολογικnς íρευνας 1975-90, Athina 1994, II, pp. 371-386. S. C
´
urcˇic´, The Role of Late Byzantine
Thessalonike in Church Architecture in the Balkans, in Symposium on Late Byzantine Thessalonike, a
cura di A.-M. Talbot, (“Dumbarton Oaks Papers”, 57, 2004), pp. 73-74. E.K. Hatzitryphonos, Tο
περiστωο στην υστεροβυζαντινn εκκλησιαστικn αρχιτεκτονικn. Σχεδιασµoς-λειτουργiα, Thes-
saloniki 2004, p. 327, nr. 31 (con bibliografia).
95
E.C. Constantinides, The Wall Paintings of the Panagia Olympiotissa at Elasson in Northern Thes-
saly, Athens 2002.
96
La porta meridionale fu messa in opera nel 1840 a spese dello hieromonachos Teofilo, originario
di Tyrnavo, significativo centro posto lungo la strada che collega Elassona con Larissa. Essa è caratte-
rizzata da una ricchissima decorazione, riflesso della fase finale del periodo “barocco” dell’arte dell’in-
taglio della Grecia del Nord (regioni del Pindo e dell’Olimpo). I due battenti, articolati ciascuno in tre
pannelli rettangolari sovrapposti, sono animati, al pari della cornice e dell’architrave della porta, da
ornati vegetali; agli angoli esterni superiori della porta sono scolpite le figure dei due arcangeli Miche-
le e Gabriele. All’interno di ciascun pannello è iscritta una losanga, entro la quale è ospitata una for-
mella quadriloba. Le due formelle del registro superiore rappresentano rispettivamente la Vergine e il
Cristo in trono mentre le altre quattro formelle recano le figurazioni zoomorfe degli evangelisti. La for-
mella inferiore del battente di sinistra lascia in parte il posto a un’iscrizione entro cornice triangolare,
ricavata in metà della losanga, che recita: ∆ΙΑ ΕΞΟ∆ΟΥ ΘΕΟΦΙΛΟΥ HΕΡΟΜΟΝΑΧΟΥ
ΤΥΡΝΑΒΙΤΟΥ1840. Cfr. Sotiriou, Μνηuει¯α τñς Θεσσαλiας, p. 327. E. Skouvaras, 'Oλυµπιmτισσα,
Athina 1967, p. 29; K. Lazaris, Iερo Μονn Παναγiας 'Oλυuπιωτiσσης, Elassona 2002
2
, p. 56. Nello
stesso anno 1840 fu realizzato il nuovo templon in legno scolpito, opera dell’artista Dimitris di Metso-
vo, il quale probabilmente è autore anche dei proskynitaria presenti all’interno del katholikon, salvo
quello più antico, datato 1750 e firmato da Ioannis e Manos. Il nuovo templon fu approntato in sosti-
tuzione di quello di epoca bizantina, verosimilmente marmoreo.
97
Cfr. Hatziyannis, L’architecture byzantine à l’époque des Paléologues, p. 143, nt. 1.
98
Cfr. il volume pubblicato a cura della Hiera Mitropoli di Elassona: H Iερo Μητρoπoλις '1λασσω˜ νoς.
Oι '1νoρiες, oι Iερíς καi τo κειunλια

τους, Eλασσuν 2007, p. 119, figg. alle pp. 120-121.
99
Sotiriou, Μνηuει¯α τñς Θεσσαλiας, pp. 327-331, figg. 11-12. Nella fotografia (fig. 12) si vede be-
ne anche l’incorniciatura lignea della porta, sulla quale non sono riuscito a reperire informazione alcu-
na, dato che la porta attuale, di recente fattura, è inserita entro una cornice moderna, priva di decora-
zione. La cornice sembrerebbe costituita da tre tavole poste a rivestire gli stipiti e l’architrave. La deco-
razione appare abbastanza semplice a fronte di quella dei battenti: ciascuna tavola è infatti attraversa-
ta da coppie di linee incise trasversali ottenute con piccole unghiature; gli spazi rettangolari compresi
fra due coppie di linee sono riempiti da altre due linee diagonali formanti una X. Non possedendo
ulteriori dati mi è impossibile formulare qualsivoglia ipotesi di datazione di tale cornice, che potrebbe
essere opera tarda.
100
Id., La sculpture sur bois, p. 175.
101
Bouras, Les portes et les fenêtres, p. 57-62. Id., The Main Door of the Narthex in the Katholikon of
the Monastery of Olympiotissa in Elasson, Thessaly, in Abstracts of Short Papers of the 17th Internatio-
nal Byzantine Congress (Washington D.C., 3-8 agosto 1986), Dumbarton Oaks-Georgetown University
1986, p. 41. Id., The Olympiotissa Woodcarved Doors. Reconsidered, in “∆ελτiον τIς Χριστιανικiς
'Aρχαιολογικiς `Iταιρεiας”, 4, 1989-1990, 15, pp. 27-32. Agli studi dedicati alla porta da C. Bouras
si sono affiancate nel tempo numerose menzioni, più o meno estese, del manufatto: si vedano, fra gli
altri, E.A. Skouvaras, 'Oλυµπιmτισσα, pp. 24-27. Hadjimihali, La sculpture, p. 6. S.M. Houlia, in
Βυζαντινn και Μεταβυζαντινn Τíχνη, p. 32, nr. 20. Hatziyannis, L’architecture byzantine à l’époque
des Paléologues, pp. 143-146. Englert, Der Bautypus, pp. 16-20.
102
Constantinides, The Wall Paintings, pp. 59-66.
103
Bouras, Olympiotissa Woodcarved Doors, p. 27, nt. 6.
104
Ibid., pp. 27, 32.
105
Ibid., p. 27.
106
Ibid., p. 27, nt. 5.
107
La formella era ancora integra al momento in cui G. Sotiriou pubblicò la porta (1927); da allora
la sua metà sinistra è andata perduta. Sotiriou, Μνηuει¯α τñς Θεσσαλiας, p. 324; cfr. Bouras, Olym-
piotissa Woodcarved Doors, p. 29.
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 555
108
Cfr. Constantinides, The Wall Paintings, p. 60.
109
Laddove Bouras (Olympiotissa Woodcarved Doors, p. 27) discute dei due pannelli del registro
superiore, leggiamo che “Of the small motifs set within the four-sided shapes, four have survived, two
with representations of birds and another two incised with the date inscriptions”; tuttavia, appare
abbastanza evidente che nella figura frammentaria del pannello del battente di destra non si può ravvi-
sare un uccello, quanto piuttosto un animale simile a un leone nella classica rampant posture.
110
Ibid., p. 29.
111
Postulando l’originaria esistenza di tre registri di cerchi completi per ogni intarsio più una fascia
non decorata posta tra la bordura e l’intarsio (come negli altri pannelli della porta), si deve ammettere che
il riquadro doveva avere in origine dimensioni pari a cm 61 x 40, identiche, cioè, a quelle degli altri pan-
nelli: ibid., pp. 29-30. La porta deve essere stata ridotta di circa 11 cm in altezza: cfr. ibid., p. 31, nt. 11.
112
Constantinides, The Wall Paintings, p. 134.
113
Englert, Der Bautypus der Umgangskirche, pp. 18-20.
114
Constantinides, The Wall Paintings, pp. 63-65.
115
Orlandos, Koκκινη ’Eκκλησιo, pp. 158-159.
116
Constantinides, The Wall Paintings, p. 134.
117
Ibid., p. 64, nt. 63; p. 234. L’inserimento delle due bande appare però abbastanza accurato e di
qualità decisamente alta a fronte dei rozzi interventi integrativi effettuati sulla porta in età moderna e
ancora visibili nelle fotografie anteriori al restauro del 1964. Cfr. Sotiriou, Μνηuει¯α τñς Θεσσαλiας,
fig. 11.
118
Constantinides, The Wall Paintings, p. 65, nt. 75. Nel corso di una breve conversazione al termi-
ne del mio intervento, il prof. Santo Lucà ha attirato la mia attenzione sul pericolo rappresentato dal
tradurre letteralmente il verbo con l’italiano “rinnovare” e sulla osmosi rilevabile nel greco bizantino
tra i concetti di “rinnovamento”, “messa in opera” e “edificazione”.
119
Ibid., p. 66.
120
Bouras, Olympiotissa Woodcarved Doors, p. 31, nt. 10.
121
Si tratta di una piccola porta che serrava un tempo un accesso secondario del nartece. Ne è ripro-
dotta un’immagine nella recente guida pubblicata dal monastero: Iερo Μονn Aγiας Τριoδος
Σπαρuου˜ 'Oλυ

uπου, Elassona 2006, fig. a p. 89. Rivolgo ancora un sentito ringraziamento all’archi-
mandrita Padre Chariton Toumbas per la sua cortesia nel segnalarmi l’esistenza del battente nonché
per avermi concesso di visitare lo skevophylakion del monastero di Hagia Triada.
122
La porta rimane, a quanto ne so, ancora inedita.
123
N.P. Kondakov, Памятники Христианскаго искусства на Ао-он (Monumenti di arte cri-
stiana all’Athos), Sankt-Petersburg 1902, pp. 238-239, tav. 38. L. Bréhier, La sculpture et les arts
mineurs byzantins, Paris 1936, pp. 83-84, tav. 50. Matthiae, Le porte bronzee, pp. 15, 59, fig. 9. E. Tsi-
garidas, Βυζαντινn µικροτεχνiα, in Iερo Μεγiστη Μονn Βατοπαιδiου, II, pp. 497-499, fig. 440. K.
Loverdou-Tsigarida, Thessalonique, centre de production d’objets d’arts au XIVe siècle, in Symposium on
Late Byzantine Thessalonike, pp. 251-252, figg. 19-20.
124
Ibid., p. 251, nt. 76.
125
Bouras, Les portes et les fenêtres, pp. 70 e segg.
126
Loverdou-Tsigarida, Thessalonique, centre de production, p. 252.
127
Ibid.
128
Kondakov, Памятники, p. 238, tav. 38.
129
E. Lambertz, H βιβλιοθnκη καi τo χειρoγραφo της, in Iερo Μεγiστη Μονn Βατοπαιδiου,
II, p. 569, nt. 51.
130
S.B. Mamaloukos, The buildings of Vatopedi and their patrons, in Mount Athos and Byzantine
Monasticism. Papers from the Twenty-eighth Spring Symposium of Byzantine Studies (Birmingham,
marzo 1994), a cura di A. Bryer e M. Cunningham, Aldershot 1996, p. 117.
131
L. Boura, Three Byzantine Bronze Candelabra from the Grand Lavra Monastery and Saint Catheri-
ne’s Monastery in Sinai, in “∆ελτiον τIς Χριστιανικη

ς 'AρχαιολογικIς `Eταιρεiας”, 4, 1989-1990,
15, p. 23.
REFERENZE FOTOGRAFICHE
1 (da Θησαυροi του˜ Aγiου "Oρους 1997); 2 (da Bogdanovic´ et alii 1978); 3-6 (da Bouras 1975);
8 (da Moutsopoulos 1967); 7, 9 (da Orlandos 1924); 10 (da Βυζαντινn και Μεταβυζαντινn Τíχνη
1985); 11-12 (da Papatheofanous-Tsouri 1993); 13-17 (A. Taddei, Roma); 18 (da Iερo Μεγiστη Μονn
Βατοπαιδiου 1996).
556 ALESSANDRO TADDEI
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 557
1. Monte Athos, Karyes, basilica del Protaton, vimothyron ligneo.
2. Monte Athos, Hilandar, vimothyron ligneo.
3-4. Monte Athos, Megisti Lavra, porta del katholikon e particolare.
1 2
3 4
558 ALESSANDRO TADDEI
5-6. Monte Athos, Megisti Lavra, porta
del katholikon (part.).
7. Voulgarelli, Kokkini Ekklisia, porta lignea.
8. Kastoria, monastero della Panagia
Mavriotissa, porta lignea del katholikon.
5
6
26
8
7
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 559
9. Restituzione grafica della
porta lignea della Kokkini
Ekklisia a Voulgarelli
(da Orlandos 1924).
10. Ioannina, Museo, battente
di vimothyron ligneo dal
villaggio di Perama.
11. Molyvdoskepastos
(Konitsa), monastero della
Dormizione della Vergine,
porta lignea del katholikon:
segmenti dell’incorniciatura.
9 10
11
560 ALESSANDRO TADDEI
12. Molyvdoskepastos (Konitsa), monastero della Dormizione della Vergine, porta lignea
del katholikon.
12
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 561
13. Elassona, monastero della Panagia Olympiotissa, porta lignea intarsiata proveniente
dal katholikon.
13
562 ALESSANDRO TADDEI
14-15. Elassona, monastero della Panagia Olympiotissa, porta lignea intarsiata proveniente
dal katholikon (part.).
14
15
LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 563
16-17. Elassona, monastero della Panagia Olympiotissa, porta lignea intarsiata proveniente
dal katholikon (part.).
16
17
18. Monte Athos, Vatopedi, porta del katholikon.
564 ALESSANDRO TADDEI
18

Indice

pag.

11

Premessa
Antonio Iacobini Christoph Riedweg

15

Le porte bronzee bizantine in Italia: arte e tecnologia nel Mediterraneo medievale
Antonio Iacobini

55 65 81

Bisanzio e le Repubbliche marinare italiane prima delle crociate
Vera von Falkenhausen

Réflexions sur décor et fonctions des portes monumentales
Jean-Michel Spieser

Le porte e gli arredi architettonici in bronzo della Santa Sofia di Costantinopoli
Alessandra Guiglia Guidobaldi, Claudia Barsanti

125

Approvvigionamento e lavorazione delle leghe di rame a Costantinopoli tra XI e XII secolo
Francesca Zagari

141

Bronzi e marmi: le incorniciature e la sistemazione di facciata delle porte bizantine
Francesco Gandolfo

159

«Cum valde placuissent oculis eius...»: i battenti di Amalfi e Montecassino
Simona Moretti

181 201 219

Le porte bizantine di Atrani e Salerno
Mauro della Valle

La data della porta di Amalfi
Antonio Milone

Il contributo del restauro alla conoscenza delle porte di bronzo bizantine di Amalfi, Atrani e Salerno
Antonio Braca

239 261 283 301

Il programma iconografico della porta di S. Paolo fuori le mura
Livia Bevilacqua

Gli ultimi restauri alla porta di S. Paolo fuori le mura
Maurizio Sannibale

Le porte bizantine di Venezia: storia e restauro
Ettore Vio

Le porte ageminate della basilica di S. Marco a Venezia tra storia e committenza
Andrea Paribeni

319 345

La porta di Monte Sant’Angelo tra storia e conservazione
Gioia Bertelli

L’Angelus Domini e la coronatio dei santi Cecilia e Valeriano sulla porta di Monte Sant’Angelo
Roberta Flaminio

375

Le porte di Monte Sant’Angelo e di Canosa: tecnologie a confronto
Fabrizio Vona

Appendici
Vito Nicola Iacobellis, Osvaldo Cantore Inez van der Werf, Maria Marmontelli, Francesca Dentamaro Giovanni Buccolieri, Rocco Laviano

411

La passione del restauro: Sergio Angelucci e le porte bizantine in Italia
Tuccio Sante Guido, Stefano Lanuti, Dino Pellegrino

429

La porta del mausoleo di Boemondo a Canosa tra Oriente e Occidente
Antonio Cadei

471 491

Bronzi della Sicilia normanna: le porte del duomo di Monreale
Beat Brenk

Le “Porte d’oro” della cattedrale di Suzdal: problemi stilistici e iconografici
Xenia Muratova

523 565

Le porte bizantine in Grecia
Alessandro Taddei

Il progetto Portae byzantinae Italiae: documentazione grafica e database informatico
Annalisa Gobbi, Giovanni Gasbarri

Le porte bizantine in Grecia Alessandro Taddei

Il significativo gruppo di porte bronzee realizzate negli ateliers di Costantinopoli e indi giunte in Italia centro-meridionale a partire dagli anni sessanta dell’XI secolo si rivela segno del favore crescente mostrato da una ben precisa e nota committenza per tali manufatti dell’arte fusoria bizantina. Concentrate in poco più di un quarantennio, da quella del duomo di Amalfi (1060) ai battenti offerti da Leone da Molino a S. Marco di Venezia (1112), le porte bizantine d’Italia costituiscono un insieme uniforme e ben caratterizzato 1. In aree geografiche ben più vicine alla capitale dell’impero analoghi prodotti artistici continuavano come in passato a decorare edifici ecclesiastici, dimore laiche e palazzi. Tuttavia, il numero degli esemplari conservati nell’odierno territorio ellenico, tutti di epoca medio e tardo bizantina, è non solo di gran lunga inferiore al corpus italiano ed europeo in genere ma anche di più difficile collocazione cronologica. Oltre a ciò, delle singole porte si ignora nella quasi totalità dei casi la bottega creatrice, il luogo di messa in opera originaria, nonché, spesso, il contesto sociale e politico della committenza. Si dovrà pertanto procedere con i pochi dati a nostra disposizione lungo un percorso per molti versi assai discontinuo. Gli esemplari che verranno in questa sede illustrati hanno però un comune denominatore: sono, cioè, tutti pertinenti a complessi monastici. Allo stato attuale delle conoscenze, inoltre, non si registra alcun caso di provenienza da edifici di carattere laico. I battenti qui esaminati – lignei o rivestiti in bronzo – espletano essenzialmente due precise funzioni: essi infatti possono essere parti costituenti di: a) porte destinate a ingressi di katholika, cioè di chiese appartenenti a monasteri; b) porte di accesso allo hieron vima, i cosiddetti vimothyra, parte integrante della struttura del templon 2.
I

Nel 1957 S. Pelekanidis pubblicava nelle pagine della Archeologiki Ephimeris un corposo contributo riguardante il fino ad allora inedito vimothyron conservato a Karyes, capoluogo amministrativo della Repubblica monastica del Monte Athos. Il vimothyron (fig. 1) era forse pertinente a un parekklision posto

Nel registro sottostante la decorazione del campo è affidata a uno schema analogo a quello già visto nel registro superiore. è più elaborata. soprattutto in sede di comparazione stilistica con altri oggetti 4. una formella figurata. con aureola semplice e volto allungato e barbato.524 ALESSANDRO TADDEI al piano superiore dell’edificio del Protaton 3. La cornice delle formelle figurate rettangolari. In questo registro – nel battente di sinistra – si trova l’unica formella iconica rimasta. si intrecciano formando clipei circolari. sul battente di sinistra). Fa eccezione la corposa scheda a cura di B. Si può notare la stessa decorazione con tralcio a girali ospitanti rosette che caratterizza la fascia decorativa alla sommità dei battenti. La decorazione dei diversi riquadri è simmetrica da un battente all’altro e ogni registro presenta un modulo differente. decorata da girali ospitanti rosette. il cui profilo superiore curvilineo era coronato da elementi a pomello alti cm 3 e spessi cm 1. Queste. Pitarakis pubblicata recentemente nel catalogo della esposizione delle opere d’arte del Protaton (Thessaloniki 2006). oggi scomparsi. su ciascun lato della cornice si affianca un elemento a semicerchio decorato da un clipeo con rosetta e da una fascia di fogliette appuntite poste a raggiera lungo il lato curvilineo. Alla pubblicazione particolareggiata di Pelekanidis non hanno fatto seguito ulteriori studi. va a inquadrare lo spazio destinato ad accogliere. anch’essa di forma rettangolare.36 x 0. La presenza del Crisostomo in questa posizione ha portato Pelekanidis alla conclusione che le quattro formelle dei due registri centrali del vimothyron . I due riquadri del registro superiore – in realtà ritagliati a quarto di cerchio data la forma del battente – recano un campo decorato da quadratini delineati da listarelle. La porta – che misura complessivamente m 1. con ogni probabilità. dato il maggiore spazio a disposizione. Gli elementi somatici – nota Pelekanidis – sono in qualche modo enfatizzati. La figura è ritratta in posizione frontale. scheda nella quale vengono formulati nuovi interrogativi sulla tecnica e sulle componenti decorative nonché proposta una cronologia più bassa rispetto a quella tradizionalmente accettata 5. caratterizzata da un motivo a doppio tralcio ondulato con grappoli e foglie alternati entro girali. una volta giunte a metà del lato di ciascuno dei riquadri. identificato dall’epigrafe: O ′ ′ A[γιος] Iω[αννης] O Χρ[υσοστοµος]. resi con accentuato grafismo. Ciascun battente è interamente ricoperto da una decorazione a intarsi in osso ed è diviso in quattro quadrati sovrapposti. oggi perduta in entrambi i battenti. Lungo il profilo curvilineo sommitale del registro superiore si trova una ulteriore fascia lineare. Una larga cornice a formelle rettangolari di avorio.5 (se ne conserva uno solo. disegnati da una cornice tripla composta da una fascia centrale a girali di tralci ondulati e da bordure laterali.75 e raggiunge uno spessore di cm 3 – è costituita da due battenti lignei. di conseguenza. Essa raffigura san Giovanni Crisostomo. ma solamente alcune citazioni. la formella di sinistra avrebbe recato l’immagine dell’arcangelo Gabriele e quella di destra la Theotokos. al cui interno dovevano probabilmente trovare posto elementi decorativi. La ricostruzione ipotizzata da Pelekanidis prevedeva che nelle due formelle del registro superiore fosse rappresentata l’Annunciazione della Vergine (Evangelismos). In aggiunta.

Altre due foglie. che quasi tutto lo spazio del campo è occupato da una cornice a fasce piuttosto elaborata. La decorazione di queste fasce ortogonali è identica a quella della incorniciatura della formella. vale a dire. Nello stesso battente. La fascia esterna. però. Il frammento della prima formella in alto a sinistra nel battente di sinistra lascia invece scorgere parte delle ali. oltre al Crisostomo. la quale dà origine a una ripartizione in quadrati. esemplata dal ben noto Cofanetto di Veroli (Londra. forse. Al centro. in ciascun battente. Le cornici per le formelle sono sostanzialmente identiche a quelle con rose entro girali del secondo registro. di due elementi danneggiati o mancanti con pezzi in soprannumero resisi disponibili ma destinati ad altro manufatto 7. la coda e la zampa di un uccello che ghermisce una preda. però. I motivi decorativi adoperati nelle cornici e nelle campiture dei registri del vimothyron di Karyes conoscono una straordinaria diffusione nell’ambito della produzione di avori di origine costantinopolitana. Gregorio il Teologo e Atanasio di Alessandria. la quale va a raggiungere la tripla cornice esterna del battente. formando piccoli quadrifogli. alla base delle cornucopie si trovano foglie (nelle bande verticali) o grappoli (in quelle orizzontali). lì dove essa forma i clipei. più larghe. Goldschmidt aveva denominato “antikisierenden Kästen” 8. riempiono gli spazi di risulta negli angoli in basso. Nel battente di sinistra. Più di recente si è parlato anche – e con maggiore puntualità – di cofanetti a rosette (“rosette caskets”). Anche qui compare la parte sommitale di una coppia di cornucopie con caule baccellato e bocca decorata da una fila di perline entro due listarelle. si diparte uno stelo che sorregge un grappolo di uva. Nicola 6. forse un altro volatile. Due foglie stilizzate a quattro lobi paralleli fuoriescono dai calici. della formella in alto a sinistra rimane solo un frammento di difficile lettura. quello inferiore. Delle otto formelle sopravvive per intero solo quella in basso a destra nel battente di destra. destinata ad accogliere. fra i due calici. reca inciso un motivo a cerchietti colorati. Il campo a quadrifogli si ritrova anche nel quarto ed ultimo registro. in antico. da notare. Pelekanidis riconduceva alcuni di essi all’atmosfera stilistica del X-XI secolo. più sottile. quattro formelle aniconiche. Basilio di Cesarea. fungono da divisorio per le otto formelle e sono arricchite da un motivo a coppie di cornucopie simmetriche dalla cui imboccatura fuoriescono due piccioli che reggono un grappolo centrale. con i lobi ripiegati verso il basso. Victoria and Albert . le due fasce ortogonali interne.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 525 dovessero recare le raffigurazioni dei più importanti fra gli hierarches. A metà di ciascun lato della cornice si diparte ortogonalmente una fascia della medesima larghezza. In tale categoria di oggetti. placchette romboidali sono disposte a gruppi di quattro. o. L’incongruenza può forse essere spiegata con un risarcimento. apparentandoli con il gruppo di manufatti costantinopolitani che A. Nel campo del terzo registro. le due fasce che si dipartono dai lati superiore e inferiore dell’incorniciatura della formella presentano un motivo differente: un tralcio vegetale nella fascetta superiore e una borchietta quadrata con sedici puntini in quella inferiore.

La conclusione cui perveniva Pelekanidis sulla base delle sue considerazioni era che il vimothyron della basilica del Protaton di Karyes fosse opera costantinopolitana della seconda metà del X secolo. ma si percepiscono anche una forte ovalizzazione dei volti e delle aureole insieme al trattamento impressionistico dei tratti somatici. tanto per i pannelli decorativi non iconici quanto per l’immagine del Crisostomo ha condotto di recente Brigitte Pitarakis a optare per una pro- . le ultime tre opere citate. quale quello che in parte denota il cofanetto con Deisis. elementi che in qualche modo richiamano l’atmosfera del pannello con il Crisostomo del battente sinistro di Karyes 17. In una placca eburnea con animali fantastici attribuita al X secolo. 28). attribuita alla metà del secolo X14. l’altro più cristallizzato. In qualche maniera. che per certi versi riesce anche a permeare le raffigurazioni di carattere religioso. Cutler agli anni intorno al 96016. Lo stesso motivo presente nell’avorio di Darmstadt compare anche sul coperchio del coevo cofanetto con scene della Genesi dall’Ermitage di San Pietroburgo 11. nr. potrebbe dare un’idea del repertorio da cui furono mutuati taluni elementi poi impiegati in forma più semplificata a Karyes 12. fra gli esempi portati dallo studioso. se non altro più incline a un gusto altrettanto raffinato ma di maggiore immediatezza. Kg. indubbiamente di qualità superiore rispetto al pannello di Karyes. però. In ogni caso. proveniente dalla ex-collezione Stroganoff e passata in collezione privata a New York. Pelekanidis concentra l’attenzione sulla variante a rosette alternate di due tipi. l’uno a petali morbidi. in particolar modo a trittici. al di là delle varianti nei motivi decorativi. certamente il cofanetto con storie di Adamo ed Eva di Darmstadt (Hessisches Landesmuseum nr. Pelekanidis trova invece il confronto per la decorazione a doppio tralcio ondulato della cornice dei due pannelli del registro superiore e per la figura frammentaria di uccello con preda della formella del battente sinistro di Karyes 13. non va trascurato il fatto che una comparazione con il cofanetto di Darmstadt. nonché l’ancor più nota placca con l’incoronazione di ˇ Costantino VII (945-959) del Museo Puskin di Mosca (II 2 b 329) 15 e il pannello con san Giovanni Prodromos di Liverpool (Free Public Museum. quasi una stella a sei punte.526 ALESSANDRO TADDEI Museum nr. destinati alla fruizione da parte di una élite urbana abituata a un repertorio profano e classicheggiante o – se vogliamo – arcaizzante. 54:219) è il più calzante 10. Mayer Coll. appartengono a contesti altri. apostoli e santi della collezione del Dumbarton Oaks (nr. attribuito al 950-1000. Nell’ambito dei raffronti proposti dalla critica per il pannello con Giovanni Crisostomo vale la pena ricordare la valva di trittico con imperatore (probabilmente Costantino il Grande) del Dumbarton Oaks (nr. attribuito da A. L’ambiente da cui proveniva la committenza del pannello dell’Athos doveva essere leggermente differente. Qui si coglie la rigida e leggermente schematica collocazione delle diverse figure sacre entro pannelli incorniciati da fasce in cui si gioca con le varianti tipologiche delle rosette entro girali. 47. 216-1865).9).11). il motivo a rosette entro girali è estremamente frequente. Il medesimo ricorso al raffronto con gli avori. quasi invasivo 9. 47.

2) è di dimensioni leggermente più ridotte (1. quello superiore a quarto di cerchio. P. pur nella loro brevità. come nell’altro vimothyron. Pelekanidis attribuiva un altro vimothyron athonita. Lungo il profilo curvilineo sommitale doveva essere presente una ulteriore fascia in avorio a tralcio con girali caricati da rosette (ne rimane il tratto iniziale sul battente destro) mentre non si scorge traccia alcuna dei pomelli posti lungo il coronamento. Bogdanovic´ li fa risalire a prima del 1200. i due inferiori di forma rettangolare. comunque. quello appartenente al monastero di Hilandar. Radojc ´ e la Han collocarono il ˇic manufatto. salvo la presenza di quattro – e non cinque – placchette in ogni gruppo.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 527 XII posta di datazione del vimothyron al tutto una cronologia più alta 18.75) 21 e si trova in uno stato di conservazione alquanto più precario. Radojc ´ nel suo ˇic studio sul patrimonio del monastero. ovvero agli ultimi decenni del X secolo 20. senza tuttavia escludere del Sempre alla seconda metà del X secolo o. ne anticipa ulteriormente la datazione al periodo della prima fondazione del monastero. anch’essa decorata a rosette entro girali.25 x 0. pari a sei contro gli otto di Karyes – è costituita dalla fascia orizzontale in avorio. Di forma analoga a quello del Protaton. a un ordito a quadratini disegnati da listarelle sottili e ospitanti gruppi di cinque placchette quadrate disposte a quinconce. Esso fu poi pubblicato approfonditamente da Verena Han nel 1956. il vimothyron di Hilandar (fig. La campitura dei due quarti di cerchio del registro superiore è affidata. inquadrato da una cornice d’avorio a fascia decorata da rosette entro girali. Consta di due battenti a coronamento curvilineo ripartiti ciascuno in tre registri sovrapposti. Una differenza percepibile rispetto ai battenti del Protaton – oltre al numero dei riquadri. Il registro inferiore è caratterizzato da placchette romboidali su file diagonali. apparso nel 1955. che contribuisce a creare una separazione più netta tra il registro superiore e quello mediano. I contributi più recenti sui due battenti intarsiati di Hilandar. Le due fasce laterali di tale cornice si intrecciano. . per formare clipei a metà dei lati di ogni riquadro. formanti piccoli quadrifogli. Mylonas. I due riquadri rettangolari del registro sottostante recano lo stesso tipo decorativo. Dal punto di vista degli elementi costitutivi della decorazione sono evidenti le assonanze con il vimothyron del Protaton: anche qui una cornice tripartita con fascia centrale a tralcio e fasce laterali a file di quadratini posti sulla diagonale suddivide i battenti in pannelli rettangolari. ne spostano la realizzazione a data anteriore: il volume dedicato al monastero da D. Ognuno dei sei riquadri ospitava inoltre un pannello iconico rettangolare. in un ambito compreso fra la seconda metà del XII e il XIV secolo 19. a data anteriore alla fine dell’XI. sulla base delle loro osservazioni stilistiche. sposando le considerazioni stilistiche di Pelekanidis e della Loverdou-Tsigarida sull’esemplare conservato al Protaton. ricordato brevemente da S. come accadeva a Karyes. II secolo.

costituiscono un antecedente tipologico e funzionale anche per i vimothyra del Protaton e di Hilandar 23. la più recente posta a proteggere il varco di passaggio tra la navata e il khu . è stato affermato che nei due pannelli del registro superiore potessero comparire i profeti Davide e Salomone. La semplice osservazione dei due manufatti non può che condurre alla conclusione che essi furono realizzati da una medesima bottega e che tale bottega. Dei pannelli iconici non rimane alcuna traccia. figure dionisiache e animali (Dumbarton Oaks nr. per i quali non si conosce a tutt’oggi alcun possibile raffronto crea numerosi interrogativi. Le porte in mogano della chiesa di al¯dı ¯ ‘Adhra’ sono due. Innanzitutto quale fu la tecnica usata per la campitura dei diversi riquadri. nei due riquadri inferiori due hierarches. però. collocate come su di un’iconostasi. La sua analisi non conduce solamente entro il campo minato delle produzioni seriali. Ma l’unicità formale dei due vimothyra. forse Basilio di Cesarea e Giovanni Crisostomo 22. così come per la decorazione delle cornici verticali e orizzontali dei due battenti. più avanti).. All’interno dei pannelli che decorano i battenti si dispiega un ricco campionario di motivi geometrici di campitura tratti da un repertorio decorativo largamente diffuso e codificato fin dall’epoca tardoantica. In mancanza di termini di paragone cronologicamente o geograficamente affini. Tali immagini di piccole dimensioni. nel registro mediano l’arcangelo Gabriele e la Theotokos dello Evangelismos. tecnica che presenta problemi di contestualizzazione sostanziali. Dal punto di vista tecnico un fatto è certo: la presenza di osso – oltre all’avorio – fu sottolineata da Cutler sia a proposito delle cornici decorative del cofanetto costantinopolitano con guerrieri. spazio che impropriamente potremmo definire come una ¯rus sorta di transetto.1). la campitura cosiddetta a marqueterie delle superfici dei battenti ha ricevuto minore attenzione. come affermano sia Pelekanidis sia la Loverdou-Tsigarida nel caso di Karyes è forse da collocare a Costantinopoli. in cui elementi decorativi di tipo modulare venivano applicati secondo schemi .528 ALESSANDRO TADDEI Tutte le cornici sono lineari e non presentano quella varietà di motivi vista nel vimothyron di Karyes. la tentazione è quella di ricorrere all’Egitto. postulando appunto un legame preciso fra la realizzazione seriale dei “rosette caskets” e quella delle porte intarsiate 24. in particolare alle monumentali porte della chiesa della Vergine (al-‘Adhra’) nel cosiddetto Monastero dei Siriani (Deir Suriani) nel Wa ¯ Natrun. 53. Sono caratterizzate da intarsi in avorio e ben datate entro la prima metà del X secolo grazie alle iscrizioni presenti sulla loro incorniciatura. Per altro verso. della seconda metà del X o dell’inizio dell’XI secolo sia di quelle dei vimothyra del Protaton e di Hilandar nonché della più tarda porta lignea della Olympiotissa di Elassona in Tessaglia (v. la più antica collocata come schermo del vano centrale del presbiterio (hai’kal). Entrambe le porte si devono alla committenza dell’abate Mosè di Nisibi e presentano grandi affinità strutturali e stilistiche. A ciò si aggiunga l’inserimento nel registro superiore di formelle rettangolari con figure di Persone divine e santi accompagnate da ornamentazioni vegetali stilizzate. imprescindibile punto di riferimento stilistico e tematico per le arti suntuarie delle epoche successive. In via di ipotesi.

non sia di molto mutata. a fini di comparazione con altri oggetti da esso caratterizzati. Bouras nel suo studio sulle porte e le finestre nell’architettura bizantina. Oggetto di numerose citazioni sbrigative. la variante più complessa di un disegno base applicato in maniera più diretta nel caso di Hilandar. condotto tramite una contestualizzazione entro l’edificio di pertinenza. La struttura lignea di supporto dei battenti raggiunge i 6 cm di spessore ed è costituita da montanti e da traverse tenuti insieme da mortase. Bouras tornò sull’argomento con un corposo articolo pubblicato nel 1975. bisognerebbe pertanto propendere per una collocazione cronologica assoluta di entrambi in un intervallo di tempo compreso fra la seconda metà del X e l’XI secolo.84 m di altezza (fig. Del 1973 è invece la prima pubblicazione di fotografie del manufatto. lo strumento più completo per la conoscenza della porta insieme al primo tentativo di una datazione assoluta. a tutt’oggi. Le menzioni successive rivestivano nuovamente carattere episodico. Ciascun battente misura 0. Una prima analisi del modulo decorativo a croce foliata presente sui battenti è reperibile. Essa si trova tuttora in opera nel varco tra la liti e la navata centrale della chiesa. ma anche a orientarsi verso oggetti caratterizzati da una tecnica assai più nota per l’età moderna che per le epoche anteriori. Flemming dedicato a tale iconografia e apparso nel 196927. risalente al 196426. Come ebbe a riconoscere Pelekanidis.945 x 2. al momento in cui si accetti la evidente analogia fra i due manufatti. sempre nella Repubblica dell’Athos. English Frazer sulle porte bronzee bizantine in territorio italiano 28. 3). Qualora si tenga in conto che non vi è ragione di credere che le fasce in avorio e i pannelli figurati siano pezzi di riuso. Le traverse poste fra i montanti sono di altezza variabile e gli spazi fra l’una e l’altra traversa sono riempiti da gruppi di due o tre tavole lignee indipendenti dalla struttu- . nell’articolo di J. il quale costituisce. sebbene numerosi siano gli esempi censiti nei monasteri dell’Athos 25. la porta della Megisti Lavra fu presa in esame in maniera approfondita da C. a tutt’oggi. ovvero il katholikon del monastero 29. la loro realizzazione a breve distanza temporale l’uno dall’altro o. se non altro. C.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 529 abbastanza cristallizzati e destinati a durare nel tempo. Altro è il problema riguardante la datazione dei due vimothyra dell’Athos. La cronologia relativa è senz’altro più sicura. la maggior parte di questi oggetti rimane sostanzialmente inedita e si può dire che la situazione. contenute all’interno del contributo di M. Nelle province europee dell’impero ottomano i manufatti lignei a intarsi minuti in osso e a marqueterie hanno infatti conosciuto fino a epoche relativamente recenti una enorme diffusione nell’ambito del mobilio liturgico. III Curiosamente trascurata dalla critica è la significativa porta lignea con rivestimento in lamina bronzea decorata a sbalzo appartenente al katholikon della Megisti Lavra. la dipendenza da un prototipo comune. Il vimothyron di Karyes rappresenterebbe. a questo punto.

nella decorazione. J.8).4) retta da una protome leonina in bronzo fuso. I pannelli sono costituiti da lamine spesse all’incirca mezzo millimetro lavorate a sbalzo.8) decorato a foglie trifide stilizzate (fig. al tempo stesso. 4). al fine di dare spazio a una maggiore apparenza di compostezza. dovuta probabilmente a committenza imperiale e collocabile in data posteriore alla fine degli anni ’60 del X secolo 33. La porta è ripartita in otto pannelli quadrati su quattro registri sovrapposti. fanno eccezione le due traverse mediane. dalla cornice che separa i diversi pannelli. fatto che rappresenta un caso unico fra le porte bizantine conservatesi fino a oggi 31. Per quanto concerne l’analisi particolareggiata dei diversi motivi stilistici adoperati nei pannelli e nelle cornici della porta non si può non rimandare all’esame approfondito condotto da Bouras 32.530 ALESSANDRO TADDEI ra portante. eseguite a bassorilievo (figg. C. La minore enfasi posta da Bouras su questo confronto era ben giustificata dall’incertezza della datazione di questo reliquia- . i quattro dei due registri inferiori sono caratterizzati da rosette a dodici petali. segno di un adattamento deliberato di forme antiche al gusto contemporaneo 34. nelle quali il chiodo adiacente alla linea di giunzione dei battenti viene sostituito da una maniglia ad anello (diam. la buona qualità formale dei pannelli dell’Athos. Sia consentito tuttavia di aggiungere una brevissima considerazione sui due motivi che caratterizzano i pannelli. quello che colpisce veramente per le analogie nell’impianto – soprattutto per la cornice a tralcio vegetale con girali contigui e anthemia – è costituito dalla decorazione del verso della stauroteca della Procuratoria di S. I quattro pannelli dei due registri superiori recano un motivo a croci gemmate e foliate. 5-6). Il gusto classicheggiante della croce foliata del reliquiario di Limburg scemava nei battenti della Lavra. tuttavia. Sulla faccia esterna ogni battente viene detto essere rivestito in bronzo ma l’esatta natura della lega non è mai stata stabilita 30. Flemming aveva sottolineato le analogie tra le croci foliate dei pannelli della porta e quella che decora il verso del reliquiario argenteo della Vera Croce di Limburg an der Lahn (Diözesanmuseum). cm 9. cm 10. una listarella di profilatura interna a rocchetti e un campo centrale. Il piano degli otto pannelli rientra di circa 3 cm rispetto a quello della cornice. Il pannello vero e proprio comprende una bordura formata da una fascia decorata da trecce a tre capi. Fra gli altri raffronti portati da Bouras. Marco a Venezia (Santuario 75). Bouras si soffermava peraltro a rilevare la maggiore morbidezza del disegno nel caso di Limburg ma. Essa presenta un motivo decorativo a girali contigui formati da caulicoli e includenti foglie di vite alternate a complessi anthemia. Sulla placchetta posta in corrispondenza delle due maniglie trova posto una croce ornata di gemme. Chiodi a larga testa (cm 5. Il listello di copertura della giunzione è applicato sul battente di sinistra ed è decorato da un tralcio con appendici foliate e palmette. in numero di tre per ogni traversa assicurano la cornice al supporto ligneo. Ciascuno dei pannelli è inquadrato da una cornice a sguincio costituita da due listelli ad astragalo includenti fra loro una sottile fascia a palmette e fiori di loto. montata su di un disco circolare (diam. Tale cornice è profilata esternamente da un listello ad astragalo in bronzo fuso che corre lungo il margine del battente. Come si è visto. La struttura a montanti e traverse del telaio è ricalcata.

con particolare riferimento ai plutei decorati del katholikon e della chiesa della Panagia del monastero di Hosios Loukas. . precisamente nel quarto registro a partire dall’alto. già la scultura architettonica delle fondazioni athonite più antiche (Megisti Lavra. Vatopedi. Anderson ha assegnato la stauroteca di S. che la critica colloca nel luglio 1002. da un lato. secondo M. Sarebbe sufficiente citare i plutei del templon della basilica del Protaton di Karyes (seconda metà X sec. Salerno e Venezia. del naos 40. Bouras propone invece una precisazione cronologica che di per se stessa postula una pertinenza ab origine della porta all’edificio in cui essa è in opera attualmente: sull’architrave marmoreo è d’altronde ancora leggibile un monogramma fino a oggi attribuito al Niceforo patrikios e protos epi tou kanikliou che sant’Atanasio Athonita aveva scelto come patrono della comunità athonita presso la corte di Costantinopoli e che. fortemente stilizzate e con robuste nervature il cui andamento è tale da fare assumere al complesso una marcata forma a lira 37. tuttavia. Qualora effettivamente i battenti appartengano all’edificio originario. Ma queste croci si trovano anche nei pannelli lignei a intarsi della già citata porta di accesso allo hai’kal della chiesa del Deir Suriani. Le croci foliate destinate a decorare formelle di battenti non possono non far pensare ancora una volta ai numerosi esempi bronzei italiani. Talbot Rice e all’inizio dell’XI per la English Frazer – sono il segno evidente di una conoscenza del manufatto che si è mantenuta relativamente superficiale. Elemento peculiare delle croci foliate del Wa ¯ Natrun è l’essere racchiuse entro eleganti quadrilobi. si deve pensare che essi siano stati realizzati nell’ambito del primo decennio dell’XI secolo. attribuito da Frolow al XIII secolo come imitazione di opera anteriore.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 531 rio costantinopolitano. Restle.) 39 e la numerosa serie di plutei opistoglifi in opera nel katholikon di Vatopedi nelle finestre delle due nicchie. dall’altro le discordanti datazioni – al XIV sec. Marco a data ben più alta. allorché fu probabilmente completato il katholikon stesso 42. ben datati fra il 1060 e la prima metà del XII secolo e ovviamente tributari di modelli anteriori 36. La costruzione dell’edificio è infatti sicuramente in relazione con la morte di Atanasio. Ove poi si presti attenzione alla compresenza del pentaomphalon e della rosetta iscritta (con numero di petali variabile da un caso all’altro). Dochiariou. al XII per D. ma in realtà aprendo un discorso di vasta portata che abbraccia Costantinopoli e tutti i territori da essa influenzati tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo 38. Il motivo del pentaomphalon dei quattro pannelli dei registri inferiori forniva l’occasione a Bouras per introdurre una riflessione sulla diffusione di questo schema nell’ambito della scultura mediobizantina. nord e sud. l’origine costantinopolitana della porta della Megisti Lavra non sembra essere messa in discussione data la difficoltà di realizzare un manufatto di questa portata all’interno delle botteghe monastiche 41. Alla base di queste croci si diparte una coppia di foglie d’acanto simmetriche. Xiropotamou.C. C. coprì una parte delle spese per l’erezione del katholikon. Atrani. tra cui Amalfi. i cui spigoli interni ¯dı ¯ possiedono terminazioni a trifoglio. con tutta probabilità. J. Iviron) offre innumerevoli esempi. in anni compresi fra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo 35. in tempi più recenti. Se.

in effetti basata su di una semplice tradizione 43. nel 101844. Gli elementi lignei intagliati sono applicati al di sopra di un telaio liscio e privo di decorazione tramite chiodi a testa larga. con decorazione simmetrica da un battente all’altro. in ogni caso.532 IV ALESSANDRO TADDEI Una misconosciuta porta lignea a due battenti intagliati assicura la comunicazione tra il nartece e la navata del katholikon del monastero della Panagia Mavriotissa a Kastorià. È formata da tre tavole. dieci sopravvivono in stato più o meno buono di conservazione. L’appellativo attuale di Mavriotissa è attestato a partire dal XVII secolo quale nome derivato dal vicino villaggio di Mavrovo 45. la terza coppia ha invece il solito clipeo riempito da un motivo a girandola. in tutto e per tutto identica a quella ora esaminata. Dall’alto verso il basso. Semplicissima è anche l’articolazione dei battenti. successiva alla riconquista bizantina della città da parte di Basilio II. Le due croci occupano l’intera superficie dei due battenti. Il katholikon del monastero è un edificio a navata semplice rettangolare con ampio nartece avente funzione di liti. nella seconda metà del XIII secolo. la seconda coppia un fiore a dodici petali iscritto entro un clipeo analogo. I muri nord-est. forma il contorno delle due grandi croci a doppio braccio trasversale impostate su due scalini. 8). è estremamente sobria 46. dunque nel periodo di massima fioritura del monastero. ancora in situ. forse compresa entro l’XI secolo ma. in realtà privi di alcuna funzione strutturale. il monastero sarebbe stato fondato con il nome di Panagia Mesonisiotissa al tempo di Alessio I Comneno (1081-1118) nel luogo ove si accampò nel 1083 l’esercito bizantino che liberò Kastorià dall’occupazione normanna. Delle dodici formelle quadrate. due montanti verticali e un architrave orizzontale di coronamento. la prima coppia reca una croce greca con estremità patenti iscritta entro un clipeo disegnato da una serie di puntini. L’incorniciatura della porta. Negli spazi liberi tra le croci e le cornici esterne trovano posto dodici formelle quadrate poste sulla diagonale e inchiodate al telaio. Tuttavia. . All’incrocio dei bracci delle due croci si trovano tasselli triangolari identici a quelli visti negli angoli della cornice esterna. mentre quella di destra è andata perduta. Una fascia intagliata. nel registro mediano del battente di destra l’una (a sinistra) ci è giunta solo per metà. Gli angoli interni di tale cornice sono rinforzati da tasselli triangolari animati dalla medesima decorazione. Ogni battente possiede innanzitutto una incorniciatura formata da una fascia intagliata a motivo geometrico-vegetale che corre lungo i margini del battente stesso ed è fissata con chiodi. sud-est e sud-ovest del naos nonché quello sud-est della liti appartengono alla fase originaria mentre il resto dell’edificio è da ricondurre a rimaneggiamenti anteriori al 1265. Tutte e tre le tavole sono animate da due modanature lineari verso l’interno della porta e da una fascia esterna decorata da cerchi intersecanti e formanti quadrati a lati concavi con iscritto un piccolo elemento circolare. la fase originaria della chiesa sembrerebbe in realtà essere più antica. Secondo la tesi maggiormente accreditata. nella Macedonia greca (fig. Chiodi a testa larga assicurano anche queste fasce decorate al telaio retrostante.

in Ungheria (tesoro della cattedrale.1). affiancata da rosette e due aquile raffigurate entro clipei 49. in cui le figure di Costantino ed Elena occupano il registro principale ai due lati della croce mentre nelle due scene sottostanti si possono riconoscere il Cristo condotto al Golgota (Christos elkomenos) e la Apokathilosis (la Deposizione) 53. MB 92) 50. ma occupante l’intero prospetto. nr. sebbene di austera semplicità e dominata da una rigida assenza di immagini.3. oggi separate fra Hannover (Kestner Museum) e Dresda (Grünes Gewölbe) ma sicuramente facenti parte in antico di un unico dittico databile secondo Cutler entro il quinquennio 94594955. Ma croci di questo tipo sono parimenti caratteristiche dell’iconografia mediobizantina dei santi Costantino ed Elena nella loro veste di testimoni della realtà storica della redenzione 51. a essi si aggiunga l’elegante croce a doppio braccio su tre scalini. realizzata a Costantinopoli attorno al 1080 e messa in opera a spese di un anonimo donatore 48. secondo il modello applicato nelle due porte bronzee giustinianee dell’exonartece della Santa Sofia di Costantinopoli 47. inoltre. tuttavia. 1578) ove. cronologicamente posteriore al 1150. È evidente. formata da un nastro intrecciato e incorniciata da un’arcata animata a sua volta da un motivo a treccia. inv. diviene registro decorativo unico ed esclusivo del battente. 64. la presenza di croci a doppio braccio nella scultura in funzione liturgica dell’XI secolo. per esempio il trittico con Crocifissione di Berlino (Staatliche Museen nr. Altri contesti molto interessanti in tal senso sono rappresentati da alcuni dittici o trittici eburnei con scene di argomento cristologico. Clemente. non racchiusa entro una formella. nella valva sinistra. 431 T 293A) con elaborata croce affiancata da due pavoni. Fra quelli maggiormente famosi. Non si deve trascurare. 432 T 293B) con croce formata da una treccia a tre capi. Marco a Venezia. presenta un notevole interesse iconografico nonché una più che chiara valenza simbolica. che ci si trova di fronte a uno dei casi in cui la croce. Solo per citare alcuni esempi di sicura provenienza ellenica. scolpita su un pluteo dei secoli X-XI appartenente alla Moni Vlatadon di Tessalonica e conservato nel monastero stesso (nr. In entrambe le scene sovrapposte di Stavrosis e Apokathilosis (Crocefis- . Non a caso. momenti salienti del ciclo della morte e resurrezione del Cristo. foliata. ricordiamo la già citata stauroteca di Limburg e il reliquiario conservato a Esztergom. il registro inferiore è occupato dalla raffigurazione di Costantino ed Elena reggenti una croce del tipo a due bracci trasversali 54. Croci ageminate del tipo a doppio braccio trasversale entro arcate compaiono invece in due formelle del primo registro dall’alto della porta sud dell’atrio di S. Alla Crocifissione di Berlino aggiungerei due altre valve in avorio. Le valenze attribuite alla croce a doppio braccio costituiscono innanzitutto il prodotto della fusione tra il simbolo della Stavrosis e quello della Anastasis. la croce a doppio braccio. l’altro (BM nr. legata fra l’altro alle celebrazioni liturgiche del 14 settembre (l’invenzione della croce) si ritrova variamente impiegata in arredi liturgici e in numerosi reliquiari 52.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 533 La decorazione dei battenti. l’uno (BM nr. posta al di sotto di un’arcata. ricordiamo due plutei ateniesi pertinenti a uno stesso contesto ecclesiale e oggi conservati nel Museo Bizantino della città. detta di S.

534 ALESSANDRO TADDEI sione e Deposizione) della valva di Hannover la croce reca un grande cartiglio a forma di tabula ansata. il battesimo del Cristo (destra) e i santi Costantino ed Elena (sinistra). sopra). rispettivamente. a sinistra e a destra della porta. la figura di Costantino fino al busto e parte della croce. Sebbene non si possa postulare con sufficiente sicurezza la contemporaneità fra l’affresco del giudizio finale e i due pannelli sottostanti che affiancano la porta 60. sia che essa appartenga alla fase iniziale dell’edificio (XI-XII secolo) sia che essa faccia parte di uno dei successivi interventi di rimaneggiamento 61. la raffigurazione di sant’Elena. che l’imperatore isapostolos regge con la mano destra 59. X). ove si intendano questi ultimi come grandi valve di un dittico 57. Cabinet des Médailles. ai piedi della croce 56. da notare che il cartiglio della croce. La decorazione dei battenti sembra parlare a favore del fatto che la porta fu espressamente creata per il katholikon della Mavriotissa. due pannelli separati dalla scena soprastante per mezzo di una fascia rossa rappresentano. arricchita da rosette alle estremità dei bracci e alla base. ove si trova in opera la porta. 4651). Una grande e semplice croce trionfale innalzata su cinque scalini domina il verso della valva di trittico con figura dell’imperatore Costantino del Dumbarton Oaks (nr. sia parte integrante di un contesto caratterizzato da notevole uniformità semantica. Subito al di sotto della grande Parousia.11. Il secondo elemento da tenere in debita considerazione è la situazione. è decorato alla medesima stregua dei bracci. con la sua decorazione aniconica ma di immediata espressività. nr. si potrebbe dire “topografica”. Hannover e Dumbarton Oaks e la funzione espletata dalle grandi croci dei due battenti di Kastorià. probabilmente parte di un originario trittico con Crocifissione. A questa valva. sì da costituire un tutt’uno con il corpo stesso della croce. le cui dimensioni fanno quasi pensare a un raddoppiamento dei bracci. nel quale compaiono una volta di più Costantino ed Elena. 47. L’enfatizzazione del cartiglio della croce si apprezza anche nel trittico con Crocifissione e santi di Parigi (Bibliothèque Nationale. questa volta inseriti direttamente nella scena. sec. Quest’ultimo pannello si è conservato solo in parte: rimangono l’aureola di Elena. . Immediatamente al di sopra della porta. Il muro orientale del nartece. Nella valva di destra si trovano invece le due scene sovrapposte del Cherete (il saluto del Cristo alle Marie) e della Anastasis. fu affrescato probabilmente entro la prima metà del XII secolo con la vasta rappresentazione della seconda Parousia del Cristo 58. al verso. della porta. già citata a proposito del vimothyron di Karyes (v. una grande croce trionfale con estremità patenti e gemmate. doveva contrapporsi. In entrambe le valve fa da riscontro. sembra lecito osservare come il simbolo della croce connoti profondamente e insistentemente tutta la parete dove si trova la porta e come quest’ultima. a destra della placca centrale. per quanto di ridotte dimensioni. la scena della Etimasia con i due angeli che agitano i turiboli ha il suo fulcro in una grande croce gemmata lineare con alla base il libro e la colomba. Si potrebbe in qualche modo dedurre una certa analogia tra la decorazione del verso degli avori di Dresda.

un disegno e una fotografia di difficile lettura. Il registro superiore era caratterizzato da due grandi croci latine con i bracci rettilinei costituiti anch’essi da fasce a treccia e della medesima altezza del regi- . più o meno della medesima altezza. Lambros 63. Gli edifici di questo monastero sono oggi del tutto scomparsi. si trova l’iscrizione dedicatoria del ciclo pittorico che riveste le pareti dell’edificio. Orlandos aveva potuto immediatamente rilevare tale stato di cose osservando l’interruzione brusca della decorazione al margine inferiore. ascrivendo di conseguenza la costruzione dell’edificio agli anni 1293-129464. con uno spessore pari a cm 5. In origine. secondo lo scioglimento proposto a suo tempo da S. La Kokkini Ekklisia fu per un certo periodo metochion dipendente della Moni Vellas di Ioannina e a tale relazione di dipendenza si deve il nome di “Panagia [tis] Vellas” con cui essa è altresì conosciuta. in Epiro.71 x 0. La decorazione a intaglio ricopriva interamente la superficie dei due battenti. personaggi appartenenti alla corte del despota dell’Epiro Niceforo I Comneno Doukas.90 m. peraltro. tale decorazione era sostanzialmente articolata su tre registri sovrapposti. Il katholikon fu eretto probabilmente all’inizio degli anni ’90 del XIII secolo per volontà del protostrator Teodoro Tzimiskis e di suo fratello Giovanni. 7. leggermente più larga.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 535 V Una porta in legno di noce sopravviveva fino alla Seconda Guerra Mondiale nel varco di comunicazione fra il nartece interno e il naos della chiesa della Nascita della Vergine (Gennisis tis Theotokou). il quale supervisionò in seguito (1956) il radicale restauro dell’edificio 62. sul margine di contatto. separati da due fasce orizzontali caratterizzate da un motivo a treccia. Nell’affresco che ritrae gli ktitores Teodoro e Giovanni. con un taglio peraltro praticato in maniera differente da un battente all’altro. La Kokkini Ekklisia e la sua porta furono pubblicate nel 1924 e poi nel 1927 da A. In anni più recenti tale scioglimento è stato sostanzialmente abbandonato e si preferisce leggere nella epigrafe la data 1295/1296. morto tra il 1296 e il 1298. 9) 65. essa costituiva il katholikon di una istituzione monastica autonoma. Una analoga bordura a treccia. Per quanto si può ancora giudicare dalle immagini a disposizione. chiamata significativamente “Vasilomonastiro”. villaggio sito 56 km a nord-est di Arta. Della perduta porta lignea della chiesa Orlandos ha lasciato una breve descrizione. La porta aveva due battenti e misurava complessivamente 1. correva lungo il margine interno dei battenti. oggi meglio nota come Kokkini Ekklisia (Chiesa Rossa) a Voulgarelli. il battente sinistro appare capovolto (figg. La ridotta altezza dei due battenti era probabilmente dovuta a un accorciamento cui essi furono sottoposti al fine di adattarli alle dimensioni della porta in cui si trovavano in opera. riflesso evidente di un suo stretto collegamento con la corte despotale dell’Epiro. l’epigrafe reca una indicazione cronologica la cui interpretazione ha diviso la critica: Orlandos sceglieva la lettura “1281”. Orlandos. ancor oggi visibile all’interno della chiesa. tuttavia. Chiudeva il varco di passaggio tra il nartece e il naos. nella quale.

Al tempo stesso. come già detto. egli individuava il 1320 come terminus post quem non corrispondente. che egli definiva prodotto della massima fioritura artistica del despotato di Epiro. comme on en observe aussi dans les bas-reliefs en marbre de la même époque. in ogni caso. Orlandos era dell’avviso che essa non potesse essere antecedente alla edificazione del katholikon. Egli notava come tale decorazione fosse costituita da “[. infine. L’affermazione veniva basata inoltre sull’osservazione delle caratteristiche stilistiche e tecniche del manufatto. segno evidente di un rimaneggiamento analogo a quello che si vedrà nel registro inferiore della porta della Olympiotissa di Elassona. legata al mecenatismo dei sovrani Niceforo I e Anna. che si era conservato solo in parte a causa dell’amputazione della sua porzione terminale. Sotiriou unitamente alle brevi considerazioni da lui formulate a proposito della decorazione dei due battenti. nel battente destro due coppie di animali. lo spazio risultava quadripartito e poteva ospitare nei quarti superiori quattro coppie di cerchi allacciati per ogni battente. riteneva avvenuta nel 1281. mais les travail est ici plus délicat que dans le marbre. l’una affrontata e l’altra di spalle. da un lato. Se. Asimmetrico appare il braccio inferiore della croce del battente sinistro.536 ALESSANDRO TADDEI stro. trovavano posto gruppi di cerchi allacciati di minori dimensioni (due gruppi da otto nel battente sinistro. La stessa datazione veniva adottata da G. la griglia è abilmente collegata alle bande a treccia verticali e orizzontali che delimitano il registro. al di sotto..] un assemblage de motifs géométriques. Al loro interno comparivano figure geometriche (nodi di Salomone e intrecci) e nei quattro cerchi posti più in alto altrettanti monogrammi: ΙCΧ. ospitanti fiori a sei petali appuntiti o rosette a otto petali arrotondati. Nel battente di sinistra si distinguevano ancora due figure di animali rampanti (leoni?) con la testa volta indietro verso la coda e due motivi geometrici a intreccio di quadrati. gli spazi all’esterno dei cerchi erano riempiti da anthemia e da composizioni geometrico-vegetali. alla più totale mancanza di informazioni riguardo la sua destinazione primitiva. riscontrabili in numero di sei per ogni battente ma verosimilmente in numero maggiore – otto(?) – nello stato originario anteriore alla riduzione. queste ultime sicuramente mutuate dal repertorio decorativo della scultura. La certezza che la porta non si trovasse nella sua sistemazione originaria si accompagnava.. due quadrati intrecciati. ΝΚ. ΦΧ e ΦΠ. in forza delle contingenze politiche. in tal modo. ˜ς ˜ ˜ ˜ ˜ invece. Nei quarti inferiori. ossia ′ Iησου Χριστ ς Νικα e Φω ς Χριστου Φαινει Πα σιν. lo stu- . Tutti gli spazi vuoti di risulta all’esterno della griglia di cerchi erano riempiti da una decorazione vegetale con anthemia e semi-anthemia. Anche qui. Il registro inferiore. la matière étant plus tendre”. che egli. si distingueva per i grandi cerchi allacciati recanti figurazioni varie che lo movimentavano. due gruppi da sei in quello destro). lungo il quale un tratto della fascia a treccia veniva rimpiazzato da un banda ad astragalo. Il registro mediano è costituito da una semplice griglia di quadrati a lati concavi intrecciati e privi di motivi di riempimento. alla fine di tale fioritura e all’affievolirsi dell’attività delle botteghe epirote. d’animaux et de feuillage stylisé.

affermazione che sarebbe interessante poter verificare oggi.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 537 dioso sottolineava la possibilità di reperire termini di paragone nell’ambito della scultura architettonica della fine del XIII secolo. quello stesso anno. egli rinvenne due frammenti del battente sinistro di un vimothyron scolpito in legno. nella porta bronzea di Vatopedi e. posto nel nartece della chiesa del villaggio di Perama. In realtà. la presenza degli intarsi in avorio assicurino a quest’ultima una immediata vivacità. in Epiro. il gusto per i motivi a cerchi allacciati con figurazioni zoomorfe o vegetali che ricompariranno. in un breve articolo apparso negli Ipirotika chronika (fig. pertanto. sebbene il maggiore cromatismo e. del primo vimothyron intagliato di epoca bizantina tornato alla luce in territorio ellenico. i soli esempi noti di manufatti lignei analoghi in territorio greco erano le porte di chiese come quelle della Kokkini Ekklisia di Voulgarelli e della Panagia Olympiotissa di Elassona. A Voulgarelli si aggiunge il ricorso a repertori cari alle arti suntuarie ma. soprattutto. tipici della decorazione architettonica di epoca paleologa 68. quale eredità della tradizione dei rilievi a inserti di mastice. 10) 70. La marcata aniconicità dell’insieme non può che far pensare alla porta di Elassona e alle sue piccole immagini di zodia. quale doveva essere il monastero di Voulgarelli. dall’altro intravedeva “une certaine relation avec la technique de l’Orient” 66. Questa tradizione è ben rappresentata. in quella della Olympiotissa a Elassona. collocazione cronologica ancor oggi generalmente accettata. Si trattava. XIV) 67. più tardi. All’epoca della scoperta. stilistico e tecnico. su sfondo colorato. Nulla impedisce però di pensare che nelle botteghe della Grecia settentrionale potessero convivere tendenze e tecniche anche molto differenti. soprattutto. Al termine di una rapida descrizione degli elementi salienti di carattere iconografico. Zachos giungeva a datare il manufatto tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. come ebbe ad affermare lo stesso Zachos. La presenza massiccia dei motivi a treccia deriva con ogni verosimiglianza dall’influenza esercitata dall’arte degli arredi scultorei liturgici. Un profondo senso di uniformità e staticità doveva permeare i battenti della porta insieme a una discreta dose di horror vacui. Zachos prendeva visione di un ripostiglio di suppellettili in disuso. VI Nell’anno 1928 l’architetto A. quindi donata da un alto dignitario della corte a una fondazione di non trascurabile rilevanza. di cui dette notizia. La porta della Kokkini Ekklisia può essere stata realizzata nell’ambito di un atelier del despotato. a 3 km dalla città di Ioannina. non solo da un punto di vista squisitamente stilistico ma anche ai fini di una precisazione della provenienza dell’oggetto. dalla splendida cornice di arcata con iscrizione dedicatoria posta a coronamento della porta imperiale della Panagia Parigoritissa di Arta 69. fra l’altro. Durante la ricognizione. Gli stessi motivi caratterizzano – come si vedrà – le cornici della porta di Molyvdoskepastos e quelle del vimothyron di Ioannina e troveranno la loro apoteosi nel raffinato ordito della porta del monastero di Rila in Bulgaria (sec. al .

impostata al di sopra di un arco il cui profilo è movimentato da una serie di piccoli archetti. Sotto il baldacchino è l’arcangelo Gabriele a figura intera. è riempito da un motivo a giorno costituito da una griglia di piccoli ottagoni a lati concavi. del X-XI secolo 74. raffigurato frontalmente con il capo volto di tre quarti e con grande aureola circolare. sul perduto battente destro. la copertura. assolutamente estraneo all’arte aulica. Il personaggio qui rappresentato al di sotto del baldacchino è l’apostolo Pietro. solo per non citare gli esempi italiani. la figura di Pietro ritiene infatti il ricordo di prototipi anteriori mentre nella rigida e ingenua trattazione dell’angelo si riconosce un linguaggio del tutto differente. Forse è la stessa energia spontanea che contraddistingue la scena dell’Annunciazione su una piccola icona in steatite (cm 9. nelle quali Sotiriou poteva ancora vedere un riflesso delle rappresentazioni dell’apostolo nel trittico Harbaville (Parigi. Zachos non è mai seguita. Lungo il profilo curvilineo sommitale la treccia lascia il posto a un tralcio vegetale formante girali contigui. 13500) 75. il fondo è lavorato a giorno in forma di griglia di piccoli ovali.) – sorretto da coppie di colonnine dai fusti intrecciati a metà altezza e coronate da capitelli a forma di testa umana.538 ALESSANDRO TADDEI breve contributo di A. Il battente (m 1. come ipotizzò Zachos 73. 2441). nella quale le due figure dell’angelo e della Vergine sono collocate al di sotto di due semplici archi sorretti da colonnine. ha però il fondo riempito uniformemente da una decorazione a giorno a quadratini. Intagliato in legno di noce. doveva corrispondere la Vergine. Il restante spazio del registro è interamente occupato da un baldacchino – riflesso evidente dell’arte dei manufatti eburnei (dittici. una figura di pari rilievo. Il fondo del pannello. Pur nella sua immediatezza. Poiché per l’epoca del vimothyron di Ioannina non si può mai parlare con . trova posto un clipeo a cornice lineare ospitante un busto di profeta 72. appendice). Gli si doveva affiancare. a formare la scena dello Evangelismos. datata al XIII secolo e oggi conservata al Museo Benaki di Atene (nr. Il registro inferiore. trittici. sul margine superiore è una banda con decorazione a linea spezzata e su quello inferiore una cornice ad archetti che riprende il motivo presente sulle arcate dei baldacchini. icone etc. forse san Paolo. OA 3247) o in quello con Deisis e santi del Vaticano (Museo Sacro nr. organizzato come il soprastante. La suddivisione fra i due registri è assicurata da una fascia tripartita. appare rivestita da tegole.8 x 9. fatte salve le pagine dedicategli da C. I connotati formali della figura dell’angelo balzano immediatamente all’attenzione se confrontati con le linee un po’ convenzionali ma sostanzialmente morbide del san Pietro del registro inferiore. una pubblicazione approfondita del vimothyron 71. recante un motivo a treccia. cui. al di sotto del baldacchino. al di sopra della rappresentazione principale.41 x 0. applicata più tardi nelle due formelle con l’arcangelo e la Vergine della porta di Vatopedi (v.1) di incerta provenienza. Bouras. sul battente destro.40) è di forma rettangolare con terminazione superiore a quarto di cerchio. Musée du Louvre. Nella parte alta del registro superiore. è suddiviso in due registri sovrapposti incorniciati e separati fra loro da una bordura lineare decorata con motivi a treccia a due capi o a quadrati intrecciati. soluzione ben nota anche nel campo della decorazione di formelle di porte.

l’altra in quello sud. è stata giustamente riportata all’attenzione da un corposo e relativamente recente contributo di E.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 539 sufficiente sicurezza di “arte popolare” nel senso attualmente attribuito al termine. si ha inoltre testimonianza di un suo rimaneggiamento nel 152180. l’una in opera nell’accesso ovest. Il retro delle due tavole non è decorato ma mostra ancora le tracce di tre traverse lignee che furono applicate allorché – nel restauro del 1521? – si volle rendere la porta a battente unico 82. Le cornici hanno sezione semicircolare e sono movimentate a intervalli regolari da gruppi di tre linee trasversali incise nel legno.82 x 0. nel quale si ricostruiscono. attraverso la scarna bibliografia a disposizione.12. Le bande orizzontali incavate che distanziano i pannelli sono caratte- . riemersi dopo il restauro del 1980. pertanto. al confine tra Grecia e Albania.56 a fronte di uno spessore pari a cm 5/7 (fig. Il katholikon del monastero fu probabilmente rifondato dal protovestiarios Andronico Comneno Paleologo.05) viene attribuito oggi a epoca ottomana 81. La chiesa possiede in realtà due porte lignee. Inoltre. nel quadro dell’attività dispiegata a più livelli dalle botteghe del despotato d’Epiro 76. Ciascun battente è realizzato adoperando una tavola di legno di faggio ed è suddiviso in tre pannelli rettangolari (cm 44 x 50). separati fra loro mediante due fasce incavate e inquadrati da cornici lignee fissate sulle tavole con chiodi in ferro a testa piatta. L’importanza della porta di Molyvdoskepastos. sebbene le più recenti proposte tendano a mantenere la sua data tra il 1300 e non oltre il 1320. Di quest’ultima rimane solamente il battente sinistro. nel complesso montuoso del Nemertçka. quella appartenente al katholikon del monastero della Dormizione della Vergine (Kimisis tis Theotokou) nel villaggio di Depalitsa (oggi Molyvdoskepastos). 12). invece. Papatheophanous-Tsouri 77.55 x 0. sembrerebbe non troppo lontana dal vero l’ipotesi formulata all’epoca da Sotiriou riguardo l’origine locale del battente. VII La figura dell’angelo nell’icona in steatite del Benaki e quella del vimothyron di Ioannina costituiscono due punti di riferimento immediati per l’arcangelo Gabriele presente in uno dei sei pannelli di una misconosciuta porta lignea tardobizantina dell’Epiro. è verosimile immaginare una committenza di tipo monastico. Il monastero sorge a breve distanza da Konitsa. gli interrogativi e le conclusioni formulate dalla critica 78. è collocabile con un certo margine di sicurezza entro il primo trentennio del XIV secolo. I due battenti. i quali misurano ciascuno m 1. Il battente (m 1. pertanto. che la porta ovest sia coeva alla edificazione del katholikon. impressionante per aver conservato in gran parte intatti i pigmenti originari. L’edificio. in buono stato di conservazione e caratterizzato da intagli a motivi prevalentemente geometrici. Essa mette in comunicazione l’exonartece con il nartece interno di tipo monastico – la liti – e consta di due battenti. È verosimile. chiudono insieme un varco ampio m 1.62 x 0. della famiglia dei despoti dell’Epiro e governatore di Berat nel decennio 1320-133079.

le decorazioni a triangoli degli estradossi e le cornici lineari dei pannelli. Tutte e sei le figure sono poste al di sotto di arcate rette da colonnine tortili con capitelli stilizzati. le restanti decorazioni sono eseguite direttamente a intaglio sulla tavola 83. peraltro in buone condizioni e anch’essa in origine dipinta. che un tempo dovevano risaltare al di sopra di un fondo rivestito di pelle colorata. disposte a rivestimento degli stipiti e dell’architrave della porta. Altra peculiarità della porta di Molyvdoskepastos è quella di aver conservato l’incorniciatura lignea. giallo oro e verde scuro. La decorazione è costituita da una duplice bordura: la fascia più interna è campita da una treccia a tre capi che si dispiega uniforme sia sugli stipiti sia sull’architrave mentre il motivo della fascia esterna è variabile: sugli stipiti compaiono infatti degli anthemia molto semplificati. in quello mediano gli apostoli Pietro e Paolo 85. ad esempio. sebbene oggi rimangano solo alcune tracce di pigmento rosso sul suo segmento orizzontale 86. per gli elementi vegetali. Le due tavole verticali sono leggermente più larghe (20. versione semplificata di baldacchini più elaborati visti. Tracce di tale rivestimento. dei fusti delle colonnine e delle arcate mentre al verde scuro viene riservato. 11) è costituita da tre tavole intarsiate. stante davanti al trono a Molyvdoskepastos e forse anche a Ioannina ma seduta su di esso nell’icona del Benaki. facendo assumere all’insieme una estrema vivacità. ove sono impiegati tutti e tre i colori contemporaneamente. come nel caso della figura della Vergine. Le cornici e gli elementi a balustri sono le uniche parti realizzate separatamente e applicate sulla tavola. non decorata e da una bordura decorata da trecce a tre capi. Soprattutto il giallo. un ruolo di compensazione. adoperato per evidenziare le aureole. di color verde scuro.5 cm di quella orizzontale. come naturale. soprattutto nelle trecce a tre capi. Ciò che colpisce maggiormente. La creazione di uno schema rigido per la rappresentazione della Annunciazione tra fine XIII e XIV secolo lascia comunque spazio a significative varianti. La cornice (fig. a fronte dei 18. in quello inferiore due animali fantastici. L’an- . come già si è detto. sono state rinvenute nella banda inferiore del battente destro. incorniciati da due steli simmetrici formanti una figura a cuore e terminanti in due semi-anthemia. nel vimothyron di Ioannina. Nei pannelli del registro superiore è collocata la scena dello Evangelismos con le figure dell’arcangelo Gabriele e della Vergine. Negli spazi di risulta triangolari tra le arcate e la cornice dei pannelli compare una decorazione vegetale (foglie di palma?) stilizzata che ritorna identica nei sei pannelli. sull’architrave si dispiega una sorta di tralcio ondulato formato da coppie di semi-anthemia.5 cm). l’estradosso delle arcate è decorato da un motivo a triangoli disegnati da una linea spezzata.540 ALESSANDRO TADDEI rizzate dall’inserzione di elementi decorativi a balustri. i capitelli delle colonnine. elemento che ricorda l’analoga soluzione adottata – come si è visto – nei pannelli della porta bronzea della Megisti Lavra e nei battenti lignei della Kokkini Ekklisia di Voulgarelli 84. Oltre che dalla cornice lignea. forma un forte contrasto con il rosso acceso del campo dei pannelli. i sei pannelli vengono inquadrati da una sottile cornice lineare più interna. è la sopravvivenza dei pigmenti originari: rosso chiaro.

assume carattere apotropaico. A Molyvdoskepastos il processo di semplificazione e irrigidimento delle figure. giunge a una maggiore intensità. nella linea del medesimo fenomeno riscontrabile nella porta lignea di S. in forte analogia con quello dell’icona del Benaki. Le penne sulle corte ali delle due creature sono rese abbastanza accuratamente. proveniente da Salonicco e oggi . fra l’altro. l’enfatizzazione dello scettro).81). In ogni caso. nella resa delle ali dell’angelo e nel tentativo di mantenere una certa plasticità per le pieghe della veste. grazie alla sua immediatezza (si noti. di Paolo. L’attenzione per i particolari decorativi si coglie ancora nella trattazione dello schienale e del cuscino del trono della Vergine. Il fatto che nei due manufatti lignei di Ioannina e di Molyvdoskepastos vediamo ricorrere comunque i medesimi personaggi. anche le code dei due animali terminano con teste di serpente.93 m. monolitica. il prospetto dei due battenti 87. 2000. gli ˇki artefici dei due pannelli di Molyvdoskepastos avevano senz’altro presenti prototipi quale il rilievo marmoreo con grifone di New York (Metropolitan Museum of Art. conservato al Museo Nazionale di Belgrado ˇ (1. si assiste a una ricerca di naturalismo che scompare del tutto nei due sottostanti pannelli con Pietro e Paolo.27 x 0. stanti. sono ritratti frontalmente fra coppie di cipressi stilizzati. i due grifoni della porta non hanno un ruolo semplicemente decorativo e prova ne è la loro dimensione. Nicola Bolnic a Ohrid (FYROM) 89. quale appunto Ioannina. dalla figura fortemente allungata. maldestre imitazioni di grifoni. pari a quella delle altre figure. Qui i due personaggi dell’Annunciazione. ossia l’arcangelo e la Theotokos nel registro superiore e gli apostoli Pietro e Paolo al di sotto è segno di una stretta interconnessione tra la porta di Molyvdoskepastos e la produzione dei vimothyra 88 ma anche della probabile dipendenza della porta da prototipi realizzati per centri di maggiore importanza e meno defilati. in assenza di altre rappresentazioni. caratteristica che li differenzia dalle figurazioni soprastanti. sono intagliati quasi a bassorilievo. ma notevole rimane la potenza evocativa dell’immagine. i grifoni seduti del sarcofago di Anna Paleologina Maliasini (1274-1276) 91 o il fronte frammentario del sarcofago marmoreo detto di Manuele Kourtikis. già notato per l’arcangelo Gabriele di Ioannina. il cui disegno ricorda da vicino il vimothyron di Ioannina. dominano incontrastati. seconda metà del XIV secolo). ove l’animale diviene simbolo del trionfo finale sul maligno o. che dovrebbe reggere il Vangelo. purtroppo di incerta provenienza.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 541 gelo e la Vergine. Probabilmente tributari dei numerosi bassorilievi con grifoni alati tipici di alcuni contesti funerari. stanti. La loro posizione è simmetrica: sono affrontati ed entrambi lottano con serpenti a due teste dal corpo attorcigliato. I due animali fantastici alati del registro inferiore. ma forse dalla Grecia centrale e attribuito al 1250-130090. ove i due apostoli. Rosen Gift. sebbene non priva di una certa grazia. comunque. è resa di piatto in posizione del tutto incongrua. in più. la cui mano sinistra. Qui prevalgono invece le proporzioni tozze e le forme approssimative che già si intravedono nella figura della Vergine ma che raggiungono l’acme in quella. soprattutto nel pannello di sinistra. si incontrano anche nel vimothyron proveniente dal Manastir Andreas presso Skopije.

riuscendo a imporre in modo capillare la propria influenza in regioni spesso marginali o la cui accidentata morfologia costituiva un ostacolo non indifferente alle comunicazioni di qualsivoglia genere. I due fratelli sono forse raffigurati in veste di ktitores in un frammento di affresco della parete nord del katholikon di Elassona. la porta è datata 184096. Nel 1960 la porta lignea bizantina venne . edificio con naos cupolato e peristoon. nel corso della vivace rinascita religiosa di stampo athonita animata dal patriarca Atanasio I (1289-1293 e 1303-1309) 94. XIII) conservato nella collezione archeologica della chiesa della Parigoritissa di Arta (nr. doveva essere protetta. sarebbe dunque stata eretta durante il regno di Andronico II Paleologo (1282-1328). forse proveniente dalla chiesa di S. figli del despota di Tessaglia Giovanni I Angelo Doukas Comneno (1268-1289). del XIV secolo. Significativo esempio di arte dell’intaglio in legno delle botteghe dell’Epiro o della Tessaglia.542 ALESSANDRO TADDEI nel Museo Bizantino di Atene (BM 1060. dai sevastokratores Teodoro (†1300) e Costantino (†1303). Arta e Ioannina. in origine. VIII Il processo di osmosi culturale in atto fra i due autonomi despotati di Epiro e di Tessaglia negli ultimi anni del XIII secolo potrebbe essere alla base di alcune analogie riscontrabili tra la porta lignea di Voulgarelli e quella ancor oggi conservata presso il monastero della Panagia Olympiotissa a Elassona. Il monastero. infatti. ne esiste un’altra. da un protiro ligneo le cui tracce furono riconosciute durante la demolizione dell’exonartece di epoca ottomana. secondo l’ipotesi recentemente formulata da Efthalia Constantinidi. La chiesa. il cui katholikon è oggi largamente noto come chiesa di Porta Panagia. 1063. coincidente con il braccio ovest del peristoon. 60). a decorazioni più semplici ma di immediato effetto come il pannello marmoreo con grifone (fine sec. collocata a protezione dell’ingresso alla navata per chi proviene dall’attuale exonartece. costruzione tarda annessa al lato meridionale della chiesa. dove le figure zoomorfe (aquila. ebbero tanto sulla Grecia nord-occidentale quanto sui Balcani meridionali tra la fine del XIII e il XIV secolo. Si può quindi rilevare senza dubbio la più volte invocata uniformità artistica dei territori un tempo controllati dal despotato di Epiro e l’irradiazione che i suoi centri maggiori. grifone con coda di serpente e grifo-leone) sono inserite entro arcate rette da coppie di colonnine annodate 92. Costui. fu fondato. dedicato alla Dormizione della Vergine (Kimisis tis Theotokou). Il katholikon della Olympiotissa possiede due porte lignee: oltre a quella antica. La porta di epoca bizantina serviva invece l’accesso esterno dell’esonartece. altri non era se non il fondatore della Moni Megalon Pylon a sud-ovest di Trikala (1283). Si può pensare. T287). Nella decorazione ad affresco dell’interno. che verrà esaminata in questa sede. Teodora nella stessa capitale del despotato di Epiro 93. la particolare enfasi conferita alla dottrina trinitaria si accompagna alla più antica raffigurazione delle ventiquattro stanze dello akathistos hymnos e le figure di santi asceti occupano un posto di tutto rilievo 95. inoltre.

come si vedrà. Fu poi presentata ad Atene in due esposizioni. Infatti. marcatamente rettangolari i quattro superiori (cm 61 x 40). I pannelli sono animati da schemi decorativi che si ripetono simmetricamente da un battente all’altro sia per le bordure sia per i pannelli stessi. Non sono da trascurare. entro gli intagli praticati nel legno. Lo stesso Sotiriou tornava poi a parlarne brevemente nel 1930. la seconda nel 1985-1986. ma senza aggiungere nuovi elementi 100. del pannello inferiore del battente destro. Ad ogni modo. La decorazione dei montanti e delle traverse è affidata a due varianti di un motivo a linee ondulate. tale funzione bensì sono applicati sulla tavola che costituisce il telaio portante del battente stesso. Sotiriou ne dava alle stampe nel 1927 la prima pubblicazione particolareggiata.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 543 rimossa dal nartece e sottoposta. in forma più estesa. presenta le medesime caratteristiche tecniche viste in quella di Molyvdoskepastos. 13). quattro anni più tardi. a un radicale restauro. Bisognerà attendere il 1964 e il corpus redatto da C. Le conclusioni presentate da Bouras nella sua tesi furono da lui approfondite in una comunicazione presentata al XVII Congresso internazionale di studi bizantini e nuovamente pubblicate. di questi battenti lignei. il cui apporto risulta particolarmente meritorio per aver tentato una puntualizzazione della problematica legata all’iscrizione datante 102. e questa volta in maniera certamente più puntuale. conservativo e integrativo. elemento noto alla tecnica degli intarsi in avorio su legno e già rilevato nei vimothyra del Protaton e di Hilandar. in realtà una particolare quanto inedita versione di treccia. Gli spazi liberi all’interno delle trecce sono riempiti da quadratini sulla diagonale con cerchietto iscritto. gli elementi apparentemente strutturali del prospetto anteriore di ciascun battente non possiedono. quindi a Firenze nel 1986 e a Londra nel 198797. realizzata tramite l’inserimento. la prima già nel 1964. a due capi nel battente destro. diversi fra loro per decorazione e forma. a tre in quello sinistro. quasi quadrati i due del registro più in basso (cm 50 x 40). in realtà. Constantinidi nel suo volume sulla decorazione pittorica del katholikon della Olympiotissa. L’interesse risvegliato dalle esposizioni e dalla unicità tipologica. Le bordure che incorniciano i pannelli.37 x 1. un sistema formato da due montanti e quattro traverse assicurate tramite chiodi in ottone 103 al retrostante telaio forma l’incorniciatura principale per i sei pannelli posti sulla porta. accompagnata da due immagini tanto più preziose in quanto ci mostrano i due battenti nella loro collocazione originaria 99. infine.40. G. Bouras perché il manufatto riceva nuovamente attenzione. La porta (fig. nel 1989-1990101. con la sola eccezione. fa sì che sulla xylini thyra del monastero di Elassona si sia formata una bibliografia scientifica relativamente corposa. applicate con chiodi di ottone a diretto contatto . le pagine dedicate alla porta da E. unicità resa tanto più evidente dalla perdita della porta di Voulgarelli. Attualmente (2008) essa ha trovato finalmente la sua sistemazione all’interno del nuovo museo allestito negli ambienti dello skevophylakion del monastero 98. per la Grecia. di due strisce di osso separate da una foglia di legno più scuro 104. le cui dimensioni raggiungono i m 2.

Nel pannello di sinistra (fig. I due pannelli del registro mediano. Le bordure dei due pannelli sono formate da fasce parallele costituite da listelli di legni di varia tonalità posti a chevron e interrotti. oltre a vari e multiformi anthemia e semi-anthemia. Nel pannello di destra sono riconoscibili anthemia e semianthemia. Nei due pannelli del registro superiore sono presenti quattro file di quadrati a lati concavi disegnati da una griglia ortogonale di cerchi e ottagoni allacciati. Nella terza fila di quadrati dall’alto. queste ultime arricchite da inserti in osso realizzati con la medesima tecnica riscontrata nei montanti e nelle traverse. I pannelli del registro inferiore. A causa del cattivo stato di conservazione di questi pannelli rimangono solo quattro delle figurazioni originariamente ospitate all’interno della griglia geometrica. sono incorniciati da bordure che si distinguono per due versioni di un motivo a quadratini posti sulla diagonale con cerchietti iscritti mentre il campo è affidato a una griglia di cerchi allacciati e quadrati a lati concavi ospitanti diverse figurazioni. risentono di un gusto decisamente geometrizzante. le poche tracce della quale hanno permesso di stabilire che i due pannelli del registro mediano possedevano un fondo verde chiaro mentre rossi erano i due del registro inferiore 106. originariamente. un uccello da preda che cattura un altro uccello. 15). si stagliavano le figurazioni e le griglie geometriche a giorno. due serpenti intrecciati. Nel pannello di sinistra. nella prima fila di quadrati dall’alto. con bordure animate da fasce di rettangolini alternati di legno di due diverse tonalità e riquadro campito da griglie di cerchi intersecanti prive di figurazioni. sono caratterizzate da una decorazione a intarsi in legno di due o tre colori differenti e inserti in osso 105.. Su tali colori. viene sciolta come: ΕTΟΥC CTΩ∆I ΕΝIΝΓ. 16). con o senza lemnisci. (=[. troviamo nella prima fila di quadrati la formella con la parte terminale dell’iscrizione il cui incipit è collocato nel pannello di sinistra e che. una croce con estremità foliate e una figura geometrica a intreccio.. Nel pan- . rivolta verso sinistra 109 e nella quarta e ultima fila un frammento minimo di difficile lettura. quelli cui l’umidità del suolo ha arrecato i danni maggiori. probabilmente un rapace analogo a quelli raffigurati negli altri pannelli della porta.] dell’anno 6814. una figura geometrica a intreccio e una stella a sedici punte (fig. abbiamo un uccello da preda che ghermisce un serpente. nell’indizione terza) 108. da listelli in osso. una stella a dodici punte ottenuta dall’intersezione di un fiore a sei petali con un esagono a lati concavi. 14).544 ALESSANDRO TADDEI con le traverse e i montanti della porta. a intervalli più o meno regolari. avendo prima cura di rivestire la superficie della parte di telaio interessata con pelle colorata. compare invece una figura di animale rampante (leone?). il cui stato di conservazione è decisamente migliore. Nel pannello di destra (fig. La tecnica a giorno con la quale fu realizzata la decorazione dei diversi riquadri prevedeva che gli intagli fossero poi anch’essi assicurati al telaio retrostante per mezzo di chiodi in ottone. abbiamo una formella frammentaria con iscrizione: [ΑΝ]ΕΚΑI[ΝIC]ΘΗCAN [ΑI ΠΥ]ΛΕ (=le porte sono state rimesse in opera) 107. secondo la più recente interpretazione. nella seconda fila un uccello dalla lunga coda volto verso destra.

dal momento che al 1295/1296 corrisponde non una terza ma una nona indizione. ossia 1305/1306 d. L’anno successivo è la volta del volume della Constantinidi. appaiono cronologicamente verosimili e compatibili con le vicende della fondazione e del completamento del katholikon. l’una (largh. doveva avere inizialmente proporzioni diverse e possedere tre registri di pannelli rettangolari identici 111. tuttavia. Il nucleo della questione. la lettura “Le porte furono rinnovate (o rimesse in opera) [. Bouras sosteneva che la porta si trovasse in opera a Elassona in stato di reimpiego e che doveva essere anteriore alla chiesa stessa. Si è dunque proposto di emendare CTΩI∆ in CTΩIΓ (6813. morto nel 1303. Orlandos.. l’altra (58 mm) a destra. il quale sosteneva lo iota finale essere un apice numerale e. È possibile che in origine le formelle recanti iscrizione fossero quattro. potrebbe aver ordinato i battenti .). poste sulla stessa fila. ossia 1295/1296). analoga a quella dei pannelli dei due registri soprastanti. 17) 110. Costantino. fatto che presupporrebbe una lacuna tra i due frammenti di epigrafe.] dell’anno 6814 nella terza indizione” pone un problema fondamentale: nel 6814 cade una quarta e non una terza indizione. Bouras giunse alla conclusione che essi non avevano solamente subito gli evidenti riadattamenti che portarono all’asimmetria fra battente destro e battente sinistro. Dall’osservazione dei due intarsi a griglia di cerchi. La porta dunque.C. dunque 1304/1305). Orlandos riteneva la restante parte dell’iscrizione ΕΝIΝΓ da leggersi “il terzo giorno di giugno”115. pertanto leggeva CTΩ∆′ (6804. ipotesi e tentativi di lettura quanto mai vari. tenendo per corretta l’indizione.. In base a tali dati. La lacunosità del testo ha aperto la strada a una lunga serie di scioglimenti. Per evitare l’incongruenza fra anno e indizione. A questo punto. ma anche che dovevano essere stati originariamente pensati per pannelli aventi una differente altezza. La teoria dell’inversione delle ultime due cifre non veniva accettata da A. La Constantinidi richiamava giustamente l’attenzione sul fatto che le due datazioni. Con gli elementi stilistici a disposizione egli doveva però limitarsi a proporre una vaga datazione tra l’XI e l’inizio del XIII secolo 112. Il primo tentativo puntuale di sistematizzazione di quanto scritto in proposito risale al 1991 e si deve a K. mentre il resto dello spazio viene riempito da due bande lignee verticali. rappresentato dalla mancata concordanza tra l’anno e l’indicazione dell’indizione incisi sulla formella del battente destro ha dato vita ad una linea di interpretazione più sostanziale. divergenti solamente di un decennio. da leggersi CTΩI∆ (6814. l’altra con motivo a treccia (fig. 61 mm) a sinistra della griglia. Si deve partire dal rilevare la probabile inversione delle due ultime cifre dell’anno CTΩ∆I. Rimane da esaminare l’iscrizione frammentaria contenuta nelle due formelle conservatesi nei due pannelli superiori. che è poi quella maggiormente condivisa dalla critica recente. la prima con motivo ad astragalo.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 545 nello di destra la griglia non occupa tutto lo spazio a disposizione e i due registri verticali di cerchi completi sono qui ridotti a uno e mezzo. la quale ha tentato la strada di una più diretta correlazione tra il dato epigrafico e la storia della edificazione del katholikon 114. Secondo il punto di vista della studiosa. Englert 113. l’ultimo dei due fratelli sevastokratores.

il verbo anakenizo (lett. Se tale gusto sia da spiegare con un influsso orientale. ˇ ancora una volta. Semplice modifica. Entrambe le ipotesi rischiano però di perdere di vista un elemento sostanziale.: “rinnovare”). oppure occidentale. l’intervento praticato sulla porzione inferiore della porta ha introdotto due moduli decorativi estranei alla sua articolazione progettuale: il reimpiego di un intarsio ad astragalo nel battente di destra fa ricordare l’analogo segmento intarsiato inserito al posto del braccio inferiore di una delle due grandi croci decorate a treccia nella porta di Voulgarelli. non può essere esclusa aprioristicamente né l’ipotesi di una manifattura costantinopolitana o tessalonicese né l’eventualità di una commissione a botteghe italiane. è al gruppo di porte comprendente quella di Voulgarelli e quella del monastero di Rila che bisogna rifarsi per comprendere appieno il gusto per un’ornamentazione sostanzialmente priva di immagini o dove l’immagine è relegata a un ruolo puramente complementare. ella è invece propensa a ritenere che la porta sia stata creata espressamente per la Olympiotissa e che le modifiche alla sua porzione inferiore si debbano invece al rialzamento del livello pavimentale. In più. con la porta di Voulgarelli. Quanto alla provenienza dei battenti. Un ulteriore assunto che la Constantinidi ha avuto il merito di rimettere in discussione è quello dell’origine dei battenti: non accettando la teoria di Bouras sul reimpiego. e alla loro sostanziale equipollenza nel quadro della percezione tardobizantina 119. Giovanni II. adattamento o ripensamento che fosse. nella fattispecie all’interno delle griglie geometriche di cerchi. quando il giovane figlio di Costantino. non è ben chiaro. ossia il fatto che tutti gli schemi decorativi impiegati nella porta sono ben noti e ben assorbiti nell’universo artistico bizantino sin da epoche anteriori. qualunque ne fosse l’origine. ritenuto da Bouras uno degli indizi sostanziali a sostegno della teoria del reimpiego. Nella iscrizione della Olympiotissa esso diviene dunque il cardine di una espressione volutamente ambigua 118 che la Constantinidi riconduce alla osmosi concettuale tra fondazione ex-novo da una parte e ri-fondazione di luoghi sacri preesistenti dall’altra. da lei collocata piuttosto negli anni intorno al 1295/1296 che non nel 1304/1305. viene posto sotto la tutela del cugino duca di Atene. Tuttavia. dove tale tipo decorativo gioca davvero un ruolo di primo piano. E la stessa banda lignea a treccia inserita a Elassona non può non ricordare – come giustamente rilevava Bouras 120 – gli intarsi di questo tipo presenti nelle cornici del vimothyron di Ioannina e in quello del Manastir Andreas di Skopije ma presuppone certamente un qualche punto di contatto. il quale difficilmente avrebbe patrocinato la creazione di una rilevante istituzione ortodossa 116. come voleva Sotiriou. con- . In primis il forte radicamento territoriale dell’autorità despotale autonoma della Tessaglia. altri elementi mi sembrano poter entrare in gioco al fine di non rifiutare – come fa Bouras con decisione – la possibilità di una provenienza da ateliers epiroti. intervenuto in epoca ottomana 117. La data 1304/1305 potrebbe dunque corrispondere all’arrivo e alla messa in opera della porta. Guy de la Roche († 1308).546 ALESSANDRO TADDEI in occasione della fondazione del monastero. possiede in realtà anche il significato di “mettere in opera”. pari a circa 10 cm. Come già si è avuto modo di affermare. dati i noti legami tra l’Italia meridionale e la Grecia per mezzo del despotato di Epiro.

Un terzo elemento è rappresentato dall’autonoma tradizione dell’intaglio in legno e delle decorazioni in osso per la suppellettile liturgica. ancorché esse siano ingenue e indissolubilmente legate all’arte popolare. dunque. opere leggermente più antiche mantengono intatti i valori portati dalla glittica tardobizantina. insieme agli altri esempi oggi perduti non costituì solamente un prototipo da imitare quanto ad articolazione compositiva o a scelta di schemi decorativi. della forte influenza di quei manufatti ottomani a marqueterie. Serbia e Albania in epoca tardobizantina vennero perpetuate nei Balcani ottomani nel corso dell’età moderna. Le conquiste artistiche di quel grande laboratorio costituito fra Grecia settentrionale. è un gusto rivolto al passato bizantino. Robusto e di stampo conservativo si mantenne invece l’interesse autoctono per i battenti lignei destinati a chiese e ad altri edifici ecclesiastici. tra gli altri. l’aquila bicipite. come in molte altre zone della Grecia. si caratterizza per la grande iscrizione dedicatoria che corre lungo il margine superiore dei due pannelli del registro mediano e che contiene la data del 1702. Macedonia. ma dette sicuramente l’impulso e la ragion d’essere al perpetuarsi di una forte e autonoma tradizione regionale. il bel paraporti 121 seicentesco a battente unico conservato nel tesoro del monastero di Hagia Triada Sparmou sul monte Olimpo. Nicola a Ohrid o quella del monastero di Molyvdoskepastos. Le attestazioni della tradizione dell’intaglio in legno nella zona di Elassona sono tutte di epoca turca. In secondo luogo il legame difficile ma molto stretto che sussisteva con il despotato di Epiro e la sua vivace attività artistica. La porta della Panagia Olympiotissa. con un lessico ormai in parte divergente dalla tradizione. negli immediati dintorni di Elassona 122: suddivisa in sei pannelli. Gli esemplari di mobilio liturgico con intarsi in osso o avorio rintracciabili nelle immediate vicinanze della città risentono. ripartito in otto pannelli quadrangolari animati da una sobria decorazione vegetale e geometrica e da grandi croci entro clipei. . i manufatti noti a tutt’oggi sono di epoca ottomana ma il gusto che in essi si esprime.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 547 trollata da una classe dirigente sicuramente poco disposta all’esterofilia. Non appena se ne osservino le grandi figurazioni zoomorfe. di cui si è discusso a proposito dei vimothyra dell’Athos. La Tessaglia conserva ancora. i due serpenti intrecciati e il leone che ghermisce la preda. Anche in questo caso. di trovarsi nel solco della stessa tradizione che creò circa quattrocento anni prima manufatti quali la porta di S. che nell’Epiro e nella Tessaglia bizantini e poi ottomani mantiene un livello tale da far presupporre radici più antiche. seppur adattato alle nuove articolazioni “barocche” dell’età moderna. si ha la certezza. Se nella porta ottocentesca della Olympiotissa si dispiegano tutte le potenzialità dell’arte dell’intaglio dei templa e dei proskynitaria. Ancor più significativa è l’importante porta lignea del naos della chiesa di Hagios Panteleimon a Tsaritsani.

NOTE Allorché il prof. Mamaloukos. conservato presso il monastero di S. la datazione dei pannelli damaschinati è stata posta in discussione da L. ovvero la porta lignea intarsiata del monastero della Olympiotissa di Elassona. sostanza affine all’ematite 124. La decorazione della porta è affidata alla giustapposizione di motivi vari. secondo la quale le formelle decoravano in origine la porta della Santa Sofia di Salonicco. Forse la leggenda contiene un qualche elemento di verità se. Posta in opera nell’accesso occidentale della liti. La porta. sono da ritenere un’aggiunta posteriore. fra le decorazioni dei pannelli. per maggiore completezza. Boura. come è probabile. indubbiamente. la cui difficile datazione a cavallo fra il periodo tardo e quello postbizantino ne fa per molti versi una sorta di anticipazione di quelle che saranno le realizzazioni dell’arte fusoria in età moderna. essa è realizzata in legno e rivestita da placche in bronzo. emblema araldico della famiglia dei Cantacuzeni 129. dei draghi alati.54 (fig. E. secondo un repertorio che si vuole mutuato dalla decorazione tessile dei secoli XIII e XIV ma anche. diversamente. è mio desiderio innanzitutto rivolgere un sentito ringraziamento alla dottoressa Aspasia Dina. dedicato appunto allo Evangelismos tis Theotokou 127. dotato di botteghe tecnicamente all’altezza 126. una tale opera deve essere stata eseguita in un centro maggiore. Lambertz. Kondakov ipotizzava inoltre che la porta fosse stata donata al monastero dall’imperatore Manuele II Paleologo (1391-1425) 128. Date le incongruenze nell’accostamento dei pannelli e nel programma decorativo. Qualora la porta costituisse davvero un caso di reimpiego.96 x 1. il registro centrale.B. tra cui il miltos. quali cerchi allacciati. Ottantasei pannelli vennero realizzati per mezzo della tecnica detta miltourgia. vivamente mi esortò a tentare di avvicinare e far meglio conoscere al pubblico uno dei manufatti più belli e più invisibili. alcune brevi considerazioni sulla porta bronzea del katholikon del monastero athonita di Vatopedi. detta popolarmente chyti (la fusa). di dimensioni maggiori 125. dedicare una parte sostanziale del mio lavoro proprio a questi battenti. N. in Tessaglia. forse inserite allorché i due battenti furono messi in opera nel katholikon del monastero. all’altezza delle maniglie. inoltre. Le due formelle con la Vergine e l’arcangelo Gabriele sono invece prodotto di lavorazione a sbalzo e. In anni abbastanza recenti. All’interno dei cerchi sono grifoni. responsabile della Settima Eforia delle . Antonio Iacobini mi rivolse l’invito a presentare una comunicazione sulle porte di epoca bizantina in Grecia. Tutti i pannelli sono fissati al supporto tramite chiodi a testa larga. orditi geometrici e vegetali. dunque. consistente nella incisione a cesello di superfici metalliche e nella successiva colorazione di tali incisioni con pigmenti vari. Caterina al Sinai 131. tende ad identificare il donatore con il despotis Andronico Paleologo governatore di Salonicco e nipote dell’imperatore Giovanni VI Cantacuzeno (1347-1354). fra l’altro. è probabile che questi fossero stati realizzati per il rivestimento di un’altra porta. sulla base della presenza. secondo l’opinione di S. è costituita da due battenti e misura m 2. aquile bicipiti ed elementi vegetali. potrebbe allora facilmente spiegarsi l’aggiunta delle due formelle con l’Annunciazione.P. 18) 123. con tutta probabilità. è formato da pannelli di maggiori dimensioni. Giudicai opportuno.548 APPENDICE La porta bronzea del monastero di Vatopedi all’Athos ALESSANDRO TADDEI È il caso di aggiungere. La decorazione consta di ottantotto pannelli rettangolari ordinati in nove serie su tre registri sovrapposti per ogni battente. Esiste una tradizione. Pertanto. una variante della damaschinatura dalle radici antiche. dalla scultura. la quale ritenne di poterne mettere in relazione lo stile con quello di un manouali (candelabro) bronzeo dei secoli XI-XII. molto studiati ma poco noti in Italia. l’indizio principale al fine di ricondurre a quella data anche la messa in opera dei battenti 130. L’iscrizione incisa sulla cornice superiore della porta e relativa ai restauri intrapresi nel 1426 sotto l’igumeno Teofane rappresenta.

(Kästen). Κειµηλια Πρ ωτα του. in Late Antique and Byzantine Ivory Carving (Variorum Collected Studies Series: CS617). Die byzantinischen Elfenbeinskulpturen des X. G.. nr.275 x 0. Un’ulteriore breve menzione del vimothyron del Protaton insieme all’accostamento comparativo con il vimothyron del monastero di Hilandar è reperibile nell’atlante fotografico dell’Athos pubblicato nel 2000 da P. in Aγιον Oρος. 30. nr.Megaro Nedelkou (28 maggio-30 novembre 2006). Mi preme. in “Aρχαιολογικη Εφηµερις”. catalogo ′ della mostra. tali fasce erano sicuramente prodotte in serie e tagliate a misura secondo la necessità. nt. L’ipotesi di Pelekanidis risente naturalmente del raffronto con gli esempi più tardi. a cura di I. 4 Innanzitutto una breve scheda. tuttavia. il Rev. evangelisti o apostoli etc. riprendeva on April 14. Nel 1998 I. pp. ma la cui analisi implicherebbe uno studio a parte finalizzato alla loro contestualizzazione entro le linee di sviluppo della pittura piuttosto che entro quelle della scultura e delle arti suntuarie. Sul cofanetto di Veroli v. Pelekanidis (ibid. 304-305. del tipo a scanalature sottili con piccole borchie quadrate formate da gruppi di puntini. p. Roma 1971. Βυζαντινο ν βηµοθυρον εξ Aγι ου Oρους. 9. Thessaloniki 1977. Weitzmann. 9 A. I. II. Si veda anche la ristampa dell’articolo in Mελε τες παλαιοχριστιανικ ς και βυζαντιν ς ′ ρ χαιολογιας. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. 28. intelligenza e conoscenza del territorio e dei beni artistici in esso presenti mi ha fornito un aiuto più che sostanziale. p. redatta da K. Jahrhun′ ′ derts. Loverdou-Tsigarida. passim. La redazione della sezione “tessalica” del presente contributo. ˜ riproduzione a colori alle figg. The Hand of the Master. 44-45): Mylonas si spinge a suggerire la data del 965 (anno della ricostruzione del Protaton) come cronologia per i due battenti. 66-67. Sui cofanetti eburnei in generale si veda Id. Tanto nel caso del registro superiore quanto in quello dei mediani. L’opinione di Pelekanidis si basava inoltre su uno studio condotto in precedenza da Anastasios Orlandos sul templon stesso. in “Cahiers Archéologiques”. ˇ ˇenko. Pelekanidis.mo metropolita Vasilios. 16. 221-241. molto diffuso per la rifinitura di spigoli e coperchi di cofanetti. On Byzantine Boxes. Wasmuth 2000. pp. Cutler. Le porte bronzee bizantine in Italia. 1-2.-XIII. Sevc l’argomento in relazione al suo tentativo di datazione della porta nord della Cappella del Roveto Ardente al Sinai. 14a. in ΑΕTΟΣ. Ivory and Society in Byzantium (9th-11th Centuries). Il mio debito di riconoscenza si estende naturalmente alla Hiera Mitropoli di Elassona. 284-298. 7 Sembra infatti di poter scorgere parte di una fascia decorativa non pertinente. Goldschmidt. 118-119. 1998. pp. Eργα βυζαντιν ς µικροτεχνιας. 17-19. ′ ′ pp. Thessaloniki . Aldershot 1998. Craftmanship. 1979. delegato per le questioni sacerdotali della Mitropoli di Elassona. The Lost Panels of the North Door to Thessaloniki 1997. Loverdou-Tsigarida nel catalogo dell’esposizione dedicata al Monte Athos tenutasi a Salonicco nel 1997. nella persona del suo presule.. in The Glory of Byzantium. 6 ′ ′ Pelekanidis.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 549 Antichità Bizantine di Larissa per avermi concesso il nulla osta alle riprese fotografiche a fini di pubblicazione della porta. che con la sua passione e curiosità. non sarebbe stata possibile senza il sollecito interessamento e la squisita disponibilità dell’archimandrita Padre Chariton Toumbas. Studies in honour of Cyril Mango presented to him ˇ ˇenko e I. 62 e passim. tav. pp. pp. Sevc the Chapel of the Burning Bush at Sinai. Pitarakis. studio che aveva portato quest’ultimo a sostenere che il templon dovesse essere coevo alla fondazione della basilica..15. pp. art. il quale mi ha reso possibile l’accesso allo skevophylakion del monastero. 8 A. 50-67. Les étapes successives de construction du Protaton au Mont Athos. Thessaloniki – Mousio Vyzantinou Politismou (21 giugno 1997-30 aprile 1998). all’epoca (2006) non visibile al pubblico. pp. catalogo della mostra. inoltre. pp. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. 15. Hutter. pp. Id. nt. 3 ′ ′ ′ ′ ′ S. Mylonas (Aτλας του Aθωνος. 3) escludeva categoricamente la pertinenza del manufatto al templon principale della basilica del Protaton data la incompatibilità con le misure della Orea Pyli (m 1. 143-160. Princeton 1994. 1957. 51. i quali hanno conosciuto una straordinaria diffusione tanto nell’arte del periodo tardobizantino quanto in quella di epoca ottomana. Pelekanidis. 53. nt. Berlin 1930. 3. Santo Lucà per l’interesse dimostrato già in sede congressuale per i risvolti più squisitamente paleografici legati al dibattito sulla iscrizione della porta della Olympiotissa nonché per i preziosi consigli e suggerimenti fornitimi in tal senso. l’impossibilità di ricorrere all’esame di analoghi esemplari che abbiano conservato in opera le proprie formelle figurate fa sì che la ricostruzione rimanga arbitraria. in basso hierarches. nella quale l’autrice non si discosta sostanzialmente ′ ˜ ′ dalle conclusioni raggiunte da Pelekanidis: K. 118-119. nei quali il repertorio dei personaggi che fanno da corteggio all’Annunciazione subisce un processo di parziale codificazione (in alto i profeti. K. Art and Culture of the 1 2 ..) ma non è detto che nelle epoche anteriori si verificasse altrettanto. indirizzare un particolare ringraziamento al prof. Sulla cronologia della basilica si veda Id. Matthiae. Verranno tuttavia esclusi i vimothyra dipinti. Thessaloniki 2006. in Θ ησαυροι του Aγιου Oρους. 5 ′ ′ B.96) e degli accessi alla prothesis e al diakonikon. p. Stuttgart-Leipzig 1998.

nr. Уметнички споменичи. Chilandar on the Holy Mountain. tavv. 186. 30. Negli altri registri si trova impiegata una ricca serie di motivi geometrici fra cui – nel quarto registro a partire dall’alto – croci a estremità patenti e gemmate entro quadrilobi.. nel 1° e nel 6° compaiono i due campioni dell’ortodossia monofisita. Sul cofanetto del museo di Darmstadt si veda: Goldschmidt. in serbo con riass. nr. Weitzmann. p. figg. 33a-e. nr. Интарзија на подручју Пеђке Патријаршије (Oggetti intarsiati della regione del Patriarcato di Pec. Il registro superiore è l’unico caratterizzato da pannelli iconici disposti secondo una evidente simmetria concettuale e politica: i due centrali (il 3° e 4° da sinistra) recano le figure del Cristo e della Vergine accompagnate da epigrafi in lingua copta con la titolatura monofisita Emmanuil e Hagia Maria. 25. Elfenbeinskulpturen. 843-1261. The Lost Panels. p. in The Glory of Byzantium. 234. Уметнички споменичи манастира Хиландара (Monumenti artistici di Hilanˇic dar. 197-200.. 4) ipotizza l’appartenenza del vimothyron a uno scomparso keli del monastero attuale oppure al primitivo monydrion. p. in inglese). 11 Goldschmidt. recanti ognuna sette pannelli rettangolari (cm 35. 163-194. 73-77. II. 68a-d. il 2° e il 5° san Marco (Alessandria) e sant’Ignazio (Antiochia). 140 (con bibliografia). 44-45) il vimothyron potrebbe appartenere alla ˜ committenza dello ktitor del primitivo monastero. Radojc ´. 16 A. per la precisione nel corso dell’anno 1238. pp.C.. Двери из Хиландара украшене коштаном интарзијом (Porta di altare decorata con intarsi in osso da Hilandar.. 13 ′ ′ Pelekanidis. 10. pp. Ciascun battente è formato da tre ante ripiegabili. 58. tavv. il gran zupan serbo Stefano I Nemanja (1180-1196). in Late Antique and Byzantine Ivory Carving. Kalavrezou. ˇ Novi Sad 1966. in serbo con riass. 50a-e. p. di cui si ha notizia fino al 1076 e che poi fu sostituito dall’attuale monastero. cioè il 913-914 d. I. al tempo dei patriarchi Gabriele I di Alessandria (909-920) e Giovanni IV di Antiochia (910-923). in The Glory of Byzantium. i due battenti sono ¯rus formati da due sole ante ciascuno ma i pannelli che ne animano la superficie possiedono le stesse . tavv. 75-76. The Monasteries of Wâdi ’n Natrûn. 17 Weitzmann. 297. 653... Cutler. 5. V. nr. catalogo della mostra. 39. 19-20 (non vidi): la Han data peraltro alla seconda metà del XII secolo anche il ′ ′ vimothyron del Protaton. Maguire. fondato da san Savva e da suo padre. 203-204. La porta più antica è datata dall’epigrafe siriaca posta sull’architrave ligneo. Hauser.G. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. III (Ivories and Steatites). I. p. 118-119. p. tav. Bogdanovic et Al. art.D. 153 (con bibliografia). p. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. 50.550 ALESSANDRO TADDEI Middle Byzantine Era. M. 67. 50a. Radojc ´. p. W. nt. Anche il problematico cofanetto del Fitzwilliam Museum di Cambridge con leoni e grifi costituirebbe un buon termine di paragone per la decorazione a doppio tralcio se la sua forma attuale non derivasse da un rimontaggio: Goldschmidt. A differenza della porta del hai’kal. pertanto. 36. 43. 15 I. tav. 50. New York 1997. 18 ′ Pitarakis. 5. san Dioskoros per l’Egitto e san Severo per la Siria. 36. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. 19 S. corrispondente al 926-927 d. ricordato in un documento datato all’anno 985. 58. nt. pp.. pp. 10 ′ ′ Pelekanidis. tav. 202. Weitzmann. p. 186. Das Christlich-Koptische Ägypten Einst und Heute. 30. possiede quarantadue pannelli a decorazione geometrica e vegetale disposti su sette registri. A. New York – The Metropolitan Museum of Art (11 marzo-6 luglio 1997). Ead. III (The Architecture and Archaeology). 53. 21 ′ ′ Pelekanidis. in “Зборник Музеја примењене уметности” (Rivista del Museo d’arte applicata).. in francese). Scevc ˇenko. fig. Sulla chiesa di al-‘Adhra’ e sulle due porte lignee in essa conservate si veda H. pp. 139 (con bibliografia). nr. con alla base una coppia di foglie d’acanto simmetriche. 12 Ibid. Elfenbeinskulpturen. Dumbarton Oaks Collection. 119. 64-65. p. tav. nr. 1955. p. Weitzmann. tav.. I. ˇic ´ 23 La comparazione dei due vimothyra dell’Athos con le porte del monastero del Wa ¯ Natrun costi¯dı ¯ ˇ tuiva parte di una riflessione stilistico cronologica di I. pp.5 x 19) sovrapposti. nr. Anderson. in quella del khu . tavv. Eργα βυζαντιν ς µικροτεχνιας. tav. 3. 58-59. 67. a col. 52. 54-56. 69. 48-49. nr. in The Glory of Byzantium. 1972. La porta. H. 14 K. pp. Bogdanovic et Al. Catalogue of the Byzantine and Early Mediaeval Antiquities in the Dumbarton Oaks Collection. Wiesbaden 1959. 3. 1956. Secondo ´ Mylonas (Aτλας του Aθωνος.C. 2. Datazione al 945-975 circa secondo J. ove si dice che il santuario della chiesa fu eretto dall’abate Mosè di Nisibi nell’anno dei Greci 1225. Cramer. 58-60. pp. 187-190. Elfenbeinskulpturen. 157 (con bibliografia). 44-49. Evelyn White. p. 8a. pp. 49-50. pp.. nr. Pelekanidis (Βυζαντινο ν βηµο θυρον. tav. in serbo con riass. Weitzmann. pp. Belgrade 1978. nr. Han. ˇ 20 D. 22 S.C. in inglese). in “Зборник радова – Византолошки институт – Recueil des travaux de l’Institut d’études byzantines”. Chilandar. L’iscrizione incisa sugli stipiti della seconda porta della chiesa afferma che i battenti furono realizzati all’epoca dei patriarchi Kosmas III di Alessandria (920-932) e Basilio di Antiochia (923-935). 20.C. p. 5-23 (non vidi). p. nt. New York 1933. in part. Inscriptions and Iconography in Some Middle Byzantine Ivories: The Monuments and Their Dating. p. 230. Washington D. Georgios Chelandarios.

m 1. p. nt. Talbot Rice. p. 1988-1989. Inscriptions de l’Athos. 24. venivano messi in opera i due battenti intarsiati in avorio e placche d’argento della porta del katholikon del monastero di Vatopedi. fig. Nel registro superiore le figurazioni sono disposte secondo il medesimo schema simmetrico della porta del hai’kal: nei pannelli esterni san Marco e san Pietro. The Byzantine Bronze Doors of the Great Lavra Monastery on Mount Athos. Coptic Monasteries. 2-3. Paris 1964. p. II. Altre due porte si trovano nel monastero di Iviron. 231. La relique de . Allo stesso gruppo vanno ascritti i due coevi battenti della porta del nartece: H. Fra gli altri. 1969. 229-250. 56. v. tav. in Iερ Mεγ στη Mον Βατοπαιδ ου. 252. 33 Flemming. ′ ′ ′ K. 54 (non vidi).ed exonartece (1622): Brockhaus. p. nt. 112. collocate come sono in quell’area concettuale dai confini incerti che è la cosiddetta “arte postbizantina”. Brockhaus. 10. Tο Aγιον Oρος. Zibawi. ma anche grazie all’influenza dell’arte veneziana. Bouras.E. formata da una piastra a croce patente con estremità gemmate sulla quale è fissato il gancio di sostegno dell’anello. p. inserite nella tarda porta bronzea appartenente al katholikon del monastero di Vatopedi. 30) nonché il monokiron (portacandela. nt. Athos. Venti anni più tardi. 235-236. in “Dumbarton Oaks Papers”. Atene. 101. Byzantine Bronze Doors in Italy. nr. p. p. Si possono tuttavia ricordare la due lamine a sbalzo con l’arcangelo Gabriele e la Vergine dell’Annunciazione. nr. forse del XV secolo (v. 29 C. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. Chrysochoidis. 467. 43. nt. I. 40. pp. G. in Θησαυρο του Aγ ου Oρους. s. 8. vestita della penula egizia e il Cristo Emmanuil. nel 1567. The Hand of the Master. Per una bibliografia aggiornata sul Deir Suriani. 9. 21. 1-2. 37. 35. Gabra. Byzantine Art. Tali opere. pp. p. 132. 30. nel 1512. pp. Athos-Klöstern. Sulla stauroteca si veda A. Recueil des inscriptions chrétiennes de l’Athos (Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes et de Rome. una vera e propria moda per l’intarsio in osso su supporto ligneo finì per invadere i territori balcanici dell’impero ottomano conoscendo una diffusione veramente capillare. quali tavoli. p. II. Didron. p.5 x 19 cm) di quelli dell’altra porta. Da ricordare. Millet et alii. T µνηµεια κ α τ χνη. Kadas. Giorgio al Fanar: A. F. pp. in “Byzantinoslavica”. 418. München 1943. Mönchsland Athos. tav. nr. C. in Mεγ λη Eλληνικ Eγκ υκ λοπαιδε α. G. Restle. 26 ′ A. 56. Weitzmann. Egypt’s Monastic Art and Architecture. tuttavia. 1973. Hagion Oros 1996. Milano-Paris 2003. 25 ′ ′ Pelekanidis. Harmondsworth 1964. 369-370. è noto un significativo corpus di suppellettili liturgiche. pp.17) proveniente dalla skiti di S.. fig. Eκκλησιαστικ ′ π τ ν Κωνσταντινουπ ολη κα o πατριαρχικ ς θρ νος του Iερεµ α Β. rimango˜ ˜ no sovente al di fuori del campo di indagine. 355-356. pp. Foto recente della porta del hai’kal: M. opera degli artisti Lavrentios e Ioasaf: Brockhaus. 88-115. Church Doors and the Gates of Paradise. p. 1904. 136. I.A. Ciò espone fra l’altro al rischio di lasciare sfuggire alcuni elementi caratterizzanti presenti in esse come derivati di modelli più antichi.. Hagion Oros 1997. 237-248. Ballian. Images de l’Égypte chrétienne. Dölger. 1. Aπο τ ν θωµανικ κ ατ κ τηση ω ς το ν 20ο αι να. 24 Cutler. Ballian. p. 234. Flemming. 74. in “∆ελτ ο Κ ντρου ˜ Mικρασιατικων Σπουδων”. 1541-1546): A. analogia e proskynitaria. appendice). Frolow. 101. Die Kunst in den Athos-Klöstern. in Reallexikon zur byzantinischen Kunst. 19. Kreuz und Pflanzenornament. del 1547. tesi di dottorato.15. Millet. 252. in part. Leipzig 1891.65. 1891. 9-16. In seguito alla conquista dell’Egitto mamelucco. 7. lo analogion della Moni Xenophontos (Brockhaus. M. G.51). Le Mont Athos. Per quanto riguarda l’Athos. Sull’anta interna del battente di sinistra si conserva inoltre la maniglia bronzea originale. tavv. p. s. 21-26. va ricordato il proskynitarion della Moni Hagiou Dionysiou. 252. 252. nt. Aθως. ˜ alt. p. Iconologie copte. 32 Bouras. Bouras. nr. fondatori rispettivamente dei patriarcati di Alessandria e di Antiochia. 2003. 355. 154. 1975. parte di un gruppo di oggetti appartenente allo stesso monastero (fra cui i battenti di finestra del nartece) legati probabilmente alla committenza del ˜ voevoda di Moldavia Petru IV Rares (1527-1538. nr. p. 27. 145-162. A.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 551 dimensioni (35. 91). 64. Athina 1915. pp. l’una fra esonartece e naos (1597). p. L’impronta decisamente ottomana delle decorazioni non impedisce infatti forme di continuità con il passato. in Θησαυρο του Aγ ου ¸ Oρους. in “Jahrbuch der österreichischen Byzantinistik”. tavv. Athina 1927. Sei registri sovrapposti di quattro pannelli ciascuno connotano la porta. Da uno di questi centri. 49-55. l’altra fra eso. 27 J. 11. 28 M. Stuttgart 1966.v. p. Anna. Dumbarton Oaks Collection. 265. Sul cofanetto cfr. Athos-Klöstern. legate soprattutto alla natura stessa degli arredi ecclesiastici. Athos-Klöstern. 9. fig. in “Annales Archéologiques”. 14. 72-73. fig. σηµικ oggi conservato a Istanbul nella chiesa di S. pp. 67-68. Kreuz und Pflanzenornament. fin nei centri provinciali minori. proveniva l’artista Lavrentios che firma il thronos (1577) del patriarca di Costantinopoli Geremia II. Bronze Doors. 138. 23. 30 Ibid. del XVI-XVII secolo (Ballian. pp. fig. Frazer. p. fig. Sotiriou. Les portes et les fenêtres en Architecture Byzantine. 31. S. Adamantiou. p. p. D. p. tav. 31 Ibid. pp. in part.v. nei due centrali la Vergine orante (Maria i Hagia). H Iερ Μον Aγ ου ∆ιονυσ ου. 25-31. infine. 67.

pp. p. 180-181. Flusin. p. L’usage des reliques du Christ par les empereurs aux XIe et XIIe siècles: le saint bois et les saintes pierres. Durand e B. 41. fig. Paris 2004. pp.. pp. fig. 31-41. 1-2.. Si veda anche Frazer. tav. (Reliefs). 195. pp. p. nr. nt. pp. fig.R. figg. Uppsala 1979.. 81. 9-11. pp. Kreuz und Pflanzenornament. ˜ 46 L’unica descrizione completa della porta che sia stata pubblicata si trova. A. 126. p.. fig. Athina 1994. München 19962. Le porte e gli arredi architettonici in bronzo della Santa Sofia di Costantinopoli.. 39 T. C... 24. 1 (Amalfi). The Hand of . 224. in Θυµ αµα στη µν µη της Λασκ αρ νας Mπουρα.A. 127-128. in Byzance et les reliques du Christ. 63-64. pp. in “Bollettino dell’Istituto centrale del restauro”. 169. 95-111. 249. 1958. 97. 1934. 48. 124-125. 134-136. 128-130. 160. Underwood. Cutler. pp. 114-115. 42 Ibid. in The Glory of Byzantium. Les reliquaires. in part. 240-241. pp. Id. 4. Les reliquaires. 166-167. chiesa di S. in H.C. Le porte bronzee. pp. pp. 166. Weitzmann. Paris 1965. pp. 152. P. Marco.-M. 149. porta di Leone da Molino (1112): ibid. 97-101. Bronze Doors. nr. 249. 135. figg. pp. A. 340. 78. 91-92.”: i battenti di Amalfi e Montecassino. J. Elfenbeinskulpturen. 17. La Vraie Croix. Καστορι : Παναγ α Μαυρι τισσα.552 ALESSANDRO TADDEI la Vraie Croix. 14. 93-95.): ibid. pp. Si vedano inoltre. Les reliquaires. Atrani. Id. Venezia. 46-47. Bertelli. fig. figg. 16-23. Bronze Doors. in XIIe Conˇ grès International des Études Byzantins. 49 M. 25-31. Athina 1967. Sofia a Istanbul. figg. nei presenti Atti. 331-332. 38. Athina 1999. 28. 154.. II. Le porte ageminate della basilica di S. Sevc ′ and its Relics. ˜ ˜ ˜ pp. 6. 54 Goldschmidt.).. Frolow. 38 Bouras. 340.N. Sklavou-Mavroidi. fig. S. pp. fig.14. Salvatore (1087): ibid. 159 (con bibliografia). 40 (Hannover). nt. in The Glory of Byzantium. 41 Bouras. Anderson. pp. Belgrade-Ochride 1961. Paribeni. pp. 219. e di M. 248. fig. fig. 40a. 52 Ibid. 38-39. II. Notes on the Work of the Byzantine Institute in Istanbul. p. ˜ 40 ′ Id. 2B (con bibliografia). 36 Duomo di Amalfi (1060): G. Résumés des communications. pp. 9. Gates of Paradise. Frazer. nr. dis. Drakopoulou. p. 11 (Venezia). p. pp. 91-95. figg. fig. 45 G. p. p. Anderson. nei presenti Atti. 289-294. 47 C. pp. S. p. pp. Notizia preliminare sul restauro di alcune porte di S. Cutler. nr. 6-9. 34 Bouras. 55. Κατ λογος. figg. 41a-b (Dresda). Agioi Anargyroi and Agios Nikolaos tou Kasnitzi. 236-237. Marco a Venezia tra storia e committenza. 63-65. H Παναγ α Μαυρι τισσα τ ς Καστορια ς. p. Thessaloniki 1993. fig. Si veda inoltre. Gates of Paradise. Roma 1971. pp. pp. 67. p. Thessaloniki 2001. 48 Matthiae. 71-72. Guiglia Guidobaldi.. della Valle. 53 Bréhier. tavv. 72a-b. ibid.. Pelekanidis. S. Le monastère de Mesonisiotissa à Kastoria et la famille serbe des Bagas. nr. 67-68. nr. Hahnloser. nr. Le porte bronzee bizantine in Italia. 37 (con bibliografia): datazione tra il 975 e il 1025. 44 T. The Hand of the Master. Les reliquaires de la Vraie Croix. A. Gounaris. Pazaras.. Pazaras. II. 16. 34-35. 103-107. tav.. 39-40. Lerou. ibid. M. in part. 152. Η πολη της Καστορι ς τη βυζαντιν και µεταβυζαντιν εποχ (12ος-16ος αι. 232-237.. pp. nr. II. in part. nr. “Cum valde placuissent oculis eius. figg. p. La sculpture. 34-35. 61. 55 Le due valve furono riconosciute come appartenenti a un unico dittico da Goldschmidt. 81. nei presenti Atti.1. 1960. 40 (con bibliografia). passim. La Vraie Croix. Tanto il motivo a rosette quanto quello della croce foliata sono costantemente presenti e applicati in versioni più o meno complesse. I (Il Tesoro e il Museo). 43 M. J. I. Firenze 1971. duomo di Salerno (prima metà XII sec. fig. p. 248-249. in Θησαυρο του Aγ ου Oρους. ibid. 37. 100-101. 50 T. pp. Paris 1961. Recherches sur le développement d’un culte. 210-213. Moutsopoulos. Id. figg. in “The Art Bulletin”. Das mittelalterliche Byzanz 725-1204. 35 Frolow.. 51 Frolow. p. 178-186. Bronze Doors. Frazer. p.P. Reliquie orientali e reliquiari bizantini. figg. 159-160. 485-486. pp. Moretti. nr. Una eccellente riproduzione a colori è reperibile in A. 91-92. p. 100. figg. 175-176 (con bibliografia).K. Berlin. 124. Tα βυζαντιν γλυπ τ του καθολικου της Μον ς Βατοπ εδ ου. in “Dumbarton Oaks Papers”. 4 (Atrani). 62. Id. Matthiae. nr. Malmquist. pp. pp. 37 Flemming. The Limburg Staurothek datazione e per un quadro bibliografico aggiornato si veda N. 20-22 (Salerno). 8-11. 13. Cutler. Gates of Paradise. a cura di J. 37. 10. Γ λυπτ του Βυζαντινου Μουσε ου Aθηνω ν. p. Athina 19922. Wharton Epstein. in The Glory of Byzantium. Elfenbeinskulpturen. 83. Athina 1997. Spieser. Sulla questione della ˇ ˇenko. 81-112. Καστορι (Βυζαντιν τ χνη στ ν Eλλ δα). Byzantine 12th Century Frescoes in Kastoria. Chatzidakis.N. Weitzmann.. Lascaris. 113. 201. Il Tesoro di San Marco. 10. fig. tav. contenuta nel volume di N. nr. i contributi di S. Si veda inoltre. 663. 148. per quanto mi consta. Middle Byzantine Churches of Kastoria: Dates and Implications. 1980. Barsanti. ′ L’identificazione Mesonisiotissa-Mavriotissa è stata rimessa in discussione da E. 79. Le porte bizantine di Atrani e Salerno.

26. Non mi risulta che esso sia stato letto o che sia oggi leggibile. alla bibliografia disponibile: S.. ′ 65 ′ Orlandos. Weitzmann. 23. Moutsopou′ los. p. tavv. Chatzidakis. fig. 68 ˇ M. Les reliefs byzantins remplis de pâte colorée des XIIIe et XIVe siècles. pp. . Elfenbeinˇ skulpturen. come notato da Pelekanidis. областима Југославије (Sculture lignee medievali nelle regioni orientali della Iugoslavia. La sculpture sur bois dans l’art byzantin. esso appare in Bouras. Καστορι : Παναγ α Mαυρ ι τισσα. Gounaris. N. Bern 1919. 39. p. Χρονολογικ προβλ µατα ˜ ˜ ˜ ˜ ˜ τω ν τοιχογραφιω ν του καθολικου τ ς Παναγ ας τ ς Μαυρι τισσας Καστοριας. cfr. in serbo con riass. 73a. in Orlandos. pertanto. 205-206. 202. Pelekanidis. Papatheophanous-Tsouri.. 2). 72 Nei due piccoli clipei ai lati dell’aureola doveva essere evidentemente indicato il nome del profeta.K.. 23. a p. l’affresco con il battesimo sembrerebbe posteriore. 35. la croce a scalini su placca eburnea del Museo Puskin a Mosca (metà sec. Βυζαντινο ν βηµο θυρον. fig. 118-119. V. 70 ′ ′ A. Pelekanidis. ′ 63 ′ S. pp. 69-73. p. 104-105. in “ Hπειρωτικ Χρονικ ”. 221. In anni più recenti. Kalavrezou.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 553 the Master. Phoskolou. pp. Ξυλ γλυπτος βυζαντιν θυρα. 66 G. 157-158. Καστορι . Sui trittici del Vaticano e Harbaville cfr. Hadjimihali. 176. 73. in Βυζαντιν κ αι Μεταβυζαντιν Τ χνη. La sculpture sur bois. Athina 2002. Βυζαντινα Τοιχογραφ αι. 26-28. in “Zograf”. 80-81. II (Art). Id. Η Βυζαντιν Αρ τα. in “∆ελτ ον τ ς Χριστιανικ ς Aρχαιολογικ ς Eταιρε ας”. 176-177: “[. 204-206: cfr. p. 80 (con bibliografia). 58 Il dibattito a proposito della cronologia degli affreschi della Panagia Mavriotissa è quanto mai vivo.1. Die altbulgarische Kunst.. catalogo della mostra. 78-82. L’art byzantin dans les collections publiques françaises. Elfenbeinskulpturen. 1. in francese). 76 Sotiriou. fig. 71-73. 7. 10b. fig. II. qui suit la tradition orientale”. 1978. pp. 21. 699 (con bibliografia). Καστορι . H Παναγ α Mαυρι τισσα. in Η κ αθηµερ ιν ζω στο Βυζ ντιο. nr. 110-111 (con bibliografia). 1928. 39. tav. per esempio. 83-106. p. pp. tav. 153-169. Pelekanidis. p. 90-93 e nella scheda a cura di D. in part. Id. 107-108. tav. 60 In particolare. Thessaloniki 1953. fig. p. 47. 35. in “ Hπειρωτικ χρονικ ”. in The Glory of Byzantium. Churches of Kastoria. 173.H Κ κκ ινη ˜ ˜ Eκκ λησι (Παναγ α Βελλας). Si rimanda. pp. 236-237. 38. 158 e dalla Wharton Epstein. Sotiriou. 3-4. nr. II. Orlandos. nr. Ξυλ γλυπτη π ρ τα του κ αθολικ ου τ ς Μον ς Κοιµ σεως ˜ ˜ Θεοτ κ ου στη Μολυβδοσκ παστη Iωανν νων. 1924. 222. 43-44. pp. pp. figg. Athina – Palio Panepistimio (26 luglio 1985-6 gennaio 1986). 92.] la porte du sanctuaire de Janina ne se rattache pas au cycle de l’art hellénistique de la capitale. 220.. Καστορι . pp. fig. pp. S. Chatzidakis. in “Aρχαιολογικ ’Eφηµερ ς”. Les portes et les fenêtres.. in “Aρχαιολογικ Eφηµερ ς”. p. nt. 61 Non mi sembra sia mai stata avanzata un’ipotesi di datazione che prescinda dalla cronologia della ´ fase primitiva dell’edificio: cfr. X): cfr. Un’ulteriore descrizione della porta è reperibile in Bouras. Ξυλ γλυπτος βυζαντιν θυρα. 1977. Durand. pp. 69 A. 175-177. Thessaloniki 2002. pp. Papadopoulou. p.N. Paris 1930. Lambros. Η Παρηγορ τισσα. 510 nr. pp. Οι βυζαντιν ς εκκ λησ ες της Αρ τας. catalogo della mostra. 104-108. 29. 32. J. cit. 150. Per la valva di Hannover. p. 223. figg. H Παναγ α Mαυρι τισσα. Thessaloniki – Lefkos Pyrgos (ottobre 2001-gennaio 2002). Π νακες. 43. Μνηµεια του ∆εσποτ του τ ς Hπε ρου . 146-147. Paris 1992. Beograd 1965. pp. fig. nr. Gounaris. pp. 72. Id. 147-159. Weitzmann. 56 Goldschmidt. p. 64 Papadopoulou. 67 B. a p. 1927. 77 E.. pp. La sculpture sur bois (L’art populaire de la Grèce. nr. 62-64. pp.K. 36-44. fig. 62 ′ A. catalogo della mostra. in Mélanges Charles Diehl. p. Sotiriou. Wharton Epstein. p. 73 ′ ′ Zachos. 125. Filow. Corovic ´-Ljubinkovic Средњевековни дчборез у источним ´. 2. Orlandos. 26. Una riproduzione a colori della porta si trova in Tesori dell’arte cristiana in Bulgaria. ne fa l’oggetto di alcune considerazioni ma senza fornirne una descrizione particolareggiata. p. 75 V. Una breve menzione è anche in A. in Byzance. 16. 37. Ξυλ γλυπτος βυζαντιν θυρα. pp. inoltre. 5. 38. Athina 2002. 59 Moutsopoulos. le schede curate da I. Βυζαντινο ν εν Hπε ρω βηµο θυρ ον. pp. Les portes et les fenêtres. Taft. M. pp. Suput. tav. nr. 79 e 133-134. 21. Paris – Musée du Louvre (3 novembre 1992-1 febbraio 1993). p.A. pp. c’est plutôt une production épirote du XIIe ou du XIVe siècle environ. La sculpture sur bois. Zachos. Athina 1985. Κ κκ ινη ’Eκκ λησι . p. 3. dis. La sculpture sur bois. anche. pp. Η Βυζαντιν Αρ τα κ αι τα µνηµε α της. nr. Goldschmidt. 1993. p. 66-67. II. Kostantios.. Churches of Kastoria. Athènes 1950.A.D. 6. p.K. 74 Sotiriou. Χρονολογικ προβλ µατα. 57 Ci si può fare un’idea di tale analogia strutturale osservando. p. 14. pp. 122. 80.. 69. 131-132. 71 G. in The Glory of Byzantium. Athina 1963.

del sec. pavoni. 1-2. le considerazioni e i numerosi esempi riportati in Papatheophanous-Tsouri. 89. 35. 81 Ibid. Ξυλ γλυπτη π ρ τα. p. Grabar. A questi motivi si unisce la banda trasversale con decorazione vegetale e due clipei. 101. A.A. 95. 86c. Pazaras. 299 (con bibliografia). 116). L. 1953. Grabar. 4.2. in “Aρχαιολογικ ν ∆ελτ ον” ˜ ˜ 36. pp. catalogo della mostra. nt. nella pubblicazione si richiamano giustamente il trono ligneo del monastero di Rila. Sculpture and the Late Byzantine Tomb. pp. New York – The Metropolitan Museum of art (23 marzo-4 luglio 2004). tav. 1927. Nicol. C. 1981. in part. 29339). p. La porta veniva assegnata al XIV secolo dalla Corovic ´-Ljubinkovic Средњевековни ´. Aν γλυφες σαρκοφ γοι κ α επιτ φιες πλ κ ες τ ς µ σης κ α στερ ης βυζαντιν ς περ ι δ ου στ ν Eλλ δ α. II (XIe-XIVe siècle). Aπ τ 10ο αιω να ω ς τ ν κ ατ κ τηση τ ς περιοχ ς π τους . serpenti. 120. nt. 100. riportandone i punti salienti.554 ALESSANDRO TADDEI Alle pp. che fino alla seconda guerra mondiale si trovava nella chiesa di Sveti Nikola Bolnic è oggi conservata nel Museo Storico Nazionale di ˇki. p. Le figure di animali fantastici e reali a grandi dimensioni inaugurano uno dei filoni più vitali di quella che sarà poi l’arte popolare dei Balcani in età ottomana. Faith and Power. aquile. p. tavv. 1980. 1. дчборез. p. Altbulgarische Kunst. nr. fig. ´. 90-91. Paribeni in Tesori dell’arte cristiana in Bulgaria. p. pp. 104. Curc ´. p. 211. 32. Paris 1976. 25. come dimostrano i fregi per i quali la fascia a balustri funge da separatore. nt. Papatheophanous-Tsouri. N. preferiva una sua collocazione tra XII e XIII secolo.. catalogo della mostra. La porta (m 1. 79 Papatheophanous-Tsouri. volpi. Γ λυπτ του Βυζαντινου Μουσε ου. tav. in Byzantium. in Byzantium. sono incorniciati da bordure a treccia o a listarella. 45-53. tav. animata da rosette a rilievo incluse in un doppio tralcio vegetale ondulato. 90-91. pp. I soggetti raffigurati nei pannelli comprendono creature fantastiche (centauro.T. 146. 86-93 dell’articolo è stilata una descrizione estremamente particolareggiata del manufatto. 98 e nt. 88 Papatheophanous-Tsouri. 92 Sklavou-Mavroidi. quest’ultimo profondamente legato alle tendenze della scultura contemporanea. All’epoca in cui essa fu fotografata da Kondakov (1901) sopravviveva gran parte della incorniciatura lignea. Stefano a Kastorià. 48. pp. del 1369 ma anche un analogion e. 82 Ibid. Athens 1983. Βυζαντιν Mνηµεια τ ς Θεσσαλ ας II κ α Ι∆ αιω νος. 70 (con bibliografia). I diversi pannelli. XIV (Filow. pp. p. Ξυλ γλυπτη π ρ τα.75 x 0. 294. del sec. alla destra del pannello con san Paolo: ibid. 104. pp.. in Β′ Συµπ σιο Βυζαντιν ς κ α Mεταβυζαντιν ς Aρ χαιολογ ας κ α T χνης. T. 316-324. ˜ ˜ 93 ´ ˇic S. tavv. XIV. di cui alcuni nimbati. 339-340. 6a.. 33. nt. Papadopoulou. soprattutto. 82. probabilmente di reimpiego. A. 89 Cfr. 727. Sculptures byzantines.. l’architrave della chiesa dell’isola di Maligrad (Lago della Grande Prespa. un frammento di un epistilio di iconostasi in legno dalla chiesa di S. Brooks. datazione ribadita da A. 76-81.N. l’altro da motivi vegetali (tralci ondulati singoli e doppi con foglie d’acanto: Sotiriou. Roma – Mercati di Traiano (22 maggio-15 luglio 2000). 312-331. pp. animali reali (leoni. p.. New York 2004. 30β. 14. Sotiriou.. pp. B1 (χρονικ ). Nikonanos. con bibliografia). 141-153. 78 D. Papatheophanous-Tsouri. pp. Boura. soprattutto p. con un motivo a ´ girali abitati. 92-93. Bouras. descrizione cui ci si rifarà in questa sede. p. 35 (scheda a cura di V.N. 86 Per la descrizione particolareggiata dell’incorniciatura della porta: ibid. pp. 4c. Aν γλυφες σαρκοφ γοι. nr. Athina 1988. 9. The Churches of Molyvdoskepastos. 1958. 744. 62. pp. 118-121 (nr. 32α. pp. Ξυλ γλυπτη π ρ τα του κ αθολικ ου τ ς Μον ς Κοιµ σεως Θεοτ κου Μολυβδοσκ επ στου Iωανν νων. 94. Sofia 2000. 80 Ibid. 94 G. La sculpture sur bois. 87 ´ Corovic ´-Ljubinkovic Средњевековни дчборез. collocati con una certa simmetria tra un battente e l’altro. l’altro un fiore a sei petali. 30). La porta di Ohrid. 84 Cfr. in part. orsi e scimmie) e cavalieri. Papatheophanous-Tsouri. Ξυλ γλυπτη π ρ τα. uccelli da preda. 193-194. 96 e segg. in “Annual of the British School of Athens”. Athina 1982. 35. inoltre. Sofia (nr. pp. in “Bulletin de Correspondence Héllénique”. 112-113. p. Ξυλ γλυπτη π ρ τα. p. 144. nr. 58 (con bibliografia). 83. p. Cfr. Pallas. pp. 83 Fra i diversi raffronti portati a proposito delle fasce a balustri. 38-39. 86. in “Aρχαιολογικ ν ∆ελτ ον”.. l’uno caratterizzato da figure di animali e fiori stilizzati entro cerchi allacciati. quest’ultimo spesso ricorrente nella porta di Voulgarelli. B2 (χρονικ ). grifone). Religious Settings of the Late Byzantine Sphere. 90 S.88) consta di due battenti ripartiti ciascuno in otto pannelli rettangolari disposti su quattro registri più due bande trasversali. probabilmente santi militari. 148-150. The Griffin through the Ages. 48. l’uno racchiudente una croce. nt. 7980. pp. fig. in “ Eπετηρ ς ˜ Eταιρε ας Βυζαντινων Σπουδων”. pp.. Faith and Power (1261-1557). ˜ ˜ ′ ˜ Βυζαντινο ναο τ ς Θεσσαλ ας. pp. nr. FYROM). p. 10a. 5a-b. Les portes et les fenêtres. Sculptures byzantines du moyen âge. Ead. Ead. 173-175. 91 Pazaras. Nel battente destro trovano posto due formelle. D. 17. Ξυλ γλυπτη π ρ τα. 85 La riduzione della porta a un unico battente comportò inoltre il trasferimento della serratura e l’apertura di un nuovo foro per la chiave. figg. Περιλ ψεις νακοιν σεων..

oι Iερ ς κα τ κειµ λια τους. 27. 152-153. verosimilmente marmoreo. (“Dumbarton Oaks Papers”. Relations architecturales entre la Thessalie et la Macedoine à l’époque des Paléologues: les cas du catholicon de l’Olympiotissa à Élasson. in “∆ελτ ον τ ς Χριστιανικ ς Aρχαιολογικ ς Eταιρε ας”. il quale probabilmente è autore anche dei proskynitaria presenti all’interno del katholikon.. Μνηµεια τ ς Θεσσαλ ας. da ornati vegetali. I due battenti. Hatzitryphonos. Thessaly. Oλυµπι τισσα. pp. 327. Thessaloniki 2004. alle pp. tesi di dottorato. 324. Frankfurt am Main 1991. nt. Athina 1994. p. sono animati. Lazaris. 73-74. Elassona 2002 2. 120-121. Paris 1989. M. pp... in Abstracts of Short Papers of the 17th International Byzantine Congress (Washington D. 16-20.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 555 ′ Τουρκ ους τ 1393. Curc ´. 11-12. Englert.. . figg. Sotiriou. 5. La sculpture. The Main Door of the Narthex in the Katholikon of the Monastery of Olympiotissa in Elasson. Bouras. che potrebbe essere opera tarda. p. p. Hatziyannis. 3-8 agosto 1986). è inserita entro una cornice moderna. Sotiriou pubblicò la porta (1927). in Θεσσαλ α. Université de Paris I – Panthéon-Sorbonne. 1. Olympiotissa Woodcarved Doors. Sotiriou. Il nuovo templon fu approntato in sostituzione di quello di epoca bizantina. p. p. ricavata in metà della losanga. Agli studi dedicati alla porta da C. Essa è caratterizzata da una ricchissima decorazione. pp.. ˜ ′ Oι Eνoρ ες. salvo quello più antico. 20. Non possedendo ulteriori dati mi è impossibile formulare qualsivoglia ipotesi di datazione di tale cornice. Les portes et les fenêtres. il volume pubblicato a cura della Hiera Mitropoli di Elassona: H Iερ Μητρ πoλις Eλασσω νoς. del manufatto: si vedano.M. p. 97 Cfr. 29. nt. p. II. Μνηµεια τ ς Θεσσαλ ας. p. 21 e ¯ segg. Cfr. al pari della cornice e dell’architrave della porta. 32. L’architecture byzantine à l’époque des Paléologues. 101 Bouras. Constantinides. gli spazi rettangolari compresi fra due coppie di linee sono riempiti da altre due linee diagonali formanti una X. 27. 1989-1990. K. 32. Μνηµεια τ ς Θεσσαλ ας. a cura di A. 107 La formella era ancora integra al momento in cui G. The Role of Late Byzantine Thessalonike in Church Architecture in the Balkans. 41. opera dell’artista Dimitris di Metsovo. 12) si vede bene anche l’incorniciatura lignea della porta. E. 106 Ibid. Houlia. p. nt. Le due formelle del registro superiore rappresentano rispettivamente la Vergine e il Cristo in trono mentre le altre quattro formelle recano le figurazioni zoomorfe degli evangelisti. The Wall Paintings of the Panagia Olympiotissa at Elasson in Northern Thessaly. Tο περ στωο στην υστεροβυζαντιν εκκ λησιαστικ αρχιτεκ τονικ .C. 59-66.. Skouvaras. 98 Cfr. sulla quale non sono riuscito a reperire informazione alcuna. pp. Nella fotografia (fig. Talbot. agli angoli esterni superiori della porta sono scolpite le figure dei due arcangeli Michele e Gabriele. 327-331. M. pp. pp. Hatziyannis. articolati ciascuno in tre pannelli rettangolari sovrapposti. p. 327. cfr. p. 105 Ibid. 27. datato 1750 e firmato da Ioannis e Manos. Bouras si sono affiancate nel tempo numerose menzioni. Hatziyannis. Σχεδιασµ ς-λειτουργ α. Athens 2002. S. fra gli altri. E. pp. priva di decorazione. 56. 104 Ibid. 371-386. 100 Id. 27. Hatziyannis. Id. p. Der Bautypus. Iερ Μον Παναγ ας Oλυµπιωτ σσης. p. 175. in Symposium on Late Byzantine Thessalonike. nr. Hadjimihali. S. Der Bautypus der Umgangskirche unter besonderer Berücksichtigung der Panagia Olympiotissa in Elasson. 4. La sculpture sur bois. da allora la sua metà sinistra è andata perduta. nr. Skouvaras. 103 Bouras. L’architecture byzantine à l’époque des Paléologues. più o meno estese. La formella inferiore del battente di sinistra lascia in parte il posto a un’iscrizione entro cornice triangolare. p. 95 E. Athina 1967. figg. in Βυζαντιν και Μεταβυζαντιν Τ χνη. 27-32. Reconsidered. pp.. La decorazione appare abbastanza semplice a fronte di quella dei battenti: ciascuna tavola è infatti attraversata da coppie di linee incise trasversali ottenute con piccole unghiature. 29. Oλυµπι τισσα. Athina 1979. p. 143. 96 La porta meridionale fu messa in opera nel 1840 a spese dello hieromonachos Teofilo. p. 15. K. E. pp. Dumbarton Oaks-Georgetown University 1986. Id. 24-27. La cornice sembrerebbe costituita da tre tavole poste a rivestire gli stipiti e l’architrave. 99 Sotiriou. 102 Constantinides. 57. 6. in part. pp. originario di Tyrnavo. 57-62. dato che la porta attuale. Olympiotissa Woodcarved Doors. che recita: ∆ΙΑ ΕΞΟ∆ΟΥ ΘΕΟΦΙΛΟΥ HΕΡΟΜΟΝΑΧΟΥ ΤΥΡΝΑΒΙΤΟΥ 1840. L’architecture byzantine à l’époque des Paléologues: le cas du catholicon de l’Olympiotissa à Élasson (Thessalie). Nello stesso anno 1840 fu realizzato il nuovo templon in legno scolpito. The Olympiotissa Woodcarved Doors. 143-146. Eλασσ ν 2007. di recente fattura. entro la quale è ospitata una formella quadriloba. pp. 2004). 6. ∆εκ απ ντε χρ νια ´ ˇic αρχαιολογικ ς ρευνας 1975-90. 119. significativo centro posto lungo la strada che collega Elassona con Larissa.-M.C. 31 (con bibliografia). All’interno di ciascun pannello è iscritta una losanga. riflesso della fase finale del periodo “barocco” dell’arte dell’intaglio della Grecia del Nord (regioni del Pindo e dell’Olimpo).K. Englert. The Wall Paintings.A.

a p. 120 Bouras. 63-65. pp. 238-239. Lambertz. 130 S. 83-84. pp. a cura di A. fig. Matthiae. Cunningham. 10 (da Βυζαντιν και Μεταβυζαντιν Τ χνη 1985). 251. tav. 9. centre de production d’objets d’arts au XIVe siècle.B. leggiamo che “Of the small motifs set within the four-sided shapes. Bréhier. 116 Constantinides. quanto piuttosto un animale simile a un leone nella classica rampant posture. 9 (da Orlandos 1924). . Bryer e M. in Iερ Μεγ στη Μον Βατοπαιδ ου. 59. identiche. 76. Rivolgo ancora un sentito ringraziamento all’archimandrita Padre Chariton Toumbas per la sua cortesia nel segnalarmi l’esistenza del battente nonché per avermi concesso di visitare lo skevophylakion del monastero di Hagia Triada. 31. The Wall Paintings. Sankt-Petersburg 1902. Roma). 117 Ibid. Sotiriou. 18 (da Iερ Μεγ στη Μον Βατοπαιδ ου 1996). p. 4. 569. nt. Ne è riprodotta un’immagine nella recente guida pubblicata dal monastero: Iερ Μον Aγ ας Τρι δος ′ ˜ Σπαρµου Oλυµπου. p. appare abbastanza evidente che nella figura frammentaria del pannello del battente di destra non si può ravvisare un uccello. 10. pp. p. ancora inedita. in Iερ Μεγ στη Μον Βατοπαιδ ου. cioè. Μνηµεια τ ς Θεσσαλ ας. p. 66. Aldershot 1996. p. p. 11. p. Thessalonique. The Wall Paintings. Elassona 2006. 19-20. 128 Kondakov. il prof. pp. fig. L’inserimento delle due bande appare però abbastanza accurato e di qualità decisamente alta a fronte dei rozzi interventi integrativi effettuati sulla porta in età moderna e ancora visibili nelle fotografie anteriori al restauro del 1964. 60. 38. p. 18-20.. II. nt. tuttavia. 123 N. 75. 111 Postulando l’originaria esistenza di tre registri di cerchi completi per ogni intarsio più una fascia non decorata posta tra la bordura e l’intarsio (come negli altri pannelli della porta). p.. in “∆ελτ ον τ ς Χριστιανικης Aρχαιολογικ ς Eταιρε ας”. nt. 15. 234. p. four have survived. 2 (da Bogdanovic et alii 1978). 134. 11. marzo 1994). 134. 70 e segg. si deve ammettere che il riquadro doveva avere in origine dimensioni pari a cm 61 x 40. p.. a quanto ne so. p. fig. H βιβλιοθ κ η κα τ χειρ γραφ της. K. p. E. pp. 122 La porta rimane. pp. Santo Lucà ha attirato la mia attenzione sul pericolo rappresentato dal tradurre letteralmente il verbo con l’italiano “rinnovare” e sulla osmosi rilevabile nel greco bizantino tra i concetti di “rinnovamento”. 113 Englert. 129 E. 89.556 108 109 ALESSANDRO TADDEI Cfr. 7. in Mount Athos and Byzantine Monasticism. figg. centre de production. pp. p. 127 Ibid. 252. The Wall Paintings. The Wall Paintings. Constantinides. Three Byzantine Bronze Candelabra from the Grand Lavra Monastery and Saint Catheri′ ne’s Monastery in Sinai. “messa in opera” e “edificazione”. 440. K κκ ινη ’Eκκ λησι . La porta deve essere stata ridotta di circa 11 cm in altezza: cfr. Der Bautypus der Umgangskirche. 126 Loverdou-Tsigarida. Le porte bronzee. 29-30. nt. 65. nt. 497-499. 63. 110 Ibid. 23. Mamaloukos. Cfr. 15. ibid. pp. tav. 114 Constantinides. pp. 238. 31. The buildings of Vatopedi and their patrons. 131 L. 119 Ibid. II. Памятники.. 1989-1990. 29. Paris 1936. 11-12 (da Papatheofanous-Tsouri 1993). Taddei. Laddove Bouras (Olympiotissa Woodcarved Doors.. 112 Constantinides. 27) discute dei due pannelli del registro superiore. ˜ ´ 8 (da Moutsopoulos 1967). Les portes et les fenêtres. p. 3-6 (da Bouras 1975). 38. Papers from the Twenty-eighth Spring Symposium of Byzantine Studies (Birmingham. in Symposium on Late Byzantine Thessalonike. Tsigaridas. Olympiotissa Woodcarved Doors. Памятники Христианскаго искусства на Аоон (Monumenti di arte cristiana all’Athos). nt.P. pp. Loverdou-Tsigarida. two with representations of birds and another two incised with the date inscriptions”. fig. 158-159. REFERENZE FOTOGRAFICHE 1 (da Θησαυρο του Aγ ου Oρους 1997). 13-17 (A. 251-252. Thessalonique. 125 Bouras. Βυζαντιν µικροτεχν α. La sculpture et les arts mineurs byzantins. p. Boura. 115 Orlandos. tav. 118 Constantinides. 117. 121 Si tratta di una piccola porta che serrava un tempo un accesso secondario del nartece. L. Nel corso di una breve conversazione al termine del mio intervento. p. 64.. 50. a quelle degli altri pannelli: ibid. 51. The Wall Paintings. 124 Ibid. Kondakov.

vimothyron ligneo.LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 557 1 2 3 4 1. Monte Athos. basilica del Protaton. . 3-4. Hilandar. Monte Athos. Megisti Lavra. Monte Athos. 2. vimothyron ligneo. Karyes. porta del katholikon e particolare.

8. . porta lignea del katholikon. porta lignea. 7. porta del katholikon (part. Kokkini Ekklisia. Kastoria.558 ALESSANDRO TADDEI 5 6 26 8 7 5-6. Megisti Lavra. Voulgarelli.). monastero della Panagia Mavriotissa. Monte Athos.

Molyvdoskepastos (Konitsa). 11 . 11. battente di vimothyron ligneo dal villaggio di Perama. Ioannina. porta lignea del katholikon: segmenti dell’incorniciatura. 10. Restituzione grafica della porta lignea della Kokkini Ekklisia a Voulgarelli (da Orlandos 1924).LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 559 9 10 9. monastero della Dormizione della Vergine. Museo.

560 ALESSANDRO TADDEI 12 12. porta lignea del katholikon. Molyvdoskepastos (Konitsa). monastero della Dormizione della Vergine. .

monastero della Panagia Olympiotissa. Elassona. porta lignea intarsiata proveniente dal katholikon. .LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 561 13 13.

562 ALESSANDRO TADDEI 14 15 14-15. porta lignea intarsiata proveniente dal katholikon (part.). monastero della Panagia Olympiotissa. Elassona. .

LE PORTE BIZANTINE IN GRECIA 563 16 17 16-17. Elassona. monastero della Panagia Olympiotissa.). . porta lignea intarsiata proveniente dal katholikon (part.

Monte Athos. porta del katholikon. Vatopedi. .564 ALESSANDRO TADDEI 18 18.

Sign up to vote on this title
UsefulNot useful