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Elettronica-Applicata

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Dopo aver definito la quantizzazione, si può definire anche l’errore di quan-
tizzazione; come abbiamo detto, la larghezza di ciascun intervallo di una
quantizzazione uniforme, avrà la seguente dimensione:

Ad = S

2N = LSB

375

Dove LSB sta per Least Significant Bit: si tratta della misura del bit
meno significante del numero, ossia il minimo errore che si può commettere.
L’errore di considerare, al posto di un intervallo, quello adiacente ad esso.
Comunemente l’LSB si misura in volt: si tratta di una tensione, ossia
dell’ampiezza dell’intervallo analogico (ovviamente, se si usano convertitori
di tensione!).

Come il titolo della sottosezione suggerisce, alla quantizzazione è unito
un errore di quantizzazione, ossia un errore che si commette ogni qual volta
si effettui un’operazione di quantizzazione; definiamo questo errore con il
simbolo εq, errore che si potrà quantificare a partire dalla seguente idea: la
relazione biunivoca tra intervalli e numeri discreti è nella fattispecie esistente
tra il valore centrale di ciascun intervallo ed il numero in questione; si può
dunque dire che l’errore si commetta “confondendo” ciascun valore analogico
del segnale appartenente ad un dato intervallo con il suo valore centrale.
L’informazione contenuta nella distanza dal punto centrale dell’intervallo dal
valore viene di fatto persa, dal momento che qualsiasi valore (reale) di un
segnale analogico viene, nella quantizzazione, assimilato a coincidente con il
valore centrale dell’intervallo in cui si trova. Ribattezzando un certo valore
reale A e Ai il valore centrale dell’i-esimo intervallo (nel quale rientra il valore
del segnale continuo, A), si può dunque definire l’errore di quantizzazione
come:

εq A−Ai

L’errore di quantizzazione si può conoscere statisticamente. Sappiamo
infatti che esso non può essere di fatto maggiore di 1

2 LSB, dal momento che
al più si può sbagliare di una grandezza pari a metà del valore dell’intervallo:
dal momento che l’errore di quantizzazione quantifica il discostamento del
valore analogico dal centro dell’intervallo al quale appartiene, oltre metà
intervallo non si potrà errare!

q|≤ 1

2Ad

Dove:

Ad = Ai+1−Ai

Quindi:

q|≤Ai = S

2N+1

376

Dal momento che la quantizzazione è uniforme, dunque, si può pensare
che l’errore di quantizzazione abbia un andamento simile a quello della figura

??.

L’errore di quantizzazione, in una quantizzazione uniforme si distribuisce
secondo una densità di probabilità uniforme; se il segnale è “al punto giusto”,
ossia ha valore pari al centro dell’intervallo, l’errore di quantizzazione è nullo;
altrimenti, si ha una crescita lineare rispetto a 0.
Tutto ciò è vero, se il sistema è stato progettato bene perché bisogna
proprio impostare il fondo scala in modo da contenere tutta la dinamica del
segnale, al fine di avere la situazione appena descritta: dinamica del segnale
e dinamica del sistema devono essere simili, il più simili possibile!
Se la dinamica del segnale fosse maggiore di quella del sistema, si avrebbe
un fenomeno di clipping: quando il segnale assume valori troppo alti o trop-
po bassi, rimane “inchiodato” al limite superiore di D, aumentando notevol-
mente l’errore di quantizzazione, che cresce linearmente con la distanza dal
centro dell’ultimo intervallo della dinamica del sistema S.
Si vuole ribadire un fatto: l’errore di quantizzazione è irreversibile. Una
volta quantizzato il segnale, non è possibile tornare indietro come nel caso
del campionamento: la perdita di segnale non è in alcun modo recuperabile!
Quello che ci serve, riguardo l’errore di quantizzazione, è un buon modello,
al fine di poterci quantomeno convivere pacificamente.
Ciò che si può fare di questo errore, dunque, è una modellizzazione in
termini di rumore additivo al sistema: dato un segnale x(t), si può pensare
all’errore di quantizzazione come ad un rumore, la cui densità di probabilità è
uniforme su di un intervallo pari a±1

2 LSB. Trattandosi di un rumore, si può
definire un rapporto segnale/rumore (SNR, dall’inglese Signal Noise Ratio)
di quantizzazione, nel seguente modo:

SNR|q σ2

A

σ2

εq

Essendo la densità di probabilità del processo casuale uniforme, il valore
della funzione sarà pari al reciproco dell’ampiezza dell’intervallo, quindi:

fX(x) = 1
Ad

Quindi, è possibile quantificare la varianza dell’errore di quantizzazione

come:

σ2

εq =

A
d

2

A
d

2

ε2

q·ρ(εq)q = A2

d

12

377

0

2

4

6

8

0

2

4

6

8

−0.5

0

0.5

0

2

4

6

8 A

A

D

εQ(LSB)

Figura 10.4: Grafico della relazione di quantizzazione tra A e D e andamento
dell’errore di quantizzazione.

378

0

x(t)

t

S/2

−S/2

Figura 10.5: Segnale sinusoidale.

Questa è la potenza del rumore di quantizzazione, ed è costante!
Proviamo a calcolare il SNR di quantizzazione di un sistema in diversi

esempi teorici.

SNR con segnale sinusoidale

Dato un segnale sinusoidale di ampiezza di picco pari a metà della dinamica
di ingresso del sistema, si vuole calcolare il suo SNR di quantizzazione.
La potenza del segnale sinusoidale è calcolabile mediante una semplice os-
servazione: essa è semplicemente pari a metà del quadrato della semiampiezza
del segnale:

σ2

A = A2

2 =

S2

4
2 = S2
8
Dunque, dalle nozioni apprese sul SNR di quantizzazione, si può dire che:

σ2

εq = S2
22N

·12

Quindi:

SNRq = S2

8 · 12·22N

S2 = 3

2 ·22N

In decibel (dB), quest’espressione vale circa:

379

0

x(t)

t

S/2

−S/2

Figura 10.6: Segnale triangolare.

SNRq,dB(6N + 1,76)dB

SNR con segnale triangolare

Partendo da un segnale triangolare, si può ottenere, con lo stesso ragiona-
mento, il seguente risultato:

σ2

A = S2
12

Da ciò:

SNRq,dB = 22N

−→6N dB

SNR con segnale onda quadra

Volendo ripetere ancora una volta lo stesso ragionamento, si può calcolare:

σ2

A = S2
4

Quindi:

SNRq,dB = 3·22N

−→(4,77 + 6N)dB

380

0

x(t)

t

S/2

−S/2

Figura 10.7: Onda quadra.

Conclusioni

Provando con un segnale sinusoidale, triangolare e a onda quadra, si nota
che il valore è sempre prossimo a·N dB, ossia moltiplicando il numero di bit
utilizzati per rappresentare il valore numerico (per effettuare la conversione
del segnale da analogico a digitale) per 6, si ottiene il valore del rapporto
segnale/rumore in decibel (dB). Volendo aggiungere un ulteriore bit, si può
migliorare il suddetto rapporto, ottenendo sempre e comunque 6N dB.
C’è ancora una nota da fare, al fine di approfondire un aspetto solo ci-
tato: è assolutamente necessario che la dinamica del convertitore sia uguale
(o quasi) a quella del segnale: aumentare la dinamica del quantizzatore è
assolutamente negativo perchè aumentare la dinamica coincide a diminuire
pesantemente il rapporto segnale/rumore (anche di 40 dB !), mentre ridurla
troppo, come già detto, porterebbe a frequenti fenomeni di clipping.
Più bit si utilizzano per la conversione, meglio è: nei sistemi audio co-
munemente se ne usano 16 al fine di avere abbondantemente soddisfatto il
teorema di Nyquist sulla frequenza di campionamento; introducendo 24 bit,
come capita nelle schede audio di ultima generazione, ci si può permettere
di utilizzare dei pessimi regolamenti del segnale, e non perdere informazioni
utili; la qualità del segnale aldilà di questo aspetto comunque non si potrà
percepire, dal momento che 16 bit sono già “troppi” per quanto riguarda le
possibilità di percezione dell’apparato uditivo umano.
Proponiamo dunque, a partire da tutte le nozioni finora apprese, lo schema

381

A

A

A

A/D

S/H

D

MUX

Figura 10.8: Schema a blocchi dei un sistema di conversione a più canali.

a blocchi di un generico sistema di acquisizione dati:
Descriviamo sommariamente ciascun anello della catena, al fine di com-
prenderne il ruolo nel sistema.

1. L’amplificatore di condizionamento migliora il rapporto segnale/rumore
di quantizzazione, migliorando la dinamica del sistema, o meglio adat-
tando il segnale alla dinamica del blocco centrale: non è assolutamente
detto che un convertitore analogico/digitale o digitale/analogico abbia
una dinamica coincidente con quella dei segnali che vogliamo utiliz-
zare, dunque modificando il guadagno di questo amplificatore si può
avvicinare la dinamica del segnale a quella del fulcro del sistema;

2. Il sistema al suo interno potrebbe avere un rumore di un qualche genere;
ciò che si può fare al fine di ridurre questa quantità di rumore, dunque,
è introdurre un filtro passa-basso atto a eliminare l’effetto dell’alias-
ing del rumore: anche il rumore infatti viene spettralmente riprodotto,
dunque, senza introdurre questo filtro, le frequenze rumorose possono
non solo sovrapporsi una volta, ma svariate volte al segnale, a causa
delle traslazioni nell’asse spettrale;

3. In un sistema elettronico spesso potrebbe essere necessario acquisire
diversi segnali, da diverse fonti, segnali sostanzialmente su banda limi-
tata. Al fine di introdurre un semplice meccanismo di gestione di molti
segnali, si utilizza un multiplexer (MUX), in modo da poter selezionare,

382

mediante un microprocessore µP l’ingresso interessato. Generalmente,
il microprocessore viene pilotato dall’uscita del sistema elettronico;

4. Potrebbe essere necessario memorizzare il segnale, prima di introdurlo
nel convertitore A/D (Analogico/Digitale)1

, in modo da poter man-
tenere un dato, da poter ”scattare un’istantanea” del segnale per un
certo istante di tempo, e mantenerlo.

5. L’uscita digitale verrà mandata al microprocessore, come già detto, in
modo da gestire il MUX, ed in altri sistemi.

Una volta terminata la conversione A/D, mediante il dispositivo detto
A/D converter (ADC), una cosa che si potrebbe fare è re-invertire l’usci-
ta, proponendo un segnale analogico a partire da uno numerico; esiste un
dispositivo duale al A/D converter, detto D/A convertier (DAC).
Nella catena da noi proposta, microprocessori a parte (che sarebbero un
po’ difficili da studiare) vogliamo imparare a realizzare i tre elementi ADC,
DAC, S/H.

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