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Elettronica-Applicata

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Studiando lo specchio di corrente, abbiamo già introdotto il primo dei mat-
toncini che comporrà l’amplificatore operazionale. Quello che ora sarà in-
trodotto sarà un altro di questi mattoncini fondamentali, probabilmente
molto più importante dello specchio di corrente. L’amplificatore operazionale,
in una rappresentazione ”a blocchi”, potrebbe essere rappresentato da tre
elementi, disposti in cascata:

1. Stadio di ingresso. stadio differenziale (ciò che stiamo per introdurre);

2. Guadagno in tensione (talvolta omesso, se lo stadio differenziale è rea-
lizzato con tecnologie CMOS);

3. Stadio di uscita di potenza: stadio in grado di guadagnare circa 1 in
tensione, ma di aumentare notevolmente la corrente, e di conseguenza
la potenza.

Ora ci concentreremo sullo studio del solo amplificatore differenziale o
stadio differenziale (non si faccia confusione con la topologia utilizzata per
realizzare la differenza di due segnali con l’amplificatore operazionale!).
Supponendo che il dispositivo che siamo sul punto di presentare sia rigo-
rosamente in zona lineare, possiamo incominciare la trattazione; il blocchetto
con il quale si potrebbe modellizzare questo stadio di amplificazione ha due
ingressi, un’uscita, e due terminali di alimentazione; si vorrebbe che l’uscita
abbia una forma simile alla seguente:

Vu = A1V1 + A2V2

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v1

v2

IO

I1

I2

VBE1

VBE2

Figura 1.21: Realizzazione dello stadio differenziale con BJT.

Ossia una combinazione lineare della tensione di ingresso. Poichè lo stadio
sia differenziale, si deve avere che:

A1 =−A2

I coefficienti devono dunque essere uguali in modulo e opposti in segno
(quantomeno, in un sistema ideale).
Cerchiamo di quantificare e studiare al meglio questo tipo di configu-
razione, introducendo un “cambio di base”, finalizzato a realizzare la sep-
arazione dei modi di funzionamento: anzichè osservare l’uscita Vu espressa
in termini di combinazione lineare degli ingressi, si potrebbe lavorare con la
tensione differenziale vd, ossia la differenza degli ingressi (tensione di modo
differenziale). La nuova base di ingressi per essere sufficiente a rappresentare
l’uscita necessita di un ulteriore elemento, che sarà VC: la tensione di modo
comune. Il nuovo sistema di equazioni sarà:

vd = V1−V2
V
C = V1+V2
2

A partire da questa nuova base, si può esprimere l’uscita, come:

Vu = Advd + ACVC

Dove:

Ad = A1−A2

2 ; AC = A1 + A2
Ciò che abbiamo fatto con questa operazione è separare i modi di funzion-
amento
dell’amplificatore operazionale, ossia considerarne due diversi tipi di
amplificazione: una riguardante esclusivamente il segnale differenziale (os-
sia le differenze tra due segnali) e una riguardante l’amplificazione di modo

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comune, ossia la componente di segnale presente in entrambi i segnali. Un
esempio di componente di modo comune potrebbe essere un offset: se en-
trambi i segnali sono sinusoidali è hanno lo stesso valor medio, esso sarà una
componente di modo comune.
L’amplificatore differenziale ideale ha Ad molto grande, e AC nullo, in
modo quindi da non amplificare le componenti di modo comune del segnale
in ingresso. Questo fatto è indicato anche dal nome: differenziale significa
proprio che in uscita deve mantenere le sole differenze dei segnali in ingresso,
e non considerare contributi comuni ai segnali dei quali si intende amplificare
la differenza.

Idealmente, si vorrebbe che l’uscita di un amplificatore differenziale, Vu,

sia pari a:

Vu = Advd

Tuttavia, l’espressione completa sarà:

Vu = Advd

1 + AC
Ad

VC

vd

Questo significa che tanto più il termine di guadagno di modo comune,
AC, è elevato, e tanto più si avranno errori rispetto al funzionamento ideale
del dispositivo.

Al fine di determinare la bontà di un amplificatore differenziale, si intro-
duce un parametro fondamentale, in grado di quantificare l’errore commesso
a causa dell’amplificazione di modo comune. Questo parametro è chiamato
CMRR (Common Mode Rejection Ratio), ed è definibile come:

(CMRR)dB

Ad
AC

dB

= 20·log10

Ad

AC

Più il CMRR è elevato, e migliore sarà lo stadio differenziale realizzato.
Come qualunque altro circuito attivo, lo stadio differenziale deve essere
alimentato; dall’alimentazione, dipenderanno la dinamica di ingresso di mo-
do comune e la dinamica di ingresso di modo differenziale. Cosa sono queste
“dinamiche” ? La risposta è abbastanza semplice: come abbiamo detto al-
l’inizio della trattazione, il dispositivo in questione funziona bene se è in
stato di linearità. Lo stato di linearità va dunque tutelato, ossia bisogna ri-
cavare dei limiti di funzionamento dello stato di linearità. Ciò da cui bisogna
proteggersi, dunque, sono sostanzialmente due fattori:

Segnali di modo comune estremamente elevati tali per cui, a causa
dell’amplificazione di modo comune del sistema, potrebbero portare

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fuori linearità l’amplificatore operazionale; la dinamica di modo co-
mune è dunque il range di ampiezze dei segnali di modo comune tali
per cui nei dispositivi attivi contenuti all’interno dell’amplificatore non
intervengano fenomeni di non linearità;

Segnali di modo differenziale in grado di variare (o comunque raggiun-
gere) valori di tensione eccessivamente elevati per il guadagno di modo
differenziale, in modo da far intervenire fenomeni di non linearità nei
dispositivi attivi; il range di valori che i segnali di modo differenziale
possono assumere è detto dinamica di modo differenziale.

Le due dinamiche di ingresso appena esposte avranno una violenta dipen-
denza dalla tensione di alimentazione dello stadio differenziale. Per quanto
riguarda le dinamiche di ingresso differenziali, non avremo grossi problemi,
dal momento che, di solito, l’amplificatore differenziale è utilizzato per “pic-
coli segnali”, dunque le differenze che si intende amplificare dovrebbero essere
piccole, e non mandare fuori linearità il dispositivo.
Discorso diverso riguarda la dinamica di ingresso di modo comune: in uno
stadio differenziale basato su tecnologia a BJT (transistori bipolari), si avrà
solitamente una topologia di questo genere (come già mostrato precedente-
mente):

Il valore superiore della dinamica di ingresso di modo comune è delimi-
tato dal fatto che la tensione di ingresso, Vi, non possa crescere al di sopra
del valore della tensione sui collettori dei BJT, senza rischiare di mandarli
in stato di saturazione (e quindi farli uscire dalla linearità!); dal momento
che l’amplificazione di modo comune è piuttosto bassa, variando Vi non si
dovrebbero avere grosse variazioni della tensione sui collettori; definendo VCO
le tensioni sul punto di riposo ai collettori, data una certa Vi di modo comune
in ingresso, il vincolo al funzionamento lineare del dispositivo sarà:

Vi < VCO

La tensione sui collettori dipenderà sostanzialmente dalla differenza tra
la tensione di alimentazione e la caduta di tensione sui resistori; quindi:

Vi <

VAL− IO

2 RC

Ma quindi, anticipando una relazione che verrà espressa in seguito:

Vi < (VAL−AdVT)

Cosa significa ciò? Per aumentare la dinamica di modo comune, bisognerebbe
diminuire il guadagno differenziale!

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Ciò che si fa in pratica di solito è evitare di usare un carico resistivo ed
utilizzare, ad esempio, uno specchio di corrente (come vedremo in seguito).
Osserviamo ora sotto un punto di vista più ”quantitativo” il nostro cir-

cuito:

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