“Il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro: Lavoro di ricerca e studio di Laura Picchi

Introduzione
Questo lavoro ha come tema il sequestro e l'omicidio Moro. Essendo poco il tempo a disposizione per fare la ricerca, studiare il materiale, scrivere il testo e consegnare il lavoro finito non è stato possibile studiare l'imponente materiale processuale alla procura della Repubblica di Roma e quello prodotto dalle varie Commissioni che del caso Moro si sono occupate. Si è scelto di fare un lavoro di ricerca e di studio sui resoconti delle sedute alla Camera dei Deputati, nel periodo compreso tra il 16 marzo 1978, giorno del rapimento di Moro e dell'uccisione della sua scorta e la fine di maggio del 1978. Per questo lavoro sul caso Moro si è anche utilizzata la documentazione della Fondazione Luigi Cipriani e in specifico la “Cronologia” dei fatti avvenuti nel periodo compreso tra il 16 marzo 1978 e la fine di maggio 1978 reperibile sul suo sito internet . Si sono infine cercate in rete e studiate le sentenze dei vari processi relativi al caso Moro, facendone una sintesi nel secondo capitolo di questo lavoro. Diversamente dalla maggior parte della storiografia su questo tema che si è occupata solamente di ricostruire le attività, i rapporti e le responsabilità dei brigatisti, in questo lavoro si è scelto anche di dare un quadro quanto più possibile aderente alla realtà dei fatti di quella che fu l'attività politica, parlamentare e degli apparati nei 55 giorni del sequestro Moro e immediatamente dopo il suo omicidio ad opera delle Brigate Rosse. Anche per il caso Moro ci si è resi conto durante la ricerca e lo studio svolti di quanti dati venuti fuori durante il sequestro e subito dopo l' omicidio Moro, (i quali potrebbero essere utili anche oggi alla ricostruzione delle responsabilità ad ogni

livello) siano rimasti sepolti poi negli archivi del parlamento o man mano che sono passati gli anni scomparsi dalla storiografia, dall'analisi dei fatti a livello politico e tenuti in nessun conto a livello di indagini della magistratura. Con questo lavoro di ricerca e di studio, seppur con i limiti che esso ha certamente, visto che lo si deve consegnare in breve tempo, quei dati che potrebbero essere utili a ricostruire anche oggi le responsabilità ad ogni livello del rapimento e omicidio di Moro, dell'eccidio della sua scorta in Via Fani da parte di politica e magistratura, si sono riportati alla luce e alla memoria di ogni cittadino. Si sono infine riportati in questo lavoro ampi brani di interventi di deputati che già nel 1978 mettevano in guardia il governo italiano dal combattere il terrorismo con le leggi speciali, senza studiare approfonditamente le cause del terrorismo stesso, senza studiare i motivi per cui i fatti di terrorismo, anziché cessare con “la politica dell'emergenza” si moltiplicavano e senza cambiare il modo in cui erano addestrate le forze dell'ordine, senza cambiare la cultura non certo democratica che stava alla base in alcuni casi e in alcuni momenti dell'addestramento delle forze dell'ordine e delle forze armate. Quelle analisi politiche, pur se fatte nel 1978 e certamente da aggiornare alla realtà di oggi, sono riportate in questo lavoro ed è dato loro grande importanza, perchè possono essere ancora oggi un valido punto di partenza per un governo in Italia che nel terzo millennio volesse fare una seria lotta al terrorismo e dare verità e giustizia dopo decenni alle vittime dei fatti di terrorismo, dello stragismo e dei crimini delle mafie.

Capitolo 1 “I giorni del sequestro Moro: attività della politica italiana”1

Il 16 marzo 1978 venne sequestrato dalle Brigate Rosse il Presidente della Dc Aldo Moro, vennero uccisi i suoi 5 uomini di scorta e ci fu nella stessa mattinata l'insediamento del governo presieduto dall'onorevole Giulio Andreotti. Alla Camera dei deputati si decise quel 16 marzo 1978 che il Presidente del Consiglio Andreotti esponesse comunque le linee del programma di governo, sollevando le vivacissime proteste del Movimento Sociale e dei radicali. Nel suo discorso in aula il 16 marzo 1978 il Premier Andreotti fece riferimento ad un documento approvato al Senato nel dicembre 1977 in cui veniva posto come termine fondamentale della politica estera italiana l'Alleanza atlantica e l'impegno europeo ed in cui si chiariva il significato dell'Alleanza Atlantica come fattore di difesa e fattore di equilibrio nei rapporti est-ovest. Sul quel documento approvato in Senato nel dicembre 1977 il Premier Andreotti dichiarò quel 16 marzo 1978 alla Camera dei Deputati si sarebbe basata la politica estera del governo italiano da lui presieduto. Dell'intervento di Enrico Berlinguer fatto sempre lo stesso 16 Marzo 1978 alla Camera, dopo quello del premier Andreotti, è da evidenziare che il Pci si schierò con chi era leale alla Costituzione e invitò a vigilare sulle manovre di chi voleva sovvertire la democrazia. Berlinguer infatti a conclusione del suo discorso affermava: “(..)In questo senso noi agiremo con tutte le nostre forze, consapevoli come siamo dei nostri doveri e delle nostre responsabilità di fronte alle classi lavoratrici ed al popolo italiano. Alla classe operaia e ai lavoratori, a tutti i democratici, a tutti gli antifascisti, a tutti i cittadini, uomini e donne di ogni
1 Fonti: Resoconti sedute Camera dei deputati dal 16 marzo 1978 al 9 maggio 1978, Cronologia marzo, aprile,maggio sito internet Fondazione Luigi Cipriani

età e di ogni condizione, a tutti i corpi dello Stato che intendono essere fedeli fermamente alla Costituzione assicuriamo come sempre, in queste ore e nelle prossime settimane, l’impegno pieno, tenace ed unitario del partito comunista e rivolgiamo ad essi un appello ,ad esercitare una vigilanza, a partecipare alla azione necessaria per sventare, come è possibile, le manovre e le provocazioni che vogliono sovvertire la nostra democrazia, la nostra convivenza di uomini liberi.” La direzione nazionale del Pci sempre il 16 marzo 1978 diramò un comunicato in cui scriveva: "Il Partito comunista in quest’ora grave per l’Italia fa appello ai lavoratori, ai cittadini, alle forze democratiche perché si uniscano in difesa delle istituzioni repubblicane. La barbara e criminale impresa del rapimento dell’onorevole Aldo Moro rientra nell’assalto eversivo da lungo tempo in atto contro la democrazia italiana. I comunisti esprimono il loro commosso cordoglio ai familiari dei carabinieri e degli agenti caduti e la loro piena solidarietà al partito della Democrazia cristiana. L’obiettivo immediato dei gruppi e delle forze che hanno organizzato e attuato il colpo è quello di impedire lo sforzo solidale oggi necessario per salvare e rinnovare il Paese, e che ha trovato espressione nella formazione di una nuova maggioranza parlamentare di unità democratica. La congiura è di ampie dimensioni, si sviluppa con metodi nazifascisti, e trova i suoi esecutori in raggruppamenti mascherati sotto vari nomi. L’unità delle masse lavoratrici e popolari, di tutte le forze democratiche, sconfiggerà i piani della reazione interna e internazionale. Tutti i comunisti, tutte le organizzazioni comuniste, siano in prima linea come sempre nella mobilitazione e nella vigilanza unitaria, per isolare gli eversori di ogni tipo, per individuare e assicurare alla giustizia attentatori e terroristi, per difendere e rafforzare la Repubblica". Il 17 marzo 1978 il missino Pino Rauti presentò alla Camera dei Deputati un'interrogazione parlamentare dove lamentava che: “1) il servizio di allarme pubblico del” 113 ” non ha risposto per almeno cinque minuti subito dopo la sparatoria, come risulta personalmente all’interrogante che ad esso si era rivolto per

segnalare la ”fuga ” di un’auto ad altissima velocità lungo via Stresa, auto sulla quale poi -come subito dopo si è appresoera stato ” caricato ” l’onorevole Moro; 2) anche il ”reperimento” della Sala operativa della Questura è stato difficile - in termini temporali - tramite il normale centralino della Questura, sicché si sono persi minuti preziosi e forse decisivi nell’acquisizione del numero di targa della macchina che aveva a bordo l’onorevole Moro; 3) a quali fonti informative – evidentemente ed ovviamente di alto livello - si deve fare riferimento per conoscere le motivazioni e le modalità di una vasta operazione di polizia fatta scattare in varie città italiane - e segnatamente a Milano Firenze e Roma - sulla base di una segnalazione ” che dava per imminente un grosso atto terroristico, concertato tra eversori ” italiani in collegamento con gruppi stranieri; segnalazione partita dall’Ufficio politico della Questura di Milano e che ha indotto un magistrato milanese, il giorno precedente l’eccidio di Roma, a far eseguire decine di perquisizioni a carico di giovani anticomunisti con conseguente distrazione di mezzi, uomini e strutture operative che in ben altra direzione avrebbero potuto e dovuto essere disponibili e mobilitare, come i fatti hanno poi tragicamente dimostrato; basti pensare ad esempio - che un’ora prima dell’eccidio, un folto gruppo di agenti dell’Antiterrorismo stava perquisendo a Roma la casa di un giovane anticomunista (già perquisita cinque volte nelle ultime settimane), sita a non molta distanza da via Fani. Nella zona di Via Fani e Via Stresa, a conferma di quanto scrisse Rauti nella sua interrogazione, si seppe che c'era stato un black out telefonico pochi minuti dopo l'eccidio della scorta di Moro, ma non furono mai chiarite le cause che lo determinarono. Dal libro di Giovanni Bianconi, scritto e pubblicato nel 1978, (Eseguendo la sentenza- Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro – ed. Einaudi) a pagina 22 si può capire che Rauti fu testimone oculare del rapimento di Moro e che udì gli spari dei terroristi alla scorta di Moro. Bianconi infatti scrisse: “(..)L’onorevole Pino Rauti, deputato del Movimento Sociale Italiano- Destra Nazionale, è un accanito avversario politico di Aldo

Moro. Stamane sta per recarsi alla Camera per votare contro il governo fortemente voluto dal presidente della Dc. Lui, da vecchio fascista che è stato pure in galera con l'accusa di aver preso parte alle ‘trame nere’, vede come il fumo agli occhi una compagine che per la prima volta raccoglierà anche il consenso dei comunisti. Il segretario del partito Giorgio Almirante si è raccomandato di essere puntuali, alle 10, a Montecitorio. I voti dei missini saranno tra i pochi contrari al nuovo governo e devono esserci tutti. Per questo Rauti si è mosso con largo anticipo e alle 9 è già nel garage di via Stresa dove abita, per salire sulla sua 1300. In macchina si ricorda di aver lasciato sparsi sulla scrivania i fogli del libro a cui sta lavorando, il sesto volume della ‘storia del Fascismo’. Un’opera cui tiene moltissimo. Decide di risalire per riordinare quelle carte, sennò finisce qualcuno in casa, ci mette le mani, e poi chissà che confusione. Tanto c’è tempo. Torna su e , mentre raggiunge il tavolo, dalla strada sente un crepitare di colpi. Una sventagliata, poi un’altra. La figlia Isabella che lo aveva appena salutato si spaventa: ‘Stanno sparando a papà!…’. Subito però si accorge che il padre è lì, in casa. Rauti si affaccia alla finestra giusto in tempo per vedere una persona con una borsa in mano che s’affretta a salire dentro una macchina e un’altra schizzare via. Riesce a distinguere il modello e annotare il numero di targa. Poi si accorge della auto rimaste ferme con gli sportelli aperti, del sangue e di un cadavere a terra… (..) Oltre a Rauti che vi abitava, in via Stresa quel 16 marzo 1978 c' era anche un colonnello del SISMI, il colonnello Guglielmi, il quale faceva parte della VII divisione (cioè di quella divisione del Sismi che controllava Gladio…). Guglielmi che dipendeva direttamente dal generale Musumeci esponente della P2 implicato in vari depistaggi e condannato nel processo sulla strage di Bologna ha confermato più di 10 anni dopo il fatto che quella mattina era in via Stresa, a duecento metri dall'incrocio con via Fani, sostenendo che doveva andare a pranzo da un amico. Com'è noto a tutti alle 9 del mattino non si pranza di solito, quindi rimane ignoto il perchè Guglielmi fosse in Via Stresa proprio nei momenti in cui viene rapito Moro e uccisa la sua scorta. La presenza a pochi metri dal luogo della strage di Guglielmi oltre ad essere ancora non spiegata dallo

stesso personaggio con giustificazioni plausibili, è stata rivelata solo molti anni dopo l'accaduto, nel 1991, da un ex agente del SISMI Pierluigi Ravasio all'On. Cipriani, al quale lo stesso confidò anche che il servizio di sicurezza disponeva in quel periodo di un infiltrato nelle Br: uno studente di giurisprudenza dell'università di Roma il cui nome di copertura era "Franco" ed il quale avvertì con mezz'ora di anticipo che Moro sarebbe stato rapito .

Il Premier Andreotti nella seduta del 4 aprile 1978 nel rispondere anche all'interrogazione di Pino Rauti presentata il 17 marzo 1978 si limitò a non criticare quei magistrati che avevano perquisito le case dei giovani anticomunisti. Sul resto dell'interrogazione di Pino Rauti presentata il 17 marzo 1978 il premier Andreotti ritenne di non dover dire nulla. Nella replica al premier Andreotti il Movimento Sociale chiese che si discutesse che il Presidente della Repubblica, in applicazione dell'articolo 5 del codice penale militare, dichiarasse applicabili le norme del codice di guerra e le relative sanzioni previste, compresa la pena di morte e al governo di rompere con i comunisti. Il movimento sociale avanzò anche l'ipotesi che gli uomini delle brigate rosse come ad es. Curcio fossero stati addestrati in Cecoslovacchia e finanziati da servizi segreti stranieri dell'est. L'8-9 aprile 1978 Vito Miceli, deputato all'epoca del Msi e già capo del Sid dal 1969 al 1974 volò a Washington per incontri riservati con l'entourage di Henry Kissinger. Il 15 aprile 1978 l'esperto antiterrorismo americano Steve Pieczenick lasciò l’Italia. Il 17 aprile 1978 nell'interrogazione degli onorevoli Leccisi e Rende fu chiesto al governo Andreotti se fosse stata effettuata una perquisizione nello studio personale dell’onorevole Aldo Moro, a Roma, in via Savoia, se l’autorità giudiziaria sapendo che l’onorevole Aldo Moro era un deputato al Parlamento avesse tenuto conto, che valevano anche per lui e per tutti i documenti e carteggi in suo possesso le prerogative d’immunità parlamentare, se della

perquisizione effettuata, qualora abbia avuto luogo, l’autorità giudiziaria avesse dato comunicazione al Presidente della Camera dei deputati. Non venne specificato se dalle notizie riportate dai quotidiani si potesse anche capire il motivo per cui sarebbe stata ordinata quella perquisizione dall'autorità giudiziaria. Il 18 aprile 1978 l'onorevole di Giannantonio presentò un' interrogazione alla Camera nella quale chiedeva di interrogare il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro degli affari esteri per conoscere se non ritenessero urgentissimo domandare al Governo dell’unione Sovietica chiarimenti in ordine alla nota della agenzia TASS la quale attribuisce alla CIA la responsabilità del rapimento e della morte dell’onorevole Aldo Moro.” Aldo Moro venne però ucciso com'è noto dalle Brigate Rosse soltanto il 9 maggio 1978, quindi uno dei punti relativi alla vicenda del rapimento del presidente della DC da chiarire è perchè il 18 aprile 1978 uscì quella nota e chi era la fonte dell'agenzia Tass. Sul quotidiano "La Repubblica" sempre il 18 marzo 1978 compaiono le dichiarazioni di un anonimo ufficiale dei servizi segreti che definisce l’agguato di via Fani "un gioiello di perfezione" ed afferma che può essere stato compiuto solo da "due categorie di persone: o militari di corpi addestrati in modo ultra sofisticato oppure (il che è lo stesso) da civili che siano stati sottoposti ad un lungo e meticoloso training in basi militari specializzate in operazioni di commando". Il 19 aprile 1978 l'onorevole Costamagna denunciava in una sua interrogazione che il governo Andreotti si era defilato nella trattazione pubblica degli argomenti relativi al rapimento di Aldo Moro, delegando tutto al Ministro dell'interno Cossiga, non riunendo per tale scopo il Consiglio dei ministri. Costamagna denunciava anche che il Governo Andreotti aveva lasciato che della sorte di Moro si occupassero quasi esclusivamente le segreterie di partito della maggioranza, mentre avrebbe dovuto il Governo decidere nella sua collegialità, evitando pronunciamenti di partito che potevano essere nocivi ad Aldo Moro.

Il 2 maggio 1978 a firma di CASTELLINA LUCIANA, CORVISIERI,MAGRI, MILANI ELISE0 venne presentata una mozione molto importante in cui s'impegnava il Governo Andreotti a riferire sul suo operato e sui suoi orientamenti rispetto ai più recenti sviluppi del sequestro dell’onorevole Aldo Moro e al dibattito tra le forze politiche della stessa maggioranza, che aveva travalicato i limiti e modificato dunque il quadro di riferimento fissato dal precedente dibattito parlamentare sullo stesso argomento. I deputati in questione impegnavano altresì il Governo a riferire sui più generali orientamenti secondo i quali intendeva muoversi per una lotta di lungo periodo al terrorismo, alle cause da cui esso discende, e ai fenomeni che ne moltiplicano le conseguenze. Questa mozione fu molto importante che questi deputati la presentassero alla Camera, perchè essa indica ad un qualsiasi governo in Italia anche oggi che la strada maestra per poter dare finalmente verità e giustizia alle vittime è quella d'impegnarsi non tanto in una generica lotta al terrorismo, ma anche in una lotta alle cause da cui esso discende e ai fenomeni che ne moltiplicano le conseguenze. Questa mozione fu certamente un vero omaggio alla memoria delle vittime delle stragi avvenute prima del 1978, un vero omaggio alla memoria della scorta di Moro, uccisa in Via Fani il 16 marzo 1978. Sempre il 2 maggio 1978 Mino Pecorelli sul periodico "Op" scriveva: "L’agguato di via Fani porta il segno di un lucido super potere. La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un paese industriale integrato nel sistema occidentale. L’obiettivo primario è senz’altro quello di allontanare il Partito comunista dall’area del potere nel momento in cui si accinge all’ultimo balzo, alla diretta partecipazione al governo del paese. E’ un fatto che si vuole che ciò non accada. Perché è comunque interesse delle due superpotenze mondiali mortificare l’ascesa del Pci, cioè del leader dell’eurocomunismo, del comunismo che aspira a diventare democratico e democraticamente guidare un paese industriale. Ciò non è gradito agli americani perché una partecipazione diretta del Pci al governo altererebbe non solo gli equilibri del potere economico nazionale ma ancor più i suoi riflessi nel sistema

multinazionale (Sim)". Pecorelli, inoltre, affermò: “ il sequestro di Aldo Moro non è effettivamente gestito dalle Br. I rapitori di Aldo Moro non hanno nulla a che spartire con le Brigate rosse comunemente note. Curcio e compagni non hanno nulla a che fare con il grande fatto politico- tecnicistico del sequestro Moro. La richiesta di uno scambio di prigionieri politici, avanzata dai custodi del presidente democristiano, rappresenta un espediente per tenere calmi i brigatisti di Torino e scongiurare loro tempestive confessioni, dichiarazioni sulle trame che si stanno tessendo sopra le loro teste. Curcio e Franceschini, in questa fase, debbono fornire a quelli che ritengono occasionali alleati una credibile copertura agli occhi delle masse italiane. In cambio, otterranno trattamenti di favore. Quando la pacificazione nazionale sarà un fatto compiuto e una grande amnistia verrà a tutto lavare e tutto obliare". Sul quotidiano comunista "l’Unità" il 4 maggio 1978 appare un editoriale riferito alla vicenda di Aldo Moro: "Perché le indagini sul rapimento di Moro non fanno passi avanti? Perché a distanza di un mese e mezzo dall’agguato di via Fani l’inchiesta passa alla Procura generale della repubblica sotto il titolo non più solo di strage e sequestro di persona ma di cospirazione politica e attentato contro la Costituzione? Bisogna tornare su questi interrogativi. Ogni giorno che passa aggiunge nuovi elementi inquietanti che ci fanno pensare come l’impresa delle cosiddette Brigate rosse si intrecci a qualcosa di diverso, di molto diverso… Quanto più il terreno della ricerca sembrerebbe farsi favorevole per liberare Moro (non è questo l’obiettivo vero che bisogna porsi?) tanto più le indagini ristagnano…C’è una sensazione che si fa sempre più netta…che ciò che paralizza le indagini non vada cercato soltanto sul terreno delle insufficienze tecniche, ma che esse si blocchino perché sulla loro strada incontrano oscuri quanto protetti santuari. Siamo di fronte ormai a un disegno eversivo, forse più pericoloso di quello del ’69, che mobilita forze strane e diverse .." Nella seduta del 5 maggio 1978 alla Camera ci furono vivaci proteste dei radicali per bocca di Emma Bonino, a cui si unì l'onorevole Pinto, quando il ministro degli interni Cossiga disse che il governo avrebbe risposto alle interrogazioni e mozioni sul caso

Moro il 18 maggio 1978. Era dal 4 aprile 1978 che né Cossiga, né Andreotti, nè alcuno dei ministri del governo in carica all'epoca riferiva in Parlamento sul caso Moro. Emma Bonino chiese e ottenne che venisse votata la sua proposta di obbligare il governo a venire a rispondere in aula sul caso Moro l'8 o 9 maggio 1978, essa venne respinta dalla maggioranza che sosteneva il governo Andreotti. L'onorevole Pinto accusò il governo Andreotti di volerne forse discutere troppo tardi del caso Moro e di non capire la drammaticità fino in fondo della vicenda. L'onorevole Pinto disse di essere d'accordo con la proposta di Emma Bonino anche perchè aveva letto le dichiarazioni dell'onorevole Macaluso, il quale aveva affermato che “uomini potenti e intoccabili tramano contro la Repubblica”. L'onorevole Pinto aveva finito il suo intervento dicendo: “ La crisi è oggi sempre più acuta ed aumenta la tensione nel paese: è facile, in queste condizioni, che si manifestino nuove azioni terroristiche ed anche le azioni di chi vuole con cinismo raccoglierei frutti del terrorismo.” Quattro giorni dopo l'onorevole Moro sarebbe stato ucciso dalle Br e i fatti avrebbero dato ragione a Pinto, Macaluso e Emma Bonino.

Capitolo 2 Sintesi delle sentenze dei processi relativi al caso Moro Capitolo 2.1 “Sentenza processo Moro uno e bis”2 La fase dibattimentale del primo processo viene preparata da due distinti procedimenti istruttori, "Moro 1" e "Moro bis". La prima istruttoria viene affidata dalla Procura di Roma, dopo numerose polemiche sulla conduzione iniziale e tentativi di 'avocazione', ai giudici Cudillo, Gallucci, Amato, Priore e Imposimato. Quest'ultimo sarà responsabile anche della seconda, che si rende necessaria per gli elementi di prova acquisiti dopo l'inizio di "Moro 1", in particolare per le informazioni che vengono date dai 'pentiti'. La "Moro 1" è composta di trentadue volumi, divisi in centinaia di fascicoli, per decine di migliaia di pagine che riguardano dettagliatamente gli eventi relativi al sequestro dell'onorevole Moro e alla sua uccisione. Vi sono gli "Atti generici" con centinaia di testimonianze, referti di autopsie, tra cui quella di Moro, i "Documenti tecnici" con perizie balistiche e analisi di esperti, "Trascrizioni di nastri", "Trascrizioni di conversazioni telefoniche", "I testimoni", tant'altro fino alla "Requisitoria" e alla "Sentenza". Il 13 dicembre 1979, il procuratore Guasco riassunse in circa 200 pagine le risultanze dell'istruttoria. La "Moro bis" è composta di soli due volumi e 672 pagine: le ricostruzioni, che riguardano molte azioni della colonna romana oltre il sequestro Moro, si arricchiscono adesso delle voci dei brigatisti 'pentiti', ma si tratta di vagliare la loro attendibilità, a cui comunque Imposimato sembra credere in buona misura. Il caso fu portato in aula, a istruttorie concluse, il 14 aprile 1982, nella palestra del Foro Italico a Roma, presidente Severino Santiapichi, giudice a latere Antonio Abbate, pubblico ministero Niccolò Amato. Sfilarono alcuni 'pentiti' come Savasta, Peci, Brogi e alcuni 'dissociati' come Maj, Andriani, Spadaccini. Ma nessuno di
2 Fonti: Sentenza Corte d'Assise di Roma 24 gennaio 1983 pgg.1-155

loro, benché qualcuno avesse svolto dei ruoli di secondaria importanza prima e durante i cinquantacinque gioni, fu in grado di fare luce sugli accadimenti. Poi fu la volta, il 19 luglio, di Eleonora Moro. La sua testimonianza, asciutta e forte, convinse la Corte della necessità di ascoltare la classe politica che aveva gestito la risposta dello Stato al rapimento di Moro. La Corte, dopo una breve sospensione, si spostò così a palazzo San Macuto, il 20 settembre 1982, dove intanto si stava svolgendo l'inchiesta parlamentare sul caso Moro. Vennero sentiti Andreotti, Craxi, Signorile. Poi, sul banco dei testimoni sfilarono nuovamente brigatisti che avevano rotto con la loro organizzazione, Buonavita, Fenzi, e altri politici. Il 20 dicembre il pubblico ministero Amato lesse la sua requisitoria. Amato chiese trentaquattro ergastoli e più di 1000 anni di carcere per i 58 imputati. Il 24 gennaio 1983 il presidente Santiapichi lesse la sentenza, in cui venivano comminati trenta ergastoli e 316 anni di reclusione. Oltre a varie considerazioni, sulla natura rivoluzionaria delle Brigate Rosse e della contiguità di cui avevano goduto, sull'inesistenza di un 'complotto', sul fallimento delle indagini, i giudici pensano di avere comunque ricostruito la 'dinamica' reale del rapimento di via Fani.

Capitolo 2.1.a “Sentenza processo Moro uno e bis: L'ECCIDIO DI VIA FANI” Il 16 marzo 1978, verso le ore 9 - come segnalato prontamente all'A.G. dal Commissariato di P.S. Montemario e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri - l'auto Fiat 130 targata Roma L 59812, condotta dell'appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci, con a bordo l'on. Aldo Moro ed il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, stava percorrendo Via Mario Fani, scortata dall'Alfetta targata Roma S 93393 dell'Ispettorato Generale di P.S. presso il Viminale sulla quale viaggiavano il brigadiere Zizzi Francesco e le guardie Iozzino Raffaele e Rivera Giulio, che era alla guida del mezzo. Giunta all'incrocio con Via Stresa, la macchina del presidente della Democrazia Cristiana era bloccata da una Fiat 128 familiare di

colore bianco targata CD 19707, che dopo aver effettuata una improvvisa manovra di retromarcia da Via Stresa si arrestava all'altezza del segnale di "Stop". La Fiat 130 non riusciva ad evitare la collisione ed era, anzi, tamponata dall'altro veicolo della Polizia. Nello stesso istante, alcuni individui, che indossavano "divise analoghe a quelle dell'Alitalia", estraevano pistole mitragliatrici e, dal lato sinistro della strada, ove si erano appostati, aprivano il fuoco contro gli occupanti delle vetture suddette. Gli attentatori uccidevano entrambi i militari dell'Arma e Iozzino Raffaele e Rivera Giulio, mentre ferivano gravemente Zizzi Francesco, il quale però, trasportato presso il Policlinico "A. Gemelli", decedeva successivamente. L'On. Aldo Moro, rimasto indenne, era "prelevato" dalla Fiat 130 e costretto di forza a salire su una Fiat 132 bleu, nel frattempo sopraggiunta, che si allontanava a tutta velocità verso la Via Trionfale. Le prime indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica in sede, consentivano di accertare che la targa CD 19707 era stata asportata l'11 aprile 1973 dalla Opel Kadett di proprietà di Arquimedes Alcalà Guevara, addetto militare dell'Ambasciata del Venezuela a Roma, e che la Fiat 128 usata per fermare l'auto dell'on. Moro aveva in realtà la targa Roma R 71888 ed era stata rubata a Miconi Nando in data 8 marzo. I Carabinieri del Nucleo Investigativo rintracciavano in Via Stresa una A 112 con la targa falsa Roma P 55430. L'auto era in origine targata Roma L 06191 ed era stata sottratta a Cusumano Giovanni il 14 ottobre 1976 in Via Flaminia. Sul parabrezza erano applicati un contrassegno della compagnia "Tirrena" e un bollettino per tassa di circolazione con scadenza maggio 1979 a nome di Marco Lettieri. Alle ore 10,10 del 16 marzo una voce anonima dettava all'ANSA un inequivocabile messaggio telefonico "Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della D.C. Moro ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Brigate Rosse". In base alle molteplici testimonianze raccolte nella immediatezza e ad obiettive acquisizioni si cominciava a ricostruire un quadro più chiaro del tragico agguato. Tanto che con un ampio rapporto del 17 marzo la D.I.G.O.S. era in condizione di precisare che subito dopo aver provocato l'incidente, due persone, armate e a volto scoperto,

erano scese dalla Fiat 128 con targa riservata ai corpi diplomatici e si erano portate ai due lati della Fiat 130, avevano infranto, verosimilmente con il calcio di un mitra, i cristalli degli sportelli anteriori dell'autovettura ed avevano esploso una serie di colpi nell'abitacolo. Mentre quattro complici erano sbucati dalle aiuole antistanti il Bar Olivetti ed avevano sparato, quasi simultaneamente, contro i militari della scorta, i quali, sorpresi, non erano stati in grado di mettere in atto una valida reazione. Solo un agente, poi identificato in Iozzino Raffaele, si era gettato fuori dell'Alfetta, impugnando la pistola d'ordinanza, ma era stato "freddato" dai colpi dei mitra imbracciati da altri due assalitori. All'azione , secondo i testi escussi avevano partecipato anche una donna che, all'incrocio con Via Stresa, aveva provveduto a regolare il traffico con una paletta ed altri due soggetti, pure armati , che erano su una Honda di grossa cilindrata uno di questi aveva fatto fuoco nei confronti di Marini Alessandro che, trovatosi a transitare in Via Fani a bordo della sua motocicletta per recarsi al lavoro, aveva per caso evitato di essere attinto. Neutralizzati tutti gli agenti i malviventi avevano spalancato la portiera posteriore sinistra della Fiat 130 ed avevano afferrato l'on. Moro trascinandolo sul sedile posteriore della Fiat 132 , che si era appunto affiancata alla macchina del presidente della DC dalla parte sinistra. La Fiat 132, imboccato Via Trionfale, preceduto da una Fiat 128 chiara e seguita per un tratto da una Fiat 128 bleu, era stata poi vista percorrere Via Carlo Belli e Via Casale De Bustis, ove, poiché l'ingresso era "delimitato da uno sbarramento costituito da una catena, una giovane donna facente parte del commando aveva tranciato detta catena consentendo il passaggio delle tre autovetture e salendo quindi sull'ultima. La Fiat 132 - con le targhe false- Roma P 79560 - era stata rinvenuta più tardi, verso le ore 10, in via Licino Calvo n. 1: sul parabrezza erano applicati un modulo assicurativo rilasciato da "Lea assurances Nationals I.A.R.D." valido sino al 18 gennaio 1979 e la cedola della tassa di circolazione con il timbro a secco della succursale delle Poste datato 19 gennaio 1978. All'interno vi erano oggetti "interessanti" tra cui una tronchese, una catena metallica con involucro di plastica, una coperta di lana, una

sirena marca Eletta con trasformatore di corrente Portalac, un congegno antifurto. "Sul montante metallico superiore dello sportello anteriore destro si rilevava una macchia di sangue fresco ed appena raggrumato". Il veicolo, che aveva in origine la targa Roma N 46078, era stato sottratto il 23 Febbraio 1978 a Bruno Giorgio in Via Monte Brianzo, angolo via dei Gracchi. Al contrario, la ricerca delle altre vetture impiegate nell'occasione erano risultate vane. Ma alle ore 4,10 del 17 marzo le guardie di P.S. Pinna Antonio e Saba Adelmo in Via Licinio Calvo 23 avevano scovato regolarmente posteggiata e chiusa a chiave", la Fiat 128 bianca targata Roma M 53955 su cui erano esposti un contrassegno di "Lea assurances Nationals I.A.R.D." ed un bollo con timbro a secco della succursale 36 delle Poste. All'altezza dello sportello anteriore destro erano state individuate tracce ematiche. Nel cofano era installata una sirena con accumulatore di corrente Portalac e nel portabagagli erano custodite una catena con lucchetto, una tronchese e le targhe vere Roma M 22666: dagli accertamenti era emerso che la macchina era stata rubata il 23 Febbraio 1978 in Via Monte Brianzo a Bosco Giuliano e che le targhe M 53955 erano state attribuite ad una Fiat 130 della Confederazione Italiana del Commercio e Turismo con sede in Via G. Belli 2. Nel verbale di sequestro si dava atto che in precedenza, "durante i ripetuti controlli effettuati nella zona" tale auto non era stata assolutamente "notata". Nel rapporto citato la D.I.G.O.S. riferiva che sul luogo dell'assalto erano stati repertati: 1) un berretto da ufficiale civile dell'Alitalia; 2) una borsa in similpelle nera "made in Germany" con scritta in stoffa "Alitalia"; 3) una borsa in stoppa jeans che conteneva una paletta del Ministero dell'Interno; 4) un caricatore con 25 colpi calibro lungo; 5) 84 bossoli calibro 9, 4 bossoli calibro 7,65, 2 cartucce calibro 9, 12 proiettili e 10 frammenti di proiettili 6) un paio di baffi artificiali di colore nero; 7) la pistola "Beretta"' calibro 9 modello 92 parabellum, con12 colpi nel caricatore, sfuggita a Iozzino Raffaele dopo il suo ferimento. Gli inquirenti appuravano che proprio il berretto da ufficiale pilota

dell'Alitalia era stato acquistato, insieme ad altri due, la sera del 10 marzo nel negozio della ditta "S. Cardia" di Via Firenze n. 57 da una donna della apparente età di 26-27 anni la quale aveva pagato il prezzo complessivo di l42.000 consegnando una banconota da l50.000. Capitolo 2.1.b “Sentenza processo Moro uno e bis: IL SEQUESTRO E L'OMICIDIO DELL'ON. ALDO MORO” Nel pomeriggio del 17 marzo uno sconosciuto telefonava alla redazione del quotidiano "Il Messaggero" spiegando che nel sottopassaggio di largo Argentina vi era un comunicato delle Brigate Rosse. L'incaricato del giornale, precipitatosi sul posto, non riusciva però a rinvenire alcunché. Alle ore 12 del giorno successivo con una seconda telefonata le Brigate Rosse si facevano di nuovo vive: "Perché non avete pubblicato la foto di Aldo Moro? C'è il black-out di Cossiga?(qui sembra esserci un chiaro richiamo al black-out che ci fu nella zona di via Fani dopo l'uccisione della scorta di Moro ndr). Forse il Ministero degli Interni vuol far sapere le cose quando sono concluse. Sul tetto della cabina delle fotocopie nel sottopassaggio di Piazza Argentina c'è la foto di Moro e un nostro messaggio". E in effetti il cronista Salticchioli Maurizio seguendo tali indicazioni recuperava una busta arancione contenente sia una fotografia in bianco e nero del presidente della D.C. davanti un drappo con la stella a cinque punte, sia un comunicato ciclostilato privo di data, il n.1, in cinque copie, col quale l'organizzazione eversiva rivendicava la cattura del parlamentare - "rinchiuso in un carcere del Popolo" e vantava che "la sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata". Trascorrono i giorni e le Br fanno arrivare cinque comunicati. Dopo cinque giorni da quando era giunto il quinto comunicato, nella tarda serata del 15 aprile, a Roma, Milano e Genova giungeva il comunicato n. 6 con cui si annunciava che "l'interrogatorio" di Aldo Moro era "terminato" senza "clamorose rivelazioni" ma con l'indicazione di "turpi complicità di regime", di "veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni", di "intrighi di potere, omertà che hanno coperto gli assassini di Stato", dell'intreccio degli interessi personali, delle corruzioni,

delle clientele che legano in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici". E continuava: "Processare Aldo Moro non è stato che una tappa, un momento del più vasto processo allo Stato ed al regime che è in atto nel paese e che si chiama GUERRA DI CLASSE PER IL COMUNISMO. Le responsabilità di Aldo Moro sono le stesse per cui questo Stato è sotto processo. La sua colpevolezza è la stessa per cui la DC e il suo regime saranno definitivamente battuti, liquidati e dispersi dall'iniziativa delle forze comuniste combattenti. Non ci sono dubbi.
ALDO MORO È COLPEVOLE E VIENE PERTANTO CONDANNATO A MORTE"'.

Nel frattempo, con perlustrazioni e controlli, in varie zone della Capitale e in località limitrofe, le indagini assumevano un ritmo sempre più frenetico. Finché il 18 aprile si arrivava a scoprire in Via Gradoli n. 96 Scala A, interno II un covo delle Brigate Rosse, occupato da un sedicente Borghi Mario, poi identificato per Moretti Mario, che lo aveva preso in affitto nel dicembre 1975 da Bozzi Luciana in Ferrero. In pratica, "per una casuale perdita d'acqua" infiltratasi dalla sottostante abitazione della signora Damiano Nunzia non essendo stato possibile riparare il guasto altrimenti, sul posto erano stati chiamati i vigili del fuoco i quali, penetrati nell'appartamento del Borghi attraverso una finestra, si erano resi conto subito della realtà ed avevano avvertito la Polizia. Gli agenti della DIGOS rinvenivano: A) documentazione di varia natura costituita da originali e manoscritti concernenti in specie: 1) la giustificazione teorica dell'esistenza e dell'attività della banda; 2) la struttura della stessa e le regole di comportamento dei militanti 3) i programmi di diffusione degli impegni di lotta; 4) la preparazione e l'attuazione di attentati, l'uso di armi, timers e bombe, la tecnica delle rapine, delle "perquisizioni", degli "espropri" e delle "rappresaglie"; 5) numerosi studi su una serie di obiettivi da colpire; 6) la rivendicazione dei delitti Coco, Casalegni e Moro, delle azioni in danno di Ferrari Vittorio, Valerio Traversi, Mario Scofone, Emilio Rossi, Indro Montanelli, Carlo Castellano, Filippo Peschiera, Felice

Schiavetti, nonché degli esponenti della D.C. e di dirigenti di azienda B) materiale utile per la esecuzione di imprese criminose, come carte di identità falsificate o di provenienza furtiva, certificati di circolazione e moduli della Compagnia "les Assurances Nationales I.A.R.D.", timbri di uffici pubblici divise di appartenenti alla P.S., alla S.I.P. e alle Poste, targhe automobilistiche straniere e italiane - tra cui quella Roma R 71888 propria della Fiat 128 impiegata in via Fani per bloccare l'auto dell'on. Moro - radio-ricetrasmittenti, macchine da scrivere, chiavi di appartamenti e di vetture, strumenti atti allo scasso, baffi, barbe, parrucche, piantine planimetriche di diverse regioni d'Italia e di Roma; C) armi, munizioni, parti di armi ed esplosivo tra cui: 1) un mitra "Sten"; 2) una pistola "Reck" P 8 cal. 6,35 con matricola punzonata; 3) una pistola Beretta cal. 6,35 cromata - 1941 - con matricola punzonata; 4) una pistola Beretta cal. 22 modello 950 con silenziatore con matricola punzonata; 5) una pistola marca Reck P 8 cal. 6,35 cromata con matricola punzonata; 6) un fucile a pompa ITHACA fabbricato in USA (senza calcio) matr. 371590562; 7) un cannocchiale di precisione per fucile marca MILO; 8) una pistola Galesi cal. 6,35 cromata matr.125561 9) una pistola Beretta cal.7,65 modello 70 con matr. abrasa 10) 17 candelotti di esplosivo 11) 75 detonatori; 12) 4 candelotti Fumogeni; 13) una granata a strappo di fabbricazione svizzera "HG 43", (dello stesso tipo di quelle ritrovate in passato a Vedano Olona, nell'atto della cattura di Zinga Domenico e Scattolin Anselmo, che le avevano utilizzate per una rapina in danno del Credito Varesino nella base di Robbiano di Mediglia nella cascina Spiotta di Arzello di Melazzo dopo il conflitto in cui aveva perso la vita Margherita Cagol e nella mansarda di via della Circonvallazione Nomentana n.214 abitata da Giovanni Gentile Schiavone, noto esponente dei Nuclei Armati Proletari. Tutti gli ordigni facevano parte di uno stesso stock trafugato il 16 novembre 1972 in territorio elvetico, nel deposito

militare di Ponte Brolla. Tra gli oggetti sequestrati che sulla base di un'immediata sommaria disamina, provano il collegamento con l'operazione dispiegata il 16 marzo, una peculiare importanza era da attribuire a: 1) un foglio manoscritto su carta quadrettata intestato "Fritz" in cui apparivano alcune voci - "cappello" "fregi" e prezzo corrispondente a quello pagato per i berretti "Alitalia" usati in via Fani che erano sicuramente riferibili a tale evento (rep.7,91); 2) un manoscritto intitolato "TIP. 1" con il conteggio di spese sostenute e l'indicazione di diverse somme, con un accenno al "papa" cioè Rocco Micaletto, all'epoca membro dei Comitato Esecutivo insieme al Moretti, a Bonisoli Franco e a Lauro Azzolini (rep. 774/7-9); 3) un documento autografo dal titolo: "Crisi, mezzo di ristrutturazione economico, politica e sociale. Carattere controrivoluzionario e riflusso delle lotte operaie al fronte borghese costituito contro la L.O." (rep. 780); 4) un paio di occhiali da vista con montatura in plastica in astuccio di pelle verde con l'etichetta "Optariston", Via Firenze n. 43 Roma (rep. 581), risultati acquistati da Barbara Balzerani nel suddetto negozio; 5) un manufatto in marmo raffigurante un gufo (rep. 724); una macchina da scrivere portatile marca "BROTHER" Delux 9000 di colore avana (rep.398); 6) un appunto manoscritto sul quale era disegnata una testa d'asino (rep. 654); 7) uno studio minuzioso su un istituto carcerario con la descrizione di un piano dettagliato per la sua distruzione (rep. 777). Ma nella stessa mattinata, in Piazza G. Belli, dietro il monumento del poeta, preannunciato dalla solita telefonata si recuperava un comunicato n. 7, in fotocopia, con cui le Brigate Rosse davano notizia della "avvenuta esecuzione del presidente della D.C. mediante suicidio" fornendo l'esatto luogo ove egli giace. La salma di Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi (ecco perché si dichiarava impantanato) del lago Duchessa in provincia di Rieti. La Divisione Scientifica, esaminato il volantino, costatava che il testo grafico presentava requisiti - "tipo dei caratteri dattiloscriventi, passo di scrittura e anomalie negli spazi di alcuni segni di

interpunzione" - del tutto analoghi a quelli riscontrati nei precedenti proclami. Comunque, se "nella stella a cinque punte non figuravano anomalie degne di rilievo", la intestazione a mano "Brigate Rosse", mostrava, in maniera evidente "disomogeneità nella -, spaziatura tra le lettere, tenuta del rigo e irregolarità nei tratti". Le perplessità degli investigatori sull'autenticità del messaggio, accentuantesi dopo le infruttuose ricerche effettuate sul luogo indicato, erano definitivamente fugate il 20 aprile, allorché un nuovo comunicato n. 7, a cui era allegata la seconda fotografia di Aldo Moro, con in mano un copia della "Repubblica", denunciava che quello del 18 aprile era un "falso", una "lugubre mossa degli specialisti della guerra psicologica". Capitolo 2.1.c “Sentenza processo Moro uno e bis: Il coinvolgimento di Pace e Piperno” Il 29 maggio, tra le ore 23 e le ore 24, funzionari della DIGOS, in collaborazione con la Squadra Mobile, erano penetrati, non senza avere prima circondato "l'edificio per evitare ogni possibilità di fuga", nell'abitazione della Conforto che non aveva avuto modo di rendersi conto di ciò che stava accadendo. Dietro una porta a vetro di una camera gli agenti avevano subito distinto "un agitarsi di ombre": precipitatisi nella stanza vi avevano sorpreso proprio i due ricercati, "i quali, accortisi solo all'ultimo istante dell'intervento della Polizia, si erano lanciati verso una grossa borsa aperta, piena di pistole, evidentemente allo scopo di tentare una estrema difesa". Però, "l'azione" era stata condotta in maniera tanto rapida che, "dopo una colluttazione, i due erano stati immobilizzati" ed identificati, nonostante la ragazza avesse esibito una falsa patente intestata a Lombardo Maria Rosaria e il compagno si fosse rifiutato di declinare le proprie generalità, per Adriana Faranda e Valerio Morucci. La casa si era rivelata essere un autentico deposito dell'organizzazione armata. Infatti nella borsa-valigia citata, erano state rinvenute armi e munizioni, tra cui:

1) una pistola semiautomatica Smith-Wesson, modello 59, con il numero di matricola limata dopo la sigla A1; 2) una pistola semiautomatica Beretta cal. 9 parabellum mod. 92/S, con matricola totalmente punzonata, con caricatore completo di n. 15 pallottole; 3) una pistola semiautomatica cal. 7,65/32 Erma Werke mod. KGP 68, con caricatore sprovvisto di cartucce e silenziatore di probabile fattura artigianale; 4) una pistola semiautomatica mod.950/b cal. 6,35, recante sulla canna la sigla PB e il numero 17, munita di caricatore con n. 8 cartucce; 5) una pistola semiautomatica mod. 39-2 Smith-Wesson con matricola punzonata dopo la sigla A1, munita di due caricatori con 7 cartucce ciascuno; 6) un fucile semiautomatico Winchester matricola n.1260818, con calciolo in metallo; 7) n. 2 caricatori bifilari per fucile Winchester completi di cartucce; 8) n. 3 caricatori per pistola Smith-Wesson completi di n. 15 cartucce cal. 9 cadauno; 9) un caricatore per fucile Winchester contenente n. 3 cartucce; 10) una busta di plastica bianca contenente n. 23 cartucce calibro 9 lungo; 11) una scatola della "Fiocchi" contenente n. 19 cartucce cal. 7,65. Insieme a tali mezzi, erano custoditi "un ingente quantitativo di materiale ideologico, di moduli di patenti e di carte d'identità in bianco, documenti di provenienza illecita, già falsificati o da falsificare, timbri ed altri strumenti di contraffazione, giubbetti antiproiettili, alcuni dei quali abilmente cuciti sotto normali capi di abbigliamento, contrassegni assicurativi per autoveicoli, del tipo già utilizzato in occasione di gravi attentati, diversi milioni di lire in contanti, un discreto quantitativo di cocaina e moltissime altre cose di importanza estrema per le indagini sulle Brigate Rosse". In altro vano, poi, cioè nella camera da letto di una delle bambine della Conforto - la piccola Valeria di 4 anni - era stata recuperata una borsa di tela plastificata "contenente una pistola automatica VZ 61 "Skorpion" calibro 7,65 di fabbricazione cecoslovacca, con matricola abrasa, tristemente famosa, con relativi caricatori e munizioni e con silenziatore applicabile, una bomba a mano di

notevole potenza", "detonatori, bombolette spray e una paletta segnaletica in uso alle forze di Polizia". Nella circostanza la Conforto aveva dichiarato "di ospitare la coppia, da lei occasionalmente conosciuta al Pincio, dalla precedente Pasqua e di non aver mai nutrito sospetti sia sulla vera identità dell'uomo e della donna, presentatisi come Enrico e Gabriella, sia su quanto da loro posseduto". Arrestata, la Conforto era deferita alla A.G. anche in ordine al delitto partecipazione a banda armata. In merito, si accertava che costei, docente di meccanica razionale all'Università di Cosenza, era coniugata con Corbò Massimo, ex aderente di "Potere Operaio", che si era trasferito da tempo in Mozambico - ove ricopriva cariche ufficiali nel settore della stampa presso il governo di quel Paese - e frequentava Tutino Saverio, caporedattore della rubrica esteri del quotidiano "La Repubblica", il quale aveva conversato durante incontri serali con "Enrico" e "Gabriella" ed, anzi li aveva accompagnati qualche volta in giro per la città. Inoltre, una sua zia - Conforto Anna Maria - era la proprietaria di una mansarda, interno 20, di Via di Porta Tiburtina n. 36, che era sullo stesso piano del locale in cui il 28 aprile 1977 era stato scoperto un covo eversivo: nell'occasione erano stati sequestrati un mitragliatore "SECO" calibro 9, 3 fucili, 9 pistole, numerosissime cartucce, opuscoli dei N.A.P., delle Brigate Rosse, delle Unità Comuniste Combattenti e targhe di auto, tra le quali quelle Roma N 96749 che erano state assegnate in origine alla Fiat 128 sottratta il 5 febbraio 1977 alla Società "Italimpex" ed usata, quindi, il 13 febbraio 1977 per l'attentato in danno dell'Ispettore Superiore degli Istituti di Pena dott. Traversi Valerio. Della base si era servito Rosati Luigi, marito della Faranda, denunciato in stato di detenzione. Non privo di significato era il particolare, rimarcato dalla DIGOS, secondo cui Bozzi Luciana in Ferrero, contitolare dell'appartamento di Via Gradoli affittato a Mario Moretti, era in rapporti di amicizia con la Conforto: entrambe, in effetti, "tra gli anni 1969-1972 avevano lavorato presso il laboratorio di fisica e calcolo reattori della Casaccia" ed avevano, successivamente, "mantenuto frequenti contatti con il latitante Piperno Francesco". Orbene, Giuliana Conforto non aveva remore a confessare, sin

dall'interrogatorio dinanzi al P.M., che i due giovani le erano stati "raccomandati" proprio dal Piperno - suo collega nell'ateneo calabrese - e descritti come "persone oneste e corrette" che prestavano la loro opera "nella rivista Metropoli o nella rivista Preprint", collaborando con lo stesso Piperno "alla sua attività politica e a quella del suo gruppo e cioè Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed altri". Contro i protagonisti di un caso così ambiguo si procedeva con rito direttissimo per i reati concernenti le armi e con sentenza del 4 luglio il Tribunale di Roma condannava il Morucci e la Faranda alla pena complessiva di anni 7 di reclusione e L. 2.000.000 di multa, mentre assolveva la Conforto per insufficienza di prove. Il provvedimento era impugnato sia dal Pubblico Ministero, sia dai giudicati. Per le altre imputazioni, invece, l'organo competente chiedeva istruzione formale. In tale sede, Morucci Valerio e Adriana Faranda si avvalevano, dichiarandosi prigionieri politici, della facoltà di non rispondere e solo spiegavano che la Conforto non era a conoscenza della loro condizione né della natura degli oggetti, che essi avevano portato in casa. Al contrario, la Conforto ribadiva le sue affermazioni e insisteva sulle responsabilità di Francesco Piperno, pure di fronte alla diversa versione dei fatti che questi avrebbe prospettato in prosieguo. Il quadro si completava allorché si riusciva a stabilire, dalle ammissioni degli interessati, che in pratica alla vicenda non era estraneo Lanfranco Pace, il quale aveva avuto con la donna il primo approccio onde trovare ricetto ai due latitanti. Il Pace, che del resto si era preoccupato dall'inizio del 1979 di sistemare il Morucci e la Faranda nell'abitazione di Candido Aurelio, giornalista del "Messaggero", e in altri appartamenti di "amici" fidati, si era recato dalla Conforto e, parlando anche a nome del Piperno, l'aveva sollecitata ad accogliere "per un breve periodo una coppia di compagni" che "avrebbero potuto avere noie con la giustizia". Fissato un appuntamento con il Piperno presso l'Università aquilana, Giuliana Conforto si era lasciata convincere dalle "garanzie" fornitele, "in relazione al compito comportamento dei due", ed aveva dato il suo consenso al "trasferimento" di "Enrico" e "Gabriella" in Viale Giulio Cesare.

Ma l'episodio era destinato ad assumere maggior rilievo dopo la pubblicazione su "Metropoli", nel giugno del 1979, di un fumetto, disegnato da Madaudo Giuseppe, sull'agguato di Via Fani e sulla cattura di Aldo Moro, che rivelava una serie di elementi all'epoca del tutto ignoti. Poiché in un personaggio del racconto non era difficile ravvisare l'on. Claudio Signorile, il G.I. decideva di escutere il parlamentare socialista per avere ragguagli sulla attendibilità della chiamata in causa. Sentito il 26 giugno, il Signorile precisava, senza indugi, che in effetti, "durante l'ultima fase del sequestro dell'on. Moro, il P.S.I. aveva sviluppato una linea politica tendente ad ottenere la salvezza del sequestrato attraverso un atto autonomo dello Stato, che consentisse uno scambio con la persona dell'on. Moro". E, nello sforzo "di capire se una linea del genere" poteva essere considerata come suscettibile "di favorevole evoluzione", si era cercato, nel contesto "di altri tentativi", un interlocutore "per una eventuale reazione positiva da parte delle Brigate Rosse". D'accordo con il direttore dell'Espresso Livio Zanetti, che tuttavia aveva manifestato "la sua contrarietà ad ogni trattativa", si era convenuto "che sarebbe stato utile un incontro con Mario Scialoja e Franco Piperno". "L'incontro" era avvenuto "in un giorno di aprile intorno alla metà del mese" in casa dello Zanetti e vi avevano partecipato i soggetti indicati. Il tema della conversazione aveva toccato "questi punti sostanziali: la valutazione fatta dal Piperno della insufficienza del solo atto di clemenza da parte dello Stato per sbloccare il problema Moro, e ciò in coerenza con le posizioni assunte dalle P.R.; la necessità di un intervento che consentisse un riconoscimento di fatto delle BR come interlocutore politico". Il Piperno aveva sostenuto "che la richiesta della liberazione di ben tredici detenuti non aveva - a suo giudizio - un valore assoluto, prevalendo il significato politico che poteva rilevarsi da un atto che implicasse quel riconoscimento di fatto, al quale le BR ambivano". Comunque il docente calabrese, che aveva tenuto "sempre ad escludere ogni suo contatto" con esponenti "della organizzazione", "limitandosi a dire che poteva capirli, nel senso che poteva intendere come funzionava il sistema mentale o meglio il codice di

valore dei brigatisti", aveva posto in evidenza che l'iniziativa "del PSI non era di per sé sufficiente a sbloccare la situazione, ma che occorreva un altro tipo di intervento, che avesse caratteristiche, ufficiali o ufficiose, di maggiore rappresentatività". Nell'occasione si era accennato anche "alle possibilità che allora si agitavano e cioè gli interventi dell'Amnesty International, della Croce Rossa, del Vaticano e della stessa Democrazia Cristiana, ma in termini molto generici". Insomma, come soggiungeva Livio Zanetti, Piperno aveva asserito che "le BR non avevano interesse ad uccidere Moro e che molto dipendeva da quello che poteva essere inventato, non tanto dal P.S.I., quanto dalla D.C. La D.C. doveva prendere e rendere pubblica qualche interessante iniziativa". In una riunione successiva - alla presenza di Lanfranco Pace che, però, era rimasto "assolutamente silenzioso" - si era delineato "con maggiore precisione il ruolo che poteva essere assunto dalla D.C. o da un suo autorevole esponente. Cioè era necessario che l'intervento di un autorevole esponente della D.C. importasse almeno di fatto una trattativa con le BR e, quindi, un riconoscimento delle stesse". "Nel periodo di tempo compreso tra il 24 aprile e il 5 maggio 1978", ovvero "sicuramente il 4 o il 5 maggio 1978" e in ogni caso "prima del comunicato BR n. 9", Franco Piperno, nel corso di un nuovo colloquio, da lui "sollecitato", aveva ribadito "la necessità di un urgente atto visibile da parte della D.C. per salvare la vita dell'on. Moro od almeno per ritardare i programmi eventuali delle B.R. per interrompere i termini". L'on. Signorile. Dopo avere informato il segretario del suo partito, si era rivolto il 6 maggio al sen. Amintore Fanfani per "una presa di posizione anche se cauta, senza far riferimento, peraltro, ai discorsi con Piperno". Il sen. Fanfani aveva telefonato al presidente del gruppo dei senatori democristiani Giuseppe Bartolomei, "chiedendogli nell'ambito del comunicato della delegazione D.C. - di fare un accenno all'esigenza di non trascurare nulla per salvare la vita dell'on. Moro". E il giorno seguente agenzie di stampa e giornali avevano "pubblicato una dichiarazione in tal senso del sen. Bartolomei". Conforme in proposito era la deposizione del Presidente del

Senato, il quale, dinanzi alla prospettazione "di uno scambio tra l'on. Moro ed un prigioniero comunista" e della utilità di una sua "pubblica dichiarazione che facesse conoscere come la D.C. riduceva le sue opposizioni ad una ipotesi di scambio", aveva replicato che "il problema riguardava le autorità competenti dello Stato" e che nella sua veste istituzionale non intendeva "pregiudicare la libertà di decisione sia del Governo che della D.C.". La scelta di sensibilizzare il sen. Bartolomei ad una uscita che "potesse ottenere l'effetto di non far precipitare la situazione" era stata adottata nella piena consapevolezza dei margini entro cui l'ipotesi andava circoscritta. Della vicenda egli aveva avvertito subito la Presidenza della Repubblica, "dato che l'on. Signorile aveva aggiunto che l'avv. Giuliano Vassalli sarebbe stato in condizione di indicare qualche persona che poteva eventualmente essere scambiata con l'on. Moro". "Il lunedì successivo - 8 maggio 1978 - l'on. Craxi aveva chiesto "di vederlo": nel frangente il segretario del P.S.I. aveva espresso "la sua viva preoccupazione" ed aveva ripetuto "che, mentre auspicava un approfondimento del problema giuridico dello scambio, sarebbe stato quanto mai utile, per non dire indifferibile, qualche manifestazione pubblica di attenuato rigore da parte della D.C. intorno al noto problema". Il sen. Fanfani aveva promesso che in sede di direzione della D.C. già convocata - avrebbe senz'altro "preso la parola per invitare ad un approfondimento di una così grave questione". Per suo conto, l'on. Bettino Craxi spiegava che "in una prima fase, aderendo ad una sollecitazione della signora Eleonora Moro", aveva pregato l'avv. Giannino Guiso, difensore di alcuni brigatisti nel processo che si stava celebrando a Torino, "di prendere contatti con i suoi clienti" e di acquisire "elementi che potessero orientare ai fini di una soluzione positiva del caso". Attraverso le notizie che si erano raccolte, i socialisti avevano "maturato la convinzione che senza una contropartita la sorte di Moro era segnata". Vi erano stati "frequenti" incontri con l'avv. Guiso, dai quali si erano "ricavati suggerimenti e valutazioni ma nessun dato di fatto determinante". "Dell'avvio di questi contatti" era stato "informato il Ministro degli

Interni" on. Francesco Cossiga. L'on. Craxi affermava, ancora, di avere autorizzato Claudio Signorile agli approcci con militanti "della c.d. Autonomia" ed, anzi, personalmente, il 6 maggio 1978 si era visto con Lanfranco Pace, che, appunto, si era qualificato come aderente "del movimento di Autonomia": costui era stato accompagnato all'Hotel Rafael, ove alloggiava Craxi, dal sen. Antonio Landolfi. Durante la conversazione il Pace aveva sostenuto "che secondo la sua valutazione la situazione stava precipitando e che bisognava fare qualche cosa". "Gli chiesi se poteva avere dei contatti con i brigatisti. Lui rispose che era una cosa molto difficile. Io per tagliare di netto dissi: giunti al punto in cui siamo, io posso pigliare in considerazione soltanto delle prove; una prova che Moro sia vivo e che lo scambio cui si faceva cenno nelle sue lettere - e che io interpretavo come uno scambio di uno contro uno - era una cosa realizzabile. Io mi comportai e lo trattai come in quel periodo trattai molta gente che veniva a formulare questioni. Conclusi dicendogli che se c'era qualcosa di concreto noi eravamo a disposizione. Gli dissi che il lunedì sarei rientrato a Roma da Milano e che se c'era qualcosa me lo avrebbe dovuto far sapere. Il Pace rispose che era molto difficile e che occorreva l'intervento di un esponente della D.C. Il lunedì attesi invano una prova o un contatto che non venne". Da ultimo, in sede di confronto con il Pace, Bettino Craxi specificava che "a conclusione del discorso" aveva soggiunto che "per smuovere la D.C." avrebbe "dovuto avere in mano. una prova che Moro fosse ancora in vita e, per esempio, sarebbe stato utile ricevere uno scritto dell'on. Moro con la frase convenzionale "misura per misura". Immediate le precisazioni di Antonio Landolfi che metterà meglio a fuoco il ruolo di Lanfranco Pace con cui, "per caso", il 6 maggio verso le 12, si era imbattuto nella zona tra Piazza Navona ed il Pantheon. Avendo il Pace "manifestato l'opinione che, se il P.S.I. avesse insistito nella posizione di esperire qualsiasi tentativo per salvare la vita dell'on. Moro, si sarebbe aperto qualche spiraglio", il parlamentare lo aveva invitato a "continuare la conversazione con il segretario del partito". E nel pomeriggio, per le 15-15,30, era stato fissato l'appuntamento

già ricordato dall'on. Craxi: il Pace, nel rimarcare l'importanza della "funzione che, a suo giudizio, ed a giudizio dei suoi amici e degli appartenenti al suo gruppo politico, poteva assumere il P.S.I. perché si arrivasse ad una soluzione del problema Moro", aveva ribadito, di fronte alle perplessità si Bettino Craxi, "sul fatto che Moro fosse ancora vivo", che "la situazione era bensì grave ma ancora suscettibile di una soluzione positiva, se i socialisti avessero potuto esprimere una iniziativa ancora più chiara ed esplicita". Ebbene, in base a tutte queste emergenze, vagliate "in logica coordinazione tra loro", il G.I., ravvisando sufficienti indizi di colpevolezza a carico del Piperno e del Pace, del Morucci e della Faranda, spiccava il 29 agosto 1979 mandato di cattura in ordine a tutti i reati contestati agli altri imputati. Interrogati dopo la loro estradizione dalla Francia, deliberata il 17 ottobre e il 7 novembre 1979 dalla Chambre d'accusation di Parigi, sia il Piperno sia il Pace cercavano di minimizzare gli avvenimenti, fornendo al riguardo una congerie di giustificazioni che contrastavano obiettivamente, ora in maniera palese, ora in modo sfumato, con la ricostruzione articolata da Giuliana Conforto e dai parlamentari del Partito Socialista Italiano.

Capitolo 2.1.d “Sentenza processo Moro uno e bis: I rapporti tra Pace e Piperno e il PSI” La Corte è ben consapevole che con la legge 23 novembre 1979 n. 597 è stata istituita una speciale commissione d'inchiesta che ha tra i suoi compiti anche quello di accettare "quali iniziative od atti siano stati posti in essere da pubbliche autorità, da esponenti politici e da privati cittadini per stabilire contatti diretti e indiretti con i rapitori e con rappresentanti di movimenti terroristici o presunti tali, durante il sequestro di Aldo Moro, al fine di ottenerne la liberazione o dopo l'assassinio. Quali risultati abbiano dato tali contatti, se ne siano state informate le autorità competenti e quale sia stato l'atteggiamento assunto al riguardo". Tuttavia, non si può qui non accennare ad episodi che hanno un

peculiare significato e, per di più, riverberano effetti determinanti sulle posizioni processuali di singoli imputati. Già in coincidenza con il congresso nazionale del P.S.I. tenutosi a Torino dal 29 marzo al 3 aprile 1978, l'avvocato Giannino Guiso, difensore di alcuni brigatisti giudicati dalla Corte di Assise del capoluogo piemontese, affermò di esser disponibile a verificare, tramite i suoi assistiti, se vi fossero "condizioni" praticabili per ottenere la liberazione dell'on. Moro. Ha ricordato l'on. Bettino Craxi che, avendo ricevuto "un messaggio della signora Moro che si riferiva alla dichiarazione del legale apparsa sulla stampa", si sentì "in qualche modo in dovere di prendere l'iniziativa di cercare un contatto con l'avvocato Guiso". A costui, fissato un incontro a Roma, presenti anche l'on. Magnani Noya e l'on. Di Vagno, fu dato l'incarico di esplorare la sussistenza "di elementi che potessero orientare ai fini di una soluzione positiva del caso". L'avv. Guiso nei giorni immediatamente successivi ebbe modo di parlare più volte con i suoi clienti, con Renato Curcio e fu in grado di comunicare che "i brigatisti detenuti erano pronti ad affrontare le conseguenze di una eventuale uccisione di Moro ed avevano ben presente quello che era successo in Germania nel carcere di Stammheim. Tuttavia ritenevano, e Curcio personalmente riteneva, che si dovesse evitare una conclusione cruenta della vicenda". "Il caso Moro non si sarebbe però risolto come il caso Sossi", che aveva scatenato "all'interno dell'organizzazione e del movimento" gravi contrasti e "molte critiche": senza "una contropartita la sorte di Moro era segnata". "Una trattativa era perciò possibile, anzi indispensabile. L'oggetto della trattativa doveva riguardare la liberazione di detenuti politici. Il livello della trattativa si sarebbe certamente definito nel corso della trattativa stessa". "L'interlocutore principale sarebbe stato proprio Moro. Bisognava parlare con Moro. La esatta espressione riportata fu: Dialettizatevi con Moro". L'esito del "sondaggio" fu riferito al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Interni, nonché all'on. Giovanni Galloni, vicesegretario della D.C. Il tentativo non registrò ulteriori "dati di fatto determinanti". In seguito, comunque, i dirigenti socialisti "svilupparono una linea

politica tendente ad ottenere la salvezza del sequestrato attraverso una atto autonomo dello Stato, che consentisse uno scambio con la persona dell'on. Moro". E nel contesto, come spiegato dallo stesso on. Craxi, dall'on. Claudio Signorile e dal sen. Antonio Landolfi, riuscirono a stabilire dei contatti con Francesco Piperno e Lanfranco Pace, all'epoca noti quali esponenti dell'Autonomia romana. Senza ripetere circostanze già ampiamente descritte nella parte generale - confermate ancora nel dibattimento - occorre soltanto puntualizzare che Piperno e Pace, nei cui confronti la magistratura romana ha avviato una nuova inchiesta, non si posero dinanzi agli interlocutori in qualità di "esperti", di semplici interpreti del "codice di valore", dei documenti e delle mosse delle Brigate Rosse. Una quantità di prove materiali, di testimonianze, di riscontri, conclama che in effetti costoro agirono per raggiungere ben altri scopi, secondo una strategia di origine "movimentista" che nel seno della compagine terroristica si avvaleva della preziosa opera di Valerio Morucci e Adriana Faranda. Non è questa la sede per approfondire una tematica del genere, per intendere il senso reale della asserita necessità di "un radicamento" del terrorismo "dentro la nuova spontaneità" e di affidare "alla complicità sociale più che all'autosufficienza dell'organizzazione militare" la capacità offensiva della lotta armata, per cui "coniugare insieme la terribile bellezza di quel 12 marzo del 77 per le strade di Roma con la geometrica potenza dispiegata in Via Fani, diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo di sovversione in Italia". È assodato ormai pacificamente che in quei 55 giorni "Matteo" e "Alessandra" mantennero costanti collegamenti con "i grandi capi", passando, anzi, ad essi tutta una congerie di notizie "segrete" che in parte vennero pubblicate, tramite Mario Scialoja, sui numeri del settimanale "L'Espresso" del 26 marzo, del 2 aprile, del 9 aprile, del 23 aprile. Al riguardo, basta la lettura degli articoli in questione per rendersi conto della assoluta corrispondenza delle affermazioni ivi contenute con emergenze acquisite nel processo esclusivamente attraverso confessioni di uomini che hanno vissuto "dall'interno" simili avvenimenti. Dirà Patrizio Peci che tali "informazioni", così analitiche, così

inequivocabili, "non potevano essere frutto della interpretazione dei comunicati diffusi durante il sequestro Moro né di voci del "movimento", ma dovevano necessariamente provenire da elementi appartenenti all'organizzazione". E i "compagni" - come ribadito da Massimo Cianfanelli e Antonio Savasta - "si formarono il convincimento che le fonti si identificassero in Morucci e Faranda, con la intromissione di Piperno". "Si era sempre ritenuto che Morucci e Faranda non avessero la capacità politica e la forza di elaborare e gestire una linea politica che si poneva progressivamente in sempre maggiore contrasto con la linea ufficiale delle B.R.". "Questa considerazione rafforzò, dunque, la convinzione che il Morucci e la Faranda fossero in realtà ispirati e diretti" da altre menti. Gli eventi successivi - di cui si parlerà - finirono per comprovare l'esattezza delle prime congetture e la entità degli intrecci tra personaggi uniti da una identica aspirazione "rivoluzionaria" e dall'adesione ad un comune disegno destabilizzante. Orbene, non per caso all'on. Claudio Signorile si presentarono Francesco Piperno e Lanfranco Pace a sostenere giudizi e tesi che appaiono in sintonia con la esigenza, mai rinnegata dai terroristi, di arrivare "con una trattativa di fatto" al "riconoscimento" dell'esistenza e del ruolo dell'associazione. Parimenti, è inverosimile che un innocente incontro fortuito con Antonio Landolfi consentì a Lanfranco Pace di continuare il dialogo con una "forza istituzionale per ottenere delle offerte e delle proposte" da trasmettere poi, secondo Cianfanelli, ai "vecchi amici che erano a tempo pieno, regolarmente, nella banda". Molte ragioni, peculiari, pregressi rapporti, il fatto che il Pace fosse convivente di Stefania Rossini, la quale aveva funzioni di presidente di quel C.E.R.P.E.T. costituito per interessamento e volontà del senatore socialista, inducono a credere che "l'occasione" venne ricercata e sfruttata nel migliore dei modi. A prescindere dall'accoglienza riservata dai parlamentari del P.S.I. ai due presunti autonomi e dagli esiti della loro "mediazione", non v'è dubbio che l'insistenza sulla opportunità di "un intervento" che accreditasse "politicamente" il partito armato, di "una urgente iniziativa della D.C. o di un suo autorevole esponente per salvare la

vita dell'on. Moro od almeno per ritardare i programmi eventuali delle B.R., per interrompere i termini", aveva una specifica valenza e perseguiva una duplice finalità. Mirava, cioè, da un lato, a legittimare "la forza contrattuale e la credibilità dell'organizzazione brigatista" e, dall'altro, a sostenere l'impegno di quanti, come Valerio Morucci e Adriana Faranda, si stavano battendo per "una gestione" del rapimento non "sprovveduta", per evitare di spingere alle estreme conseguenze "l'uso del sequestro, del ricatto", di "consegnare un'azione di siffatta potenza ad un obiettivo minimale, quasi privato, ed insieme tutt'altro che realistico: la scarcerazione di alcuni detenuti politici" e per impedire che "l'uccisione Aldo Moro" diventasse "un'altra mossa obbligata", come "la neutralizzazione fulminea della scorta armata" nello scontro svoltosi "sulla linea di fuoco". Con naturalezza Massimo Cianfanelli ha precisato che Morucci "intendeva, con l'aiuto di Piperno e Pace, porre le Brigate Rosse di fronte al fatto compiuto": visto che le B.R. non accettavano la trattativa, pensava di ottenere in maniera unilaterale da parte di qualche forza istituzionale delle proposte che potessero modificare le decisioni degli organi dirigenti delle Brigate Rosse. Cioè in quel momento la maggioranza propendeva per l'uccisione del prigioniero e Morucci pensava che creare una situazione di fatto, di fatto realizzato, come poteva essere la liberazione di qualche detenuto, potesse modificare tale atteggiamento". Ma, ha replicato Savasta, "l'organizzazione non era interessata a quel tipo di trattative mediate". "Puntando alla liberazione dei prigionieri politici e a nient'altro", "le Brigate Rosse volevano che uscisse fuori allo scoperto la Democrazia Cristiana", e "che fosse lampante a tutti che i rapporti di forza ottenuti avessero imposto la trattativa con la guerriglia stessa". "Perciò l'altro tipo di trattativa non interessava, primo perché le Brigate Rosse non demandavano a nessuno la loro rappresentazione politica nei confronti di partiti come il Partito Socialista Italiano; secondo, perché proprio quel tipo di trattativa non otteneva i risultati e gli obiettivi indicati". A trarre le conclusioni debbono provvedere quelle forze politiche che sulla vicenda hanno assunto allora posizioni divergenti ed ancora oggi non riescono a dare al Paese risposte serene.

Capitolo 2.1.e “Sentenza processo Moro uno e bis: Le minacce ricevute da Aldo Moro prima del sequestro” Corrado Guerzoni ha ricordato di avere raccolto, a volte, nei colloqui con il presidente della D.C., alcune sue amare riflessioni, per le critiche nei confronti delle iniziative politiche che egli andava via via sviluppando. Ed ha, in merito, assunto che, ad esempio, l'on. Moro "fu molto scosso dal viaggio compiuto a New York nel settembre del 74, quando, accompagnando l'allora Presidente della Repubblica, credo per iniziativa dello stesso Presidente o di ambienti dello stesso, ci fu un incontro con il Segretario di Stato Kissinger, durante un ricevimento presso l'Ambasciata d'Italia, volto ad appianare i vari punti di vista. In quella sede ci fu una conversazione molto aspra". "Kissinger disse: non sono un cattolico e non credo nei dogmi. Non posso credere alla sua impostazione politica e quindi la considero un elemento fortemente negativo". "Dopo questo fatto, il giorno seguente, nella chiesa di S. Patrick Moro si sentì male e quando ritornò disse ripetutamente che non intendeva per molto tempo riprendere l'attività politica. Ma proprio in quel momento maturava la sua candidatura alla Presidenza del Consiglio, che avrà, poi, nel dicembre del 74". L'episodio si inseriva in un vicenda "di grosso contrasto politico carico anche di risentimenti" .

Capitolo 2.2 Caso Moro: Sintesi delle Sentenze dei

processi (1985-1997)3
Capitolo 2.2.a Sentenza della CORTE DI ASSISE DI APPELLO DI ROMA del 14 marzo 1985 All'inizio di dicembre del 1984 inizia il processo d'appello, presidente il giudice De Nictolis, assistito dal giudice Caso, a cui toccherà la lunga lettura dei capi di imputazione. Sono passati due anni dalla sentenza di primo grado, ma nel frattempo sono intervenuti alcuni fatti importanti. Morucci e Faranda, che si erano dissociati dalla lotta armata, avevano cominciato a raccontare ai giudici Imposimato e Piore particolari essenziali per la ricostruzione dell'agguato di via Fani, della sua preparazione, della gestione del sequestro, delle fratture interne riguardo alla decisione di uccidere il presidente democristiano, di altri attentati della colonna romana. Poco prima del processo d'appello, Morucci aveva rilasciato un'intervista a Giorgio Bocca, ripercorrendo politicamente i cinquantacinque giorni del sequestro e la linea d'azione delle Brigate Rosse. Non molto dopo, Moretti ruppe il suo silenzio e in un'altra intervista considerò la testimonianza di Morucci come una 'ricostruzione di comodo', rivendicando l'azione di via Fani, il percorso rivoluzionario delle Brigate Rosse, ma soprattutto affermando che nulla era assolutamente già pianificato dall'inizio sulla sorte dell'onorevole Moro, e che solo il "partito della fermezza" aveva costretto a quella soluzione. Il 4 gennaio 1985 cominciò la deposizione di Adriana Faranda. Tra ricostruzioni della propria storia personale di militante, considerazioni sulle Brigate Rosse e sul sequestro Moro e sui tentativi da lei e da Morucci fatti per salvare la vita del presidente DC, scarsi furono comunque nel merito specifico gli apporti
3 Fonte: documento sul sito internet della Biblioteca del Pratico Mondo pgg.1-104

conoscitivi della Faranda, che peraltro si rifiutava di fare dei nomi, limitandosi ad autoaccusarsi di azioni e delitti da lei commessi. Il 18 gennaio 1985 iniziò a parlare Morucci, che era stato presente in via Fani e che di quel giorno diede una ricostruzione vivida ed efficace. Nonostante ciò, restò generale la sensazione che non tutto fosse ancora noto, in particolare restava oscuro il luogo dove fosse stato tenuto Moro per tutto il tempo del sequestro, cosa su cui Morucci ammise di non sapere assolutamente dire nulla. Di questa sensazione, si fece interprete il procuratore generale De Gregorio cercando di sminuire, nella sua arringa d'accusa, il contributo di Faranda e Morucci, a cui chiese di negare ogni beneficio di pena. Il 15 marzo 1985 il presidente De Nictolis lesse la sentenza, che modificava solo in parte quella di primo grado. Gli ergastoli scendevano a ventidue e le pene venivano ridotte, ma soprattutto veniva riconosciuto a Faranda e Morucci un ruolo decisivo per la conoscenza dei fatti, seppure i giudici non si sbilanciarono troppo: "mancano elementi precisi di riscontro per ritenere false o veritiere tali dichiarazioni".

Capitolo 2.2.b SENTENZA DELLA CORTE DI ASSISE di Roma DEL PROCESSO "MORO TER" 12 ottobre 1988 Il processo "Moro ter" si basa sull'istruttoria condotta dal giudice Priore, completata il 3 agosto 1984, che consiste in sette volumi e 2112 pagine e riguarda tutta la storia della colonna romana delle Brigate Rosse. L'istruttoria dichiara come già acquisiti gli sviluppi più importanti sul caso Moro e considera "con ragionevole grado di

certezza" che il luogo dove era stato tenuto prigioniero Moro fosse un appartamento di via Montalcini a Roma. Sebbene molti dubitassero della possibilità che da questo nuovo procedimento emergesse qualche novità sostanziale, altre deposizioni e testimonianze di 'pentiti' e 'dissociati' erano state aggiunte agli atti. Il dibattimento e l'escussione dei testi cominciò nell'autunno del 1986, con presidente il giudice Sorichilli, assistito dal giudice a latere Perrone; pubblico ministero era il giudice Palma. Il processo fu lungo e prolisso, in una sequela di pentiti che raccontavano la propria storia ma poco dicevano del sequestro Moro, mentre all'esterno continuavano le ultime azioni delle Brigate Rosse. Nel frattempo, nell'aprile 1987, Curcio e Moretti, insieme a Jannelli e Bertolazzi, redigono un documento in cui dichiararono conclusa l'esperienza della lotta armata, pur senza per questo sottoscrivere "alcuna abiura o forma di rinnegamento". Dopo una pausa estiva, il processo riprese il 22 settembre 1987, con uno strascico di polemiche sollevate da Flaminio Piccoli a proposito di un possibile filmato delle Brigate Rosse sulla prigionia di Moro. Mentre continua l'escussione dei testi, vengono pubblicate diverse testimonianze: il libro di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate Rosse, che ricostruisce, tra l'altro, la prima 'inchiesta' su Andreotti e presenta il proprio ruolo durante il sequestro Moro come quello di detenuto ininfluente sebbene fortemente critico sulla conduzione da parte di Moretti; un libro di Fenzi, sulle responsabilità collettive e sulle comuni radici tra sinistra, rivoluzionari, intellettuali e brigatisti a proposito della lotta armata; due interviste, a Craxi ed Andreotti sui giorni del rapimento. Intanto, ci sono ancora attentati mortali da parte di quel che resta dell'organizzazione armata. Il 12 ottobre 1988 vengono depositate le motivazioni della sentenza.

Capitolo 2.2.c SENTENZA DELLA CORTE DI ASSISE di Roma DEL PROCESSO "MORO QUATER" 1 dicembre 1994 La sentenza istruttoria del giudice Priore per il processo Moro quater viene depositata il 20 agosto 1990. Il 9 ottobre 1990, durante dei lavori di ristrutturazione interna, viene scoperto il nascondiglio brigatista nell'appartamento di via Monte Nevoso a Milano. Denaro, proiettili, armi e un'enorme quantità di fotocopie, fogli, dattiloscritti: è il cosiddetto 'memoriale Moro'. Un anno dopo la Corte d'Assise di Roma, presieduta dal giudice Santiapichi, inizia l'ennesimo processo in un'aula semideserta e con scarsa attenzione da parte dell'opinione pubblica. Dopo la pausa festiva di fine anno, la Corte torna a riunirsi il 23 gennaio 1992. Intanto sui quotidiani filtrano notizie a proposito di una nuova indagine giudiziaria, centrata in particolare sul 'quarto uomo' in via Montalcini, che sarà la specifica materia di un nuovo processo, il quinquies. Nell'ottobre 1993 una perizia balistica rimetteva in discussione la ricostruzione dell'agguato di via Fani fatta da Morucci, trovando non convincente la dinamica e per il numero dei componenti il commando e per la quantità di armi usate. Morucci tornava a testimoniare e a spiegare. In quello stesso periodo due fatti trovano spazio sui giornali: la presenza di un uomo della 'ngrangheta calabrese nell'agguato di via Fani, ipotizzata da un pentito, e la dichiarazione di Adriana Faranda sull'identità del 'quarto uomo' in via Montalcini, Germano Maccari. Ancora, il quotidiano "il manifesto" pubblicava un estratto della lunga intervista che Carla Mosca e Rossana Rossanda avevano fatto a Mario Moretti. Moretti ricostruiva via Fani, non discostandosi sostanzialmente dalla deposizione di Morucci, insisteva sulla totale indipendenza delle Brigate Rosse, ammetteva l'esistenza di un 'quarto uomo' che però considerava irrilevante ai fini della conoscenza storica degli accadimenti, e si assumeva ogni responsabilità personale nell'uccisione di Moro, smentendo quanto fino a quel momento si era supposto, ovvero che fosse stato Gallinari l'esecutore. Alla fine di novembre, Anna Laura Braghetti e Barbara Balzerani testimoniano al processo Moro quater. L'una e l'altra deposizione

acquistano rilevanza, rispettivamente, riguardo la conoscenza dei cinquantacinque giorni a via Montalcini e la definitiva conferma che quello sia stato l'unico luogo dove Moro fu prigioniero, e per il periodo precedente il sequestro oltre che per via Fani stessa. Dopo sospensioni e lentezze, il processo si conclude il 1 dicembre 1994. Esso acquisisce definitivamente i ruoli di Casimirri, Lojacono e Algranati la mattina del 16 marzo, oltre la conoscenza di quanto accaduto in via Montalcini.

Capitolo 2.2.d SENTENZA DELLA CORTE DI ASSISE di Roma DEL PROCESSO "MORO QUINQUIES" 1 dicembre 1994 Con la sentenza del Moro Quinquies in parziale riforma di quella del Moro Quater venne ridotta la pena a Germano Maccari a 30 anni. Maccari era il cosidetto quarto uomo che tenne prigioniero e poi uccise il presidente della Dc il 9 maggio 1978.

Capitolo 2.2.d SENTENZA DELLA CORTE DI ASSISE di Roma DEL PROCESSO METROPOLI 16 maggio 1986 Il processo "Metropoli" si apre il 26 giugno 1986, preparato da una istruttoria del giudice Amato lunga 1018 pagine e presentata il 31 marzo 1981. Il processo si occupa sostanzialmente dei rapporti tra il progetto della rivista "Metropoli" e alcuni suoi redattori, in particolare Pace e Piperno, con l'organizzazione Brigate Rosse, ipotizzando quindi che tra Potere Operaio - di cui i due erano stati leader -, Autonomia Operaia e BR vi fosse una connessione stretta, anzi un tentativo di unificazione di tutte le formazioni

armate. Il ruolo svolto da Piperno e Pace durante il sequestro Moro, i contatti con i socialisti e con Morucci, il tentativo di trovare una mediazione per la trattativa, venivano interpretati, sebbene note le differenze, come un accordo e un tentativo di sovvertire lo Stato. Le 'prove' stavano negli articoli scritti sulla rivista e su pubblicazioni ad essa connesse. Il 9 febbraio 1984 il giudice Imposimato aveva completato una seconda istruttoria sul "caso Metropoli". Attraverso dichiarazioni di pentiti il giudice era convinto di poter dimostrare che Piperno e Pace erano stati tra i promotori del sequestro Moro, che avevano agito per costringere lo Stato a cedere al ricatto delle BR, e che intendessero egemonizzare tutte le organizzazioni armate. Il processo entra nella fase dibattimentale solo nell'autunno del 1986, presidente Severino Santiapichi. I testimoni, Morucci, Franceschini, Azzolini, Bonisoli, Faranda, i pentiti Savasta e Fioroni, il giornalista Bocca, vennero ascoltati fino alla primavera del 1987. Alcuni continuarono a spiegare la storia delle Brigate Rosse e il rapporto che essi avevano con i "teorici" del movimento, altri parlarono delle loro conoscenze su Pace e Piperno e sui loro tentativi durante il sequestro. Il 21 luglio 1987 la Corte emise la sentenza. Dall'iniziale accusa di responsabilità penale per la morte dei membri della scorta di Moro, si arrivò, criticando la requisitoria per esagerazioni e carenze, ad una condanna per attività sovversive. Dalla sintesi di queste sentenze si può capire che sono stati fatti processi soltanto a brigatisti. Dalle stesse sentenze non è possibile capire se in sede di indagini la magistratura abbia interrogato ad esempio Pino Rauti come persona informata sui fatti, visto che è certo che sia stato testimone oculare del rapimento di Moro e abbia udito i colpi che uccidevano la scorta del Presidente della Dc e se si sia indagato su altri soggetti a tutti i livelli, soggetti che non fossero brigatisti o terroristi rossi in generale.

Capitolo 3.1: l'attività parlamentare e politica nei giorni immediatamente dopo il sequestro e l'uccisione da parte delle Brigate Rosse di Aldo Moro4 In questo primo paragrafo del terzo capitolo si darà un quadro preciso di quella che fu l'attività parlamentare e politica, nei giorni immediatamente dopo il sequestro e l'uccisione da parte delle Brigate Rosse di Aldo Moro. Il 9 maggio 1978 il ministro degli interni Cossiga dopo aver appreso dell'uccisione di Moro si dimise. Il 18 maggio 1978 il governo italiano era previsto che rispondesse
4 Fonti: Resoconti sedute Camera dei deputati del maggio 1978 Cronologia Maggio 1978 sito internet Fondazione Luigi Cipriani

sul caso Moro alla Camera dei deputati, ma invece il premier Andreotti si presentò in Parlamento per fare generiche comunicazioni sulla politica del governo sulla giustizia, suscitando lo sdegno di diversi parlamentari, soprattutto radicali, missini e anche comunisti. Il 19 maggio 1978 nel seguito della discussione alla Camera, dopo le dichiarazioni del Premier Andreotti del giorno precedente, Il Movimento Sociale per bocca di Vito Miceli, già capo del Sid e coinvolto nelle indagini del golpe Borghese e della strage di Piazza Fontana, continuò a proporre di applicare le norme e le sanzioni del codice di guerra per combattere il terrorismo rosso e ovviamente di rompere la Dc con i comunisti. Vito Miceli accusò il presidente del consiglio del governo italiano di non aver mosso un dito dal 1972 contro le “pericolose” reti d'intellicence russe in Italia che avevano collegamenti con gli estremisti di sinistra e i terroristi rossi, contro il piano decennale dei russi che prevedeva nel 1980 di avere il predominio in Europa Occidentale. Miceli disse che Moro era d'accordo con la proposta del Sid di smantellare quelle “pericolose” reti d'intelligence russe, con la variante, rispetto alla proposta del Sid, che Moro suggerì di espellere le spie sovietiche non tutte insieme, ma a gruppetti. Moro era stato appena ucciso e non poteva smentire eventualmente Miceli, il governo Andreotti decise di continuare a tacere anche dopo quell'intervento di Miceli, le cui parole andavano invece attentamente verificate. Se fossero state vere le parole di Miceli, andava fatto ogni sforzo a livello politico e degli apparati, affinchè quelle reti di intelligence russe “pericolose” venissero smantellate, visto che il popolo italiano è in base all'art. 1 della Costituzione del 1948 il vero e unico sovrano in Italia. Se fossero state false quelle dichiarazioni di Miceli, bisognava capire perchè dopo l'assassinio di Moro egli eventualmente depistasse nel suo discorso alla Camera dei deputati. Nella stessa seduta del 19 maggio 1978, dopo Miceli, intervenne anche Massimo Gorla di Democrazia Proletaria e fece un'analisi molto seria e approfondita dei motivi per cui il terrorismo non veniva combattuto come sarebbe stato opportuno fare a quell'epoca. Questo intervento potrebbe servire anche oggi ad un governo che volesse combattere veramente il terrorismo, per fare politiche serie

ed efficaci, tese a risolvere il problema e ad evitare nuovi lutti. L'onorevole Gorla infatti disse nel suo intervento: “ (..)Ancora oggi, alla vigilia delle elezioni abbiamo dovuto assistere al barbaro assassinio di un nostro compagno, Giuseppe Impastato, a Cinisi, assassinato dalla mafia, fatto saltare per aria dalla mafia, con i carabinieri e la polizia che si ostinano a muoversi nella direzione o del suicidio (pensate un po’ voi ad uno che si suicida, mettendosi il tritolo sulla pancia sui binari del treno !) oppure del terrorista, che ha avuto un incidente sul lavoro. Ora tutti quanti, tutta la grande stampa,locale, siciliana, tutte le forze politiche e sindacali si sono mosse immediatamente per denunciare questa cosa, per denunciare il carattere mafioso di quel delitto e il pretesto per cercare, anche attraverso il delitto mafioso, di far ricadere un’infamia, un’accusa di terrorismo nei confronti di una forza politica che nella fattispecie era la nostra. Ebbene, siamo ormai a molti giorni da questa vicenda ed ancora i carabinieri e la polizia si stanno muovendo su quella direzione; e forse una direzione alternativa si apre soltanto ora, dopo che si è riusciti a far crescere quella campagna di opinione pubblica, di protesta, di coinvolgimento di forze politiche e sindacali nella regione siciliana. Allora, signor Presidente, cos’è che manca a quel tipo di polizia per agire in un modo diverso? Mancano davvero le leggi o manca altro? E quell’altro non è per caso una questione di indirizzo politico generale oltre che un’azione per riformare in profondità le caratteristiche ideologiche, oltre che tecnico-operative e di indirizzo politico che ancora oggi caratterizzano il comportamento di queste forze? C’è un nesso o non c’è un nesso tra questi fatti che denuncio e l’inefficienza nell’andare a colpire i terroristi ? Io credo che ci sia questo nesso ed è questo di cui avremmo dovuto e voluto discutere, ed è per questo che ci sentiamo presi in giro dalle sue comunicazioni, signor Presidente del Consiglio, perché le sue comunicazioni seguono una pratica politica, che è stata adottata qui dentro, di cercare l’impossibile soluzione di questo problema attraverso leggi, attraverso misure speciali - che lei adesso non chiama più speciali, ma che certamente sono tali; ma questo è un altro discorso - e che comunque non servono assolutamente a niente, se non a costituire una specie di atto

preparatorio, di dotazione futura degli apparati repressivi dello Stato, di strumenti per agire in una direzione che contro il terrorismo non ha niente a che vedere e che riguarda invece la repressione del dissenso dell’opposizione, che in questo paese non solo esiste ma è destinato a svilupparsi. Ecco perché io credo, signor Presidente, che quella reazione, che a botta calda avevo avuto parlando di vergognoso comportamento da parte sua con queste comunicazioni, vada rettificata. Non è una questione di vergogna, né tanto meno è una questione di insulto personale che io le voglio rivolgerle. E' una questione politica, è una questione di volontà o di incapacità politica ad affrontare le cose. Ma, data la responsabilità della quale voi siete incaricati, alla fine è lo stesso.(..)” Sempre il 19 maggio 1978 sul quotidiano "La Repubblica" un dirigente del Sismi, la cui identità era nota alla direzione del giornale, dichiarò: "Abbiamo lavorato sulle lettere che Aldo Moro ha scritto dalla prigionia…Abbiamo raggiunto la prova che…Aldo Moro ha fatto numerose e gravi rivelazioni ai suoi carcerieri a proposito di uomini, cose e situazioni. Sia di carattere politico, sia di carattere militare…Non si tratta più di una ipotesi. Comunque l’esecutivo è stato informato…I responsabili della sicurezza atlantica sanno che Aldo Moro era a conoscenza di importanti segreti…I paesi dell’Alleanza sono in grave allarme. E’ in discussione un riesame della posizione stessa dell’Italia nell’Alleanza…" Il 23 maggio 1978 il giornalista Mino Pecorelli, sul periodico "Op", nell’articolo intitolato "In via Caetani", scriveva: "Dice la signora bionda: ‘Chissà cosa stanno facendo gli speculatori oltre quel muro. Sono mesi che non si riesce a vedere niente, eppure non dovrebbero toccarlo. Dietro ci sono i ruderi del Teatro Balbo, il terzo anfiteatro di Roma. Ho letto in un libro che a quei tempi gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano condotti perché si massacrassero fra loro . Chissà cosa c’era nel destino di Moro perché la sua morte fosse scoperta contro quel muro? Il sangue di allora e il sangue di oggi’…" Il giornalista Pecorelli scriveva ancora: "A conferma della conoscenza da parte di Moro di segreti esplosivi piccoli e grandi, sta la decisione presa dalla Nato subito dopo il sequestro di cambiare i piani operativi dell’intero scacchiere europeo. Anche l’appello ufficiale rivolto da Waldheim viene da alcuni interpretato nello stesso senso. Ma ciò che per il segretario

dell’Onu è stato un motivo di intervento positivo, per gli uomini Dc ha invece rappresentato una causa inderogabile di pollice verso: Moro conosceva i loro misfatti e li aveva rivelati alle Brigate rosse, esponendo essi stessi a un ricatto imminente e prevedibile. Moro si era quindi dissociato da loro e li aveva traditi dandoli in pasto al nemico. Moro doveva morire". Capitolo 3.2 Le conoscenze del giornalista Mino Pecorelli sul caso del rapimento e omicidio di Aldo Moro L’attenzione di Carmine Pecorelli per il caso Moro si è diretta su vari argomenti in relazione all’evoluzione del sequestro. In particolare, durante il periodo che va dal giorno del sequestro al 1°ottobre del 1978, giorno del ritrovamento del “c.d. memoriale Moro 1978”,avvenuto a Milano, Carmine Pecorelli ha prestato attenzione: alla problematica della liberazione del prigioniero, schierandosi fin dal primo momento per la linea della trattativa (perorata dallo stesso Aldo Moro attraverso le lettere fatte uscire dalla sua prigione), e contro la linea della fermezza (impersonata dal governo italiano, presieduto da Giulio Andreotti). E’ in questo filone di informazioni che vanno inseriti gli articoli pubblicati su OP in cui, oltre che a commentare notizie relative alle lettere di Aldo Moro ufficialmente conosciute, il giornalista ha dato notizia di lettere il cui invio era stato tenuto riservato (se non addirittura nascosto), nonché quelli in cui prende posizione sulla genuinità del contenuto delle lettere di Aldo Moro e della lucidità delle analisi fatte dallo statista (in contrasto con la tesi circolante in quel periodo di un Aldo Moro sotto l’effetto di droghe o quanto meno coartato psicologicamente; tesi, peraltro, smentita dallo stesso Moro nel c.d. memoriale in cui dava atto di essere a conoscenza delle voci circolanti sul suo stato di salute mentale e le confutava). Agli scritti che dal luogo del sequestro Aldo Moro faceva pervenire mostrando di essere in possesso di notizie riservatissime e non conosciute neppure dagli inquirenti. E’ in questo filone che vanno inseriti gli articoli sulla distinzione tra lettere scritte da Moro per salvare la propria vita e i risultati del processo ad Aldo Moro che i brigatisti rossi avevano promesso di

rendere pubblici (in particolare Carmine Pecorelli ha posto attenzione al fatto che sarebbero uscite dalla prigione molte lettere, rimaste segrete, dirette ai maggiori esponenti del partito in cui lo stesso Moro li rimprovererebbe di volere difendere lo Stato mentre fino ad allora lo avevano tradito e truffato). E’ sempre in questo filone che vanno inseriti gli articoli di commento alle lettere segrete pubblicate su OP quando ha affermato che in una di tali lettere, diretta a Giulio Andreotti, si parlava di accuse specifiche e spietate nei suoi confronti che avrebbero dato corpo e sostanza ai sospetti fino ad allora solo affiorati sulle malefatte private e pubbliche del presidente del consiglio e spiegava perché era stato sequestrato proprio Aldo Moro fornendo, come motivazione, l’esistenza di un progetto politico di Aldo Moro che prevedeva la sua elezione a presidente della repubblica alla scadenza del mandato di Giovanni Leone, la nomina di Benigno Zaccagnini a presidente del consiglio nazionale della DC e quella di Flaminio Piccoli a capo del governo, esautorando in tal modo Giulio Andreotti. Durante il periodo che va dal ritrovamento del “c.d. Memoriale Moro 1978” alla pubblicazione del memoriale o meglio alcuni giorni dopo detta pubblicazione (che avviene intorno al 17/10/1978) Carmine Pecorelli si è interessato: dei fatti ruotanti intorno a tale ritrovamento, del significato e del contenuto del memoriale(in particolare, si fa riferimento all’incertezza sulla completezza del materiale potendo, parte di esso, essere stato consegnato a uomini politici per essere depurato); alla pubblicazione nello stesso periodo, nella rubrica delle lettere al direttore, della lettera, che è comunemente intesa con il nome di “Amen”, in cui si fa riferimento ad un generale dei carabinieri in grado di intervenire per la liberazione di Aldo Moro, perché a conoscenza della ubicazione della prigione di Aldo Moro, al quale era stato vietato di intervenire per motivi politici ed era preannunziata l’accidentale morte del generale, a conoscenza del segreto, che viene indicato in Carlo Alberto Dalla Chiesa, chiamato con il nome di Amen. Durante il periodo che va dall’inizio di gennaio 1979 a quello della sua morte, dopo un silenzio di due mesi, Carmine Pecorelli ritorna sul sequestro di Aldo Moro con la pubblicazione della notizia di uno

strano furto, messo in relazione al sequestro Moro, subìto dallo statista nel 1975 e che si diceva inerente al golpe Borghese. Con altri articoli Carmine Pecorelli manifestava l’intenzione di ritornare sul sequestro di Aldo Moro e di rivedere criticamente tutti gli aspetti del caso, a partire dalle compiacenze e dall'inopportunità della lettera del papa per finire a coloro che avevano speculato sulla vicenda alzando il prezzo delle trattative in quanto volevano morto Aldo Moro e al riguardo (passando le notizie come ipotesi di fantapolitica) dava alcune indicazioni che implicavano la conoscenza di notizie precise sul sequestro relative: - all'esistenza di trattative giunte a buon punto, che prevedevano il rilascio di Aldo Moro sotto la sorveglianza dei carabinieri; trattative non andate a buon fine, perché all'ultimo momento era stato alzato il prezzo;alla farsa del lago della Duchessa, con la secca e immediata smentita da parte delle BR che aveva impedito di capire se si era trattato di un depistaggio o di un’abile mossa del ministero degli interni a cui le BR avevano veementemente risposto attribuendo la paternità dell'operazione ad Andreotti e ai servizi segreti alle sue dipendenze. Le circostanze già pubblicate da Op, che se provate, potevano sconvolgere la valutazione del caso Moro con pesanti riflessi sulla situazione politica italiana erano: la lettera pubblicata su OP del 17/10/1978 in cui si faceva riferimento al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che aveva scoperto il covo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro, ma non era potuto intervenire perché impedito dal potere politico; l’articolo “Vergogna Buffoni”, pubblicato su OP del 16/1/1979, in cui Carmine Pecorelli preannunciava una rivisitazione di tutto il caso Moro e, passando il progetto come ipotesi fantapolitica, faceva esplicito riferimento alle trattative per la liberazione di Moro (come si era fatto per il passato per i terroristi palestinesi) che sarebbero intervenute con i brigatisti rossi e che prevedevano la liberazione di Aldo Moro; trattative non andate a buon fine, perché qualcuno non aveva mantenuto i patti, aveva giocato al rialzo pretendendo un prezzo che non poteva essere accettato per cui i brigatisti rossi avevano ucciso Aldo Moro. Entrambe le circostanze, se vere e portate a conoscenza del pubblico sicuramente avrebbero sconvolto il panorama politico

italiano, perché erano la riprova che il potere politico non aveva voluto la salvezza di Aldo Moro. Ora, se non vi sono prove a sostegno della circostanza della conoscenza, da parte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della prigione di Aldo Moro, all’infuori della conoscenza tra Carmine Pecorelli e Carlo Alberto Dalla Chiesa, vi sono in atti elementi per affermare che erano stati presi contatti con i brigatisti rossi per la liberazione di Aldo Moro e che le trattative si erano all’improvviso interrotte. Risulta, infatti, che vari sono stati i tentativi (al di fuori dei canali internazionali) di trovare la prigione di Aldo Moro e che essi non sono andati a buon fine per il veto o quanto meno per il disinteresse delle forze politiche. Su tali tentativi occorre soffermare, anche se brevemente, l’attenzione. Il primo tentativo ruota intorno alla figura di Edoardo Formisano che si serve, tramite la criminalità milanese facente capo a Francis Turatello e a Ugo Bossi, di Tommaso Buscetta il quale, d’altro canto, viene interessato anche dalla c.d. mafia perdente, facente capo a Stefano Bontate. Il tentativo non va a buon fine. Dagli atti emerge che Formisano era in rapporti con Claudio Vitalone e che lo mise a conoscenza delle iniziative da lui intraprese per giungere alla liberazione di Moro. Il secondo tentativo ruota intorno alla figura di Benito Cazora, parlamentare della Democrazia Cristiana, che allo scopo si serve di certi Varone, appartenenti alla criminalità comune('Ndrangheta). Dal racconto di Cazora emerge, per quanto interessa, che il P.C.I. era contrario a detto intervento, come lo era Cossiga, ministro dell’interno, il cui capo di gabinetto, Squillante, gli aveva fatto una “predica” sull’inopportunità di qualsiasi trattativa. Risulta, altresì, che il sette maggio, mediante Varone, lo stesso Cazora aveva incontrato una persona che gli aveva detto che avevano individuato la prigione e che erano pronti a intervenire perché sapevano che da 36 ore Aldo Moro era solo perché i suoi carcerieri erano in una città del nord in riunione e che il cadavere di Aldo Moro sarebbe stato restituito il martedì successivo. La persona aggiungeva che avevano in ogni caso bisogno dell'aiuto della polizia per fare un’irruzione. Benito Cazora aveva, allora, parlato con il sottosegretario Lettieri, il quale a sua volta aveva telefonato al

capo della polizia, ma al suo posto era venuto il questore De Francesco che aveva detto che da loro informazioni Aldo Moro sarebbe stato consegnato vivo il successivo martedì e che non poteva fornire il personale richiesto. Il martedì Aldo Moro era stato ritrovato morto. Anche in questo caso, come nel tentativo Formisano, è da registrare l’intervento della mafia, in persona di Frank Coppola, detto “tre dita”, per scoraggiare la prosecuzione del tentativo. Il terzo tentativo ruota intorno alla figura di Daniele Pifano. Daniele Pifano, leader dell’autonomia operaia, riferisce: un giorno, su richiesta di Claudio Vitalone, il quale incontrandolo gli aveva fatto presente che nel sequestro di Aldo Moro potevano essere coinvolti anche loro della autonomia operaia, perché considerati vicini alle frange terroristiche, aveva dato la sua disponibilità a cercare di liberare Aldo Moro, a condizione che l’assemblea dell’autonomia operaia avesse dato il suo beneplacito; alla risposta positiva dell’assemblea aveva incontrato nuovamente Claudio Vitalone che gli aveva fatto presente che non era possibile uno scambio di prigionieri politici; era stato fatto presente a Claudio Vitalone che poteva essere liberata una brigatista per ragioni umanitarie, ma che Claudio Vitalone aveva risposto che doveva riferire al P.G. Pascalino; in un ulteriore contatto ( incontro o telefonata) Claudio Vitalone aveva fatto presente che era una questione politica e doveva parlarne al ministro di grazia e giustizia e, in un altro incontro, al presidente del consiglio; vi era stato un ulteriore incontro in cui Claudio Vitalone aveva riferito che anche quella proposta non era percorribile e che vi erano altri canali di trattativa a Torino senza specificarli; in quel colloquio era stata prospettata un’ipotesi di trattativa minima consistente nell’eliminazione dei vetri antiproiettile nelle carceriche non riguardava esplicitamente le Brigate Rosse, ma anche questa ipotesi minima, dopo che Claudio Vitalone aveva contattato le autorità politiche, era stata respinta e comunicata successivamente all'incontro in cui la proposta era stata fatta; tutta la trattativa era durata circa 20 giorni e si era conclusa dopo una festività di maggio. Claudio Vitalone, a quanto a lui constava, non era titolare della inchiesta per il sequestro di Aldo Moro e aveva sempre fatto

riferimento,nel dare le risposte, a referenti politici, ivi compreso il presidente del consiglio Giulio Andreotti; all'inizio della vicenda, le possibilità di trattative erano concrete e reali e Claudio Vitalone ed i suoi referenti avevano mostrato interesse; successivamente, dopo che era stata comunicata l’impossibilità della liberazione di una brigatista per ragioni umanitarie, l'interesse era scemato e vi era stata una chiusura totale. La vicenda come narrata da Daniele Pifano non è sostanzialmente contestata da Claudio Vitalone, il quale si riporta ad una sua relazione redatta in data 7/5/1978 e diretta al Procuratore Generale presso la corte di appello di Roma, se non nella parte relativa alla durata ed al tempo in cui l’intera vicenda si era svolta non ritenendo corretto quanto riferito sul punto da Daniele Pifano.