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geometriaIII

geometriaIII

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Sections

  • 1. Definizione di spazio topologico
  • 2. Definizione di intorno
  • 3. Primi esempi di spazi topologici
  • 4. Basi di una topologia
  • 5. Ulteriori esempi di topologie
  • 7. Esempi
  • 8. Spazi metrici
  • 9. Esempi di spazi metrici
  • 10. Chiusura negli spazi metrici
  • 11. Convergenza di successioni in spazi topologici e metrici
  • 12. Sottospazi
  • 1. Trasporto di topologie
  • 2. Funzioni continue
  • 3. Esempi ed esercizi
  • 4. Omeomorfismi
  • 5. Topologia prodotto
  • 1. Spazi connessi
  • 2. Componenti connesse
  • 3. Assiomi di separazione
  • 4. Esempi riguardanti gli assiomi di separazione
  • 5. Spazi compatti
  • 1. Richiami sulle strutture di R3
  • 2. Curve parametrizzate in R3
  • 3. Cambiamenti di parametro e ascissa curvilinea
  • 4. Triedro e formule di Frenet: parte prima
  • 5. Caratterizzazione di alcune curve
  • 6. Triedro e formule di Frenet: parte seconda
  • 7. Eliche cilindriche
  • 8. Curve piane
  • 9. Esercizi svolti sulle curve
  • 1. Superfici parametrizzate in R3
  • 2. Esempi di superfici regolari
  • 3. Piani tangenti ad una superficie
  • 4. Metrica su una superficie: prima forma quadratica
  • 5. Operatore forma: seconda forma quadratica
  • 6. Curvature principali, Gaussiana e media
  • 7. Curvature normali
  • 8. Esercizi svolti sulle superfici
  • Bibliografia

Universit` a di Torino

QUADERNI DIDATTICI
del
Dipartimento di Matematica
P. M. Gandini, S. Garbiero
Appunti
di
Geometria III
Quaderno # 30 - Novembre 2004
. . . . . . . . . . .. ...................................................................................... ..........
............................................. . .. .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
.. ... .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .. ................................................................................................. ........................................... . . . . . . . . . . . .........................................................................................
....................... .....................
............ .......... . . .. . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . ... ..................................
.. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. ..................
. . . . . . . . . . .. ...................................................................................... ..........
............................................. . .. .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
..... . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Indice
Prefazione v
Parte 1. Topologia Generale 1
Capitolo 1. Spazi Topologici 1
1. Definizione di spazio topologico 1
2. Definizione di intorno 2
3. Primi esempi di spazi topologici 2
4. Basi di una topologia 3
5. Ulteriori esempi di topologie 4
6. Interno, esterno, frontiera e chiusura di un insieme 4
7. Esempi 6
8. Spazi metrici 8
9. Esempi di spazi metrici 8
10. Chiusura negli spazi metrici 10
11. Convergenza di successioni in spazi topologici e metrici 11
12. Sottospazi 12
Capitolo 2. Funzioni continue ed omeomorfismi 15
1. Trasporto di topologie 15
2. Funzioni continue 16
3. Esempi ed esercizi 17
4. Omeomorfismi 19
5. Topologia prodotto 21
Capitolo 3. Particolari tipi di spazi topologici 25
1. Spazi connessi 25
2. Componenti connesse 28
3. Assiomi di separazione 29
4. Esempi riguardanti gli assiomi di separazione 31
5. Spazi compatti 33
Parte 2. Geometria differenziale delle curve e superfici 39
Capitolo 4. Geometria differenziale delle curve 41
1. Richiami sulle strutture di R
3
41
2. Curve parametrizzate in R
3
42
3. Cambiamenti di parametro e ascissa curvilinea 44
4. Triedro e formule di Frenet: parte prima 47
5. Caratterizzazione di alcune curve 50
6. Triedro e formule di Frenet: parte seconda 52
iii
iv INDICE
7. Eliche cilindriche 54
8. Curve piane 56
9. Esercizi svolti sulle curve 59
Capitolo 5. Geometria differenziale delle superfici 63
1. Superfici parametrizzate in R
3
63
2. Esempi di superfici regolari 66
3. Piani tangenti ad una superficie 69
4. Metrica su una superficie: prima forma quadratica 70
5. Operatore forma: seconda forma quadratica 73
6. Curvature principali, Gaussiana e media 76
7. Curvature normali 79
8. Esercizi svolti sulle superfici 84
Bibliografia 89
Prefazione
Sono qui raccolti gli appunti delle lezioni di Geometria III tenute nei
precedenti anni accademici per la nuova Laurea triennale in Matematica.
L’esposizione `e divisa in due parti. Nella prima sono trattati gli argo-
menti fondamentali di topologia generale. Nella seconda vengono introdotte
le principali nozioni di geometria differenziale delle curve e superfici. Poich`e
il numero di ore assegnato al corso `e limitato, si sono evitate dimostrazioni
complesse, accompagnando l’esposizione con numerosi esempi ed esercizi.
Un particolare ringraziamento va alla dott.ssa Rosanna Garbaccio Bogin
che ha corretto il manoscritto con massima cura e spirito critico.
Torino, novembre 2004
v
Parte 1
Topologia Generale
CAPITOLO 1
Spazi Topologici
In questo capitolo daremo le definizioni e le propriet`a fondamentali ri-
guardanti gli spazi topologici. Come esempio particolarmente importante
parleremo poi della topologia indotta da uno spazio metrico
1. Definizione di spazio topologico
Definizione 1.1. Dato un insieme S diciamo che una famiglia / di sot-
toinsiemi di S determina in S una struttura di spazio topologico (oppure
una topologia) se sono verificate le seguenti condizioni:
(1) ∅ ∈ /,
(2) S ∈ /,
(3) se A, B ∈ / anche A∩ B ∈ /,
(4) se ¦A
i
¦
i∈I
`e una famiglia qualsiasi di elementi di / anche
¸
i∈I
A
i
`e un elemento di /.
Gli elementi di / sono detti aperti.
Osservazione. / contiene ovviamente anche le intersezioni finite dei
suoi elementi.
Definizione 1.2. Un sottoinsieme C di S `e detto chiuso se il suo
complementare `e aperto.
Osservazione. Sono pertanto chiusi tutti e soli i complementari degli
aperti.
Propriet` a 1.1. La famiglia ( dei chiusi di uno spazio topologico S gode
delle seguenti propriet`a:
(1) S ∈ (,
(2) ∅ ∈ (,
(3) Se C, D ∈ ( anche C ∪ D ∈ (,
(4) Se ¦C
i
¦
i∈I
`e una famiglia di elementi di ( anche
¸
i∈I
C
i
`e un
elemento di (.
Dimostrazione. (1) e (2) sono ovvie. (3) e (4) discendono dalle leggi
di De Morgan.
Osservazione.
`
E facile provare che, se una famiglia di sottoinsiemi sod-
disfa alle condizioni (1), (2), (3) e (4) della precedente propriet`a, la famiglia
dei complementari definisce una famiglia di aperti.
`
E pertanto possibile as-
segnare una topologia anche dicendo quali sono i sottoinsiemi chiusi. Nel
seguito indicheremo con S uno spazio topologico, con / la famiglia dei suoi
aperti e con ( quella dei suoi chiusi.
1
2 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
2. Definizione di intorno
Definizione 1.3. Dato un sottoinsieme X di uno spazio topologico S,
diciamo che un sottoinsieme U di X `e un intorno di X se esiste un aperto
A tale che X ⊆ A ⊆ U.
Osservazione. Se X = ¦x¦ parleremo di intorno del punto x. Un
intorno di x `e pertanto un sottoinsieme che contiene un aperto che contiene
x. Indicheremo con |
x
la famiglia degli intorni di x.
Propriet` a 1.2. La famiglia |
x
gode delle seguenti propriet`a:
(1) Se il sottoinsieme B contiene un elemento di |
x
, anche B ∈ |
x
.
(2) Se i sottoinsiemi C e D appartengono ad |
x
, anche C ∩ D ∈ |
x
.
(3) Se il sottoinsieme U appartiene ad |
x
, esiste un intorno V di x
tale che U `e intorno di ogni y ∈ V .
Dimostrazione. La (1) `e ovvia.
Per provare la (2), osserviamo che esistono due aperti A e B tali che
x ∈ A ⊆ C e x ∈ B ⊆ D. Pertanto x ∈ A∩B ⊆ C ∩D e C ∩D ∈ |
x
perch`e
A∩ B `e aperto.
Per provare la (3), osserviamo che se U ∈ |
x
esiste un aperto A tale che
x ∈ A ⊆ U. Allora U `e intorno di ogni punto di A.
Propriet` a 1.3. Un sottoinsieme U `e intorno di un sottoinsieme X di
uno spazio topologico S se e solo se U `e intorno di ogni punto di X.
Dimostrazione. Se U `e intorno di ogni punto di X, per ogni x ∈ X
esiste un aperto A
x
tale che x ∈ A
x
⊆ U. Allora X ⊆
¸
x∈X
A
x
⊆ U e poich`e
¸
x∈X
A
x
`e aperto, si ha che U `e intorno di X. Il viceversa `e ovvio.
Propriet` a 1.4. Un sottoinsieme A `e aperto se e solo se `e intorno di
ogni suo punto.
Dimostrazione. Se A`e intorno di ogni suo punto, per ogni x ∈ A esiste
un aperto A
x
tale che x ∈ A
x
⊆ A. Allora
¸
x∈A
A
x
`e aperto e coincide con
A. Il viceversa `e ovvio.
3. Primi esempi di spazi topologici
Sia S un insieme qualsiasi.
Esempio 1.1. Prendiamo come famiglia di aperti / = ¦∅, S¦. Si ha
ovviamente una topologia detta topologia banale. La famiglia dei chiusi
`e ( = ¦S, ∅¦ e per ogni x ∈ S risulta: |
x
= ¦S¦.
Esempio 1.2. Sia ora / composta da tutti i sottoinsiemi di S. Ogni
sottoinsieme di S `e anche chiuso mentre se x ∈ S la famiglia degli intorni
di x `e costituita da tutti e soli i sottoinsiemi contenenti x. Tale topologia `e
detta discreta.
Esempio 1.3. Sia X un sottoinsieme proprio di S. Definiamo come
topologia quasi banale associata ad X quella topologia ove sono aperti
∅, X, S. Ovviamente ( = ¦S, ∅, S −X¦ e se x ∈ X, |
x
`e composto da tutti
i sottoinsiemi contenenti X; se x ∈ S −X, |
x
= ¦S¦.
Universit`a di Torino
Capitolo 1 – Spazi Topologici 3
Esercizio 1.4. Esistono topologie composte da due soli aperti oltre a
S e ∅?
Esempio 1.5. Definiamo ora come aperti oltre a ∅ ed S, quei sottoinsie-
mi X di S tali che S−X `e composto da un numero finito di punti. Proviamo
che si ha effettivamente una topologia. Se A
1
, A
2
∈ / anche A
1
∩ A
2
∈ /.
Infatti S − (A
1
∩ A
2
) = (S − A
1
) ∪ (S − A
2
) che `e composto da un nume-
ro finito di elementi. Inoltre se ¦A
i
¦
i∈I
∈ / anche
¸
i∈I
A
i
∈ /. Infatti
S −
¸
i∈I
A
i
=
¸
i∈I
(S −A
i
) che `e finito.
La famiglia dei chiusi `e composta da tutti i sottoinsiemi finiti e da S
stesso. |
x
`e formato da tutti i sottoinsiemi contenenti x e composti da tutto
S tranne un numero finito di punti. Tale topologia `e detta topologia di
Fr´echet.
4. Basi di una topologia
Sia / una famiglia di sottoinsiemi di S. Indichiamo con /

la fami-
glia delle intersezioni finite degli elementi di / e con /

la famiglia dei
sottoinsiemi di S che sono unione di elementi di / .
Propriet` a 1.5. /
∗◦
, con l’eventuale aggiunta di ∅ ed S, definisce una
topologia aperta su S.
Dimostrazione. Basta provare le condizioni (3) e (4) della Definizione
1.1.
(3) Se A, B ∈ /
∗◦
allora A =
¸
i∈I
A
i
e B =
¸
j∈J
B
j
ove, per ogni i
e j, A
i
e B
j
∈ /

. Ma A ∩ B = (
¸
i∈I
A
i
) ∩ (
¸
j∈J
B
j
) =
¸
i,j
(A
i
∩ B
j
).
Poich`e ogni A
i
ed ogni B
j
sono intersezioni finite di elementi di /, anche
ogni A
i
∩ B
j
gode di tale propriet`a e quindi appartiene ad /

. Pertanto
A∩ B ∈ /
∗◦
.
(4) Un’unione di elementi di /
∗◦
`e unione di unioni di elementi di /

e
quindi sta ancora in /
∗◦
.
Definizione 1.4. Una famiglia di sottoinsiemi / di un insieme X `e det-
ta base di una topologia se /

`e una topologia (aggiungendo eventualmente
X e ∅).
Propriet` a 1.6. / `e base di una topologia se e solo se ogni intersezione
finita non vuota di elementi di / `e unione di elementi di /.
Dimostrazione. Sia /

una topologia. Scelti A
1
ed A
2
elementi di /,
si ha che essi appartengono pure ad /

e quindi, essendo /

una topologia,
anche A
1
∩A
2
∈ /

. Allora tale intersezione `e unione di elementi di /, cio`e
la tesi.
Per il viceversa occorre provare che /

`e una topologia. Basta al solito
provare le condizioni (3) e (4) della Definizione 1.1.
(3) Se X, Y ∈ /

risulta X =
¸
i∈I
X
i
ed Y =
¸
j∈J
Y
j
con X
i
ed
Y
j
∈ /. Ora X∩Y = (
¸
i∈I
X
i
) ∩(
¸
j∈J
Y
j
) =
¸
i,j
(X
i
∩Y
j
). Ma per ipotesi
ogni X
i
∩ Y
j
`e unione di elementi di /, quindi anche X ∩ Y gode di questa
propriet`a. Allora X ∩ Y ∈ /

.
(4) Una unione qualsiasi di elementi di /

`e unione di unioni di elementi
di / e quindi appartiene ad /

.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
4 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Osservazione.
`
E possibile definire una topologia anche assegnando gli
elementi di una base. Gli aperti della topologia (tranne eventualmente S e
∅) saranno pertanto unione di aperti della base.
5. Ulteriori esempi di topologie
Servendoci della nozione di base possiamo dare ulteriori esempi di topo-
logie. Esse saranno introdotte sulla retta reale R.
Esempio 1.6. Consideriamo la famiglia / composta dagli intervalli li-
mitati di R privi di entrambi gli estremi, cio`e intervalli del tipo (a, b) =
¦x ∈ R : a < x < b¦. Poich`e l’intersezione di due elementi di / `e ancora un
elemento di /, abbiamo per la Propriet`a 1.6 che / `e base di una topologia
detta topologia standard della retta reale. In tale topologia sono aperti
anche gli intervalli del tipo (−∞, a) o (a, ∞) perch`e unione di aperti della
base.
Esempio 1.7. Si ottiene una base di una topologia anche considerando
gli intervalli limitati del tipo [a, b), ove cio`e il primo estremo `e compreso ed il
secondo `e escluso. Chiameremo la topologia corrispondente topologia degli
intervalli chiusi a sinistra. Analogamente considerando gli intervalli del
tipo (a, b] si ha la topologia degli intervalli chiusi a destra.
Esempio 1.8.
`
E facile verificare che `e base di una topologia la famiglia
degli intervalli illimitati del tipo (−∞, b). Chiameremo tale topologia topo-
logia degli intervalli illimitati a sinistra. Analogamente si pu`o definire
la topologia degli intervalli illimitati a destra.
6. Interno, esterno, frontiera e chiusura di un insieme
Sia X un sottoinsieme di uno spazio topologico S.
Definizione 1.5. Diciamo che un punto x `e interno ad X se esiste un
intorno di x contenuto in X. Diciamo che x `e esterno ad X se esiste un
intorno di x disgiunto da X. Diciamo che x `e di punto di frontiera per
X se ogni intorno di x ha intersezione non vuota sia con X che con S −X.
L’insieme dei punti interni di X verr`a indicato con int X, quello dei punti
esterni con ext X, quello dei punti di frontiera con fr X.
Propriet` a 1.7. Se X `e un sottoinsieme dello spazio topologico S allora:
a) int X = ext (S −X);
b) ext X = int (S −X);
c) fr X = fr (S −X);
d) int X, fr X e ext X costituiscono una partizione di S.
Dimostrazione. a) Se x ∈ int X, esiste un intorno U di x contenuto
in X. Allora U ∩ (S − X) = ∅ e quindi x ∈ ext (S − X). Viceversa se
x ∈ ext (S −X), esiste un intorno U di x disgiunto da S −X. Tale intorno
`e allora contenuto in X e x ∈ int X.
b) Ovvia
c) Se x ∈ fr X, ogni suo intorno ha intersezione non vuota sia con X
che con S −X e quindi appartiene anche a fr (S −X).
d) Si verifica facilmente che i tre sottoinsiemi in esame sono a due a due
disgiunti e ricoprono S.
Universit`a di Torino
Capitolo 1 – Spazi Topologici 5
Propriet` a 1.8. int X `e aperto, anzi `e il massimo aperto contenuto in
X.
Dimostrazione. Proveremo che int X `e aperto facendo vedere che `e
intorno di ogni suo punto (Propriet`a 1.4), cio`e che, se x ∈ int X, esiste
un intorno di X contenuto in int X. Esiste, per definizione di interno, un
intorno U (che possiamo supporre aperto) di x tale che x ∈ U ⊆ X. Ma
ogni punto y di U `e interno ad X, cio`e la tesi.
Se poi A `e un aperto contenuto in X si ha che, ovviamente, ogni punto
di A `e interno ad X, cio`e che A ⊆ int X.
Propriet` a 1.9. Un sottoinsieme A di uno spazio topologico S `e aperto
se e solo se A = int A.
Dimostrazione.
`
E sempre vero che int A ⊆ A. Se poi A `e aperto, per
la propriet`a precedente vale anche l’inclusione opposta.
Propriet` a 1.10. Se X ed Y sono sottoinsiemi dello spazio topologico
S, allora:
a) int (int X) = int X;
b) int ∅ = ∅;
c) int S = S;
d) se X ⊆ Y allora int X ⊆ int Y ;
e) int (X ∩ Y ) = (int X) ∩ (int Y );
f ) (int X) ∪ (int Y ) ⊆ int (X ∪ Y ).
Dimostrazione. Essendo tutte molto semplici ci limiteremo a provare
la f). Sia x ∈ (int X) ∪ (int Y ). Supposto ad esempio che x ∈ int X, esiste
un intorno di x contenuto in X. Tale intorno `e allora contenuto in X ∪ Y e
pertanto x ∈ int (X ∪ Y ).
Definizione 1.6. Sia X un sottoinsieme di uno spazio topologico S. Di-
ciamo che un punto x `e aderente ad X se ogni intorno di x ha intersezione
non vuota con X. L’insieme dei punti aderenti ad X viene detto chiusura
di X ed indicato con cl X.
Propriet` a 1.11. a) cl X = int X ∪ fr X;
b) S −int X = cl (S −X);
c) S −cl X = int (S −X);
d) fr X = cl X ∩ cl (S −X).
Dimostrazione. a) Ovvia.
b) Se x ∈ S − int X, ogni intorno di x non `e contenuto in X quindi ha
intersezione non vuota con S − X; pertanto x ∈ cl (S − X). Viceversa, se
x ∈ cl (S − X), ogni intorno di x ha intersezione non vuota con S − X e
quindi non pu`o essere contenuto in X, cio`e x / ∈ int X.
c) Ovvia.
d) Ovvia.
Propriet` a 1.12. cl X `e un chiuso, anzi `e il pi` u piccolo chiuso conte-
nente X.
Dimostrazione. Dalle Propriet`a 1.11 b) e 1.8, segue che cl X `e un
chiuso. Sia ora C un chiuso tale che C ⊇ X, allora S − C `e aperto e
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
6 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
S −C ⊆ S −X. Pertanto risulta S −C ⊆ int (S −X) = S −cl X. Quindi
cl X ⊆ C.
Propriet` a 1.13. Un sottoinsieme C `e chiuso se e solo se C = cl C.
Dimostrazione. Facile conseguenza della Propriet`a 1.12.
Propriet` a 1.14. Se X ed Y sono sottoinsiemi dello spazio topologico
S, allora:
a) cl (cl X) = cl X;
b) cl S = S;
c) cl ∅ = ∅;
d) se X ⊆ Y allora cl X ⊆ cl Y ;
e) cl (X ∪ Y ) = (cl X) ∪ (cl Y );
f ) cl (X ∩ Y ) ⊆ (cl X) ∩ (cl Y ).
Dimostrazione. a), b), c), d) e f) sono semplici. Proviamo la e). Pro-
viamo che (cl X)∪(cl Y ) ⊆ cl (X∪Y ). Infatti se x ∈ (cl X)∪(cl Y ), possiamo
supporre ad esempio che x ∈ cl X. Pertanto ogni intorno di x ha intersezione
non vuota con X e quindi anche con X ∪ Y ; allora x ∈ cl (X ∪ Y ).
Per dimostrare che cl (X ∪ Y ) ⊆ (cl X) ∪ (cl Y ) faremo vedere che, se
x / ∈ (cl X) ∪ (cl Y ), allora x / ∈ cl (X ∪ Y ). Dall’ipotesi segue che x / ∈ (cl X)
e che x / ∈ (cl Y ). Esistono allora due intorni di x, U e V tali che U ∩X = ∅
e V ∩ Y = ∅. Allora U ∩ V ∩ (X ∪ Y ) = ∅ e quindi la tesi.
7. Esempi
Esempio 1.9. Indicati con a e b due numeri reali tali che a < b, conside-
riamo i seguenti sottoinsiemi della retta reale R: A = (a, b), B = [a, b), C =
(a, b], D = [a, b].
Trovare per ognuno di essi l’interno, la frontiera e l’esterno in ognuna
delle seguenti topologie della retta reale.
A) Topologia standard: i quattro sottoinsiemi hanno lo stesso interno
che `e A, lo stesso insieme di punti di frontiera composto dai punti a e b e lo
stesso esterno che `e R −D.
B) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. B `e aperto quindi coincide
col suo interno. Anche A `e aperto perch`e unione degli aperti del tipo [x, b)
con a < x < b e quindi nuovamente coincide col suo interno. Invece risulta
int C = A e int D = B. Si osservi per questo che nessun intorno di b `e
contenuto in C o D. Si trova poi che fr D = ¦b¦, fr B = ∅, fr C = ¦a, b¦,
fr A = ¦a¦. Gli esterni vengono calcolati ricordando la Propriet`a 1.7 d):
ext D = R −D; ext B = R −B; ext C = R −D; ext A = R −B.
C) Topologia banale. Poich`e R `e l’unico aperto, ogni punto di R `e punto
di frontiera per ogni sottoinsieme non vuoto e distinto da R.
D) Topologia discreta. Poich`e ogni punto `e aperto, si ha che ogni
sottoinsieme coincide col suo interno, mentre non vi sono punti di frontiera.
E) Topologia di Fr`echet. Dato che ogni aperto contiene tutto R tranne
un numero finito di punti, si ha che tutti i punti di R sono di frontiera per
i sottoinsiemi A, B, C, D prima considerati. Se in questo caso si considera
invece il sottoinsieme X = ¦0, 1, 2¦ si ha che int X = ∅, fr X = X, ext X =
R −X.
Universit`a di Torino
Capitolo 1 – Spazi Topologici 7
F) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Non vi sono ovviamente
punti interni ai quattro sottoinsiemi in esame. Ogni x < a `e esterno dato
che l’aperto (−∞, y) con x < y < a `e intorno di x disgiunto dai quattro
sottoinsiemi. Tutti i punti x ≥ a sono invece di frontiera.
G) Topologia quasi banale. Dipende da qual `e l’aperto U sottoinsieme
proprio di R. Indicato con X uno dei sottoinsiemi A, B, C, D, se U ⊆
X i punti di U sono interni ad X mentre i restanti sono di frontiera. Se
U ⊆ R − X i punti di U sono esterni ad X e gli altri sono di frontiera. Se
U ∩ X = ∅ e U ∩ (R −X) = ∅, tutti i punti sono di frontiera.
Esempio 1.10. Determinare interno, esterno e punti di frontiera del
sottoinsieme di R composto dai numeri naturali nelle varie topologie prima
considerate.
Indicato tale sottoinsieme con N, si ha che nella topologia standard e
nella topologia degli intervalli chiusi a sinistra int N = ∅, fr N = N, ext N =
R −N.
Nella topologia banale e nella topologia di Fr`echet tutti i punti sono di
frontiera.
Nella topologia discreta int N = N e ext N = R −N.
Nella topologia quasi banale dipende dalla mutua posizione di N e del-
l’aperto proprio U. Se U ⊆ N, i punti di U sono interni ad N e gli altri di
frontiera. Se U `e disgiunto da N, i punti di U sono esterni ad N ed i restanti
di frontiera. Se U ha intersezione non vuota sia con N che con R −N, tutti
i punti sono di frontiera.
Nella topologia degli intervalli illimitati a sinistra si ha che i punti x < 0
sono esterni, gli altri sono di frontiera.
Esercizio 1.11. Ripetere l’esercizio precedente considerando come sot-
toinsieme di R il sottoinsieme Q dei numeri razionali.
Esercizio 1.12. Si considerino i sottoinsiemi A = [0, 1] e B = [1, 2]
della retta reale dotata della topologia standard. Risulta: int A ∪ int B =
(0, 1) ∪ (1, 2), mentre int (A ∪ B) = int ([0, 2]) = (0, 2). Questo prova che
l’inclusione della Propriet`a 1.10 f) non `e in generale invertibile.
Esercizio 1.13. Sempre in R con la topologia standard si considerino
ora A = (0, 1) e B = (1, 2). Risulta cl (A ∩ B) = ∅, mentre cl A ∩ cl B =
[0, 1] ∩ [1, 2] = ¦1¦, ci`o prova che non `e in generale invertibile neanche
l’inclusione della Propriet`a 1.14 f).
Esercizio 1.14. Trovare un sottoinsieme A di uno spazio topologico S
tale che i sottoinsiemi: A, int A, cl(int A), int(cl(int A)), cl A, int(cl A),
cl(int(cl A)) siano tutti differenti.
Si consideri R con la topologia standard e
A = ((R −Q) ∩ [0, 1]) ∪ ([2, 4] −¦3¦) ∪ ¦5¦.
Si ottiene: int A = (2, 4) − ¦3¦, cl(int A)) = [2, 4], int(cl(int A)) = (2, 4),
cl A = [0, 1]∪[2, 4]∪¦5¦, int(cl A) = (0, 1)∪(2, 4), cl(int(cl A)) = [0, 1]∪[2, 4].
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
8 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
8. Spazi metrici
In questo paragrafo affronteremo l’importante argomento degli spazi me-
trici. Ci`o fornir`a ulteriori esempi di spazi topologici, in quanto ogni spazio
metrico determina una topologia, detta topologia metrica.
Definizione 1.7. Sia X un insieme non vuoto. Una funzione
d: X X −→R
definisce una metrica su X se sono soddisfatte le seguenti condizioni:
(1) ∀x, y ∈ X, d(x, y) ≥ 0,
(2) ∀x ∈ X, d(x, x) = 0,
(3) ∀x, y ∈ X, d(x, y) = d(y, x),
(4) ∀x, y, z ∈ X, d(x, z) ≤ d(x, y) +d(y, z),
(5) d(x, y) = 0 implica x = y.
d viene allora detta metrica e X spazio metrico (rispetto alla metrica d).
Se d soddisfa solo alle prime quattro condizioni, d viene detta pseudome-
trica e lo spazio X pseudometrico.
Definizione 1.8. Sia x ∈ X e r un numero reale positivo. Si definisce
come intorno rotondo di centro x e raggio r, e lo si indica con V (x, r),
l’insieme dei punti y di X tali che d(x, y) < r.
Propriet` a 1.15. L’insieme di tutti gli intorni rotondi di uno spazio
metrico X `e base di una topologia che viene detta topologia indotta dalla
metrica d o, brevemente, topologia metrica.
Dimostrazione. Basta provare, per la Propriet`a 1.6 che, se due intorni
rotondi hanno intersezione non vuota, tale intersezione `e unione di intorni
rotondi, ossia contiene, per ogni proprio punto z, un intorno rotondo di
centro z. Siano allora V (x, r) e V (y, s) due intorni rotondi; consideriamo un
elemento z ∈ V (x, r) ∩ V (y, s). Allora d(x, z) = r

< r e d(y, z) = s

< s.
Posto ρ = min¦r −r

, s −s

¦, consideriamo V (z, ρ). Sia t un suo elemento.
Allora d(x, t) ≤ d(x, z) + d(z, t) < r

+ r − r

= r, quindi t ∈ V (x, r).
Analogamente: d(y, t) ≤ d(y, z) +d(z, t) < s

+s −s

= s quindi t ∈ V (y, s).
Da ci`o segue che V (z, ρ) ⊆ V (x, r) ∩ V (y, s).
9. Esempi di spazi metrici
Esempio 1.15. Su un insieme X si ponga d(x, y) = 0 per ogni coppia di
elementi x ed y di X.
`
E immediato verificare che d `e una pseudometrica,
non metrica se X contiene almeno due elementi e, dato che per ogni x e per
ogni r si ha che V (x, r) = X, la topologia indotta `e la topologia banale.
Esempio 1.16. Si pone ora d(x, x) = 0 e d(x, y) = 1 se x = y.
`
E facile
verificare che d `e una metrica. Poich`e V (x, r) = ¦x¦ se r < 1, si ha che la
topologia indotta `e quella discreta.
Esempio 1.17. Sia R la retta reale. Poniamo, per x, y ∈ R, d(x, y) =
[x − y[. La verifica che d `e una metrica `e immediata. L’intorno rotondo di
centro x e raggio r `e formato dai punti y che distano da x meno di r, si
tratta cio`e dell’intervallo aperto (x −r, x + r). La topologia indotta da d `e
cio`e la topologia standard.
Universit`a di Torino
Capitolo 1 – Spazi Topologici 9
Esempio 1.18. Questo esempio generalizza ad R
n
l’esempio precedente.
Siano x = (x
i
) e y = (y
i
), con i = 1, . . . , n due elementi di R
n
. Poniamo
d(x, y) =

¸
n
i=1
(x
i
−y
i
)
2
. La funzione d cos`ı definita `e una metrica. Ci
limitiamo a provare la condizione (4) della Definizione 1.7 poich`e le verifiche
delle altre condizioni sono immediate. Indicato con (z
i
) un terzo punto di
R
n
occorre cio`e provare che:

n
¸
i=1
(x
i
−z
i
)
2

n
¸
i=1
(x
i
−y
i
)
2
+

n
¸
i=1
(y
i
−z
i
)
2
.
Posto x
i
−y
i
= a
i
e y
i
−z
i
= b
i
la tesi si trasforma in:

n
¸
i=1
(a
i
+b
i
)
2

n
¸
i=1
a
2
i
+

n
¸
i=1
b
2
i
e quindi in:
n
¸
i=1
(a
i
+b
i
)
2

n
¸
i=1
a
2
i
+
n
¸
i=1
b
2
i
+ 2

n
¸
i=1
a
2
i

n
¸
i=1
b
2
i
,
cio`e
(∗)
n
¸
i=1
a
i
b
i

n
¸
i=1
a
2
i

n
¸
i=1
b
2
i
.
Si consideri ora il seguente polinomio nella variabile u:
P(u) =
n
¸
i=1
(a
i
u +b
i
)
2
= u
2
n
¸
i=1
a
2
i
+ 2u
n
¸
i=1
a
i
b
i
+
n
¸
i=1
b
2
i
.
Poich`e, per ogni u, risulta P(u) ≥ 0, detto ∆ il suo discriminante, si avr`a
che

4
≤ 0 da cui segue la (∗).
Il generico intorno rotondo di centro x e raggio r `e ovviamente formato
dall’ipersfera di centro x e raggio r privata del contorno. In dimensione tre
`e una sfera, in dimensione due un cerchio privati del contorno.
Esempio 1.19. Introduciamo una nuova metrica in R
2
. Dati due punti
a(x
1
, y
1
) e b(x
2
, y
2
), poniamo d(a, b) = max¦[x
1
−x
2
[, [y
1
−y
2
[¦. Anche qui le
verifiche delle condizioni che definiscono una metrica sono tutte immediate,
tranne la (4) che verifichiamo esplicitamente. Considerato un terzo punto
c(x
3
, y
3
), occorre provare che d(a, c) ≤ d(a, b) + d(b, c), cio`e u + v ≥ w,
avendo posto:
u = max¦[x
1
−x
2
[, [y
1
−y
2
[¦, v = max¦[x
2
−x
3
[, [y
2
−y
3
[¦,
w = max¦[x
1
−x
3
[, [y
1
−y
3
[¦.
Dalle ipotesi abbiamo che:
u ≥ [x
1
−x
2
[, u ≥ [y
1
−y
2
[, v ≥ [x
2
−x
3
[, v ≥ [y
2
−y
3
[
e quindi:
u+v ≥ [x
1
−x
2
[+[x
2
−x
3
[ ≥ [x
1
−x
3
[ e u+v ≥ [y
1
−y
2
[+[y
2
−y
3
[ ≥ [y
1
−y
3
[.
Segue che u +v ≥ w.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
10 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Per determinare la topologia indotta consideriamo ad esempio V (0, r).
Contiene tutti i punti p(x, y) tali che d(p, 0) = max¦[x[, [y[¦ ≤ r; si tratta
del quadrato di centro 0 e lato 2r privato del contorno. Questa topologia
coincide con la topologia metrica definita nell’esempio precedente. Infatti,
considerato un quadrato Q privo del contorno, per ogni x ∈ Q, esiste un
cerchio privo del contorno di centro x contenuto in Q. Q, in quanto unione di
tali cerchi, `e aperto della topologia metrica, definita nel precedente esempio,
che contiene quindi tutti gli aperti della base della topologia appena definita.
Viceversa dato un cerchio privo del contorno C, per ogni x ∈ C, esiste
un quadrato di centro x contenuto in C. Pertanto C `e aperto anche nella
topologia definita nel presente esempio. Poich`e ciascuna delle due topologie
contiene gli aperti della base dell’altra, le due topologie coincidono.
Esempio 1.20. Considerati in R
2
due punti a(x
1
, y
1
) e b(x
2
, y
2
) poniamo
ora d(a, b) = [x
1
− x
2
[ + [y
1
− y
2
[. Verifichiamo al solito solo la condizione
(4). Considerato c(x
3
, y
3
), osserviamo che
[x
1
−x
3
[ +[y
1
−y
3
[ ≤ [x
1
−x
2
[ +[y
1
−y
2
[ +[x
2
−x
3
[ +[y
2
−y
3
[,
cio`e che d(a, c) ≤ d(a, b) +d(b, c).
Per determinare la topologia indotta studiamo, ad esempio, V (0, 1).
`
E
formato dai punti p(x, y) tali che [x[ +[y[ < 1. Esso `e l’unione dei seguenti
quattro insiemi:
A
1
= ¦(x, y) ∈ R
2
: x ≥ 0, y ≥ 0, x +y < 1¦,
A
2
= ¦(x, y) ∈ R
2
: x ≤ 0, y ≥ 0, −x +y < 1¦,
A
3
= ¦(x, y) ∈ R
2
: x ≥ 0, y ≤ 0, x −y < 1¦,
A
4
= ¦(x, y) ∈ R
2
: x ≤ 0, y ≤ 0, −x −y < 1¦.
Si tratta di un rombo di centro 0 e vertici i punti (1, 0), (0, 1), (−1, 0),
(0, −1). Analogamente a prima si pu`o provare che anche questa topologia
coincide con la topologia dell’Esempio 1.18.
10. Chiusura negli spazi metrici
Siano (X, d) uno spazio metrico ed Y un sottoinsieme di X.
Definizione 1.9. a) La distanza di un punto x ∈ X dal sottoinsieme
Y `e: d(x, Y ) = inf ¦d(x, y) : y ∈ Y ¦.
b) La distanza di due sottoinsiemi Y
1
ed Y
2
di uno spazio metrico X
`e: d(Y
1
, Y
2
) = inf ¦d(y
1
, y
2
) : y
1
∈ Y
1
, y
2
∈ Y
2
¦.
Propriet` a 1.16. Un punto x ∈ X `e aderente ad un sottoinsieme Y se
e solo se d(x, Y ) = 0. Pertanto cl Y coincide con l’insieme di tutti i punti
aderenti ad Y .
Dimostrazione. Se x `e aderente ad Y , per ogni numero reale r > 0 si
ha che V (x, r) ∩ Y = ∅. Quindi, esiste y in Y che dista da x meno di r.
Allora d(x, Y ) = 0.
Viceversa, supponiamo che d(x, Y ) = 0, per un certo x ∈ X. Se x non
fosse aderente ad Y , esisterebbe un intorno V (x, s) disgiunto da Y . Allora
ogni punto di Y avrebbe distanza da x non minore di s, contro l’ipotesi.
Universit`a di Torino
Capitolo 1 – Spazi Topologici 11
Corollario 1.17. Un sottoinsieme C di uno spazio metrico X `e chiuso
se e solo se C = ¦x ∈ X : d(x, C) = 0¦.
Dimostrazione. Basta ricordare che un sottoinsieme C `e chiuso se e
solo se C = cl C.
Definizione 1.10. Siano x un elemento di uno spazio metrico X ed r
un numero reale positivo. Si definisce come intorno rotondo chiuso di
centro x e raggio r l’insieme C(x, r) = ¦y ∈ X : d(x, y) ≤ r¦.
Propriet` a 1.18. C(x, r) `e un chiuso.
Dimostrazione. Per il Corollario 1.17, basta provare che C(x, r) =
¦y ∈ X : d(y, C(x, r)) = 0¦. Dato che C(x, r) `e contenuto nell’insieme
a secondo membro, occorre solo provare che se d(y, C(x, r)) = 0 allora
d(y, x) ≤ r. Preso un numero reale positivo s, esiste un elemento z ∈ C(x, r)
tale che d(y, z) < s. Allora: d(x, y) ≤ d(x, z) + d(z, y) < r + s. Poich`e
d(x, y) < r +s, per ogni s > 0, si ha che d(x, y) ≤ r, cio`e la tesi.
Esempio 1.21. Mostriamo con un esempio che in generale cl (V (x, r))
`e diversa da C(x, r). Si consideri la metrica dell’Esempio 1.16. Preso un
qualsiasi x, si ha che V (x, 1) = ¦x¦ = cl (V (x, 1)), mentre C(x, r) = S.
Ovviamente occorre supporre che X contenga pi` u di un elemento.
11. Convergenza di successioni in spazi topologici e metrici
Definizione 1.11. Sia ¦x
n
: n = 0, 1, 2, . . .¦ una successione di punti
di uno spazio topologico S. Diciamo che tale successione converge al
punto x
0
se, comunque scelto un intorno U di x
0
, esiste un indice n
0
tale
che, per n > n
0
, x
n
∈ U.
Se ¦x
n
: n = 0, 1, 2, . . .¦ `e una successione di punti di uno spazio me-
trico X, diciamo che essa converge al punto x
0
se, comunque scelto un in-
torno V (x
0
, r) di x
0
, esiste un indice n
0
tale che, per n > n
0
, x
n
∈ V (x
0
, r).
Ci`o equivale a richiedere che la successione sia convergente nella topologia
subordinata dalla metrica.
Esempio 1.22. Si consideri in R la successione ¦
1
n
: n = 1, 2, . . .¦.
Studiare la sua convergenza nelle sottoelencate topologie di R.
a) Topologia standard. La successione converge a 0 che `e anche l’unico
punto di convergenza della stessa.
b) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. Stesso risultato di a).
c) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Converge a tutti gli
x ≥ 0.
d) Topologia discreta. Non converge a nessun punto. In tale topologia
convergono solo le successioni ove da un certo indice in poi si ha sempre lo
stesso elemento ripetuto e convergono a tale punto.
e) Topologia banale. Tutte le successioni convergono a tutti i punti.
f) Topologia di Fr`echet. La nostra successione converge a tutti i punti di
R. Infatti se x ∈ R, ogni intorno di x contiene tutti i punti della successione
tranne un numero finito.
g) Topologia quasi banale. Dipende dalla scelta dell’aperto A. La suc-
cessione converge a tutti i punti che non stanno in A; converge anche a tutti
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
12 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
i punti di A se e solo se A contiene tutti i punti della sucessione da un certo
indice in poi.
Esempio 1.23. Come il precedente esercizio, ove ora la successione `e
¦1, 2, 3, . . .¦. Ci limitiamo, visti i risultati dell’esempio precedente, alle prime
tre topologie.
a) Topologia ordinaria. La successione non converge.
b) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. Non converge.
c) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Non converge.
Esempio 1.24. Come i precedenti esercizi, considerando la successione
¦−1, −2, −3, . . .¦. Ci limitiamo ovviamente alla topologia degli intervalli
illimitati a sinistra. La successione converge ad ogni elemento di R.
Esempio 1.25. Come i precedenti esercizi, considerando la successione
¦−
1
n
: n = 1, 2, . . .¦.
a) Topologia ordinaria. Converge solo a 0.
b) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. Non converge.
c) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Converge ad ogni x ≥ 0.
Terminiamo con una propriet`a che caratterizza i chiusi di uno spazio
metrico.
Propriet` a 1.19. Un sottoinsieme C di uno spazio metrico X `e chiuso
se e solo se per ogni successione ¦x
n
: n = 0, 1, 2, . . . ¦ i cui elementi stanno
in C e convergente ad un punto y, si ha che anche y ∈ C.
Dimostrazione. Supponiamo C chiuso e consideriamo una successione
di punti di C convergente ad y. Se y non appartenesse a C, l’aperto S-C
sarebbe un intorno di y disgiunto da C e quindi non contenente alcun punto
della successione. Essa allora non convergerebbe pi` u ad y.
Supponiamo ora che valga la condizione e vogliamo provare che C `e
chiuso. Per questo basta provare che fr C ⊆ C. Sia z ∈ fr C e consideriamo
la successione di intorni del tipo V (z,
1
n
), ove n = 1, 2, . . . Poich`e z ∈ fr C,
in ognuno di essi possiamo scegliere un elemento x
n
in C ottenendo una
successione di elementi di C convergente a z, dato che gli intorni soddisfano
alla seguente condizione: V (z, 1) ⊇ V (z,
1
2
) ⊇ V (z,
1
3
) ⊇ . . . Allora z ∈ C e
quindi fr C ⊆ C.
12. Sottospazi
In questa sezione considereremo un sottoinsieme X di uno spazio topo-
logico S e vedremo come la topologia di S determini in modo naturale una
topologia in X.
Se / = ¦A
i
: i ∈ I¦ `e la famiglia degli aperti di S, consideriamo la
seguente famiglia di sottoinsiemi di X: /

= ¦A
i
∩ X : i ∈ I¦.
Propriet` a 1.20. /

definisce una topologia aperta su X che chiamiamo
topologia indotta.
Dimostrazione. Ovviamente ∅ ∩ X = ∅ e S ∩ X = X. Dalle due
ovvie relazioni
(A
1
∩ X) ∩ (A
2
∩ X) = (A
1
∩ A
2
) ∩ X, (
¸
i
A
i
) ∩ X =
¸
i
(A
i
∩ X),
Universit`a di Torino
Capitolo 1 – Spazi Topologici 13
dove A
1
, A
2
ed ogni A
i
sono elementi di /, si ha che sono verificate anche
le altre due condizioni della definizione di topologia.
Propriet` a 1.21. Sia B = ¦B
h
¦
h∈H
una base per gli aperti di S. Allora
B

= ¦B
h
∩ X¦
h∈H
costituisce una base per la topologia indotta su X.
Dimostrazione. Proviamo prima che B

`e una base per una topologia
su X. Infatti, dato che B `e base, si ha:
(B
1
∩ X) ∩ (B
2
∩ X) = (B
1
∩ B
2
) ∩ X = (
¸
i
B
i
) ∩ X =
¸
i
(B
i
∩ X),
con B
i
∈ B.
Proviamo ora che B

`e base per la topologia indotta. Sia A∩X un aperto
della topologia indotta. Allora A∩X = (
¸
i
B
i
) ∩X =
¸
i
(B
i
∩X), ove i B
i
sono elementi di B. Pertanto gli aperti della topologia indotta sono aperti
della topologia generata da B

. Poich`e inoltre gli elementi di B

sono aperti
della topologia indotta, anche le loro unioni sono aperti di questa topologia.
Quindi la topologia indotta e la topologia determinata da B

coincidono.
Propriet` a 1.22. Ogni aperto di X (nella topologia indotta) `e aperto di
S se e solo se X `e aperto in S.
Dimostrazione. Supposto X aperto in S, sia A

un aperto di X nella
topologia indotta. Allora esiste un aperto A di S tale che A ∩ X = A

.
Essendo X aperto di S, anche A

`e aperto di S. Il viceversa `e ovvio.
Osservazione. Poich`e gli aperti di S contenuti in X sono ovviamente
aperti nella topologia indotta, si ha che, se X `e aperto di S, gli aperti nella
topologia indotta sono gli aperti di S contenuti in X.
Propriet` a 1.23. I chiusi della topologia indotta sono del tipo C ∩ X,
ove C `e chiuso di S.
Dimostrazione. Sia C

un chiuso di X, quindi X −C

`e aperto di X.
Esiste allora un aperto A di S tale che A ∩ X = X −C

. Pertanto S −A `e
un chiuso di S tale che (S −A) ∩ X = C

.
Sia x ∈ (S −A) ∩ X, quindi x ∈ X e x / ∈ A. Pertanto x / ∈ X −C

, cio`e
x ∈ C

e quindi (S −A) ∩ X ⊆ C

.
Proviamo ora che C

⊆ (S − A) ∩ X. Sia x ∈ C

, quindi x ∈ X e
x / ∈ X − C

. Dato che A ∩ X = X − C

, segue che x / ∈ A, cio`e x ∈ S − A,
da cui la tesi.
Osservazione.
`
E facile provare che un chiuso di X (nella topologia
indotta) `e chiuso in S se e solo se X `e chiuso in S.
Esempio 1.26. Sia S uno spazio topologico ed X un suo sottoinsieme
non vuoto.
`
E facile vedere che se S `e dotato della topologia discreta o banale
o di Fr`echet, anche la topologia indotta `e dello stesso tipo.
Esempio 1.27. Sia (a, b) un intervallo aperto della retta reale. Se R
`e dotato della topologia standard o della topologia degli intervalli chiusi a
sinistra, dato che (a, b) `e anche aperto di S, per determinare la topologia
indotta, per l’Osservazione alla Propriet`a 1.22, basta considerare gli aperti
di R contenuti in (a, b). Se invece R `e dotato della topologia degli intervalli
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
14 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
illimitati a sinistra, gli aperti della topologia indotta sono del tipo (a, x) con
x ≤ b.
Esempio 1.28. Consideriamo ora l’intervallo [a, b) e vediamo quali to-
pologie inducono le topologie dell’esempio precedente.
Per la topologia ordinaria, gli aperti (di una base) sono gli intervalli
aperti contenuti in [a, b) e gli intervalli del tipo [a, x) con x ≤ b.
Per la topologia degli intervalli chiusi a sinistra, si osservi che anche ora
[a, b) `e aperto.
Per la topologia degli intervalli illimitati a sinistra, gli aperti sono ov-
viamente del tipo [a, x) con x ≤ b.
Esempio 1.29. Consideriamo infine il caso dell’intervallo [a, b].
Topologia standard. Gli aperti (di una base) sono di tre tipi: [a, x) con
x ≤ b, (x, b] con a ≤ x e (x, y) con a ≤ x < y ≤ b.
Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. Gli aperti (di una base) sono
di tre tipi: [a, x) con x ≤ b, [x, b] con a ≤ x ≤ b, e [x, y) con a ≤ x < y ≤ b.
Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Gli aperti sono del tipo
[a, x) con x ≤ b.
Esempio 1.30. Vediamo ora la topologia indotta in N = ¦0, 1, 2, . . .¦
dalle tre precedenti topologie. La topologia standard e quella degli inter-
valli chiusi a sinistra inducono la topologia discreta mentre nella topologia
indotta da quella degli intervalli illimitati a sinistra gli aperti sono del tipo
¦0, 1, . . . , k¦ ove k = 0, 1, 2, . . .
Universit`a di Torino
CAPITOLO 2
Funzioni continue ed omeomorfismi
In questo capitolo confronteremo le topologie di spazi topologici diffe-
renti. Affronteremo prima il problema del trasporto di una topologia fra
uno spazio topologico ed un insieme, parleremo poi di funzioni continue e di
omeomorfismi. Infine studieremo il prodotto di spazi topologici.
1. Trasporto di topologie
Sia f una funzione fra uno spazio topologico S ed un insieme X. In
generale, come mostra il seguente controesempio, la funzione f non trasporta
la topologia da S ad X.
Esempio 2.1. Sia S = ¦a, b, c, d¦ con la seguente famiglia di aperti:
¦S, ∅, ¦a, b¦, ¦c, d¦¦. La verifica che si tratta di una topologia `e immediata.
Si consideri poi l’insieme X = ¦x, y, z¦ e la funzione f : S → X tale che:
f(a) = x, f(b) = f(c) = y, f(d) = z. Le immagini degli aperti di S mediante
f sono X, ∅, ¦x, y¦, ¦y, z¦, che non costituiscono n`e una topologia n`e una
base di una topologia.
`
E invece possibile trasportare una topologia mediante l’inversa di f come
mostrano le due propriet`a seguenti.
Propriet` a 2.1. Sia f una funzione fra un insieme S ed uno spazio
topologico S

con famiglia di aperti /

. Allora la famiglia / = ¦f
−1
(A

) :
A

∈ /

¦ costituisce una topologia su S.
Dimostrazione. Dato che f
−1
(S

) = S e f
−1
(∅) = ∅, le condizioni
(1) e (2) della Definizione 1.1 sono verificate. La (3) e la (4) derivano dal
fatto che per A
1
, A
2
, A
i
elementi di /

, risulta:
f
−1
(A
1
) ∩ f
−1
(A
2
) = f
−1
(A
1
∩ A
2
),
¸
i
(f
−1
(A
i
)) = f
−1
(
¸
i
A
i
).

Propriet` a 2.2. Sia f una funzione fra un insieme S ed uno spazio
topologico S

e B

= ¦B
h
¦
h∈H
una base per gli aperti di S

. Allora la famiglia
¦f
−1
(B
h

h∈H
`e base per una topologia su S.
Dimostrazione. Dati f
−1
(B
1
) e f
−1
(B
2
), con B
1
e B
2
∈ B

, poich`e
B
1
∩ B
2
=
¸
k
B
k
, ove ogni B
k
∈ B

e
f
−1
(B
1
) ∩ f
−1
(B
2
) = f
−1
(B
1
∩ B
2
) = f
−1
(
¸
k
B
k
) =
¸
k
f
−1
(B
k
),
si ha la tesi.
15
16 P.M. Gandini, S. Garbiero – Lezioni di Geometria III
Esempio 2.2. Si consideri la proiezione canonica π
1
: R R → R, cio`e
la funzione tale che π
1
((a, b)) = a con a, b ∈ R. Le varie topologie di R
determinano, mediante tale funzione, altrettante topologie su R R.
Se in R si considera la topologia standard, su RR abbiamo come base
l’insieme delle strisce delimitate da due rette parallele all’asse y, escludendo
tali due rette.
Se in R si considera la topologia degli intervalli chiusi a sinistra, la base
su R R `e formata da strisce come nel caso precedente, solo che la prima
retta `e compresa e la seconda esclusa.
Se in R si considera la topologia degli intervalli illimitati a sinistra, la
topologia su R R `e formata dai semipiani determinati da rette parallele
all’asse y, private della retta origine del semipiano.
Se in R si considera la topologia di Fr`echet, gli aperti in R R sono
formati da tutto RR, tranne un numero finito di rette parallele all’asse y.
Se in R si considera la topologia banale o quasi banale, in RR si ottiene
la topologia banale o quasi banale.
Se invece in R si considera la topologia discreta, in R R non si ha la
topologia discreta bens`ı gli aperti sono costituiti da tutte le possibili famiglie
di rette parallele all’asse y.
2. Funzioni continue
Diamo tre diverse definizioni di funzione continua che dimostreremo
essere equivalenti. Siano S ed S

due spazi topologici.
Definizione 2.1. Una funzione f : S → S

si dice continua nel punto
x ∈ S se, comunque scelto un intorno U
f(x)
di f(x), esiste un intorno U
x
di
x tale che f(U
x
) ⊆ U
f(x)
. Se f `e continua in ogni punto di S, diremo che f
`e funzione continua fra S ed S

.
Definizione 2.2. Una funzione f : S → S

si dice continua se le
controimmagini degli aperti di S

sono aperti di S.
Definizione 2.3. Una funzione f : S → S

si dice continua se le
controimmagini dei chiusi di S

sono chiusi di S.
Propriet` a 2.3. Se una funzione `e continua secondo una delle tre pre-
cedenti definizioni `e continua anche secondo le altre due.
Dimostrazione. Proviamo prima che se f `e continua secondo la De-
finizione 2.2 lo `e anche secondo la Definizione 2.3. Sia C

un chiuso di S

,
allora A

= S

−C

`e aperto di S

e quindi f
−1
(A

) = S −f
−1
(C

) `e aperto
di S. Quindi f
−1
(C

) `e chiuso di S.
In modo analogo, si prova che se f `e continua secondo la 2.3 lo `e anche
secondo la 2.2.
Supponiamo ora f continua secondo la Definizione 2.2 e consideriamo
un intorno A
f(x)
di f(x), che possiamo supporre aperto (ogni intorno con-
tiene un intorno aperto). f
−1
(A
f(x)
) `e un aperto contenente x tale che
f

f
−1
(A
f(x))
)

⊆ A
f(x)
, che `e la tesi.
Supponiamo ora f continua secondo la Definizione 2.1 e consideriamo
un aperto A

di S

. Per provare che A = f
−1
(A

) `e aperto di S proviamo che
A `e intorno di ogni suo punto (cfr. Propriet`a 1.4). Sia allora x ∈A. Allora
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Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 17
f(x) ∈ A

. Esiste allora un intorno U di x tale che f(U) ⊆ A

. Segue che
U ⊆ f
−1
(f(U)) ⊆ f
−1
(A

) = A, che `e la tesi.
Propriet` a 2.4. Una funzione continua f : S → S

`e anche continua fra
S ed f(S).
Dimostrazione. Il generico aperto di f(S) `e del tipo A

∩f(S), ove A

`e
aperto di S

. Ma f
−1
(A

∩f(S)) = f
−1
(A

) `e aperto perch`e f `e continua.
Propriet` a 2.5. Se f `e funzione continua fra S ed S

, f : S → S

, e
g `e funzione continua fra S

e S

, g : S

→ S

, allora anche la funzione
composta (o funzione prodotto) g ◦ f : S → S

`e continua.
Dimostrazione.
`
E immediata applicando la Definizione 2.2.
Propriet` a 2.6. Sia X un sottospazio di uno spazio topologico S. L’i-
niezione canonica j : X → S (definita da j(x) = x, per x ∈ X) `e continua.
Dimostrazione. Sia A un aperto di S; j
−1
(A) = A∩X `e aperto di X
per definizione di sottospazio.
Propriet` a 2.7. Sia f : S → S

una funzione continua ed X un sotto-
spazio di S. La restrizione di f ad X definita ponendo f
|X
(x) = f(x), per
x ∈ X, `e continua.
Dimostrazione. La restrizione `e continua perch`e `e prodotto dell’inie-
zione canonica di X in S e di f.
Definizione 2.4. Date su uno stesso insieme X due topologie / e B,
diciamo che / `e pi` u fine di B, o che B `e meno fine di /, se ogni aperto
di B `e aperto anche di /.
Propriet` a 2.8. Una funzione continua f : S → S

resta continua ren-
dendo meno fine la topologia di S

o pi` u fine quella di S.
Dimostrazione. Segue immediatamente dalle definizioni 2.2 e 2.4.
Definizione 2.5. Sia f una funzione fra due spazi topologici S ed S

.
f `e detta funzione aperta (chiusa) se trasforma aperti (chiusi) di S in
aperti (chiusi) di S

.
3. Esempi ed esercizi
Osserviamo che, per provare che una funzione f : S → S

`e continua fra
gli spazi topologici S ed S

, `e sufficiente provare che le controimmagini degli
elementi di una base di S

, B

= ¦B
h
¦
h∈H
, sono aperti di S. Infatti in tal
caso se A

`e un aperto di S

, risulta A

=
¸
k
B
k
ove i B
k
sono elementi di
B

. Ma allora f
−1
(A

) =
¸
k
f
−1
(B
k
) `e aperto perch`e unione di aperti.
Esempio 2.3. Sia f : S → S

una funzione fra gli spazi S ed S

. Se in
S vi `e la topologia discreta, comunque sia la topologia di S

la funzione f
risulta continua. Analogamente se in S

vi `e la topologia banale, comunque
sia la topologia di S, f `e continua.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
18 P.M. Gandini, S. Garbiero – Lezioni di Geometria III
Esempio 2.4. Consideriamo la funzione f : R → R tale che, per x ∈ R,
f(x) = x + 2. Poich`e le controimmagini di intervalli di R (aperti, chiusi a
sinistra, illimitati a sinistra) sono ancora intervalli dello stesso tipo, si ha che
se in R, come dominio e come codominio, si pone o la topologia standard o
la topologia degli intervalli chiusi a sinistra o quella degli intervalli illimitati
a sinistra, f `e continua. Ci`o `e vero anche per la topologia discreta o banale
o di Fr`echet.
f invece non `e in generale continua se si pone la topologia quasi banale
con lo stesso aperto proprio A, sia nel dominio che nel codominio. f
−1
(A) `e
infatti A traslato a sinistra di 2, che in generale `e diverso da A. Se A per`o
`e formato, ad esempio, dai multipli positivi e negativi di 2, f `e continua.
Esempio 2.5. Riprendiamo la funzione di prima ove ora mettiamo to-
pologie differenti in R dominio (indichiamolo con S) e in R codominio (sia
S

).
– In S la topologia standard e in S

quella degli intervalli chiusi a sinistra.
f non `e continua perch`e la controimmagine di un intervallo chiuso a sinistra
`e ancora un intervallo dello stesso tipo che non `e aperto nella topologia
standard.
– Se scambiamo i ruoli delle due topologie, f `e continua perch`e le con-
troimmagini di intervalli aperti sono intervalli aperti che sono aperti nella
topologia degli intervalli chiusi a sinistra.
– Se in S

poniamo la topologia degli intervalli illimitati a sinistra ed in S la
topologia standard o quella degli intervalli chiusi a sinistra, f `e continua. La
controimmagine di un intervallo illimitato a sinistra `e ancora un intervallo
dello stesso tipo che `e un aperto del dominio. Scambiando i ruoli delle
topologie f non `e pi` u continua.
– Poniamo ora in S

la topologia di Fr`echet. La controimmagine di un
aperto di S

`e costituito da tutto R tranne un numero finito di punti, cio`e
dall’unione di un numero finito di intervalli aperti (illimitati oppure no) e
pertanto f `e continua se in S poniamo la topologia standard o quella degli
intervalli chiusi a sinistra. Non `e continua se poniamo quella degli intervalli
illimitati a sinistra. Se si scambiano i ruoli delle topologie f non `e mai
continua.
– Se in S poniamo una topologia quasi banale, quale che sia la topologia, fra
quelle considerate in questo esempio, che poniamo in S

, f non `e continua.
Scambiando i ruoli delle topologie f pu`o essere continua se l’aperto proprio
della topologia quasi banale di S

`e opportuno.
Esempio 2.6. Consideriamo f : R → R definita ponendo, per x ∈ R,
f(x) = x, se x < 1 e f(x) = x + 2, per x ≥ 1. Se in R poniamo la topologia
standard, f non `e continua perch`e f
−1
((2, 4)) = [1, 2), che non `e aperto.
f `e invece continua se dotiamo R della topologia degli intervalli illimitati
a sinistra o degli intervalli chiusi a sinistra o della topologia di Fr`echet.
Esempio 2.7. Poniamo sempre fra R ed R, f(x) = max intero ≤ x. f
non `e continua se poniamo in R la topologia standard, dato che f
−1
((
1
2
,
3
2
)) =
[1, 2) e neppure se vi poniamo la topologia di Fr`echet perch`e f
−1
(R−¦1¦) =
R−[1, 2). Se invece vi poniamo la topologia degli intervalli illimitati a sinistra
o degli intervalli chiusi a sinistra, diventa continua.
Universit`a di Torino
Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 19
Esempio 2.8. Le funzioni costanti sono continue. Detto c il valore co-
stante assunto da f, se l’aperto del codominio contiene c la sua controim-
magine `e il domino; in caso contrario `e l’insieme vuoto.
Esercizio 2.9. Siano f e g due funzioni continue di R in R dotato della
topologia standard. Provare che l’insieme X = ¦x ∈ R : f(x) = g(x)¦ `e un
chiuso. Si provi che il complementare `e aperto.
Esercizio 2.10. Sia f una funzione continua di R in R con la topologia
standard tale che, per ogni razionale q, risulti f(q) = 0. Provare che f(x) =
0, per ogni x ∈ R. Si sfrutta il fatto che in ogni intervallo di R cadono
(infiniti) numeri razionali.
Esempio 2.11. Sia f : R → ¦a, b¦, ove R `e dotato della topologia stan-
dard mentre nel codominio vi `e la topologia discreta e f(x) = a, per x ≥ 0,
mentre per x < 0 `e f(x) = b. f `e ovviamente aperta e chiusa ma non `e
continua dato che f
−1
(¦a¦) = [0, ∞), che non `e aperto.
Esempio 2.12. Sia f : S → S

, ove S `e dotato della topologia discreta e
S

di quella banale. Supposto che S ed S

abbiano pi` u di un punto, ogni f
`e continua, ma n`e aperta n`e chiusa.
Esempio 2.13. Sia f : S → S

, ove S = ¦a, b¦ `e dotato della topologia
discreta, S

= ¦a, b¦ ha la topologia quasi banale con aperto proprio ¦a¦ e
f(a) = f(b) = a. Si verifica facilmente che f `e continua, aperta, non chiusa.
Esercizio 2.14. Sia f : S → S

, ove S = ¦a, b¦ `e dotato della topologia
discreta, S

= R con la topologia standard e f(a) = 0, f(b) = 1. Verificare
che f `e continua, chiusa ma non aperta.
Esercizio 2.15. Provare che la funzione f : R →R, ove R `e dotato della
topologia standard e per x ∈ R `e f(x) = x
2
, non `e una funzione aperta.
Esercizio 2.16. Siano S = ¦a, b, c¦ con aperti ¦∅, S, ¦a¦, ¦b, c¦¦ ed
S

= ¦a, b, c¦, con aperti ¦∅, S

, ¦a¦, ¦a, b¦¦. Si consideri poi la funzione
f : S → S

tale che f(a) = f(b) = a, f(c) = b. f `e aperta ma n`e chiusa n`e
continua.
Esercizio 2.17. Si considerino i due spazi dell’esempio precedente, ma
f definita da f(a) = f(c) = c, f(b) = b. Provare che f `e chiusa, ma n`e
aperta n`e continua.
Esercizio 2.18. Si consideri f : R → R, ove per x ∈ R `e f(x) = sen x.
Provare che f non `e continua se si considera in R, come dominio e come
codominio, la topologia di Fr`echet o la topologia degli intervalli illimitati a
sinistra.
4. Omeomorfismi
Definizione 2.6. Due spazi topologici S ed S

si dicono omeomorfi se
esiste una biiezione continua f : S → S

tale che pure la biiezione f
−1
`e
continua. f `e detta omeomorfismo.
Propriet` a 2.9. Una biiezione f : S → S

`e omeomorfismo se e solo se
f `e continua ed aperta.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
20 P.M. Gandini, S. Garbiero – Lezioni di Geometria III
Dimostrazione. Sia f un omeomorfismo ed A un aperto di S. f(A) `e
aperto perch`e, essendo f biiezione, f
−1
(f(A)) = A.
Supponiamo ora f continua ed aperta. Occorre provare che f
−1
: S

→ S
`e continua, cio`e che se A `e aperto di S, ((f
−1
)
−1
(A) `e aperto. Ma questo
coincide con f(A).
Analogamente si pu`o provare:
Propriet` a 2.10. Una biiezione f : S → S

`e omeomorfismo se e solo
se f `e continua e chiusa.
Propriet` a 2.11. Il prodotto di due omeomorfismi `e ancora un omeo-
morfismo.
Dimostrazione. Infatti tale propriet`a vale per le biiezioni, per le fun-
zioni continue e per le funzioni aperte.
Propriet` a 2.12. L’inverso di un omeomorfismo `e un omeomorfismo.
Dimostrazione. Conseguenza immediata della Definizione 2.6.
Dalle due precedenti propriet`a segue che la relazione: SσS

se e solo se
i due spazi topologici sono omeomorfi, `e di equivalenza. In ogni classe di
equivalenza stanno tutti gli spazi fra loro omeomorfi. La topologia studia
proprio le propriet`a che sono comuni a tutti gli spazi di una stessa classe,
cio`e che sono invarianti per omeomorfismi.
Propriet` a 2.13. Sia f : S → S

un omeomorfismo ed X un sottospazio
di S. La restrizione di f ad X stabilisce un omeomorfismo fra X ed f(X).
Dimostrazione. Tale restrizione `e ovviamente biiettiva.
`
E anche con-
tinua per le Propriet`a 2.4 e 2.7. Sia B un aperto di X; esiste allora
un aperto A di S tale che B = A ∩ X. Risulta, essendo f biiezione:
f(B) = f(A ∩ X) = f(A) ∩ f(X). Poich`e f `e aperta, f(A) `e aperto di
S

e quindi f(A) ∩f(X) `e aperto di f(X). Pertanto tale restrizione `e anche
aperta.
Esempio 2.19. La funzione f : R → R definita, per ogni x ∈ R, da
f(x) = mx + n, ove m ed n sono numeri reali e m > 0, `e ovviamente una
biiezione tale che le immagini di intervalli (di ogni tipo) sono intervalli dello
stesso tipo e cos`ı pure le controimmagini di intervalli sono intervalli. Qua-
lora in R si ponga, come dominio e come codominio, la topologia standard
o quella degli intervalli chiusi (a destra o a sinistra) o quella degli inter-
valli illimitati (a destra o a sinistra), f `e un esempio di omeomorfismo fra
R con la topologia in esame e se stesso. Poich`e anche nella topologia di
Fr`echet il generico aperto `e unione finita di intervalli aperti, la f stabilisce
un omeomorfismo anche nel caso in cui R `e dotato di questa topologia.
Consideriamo ora il caso in cui nella funzione f sia m < 0. La funzione
f stabilisce un omeomorfismo se poniamo in R la topologia standard o la
topologia di Fr`echet, non negli altri due casi.
`
E omeomorfismo se poniamo
nel dominio la topologia degli intervalli chiusi a sinistra e aperti a destra
e nel codominio quella degli intervalli chiusi a destra ed aperti a sinistra.
`
E anche omeomorfismo ponendo nel dominio la topologia degli intervalli
illimitati a sinistra e nel codominio quella degli intervalli illimitati a destra.
Universit`a di Torino
Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 21
Esempio 2.20. Si consideri R dotato della topologia standard. Fissati
quattro numeri reali a, b, c, d tali che a < b e c < d, si vede facilmente
che la funzione f(x) = c +
(d−c)(x−a)
b−a
`e del tipo considerato nell’esempio
precedente ed `e pertanto un omeomorfismo di R in se stesso. Essa trasforma
gli intervalli (a, b), [a, b), (a, b], [a, b], rispettivamente, negli intervalli (c, d),
[c, d), (c, d], [c, d]. Per la Propriet`a 2.13, la sua restrizione a ciascuno dei
quattro intervalli di estremi a e b, stabilisce un omeomorfismo fra ciascuno di
essi ed il corrispondente di estremi c, d. Si ha quindi che due intervalli aperti
sono fra loro omeomorfi, due intervalli chiusi a sinistra sono omeomorfi e cos`ı
via.
Esempio 2.21. Sempre in R con la topologia standard si consideri la
funzione: f(x) = x + b − a, ove a e b sono numeri reali. Essa trasforma le
due semirette di origine a (con o senza origine) nelle due semirette di origine
b, precisamente manda la semiretta formata dagli x > a in quella formata
dai punti y > b e cos`ı via. Trattandosi nuovamente di una corrispondenza
del tipo introdotto nell’Esempio 2.19, essa stabilisce un omeomorfismo fra
le semirette corrispondenti prima considerate.
La corrispondenza f(x) = −x + b + a `e omeomorfismo che manda la
semiretta formata dai punti x > a in quella formata dai punti y < b e cos`ı
via. Pertanto abbiamo che due semirette qualsiasi senza origine sono fra loro
omeomorfe e cos`ı pure sono omeomorfe due semirette qualsiasi con l’origine.
Esempio 2.22. Si consideri la funzione f(x) = tg x, ove x ∈ (−
π
2
,
π
2
)
e il codominio `e ovviamente tutto R. Essa stabilisce un omeomorfismo fra
(−
π
2
,
π
2
) ed R, ove R `e dotato della topologia standard e (−
π
2
,
π
2
) della topo-
logia indotta dalla topologia standard. Tenuto conto di quanto dimostrato
nell’Esempio 2.20 e della Propriet`a 2.11, si ha che ogni intervallo aperto `e
omeomorfo ad R.
Questa stessa corrispondenza, ove per`o x ∈ (0,
π
2
), stabilisce invece un
omeomorfismo fra (0,
π
2
) e f((0,
π
2
)) = (0, ∞). Per quanto prima provato, si
ha che intervalli aperti, semirette private della propria origine ed R stesso,
sono tutti omeomorfi (con la topologia standard).
Si consideri sempre questa stessa corrispondenza, ove per`o ora x ∈ [0,
π
2
).
Essa stabilisce un omeomorfismo fra tale intervallo chiuso a sinistra e la
semiretta [0, ∞).
`
E facile allora dedurre che ogni intervallo chiuso a sinistra
`e omeomorfo ad ogni semiretta con la propria origine.
5. Topologia prodotto
In questo paragrafo vedremo come le topologie di due spazi topologici S
1
ed S
2
permettano di definire, in modo naturale, una topologia nel prodotto
cartesiano S
1
S
2
. Indichiamo con /
1
e /
2
, rispettivamente, le famiglie di
aperti di S
1
ed S
2
.
`
E facile provare che la famiglia ¦A
1
A
2
: A
1
∈ /
1
, A
2
∈ /
2
¦ `e base per
una topologia su S
1
S
2
. Infatti, indicato con B
1
B
2
un altro elemento
della famiglia in esame, si ha: (A
1
A
2
)∩(B
1
B
2
) = (A
1
∩B
1
)(A
2
∩B
2
).
Ma ovviamente A
1
∩B
1
`e aperto di S
1
, mentre A
2
∩B
2
`e aperto di S
2
. Tale
topologia viene detta topologia prodotto.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
22 P.M. Gandini, S. Garbiero – Lezioni di Geometria III
Tale definizione `e immediatamente estendibile al prodotto cartesiano di
un numero finito di spazi topologici S
1
S
2
. . . S
n
. Il generico aperto
di una base della topologia prodotto `e del tipo A
1
A
2
. . . A
n
, ove A
i
`e
aperto di S
i
, per i = 1, 2, . . . , n. Il caso del prodotto cartesiano transfinito
`e diverso e non viene qui trattato.
Propriet` a 2.14. Se B
1
e B
2
sono due basi, rispettivamente, di S
1
e di
S
2
, allora una base della topologia prodotto `e data da:
B = ¦B
1
B
2
: B
1
∈ B
1
∪ ¦S
1
¦, B
2
∈ B
2
∪ ¦S
2
¦¦.
Dimostrazione. Proviamo prima che B `e base di una topologia. Per
B
1
, C
1
∈ B
1
e B
2
, C
2
∈ B
2
si ha:
(B
1
B
2
) ∩ (C
1
C
2
) = (B
1
∩ C
1
) (B
2
∩ C
2
)
=

¸
i
B
1
i

¸
j
B
2
j

=
¸
i,j
(B
1
i
B
2
j
),
ove B
1
i
∈ B
1
e B
2
j
∈ B
2
e si `e tenuto conto del fatto che B
1
e B
2
sono basi.
Anche se uno almeno fra B
1
e C
1
coincide con S
1
oppure uno almeno fra B
2
e C
2
coincide con S
2
, con calcolo analogo, si prova che (B
1
B
2
) ∩(C
1
C
2
)
`e elemento di B.
Gli elementi di B

sono ovviamente aperti della topologia prodotto e
quindi tale topologia `e meno fine della topologia prodotto. Per provare che
tali topologie coincidono basta provare che ogni aperto A
1
A
2
della base
della topologia prodotto `e aperto della topologia B

. Se A
1
ed A
2
sono
aperti diversi da S
1
e S
2
, dalla definizione di base si ha: A
1
A
2
= (
¸
B
i
)
(
¸
B
j
) =
¸
i,j
(B
i
B
j
), ove B
i
∈ B
1
e B
j
∈ B
2
. Pertanto A
1
A
2
∈ B

. Se
A
1
= S
1
oppure A
2
= S
2
, il procedimento `e analogo.
Esempio 2.23. In R abbiamo prima considerato sette differenti topo-
logie. A partire da queste `e possibile costruire varie topologie su R R.
Esaminiamo prima i casi in cui su entrambi i fattori si pone la stessa topolo-
gia. Per la Propriet`a precedente si possono considerare su R, se risulta pi` u
utile, elementi di una base.
– Topologia standard. Gli aperti di una base della topologia prodotto sono
prodotto di intervalli aperti cio`e del tipo (a, b) (c, d). In questo esempio
come nei due successivi, secondo la Propriet`a 2.14, uno dei due intervalli pu`o
coincidere con tutto R. Poich`e per`o ogni aperto del tipo R(c, d) `e unione
di aperti del tipo (a, b) (c, d), si pu`o ottenere una base considerando solo
i prodotti del tipo (a, b) (c, d).
Poich`e per ogni punto di ognuno di tali prodotti esiste un cerchio aperto
in esso contenuto e con centro in tale punto, si ha che ogni aperto della
base della topologia prodotto `e unione di tali cerchi e quindi `e aperto della
topologia metrica di R R. Dato poi che per ogni punto di ogni cerchio
aperto esiste un rettangolo aperto in esso contenuto e contenente tale punto,
si ha che ogni cerchio aperto `e unione di tali rettangoli e quindi `e aperto
nella topologia prodotto. La topologia prodotto coincide con la topologia
metrica.
Si pu`o provare in modo analogo che anche la topologia prodotto di R
n
coincide con la topologia metrica.
Universit`a di Torino
Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 23
– Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. Gli aperti della base della
topologia prodotto sono del tipo: [a, b) [c, d).
– Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Gli aperti della base sono
del tipo (−∞, b) (−∞, d).
– Topologia banale. La topologia prodotto `e ovviamente la topologia ba-
nale.
– Topologia quasi banale. Se A e B sono i due aperti propri delle due topo-
logie quasi banali di R, allora una base della topologia prodotto `e costituita
dagli insiemi AB, S
1
B e AS
2
, S
1
S
2
.
– Topologia discreta. La topologia prodotto `e quella discreta dato che ogni
punto `e aperto.
– Topologia di Fr`echet. Il generico aperto della base della topologia pro-
dotto `e composto da tutto RR, tranne un numero finito di rette parallele
all’asse x e un numero finito di rette parallele all’asse y. Osserviamo che
tale topologia non `e la topologia di Fr`echet del piano.
Esempio 2.24. Consideriamo sempre R R, ma poniamo nei due fat-
tori topologie differenti. Dato che i casi da considerare sono numerosi, ci
limitiamo ad illustrarne solo qualcuno.
Se in R come primo fattore poniamo la topologia standard e come se-
condo fattore la topologia degli intervalli chiusi a sinistra, il generico aperto
della base della topologia prodotto `e del tipo (a, b) [c, d), ove uno dei due
intervalli pu`o coincidere con tutto R. Possiamo dire che si tratta di “ret-
tangoli” con i lati paralleli agli assi contenenti un solo lato del contorno.
Scambiando il ruolo delle topologie, i rettangoli sono del tipo [a, b) (c, d).
Se poniamo nel primo fattore la topologia di Fr`echet e nel secondo quel-
la standard, il generico aperto della base `e formato da una striscia con i
lati paralleli all’asse x privata di un numero finito, eventualmente nullo, di
segmenti paralleli all’asse y, oppure da tutto il piano privato di un numero
finito, eventualmente nullo, di rette parallele all’asse y.
Se poniamo nel primo fattore la topologia standard e nel secondo quel-
la degli intervalli illimitati a sinistra, il generico aperto `e del tipo (a, b)
(−∞, c), `e cio`e formato dai punti (x, y) ove a < x < b e y < c. Pure qui tali
intervalli possono coincidere con R.
Se poniamo nel primo fattore la topologia di Fr`echet e nel secondo quella
degli intervalli illimitati a sinistra, il generico aperto della base `e un semi-
piano la cui origine `e parallela all’asse x privato di un numero finito (even-
tualmente nullo) di semirette parallele all’asse y e privato ovviamente anche
della sua origine, oppure `e tutto il piano privato di un numero finito di rette
parallele all’asse y.
Se poniamo nel primo fattore la topologia banale e nel secondo quella
degli intervalli illimitati a sinistra, otteniamo come elemento generico della
base un semipiano la cui origine `e parallela all’asse x, privato della sua
origine.
Mentre chiudiamo qui l’esposizione di questi casi, segnaliamo che ana-
loghe considerazioni si possono fare per R
n
con n > 2; i casi da considerare
aumentano per`o di molto.
Indichiamo con π
1
la proiezione di S
1
S
2
su S
1
, tale cio`e che π
1
(a, b) = a,
con a ∈ S
1
e b ∈ S
2
. Analogamente indichiamo con π
2
la proiezione di S
1
S
2
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
24 P.M. Gandini, S. Garbiero – Lezioni di Geometria III
su S
2
.
Propriet` a 2.15. Le proiezioni π
1
e π
2
sono funzioni continue e aperte.
Dimostrazione. Per provare che sono continue, osserviamo che se A `e
un aperto di S
1
, π
−1
1
(A) = AS
2
`e un aperto della base dello spazio prodot-
to. Per provare che tale funzione `e aperta, possiamo riferirci ovviamente agli
aperti della base della topologia prodotto ed osservare che π
1
(A
1
A
2
) = A
1
che `e aperto. Per l’altra proiezione si procede allo stesso modo.
Propriet` a 2.16. La topologia prodotto `e la topologia meno fine tra
quelle di S
1
S
2
per cui le proiezioni π
1
e π
2
sono continue.
Dimostrazione. Sia T una topologia sull’insieme S
1
S
2
per la quale
le proiezioni siano continue. Si consideri il generico aperto della base della
topologia prodotto che `e del tipo A
1
A
2
, dove A
1
`e aperto di S
1
ed A
2
lo
`e di S
2
. Allora π
−1
1
(A
1
) = A
1
S
2
e π
−1
2
(A
2
) = S
1
A
2
sono aperti di T ,
ma allora anche (A
1
S
2
) ∩ (S
1
A
2
) = A
1
A
2
`e aperto di T . Pertanto
la topologia prodotto `e meno fine di T .
Propriet` a 2.17. Fissato un elemento x
2
di S
2
, il sottospazio S
1
¦x
2
¦
`e omeomorfo ad S
1
. Analogo risultato vale per ogni elemento di S
1
.
Dimostrazione. La restrizione di π
1
al sottospazio S
1
¦x
2
¦ `e biiezione
fra esso ed S
1
ed `e continua perch`e restrizione di una funzione continua.
Proviamo che `e aperta. Per la Propriet`a 1.21, la famiglia ¦A
1
¦x
2
¦ :
A
1
aperto di S
1
¦, `e base della topologia indotta. Ma π
1
(A
1
¦x
2
¦) = A
1
.
Dato che ogni aperto si pu`o esprimere come unione di aperti della base,
l’immagine di ogni aperto `e un aperto.
Consideriamo il prodotto S S di uno spazio topologico per se stesso.
Indichiamo con ∆ = ¦(x, x) : x ∈ S¦ la sua diagonale.
Propriet` a 2.18. Con le notazioni prima introdotte ∆, come sottospazio
di S S, `e omeomorfo ad S.
Dimostrazione. Si consideri la corrispondenza δ : S → ∆ ⊆ S S
tale che δ(x) = (x, x), per x ∈ S. Essa `e ovviamente biiettiva. Una base
della topologia indotta su ∆ `e data da ¦(A
1
A
2
) ∩∆ : A
1
, A
2
aperti di S¦.
Pertanto se A `e aperto di S, risulta δ(A) = (AA) ∩∆ e quindi δ `e aperta.
Per provare che δ `e continua, basta provare che, se A
1
ed A
2
sono aperti
di S, allora: δ
−1
((A
1
A
2
) ∩ ∆)) = A
1
∩ A
2
. Proveremo tale eguaglianza
col metodo della doppia inclusione. Se y ∈ δ
−1
((A
1
A
2
) ∩ ∆)), allora
δ(y) = (y, y) ∈ (A
1
A
2
)∩∆ e quindi y ∈ A
1
∩A
2
. Viceversa, se y ∈ A
1
∩A
2
,
allora (y, y) ∈ (A
1
A
2
)∩∆ e quindi y = δ
−1
(y, y) ∈ δ
−1
((A
1
A
2
)∩∆)).
Universit`a di Torino
CAPITOLO 3
Particolari tipi di spazi topologici
In questo capitolo studieremo particolari tipi di spazi topologici: spazi
connessi, spazi che soddisfano ad assiomi di separazione e spazi compatti. Si
tratta degli spazi che pi` u spesso si incontrano nelle varie applicazioni della
topologia.
1. Spazi connessi
Definizione 3.1. Uno spazio topologico S si dice sconnesso se esisto-
no due aperti non vuoti che costituiscono una partizione di S, cio`e la loro
unione `e S e sono disgiunti.
Uno spazio topologico si dice connesso se non `e sconnesso.
Osservazione. Nella definizione di spazio sconnesso, si pu`o in modo
equivalente richiedere l’esistenza di due chiusi non vuoti che costituiscono
una partizione di S, oppure richiedere l’esistenza di un sottoinsieme proprio
e non vuoto di S che sia contemporaneamente aperto e chiuso. L’equivalenza
di queste varie definizioni `e ovvia.
Definizione 3.2. Un sottospazio di uno spazio S si dice connesso o
sconnesso se `e tale nella topologia indotta da S.
Propriet` a 3.1. In uno spazio S la chiusura di un sottospazio connesso
X `e connessa.
Dimostrazione. Se cl X fosse sconnesso, esisterebbero due chiusi, non
vuoti C e D di cl X tali che C∩D = ∅ e C∪D = cl X. Essendo cl X chiuso
in S, si ha che C e D sono chiusi in S, quindi C

= C ∩ X e D

= D ∩ X
sono chiusi di X. Inoltre:
C

∪ D

= (C ∩ X) ∪ (D ∩ X) = X ∩ (C ∪ D) = X ∩ cl X = X,
C

∩ D

= (C ∩ X) ∩ (D ∩ X) = X ∩ (C ∩ D) = X ∩ ∅ = ∅.
Essendo X connesso, occorre che uno fra C

e D

sia vuoto e l’altro coincida
con X. Supponiamo C

= ∅ e D

= X. Da D

= D ∩ X = X segue che
X ⊆ D e quindi cl X ⊆ cl D = D, essendo D chiuso in S. Ma allora sarebbe
cl X = D, ci`o che va contro le ipotesi fatte su C e D.
Esempio 3.1. Un qualsiasi spazio con almeno due punti, dotato della
topologia discreta, `e sconnesso, dato che ogni sottoinsieme `e contempora-
neamente aperto e chiuso.
Ogni spazio topologico con la topologia banale `e connesso. Analogo
risultato per la topologia quasi banale.
25
26 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Esempio 3.2. Uno spazio dotato della topologia di Fr`echet `e connesso
se e solo se contiene infiniti punti. In tal caso infatti, e solo in tal caso, non
vi sono aperti propri disgiunti.
Esempio 3.3. La retta reale con la topologia degli intervalli illimitati a
sinistra `e connessa dato che non esistono aperti propri disgiunti.
R con la topologia degli intervalli chiusi a sinistra `e sconnessa. Infatti
se a e b sono numeri reali tali che a < b, gli aperti [a, b) e (−∞, a) ∪ [b, ∞)
costituiscono una partizione di R.
Esempio 3.4. Consideriamo R con la topologia standard e proviamo che
ogni intervallo chiuso [a, b] `e connesso. Se fosse sconnesso, esisterebbe una
partizione di [a, b] in due chiusi C

e C

non vuoti. Supponiamo che a ∈ C

e poniamo z = inf C

.
Se `e a < z < b, considerato un qualsiasi disco aperto V (z, r), si ha che
esso ha intersezione non vuota con C

perch`e alla sinistra di z cadono in
V (z, r) soltanto punti di C

(in caso contrario sarebbe inf C

< z) ed ha
intersezione non vuota anche con C

dato che alla destra di z cadono in
V (z, r) punti di C

, per definizione di inf. Dato che ogni intorno di z ha
intersezione non vuota sia con C

che con C

, si ha che z `e punto di frontiera
sia per C

che per C

. Essendo C

e C

chiusi, si ha che z ∈ C

∩C

, assurdo.
Se invece `e z = a, si ha nuovamente che in ogni intorno di z cadono
punti di C

e quindi z = a ∈ C

, assurdo.
Se infine `e z = b, in ogni intorno di z cadono punti di C

. Pertanto
C

= [a, b] e quindi C

`e vuoto, assurdo.
Esempio 3.5. In R con la topologia standard il sottospazio Q dei numeri
razionali `e sconnesso. Infatti se r `e un numero irrazionale, (−∞, r) ∩ Q e
(r, ∞) ∩Q sono due aperti non vuoti di Q e ne costituiscono una partizione.
Propriet` a 3.2. Siano S uno spazio topologico e ¦S
i
¦
i∈I
una famiglia
di suoi sottospazi connessi tali che
¸
i∈I
S
i
= ∅. Allora
¸
i∈I
S
i
`e un sottospazio
connesso.
Dimostrazione. Detta S

tale unione, se per assurdo fosse sconnessa,
esisterebbero due aperti non vuoti A e B che ne costituirebbero una parti-
zione. Consideriamo ora un x ∈
¸
i∈I
S
i
. x appartiene ad ogni S
i
ed ad uno
fra A e B. Supponiamo x ∈ B. Dato che A = ∅, esiste un indice j tale che
A

= A∩S
j
= ∅. Per quanto prima osservato, anche B

= B ∩S
j
= ∅. Ma
A

e B

sono aperti di S
j
.
Proviamolo per A

. Essendo A aperto di S

, esiste un aperto A

di S
tale che A

∩ S

= A. Ora A

∩ S
j
`e un aperto di S
j
che coincide, come
subito si verifica, con A

.
Proviamo infine che A

e B

sono una partizione di S
j
, ci`o che `e assurdo.
Si ha: A

∩ B

= A ∩ B ∩ Sj = ∅, e A

∪ B

= (A ∩ S
j
) ∪ (B ∩ S
j
) =
S
j
∩ (A∪ B) = S
j
∩ S

= S
j
.
Esempio 3.6. Ricordiamo che un sottoinsieme X di R
n
si dice convesso
se, per ogni coppia a, b di suoi punti, il segmento [a, b] `e contenuto in X.
Se poniamo in R la topologia standard, abbiamo che ogni convesso X
di R `e connesso. Si fissi un punto a ∈ X. Risulta, essendo X convesso,
X =
¸
x∈X
[a, x]. Allora, per la Propriet`a 3.2 e per l’Esempio 3.4, X `e
Universit`a di Torino
Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 27
connesso in quanto unione dei connessi [a, x] (x ∈ X) la cui intersezione non
`e vuota.
Abbiamo quindi che ogni intervallo (chiuso, chiuso a sinistra o a destra,
aperto), ogni semiretta (con o senza origine) ed R stesso sono connessi.
Esempio 3.7. Consideriamo R
n
con la topologia metrica ed un suo inter-
vallo chiuso [a, b]. La topologia indotta su di esso coincide con la topologia
indotta dalla topologia standard di R su ogni intervallo chiuso di R. In-
tersecando infatti ogni sfera aperta di R
n
con [a, b], si ottengono proprio o
intervalli aperti di [a, b] o intervalli del tipo [a, y) o (y, b], con a < y < b.
Ogni intervallo chiuso di R
n
`e pertanto connesso.
`
E allora possibile concludere, come nell’esempio precedente, che ogni
convesso di R
n
`e connesso. Sono pertanto connessi, parallelogrammi (con
o senza contorno), triangoli, cerchi, ellissi, strisce, semipiani, sfere, politopi
regolari e cos`ı via.
Definizione 3.3. Una famiglia di sottoinsiemi ¦S
i
: i ∈ I¦ di uno
spazio S `e concatenata se, comunque scelti due suoi elementi S
h
ed S
k
,
esistono un numero finito di elementi della famiglia S
1
, S
2
, . . . , S
n
tali che
S
h
∩ S
1
= ∅, S
1
∩ S
2
= ∅, . . . , S
n
∩ S
k
= ∅.
Propriet` a 3.3. Sia S uno spazio topologico ed ¦S
i
¦
i∈I
una famiglia di
suoi sottospazi connessi e concatenati. Allora S

=
¸
i∈I
S
i
`e un sottospazio
connesso.
Dimostrazione. Supponiamo per assurdo S

sconnesso e pertanto che
vi siano due suoi aperti A e B non vuoti che ne costituiscono una partizione.
Scelto un qualunque sottospazio S
j
della famiglia, non pu`o essere S
j
∩A = ∅
e contemporaneamente S
j
∩ B = ∅, altrimenti S
j
sarebbe sconnesso. Ri-
sulta allora, ad esempio, S
j
⊆ A. Sia ora S
h
un altro qualsiasi sottospazio
della famiglia e S
1
, S
2
, . . . , S
n
i sottospazi che lo concatenano a S
j
. Per la
Propriet`a 3.2, S
j
∪S
1
`e connesso e quindi `e contenuto in A. Analogamente,
anche (S
j
∪ S
1
) ∪ S
2
`e connesso e quindi anche S
2
`e contenuto in A. Prose-
guendo si trova che anche S
h
⊆ A. Per l’arbitrariet`a di S
h
, si ha che S

⊆ A
e quindi B = ∅, assurdo.
Propriet` a 3.4. Sia f : S → S

una suriezione continua fra due spazi S
ed S

, con S connesso. Allora pure S

`e connesso.
Dimostrazione. Se per assurdo S

fosse sconnesso, esisterebbero due
aperti A

e B

non vuoti che costituirebbero una partizione di S

. Ma al-
lora f
−1
(A

) e f
−1
(B

) sarebbero due aperti di S non vuoti dato che f `e
suriettiva. Inoltre si avrebbe:
f
−1
(A

) ∪ f
−1
(B

) = f
−1
(A

∪ B

) = f
−1
(S

) = S,
f
−1
(A

) ∩ f
−1
(B

) = f
−1
(A

∩ B

) = f
−1
(∅) = ∅,
ci`o che `e assurdo.
Osservazione. Segue dalla propriet`a precedente che, se due spazi sono
omeomorfi ed uno dei due `e connesso, lo `e anche l’altro. La connessione `e
cio`e una propriet`a topologica.
Propriet` a 3.5. Lo spazio prodotto di due spazi connessi `e connesso.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
28 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Dimostrazione. Siano S
1
ed S
2
connessi. Si fissi un punto a ∈ S
1
.
Risulta ovviamente
S
1
S
2
=

¸
b∈S
2
(S
1
¦b¦

¦a¦ S
2

.
Ma gli spazi S
1
¦b¦, con b ∈ S
2
, ed ¦a¦ S
2
sono connessi in quanto
omeomorfi rispettivamente ad S
1
ed S
2
. Inoltre tale famiglia di spazi `e
concatenata dato che gli spazi S
1
¦b
1
¦ e S
1
¦b
2
¦, con b
1
, b
2
∈ S
2
, hanno
entrambi intersezione non vuota con ¦a¦ S
2
. Pertanto S
1
S
2
`e connesso
per la Propriet`a 3.3.
Esempio 3.8. Come conseguenza delle precedenti propriet`a si pu`o pro-
vare che in R con la topologia standard l’intervallo [a, b] e l’intervallo (a, b)
non sono omeomorfi.
Supponiamo per assurdo che f : [a, b] → (a, b) sia un omeomorfismo.
Allora f(a) = c, con a < c < b. Allora per la Propriet`a 2.13, (a, b] `e
omeomorfo ad (a, b) − ¦c¦. Ma di questi due spazi il primo `e connesso il
secondo no ((a, c) e (c, b) sono due suoi aperti non vuoti che ne costituiscono
una partizione). Ci`o `e assurdo.
In modo analogo si prova che [a, b) e (a, b) non sono omeomorfi.
Esempio 3.9. Provare che anche [a, b] e [a, b) non sono omeomorfi.
Per assurdo si supponga esista un omeomorfismo f : [a, b] → [a, b).
Vi sono due casi: f(a) = a, ed allora si procede come nel precedente
esempio, oppure f(a) = a. In questo secondo caso si ha che f(b) = c, con
a < c < b e quindi si avrebbe un omeomorfismo fra [a, b) ed [a, b) − ¦c¦,
assurdo
2. Componenti connesse
In uno spazio topologico introduciamo la seguente relazione: se x, y ∈ S,
allora xσ y se e solo se esiste un connesso di S contenente x ed y.
Propriet` a 3.6. La relazione σ prima introdotta `e di equivalenza.
Dimostrazione. xσ x dato che ¦x¦ `e connesso.
La definizione stessa di σ `e simmetrica.
Per x, y, z ∈ S, xσ y ed y σ z implica xσ z. Se C `e il connesso contenente
x ed y e D `e quello contenente y e z, allora C∪D `e connesso per la Propriet`a
3.2 e contiene x e z.
Definizione 3.4. Le classi di equivalenza determinate da σ sono dette
componenti connesse di S.
Propriet` a 3.7. Le componenti connesse sono connesse.
Dimostrazione. Sia C una componente connessa e c ∈ C. Per ogni
x ∈ C, esiste un connesso C
x
contenente c ed x. Ogni z ∈ C
x
`e ovviamente
equivalente a c e quindi z ∈ C, cio`e C
x
⊆ C. Allora C =
¸
x∈C
C
x
e C `e
connesso per la Propriet`a 3.2 dato che c appartiene ad ogni C
x
.
Propriet` a 3.8. Le componenti connesse sono massimali rispetto alla
connessione.
Universit`a di Torino
Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 29
Dimostrazione. Proveremo che, se C `e una componente connessa e C

`e un connesso tale che C ∩ C

= ∅, allora C

⊆ C.
Consideriamo un x ∈ C ∩ C

ed un qualsiasi y ∈ C

. Poich`e C

`e un
connesso contenente x ed y, si ha che y σ x e quindi y ∈ C.
Propriet` a 3.9. Le componenti connesse sono chiusi.
Dimostrazione. Segue dalle Propriet`a 3.1 e 3.8.
Esempio 3.10. Nel sottospazio (a, b) −¦c¦, ove a, b, c ∈ R, a < c < b e R
`e dotato della topologia standard, (a, c) e (c, b) sono le componenti connesse.
Consideriamo sempre in R con la topologia standard il sottospazio Q e
proviamo che le componenti connesse di Q si riducono ad un sol punto. Sia
x ∈ Q, C la sua componente connessa e proviamo che ogni altro y ∈ Q non
sta in C. Supposto x < y, esiste un numero irrazionale r tale che x < r < y.
Allora (−∞, r) ∩ Q e (r, ∞) ∩ Q sono una partizione aperta di Q. Se y
appartenesse a C, allora (−∞, r) ∩C e (r, ∞) ∩C sarebbero due aperti non
vuoti di C e ne costituirebbero una partizione, assurdo.
Gli spazi ove le componenti connesse si riducono ad un sol punto si
dicono totalmente sconnessi.
3. Assiomi di separazione
In questa sezione studieremo alcuni spazi che soddisfano a particolari
assiomi, detti di separazione.
Definizione 3.5. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
0
se,
per ogni coppia x, y di elementi distinti di S, esistono o un intorno di x al
quale y non appartiene o un intorno di y al quale x non appartiene
Definizione 3.6. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
1
se,
per ogni coppia x, y di elementi distinti di S, esistono un intorno di x al
quale y non appartiene e un intorno di y al quale x non appartiene.
Definizione 3.7. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
2
, se
per ogni coppia x, y di elementi distinti di S esistono un intorno di x e un
intorno di y disgiunti. Tali spazi sono anche detti di Hausdorff.
Definizione 3.8. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
3
se,
comunque scelti un punto x ed un chiuso non vuoto C di S tali che x / ∈ C,
esistono un intorno di x e un intorno di C disgiunti.
Definizione 3.9. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
4
se,
comunque scelti due suoi chiusi disgiunti non vuoti, esistono due loro intorni
disgiunti.
Vediamo ora alcune formulazioni equivalenti di tali assiomi.
Propriet` a 3.10. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
1
se e
solo se ogni suo punto `e un chiuso.
Dimostrazione. Supponiamo S soddisfi all’assioma T
1
. Allora, consi-
derato un x ∈ S, si ha che x ∈ cl ¦x¦, mentre se y = x `e un altro elemento
di S, poich`e per l’assioma T
1
c’`e un intorno di y che non contiene x, si ha
che y / ∈ cl ¦x¦. Allora cl ¦x¦ = ¦x¦ che pertanto `e un chiuso.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
30 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Supposto ora che ogni punto sia un chiuso, consideriamo due punti di-
stinti x ed y di S. Poich`e y / ∈ cl ¦x¦ = ¦x¦, esiste un intorno di y che non
contiene x. Scambiando i ruoli di x ed y si ha che S `e T
1
.
Propriet` a 3.11. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
2
se e
solo se ∆ = cl ∆, ove ∆ `e la diagonale dello spazio prodotto S S e la
chiusura `e fatta in tale spazio.
Dimostrazione. Supponiamo che S soddisfi a T
2
e consideriamo un
punto (x, y) di SS con x = y. Per ipotesi, esistono un aperto A
x
contenente
x ed un aperto A
y
contenente y disgiunti. Allora A
x
A
y
`e intorno di (x, y)
in S S tale che (A
x
A
y
) ∩ ∆ = ∅. Infatti se tale intersezione non
fosse vuota, un suo elemento sarebbe del tipo (t, t) e quindi A
x
ed A
y
non
sarebbero disgiunti. Segue che ∆ = cl ∆.
Supponiamo ora che ∆ = cl ∆ e consideriamo due punti distinti x ed y
di S. Dato che (x, y) / ∈ ∆ = cl ∆, esiste un suo intorno che `e disgiunto da ∆.
Tale intorno contiene un aperto della base della topologia prodotto, cio`e un
aperto del tipo A
x
A
y
, con A
x
ed A
y
aperti di S contenenti rispettivamente
x ed y. Poich`e (A
x
A
y
) ∩ ∆ = ∅, A
x
ed A
y
sono disgiunti.
Propriet` a 3.12. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T
3
se e
solo se, per ogni x ∈ S ed ogni intorno U
x
di x, esiste un intorno chiuso C
x
di x contenuto in U
x
.
Dimostrazione. Supposto che S soddisfi all’assioma T
3
, consideriamo
un suo punto x ed un suo intorno U
x
che non `e restrittivo supporre aperto.
Poich`e x ed S−U
x
sono un punto ed un chiuso con x / ∈ S−U
x
e lo spazio `e T
3
,
esistono due aperti A
1
ed A
2
tali che x ∈ A
1
, A
2
⊇ S −U
x
ed A
1
∩A
2
= ∅.
Allora S −A
2
`e un chiuso contenuto in U
x
e contenente A
1
. Esso `e pertanto
l’intorno chiuso di x cercato.
Per l’altra implicazione, si considerino un punto x ed un chiuso C tali
che x / ∈ C. Poich`e S −C `e intorno di x, esiste per ipotesi un intorno chiuso
D di x tale che D ⊆ S − C. Allora `e C ⊆ S − D e quindi D e S − D sono
due intorni disgiunti, rispettivamente di x e di C.
Osservazione. Analoga caratterizzazione vale per gli spazi T
4
, nel senso
che ogni intorno di ogni chiuso contiene un intorno chiuso pi` u piccolo.
Propriet` a 3.13. Fra gli assiomi di separazione vale la seguente catena
di implicazioni:
T
4
+T
1
⇒ T
3
+T
0
⇒ T
2
⇒ T
1
⇒ T
0
.
Ci`o significa che uno spazio che soddisfi agli assiomi T
4
e T
1
soddisfa anche
agli assiomi T
3
e T
0
e cos`ı via.
Dimostrazione. Per la prima implicazione basta osservare che in uno
spazio T
1
ogni punto `e un chiuso, quindi la coppia punto, chiuso pu`o anche
essere vista come coppia di chiusi alla quale applicare l’assioma T
4
.
Poich`e la terza e la quarta implicazione sono ovvie, dimostriamo che
T
3
+ T
0
⇒ T
2
. Consideriamo allora due punti distinti x ed y. Essendo lo
spazio T
0
, esiste, ad esempio, un intorno U
y
di y tale che x / ∈ U
y
. Allora
y / ∈ cl ¦x¦ ed alla coppia punto y e chiuso cl ¦x¦ possiamo applicare l’assioma
T
3
, determinando un intorno di y ed un intorno di cl ¦x¦ disgiunti. Per avere
Universit`a di Torino
Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 31
la tesi c’`e solo pi` u da osservare che un intorno di cl ¦x¦ `e anche intorno di
x.
Fra le numerose propriet`a degli spazi che soddisfano agli assiomi di se-
parazione, la cui trattazione esula dagli scopi di questo lavoro, ci limitiamo
alla seguente.
Propriet` a 3.14. In uno spazio di Hausdorff ogni successione conver-
gente converge ad un unico punto.
Dimostrazione. Se per assurdo tale successione convergesse a due pun-
ti distinti x ed y, potremmo trovare due loro intorni disgiunti. Ma da un
certo indice in poi tutti gli elementi della successione dovrebbero appartenere
ad entrambi tali intorni.
4. Esempi riguardanti gli assiomi di separazione
Esempio 3.11. Esempio di uno spazio che non soddisfa ad alcun assioma
di separazione.
Sia S = ¦x, y, z, t¦ con famiglia di aperti ¦∅, S, ¦x, y¦, ¦x, y, z¦, ¦x, y, t¦¦
e conseguente famiglia di chiusi ¦∅, S, ¦z, t¦, ¦z¦, ¦t¦¦. Si verifica facilmente
che la famiglia in esame costituisce una famiglia di aperti.
Poich`e ogni intorno di x contiene y e viceversa, tale spazio non `e T
0
e
quindi per la Propriet`a 3.13 neanche T
1
e T
2
. Inoltre ¦z¦ e ¦t¦ possono
essere visti sia come due chiusi disgiunti sia come un punto ed chiuso tali
che il punto non appartiene al chiuso. Poich`e essi non ammettono intorni
disgiunti, si ha che lo spazio non soddisfa neanche ai restanti due assiomi di
separazione.
Esempio 3.12. Esempio di uno spazio che soddisfa solo a T
0
.
Sia S = ¦x, y, z, t¦ con famiglia di aperti ¦∅, S, ¦x¦, ¦x, y¦, ¦x, y, z¦,
¦x, y, t¦¦ e conseguente famiglia di chiusi ¦∅, S, ¦y, z, t¦, ¦z, t¦, ¦z¦, ¦t¦¦. Si
verifica che la famiglia in esame costituisce una famiglia di aperti.
Lo spazio `e T
0
perch`e ¦x¦ `e intorno di x al quale non appartiene nessun
altro punto, ¦x, y¦ `e intorno di y al quale non appartengono n`e t n`e z, infine
¦x, y, z¦ `e intorno di z che non contiene t.
S non `e T
1
perch`e i punti x ed y non sono chiusi (Propriet`a 3.10). Per la
Propriet`a 3.13, non `e allora neanche T
2
. Non pu`o essere T
3
altrimenti, per
la stessa propriet`a, essendo T
0
, sarebbe anche T
2
. Infine non `e T
4
perch`e i
chiusi disgiunti ¦z¦ e ¦t¦ non ammettono intorni disgiunti.
Esempio 3.13. Esempio di uno spazio che soddisfa solo a T
0
e T
1
.
Si consideri la retta reale con la topologia di Fr`echet. Tale spazio soddisfa
a T
1
(e quindi a T
0
) perch`e ogni punto `e un chiuso, mentre non soddisfa agli
altri tre assiomi perch`e non esistono in tale spazio aperti disgiunti.
Esempio 3.14. Esempio di uno spazio che soddisfa a T
0
, T
1
, T
2
ma non
a T
3
e T
4
.
Occorre introdurre una nuova topologia su R. Una base degli aperti `e
data dagli aperti della topologia standard e dalle intersezioni di R −Q con
ogni intervallo aperto di R. Sono cio`e aperti anche gli insiemi composti da
tutti i numeri irrazionali contenuti in un intervallo aperto.
`
E facile verificare
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
32 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
che si `e effettivamente assegnata una base di topologia aperta. Tale topologia
`e ovviamente di Hausdorff perch`e scelti due punti x, y con x < y, basta
considerare due intervalli aperti disgiunti contenenti uno x e l’altro y per
avere due intorni disgiunti di x ed y. Tale topologia non `e invece n`e T
3
n`e T
4
.
Si osservi che Q `e un chiuso e si consideri un punto irrazionale che `e anche
un chiuso. Siamo cos`ı in presenza di un punto e un chiuso, con il punto
che non sta nel chiuso, oppure di due chiusi disgiunti. Essi non ammettono
intorni disgiunti dato che l’unico intorno di Q `e R.
Esempio 3.15. Esempio di uno spazio che soddisfa solo a T
3
e T
4
.
Sia S = ¦x, y, z¦ con famiglia di aperti ¦∅, S, ¦x, y¦, ¦z¦¦. Si verifica
facilmente che la famiglia in esame costituisce una famiglia di aperti e che
la famiglia dei chiusi coincide con quella degli aperti.
S non soddisfa a T
0
(e quindi a T
1
e T
2
), perch`e ogni intorno di x con-
tiene y e viceversa. L’unica coppia di chiusi non vuoti disgiunti `e costituita
da ¦x, y¦ e ¦z¦ che in quanto aperti sono intorni di se stessi. Le coppie co-
stituite da un punto e da un chiuso non vuoto non contenente il punto sono
(z, ¦x, y¦), (x, ¦z¦), (y, ¦z¦). Poich`e per ognuna di esse `e possibile trovare
intorni disgiunti si ha che S `e T
3
.
Esempio 3.16. Esempi di spazi che soddisfano a tutti gli assiomi di
separazione.
Proveremo che ogni spazio metrico S soddisfa a tutti tali assiomi. In
particolare allora anche R con la topologia standard soddisfer`a a tutti gli
assiomi di separazione.
Basta ovviamente provare che ogni spazio metrico soddisfa a T
1
e T
4
.
Iniziamo con T
1
. Proviamo che ogni punto x di S `e chiuso. Dalla Propriet`a
1.16 segue che y ∈ cl ¦x¦ se e solo se d(y, ¦x¦) = d(y, x) = 0. Essendo lo
spazio metrico, questo implica x = y e quindi cl ¦x¦ = ¦x¦.
Proviamo che S `e T
4
. Siano allora X ed Y due chiusi di S tali che
X ∩Y = ∅. Se x ∈ X, x non appartiene al chiuso Y e quindi sempre per la
Propriet`a 1.16, d(x, Y ) = r
x
> 0. Analogamente ogni y ∈ Y non appartiene
al chiuso X e quindi d(y, X) = r
y
> 0. Poniamo A =
¸
x∈X
(V (x,
1
2
r
x
))
e B =
¸
y∈Y
(V (y,
1
2
r
y
)). A e B sono ovviamente due aperti contenenti
rispettivamente X ed Y . Proviamo che sono disgiunti. Se esistesse z ∈ A∩B,
esisterebbero x ∈ X ed y ∈ Y tali che z ∈ V (x,
1
2
r
x
) ∩ V (y,
1
2
r
y
). Allora
supposto r
y
≤ r
x
, si avrebbe: d(x, y) ≤ d(x, z) +d(z, y) < r
x
. Ci`o `e assurdo
perch`e d(x, y) ≥ r
x
dato che y ∈ Y e d(x, Y ) = inf¦d(x, y) : y ∈ Y ¦ = r
x
.
Esempio 3.17. Sia S = ¦x, y, z¦ con aperti ¦∅, S, ¦x¦, ¦z¦, ¦x, y¦, ¦x, z¦¦
e quindi con chiusi ¦∅, S, ¦y¦, ¦z¦, ¦y, z¦, ¦x, y¦¦.
`
E un esempio di uno
spazio che `e T
0
e T
4
, ma non soddisfa a nessuno dei restanti assiomi di
separazione.
Per provare la prima affermazione basta applicare le definizioni di spazio
T
0
e T
4
. S poi non `e T
1
perch`e il punto x non `e un chiuso e non `e T
3
perch`e
il punto x ed il chiuso ¦y¦ non ammettono intorni disgiunti.
Esempio 3.18. La retta reale R con la topologia degli intervalli chiusi a
sinistra soddisfa a tutti gli assiomi di separazione.
Se x, y ∈ R, supposto x < y, gli aperti [x, y) e [y, ∞) sono intorni
disgiunti rispettivamente di x ed y e quindi lo spazio `e T
2
.
Universit`a di Torino
Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 33
Proviamo ora che `e T
4
. Siano X ed Y due chiusi di R tali che X∩Y = ∅.
Se x ∈ X, allora x / ∈ Y . Essendo Y chiuso esiste un intorno aperto di x
disgiunto da Y . Tale aperto `e unione di aperti della base, pertanto contiene
un intervallo del tipo [x, x

) disgiunto da Y . Analogamente per ogni y ∈ Y
esiste un intervallo [y, y

) disgiunto da X. Proviamo ora che ogni intervallo
del tipo [x, x

) `e disgiunto da tutti gli intervalli [y, y

) appena trovati. Se
esistesse un elemento z ∈ [x, x

) ∩ [y, y

), supposto per esempio x < y,
dovrebbe essere x < y ≤ z < x

e quindi il punto y ∈ Y apparterrebbe a
[x, x

), ci`o che `e assurdo. Poniamo ora U =
¸
x∈X
[x, x

) e V =
¸
y∈Y
[y, y

).
Essi sono aperti disgiunti intorni rispettivamente di X ed Y .
Esercizio 3.19. Provare che R con la topologia degli intervalli illimitati
a sinistra soddisfa all’assioma T
0
, ma non all’assioma T
1
.
Esercizio 3.20. Provare che il soddisfare ad un assioma di separazione
`e una propriet`a topologica.
5. Spazi compatti
Vi sono numerose definizioni equivalenti di spazio compatto. Noi pre-
sentiamo solo quelle dove intervengono le nozioni di aperto e di chiuso.
Definizione 3.10. Diciamo che una famiglia di sottoinsiemi di un in-
sieme X `e un ricoprimento di X se l’unione degli elementi della famiglia
`e X. Diciamo che una famiglia di sottoinsiemi di X gode della propriet`a
dell’intersezione finita (brevemente detta PIF) se, comunque scelti un
numero finito di elementi della famiglia, la loro intersezione non `e vuota.
Definizione 3.11. Uno spazio topologico S si dice compatto se da ogni
suo ricoprimento aperto (cio`e i cui elementi sono aperti di S) si pu`o estrarre
un sottoricoprimento finito.
Propriet` a 3.15. Uno spazio topologico S `e compatto se e solo se ogni
famiglia di chiusi di S che gode della PIF ha intersezione non vuota.
Dimostrazione. Supponiamo S compatto e che vi sia una famiglia
T = ¦C
i
: i ∈ I¦ di chiusi di S che gode della PIF e tale che
¸
i∈I
C
i
= ∅.
Da questo segue che
S = S −
¸
i∈I
C
i
=
¸
i∈I
(S −C
i
).
Gli aperti ¦S − C
i
: i ∈ I¦ costituiscono un ricoprimento di S dal quale `e
possibile estrarre un sottoricoprimento finito, cio`e esistono C
1
, C
2
, . . . , C
n
elementi di T tali che:
S = (S −C
1
) ∪ . . . ∪ (S −C
n
) = S −(C
1
∩ . . . ∩ C
n
).
Segue che C
1
∩ . . . ∩ C
n
= ∅. Assurdo.
Supposto ora che ogni famiglia di chiusi che goda della PIF abbia inter-
sezione non vuota, proviamo che S `e compatto. Se, per assurdo, non fosse
compatto esisterebbe un ricoprimento aperto { = ¦A
i
: i ∈ I¦ privo di sot-
toricoprimenti finiti. Consideriamo la famiglia di chiusi ( = ¦S−A
i
: i ∈ I¦.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
34 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Essa gode della PIF. Se risultasse, per una opportuna scelta di elementi di
(, (S −A
1
) ∩ . . . ∩ (S −A
n
) = ∅, passando ai complementari si avrebbe:
S = S −(S −A
1
) ∩ . . . ∩ (S −A
n
) = A
1
∪ . . . ∪ A
n
contro l’ipotesi fatta su {. Pertanto
∅ =
¸
i∈I
(S −A
i
) = S −
¸
i∈I
A
i
e quindi { non sarebbe pi` u un ricoprimento di S.
Esempio 3.21. Ogni spazio con un numero finito di aperti `e ovviamente
uno spazio compatto. In particolare la topologia banale e la topologia quasi
banale sono compatte.
Esempio 3.22. La retta reale con la topologia di Fr`echet `e compatta.
Considerato un suo qualsiasi ricoprimento aperto {, si scelga un elemento
qualsiasi A di {. Poich`e A copre tutto { tranne un numero finito di punti,
con un numero finito di altri elementi di {`e possibile ricoprire tutta la retta.
Esempio 3.23. R con la topologia standard non `e compatto. Dal ri-
coprimento, ovviamente infinito, formato dagli intervalli (n − 1, n + 1), al
variare di n nell’insieme Z degli interi relativi, non `e possibile estrarre alcun
sottoricoprimento.
Esempio 3.24. R non `e compatto anche con la topologia degli intervalli
chiusi a sinistra. Dal ricoprimento aperto il cui generico elemento `e [n, n+1),
ove n varia in Z, non si pu`o estrarre alcun sottoricoprimento.
Esempio 3.25. R non `e compatto neppure con la topologia degli inter-
valli illimitati a sinistra. Consideriamo il ricoprimento formato da tutti gli
aperti del tipo (−∞, a), al variare di a in R. Ogni sua sottofamiglia finita
non pu`o ovviamente ricoprire R.
Studiamo ora il comportamento della compattezza nel passaggio ai sot-
tospazi. Diciamo ovviamente che un sottospazio X di uno spazio topologico
S `e compatto se `e compatto nella topologia indotta. Seguendo questa defi-
nizione, per provare che X `e compatto occorre considerare ricoprimenti di
X con aperti della topologia indotta. La propriet`a successiva prova che ci si
pu`o limitare a considerare ricoprimenti di X con aperti di S, cosa che spesso
semplifica le applicazioni.
Propriet` a 3.16. Un sottospazio X di uno spazio topologico S `e com-
patto se e solo se, da ogni ricoprimento di X fatto con aperti di S, `e possibile
estrarre un sottoricoprimento finito.
Dimostrazione. Supposto X compatto nella topologia indotta, si con-
sideri un ricoprimento { = ¦A
i
: i ∈ I¦ di X con aperti di S. Allora
¦A
i
∩ X : i ∈ I¦ `e un ricoprimento di X con aperti della topologia indotta,
dal quale `e possibile estrarre un sottoricoprimento finito. I corrispondenti
elementi di { costituiscono un ricoprimento di X estratto da {.
Passando all’altra implicazione, si consideri un ricoprimento { di X del
tipo ¦A
i
∩X : i ∈ I¦, ove gli A
i
sono aperti di S. Ovviamente essi ricoprono
X e quindi, per l’ipotesi, `e possibile trovarne un numero finito A
1
, . . . , A
n
tali che A
1
∪ . . . ∪ A
n
⊇ X. Ma allora (A
1
∩ X) ∪ . . . ∪ (A
n
∩ X) = X.
Universit`a di Torino
Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 35
Propriet` a 3.17. Un sottospazio chiuso C di uno spazio compatto S `e
compatto.
Dimostrazione. Si consideri un ricoprimento { = ¦A
i
: i ∈ I¦ di C
con aperti di S. Aggiungendo a tale ricoprimento l’aperto S −C si trova un
ricoprimento di S dal quale `e possibile estrarre un sottoricoprimento finito.
Poich`e (S −C) ∩C = ∅, gli altri aperti di tale sottoricoprimento finito sono
elementi di { che ricoprono C.
Propriet` a 3.18. Se S `e uno spazio topologico T
2
, ogni suo sottospazio
compatto C `e chiuso.
Dimostrazione. Proviamo che S −C `e aperto, cio`e che preso un qual-
siasi y ∈ S −C, esiste un intorno di y contenuto in S −C. Per ogni x ∈ C,
essendo S uno spazio T
2
, esistono due aperti A
x
e A
y
x
disgiunti tali che
x ∈ A
x
e y ∈ A
y
x
. Allora ¦A
x
: x ∈ C¦ `e un ricoprimento aperto di C
dal quale `e possibile estrarre un sottoricoprimento finito A
x
1
, . . . , A
x
n
. Per
i = 1, . . . , n si ha: A
x
i
∩ A
y
x
i
= ∅. Pertanto A =
¸
n
i=1
(A
y
x
i
) `e intorno di y,
ovviamente disgiunto da C.
Propriet` a 3.19. Sia f : S → S

una suriezione continua fra uno spazio
compatto S ed uno spazio topologico S

. Allora anche S

`e compatto.
Dimostrazione. Se { = ¦A
i
: i ∈ I¦ `e un ricoprimento aperto di S

,
risulta:
S = f
−1
(S

) = f
−1

¸
i∈I
A
i

=
¸
i∈I

f
−1
(A
i
)

.
Abbiamo cos`ı costruito, per la continuit`a di f, un ricoprimento aperto di S,
dal quale per la compattezza di S `e possibile estrarre un sottoricoprimento
finito f
−1
(A
1
), . . . , f
−1
(A
n
), cio`e
S = f
−1
(A
1
) ∪ . . . ∪ f
−1
(A
n
) = f
−1

n
¸
i∈1
A
n

.
Allora, essendo f suriettiva,
S

= f(S) = f

f
−1
(
n
¸
i=1
A
i
)

=
n
¸
i=1
A
i
,
ci`o che prova la tesi.
Osservazione. Dalla precedente propriet`a segue che la compattezza `e
una propriet`a topologica.
Propriet` a 3.20. Se S `e compatto e f : S → S

`e continua, allora f(S)
`e compatto.
Dimostrazione. Ovvia conseguenza della propriet`a precedente.
Propriet` a 3.21. Se f : S → S

`e funzione continua e T `e sottospazio
compatto di S, f(T) `e sottospazio compatto di S

.
Dimostrazione. Segue dalla propriet`a precedente e dal fatto che la
restrizione di una funzione continua `e continua (Propriet`a 2.7).
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
36 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Propriet` a 3.22. Una biiezione continua fra uno spazio compatto ed
uno spazio di Hausdorff `e un omeomorfismo.
Dimostrazione. Un chiuso C di S per la Propriet`a 3.17 `e compatto.
Allora per la propriet`a precedente, f(C) `e compatto e quindi per la Propriet`a
3.18 `e anche chiuso.
Esempio 3.26. Ogni intervallo aperto di R con la topologia standard non
`e compatto. Dall’Esempio 2.22 sappiamo che tale intervallo `e omeomorfo ad
R. Poich`e R non `e compatto (Esempio 3.23), anche tale intervallo non lo `e.
Esempio 3.27. Se in R poniamo la topologia standard, abbiamo che ogni
sottoinsieme illimitato non `e compatto. Si consideri lo stesso ricoprimento
dell’Esempio 3.23. Un suo qualsiasi sottoricoprimento finito non pu`o rico-
prire il sottoinsieme in esame, dato che si tratta di un insieme illimitato. In
particolare le semirette (con o senza la propria origine) non sono compatte.
Allora anche ogni intervallo del tipo [a, b) non `e compatto perch`e omeomorfo
ad una semiretta chiusa.
Esempio 3.28. Proviamo che ogni intervallo chiuso [a, b] con la topologia
standard `e compatto. Sia { = ¦A
i
: i ∈ I¦ un ricoprimento aperto di [a, b].
Definiamo l’insieme X = ¦x ∈ [a, b] : [a, x] pu`o essere ricoperto da un
numero finito di elementi di {¦. Risulta X = ∅, dato che a ∈ X poich`e vi
`e un elemento di { che copre a.
Poniamo z = sup X e proviamo che z = b. Ovviamente risulta a < z.
Supposto poi a < z < b, si consideri un aperto A del ricoprimento che
copre z. Tale aperto contiene un intorno rotondo di centro z. Detto r il suo
raggio, abbiamo che esiste almeno un punto y appartenente a (z −r, z] ∩X.
Se infatti cos`ı non fosse sup X sarebbe minore di z. Abbiamo allora che [a, y]
`e ricoperto da un numero finito di elementi del ricoprimento. Aggiungendo
A a tali aperti avremmo sup X ≥ z +r, assurdo. Pertanto sup X = b.
Si consideri ora un aperto B del ricoprimento che copre b. Esso contiene
un aperto del tipo (b−s, b], con s opportuno. Come prima si prova che esiste
un y appartenente a (b − s, b] ∩ X. Poich`e [a, y] `e ricoperto da un numero
finito di elementi di {, aggiungendo ad essi B si ha un ricoprimento finito
estratto da {.
Propriet` a 3.23. Il prodotto di un numero finito di spazi topologici `e
compatto se e solo se ogni spazio fattore `e compatto.
Dimostrazione. Detto S = S
1
. . . S
n
il prodotto di tali spazi,
abbiamo che, se S `e compatto, ogni spazio S
i
`e compatto perch`e immagine
di S mediante la i−esima proiezione, che `e una funzione continua.
Per l’implicazione inversa, ci limitiamo ad un cenno di dimostrazione
nel caso del prodotto di due spazi compatti S
1
ed S
2
. Dato che ogni aperto
dello spazio prodotto `e unione di aperti elementari, ci possiamo limitare al
caso di un ricoprimento { i cui aperti sono del tipo A B, con A aperto
di S
1
e B aperto di S
2
. Per ogni x
1
∈ S
1
, { costituisce un ricoprimento
di ¦x
1
¦ S
2
che, in quanto omeomorfo ad S
2
(Propriet`a 2.17), `e compatto.
Esisteranno quindi un numero finito di elementi di {, A
1
B
1
, . . . , A
n
B
n
che lo ricoprono. Ci`o significa che per ogni i = 1, . . . , n, x
1
∈ A
i
, mentre
¸
n
i=1
B
i
= S
2
. Segue che
¸
n
i=1
A
i
= U `e aperto di S
1
contenente x
1
. Al
Universit`a di Torino
Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 37
variare di x
1
in S
1
, si costruisce cos`ı un ricoprimento di S
1
dal quale, essendo
S
1
compatto, `e possibile estrarre un sottoricoprimento finito U
1
, . . . ,U
h
. Si
considerino ora gli aperti di { che determinano U
1
, . . . ,U
h
. Si trovano cos`ı
un numero finito di elementi di { che coprono S
1
S
2
. Considerato infatti
un suo elemento (u, v), si ha che esiste un U
k
tale che u ∈ U
k
, quindi u
appartiene a tutti gli A
i
che determinano U
k
, mentre per quanto prima
osservato esiste un B
i
, fra quelli che determinano U
k
, che contiene v.
Osservazione. Dalla propriet`a precedente e dall’Esempio 3.28 si ha che
il prodotto di un numero finito di intervalli chiusi `e compatto.
Propriet` a 3.24. Un sottoinsieme di R
n
, dotato della topologia stan-
dard, `e compatto se e solo se `e chiuso e limitato.
Dimostrazione. Sia C un chiuso limitato di R
n
. Essendo limitato, C `e
contenuto in un n−cubo che, per l’osservazione precedente, `e un compatto.
Allora C come chiuso di un compatto `e compatto per la Propriet`a 3.17.
Consideriamo ora un compatto C di R
n
, che come spazio metrico `e di
Hausdorff. Per la Propriet`a 3.18, C `e chiuso. Occorre provare che `e limitato.
Nel caso n = 1, ci`o segue dall’Esempio 3.27. Nel caso generale, detta π
i
la
i−esima proiezione, si ha, per la Propriet`a 3.21, che π
i
(C) `e compatto di
R e quindi `e contenuto in un intervallo chiuso [a
i
, b
i
]. Ma allora risulta
C ⊆
¸
n
i=1
[a
i
, b
i
] e quindi C `e limitato.
Propriet` a 3.25. Se f `e una funzione continua fra uno spazio compatto
S e lo spazio R (con la topologia standard) allora f(S) `e limitato ed esistono
due punti x
1
e x
2
di S tali che, per ogni x ∈ S, risulta f(x
1
) ≤ f(x) ≤ f(x
2
).
Se poi si suppone che S sia anche connesso, abbiamo che per ogni y tale
che f(x
1
) ≤ y ≤ f(x
2
) esiste un x in S per cui f(x) = y.
Dimostrazione. Per la Propriet`a 3.19, f(S) `e compatto quindi per la
Propriet`a 3.24 `e chiuso e limitato. Poniamo a = inf f(S) e b = sup f(S).
Per definizione di inf e di sup in ogni intorno di a ed in ogni intorno di b
cadono punti di f(S). Pertanto a e b appartengono alla chiusura di f(S),
che coincide con f(S) essendo f(S) chiuso.
Per provare il secondo risultato osserviamo che se y non appartenesse a
f(S), le controimmagini degli aperti (−∞, y) e (y, ∞) mediante f sarebbero
due aperti non vuoti disgiunti la cui unione darebbe S. Allora S sarebbe
sconnesso.
Esempio 3.29. Sia I = [0, 1] dotato della topologia indotta dalla to-
pologia standard della retta reale. Per la propriet`a precedente, essendo I
compatto, ogni funzione continua f : I → R ammette massimo (e minimo).
Indicato con C(I) l’insieme di tali funzioni continue, vogliamo introdurre in
esso una metrica.
Per f, g ∈ C(I) poniamo: d(f, g) = sup¦|f(x) −g(x)| : x ∈ I¦.
Tutte le verifiche della definizione di metrica sono immediate, tranne la
(4) che proviamo esplicitamente. Considerato un terzo elemento h ∈ C(I),
occorre provare che:
sup¦|f(x) −h(x)| : x ∈ I¦
≤ sup¦|f(x) −g(x)| : x ∈ I¦ + sup¦|g(x) −h(x)| : x ∈ I¦.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
38 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Risulta per ogni x ∈ I,
sup¦|f(x) −g(x)| : x ∈ I¦ + sup¦|g(x) −h(x)| : x ∈ I¦
≥ |f(x) −g(x)| +|g(x) −h(x)| ≥ |f(x) −h(x)|.
Poich`e la relazione
sup¦|f(x) −h(x)| : x ∈ I¦ + sup¦|g(x) −h(x)| : x ∈ I¦ ≥ |f(x) −h(x)|
vale per ogni x, si ha la tesi.
La topologia indotta ammette come base gli intorni del tipo
V (f, r) = ¦g ∈ C(I) : |g(x) −f(x)| < r¦,
ove f ∈ C(I) ed r `e un numero reale positivo.
Esercizio 3.30. Provare che `e possibile introdurre una metrica in C(I)
anche considerando la funzione
d(f, g) =

1
0
|f(x) −g(x)| dx,
per f, g ∈ C(I).
Universit`a di Torino
Parte 2
Geometria differenziale delle curve
e superfici
CAPITOLO 4
Geometria differenziale delle curve
In questo capitolo verranno date le definizioni e le propriet`a fondamen-
tali riguardanti la geometria differenziale delle curve. La maggior parte
dell’esposizione avr`a per oggetto curve nello spazio. La sezione finale sar`a
dedicata alle curve piane.
1. Richiami sulle strutture di R
3
Consideriamo l’insieme dei punti dello spazio ordinario e fissiamo un ri-
ferimento cartesiano. Ogni punto P dello spazio `e univocamente individuato
dalle sue coordinate cartesiane (x, y, z) e, pertanto, lo spazio stesso si pu`o
identificare con R
3
, insieme delle terne ordinate di numeri reali. Ricordiamo
le pi` u importanti strutture algebriche e geometriche di R
3
.
• R
3
`e uno spazio vettoriale. In tal caso, i suoi elementi si dicono vettori e
sono definite le operazioni di somma di vettori e di prodotto di un numero
reale (detto scalare) per un vettore:
u +v = (a
1
+b
1
, a
2
+b
2
, a
3
+b
3
), cu = (ca
1
, ca
2
, ca
3
),
u = (a
1
, a
2
, a
3
) ∈ R
3
, v = (b
1
, b
2
, b
3
) ∈ R
3
, c ∈ R.
La base standard di R
3
`e costituita dai vettori:
i = (1, 0, 0), j = (0, 1, 0), k = (0, 0, 1).
Ogni vettore u = (a
1
, a
2
, a
3
) si pu`o esprimere come combinazione lineare
dei vettori della base standard: u = a
1
i + a
2
j + a
3
k. Gli scalari a
1
, a
2
,
a
3
sono le componenti del vettore u rispetto alla base i, j, k.
• R
3
`e uno spazio affine. In questo contesto, i suoi elementi si dicono
punti. Una coppia di punti P
1
= (x
1
, y
1
, z
1
) e P
2
= (x
2
, y
2
, z
2
) individua
un vettore, che indicheremo con
−−−→
P
1
P
2
, oppure con P
2
−P
1
, di componenti
(x
2
− x
1
, y
2
− y
1
, z
2
− z
1
). In particolare, dato il punto P = (x, y, z), il
vettore posizione di P `e
−−→
OP = xi + y j + z k, dove O indica l’origine
del riferimento cartesiano.
• R
3
`e uno spazio vettoriale euclideo con il prodotto scalare dato da:
u v = a
1
b
1
+a
2
b
2
+a
3
b
3
,
u = (a
1
, a
2
, a
3
) ∈ R
3
, v = (b
1
, b
2
, b
3
) ∈ R
3
.
41
42 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
La norma (o modulo) del vettore u e l’angolo fra i vettori u e v sono
definiti, rispettivamente, da:
|u| =

u u =

a
2
1
+a
2
2
+a
2
3
,
cos( ´ uv) =
u v
|u| |v|
=
a
1
b
1
+a
2
b
2
+a
3
b
3

a
2
1
+a
2
2
+a
2
3

b
2
1
+b
2
2
+b
2
3
.
• R
3
`e uno spazio metrico (vedi la Definizione 1.7) in cui la distanza
euclidea tra i punti P
1
= (x
1
, y
1
, z
1
) e P
2
= (x
2
, y
2
, z
2
) `e:
d(P
1
, P
2
) = |
−−−→
P
1
P
2
| =

(x
2
−x
1
)
2
+ (y
2
−y
1
)
2
+ (z
2
−z
1
)
2
.
La distanza euclidea induce la topologia standard su R
3
(vedi l’Esempio
1.18). Nel seguito, supporremo sempre che R
3
sia dotato di tale topologia.
2. Curve parametrizzate in R
3
In prima approssimazione, possiamo pensare ad una curva come alla
traiettoria descritta da un punto materiale che si muove nello spazio. Le
definizioni seguenti hanno lo scopo di rendere precisa tale idea intuitiva.
Definizione 4.1. Sia I un intervallo aperto di R
3
. Una curva para-
metrizzata in R
3
, definita sull’intervallo I, `e una funzione
α: I ⊆ R −→R
3
, t ∈ I −→ α(t) = (x(t), y(t), z(t)) ∈ R
3
,
dove t `e il parametro della curva e x(t), y(t), z(t) sono tre funzioni reali
di variabile reale definite sull’intervallo I.
Osservazione. Una curva pu`o anche essere individuata mediante le sue
equazioni parametriche

x = x(t)
y = y(t), t ∈ I,
z = z(t)
che danno le coordinate del generico punto P(t) che percorre la curva al
variare del “tempo” t.
Esempio 4.1.
`
E importante osservare che una curva non `e semplicemente
un sottoinsieme di punti di R
3
(cio`e la traiettoria descritta dal punto P(t))
ma `e una funzione di I ⊆ R in R
3
. Due equazioni parametriche diverse, per
esempio

x = t
y = t
2
, t ∈ (0, ∞),
z = ln t

x = e
t

y = e
2t

, t

∈ R,
z = t

individuano due curve parametrizzate distinte, pur descrivendo la stessa
traiettoria (come si vede facilmente sostituendo t con e
t

). Intuitivamente,
possiamo pensare alla stessa curva percorsa in tempi diversi.
Definizione 4.2. Una curva parametrizzata α: I ⊆ R → R
3
si dice
differenziabile di classe C
k
(k = 1, 2, . . .) se le funzioni x(t), y(t), z(t)
hanno derivate continue (rispetto a t) fino all’ordine k.
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 43
La curva α si dice differenziabile se `e di classe C

, ossia x(t), y(t),
z(t) hanno derivate di ordine qualsiasi.
α `e di classe C
0
se le funzioni x(t), y(t), z(t) sono continue.
Esempio 4.2. La curva α(t) = (t, t
2
,
3

t ), t ∈ R, `e di classe C
0
ma non
di classe C
1
(perch`e?). Di che classe `e la curva α se t ∈ (0, ∞)?
Invece la curva β(t) = (t, t
2
, t
3

t ), t ∈ R, `e di classe C
1
ma non di classe
C
2
(perch`e?). Ovviamente, la curva γ(t) = (t, t
2
, t
3
), t ∈ R, `e differenziabile.
Nel seguito, salvo avviso contrario, tutte le curve parametrizzate saranno
differenziabili.
Definizione 4.3. Un campo vettoriale X lungo una curva parame-
trizzata α: I ⊆ R → R
3
`e una funzione che assegna ad ogni punto α(t)
della curva un vettore X(t), avente estremo iniziale in α(t). Dare un campo
vettoriale lungo α equivale a dare tre funzioni a
1
(t), a
2
(t) e a
3
(t) tali che:
X(t) = a
1
(t) i +a
2
(t) j +a
3
(t) k, t ∈ I.
Il campo vettoriale X si dice differenziabile se le funzioni a
1
(t), a
2
(t),
a
3
(t) sono di classe C

.
Il campo vettoriale X si dice parallelo (o, anche, costante) se le
funzioni a
1
(t), a
2
(t), a
3
(t) sono costanti.
Definizione 4.4. Sia α(t) = (x(t), y(t), z(t)), t ∈ I, una curva diffe-
renziabile. Il campo tangente alla curva α `e il campo vettoriale:
α

(t) =

dx
dt
,
dy
dt
,
dz
dt

= x

(t) i +y

(t) j +z

(t) k, t ∈ I,
che ha come componenti le derivate prime delle funzioni che individuano la
curva.
α(t) si dice punto regolare se α

(t) = 0. La curva `e regolare se ogni
suo punto `e regolare.
Un punto α(t
0
) in cui α

(t
0
) = 0 `e un punto singolare della curva.
Esempio 4.3. Fissiamo un punto P
0
= (x
0
, y
0
, z
0
) ed un vettore non
nullo a = li +mj +nk. La curva
α(t) = P
0
+t a = (x
0
+l t, y
0
+mt, z
0
+nt), t ∈ R,
descrive la retta passante per P
0
e parallela al vettore a. La retta `e una
curva regolare poich`e α

(t) = a = 0, per ogni t ∈ R.
Esempio 4.4. Fissiamo due numeri reali a > 0 e b = 0. Le curve
α(t) = (a cos t, a sen t, b t), t ∈ R,
si dicono eliche circolari. Dato che α

(t) = (−a sen t, a cos t, b) = 0, le
eliche sono curve regolari.
Notare che α

(t) k = b, per ogni t ∈ R; ci`o significa che il campo
tangente forma un angolo costante con l’asse z. Inoltre, se P = (x, y, z) `e
il generico punto dell’elica, si ha che x
2
+ y
2
= a
2
, vale a dire che l’elica
`e contenuta sulla superficie di un cilindro di raggio a. La costante 2π[b[ si
dice passo dell’elica: `e la distanza tra due punti successivi che stanno sulla
stessa generatrice del cilindro.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
44 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Definizione 4.5. Siano α una curva differenziabile e P
0
= α(t
0
) un
punto regolare. La retta tangente alla curva α nel punto P
0
`e la retta
passante per P
0
, parallela al vettore α

(t
0
).
Esempio 4.5. Date le curve:
α(t) = (t, t
2
, t
3
), t ∈ R; β(t) = (t
2
, t
3
, t
4
), t ∈ R,
si ha: α

(t) = (1, 2t, 3t
2
) e β

(t) = (2t, 3t
2
, 4t
3
). Di conseguenza, α `e una
curva regolare in ogni punto, mentre β `e regolare tranne che nell’origine.
Fissato il punto P
0
= α(1) = (1, 1, 1), la retta tangente alla curva α in
P
0
`e: γ(t) = (1 +t, 1 + 2t, 1 + 3t). La retta tangente alla curva β nel punto
P
1
= β(−1) `e δ(t) = (1 −2t, −1 + 3t, 1 −4t).
3. Cambiamenti di parametro e ascissa curvilinea
Si `e visto nell’Esempio 4.1 che curve parametrizzate diverse possono
descrivere la stessa traiettoria. Vogliamo ora precisare meglio cosa significa
cambiare parametro ad una curva.
Definizione 4.6. Sia α: I ⊆ R → R
3
una curva differenziabile. Data
una funzione differenziabile t = t(s), definita sull’intervallo J di R ed a
valori nell’intervallo I, diciamo che la curva
β = α ◦ t : J ⊆ R −→R
3
, s ∈ J −→ β(s) = α(t(s)) ∈ R
3
,
`e una riparametrizzazione di α.
La riparametrizzazione `e regolare se t `e suriettiva, ossia t(J) = I, e
t

(s) =
dt
ds
= 0, per ogni s ∈ J.
Osservazione. Dato che ogni intervallo aperto della retta reale `e con-
nesso (vedi l’Esempio 3.6), se la riparametrizzazione `e regolare allora t

(s) ha
segno costante nell’intervallo J. Ci`o implica che la funzione t `e strettamente
monotona e quindi `e una biiezione tra gli intervalli J e I. In particola-
re, t `e invertibile: indicheremo con s = s(t) la funzione inversa, definita
sull’intervallo I e a valori in J.
Esempio 4.6. Consideriamo la curva
α(t) = (

t, t

t, 1 −t), t ∈ I = (0, ∞),
e la funzione differenziabile
t : J = (0, ∞) −→ I = (0, ∞), s −→ t = s
2
.
La curva riparametrizzata `e:
β(s) = α(t(s)) = (

s
2
, s
2

s
2
, 1 −s
2
) = (s, s
3
, 1 −s
2
).
Dato che t

(s) = 2s = 0, se s = 0, la riparametrizzazione `e regolare. Ovvia-
mente, si passa dalla curva β(s) alla curva α(t) mediante la funzione inversa
s =

t.
Propriet` a 4.1. Sia β = α ◦ t una riparametrizzazione della curva α
mediante la funzione t = t(s). Allora:
β

(s) =
dt
ds
α

(t(s)).
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 45
Dimostrazione. Supponiamo che α(t) = (x(t), y(t), z(t)), t ∈ I. Al-
lora β(s) =

x(t(s)), y(t(s)), z(t(s))

. Per la regola di derivazione delle
funzioni composte, si ha:
d x(t(s))
ds
=
dx
dt

t(s)
dt
ds
, ecc.
e quindi
β

(s) =
dt
ds

dx
dt

t(s)
,
dy
dt

t(s)
,
dz
dt

t(s)

=
dt
ds
α

(t(s)).

Dalla propriet`a precedente si vede che il vettore tangente in un punto
ad una curva riparametrizzata `e proporzionale al vettore tangente alla cur-
va iniziale. In particolare, una riparametrizzazione regolare manda punti
regolari in punti regolari.
Nel seguito, verranno considerate solo riparametrizzazioni regolari.
Osservazione. Consideriamo l’insieme di tutte le curve differenziabili
regolari e la relazione che associa due curve se la prima `e una riparametriz-
zazione regolare della seconda. Si vede facilmente che questa relazione `e di
equivalenza. Da un punto di vista un po’ pi` u astratto, possiamo definire una
curva come una classe di equivalenza rispetto a tale relazione. In termini
intuitivi, ci`o significa pensare una curva come una traiettoria nello spazio,
percorsa in tutti i modi possibili.
Come si `e visto nei corsi di Analisi Matematica, la lunghezza di un arco
di curva `e l’integrale del modulo del campo tangente. Pi` u precisamente, vale
la
Definizione 4.7. Sia α(t) = (x(t), y(t), z(t)) una curva differenziabi-
le definita si un intervallo I. Supponiamo che [a, b] ⊆ I. La lunghezza
dell’arco di curva compreso fra gli estremi α(a) e α(b) `e:
L
b
a
(α) =

b
a

(t)| dt =

b
a

(x

(t))
2
+ (y

(t))
2
+ (z

(t))
2
dt .
Verifichiamo innanzitutto che la definizione `e sensata dal punto di vista
geometrico, vale a dire che non dipende dal parametro usato.
Propriet` a 4.2. Sia β una riparametrizzazione regolare della curva α
mediante la funzione t = t(s). Supponiamo che a = t(a
1
) e b = t(b
1
).
Allora:

b
a

(t)| dt =

b
1
a
1

(s)| ds .
Dimostrazione. Dato che t

(s) ha segno costante (vedi l’Osservazione
di pag. 44), supponiamo che t

(s) > 0. Ci`o implica che la funzione t(s) `e
crescente e, quindi, a
1
< b
1
. Tenuto conto della Propriet`a 4.1 e della formula
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
46 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
del cambiamento di variabile negli integrali, si ha:

b
1
a
1

(s)| ds =

b
1
a
1
|
dt
ds
α

(t(s))| ds =

b
1
a
1

(t(s))|

dt
ds

ds
=

b
1
a
1

(t(s))|
dt
ds
ds =

b
a

(t)| dt .
La stessa conclusione vale anche nel caso in cui t

(s) < 0, tenuto conto
del fatto che la funzione t(s) `e decrescente e, quindi, a
1
> b
1
e [t

(s)[ =
−t

(s)
Una conseguenza importante della propriet`a precedente `e che si pu`o
sempre riparametrizzare un curva regolare in modo che il campo tangente
abbia lunghezza unitaria.
Definizione 4.8. Sia α una curva definita su un intervallo I. Fissiamo
un valore a ∈ I. La funzione
s(t) =

t
a

(u)| du
si dice ascissa curvilinea (oppure parametro lunghezza d’arco) della
curva α, con punto iniziale α(a).
Osservazione. Per definizione, la funzione s(t) rappresenta la lunghez-
za (con segno) dell’arco di curva compresa tra l’estremo fisso α(a) e l’estremo
variabile α(t). Cambiando il punto iniziale, si ottiene un’ascissa curvilinea
che differisce dalla precedente per una costante additiva.
Propriet` a 4.3.
`
E sempre possibile riparametrizzare una curva regolare
mediante l’ascissa curvilinea. In tal caso, il campo tangente della curva
riparametrizzata ha modulo costante uguale ad uno.
Dimostrazione. Basta osservare che l’ascissa curvilinea consente di
effettuare una riparametrizzazione regolare. Dato che la curva `e regolare,
s

(t) = |α

(t)| > 0 e, quindi, s(t) `e invertibile. Detta t = t(s) la funzione
inversa, sia β(s) = α(t(s)) la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa
curvilinea. Allora:

(s)| =

dt
ds

(t)| =
1
[s

(t)[

(t)| =
1

(t)|

(t)| = 1.

Esempio 4.7. Consideriamo la curva α(t) = (2t, t
2
,
1
3
t
3
), t ∈ R. Dato
che α

(t) = (2, 2t, t
2
) = 0, la curva `e ovunque regolare.
La lunghezza dell’arco di curva compreso fra i punti P
0
= (0, 0, 0) e
P
1
= (2, 1,
1
3
) vale:
L
1
0
(α) =

1
0

(u)| du =

1
0

4 + 4u
2
+u
4
du =
7
3
(tenere conto che P
0
= α(0), ecc.).
Riparametrizziamo la curva mediante la funzione t = −2s e calcoliamo la
lunghezza dell’arco della curva riparametrizzata tra gli estremi P
0
e P
1
. La
curva riparametrizzata `e β(s) = (−4s, 4s
2
, −
8
3
s
3
) e β

(s) = (−4, 8s, −8s
2
).
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 47
Notiamo che la funzione t = −2s `e decrescente e gli estremi P
0
= β(0) e
P
1
= β(−
1
2
) vanno presi nell’ordine inverso. Pertanto la lunghezza dell’arco
di curva `e data da:
L
0

1
2
(β) =

0

1
2

(s)| ds =

0

1
2

16 + 64s
2
+ 64s
4
ds =
7
3
,
in accordo con la Propriet`a 4.2.
Calcoliamo infine l’ascissa curvilinea della curva α a partire da P
0
:
s(t) =

t
0

(u)| du =

t
0
(2 +u
2
) du =
t
3
3
+ 2t.
Anche se la funzione s `e invertibile, non `e facile scrivere esplicitamente
l’espressione della funzione inversa, necessaria per riparametrizzare α.
Esempio 4.8. Consideriamo nuovamente l’elica circolare dell’Esempio
4.4. L’ascissa curvilinea, a partire dal punto α(0) = (a, 0, 0), `e
(∗) s(t) =

t
0

(u)| du =

t
0

a
2
+b
2
du =

a
2
+b
2
t.
Posto per semplicit`a c =

a
2
+b
2
, le equazioni dell’elica riparametrizzata
mediante l’ascissa curvilinea sono:
β(s) =

a cos

s
c

, a sen

s
c

,
b
c
s

, s ∈ R.
Ad esempio, da (∗) si ricava immediatamente che la lunghezza dell’arco di
elica α(t) = (cos t, sen t, t), compreso tra i punti P(1, 0, 0) e Q(0, 1,
π
2
), vale

2
2
π.
4. Triedro e formule di Frenet: parte prima
Iniziamo questa sezione con alcune definizioni e propriet`a dei campi
vettoriali che saranno utilizzate pi` u volte nel seguito.
Sia α una curva definita in un intervallo I. Dati due campi vettoriali
lungo α, X(t) = a
1
(t) i +a
2
(t) j +a
3
(t) k e Y (t) = b
1
(t) i +b
2
(t) j +b
3
(t) k,
il loro prodotto scalare `e la funzione:
(X Y )(t) = X(t) Y (t) = a
1
(t)b
1
(t) +a
2
(t)b
2
(t) +a
3
(t)b
3
(t).
Due campi vettoriali X e Y si dicono ortogonali (o perpendicolari) se:
X Y = 0.
Il modulo (o norma) di un campo X `e la funzione:
|X(t)| =

X(t) X(t) =

(a
1
(t))
2
+ (a
2
(t))
2
+ (a
3
(t))
2
.
Il derivato n−simo (n = 1, 2, . . .) di un campo differenziabile X `e il campo
che ha come componenti le derivate n−sime delle componenti di X. Indi-
cheremo con X

, X

, X

i primi tre campi derivati di X. In particolare, α

(derivato del campo tangente ad una curva) viene detto campo accelera-
zione. Si noti che un campo differenziabile X `e parallelo (vedi Definizione
4.3) se e solo se X

= 0.
Nel seguito si supporr`a che tutti i campi vettoriali siano differenziabili.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
48 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Lemma 4.4. Sia X un campo che ha modulo costante. Allora il campo
derivato X

`e ortogonale ad X.
Dimostrazione. Se X(t) = a
1
(t) i+a
2
(t) j+a
3
(t) k ha modulo costante
c, si ha: c
2
= X(t) X(t) = (a
1
(t))
2
+ (a
2
(t))
2
+ (a
3
(t))
2
. Derivando tale
uguaglianza, si ottiene:
0 =
d
dt

X(t) X(t)

= 2a
1
(t) a

1
(t) + 2a
2
(t) a

2
(t) + 2a
3
(t) a

3
(t)
= 2 X(t) X

(t).

La propriet`a seguente, di dimostrazione immediata, caratterizza le curve
che si riducono ad un punto e le rette.
Propriet` a 4.5. Sia α: I ⊆ R →R
3
una curva. Allora:
(1) α `e una curva costante (la sua traiettoria si riduce ad un punto) se
e solo se α

= 0.
(2) α `e (parte di) una retta se e solo se α

= 0.
Vogliamo ora costruire, in ogni punto di una curva, un riferimento car-
tesiano che consenta di studiare le propriet`a geometriche della curva. Dato
che tale riferimento varia da punto a punto, esso sar`a individuato da tre
campi vettoriali unitari, a due a due ortogonali.
Data una curva qualsiasi, si pu`o sempre supporre che sia parametrizzata
mediante l’ascissa curvilinea (Propriet`a 4.3). Sia β(s), s ∈ J una tale curva.
Indichiamo con T(s) = β

(s) il suo campo tangente. Poich`e T(s) ha modulo
uguale ad uno, il campo derivato T

(s) = β

(s) sar`a ortogonale a T(s)
(Lemma 4.4). In generale, non `e detto che T

abbia a sua volta modulo
costante. Consideriamo perci`o la funzione
k: J −→R, s ∈ J −→ k(s) = |T

(s)|.
Si noti che k(s) ≥ 0. La funzione k(s) viene detta curvatura della curva β.
Definiamo ora il campo normale alla curva:
N(s) =
1
|T

(s)|
T

(s) =
1
k(s)
T

(s).
Per costruzione, N ha modulo unitario ed `e ortogonale a T. Infine, definiamo
il campo binormale come il prodotto vettoriale:
B(s) = T(s) N(s).
Notare che, per costruzione, in ogni punto β(s) della curva, i tre vettori
¦T(s), N(s), B(s)¦ formano una base ortonormale di R
3
.
Definizione 4.9. Sia β una curva parametrizzata mediante l’ascissa
curvilinea. La terna di campi vettoriali ¦T, N, B¦ si dice triedro di Frenet
della curva β.
Fissato un punto β(s), le rette passanti per β(s) e parallele, rispetti-
vamente, ai vettori T(s), N(s) e B(s) si dicono: retta tangente, retta
normale e retta binormale.
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 49
Esempio 4.9. Troviamo la curvatura ed il riferimento di Frenet dell’elica
circolare (Esempio 4.8)
β(s) =

a cos

s
c

, a sen

s
c

,
b
c
s

, dove c =

a
2
+b
2
.
Derivando due volte si trova:
T(s) = β

(s) =


a
c
sen

s
c

,
a
c
cos

s
c

,
b
c

,
T

(s) = β

(s) =


a
c
2
cos

s
c

, −
a
c
2
sen

s
c

, 0

.
La curvatura dell’elica vale:
k(s) = |T

(s)| =
a
c
2
(notare che `e costante). Infine, per completare il triedro di Frenet, calcolia-
mo:
N(s) =
1
k(s)
T

(s) =

−cos

s
c

, − sen

s
c

, 0

,
B(s) = T(s) N(s) =

b
c
sen

s
c

, −
b
c
cos

s
c

,
a
c

.
Il lettore verifichi direttamente che ¦T, N, B¦ `e, in ogni punto, una base
ortonormale. Si noti anche che T(s) k = b/c `e una costante non nulla.
Questo fatto implica che, in ogni punto dell’elica, la retta tangente forma
un angolo costante con l’asse z. Inoltre N(s) k = 0: il campo normale `e
sempre ortogonale all’asse z.
Il triedro di Frenet varia generalmente da punto a punto, in base alla
geometria della curva.
`
E quindi importante poter valutare tale variazione:
per questo motivo i derivati dei tre campi del triedro verranno espressi come
combinazione lineare della base ¦T, N, B¦.
Teorema 4.6 (Formule di Frenet per l’ascissa curvilinea). Sia β una
curva regolare, parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea e definita su un
intervallo J. Supponiamo che k(s) > 0, per ogni s ∈ J. Allora:

T

(s) = k(s)N(s)
N

(s) = −k(s)T(s) +τ(s)B(s) ,
B

(s) = −τ(s)N(s)
dove τ(s) = −B

(s) N(s) `e la funzione torsione della curva.
Dimostrazione. La prima formula di Frenet segue immediatamente
dalla definizione di campo normale (vedi pag. 48).
Dimostriamo la terza formula di Frenet. Il campo binormale B `e or-
togonale al campo tangente T, quindi B(s) T(s) = 0. Derivando tale
uguaglianza, si trova: B

(s) T(s) + B(s) T

(s) = 0 e quindi, per la prima
formula di Frenet:
B

(s) T(s) = −B(s) T

(s) = −k(s) B(s) N(s) = 0,
ossia B

`e ortogonale a T. Poich`e B

`e anche ortogonale a B (Lemma 4.4),
B

deve essere necessariamente parallelo a N. In altri termini, esiste una
funzione τ(s) tale che:
B

(s) = −τ(s) N(s)
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
50 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
(il segno meno non `e essenziale; serve solo a semplificare certe formule).
Calcoliamo infine N

. Poich`e N

`e ortogonale a N, N

deve essere combi-
nazione lineare di T e B. Dato che la terna di campi T, N, e B `e ortonormale,
possiamo scrivere:
N

(s) = [N

(s) T(s)] T(s) + [N

(s) B(s)] B(s).
Troviamo [N

(s) T(s)]. Derivando l’uguaglianza N(s) T(s) = 0, si ha:
N

(s) T(s)+N(s) T

(s) = 0, da cui si ricava: N

(s) T(s) = −N(s) T

(s) =
−k(s)N(s) N(s) = −k(s).
In modo del tutto analogo, partendo dal fatto che N e B sono ortogonali
e tenuto conto della terza formula di Frenet, si trova che N

(s) B(s) =
τ(s).
5. Caratterizzazione di alcune curve
Le propriet`a seguenti hanno lo scopo di caratterizzare alcuni tipi di curve
e di mostrare il significato geometrico delle funzioni curvatura e torsione.
Propriet` a 4.7. Sia β una curva regolare parametrizzata mediante l’a-
scissa curvilinea. La curvatura k `e identicamente nulla se e solo se β `e parte
di una retta.
Dimostrazione. Supponiamo che β(s) = (x(s), y(s), z(s)), con s ∈ J,
e che k(s) = 0, per ogni s ∈ J. Dato che k(s) = |T

(s)|, abbiamo che
T

(s) = β

(s) = 0 e quindi: x

(s) = y

(s) = z

(s) = 0. Di conseguenza, x,
y e z devono essere funzioni lineari di s, ossia β `e parte di una retta.
Il viceversa `e ovvio.
Osservazione. Se β `e una retta, il suo triedro di Frenet `e indeterminato.
Questa `e la ragione per cui `e stata fatta l’ipotesi k(s) > 0 nell’enunciato del
Teorema 4.6.
Propriet` a 4.8. Sia β una curva regolare parametrizzata mediante l’a-
scissa curvilinea, definita su un intervallo J e tale che k(s) > 0, per ogni
s ∈ J. La torsione τ `e identicamente nulla se e solo se β `e una curva piana.
Dimostrazione. Supponiamo che β sia una curva piana, contenuta nel
piano passante per un punto P
0
e perpendicolare ad un vettore a. Ci`o signi-
fica che, per ogni s ∈ J, i vettori
−−−−→
P
0
β(s) = β(s) − P
0
ed a sono ortogonali.
Derivando l’uguaglianza (β(s) −P
0
) a = 0, si trova che: β

(s) a = 0, ossia
a `e ortogonale a β

(s) = T(s). Derivando un’altra volta, si vede che a `e
ortogonale a β

(s) = T

(s) = k(s)N(s) e, quindi, anche a N(s). Di conse-
guenza, a deve essere parallelo a B(s), vale a dire: B(s) = c a, per un certo
scalare c. Ci`o implica che B `e un campo vettoriale costante. Dalla terza
formula di Frenet, si ha: 0 = B

(s) = −τ(s)N(s), da cui: τ(s) = 0.
Viceversa, supponiamo che la torsione τ sia identicamente nulla e pro-
viamo che la curva β `e contenuta in un piano. Dalla terza formula di Frenet
ricaviamo che B

= 0, ossia B(s) = b `e un campo costante. Fissato un punto
qualsiasi β(s
0
) della curva, consideriamo la funzione g(s) = (β(s)−β(s
0
))b.
Derivando, si trova:
g

(s) = β

(s) b = T(s) B(s) = 0.
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 51
Essendo g(s
0
) = 0, la funzione g `e identicamente nulla: questo significa che i
vettori β(s)−β(s
0
) e b sono ortogonali, per ogni s ∈ J. In altri termini, ogni
punto della curva sta sul piano passante per il punto β(s
0
) e perpendicolare
al vettore b.
Esempio 4.10. La torsione delle eliche circolari dell’Esempio 4.8 vale:
τ(s) = −B

(s) N(s) =
b
c
2
=
b
a
2
+b
2
= 0.
Ci`o conferma che le eliche non sono curve piane.
Esempio 4.11. Troviamo il triedro di Frenet della curva
β(s) =

4
5
cos s, 1 −sen s, −
3
5
cos s

, s ∈ [0, 2π].
Calcoliamo i primi due campi derivati:
β

(s) =


4
5
sen s, −cos s,
3
5
sen s

, β

(s) =


4
5
cos s, sen s,
3
5
cos s

.
Dato che |T(s)| = |β

(s)| = 1, si vede che s `e l’ascissa curvilinea. Inoltre
k(s) = |T

(s)| = |β

(s)| = 1 e, quindi, la curva non `e una retta, pur
essendo la curvatura costante. Inoltre, N(s) = T

(s) = β

(s) e
B(s) = T(s) N(s) = −
3
5
i −
4
5
k.
Quindi B

= 0, τ(s) = 0 e la curva `e piana. La curva `e contenuta
nel piano passante per il punto β(
π
2
) = (0, 0, 0) e perpendicolare al vettore
b = −
3
5
i −
4
5
k, di equazione: 3x + 4z = 0. Dalle equazioni parametriche
di β si vede che se un punto P(x, y, z) sta sulla curva, le sue coordinate
verificano l’equazione x
2
+(y −1)
2
+z
2
= 1. Quindi, ogni punto della curva
sta sulla sfera di centro C(0, 1, 0) e raggio 1. Possiamo allora concludere che
β `e una circonferenza.
Propriet` a 4.9. Sia β una curva regolare parametrizzata mediante l’a-
scissa curvilinea. β `e (parte di) una circonferenza se e solo se ha curvatura
costante k > 0 e torsione τ = 0. Inoltre, il raggio della circonferenza vale
1/k.
Dimostrazione. Supponiamo k > 0 costante e τ = 0. Per la Propriet`a
4.8, β `e una curva piana. Consideriamo la curva
γ(s) = β(s) +
1
k
N(s).
Derivando ed applicando la seconda formula di Frenet, si ha:
γ

(s) = β

(s) +
1
k
N

(s) = T(s) +
1
k

−kT(s)

= 0.
Quindi γ(s) = C `e una curva costante e
d(β(s), C) = |β(s) −C| = |
1
k
N(s)| =
1
k
,
vale a dire che β `e la circonferenza di centro C e raggio 1/k.
Viceversa, se β `e la circonferenza di centro C e raggio r, si ha subito che
τ = 0 e β(s) = C −rN(s) (tener conto del fatto che N(s) sta sul piano che
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
52 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
contiene la circonferenza ed `e perpendicolare alla retta tangente; inoltre la
terna ¦T, N, B¦ `e orientata positivamente). Essendo:
T(s) = β

(s) = −rN

(s) = r

k(s) T(s)

,
si ha che r k(s) = 1 e quindi k(s) =
1
r
`e costante.
Osservazione. Se β `e una curva qualsiasi, fissato un punto β(s
0
), si
consideri la circonferenza di
centro: β(s
0
) +
1
k(s
0
)
N(s
0
) e raggio:
1
k(s
0
)
.
Tale circonferenza viene detta cerchio osculatore e costituisce una buo-
na approssimazione locale della curva. Il centro del cerchio osculatore `e il
centro di curvatura; il piano osculatore `e il piano passante per il punto
β(s
0
) e contenente il cerchio osculatore. Dal punto di vista geometrico, si
prova che il cerchio osculatore `e la posizione limite a cui tende la circonfe-
renza passante per tre punti “vicini” β(s
0
), β(s
1
) e β(s
2
), quando β(s
1
) e
β(s
2
) tendono a β(s
0
) lungo la curva.
6. Triedro e formule di Frenet: parte seconda
Nelle sezioni precedenti abbiamo sempre considerato curve parametriz-
zate con l’ascissa curvilinea. Anche se questa ipotesi non `e restrittiva dal
punto di vista logico, tuttavia presenta molti inconvenienti pratici quando
si vogliono studiare delle curve con un parametro qualsiasi. Vediamo dun-
que come si modificano le formule di Frenet per curve con un parametro
arbitrario.
Siano α(t), t ∈ I, una curva regolare, s = s(t) l’ascissa curvilinea di α (a
partire da un punto fissato) e β(s) = α(t(s)) la riparametrizzazione di α me-
diante l’ascissa curvilinea. Indichiamo con: k(s), τ(s) e ¦T(s), N(s), B(s)¦
la curvatura, la torsione ed il triedro di Frenet di β, rispettivamente.
Il triedro di Frenet della curva α `e dato da:
T(t) = T(s(t)), N(t) = N(s(t)), B(t) = B(s(t)),
mentre la curvatura e la torsione di α sono definite da:
k(t) = k(s(t)), τ(t) = τ(s(t)).
Osservazione. Notare che, in ogni punto della curva, il triedro, la cur-
vatura e la torsione sono gli stessi sia per α che per β; ci`o che cambia `e solo
il parametro con cui viene individuato il punto sulla curva. Questa osserva-
zione implica che tutte le propriet`a della sezione 5 valgono per curve con un
parametro qualsiasi.
Teorema 4.10 (Formule di Frenet per un parametro qualsiasi). Sia α(t)
una curva regolare definita su un intervallo I. Supponiamo che k(t) > 0,
per ogni t ∈ I. Allora:

T

(t) = k(t) ˙ α(t) N(t)
N

(t) = −k(t) ˙ α(t) T(t) +τ(t) ˙ α(t) B(t) ,
B

(t) = −τ(t) ˙ α(t) N(t)
dove ˙ α(t) = |α

(t)| `e la funzione velocit`a della curva.
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 53
Dimostrazione. Deriviamo T(t) = T(s(t)) rispetto a t ed applichiamo
il Teorema 4.6:
T

(t) =
dT
ds

s(t)
ds
dt

t
=

k(s(t))N(s(t))

(t)| = ˙ α(t)k(t)N(t).
Le altre due formule si dimostrano in modo analogo.
Vogliamo ora determinare le relazioni che permettono di trovare il trie-
dro di Frenet, la curvatura e la torsione senza passare attraverso l’ascissa
curvilinea. Prima per`o `e necessario un lemma. La seconda formula del
lemma si pu`o interpretare come la decomposizione dell’accelerazione di un
punto mobile nelle componenti tangenziale e centripeta.
Lemma 4.11. Sia α(t), t ∈ I una curva regolare. Allora:
α

(t) = ˙ α(t)T(t) (1)
α

(t) = ¨ α(t)T(t) +k(t)

˙ α(t)

2
N(t), (2)
dove ¨ α(t) =
d ˙ α(t)
dt
=
d
dt
| ˙ α(t)|.
Dimostrazione. Deriviamo α(t) = β(s(t)), rispetto a t:
α

(t) =

ds
ds
dt
= T(s(t)) ˙ α(t) = ˙ α(t)T(t).
Deriviamo nuovamente ed applichiamo la prima formula di Frenet:
α

(t) = ¨ α(t)T(t) + ˙ α(t)T

(t) = ¨ α(t)T(t) + ˙ α(t)

k(t) ˙ α(t)N(t)

.

Teorema 4.12. Sia α: I ⊆ R →R
3
una curva regolare. Allora:
T(t) =
α

(t)

(t)|
, N(t) = B(t) T(t), B(t) =
α

(t) α

(t)

(t) α

(t)|
.
La curvatura e la torsione di α sono date da:
k(t) =

(t) α

(t)|

(t)|
3
, τ(t) =
α

(t) α

(t) α

(t)

(t) α

(t)|
2
.
Dimostrazione. Allo scopo di semplificare le notazioni, la dipendenza
da t delle varie funzioni e campi viene omessa.
Se α `e regolare si ha che ˙ α = |α

| > 0. Dalla (1) si ricava:
T =
1
˙ α
α

=
1

|
α

.
Inoltre, applicando la (2), si ha:
α

α

= ( ˙ αT) (¨ αT +k ˙ α
2
N) = ˙ α¨ αT T +k ˙ α
3
T N = k ˙ α
3
B
da cui si ricava |α

α

| = k ˙ α
3
e quindi:
B =
1
k ˙ α
3
α

α

=
1

α

|
α

α

, k =

α

|
˙ α
3
=

α

|

|
3
.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
54 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Per trovare la torsione, occorre derivare ancora una volta la (2) e usare
le formule di Frenet:
α

=
...
α T + ¨ αT

+ (k ˙ α
2
)

N +k ˙ α
2
N

=
...
α T +k ˙ α¨ αN + (k ˙ α
2
)

N +k ˙ α
2
(−k ˙ αT +τ ˙ αB)
= (. . .) T + (. . .) N +kτ ˙ α
3
B.
La formula della torsione segue da:
α

α

α

= (k ˙ α
3
B) α

= τ (k ˙ α
3
)
2
= τ |α

(t) α

(t)|
2
.

Esempio 4.12. Troviamo il triedro di Frenet, la curvatura e la torsione
della curva
α(t) = (2t, t
2
,
1
3
t
3
), t ∈ R,
gi`a considerata nell’Esempio 4.7. Avevamo notato allora che non era possi-
bile riparametrizzare esplicitamente la curva con l’ascissa curvilinea e, per-
tanto, non si possono usare le formule del Teorema 4.6 ma occorre applicare
il teorema precedente. I primi tre campi derivati sono:
α

(t) = (2, 2t, t
2
), α

(t) = (0, 2, 2t), α

(t) = (0, 0, 2).
da cui si ricava:

(t)| = 2 +t
2
, α

(t) α

(t) = (2t
2
, −4t, 4),

(t) α

(t)| = 2(2 +t
2
), α

(t) α

(t) α

(t) = 8,
e, quindi:
T(t) =
1
2 +t
2
(2, 2t, t
2
), N(t) =
1
2 +t
2
(−2t, 2 −t
2
, 2t),
B(t) =
1
2 +t
2
(t
2
, −2t, 2), k(t) = τ(t) =
2
(2 +t
2
)
2
.
Notare che la curvatura e la torsione non sono costanti ma `e costante il
loro rapporto.
7. Eliche cilindriche
Abbiamo visto nell’Esempio 4.8 che i tre campi del triedro di Frenet di
un’elica circolare formano un angolo costante con l’asse z. Questa propriet`a
caratterizza un’importante famiglia di curve di cui le eliche circolari sono un
caso particolare.
Definizione 4.10. Un’elica cilindrica `e una curva non piana le cui
tangenti formano un angolo costante con una direzione fissa.
Se α(t), t ∈ I, `e un’elica cilindrica, esiste un versore (vettore di modulo
uno) u tale che:
T(t) u = cos θ, t ∈ I,
dove θ `e un angolo costante. Il nome di queste curve `e dovuto al fatto che
la loro traiettoria `e contenuta nel cilindro generalizzato (vedi la Definizione
5.12 a pagina 71) formato dalle rette passanti per i punti di α e parallele ad
u. Il versore u si dice asse dell’elica.
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 55
Nel seguito, supporremo che la curva sia riparametrizzata mediante l’a-
scissa curvilinea e, con abuso di notazioni, indicheremo con ¦T, N, B¦ sia il
triedro di Frenet della curva data che quello della riparametrizzazione (vedi
l’Osservazione di pag. 52).
La propriet`a seguente mostra come tutti i campi del triedro di Frenet
formino un angolo costante con u.
Propriet` a 4.13. Se α `e un’elica cilindrica, allora:
(1) il campo normale N `e ortogonale a u,
(2) il campo binormale B forma angolo costante con u.
Dimostrazione. Sia β(s) la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa
curvilinea. Derivando T(s) u = cos θ, si trova
T

(s) u = k(s)N(s) u = 0.
Dato che k(s) > 0, si pu`o concludere che N `e ortogonale a u.
Per provare la (2), si osservi che N(s) u = 0 implica
[−τ(s)N(s)] u = B

(s) u = 0,
da cui si deduce [B(s) u]

= 0 e, quindi, la tesi.
Le eliche cilindriche sono caratterizzate dal rapporto tra curvatura e
torsione.
Propriet` a 4.14. Una curva non piana `e un’elica cilindrica se e solo se
il rapporto tra torsione e curvatura `e costante.
Dimostrazione. Supponiamo che β(s) sia la riparametrizzazione della
curva data mediante l’ascissa curvilinea.
Se β `e un’elica cilindrica, allora T(s) u = cos θ, per un certo versore u
che risulta essere ortogonale ad N(s). Quindi, u `e combinazione lineare di
T(s) e B(s): u = cos θ T(s) + sen θ B(s). Derivando si trova:
0 = cos θ T

(s) + sen θ B

(s) = cos θ

k(s)N(s)

+ sen θ

−τ(s)N(s)

=

k(s) cos θ −τ(s) sen θ

N(s).
Quindi: k(s) cos θ −τ(s) sen θ = 0 ed il rapporto τ/k = cotg θ `e costante.
Viceversa, supponiamo che il rapporto torsione curvatura sia costante.
Esiste allora un angolo θ tale che:
(∗)
τ(s)
k(s)
=
cos θ
sen θ
.
Consideriamo il campo vettoriale unitario (a priori, dipendente da s):
u(s) = cos θ T(s) + sen θ B(s).
Tenuto conto delle formule di Frenet e della condizione (∗), si ha:
u

(s) = cos θ T

(s) + sen θ B

(s) =

cos θ k(s) −sen θ τ(s)

N(s) = 0.
Di conseguenza, u(s) = u `e un campo costante e
T(s) u = T(s) [cos θ T(s) + sen θ B(s)] = cos θ.
Pertanto, l’angolo tra T(s) e u `e costante e la curva `e un’elica cilindrica.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
56 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Esempio 4.13. Consideriamo la curva dell’Esempio 4.12. Adesso siamo
in grado di dire che si tratta di un’elica cilindrica. Poich`e τ/k = 1, l’angolo
θ vale π/4. Dalla dimostrazione del teorema precedente, vediamo che l’asse
dell’elica `e dato da:
u = cos θ T(0) + sen θ B(0) =

2
2
(1, 0, 0) +

2
2
(0, 0, 1) =

2
2
(1, 0, 1).
Un’elica si dice circolare se la sua traiettoria `e contenuta in un cilindro
circolare retto. Le eliche circolari sono caratterizzate dalla seguente
Propriet` a 4.15. Una curva non piana `e un’elica circolare se e solo se
la curvatura e la torsione sono costanti.
Si prova anche che, in un opportuno sistema di coordinate, le equazioni
di un’elica circolare sono del tipo: α(t) = (a cos t, a sen t, bt), a > 0, b = 0.
Per le dimostrazioni si veda [5, pag. 59].
Esempio 4.14. Data l’elica circolare (`e l’Esempio 4.9, con a = b = 1)
β(s) =

cos

s

2

, sen

s

2

,
s

2

, s ∈ R,
si consideri la curva
β(s) = β(s) +
1
k(s)
N(s), s ∈ R.
β `e il luogo dei centri di curvatura di β e si dice evoluta di β.
Verifichiamo che β `e ancora un’elica circolare. Dall’Esempio 4.9, si ha
subito
k(s) =
1
2
, N(s) =

−cos

s

2

, −sen

s

2

, 0

e quindi
β(s) =

−cos

s

2

, −sen

s

2

,
s

2

.
La curvatura e la torsione di β valgono entrambe 1/2 e quindi β `e un’elica
circolare.
8. Curve piane
Anche se le curve piane sono un caso particolare delle curve nello spazio
e possono quindi essere studiate con i metodi precedenti, la loro importanza
storico - pratica `e tale che esse meritano una trattazione particolare. Ci
limiteremo ad alcuni cenni ed a pochi esempi che mettono in evidenza le
differenze rispetto alle curve nello spazio. In particolare, la definizione di
curvatura `e in parte diversa da quella vista prima: la curvatura di una curva
piana ha un segno.
Sia β(s) = (x(s), y(s)) una curva piana parametrizzata mediante l’ascis-
sa curvilinea. Come in precedenza, il campo tangente `e dato da
T(s) = β

(s) = (x

(s), y

(s)).
Invece il campo normale `e definito dalla condizione:
N(s) = i T(s) = (−y

(s), x

(s)),
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 57
dove i significa che il vettore T(s) `e ruotato di π/2 in senso antiorario. La
scelta del simbolo i non `e casuale: se si identificano i vettori del piano con
i numeri complessi, la rotazione di π/2 in senso antiorario corrisponde alla
moltiplicazione di un numero complesso per l’unit`a immaginaria.
Dato che il campo T

`e ortogonale a T (Lemma 4.4) e quindi parallelo
ad N, esiste una funzione k(s) tale che:
(∗) T

(s) = k(s) N(s).
Questa `e la prima (e, come vedremo, anche l’unica) formula di Frenet per
le curve piane. La funzione k(s), detta curvatura, pu`o assumere sia valori
positivi che negativi. Vediamo il significato geometrico del suo segno. Indi-
cato con θ(s) l’angolo fra il vettore T(s) e l’asse x, si ha: cos θ(s) = T(s) i
e T(s) = (cos θ(s), sen θ(s)) (ricordare che T(s) `e un versore). Allora
T

(s) =

−θ

(s) sen θ(s), θ

(s) cos θ(s)

= θ

(s) N(s).
Dal confronto con la (∗), si vede che
k(s) =
dθ(s)
ds
,
in altri termini: la curvatura misura la variazione dell’angolo che la retta
tangente forma con l’asse delle x.
Negli intervalli in cui k(s) > 0 (oppure, k(s) < 0), l’angolo θ(s) `e cre-
scente (decrescente) e la curva ha la concavit`a nella stessa direzione (nella
direzione opposta a quella) del campo N.
Derivando N(s) = i T(s) si ottiene:
N

(s) =
d(i T(s))
ds
= i T

(s) = i

k(s) N(s)

= −k(s) T(s),
dato che i N = i (i T) = i
2
T = −T. Da questa espressione si vede che
la seconda formula di Frenet non contiene altre informazioni rispetto alla
prima.
Data una curva piana con parametro qualsiasi, adattando la dimostra-
zione del Teorema 4.12, si prova il seguente
Teorema 4.16. Sia α(t) = (x(t), y(t)) una curva piana regolare. Allora:
T(t) =
α

(t)

(t)|
, N(t) =
i α

(t)

(t)|
,
k(t) =
α

(t) (i α

(t))

(t)|
3
, T

(t) = k(t)|α

(t)| N(t).
Esempio 4.15. Troviamo il riferimento di Frenet e la curvatura della
curva α(t) = (t
2
−1, 2t). Dato che:
α

(t) = (2t, 2), α

(t) = (2, 0), i α

(t) = (−2, 2t),
applicando le formule del teorema precedente, si ha:
T(t) =
1

1 +t
2
(t, 1), N(t) =
1

1 +t
2
(−1, t), k(t) =
−1
2

(1 +t
2
)
3
.
Non `e difficile riconoscere che α `e la parabola di vertice V (−1, 0), con asse
parallelo all’asse x. Il fatto che la curvatura sia negativa significa che il
campo normale N punta verso la regione “esterna” della parabola.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
58 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Esempio 4.16. Evolventi. L’evolvente di una data curva α `e una curva
che interseca ortogonalmente le rette tangenti di α. Si dimostra che, se β
`e la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa curvilinea, le evolventi di β
sono date da:
β(s) = β(s) −(s +c)T(s),
dove c `e una costante arbitraria (vedi [5, pag. 19]). Le evolventi di una
curva sono quindi infinite.
Troviamo, ad esempio, le evolventi della circonferenza di centro l’ori-
gine e raggio a: α(t) = (a cos t, b sen t). Con un semplice calcolo si trova
che l’ascissa curvilinea vale s = a t e quindi la riparametrizzazione della
circonferenza `e
β(s) =

a cos

s
a

, a sen

s
a

.
da cui si deducono le equazioni delle evolventi:
β(s) =

a

cos

s
a

+
s +c
a
sen

s
a

, a

sen

s
a


s +c
a
cos

s
a

.
Calcolare la curvatura di β.
Esempio 4.17. Evolute. L’evoluta di una curva α data `e l’unica curva
α che ha α come evolvente. Si dimostra che l’evoluta di una curva `e il luogo
dei centri di curvatura (vedi [5, pag. 21]) e quindi:
α(t) = α(t) +
1
k(t)
N(t).
L’evoluta della parabola α(t) = (t
2
− 1, 2t) vista nell’Esempio 4.15 `e
α(t) = (3t
2
+ 1, 2t(1 −t −t
3
)).
Trovare l’evoluta della curva α(t) = (cos t + t sen t, sen t − t cos t) e
verificare che si tratta di una circonferenza.
Esempio 4.18. La cicloide `e la curva descritta da un punto solidale con
una circonferenza che rotola, senza strisciare, lungo un asse orizzontale.
Consideriamo un riferimento cartesiano in cui l’asse x coincide con l’asse
del moto ed indichiamo con P il generico punto della cicloide. Supponiamo
che la circonferenza abbia raggio 1 e che il suo centro, all’inizio del moto,
stia sull’asse y. Detto C il centro della circonferenza che ruota, prendiamo
come parametro t l’angolo formato dai vettori
−−→
CP e j. Quindi:
−−→
OC = t i +j
e
−−→
CP = cos

−t −
π
2

i + sen

−t −
π
2

j = −sen t i −cos t j.
Tenuto conto del fatto che
−−→
OP =
−−→
OC +
−−→
CP, le equazioni della cicloide sono:
α(t) = (t −sen t, 1 −cos t).
Verificare che ci sono infiniti punti singolari e che la curvatura della cicloide
vale:
k(t) =
−1
2

2(1 −cos t)
.
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 59
9. Esercizi svolti sulle curve
Esercizio 4.19. Data la curva nello spazio α(t) = (at −t
3
, 3t
2
, 3t +t
3
),
a) stabilire per quale valore di a ∈ R la curva `e piana. Assegnato ad a tale
valore, trovare l’equazione del piano che contiene la curva.
b) Posto a = 3, determinare la curvatura, la torsione e il triedro di Frenet
in un generico punto di α. Di quale curva si tratta?
Soluzione. a) I primi tre campi derivati della curva sono:
α

(t) = (a −3t
2
, 6t, 3 + 3t
2
), α

(t) = (−6t, 6, 6t), α

(t) = (−6, 0, 6).
La curva `e piana se e solo se la sua torsione `e nulla (Propriet`a 4.8).
Applicando le formule di pag. 53, si vede che basta cercare i valori di a che
annullano α

(t) α

(t) α

(t). Dato che
α

(t) α

(t) α

(t) =

a −3t
2
6t 3 + 3t
2
−6t 6 6t
−6 0 6

= 36(a + 3),
α `e piana se a = −3.
Dalla dimostrazione della Propriet`a 4.8, si deduce che il piano contenente
la curva passa per un punto (arbitrariamente scelto) della curva ed `e per-
pendicolare al campo binormale. Tenuto conto delle espressioni del Teorema
4.12, il piano cercato passa per il punto α(0) = (0, 0, 0) ed `e perpendicolare
ad un vettore proporzionale a
α

(t) α

(t) =

i j k
−3 −3t
2
6t 3 + 3t
2
−6t 6 6t

= 18(t
2
−1) (i +k).
L’equazione del piano `e x +z = 0.
b) Per trovare il triedro di Frenet, la curvatura e la torsione si usano
le formule del Teorema 4.12. Dalle espressioni precedenti, riscritte ponendo
a = 3, si ricava:

(t)| = 3

2 (1 +t
2
), α

(t) α

(t) = 18[(t
2
−1) i −2t j + (1 +t
2
) k],

(t) α

(t)| = 18

2 (1 +t
2
), α

(t) α

(t) α

(t) = 216,
da cui:
T(t) =

2
2(1 +t
2
)
(1 −t
2
, 2t, 1 +t
2
), N(t) =
1
1 +t
2
(−2t, 1 −t
2
, 0),
B(t) =

2
2(1 +t
2
)
(t
2
−1, −2t, t
2
+ 1); k(t) = τ(t) =
1
3(1 +t
2
)
2
.
Dato che il rapporto τ(t)/k(t) `e costante, la curva `e un’elica cilindrica
(Propriet`a 4.14).
Esercizio 4.20. Data la curva nello spazio α(t) = (3t
2
, 1 + 3t, at
3
),
a) stabilire per quale valore di a ∈ R la curva α `e, rispettivamente: i) piana,
ii) un’elica cilindrica.
b) Posto a = 2, determinare la curvatura, la torsione e il triedro di Frenet
in un generico punto di α.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
60 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
c) Calcolare la lunghezza dell’arco di curva compreso fra i punti A(0, 1, 0) e
B(3, −2, −2).
Soluzione. a) I primi tre campi derivati della curva sono:
α

(t) = (6t, 3, 3at
2
), α

(t) = (6, 0, 6at), α

(t) = (0, 0, 6a).
Procedendo come nell’esercizio precedente, si trova che la curva `e piana
se a = 0.
Per vedere se α `e un’elica, dopo aver calcolato la curvatura e la torsione
k(t) =
2
3

a
2
t
4
+a
2
t
2
+ 1
(a
2
t
4
+ 4t
2
+ 1)
3
, τ(t) = −
a
3(a
2
t
4
+a
2
t
2
+ 1)
,
cerchiamo per quali valori di a il rapporto
τ(t)
k(t)
= −
a
2

a
2
t
4
+ 4t
2
+ 1
a
2
t
4
+a
2
t
2
+ 1

3
2
`e costante. Il valore a = 0 va scartato perch`e, in tal caso, la curva `e piana.
Il numeratore ed il denominatore sono polinomi di quarto grado: l’unico
modo per rendere costante il loro rapporto `e che i due polinomi coincidano.
Confrontando i coefficienti, si vede che ci`o accade se a
2
= 4, ossia per a = ±2.
b) La curvatura e la torsione si deducono dalle espressioni precedenti
ponendo a = 2. Il triedro di Frenet, in un punto generico della curva, `e:
T(t) =
1
1 + 2t
2
(2t, 1, 2t
2
), N(t) =
1
2t
2
+ 1
(1 −2t
2
, −2t, 2t),
B(t) =
1
1 + 2t
2
(2t, −2t
2
, −1).
c) Per calcolare la lunghezza dell’arco di curva si usa la formula di pag.
45. Dato che A = α(0) e B = α(−1), si ha:
L(α) =

0
−1

(t)| dt =

0
−1
3(1 + 2t
2
) dt = 5.
Esercizio 4.21. Data la curva nello spazio α(t) = (cos t, sen t, cos at),
a) stabilire per quali valori di a ∈ R la curva `e piana. Quali curve si trovano
in questo caso?
b) Posto a = 2, determinare la curvatura e la torsione di α in un punto
generico. Trovare il triedro di Frenet nel punto corrispondente a t = π/2.
Soluzione. a) I primi tre campi derivati della curva sono:
α

(t) = (−sen t, cos t, −a sen at), α

(t) = (−cos t, −sen t, −a
2
cos at),
α

(t) = (sen t, −cos t, a
3
sen at).
Dato che α

(t) α

(t) α

(t) = a(a
2
− 1) sen at, la curva `e piana se a = 0
oppure a = ±1. Si noti che la funzione sen at `e identicamente nulla solo per
a = 0, valore gi`a considerato.
Se a = 0, le equazioni parametriche di α sono:

x = cos t
y = sen t
z = 1 .
Universit`a di Torino
Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 61
Dalle prime due si ricava x
2
+ y
2
= 1: ci`o significa che i punti della curva
stanno su un cilindro circolare avente come asse l’asse z (vedi il successivo
Esempio 5.9). La terza equazione dice che α `e contenuta nel piano z −1 = 0,
perpendicolare all’asse del cilindro. Si pu`o allora concludere che la curva `e
una circonferenza di equazioni cartesiane:

x
2
+y
2
= 1
z −1 = 0.
Se a = ±1, eliminando t dalle equazioni parametriche, si vede che la curva `e
intersezione del cilindro precedente col piano x−z = 0. Questa volta si tratta
di un ellisse perch`e il piano che contiene la curva non `e n`e perpendicolare
n`e parallelo all’asse del cilindro.
b) La curvatura e la torsione di α valgono:
k(t) =

16 cos
2
2t + 4 sen
2
2t + 1
(4 sen
2
2t + 1)
3
, τ(t) =
6 sen 2t
16 cos
2
2t + 4 sen
2
2t + 1
.
Per trovare il triedro di Frenet nel punto α(π/2) = (0, 1, −1), conviene
calcolare il valore dei vari campi vettoriali nel punto considerato e applicare
il Teorema 4.12. Si trova:
T(
π
2
) = (−1, 0, 0), N(
π
2
) =

17
17
(0, −1, 4), B(
π
2
) =

17
17
(0, 4, 1).
Esercizio 4.22. Data la curva nello spazio α(t) = (e
at
, e
−t
,

2 t),
a) stabilire per quali valori di a ∈ R la curva `e piana.
b) Posto a = 1, determinare la curvatura e la torsione di α in un punto
generico. Di che curva si tratta?
Soluzione. a) I primi tre campi derivati della curva sono:
α

(t) = (ae
at
, −e
−t
,

2), α

(t) = (a
2
e
at
, e
−t
, 0), α

(t) = (a
3
e
at
, −e
−t
, 0).
Poich`e α

(t) α

(t) α

(t) = −

2a
2
(a+1)e
(a−1)t
, la curva `e piana se a = 0
oppure a = −1.
Se a = 0, eliminando t dalle equazioni parametriche, si vede che α `e la
curva intersezione del cilindro generalizzato y = e


2
2
z
col piano x −1 = 0.
Dato che il piano `e perpendicolare all’asse del cilindro, la curva `e una copia
della direttrice. Analogamente, per a = −1 la curva `e l’intersezione del
cilindro precedente con il piano x −y = 0.
b) La curvatura e la torsione di α valgono:
k(t) =

2 e
2t
(1 +e
2t
)
2
, τ(t) = −

2 e
2t
(1 +e
2t
)
2
.
La curva `e un’elica cilindrica.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
CAPITOLO 5
Geometria differenziale delle superfici
In questo capitolo verranno date le definizioni e le propriet`a fondamentali
riguardanti la geometria differenziale delle superfici.
1. Superfici parametrizzate in R
3
Per ragioni di carattere topologico, la definizione di superficie `e pi` u com-
plessa di quella data per le curve: mentre in quest’ultimo caso una sola fun-
zione era sufficiente per descrivere la curva, vedremo che, in generale, per
individuare una superficie `e necessaria pi` u di una parametrizzazione.
Nel seguito si supporr`a sempre che gli spazi R
3
e R
2
siano dotati della
topologia standard. Si ricordi che un sottoinsieme S di R
3
(oppure di R
2
)
ha la topologia indotta (vedi la Definizione 1.20) se i suoi aperti sono del
tipo: S ∩ A, dove A `e un aperto di R
3
(oppure di R
2
).
Definizione 5.1. Una superficie parametrizzata `e un sottoinsieme
M di R
3
tale che, per ogni punto P ∈ M, esistono un aperto connesso D di
R
2
, un aperto U di M contenente P ed una funzione
ϕ: D ⊆ R
2
→ U ⊆ R
3
, (u, v) ∈ D → ϕ(u, v) = (x(u, v), y(u, v), y(u, v)) ∈ U,
che verifica le seguenti condizioni:
(1) ϕ `e un omeomorfismo tra D e U, ossia ϕ `e biiettiva e, inoltre, ϕ e
ϕ
−1
sono continue (vedi la Definizione 2.6);
(2) ϕ `e differenziabile, cio`e le funzioni x(u, v), y(u, v) e z(u, v) possie-
dono derivate parziali di ordine qualsiasi.
La coppia (D, ϕ) si dice parametrizzazione locale della superficie M.
Le coordinate locali (o anche coordinate curvilinee) di un punto Q ∈ U
sono (u, v), dove ϕ(u, v) = Q.
Osservazione. Si noti che ogni punto della superficie deve essere con-
tenuto nell’immagine di almeno una parametrizzazione locale; in generale,
ci vorr`a pi` u di una parametrizzazione per ricoprire tutta la superficie (vedi
il successivo Esempio 5.2).
Esempio 5.1. Consideriamo il piano passante per il punto P
0
(x
0
, y
0
, z
0
)
e parallelo ai vettori (linearmente indipendenti) a = a
1
i + a
2
j + a
3
k e
b = b
1
i +b
2
j +b
3
k.
In questo caso, una sola parametrizzazione locale (D, ϕ), dove D = R
2
e
ϕ(u, v) = (x
0
+a
1
u +b
1
v, y
0
+a
2
u +b
2
v, z
0
+a
3
u +b
3
v),
`e sufficiente per ricoprire tutto il piano (controllare che ϕ verifica le condi-
zioni della definizione precedente).
63
64 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Esempio 5.2. Sia S
2
= ¦(x, y, z) ∈ R
3
/ x
2
+ y
2
+ z
2
= 1¦ la sfera di
centro l’origine e raggio 1.
Non `e possibile ricoprire la sfera, che `e compatta, con un’unica para-
metrizzazione locale. Infatti, non esiste alcun omeomorfismo che manda un
aperto di R
2
in un compatto (basta applicare la Propriet`a 3.19 a ϕ
−1
). In
questa sezione, costruiremo tre diversi insiemi di parametrizzazioni locali
che ricoprono la sfera, aventi ciascuno un numero decrescente di elementi.
Indicati con
U
+
= ¦(x, y, z) ∈ R
3
/ z =

1 −x
2
−y
2
, z = 0 ¦,
U

= ¦(x, y, z) ∈ R
3
/ z = −

1 −x
2
−y
2
, z = 0 ¦,
gli “emisferi” nord e sud, rispettivamente, si controlla facilmente che le
funzioni
ϕ
±
: D −→ U
±
, (u, v) −→ ϕ
±
(u, v) = (u, v, ±

1 −u
2
−v
2
),
dove D = ¦(u, v) ∈ R
2
/ u
2
+ v
2
< 1 ¦, verificano le condizioni della Defi-
nizione 5.1 (si noti che ϕ
−1
±
sono le proiezioni ortogonali degli emisferi sul
piano Oxy). Quindi (D, ϕ
+
) e (D, ϕ

) sono due parametrizzazioni locali che
ricoprono tutta la sfera, tranne l’“equatore”. Per ricoprire i punti mancanti,
occorrono altre quattro parametrizzazioni locali (D, ϕ

±
), (D, ϕ

±
), dove:
ϕ

±
(u, v) = (±

1 −u
2
−v
2
, u, v), ϕ

±
(u, v) = (u, ±

1 −u
2
−v
2
, v).
Tutto ci`o che `e stato detto per la sfera di raggio 1, si estende (con ovvie
modifiche: quali?) alla sfera S
2
(r) di raggio r qualsiasi.
Vogliamo ora introdurre il concetto di punto regolare di una superficie;
vedremo successivamente che un punto `e regolare se e solo se la superficie
ha piano tangente in tale punto.
Data una superficie parametrizzata M, consideriamo una parametrizza-
zione locale (D, ϕ) e fissiamo un punto P
0
= ϕ(u
0
, v
0
) ∈ ϕ(D). Le curve
coordinate passanti per P
0
sono le curve
α
1
(u) = ϕ(u, v
0
), α
2
(v) = ϕ(u
0
, v),
che si ottengono fissando una delle due variabili. I campi vettoriali tangenti
alle curve coordinate sono:
ϕ
u
(u, v
0
)
def.
= α

1
(u) =

∂x
∂u

(u,v
0
)
,
∂y
∂u

(u,v
0
)
,
∂z
∂u

(u,v
0
)

,
ϕ
v
(u
0
, v)
def.
= α

2
(v) =

∂x
∂v

(u
0
,v)
,
∂y
∂v

(u
0
,v)
,
∂z
∂v

(u
0
,v)

.
Definizione 5.2. Un punto P
0
di una superficie M `e regolare se esiste
una parametrizzazione locale (D, ϕ) tale che: P
0
= ϕ(u
0
, v
0
) ∈ ϕ(D) ed i
vettori ϕ
u
(u
0
, v
0
) e ϕ
v
(u
0
, v
0
) sono linearmente indipendenti.
M `e una superficie regolare se ogni suo punto `e regolare. Un punto
che non `e regolare si dice punto singolare.
Osservazione. Si noti che un generico punto di ϕ(D) `e regolare se e
solo se i vettori
ϕ
u
(u, v) =

∂x
∂u
,
∂y
∂u
,
∂z
∂u

, ϕ
v
(u, v) =

∂x
∂v
,
∂y
∂v
,
∂z
∂v

Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 65
verificano la condizione ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v) = 0. Ci`o equivale a richiedere
che la matrice (trasposta della Jacobiana di ϕ)

¸
¸
∂x
∂u
∂y
∂u
∂z
∂u
∂x
∂v
∂y
∂v
∂z
∂v
¸

abbia rango 2 in ogni punto. In tal caso, si dice che (D, ϕ) `e una parame-
trizzazione locale regolare.
Esempio 5.3. Il piano dell’Esempio 5.1 `e una superficie regolare perch`e
i vettori ϕ
u
(u, v) = a e ϕ
v
(u, v) = b sono linearmente indipendenti per
definizione.
Esempio 5.4. Anche la sfera S
2
`e una superficie regolare. Per giusti-
ficare questa affermazione, occorre verificare che le sei parametrizzazioni
locali costruite nell’Esempio 5.2 sono regolari. Faremo la verifica solo per
(D, ϕ
+
); gli altri casi sono del tutto simili (cercare di capire che cosa cambia).
Derivando parzialmente ϕ
+
rispetto ad u ed a v, si trova:

+
)
u
(u, v) =

1, 0,
−u

1 −u
2
−v
2

, (ϕ
+
)
v
(u, v) =

0, 1,
−v

1 −u
2
−v
2

e quindi:

+
)
u
(u, v) (ϕ
+
)
v
(u, v) =

u

1 −u
2
−v
2
,
v

1 −u
2
−v
2
, 1

= 0.
Concludiamo questa sezione con altre due parametrizzazioni della sfera,
particolarmente importanti per le applicazioni.
Esempio 5.5. Coordinate sferiche. Se P `e un punto della sfera S
2
(r),
indichiamo con P

la proiezione ortogonale di P sul piano Oxy. Detti: u l’an-
golo fra i vettori i e
−−→
OP

, v l’angolo fra i vettori
−−→
OP e
−−→
OP

, le coordinate car-
tesiane di P sono: (r cos v cos u, r cos v sen u, r sen v). La parametrizzazione
locale associata alle coordinate sferiche (r, u, v) `e
ϕ(u, v) = (r cos v cos u, r cos v sen u, r sen v), (u, v) ∈ (0, 2π) (−
π
2
,
π
2
).
Si verifichi che `e regolare. La parametrizzazione non comprende i punti
per cui u = 0 (una semicirconferenza) e v = ±
π
2
(i poli). Per ricoprire i
punti mancanti, occorrono altre tre parametrizzazioni che si ricavano dalla
precedente con ovvie modifiche.
Esempio 5.6. Proiezioni stereografiche. Vogliamo ora ricoprire la sfe-
ra con il numero minimo possibile di parametrizzazioni. Per semplicit`a
considereremo solo la sfera S
2
di raggio uno.
Sia P

(x

, y

, 0) un generico punto del piano Oxy. Tracciata la retta
che unisce P

con il “polo nord” N(0, 0, 1), cerchiamo le coordinate del
punto P (diverso dal polo nord) in cui tale retta incontra la sfera. Dato che
−−→
NP

= x

i +y

j −k, le equazioni parametriche della retta NP

sono:

x = x

t
y = y

t .
z = 1 − t
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
66 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Sostituendo tali espressioni nell’equazione della sfera e risolvendo rispetto a
t, si trovano le coordinate di P:

2x

x
2
+y
2
+ 1
,
2y

x
2
+y
2
+ 1
,
x
2
+y
2
−1
x
2
+y
2
+ 1

.
La funzione che manda P

in P `e una biiezione tra il piano e la sfera privata
del polo nord. La funzione inversa prende il nome di proiezione stereo-
grafica dal polo nord della sfera sul piano. Le considerazioni precedenti
permettono di costruire una parametrizzazione (D, ϕ
N
), dove D = R
2
e
ϕ
N
(u, v) =

2u
u
2
+v
2
+ 1
,
2v
u
2
+v
2
+ 1
,
u
2
+v
2
−1
u
2
+v
2
+ 1

,
che ricopre tutta la sfera tranne il polo nord (verificare che `e regolare!). Per
includere il punto mancante, si ricorre alla proiezione stereografica dal “polo
sud” S(0, 0, −1) che individua la parametrizzazione (D, ϕ
S
), dove D = R
2
e
ϕ
S
(u, v) =

2u
u
2
+v
2
+ 1
,
2v
u
2
+v
2
+ 1
,
1 −u
2
−v
2
1 +u
2
+v
2

.
2. Esempi di superfici regolari
Esempio 5.7. Grafici di funzioni di due variabili.
Data una funzione differenziabile di due variabili z = f(x, y), definita su
un dominio (aperto) D del piano, il suo grafico `e l’insieme dei punti
M = ¦P ∈ R
3
/ P = (x, y, f(x, y)), (x, y) ∈ D¦.
Una parametrizzazione locale che ricopre interamente M `e (D, ϕ), dove:
ϕ(u, v) = (u, v, f(u, v)), (u, v) ∈ D.
Poich`e ϕ
u
(u, v) = (1, 0,
∂f
∂u
) e ϕ
v
(u, v) = (0, 1,
∂f
∂v
), i vettori ϕ
u
(u, v) e
ϕ
v
(u, v) sono, in ogni punto, linearmente indipendenti e, quindi, M `e una
superficie regolare. (D, ϕ) viene detta parametrizzazione di Monge.
Queste osservazioni consentono di concludere immediatamente che, ad
esempio, il paraboloide ellittico z = x
2
+ y
2
ed il paraboloide iperbolico
(detto anche “superficie a sella”) z = x
2
−y
2
sono superfici regolari.
Esempio 5.8. Superfici di livello.
Sia w = g(x, y, z) una funzione differenziabile di tre variabili il cui gra-
diente ∇g =
∂g
∂x
i +
∂g
∂y
j +
∂g
∂z
k non si annulla in nessun punto del dominio.
Fissata una costante reale c, si dice superficie di livello di g l’insieme di
punti (se non `e vuoto)
M
c
= ¦(x, y, z) ∈ R
3
/ g(x, y, z) = c ¦.
Proviamo che M
c
`e una superficie regolare, mostrando che ogni suo punto
`e contenuto in una parametrizzazione regolare. Sia P
0
= (x
0
, y
0
, z
0
) un
generico punto di M
c
. Dato che (∇g)(x
0
, y
0
, z
0
) = 0, almeno una derivata
parziale non sar`a nulla in P
0
(e quindi anche in un intorno di P
0
, a causa
della continuit`a delle derivate parziali). Supponiamo, ad esempio, che

∂g
∂z

(x
0
,y
0
,z
0
)
= 0.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 67
Si pu`o allora applicare il teorema delle funzioni implicite: esiste una fun-
zione z = h(x, y), definita in un intorno di (x
0
, y
0
), che risolve l’equazio-
ne g(x, y, z) = c, ossia tale che h(x
0
, y
0
) = z
0
e g(x, y, h(x, y)) = c. A
questo punto `e facile verificare che ϕ(u, v) = (u, v, h(u, v)) individua una
parametrizzazione locale regolare e che ϕ(x
0
, y
0
) = P
0
.
Esempi di superfici regolari del tipo precedente sono le quadriche proprie:
M = ¦(x, y, z) ∈ R
3
/
x
2
a
2
+
y
2
b
2
+
z
2
c
2
= 1¦, (ellissoidi)
M

= ¦(x, y, z) ∈ R
3
/
x
2
a
2
±
y
2
b
2

z
2
c
2
= 1¦, (iperboloidi)
M

= ¦(x, y, z) ∈ R
3
/
x
2
a
2
±
y
2
b
2
−2z = 0¦, (paraboloidi)
(a, b e c costanti reali strettamente positive).
Esempio 5.9. Superfici rigate.
Supponiamo che α(u) = (x(u), y(u), z(u)), u ∈ I, sia una curva regolare
e che w(u) = w
1
(u) i + w
2
(u) j + w
3
(u) k sia un campo vettoriale lungo α
che non si annulla in nessun punto.
La superficie M, formata dalle rette passanti per i punti α(u) della curva
e parallele a w(u), `e una superficie rigata avente α come direttrice. Le
rette contenute in M sono le generatrici della rigata.
Una parametrizzazione di una superficie rigata `e
ϕ(x, y) =

x(u) +v w
1
(u), y(u) +v w
2
(u), z(u) +v w
3
(u)

, (u, v) ∈ I R.
Si riconosce facilmente se una parametrizzazione individua una rigata: le
equazioni corrispondenti dipendono linearmente da uno dei due parametri.
In generale, una superficie rigata pu`o avere punti singolari; sono i punti in cui
ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v) = 0, dove: ϕ
u
(u, v) = α

(u) +v w

(u) e ϕ
v
(u, v) = w(u).
Le principali famiglie di superfici rigate sono le seguenti.
– Cilindri generalizzati. Sono caratterizzati dal fatto che le direttrici sono
parallele fra di loro e, quindi, w(u) = w
0
`e un campo costante.
Ad esempio, ϕ(u, v) = (2 cos u + v, 3 sen u, v) `e la parametrizzazione locale
del cilindro ellittico avente come direttrice l’ellisse α(u) = (2 cos u, 3 sen u, 0)
e generatrici parallele al vettore w
0
= i +k.
– Coni generalizzati. In questo caso, le generatrici passano tutte per un
punto fisso, detto vertice del cono.
Ad esempio, il cono ordinario di vertice V (0, 0, 1) ed avente come diretttrice
la circonferenza α(u) = (cos u, sen u, 0), `e parametrizzato da
ϕ(u, v) = ((1 −v) cos u, (1 −v) sen u, v), (u, v) ∈ (0, 2π) R.
Verificare che V `e un punto singolare del cono. Come al solito, in questa
parametrizzazione mancano i punti di una generatrice: quella passante per
(1, 0, 0) e per V .
– Superfici inviluppo delle tangenti. Sono le superfici formate dalle rette
tangenti ad una data curva (non piana). Se α `e la direttrice, una parametriz-
zazione locale della rigata delle tangenti `e data da: ϕ(u, v) = α(u) +v α

(u).
Si verifica direttamente che tutti i punti di α sono singolari.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
68 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
– Quadriche rigate. Tra le varie quadriche considerate al termine dell’Esem-
pio 5.8, due sono anche rigate: l’iperboloide ellittico (detto anche iperboloide
ad una falda) e il paraboloide iperbolico, aventi equazioni, rispettivamente:
x
2
a
2
+
y
2
b
2

z
2
c
2
= 1,
x
2
a
2

y
2
b
2
−2z = 0.
Verifichiamo, ad esempio, che l’iperboloide x
2
+ y
2
− z
2
= 1 `e rigato.
Scritta l’equazione nella forma (x −z)(x +z) = (1 −y)(1 +y), passando ai
rapporti, si trova:
x −z
1 −y
=
1 +y
x +z
,
da cui, detto λ il comune valore costante dei rapporti, si ricava:

x −z = λ(1 −y)
1 +y = λ(x +z).
Al variare di λ ∈ R, si ottiene un insieme di rette (detto schiera di rette)
che, per costruzione, genera la superficie. Considerando un rapporo diver-
so dal precedente, si costrusce una nuova schiera di rette: per ogni punto
dell’iperboloide passano due rette contenute nella superficie.
Verificare, per esercizio, che la superficie a sella z = x
2
− y
2
`e rigata,
determinando le due schiere di rette che la generano.
Esempio 5.10. Superfici di rotazione.
Sia M la superficie che si ottiene ruotando una curva piana regolare α
(curva profilo) attorno ad una retta a (l’asse di rotazione) complanare con
α. Al fine di evitare possibili singolarit`a, si escludono le intersezioni della
curva profilo con l’asse. Per trovare una parametrizzazione locale di M, `e
sempre possibile supporre che α(u) = (x(u), 0, z(u)), u ∈ I, sia una curva
del piano Oxz, che l’asse di rotazione coincida con l’asse z e che x(u) > 0.
Un generico punto di M sta su una circonferenza passante per un punto
(x(u), 0, z(u)) di α e di raggio x(u). Pertanto, una parametrizzazione della
superficie di rotazione sar`a:
ϕ(u, v) = (x(u) cos v, x(u) sen v, z(u)), (u, v) ∈ I (0, 2π).
Dato che |ϕ
u
(u, v)ϕ
v
(u, v)|
2
= x(u)
2
[x

(u)
2
+z

(u)
2
], la parametrizzazione
`e regolare. Essa ricopre M tranne i punti della curva profilo. Le curve
coordinate ϕ(u
0
, v) e ϕ(u, v
0
) sono dette, rispettivamente, paralleli e me-
ridiani.
Esempi importanti di superfici di rotazione (oltre alle sfere) sono i tori di
rivoluzione, generati dalla rotazione, attorno all’asse z, della circonferenza
α(u) = (a + r cos u, 0, r sen u), di centro (a, 0, 0) e raggio r, con 0 < r < a.
Una parametrizzazione locale del toro `e (D, ϕ), dove:
ϕ(u, v) =

(a+r cos u) cos v, (a+r cos u) sen v, r sen u

, D = (0, 2π)(0, 2π).
Questa parametrizzazione esclude un meridiano e un parallelo; per ricoprire
i punti mancanti occorrono altre tre parametrizzazioni (quali?).
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 69
3. Piani tangenti ad una superficie
Siano M una superficie parametrizzata ed α: I −→ R
3
una curva trac-
ciata sulla superficie, cio`e tale che α(I) ⊆ M. Consideriamo una parametriz-
zazione locale (D, ϕ) che “interseca la curva”, ossia: ϕ(D) ∩α(I) = ∅. Dato
che ϕ `e biiettiva, ad ogni punto α(t) della curva che sta in ϕ(D) corrispon-
de un unico punto (u(t), v(t)) di D tale che: α(t) = ϕ(u(t), v(t)). In altri
termini, ogni curva tracciata su di una superficie `e (localmente) l’immagine
di una curva del piano.
Fissato un punto P
0
di M, diremo che un vettore v di R
3
`e tangente
alla superficie in P
0
se esiste una curva α, definita su un intervallo I e
contenuta in M, tale che:
α(t
0
) = P
0
e α

(t
0
) = v, per un certo t
0
∈ I.
Si noti che tale curva non `e unica; anzi ci sono infinite curve che verificano
le condizioni precedenti.
Propriet` a 5.1. Dato un punto P
0
∈ M, sia (D, ϕ) una parametrizza-
zione locale tale che P
0
= ϕ(u
0
, v
0
). Ogni vettore v tangente alla superficie
in P
0
`e combinazione lineare del vettori ϕ
u
(u
0
, v
0
) e ϕ
v
(u
0
, v
0
).
Dimostrazione. Per definizione di vettore tangente, esiste una curva
α(t) = ϕ(u(t), v(t)) =

x(u(t), v(t)), y(u(t), v(t)), z(u(t), v(t))

tale che: α(t
0
) = P
0
e v = α

(t
0
) =

x

(t
0
), y

(t
0
), z

(t
0
)

. Applicando la
regola di derivazione delle funzioni composte, si ha:
x

(t
0
) =
∂x
∂u

(u
0
,v
0
)
du
dt

t
0
+
∂x
∂v

(u
0
,v
0
)
dv
dt

t
0
, . . .
e quindi:
v =
du
dt

t
0

∂x
∂u
,
∂y
∂u
,
∂z
∂u

(u
0
,v
0
)
+
dv
dt

t
0

∂x
∂v
,
∂y
∂v
,
∂z
∂v

(u
0
,v
0
)
.
Posto
a =
du
dt

t
0
e b =
dv
dt

t
0
,
si vede che v = aϕ
u
(u
0
, v
0
) +bϕ
v
(u
0
, v
0
).
La propriet`a precedente ha due importanti conseguenze:
• l’insieme dei vettori tangenti ad una superficie in un suo punto `e uno
spazio vettoriale;
• se P
0
`e un punto regolare, i vettori ϕ
u
(u
0
, v
0
) e ϕ
v
(u
0
, v
0
) sono linearmente
indipendenti. In tal caso, l’insieme dei vettori tangenti in P
0
`e uno spazio
vettoriale di dimensione due, detto piano tangente alla superficie in P
0
,
che si indica con T
P
0
M.
Definizione 5.3. Un campo vettoriale X su una superficie parame-
trizzata M `e una funzione che assegna ad ogni punto P di M un vettore
X(P) di R
3
, avente estremo iniziale in P.
Se la superficie `e regolare, un campo vettoriale X si dice tangente (op-
pure, normale) alla superficie se X(P) appartiene al piano tangente T
P
M
(oppure, `e perpendicolare al piano tangente T
P
M).
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
70 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Osservazione. Se la superficie `e regolare, per ogni parametrizzazio-
ne locale (D, ϕ), i campi vettoriali ϕ
u
(u, v) e ϕ
v
(u, v) sono tangenti alla
superficie, mentre ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v) `e normale.
Se M `e la superficie di livello di una funzione g (vedi l’Esempio 5.8), il
campo gradiente ∇g =
∂g
∂x
i +
∂g
∂y
j +
∂g
∂z
k `e normale alla superficie.
4. Metrica su una superficie: prima forma quadratica
In questa sezione verranno introdotti alcuni concetti di carattere me-
trico che consentiranno, tra l’altro, di introdurre una nozione intrinseca di
distanza tra punti e di calcolare l’area di certe porzioni di superficie.
Data una superficie regolare M, fissiamo un punto P di M e consideria-
mo una parametrizzazione locale (D, ϕ) tale che P = ϕ(u, v). Presi due vet-
tori tangenti u, v ∈ T
P
M, la Propriet`a 5.1 dice che essi sono combinazione
lineare di ϕ
u
(u, v) e ϕ
v
(u, v) e, quindi:
u = x
1
ϕ
u
(u, v) +x
2
ϕ
v
(u, v), v = y
1
ϕ
u
(u, v) +y
2
ϕ
v
(u, v),
per certi scalari x
1
, x
2
, y
1
, y
2
.
Allo scopo di semplificare le notazioni, nel seguito verr`a spesso omessa
la dipendenza dei vettori da u e v. Calcoliamo il prodotto scalare di u e v:
u v = (x
1
ϕ
u
+x
2
ϕ
v
) (y
1
ϕ
u
+y
2
ϕ
v
)
= x
1
y
1
ϕ
u
ϕ
u
+ (x
1
y
2
+x
2
y
1
) ϕ
u
ϕ
v
+x
2
y
2
ϕ
v
ϕ
v
.
Seguendo la tradizione, poniamo
E = ϕ
u
ϕ
u
= |ϕ
u
|
2
, F = ϕ
u
ϕ
v
, G = ϕ
v
ϕ
v
= |ϕ
v
|
2
e riscriviamo il prodotto scalare nella forma seguente:
u v = E x
1
y
1
+F (x
1
y
2
+x
2
y
1
) +Gx
2
y
2
.
Al variare di u e v nel piano tangente, l’espressione precedente individua
una forma bilineare simmetrica su T
P
M. Dato che tale forma bilineare `e
definita positiva, il determinante della matrice associata sar`a strettamente
positivo:
det

E F
F G

= EG−F
2
> 0.
La relativa forma quadratica
u u = |u|
2
= E (x
1
)
2
+ 2F x
1
x
2
+G(x
2
)
2
viene detta prima forma quadratica fondamentale della superficie.
Si noti che i coefficienti E, F e G della prima forma quadratica sono
degli scalari che dipendono dalle coordinate del punto P; al variare di P in
ϕ(D) diventano funzioni (differenziabili) di u e v.
Osservazione. Dato un vettore tangente v ∈ T
P
M, consideriamo una
curva α(t) = ϕ(u(t), v(t)), passante per P e tangente a v. Dalla dimostra-
zione della Propriet`a 5.1 si ricava che
v =
du
dt
ϕ
u
+
dv
dt
ϕ
v
e, quindi
|v|
2
= E

du
dt

2
+ 2F
du
dt
dv
dt
+G

dv
dt

2
.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 71
Passando ai differenziali, si ha l’espressione classica della prima forma qua-
dratica:
ds
2
= E (du)
2
+ 2F dudv +G(dv)
2
.
In questa formula, ds
2
ha il significato di lunghezza di un arco “infinitesimo”
di curva tracciato sulla superficie.
Esempio 5.11. Consideriamo il piano passante per un punto P
0
e pa-
rallelo ai vettori a e b. Dato che tali vettori sono linearmente indipendenti,
cambiando eventualmente base, possiamo sempre supporre che formino una
base ortonormale. Usando la parametrizzazione locale dell’Esempio 5.1, si
ha che ϕ
u
= a e ϕ
v
= b. Pertanto i coefficienti della prima forma quadratica
sono:
E = a a = 1, F = a b = 0, G = b b = 1.
Vediamo ora alcune importanti applicazioni della prima forma quadra-
tica.
Angolo fra due curve su una superficie. Siano α
1
e α
2
due curve su M
che si incontrano in un punto P = α
1
(t
1
) = α
2
(t
2
). L’angolo θ fra le due
curve `e l’angolo formato dai rispettivi vettori tangenti in P e quindi
cos θ =
α

1
(t
1
) α

2
(t
2
)

1
(t
1
)| |α

2
(t
2
)|
.
In particolare, se α
1
e α
2
sono curve coordinate, allora α

1
= ϕ
u
e α

2
= ϕ
v
e il loro angolo `e dato da
cos θ =
ϕ
u
ϕ
v

u
| |ϕ
v
|
=
F

E

G
.
Da questa espressione si ottiene subito la seguente
Propriet` a 5.2. Le curve coordinate sono ortogonali se e solo se F = 0.
Esempio 5.12. Sia M il cilindro circolare retto ottenuto ruotando la
retta α(u) = (1, 0, u) attorno all’asse z. Una parametrizzazione locale di M
`e (vedi l’Esempio 5.10):
ϕ(u, v) = (cos v, sen v, u), (u, v) ∈ R (0, 2π).
Dato che ϕ
u
(u, v) = (0, 0, 1) e ϕ
v
(u, v) = (−sen v, cos v, 0), i coefficienti
della prima forma quadratica sono: E = G = 1 e F = 0. Notare che le linee
coordinate (circonferenze e rette, in questo caso) sono ortogonali.
Osservazione. Il fatto che la prima forma quadratica del cilindro coin-
cida con quella del piano (Esempio 5.11) implica che queste due superfici
sono localmente isometriche: ci`o significa che, in un intorno sufficientemen-
te piccolo di un punto, il cilindro ha le stesse propriet`a metriche (angoli
e distanze) del piano. D’altro canto, per ragioni di carattere topologico,
il cilindro ed il piano non sono omeomorfi e, di conseguenza, non possono
essere globalmente isometrici. Per una spiegazione pi` u precisa di queste
affermazioni, si veda il capitolo 4 di [3].
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
72 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Distanza tra coppie di punti di una superficie. Sia α(t) = ϕ(u(t), v(t))
un arco di curva che congiunge due punti P
1
= α(t
1
) e P
2
= α(t
2
) di M.
Dato che (vedi l’Osservazione di pag. 70)
α

(t) =
du
dt
ϕ
u
+
dv
dt
ϕ
v
,
la lunghezza dell’arco di curva `e (Definizione 4.7):
L(α) =

t
2
t
1

(t)| dt =

t
2
t
1

E

du
dt

2
+ 2F
du
dt
dv
dt
+G

dv
dt

2
dt.
Supponiamo ora che la superficie sia connessa (Definizione 3.1). La
distanza di due punti P
1
e P
2
di M si definisce come l’estremo inferio-
re delle lunghezze degli archi di curva che congiungono i due punti. Pi` u
precisamente, si prova che la funzione:
d(P
1
, P
2
) = inf
γ
L(γ),
dove γ `e una qualsiasi curva che unisce P
1
a P
2
, verifica tutte le condizioni
della Definizione 1.7 e che quindi (M, d) `e uno spazio metrico. Inoltre la
topologia metrica (Propriet`a 1.15) coincide con la topologia di M indotta
dalla topologia standard di R
3
.
L’ipotesi che la superficie sia connessa serve per garantire l’esistenza
di una curva che passi per i due punti. Per una dimostrazione di questa
propriet`a non banale, si veda il Teorema 10.3.7 di [1]. Se M fosse sconnessa,
non ci sarebbero curve che congiungono punti appartenenti a componenti
connesse distinte.
Un arco di curva avente lunghezza minima tra due suoi punti si dice
geodetica. Ad esempio, le geodetiche del piano sono i segmenti e quelle
della sfera sono gli archi di cerchio massimo.
Area di una porzione di superficie. Data una parametrizzazione locale
(D, ϕ), l’area della porzione ϕ(D) della superficie `e
/ =

D

u
(u, v) ϕ
v
(u, v)| dudv,
supposto che l’integrale sia convergente. Dato che |ϕ
u
ϕ
v
| `e l’area di
un parallelogramma di lati ϕ
u
e ϕ
v
, una motivazione intuitiva dell’espres-
sione precedente `e che |ϕ
u
ϕ
v
| dudv rappresenta l’area di una “porzione
infinitesima” di superficie.
Tenuto conto che vale l’identit`a vettoriale |uv|
2
= |u|
2
|v|
2
−(uv)
2
(la dimostrazione `e semplice: basta scrivere i vettori come combinazione
lineare della base standard e calcolare direttamente il primo ed il secondo
membro), si ha:

u
ϕ
v
|
2
= |ϕ
u
|
2

v
|
2
−(ϕ
u
ϕ
v
)
2
= EG−F
2
(∗)
e quindi la formula per il calcolo dell’area diventa:
/ =

D

EG−F
2
dudv.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 73
Esempio 5.13. Calcoliamo l’area della sfera S
2
(r) di raggio r. La para-
metrizzazione pi` u conveniente `e quella data dalle coordinate sferiche, intro-
dotte nell’Esempio 5.5 di pag. 65. Con semplici calcoli si ha che
E = ϕ
u
ϕ
u
= r
2
cos
2
v, F = ϕ
u
ϕ
v
= 0, G = ϕ
v
ϕ
v
= r
2
.
L’area della sfera vale
/ =

D
r
2
cos v dudv = r
2


0
π
2

π
2
cos v dv

du = 4πr
2
.
Si noti che, anche se ϕ(D) non ricopre tutta la sfera, la parte mancante (una
semicirconferenza pi` u i poli) `e un insieme di area nulla e quindi non modifica
il valore dell’integrale.
Esempio 5.14. Troviamo l’area del toro di rivoluzione usando la para-
metrizzazione dell’Esempio 5.10 di pag. 68. In questo caso
E = r
2
, F = 0, G = (a +r cos u)
2
e quindi
/ =

D
r(a + cos u) dudv = r


0


0
(a +r cos u) du

dv = 4arπ
2
.
5. Operatore forma: seconda forma quadratica
In questa sezione, allo scopo di rendere precisa l’idea intuitiva che una
superficie si “incurva” nello spazio, verr`a introdotta la nozione di curvatura
Gaussiana. L’idea geometrica `e quella di considerare la variazione del piano
tangente, individuato da un versore normale, quando il punto di contatto
con la superficie descrive una curva.
Fissato un punto P di una superficie regolare M, consideriamo una para-
metrizzazione locale (D, ϕ) tale che P = ϕ(u
0
, v
0
). Sia v ∈ T
P
M un vettore
tangente alla superficie in P e supponiamo che v = a ϕ
u
(u
0
, v
0
)+b ϕ
v
(u
0
, v
0
).
Inoltre, sia α(t) = ϕ(u(t), v(t)) una qualsiasi curva passante per P e tangente
a v, ossia tale che:
u(t
0
) = u
0
, v(t
0
) = v
0
e
du
dt

t
0
= a,
dv
dt

t
0
= b. (∗)
Il campo vettoriale, detto campo normale,
N(u, v) =
ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v)

u
(u, v) ϕ
v
(u, v)|
, (u, v) ∈ D,
ha norma unitaria ed `e, in ogni punto, perpendicolare al piano tangente.
Come al solito, indicheremo con N
u
e N
v
i campi vettoriali aventi come
componenti le derivate parziali delle componenti di N, rispetto ad u e v.
Dato che N ha norma costante, N
u
e N
v
sono tangenti alla superficie in ogni
punto del loro dominio (il Lemma 4.4 vale anche per le superfici, con ovvie
modifiche: quali?).
Consideriamo la restrizione N(t) = N(u(t), v(t)) del campo normale ai pun-
ti della curva α e calcoliamo la sua derivata nel punto P: come risultato
otterremo un vettore che esprime la variazione del piano tangente quando
ci si avvicina a P lungo la curva α. Applicando, come al solito, la regola
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
74 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
di derivazione delle funzioni composte, tenuto conto delle condizioni iniziali
(∗), otteniamo:
N

(t
0
) =
dN(u(t), v(t))
dt

t
0
= N
u
(u
0
, v
0
)
du
dt

t
0
+N
v
(u
0
, v
0
)
dv
dt

t
0
= a N
u
(u
0
, v
0
) +b N
v
(u
0
, v
0
).
Il calcolo precedente permette di trarre alcune importanti conclusioni:
a) il vettore N

(t
0
) dipende solo dal punto P e dal vettore v e non dalla
curva che interviene nel calcolo;
b) essendo combinazione lineare di N
u
(u
0
, v
0
) e N
v
(u
0
, v
0
), N

(t
0
) `e tangente
alla superficie;
c) N

(t
0
) dipende in modo lineare dalle componenti di v.
Possiamo riassumere le affermazioni precedenti nella seguente
Propriet` a 5.3. La funzione
S
P
: T
P
M −→ T
P
M, v −→ S
P
(v) = −N

(t
0
),
`e un endomorfismo del piano tangente, detto operatore forma in P.
Osservazione. In molti testi, l’operatore forma prende il nome di ap-
plicazione di Gauss–Weingarten. Il segno meno ha il solo scopo di
semplificare alcune formule successive.
Propriet` a 5.4. S
P
`e un endomorfismo simmetrico di T
P
M, ossia:
S
P
(v) w = v S
P
(w), per ogni v, w ∈ T
P
M.
Dimostrazione. Dati v, w ∈ T
P
M, supponiamo che v = a
1
ϕ
u
+ b
1
ϕ
v
e w = a
2
ϕ
u
+b
2
ϕ
v
. Allora:
S
P
(v) w = −(a
1
N
u
+b
1
N
v
) (a
2
ϕ
u
+b
2
ϕ
v
)
= −(a
1
a
2
N
u
ϕ
u
+a
1
b
2
N
u
ϕ
v
+a
2
b
1
N
v
ϕ
u
+b
1
b
2
N
v
ϕ
v
).
Derivando l’identit`a N ϕ
u
= 0 rispetto a v e N ϕ
v
= 0 rispetto ad u, si ha:
N
v
ϕ
u
+N ϕ
uv
= 0, N
u
ϕ
v
+N ϕ
vu
= 0.
Dato che ϕ
uv
= ϕ
vu
, otteniamo:
N
v
ϕ
u
= −N ϕ
uv
= N
u
ϕ
v
e quindi
S
P
(v) w = −[a
1
a
2
N
u
ϕ
u
+ (a
1
b
2
+a
2
b
1
)N
u
ϕ
v
+b
1
b
2
N
v
ϕ
v
].
Essendo tale espressione simmetrica rispetto alle componenti di v e w, si ha
la tesi.
Una conseguenza della propriet`a precedente `e che la forma bilineare:
(v, w) ∈ T
P
M T
P
M −→ S
P
(v) w ∈ R
`e simmetrica. La forma quadratica associata
v = aϕ
u
+bϕ
v
−→ S
P
(v) v = −(a
2
N
u
ϕ
u
+ 2ab N
u
ϕ
v
+b
2
N
v
ϕ
v
)
si dice seconda forma quadratica fondamentale della superficie in P.
Seguendo ancora una volta la tradizione, indichiamo con
l = −N
u
ϕ
u
, m = −N
u
ϕ
v
, n = −N
v
ϕ
v
,
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 75
i coefficienti della seconda forma quadratica. Derivando l’identit`a N ϕ
u
= 0
rispetto ad u e N ϕ
v
= 0 rispetto a v, si ottengono le seguenti espressioni
equivalenti dei coefficienti:
l = N ϕ
uu
, m = N ϕ
uv
, n = N ϕ
vv
,
Sia

a
11
a
12
a
21
a
22

la matrice dell’endomorfismo S
P
rispetto alla base ¦ϕ
u
(u
0
, v
0
), ϕ
v
(u
0
, v
0

di T
P
M. Dato che, in generale, tale base non `e ortonormale, non `e detto
che la matrice sia simmetrica.
Dalla definizione stessa dell’operatore forma ricaviamo che S
P

u
) = −N
u
e quindi:
l = −N
u
ϕ
u
= S
P

u
) ϕ
u
= (a
11
ϕ
u
+a
21
ϕ
v
) ϕ
u
= a
11
ϕ
u
ϕ
u
+a
21
ϕ
v
ϕ
u
= a
11
E +a
21
F.
In modo analogo, si ottiene la relazione m = a
11
F + a
21
G. Risolvendo il
sistema lineare (nelle incognite a
11
e a
21
)

Ea
11
+Fa
21
= l
Fa
11
+Ga
21
= m
si trova:
a
11
=
Gl −Fm
EG−F
2
, a
21
=
Em−Fl
EG−F
2
.
La seconda colonna della matrice di S
p
si ottiene in modo analogo a partire
da S
P

v
) = −N
v
:
a
12
=
Gm−Fn
EG−F
2
, a
22
=
En −Fm
EG−F
2
.
Esempio 5.15. Consideriamo il piano passante per un punto P
0
e paral-
lelo ai vettori a e b che formano una base ortonormale (vedi l’Esempio 5.11).
Sotto queste ipotesi, il campo vettoriale normale N = a b `e costante e,
quindi, N

(t) = 0, in ogni punto e rispetto a qualsiasi curva. Di conseguenza
l’operatore forma, in ogni punto del piano, `e l’endomorfismo nullo.
Esempio 5.16. Consideriamo la sfera S
2
(r) parametrizzata mediante le
coordinate sferiche (Esempio 5.5).
Nell’Esempio 5.13 si era visto che E = r
2
cos
2
v, F = 0, G = r
2
. Con
semplici calcoli si trova che
N(u, v) = (cos v cos u, cos v sen u, sen v)
ϕ
uu
(u, v) = (−r cos v cos u, −r cos v sen u, 0),
ϕ
uv
(u, v) = (r sen v sen u, −r sen v cos u, 0),
ϕ
vv
(u, v) = (−r cos v cos u, −r cos v sen u, −r sen v),
e quindi:
l = N ϕ
uu
= −r cos
2
v, m = N ϕ
uv
= 0, n = N ϕ
vv
= −r.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
76 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Inserendo tali dati nelle espressioni di pag. 75, si vede che gli elementi della
matrice dell’operatore forma sono:
a
11
= −
1
r
, a
12
= a
21
= 0, a
22
= −
1
r
.
Ci`o significa che S
P
= −1/rId, ossia l’operatore forma `e, in ogni punto della
sfera, proporzionale all’endomorfismo identico.
6. Curvature principali, Gaussiana e media
Abbiamo visto nella sezione precedente che l’operatore forma `e un en-
domorfismo simmetrico (Propriet`a 5.4). Di conseguenza, ha autovalori reali
ed `e diagonalizzabile. Indicati con k
1
(P) e k
2
(P) gli autovalori di S
P
, `e
sempre possibile trovare una base ortonormale ¦e
1
, e
2
¦ di T
P
M formata da
autovettori. In tal caso,
S
P
(e
1
) = k
1
(P) e
1
, S
P
(e
2
) = k
2
(P) e
2
,
e la matrice dell’endomorfismo S
P
, rispetto alla base di autovettori, `e diago-
nale:

k
1
(P) 0
0 k
2
(P)

.
Definizione 5.4. 1) k
1
(P) e k
2
(P) sono le curvature principali di
M in P, associate alle direzioni principali di curvatura e
1
ed e
2
.
2) La curvatura Gaussiana di M in P `e:
K(P)
def.
= k
1
(P) k
2
(P).
3) La curvatura media di M in P `e:
H(P)
def.
= k
1
(P) +k
2
(P).
Osservazione. Le curvature Gaussiana e media sono, rispettivamente,
il determinante e la traccia dell’endomorifismo S
P
. Si noti che, cambiando
parametrizzazione locale (per esempio, scambiando u e v), k
1
e k
2
possono
cambiare segno. In tal caso, H si muta nel suo opposto mentre K resta
invariata.
Esempio 5.17. L’operatore forma del piano `e l’endomorfismo nullo in
ogni punto (Esempio 5.15). Quindi: k
1
= k
2
= 0 e K = H = 0.
Nel caso della sfera di raggio r, dall’Esempio 5.16 si deduce immediata-
mente che, in ogni punto,
k
1
= k
2
= −
1
r
e K =
1
r
2
, H = −
2
r
.
Notare che in questi due esempi la curvatura Gaussiana `e costante: nulla,
nel primo caso, negativa nel secondo.
Considerata la matrice di S
P
rispetto alla base ¦ϕ
u
, ϕ
v
¦ (vedi pag. 75),
il polinomio caratteristico dell’endomorfismo `e
p(λ) = det

a
11
−λ a
12
a
21
a
22
−λ

= λ
2
−(a
11
+a
22
) λ +a
11
a
22
−a
12
a
21
.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 77
Tenuto conto che K = a
11
a
22
−a
12
a
21
e H = a
11
+a
22
(vedi l’Osservazione
di 76), le curvature principali sono le radici dell’equazione caratteristica
λ
2
−H λ +K = 0.
Sostituendo agli a
ij
le loro espressioni in funzione dei coefficienti delle due
forme quadratiche fondamentali (vedi pag. 75), si ha la
Propriet` a 5.5. Le curvature Gaussiana e media di una superficie sono
date da:
K =
ln −m
2
EG−F
2
, H =
En −2Fm+Gl
EG−F
2
.
Esempio 5.18. L’elicoide `e la superficie generata dalle rette perpen-
dicolari all’asse z e passanti per i punti dell’elica α(u) = (cos u, sen u, u),
u ∈ R. Detti P

(0, 0, u) un generico punto dell’asse z e P

(cos u, sen u, u)
il corrispondente punto dell’elica, scritte le equazioni in forma parametri-
ca della retta passante per P

e parallela al vettore
−−−→
P

P

, si trova che una
parametrizzazione locale dell’elicoide `e:
ϕ(u, v) = (v cos u, v sen u, u), (u, v) ∈ R R.
Calcoliamo le curvature di questa superficie. I coefficienti delle due forme
quadratiche fondamentali sono:
E = 1 +v
2
, F = 0, G = 1; l = n = 0, m =
1

1 +v
2
.
Sostituendo tali espressioni nelle formule della Propriet`a 5.5, si trovano le
curvature Gaussiana e media:
K = −
1
(1 +v
2
)
2
, H = 0.
Le curvature principali, in un punto generico dell’elicoide, sono le radici
dell’equazione:
λ
2

1
(1 +v
2
)
2
= 0
e valgono:
k
1
(P) = −
1
1 +v
2
, k
2
(P) =
1
1 +v
2
.
Fissato un punto P
0
= ϕ(0, 1) dell’elicoide, cerchiamo una base or-
tonormale di autovettori dell’operatore forma S
P
0
. In primo luogo `e ne-
cessario trovare la matrice di S
P
0
rispetto alla base ϕ
u
(0, 1) = (0, 1, 1) e
ϕ
v
(0, 1) = (1, 0, 0). Dopo aver calcolato il valore dei coefficienti delle due
forme quadratiche in S
P
0
, applicando le formule di pag. 75 si ha la matrice:

0

2
4 √
2
2
0

.
Occorre diagonalizzare tale matrice. Sappiamo gi`a che i suoi autovalori
(le curvature principali in P
0
) sono k
1
(P
0
) = −1/2 e k
2
(P
0
) = 1/2. Gli
autovettori dell’endomorfismo S
P
0
, relativi all’autovalore k
1
(P
0
) = −1/2,
sono i vettori v = x
1
ϕ
u
(0, 1) + x
2
ϕ
v
(0, 1), dove (x
1
, x
2
) `e una soluzione
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
78 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
non nulla del sistema lineare omogeneo (ottenuto ponendo λ = −1/2 nella
matrice usata per il polinomio caratteristico, vedi pag. 76):

1
2
x
1
+

2
4
x
2
= 0

2
2
x
1
+
1
2
x
2
= 0.
La soluzione generale del sistema `e

x
1
= t
x
2
= −

2 t,
t ∈ R.
Una base del relativo autospazio si ottiene scegliendo una soluzione partico-
lare. Ad per esempio, per t = 1, si ha l’autovettore
v
1
= ϕ
u
(0, 1) −

2 ϕ
v
(0, 1) = (−

2, 1, 1).
Dato che siamo interessati ad una base ortonormale, occorre passare al
versore:
e
1
=
v
1
|v
1
|
=



2
2
,
1
2
,
1
2

.
In modo del tutto analogo, l’autospazio relativo all’autovalore k
2
(P
0
) = 1/2
si trova risolvendo il sistema:


1
2
x
1
+

2
4
x
2
= 0

2
2
x
1

1
2
x
2
= 0
.
Una base `e data dall’autovettore v
2
= ϕ
u
(0, 1) +

2 ϕ
v
(0, 1) = (

2, 1, 1) o
anche, normalizzando:
e
2
=
v
2
|v
2
|
=


2
2
,
1
2
,
1
2

.
Si noti che e
1
e e
2
sono perpendicolari (conseguenza di una propriet`a va-
lida per tutti gli endomorfismi simmetrici) e quindi individuano una base
ortonormale di autovettori di S
P
0
.
Esempio 5.19. Consideriamo il cilindro circolare retto descritto dalla
parametrizzazione locale dell’Esempio 5.12, in cui si era visto che E = G = 1
e F = 0. Dato che N = ϕ
u
ϕ
v
= (−cos v, −sen v, 0) e
ϕ
uu
= ϕ
uv
= (0, 0, 0), ϕ
vv
= (−cos v, −sen v, 0),
si ha: l = m = 0 e n = 1.
Le curvature Gaussiana e media sono: K = 0 e H = 1. Le curvature
principali, soluzioni dell’equazione λ
2
− λ = 0, valgono k
1
= 0, k
2
= 1. La
matrice dell’operatore forma, in un generico punto del cilindro, rispetto alla
base ϕ
u
, ϕ
v
`e

0 0
0 1

.
Poich`e tale matrice `e gi`a in forma diagonale ed `e anche ortogonale, si deduce
che ¦ϕ
u
, ϕ
v
¦ `e una base ortonormale di autovettori in ogni punto del cilindro.
Esercizio 5.20. Sia M la superficie che si ottiene ruotando la curva
trattrice α(u) =

sen u, 0, cos u + ln(tg u/2)

, u ∈ (0, π), attorno all’asse
z. Trovare i punti singolari di M e verificare che la curvatura Gaussiana `e
costante e vale K = −1. Per questo motivo, M `e detta pseudo–sfera.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 79
7. Curvature normali
In questa sezione verr`a presa in esame la relazione tra la curvatura Gaus-
siana e la curvatura delle curve tracciate su una superficie. Ci`o consen-
tir`a di dare un significato geometrico alla seconda forma quadratica ed alle
curvature principali.
Fissati un punto P della superficie M ed un versore u ∈ T
P
M, sia
β(s) una curva tracciata su M, parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea,
passante per P e tangente a u. Quindi: β(s
0
) = P e β

(s
0
) = u, per un certo
s
0
appartenente al dominio di β. Possiamo considerare due campi vettoriali
definiti lungo β, entrambi di norma unitaria: N(s), un campo ortogonale
alla superficie e N
β
(s) il campo normale alla curva (vedi a pag. 48). Se θ(s)
`e l’angolo fra i versori N(s) e N
β
(s), si ha che cos θ(s) = N(s) N
β
(s).
Dato che β(s) `e una curva su M, β

(s) `e un campo tangente alla superficie
e quindi: β

(s) N(s) = 0. Derivando questa espressione rispetto ad s, si
trova: β

(s) N(s) + β

(s) N

(s) = 0, da cui, tenuto conto della prima
formula di Frenet (Propriet`a 4.6), si ricava:
−β

(s)N

(s) = β

(s)N(s) = T

(s)N(s) = k(s)N
β
(s)N(s) = k(s) cos θ(s),
dove k(s) `e la curvatura di β.
Calcoliamo ora la seconda forma quadratica in corrispondenza al versore
u. Tenuto conto delle condizioni iniziali e della definizione di S
P
, abbiamo:
S
P
(u) u = S
P

(s
0
)) β

(s
0
) = −N

(s
0
) β

(s
0
) = k(s
0
) cos θ(s
0
).
Si noti che, per definizione di operatore forma, il primo membro dipende solo
da P e da u e non dalla curva β. Di conseguenza, la seguente definizione `e
geometricamente motivata.
Definizione 5.5. La curvatura normale di una superficie M nella
direzione di un versore u ∈ T
P
M `e
k
n
(u)
def.
= k(s
0
) cos θ(s
0
).
Dato che k
n
(u) non dipende dalla curva che interviene nel calcolo, pos-
siamo ricorrere a delle curve speciali. Indicato con π il piano ortogonale
alla superficie passante per P e parallelo ai vettori N(s
0
) e u, la sezione
normale determinata da P ed u `e la curva γ(s), parametrizzata con l’a-
scissa curvilinea, che si ottiene intersecando M con π. In tal caso, il versore
normale a γ `e contenuto nel piano π ed `e quindi parallelo a N(s
0
). Di
conseguenza, N
γ
(s
0
) = ±N(s
0
) e cos θ(s
0
) = ±1.
Detta k
N
la curvatura della sezione normale, si ha che k
n
(u) = ±k
N
(s
0
),
ossia: la curvatura normale coincide (a meno del segno) con la curvatura
della sezione normale. Ricordato che k
n
(u) = S
P
(u) u, l’osservazione
precedente `e un’interpretazione geometrica della seconda forma quadratica
fondamentale. Un’altra importante conseguenza `e il classico
Teorema 5.6 (di Meusnier). Tutte le curve tracciate su una superfi-
cie M che hanno la stessa tangente in un punto P determinano la stessa
curvatura normale in P.
Osservazione. Il segno della curvatura normale dipende dal vettore u;
tuttavia quando `e costante fornisce un’informazione di carattere geometrico.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
80 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Se k
n
(u) > 0, per ogni u ∈ T
P
M, si ha che N(s
0
) = N
γ
(s
0
) per ogni sezione
normale γ passante per P. Ci`o significa che la superficie si “incurva” nella
stessa direzione di N(s
0
). Ovviamente, se k
n
(u) < 0, per ogni u ∈ T
P
M, la
superficie si “incurva” nella direzione opposta a quella N(s
0
).
Esempio 5.21. In alcuni casi particolarmente semplici, `e possibile tro-
vare direttamente le curvature normali.
Se M `e il cilindro con la parametrizzazione dell’Esempio 5.19, la sezione
normale, in un punto qualsiasi, determinata dal versore k `e un meridiano,
cio`e una retta, e quindi k
n
(k) = 0. Invece la curvatura normale nella dire-
zione di un versore u tangente ad un parallelo vale 1, dato che la sezione
normale `e una circonferenza di raggio 1.
Sia M la superficie a sella z = x
2
−y
2
. Calcoliamo le curvature normali
nell’origine e nella direzione dei versori u
1
= i, u
2
= j e u
3
= i + j. Le
sezioni normali (parabole, nei primi due casi, una retta nel terzo caso) hanno
equazione:
β
1
(t) = (t, 0, −t
2
), β
2
(t) = (0, t, t
2
), β
3
(t) = (t, t, 0).
Le curvature normali coincidono con le curvature di queste curve nell’origine:
k
n
(u
1
) = −2, k
n
(u
2
) = 2, k
n
(u
3
) = 0. Si noti che le curvature hanno segni
diversi: ci`o conferma che, nell’origine, la sella si incurva in modo diverso al
variare della direzione.
In generale, non `e facile calcolare la curvatura normale passando at-
traverso le sezioni normali.
`
E molto pi` u semplice applicare la formula di
Eulero.
Sia ¦e
1
, e
2
¦ una base ortonormale di autovettori di S
P
M. Ogni versore
u ∈ T
P
M si pu`o scrivere nella forma: u = cos θ e
1
+ sen θ e
2
, dove θ `e
l’angolo fra u e e
1
. Vale la seguente formula di Eulero.
Propriet` a 5.7.
k
n
(u) = k
1
(P) cos
2
θ +k
2
(P) sen
2
θ.
Dimostrazione. Basta calcolare la curvatura normale, ricordando il
suo significato geometrico (vedi pag. 79):
k
n
(u) = S
P
(u) u = S
P
(cos θ e
1
+ sen θ e
2
) (cos θ e
1
+ sen θ e
2
)
= [cos θ S
P
(e
1
) + sen θ S
P
(e
2
)] (cos θ e
1
+ sen θ e
2
)
= [cos θ k
1
(P) e
1
+ sen θ k
2
(P) e
2
] (cos θ e
1
+ sen θ e
2
)
= k
1
(P) cos
2
θ +k
2
(P) sen
2
θ.

La derivata della formula di Eulero `e k

n
(θ) =

k
2
(P) − k
1
(P)

sen(2θ).
Ci sono due possibilit`a.
• k
1
(P) = k
2
(P) = c. Poich`e k

n
= 0, k
n
(u) `e costante, tutte le direzioni
sono principali e l’operatore forma S
P
= c Id `e il prodotto di uno scalare
per l’endomorfismo identico. In tal caso, P si dice punto ombelicale.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 81
• k
1
(P) = k
2
(P). Allora k

n
si annulla solo per θ = 0 e per θ = π/2, che
corrispondono ad e
1
ed e
2
, rispettivamente. Ci`o significa che le direzioni
principali di curvatura sono quelle in cui la superficie ha la massima o la
minima curvatura e che le curvature principali sono il valore massimo e
minimo delle curvature normali.
Esempio 5.22. Riprendiamo l’Esempio 5.18 di pag. 77 e calcoliamo la
curvatura normale dell’elicoide nel punto P
0
= ϕ(0, 1) e nella direzione del
vettore v =

2 i + 2 j + 2 k. Indicato con u il versore di v, si ha:
cos θ = u e
1
=

10
10
(

2, 2, 2)



2
2
,
1
2
,
1
2

=

10
10
.
Applicando la formula di Eulero, si ottiene:
k
n
(u) = −
1
2

1
10
+
1
2

9
10
=
2
5
,
da cui si vede che, nella direzione del vettore v, la superficie si incurva nella
stessa direzione del versore normale N(0, 1) =

2/2 (0, 1, −1).
Il segno della curvatura Gaussiana consente di avere un’idea della forma
di una superficie, nell’intorno di un suo punto.
• Se K(P) > 0, le curvature principali hanno lo stesso segno. Dalla formula
di Eulero si vede che k
n
ha lo stesso segno in ogni direzione: tutte le se-
zioni normali si incurvano allo stesso modo ed il piano tangente in P non
attraversa la superficie. Intuitivamente, in un intorno di P la superficie
ha la stessa forma di un ellissoide. Per questo motivo, un punto P in cui
K(P) > 0 si dice ellittico.
• Se K(P) < 0, le curvature principali hanno segno opposto e quindi k
n
cambia di segno, a seconda delle direzioni, e si annulla in due direzioni
particolari dette direzioni asintotiche. Il piano tangente attraversa la
superficie che, in un intorno di P, ha la stessa forma della superficie a
sella vicino all’origine. In questo caso, P si dice punto iperbolico.
• Se invece K(P) = 0, ci sono due possibilit`a.
La prima `e che solo una curvatura principale sia nulla: in tal caso, la
curvatura normale `e nulla in una direzione (detta direzione asintotica)
ed ha segno costante in tutte le altre. Localmente la superficie assomiglia
ad un cilindro e P si dice punto parabolico.
La seconda possibilit`a `e che tutte e due le curvature principali siano
nulle: l’operatore forma `e nullo e la superficie assomiglia localmente ad
un piano. Per questo motivo, P si dice punto planare.
Esempio 5.23. Classifichiamo i punti del toro di rivoluzione. Usando la
parametrizzazione di pag. 68, si trova che la curvatura Gaussiana del toro `e
K =
cos u
r(a +r cos u)
.
Quindi: se u = π/2 oppure u = 3π/2 i punti del toro sono parabolici; se
0 < u < π/2 oppure 3π/2 < u < 2π (la parte “esterna”) i punti sono ellittici;
se π/2 < u < 3π/2 (la parte “interna”) i punti sono iperbolici.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
82 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Un’ulteriore motivazione della terminologia precedente si ha consideran-
do il seguente insieme di vettori tangenti:
T
P
= ¦v ∈ T
P
M / S
P
(v) v = ±1¦.
Posto v = x
1
e
1
+x
1
e
2
, dove ¦e
1
, e
2
¦ `e una base ortonormale di autovettori
dell’operatore forma, si vede subito che le equazioni di T
P
sono:
k
1
(P)x
2
1
+k
2
(P)x
2
2
= ±1.
Si tratta di una coppia di coniche (eventualmente a punti immaginari) che
prende il nome di indicatrice di Dupin. Esaminiamo le varie possibilit`a
in relazione al segno delle curvature principali.
• Se P `e un punto ellittico, k
1
e k
2
hanno lo stesso segno e T
P
`e un’ellisse
reale (pi` u un’ellisse a punti immaginari). L’intersezione della superficie
con un piano parallelo (e ‘‘vicino”) al piano tangente `e proprio un’ellisse.
• Se P `e un punto iperbolico, k
1
e k
2
hanno segno opposto e T
P
`e una
coppia di iperboli aventi gli stessi asintoti, le cui direzioni coincidono
con le direzioni asintotiche. In questo caso, l’intersezione della superficie
con certi piani paralleli al piano tangente `e proprio una coppia di iperboli.
• Se P `e un punto parabolico, T
P
coincide con una coppia di rette parallele,
ossia una conica degenere di tipo parabolico. Infine, se P `e planare, T
P
non ha punti reali.
Terminiamo questa sezione caratterizzando i piani e le sfere come le
uniche superfici i cui punti sono tutti ombelicali.
Teorema 5.8. Sia M una superficie regolare connessa. Allora:
(1) M `e parte di un piano se e solo se k
1
(P) = k
2
(P) = 0, per ogni
P ∈ M.
(2) M `e parte di una sfera se e solo se k
1
(P) = k
2
(P) = 0, per ogni
P ∈ M.
Dimostrazione. Sappiamo gi`a che tutti i punti del piano e della sfera
sono ombelicali (vedi l’Esempio 5.17). Resta da provare il viceversa: se una
superficie `e formata solo da punti ombelicali allora `e parte di un piano o di
una sfera.
La dimostrazione si divide in due parti. La prima, di carattere locale,
consiste nel far vedere che, fissata una parametrizzazione (D, ϕ), le curvature
principali, non solo coincidono punto per punto, ma hanno lo stesso valore
in ogni punto di ϕ(D). Successivamente si prova che, se il valore (costante)
delle curvature principali `e zero (oppure, diverso da zero), ϕ(D) `e parte di
un piano (o di una sfera).
Dato che una parametrizzazione locale pu`o non ricoprire interamente la
superficie, non `e escluso il caso in cui M sia l’unione di un pezzo di piano
e di un pezzo di sfera. Per eliminare questa possibilit`a `e necessario far
intervenire l’ipotesi topologica: nella seconda parte della dimostrazione, di
carattere globale, si prova che, se la superficie `e connessa, allora o `e un piano
o `e una sfera, ma non entrambi.
Data una parametrizzazione locale (D, ϕ) tale che P = ϕ(u, v), iniziamo
col far vedere che la funzione λ(P) = k
1
(P) = k
2
(P) `e costante su ϕ(D).
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 83
L’ipotesi che ogni punto sia ombelicale implica che l’operatore forma sia il
prodotto di uno scalare per l’identit`a ed ogni vettore (non nullo) sia un auto-
vettore. Di conseguenza: S
P

u
) = λ(P) ϕ
u
e S
P

v
) = λ(P) ϕ
v
. Ricordato
che S
P

u
) = −N
u
e S
P

v
) = −N
v
(vedi pag. 74), si trova:
N
u
= −λ(P) ϕ
u
, N
v
= −λ(P) ϕ
v
. (∗)
Derivando la prima uguaglianza rispetto a v e la seconda rispetto ad u
(notare che λ(P) `e una funzione di u e v), otteniamo
N
uv
= −λ
v
ϕ
u
−λϕ
uv
, N
vu
= −λ
u
ϕ
v
−λϕ
vu
,
da cui si ricava λ
v
ϕ
u
−λ
u
ϕ
v
= 0. Dato che la superficie `e regolare, ϕ
u
e ϕ
v
sono linearmente indipendenti e, quindi, λ
u
= λ
v
= 0, ossia: λ `e costante su
ϕ(D). Ci sono due possibilit`a.
• λ(P) = 0, per ogni P ∈ ϕ(D). Da (∗), si ricava che N
u
= N
v
= 0 e,
quindi, N(u, v) = N
0
`e un campo costante. Per provare che P = ϕ(u, v)
sta in un piano, fissiamo un punto P
0
= ϕ(u
0
, v
0
) e verifichiamo che i
vettori ϕ(u, v) −P
0
e N
0
sono perpendicolari. A tal fine, basta notare che
la funzione (ϕ(u, v) −P
0
) N
0
`e costante (e, quindi, nulla) dato che

(ϕ(u, v) −P
0
) N
0

u
= ϕ
u
(u, v) N
0
= 0,

(ϕ(u, v) −P
0
) N
0

v
= ϕ
v
(u, v) N
0
= 0.
• λ(P) = λ
0
= 0, per ogni P ∈ ϕ(D). Verifichiamo che P sta su una
sfera di raggio r = 1/[λ
0
[. Consideriamo la funzione (a valori in R
3
)
γ(u, v) = ϕ(u, v) + 1/λ
0
N(u, v). Tenuto conto delle condizioni (∗), si
vede subito che le sue derivate parziali sono nulle. Quindi, γ(u, v) = C `e
un punto fisso tale che:
|ϕ(u, v) −C| = |
1
λ
0
N(u, v)| = r.
In conclusione, ϕ(D) `e parte di una sfera di centro C e raggio r.
Passiamo alla seconda parte della dimostrazione. Fissiamo un punto P
0
di M e consideriamo un generico punto P della superficie. Faremo vedere
che se P
0
sta su un piano (oppure una sfera), anche P sta sullo stesso piano
(o sulla stessa sfera).
Dato che M `e connessa, `e possibile costruire una curva α, definita sul-
l’intervallo [0, 1], tale che: α([0, 1]) ⊆ M, α(0) = P
0
e α(1) = P (Teorema
10.3.7 di [1]). Fissato un numero reale t ∈ [0, 1], esiste una parametrizza-
zione locale (D
t
, ϕ
t
) per cui α(t) sta nell’aperto U
t
= ϕ
t
(D
t
). Poich`e α `e
continua, α
−1
(U
t
) `e un aperto di [0, 1]. Al variare di t, questi insiemi for-
mano un ricoprimento aperto dell’intervallo [0, 1]. Essendo tale intervallo
compatto (Esempio 3.28), `e possibile ricoprire [0, 1] con un numero finito di
aperti α
−1
(U
t
1
), . . . , α
−1
(U
t
k
) che verificano le seguenti condizioni:
0 ∈ α
−1
(U
t
1
), 1 ∈ α
−1
(U
t
k
), α
−1
(U
t
i
) ∩ α
−1
(U
t
i+1
) = ∅, i = 1, . . . , k −1.
Di conseguenza, gli aperti U
t
1
, . . . U
t
k
formano un ricoprimento finito di
α([0, 1]) per cui:
P
0
∈ U
t
1
, P ∈ U
t
k
, U
t
i
∩ U
t
i+1
= ∅, i = 1, . . . , k −1.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
84 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Nella prima parte della dimostrazione si `e visto che ogni aperto U
t
`e un
pezzo di piano o di sfera. Dato che due aperti successivi U
t
i
e U
t
i+1
hanno
intersezione non vuota, non `e possibile che siano di tipo diverso. Pertanto
l’ultimo aperto della catena U
t
k
deve essere dello stesso tipo del primo U
t
1
.
Ripetendo lo stesso ragionamento per ogni punto della superficie, si ha la
tesi.
8. Esercizi svolti sulle superfici
Esercizio 5.24. Sia M la superficie generata dalla rotazione della curva
α(u) = (u, 0, ln u) attorno all’asse z.
a) Costruire una parametrizzazione locale della superficie M e trovare gli
eventuali punti singolari.
b) Trovare la curvatura Gaussiana e media in un punto qualsiasi di M.
c) Calcolare la curvatura normale nel punto P
0
(1, 0, 0) e nella direzione del
versore tangente alla curva γ(t) = ϕ(t, 1 −t
2
).
Soluzione. a) Seguendo l’Esempio 5.10, una parametrizzazione locale
della superficie `e data da:
ϕ(u, v) = (ucos v, usen v, ln u), (u, v) ∈ (0, +∞) (0, 2π).
Per trovare i punti critici, calcoliamo
ϕ
u
(u, v) = (cos v, sen v,
1
u
), ϕ
v
(u, v) = (−usen v, ucos v, 0)
e cerchiamo per quali valori dei parametri si annulla il prodotto vettoriale
ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v) = −cos v i −sen v j +uk. A tal fine, basta vedere quando
si annulla il modulo del prodotto vettoriale. Dato che |ϕ
u
(u, v)ϕ
v
(u, v)| =

1 +u
2
, non ci sono punti singolari.
b) Si applicano le formule di pag. 77. I coefficienti della prima forma
quadratica sono:
E = ϕ
u
ϕ
u
=
1 +u
2
u
2
, F = ϕ
u
ϕ
v
= 0, G = ϕ
v
ϕ
v
= u
2
.
Notare che EG−F
2
= 1+u
2
= |ϕ
u
ϕ
v
|
2
, in accordo con il risultato prece-
dente. Per calcolare i coefficienti della seconda forma fondamentale, occorre
trovare le derivate seconde ed un campo unitario normale alla superficie:
ϕ
uu
= (0, 0, −
1
u
2
), ϕ
uv
= (−sen v, cos v, 0), ϕ
vv
= (−ucos v, −usen v, 0),
N =
ϕ
u
ϕ
v

u
ϕ
v
|
=
1

1 +u
2
(−cos v, −sen v, u).
Dato che
l = N ϕ
uu
= −
1
u

1 +u
2
, m = N ϕ
uv
= 0, n = N ϕ
vv
=
u

1 +u
2
,
le curvature Gaussiana e media valgono, rispettivamente:
K = −
1
(1 +u
2
)
2
, H =
1
u

(1 +u
2
)
3
.
c) Per poter calcolare la curvatura normale mediante la formula di Eu-
lero (Propriet`a 5.7), `e necessario trovare la matrice dell’operatore forma nel
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 85
punto P
0
e costruire una base ortonormale di T
P
0
M formata da autovettori.
Per semplificare i calcoli, conviene esprimere i coefficienti delle due forme
quadratiche in P
0
= ϕ(1, 0):
E = 2, F = 0, G = 1; l = −

2
2
, m = 0, n =

2
2
.
Dalle formule di pag. 75 si trova che la matrice di S
P
0
, rispetto alla base
¦ϕ
u
(1, 0), ϕ
v
(1, 0)¦ `e:



2
4
0
0

2
2

.
Poich`e tale matrice `e gi`a diagonale, si ha immediatamente che le curvature
principali in P
0
(gli autovalori) sono k
1
(P
0
) = −

2/4 e k
2
(P
0
) =

2/2,
mentre ϕ
u
(1, 0) = (1, 0, 1) e ϕ
v
(1, 0) = (0, 1, 0) `e una base ortogonale di
autovettori. Per avere una base ortonormale, non resta che normalizzare la
base precedente: e
1
=

2
2
(i+k), e
2
= j. Dalla dimostrazione della Propriet`a
5.1 si vede che il vettore tangente alla curva γ in P
0
= γ(1) `e:
γ

(1) =
du
dt

t=1
ϕ
u
(1, 0)+
dv
dt

t=1
ϕ
v
(1, 0) = ϕ
u
(1, 0)−2ϕ
v
(1, 0) = (1, −2, 1).
Il corrispondente versore `e u =

6/6(1, −2, 1). La curvatura normale nella
direzione del versore u si ottiene dalla formula di Eulero, tenuto conto che
cos θ = u e
1
= 1/

3:
k
n
(u) = −

2
4

1
3
+

2
2

2
3
=

2
4
.
Esercizio 5.25. Sia M la superficie descritta dalla parametrizzazione
locale ϕ(u, v) = (cos u −v sen u, sen u +v cos u, v), (u, v) ∈ R
2
.
a) Trovare la curvatura Gaussiana e media in un punto qualsiasi di M. Di
che superficie si tratta?
b) Determinare le curvature principali e le direzioni principali di curvatura
nel punto P
0
= ϕ(0, 0).
c) Calcolare la curvatura della sezione normale determinata dal punto P
0
e
dal versore u = 1/2 (−j +

3 k).
Soluzione. a) Dato che ϕ
u
(u, v) = (−sen u−v cos u, cos u−v sen u, 0),
e ϕ
v
(u, v) = (−sen u, cos u, 1), i coefficienti della prima forma quadratica
sono: E = 1 +v
2
, F = 1, G = 2. Inoltre, essendo
ϕ
uu
= (−cos u +v sen u, −sen u −v cos u, 0), ϕ
uv
= (−cos u, −sen u, 0),
ϕ
vv
= (0, 0, 0), N =
1

1 + 2v
2
(cos u −v sen u, sen u +v cos u, −v),
i coefficienti della seconda forrma quadratica sono:
l = −
1 +v
2

1 + 2v
2
, m = −
1

1 + 2v
2
, n = 0,
e le curvature Gaussiana e media valgono:
K = −
1
(1 + 2v
2
)
2
, H = −
2v
2

(1 + 2v
2
)
3
.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
86 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
Le funzioni che individuano la parametrizzazione locale sono lineari ri-
spetto alla variabile v: ci`o significa che M `e una superficie rigata (Esempio
5.9). Pi` u precisamente, M `e la rigata avente come direttrice la circonferen-
za α(u) = (cos u, sen u, 0). Le rette generatrici, essendo parallele ai vettori
w(u) = (−sen u, cos u, 1) = α

(u) +k, sono tutte inclinate di 45
0
rispetto al
piano che contiene la circonferenza. Si pu`o allora concludere che la superficie
`e un iperboloide ad una falda.
b) Procedendo come nell’esercizio precedente, si trova che la matrice del-
l’operatore forma, rispetto alla base formata dai vettori ϕ
u
(0, 0) = (0, 1, 0)
e ϕ
v
(0, 0) = (0, 1, 1), `e:

−1 −2
0 1

.
Questa volta la matrice non `e pi` u diagonale ed occorre trovare gli autovalori
e gli autovettori. Dal polinomio caratteristico della matrice p(λ) = λ
2
− 1,
si deduce che le curvature principali in P
0
sono: k
1
(P
0
) = −1 e k
2
(P
0
) = 1.
Per trovare le direzioni principali di curvatura si proceda come nell’Esercizio
5.18 di pag. 77. Risulta che una base ortonormale di autovettori `e formata
dai vettori e
1
= j ed e
2
= −k.
c) Applicando la formula di Eulero, si trova che: k
n
(u) = 1/2.
Esercizio 5.26. Sia M la superficie descritta dalla parametrizzazione
locale ϕ(u, v) = (u, e
u
cos v, e
u
sen v), (u, v) ∈ (−∞, +∞) (0, 2π).
a) Trovare le curvature Gaussiana e media in un punto qualsiasi di M. Di
che superficie si tratta?
b) Calcolare la curvatura della sezione normale determinata dal punto P
0
=
ϕ(0, 0) e dal versore u =

3/3 (i +j −k).
c) Calcolare l’area della parte di superficie descritta dai punti ϕ(u, v) con
(u, v) ∈ D
a
= (a, 0) (0, 2π), dove a < 0. Stabilire se l’area della parte
di superficie descritta dai punti ϕ(u, v) con u < 0 `e limitata.
Soluzione. a) Dato che
ϕ
u
(u, v) = (1, e
u
cos v, e
u
sen v), ϕ
v
(u, v) = (0, −e
u
sen v, e
u
cos v),
ϕ
uu
(u, v) = (0, e
u
cos v, e
u
sen v), ϕ
uv
(u, v) = (0, −e
u
sen v, e
u
cos v),
ϕ
vv
(u, v) = (0, −e
u
cos v, −e
u
sen v), N =
1

1 +e
2u
(e
u
, −cos v, −sen v),
i coefficienti delle due forme quadratiche fondamentali sono:
E = 1 +e
2u
, F = 0, G = e
2u
; l = −
e
u

1 +e
2u
, m = 0, n =
e
u

1 +e
2u
.
Le curvature Gaussiana e media valgono:
K = −
1
(1 +e
2u
)
2
, H =
1
e
u

(1 +e
2u
)
3
.
M `e la superficie generata dalla rotazione della curva α(u) = (u, e
u
, 0),
contenuta nel piano Oxy, attorno all’asse x.
b) La matrice dell’operatore forma in P
0
`e:



2
4
0
0

2
2

.
Universit`a di Torino
Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 87
Tale matrice `e diagonale e, quindi, una base ortonormale di autovettori `e:
e
1
=
ϕ
u
(0, 0)

u
(0, 0)|
=

2
2
(1, 1, 0), e
2
=
ϕ
v
(0, 0)

v
(0, 0)|
= (0, 0, 1).
Dalla formula di Eulero si ricava che: k
n
(u) = 3

2/8.
c) Applicando la formula di pag.72, si vede che l’area della regione ϕ(D
a
)
`e:
/
a
=

D
a

EG−F
2
dudv =


0

0
a
e
u

1 +e
2u
du

dv
= 2π

0
a
e
u

1 +e
2u
du = 2π

1
e
a

1 +w
2
dw, dove w = e
u
.
Dato che

1 +w
2
dw = 1/2

ln(w+

1 +w
2
) +w

1 +w
2

(vedi il corso
di Analisi Matematica II), l’area vale:
/
a
= π

ln(1 +

2) +

2 −ln(e
a
+

1 +e
2a
) −e
a

1 +e
2a

.
Poich`e il
lim
a→−∞
/
a
= π

ln(1 +

2) +

2

`e finito, l’area della parte di superficie formata dai punti ϕ(u, v), con u < 0,
`e finita.
Esercizio 5.27. Sia M la superficie descritta dalla parametrizzazione
locale
ϕ(u, v) = (u,
v
2
2
,
u
2
2

v
3
3
), (u, v) ∈ D.
a) Dopo aver determinato D in modo tale che la superficie sia regolare,
calcolare le curvature Gaussiana e media in un generico punto di M.
Classificare i punti di M.
b) Trovare la curvatura della sezione normale determinata dal punto P
0
=
ϕ(1, 1) e dal versore u =

2/2 (i +j).
Soluzione. a) Dato che: ϕ
u
(u, v) = (1, 0, u), ϕ
v
(u, v) = (0, v, −v
2
),
ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v) = (−uv, v
2
, v), gli eventuali punti singolari si trovano
annullando |ϕ
u
(u, v) ϕ
v
(u, v)| = [v[

u
2
+v
2
+ 1. Pertanto, la superficie
`e regolare se D = ¦(u, v) ∈ R
2
/ v = 0¦.
I coefficienti delle due forme quadratiche sono:
E = 1 +u
2
, F = −uv
2
, G = v
4
+v
2
,
l =
v
[v[

u
2
+v
2
+ 1
, m = 0, n = −
v
2
[v[

u
2
+v
2
+ 1
.
Le curvature Gaussiana e media valgono:
K = −
1
v(u
2
+v
2
+ 1)
2
, H =
v
3
−u
2
+v −1
[v[

(u
2
+v
2
+ 1)
3
.
Esaminando il segno di K, si deduce che i punti di M per cui v < 0 sono
ellittici, quelli per cui v > 0 sono iperbolici.
Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica
88 P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III
b) La matrice dell’operatore forma nel punto P
0
= ϕ(1, 1), rispetto alla
base formata dai vettori ϕ
u
(1, 1) = (1, 0, 1) e ϕ
v
(1, 1) = (0, 1, −1) `e:

2

3
9


3
9 √
3
9

2

3
9

.
Annullando il polinomio caratteristico p(λ) = λ
2
− 1/9, si trovano le cur-
vature principali: k
1
(P
0
) = −1/3 e k
2
(P
0
) = 1/3. Gli autovettori relativi
all’autovalore −1/3 si trovano risolvendo il sistema lineare:

(2

3 + 3) x
1


3 x
2
= 0

3 x
1
+ (−2

3 + 3) x
2
= 0.
Considerando la soluzione non nulla x
1
= 1, x
2
= 2 +

3, si ha una base del
relativo autospazio v
1
= ϕ
u
(1, 1) +(2 +

3) ϕ
v
(1, 1) = (1, 2 +

3, −1 −

3).
Dopo aver calcolato
e
1
=
v
1
|v
1
|
=
1

6(2 +

3)
(1, 2 +

3, −1 −

3), cos
2
θ = (u e
1
)
2
=
1
2
,
si pu`o applicare la formula di Eulero e si trova: k
n
(u) = 0.
Universit`a di Torino
Bibliografia
[1]
`
Akos Cs`aszar, General Topology, Adam Hilger Ltd, Bristol 1978.
[2] Davide Carlo Demaria, Topologia Generale, Vol II: Spazi Topologici, Tirrenia
Stampatori, Torino 1989.
[3] Manfredo Do Carmo, Differential Geometry of Curves and Surfaces, Prentice Hall,
Englewood Cliffs, New Jersey 1976.
[4] Ryszard Engelking, General Topology, Heldermann Verlag, Berlin 1989.
[5] Franco Fava, Geometria Differenziale, Levrotto & Bella, Torino 1991.
[6] Alfred Gray Modern Differential Geometry of Curves and Surfaces with Mathematica
Second edition, CRC Press, Boca Raton, FL, 1998.
[7] Barret O’Neil, Elementary Differential Geometry, Academic Press, New York 1997.
[8] Edoardo Sernesi, Geometria 2, Bollati Boringhieri, Torino 1994.
[9] Marius Stoka, Vincenzo Pipitone, Esercizi e Problemi di Geometria, Vol. II, Ed.
CEDAM, Padova 1997.
89

Indice
Prefazione Parte 1. Topologia Generale v 1 1 1 2 2 3 4 4 6 8 8 10 11 12 15 15 16 17 19 21 25 25 28 29 31 33 39 41 41 42 44 47 50 52

Capitolo 1. Spazi Topologici 1. Definizione di spazio topologico 2. Definizione di intorno 3. Primi esempi di spazi topologici 4. Basi di una topologia 5. Ulteriori esempi di topologie 6. Interno, esterno, frontiera e chiusura di un insieme 7. Esempi 8. Spazi metrici 9. Esempi di spazi metrici 10. Chiusura negli spazi metrici 11. Convergenza di successioni in spazi topologici e metrici 12. Sottospazi Capitolo 2. Funzioni continue ed omeomorfismi 1. Trasporto di topologie 2. Funzioni continue 3. Esempi ed esercizi 4. Omeomorfismi 5. Topologia prodotto Capitolo 3. Particolari tipi di spazi topologici 1. Spazi connessi 2. Componenti connesse 3. Assiomi di separazione 4. Esempi riguardanti gli assiomi di separazione 5. Spazi compatti Parte 2. Geometria differenziale delle curve e superfici

Capitolo 4. Geometria differenziale delle curve 1. Richiami sulle strutture di R3 2. Curve parametrizzate in R3 3. Cambiamenti di parametro e ascissa curvilinea 4. Triedro e formule di Frenet: parte prima 5. Caratterizzazione di alcune curve 6. Triedro e formule di Frenet: parte seconda
iii

Curvature normali 8. Metrica su una superficie: prima forma quadratica 5. Esempi di superfici regolari 3.iv INDICE 7. Curve piane 9. Gaussiana e media 7. Curvature principali. Geometria differenziale delle superfici 1. Operatore forma: seconda forma quadratica 6. Superfici parametrizzate in R3 2. Esercizi svolti sulle superfici Bibliografia 54 56 59 63 63 66 69 70 73 76 79 84 89 . Esercizi svolti sulle curve Capitolo 5. Piani tangenti ad una superficie 4. Eliche cilindriche 8.

Prefazione Sono qui raccolti gli appunti delle lezioni di Geometria III tenute nei precedenti anni accademici per la nuova Laurea triennale in Matematica. L’esposizione ` divisa in due parti. si sono evitate dimostrazioni e complesse. Poich` e il numero di ore assegnato al corso ` limitato. Nella seconda vengono introdotte le principali nozioni di geometria differenziale delle curve e superfici. novembre 2004 v . Nella prima sono trattati gli argoe menti fondamentali di topologia generale.ssa Rosanna Garbaccio Bogin che ha corretto il manoscritto con massima cura e spirito critico. accompagnando l’esposizione con numerosi esempi ed esercizi. Un particolare ringraziamento va alla dott. Torino.

.

Parte 1 Topologia Generale .

.

Dimostrazione. (3) e (4) della precedente propriet`. Definizione 1. La famiglia C dei chiusi di uno spazio topologico S gode delle seguenti propriet`: a (1) S ∈ C. E facile provare che. (2) ∅ ∈ C. (4) Se {Ci }i∈I ` una famiglia di elementi di C anche i∈I Ci ` un e e elemento di C. A contiene ovviamente anche le intersezioni finite dei suoi elementi. se una famiglia di sottoinsiemi soddisfa alle condizioni (1). con A la famiglia dei suoi aperti e con C quella dei suoi chiusi. Dato un insieme S diciamo che una famiglia A di sottoinsiemi di S determina in S una struttura di spazio topologico (oppure una topologia) se sono verificate le seguenti condizioni: (1) ∅ ∈ A. E segnare una topologia anche dicendo quali sono i sottoinsiemi chiusi. (3) Se C.1.CAPITOLO 1 Spazi Topologici In questo capitolo daremo le definizioni e le propriet` fondamentali ria guardanti gli spazi topologici.1. Un sottoinsieme C di S ` detto chiuso se il suo e complementare ` aperto.2. (2). e Gli elementi di A sono detti aperti. (1) e (2) sono ovvie. D ∈ C anche C ∪ D ∈ C. e Osservazione. Come esempio particolarmente importante parleremo poi della topologia indotta da uno spazio metrico 1. (2) S ∈ A. Definizione di spazio topologico Definizione 1. ` Proprieta 1. Osservazione. B ∈ A anche A ∩ B ∈ A. Nel seguito indicheremo con S uno spazio topologico. la famiglia a ` pertanto possibile asdei complementari definisce una famiglia di aperti. (3) se A. ` Osservazione. Sono pertanto chiusi tutti e soli i complementari degli aperti. (4) se {Ai }i∈I ` una famiglia qualsiasi di elementi di A anche i∈I Ai e ` un elemento di A. (3) e (4) discendono dalle leggi di De Morgan. 1 .

2.3. Allora X ⊆ x∈X Ax ⊆ U e poich` e e e x∈X Ax ` aperto. e ` Proprieta 1. (3) Se il sottoinsieme U appartiene ad Ux . anche B ∈ Ux . Sia X un sottoinsieme proprio di S. S − X} e se x ∈ X. e Per provare la (2). Il viceversa ` ovvio. Ux ` composto da tutti e i sottoinsiemi contenenti X. Dato un sottoinsieme X di uno spazio topologico S. Osservazione. Un sottoinsieme U ` intorno di un sottoinsieme X di e uno spazio topologico S se e solo se U ` intorno di ogni punto di X. S. Universit` di Torino a . Primi esempi di spazi topologici Sia S un insieme qualsiasi. Indicheremo con Ux la famiglia degli intorni di x. Allora U ` intorno di ogni punto di A. diciamo che un sottoinsieme U di X ` un intorno di X se esiste un aperto e A tale che X ⊆ A ⊆ U .3. ∅. Prendiamo come famiglia di aperti A = {∅. Dimostrazione. Sia ora A composta da tutti i sottoinsiemi di S. Garbiero – Appunti di Geometria III 2. S. Esempio 1. Se X = {x} parleremo di intorno del punto x. Tale topologia ` e e detta discreta. osserviamo che esistono due aperti A e B tali che x ∈ A ⊆ C e x ∈ B ⊆ D. Gandini. Esempio 1. Il viceversa ` ovvio. Definizione di intorno Definizione 1. Un intorno di x ` pertanto un sottoinsieme che contiene un aperto che contiene e x.2 P. X. si ha che U ` intorno di X. La famiglia dei chiusi ` C = {S. Pertanto x ∈ A ∩ B ⊆ C ∩ D e C ∩ D ∈ Ux perch` e A ∩ B ` aperto. esiste un intorno V di x tale che U ` intorno di ogni y ∈ V . Se A ` intorno di ogni suo punto. (2) Se i sottoinsiemi C e D appartengono ad Ux . Ux = {S}.2. per ogni x ∈ X e e esiste un aperto Ax tale che x ∈ Ax ⊆ U .4. Definiamo come topologia quasi banale associata ad X quella topologia ove sono aperti ∅. La (1) ` ovvia. anche C ∩ D ∈ Ux . Ogni sottoinsieme di S ` anche chiuso mentre se x ∈ S la famiglia degli intorni e di x ` costituita da tutti e soli i sottoinsiemi contenenti x. La famiglia Ux gode delle seguenti propriet`: a (1) Se il sottoinsieme B contiene un elemento di Ux . Ovviamente C = {S. osserviamo che se U ∈ Ux esiste un aperto A tale che x ∈ A ⊆ U . S}. Un sottoinsieme A ` aperto se e solo se ` intorno di e e ogni suo punto. Si ha ovviamente una topologia detta topologia banale. ` Proprieta 1. e Per provare la (3). e Dimostrazione. ∅} e per ogni x ∈ S risulta: Ux = {S}. per ogni x ∈ A esiste e un aperto Ax tale che x ∈ Ax ⊆ A. ` Proprieta 1.1. Allora x∈A Ax ` aperto e coincide con e A.M. se x ∈ S − X. e Dimostrazione. e 3. Se U ` intorno di ogni punto di X.3. e Esempio 1.

anche e ogni Ai ∩ Bj gode di tale propriet` e quindi appartiene ad A∗ . si ha che essi appartengono pure ad A◦ e quindi. Una famiglia di sottoinsiemi A di un insieme X ` dete ◦ ` una topologia (aggiungendo eventualmente ta base di una topologia se A e X e ∅).5. A ` base di una topologia se e solo se ogni intersezione e finita non vuota di elementi di A ` unione di elementi di A. (4) Un’unione di elementi di A∗◦ ` unione di unioni di elementi di A∗ e e quindi sta ancora in A∗◦ . Definizione 1. Proviamo e che si ha effettivamente una topologia. Ma A ∩ B = ( i∈I Ai ) ∩ ( j∈J Bj ) = i. ` Proprieta 1. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Tale topologia ` detta topologia di e Fr´chet.j (Xi ∩ Yj ). per ogni i e j. Ux ` formato da tutti i sottoinsiemi contenenti x e composti da tutto e S tranne un numero finito di punti. Allora X ∩ Y ∈ A◦ . Ai e Bj ∈ A∗ . A2 ∈ A anche A1 ∩ A2 ∈ A. Sia A◦ una topologia. Definiamo ora come aperti oltre a ∅ ed S. definisce una topologia aperta su S. A∗◦ . Ora X ∩ Y = ( i∈I Xi ) ∩ ( j∈J Yj ) = i. quei sottoinsiemi X di S tali che S −X ` composto da un numero finito di punti. Basta provare le condizioni (3) e (4) della Definizione 1. Per il viceversa occorre provare che A◦ ` una topologia.5. anche A1 ∩ A2 ∈ A◦ . con l’eventuale aggiunta di ∅ ed S. Esistono topologie composte da due soli aperti oltre a S e ∅? Esempio 1.Capitolo 1 – Spazi Topologici 3 Esercizio 1. Inoltre se {Ai }i∈I ∈ A anche i∈I Ai ∈ A. quindi anche X ∩ Y gode di questa e propriet`. (3) Se A.4. Se A1 . e La famiglia dei chiusi ` composta da tutti i sottoinsiemi finiti e da S e stesso. a (4) Una unione qualsiasi di elementi di A◦ ` unione di unioni di elementi e di A e quindi appartiene ad A◦ . e Dimostrazione. e 4. Ma per ipotesi ogni Xi ∩ Yj ` unione di elementi di A. Pertanto a A ∩ B ∈ A∗◦ . Allora tale intersezione ` unione di elementi di A. cio` e e la tesi. ` Proprieta 1. Poich` ogni Ai ed ogni Bj sono intersezioni finite di elementi di A.4.j (Ai ∩ Bj ). Infatti S − (A1 ∩ A2 ) = (S − A1 ) ∪ (S − A2 ) che ` composto da un numee ro finito di elementi. Basi di una topologia Sia A una famiglia di sottoinsiemi di S.1. B ∈ A∗◦ allora A = i∈I Ai e B = j∈J Bj ove. Basta al solito e provare le condizioni (3) e (4) della Definizione 1. Infatti S − i∈I Ai = i∈I (S − Ai ) che ` finito. essendo A◦ una topologia. Indichiamo con A∗ la famiglia delle intersezioni finite degli elementi di A e con A◦ la famiglia dei sottoinsiemi di S che sono unione di elementi di A .6. Y ∈ A◦ risulta X = i∈I Xi ed Y = j∈J Yj con Xi ed Yj ∈ A. Dimostrazione. (3) Se X. Scelti A1 ed A2 elementi di A.1.

Esempio 1. Allora U ∩ (S − X) = ∅ e quindi x ∈ ext (S − X). Esse saranno introdotte sulla retta reale R. Ulteriori esempi di topologie Servendoci della nozione di base possiamo dare ulteriori esempi di topologie. Consideriamo la famiglia A composta dagli intervalli limitati di R privi di entrambi gli estremi. cio` intervalli del tipo (a.M.5. b) ext X = int (S − X). frontiera e chiusura di un insieme Sia X un sottoinsieme di uno spazio topologico S. 5. quello dei punti a esterni con ext X.7. b). Tale intorno ` allora contenuto in X e x ∈ int X. Gli aperti della topologia (tranne eventualmente S e ∅) saranno pertanto unione di aperti della base. ove cio` il primo estremo ` compreso ed il e e secondo ` escluso. Chiameremo la topologia corrispondente topologia degli e intervalli chiusi a sinistra. Poich` l’intersezione di due elementi di A ` ancora un e e elemento di A. Viceversa se x ∈ ext (S − X). f r X e ext X costituiscono una partizione di S. Universit` di Torino a . Analogamente considerando gli intervalli del tipo (a. Gandini. Diciamo che un punto x ` interno ad X se esiste un e intorno di x contenuto in X. E possibile definire una topologia anche assegnando gli elementi di una base. esiste un intorno U di x disgiunto da S − X. Garbiero – Appunti di Geometria III ` Osservazione. esterno. b] si ha la topologia degli intervalli chiusi a destra. esiste un intorno U di x contenuto in X. ` Esempio 1. Se X ` un sottoinsieme dello spazio topologico S allora: e a) int X = ext (S − X). a) Se x ∈ int X. 6. Esempio 1. d) Si verifica facilmente che i tre sottoinsiemi in esame sono a due a due disgiunti e ricoprono S. L’insieme dei punti interni di X verr` indicato con int X. e b) Ovvia c) Se x ∈ f r X. b) = e {x ∈ R : a < x < b}. Interno. Definizione 1.6. ∞) perch` unione di aperti della e base. S. ogni suo intorno ha intersezione non vuota sia con X che con S − X e quindi appartiene anche a f r (S − X). Diciamo che x ` di punto di frontiera per e X se ogni intorno di x ha intersezione non vuota sia con X che con S − X. b).4 P.7. E facile verificare che ` base di una topologia la famiglia e degli intervalli illimitati del tipo (−∞. ` Proprieta 1. c) f r X = f r (S − X). Si ottiene una base di una topologia anche considerando gli intervalli limitati del tipo [a. In tale topologia sono aperti anche gli intervalli del tipo (−∞. d) int X. a) o (a.6 che A ` base di una topologia a e detta topologia standard della retta reale. Dimostrazione. quello dei punti di frontiera con f r X.8. Chiameremo tale topologia topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Analogamente si pu` definire o la topologia degli intervalli illimitati a destra. Diciamo che x ` esterno ad X se esiste un e intorno di x disgiunto da X. abbiamo per la Propriet` 1.

anzi ` il massimo aperto contenuto in e e X. segue che cl X ` un a e chiuso. ` Proprieta 1. d) Ovvia. ogni punto e di A ` interno ad X. ` Dimostrazione.8. cio` che. e e Se poi A ` un aperto contenuto in X si ha che. Se poi A ` aperto. ` Proprieta 1. Un sottoinsieme A di uno spazio topologico S ` aperto e se e solo se A = int A.10.Capitolo 1 – Spazi Topologici 5 ` Proprieta 1. Diciamo che un punto x ` aderente ad X se ogni intorno di x ha intersezione e non vuota con X. E sempre vero che int A ⊆ A. allora: a) int (int X) = int X. se x ∈ cl (S − X).9. Proveremo che int X ` aperto facendo vedere che ` e e intorno di ogni suo punto (Propriet` 1. anzi ` il pi` piccolo chiuso contee e u nente X. cl X ` un chiuso. Sia x ∈ (int X) ∪ (int Y ). e e ` Proprieta 1.12. esiste un intorno di x contenuto in X.11. b) S − int X = cl (S − X). a ` Proprieta 1. a) cl X = int X ∪ f r X. Supposto ad esempio che x ∈ int X. o e / c) Ovvia. allora S − C ` aperto e e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica .6. Viceversa. pertanto x ∈ cl (S − X). cio` x ∈ int X. Esiste. Ma ogni punto y di U ` interno ad X. Dimostrazione. Dimostrazione.8. int X ` aperto. d) se X ⊆ Y allora int X ⊆ int Y . Tale intorno ` allora contenuto in X ∪ Y e e pertanto x ∈ int (X ∪ Y ). esiste a e un intorno di X contenuto in int X. Dalle Propriet` 1. Dimostrazione. Definizione 1. ovviamente. b) int ∅ = ∅. ogni intorno di x ha intersezione non vuota con S − X e quindi non pu` essere contenuto in X.11 b) e 1. f ) (int X) ∪ (int Y ) ⊆ int (X ∪ Y ). d) f r X = cl X ∩ cl (S − X). e) int (X ∩ Y ) = (int X) ∩ (int Y ). Se X ed Y sono sottoinsiemi dello spazio topologico S. Sia ora C un chiuso tale che C ⊇ X. cio` la tesi. ogni intorno di x non ` contenuto in X quindi ha e intersezione non vuota con S − X. L’insieme dei punti aderenti ad X viene detto chiusura di X ed indicato con cl X. per definizione di interno. un intorno U (che possiamo supporre aperto) di x tale che x ∈ U ⊆ X. se x ∈ int X. c) S − cl X = int (S − X).4). cio` che A ⊆ int X. Dimostrazione. b) Se x ∈ S − int X. a) Ovvia. c) int S = S. Essendo tutte molto semplici ci limiteremo a provare la f). Sia X un sottoinsieme di uno spazio topologico S. per e la propriet` precedente vale anche l’inclusione opposta.

Si osservi per questo che nessun intorno di b ` e contenuto in C o D. consideriamo i seguenti sottoinsiemi della retta reale R: A = (a.13. f ) cl (X ∩ Y ) ⊆ (cl X) ∩ (cl Y ). d) se X ⊆ Y allora cl X ⊆ cl Y . B. B ` aperto quindi coincide e col suo interno. Proviamo la e). Esempi Esempio 1. D) Topologia discreta. Si trova poi che f r D = {b}. d) e f) sono semplici. B = [a. b) cl S = S. Infatti se x ∈ (cl X)∪(cl Y ). Poich` ogni punto ` aperto. C = (a. Universit` di Torino a . U e V tali che U ∩ X = ∅ / e V ∩ Y = ∅. Poich` R ` l’unico aperto. c). ext A = R − B. mentre non vi sono punti di frontiera.6 P. f r A = {a}. ` Proprieta 1. Proviamo che (cl X)∪(cl Y ) ⊆ cl (X ∪Y ). allora: a) cl (cl X) = cl X. si ha che ogni e e sottoinsieme coincide col suo interno. c) cl ∅ = ∅. b]. Un sottoinsieme C ` chiuso se e solo se C = cl C. Trovare per ognuno di essi l’interno. ext X = R − X. Pertanto ogni intorno di x ha intersezione non vuota con X e quindi anche con X ∪ Y . se x ∈ (cl X) ∪ (cl Y ). Pertanto risulta S − C ⊆ int (S − X) = S − cl X. Indicati con a e b due numeri reali tali che a < b. b). S. Invece risulta int C = A e int D = B. 2} si ha che int X = ∅. b). D = [a.12. lo stesso insieme di punti di frontiera composto dai punti a e b e lo e stesso esterno che ` R − D. Garbiero – Appunti di Geometria III S − C ⊆ S − X. E) Topologia di Fr`chet. Per dimostrare che cl (X ∪ Y ) ⊆ (cl X) ∪ (cl Y ) faremo vedere che. allora x ∈ cl (X ∪ Y ). Dimostrazione. C. C) Topologia banale. e B) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra.14. b) e e con a < x < b e quindi nuovamente coincide col suo interno.M. b}. allora x ∈ cl (X ∪ Y ). a). b]. D prima considerati. Esistono allora due intorni di x. la frontiera e l’esterno in ognuna delle seguenti topologie della retta reale. Se in questo caso si considera invece il sottoinsieme X = {0. Gandini. e) cl (X ∪ Y ) = (cl X) ∪ (cl Y ). Se X ed Y sono sottoinsiemi dello spazio topologico S.9. a ` Proprieta 1. f r B = ∅. Gli esterni vengono calcolati ricordando la Propriet` 1.7 d): a ext D = R − D. ogni punto di R ` punto e e e di frontiera per ogni sottoinsieme non vuoto e distinto da R. b). Dall’ipotesi segue che x ∈ (cl X) / / / e che x ∈ (cl Y ). e Dimostrazione. f r C = {a. A) Topologia standard: i quattro sottoinsiemi hanno lo stesso interno che ` A. 7. f r X = X. Quindi cl X ⊆ C. ext C = R − D. Allora U ∩ V ∩ (X ∪ Y ) = ∅ e quindi la tesi. Facile conseguenza della Propriet` 1. si ha che tutti i punti di R sono di frontiera per i sottoinsiemi A. Dato che ogni aperto contiene tutto R tranne e un numero finito di punti. ext B = R − B. Anche A ` aperto perch` unione degli aperti del tipo [x. possiamo supporre ad esempio che x ∈ cl X. 1.

Questo prova che l’inclusione della Propriet` 1. Nella topologia degli intervalli illimitati a sinistra si ha che i punti x < 0 sono esterni. 4] − {3}) ∪ {5}. Indicato con X uno dei sottoinsiemi A. Non vi sono ovviamente punti interni ai quattro sottoinsiemi in esame. Trovare un sottoinsieme A di uno spazio topologico S tale che i sottoinsiemi: A. 1]∪[2. C. B. cl A.13. Se U ` disgiunto da N. ext N = R − N. G) Topologia quasi banale.11. esterno e punti di frontiera del sottoinsieme di R composto dai numeri naturali nelle varie topologie prima considerate. cl(int(cl A)) = [0. Ripetere l’esercizio precedente considerando come sottoinsieme di R il sottoinsieme Q dei numeri razionali. Nella topologia quasi banale dipende dalla mutua posizione di N e dell’aperto proprio U .12. f r N = N. 4) − {3}. Determinare interno. 2] = {1}. i punti di U sono interni ad N e gli altri di frontiera. se U ⊆ X i punti di U sono interni ad X mentre i restanti sono di frontiera. tutti i punti sono di frontiera. cl A = [0.14. mentre cl A ∩ cl B = [0. 1)∪(2. 1] ∩ [1. Nella topologia discreta int N = N e ext N = R − N. int(cl(int A)). Si considerino i sottoinsiemi A = [0. int(cl A). Se U ⊆ R − X i punti di U sono esterni ad X e gli altri sono di frontiera. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica .14 f). 2). 4]. Si ottiene: int A = (2. tutti i punti sono di frontiera. mentre int (A ∪ B) = int ([0.10 f) non ` in generale invertibile. int A. y) con x < y < a ` intorno di x disgiunto dai quattro e sottoinsiemi. si ha che nella topologia standard e nella topologia degli intervalli chiusi a sinistra int N = ∅. ci` prova che non ` in generale invertibile neanche o e l’inclusione della Propriet` 1. Risulta cl (A ∩ B) = ∅. Risulta: int A ∪ int B = (0. 4]∪{5}. int(cl(int A)) = (2. Esercizio 1.10. cl(int A)) = [2. int(cl A) = (0. 1]∪[2. Sempre in R con la topologia standard si considerino ora A = (0. Esercizio 1. a Esercizio 1. Tutti i punti x ≥ a sono invece di frontiera. cl(int(cl A)) siano tutti differenti. 4). Si consideri R con la topologia standard e A = ((R − Q) ∩ [0. 4].Capitolo 1 – Spazi Topologici 7 F) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. i punti di U sono esterni ad N ed i restanti e di frontiera. 1]) ∪ ([2. D. Se U ∩ X = ∅ e U ∩ (R − X) = ∅. gli altri sono di frontiera. 2). Dipende da qual ` l’aperto U sottoinsieme e proprio di R. a e Esercizio 1. 2]) = (0. 2). 1) e B = (1. Esempio 1. 1) ∪ (1. 4). Nella topologia banale e nella topologia di Fr`chet tutti i punti sono di e frontiera. Se U ha intersezione non vuota sia con N che con R − N. Ogni x < a ` esterno dato e che l’aperto (−∞. 1] e B = [1. 2] della retta reale dotata della topologia standard. Indicato tale sottoinsieme con N. cl(int A). Se U ⊆ N.

Poniamo. Definizione 1.8. Analogamente: d(y. d viene detta pseudometrica e lo spazio X pseudometrico.15. Da ci` segue che V (z.6 che. in quanto ogni spazio o a metrico determina una topologia. tale intersezione ` unione di intorni e rotondi. o 9.8 P. r) = {x} se r < 1. s). r) = X.17. t) ≤ d(y. Dimostrazione. Una funzione d : X × X −→ R definisce una metrica su X se sono soddisfatte le seguenti condizioni: (1) ∀x. Basta provare. Allora d(x. Si definisce come intorno rotondo di centro x e raggio r. Allora d(x. r) e V (y. Posto ρ = min{r − r . detta topologia metrica. S. y) = d(y. y) = 0 implica x = y. s). r) ∩ V (y. per ogni proprio punto z. d(x. ρ) ⊆ V (x. z) + d(z.7. topologia metrica. Garbiero – Appunti di Geometria III 8. un intorno rotondo di centro z. se due intorni a rotondi hanno intersezione non vuota. Su un insieme X si ponga d(x. y. s). e ` Esempio 1. r). y ∈ X. Ci` fornir` ulteriori esempi di spazi topologici. Sia t un suo elemento. quindi t ∈ V (x. t) < r + r − r = r. (5) d(x. L’intorno rotondo di e e centro x e raggio r ` formato dai punti y che distano da x meno di r. d viene allora detta metrica e X spazio metrico (rispetto alla metrica d). Sia R la retta reale. Sia x ∈ X e r un numero reale positivo. x). t) < s + s − s = s quindi t ∈ V (y. Gandini. y) = 1 se x = y. d(x. z) + d(z. Esempi di spazi metrici Esempio 1. si e tratta cio` dell’intervallo aperto (x − r. z) ≤ d(x. y) = 0 per ogni coppia di ` elementi x ed y di X. consideriamo un elemento z ∈ V (x. Si pone ora d(x. La topologia indotta da d ` e e cio` la topologia standard. e Universit` di Torino a . t) ≤ d(x. Se d soddisfa solo alle prime quattro condizioni. x) = 0 e d(x. la topologia indotta ` la topologia banale.16. s) due intorni rotondi. r) ∩ V (y. z ∈ X. E immediato verificare che d ` una pseudometrica. z) = s < s. brevemente. ρ). Siano allora V (x. Definizione 1. z) = r < r e d(y. (3) ∀x.M. consideriamo V (z. L’insieme di tutti gli intorni rotondi di uno spazio metrico X ` base di una topologia che viene detta topologia indotta dalla e metrica d o. x + r). d(x. l’insieme dei punti y di X tali che d(x. Sia X un insieme non vuoto. e lo si indica con V (x. r). y ∈ X. (2) ∀x ∈ X. Poich` V (x. y) ≥ 0. Spazi metrici In questo paragrafo affronteremo l’importante argomento degli spazi metrici.15. y ∈ R. si ha che la e e topologia indotta ` quella discreta. per la Propriet` 1. La verifica che d ` una metrica ` immediata. dato che per ogni x e per ogni r si ha che V (x. y) + d(y. ossia contiene. e non metrica se X contiene almeno due elementi e. z). E facile verificare che d ` una metrica. ` Proprieta 1. d(x. d(x. y) = |x − y|. per x. (4) ∀x. y) < r. e Esempio 1. s − s }. x) = 0.

e avendo posto: u = max{|x1 − x2 |. .7 poich` le verifiche e delle altre condizioni sono immediate. Indicato con (zi ) un terzo punto di Rn occorre cio` provare che: e n n n (xi − zi i=1 )2 ≤ i=1 (xi − yi )2 + i=1 (yi − zi )2 . Ci limitiamo a provare la condizione (4) della Definizione 1. Posto xi − yi = ai e yi − zi = bi la tesi si trasforma in: n n n (ai + bi i=1 )2 ≤ i=1 a2 i + i=1 b2 i e quindi in: n n n n n (ai + bi )2 ≤ i=1 i=1 a2 + i i=1 b2 + 2 i i=1 a2 i i=1 b2 . y1 ) e b(x2 . In dimensione tre ` una sfera. tranne la (4) che verifichiamo esplicitamente. . |y1 −y2 |}. i Si consideri ora il seguente polinomio nella variabile u: n n n n P (u) = i=1 (ai u + bi ) = u 2 2 i=1 a2 i + 2u i=1 ai bi + i=1 b2 . . Questo esempio generalizza ad Rn l’esempio precedente. risulta P (u) ≥ 0. i Poich`. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica u ≥ |y1 − y2 |. in dimensione due un cerchio privati del contorno. poniamo d(a.18. cio` u + v ≥ w. |y1 − y2 |}. Introduciamo una nuova metrica in R2 . per ogni u. y3 ). c). i cio` e n n n (∗) i=1 ai bi ≤ i=1 a2 i i=1 b2 . w = max{|x1 − x3 |. Considerato un terzo punto c(x3 . b) = max{|x1 −x2 |. Siano x = (xi ) e y = (yi ). y) = i=1 (xi − yi ) . si avr` e a che ∆ ≤ 0 da cui segue la (∗).Capitolo 1 – Spazi Topologici 9 Esempio 1. occorre provare che d(a.19. n due elementi di Rn . v ≥ |y2 − y3 | v = max{|x2 − x3 |. |y2 − y3 |}. y2 ). . c) ≤ d(a. con i = 1. . detto ∆ il suo discriminante. La funzione d cos` definita ` una metrica. Dati due punti a(x1 . Anche qui le verifiche delle condizioni che definiscono una metrica sono tutte immediate. 4 Il generico intorno rotondo di centro x e raggio r ` ovviamente formato e dall’ipersfera di centro x e raggio r privata del contorno. b) + d(b. Dalle ipotesi abbiamo che: u ≥ |x1 − x2 |. e quindi: u+v ≥ |x1 −x2 |+|x2 −x3 | ≥ |x1 −x3 | e u+v ≥ |y1 −y2 |+|y2 −y3 | ≥ |y1 −y3 |. e Esempio 1. v ≥ |x2 − x3 |. |y1 − y3 |}. Poniamo n 2 ı e d(x. Segue che u + v ≥ w.

contro l’ipotesi. Y ) = inf {d(x. y) ∈ R2 : x ≤ 0. Pertanto C ` aperto anche nella e topologia definita nel presente esempio. definita nel precedente esempio. x + y < 1}. Y ) = 0. 0). y) ∈ R2 : x ≤ 0. −x − y < 1}. s) disgiunto da Y . A2 = {(x. Garbiero – Appunti di Geometria III Per determinare la topologia indotta consideriamo ad esempio V (0. Universit` di Torino a . c). (0. Considerato c(x3 . S. considerato un quadrato Q privo del contorno. Definizione 1. Se x ` aderente ad Y . r) ∩ Y = ∅. x − y < 1}. Allora d(x. (−1.9. Analogamente a prima si pu` provare che anche questa topologia o coincide con la topologia dell’Esempio 1. y3 ). esisterebbe un intorno V (x. V (0. Y ) = 0. Q.M. 10. |y|} ≤ r. −x + y < 1}.18. y ≤ 0. y ≥ 0. le due topologie coincidono. y2 ) poniamo ora d(a. Se x non fosse aderente ad Y . Y ) = 0. osserviamo che |x1 − x3 | + |y1 − y3 | ≤ |x1 − x2 | + |y1 − y2 | + |x2 − x3 | + |y2 − y3 |. si tratta del quadrato di centro 0 e lato 2r privato del contorno. 0) = max{|x|. y1 ) e b(x2 . per ogni numero reale r > 0 si e ha che V (x. e che contiene quindi tutti gli aperti della base della topologia appena definita. Contiene tutti i punti p(x. Gandini. Poich` ciascuna delle due topologie e contiene gli aperti della base dell’altra. y ≥ 0. 1). Allora ogni punto di Y avrebbe distanza da x non minore di s. ` aperto della topologia metrica. r). per ogni x ∈ Q. A3 = {(x. Viceversa dato un cerchio privo del contorno C. esiste y in Y che dista da x meno di r. y) tali che |x| + |y| < 1. Esso ` l’unione dei seguenti e quattro insiemi: A1 = {(x. b) = |x1 − x2 | + |y1 − y2 |. y) ∈ R2 : x ≥ 0. Questa topologia coincide con la topologia metrica definita nell’esempio precedente. Considerati in R2 due punti a(x1 . esiste un cerchio privo del contorno di centro x contenuto in Q. per ogni x ∈ C. e b) La distanza di due sottoinsiemi Y1 ed Y2 di uno spazio metrico X `: d(Y1 . Chiusura negli spazi metrici Siano (X. A4 = {(x. cio` che d(a. Dimostrazione. per un certo x ∈ X. E formato dai punti p(x. y) tali che d(p. (0. y ≤ 0. in quanto unione di tali cerchi. Quindi. ad esempio.16. Viceversa. b) + d(b. e ` Per determinare la topologia indotta studiamo. y) : y ∈ Y }. 0). y2 ∈ Y2 }. Y2 ) = inf {d(y1 .20. y2 ) : y1 ∈ Y1 . −1). e ` Proprieta 1. Verifichiamo al solito solo la condizione (4). Pertanto cl Y coincide con l’insieme di tutti i punti aderenti ad Y . 1). supponiamo che d(x. Infatti. y) ∈ R2 : x ≥ 0. Si tratta di un rombo di centro 0 e vertici i punti (1. d) uno spazio metrico ed Y un sottoinsieme di X. esiste un quadrato di centro x contenuto in C. a) La distanza di un punto x ∈ X dal sottoinsieme Y `: d(x. c) ≤ d(a. Un punto x ∈ X ` aderente ad un sottoinsieme Y se e e solo se d(x.10 P. Esempio 1.

cio` la tesi. per n > n0 . r) ` un chiuso. Dimostrazione. Preso un numero reale positivo s. per ogni s > 0. r) tale che d(y. ogni intorno di x contiene tutti i punti della successione tranne un numero finito. Allora: d(x. e) Topologia banale.10. C) = 0}. 1)).17. g) Topologia quasi banale. Stesso risultato di a). Diciamo che tale successione converge al punto x0 se. y) < r + s. z) < s. Si definisce come intorno rotondo chiuso di centro x e raggio r l’insieme C(x. La successione converge a 0 che ` anche l’unico e punto di convergenza della stessa. . r)) = 0 allora d(y.22. Siano x un elemento di uno spazio metrico X ed r un numero reale positivo.Capitolo 1 – Spazi Topologici 11 Corollario 1. y) ≤ d(x. Dato che C(x. Ci` equivale a richiedere che la successione sia convergente nella topologia o subordinata dalla metrica. 2. Sia {xn : n = 0. r) di x0 . 2. . C(x. d) Topologia discreta. r) ` contenuto nell’insieme e a secondo membro. . Si consideri la metrica dell’Esempio 1. r) = {y ∈ X : d(x. Se {xn : n = 0. Per il Corollario 1. e Dimostrazione. converge anche a tutti Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . . La successione converge a tutti i punti che non stanno in A. Mostriamo con un esempio che in generale cl (V (x. mentre C(x. e Esempio 1. In tale topologia convergono solo le successioni ove da un certo indice in poi si ha sempre lo stesso elemento ripetuto e convergono a tale punto. xn ∈ V (x0 .} una successione di punti di uno spazio topologico S. f) Topologia di Fr`chet. . Definizione 1.}.18. .11.} ` una successione di punti di uno spazio mee trico X. diciamo che essa converge al punto x0 se. 1) = {x} = cl (V (x. 1. C(x. basta provare che C(x. . Converge a tutti gli x ≥ 0. Infatti se x ∈ R. Si consideri in R la successione { : n = 1. Basta ricordare che un sottoinsieme C ` chiuso se e e solo se C = cl C. esiste un elemento z ∈ C(x. comunque scelto un intorno V (x0 . u 11.17. Poich` e d(x. si ha che V (x. Convergenza di successioni in spazi topologici e metrici Definizione 1. 1. occorre solo provare che se d(y. r)) = 0}. C(x. La nostra successione converge a tutti i punti di e R. ` Proprieta 1. c) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. x) ≤ r. Preso un e qualsiasi x. Tutte le successioni convergono a tutti i punti. 2. y) < r + s. r). r) = S. z) + d(z. comunque scelto un intorno U di x0 . r) = {y ∈ X : d(y. . esiste un indice n0 tale che. 1 Esempio 1. r)) ` diversa da C(x. Un sottoinsieme C di uno spazio metrico X ` chiuso e se e solo se C = {x ∈ X : d(x. Dipende dalla scelta dell’aperto A.21.16. b) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. xn ∈ U . a) Topologia standard. esiste un indice n0 tale che. si ha che d(x. y) ≤ r}. Ovviamente occorre supporre che X contenga pi` di un elemento. n Studiare la sua convergenza nelle sottoelencate topologie di R. r). y) ≤ r. . Non converge a nessun punto. per n > n0 .

Se y non appartenesse a C. Dimostrazione. 1 ) ⊇ . 1) ⊇ V (z. Converge solo a 0. Per questo basta provare che f r C ⊆ C. . 2. Esempio 1. Non converge. Converge ad ogni x ≥ 0. ove ora la successione ` e {1. 1. Ci limitiamo ovviamente alla topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Sottospazi In questa sezione considereremo un sottoinsieme X di uno spazio topologico S e vedremo come la topologia di S determini in modo naturale una topologia in X. } i cui elementi stanno in C e convergente ad un punto y. 2. considerando la successione {−1. Ci limitiamo. ( i Ai ) ∩ X = i (Ai ∩ X). Allora z ∈ C e 2 3 quindi f r C ⊆ C. Ovviamente ∅ ∩ X = ∅ e S ∩ X = X. b) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. 2. a) Topologia ordinaria. Universit` di Torino a . . visti i risultati dell’esempio precedente. considerando la successione 1 {− : n = 1. 12. .23. .}. Sia z ∈ f r C e consideriamo 1 e la successione di intorni del tipo V (z. consideriamo la e seguente famiglia di sottoinsiemi di X: A = {Ai ∩ X : i ∈ I}. Supponiamo C chiuso e consideriamo una successione di punti di C convergente ad y. n a) Topologia ordinaria. Non converge. .12 P. n ). Dimostrazione. Essa allora non convergerebbe pi` ad y. ove n = 1. . . . . Poich` z ∈ f r C. Dalle due ovvie relazioni (A1 ∩ X) ∩ (A2 ∩ X) = (A1 ∩ A2 ) ∩ X. u Supponiamo ora che valga la condizione e vogliamo provare che C ` e chiuso. . b) Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. S. in ognuno di essi possiamo scegliere un elemento xn in C ottenendo una successione di elementi di C convergente a z. 2. . −3. Un sottoinsieme C di uno spazio metrico X ` chiuso e se e solo se per ogni successione {xn : n = 0. Non converge. si ha che anche y ∈ C.20.M. La successione non converge. Esempio 1. Come il precedente esercizio. La successione converge ad ogni elemento di R. . . Esempio 1. −2. dato che gli intorni soddisfano alla seguente condizione: V (z. c) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra.25. 3. c) Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. alle prime tre topologie. . Garbiero – Appunti di Geometria III i punti di A se e solo se A contiene tutti i punti della sucessione da un certo indice in poi. Terminiamo con una propriet` che caratterizza i chiusi di uno spazio a metrico. .19. Gandini. ` Proprieta 1. Se A = {Ai : i ∈ I} ` la famiglia degli aperti di S. . Come i precedenti esercizi. . A definisce una topologia aperta su X che chiamiamo topologia indotta.}.24. 1 ) ⊇ V (z. Come i precedenti esercizi. ` Proprieta 1. l’aperto S-C sarebbe un intorno di y disgiunto da C e quindi non contenente alcun punto della successione.}.

Sia C un chiuso di X. e Dimostrazione. Sia A∩X un aperto e della topologia indotta. cio` x ∈ S − A. Pertanto S − A ` e un chiuso di S tale che (S − A) ∩ X = C .21. E facile provare che un chiuso di X (nella topologia indotta) ` chiuso in S se e solo se X ` chiuso in S. Sia B = {Bh }h∈H una base per gli aperti di S. per determinare la topologia e indotta. Infatti.23. si ha che sono verificate anche le altre due condizioni della definizione di topologia. ` Osservazione. Pertanto x ∈ X − C . Proviamo ora che B ` base per la topologia indotta. per l’Osservazione alla Propriet` 1. sia A un aperto di X nella topologia indotta. Sia x ∈ (S − A) ∩ X. I chiusi della topologia indotta sono del tipo C ∩ X. se X ` aperto di S. b) un intervallo aperto della retta reale. b). ` Proprieta 1. Supposto X aperto in S. ove i Bi sono elementi di B. A2 ed ogni Ai sono elementi di A. dato che (a. e e Esempio 1. Ogni aperto di X (nella topologia indotta) ` aperto di e S se e solo se X ` aperto in S. e e Esempio 1. Allora esiste un aperto A di S tale che A ∩ X = A . anche le loro unioni sono aperti di questa topologia. ` Proprieta 1. basta considerare gli aperti a di R contenuti in (a. Il viceversa ` ovvio. Sia x ∈ C . con Bi ∈ B. e e Osservazione. / / e da cui la tesi. Allora A ∩ X = ( i Bi ) ∩ X = i (Bi ∩ X). quindi x ∈ X e x ∈ X − C . gli aperti nella e topologia indotta sono gli aperti di S contenuti in X. ` Proprieta 1. Allora B = {Bh ∩ X}h∈H costituisce una base per la topologia indotta su X. E facile vedere che se S ` dotato della topologia discreta o banale e o di Fr`chet. Se invece R ` dotato della topologia degli intervalli e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Proviamo prima che B ` una base per una topologia e su X. Poich` inoltre gli elementi di B sono aperti e della topologia indotta. Se R ` dotato della topologia standard o della topologia degli intervalli chiusi a e sinistra. Dato che A ∩ X = X − C . ove C ` chiuso di S. Pertanto gli aperti della topologia indotta sono aperti della topologia generata da B . anche la topologia indotta ` dello stesso tipo.Capitolo 1 – Spazi Topologici 13 dove A1 . Sia (a. cio` / / e x ∈ C e quindi (S − A) ∩ X ⊆ C .27. e Esiste allora un aperto A di S tale che A ∩ X = X − C . Poich` gli aperti di S contenuti in X sono ovviamente e aperti nella topologia indotta. si ha: e (B1 ∩ X) ∩ (B2 ∩ X) = (B1 ∩ B2 ) ∩ X = ( i Bi ) ∩ X = i (Bi ∩ X). segue che x ∈ A. si ha che. Essendo X aperto di S. Proviamo ora che C ⊆ (S − A) ∩ X. anche A ` aperto di S. e Dimostrazione.22. Dimostrazione. Quindi la topologia indotta e la topologia determinata da B coincidono. quindi X − C ` aperto di X. Sia S uno spazio topologico ed X un suo sottoinsieme ` non vuoto.22.26. b) ` anche aperto di S. quindi x ∈ X e x ∈ A. dato che B ` base.

1. Per la topologia ordinaria. Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. . Esempio 1. Esempio 1. e [x. Vediamo ora la topologia indotta in N = {0. . Consideriamo ora l’intervallo [a. k} ove k = 0. 2.14 P. y) con a ≤ x < y ≤ b. x) con x ≤ b. y) con a ≤ x < y ≤ b. . Gli aperti (di una base) sono di tre tipi: [a. . gli aperti della topologia indotta sono del tipo (a. b) ` aperto. x) con x ≤ b. .30. si osservi che anche ora [a. . gli aperti (di una base) sono gli intervalli aperti contenuti in [a. b] con a ≤ x ≤ b. Topologia standard.28.M. b] con a ≤ x e (x. Universit` di Torino a . 2. 1. e Per la topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Consideriamo infine il caso dell’intervallo [a. . b) e vediamo quali topologie inducono le topologie dell’esempio precedente. [x. x) con x ≤ b. x) con x ≤ b. . Topologia degli intervalli chiusi a sinistra. (x. b) e gli intervalli del tipo [a. . Gli aperti sono del tipo [a. b]. x) con x ≤ b. Garbiero – Appunti di Geometria III illimitati a sinistra. Esempio 1. . Gli aperti (di una base) sono di tre tipi: [a. Per la topologia degli intervalli chiusi a sinistra. 1. La topologia standard e quella degli intervalli chiusi a sinistra inducono la topologia discreta mentre nella topologia indotta da quella degli intervalli illimitati a sinistra gli aperti sono del tipo {0. Gandini.29. S. gli aperti sono ovviamente del tipo [a. x) con x ≤ b.} dalle tre precedenti topologie.

{a. e Dimostrazione. ∅. Sia S = {a. a ` Proprieta 2. Dimostrazione. la funzione f non trasporta la topologia da S ad X. Infine studieremo il prodotto di spazi topologici. b. ` E invece possibile trasportare una topologia mediante l’inversa di f come mostrano le due propriet` seguenti. Affronteremo prima il problema del trasporto di una topologia fra uno spazio topologico ed un insieme. c. Dati f −1 (B1 ) e f −1 (B2 ). Le immagini degli aperti di S mediante f sono X. Allora la famiglia A = {f −1 (A ) : A ∈ A } costituisce una topologia su S. parleremo poi di funzioni continue e di omeomorfismi. ` Proprieta 2. {x. Trasporto di topologie Sia f una funzione fra uno spazio topologico S ed un insieme X. In generale.1. y}.1. d}}. La (3) e la (4) derivano dal fatto che per A1 . f (b) = f (c) = y. Dato che f −1 (S ) = S e f −1 (∅) = ∅. come mostra il seguente controesempio. {c. ove ogni Bk ∈ B e k f −1 (B1 ) ∩ f −1 (B2 ) = f −1 (B1 ∩ B2 ) = f −1 ( k Bk ) = k f −1 (Bk ). La verifica che si tratta di una topologia ` immediata. che non costituiscono n` una topologia n` una e e base di una topologia. con B1 e B2 ∈ B . {y. f (d) = z. risulta: f −1 (A1 ) ∩ f −1 (A2 ) = f −1 (A1 ∩ A2 ). A2 .2. d} con la seguente famiglia di aperti: {S. y. Allora la famiglia {f −1 (Bh )}h∈H ` base per una topologia su S. poich` e B1 ∩ B2 = Bk . z} e la funzione f : S → X tale che: f (a) = x. le condizioni (1) e (2) della Definizione 1. Ai elementi di A . si ha la tesi.CAPITOLO 2 Funzioni continue ed omeomorfismi In questo capitolo confronteremo le topologie di spazi topologici differenti. 1. z}. b}. 15 . Sia f una funzione fra un insieme S ed uno spazio topologico S e B = {Bh }h∈H una base per gli aperti di S . ∅. i (f −1 (Ai )) = f −1 ( i Ai ).1 sono verificate. Esempio 2. Sia f una funzione fra un insieme S ed uno spazio topologico S con famiglia di aperti A . e Si consideri poi l’insieme X = {x.

e Dimostrazione. comunque scelto un intorno Uf (x) di f (x). gli aperti in R × R sono e formati da tutto R × R. escludendo tali due rette. Sia C un chiuso di S . Per provare che A = f −1 (A ) ` aperto di S proviamo che e A ` intorno di ogni suo punto (cfr. Una funzione f : S → S si dice continua se le controimmagini degli aperti di S sono aperti di S.2. Supponiamo ora f continua secondo la Definizione 2.3. tranne un numero finito di rette parallele all’asse y.2 e consideriamo un intorno Af (x) di f (x). Se in R si considera la topologia banale o quasi banale. Definizione 2. la base su R × R ` formata da strisce come nel caso precedente. private della retta origine del semipiano. f −1 (Af (x) ) ` un aperto contenente x tale che e −1 (A f f e f (x)) ) ⊆ Af (x) . Garbiero – Lezioni di Geometria III Esempio 2. su R × R abbiamo come base l’insieme delle strisce delimitate da due rette parallele all’asse y. che possiamo supporre aperto (ogni intorno contiene un intorno aperto). Si consideri la proiezione canonica π1 : R × R → R. ` Proprieta 2.2 lo ` anche secondo la Definizione 2.2. Le varie topologie di R determinano. 2.2. in R × R non si ha la topologia discreta bens` gli aperti sono costituiti da tutte le possibili famiglie ı di rette parallele all’asse y. solo che la prima e retta ` compresa e la seconda esclusa. e allora A = S − C ` aperto di S e quindi f −1 (A ) = S − f −1 (C ) ` aperto e e −1 (C ) ` chiuso di S. si prova che se f ` continua secondo la 2. Supponiamo ora f continua secondo la Definizione 2. Se invece in R si considera la topologia discreta. Se in R si considera la topologia degli intervalli chiusi a sinistra. di S. e Se in R si considera la topologia degli intervalli illimitati a sinistra. Quindi f e In modo analogo. diremo che f e ` funzione continua fra S ed S . in R×R si ottiene la topologia banale o quasi banale. Definizione 2. altrettante topologie su R × R. Una funzione f : S → S si dice continua nel punto x ∈ S se. cio` e la funzione tale che π1 ((a. Se in R si considera la topologia standard. Se in R si considera la topologia di Fr`chet.3. Se f ` continua in ogni punto di S. Gandini. Se una funzione ` continua secondo una delle tre pree cedenti definizioni ` continua anche secondo le altre due. che ` la tesi. Propriet` 1.1.3 lo ` anche e e secondo la 2. e Definizione 2. b ∈ R. S.3. mediante tale funzione. la topologia su R × R ` formata dai semipiani determinati da rette parallele e all’asse y.1 e consideriamo un aperto A di S .16 P. Funzioni continue Diamo tre diverse definizioni di funzione continua che dimostreremo essere equivalenti. Sia allora x ∈A. Allora e a Universit` di Torino a . Siano S ed S due spazi topologici. b)) = a con a. Una funzione f : S → S si dice continua se le controimmagini dei chiusi di S sono chiusi di S.M. Proviamo prima che se f ` continua secondo la Dee finizione 2. esiste un intorno Ux di x tale che f (Ux ) ⊆ Uf (x) .4).

2. e e g ` funzione continua fra S e S . Analogamente se in S vi ` la topologia banale. e e e ` Proprieta 2. ` Proprieta 2. risulta A = k Bk ove i Bk sono elementi di e B . se ogni aperto e u e di B ` aperto anche di A. ove A ` e e aperto di S . La restrizione di f ad X definita ponendo f|X (x) = f (x). e Dimostrazione. Definizione 2. Una funzione continua f : S → S ` anche continua fra e S ed f (S). f ` detta funzione aperta (chiusa) se trasforma aperti (chiusi) di S in e aperti (chiusi) di S . Sia f : S → S una funzione fra gli spazi S ed S . diciamo che A ` pi` fine di B. allora anche la funzione e composta (o funzione prodotto) g ◦ f : S → S ` continua.8. e Dimostrazione. Date su uno stesso insieme X due topologie A e B.3. per provare che una funzione f : S → S ` continua fra e gli spazi topologici S ed S . Sia f una funzione fra due spazi topologici S ed S . Segue che U ⊆ f −1 (f (U )) ⊆ f −1 (A ) = A. E immediata applicando la Definizione 2. sono aperti di S. ` sufficiente provare che le controimmagini degli e elementi di una base di S . o che B ` meno fine di A. La restrizione ` continua perch` ` prodotto dell’iniee ee zione canonica di X in S e di f . Sia X un sottospazio di uno spazio topologico S.5. f ` continua. e e Esempio 2. per x ∈ X. 3. u Dimostrazione. e ` Dimostrazione. e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica .7. Dimostrazione. Il generico aperto di f (S) ` del tipo A ∩f (S). Definizione 2. Sia A un aperto di S. f : S → S . L’iniezione canonica j : X → S (definita da j(x) = x. comunque e sia la topologia di S.Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 17 f (x) ∈ A . Ma f −1 (A ∩f (S)) = f −1 (A ) ` aperto perch` f ` continua. Segue immediatamente dalle definizioni 2. Esiste allora un intorno U di x tale che f (U ) ⊆ A . Una funzione continua f : S → S resta continua rendendo meno fine la topologia di S o pi` fine quella di S. e ` Proprieta 2.4. che ` la tesi. g : S → S .6.2 e 2. e ` Proprieta 2. j −1 (A) = A ∩ X ` aperto di X e per definizione di sottospazio. ` Proprieta 2. ` continua. Infatti in tal caso se A ` un aperto di S . Esempi ed esercizi Osserviamo che. Se in S vi ` la topologia discreta. per x ∈ X) ` continua.4. comunque sia la topologia di S la funzione f e risulta continua.4. Se f ` funzione continua fra S ed S . Sia f : S → S una funzione continua ed X un sottospazio di S. B = {Bh }h∈H . Ma allora f −1 (A ) = k f −1 (Bk ) ` aperto perch` unione di aperti.5.

ad esempio. per x ∈ R. Non ` continua se poniamo quella degli intervalli e illimitati a sinistra. che non ` aperto. 2 )) = e 2 −1 (R − {1}) = [1. 2). – Se in S poniamo una topologia quasi banale. f (x) = max intero ≤ x. 4)) = [1. Se in R poniamo la topologia standard. Universit` di Torino a . Garbiero – Lezioni di Geometria III Esempio 2. f 3 non ` continua se poniamo in R la topologia standard. per x ∈ R. e Scambiando i ruoli delle topologie f pu` essere continua se l’aperto proprio o della topologia quasi banale di S ` opportuno. e u – Poniamo ora in S la topologia di Fr`chet. cio` e e dall’unione di un numero finito di intervalli aperti (illimitati oppure no) e pertanto f ` continua se in S poniamo la topologia standard o quella degli e intervalli chiusi a sinistra. f ` continua perch` le cone e troimmagini di intervalli aperti sono intervalli aperti che sono aperti nella topologia degli intervalli chiusi a sinistra. f non ` continua. f (x) = x + 2.7. e e e f ` invece continua se dotiamo R della topologia degli intervalli illimitati e a sinistra o degli intervalli chiusi a sinistra o della topologia di Fr`chet. sia nel dominio che nel codominio. se x < 1 e f (x) = x + 2. chiusi a e sinistra. quale che sia la topologia. dai multipli positivi e negativi di 2. Scambiando i ruoli delle e topologie f non ` pi` continua. La e controimmagine di un intervallo illimitato a sinistra ` ancora un intervallo e dello stesso tipo che ` un aperto del dominio. f ` continua. e e Esempio 2. fra quelle considerate in questo esempio. f ` continua. f −1 (A) ` e infatti A traslato a sinistra di 2. – Se scambiamo i ruoli delle due topologie. dato che f −1 (( 1 . illimitati a sinistra) sono ancora intervalli dello stesso tipo. e f invece non ` in generale continua se si pone la topologia quasi banale e con lo stesso aperto proprio A. Riprendiamo la funzione di prima ove ora mettiamo topologie differenti in R dominio (indichiamolo con S) e in R codominio (sia S ). Poniamo sempre fra R ed R. Se invece vi poniamo la topologia degli intervalli illimitati a sinistra o degli intervalli chiusi a sinistra. Ci` ` vero anche per la topologia discreta o banale e oe o di Fr`chet. f non ` continua perch` f −1 ((2. per x ≥ 1. si pone o la topologia standard o la topologia degli intervalli chiusi a sinistra o quella degli intervalli illimitati a sinistra.18 P. Poich` le controimmagini di intervalli di R (aperti. Gandini. – Se in S poniamo la topologia degli intervalli illimitati a sinistra ed in S la topologia standard o quella degli intervalli chiusi a sinistra. f ` continua. diventa continua. 2). Se A per` e o ` formato. come dominio e come codominio. Consideriamo la funzione f : R → R tale che. – In S la topologia standard e in S quella degli intervalli chiusi a sinistra.M.4. Se si scambiano i ruoli delle topologie f non ` mai e continua. f (x) = x. e Esempio 2. Consideriamo f : R → R definita ponendo.6. 2) e neppure se vi poniamo la topologia di Fr`chet perch` f e e R−[1. f non ` continua perch` la controimmagine di un intervallo chiuso a sinistra e e ` ancora un intervallo dello stesso tipo che non ` aperto nella topologia e e standard. che in generale ` diverso da A. La controimmagine di un e aperto di S ` costituito da tutto R tranne un numero finito di punti. S.5. che poniamo in S . e Esempio 2. si ha che se in R.

9. ove S ` dotato della topologia discreta e e S di quella banale.6. Esercizio 2. b} ha la topologia quasi banale con aperto proprio {a} e f (a) = f (b) = a. {b. b}}. Una biiezione f : S → S ` omeomorfismo se e solo se e f ` continua ed aperta. S. in caso contrario ` l’insieme vuoto. S = R con la topologia standard e f (a) = 0. f ` ovviamente aperta e chiusa ma non ` e e e continua dato che f −1 ({a}) = [0. Si sfrutta il fatto che in ogni intervallo di R cadono (infiniti) numeri razionali. e Esercizio 2. f (b) = b. risulti f (q) = 0. chiusa ma non aperta. Siano S = {a. Sia f : S → S .16. Verificare che f ` continua. Provare che la funzione f : R → R. ma f definita da f (a) = f (c) = c. Si considerino i due spazi dell’esempio precedente.17. {a. non ` una funzione aperta. ma n` e e aperta n` continua. per ogni x ∈ R. b} ` dotato della topologia e discreta. b. ma n` aperta n` chiusa. Esempio 2. ove S = {a. ove R ` dotato della topologia stane dard mentre nel codominio vi ` la topologia discreta e f (x) = a. e Esercizio 2. Le funzioni costanti sono continue.Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 19 Esempio 2. Sia f : R → {a.9. S . b}. per x ≥ 0. Sia f : S → S . ove S = {a. Si provi che il complementare ` aperto. e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica .13. Si consideri f : R → R. b} ` dotato della topologia e discreta. Provare che f (x) = 0. per ogni razionale q. Supposto che S ed S abbiano pi` di un punto. come dominio e come e codominio. Omeomorfismi Definizione 2. se l’aperto del codominio contiene c la sua controimmagine ` il domino. la topologia di Fr`chet o la topologia degli intervalli illimitati a e sinistra.12. e Provare che f non ` continua se si considera in R. c}. e mentre per x < 0 ` f (x) = b. con aperti {∅. e Esercizio 2. c}} ed S = {a.10. f (b) = 1.18. e Esercizio 2. Provare che l’insieme X = {x ∈ R : f (x) = g(x)} ` un e chiuso. Si consideri poi la funzione f : S → S tale che f (a) = f (b) = a.11. f (c) = b. c} con aperti {∅. Detto c il valore costante assunto da f . aperta. e e Esercizio 2. e Esempio 2. ove per x ∈ R ` f (x) = sen x. Siano f e g due funzioni continue di R in R dotato della topologia standard. non chiusa.15. ogni f u ` continua. {a}. e e e Esempio 2. f ` detta omeomorfismo. Si verifica facilmente che f ` continua. e ` Proprieta 2. Provare che f ` chiusa. topologia standard e per x ∈ R ` f (x) = x e e Esercizio 2. Sia f : S → S . Due spazi topologici S ed S si dicono omeomorfi se esiste una biiezione continua f : S → S tale che pure la biiezione f −1 ` e continua. 4. Sia f una funzione continua di R in R con la topologia standard tale che. {a}. che non ` aperto. S = {a.8. f ` aperta ma n` chiusa n` e e e continua. b. ove R ` dotato della e 2 . ∞).14.

M. Occorre provare che f −1 : S → S ` continua. essendo f biiezione. L’inverso di un omeomorfismo ` un omeomorfismo. Dalle due precedenti propriet` segue che la relazione: SσS se e solo se a i due spazi topologici sono omeomorfi. Dimostrazione.4 e 2. Sia f un omeomorfismo ed A un aperto di S.19. ` Dimostrazione. e ` Proprieta 2. ((f −1 )−1 (A) ` aperto.12. come dominio e come codominio. e Dimostrazione. Una biiezione f : S → S ` omeomorfismo se e solo e se f ` continua e chiusa. La funzione f : R → R definita. Ma questo e e e e coincide con f (A). esiste allora a un aperto A di S tale che B = A ∩ X. Universit` di Torino a . essendo f biiezione: f (B) = f (A ∩ X) = f (A) ∩ f (X). S. ` E anche omeomorfismo ponendo nel dominio la topologia degli intervalli illimitati a sinistra e nel codominio quella degli intervalli illimitati a destra. Garbiero – Lezioni di Geometria III Dimostrazione. per ogni x ∈ R. Il prodotto di due omeomorfismi ` ancora un omeoe morfismo. f ` un esempio di omeomorfismo fra e R con la topologia in esame e se stesso. Infatti tale propriet` vale per le biiezioni. Sia B un aperto di X. f (A) ` e aperto perch`.10.11. Risulta. Gandini. da f (x) = mx + n. e Supponiamo ora f continua ed aperta.13. Pertanto tale restrizione ` anche e e aperta. La restrizione di f ad X stabilisce un omeomorfismo fra X ed f (X). E anche cone tinua per le Propriet` 2. a cio` che sono invarianti per omeomorfismi. la f stabilisce e e un omeomorfismo anche nel caso in cui R ` dotato di questa topologia. Conseguenza immediata della Definizione 2. Poich` anche nella topologia di e Fr`chet il generico aperto ` unione finita di intervalli aperti. e Consideriamo ora il caso in cui nella funzione f sia m < 0. E omeomorfismo se poniamo e nel dominio la topologia degli intervalli chiusi a sinistra e aperti a destra e nel codominio quella degli intervalli chiusi a destra ed aperti a sinistra.20 P. Esempio 2. Quaı lora in R si ponga.6. La funzione f stabilisce un omeomorfismo se poniamo in R la topologia standard o la ` topologia di Fr`chet. ove m ed n sono numeri reali e m > 0. La topologia studia proprio le propriet` che sono comuni a tutti gli spazi di una stessa classe. ` ovviamente una e biiezione tale che le immagini di intervalli (di ogni tipo) sono intervalli dello stesso tipo e cos` pure le controimmagini di intervalli sono intervalli. ` di equivalenza. cio` che se A ` aperto di S. ` Proprieta 2. non negli altri due casi. Sia f : S → S un omeomorfismo ed X un sottospazio di S.7. In ogni classe di e equivalenza stanno tutti gli spazi fra loro omeomorfi. f (A) ` aperto di e e e S e quindi f (A) ∩ f (X) ` aperto di f (X). Poich` f ` aperta. e ` Proprieta 2. Tale restrizione ` ovviamente biiettiva. Analogamente si pu` provare: o ` Proprieta 2. per le funa zioni continue e per le funzioni aperte. f −1 (f (A)) = A. la topologia standard o quella degli intervalli chiusi (a destra o a sinistra) o quella degli intervalli illimitati (a destra o a sinistra).

π ) ed R. b].11. Si consideri la funzione f (x) = tg x. π ) e f ((0. π ). mentre A2 ∩ B2 ` aperto di S2 . precisamente manda la semiretta formata dagli x > a in quella formata dai punti y > b e cos` via. [c. una topologia nel prodotto cartesiano S1 × S2 . π ). ∞). Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . rispettivamente.Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 21 Esempio 2. d tali che a < b e c < d. Esempio 2.20 e della Propriet` 2.21. c. Infatti. [c. Si consideri sempre questa stessa corrispondenza. Trattandosi nuovamente di una corrispondenza ı del tipo introdotto nell’Esempio 2. b. ove R ` dotato della topologia standard e (− π . (a. d). ` E facile provare che la famiglia {A1 × A2 : A1 ∈ A1 . ove x ∈ (− π . [a. la sua restrizione a ciascuno dei a quattro intervalli di estremi a e b. (c. d]. ∞). in modo naturale. Questa stessa corrispondenza. b]. le famiglie di aperti di S1 ed S2 . Per quanto prima provato.20. Essa stabilisce un omeomorfismo fra e e (− π . sono tutti omeomorfi (con la topologia standard). ı Esempio 2. essa stabilisce un omeomorfismo fra le semirette corrispondenti prima considerate. Sempre in R con la topologia standard si consideri la funzione: f (x) = x + b − a. si 2 2 ha che intervalli aperti. Pertanto abbiamo che due semirette qualsiasi senza origine sono fra loro omeomorfe e cos` pure sono omeomorfe due semirette qualsiasi con l’origine. d]. si vede facilmente e che la funzione f (x) = c + (d−c)(x−a) ` del tipo considerato nell’esempio b−a precedente ed ` pertanto un omeomorfismo di R in se stesso. d). b). Indichiamo con A1 e A2 . stabilisce invece un o 2 omeomorfismo fra (0. ove per` x ∈ (0. due intervalli chiusi a sinistra sono omeomorfi e cos` ı via. ove per` ora x ∈ [0. b). [a. Essa trasforma e gli intervalli (a. si ha che ogni intervallo aperto ` a e omeomorfo ad R. Essa trasforma le due semirette di origine a (con o senza origine) nelle due semirette di origine b. Si ha quindi che due intervalli aperti sono fra loro omeomorfi. si ha: (A1 × A2 ) ∩ (B1 × B2 ) = (A1 ∩ B1 ) × (A2 ∩ B2 ). A2 ∈ A2 } ` base per e una topologia su S1 × S2 .19. o 2 Essa stabilisce un omeomorfismo fra tale intervallo chiuso a sinistra e la ` semiretta [0. d. Tenuto conto di quanto dimostrato nell’Esempio 2. π ) 2 2 e il codominio ` ovviamente tutto R. rispettivamente. ove a e b sono numeri reali. Si consideri R dotato della topologia standard. Ma ovviamente A1 ∩ B1 ` aperto di S1 . negli intervalli (c.22. π ) della topo2 2 2 2 logia indotta dalla topologia standard. Topologia prodotto In questo paragrafo vedremo come le topologie di due spazi topologici S1 ed S2 permettano di definire. semirette private della propria origine ed R stesso. e 5. La corrispondenza f (x) = −x + b + a ` omeomorfismo che manda la e semiretta formata dai punti x > a in quella formata dai punti y < b e cos` ı via. π )) = (0. Fissati quattro numeri reali a. indicato con B1 × B2 un altro elemento della famiglia in esame. E facile allora dedurre che ogni intervallo chiuso a sinistra ` omeomorfo ad ogni semiretta con la propria origine. stabilisce un omeomorfismo fra ciascuno di essi ed il corrispondente di estremi c.13. Per la Propriet` 2. Tale e e topologia viene detta topologia prodotto.

j (Bi × Bj ). il procedimento ` analogo. ove Bi ∈ B1 e Bj ∈ B2 . In questo esempio e come nei due successivi. b) × (c. Gandini. . A partire da queste ` possibile costruire varie topologie su R × R. Dimostrazione. . S. Gli aperti di una base della topologia prodotto sono prodotto di intervalli aperti cio` del tipo (a. ove ∈ B1 e ∈ B2 e si ` tenuto conto del fatto che B1 e B2 sono basi. d). . allora una base della topologia prodotto ` data da: e B = {B1 × B2 : B1 ∈ B1 ∪ {S1 }. Poich` per ogni punto di ognuno di tali prodotti esiste un cerchio aperto e in esso contenuto e con centro in tale punto. Per e B1 . Se B1 e B2 sono due basi. uno dei due intervalli pu` a o coincidere con tutto R.14. C1 ∈ B1 e B2 .j 1 2 (Bi × Bj ). . si prova che (B1 × B2 ) ∩ (C1 × C2 ) ` elemento di B. 2. . B2 ∈ B2 ∪ {S2 }}. La topologia prodotto coincide con la topologia metrica. e Gli elementi di B ◦ sono ovviamente aperti della topologia prodotto e quindi tale topologia ` meno fine della topologia prodotto. Per la Propriet` precedente si possono considerare su R. Se A1 ed A2 sono e aperti diversi da S1 e S2 .14. rispettivamente. Si pu` provare in modo analogo che anche la topologia prodotto di Rn o coincide con la topologia metrica. Poich` per` ogni aperto del tipo R × (c. si pu` ottenere una base considerando solo o i prodotti del tipo (a. e ` Proprieta 2. Universit` di Torino a . si ha che ogni cerchio aperto ` unione di tali rettangoli e quindi ` aperto e e nella topologia prodotto. secondo la Propriet` 2. . d). Il caso del prodotto cartesiano transfinito ` diverso e non viene qui trattato. × An . e Anche se uno almeno fra B1 e C1 coincide con S1 oppure uno almeno fra B2 e C2 coincide con S2 . si ha che ogni aperto della base della topologia prodotto ` unione di tali cerchi e quindi ` aperto della e e topologia metrica di R × R. per i = 1. se risulta pi` a u utile. Il generico aperto di una base della topologia prodotto ` del tipo A1 × A2 × . – Topologia standard. Dato poi che per ogni punto di ogni cerchio aperto esiste un rettangolo aperto in esso contenuto e contenente tale punto. Proviamo prima che B ` base di una topologia. b) × (c. In R abbiamo prima considerato sette differenti topologie. ove Ai ` e e aperto di Si . Per provare che e tali topologie coincidono basta provare che ogni aperto A1 × A2 della base della topologia prodotto ` aperto della topologia B ◦ . b) × (c. n. dalla definizione di base si ha: A1 × A2 = ( Bi ) × ( Bj ) = i. . elementi di una base. C2 ∈ B2 si ha: (B1 × B2 ) ∩ (C1 × C2 ) = (B1 ∩ C1 ) × (B2 ∩ C2 ) = i 1 Bi 2 Bj 1 Bi × j 2 Bj = i. con calcolo analogo.23. d) ` unione e o e di aperti del tipo (a.M. e Esempio 2. d). di S1 e di S2 . × Sn .22 P. e Esaminiamo prima i casi in cui su entrambi i fattori si pone la stessa topologia. . Se A1 = S1 oppure A2 = S2 . Pertanto A1 × A2 ∈ B ◦ . Garbiero – Lezioni di Geometria III Tale definizione ` immediatamente estendibile al prodotto cartesiano di e un numero finito di spazi topologici S1 × S2 × .

o Indichiamo con π1 la proiezione di S1 ×S2 su S1 . di segmenti paralleli all’asse y. La topologia prodotto ` ovviamente la topologia bae nale. i rettangoli sono del tipo [a. y) ove a < x < b e y < c. e – Topologia di Fr`chet. d). Il generico aperto della base della topologia proe dotto ` composto da tutto R × R. oppure ` tutto il piano privato di un numero finito di rette e parallele all’asse y. – Topologia quasi banale. S1 × B e A × S2 . ma poniamo nei due fattori topologie differenti. Se poniamo nel primo fattore la topologia di Fr`chet e nel secondo quele la standard. Pure qui tali e e intervalli possono coincidere con R. Scambiando il ruolo delle topologie. S1 × S2 . d). tranne un numero finito di rette parallele e all’asse x e un numero finito di rette parallele all’asse y. Se in R come primo fattore poniamo la topologia standard e come secondo fattore la topologia degli intervalli chiusi a sinistra. il generico aperto ` del tipo (a. di rette parallele all’asse y. c). e e Esempio 2. il generico aperto della base della topologia prodotto ` del tipo (a. Gli aperti della base della topologia prodotto sono del tipo: [a. Dato che i casi da considerare sono numerosi. b) × [c. d). otteniamo come elemento generico della base un semipiano la cui origine ` parallela all’asse x. La topologia prodotto ` quella discreta dato che ogni e punto ` aperto. Se poniamo nel primo fattore la topologia di Fr`chet e nel secondo quella e degli intervalli illimitati a sinistra. ` cio` formato dai punti (x. b) = a. ci limitiamo ad illustrarne solo qualcuno. Possiamo dire che si tratta di “reto tangoli” con i lati paralleli agli assi contenenti un solo lato del contorno. tale cio` che π1 (a. d). – Topologia banale. i casi da considerare aumentano per` di molto. il generico aperto della base ` un semie piano la cui origine ` parallela all’asse x privato di un numero finito (evene tualmente nullo) di semirette parallele all’asse y e privato ovviamente anche della sua origine. allora una base della topologia prodotto ` costituita e dagli insiemi A × B. b) × (c. Se A e B sono i due aperti propri delle due topologie quasi banali di R. eventualmente nullo. – Topologia discreta. Osserviamo che tale topologia non ` la topologia di Fr`chet del piano. ove uno dei due e intervalli pu` coincidere con tutto R.Capitolo 2 – Funzioni continue ed omeomorfismi 23 – Topologia degli intervalli chiusi a sinistra.24. oppure da tutto il piano privato di un numero finito. e con a ∈ S1 e b ∈ S2 . – Topologia degli intervalli illimitati a sinistra. eventualmente nullo. b) × (−∞. Se poniamo nel primo fattore la topologia banale e nel secondo quella degli intervalli illimitati a sinistra. Mentre chiudiamo qui l’esposizione di questi casi. privato della sua e origine. b) × e (−∞. segnaliamo che analoghe considerazioni si possono fare per Rn con n > 2. Consideriamo sempre R × R. Se poniamo nel primo fattore la topologia standard e nel secondo quella degli intervalli illimitati a sinistra. Gli aperti della base sono del tipo (−∞. il generico aperto della base ` formato da una striscia con i e lati paralleli all’asse x privata di un numero finito. Analogamente indichiamo con π2 la proiezione di S1 ×S2 Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . b) × [c.

e Dimostrazione. π1 (A) = A×S2 ` un aperto della base dello spazio prodote to. come sottospazio di S × S. Essa ` ovviamente biiettiva.16. e Dimostrazione. basta provare che. ` Proprieta 2. e Pertanto se A ` aperto di S. ` base della topologia indotta. Per provare che sono continue. e Dato che ogni aperto si pu` esprimere come unione di aperti della base. Per l’altra proiezione si procede allo stesso modo. Si consideri il generico aperto della base della topologia prodotto che ` del tipo A1 × A2 .24 su S2 . Universit` di Torino a . Allora π1 (A1 ) = A1 × S2 e π2 (A2 ) = S1 × A2 sono aperti di T . Per provare che tale funzione ` aperta. e Consideriamo il prodotto S × S di uno spazio topologico per se stesso. Le proiezioni π1 e π2 sono funzioni continue e aperte. Pertanto e la topologia prodotto ` meno fine di T . e ma allora anche (A1 × S2 ) ∩ (S1 × A2 ) = A1 × A2 ` aperto di T . o l’immagine di ogni aperto ` un aperto. y) ∈ (A1 ×A2 )∩∆ e quindi y ∈ A1 ∩A2 . se A1 ed A2 sono aperti e di S. Una base e della topologia indotta su ∆ ` data da {(A1 × A2 ) ∩ ∆ : A1 . il sottospazio S1 × {x2 } ` omeomorfo ad S1 . ` omeomorfo ad S. se y ∈ A1 ∩A2 .17. allora: δ −1 ((A1 × A2 ) ∩ ∆)) = A1 ∩ A2 . P. Indichiamo con ∆ = {(x.18. Per la Propriet` 1. Proveremo tale eguaglianza col metodo della doppia inclusione. risulta δ(A) = (A × A) ∩ ∆ e quindi δ ` aperta. La topologia prodotto ` la topologia meno fine tra e quelle di S1 × S2 per cui le proiezioni π1 e π2 sono continue. per x ∈ S. Con le notazioni prima introdotte ∆. e e Per provare che δ ` continua. e e Proviamo che ` aperta. dove A1 ` aperto di S1 ed A2 lo e e −1 −1 ` di S2 . allora (y. x) : x ∈ S} la sua diagonale.15. Fissato un elemento x2 di S2 . Garbiero – Lezioni di Geometria III ` Proprieta 2. e ` Proprieta 2. possiamo riferirci ovviamente agli e aperti della base della topologia prodotto ed osservare che π1 (A1 × A2 ) = A1 che ` aperto. la famiglia {A1 × {x2 } : e a A1 aperto di S1 }. Dimostrazione. y) ∈ (A1 ×A2 )∩∆ e quindi y = δ −1 (y. La restrizione di π1 al sottospazio S1 ×{x2 } ` biiezione e fra esso ed S1 ed ` continua perch` restrizione di una funzione continua. Si consideri la corrispondenza δ : S → ∆ ⊆ S × S tale che δ(x) = (x. allora δ(y) = (y. A2 aperti di S}. y) ∈ δ −1 ((A1 ×A2 )∩∆)). osserviamo che se A ` e −1 un aperto di S1 . Gandini. x).21. Sia T una topologia sull’insieme S1 × S2 per la quale le proiezioni siano continue. S.M. Ma π1 (A1 × {x2 }) = A1 . Se y ∈ δ −1 ((A1 × A2 ) ∩ ∆)). Viceversa. e ` Proprieta 2. Dimostrazione. Analogo risultato vale per ogni elemento di S1 .

Inoltre: C ∪ D = (C ∩ X) ∪ (D ∩ X) = X ∩ (C ∪ D) = X ∩ cl X = X. L’equivalenza di queste varie definizioni ` ovvia. Un qualsiasi spazio con almeno due punti. oppure richiedere l’esistenza di un sottoinsieme proprio e non vuoto di S che sia contemporaneamente aperto e chiuso. dato che ogni sottoinsieme ` contemporae e neamente aperto e chiuso. dotato della topologia discreta. cio` la loro e unione ` S e sono disgiunti. e Uno spazio topologico si dice connesso se non ` sconnesso.1. si ha che C e D sono chiusi in S. ` sconnesso. e ` Proprieta 3. Analogo e risultato per la topologia quasi banale. 25 .1. e Dimostrazione. o Esempio 3. e Osservazione. e Definizione 3. essendo D chiuso in S. non vuoti C e D di cl X tali che C ∩ D = ∅ e C ∪ D = cl X. Uno spazio topologico S si dice sconnesso se esistono due aperti non vuoti che costituiscono una partizione di S. si pu` in modo o equivalente richiedere l’esistenza di due chiusi non vuoti che costituiscono una partizione di S. ci` che va contro le ipotesi fatte su C e D. C ∩ D = (C ∩ X) ∩ (D ∩ X) = X ∩ (C ∩ D) = X ∩ ∅ = ∅. Supponiamo C = ∅ e D = X. Essendo X connesso. In uno spazio S la chiusura di un sottospazio connesso X ` connessa. Essendo cl X chiuso in S. quindi C = C ∩ X e D = D ∩ X sono chiusi di X.2. Ma allora sarebbe cl X = D. Da D = D ∩ X = X segue che X ⊆ D e quindi cl X ⊆ cl D = D. occorre che uno fra C e D sia vuoto e l’altro coincida con X.CAPITOLO 3 Particolari tipi di spazi topologici In questo capitolo studieremo particolari tipi di spazi topologici: spazi connessi. Si tratta degli spazi che pi` spesso si incontrano nelle varie applicazioni della u topologia. Se cl X fosse sconnesso. spazi che soddisfano ad assiomi di separazione e spazi compatti. esisterebbero due chiusi. Ogni spazio topologico con la topologia banale ` connesso. Nella definizione di spazio sconnesso. 1.1. Un sottospazio di uno spazio S si dice connesso o sconnesso se ` tale nella topologia indotta da S. Spazi connessi Definizione 3.

Allora. se per assurdo fosse sconnessa. Esempio 3. non vi sono aperti propri disgiunti. b di suoi punti. abbiamo che ogni convesso X di R ` connesso. Siano S uno spazio topologico e {Si }i∈I una famiglia Si ` un sottospazio e Si = ∅.M. Esempio 3. come e subito si verifica. Esempio 3. Consideriamo R con la topologia standard e proviamo che ogni intervallo chiuso [a. si ha che z ` punto di frontiera e sia per C che per C . Dato che A = ∅. ∞) ∩ Q sono due aperti non vuoti di Q e ne costituiscono una partizione. ` Proprieta 3. Gandini. Consideriamo ora un x ∈ i∈I Si . in ogni intorno di z cadono punti di C . S. a) ∪ [b. Si fissi un punto a ∈ X. b) e (−∞. Ricordiamo che un sottoinsieme X di Rn si dice convesso se. Se infine ` z = b. e R con la topologia degli intervalli chiusi a sinistra ` sconnessa. Se ` a < z < b. e X = x∈X [a. Per quanto prima osservato. essendo X convesso. Allora di suoi sottospazi connessi tali che i∈I i∈I connesso. Ora A∗ ∩ Sj ` un aperto di Sj che coincide.5. r) punti di C . per definizione di inf. X ` a e Universit` di Torino a . (−∞. r) ∩ Q e e e (r. per ogni coppia a. In R con la topologia standard il sottospazio Q dei numeri razionali ` sconnesso. Pertanto e C = [a. In tal caso infatti. Dimostrazione. e A ∪ B = (A ∩ Sj ) ∪ (B ∩ Sj ) = Sj ∩ (A ∪ B) = Sj ∩ S = Sj . esisterebbero due aperti non vuoti A e B che ne costituirebbero una partizione. b] e quindi C ` vuoto. ∞) costituiscono una partizione di R. Essendo A aperto di S . Supponiamo che a ∈ C e poniamo z = inf C . ci` che ` assurdo. Essendo C e C chiusi. esiste un indice j tale che A = A ∩ Sj = ∅. considerato un qualsiasi disco aperto V (z. Dato che ogni intorno di z ha intersezione non vuota sia con C che con C . Uno spazio dotato della topologia di Fr`chet ` connesso e e se e solo se contiene infiniti punti. Proviamo infine che A e B sono una partizione di Sj . Detta S tale unione. e Esempio 3. il segmento [a. assurdo. si ha che e esso ha intersezione non vuota con C perch` alla sinistra di z cadono in e V (z. b] in due chiusi C e C non vuoti.2 e per l’Esempio 3. Infatti se r ` un numero irrazionale. b] ` connesso. gli aperti [a.2.26 P. Proviamolo per A .2. b] ` contenuto in X. Ma A e B sono aperti di Sj . esiste un aperto A∗ di S tale che A∗ ∩ S = A.6. La retta reale con la topologia degli intervalli illimitati a sinistra ` connessa dato che non esistono aperti propri disgiunti. e Se poniamo in R la topologia standard. Se fosse sconnesso. assurdo. Garbiero – Appunti di Geometria III Esempio 3. con A . si ha che z ∈ C ∩C . r). x].3. esisterebbe una e partizione di [a. si ha nuovamente che in ogni intorno di z cadono e punti di C e quindi z = a ∈ C . assurdo. Risulta. Supponiamo x ∈ B.4. Infatti e se a e b sono numeri reali tali che a < b.4. e solo in tal caso. anche B = B ∩ Sj = ∅. per la Propriet` 3. Se invece ` z = a. o e Si ha: A ∩ B = A ∩ B ∩ Sj = ∅. x appartiene ad ogni Si ed ad uno fra A e B. r) soltanto punti di C (in caso contrario sarebbe inf C < z) ed ha intersezione non vuota anche con C dato che alla destra di z cadono in V (z.

come nell’esempio precedente. . Per l’arbitrariet` di Sh . . . altrimenti Sj sarebbe sconnesso. ogni semiretta (con o senza origine) ed R stesso sono connessi. ` Proprieta 3. e Dimostrazione. . triangoli. Sia S uno spazio topologico ed {Si }i∈I una famiglia di Si ` un sottospazio e suoi sottospazi connessi e concatenati. si ottengono proprio o intervalli aperti di [a. Se per assurdo S fosse sconnesso. semipiani.4. La connessione ` e e e cio` una propriet` topologica. Consideriamo Rn con la topologia metrica ed un suo intervallo chiuso [a. Ogni intervallo chiuso di Rn ` pertanto connesso.5. b]. comunque scelti due suoi elementi Sh ed Sk . . ` Proprieta 3. Esempio 3. Sono pertanto connessi. . b] o intervalli del tipo [a. . Sia f : S → S una suriezione continua fra due spazi S ed S . f −1 (A ) ∩ f −1 (B ) = f −1 (A ∩ B ) = f −1 (∅) = ∅. Allora pure S ` connesso. ci` che ` assurdo. ellissi. . Una famiglia di sottoinsiemi {Si : i ∈ I} di uno spazio S ` concatenata se. lo ` anche l’altro. Lo spazio prodotto di due spazi connessi ` connesso. strisce. Scelto un qualunque sottospazio Sj della famiglia. Prosee e guendo si trova che anche Sh ⊆ A.3. S2 . assurdo. con S connesso. con a < y < b. . . non pu` essere Sj ∩A = ∅ o e contemporaneamente Sj ∩ B = ∅. Sia ora Sh un altro qualsiasi sottospazio della famiglia e S1 . si ha che S ⊆ A a e quindi B = ∅. Allora S = i∈I connesso. Sn i sottospazi che lo concatenano a Sj . Sn ∩ Sk = ∅. cerchi. ı Definizione 3. aperto). Inoltre si avrebbe: f −1 (A ) ∪ f −1 (B ) = f −1 (A ∪ B ) = f −1 (S ) = S. b]. S2 . Per la Propriet` 3. Analogamente. Ma allora f −1 (A ) e f −1 (B ) sarebbero due aperti di S non vuoti dato che f ` e suriettiva. y) o (y. politopi regolari e cos` via. Sj ∪ S1 ` connesso e quindi ` contenuto in A. Risulta allora. sfere.7. . S1 ∩ S2 = ∅. x] (x ∈ X) la cui intersezione non ` vuota. Segue dalla propriet` precedente che.2. a e e anche (Sj ∪ S1 ) ∪ S2 ` connesso e quindi anche S2 ` contenuto in A. Sn tali che Sh ∩ S1 = ∅. se due spazi sono a omeomorfi ed uno dei due ` connesso.Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 27 connesso in quanto unione dei connessi [a. Intersecando infatti ogni sfera aperta di Rn con [a. esisterebbero due aperti A e B non vuoti che costituirebbero una partizione di S . e ` allora possibile concludere. e Abbiamo quindi che ogni intervallo (chiuso. Supponiamo per assurdo S sconnesso e pertanto che vi siano due suoi aperti A e B non vuoti che ne costituiscono una partizione. . e a ` Proprieta 3. e esistono un numero finito di elementi della famiglia S1 . e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . b].3. La topologia indotta su di esso coincide con la topologia indotta dalla topologia standard di R su ogni intervallo chiuso di R. parallelogrammi (con e o senza contorno). Sj ⊆ A. ad esempio. Dimostrazione. chiuso a sinistra o a destra. che ogni E convesso di Rn ` connesso. o e Osservazione.

b). Allora f (a) = c. b] e [a. Gandini.4. allora C ∪D ` connesso per la Propriet` e e a 3. La relazione σ prima introdotta ` di equivalenza. b) non sono omeomorfi. Ogni z ∈ Cx ` ovviamente e equivalente a c e quindi z ∈ C.13. Pertanto S1 × S2 ` connesso e per la Propriet` 3. b) ed [a. Inoltre tale famiglia di spazi ` e concatenata dato che gli spazi S1 × {b1 } e S1 × {b2 }. b) e (a. Definizione 3. Le classi di equivalenza determinate da σ sono dette componenti connesse di S. Se C ` il connesso contenente e x ed y e D ` quello contenente y e z. e La definizione stessa di σ ` simmetrica. Dimostrazione. Supponiamo per assurdo che f : [a. Universit` di Torino a .28 P. b] ` a e omeomorfo ad (a. b) non sono omeomorfi. Sia C una componente connessa e c ∈ C. con a < c < b. In questo secondo caso si ha che f (b) = c. b) sono due suoi aperti non vuoti che ne costituiscono una partizione). Le componenti connesse sono connesse. Risulta ovviamente S1 × S2 = b∈S2 (S1 × {b} ∪ {a} × S2 . Provare che anche [a. oppure f (a) = a. Ma gli spazi S1 × {b}. hanno entrambi intersezione non vuota con {a} × S2 .2 dato che c appartiene ad ogni Cx . e Dimostrazione. ` Proprieta 3. con b1 . ed {a} × S2 sono connessi in quanto omeomorfi rispettivamente ad S1 ed S2 . b) sia un omeomorfismo. ` Proprieta 3. Vi sono due casi: f (a) = a. b) non sono omeomorfi. con a < c < b e quindi si avrebbe un omeomorfismo fra [a. e Per x. a ` Proprieta 3. ed allora si procede come nel precedente esempio. b) − {c}.9. z ∈ S. assurdo 2. Garbiero – Appunti di Geometria III Dimostrazione. y. cio` Cx ⊆ C. Siano S1 ed S2 connessi.6. Ma di questi due spazi il primo ` connesso il e secondo no ((a. (a. Per assurdo si supponga esista un omeomorfismo f : [a.3.8. Si fissi un punto a ∈ S1 . b2 ∈ S2 .7.2 e contiene x e z. b] → (a. b] → [a. S. c) e (c. Allora per la Propriet` 2. x σ x dato che {x} ` connesso.8. x σ y ed y σ z implica x σ z.M. Ci` ` assurdo. oe In modo analogo si prova che [a. Componenti connesse In uno spazio topologico introduciamo la seguente relazione: se x. b) − {c}. Le componenti connesse sono massimali rispetto alla connessione. Per ogni x ∈ C. con b ∈ S2 . allora x σ y se e solo se esiste un connesso di S contenente x ed y. Esempio 3. Come conseguenza delle precedenti propriet` si pu` proa o vare che in R con la topologia standard l’intervallo [a. b] e l’intervallo (a. esiste un connesso Cx contenente c ed x. Allora C = x∈C Cx e C ` e e connesso per la Propriet` 3. y ∈ S. a Esempio 3.

Dimostrazione. (a. Allora (−∞. per ogni coppia x. / e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Supposto x < y.5. y di elementi distinti di S. esistono un intorno di x al quale y non appartiene e un intorno di y al quale x non appartiene. esiste un numero irrazionale r tale che x < r < y.6. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T1 se e solo se ogni suo punto ` un chiuso. ∞) ∩ Q sono una partizione aperta di Q. Nel sottospazio (a. e Consideriamo un x ∈ C ∩ C ed un qualsiasi y ∈ C . si ha che x ∈ cl {x}. Definizione 3. Definizione 3. Definizione 3. Definizione 3.1 e 3. per ogni coppia x. b. c) e (c. Le componenti connesse sono chiusi. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T1 se.8. Poich` C ` un e e connesso contenente x ed y.7. allora (−∞. se C ` una componente connessa e C e ` un connesso tale che C ∩ C = ∅. y di elementi distinti di S. Se y appartenesse a C. ` Proprieta 3.10. C la sua componente connessa e proviamo che ogni altro y ∈ Q non sta in C. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T3 se. Allora cl {x} = {x} che pertanto ` un chiuso. Allora. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T4 se.9. poich` per l’assioma T1 c’` un intorno di y che non contiene x. allora C ⊆ C. assurdo. 3. a < c < b e R ` dotato della topologia standard.8. b) sono le componenti connesse. ove a. Tali spazi sono anche detti di Hausdorff. detti di separazione. a Esempio 3. c ∈ R. mentre se y = x ` un altro elemento e di S. esistono o un intorno di x al quale y non appartiene o un intorno di y al quale x non appartiene Definizione 3. r) ∩ C e (r. b) − {c}.10. Segue dalle Propriet` 3. Proveremo che. Supponiamo S soddisfi all’assioma T1 . ∞) ∩ C sarebbero due aperti non vuoti di C e ne costituirebbero una partizione. se per ogni coppia x. si ha che y σ x e quindi y ∈ C. esistono due loro intorni disgiunti. e Dimostrazione. Sia x ∈ Q. r) ∩ Q e (r. considerato un x ∈ S. e Consideriamo sempre in R con la topologia standard il sottospazio Q e proviamo che le componenti connesse di Q si riducono ad un sol punto. si ha e e che y ∈ cl {x}. comunque scelti due suoi chiusi disgiunti non vuoti. Assiomi di separazione In questa sezione studieremo alcuni spazi che soddisfano a particolari assiomi. Gli spazi ove le componenti connesse si riducono ad un sol punto si dicono totalmente sconnessi.Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 29 Dimostrazione. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T2 . / esistono un intorno di x e un intorno di C disgiunti. Vediamo ora alcune formulazioni equivalenti di tali assiomi. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T0 se. ` Proprieta 3. y di elementi distinti di S esistono un intorno di x e un intorno di y disgiunti. comunque scelti un punto x ed un chiuso non vuoto C di S tali che x ∈ C.9.

esiste. esistono un aperto Ax contenente x ed un aperto Ay contenente y disgiunti. ı Dimostrazione. un intorno Uy di y tale che x ∈ Uy . y) ∈ ∆ = cl ∆. y) di S×S con x = y. e / e esistono due aperti A1 ed A2 tali che x ∈ A1 .M. determinando un intorno di y ed un intorno di cl {x} disgiunti. Esso ` pertanto e e l’intorno chiuso di x cercato. quindi la coppia punto. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T2 se e solo se ∆ = cl ∆. e ` Proprieta 3. Per la prima implicazione basta osservare che in uno spazio T1 ogni punto ` un chiuso. Supposto che S soddisfi all’assioma T3 . si considerino un punto x ed un chiuso C tali che x ∈ C. Poich` y ∈ cl {x} = {x}. ove ∆ ` la diagonale dello spazio prodotto S × S e la e chiusura ` fatta in tale spazio. e Dimostrazione. Per l’altra implicazione. Dato che (x. Allora ` C ⊆ S − D e quindi D e S − D sono e due intorni disgiunti. Allora S − A2 ` un chiuso contenuto in Ux e contenente A1 . esiste un intorno di y che non e / contiene x. Consideriamo allora due punti distinti x ed y. t) e quindi Ax ed Ay non sarebbero disgiunti. ad esempio. u ` Proprieta 3. Poich` (Ax × Ay ) ∩ ∆ = ∅.11. S. esiste un suo intorno che ` disgiunto da ∆. Garbiero – Appunti di Geometria III Supposto ora che ogni punto sia un chiuso. Allora Ax × Ay ` intorno di (x. dimostriamo che e T3 + T0 ⇒ T2 . Supponiamo che S soddisfi a T2 e consideriamo un punto (x. Scambiando i ruoli di x ed y si ha che S ` T1 . Per ipotesi. Poich` S − C ` intorno di x. e ` Proprieta 3. Ax ed Ay sono disgiunti.13. nel senso che ogni intorno di ogni chiuso contiene un intorno chiuso pi` piccolo. Supponiamo ora che ∆ = cl ∆ e consideriamo due punti distinti x ed y di S. A2 ⊇ S − Ux ed A1 ∩ A2 = ∅. Dimostrazione. Uno spazio topologico S soddisfa all’assioma T3 se e solo se.12. Segue che ∆ = cl ∆. consideriamo un suo punto x ed un suo intorno Ux che non ` restrittivo supporre aperto. esiste un intorno chiuso Cx di x contenuto in Ux . Gandini. chiuso pu` anche e o essere vista come coppia di chiusi alla quale applicare l’assioma T4 . Essendo lo spazio T0 . Per avere Universit` di Torino a . cio` un e aperto del tipo Ax ×Ay . Allora / y ∈ cl {x} ed alla coppia punto y e chiuso cl {x} possiamo applicare l’assioma / T3 . Poich` la terza e la quarta implicazione sono ovvie. consideriamo due punti distinti x ed y di S. y) e in S × S tale che (Ax × Ay ) ∩ ∆ = ∅. Fra gli assiomi di separazione vale la seguente catena di implicazioni: T4 + T1 ⇒ T3 + T0 ⇒ T2 ⇒ T1 ⇒ T0 . Osservazione. con Ax ed Ay aperti di S contenenti rispettivamente x ed y. / e Tale intorno contiene un aperto della base della topologia prodotto. per ogni x ∈ S ed ogni intorno Ux di x. esiste per ipotesi un intorno chiuso / e e D di x tale che D ⊆ S − C. Ci` significa che uno spazio che soddisfi agli assiomi T4 e T1 soddisfa anche o agli assiomi T3 e T0 e cos` via.30 P. un suo elemento sarebbe del tipo (t. rispettivamente di x e di C. Analoga caratterizzazione vale per gli spazi T4 . e Poich` x ed S−Ux sono un punto ed un chiuso con x ∈ S−Ux e lo spazio ` T3 . Infatti se tale intersezione non fosse vuota.

Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici

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la tesi c’` solo pi` da osservare che un intorno di cl {x} ` anche intorno di e u e x. Fra le numerose propriet` degli spazi che soddisfano agli assiomi di sea parazione, la cui trattazione esula dagli scopi di questo lavoro, ci limitiamo alla seguente. ` Proprieta 3.14. In uno spazio di Hausdorff ogni successione convergente converge ad un unico punto. Dimostrazione. Se per assurdo tale successione convergesse a due punti distinti x ed y, potremmo trovare due loro intorni disgiunti. Ma da un certo indice in poi tutti gli elementi della successione dovrebbero appartenere ad entrambi tali intorni. 4. Esempi riguardanti gli assiomi di separazione Esempio 3.11. Esempio di uno spazio che non soddisfa ad alcun assioma di separazione. Sia S = {x, y, z, t} con famiglia di aperti {∅, S, {x, y}, {x, y, z}, {x, y, t}} e conseguente famiglia di chiusi {∅, S, {z, t}, {z}, {t}}. Si verifica facilmente che la famiglia in esame costituisce una famiglia di aperti. Poich` ogni intorno di x contiene y e viceversa, tale spazio non ` T0 e e e quindi per la Propriet` 3.13 neanche T1 e T2 . Inoltre {z} e {t} possono a essere visti sia come due chiusi disgiunti sia come un punto ed chiuso tali che il punto non appartiene al chiuso. Poich` essi non ammettono intorni e disgiunti, si ha che lo spazio non soddisfa neanche ai restanti due assiomi di separazione. Esempio 3.12. Esempio di uno spazio che soddisfa solo a T0 . Sia S = {x, y, z, t} con famiglia di aperti {∅, S, {x}, {x, y}, {x, y, z}, {x, y, t}} e conseguente famiglia di chiusi {∅, S, {y, z, t}, {z, t}, {z}, {t}}. Si verifica che la famiglia in esame costituisce una famiglia di aperti. Lo spazio ` T0 perch` {x} ` intorno di x al quale non appartiene nessun e e e altro punto, {x, y} ` intorno di y al quale non appartengono n` t n` z, infine e e e {x, y, z} ` intorno di z che non contiene t. e S non ` T1 perch` i punti x ed y non sono chiusi (Propriet` 3.10). Per la e e a Propriet` 3.13, non ` allora neanche T2 . Non pu` essere T3 altrimenti, per a e o la stessa propriet`, essendo T0 , sarebbe anche T2 . Infine non ` T4 perch` i a e e chiusi disgiunti {z} e {t} non ammettono intorni disgiunti. Esempio 3.13. Esempio di uno spazio che soddisfa solo a T0 e T1 . Si consideri la retta reale con la topologia di Fr`chet. Tale spazio soddisfa e a T1 (e quindi a T0 ) perch` ogni punto ` un chiuso, mentre non soddisfa agli e e altri tre assiomi perch` non esistono in tale spazio aperti disgiunti. e Esempio 3.14. Esempio di uno spazio che soddisfa a T0 , T1 , T2 ma non a T3 e T4 . Occorre introdurre una nuova topologia su R. Una base degli aperti ` e data dagli aperti della topologia standard e dalle intersezioni di R − Q con ogni intervallo aperto di R. Sono cio` aperti anche gli insiemi composti da e ` tutti i numeri irrazionali contenuti in un intervallo aperto. E facile verificare Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica

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P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III

che si ` effettivamente assegnata una base di topologia aperta. Tale topologia e ` ovviamente di Hausdorff perch` scelti due punti x, y con x < y, basta e e considerare due intervalli aperti disgiunti contenenti uno x e l’altro y per avere due intorni disgiunti di x ed y. Tale topologia non ` invece n` T3 n` T4 . e e e Si osservi che Q ` un chiuso e si consideri un punto irrazionale che ` anche e e un chiuso. Siamo cos` in presenza di un punto e un chiuso, con il punto ı che non sta nel chiuso, oppure di due chiusi disgiunti. Essi non ammettono intorni disgiunti dato che l’unico intorno di Q ` R. e Esempio 3.15. Esempio di uno spazio che soddisfa solo a T3 e T4 . Sia S = {x, y, z} con famiglia di aperti {∅, S, {x, y}, {z}}. Si verifica facilmente che la famiglia in esame costituisce una famiglia di aperti e che la famiglia dei chiusi coincide con quella degli aperti. S non soddisfa a T0 (e quindi a T1 e T2 ), perch` ogni intorno di x cone tiene y e viceversa. L’unica coppia di chiusi non vuoti disgiunti ` costituita e da {x, y} e {z} che in quanto aperti sono intorni di se stessi. Le coppie costituite da un punto e da un chiuso non vuoto non contenente il punto sono (z, {x, y}), (x, {z}), (y, {z}). Poich` per ognuna di esse ` possibile trovare e e intorni disgiunti si ha che S ` T3 . e Esempio 3.16. Esempi di spazi che soddisfano a tutti gli assiomi di separazione. Proveremo che ogni spazio metrico S soddisfa a tutti tali assiomi. In particolare allora anche R con la topologia standard soddisfer` a tutti gli a assiomi di separazione. Basta ovviamente provare che ogni spazio metrico soddisfa a T1 e T4 . Iniziamo con T1 . Proviamo che ogni punto x di S ` chiuso. Dalla Propriet` e a 1.16 segue che y ∈ cl {x} se e solo se d(y, {x}) = d(y, x) = 0. Essendo lo spazio metrico, questo implica x = y e quindi cl {x} = {x}. Proviamo che S ` T4 . Siano allora X ed Y due chiusi di S tali che e X ∩ Y = ∅. Se x ∈ X, x non appartiene al chiuso Y e quindi sempre per la Propriet` 1.16, d(x, Y ) = rx > 0. Analogamente ogni y ∈ Y non appartiene a al chiuso X e quindi d(y, X) = ry > 0. Poniamo A = x∈X (V (x, 1 rx )) 2 1 e B = y∈Y (V (y, 2 ry )). A e B sono ovviamente due aperti contenenti rispettivamente X ed Y . Proviamo che sono disgiunti. Se esistesse z ∈ A∩B, 1 esisterebbero x ∈ X ed y ∈ Y tali che z ∈ V (x, 2 rx ) ∩ V (y, 1 ry ). Allora 2 supposto ry ≤ rx , si avrebbe: d(x, y) ≤ d(x, z) + d(z, y) < rx . Ci` ` assurdo oe perch` d(x, y) ≥ rx dato che y ∈ Y e d(x, Y ) = inf{d(x, y) : y ∈ Y } = rx . e Esempio 3.17. Sia S = {x, y, z} con aperti {∅, S, {x}, {z}, {x, y}, {x, z}} ` e quindi con chiusi {∅, S, {y}, {z}, {y, z}, {x, y}}. E un esempio di uno spazio che ` T0 e T4 , ma non soddisfa a nessuno dei restanti assiomi di e separazione. Per provare la prima affermazione basta applicare le definizioni di spazio T0 e T4 . S poi non ` T1 perch` il punto x non ` un chiuso e non ` T3 perch` e e e e e il punto x ed il chiuso {y} non ammettono intorni disgiunti. Esempio 3.18. La retta reale R con la topologia degli intervalli chiusi a sinistra soddisfa a tutti gli assiomi di separazione. Se x, y ∈ R, supposto x < y, gli aperti [x, y) e [y, ∞) sono intorni disgiunti rispettivamente di x ed y e quindi lo spazio ` T2 . e Universit` di Torino a

Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici

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Proviamo ora che ` T4 . Siano X ed Y due chiusi di R tali che X ∩Y = ∅. e Se x ∈ X, allora x ∈ Y . Essendo Y chiuso esiste un intorno aperto di x / disgiunto da Y . Tale aperto ` unione di aperti della base, pertanto contiene e un intervallo del tipo [x, x ) disgiunto da Y . Analogamente per ogni y ∈ Y esiste un intervallo [y, y ) disgiunto da X. Proviamo ora che ogni intervallo del tipo [x, x ) ` disgiunto da tutti gli intervalli [y, y ) appena trovati. Se e esistesse un elemento z ∈ [x, x ) ∩ [y, y ), supposto per esempio x < y, dovrebbe essere x < y ≤ z < x e quindi il punto y ∈ Y apparterrebbe a [x, x ), ci` che ` assurdo. Poniamo ora U = x∈X [x, x ) e V = y∈Y [y, y ). o e Essi sono aperti disgiunti intorni rispettivamente di X ed Y . Esercizio 3.19. Provare che R con la topologia degli intervalli illimitati a sinistra soddisfa all’assioma T0 , ma non all’assioma T1 . Esercizio 3.20. Provare che il soddisfare ad un assioma di separazione ` una propriet` topologica. e a 5. Spazi compatti Vi sono numerose definizioni equivalenti di spazio compatto. Noi presentiamo solo quelle dove intervengono le nozioni di aperto e di chiuso. Definizione 3.10. Diciamo che una famiglia di sottoinsiemi di un insieme X ` un ricoprimento di X se l’unione degli elementi della famiglia e ` X. Diciamo che una famiglia di sottoinsiemi di X gode della propriet` e a dell’intersezione finita (brevemente detta PIF) se, comunque scelti un numero finito di elementi della famiglia, la loro intersezione non ` vuota. e Definizione 3.11. Uno spazio topologico S si dice compatto se da ogni suo ricoprimento aperto (cio` i cui elementi sono aperti di S) si pu` estrarre e o un sottoricoprimento finito. ` Proprieta 3.15. Uno spazio topologico S ` compatto se e solo se ogni e famiglia di chiusi di S che gode della PIF ha intersezione non vuota. Dimostrazione. Supponiamo S compatto e che vi sia una famiglia F = {Ci : i ∈ I} di chiusi di S che gode della PIF e tale che i∈I Ci = ∅. Da questo segue che S=S−
i∈I

Ci =
i∈I

(S − Ci ).

Gli aperti {S − Ci : i ∈ I} costituiscono un ricoprimento di S dal quale ` e possibile estrarre un sottoricoprimento finito, cio` esistono C1 , C2 , . . . , Cn e elementi di F tali che: S = (S − C1 ) ∪ . . . ∪ (S − Cn ) = S − (C1 ∩ . . . ∩ Cn ). Segue che C1 ∩ . . . ∩ Cn = ∅. Assurdo. Supposto ora che ogni famiglia di chiusi che goda della PIF abbia intersezione non vuota, proviamo che S ` compatto. Se, per assurdo, non fosse e compatto esisterebbe un ricoprimento aperto R = {Ai : i ∈ I} privo di sottoricoprimenti finiti. Consideriamo la famiglia di chiusi C = {S −Ai : i ∈ I}. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica

Un sottospazio X di uno spazio topologico S ` come patto se e solo se. passando ai complementari si avrebbe: S = S − (S − A1 ) ∩ . Universit` di Torino a . o Studiamo ora il comportamento della compattezza nel passaggio ai sottospazi. ` possibile trovarne un numero finito A1 . o Esempio 3. . si scelga un elemento qualsiasi A di R. . formato dagli intervalli (n − 1. Ogni sua sottofamiglia finita non pu` ovviamente ricoprire R. e Esempio 3. ∩ (S − An ) = ∅. Pertanto ∅= i∈I (S − Ai ) = S − i∈I Ai e quindi R non sarebbe pi` un ricoprimento di S. Gandini. u Esempio 3. Diciamo ovviamente che un sottospazio X di uno spazio topologico S ` compatto se ` compatto nella topologia indotta.22. non ` possibile estrarre alcun e sottoricoprimento. Consideriamo il ricoprimento formato da tutti gli aperti del tipo (−∞. Dal rie coprimento. n + 1). ∪ An contro l’ipotesi fatta su R.16. per provare che X ` compatto occorre considerare ricoprimenti di e X con aperti della topologia indotta. e con un numero finito di altri elementi di R ` possibile ricoprire tutta la retta. . . Esempio 3. . . Supposto X compatto nella topologia indotta.M. Allora {Ai ∩ X : i ∈ I} ` un ricoprimento di X con aperti della topologia indotta.24. ∪ An ⊇ X. . per l’ipotesi. e ove n varia in Z. da ogni ricoprimento di X fatto con aperti di S. ovviamente infinito. si consideri un ricoprimento R di X del tipo {Ai ∩ X : i ∈ I}. S. ∩ (S − An ) = A1 ∪ . Ogni spazio con un numero finito di aperti ` ovviamente e uno spazio compatto. ∪ (An ∩ X) = X. Seguendo questa defie e nizione. non si pu` estrarre alcun sottoricoprimento. R con la topologia standard non ` compatto. ` possibile e estrarre un sottoricoprimento finito. al variare di a in R. per una opportuna scelta di elementi di C. I corrispondenti e elementi di R costituiscono un ricoprimento di X estratto da R. Passando all’altra implicazione. Garbiero – Appunti di Geometria III Essa gode della PIF. . Dal ricoprimento aperto il cui generico elemento ` [n. An e tali che A1 ∪ . . Dimostrazione. ` Proprieta 3.34 P. . n+1). La propriet` successiva prova che ci si a pu` limitare a considerare ricoprimenti di X con aperti di S. e e Considerato un suo qualsiasi ricoprimento aperto R. Se risultasse. Poich` A copre tutto R tranne un numero finito di punti. si consideri un ricoprimento R = {Ai : i ∈ I} di X con aperti di S. . Ma allora (A1 ∩ X) ∪ . e dal quale ` possibile estrarre un sottoricoprimento finito. R non ` compatto anche con la topologia degli intervalli e chiusi a sinistra.25. La retta reale con la topologia di Fr`chet ` compatta. . a).23. al variare di n nell’insieme Z degli interi relativi. Esempio 3. (S − A1 ) ∩ . ove gli Ai sono aperti di S. R non ` compatto neppure con la topologia degli intere valli illimitati a sinistra. cosa che spesso o semplifica le applicazioni. In particolare la topologia banale e la topologia quasi banale sono compatte. .21. . Ovviamente essi ricoprono X e quindi.

e Dimostrazione. e risulta: Ai = S = f −1 (S ) = f −1 f −1 (Ai ) . Sia f : S → S una suriezione continua fra uno spazio compatto S ed uno spazio topologico S . a ` Proprieta 3. ı a dal quale per la compattezza di S ` possibile estrarre un sottoricoprimento e finito f −1 (A1 ). n n S = f (S) = f f −1 ( i=1 Ai ) = i=1 Ai . per la continuit` di f . .17. Segue dalla propriet` precedente e dal fatto che la a restrizione di una funzione continua ` continua (Propriet` 2. a ` Proprieta 3. ` Proprieta 3. .18. n si ha: Axi ∩ Ay i = ∅.19.7). e Poich` (S − C) ∩ C = ∅. Si consideri un ricoprimento R = {Ai : i ∈ I} di C con aperti di S. Se S ` uno spazio topologico T2 . e Dimostrazione. . Allora anche S ` compatto. essendo f suriettiva. f (T ) ` sottospazio compatto di S .20. . . ∪ f −1 (An ) = f −1 i∈1 An . Dalla precedente propriet` segue che la compattezza ` a e una propriet` topologica. . Proviamo che S − C ` aperto. Ovvia conseguenza della propriet` precedente. . ci` che prova la tesi. . Se R = {Ai : i ∈ I} ` un ricoprimento aperto di S . Dimostrazione. . gli altri aperti di tale sottoricoprimento finito sono e elementi di R che ricoprono C. e a Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . o Osservazione. Axn . Per ogni x ∈ C.Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 35 ` Proprieta 3. cio` e n S = f −1 (A1 ) ∪ . e Dimostrazione. Allora {Ax : x ∈ C} ` un ricoprimento aperto di C e x dal quale ` possibile estrarre un sottoricoprimento finito Ax1 . cio` che preso un quale e siasi y ∈ S − C. . ` Proprieta 3. Se S ` compatto e f : S → S ` continua. un ricoprimento aperto di S. . . x e x i=1 ovviamente disgiunto da C. ogni suo sottospazio e compatto C ` chiuso. Pertanto A = n (Ay i ) ` intorno di y.21. Aggiungendo a tale ricoprimento l’aperto S − C si trova un ricoprimento di S dal quale ` possibile estrarre un sottoricoprimento finito. . essendo S uno spazio T2 . Un sottospazio chiuso C di uno spazio compatto S ` e compatto. . esiste un intorno di y contenuto in S − C. Per e i = 1. esistono due aperti Ax e Ay disgiunti tali che x x ∈ Ax e y ∈ Ay . allora f (S) e e ` compatto. i∈I i∈I Abbiamo cos` costruito. Se f : S → S ` funzione continua e T ` sottospazio e e compatto di S. Allora. f −1 (An ). e Dimostrazione.

in quanto omeomorfo ad S2 (Propriet` 2. e Per l’implicazione inversa. Detto r il suo raggio.23). Dato che ogni aperto dello spazio prodotto ` unione di aperti elementari. Al e i=1 i=1 Universit` di Torino a . × Sn il prodotto di tali spazi. . Dall’Esempio 2. Ogni intervallo aperto di R con la topologia standard non ` compatto. ` compatto. Esso contiene un aperto del tipo (b−s. e Definiamo l’insieme X = {x ∈ [a.36 P. b]. abbiamo che esiste almeno un punto y appartenente a (z − r. dato che a ∈ X poich` vi e ` un elemento di R che copre a. Garbiero – Appunti di Geometria III ` Proprieta 3. e Dimostrazione.28. Il prodotto di un numero finito di spazi topologici ` e compatto se e solo se ogni spazio fattore ` compatto. anche tale intervallo non lo `. . x] pu` essere ricoperto da un o numero finito di elementi di R}. n. Se infatti cos` non fosse sup X sarebbe minore di z. Segue che n Ai = U ` aperto di S1 contenente x1 . con s opportuno. Per ogni x1 ∈ S1 . mentre o n Bi = S2 . se S ` compatto. . a e Allora per la propriet` precedente. Risulta X = ∅. Se in R poniamo la topologia standard. abbiamo che ogni sottoinsieme illimitato non ` compatto. Un suo qualsiasi sottoricoprimento finito non pu` ricoo prire il sottoinsieme in esame.17 ` compatto.17). R costituisce un ricoprimento di {x1 } × S2 che. x1 ∈ Ai . . e Poniamo z = sup X e proviamo che z = b. Abbiamo allora che [a. a e Esisteranno quindi un numero finito di elementi di R. Gandini.22 sappiamo che tale intervallo ` omeomorfo ad e e R. ` Proprieta 3. Esempio 3. A1 × B1 . che ` una funzione continua. Supposto poi a < z < b. z] ∩ X. y] ` ricoperto da un numero e e finito di elementi di R. e Esempio 3. Un chiuso C di S per la Propriet` 3. e e e Esempio 3. Si consideri lo stesso ricoprimento e dell’Esempio 3. . Detto S = S1 × . y] ı ` ricoperto da un numero finito di elementi del ricoprimento. Sia R = {Ai : i ∈ I} un ricoprimento aperto di [a. b]. b] ∩ X. . f (C) ` compatto e quindi per la Propriet` a e a 3.M. Si consideri ora un aperto B del ricoprimento che copre b. Ci` significa che per ogni i = 1. Tale aperto contiene un intorno rotondo di centro z. . b] : [a. abbiamo che.27. si consideri un aperto A del ricoprimento che copre z.23. con A aperto di S1 e B aperto di S2 . ci limitiamo ad un cenno di dimostrazione nel caso del prodotto di due spazi compatti S1 ed S2 . Proviamo che ogni intervallo chiuso [a. Poich` R non ` compatto (Esempio 3.26.23. e Dimostrazione. assurdo.18 ` anche chiuso. dato che si tratta di un insieme illimitato. ci possiamo limitare al e caso di un ricoprimento R i cui aperti sono del tipo A × B. Ovviamente risulta a < z. Una biiezione continua fra uno spazio compatto ed uno spazio di Hausdorff ` un omeomorfismo. . Come prima si prova che esiste un y appartenente a (b − s. ogni spazio Si ` compatto perch` immagine e e e di S mediante la i−esima proiezione. Aggiungendo e A a tali aperti avremmo sup X ≥ z + r. b) non ` compatto perch` omeomorfo e e ad una semiretta chiusa. In particolare le semirette (con o senza la propria origine) non sono compatte. . aggiungendo ad essi B si ha un ricoprimento finito estratto da R. Pertanto sup X = b.22. Poich` [a. S. . An × Bn che lo ricoprono. b] con la topologia standard ` compatto. Allora anche ogni intervallo del tipo [a.

dotato della topologia standard. Per f. ci` segue dall’Esempio 3.29. si costruisce cos` un ricoprimento di S1 dal quale. e Allora C come chiuso di un compatto ` compatto per la Propriet` 3.25. . per l’osservazione precedente. Per la Propriet` 3. Si trovano cos` ı un numero finito di elementi di R che coprono S1 × S2 . che come spazio metrico ` di e Hausdorff. risulta f (x1 ) ≤ f (x) ≤ f (x2 ). Per la propriet` precedente. Considerato un terzo elemento h ∈ C(I). i=1 ` Proprieta 3.19.17. fra quelli che determinano Uk . Occorre provare che ` limitato. Osservazione. si ha che esiste un Uk tale che u ∈ Uk . ∞) mediante f sarebbero due aperti non vuoti disgiunti la cui unione darebbe S. che πi (C) ` compatto di a e R e quindi ` contenuto in un intervallo chiuso [ai . y) e (y. essendo I a compatto. Se f ` una funzione continua fra uno spazio compatto e S e lo spazio R (con la topologia standard) allora f (S) ` limitato ed esistono e due punti x1 e x2 di S tali che. e ` Proprieta 3. . . bi ]. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . ogni funzione continua f : I → R ammette massimo (e minimo). Nel caso generale. Indicato con C(I) l’insieme di tali funzioni continue. v). Pertanto a e b appartengono alla chiusura di f (S). C ` e contenuto in un n−cubo che. Sia C un chiuso limitato di Rn . detta πi la o i−esima proiezione. . per la Propriet` 3. che coincide con f (S) essendo f (S) chiuso. ` possibile estrarre un sottoricoprimento finito U1 . . a e e Nel caso n = 1. e e Dimostrazione. g) = sup{ f (x) − g(x) : x ∈ I}. . Sia I = [0. che contiene v. essendo ı S1 compatto. Per provare il secondo risultato osserviamo che se y non appartenesse a f (S). Se poi si suppone che S sia anche connesso. g ∈ C(I) poniamo: d(f. mentre per quanto prima osservato esiste un Bi . C ` chiuso.21.28 si ha che a il prodotto di un numero finito di intervalli chiusi ` compatto. tranne la (4) che proviamo esplicitamente.Uh . Considerato infatti un suo elemento (u. 1] dotato della topologia indotta dalla topologia standard della retta reale. Per la Propriet` 3.27.24 ` chiuso e limitato. ` un compatto. Si e considerino ora gli aperti di R che determinano U1 . le controimmagini degli aperti (−∞. . abbiamo che per ogni y tale che f (x1 ) ≤ y ≤ f (x2 ) esiste un x in S per cui f (x) = y. vogliamo introdurre in esso una metrica.Uh . e a Consideriamo ora un compatto C di Rn . Allora S sarebbe sconnesso. a e Per definizione di inf e di sup in ogni intorno di a ed in ogni intorno di b cadono punti di f (S). Un sottoinsieme di Rn . per ogni x ∈ S. Tutte le verifiche della definizione di metrica sono immediate. Esempio 3. occorre provare che: sup{ f (x) − h(x) : x ∈ I} ≤ sup{ f (x) − g(x) : x ∈ I} + sup{ g(x) − h(x) : x ∈ I}. Dimostrazione. bi ] e quindi C ` limitato. ` compatto se e solo se ` chiuso e limitato. Poniamo a = inf f (S) e b = sup f (S). si ha. quindi u appartiene a tutti gli Ai che determinano Uk .Capitolo 3 – Particolari tipi di spazi topologici 37 variare di x1 in S1 . Ma allora risulta e e C ⊆ n [ai . Dalla propriet` precedente e dall’Esempio 3. Essendo limitato.24. . f (S) ` compatto quindi per la a e Propriet` 3.18.

si ha la tesi. Garbiero – Appunti di Geometria III Risulta per ogni x ∈ I. Gandini. Provare che ` possibile introdurre una metrica in C(I) e anche considerando la funzione 1 d(f. ove f ∈ C(I) ed r ` un numero reale positivo. e Esercizio 3. La topologia indotta ammette come base gli intorni del tipo V (f.38 P. g ∈ C(I).M. g) = 0 f (x) − g(x) dx. per f . sup{ f (x) − g(x) : x ∈ I} + sup{ g(x) − h(x) : x ∈ I} ≥ f (x) − g(x) + g(x) − h(x) ≥ f (x) − h(x) . Poich` la relazione e sup{ f (x) − h(x) : x ∈ I} + sup{ g(x) − h(x) : x ∈ I} ≥ f (x) − h(x) vale per ogni x. S. Universit` di Torino a .30. r) = {g ∈ C(I) : g(x) − f (x) < r}.

Parte 2 Geometria differenziale delle curve e superfici .

.

dato il punto P = (x. b3 ) ∈ R3 . b2 . c ∈ R. Gli scalari a1 . 1. a3 sono le componenti del vettore u rispetto alla base i. di componenti (x2 − x1 . La sezione finale sar` a a dedicata alle curve piane. a2 . La maggior parte dell’esposizione avr` per oggetto curve nello spazio. 0. Ogni punto P dello spazio ` univocamente individuato e dalle sue coordinate cartesiane (x. z2 ) individua −− −→ un vettore. k = (0. dove O indica l’origine e del riferimento cartesiano. In tal caso. j = (0. 41 v = (b1 . pertanto. y1 . j. Ricordiamo identificare con R le pi` importanti strutture algebriche e geometriche di R3 . In particolare. cu = (ca1 . a3 ) ∈ R3 .CAPITOLO 4 Geometria differenziale delle curve In questo capitolo verranno date le definizioni e le propriet` fondamena tali riguardanti la geometria differenziale delle curve. 0). a2 . In questo contesto. u • R3 ` uno spazio vettoriale. z) e. i suoi elementi si dicono e punti. v = (b1 . a3 ) ∈ R3 . k. a2 . che indicheremo con P1 P2 . y2 − y1 . y2 . b3 ) ∈ R3 . i suoi elementi si dicono vettori e e sono definite le operazioni di somma di vettori e di prodotto di un numero reale (detto scalare) per un vettore: u + v = (a1 + b1 . • R3 ` uno spazio affine. ca2 . a2 + b2 . Una coppia di punti P1 = (x1 . ca3 ). a3 ) si pu` esprimere come combinazione lineare o dei vettori della base standard: u = a1 i + a2 j + a3 k. z2 − z1 ). b2 . u = (a1 . 0. a2 . z). a3 + b3 ). lo spazio stesso si pu` o 3 . 1). Ogni vettore u = (a1 . y. z1 ) e P2 = (x2 . Richiami sulle strutture di R3 Consideriamo l’insieme dei punti dello spazio ordinario e fissiamo un riferimento cartesiano. . oppure con P2 − P1 . u = (a1 . • R3 ` uno spazio vettoriale euclideo con il prodotto scalare dato da: e u · v = a1 b1 + a2 b2 + a3 b3 . 0). 1. La base standard di R3 ` costituita dai vettori: e i = (1. insieme delle terne ordinate di numeri reali. y. il − − → vettore posizione di P ` OP = x i + y j + z k.

` una funzione e α : I ⊆ R −→ R3 . Universit` di Torino a . possiamo pensare ad una curva come alla traiettoria descritta da un punto materiale che si muove nello spazio. t ∈ R. Intuitivamente. Garbiero – Appunti di Geometria III La norma (o modulo) del vettore u e l’angolo fra i vettori u e v sono definiti. t ∈ I. Una curva parametrizzata in R3 . 2. y = e2t .18). y2 .     z = ln t z=t individuano due curve parametrizzate distinte. ∞). .2. Curve parametrizzate in R3 In prima approssimazione.1. z(t) hanno derivate continue (rispetto a t) fino all’ordine k. da: √ u = u · u = a2 + a2 + a2 . pur descrivendo la stessa traiettoria (come si vede facilmente sostituendo t con et ).   z = z(t) che danno le coordinate del generico punto P (t) che percorre la curva al variare del “tempo” t. y(t). z1 ) e P2 = (x2 . supporremo sempre che R3 sia dotato di tale topologia. E importante osservare che una curva non ` semplicemente e un sottoinsieme di punti di R3 (cio` la traiettoria descritta dal punto P (t)) e ma ` una funzione di I ⊆ R in R3 . P2 ) = P1 P2 = (x2 − x1 )2 + (y2 − y1 )2 + (z2 − z1 )2 .42 P. t ∈ (0. Due equazioni parametriche diverse. dove t ` il parametro della curva e x(t). S. Sia I un intervallo aperto di R3 . possiamo pensare alla stessa curva percorsa in tempi diversi. La distanza euclidea induce la topologia standard su R3 (vedi l’Esempio 1. 1 2 3 cos(uv) = u·v = u v a1 b1 + a2 b2 + a3 b3 a2 1 + a2 + a2 3 2 b2 + b2 + b2 3 2 1 . z(t) sono tre funzioni reali e di variabile reale definite sull’intervallo I. . • R3 ` uno spazio metrico (vedi la Definizione 1.1. Gandini. rispettivamente. y(t). y1 . Definizione 4. t ∈ I −→ α(t) = (x(t). Le definizioni seguenti hanno lo scopo di rendere precisa tale idea intuitiva. .M. y(t). z(t)) ∈ R3 . Nel seguito. Definizione 4. definita sull’intervallo I. Una curva pu` anche essere individuata mediante le sue o equazioni parametriche  x = x(t)  y = y(t). ` Esempio 4.) se le funzioni x(t). Osservazione. 2. Una curva parametrizzata α : I ⊆ R → R3 si dice differenziabile di classe C k (k = 1. per e esempio   x = t x = et   y = t2 . z2 ) `: e −− −→ d(P1 .7) in cui la distanza e euclidea tra i punti P1 = (x1 .

t ∈ R. z0 + n t). Notare che α (t) · k = b. a3 (t) sono costanti. La curva ` regolare se ogni e suo punto ` regolare. Fissiamo due numeri reali a > 0 e b = 0. t ∈ I. a2 (t). per ogni t ∈ R. a2 (t) e a3 (t) tali che: X(t) = a1 (t) i + a2 (t) j + a3 (t) k. 3 t ). e √ e Esempio 4. b) = 0. si dicono eliche circolari. t ∈ I. α(t) si dice punto regolare se α (t) = 0. Le curve α(t) = (a cos t. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Definizione 4. t ∈ R. y0 + m t. Il campo tangente alla curva α ` il campo vettoriale: e α (t) = dx dy dz . z) ` e il generico punto dell’elica. e Esempio 4. y(t). z(t)). t ∈ R. dt dt dt = x (t) i + y (t) j + z (t) k. z(t) sono continue. si ha che x2 + y 2 = a2 . anche. La curva α(t) = (t. a sen t. La retta ` una e curva regolare poich` α (t) = a = 0.4. Il campo vettoriale X si dice differenziabile se le funzioni a1 (t). t ∈ R. t3 ). avente estremo iniziale in α(t). tutte le curve parametrizzate saranno differenziabili. ∞)? e e √ Invece la curva β(t) = (t. z0 ) ed un vettore non nullo a = li + mj + nk. t ∈ R. se P = (x. y0 .Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 43 La curva α si dice differenziabile se ` di classe C ∞ . ci` significa che il campo o tangente forma un angolo costante con l’asse z. y(t).2. salvo avviso contrario. e Esempio 4.4. Inoltre. ` di classe C 1 ma non di classe e C 2 (perch`?). t 3 t ). Un campo vettoriale X lungo una curva parametrizzata α : I ⊆ R → R3 ` una funzione che assegna ad ogni punto α(t) e della curva un vettore X(t). . α ` di classe C 0 se le funzioni x(t). e e Nel seguito. a3 (t) sono di classe C ∞ . e Un punto α(t0 ) in cui α (t0 ) = 0 ` un punto singolare della curva. La curva α(t) = P0 + t a = (x0 + l t. Il campo vettoriale X si dice parallelo (o. le eliche sono curve regolari. ` di classe C 0 ma non di classe C 1 (perch`?). Ovviamente. t2 . y(t). la curva γ(t) = (t.3. Fissiamo un punto P0 = (x0 . vale a dire che l’elica ` contenuta sulla superficie di un cilindro di raggio a. y. a2 (t). b t). descrive la retta passante per P0 e parallela al vettore a. una curva differenziabile. t ∈ I. a cos t. Di che classe ` la curva α se t ∈ (0. ossia x(t).3. per ogni t ∈ R. t2 . Sia α(t) = (x(t). t2 . ` differenziabile. costante) se le funzioni a1 (t). che ha come componenti le derivate prime delle funzioni che individuano la curva. Definizione 4. Dato che α (t) = (−a sen t. La costante 2π|b| si e dice passo dell’elica: ` la distanza tra due punti successivi che stanno sulla e stessa generatrice del cilindro. Dare un campo vettoriale lungo α equivale a dare tre funzioni a1 (t). e z(t) hanno derivate di ordine qualsiasi.

4t3 ). Ci` implica che la funzione t ` strettamente o e monotona e quindi ` una biiezione tra gli intervalli J e I. 1 − s2 ) = (s. β(t) = (t2 .1. se la riparametrizzazione ` regolare allora t (s) ha e segno costante nell’intervallo J. La curva riparametrizzata `: e s −→ t = s2 . ds Universit` di Torino a . la riparametrizzazione ` regolare. In particolae re. 1). Esempio 4. e Fissato il punto P0 = α(1) = (1. e e e dt = 0.1 che curve parametrizzate diverse possono e descrivere la stessa traiettoria. 1. t t. −1 + 3t. 1 − 4t). ∞). e la funzione differenziabile t : J = (0. α ` una e curva regolare in ogni punto. t (s) = ds Osservazione. Garbiero – Appunti di Geometria III Definizione 4. Cambiamenti di parametro e ascissa curvilinea Si ` visto nell’Esempio 4. S. t2 . Dato che t (s) = 2s = 0. ` Proprieta 4. √ √ β(s) = α(t(s)) = ( s2 . t ∈ I = (0. 2t. La retta tangente alla curva β nel punto e P1 = β(−1) ` δ(t) = (1 − 2t. t4 ). definita e sull’intervallo I e a valori in J. 1 − s2 ). la retta tangente alla curva α in P0 `: γ(t) = (1 + t. Gandini. mentre β ` regolare tranne che nell’origine. per ogni s ∈ J. Data una funzione differenziabile t = t(s). Siano α una curva differenziabile e P0 = α(t0 ) un punto regolare. Ovviae mente.5. 3t2 . si passa dalla curva β(s) alla curva α(t) mediante la funzione inversa √ s = t. ∞) −→ I = (0. Esempio 4. diciamo che la curva β = α ◦ t : J ⊆ R −→ R3 . Consideriamo la curva √ √ α(t) = ( t. ∞). definita sull’intervallo J di R ed a valori nell’intervallo I. ossia t(J) = I. Dato che ogni intervallo aperto della retta reale ` cone nesso (vedi l’Esempio 3. s ∈ J −→ β(s) = α(t(s)) ∈ R3 . Sia α : I ⊆ R → R3 una curva differenziabile. Vogliamo ora precisare meglio cosa significa cambiare parametro ad una curva.6. t ∈ R. Di conseguenza. 3t2 ) e β (t) = (2t. se s = 0.6.44 P. 1 + 3t). s3 . si ha: α (t) = (1. t ∈ R. t ` invertibile: indicheremo con s = s(t) la funzione inversa. t3 ). s2 s2 . t3 . Definizione 4.M. ` una riparametrizzazione di α. parallela al vettore α (t0 ).6). 1 + 2t. 1 − t). e 3. e La riparametrizzazione ` regolare se t ` suriettiva. Sia β = α ◦ t una riparametrizzazione della curva α mediante la funzione t = t(s). Allora: dt β (s) = α (t(s)). La retta tangente alla curva α nel punto P0 ` la retta e passante per P0 . Date le curve: α(t) = (t.5.

Nel seguito. Dato che t (s) ha segno costante (vedi l’Osservazione di pag. vale a dire che non dipende dal parametro usato. ds ecc. Come si ` visto nei corsi di Analisi Matematica. Da un punto di vista un po’ pi` astratto. Dimostrazione. z(t)) una curva differenziabile definita si un intervallo I. vale e u la Definizione 4. supponiamo che t (s) > 0. Ci` implica che la funzione t(s) ` o e crescente e. Si vede facilmente che questa relazione ` di e equivalenza. t(s) dz dt = t(s) dt α (t(s)). una riparametrizzazione regolare manda punti regolari in punti regolari. Per la regola di derivazione delle funzioni composte. y(t(s)). Allora: b b1 α (t) dt = a a1 β (s) ds . si ha: dx d x(t(s)) = ds dt e quindi β (s) = dt ds dx dt . Consideriamo l’insieme di tutte le curve differenziabili regolari e la relazione che associa due curve se la prima ` una riparametrize zazione regolare della seconda. y(t). Pi` precisamente. La lunghezza dell’arco di curva compreso fra gli estremi α(a) e α(b) `: e b b Lb (α) = a a α (t) dt = a (x (t))2 + (y (t))2 + (z (t))2 dt . z(t)).7. Sia β una riparametrizzazione regolare della curva α mediante la funzione t = t(s).Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 45 Dimostrazione. In termini intuitivi. Tenuto conto della Propriet` 4. Supponiamo che α(t) = (x(t). verranno considerate solo riparametrizzazioni regolari. Osservazione. z(t(s)) . dy dt . Verifichiamo innanzitutto che la definizione ` sensata dal punto di vista e geometrico. Supponiamo che a = t(a1 ) e b = t(b1 ). In particolare. y(t). t(s) t(s) dt . ds Dalla propriet` precedente si vede che il vettore tangente in un punto a ad una curva riparametrizzata ` proporzionale al vettore tangente alla cure va iniziale. ci` significa pensare una curva come una traiettoria nello spazio. a1 < b1 . t ∈ I. Supponiamo che [a. b] ⊆ I. ` Proprieta 4.1 e della formula a Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . 44). quindi. Allora β(s) = x(t(s)). Sia α(t) = (x(t). la lunghezza di un arco e di curva ` l’integrale del modulo del campo tangente.2. possiamo definire una u curva come una classe di equivalenza rispetto a tale relazione. o percorsa in tutti i modi possibili.

M. con punto iniziale α(a). Gandini. Definizione 4. Sia α una curva definita su un intervallo I. 3 t3 ). t2 ) = 0. 0. In tal caso. Riparametrizziamo la curva mediante la funzione t = −2s e calcoliamo la lunghezza dell’arco della curva riparametrizzata tra gli estremi P0 e P1 . Garbiero – Appunti di Geometria III del cambiamento di variabile negli integrali. e s (t) = α (t) > 0 e. e La lunghezza dell’arco di curva compreso fra i punti P0 = (0. Consideriamo la curva α(t) = (2t. 3 ) vale: 1 1 L1 (α) = 0 0 α (u) du = 0 4 + 4u2 + u4 du = 7 3 (tenere conto che P0 = α(0). α (t) = ds |s (t)| α (t) 1 Esempio 4. 4s2 .). Basta osservare che l’ascissa curvilinea consente di effettuare una riparametrizzazione regolare. la funzione s(t) rappresenta la lunghezza (con segno) dell’arco di curva compresa tra l’estremo fisso α(a) e l’estremo variabile α(t). si ha: b1 b1 β (s) ds = a1 a1 b1 dt α (t(s)) ds = ds α (t(s)) dt ds = ds b1 α (t(s)) a1 b dt ds ds = a1 α (t) dt . quindi. − 8 s3 ) e β (s) = (−4. il campo tangente della curva riparametrizzata ha modulo costante uguale ad uno. s(t) ` invertibile. si ottiene un’ascissa curvilinea che differisce dalla precedente per una costante additiva. La curva riparametrizzata ` β(s) = (−4s. a La stessa conclusione vale anche nel caso in cui t (s) < 0. La funzione t s(t) = a α (u) du si dice ascissa curvilinea (oppure parametro lunghezza d’arco) della curva α. 1. sia β(s) = α(t(s)) la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa curvilinea. 8s. E sempre possibile riparametrizzare una curva regolare mediante l’ascissa curvilinea. Fissiamo un valore a ∈ I. e 3 Universit` di Torino a . la curva ` ovunque regolare. a1 > b1 e |t (s)| = e −t (s) Una conseguenza importante della propriet` precedente ` che si pu` a e o sempre riparametrizzare un curva regolare in modo che il campo tangente abbia lunghezza unitaria. tenuto conto del fatto che la funzione t(s) ` decrescente e. Allora: dt 1 1 β (s) = α (t) = α (t) = 1. −8s2 ). t2 . Dato che la curva ` regolare. Detta t = t(s) la funzione e inversa. Osservazione.46 P. t ∈ R.3. ` ` Proprieta 4. 2t.7. S. ecc.8. quindi. 0) e 1 P1 = (2. Per definizione. Cambiando il punto iniziale. Dimostrazione. Dato che α (t) = (2.

π ). a sen . α (derivato del campo tangente ad una curva) viene detto campo accelerazione.3) se e solo se X = 0. Triedro e formule di Frenet: parte prima Iniziamo questa sezione con alcune definizioni e propriet` dei campi a vettoriali che saranno utilizzate pi` volte nel seguito. Il derivato n−simo (n = 1. le equazioni dell’elica riparametrizzata a mediante l’ascissa curvilinea sono: s s b β(s) = a cos . c c c Ad esempio. 4. compreso tra i punti P (1. Esempio 4. t). non ` facile scrivere esplicitamente e e l’espressione della funzione inversa. a Calcoliamo infine l’ascissa curvilinea della curva α a partire da P0 : t t s(t) = 0 α (u) du = 0 (2 + u2 ) du = t3 + 2t.) di un campo differenziabile X ` il campo e che ha come componenti le derivate n−sime delle componenti di X. Indicheremo con X . da (∗) si ricava immediatamente che la lunghezza dell’arco di elica α(t) = (cos t. √ Posto per semplicit` c = a2 + b2 . .8. 2. il loro prodotto scalare ` la funzione: e (X · Y )(t) = X(t) · Y (t) = a1 (t)b1 (t) + a2 (t)b2 (t) + a3 (t)b3 (t). necessaria per riparametrizzare α.2. a Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . X(t) = a1 (t) i + a2 (t) j + a3 (t) k e Y (t) = b1 (t) i + b2 (t) j + b3 (t) k.Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 47 Notiamo che la funzione t = −2s ` decrescente e gli estremi P0 = β(0) e e P1 = β(− 1 ) vanno presi nell’ordine inverso. ` e t t (∗) s(t) = 0 α (u) du = 0 a2 + b2 du = a2 + b2 t. vale 2 √ 2 2 π. 0. 3 in accordo con la Propriet` 4. . X . 0). . 1. sen t. s ∈ R. Dati due campi vettoriali lungo α. Consideriamo nuovamente l’elica circolare dell’Esempio 4. X i primi tre campi derivati di X. Il modulo (o norma) di un campo X ` la funzione: e X(t) = X(t) · X(t) = (a1 (t))2 + (a2 (t))2 + (a3 (t))2 . Nel seguito si supporr` che tutti i campi vettoriali siano differenziabili. Pertanto la lunghezza dell’arco 2 di curva ` data da: e 0 0 L0 1 (β) = − 2 β (s) ds = 1 −2 −1 2 7 16 + 64s2 + 64s4 ds = . 3 Anche se la funzione s ` invertibile. u Sia α una curva definita in un intervallo I. a partire dal punto α(0) = (a. Si noti che un campo differenziabile X ` parallelo (vedi Definizione e 4. s . 0) e Q(0. 0. Due campi vettoriali X e Y si dicono ortogonali (o perpendicolari) se: X · Y = 0.4. L’ascissa curvilinea. In particolare.

T (s) k(s) Per costruzione.48 P. e Vogliamo ora costruire. Consideriamo perci` la funzione o k : J −→ R.M.4. a due a due ortogonali. N (s) e B(s) si dicono: retta tangente. Fissato un punto β(s). Sia β una curva parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea. un riferimento cartesiano che consenta di studiare le propriet` geometriche della curva. ai vettori T (s). La propriet` seguente. Gandini.9. si pu` sempre supporre che sia parametrizzata o mediante l’ascissa curvilinea (Propriet` 4. N ha modulo unitario ed ` ortogonale a T . B(s)} formano una base ortonormale di R3 . La terna di campi vettoriali {T. Dato a che tale riferimento varia da punto a punto. s ∈ J una tale curva. N. Sia X un campo che ha modulo costante. Derivando tale uguaglianza. Poich` T (s) ha modulo e uguale ad uno. Notare che. ` Proprieta 4. Definiamo ora il campo normale alla curva: N (s) = 1 1 T (s) = T (s). retta normale e retta binormale. si ottiene: 0= d X(t) · X(t) = 2a1 (t) a1 (t) + 2a2 (t) a2 (t) + 2a3 (t) a3 (t) dt = 2 X(t) · X (t). il campo derivato T (s) = β (s) sar` ortogonale a T (s) a (Lemma 4. caratterizza le curve a che si riducono ad un punto e le rette.3). s ∈ J −→ k(s) = T (s) . Sia β(s). per costruzione. In generale. Allora il campo derivato X ` ortogonale ad X. definiamo e il campo binormale come il prodotto vettoriale: B(s) = T (s) × N (s). non ` detto che T abbia a sua volta modulo e costante. Infine. S.5. Universit` di Torino a .4). (2) α ` (parte di) una retta se e solo se α = 0. Definizione 4. e Dimostrazione. rispettivamente. Data una curva qualsiasi. Garbiero – Appunti di Geometria III Lemma 4. in ogni punto di una curva. in ogni punto β(s) della curva. i tre vettori {T (s). a Indichiamo con T (s) = β (s) il suo campo tangente. Allora: (1) α ` una curva costante (la sua traiettoria si riduce ad un punto) se e e solo se α = 0. N (s). le rette passanti per β(s) e parallele. di dimostrazione immediata. Si noti che k(s) ≥ 0. La funzione k(s) viene detta curvatura della curva β. esso sar` individuato da tre a campi vettoriali unitari. si ha: c2 = X(t) · X(t) = (a1 (t))2 + (a2 (t))2 + (a3 (t))2 . Se X(t) = a1 (t) i+a2 (t) j+a3 (t) k ha modulo costante c. B} si dice triedro di Frenet della curva β. Sia α : I ⊆ R → R3 una curva.

Derivando tale uguaglianza. Dimostriamo la terza formula di Frenet. e e e B deve essere necessariamente parallelo a N . s . B}. per completare il triedro di Frenet. 48). N. T (s) = β (s) = − 2 cos c c c c La curvatura dell’elica vale: a k(s) = T (s) = 2 c (notare che ` costante). Supponiamo che k(s) > 0. Sia β una curva regolare. a sen . in ogni punto dell’elica. dove c = a2 + b2 . esiste una funzione τ (s) tale che: B (s) = −τ (s) N (s) Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Teorema 4. e Questo fatto implica che. una base e ortonormale.   B (s) = − τ (s)N (s) dove τ (s) = −B (s) · N (s) ` la funzione torsione della curva. calcoliae mo: 1 s s N (s) = T (s) = − cos . E quindi importante poter valutare tale variazione: per questo motivo i derivati dei tre campi del triedro verranno espressi come combinazione lineare della base {T. β(s) = a cos c c c Derivando due volte si trova: a s a s b T (s) = β (s) = − sen . in ogni punto. la retta tangente forma un angolo costante con l’asse z. In altri termini. La prima formula di Frenet segue immediatamente dalla definizione di campo normale (vedi pag. B(s) = T (s) × N (s) = c c c c c Il lettore verifichi direttamente che {T. . Inoltre N (s) · k = 0: il campo normale ` e sempre ortogonale all’asse z. N. si trova: B (s) · T (s) + B(s) · T (s) = 0 e quindi. − sen . parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea e definita su un intervallo J.9. Il campo binormale B ` ore togonale al campo tangente T .0 . cos . B} `.0 .8) s b s . quindi B(s) · T (s) = 0. . − 2 sen .6 (Formule di Frenet per l’ascissa curvilinea).Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 49 Esempio 4. per la prima formula di Frenet: B (s) · T (s) = −B(s) · T (s) = −k(s) B(s) · N (s) = 0. e Dimostrazione. Il triedro di Frenet varia generalmente da punto a punto. Allora:  T (s) = k(s)N (s)  N (s) = −k(s)T (s) + τ (s)B(s) . Poich` B ` anche ortogonale a B (Lemma 4. Troviamo la curvatura ed il riferimento di Frenet dell’elica circolare (Esempio 4. Infine. Si noti anche che T (s) · k = b/c ` una costante non nulla. per ogni s ∈ J. k(s) c c s b s a b sen . in base alla ` geometria della curva. ossia B ` ortogonale a T .4). − cos . c c c c c s a s a .

N deve essere combie e nazione lineare di T e B. e possiamo scrivere: N (s) = [N (s) · T (s)] T (s) + [N (s) · B(s)] B(s). In modo del tutto analogo. y e z devono essere funzioni lineari di s. Ci` implica che B ` un campo vettoriale costante. supponiamo che la torsione τ sia identicamente nulla e proviamo che la curva β ` contenuta in un piano. Derivando un’altra volta. Viceversa. contenuta nel piano passante per un punto P0 e perpendicolare ad un vettore a. Dato che la terna di campi T . La torsione τ ` identicamente nulla se e solo se β ` una curva piana. quindi. Dalla terza o e formula di Frenet. si trova: g (s) = β (s) · b = T (s) · B(s) = 0. Poich` N ` ortogonale a N . ossia a ` ortogonale a β (s) = T (s). il suo triedro di Frenet ` indeterminato. si trova che: β (s) · a = 0. a deve essere parallelo a B(s).6. ` Proprieta 4. si ha: 0 = B (s) = −τ (s)N (s). 5. vale a dire: B(s) = c a. e e Questa ` la ragione per cui ` stata fatta l’ipotesi k(s) > 0 nell’enunciato del e e Teorema 4. e e Dimostrazione. ossia B(s) = b ` un campo costante. N . i vettori P0 β(s) = β(s) − P0 ed a sono ortogonali. Di conseguenza. Troviamo [N (s) · T (s)]. S. Ci` signio −−→ −− fica che. da cui si ricava: N (s)·T (s) = −N (s)·T (s) = −k(s)N (s) · N (s) = −k(s). Derivando l’uguaglianza N (s) · T (s) = 0.M. Fissato un punto e qualsiasi β(s0 ) della curva. Di conseguenza. consideriamo la funzione g(s) = (β(s)−β(s0 ))·b. Dimostrazione. ` Proprieta 4. Gandini. Dalla terza formula di Frenet e ricaviamo che B = 0. Derivando. Supponiamo che β(s) = (x(s). Garbiero – Appunti di Geometria III (il segno meno non ` essenziale. per ogni s ∈ J.50 P. Supponiamo che β sia una curva piana. e Calcoliamo infine N . y(s). e Il viceversa ` ovvio. con s ∈ J. da cui: τ (s) = 0.8. e Osservazione. partendo dal fatto che N e B sono ortogonali e tenuto conto della terza formula di Frenet. x. Sia β una curva regolare parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea. e che k(s) = 0. Sia β una curva regolare parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea. si vede che a ` e e ortogonale a β (s) = T (s) = k(s)N (s) e. z(s)). serve solo a semplificare certe formule). Universit` di Torino a . Derivando l’uguaglianza (β(s) − P0 ) · a = 0. ossia β ` parte di una retta. si trova che N (s) · B(s) = τ (s). e B ` ortonormale. Se β ` una retta. anche a N (s). Caratterizzazione di alcune curve Le propriet` seguenti hanno lo scopo di caratterizzare alcuni tipi di curve a e di mostrare il significato geometrico delle funzioni curvatura e torsione. definita su un intervallo J e tale che k(s) > 0. per ogni s ∈ J. si ha: N (s)·T (s)+N (s)·T (s) = 0. abbiamo che T (s) = β (s) = 0 e quindi: x (s) = y (s) = z (s) = 0. La curvatura k ` identicamente nulla se e solo se β ` parte e e di una retta. per un certo scalare c. Dato che k(s) = T (s) . per ogni s ∈ J.7.

se β ` la circonferenza di centro C e raggio r. ogni punto della curva sta sulla sfera di centro C(0.9. la funzione g ` identicamente nulla: questo significa che i e vettori β(s)−β(s0 ) e b sono ortogonali. Supponiamo k > 0 costante e τ = 0. si ha: 1 1 γ (s) = β (s) + N (s) = T (s) + − kT (s) = 0. N (s) = T (s) = β (s) e 4 3 B(s) = T (s) × N (s) = − i − k. τ (s) = 0 e la curva ` piana. Troviamo il triedro di Frenet della curva 4 3 β(s) = cos s. 0. di equazione: 3x + 4z = 0. y. Per la Propriet` a 4. β (s) = − cos s. β ` una curva piana. s ∈ [0. La torsione delle eliche circolari dell’Esempio 4. 1 − sen s. La curva ` contenuta e e nel piano passante per il punto β( π ) = (0. β ` (parte di) una circonferenza se e solo se ha curvatura e costante k > 0 e torsione τ = 0. C) = β(s) − C = N (s) = . − cos s . 0) e perpendicolare al vettore 2 3 b = − 5 i − 4 k. Inoltre e k(s) = T (s) = β (s) = 1 e. z) sta sulla curva. k k vale a dire che β ` la circonferenza di centro C e raggio 1/k. e Viceversa. e ` Proprieta 4.8. la curva non ` una retta. cos s . Quindi. 2π]. per ogni s ∈ J. Esempio 4. 1. 5 5 Quindi B = 0. In altri termini. Inoltre. Dalle equazioni parametriche 5 di β si vede che se un punto P (x. k Derivando ed applicando la seconda formula di Frenet. Possiamo allora concludere che β ` una circonferenza. ogni punto della curva sta sul piano passante per il punto β(s0 ) e perpendicolare al vettore b. il raggio della circonferenza vale 1/k. Dimostrazione. Inoltre.10. sen s. si ha subito che e τ = 0 e β(s) = C − rN (s) (tener conto del fatto che N (s) sta sul piano che Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . τ (s) = −B (s) · N (s) = 2 = 2 c a + b2 Ci` conferma che le eliche non sono curve piane. Sia β una curva regolare parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea.Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 51 Essendo g(s0 ) = 0. le sue coordinate verificano l’equazione x2 + (y − 1)2 + z 2 = 1. 0) e raggio 1. 5 5 Calcoliamo i primi due campi derivati: 4 3 4 3 β (s) = − sen s. sen s . − cos s. si vede che s ` l’ascissa curvilinea. Consideriamo la curva e 1 γ(s) = β(s) + N (s). o Esempio 4. quindi. 5 5 5 5 Dato che T (s) = β (s) = 1. k k Quindi γ(s) = C ` una curva costante e e 1 1 d(β(s).11.8 vale: b b = 0. pur e essendo la curvatura costante.

k(s0 ) k(s0 ) Tale circonferenza viene detta cerchio osculatore e costituisce una buona approssimazione locale della curva. Notare che. Essendo: e T (s) = β (s) = −rN (s) = r k(s) T (s) . Dal punto di vista geometrico. mentre la curvatura e la torsione di α sono definite da: k(t) = k(s(t)). Questa osservazione implica che tutte le propriet` della sezione 5 valgono per curve con un a parametro qualsiasi. Triedro e formule di Frenet: parte seconda Nelle sezioni precedenti abbiamo sempre considerato curve parametrizzate con l’ascissa curvilinea. B(t) = B(s(t)). Teorema 4. il triedro. quando β(s1 ) e β(s2 ) tendono a β(s0 ) lungo la curva. ˙ e a Universit` di Torino a . t ∈ I. tuttavia presenta molti inconvenienti pratici quando si vogliono studiare delle curve con un parametro qualsiasi.M. Il triedro di Frenet della curva α ` dato da: e T (t) = T (s(t)). la curvatura e la torsione sono gli stessi sia per α che per β. Vediamo dunque come si modificano le formule di Frenet per curve con un parametro arbitrario. Anche se questa ipotesi non ` restrittiva dal e punto di vista logico. Sia α(t) una curva regolare definita su un intervallo I. il piano osculatore ` il piano passante per il punto e β(s0 ) e contenente il cerchio osculatore. Siano α(t). una curva regolare. τ (t) = τ (s(t)). s = s(t) l’ascissa curvilinea di α (a partire da un punto fissato) e β(s) = α(t(s)) la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa curvilinea. Indichiamo con: k(s). 1 e si ha che r k(s) = 1 e quindi k(s) = ` costante. Allora:  T (t) = k(t)α(t) N (t) ˙  N (t) = −k(t)α(t) T (t) ˙ + τ (t)α(t) B(t) . N (t) = N (s(t)). N (s).10 (Formule di Frenet per un parametro qualsiasi). Se β ` una curva qualsiasi. per ogni t ∈ I. ci` che cambia ` solo o e il parametro con cui viene individuato il punto sulla curva. S.52 P. si e consideri la circonferenza di 1 1 centro: β(s0 ) + N (s0 ) e raggio: . Supponiamo che k(t) > 0. in ogni punto della curva. ˙   B (t) = − τ (t)α(t) N (t) ˙ dove α(t) = α (t) ` la funzione velocit` della curva. β(s1 ) e β(s2 ). si prova che il cerchio osculatore ` la posizione limite a cui tende la circonfee renza passante per tre punti “vicini” β(s0 ). B} ` orientata positivamente). Gandini. N. Garbiero – Appunti di Geometria III contiene la circonferenza ed ` perpendicolare alla retta tangente. τ (s) e {T (s). Osservazione. la torsione ed il triedro di Frenet di β. inoltre la e terna {T. Il centro del cerchio osculatore ` il e centro di curvatura. r Osservazione. 6. rispettivamente. fissato un punto β(s0 ). B(s)} la curvatura.

Deriviamo T (t) = T (s(t)) rispetto a t ed applichiamo il Teorema 4. Sia α(t). α (t) N (t) = B(t) × T (t). k = α ×α α3 ˙ = α ×α . Allora: (1) (2) dove α(t) = ¨ α (t) = α(t)T (t) ˙ α (t) = α(t)T (t) + k(t) α(t) N (t). Sia α : I ⊆ R → R3 una curva regolare. t ∈ I una curva regolare. α ˙ α 1 1 α ×α = 3 kα ˙ α ×α Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . La seconda formula del o e lemma si pu` interpretare come la decomposizione dell’accelerazione di un o punto mobile nelle componenti tangenziale e centripeta. applicando la (2). Lemma 4. ˙ dt dt Dimostrazione. rispetto a t: α (t) = 2 dβ ds = T (s(t)) α(t) = α(t)T (t).12. ¨ ˙ d dα(t) ˙ = α(t) . Prima per` ` necessario un lemma. ˙ ˙ ds dt Deriviamo nuovamente ed applichiamo la prima formula di Frenet: α (t) = α(t)T (t) + α(t)T (t) = α(t)T (t) + α(t) k(t)α(t)N (t) . α 3 1 1 α = α. ˙ s(t) Le altre due formule si dimostrano in modo analogo. α (t) × α (t) 2 Dimostrazione. Deriviamo α(t) = β(s(t)). α (t) × α (t) La curvatura e la torsione di α sono date da: k(t) = α (t) × α (t) . α (t) 3 τ (t) = α (t) × α (t) · α (t) .11. Vogliamo ora determinare le relazioni che permettono di trovare il triedro di Frenet. Dalla (1) si ricava: e ˙ T = Inoltre. Allo scopo di semplificare le notazioni. la dipendenza da t delle varie funzioni e campi viene omessa.6: T (t) = dT ds ds dt = k(s(t))N (s(t)) t α (t) = α(t)k(t)N (t). la curvatura e la torsione senza passare attraverso l’ascissa curvilinea. ¨ ˙ ¨ ˙ ˙ Teorema 4. Se α ` regolare si ha che α = α > 0. B(t) = α (t) × α (t) . Allora: T (t) = α (t) . si ha: α × α = (αT ) × (¨ T + k α2 N ) = αα T × T + k α3 T × N = k α3 B ˙ α ˙ ˙¨ ˙ ˙ da cui si ricava α × α B= = k α3 e quindi: ˙ α ×α .Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 53 Dimostrazione.

. Gandini. 4). t3 ). Se α(t). ˙ ˙ Esempio 4. −4t. dove θ ` un angolo costante. la curvatura e la torsione della curva 1 α(t) = (2t. t ∈ R. 2 − t2 . 2 + t2 1 B(t) = (t2 . t ∈ I. α = α T + α T + (k α2 ) N + k α2 N ¨ ˙ ˙ . .12. pertanto. 7. α (t) × α (t) = 2(2 + t2 ). . 2t). S. Definizione 4. 2. α (t) = (0. Il nome di queste curve ` dovuto al fatto che e e la loro traiettoria ` contenuta nel cilindro generalizzato (vedi la Definizione e 5. t2 ). e. 2 + t2 2 k(t) = τ (t) = .54 P. Avevamo notato allora che non era possia bile riparametrizzare esplicitamente la curva con l’ascissa curvilinea e. t2 . t2 ).M. Universit` di Torino a . Garbiero – Appunti di Geometria III Per trovare la torsione. Eliche cilindriche Abbiamo visto nell’Esempio 4. 0. Troviamo il triedro di Frenet. 2 + t2 T (t) = N (t) = 1 (−2t.) N + kτ α3 B. α (t) = (0. α (t) × α (t) · α (t) = 8. Il versore u si dice asse dell’elica. ` un’elica cilindrica. Un’elica cilindrica ` una curva non piana le cui e tangenti formano un angolo costante con una direzione fissa. ˙ La formula della torsione segue da: α × α · α = (k α3 B) · α = τ (k α3 )2 = τ α (t) × α (t) 2 . . . non si possono usare le formule del Teorema 4.10.6 ma occorre applicare il teorema precedente. Questa propriet` a caratterizza un’importante famiglia di curve di cui le eliche circolari sono un caso particolare. occorre derivare ancora una volta la (2) e usare le formule di Frenet: .12 a pagina 71) formato dalle rette passanti per i punti di α e parallele ad u.8 che i tre campi del triedro di Frenet di un’elica circolare formano un angolo costante con l’asse z. I primi tre campi derivati sono: α (t) = (2. 2t). 2). = α T + k αα N + (k α2 ) N + k α2 (−k α T + τ α B) ˙¨ ˙ ˙ ˙ ˙ = (. Notare che la curvatura e la torsione non sono costanti ma ` costante il e loro rapporto. 3 gi` considerata nell’Esempio 4. da cui si ricava: α (t) = 2 + t2 .) T + (. 2t....7. quindi: 1 (2. esiste un versore (vettore di modulo e uno) u tale che: T (t) · u = cos θ. 2). (2 + t2 )2 α (t) × α (t) = (2t2 . t ∈ I. 2t. −2t.

B} sia il triedro di Frenet della curva data che quello della riparametrizzazione (vedi l’Osservazione di pag. per un certo versore u e che risulta essere ortogonale ad N (s). Derivando si trova: 0 = cos θ T (s) + sen θ B (s) = cos θ k(s)N (s) + sen θ − τ (s)N (s) = k(s) cos θ − τ (s) sen θ N (s). Supponiamo che β(s) sia la riparametrizzazione della curva data mediante l’ascissa curvilinea. La propriet` seguente mostra come tutti i campi del triedro di Frenet a formino un angolo costante con u. la tesi. Quindi: k(s) cos θ − τ (s) sen θ = 0 ed il rapporto τ /k = cotg θ ` costante. dipendente da s): . Derivando T (s) · u = cos θ. si pu` concludere che N ` ortogonale a u. Sia β(s) la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa curvilinea. allora: e (1) il campo normale N ` ortogonale a u. k(s) sen θ u(s) = cos θ T (s) + sen θ B(s). Le eliche cilindriche sono caratterizzate dal rapporto tra curvatura e torsione. si ha: u (s) = cos θ T (s) + sen θ B (s) = cos θ k(s) − sen θ τ (s) N (s) = 0. l’angolo tra T (s) e u ` costante e la curva ` un’elica cilindrica. supponiamo che il rapporto torsione curvatura sia costante. Esiste allora un angolo θ tale che: (∗) cos θ τ (s) = . allora T (s) · u = cos θ. u(s) = u ` un campo costante e e T (s) · u = T (s) · [cos θ T (s) + sen θ B(s)] = cos θ. e Dimostrazione. Se β ` un’elica cilindrica. e Viceversa. indicheremo con {T. supporremo che la curva sia riparametrizzata mediante l’ascissa curvilinea e. o e Per provare la (2). Dimostrazione. Pertanto. e (2) il campo binormale B forma angolo costante con u. quindi. Tenuto conto delle formule di Frenet e della condizione (∗). con abuso di notazioni. N. u ` combinazione lineare di e T (s) e B(s): u = cos θ T (s) + sen θ B(s). ` Proprieta 4. si osservi che N (s) · u = 0 implica [−τ (s)N (s)] · u = B (s) · u = 0.13. ` Proprieta 4. da cui si deduce [B(s) · u] = 0 e. Di conseguenza. Se α ` un’elica cilindrica. Dato che k(s) > 0.Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 55 Nel seguito.14. si trova T (s) · u = k(s)N (s) · u = 0. 52). Una curva non piana ` un’elica cilindrica se e solo se e il rapporto tra torsione e curvatura ` costante. e e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica Consideriamo il campo vettoriale unitario (a priori. Quindi.

pag. 2 2 2 si consideri la curva 1 β(s) = β(s) + N (s). a > 0. Universit` di Torino a .14. 1) = (1. x (s)). con a = b = 1) e s s s β(s) = cos √ .15. s ∈ R. e e Verifichiamo che β ` ancora un’elica circolare. Curve piane Anche se le curve piane sono un caso particolare delle curve nello spazio e possono quindi essere studiate con i metodi precedenti. N (s) = − cos √ . k(s) β ` il luogo dei centri di curvatura di β e si dice evoluta di β. Poich` τ /k = 1.56 P. a sen t. s ∈ R.pratica ` tale che esse meritano una trattazione particolare. Per le dimostrazioni si veda [5.9. bt). 0) + (0. y (s)). Si prova anche che. − sen √ . In particolare.13. Le eliche circolari sono caratterizzate dalla seguente ` Proprieta 4. b = 0.M. 1). u = cos θ T (0) + sen θ B(0) = 2 2 2 Un’elica si dice circolare se la sua traiettoria ` contenuta in un cilindro e circolare retto. la loro importanza storico . 59]. √ . vediamo che l’asse dell’elica ` dato da: e √ √ √ 2 2 2 (1. Invece il campo normale ` definito dalla condizione: e N (s) = i T (s) = (−y (s). √ . Data l’elica circolare (` l’Esempio 4. 0. Dall’Esempio 4. il campo tangente ` dato da e T (s) = β (s) = (x (s). l’angolo e θ vale π/4. S. 0. si ha subito 1 s s k(s) = . 0. Garbiero – Appunti di Geometria III Esempio 4. Come in precedenza. − sen √ .12. le equazioni di un’elica circolare sono del tipo: α(t) = (a cos t. Adesso siamo in grado di dire che si tratta di un’elica cilindrica. Gandini. 8. sen √ . in un opportuno sistema di coordinate. Consideriamo la curva dell’Esempio 4. la definizione di curvatura ` in parte diversa da quella vista prima: la curvatura di una curva e piana ha un segno.9. Sia β(s) = (x(s). 0 2 2 2 e quindi s s s β(s) = − cos √ . Una curva non piana ` un’elica circolare se e solo se e la curvatura e la torsione sono costanti. Dalla dimostrazione del teorema precedente. Ci e limiteremo ad alcuni cenni ed a pochi esempi che mettono in evidenza le differenze rispetto alle curve nello spazio. 2 2 2 La curvatura e la torsione di β valgono entrambe 1/2 e quindi β ` un’elica e circolare. y(s)) una curva piana parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea. Esempio 4.

Indicato con θ(s) l’angolo fra il vettore T (s) e l’asse x. Dato che: α (t) = (2t. α (t) T (t) = k(t) α (t) N (t). 2t). α (t) = (2. La funzione k(s). 2t). Allora e T (s) = − θ (s) sen θ(s). 1). Sia α(t) = (x(t). con asse e e parallelo all’asse x. Troviamo il riferimento di Frenet e la curvatura della curva α(t) = (t2 − 1. come vedremo. 2 2 1+t 1+t 2 (1 + t2 )3 Non ` difficile riconoscere che α ` la parabola di vertice V (−1. Negli intervalli in cui k(s) > 0 (oppure. si vede che dθ(s) . N (t) = √ (−1. esiste una funzione k(s) tale che: (∗) T (s) = k(s) N (s). Derivando N (s) = i T (s) si ottiene: k(s) = d(i T (s)) = i T (s) = i k(s) N (s) = −k(s) T (s). la rotazione di π/2 in senso antiorario corrisponde alla moltiplicazione di un numero complesso per l’unit` immaginaria. adattando la dimostrazione del Teorema 4. sen θ(s)) (ricordare che T (s) ` un versore). Da questa espressione si vede che la seconda formula di Frenet non contiene altre informazioni rispetto alla prima. l’angolo θ(s) ` cree scente (decrescente) e la curva ha la concavit` nella stessa direzione (nella a direzione opposta a quella) del campo N . Allora: α (t) . ds in altri termini: la curvatura misura la variazione dell’angolo che la retta tangente forma con l’asse delle x. t). si ha: 1 1 −1 T (t) = √ (t. Il fatto che la curvatura sia negativa significa che il campo normale N punta verso la regione “esterna” della parabola.15. si prova il seguente N (s) = Teorema 4. applicando le formule del teorema precedente. Esempio 4. ds dato che i N = i (i T ) = i2 T = −T . α (t) α (t) · (i α (t)) k(t) = . α (t) 3 T (t) = N (t) = i α (t) . anche l’unica) formula di Frenet per e le curve piane. y(t)) una curva piana regolare. detta curvatura. si ha: cos θ(s) = T (s) · i e T (s) = (cos θ(s). 2). 0). La e scelta del simbolo i non ` casuale: se si identificano i vettori del piano con e i numeri complessi. θ (s) cos θ(s) = θ (s) N (s).16.12.4) e quindi parallelo e ad N. k(s) < 0). k(t) = . Dal confronto con la (∗). 0).Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 57 dove i significa che il vettore T (s) ` ruotato di π/2 in senso antiorario. Data una curva piana con parametro qualsiasi. Vediamo il significato geometrico del suo segno. i α (t) = (−2. Questa ` la prima (e. pu` assumere sia valori o positivi che negativi. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . a Dato che il campo T ` ortogonale a T (Lemma 4.

19]). 2 2 − − → − − → − − → Tenuto conto del fatto che OP = OC + CP . Garbiero – Appunti di Geometria III Esempio 4. 21]) e quindi: α(t) = α(t) + 1 N (t).18. L’evolvente di una data curva α ` una curva e che interseca ortogonalmente le rette tangenti di α. La cicloide ` la curva descritta da un punto solidale con e una circonferenza che rotola. b sen t). lungo un asse orizzontale. Supponiamo che la circonferenza abbia raggio 1 e che il suo centro. Evolute. a sen . stia sull’asse y. Esempio 4. S. Con un semplice calcolo si trova che l’ascissa curvilinea vale s = a t e quindi la riparametrizzazione della circonferenza ` e s s β(s) = a cos . le evolventi della circonferenza di centro l’origine e raggio a: α(t) = (a cos t. Gandini. Verificare che ci sono infiniti punti singolari e che la curvatura della cicloide vale: −1 .16. L’evoluta di una curva α data ` l’unica curva e α che ha α come evolvente.15 ` e 2 + 1. Evolventi. all’inizio del moto. Esempio 4. Detto C il centro della circonferenza che ruota. senza strisciare. a a da cui si deducono le equazioni delle evolventi: β(s) = a cos s+c s s + sen a a a .58 P.M. dove c ` una costante arbitraria (vedi [5. le equazioni della cicloide sono: α(t) = (t − sen t. α(t) = (3t Trovare l’evoluta della curva α(t) = (cos t + t sen t. k(t) L’evoluta della parabola α(t) = (t2 − 1. ad esempio. a sen s+c s s − cos a a a . Troviamo. Le evolventi di una e curva sono quindi infinite.17. Quindi: OC = t i + j e − − → π π CP = cos −t − i + sen −t − j = − sen t i − cos t j. 1 − cos t). le evolventi di β e sono date da: β(s) = β(s) − (s + c)T (s). Si dimostra che. Calcolare la curvatura di β. pag. k(t) = 2 2(1 − cos t) Universit` di Torino a . prendiamo − − → − − → come parametro t l’angolo formato dai vettori CP e j. sen t − t cos t) e verificare che si tratta di una circonferenza. Consideriamo un riferimento cartesiano in cui l’asse x coincide con l’asse del moto ed indichiamo con P il generico punto della cicloide. 2t) vista nell’Esempio 4. se β ` la riparametrizzazione di α mediante l’ascissa curvilinea. Si dimostra che l’evoluta di una curva ` il luogo e dei centri di curvatura (vedi [5. pag. 2t(1 − t − t3 )).

12. Dato che α (t) × α (t) · α (t) = a − 3t2 6t 3 + 3t2 −6t 6 6t −6 0 6 = 36(a + 3). α (t) = (−6t. Data la curva nello spazio α(t) = (at − t3 . 2t. la curvatura e la torsione si usano le formule del Teorema 4. α (t) × α (t) · α (t) = 216. a) stabilire per quale valore di a ∈ R la curva ` piana. da cui: T (t) = 2 1 (1 − t2 . 2) 2(1 + t 1 + t2 √ 1 2 B(t) = (t2 − 1. 3 + 3t2 ). b) Posto a = 2. La curva ` piana se e solo se la sua torsione ` nulla (Propriet` 4. 6t. α ` piana se a = −3. L’equazione del piano ` x + z = 0. e ii) un’elica cilindrica. rispettivamente: i) piana. riscritte ponendo a = 3.14). Dalle espressioni precedenti. at3 ). si deduce che il piano contenente a la curva passa per un punto (arbitrariamente scelto) della curva ed ` pere pendicolare al campo binormale. e b) Per trovare il triedro di Frenet. Data la curva nello spazio α(t) = (3t2 . 2) 2(1 + t 3(1 + t2 )2 √ Dato che il rapporto τ (t)/k(t) ` costante. 0. a Esercizio 4. −2t. 6. 0) ed ` perpendicolare e ad un vettore proporzionale a α (t) × α (t) = i j k 2 6t 3 + 3t2 −3 − 3t −6t 6 6t = 18(t2 − 1) (i + k). α (t) = (−6. √ α (t) × α (t) = 18 2 (1 + t2 ). 3t2 . Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica .8. b) Posto a = 3. la torsione e il triedro di Frenet in un generico punto di α. si vede che basta cercare i valori di a che annullano α (t) × α (t) · α (t). 1 + t2 ). il piano cercato passa per il punto α(0) = (0. trovare l’equazione del piano che contiene la curva. e Dalla dimostrazione della Propriet` 4. a) I primi tre campi derivati della curva sono: α (t) = (a − 3t2 . 0).20. si ricava: √ α (t) = 3 2 (1 + t2 ). 3t + t3 ).Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 9. Di quale curva si tratta? Soluzione. 6t). 6). t2 + 1). 0. la torsione e il triedro di Frenet in un generico punto di α. e e a Applicando le formule di pag.12. determinare la curvatura. la curva ` un’elica cilindrica e e (Propriet` 4. Esercizi svolti sulle curve 59 Esercizio 4. 53. a) stabilire per quale valore di a ∈ R la curva α `. Assegnato ad a tale e valore. determinare la curvatura.8). k(t) = τ (t) = . Tenuto conto delle espressioni del Teorema 4. α (t) × α (t) = 18[(t2 − 1) i − 2t j + (1 + t2 ) k]. N (t) = (−2t. 1 + 3t. 1 − t2 .19.

α (t) = (6. la curva ` piana. valore gi` considerato. 2t2 ). `: e 1 1 (2t. −2). S. Dato che α (t) × α (t) · α (t) = a(a2 − 1) sen at. sen t. Dato che A = α(0) e B = α(−1). 1. + a2 t2 + 1) cerchiamo per quali valori di a il rapporto τ (t) a a2 t4 + 4t2 + 1 2 =− k(t) 2 a2 t4 + a2 t2 + 1 ` costante. a) stabilire per quali valori di a ∈ R la curva ` piana. 1 + 2t2 c) Per calcolare la lunghezza dell’arco di curva si usa la formula di pag. Gandini. 3at2 ). Trovare il triedro di Frenet nel punto corrispondente a t = π/2. − sen t. Procedendo come nell’esercizio precedente. 6at). si vede che ci` accade se a2 = 4. e e e Il numeratore ed il denominatore sono polinomi di quarto grado: l’unico modo per rendere costante il loro rapporto ` che i due polinomi coincidano. Il triedro di Frenet. si ha: 0 0 L(α) = −1 α (t) dt = −1 3(1 + 2t2 ) dt = 5. cos t. in tal caso. Garbiero – Appunti di Geometria III c) Calcolare la lunghezza dell’arco di curva compreso fra i punti A(0. Quali curve si trovano e in questo caso? b) Posto a = 2. a3 sen at). le equazioni parametriche di α sono:  x = cos t  y = sen t   z= 1. Data la curva nello spazio α(t) = (cos t. 0) e B(3. 1. 6a). 0. −2t2 .21. α (t) = (sen t. cos at). o b) La curvatura e la torsione si deducono dalle espressioni precedenti ponendo a = 2. 45. Universit` di Torino a . si trova che la curva ` piana e se a = 0. T (t) = 2 1 + 2t 2t + 1 1 B(t) = (2t. dopo aver calcolato la curvatura e la torsione e k(t) = 2 3 a2 t4 + a2 t2 + 1 .60 P. e Confrontando i coefficienti. (a2 t4 + 4t2 + 1)3 τ (t) = − 3(a2 t4 3 a . la curva ` piana se a = 0 e oppure a = ±1.M. determinare la curvatura e la torsione di α in un punto generico. Si noti che la funzione sen at ` identicamente nulla solo per e a = 0. −a sen at). −2t. − cos t. −1). 0. α (t) = (− cos t. a) I primi tre campi derivati della curva sono: α (t) = (− sen t. α (t) = (0. −2. a) I primi tre campi derivati della curva sono: α (t) = (6t. Esercizio 4. 3. in un punto generico della curva. ossia per a = ±2. Il valore a = 0 va scartato perch`. Soluzione. a Se a = 0. 2t). −a2 cos at). Soluzione. N (t) = 2 (1 − 2t2 . Per vedere se α ` un’elica.

T ( ) = (−1. τ (t) = − . a) I primi tre campi derivati della curva sono: √ α (t) = (aeat . 4). −1. Se a = 0. −e−t . Questa volta si tratta di un ellisse perch` il piano che contiene la curva non ` n` perpendicolare e e e n` parallelo all’asse del cilindro. 0). 2). α (t) = (a3 eat . e−t . √ Poich` α (t) × α (t) · α (t) = − 2a2 (a + 1)e(a−1)t . (1 + e2t )2 (1 + e2t )2 La curva ` un’elica cilindrica. B( ) = (0. 1). La terza equazione dice che α ` contenuta nel piano z − 1 = 0. Data la curva nello spazio α(t) = (eat . e b) Posto a = 1. si vede che la curva ` e intersezione del cilindro precedente col piano x−z = 0. (4 sen2 2t + 1)3 τ (t) = 16 cos2 2t 6 sen 2t . 0). si vede che α ` la e √ − 22 z curva intersezione del cilindro generalizzato y = e col piano x − 1 = 0. la curva ` una copia e e della direttrice. e b) La curvatura e la torsione di α valgono: k(t) = 16 cos2 2t + 4 sen2 2t + 1 . determinare la curvatura e la torsione di α in un punto generico. conviene calcolare il valore dei vari campi vettoriali nel punto considerato e applicare il Teorema 4. e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . 0. eliminando t dalle equazioni parametriche.12. 2 t). eliminando t dalle equazioni parametriche. Di che curva si tratta? Soluzione. Si trova: √ √ π 17 π 17 π (0. e−t . e perpendicolare all’asse del cilindro. + 4 sen2 2t + 1 Per trovare il triedro di Frenet nel punto α(π/2) = (0.22. −1).Capitolo 4 – Geometria differenziale delle curve 61 Dalle prime due si ricava x2 + y 2 = 1: ci` significa che i punti della curva o stanno su un cilindro circolare avente come asse l’asse z (vedi il successivo Esempio 5. b) La curvatura e la torsione di α valgono: √ 2t √ 2t 2e 2e k(t) = . −e−t . la curva ` piana se a = 0 e e oppure a = −1. per a = −1 la curva ` l’intersezione del e cilindro precedente con il piano x − y = 0. a) stabilire per quali valori di a ∈ R la curva ` piana. Se a = ±1. N ( ) = 2 2 17 2 17 √ Esercizio 4.9). 1. 0). 4. Si pu` allora concludere che la curva ` o e una circonferenza di equazioni cartesiane: x2 + y 2 = 1 z − 1 = 0. Analogamente. Dato che il piano ` perpendicolare all’asse del cilindro. α (t) = (a2 eat .

.

e Definizione 5. che verifica le seguenti condizioni: (1) ϕ ` un omeomorfismo tra D e U . v). v) = Q. cio` le funzioni x(u. Si ricordi che un sottoinsieme S di R3 (oppure di R2 ) ha la topologia indotta (vedi la Definizione 1.2).1. dove ϕ(u. inoltre. Superfici parametrizzate in R3 Per ragioni di carattere topologico. Esempio 5. y0 + a2 u + b2 v. una sola parametrizzazione locale (D. ϕ) si dice parametrizzazione locale della superficie M . In questo caso.20) se i suoi aperti sono del tipo: S ∩ A. 63 . Consideriamo il piano passante per il punto P0 (x0 . Una superficie parametrizzata ` un sottoinsieme e M di R3 tale che. ` sufficiente per ricoprire tutto il piano (controllare che ϕ verifica le condie zioni della definizione precedente). un aperto U di M contenente P ed una funzione ϕ : D ⊆ R2 → U ⊆ R3 .CAPITOLO 5 Geometria differenziale delle superfici In questo capitolo verranno date le definizioni e le propriet` fondamentali a riguardanti la geometria differenziale delle superfici. (2) ϕ ` differenziabile. v) e z(u. La coppia (D. vedremo che. v)) ∈ U. la definizione di superficie ` pi` come u plessa di quella data per le curve: mentre in quest’ultimo caso una sola funzione era sufficiente per descrivere la curva. e u Nel seguito si supporr` sempre che gli spazi R3 e R2 siano dotati della a topologia standard. (u. v) possiee e dono derivate parziali di ordine qualsiasi. ossia ϕ ` biiettiva e. y(u. per individuare una superficie ` necessaria pi` di una parametrizzazione. y(u. ϕ). ϕ e e e ϕ−1 sono continue (vedi la Definizione 2.1. in generale. Le coordinate locali (o anche coordinate curvilinee) di un punto Q ∈ U sono (u. dove A ` un aperto di R3 (oppure di R2 ). y0 . esistono un aperto connesso D di R2 . Osservazione. ci vorr` pi` di una parametrizzazione per ricoprire tutta la superficie (vedi a u il successivo Esempio 5. in generale. 1. z0 + a3 u + b3 v). v) = (x0 + a1 u + b1 v. v). dove D = R2 e ϕ(u. v) ∈ D → ϕ(u. v) = (x(u. y(u. Si noti che ogni punto della superficie deve essere contenuto nell’immagine di almeno una parametrizzazione locale. v).6). per ogni punto P ∈ M . v). z0 ) e parallelo ai vettori (linearmente indipendenti) a = a1 i + a2 j + a3 k e b = b1 i + b2 j + b3 k.

ϕ+ ) e (D. Le curve coordinate passanti per P0 sono le curve α1 (u) = ϕ(u.v) ∂y ∂v . M ` una superficie regolare se ogni suo punto ` regolare.v) Definizione 5.v0 ) ∂u (u. v). Vogliamo ora introdurre il concetto di punto regolare di una superficie. (u0 . U− = {(x. Si noti che un generico punto di ϕ(D) ` regolare se e e solo se i vettori ∂x ∂y ∂z ∂x ∂y ∂z ϕu (u. aventi ciascuno un numero decrescente di elementi. consideriamo una parametrizzazione locale (D. . (u0 . Data una superficie parametrizzata M . ϕ) tale che: P0 = ϕ(u0 . u. S. v) = (u.1 (si noti che ϕ−1 sono le proiezioni ortogonali degli emisferi sul ± piano Oxy). . non esiste alcun omeomorfismo che manda un aperto di R2 in un compatto (basta applicare la Propriet` 3. α2 (v) = ϕ(u0 . Un punto P0 di una superficie M ` regolare se esiste e una parametrizzazione locale (D. v0 ) sono linearmente indipendenti. dove: ϕ± (u. verificano le condizioni della Definizione 5. Infatti. v0 ) ∈ ϕ(D) ed i vettori ϕu (u0 . ϕ) e fissiamo un punto P0 = ϕ(u0 . costruiremo tre diversi insiemi di parametrizzazioni locali che ricoprono la sfera. v0 ) e ϕv (u0 . z = 0 }. Per ricoprire i punti mancanti. Sia S 2 = {(x. ϕ− ) sono due parametrizzazioni locali che ricoprono tutta la sfera. si estende (con ovvie o e modifiche: quali?) alla sfera S 2 (r) di raggio r qualsiasi. dove D = {(u. y. . I campi vettoriali tangenti alle curve coordinate sono: ∂y ∂z ∂x def. tranne l’“equatore”. si controlla facilmente che le funzioni ϕ± : D −→ U± . v) = . ϕv (u. ϕ± ). y.2. gli “emisferi” nord e sud. Garbiero – Appunti di Geometria III Esempio 5. z = 0 }. (D. (u. z) ∈ R3 / z = − 1 − x2 − y 2 . Un punto e e che non ` regolare si dice punto singolare. Indicati con U+ = {(x. Gandini.v0 ) ϕv (u0 .v) ∂z ∂v . y. v) = (± 1 − u2 − v 2 . ± 1 − u2 − v 2 ). ϕ± ). v) −→ ϕ± (u. Tutto ci` che ` stato detto per la sfera di raggio 1. v) = (u. occorrono altre quattro parametrizzazioni locali (D. ϕ± (u. (u0 . rispettivamente. Quindi (D. vedremo successivamente che un punto ` regolare se e solo se la superficie e ha piano tangente in tale punto. ∂u ∂u ∂u ∂v ∂v ∂v Universit` di Torino a .64 P. v) = . v) ∈ R2 / u2 + v 2 < 1 }.19 a ϕ−1 ). v). z) ∈ R3 / z = 1 − x2 − y 2 . ∂x ∂v . Non ` possibile ricoprire la sfera. z) ∈ R3 / x2 + y 2 + z 2 = 1} la sfera di centro l’origine e raggio 1. .v0 ) ∂u (u. v. v0 ) ∈ ϕ(D). v0 ). con un’unica parae e metrizzazione locale. . ± 1 − u2 − v 2 . ϕu (u. che ` compatta. In a questa sezione. che si ottengono fissando una delle due variabili. v). . v) = α2 (v) = def. v0 ) = α1 (u) = ∂u (u.M.2. e Osservazione.

√ 2 − v2 1−u 1 − u2 − v 2 e quindi: v u . si dice che (D. occorre verificare che le sei parametrizzazioni locali costruite nell’Esempio 5.2 sono regolari. Per giustie ficare questa affermazione. v) × (ϕ+ )v (u. cerchiamo le coordinate del punto P (diverso dal polo nord) in cui tale retta incontra la sfera. (ϕ+ )v (u. Esempio 5. 0. La parametrizzazione non comprende i punti e per cui u = 0 (una semicirconferenza) e v = ± π (i poli). Se P ` un punto della sfera S 2 (r). 1). 1 = 0. Sia P (x . ϕ) ` una paramee trizzazione locale regolare. Per ricoprire i 2 punti mancanti. gli altri casi sono del tutto simili (cercare di capire che cosa cambia).Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 65 verificano la condizione ϕu (u. v) = a e ϕv (u. ). Derivando parzialmente ϕ+ rispetto ad u ed a v. r cos v sen u.√ . (ϕ+ )u (u. La parametrizzazione locale associata alle coordinate sferiche (r. v) = √ 1 − u2 − v 2 1 − u2 − v 2 Concludiamo questa sezione con altre due parametrizzazioni della sfera. Anche la sfera S 2 ` una superficie regolare. v) = (r cos v cos u. le equazioni parametriche della retta N P sono:  x = x t  y = y t. v) = 1.6. v) = 0.1 ` una superficie regolare perch` e e i vettori ϕu (u. v) ` e π π ϕ(u. Esempio 5. Esempio 5. 2 2 Si verifichi che ` regolare. r cos v sen u. Detti: u l’an−→ − − − −→ → − golo fra i vettori i e OP . Proiezioni stereografiche. Faremo la verifica solo per (D. Dato che −→ − N P = x i + y j − k. si trova: −v −u . r sen v). 0. √ (ϕ+ )u (u.3. le coordinate cartesiane di P sono: (r cos v cos u. 0) un generico punto del piano Oxy.   z=1 − t Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . occorrono altre tre parametrizzazioni che si ricavano dalla precedente con ovvie modifiche. Per semplicit` a considereremo solo la sfera S 2 di raggio uno.5. v) = b sono linearmente indipendenti per definizione. ϕ+ ). In tal caso. Il piano dell’Esempio 5. particolarmente importanti per le applicazioni. Vogliamo ora ricoprire la sfera con il numero minimo possibile di parametrizzazioni. y . v) = 0. Tracciata la retta che unisce P con il “polo nord” N (0. (u. v) × ϕv (u. 1. Ci` equivale a richiedere o che la matrice (trasposta della Jacobiana di ϕ)  ∂x ∂y ∂z   ∂u ∂u ∂u    ∂x ∂y ∂z ∂v ∂v ∂v abbia rango 2 in ogni punto. 2π) × (− . e indichiamo con P la proiezione ortogonale di P sul piano Oxy. v l’angolo fra i vettori OP e OP . Coordinate sferiche. Esempio 5. v) ∈ (0.4. r sen v). u.

Gandini. ϕ) viene detta parametrizzazione di Monge. y0 . z0 ) = 0. si ricorre alla proiezione stereografica dal “polo sud” S(0. a causa a della continuit` delle derivate parziali). dove D = R2 e ϕN (u. S.M. ∂f ) e ϕv (u. ad esempio. 2 . i vettori ϕu (u. Poich` ϕu (u. che a ∂g ∂z (x0 . Le considerazioni precedenti permettono di costruire una parametrizzazione (D. z) una funzione differenziabile di tre variabili il cui gra∂g ∂g diente g = ∂x i + ∂y j + ∂g k non si annulla in nessun punto del dominio. 2 . ad esempio. mostrando che ogni suo punto e ` contenuto in una parametrizzazione regolare. Esempi di superfici regolari Esempio 5. y. dove: e ϕ(u. Supponiamo. −1) che individua la parametrizzazione (D. definita su un dominio (aperto) D del piano. Superfici di livello. Per e includere il punto mancante. v) = (1. si trovano le coordinate di P : 2y x2+y2−1 2x . 2 . f (x. v)). quindi. x2+y2+1 x +y2+1 x +y2+1 La funzione che manda P in P ` una biiezione tra il piano e la sfera privata e del polo nord. y. 0. Garbiero – Appunti di Geometria III Sostituendo tali espressioni nell’equazione della sfera e risolvendo rispetto a t. y. 0. Proviamo che Mc ` una superficie regolare. z) = c }. y0 . y) ∈ D}. ϕS ). z) ∈ R3 / g(x. ∂f ). y)). Universit` di Torino a . z0 ) un e generico punto di Mc . Esempio 5. 2 . linearmente indipendenti e. (u.66 P. Dato che ( g)(x0 . si dice superficie di livello di g l’insieme di punti (se non ` vuoto) e Mc = {(x. Sia P0 = (x0 . ϕN ). (x. dove D = R2 e 2v u2 + v 2 − 1 2u . Queste osservazioni consentono di concludere immediatamente che. Grafici di funzioni di due variabili. v) = 2u 2v 1 − u2 − v 2 . 1. v) = ϕS (u. v) ∈ D. u2 + v 2 + 1 u + v 2 + 1 1 + u2 + v 2 2. v. y.y0 . . u2 + v 2 + 1 u + v 2 + 1 u + v 2 + 1 che ricopre tutta la sfera tranne il polo nord (verificare che ` regolare!). f (u.7. v) sono. (D. almeno una derivata parziale non sar` nulla in P0 (e quindi anche in un intorno di P0 . v) = (0. 2 . M ` una e superficie regolare. in ogni punto. Data una funzione differenziabile di due variabili z = f (x. ∂z Fissata una costante reale c. y). v) e e ∂u ∂v ϕv (u. Sia w = g(x. v) = (u. il suo grafico ` l’insieme dei punti e M = {P ∈ R3 / P = (x.8.z0 ) = 0. ϕ). il paraboloide ellittico z = x2 + y 2 ed il paraboloide iperbolico (detto anche “superficie a sella”) z = x2 − y 2 sono superfici regolari. La funzione inversa prende il nome di proiezione stereografica dal polo nord della sfera sul piano. Una parametrizzazione locale che ricopre interamente M ` (D.

0). 3 sen u. (ellissoidi) (iperboloidi) (paraboloidi) Verificare che V ` un punto singolare del cono. che risolve l’equazione g(x. il cono ordinario di vertice V (0. Le principali famiglie di superfici rigate sono le seguenti. h(u. ossia tale che h(x0 . y). u ∈ I. y. w(u) = w0 ` un campo costante. Supponiamo che α(u) = (x(u). In generale. quindi. y0 ) = z0 e g(x. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . a2 b c 2 2 y z2 x M = {(x. una parametrize zazione locale della rigata delle tangenti ` data da: ϕ(u. v) ∈ I × R. z) ∈ R3 / (a. (u. 0) e generatrici parallele al vettore w0 = i + k. y0 ). una superficie rigata pu` avere punti singolari. ` parametrizzato da e ϕ(u.9. La superficie M . v. 1) ed avente come diretttrice la circonferenza α(u) = (cos u. (1 − v) sen u. v). Ad esempio. e Si verifica direttamente che tutti i punti di α sono singolari. dove: ϕu (u. v) = (2 cos u + v. – Coni generalizzati. v) = w(u). Esempio 5. v) = α(u) + v α (u). a b c x2 y 2 M = {(x. y0 ) = P0 . 2π) × R. y)) = c. z) = c. v)) individua una e parametrizzazione locale regolare e che ϕ(x0 . sono i punti in cui o ϕu (u. v) × ϕv (u. y(u) + v w2 (u). detto vertice del cono. Si riconosce facilmente se una parametrizzazione individua una rigata: le equazioni corrispondenti dipendono linearmente da uno dei due parametri. v) = α (u) + v w (u) e ϕv (u. v) = (u. e Ad esempio. y. y. y. 3 sen u. sia una curva regolare e che w(u) = w1 (u) i + w2 (u) j + w3 (u) k sia un campo vettoriale lungo α che non si annulla in nessun punto. 0. In questo caso. ` una superficie rigata avente α come direttrice. (u. z) ∈ R3 / 2 ± 2 − 2 = 1}. Come al solito. le generatrici passano tutte per un punto fisso. definita in un intorno di (x0 . b e c costanti reali strettamente positive). Se α ` la direttrice. 0) e per V . v) = 0. Sono caratterizzati dal fatto che le direttrici sono parallele fra di loro e. sen u. y(u). Sono le superfici formate dalle rette tangenti ad una data curva (non piana). z) ∈ R3 / 2 ± 2 − 2z = 0}. formata dalle rette passanti per i punti α(u) della curva e parallele a w(u). Una parametrizzazione di una superficie rigata ` e ϕ(x. 0. a b M = {(x. h(x. Superfici rigate.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 67 Si pu` allora applicare il teorema delle funzioni implicite: esiste una funo zione z = h(x. v) = ((1 − v) cos u. ϕ(u. z(u)). A questo punto ` facile verificare che ϕ(u. v) ∈ (0. Le e rette contenute in M sono le generatrici della rigata. in questa e parametrizzazione mancano i punti di una generatrice: quella passante per (1. z(u) + v w3 (u) . y) = x(u) + v w1 (u). y. – Cilindri generalizzati. Esempi di superfici regolari del tipo precedente sono le quadriche proprie: x2 y 2 z 2 + 2 + 2 = 1}. – Superfici inviluppo delle tangenti. v) ` la parametrizzazione locale e del cilindro ellittico avente come direttrice l’ellisse α(u) = (2 cos u.

2π). Le curve e coordinate ϕ(u0 . si escludono le intersezioni della a curva profilo con l’asse. Considerando un rapporo diverso dal precedente. passando ai rapporti. la parametrizzazione ` regolare.68 P. per esercizio. Superfici di rotazione. rispettivamente: x2 y 2 z 2 + 2 − 2 = 1. v) e ϕ(u. genera la superficie.M. Pertanto. v)×ϕv (u. per ricoprire i punti mancanti occorrono altre tre parametrizzazioni (quali?). r sen u . ad esempio. 0. Gandini. D = (0. Esempi importanti di superfici di rotazione (oltre alle sfere) sono i tori di rivoluzione. ` e sempre possibile supporre che α(u) = (x(u). per costruzione. di centro (a. si ottiene un insieme di rette (detto schiera di rette) che. Un generico punto di M sta su una circonferenza passante per un punto (x(u). Universit` di Torino a . Al variare di λ ∈ R. v) 2 = x(u)2 [x (u)2 +z (u)2 ]. 0. a2 b c x2 y 2 − 2 − 2z = 0. della circonferenza α(u) = (a + r cos u. Tra le varie quadriche considerate al termine dell’Esempio 5. (u. u ∈ I. si ricava: x − z = λ(1 − y) 1 + y = λ(x + z). x(u) sen v. (a+r cos u) sen v. rispettivamente. detto λ il comune valore costante dei rapporti. che l’iperboloide x2 + y 2 − z 2 = 1 ` rigato. 1−y x+z da cui. paralleli e meridiani. 2π)×(0. Per trovare una parametrizzazione locale di M . z(u)). v0 ) sono dette. una parametrizzazione della superficie di rotazione sar`: a ϕ(u. attorno all’asse z. 0) e raggio r. con 0 < r < a. aventi equazioni. che l’asse di rotazione coincida con l’asse z e che x(u) > 0.8. Verificare. e determinando le due schiere di rette che la generano. r sen u). Una parametrizzazione locale del toro ` (D. Questa parametrizzazione esclude un meridiano e un parallelo. si costrusce una nuova schiera di rette: per ogni punto dell’iperboloide passano due rette contenute nella superficie. a2 b Verifichiamo. e Scritta l’equazione nella forma (x − z)(x + z) = (1 − y)(1 + y). Essa ricopre M tranne i punti della curva profilo. v) = (a+r cos u) cos v. 0. Sia M la superficie che si ottiene ruotando una curva piana regolare α (curva profilo) attorno ad una retta a (l’asse di rotazione) complanare con α. che la superficie a sella z = x2 − y 2 ` rigata. z(u)). Garbiero – Appunti di Geometria III – Quadriche rigate. Dato che ϕu (u. z(u)) di α e di raggio x(u). S. Al fine di evitare possibili singolarit`. v) = (x(u) cos v.10. Esempio 5. ϕ). generati dalla rotazione. si trova: x−z 1+y = . v) ∈ I × (0. 0. due sono anche rigate: l’iperboloide ellittico (detto anche iperboloide ad una falda) e il paraboloide iperbolico. 2π). dove: e ϕ(u. sia una curva del piano Oxz.

anzi ci sono infinite curve che verificano e le condizioni precedenti. tale che: α(t0 ) = P0 e α (t0 ) = v. ad ogni punto α(t) della curva che sta in ϕ(D) corrispone de un unico punto (u(t). v0 ) e ϕv (u0 . Definizione 5. v0 ). ϕ) una parametrizzazione locale tale che P0 = ϕ(u0 . du dv e b= dt t0 dt si vede che v = aϕu (u0 .. Piani tangenti ad una superficie 69 Siano M una superficie parametrizzata ed α : I −→ R3 una curva tracciata sulla superficie. ∂v ∂v ∂v . v(t)) di D tale che: α(t) = ϕ(u(t). . ` perpendicolare al piano tangente TP M ). v(t)).Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 3. Ogni vettore v tangente alla superficie in P0 ` combinazione lineare del vettori ϕu (u0 . In tal caso. l’insieme dei vettori tangenti in P0 ` uno spazio e vettoriale di dimensione due. definita su un intervallo I e contenuta in M . . normale) alla superficie se X(P ) appartiene al piano tangente TP M (oppure. Si noti che tale curva non ` unica. detto piano tangente alla superficie in P0 .v0 ) dt t0 e quindi: v= Posto du dt t0 ∂x ∂y ∂z . z (t0 ) . y (t0 ). per un certo t0 ∈ I. che si indica con TP0 M . ogni curva tracciata su di una superficie ` (localmente) l’immagine e di una curva del piano. Consideriamo una parametrize zazione locale (D. In altri termini.. Dato un punto P0 ∈ M . cio` tale che α(I) ⊆ M . v(t)). e Dimostrazione. Un campo vettoriale X su una superficie parametrizzata M ` una funzione che assegna ad ogni punto P di M un vettore e 3 . ` Proprieta 5.v0 ) + dv dt t0 ∂x ∂y ∂z . Applicando la regola di derivazione delle funzioni composte.v0 ) dt t0 ∂v (u0 . sia (D. ossia: ϕ(D) ∩ α(I) = ∅.. La propriet` precedente ha due importanti conseguenze: a • l’insieme dei vettori tangenti ad una superficie in un suo punto ` uno e spazio vettoriale. Per definizione di vettore tangente. y(u(t). v0 ) sono linearmente e indipendenti. v(t)) = x(u(t). esiste una curva α(t) = ϕ(u(t). v0 ) e ϕv (u0 . i vettori ϕu (u0 . ∂u ∂u ∂u a= (u0 . t0 (u0 . ϕ) che “interseca la curva”. v0 ). v(t)).v0 ) . e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Fissato un punto P0 di M . v0 ).3. avente estremo iniziale in P . Dato che ϕ ` biiettiva. v(t)) tale che: α(t0 ) = P0 e v = α (t0 ) = x (t0 ). si ha: du dv ∂x ∂x + . v0 ) + bϕv (u0 . • se P0 ` un punto regolare. z(u(t).1. x (t0 ) = ∂u (u0 . diremo che un vettore v di R3 ` tangente e alla superficie in P0 se esiste una curva α. X(P ) di R Se la superficie ` regolare. un campo vettoriale X si dice tangente (ope pure.

M. F = ϕu · ϕ v . F e G della prima forma quadratica sono degli scalari che dipendono dalle coordinate del punto P . consideriamo una curva α(t) = ϕ(u(t). S. fissiamo un punto P di M e consideriamo una parametrizzazione locale (D. v) sono tangenti alla superficie. i campi vettoriali ϕu (u. al variare di P in ϕ(D) diventano funzioni (differenziabili) di u e v.8). x2 . e Se M ` la superficie di livello di una funzione g (vedi l’Esempio 5. Metrica su una superficie: prima forma quadratica In questa sezione verranno introdotti alcuni concetti di carattere metrico che consentiranno. Osservazione. nel seguito verr` spesso omessa a la dipendenza dei vettori da u e v. ϕ). v) + y2 ϕv (u. Dalla dimostrazione della Propriet` 5.1 si ricava che a du dv ϕu + ϕv v= dt dt e. mentre ϕu (u. Data una superficie regolare M . Gandini. v ∈ TP M . v) × ϕv (u. il determinante della matrice associata sar` strettamente a positivo: E F det = EG − F 2 > 0. poniamo E = ϕu · ϕ u = ϕu 2 . Si noti che i coefficienti E. ϕ) tale che P = ϕ(u. quindi: u = x1 ϕu (u. Se la superficie ` regolare. y1 . v) e. tra l’altro. F G La relativa forma quadratica u·u= u 2 = E (x1 )2 + 2F x1 x2 + G (x2 )2 viene detta prima forma quadratica fondamentale della superficie. v(t)). Calcoliamo il prodotto scalare di u e v: u · v = (x1 ϕu + x2 ϕv ) · (y1 ϕu + y2 ϕv ) = x1 y1 ϕu · ϕu + (x1 y2 + x2 y1 ) ϕu · ϕv + x2 y2 ϕv · ϕv .70 P.1 dice che essi sono combinazione a lineare di ϕu (u. G = ϕ v · ϕv = ϕv 2 e riscriviamo il prodotto scalare nella forma seguente: u · v = E x1 y1 + F (x1 y2 + x2 y1 ) + G x2 y2 . passante per P e tangente a v. il e ∂g ∂g e campo gradiente g = ∂x i + ∂y j + ∂g k ` normale alla superficie. v) e ϕv (u. v) e ϕv (u. v). v) ` normale. per certi scalari x1 . Al variare di u e v nel piano tangente. la Propriet` 5. ∂z 4. v = y1 ϕu (u. Allo scopo di semplificare le notazioni. per ogni parametrizzazioe ne locale (D. di introdurre una nozione intrinseca di distanza tra punti e di calcolare l’area di certe porzioni di superficie. l’espressione precedente individua una forma bilineare simmetrica su TP M . Dato che tale forma bilineare ` e definita positiva. v). Presi due vettori tangenti u. Seguendo la tradizione. Dato un vettore tangente v ∈ TP M . quindi du 2 du dv dv 2 v 2=E + 2F +G . Garbiero – Appunti di Geometria III Osservazione. v) + x2 ϕv (u. y2 . v). dt dt dt dt Universit` di Torino a .

L’angolo θ fra le due curve ` l’angolo formato dai rispettivi vettori tangenti in P e quindi e cos θ = α1 (t1 ) · α2 (t2 ) . v) ∈ R × (0. In questa formula. u) attorno all’asse z. Vediamo ora alcune importanti applicazioni della prima forma quadratica. i coefficienti della prima forma quadratica sono: E = G = 1 e F = 0.12. Pertanto i coefficienti della prima forma quadratica sono: E = a · a = 1. non possono essere globalmente isometrici. Per una spiegazione pi` precisa di queste u affermazioni. Osservazione. il cilindro ha le stesse propriet` metriche (angoli a e distanze) del piano. sen v. allora α1 = ϕu e α2 = ϕv e il loro angolo ` dato da e cos θ = ϕu · ϕv F =√ √ . di conseguenza. 0). Siano α1 e α2 due curve su M che si incontrano in un punto P = α1 (t1 ) = α2 (t2 ). cambiando eventualmente base. v) = (cos v. (u. Una parametrizzazione locale di M ` (vedi l’Esempio 5. v) = (− sen v. si ha l’espressione classica della prima forma quadratica: ds2 = E (du)2 + 2F dudv + G(dv)2 .10): e ϕ(u.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 71 Passando ai differenziali. si ha che ϕu = a e ϕv = b. 1) e ϕv (u. Usando la parametrizzazione locale dell’Esempio 5. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Il fatto che la prima forma quadratica del cilindro coincida con quella del piano (Esempio 5. Consideriamo il piano passante per un punto P0 e parallelo ai vettori a e b. v) = (0. G = b · b = 1.1. il cilindro ed il piano non sono omeomorfi e. in un intorno sufficientemeno te piccolo di un punto. α1 (t1 ) α2 (t2 ) In particolare. Esempio 5. si veda il capitolo 4 di [3]. in questo caso) sono ortogonali. ds2 ha il significato di lunghezza di un arco “infinitesimo” di curva tracciato sulla superficie. per ragioni di carattere topologico. ϕu ϕ v E G Da questa espressione si ottiene subito la seguente ` Proprieta 5. Angolo fra due curve su una superficie. Esempio 5. 2π). Notare che le linee coordinate (circonferenze e rette. Dato che tali vettori sono linearmente indipendenti.2.11. 0. u). Sia M il cilindro circolare retto ottenuto ruotando la retta α(u) = (1.11) implica che queste due superfici sono localmente isometriche: ci` significa che. D’altro canto. cos v. Le curve coordinate sono ortogonali se e solo se F = 0. Dato che ϕu (u. 0. possiamo sempre supporre che formino una base ortonormale. F = a · b = 0. se α1 e α2 sono curve coordinate.

Tenuto conto che vale l’identit` vettoriale u×v 2 = u 2 v 2 −(u·v)2 a (la dimostrazione ` semplice: basta scrivere i vettori come combinazione e lineare della base standard e calcolare direttamente il primo ed il secondo membro). v) dudv. Dato che ϕu × ϕv ` l’area di e un parallelogramma di lati ϕu e ϕv . Inoltre la e topologia metrica (Propriet` 1. Se M fosse sconnessa.3.M. Per una dimostrazione di questa propriet` non banale. Dato che (vedi l’Osservazione di pag. ϕ).7): e t2 t2 L(α) = t1 α (t) dt = t1 E du dt 2 + 2F dv du dv +G dt dt dt 2 dt.72 P. Garbiero – Appunti di Geometria III Distanza tra coppie di punti di una superficie. v) × ϕv (u.7 di [1]. La distanza di due punti P1 e P2 di M si definisce come l’estremo inferiore delle lunghezze degli archi di curva che congiungono i due punti. P2 ) = inf L(γ). si ha: (∗) ϕu × ϕv 2 = ϕu 2 ϕv 2 − (ϕu · ϕv )2 = EG − F 2 e quindi la formula per il calcolo dell’area diventa: A= D EG − F 2 dudv. Un arco di curva avente lunghezza minima tra due suoi punti si dice geodetica. Gandini. si veda il Teorema 10. le geodetiche del piano sono i segmenti e quelle della sfera sono gli archi di cerchio massimo. Sia α(t) = ϕ(u(t). Data una parametrizzazione locale (D. l’area della porzione ϕ(D) della superficie ` e A= D ϕu (u. γ dove γ ` una qualsiasi curva che unisce P1 a P2 .15) coincide con la topologia di M indotta a dalla topologia standard di R3 . Area di una porzione di superficie. 70) α (t) = dv du ϕu + ϕv . verifica tutte le condizioni e della Definizione 1. S. Supponiamo ora che la superficie sia connessa (Definizione 3.1). v(t)) un arco di curva che congiunge due punti P1 = α(t1 ) e P2 = α(t2 ) di M . L’ipotesi che la superficie sia connessa serve per garantire l’esistenza di una curva che passi per i due punti. a non ci sarebbero curve che congiungono punti appartenenti a componenti connesse distinte. Ad esempio. si prova che la funzione: d(P1 .7 e che quindi (M. dt dt la lunghezza dell’arco di curva ` (Definizione 4. Pi` u precisamente. supposto che l’integrale sia convergente. una motivazione intuitiva dell’espressione precedente ` che ϕu × ϕv dudv rappresenta l’area di una “porzione e infinitesima” di superficie. Universit` di Torino a . d) ` uno spazio metrico.

quando il punto di contatto con la superficie descrive una curva. perpendicolare al piano tangente. v) . v0 ).5 di pag.4 vale anche per le superfici. indicheremo con Nu e Nv i campi vettoriali aventi come componenti le derivate parziali delle componenti di N . 68.13. anche se ϕ(D) non ricopre tutta la sfera. In questo caso E = r2 . t0 Il campo vettoriale. v) × ϕv (u. 65.10 di pag. v) = ϕu (u. La parametrizzazione pi` conveniente ` quella data dalle coordinate sferiche. v) ∈ D. Calcoliamo l’area della sfera S 2 (r) di raggio r. sia α(t) = ϕ(u(t). Fissato un punto P di una superficie regolare M . e Come al solito. Sia v ∈ TP M un vettore tangente alla superficie in P e supponiamo che v = a ϕu (u0 . v0 )+b ϕv (u0 . introu e dotte nell’Esempio 5. v0 ). verr` introdotta la nozione di curvatura a Gaussiana. ϕ) tale che P = ϕ(u0 . Consideriamo la restrizione N (t) = N (u(t). Operatore forma: seconda forma quadratica In questa sezione. v(t)) del campo normale ai punti della curva α e calcoliamo la sua derivata nel punto P : come risultato otterremo un vettore che esprime la variazione del piano tangente quando ci si avvicina a P lungo la curva α. allo scopo di rendere precisa l’idea intuitiva che una superficie si “incurva” nello spazio. v(t)) una qualsiasi curva passante per P e tangente a v. v(t0 ) = v0 e du dt = a. N (u. consideriamo una parametrizzazione locale (D. Con semplici calcoli si ha che E = ϕu · ϕu = r2 cos2 v. ossia tale che: (∗) u(t0 ) = u0 . la parte mancante (una semicirconferenza pi` i poli) ` un insieme di area nulla e quindi non modifica u e il valore dell’integrale.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 73 Esempio 5. 5. Inoltre. A= D r2 cos v dudv = r2 0 cos v dv du = 4πr2 . Nu e Nv sono tangenti alla superficie in ogni punto del loro dominio (il Lemma 4. in ogni punto. rispetto ad u e v. v) (u. Applicando. L’area della sfera vale 2π F = ϕu · ϕv = 0. t0 dv dt = b. Esempio 5. con ovvie modifiche: quali?). ϕu (u. detto campo normale. ha norma unitaria ed `. individuato da un versore normale. G = (a + r cos u)2 A= D r(a + cos u) dudv = r 0 0 (a + r cos u) du dv = 4arπ 2 . Troviamo l’area del toro di rivoluzione usando la parametrizzazione dell’Esempio 5. e quindi 2π 2π F = 0. π 2 G = ϕv · ϕ v = r 2 . la regola Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . come al solito. −π 2 Si noti che. Dato che N ha norma costante. L’idea geometrica ` quella di considerare la variazione del piano e tangente.14. v) × ϕv (u.

v0 ) + b Nv (u0 . Universit` di Torino a Nu · ϕv + N · ϕvu = 0. . b) essendo combinazione lineare di Nu (u0 . w ∈ TP M . v0 ). v −→ SP (v) = −N (t0 ). si ha la tesi. Possiamo riassumere le affermazioni precedenti nella seguente ` Proprieta 5. v0 ) e Nv (u0 . m = −Nu · ϕv . SP ` un endomorfismo simmetrico di TP M . Allora: SP (v) · w = −(a1 Nu + b1 Nv ) · (a2 ϕu + b2 ϕv ) = −(a1 a2 Nu · ϕu + a1 b2 Nu · ϕv + a2 b1 Nv · ϕu + b1 b2 Nv · ϕv ). n = −Nv · ϕv . v0 ) t0 du dt + Nv (u0 .3. v0 ). indichiamo con l = −Nu · ϕu . Seguendo ancora una volta la tradizione. Derivando l’identit` N · ϕu = 0 rispetto a v e N · ϕv = 0 rispetto ad u. Una conseguenza della propriet` precedente ` che la forma bilineare: a e (v.74 P.M. si ha: a Nv · ϕu + N · ϕuv = 0. S. otteniamo: Nv · ϕu = −N · ϕuv = Nu · ϕv e quindi SP (v) · w = −[a1 a2 Nu · ϕu + (a1 b2 + a2 b1 )Nu · ϕv + b1 b2 Nv · ϕv ]. Essendo tale espressione simmetrica rispetto alle componenti di v e w. ` Proprieta 5. N (t0 ) ` tangente e alla superficie. Dimostrazione.4. Garbiero – Appunti di Geometria III di derivazione delle funzioni composte. per ogni v. Il calcolo precedente permette di trarre alcune importanti conclusioni: a) il vettore N (t0 ) dipende solo dal punto P e dal vettore v e non dalla curva che interviene nel calcolo. ossia: e SP (v) · w = v · SP (w). Dati v. l’operatore forma prende il nome di applicazione di Gauss–Weingarten. supponiamo che v = a1 ϕu + b1 ϕv e w = a2 ϕu + b2 ϕv . w ∈ TP M. c) N (t0 ) dipende in modo lineare dalle componenti di v. ` un endomorfismo del piano tangente. In molti testi. tenuto conto delle condizioni iniziali (∗). Dato che ϕuv = ϕvu . La funzione SP : TP M −→ TP M. v(t)) dt = Nu (u0 . detto operatore forma in P . w) ∈ TP M × TP M −→ SP (v) · w ∈ R ` simmetrica. v0 ) t0 dv dt t0 = a Nu (u0 . Gandini. e Osservazione. otteniamo: N (t0 ) = dN (u(t). Il segno meno ha il solo scopo di semplificare alcune formule successive. La forma quadratica associata e v = aϕu + bϕv −→ SP (v) · v = −(a2 Nu · ϕu + 2ab Nu · ϕv + b2 Nv · ϕv ) si dice seconda forma quadratica fondamentale della superficie in P .

2 EG − F EG − F 2 La seconda colonna della matrice di Sp si ottiene in modo analogo a partire da SP (ϕv ) = −Nv : a11 = a12 = Gm − F n . in generale. v) = (−r cos v cos u. sen v) ϕuu (u. si ottengono le seguenti espressioni equivalenti dei coefficienti: l = N · ϕuu . in ogni punto del piano. e quindi: l = N · ϕuu = −r cos2 v. il campo vettoriale normale N = a × b ` costante e.11). ϕuv (u. EG − F 2 a22 = En − F m . Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica .Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 75 i coefficienti della seconda forma quadratica. Dalla definizione stessa dell’operatore forma ricaviamo che SP (ϕu ) = −Nu e quindi: l = −Nu · ϕu = SP (ϕu ) · ϕu = (a11 ϕu + a21 ϕv ) · ϕu = a11 ϕu · ϕu + a21 ϕv · ϕu = a11 E + a21 F. v0 ). v) = (cos v cos u. v) = (−r cos v cos u. −r sen v). In modo analogo. N (t) = 0. n = N · ϕvv . Sia a11 a12 a21 a22 la matrice dell’endomorfismo SP rispetto alla base {ϕu (u0 .13 si era visto che E = r2 cos2 v. Nell’Esempio 5. e Esempio 5. v0 )} di TP M . cos v sen u. non ` detto e e che la matrice sia simmetrica.5). Sotto queste ipotesi. F = 0. tale base non ` ortonormale. EG − F 2 m = N · ϕuv . ` l’endomorfismo nullo. Risolvendo il sistema lineare (nelle incognite a11 e a21 ) Ea11 + F a21 = l F a11 + Ga21 = m si trova: Em − F l Gl − F m . Consideriamo la sfera S 2 (r) parametrizzata mediante le coordinate sferiche (Esempio 5. si ottiene la relazione m = a11 F + a21 G. Con semplici calcoli si trova che N (u. G = r2 . −r sen v cos u. −r cos v sen u. in ogni punto e rispetto a qualsiasi curva.16. Derivando l’identit` N · ϕu = 0 a rispetto ad u e N · ϕv = 0 rispetto a v. e quindi. n = N · ϕvv = −r. a21 = . ϕv (u0 . 0). Di conseguenza l’operatore forma. 0).15. Consideriamo il piano passante per un punto P0 e parallelo ai vettori a e b che formano una base ortonormale (vedi l’Esempio 5. −r cos v sen u. Dato che. Esempio 5. ϕvv (u. v) = (r sen v sen u. m = N · ϕuv = 0.

Gandini. e2 } di TP M formata da autovettori. Di conseguenza. r r r Notare che in questi due esempi la curvatura Gaussiana ` costante: nulla. 2) La curvatura Gaussiana di M in P `: e K(P ) = k1 (P ) k2 (P ). dall’Esempio 5. ` diagoe nale: k1 (P ) 0 . in ogni punto della o e sfera. 75). ha autovalori reali a ed ` diagonalizzabile. in ogni punto. il polinomio caratteristico dell’endomorfismo ` e p(λ) = det a11 − λ a12 a21 a22 − λ = λ2 − (a11 + a22 ) λ + a11 a22 − a12 a21 .M. a22 = − . . a12 = a21 = 0. Le curvature Gaussiana e media sono. SP (e1 ) = k1 (P ) e1 .4). Osservazione. H = − . k1 = k2 = − Considerata la matrice di SP rispetto alla base {ϕu . Gaussiana e media Abbiamo visto nella sezione precedente che l’operatore forma ` un ene domorfismo simmetrico (Propriet` 5. In tal caso. ` e e sempre possibile trovare una base ortonormale {e1 . Nel caso della sfera di raggio r. Curvature principali. 6. In tal caso. ossia l’operatore forma `. Universit` di Torino a def. associate alle direzioni principali di curvatura e1 ed e2 . 75. SP (e2 ) = k2 (P ) e2 . 0 k2 (P ) Definizione 5. negativa nel secondo. scambiando u e v). Garbiero – Appunti di Geometria III Inserendo tali dati nelle espressioni di pag. proporzionale all’endomorfismo identico. 3) La curvatura media di M in P `: e H(P ) = k1 (P ) + k2 (P ). H si muta nel suo opposto mentre K resta invariata. il determinante e la traccia dell’endomorifismo SP . rispetto alla base di autovettori. def. 1 2 1 e K = 2. e la matrice dell’endomorfismo SP . cambiando parametrizzazione locale (per esempio. S. r r Ci` significa che SP = −1/rId. k1 e k2 possono cambiare segno. e nel primo caso. rispettivamente.15). Quindi: k1 = k2 = 0 e K = H = 0.16 si deduce immediatamente che. 1) k1 (P ) e k2 (P ) sono le curvature principali di M in P . L’operatore forma del piano ` l’endomorfismo nullo in e ogni punto (Esempio 5.4. Si noti che.17. Indicati con k1 (P ) e k2 (P ) gli autovalori di SP .76 P. si vede che gli elementi della matrice dell’operatore forma sono: 1 1 a11 = − . ϕv } (vedi pag. Esempio 5.

I coefficienti delle due forme quadratiche fondamentali sono: E = 1 + v2. 2 1+v 1 + v2 Fissato un punto P0 = ϕ(0. cerchiamo una base ortonormale di autovettori dell’operatore forma SP0 .18. v sen u. dove (x1 . u). Gli autovettori dell’endomorfismo SP0 . sono le radici dell’equazione: 1 λ2 − =0 (1 + v 2 )2 e valgono: 1 1 k1 (P ) = − . sen u. relativi all’autovalore k1 (P0 ) = −1/2. scritte le equazioni in forma parametri−− −→ ca della retta passante per P e parallela al vettore P P . u) un generico punto dell’asse z e P (cos u. Le curvature Gaussiana e media di una superficie sono date da: En − 2F m + Gl ln − m2 . 1. k2 (P ) = . si trova che una parametrizzazione locale dell’elicoide `: e ϕ(u. 75 si ha la matrice: √ 0 √ 2 4 2 2 0 . K= 2 EG − F EG − F 2 Esempio 5. 0. Calcoliamo le curvature di questa superficie. In primo luogo ` nee cessario trovare la matrice di SP0 rispetto alla base ϕu (0. 1) = (0. Sostituendo agli aij le loro espressioni in funzione dei coefficienti delle due forme quadratiche fondamentali (vedi pag. 0. F = 0. le curvature principali sono le radici dell’equazione caratteristica λ2 − H λ + K = 0. 1) + x2 ϕv (0. m= √ 1 . in un punto generico dell’elicoide. 75). 1) dell’elicoide. sono i vettori v = x1 ϕu (0. 1) = (1. v) ∈ R × R. x2 ) ` una soluzione e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . L’elicoide ` la superficie generata dalle rette perpene dicolari all’asse z e passanti per i punti dell’elica α(u) = (cos u.5. Sappiamo gi` che i suoi autovalori a (le curvature principali in P0 ) sono k1 (P0 ) = −1/2 e k2 (P0 ) = 1/2. K=− (1 + v 2 )2 Le curvature principali. (u.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 77 Tenuto conto che K = a11 a22 − a12 a21 e H = a11 + a22 (vedi l’Osservazione di 76). u) il corrispondente punto dell’elica.5. Occorre diagonalizzare tale matrice. si ha la ` Proprieta 5. 1) e ϕv (0. Dopo aver calcolato il valore dei coefficienti delle due forme quadratiche in SP0 . v) = (v cos u. u ∈ R. 0). si trovano le a curvature Gaussiana e media: 1 . applicando le formule di pag. u). H= . 1 + v2 Sostituendo tali espressioni nelle formule della Propriet` 5. sen u. Detti P (0. 1). G = 1. H = 0. l = n = 0.

Consideriamo il cilindro circolare retto descritto dalla parametrizzazione locale dell’Esempio 5. Dato che siamo interessati ad una base ortonormale. k2 = 1. 1) = ( 2. − sen v. t ∈ R. 0). − sen v.78 P. e Universit` di Torino a 1 2 x2 =0 . 76): √ 1 x1 + 42 x2 2 √ 2 1 2 x1 + 2 x2 =0 = 0. Gandini. . 1) o e anche. e2 = v2 2 2 2 Si noti che e1 e e2 sono perpendicolari (conseguenza di una propriet` vaa lida per tutti gli endomorfismi simmetrici) e quindi individuano una base ortonormale di autovettori di SP0 . v1 2 2 2 In modo del tutto analogo. M ` detta pseudo–sfera. occorre passare al versore: √ v1 2 1 1 e1 = = − . Trovare i punti singolari di M e verificare che la curvatura Gaussiana ` e costante e vale K = −1.20. π). 1. attorno all’asse z. 0 1 Poich` tale matrice ` gi` in forma diagonale ed ` anche ortogonale.M. l’autospazio relativo all’autovalore k2 (P0 ) = 1/2 si trova risolvendo il sistema: 1 − 2 x1 + √ 2 2 x1 √ 2 4 x2 =0 − √ √ Una base ` data dall’autovettore v2 = ϕu (0. . Le curvature Gaussiana e media sono: K = 0 e H = 1.19. si ha: l = m = 0 e n = 1. Ad per esempio. Le curvature principali. 0. . ϕv } ` una base ortonormale di autovettori in ogni punto del cilindro. si deduce e e a e che {ϕu . Per questo motivo. cos u + ln(tg u/2) . si ha l’autovettore √ √ v1 = ϕu (0. vedi pag. . 1) = (− 2. soluzioni dell’equazione λ2 − λ = 0. Esempio 5. in cui si era visto che E = G = 1 e F = 0. rispetto alla base ϕu . per t = 1. La soluzione generale del sistema ` e x1 = t √ x2 = − 2 t. in un generico punto del cilindro. S. 1).12. . Sia M la superficie che si ottiene ruotando la curva trattrice α(u) = sen u. 1) + 2 ϕv (0. 0) e ϕuu = ϕuv = (0. La matrice dell’operatore forma. ϕv ` e 0 0 . Dato che N = ϕu × ϕv = (− cos v. normalizzando: √ 2 1 1 v2 = . 0). 0. Una base del relativo autospazio si ottiene scegliendo una soluzione particolare. Garbiero – Appunti di Geometria III non nulla del sistema lineare omogeneo (ottenuto ponendo λ = −1/2 nella matrice usata per il polinomio caratteristico. valgono k1 = 0. 1. e Esercizio 5. ϕvv = (− cos v. u ∈ (0. 1) − 2 ϕv (0.

l’osservazione precedente ` un’interpretazione geometrica della seconda forma quadratica e fondamentale. il versore normale a γ ` contenuto nel piano π ed ` quindi parallelo a N (s0 ). Dato che kn (u) non dipende dalla curva che interviene nel calcolo. entrambi di norma unitaria: N (s). parametrizzata con l’ae scissa curvilinea. In tal caso. la sezione normale determinata da P ed u ` la curva γ(s). passante per P e tangente a u. tuttavia quando ` costante fornisce un’informazione di carattere geometrico. Quindi: β(s0 ) = P e β (s0 ) = u. si ricava: a −β (s)·N (s) = β (s)·N (s) = T (s)·N (s) = k(s)Nβ (s)·N (s) = k(s) cos θ(s). e Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica def. Tutte le curve tracciate su una superficie M che hanno la stessa tangente in un punto P determinano la stessa curvatura normale in P . si ha che kn (u) = ±kN (s0 ). da cui. Derivando questa espressione rispetto ad s. Si noti che. Un’altra importante conseguenza ` il classico e Teorema 5. e Calcoliamo ora la seconda forma quadratica in corrispondenza al versore u. abbiamo: SP (u) · u = SP (β (s0 )) · β (s0 ) = −N (s0 ) · β (s0 ) = k(s0 ) cos θ(s0 ). Possiamo considerare due campi vettoriali definiti lungo β. Osservazione. Curvature normali 79 In questa sezione verr` presa in esame la relazione tra la curvatura Gausa siana e la curvatura delle curve tracciate su una superficie.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 7. Tenuto conto delle condizioni iniziali e della definizione di SP . il primo membro dipende solo da P e da u e non dalla curva β. possiamo ricorrere a delle curve speciali. parametrizzata mediante l’ascissa curvilinea. un campo ortogonale alla superficie e Nβ (s) il campo normale alla curva (vedi a pag. Indicato con π il piano ortogonale alla superficie passante per P e parallelo ai vettori N (s0 ) e u. si ha che cos θ(s) = N (s) · Nβ (s).5. 48). β (s) ` un campo tangente alla superficie e e e quindi: β (s) · N (s) = 0. si trova: β (s) · N (s) + β (s) · N (s) = 0. Ci` conseno tir` di dare un significato geometrico alla seconda forma quadratica ed alle a curvature principali. Fissati un punto P della superficie M ed un versore u ∈ TP M . sia β(s) una curva tracciata su M . e Dato che β(s) ` una curva su M . . dove k(s) ` la curvatura di β. La curvatura normale di una superficie M nella direzione di un versore u ∈ TP M ` e kn (u) = k(s0 ) cos θ(s0 ). la seguente definizione ` e geometricamente motivata. che si ottiene intersecando M con π. Il segno della curvatura normale dipende dal vettore u. per un certo s0 appartenente al dominio di β. tenuto conto della prima formula di Frenet (Propriet` 4. Di e e conseguenza. per definizione di operatore forma.6 (di Meusnier). ossia: la curvatura normale coincide (a meno del segno) con la curvatura della sezione normale. Nγ (s0 ) = ±N (s0 ) e cos θ(s0 ) = ±1. Se θ(s) ` l’angolo fra i versori N (s) e Nβ (s). Definizione 5. Ricordato che kn (u) = SP (u) · u. Di conseguenza.6). Detta kN la curvatura della sezione normale.

E molto pi` semplice applicare la formula di u Eulero. Ogni versore u ∈ TP M si pu` scrivere nella forma: u = cos θ e1 + sen θ e2 . dove θ ` o e l’angolo fra u e e1 . e Ci sono due possibilit`. u2 = j e u3 = i + j. nell’origine. tutte le direzioni e e sono principali e l’operatore forma SP = c Id ` il prodotto di uno scalare e per l’endomorfismo identico. in un punto qualsiasi. dato che la sezione normale ` una circonferenza di raggio 1. una retta nel terzo caso) hanno equazione: β1 (t) = (t. e2 } una base ortonormale di autovettori di SP M . ` Proprieta 5. non ` facile calcolare la curvatura normale passando ate ` traverso le sezioni normali. Le curvature normali coincidono con le curvature di queste curve nell’origine: kn (u1 ) = −2.M. la sezione e normale. t2 ). 0. Dimostrazione.7. β3 (t) = (t. se kn (u) < 0.21. Sia {e1 . nei primi due casi. Se M ` il cilindro con la parametrizzazione dell’Esempio 5. la superficie si “incurva” nella direzione opposta a quella N (s0 ). determinata dal versore k ` un meridiano. −t2 ). Si noti che le curvature hanno segni diversi: ci` conferma che. In generale. Ci` significa che la superficie si “incurva” nella o stessa direzione di N (s0 ). In alcuni casi particolarmente semplici. In tal caso. e quindi kn (k) = 0. Invece la curvatura normale nella diree zione di un versore u tangente ad un parallelo vale 1. Calcoliamo le curvature normali nell’origine e nella direzione dei versori u1 = i. per ogni u ∈ TP M .19. P si dice punto ombelicale. β2 (t) = (0. e cio` una retta. Garbiero – Appunti di Geometria III Se kn (u) > 0. t. t. Vale la seguente formula di Eulero. kn (u2 ) = 2. per ogni u ∈ TP M . la sella si incurva in modo diverso al o variare della direzione. Basta calcolare la curvatura normale. kn (u) ` costante. a • k1 (P ) = k2 (P ) = c. si ha che N (s0 ) = Nγ (s0 ) per ogni sezione normale γ passante per P . ricordando il suo significato geometrico (vedi pag. S. La derivata della formula di Eulero ` kn (θ) = k2 (P ) − k1 (P ) sen(2θ). 79): kn (u) = SP (u) · u = SP (cos θ e1 + sen θ e2 ) · (cos θ e1 + sen θ e2 ) = [cos θ SP (e1 ) + sen θ SP (e2 )] · (cos θ e1 + sen θ e2 ) = [cos θ k1 (P ) e1 + sen θ k2 (P ) e2 ] · (cos θ e1 + sen θ e2 ) = k1 (P ) cos2 θ + k2 (P ) sen2 θ. ` possibile troe vare direttamente le curvature normali. 0). Esempio 5. Gandini. Le sezioni normali (parabole. Universit` di Torino a . kn (u) = k1 (P ) cos2 θ + k2 (P ) sen2 θ. e Sia M la superficie a sella z = x2 − y 2 . kn (u3 ) = 0. Ovviamente.80 P. Poich` kn = 0.

• Se invece K(P ) = 0. nell’intorno di un suo punto. e si annulla in due direzioni particolari dette direzioni asintotiche. 1) e nella direzione del √ vettore v = 2 i + 2 j + 2 k. Per questo motivo. P si dice punto planare. −1). 10 2 2 2 10 Applicando la formula di Eulero. • Se K(P ) < 0.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 81 • k1 (P ) = k2 (P ). 77 e calcoliamo la curvatura normale dell’elicoide nel punto P0 = ϕ(0. se 0 < u < π/2 oppure 3π/2 < u < 2π (la parte “esterna”) i punti sono ellittici. 2. si ha: √ √ √ 10 √ 2 1 1 10 cos θ = u · e1 = ( 2. Intuitivamente. = . nella direzione del vettore v. un punto P in cui K(P ) > 0 si dice ellittico. 1. Dalla formula di Eulero si vede che kn ha lo stesso segno in ogni direzione: tutte le sezioni normali si incurvano allo stesso modo ed il piano tangente in P non attraversa la superficie. ha la stessa forma della superficie a sella vicino all’origine. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . Esempio 5.22. Il segno della curvatura Gaussiana consente di avere un’idea della forma di una superficie. ci sono due possibilit`. Riprendiamo l’Esempio 5. Classifichiamo i punti del toro di rivoluzione. Per questo motivo. r(a + r cos u) Quindi: se u = π/2 oppure u = 3π/2 i punti del toro sono parabolici. 1) = 2/2 (0. a seconda delle direzioni. rispettivamente. la e curvatura normale ` nulla in una direzione (detta direzione asintotica) e ed ha segno costante in tutte le altre. in un intorno di P . a La prima ` che solo una curvatura principale sia nulla: in tal caso. le curvature principali hanno segno opposto e quindi kn cambia di segno. Allora kn si annulla solo per θ = 0 e per θ = π/2. • Se K(P ) > 0. le curvature principali hanno lo stesso segno. La seconda possibilit` ` che tutte e due le curvature principali siano ae nulle: l’operatore forma ` nullo e la superficie assomiglia localmente ad e un piano. si trova che la curvatura Gaussiana del toro ` e cos u K= . che corrispondono ad e1 ed e2 .√ superficie si incurva nella la stessa direzione del versore normale N (0. Esempio 5.18 di pag. 2) · − . se π/2 < u < 3π/2 (la parte “interna”) i punti sono iperbolici. Il piano tangente attraversa la superficie che. Usando la parametrizzazione di pag. Localmente la superficie assomiglia ad un cilindro e P si dice punto parabolico. in un intorno di P la superficie ha la stessa forma di un ellissoide. In questo caso. 68. . si ottiene: 1 1 1 9 2 kn (u) = − · + · = . 2 10 2 10 5 da cui si vede che. Ci` significa che le direzioni o principali di curvatura sono quelle in cui la superficie ha la massima o la minima curvatura e che le curvature principali sono il valore massimo e minimo delle curvature normali. P si dice punto iperbolico.23. Indicato con u il versore di v.

per ogni e P ∈ M. ma non entrambi. le curvature principali. l’intersezione della superficie con certi piani paralleli al piano tangente ` proprio una coppia di iperboli. fissata una parametrizzazione (D. e ossia una conica degenere di tipo parabolico. S. e • Se P ` un punto iperbolico. Resta da provare il viceversa: se una superficie ` formata solo da punti ombelicali allora ` parte di un piano o di e e una sfera. non ` escluso il caso in cui M sia l’unione di un pezzo di piano e e di un pezzo di sfera. Teorema 5. Gandini. di carattere locale. Terminiamo questa sezione caratterizzando i piani e le sfere come le uniche superfici i cui punti sono tutti ombelicali. se P ` planare. • Se P ` un punto ellittico. ϕ(D) ` parte di e e un piano (o di una sfera). consiste nel far vedere che. DP coincide con una coppia di rette parallele. e Universit` di Torino a . Successivamente si prova che. La dimostrazione si divide in due parti. non solo coincidono punto per punto. DP e non ha punti reali. dove {e1 .82 P. L’intersezione della superficie u con un piano parallelo (e ‘‘vicino”) al piano tangente ` proprio un’ellisse. Sia M una superficie regolare connessa. La prima.17). ma hanno lo stesso valore in ogni punto di ϕ(D). Infine. v).M. k1 e k2 hanno segno opposto e DP ` una e e coppia di iperboli aventi gli stessi asintoti. Posto v = x1 e1 + x1 e2 . per ogni e P ∈ M. e2 } ` una base ortonormale di autovettori e dell’operatore forma. iniziamo col far vedere che la funzione λ(P ) = k1 (P ) = k2 (P ) ` costante su ϕ(D). diverso da zero). Per eliminare questa possibilit` ` necessario far a e intervenire l’ipotesi topologica: nella seconda parte della dimostrazione. Dato che una parametrizzazione locale pu` non ricoprire interamente la o superficie. si vede subito che le equazioni di DP sono: k1 (P )x2 + k2 (P )x2 = ±1. di carattere globale. se il valore (costante) delle curvature principali ` zero (oppure. Garbiero – Appunti di Geometria III Un’ulteriore motivazione della terminologia precedente si ha considerando il seguente insieme di vettori tangenti: DP = {v ∈ TP M / SP (v) · v = ±1}. Sappiamo gi` che tutti i punti del piano e della sfera a sono ombelicali (vedi l’Esempio 5. In questo caso. k1 e k2 hanno lo stesso segno e DP ` un’ellisse e e reale (pi` un’ellisse a punti immaginari). allora o ` un piano e e o ` una sfera. si prova che.8. Esaminiamo le varie possibilit` a in relazione al segno delle curvature principali. e Data una parametrizzazione locale (D. e • Se P ` un punto parabolico. ϕ). (2) M ` parte di una sfera se e solo se k1 (P ) = k2 (P ) = 0. Dimostrazione. le cui direzioni coincidono con le direzioni asintotiche. Allora: (1) M ` parte di un piano se e solo se k1 (P ) = k2 (P ) = 0. ϕ) tale che P = ϕ(u. 1 2 Si tratta di una coppia di coniche (eventualmente a punti immaginari) che prende il nome di indicatrice di Dupin. se la superficie ` connessa.

v) e sta in un piano. Ricordato che SP (ϕu ) = − Nu e SP (ϕv ) = − Nv (vedi pag. k − 1. v) − C = λ0 In conclusione. α(0) = P0 e α(1) = P (Teorema 10. basta notare che la funzione (ϕ(u. a • λ(P ) = 0. . 1]. Utk formano un ricoprimento finito di α([0. λu = λv = 0. v) + 1/λ0 N (u. 74). otteniamo e Nuv = −λv ϕu − λϕuv . ϕt ) per cui α(t) sta nell’aperto Ut = ϕt (Dt ). per ogni P ∈ ϕ(D). Essendo tale intervallo compatto (Esempio 3. v) = N0 ` un campo costante. γ(u. . . 1]) per cui: P0 ∈ Ut1 . ` possibile costruire una curva α. Derivando la prima uguaglianza rispetto a v e la seconda rispetto ad u (notare che λ(P ) ` una funzione di u e v). fissiamo un punto P0 = ϕ(u0 . v0 ) e verifichiamo che i vettori ϕ(u. Faremo vedere che se P0 sta su un piano (oppure una sfera). . si vede subito che le sue derivate parziali sono nulle. Verifichiamo che P sta su una sfera di raggio r = 1/|λ0 |. P ∈ Utk . Poich` α ` e e continua. i = 1. Consideriamo la funzione (a valori in R3 ) γ(u. v) − P0 e N0 sono perpendicolari. Uti ∩ Uti+1 = ∅. Fissiamo un punto P0 di M e consideriamo un generico punto P della superficie. Per provare che P = ϕ(u. . ϕu e ϕv e sono linearmente indipendenti e.3. Dato che M ` connessa. Di conseguenza: SP (ϕu ) = λ(P ) ϕu e SP (ϕv ) = λ(P ) ϕv . Nvu = −λu ϕv − λϕvu . 1] con un numero finito di e −1 (U ). Tenuto conto delle condizioni (∗). si ricava che Nu = Nv = 0 e. e Passiamo alla seconda parte della dimostrazione. • λ(P ) = λ0 = 0. definita sule e l’intervallo [0. da cui si ricava λv ϕu − λu ϕv = 0. Fissato un numero reale t ∈ [0. v) = C ` e un punto fisso tale che: 1 N (u. . . gli aperti Ut1 . α−1 (Uti ) ∩ α−1 (Uti+1 ) = ∅. anche P sta sullo stesso piano (o sulla stessa sfera). v) · N0 = 0. Quindi. v) · N0 = 0. Al variare di t. v) − P0 ) · N0 (ϕ(u. i = 1.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 83 L’ipotesi che ogni punto sia ombelicale implica che l’operatore forma sia il prodotto di uno scalare per l’identit` ed ogni vettore (non nullo) sia un autoa vettore. . 1]. = ϕv (u. esiste una parametrizzazione locale (Dt . .7 di [1]). α−1 (Ut ) ` un aperto di [0. ϕ(D) ` parte di una sfera di centro C e raggio r. si trova: (∗) Nu = −λ(P ) ϕu . Da (∗). ϕ(u. . 1 ∈ α−1 (Utk ). . . α−1 (U ) che verificano le seguenti condizioni: aperti α t1 tk 0 ∈ α−1 (Ut1 ). 1]. v) − P0 ) · N0 ` costante (e. Nv = −λ(P ) ϕv . 1]) ⊆ M . v) = ϕ(u. v) − P0 ) · N0 u v = ϕu (u. Dato che la superficie ` regolare. v). Di conseguenza. questi insiemi fore mano un ricoprimento aperto dell’intervallo [0. quindi. ossia: λ ` costante su e ϕ(D). k − 1. per ogni P ∈ ϕ(D). Ci sono due possibilit`. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . N (u. 1]. quindi. . tale che: α([0. nulla) dato che e (ϕ(u.28). ` possibile ricoprire [0. . v) = r. quindi. A tal fine. .

+∞) × (0. Dato che due aperti successivi Uti e Uti+1 hanno intersezione non vuota. v) = √ 1 + u2 . G = ϕv × ϕv = u2 . 0) e nella direzione del versore tangente alla curva γ(t) = ϕ(t. u sen v. v) = − cos v i − sen v j + u k. Pertanto e l’ultimo aperto della catena Utk deve essere dello stesso tipo del primo Ut1 . u cos v. 8. a) Costruire una parametrizzazione locale della superficie M e trovare gli eventuali punti singolari. H= . Dato che ϕu (u. I coefficienti della prima forma quadratica sono: 1 + u2 . v) = (cos v. v) = (−u sen v. 0. ). Per trovare i punti critici. sen v.7). Gandini. Ripetendo lo stesso ragionamento per ogni punto della superficie. S. in accordo con il risultato precedente.M. u ϕu × ϕv 1 N= =√ (− cos v. una parametrizzazione locale della superficie ` data da: e ϕ(u. 0). ` necessario trovare la matrice dell’operatore forma nel a e Universit` di Torino a . 77. ϕu × ϕv 1 + u2 Dato che 1 u l = N · ϕuu = − √ . 1 − t2 ). F = ϕu × ϕv = 0. Garbiero – Appunti di Geometria III Nella prima parte della dimostrazione si ` visto che ogni aperto Ut ` un e e pezzo di piano o di sfera. ϕv (u. 0). b) Trovare la curvatura Gaussiana e media in un punto qualsiasi di M . cos v. Soluzione. 0. calcoliamo 1 ϕu (u. u). non ` possibile che siano di tipo diverso. A tal fine. Esercizi svolti sulle superfici Esercizio 5. −u sen v. 2π). Per calcolare i coefficienti della seconda forma fondamentale. u2 Notare che EG−F 2 = 1+u2 = ϕu ×ϕv 2 . rispettivamente: 1 1 K=− . c) Calcolare la curvatura normale nel punto P0 (1. b) Si applicano le formule di pag. occorre trovare le derivate seconde ed un campo unitario normale alla superficie: 1 ϕuu = (0. m = N · ϕuv = 0. (u. v) = (u cos v.84 P. non ci sono punti singolari. ϕuv = (− sen v. ln u) attorno all’asse z. ln u).10. ϕvv = (−u cos v. (1 + u2 )2 u (1 + u2 )3 E = ϕ u × ϕu = c) Per poter calcolare la curvatura normale mediante la formula di Eulero (Propriet` 5. 0. − 2 ). 2 u 1+u 1 + u2 le curvature Gaussiana e media valgono. 0) u e cerchiamo per quali valori dei parametri si annulla il prodotto vettoriale ϕu (u.24. basta vedere quando si annulla il modulo del prodotto vettoriale. − sen v. a) Seguendo l’Esempio 5. Sia M la superficie generata dalla rotazione della curva α(u) = (u. si ha la tesi. n = N · ϕvv = √ . v) × ϕv (u. v)×ϕv (u. v) ∈ (0.

e2 = j.Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici 85 punto P0 e costruire una base ortonormale di TP0 M formata da autovettori. 0) = ϕu (1. 0). a) Trovare la curvatura Gaussiana e media in un punto qualsiasi di M . cos u. ϕv (1. e ϕv (u. v) = (− sen u − v cos u. Poich` tale matrice ` gi` diagonale. 1). 1) e ϕv (1. Dalla dimostrazione della Propriet` a 5. − sen u − v cos u. Soluzione. Sia M la superficie descritta dalla parametrizzazione locale ϕ(u.25. 0): √ √ 2 2 . v) = (cos u − v sen u. 0)+ t=1 dv dt ϕv (1. (u. ϕuv = (− cos u. c) Calcolare la curvatura della sezione normale determinata dal punto P0 e √ dal versore u = 1/2 (−j + 3 k). v) ∈ R2 . E = 2. 1). 0. F = 0. 0). Per semplificare i calcoli. 75 si trova che la matrice di SP0 . n = . v) = (− sen u. cos u − v sen u. a) Dato che ϕu (u. 0) = (1. −2. 0). conviene esprimere i coefficienti delle due forme quadratiche in P0 = ϕ(1. t=1 √ Il corrispondente versore ` u = 6/6(1. l = − 2 2 Dalle formule di pag. 0). non resta che normalizzare la una base precedente: e1 = 22 (i+k). Per avere √ base ortonormale. F = 1. 1 + 2v 2 i coefficienti della seconda forrma quadratica sono: 1 + v2 1 l = −√ . m = −√ . Di che superficie si tratta? b) Determinare le curvature principali e le direzioni principali di curvatura nel punto P0 = ϕ(0. La curvatura normale nella e direzione del versore u si ottiene dalla formula di Eulero. 1). 1. Inoltre. 0) ` una base ortogonale di e autovettori. G = 1. − sen u. i coefficienti della prima forma quadratica sono: E = 1 + v 2 .1 si vede che il vettore tangente alla curva γ in P0 = γ(1) `: e γ (1) = du dt ϕu (1. 1 + 2v 2 1 + 2v 2 e le curvature Gaussiana e media valgono: K=− 1 . essendo ϕuu = (− cos u + v sen u. sen u + v cos u. v). −2. si ha immediatamente che le curvature e e a √ √ principali in P0 (gli autovalori) sono k1 (P0 ) = − 2/4 e k2 (P0 ) = 2/2. 0). −v). kn (u) = − 4 3 2 3 4 Esercizio 5. (1 + 2v 2 )2 H=− n = 0. sen u + v cos u. tenuto conto che √ cos θ = u · e1 = 1/ 3: √ √ √ 2 1 2 2 2 · + · = . Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica . 0). m = 0. 0) = (1. rispetto alla base {ϕu (1. 0. 0)−2ϕv (1. 0) = (0. N = √ (cos u − v sen u. G = 2. 0)} `: e − 42 0 √ √ 0 2 2 . 2v 2 (1 + 2v 2 )3 . mentre ϕu (1. 1 ϕvv = (0.

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P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III

Le funzioni che individuano la parametrizzazione locale sono lineari rispetto alla variabile v: ci` significa che M ` una superficie rigata (Esempio o e 5.9). Pi` precisamente, M ` la rigata avente come direttrice la circonferenu e za α(u) = (cos u, sen u, 0). Le rette generatrici, essendo parallele ai vettori w(u) = (− sen u, cos u, 1) = α (u) + k, sono tutte inclinate di 450 rispetto al piano che contiene la circonferenza. Si pu` allora concludere che la superficie o ` un iperboloide ad una falda. e b) Procedendo come nell’esercizio precedente, si trova che la matrice dell’operatore forma, rispetto alla base formata dai vettori ϕu (0, 0) = (0, 1, 0) e ϕv (0, 0) = (0, 1, 1), `: e −1 −2 . 0 1 Questa volta la matrice non ` pi` diagonale ed occorre trovare gli autovalori e u e gli autovettori. Dal polinomio caratteristico della matrice p(λ) = λ2 − 1, si deduce che le curvature principali in P0 sono: k1 (P0 ) = −1 e k2 (P0 ) = 1. Per trovare le direzioni principali di curvatura si proceda come nell’Esercizio 5.18 di pag. 77. Risulta che una base ortonormale di autovettori ` formata e dai vettori e1 = j ed e2 = −k. c) Applicando la formula di Eulero, si trova che: kn (u) = 1/2. Esercizio 5.26. Sia M la superficie descritta dalla parametrizzazione locale ϕ(u, v) = (u, eu cos v, eu sen v), (u, v) ∈ (−∞, +∞) × (0, 2π). a) Trovare le curvature Gaussiana e media in un punto qualsiasi di M . Di che superficie si tratta? b) Calcolare la curvatura della sezione normale determinata dal punto P0 = √ ϕ(0, 0) e dal versore u = 3/3 (i + j − k). c) Calcolare l’area della parte di superficie descritta dai punti ϕ(u, v) con (u, v) ∈ Da = (a, 0) × (0, 2π), dove a < 0. Stabilire se l’area della parte di superficie descritta dai punti ϕ(u, v) con u < 0 ` limitata. e Soluzione. a) Dato che ϕu (u, v) = (1, eu cos v, eu sen v), ϕuu (u, v) = (0, eu cos v, eu sen v), ϕv (u, v) = (0, −eu sen v, eu cos v), ϕuv (u, v) = (0, −eu sen v, eu cos v), 1 ϕvv (u, v) = (0, −eu cos v, −eu sen v), N = √ (eu , − cos v, − sen v), 1 + e2u i coefficienti delle due forme quadratiche fondamentali sono: eu eu E = 1 + e2u , F = 0, G = e2u ; l = − √ , m = 0, n = √ . 1 + e2u 1 + e2u Le curvature Gaussiana e media valgono: 1 1 . K=− , H= 2u )2 (1 + e eu (1 + e2u )3 M ` la superficie generata dalla rotazione della curva α(u) = (u, eu , 0), e contenuta nel piano Oxy, attorno all’asse x. b) La matrice dell’operatore forma in P0 `: e − 42 0
√ √

0
2 2

. Universit` di Torino a

Capitolo 5 – Geometria differenziale delle superfici

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Tale matrice ` diagonale e, quindi, una base ortonormale di autovettori `: e e √ 2 ϕu (0, 0) ϕv (0, 0) e1 = = (1, 1, 0), e2 = = (0, 0, 1). ϕu (0, 0) 2 ϕv (0, 0) √ Dalla formula di Eulero si ricava che: kn (u) = 3 2/8. c) Applicando la formula di pag.72, si vede che l’area della regione ϕ(Da ) `: e
2π 0

Aa =
Da 0

EG − F 2 dudv =
0 1 a

eu

1 + e2u du dv

= 2π √
a

eu

1 + e2u du = 2π
ea

1 + w2 dw, dove w = eu .

√ √ 1 + w2 dw = 1/2 ln(w + 1 + w2 ) + w 1 + w2 (vedi il corso Dato che di Analisi Matematica II), l’area vale: √ √ Aa = π ln(1 + 2) + 2 − ln(ea + 1 + e2a ) − ea 1 + e2a . Poich` il e
a→−∞

lim Aa = π ln(1 +

2) +

2

` finito, l’area della parte di superficie formata dai punti ϕ(u, v), con u < 0, e ` finita. e Esercizio 5.27. Sia M la superficie descritta dalla parametrizzazione locale v 2 u2 v 3 , − ), (u, v) ∈ D. ϕ(u, v) = (u, 2 2 3 a) Dopo aver determinato D in modo tale che la superficie sia regolare, calcolare le curvature Gaussiana e media in un generico punto di M . Classificare i punti di M . b) Trovare la curvatura della sezione normale determinata dal punto P0 = √ ϕ(1, 1) e dal versore u = 2/2 (i + j). Soluzione. a) Dato che: ϕu (u, v) = (1, 0, u), ϕv (u, v) = (0, v, −v 2 ), ϕu (u, v) × ϕv (u, v) = (−uv, v 2 , v), gli√ eventuali punti singolari si trovano annullando ϕu (u, v) × ϕv (u, v) = |v| u2 + v 2 + 1. Pertanto, la superficie ` regolare se D = {(u, v) ∈ R2 / v = 0}. e I coefficienti delle due forme quadratiche sono: E = 1 + u2 , l= v √ , 2 + v2 + 1 |v| u F = −uv 2 , m = 0, G = v4 + v2, v2 √ . |v| u2 + v 2 + 1

n=−

Le curvature Gaussiana e media valgono: K=− 1 , 2 + v 2 + 1)2 v(u H= v 3 − u2 + v − 1 |v| (u2 + v 2 + 1)3 .

Esaminando il segno di K, si deduce che i punti di M per cui v < 0 sono ellittici, quelli per cui v > 0 sono iperbolici. Quaderni Didattici del Dipartimento di Matematica

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P.M. Gandini, S. Garbiero – Appunti di Geometria III

b) La matrice dell’operatore forma nel punto P0 = ϕ(1, 1), rispetto alla base formata dai vettori ϕu (1, 1) = (1, 0, 1) e ϕv (1, 1) = (0, 1, −1) `: e
√ 2 3 9 √ 3 9

− √3 9 −293

.

Annullando il polinomio caratteristico p(λ) = λ2 − 1/9, si trovano le curvature principali: k1 (P0 ) = −1/3 e k2 (P0 ) = 1/3. Gli autovettori relativi all’autovalore −1/3 si trovano risolvendo il sistema lineare: √ √ (2 3 + 3) x1 − 3 x2 = 0 √ √ 3 x1 + (−2 3 + 3) x2 = 0. √ Considerando la soluzione non nulla x1 = 1, x2 = 2 + 3, si ha una base del √ √ √ relativo autospazio v1 = ϕu (1, 1) + (2 + 3) ϕv (1, 1) = (1, 2 + 3, −1 − 3). Dopo aver calcolato √ √ v1 1 1 2 2 e1 = = √ (1, 2 + 3, −1 − 3), cos θ = (u · e1 ) = 2 , v1 6(2 + 3) si pu` applicare la formula di Eulero e si trova: kn (u) = 0. o

Universit` di Torino a

FL. Academic Press. CEDAM. Torino 1994. Padova 1997. New York 1997. Topologia Generale. [9] Marius Stoka. CRC Press. New Jersey 1976. II. Differential Geometry of Curves and Surfaces. 89 . Englewood Cliffs. Adam Hilger Ltd. Heldermann Verlag. [8] Edoardo Sernesi. Levrotto & Bella. Berlin 1989. [4] Ryszard Engelking. Vol II: Spazi Topologici. Vol. Elementary Differential Geometry. Bollati Boringhieri.Bibliografia ` [1] Akos Cs`szar. Bristol 1978. Boca Raton. [3] Manfredo Do Carmo. [6] Alfred Gray Modern Differential Geometry of Curves and Surfaces with Mathematica Second edition. [7] Barret O’Neil. General Topology. Prentice Hall. [5] Franco Fava. Geometria 2. Torino 1991. Torino 1989. Ed. Vincenzo Pipitone. Geometria Differenziale. Esercizi e Problemi di Geometria. 1998. a [2] Davide Carlo Demaria. General Topology. Tirrenia Stampatori.

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