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Dalla «scuola per signorine» alla «scuola delle padrone» : il Liceo femminile della riforma Gentile e i suoi precedenti storici * Eleonora Guglielman

Premessa
Le storie della scuola che riguardano il periodo fascista e la riforma Gentile si soffermano poco sul Liceo femminile, la cui attività durò il breve arco di tempo intercorso fra il 1923 e il 1928, e che per lo scarsissimo numero di allieve rappresentò un esperimento fallimentare nella politica scolastica del regime; eppure è un illuminante esempio della concezione fascista di istruzione femminile nella generale prospettiva di ristrutturazione del sistema scolastico, in quanto scuola che, soddisfacendo il bisogno di dare alla donna un’istruzione separata da quella maschile, la escludeva dagli studi superiori compiendo nell’arco di tre anni un percorso senza sbocchi. Accanto ad essa veniva istituita l’altra scuola «di scarico», la complementare, creata per accogliere parte della popolazione scolastica esclusa dagli studi classici, riservati alla formazione della futura classe dirigente, e incanalare in un percorso breve e di modesto sapere la folla di studenti che non poteva permettersi di proseguire gli studi a livello superiore. Gentile tentò di dimostrare di aver realizzato le istanze che da tempo si facevano sempre più pressanti di una scuola femminile di cultura disinteressata, «adatta ai bisogni intellettuali e morali delle signorine» nel quadro di «un organismo, in cui potessero essere largamente soddisfatte tutte le giuste esigenze della cultura nazionale»1 . In realtà questa scuola, dileggiata dai contemporanei e trascurata negli studi successivi, era stata creata con il preciso scopo di stornare le iscrizioni dall’istituto magistrale, ormai sovraffollato in quanto l’unico in grado di offrire alle donne una discreta cultura generale, e salvaguardare al tempo stesso le scuole ritenute più adatte alla

* Saggio già pubblicato nel volume collettaneo Da un secolo all’altro. Contributi per una “storia dell’insegnamento della storia” (a cura di M. Guspini), Roma, Anicia, 2004, pp. 155-195. Una parte del lavoro è stata in precedenza pubblicata, con alcune varianti, sulla rivista “Scuola e Città” con il titolo Il liceo femminile 1923-1928 (a. LI, n. 10, ottobre 2000, pp. 417-431. 1 G. Gentile, Il rinnovamento della scuola, in La riforma della scuola in Italia, Milano-Roma, Treves-TreccaniTumminelli, 1932, pp. 211-212.

2 popolazione maschile, vale a dire il liceo classico e l’istituto tecnico, da una «femminilizzazione della scuola»; tutto questo mentre si diffondeva, sia in Italia sia all’estero, il principio della coeducazione dei sessi, e veniva affermandosi l’idea della parità fisica e intellettuale fra la donna e l’uomo. Era dunque un’istituzione di stampo conservatore e retrogrado, che tendeva a relegare la donna in un ruolo subalterno considerandola incapace di intraprendere studi superiori e dedicarsi a una professione come avveniva per gli uomini; di più, era una scuola borghese, pensata per le signorine di buona famiglia che non avevano interesse a proseguire gli studi né la necessità di prepararsi a un mestiere - per queste ultime era sufficiente la scuola complementare - e per le quali l’educazione poteva limitarsi a un’infarinatura di nozioni umanistiche completata con lavori femminili, economia domestica, lezioni di musica e danza; tutto ciò, insomma, che poteva servire da ornamento in un salotto. Secondo la lettura di Marzio Barbagli la riforma Gentile fu la risposta reazionaria allo scompenso che esisteva tra scuola e mercato del lavoro e che generava una sovrapproduzione di forze intellettuali2 ; fra queste ultime era sempre più rilevante la presenza delle donne nelle scuole secondarie e nelle Università3. Il sistema a ostacoli rappresentato dai numerosi esami introdotti fra un anno e l’altro dei vari corsi, la crescente difficoltà dei programmi e la drastica riduzione di scuole, nonché la limitazione degli accessi agli studi universitari furono le misure che dovevano chiudere le lunghe carriere scolastiche alle masse per riservarle alla classe dirigente; per opporsi alla femminilizzazione nelle scuole fu pensato un sistema di segregazione culturale che era espressione di un più vasto disegno discriminante, e che in campo scolastico doveva raggiungere l’apice con l’esclusione delle donne da alcuni insegnamenti nelle scuole secondarie4.

«Varrà allo storico il Liceo femminile, nuovamente istituito secondo la riforma Gentile, quale sintomo e simbolo delle psicologie dominanti al tempo dell’avvento fascista. Con delicatezza di cuore vi vagheggiano infatti umanisti e cortigiani, musiche e danze» 5.

Queste le parole di Gobetti, nei giorni che seguirono l’entrata in vigore della riforma; ma già subito dopo la soppressione del Liceo femminile, avvenuta nel 1928, le varie storie della pedagogia e delle istituzioni scolastiche pubblicate durante il fascismo tendevano a tacerne l’esistenza: anche
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M. Barbagli, Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1959-1973), Bologna, Il Mulino, 1974, pp.159 ss.
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V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, Venezia, Marsilio, 1993, p. 208. RD 9 dicembre 1926, n. 2480.

P. Gobetti, La scuola delle padrone, dei servi, dei cortigiani, “La Rivoluzione Liberale”, a. II, n. 13, 8 maggio 1923, p. 53.

3 sull’Enciclopedia Italiana (1933) troviamo delle scarne menzioni, che non offrono a riguardo alcuna informazione6 . Fa eccezione il testo, edito nel 1941 dal Ministero dell’Educazione Nazionale, Dalla riforma Gentile alla Carta della scuola7 , in cui si delinea una storia del Liceo femminile, nel tentativo di dimostrarne la continuità con le proposte di scuole femminili all’indomani della legge Casati, che in realtà sfociarono solo in parte nella realizzazione gentiliana. Le origini di questa scuola definita «liceo», ma che del liceo aveva ben poco, possono essere ricostruite a partire dai collegi ed educandati già esistenti negli stati preunitari, i cui programmi, tranne che per le innovazioni gentiliane, quali l’introduzione del latino e della filosofia, erano abbastanza simili; un’istituzione analoga era presente nell’Impero austroungarico, dove i Licei femminili, che davano una preparazione culturale e professionale, erano molto frequentati, e sarebbero stati ripresi e trasformati da Gentile che, come vedremo, li aveva trovati nelle terre redente8 . Nelle intenzioni di Gentile c’era, probabilmente, la volontà di creare una scuola che, con l’andar del tempo, si sostituisse ai convitti e gli educandati religiosi che detenevano il monopolio dell’istruzione per le giovinette; ma questa scuola che, nel suo anacronismo, strideva perfino con l’idea che del ruolo femminile aveva il fascismo, non superò mai, se non di pochissimo, il centinaio di iscritte. Osserva Victoria De Grazia, in un suo studio sulle donne e il fascismo, che la riforma esprimeva la contraddittoria visione della donna nel regime: «come riproduttrici della razza le donne dovevano incarnare i ruoli tradizionali, essere stoiche, silenziose, e sempre disponibili; come cittadine e patriote, dovevano essere moderne, cioè combattive, presenti sulla scena pubblica e pronte alla chiamata9». Ma la signorina che nel Liceo femminile suonava il pianoforte, leggeva i classici latini e ricamava vestine di neonato, ricalcando un arcaico ideale di educazione aristocratica, era assai distante sia dalla figura di “fattrice” sia da quella di patriottica fascista.
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L. Severi, Italia - Educazione. Ordinamento scolastico, in Enciclopedia Italiana di scienze, lettere ed arti, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, 1933, vol. XIX, p. 788; G. Calò, Scuola. Scuola femminile, ivi, vol. XXXI, p. 254a.
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Ministero dell’Educazione Nazionale (MEN), Dalla riforma Gentile alla Carta della scuola, Firenze, Vallecchi, 1941.

Le trattazioni più estese che riguardano il Liceo femminile non sono molte: oltre alla succitata pubblicazione del MEN, che dedica al liceo alcune pagine, rammentiamo la voce ad esso relativa nel Dizionario delle Scienze Pedagogiche diretto da Giovanni Marchesini (G. Sangiorgio, Liceo femminile, in Dizionario della Scienze Pedagogiche, Milano, Soc. Editrice Libraria, 1929, vol. I, pp. 850-851); in entrambe si forniscono alcuni dati sui progetti di scuole femminili che precedettero la sua creazione. Per trovare altre notizie esaurienti bisogna arrivare agli anni ’70, con la voce di D. Marchetta Liceo femminile, nell’Enciclopedia Italiana della Pedagogia e della Scuola, diretta da M. F. Sciacca, Roma, Curcio, 1970, vol. III, pp. 483-484, che malgrado alcune inesattezze ha il merito di offrire, unica fra le opere contemporanee di consultazione, una serie di informazioni storiche utili a iniziare una ricerca. Manca, purtroppo, una storia completa, dalle origini ai nostri giorni, dell’istruzione femminile: sono numerosi gli studiosi - e in particolare le studiose - che si sono occupati, a vario titolo, delle singole realtà locali degli istituti in articoli e saggi di breve respiro, dando un pregevole contributo alla ricerca storica; ma abbiamo l’impressione che quello dell’istruzione della donna rimanga tuttora uno dei “silenzi dell’educazione”.
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V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, cit., p. 204.

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L’istruzione femminile negli Stati preunitari
Nel 1859, alla vigilia dell’Unità d’Italia, il Regno di Sardegna promulgava la legge che regolamentava il sistema d’istruzione e che, estesa l’anno successivo a tutto il Regno d’Italia, sarebbe stato fondamento pressoché immutato della struttura scolastica fino al fascismo. La legge Casati, così denominata dal ministro della Pubblica Istruzione che l’aveva proposta10, provvedeva a colmare il vuoto legislativo che aveva accomunato tutti gli stati preunitari dedicare scarsa attenzione all’istruzione secondaria ritenendola una questione di marginale importanza a fronte della necessità di porre un freno all’analfabetismo tramite l’istituzione di scuole primarie e popolari; la fondazione e la gestione delle scuole secondarie, in particolare ginnasi e licei, era perciò ceduta a un’iniziativa privata, il più delle volte ecclesiastica, che permetteva l’accesso all’istruzione di un certo livello esclusivamente a ristrettissime élites della popolazione11 . Per tutta la prima metà dell’Ottocento le riforme in campo scolastico furono legate agli eventi politici: la Restaurazione aveva frenato i tentativi di innovazione sviluppatisi sulla scia della Rivoluzione e nell’età napoleonica, e la faticosa ripresa di nuove iniziative e di progetti fu vanificata dalla seconda ondata reazionaria che seguì ai moti del ‘48. È pur vero che in tutti gli Stati si era diffuso il metodo lancasteriano basato sul mutuo insegnamento, che veniva applicato in Inghilterra già dal 1798, ed erano sorte in diversi centri scuole agrarie e scuole di arti e mestieri, ma si trattava di proposte sovente isolate ed effimere che non rientravano in un piano educativo dei governi; e inoltre l’istruzione era di competenza dei ministeri degli Interni, non esistendo ancora i ministeri della Pubblica Istruzione. In questo scenario l’istruzione femminile occupava una posizione ancor più accessoria, dove l’educazione delle giovinette era affidata a collegi e convitti femminili, molti dei quali privati e retti da congregazioni religiose. Alla vigilia dell’unificazione troviamo in attività, nel Regno delle Sicilie, i Collegi di Maria, fondati nel 1734 su iniziativa del cardinale Corradini, l’Educandario Carolino di Palermo, fondato da Ferdinando IV nel 1779, a Napoli l’Educatorio Principessa Clotilde ai Miracoli, fondato nel 1808 e l’Educatorio Regina Maria a S. Marcellino, fondato nel 1810; nel
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RD 13 novembre 1859, n. 3725.

L’analfabetismo in Italia raggiungeva attorno al 1850 tassi del 75-80% (tra i più alti in Europa); il censimento del 1861 lo avrebbe attestato al 78%. Cfr. G. Cives, La scuola elementare e popolare, in G. Cives (a cura di), La scuola italiana dall’Unità ai nostri giorni, Firenze, La Nuova Italia, 1990, p. 55.

5 Lombardo-Veneto il Collegio Reale delle Fanciulle a Milano e il Regio Collegio degli Angeli a Verona, istituiti da Napoleone rispettivamente nel 1808 e 1812; nel Granducato di Toscana l’Istituto della SS. Annunziata a Firenze, fondato nel 1823, che vantava Gino Capponi fra i suoi promotori12. Nel Regno di Sardegna un primo tentativo di creare scuole femminili governative si ebbe nel 1846, con le Regie Lettere Patenti del 13 gennaio che regolamentavano l’istruzione femminile, fino allora delegata a iniziative private e caritatevoli; in esse era definita l’istruzione da impartirsi nelle scuole femminili, si stabilivano le norme per l’apertura di scuole pubbliche, si imponeva alle aspiranti maestre l’obbligo di sostenere un esame di idoneità e si determinavano vigilanza e ispezione delle scuole femminili da parte degli uffici governativi13 . La prima legge organica sull’istruzione era stata la legge Boncompagni, emanata nel 1848 nel Regno di Sardegna14 . Essa stabiliva che l’istruzione secondaria avesse la durata di sette anni e si articolasse in tre livelli: un triennio di grammatica e due bienni, l’uno di retorica e l’altro di filosofia, al termine dei quali si poteva accedere alle facoltà universitarie; accanto ad essi si istituiva un corso sperimentale di cinque anni, per chi non aspirava all’istruzione universitaria, che dal 1853 fu denominato «scuola tecnica» e che preparava all’esercizio delle professioni15 . La legge riguardava per lo più l’ordinamento amministrativo e gerarchico della scuola e poco si soffermava sui programmi d’insegnamento. Nel 1850 il ministro della Pubblica Istruzione Cristoforo Mameli16 sottopose alla Camera un progetto di legge sull’istruzione femminile, proponendolo come «l’ultimo risultato delle lunghe e profonde meditazioni del Consiglio superiore per la pubblica istruzione» e che doveva, nelle sue intenzioni, rimediare alle misere condizioni in cui si trovava l’educazione delle fanciulle, «abbandonata al buon senso dei direttori e delle monastiche congregazioni» anziché regolata da una

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M. G. Giovannini, Educatorii Regi Nazionali, in Dizionario Illustrato di Pedagogia diretto da A. Martinazzoli e L. Credaro, Milano, A. Vallardi, 1892-1903, vol. I, pp. 506-509. Negli Educatori regi nazionali erano ammesse fanciulle dai 6 ai 12 anni, a volte 18.
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In tali Patenti si dichiarava che l’istruzione femminile aveva lo scopo di preparare “spose e madri degnamente rispondenti degnamente rispondenti all’alta loro vocazione”, ossia essere guide e custodi delle nuove generazioni e mantenere integra e solida la struttura della famiglia. A tal fine si invitavano le autorità municipali, scolastiche ed ecclesiastiche “a promuovere con tutti gli sforzi la fondazione di scuole primarie femminili in tutti i Comuni secondo il grado di loro forze e l’estensione de’ rispettivi bisogni”. I. Picco, I precedenti italiani, storici e legislativi, della legge Casati, “I problemi della pedagogia”, a. V, n. 1, gennaio-febbraio 1959, pp. 63n.
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Il Ministero dell’Istruzione Pubblica era stato istituito un anno prima, con una legge contenuta nelle Regie Lettere Patenti di Carlo Alberto del 30 novembre 1847.
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L. Ambrosoli, La scuola secondaria, in G. Cives (a cura di), La scuola italiana dall’Unità ai nostri giorni, Firenze, La Nuova Italia, 1990, p. 109.
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Cristoforo Mameli (1759-1872) fu deputato al Parlamento Subalpino dal 1848 e ministro dell’Istruzione Pubblica nel 1850, con D’Azeglio.

6 serie sistematica di leggi e programmi17 . Nel progetto era previsto che l’istruzione elementare fosse impartita in due corsi, quello inferiore, in cui erano insegnati i primi rudimenti del leggere, scrivere e far di conto a tutte le allieve, e quello superiore, destinato alle fanciulle di «agiata condizione», con un programma leggermente più esteso18; l’istruzione secondaria femminile era invece affidata alla scuola normale, concepita come scuola di cultura generale oltre che scuola per allieve maestre. Anche le scuole normali erano divise in due corsi, che preparavano all’insegnamento rispettivamente per il corso elementare inferiore e per quello superiore; le materie comprendevano, oltre a quelle impartite anche nelle scuole elementari, letteratura italiana, nozioni di geometria, fisica, chimica e filosofia morale, più il metodo d’insegnamento. L’istruzione elementare era gratuita, dovendovi provvedere i Comuni; ma non era di fatto obbligatoria, poiché non erano previste sanzioni in proposito. L’organizzazione scolastica così disegnata fu poi realizzata, per quanto riguardava la creazione di scuole normali, dalla legge Lanza del 1858, in cui si distinguevano scuole maschili e scuole femminili; esse, però, erano sempre legate alla scuola elementare e non erano riconosciute come secondarie19 .

L’istruzione femminile dopo la legge Casati e la Scuola normale
Nel 1859, mentre era in corso la Seconda guerra d’indipendenza, il governo del Regno di Sardegna varò in regime di pieni poteri la legge Casati, estesa all’indomani dell’unificazione a tutto il Regno d’Italia20 . Nella struttura scolastica da essa delineata, oltre ad essere previsto l’obbligo d’istruzione elementare sia per i maschi sia per le femmine, veniva stabilito che l’istruzione secondaria si dovesse impartire nei ginnasi-licei, nelle scuole e istituti tecnici e nelle scuole normali. La legge permetteva esplicitamente alle ragazze di accedere alle sezioni femminili delle scuole normali, ma non si prevedeva - anche se in tutto il testo non era formalmente proibito - che
17 Atti 18

del Parlamento Subalpino, Camera, leg. IV, Documenti, 8 maggio 1850, p. 635.

Nel corso inferiore si insegnavano i fondamenti del leggere, scrivere e far di conto e i lavori donneschi accanto all’istruzione religiosa, che aveva un ruolo fondamentale; nel corso superiore si aggiungevano elementi di calligrafia, disegno, storia e geografia, storia naturale e fisica.
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L. 20 giugno 1858, n. 2878, Sulla istituzione di scuole normali nel Regno Sardo ; cfr. I. Picco, I precedenti italiani, storici e legislativi, della legge Casati, cit., pp. 1-76. Le scuole normali non avevano neppure il corso inferiore, che fu istituito dal ministro Gianturco nel 1896 (L. 12 luglio, n. 293); fino alla riforma Gentile non fu ad esse riconosciuto il carattere di secondarietà.
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È interessante notare che le più importanti leggi scolastiche furono emanate dal governo in pieni poteri, senza discussione parlamentare: è quanto accadrà alcuni decenni più tardi, con la riforma Gentile, e d’altronde anche per la legge Boncompagni era avvenuto lo stesso.

7 frequentassero licei ed istituti tecnici. Accanto alle scuole normali, i luoghi designati in cui si compiva l’istruzione femminile continuavano ad essere educatorii e collegi, sia privati sia pubblici, e gran parte di questi ultimi furono oggetto, nei primi anni del Regno, di una generale riorganizzazione. Nel 1867 erano stati posti sotto la dipendenza del Ministero della Pubblica Istruzione i Conservatori della Toscana; nel 1871 furono riorganizzati i Collegi di Maria in Sicilia, e successivamente gli educatorii di Verona, Firenze, Palermo, Milano, Napoli21. Erano, queste, da principio scuole disinteressate e mirate a fornire una variegata cultura che includeva gli insegnamenti di lingue, religione, lavori femminili, musica, canto e danza, e nello stesso tempo offrivano una preparazione professionalizzante che dava titolo all’insegnamento; in seguito si evolsero divenendo sempre più simili alle scuole normali, con un fine dichiaratamente pratico. Un segno concreto di interesse per l’istruzione femminile si ebbe quando, nel 1861, fu aperta a Milano per iniziativa del Comune la scuola superiore femminile «A. Manzoni», che oltre a voler formare fanciulle «colte e gentili» e madri «sapientemente e modestamente virtuose» si prefissava un obiettivo più precipuamente concreto, la preparazione agli studi superiori per conseguire un diploma: a tale scopo nei programmi fu inserito lo studio del latino, e in più era data una preparazione agli esami di ammissione ai corsi di lingue e letterature straniere nella Regia Accademia Scientifico Letteraria di Milano 22. Vi erano ammesse le allieve munite di licenza elementare e vi si insegnavano l’italiano e il francese, una terza lingua a scelta (inglese o tedesco), storia, geografia, aritmetica e contabilità, scienze naturali e igiene, morale, storia dell’arte e disegno, lavoro e lettura ad alta voce23 . Nel 1911 fu introdotto un corso di Perfezionamento di tre anni, al termine del quale era rilasciato un titolo di studio che a partire dal 1914 venne equiparato alla licenza liceale agli effetti del conseguimento del diploma di grado superiore per

l’insegnamento delle lingue straniere alla Regia Accademia. Il corso ordinario, salito a sette anni,

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L’ Educandario Carolino di Palermo fu riordinato nel 1863 e convertito in istituto nazionale, col nome di Regio Educatorio Maria Adelaide; a Milano nel 1864 fu rivisto lo statuto del Collegio Reale delle Fanciulle; a Verona il Regio Collegio agli Angeli fu riformato nel 1868; l’Istituto della SS. Annunziata, a Firenze, fondato nel 1823, ebbe nel 1890, in comune con gli altri tre istituti, un nuovo statuto organico. Le materie che vi si insegnavano, stabilite dallo statuto erano le seguenti: religione, morale, doveri e diritti della donna ; lingua italiana e storia letteraria in rapporto con le letterature classiche e straniere moderne ; lingua francese; lingua inglese o tedesca; cenni di storia antica e medioevale, la storia moderna e del risorgimento nazionale, geografia politica e nozioni di statistica; aritmetica, geometria e contabilità domestica; fisica e nozioni di chimica, scienze naturali e geografia fisica, igiene e medicina domestica; principii di economia domestica, norme per il governo della casa e per l’istruzione della famiglia; lavori femminili di ogni genere in uso; ginnastica educativa e ballo; canto corale e pianoforte. M. G. Giovannini, Educatorii Regi Nazionali, cit., pp. 506-509.
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R. Truffi, Per l’istruzione della donna in Italia (la scuola media femminile), in “Annali della Istruzione Media”, a. II, quad. VI, 25 giugno 1927, p. 514. Milano (Istruzione comunale), in Dizionario Illustrato di Pedagogia diretto da A. Martinazzoli e L. Credaro, cit., vol. III, pp. 711-712.
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8 dalla quinta classe si sdoppiava in due sezioni, quella di cultura generale e quella di cultura classica, che prevedeva l’insegnamento del latino24. Sull’esempio della scuola milanese ne sorsero successivamente una a Torino, la Scuola Superiore «Regina Margherita» istituita nel 1864, e una a Roma, la «Erminia Fuà Fusinato», trasformata in scuola normale e poi pareggiata, e le scuole di Bologna e Venezia; erano tutte scuole istituite dai Comuni, senza sovvenzioni statali. La legge Casati prevedeva l’istituzione di nove scuole normali per i maschi e altrettante per le allieve maestre, strutturate in un biennio destinato alla formazione degli insegnanti di corso elementare inferiore, e un triennio che preparava all’insegnamento nel corso superiore. Gli

insegnamenti impartiti erano lingua ed elementi di letteratura nazionale, elementi di geografia generale, geografia e storia nazionale, aritmetica e contabilità, elementi di geometria, nozioni elementari di storia naturale, fisica e chimica, norme elementari di igiene, disegno lineare e calligrafia, pedagogia. I programmi per gli allievi maestri erano completati da un corso elementare di agricoltura e brevi cenni sui diritti e doveri dei cittadini in relazione allo Statuto, alla legge elettorale e all’amministrazione pubblica; negli istituti femminili, invece, c’erano, com’è facile immaginare, i lavori donneschi, ma l’innovazione degna di rilievo era che si stabilivano programmi uguali per i maschi come per le femmine, diversamente da quanto la discriminazione culturale fra i due sessi era andata operando in precedenza25 . Le scuole normali, in particolare quelle femminili, furono inizialmente poco frequentate, poiché la classe borghese era restia ad accettare che le donne uscissero dalla famiglia per dedicarsi a un lavoro, sia pure di tipo intellettuale, e le classi più povere non potevano permettersi di sostenere l’onere economico comportato dagli studi delle fanciulle. Fu intorno agli ultimi due decenni del secolo che, con l’affermarsi di un ceto intermedio, le donne iniziarono a frequentare le scuole, dapprima quelle professionali e normali, in seguito tutte le altre26. In breve tempo le scuole normali divennero le più frequentate dalle giovinette, sulla base di un retaggio culturale che indicava quello di maestra come il mestiere più confacente a una donna, e anche perché era l’unico, in definitiva, cui le porte le venissero spalancate, essendo ormai pochi gli uomini che vi aspiravano, visto il pessimo trattamento economico.

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Tale corso fu soppresso nel 1925-26 e sostituito con un corso ginnasiale.

D. Bertoni Jovine, Funzione emancipatrice della scuola e contributo della donna all’attività educativa, in Società Umanitaria, L’emancipazione femminile in Italia. Un secolo di discussioni 1861-1961, Firenze, la Nuova Italia, 1963, p. 228.
26A.

Santoni Rugiu, Ideologia e programmi nelle scuole elementari e magistrali dal 1859 al 1955, Firenze, Manzuoli, 1980, pp. 28-29.

9 Come più tardi deplorava Clelia Fano, apostola dell’emancipazione femminile: «Le Scuole Normali rappresentano la sola cultura ufficiale che lo Stato somministri alla grande maggioranza di quelle donne, le quali vogliono, con relativa poca spesa e tempo, conquistare una professione; sì che tali scuole si possono dire il grande focolare produttore del proletariato intellettuale femminile». Scuole insufficienti, dal momento che la cultura da esse fornita era eccessivamente letteraria, antiquata e di totale inutilità nella vita pratica e professionale della donna27. La Fano auspicava dunque la creazione di scuole professionali femminili, che preparassero le donne a svolgere lavori di utilità sociale e ad affrontare le concrete difficoltà della vita e del mondo del lavoro - qualcosa di più di una frivola educazione da salotto 28. Le scuole professionali femminili, in realtà, esistevano (insieme alle scuole commerciali femminili se ne contavano 26 nell’anno scolastico 1903-904, epoca in cui la Fano scriveva, quindi in lieve aumento rispetto alle 16 degli anni 1885-86 e 1898-99)29, ma non rispondevano alle esigenze messe a fuoco dall’Autrice, la quale non accettava una «professionalità» finalizzata a creare mogli e madri relegate al focolare domestico 30. Contro l’insufficienza della scuola normale si levavano anche le critiche di Anita Dobelli Zampetti, esponente della Federazione Nazionale Insegnanti di Scuole Medie, che non esitava a definirle «vero reato pedagogico» in quanto accozzaglia di cultura, specializzazioni, tirocinio e materie varie, e che caldeggiava la creazione di scuole femminili di cultura, considerato che le donne che si dedicavano a una professione erano un’esigua minoranza31 .

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C. Fano, il femminismo e la Cultura della Donna in Italia. Conferenza detta alla Università Popolare di Reggio Emilia, Mantova, Baraldi e Fleischmann, 1904, pp. 5-6. Per un profilo della Fano cfr., di A. Petrucci, La Scuola Normale “Principessa di Napoli” fra positivismo e femminismo, in G. Genovesi, L. Rossi (a cura di), Educazione e positivismo tra Ottocento e Novecento in Italia, Ferrara, Corso, 1995, pp. 125-133.
28

C. Fano, L’educazione complementare professionale popolare femminile, in III Congresso di educazione femminile, Milano, settembre 1906, Reggio Emilia, Soc. Cooperativa fra lavoranti tipografi, 1906, pp. 6-8.
29 30

G. Castelli, L’istruzione professionale in Italia, Milano, Vallardi, 1915, pp. 76-77.

E’ interessante la lettura di un opuscolo firmato dal pedagogista Salvatore Romano, Della cultura e delle professioni che si addicono alle donne (Palermo, Ufficio Tip. di Michele Ambrosi, 1882) in cui l’Autore teorizzava l’utilità di una formazione femminile che includesse anche le discipline scientifiche ed elencava le scuole professionali a suo parere più significative, in quanto tutte miravano «a rendere le donne esperte nell’economia domestica e ne’ lavori riserbati esclusivamente al loro sesso». Sono elencate le scuole professionali femminili di Milano, Roma e Bologna; l’istituto industriale e professionale di Torino; la scuola femminile industriale di Genova e la scuola completiva e professionale di Palermo. Romano, pur sostenendo la necessità di dare alla donna una cultura “adeguata”, viste le insufficienze del sistema scolastico dell’epoca, era dell’idea che tale cultura dovesse rispecchiare le qualità “fisiche, intellettive e morali” che la distinguevano dall’uomo; accentuava inoltre le differenze sociali nell’ambito dello stesso sesso femminile: non si doveva dare una cultura troppo elevata alle fanciulle del popolo, per le quali era sufficiente l’istruzione elementare, mentre le rampolle di famiglie colte e ricche meritavano un’ampia istruzione letteraria e scientifica. Concludeva che la donna doveva lavorare in casa, anziché realizzarsi tramite sbocchi professionali all’esterno (ivi, pp. 24-25). Sulle scuole professionali femminili v. anche F. Hazon, Storia della formazione tecnica e professionale in Italia, Roma, Armando, 1991, pp. 65 ss.
31 A.

Dobelli Zampetti, Della educazione femminile in Italia, Assisi, Tip. Metastasio, 1912, pp. 11 ss.

10 Nel 1876 furono istituite le Scuole di Magistero, che rilasciavano diplomi speciali d’insegnamento32; due anni più tardi il ministro Pubblica Istruzione De Sanctis fondò due Istituti Superiori Femminili di Magistero a Roma e a Firenze, con l’obiettivo di formare insegnanti di scuole professionali e scuole normali femminili33. Il titolo di ammissione era la licenza di scuola normale; alla fine del primo biennio le allieve conseguivano la qualifica di istitutrici e dopo il secondo, di specializzazione, ottenevano il diploma d’insegnamento in lingua e letteratura italiana, storia e geografia, pedagogia e morale, lingue straniere. Nel 1874 il Regolamento Bonghi34 aveva consentito l’accesso delle donne all’Università, riscuotendo l’approvazione di Antonio Labriola, che nel suo scritto L’Università e la libertà della scienza annoverava l’innovazione fra i pregi dell’Università italiana:
«Ed ecco che da noi, invece, le donne furono ammesse di pieno diritto all’Università già ventidue anni fa, con un semplice regolamento, che non fu mai contestato, nemmeno dai conservatori estremi. Ne fu autore il ministro Bonghi, che nessuno chiamerà mai un radicale; e, anzi, fu tutta sua vita il dottrinario per eccellenza della parte moderata. Che si sappia, la statua della Scienza non ha dovuto velarsi per tale profanazione. Le donne venute alle nostre scuole nella qualità di veri e propri studenti, poche di numero, ma non certo per impedimento nostro, non han finora spostato l’asse del così detto mondo etico» 35.

L’ammissione definitiva delle donne ai licei e agli istituti tecnici si sarebbe avuta solo alcuni anni più tardi, nel 1883; nel 1879 il rifiuto di due presidi di Roma e Vicenza di accettare l’iscrizione di alcune giovinette nei loro licei, mentre nelle città di Bologna, Torino, Cuneo e Napoli le allieve erano tranquillamente ammesse, provocò un caso la cui eco giunse fino in Parlamento. Il 5 maggio di quell’anno l’onorevole Arisi interrogò alla Camera il ministro Coppino sull’avvenuto, facendo presente che nessuna normativa impediva alle donne l’accesso ai licei. Il ministro rispose che egli stesso, alcuni anni prima, aveva caldeggiato con il ministro della Pubblica Istruzione Scialoja l’ammissione delle fanciulle nelle scuole maschili, e nella medesima seduta presentò il disegno di legge che vedremo più avanti, in cui progettava l’istituzione di scuole femminili36 .

32 33

RD 8 ottobre 1876, n. 3434.

RD 16 dicembre 1878, n. 4684. Precedentemente le donne potevano ottenere il diploma sostenendo speciali esami abilitanti presso le facoltà universitarie. Secondo D. Bertoni Jovine, l’Istituto Superiore Femminile di Magistero nasceva con lo scopo di dare alle donne un’istruzione separata, scoraggiando la promiscuità in licei e università: cfr. D. Bertoni Jovine, Funzione emancipatrice della scuola e contributo della donna all’attività educativa, cit., p. 247.
34 35

RD 29 settembre 1874, n. 2299.

Cfr. A. Labriola, L’Università e la libertà della scienza, in Scritti pedagogici, a cura di N. Siciliani de Cumis, Torino, Utet, 1981, p. 595.
36 AP,

Camera, Leg. XIII, Discussioni, 5 maggio 1879.

11 Nel 1896 venne attuato il riordinamento della scuola normale e fu istituita la scuola complementare, risultandone così una scuola femminile di sei anni scanditi in due corsi triennali, il complementare e il normale. A ciascuna scuola normale femminile erano congiunti un giardino d’infanzia, un corso elementare per l’esercizio del tirocinio e una scuola complementare la cui licenza consentiva l’iscrizione sia alle scuole normali che agli istituti tecnici; alla scuola complementare si accedeva con la licenza elementare o previo il superamento di un esame di ammissione, e gli insegnamenti in essa impartiti erano lingua italiana, storia d’Italia, geografia, elementi di matematica, di scienze fisiche e naturali e d’igiene, lingua francese, disegno, calligrafia, ginnastica e ancora una volta i lavori donneschi.37

Dibattiti e progetti del secondo Ottocento
Una voce autorevole che nel secondo Ottocento si levò a favore dell’istruzione femminile fu quella di Aristide Gabelli38 . Il pedagogista positivista, che aveva dalla sua una fervida attività svolta all’interno delle istituzioni scolastiche, si dedicò più volte all’analisi di questa tematica dimostrandosi senz’altro all’avanguardia rispetto a molti altri pensatori del suo tempo, come risalta nell’articolo L’Italia e l’istruzione femminile pubblicato nel 1870 su «Nuova Antologia». In esso poneva in luce come la necessità di un’istruzione femminile fosse resa ormai urgente dalle mutate condizioni sociali e politiche, che non permettevano più che la donna rimanesse esclusa dalla partecipazione al progresso civile della nazione: «Il risorgimento di un popolo, fu detto più volte, incomincia dall’educazione della donna» 39. La donna educata diveniva a sua volta educatrice, anzi, ricopriva per questo un ruolo predominante in seno alla famiglia. Ma le condizioni dell’istruzione femminile erano a dir poco arretrate: specialmente nel Mezzogiorno, dove i pregiudizi maschili facevano ritenere che se le fanciulle avessero imparato a leggere e scrivere se ne sarebbero servite per spedire lettere d’amore, l’analfabetismo toccava livelli altissimi anche nelle famiglie di agiate condizioni. Prevaleva la tendenza a iscrivere le proprie figlie in scuole religiose, vista la carenza di collegi statali, e comunque su una popolazione di 100 fanciulle solo 3 o 4 frequentavano la scuola40 ;
37 38

Legge 12 luglio 1896 n. 293: riordinamento delle scuole complementari e normali (Gianturco).

Aristide Gabelli (1830-1891), educatore e pedagogista, ricoprì la carica di provveditore centrale agli studi a Firenze e successivamente a Roma e capo divisione per l’istruzione primaria e popolare; membro del Comitato Centrale di Statistica, nel 1886 fu eletto deputato. Autore di numerosi scritti pedagogici, ebbe un’intensa attività nel campo dell’istruzione; oltre ai progetti di legge, si ricordano i programmi per la scuola elementare del 1888, da lui redatti.
39 A. 40

Gabelli, L’Italia e l’istruzione femminile, “Nuova Antologia”, vol. XV, fasc. IX, settembre 1870, p. 148.

Ivi, p. 149.

12 l’unica materia regolarmente coltivata in queste scuole, ove poco si attendeva alla cultura delle ragazze, erano i lavori donneschi. Emblematica la rappresentazione che Gabelli offriva del pensiero più diffuso nella società dell’epoca:
«Una donna con un libro in mano, nella fantasia di non pochi, non è più una donna, o almeno è una donna che lascia di fare quello che dovrebbe, per attendere invece a quello che non dovrebbe, e rende la stessa immagine di un uomo che dipanasse una matassa di refe, filasse lino o facesse calze»41.

Se era pur certo che «l’ufficio vero, naturale, evidentissimo della donna è il miglioramento materiale e morale della famiglia»42 (e in questo Gabelli non si discostava dalle opinioni dei suoi contemporanei) non c’era ragione alcuna perché l’educazione della donna dovesse differenziarsi da quella maschile, almeno per quanto riguardava l’insegnamento di storia, geografia, lingue, matematica, fisica, storia naturale43 ; in più, la donna, in virtù del suo ruolo, doveva occuparsi della cosiddetta «filosofia domestica», che consisteva in nozioni di economia, fisica e chimica applicate ai lavori casalinghi, adeguandosi al progresso che aveva introdotto significative innovazioni e invenzioni nel vivere in casa44. Quando nel 1875 lo Stato provvide a istituire un corpo di ispettrici che dovevano visitare educandati, collegi e orfanotrofi, attraverso le loro relazioni si conobbero le condizioni d’istruzione e d’igiene in cui erano tenute le giovinette, nella maggior parte dei casi a dir poco pietose. Quasi dovunque dominavano i lavori femminili e domestici mentre lo studio era lasciato in disparte, al punto tale che le giovani sapevano a malapena leggere e scrivere; in particolare le scuole gestite dalle monache si trovavano in condizioni paurosamente arretrate, e negli istituti comunali e laici che ospitavano le più indigenti il sudiciume e la pesantezza dei lavori raggiungevano livelli preoccupanti45.

41 42 43 44 45

Ivi, p. 152. Ivi, p. 162. Lasciando agli uomini il privilegio di studiare idraulica, astronomia, diritto romano e calcolo sublime: ivi, p. 155. Ivi, pp. 162-163.

Cfr. D. Bertoni Jovine, Funzione emancipatrice della scuola e contributo della donna all’attività educativa, cit., pp. 229 ss. A proposito degli istituti femminili nell’Ottocento scrive Simonetta Ulivieri: “In pratica, l’istruzione veniva chiaramente accantonata, a tutto vantaggio dei lavori donneschi, che acquistavano un netto significato di sfruttamento negli orfanotrofi, mentre servivano a restringere entro un ambito domestico tutta l’educazione che veniva impartita nei convitti per signorine agiate” (La donna nella scuola dall’Unità d’Italia a oggi. Leggi, pregiudizi, lotte e prospettive, in “Nuova DWF”, n. 2, gennaio-marzo 1977, p. 26).

13 Quella dell’istruzione femminile era una tematica cara ai positivisti, che ritenevano che la scolarizzazione della donna fosse un passaggio indispensabile per il miglioramento della società e della vita familiare, insistendo su quest’ultima, come dimostra l’importanza rivestita dai lavori femminili e l’economia domestica nei programmi scolastici e nei progetti d’istruzione. In accordo a questa tendenza, nel 1879 il ministro della Pubblica Istruzione Michele Coppino presentava in Parlamento un progetto di legge sull’istruzione secondaria classica, nel quale proponeva la fondazione di ginnasi e scuole superiori femminili, d’accordo con le province e con i comuni:
«Sarà istituito un ginnasio femminile nelle città dove è un liceo completo. Questo ginnasio si compone generalmente di tre classi, compie l’istruzione elementare e dà alle giovinette una conveniente cultura generale. Mediante accordi colle province e coi comuni, il ginnasio femminile potrà essere istituito nei luoghi dov’abbia sede un liceo inferiore. Nelle maggiori città del Regno si potranno stabilire, d’accordo colle province e coi comuni, scuole superiori femminili. A queste scuole potranno aggiungersi insegnamenti speciali per l’ammissione a studi universitari» 46.

Le materie d’insegnamento erano italiano, geografia, storia, francese, matematica, elementi di scienze naturali, disegno, calligrafia e lavori donneschi: erano questi ultimi a prevalere, con un totale di 8 ore settimanali a fronte delle 6 ore di italiano. Ma il ministro era convinto di provvedere, almeno in parte, alla «educazione scientifica della donna», questione che «non poteva essere ritardata di molto», come ebbe a sottolineare durante la discussione del bilancio P.I. in Senato ribattendo il senatore Vitelleschi, il quale giudicava eccessive le somme stanziate per gli istituti femminili47 . Il progetto prevedeva la fondazione di 79 ginnasi, ma non giunse alla discussione parlamentare. Furono vani anche i successivi tentativi effettuati da Coppino al Senato nel 1885, 1886 e 1887. Nelle varianti presentate nel 1877 la dicitura «ginnasio femminile» veniva modificata in «scuola complementare» per non dar luogo all’equivoco che si trattasse di una scuola classica, su modello di quella maschile, ma le linee del progetto si riproponevano identiche; nella relazione Coppino sottolineava la necessità di educare la donna in quanto madre e angelo tutelare della casa, che rappresentava e diffondeva «lo spirito del paese, le sue tradizioni, i suoi desiderii, un largo senso di generosità e di gentilezza»48. Stavolta le scuole complementari femminili previste erano

46

AP, Camera, Leg. XIII, Discussioni, 5 maggio 1879, Presentazione di un disegno di legge sull’istruzione secondaria classica, Capo V, art. 7. Michele Coppino (1822-1901), uomo politico e letterato, docente di letteratura italiana all’Università di Torino, di cui fu anche rettore, ricoprì per quattro volte l’incarico di ministro della P.I. fra il 1867 e il 1888; al suo nome è legata la legge del 1877 sull’obbligo dell’istruzione elementare.
47 AP, 48

Senato, Leg. XIII, Discussioni, 24 marzo 1879.

AP, Senato, Leg. XVI, Documenti, 19 novembre 1887, Progetto di legge presentato dal Ministro dell’Istruzione Pubblica Coppino: Ordinamento dell’istruzione secondaria classica, stamp. n. 4; Allegato, stamp. n. 4bis. Nel 1885 il progetto era stato presentato nella seduta del 25 maggio (stamp. n. 191) e nel 1886 nella tornata del 28 giugno (stamp. n. 8), e in entrambi i casi non poté essere discusso a cagione dello scioglimento della Camera.

14 92, a fronte di un eguale numero di licei completi e di 104 licei inferiori; ma l’Ufficio centrale del Senato si dichiarò contrario. Nella relazione dell’on. Tabarrini si definiva «prematura» l’istituzione di scuole complementari, se prima non si riconducevano al loro fine originario le scuole normali, le quali si erano «denaturate» accogliendo fanciulle della borghesia che desideravano istruirsi e che «[...] trovandosi insieme con le allieve maestre di umile condizione, ne eccitano la vanità e l’ambizione e le rendono inette ai modesti uffici dell’insegnamento popolare a cui sarebbero destinate»49: l’articolo che prevedeva la creazione delle scuole complementari e delle scuole superiori venne così soppresso. Un’altra proposta, rimasta sulla carta e mai giunta in Parlamento, fu quella elaborata, sull’impronta della legge francese del 1880 che istituiva i licei femminili50, dal senatore liberale Giacinto Pacchiotti, il quale nel 1882 pubblicava un breve scritto dal titolo Dei licei femminili in Italia. Pacchiotti partiva dall’idea che fosse ormai divenuto essenziale dare un’uguale cultura generale sia ai maschi sia alle femmine, adeguandosi in ciò a quanto da diverso tempo avveniva all’estero presso le nazioni più «civili» e «colte»:
«Lo spirito del moderno secolo spinge senza posa la moderna società ad assicurare l’istruzione secondaria alle fanciulle in quella stessa misura con cui viene impartita ai giovinetti. Passarono quei tristi tempi nei quali si proclamava l’inferiorità intellettuale della donna, le si negava lo sviluppo cerebrale e la capacità allo studio, la si vedeva ignorante per dominarla più facilmente»51.

Erano gli anni in cui si andava dibattendo l’assetto definitivo dei due Istituti superiori femminili di Roma e Firenze, che l’Autore indicava come luoghi di formazione delle future insegnanti dei licei femminili da lui proposti. Convinto sostenitore dell’accesso delle donne all’istruzione, Pacchiotti non nascondeva la sua ammirazione per i risultati delle scuole superiori femminili, attive a Milano, Torino e altre città, che forgiavano fanciulle «colte, serie, le quali nei saggi pubblici destarono la universale ammirazione», e il suo progetto era un dichiarato tentativo di
49

AP, Senato, Leg. XVI, Documenti, 19 gennaio 1888, Relazione dell’Ufficio Centrale sul progetto di legge presentato dal Ministro dell’Istruzione Pubblica Coppino: Ordinamento dell’istruzione secondaria classica, stamp. n. 4-a.
50

In Francia i collegi e i licei femminili furono istituiti nel 1880, con la legge di iniziativa del deputato Camille Sée. I corsi, della durata di cinque anni, prevedevano gli insegnamenti di lingua francese, storia, geografia, cosmografia, matematica, scienze fisiche e naturali, igiene, disegno, due lingue straniere moderne a scelta, morale (con nozioni di psicologia applicata all’educazione), letterature antiche e straniere, diritto, lavori donneschi, musica e ginnastica. L’insegnamento religioso era impartito, su richiesta delle famiglie, dai ministri dei diversi culti, al di fuori dell’orario delle lezioni. Al termine degli studi era rilasciato un diploma.
51

G. Pacchiotti, Dei licei femminili in Italia, Torino, Stamperia dell’Unione Tipografico Editrice, 1882, p.1. Il Pacchiotti (1820-1893) era medico e professore ordinario di clinica chirurgica propedeutica. Direttore dal 1846 al 1891 dell’Ospedale Valdese, fu anche consigliere comunale di Torino e autore di numerosi studi medici. Alla sua morte dispose che il suo patrimonio venisse utilizzato per la creazione di nuove scuole municipali modello e per borse di studio.

15 istituire scuole analoghe a livello secondario, di cui ravvisava la mancanza in Italia, ultima fra i paesi stranieri, dei quali offriva un quadro comparativo 52. Pacchiotti accoglieva l’ideale positivista di educazione della donna, affermando però, contro i suoi detrattori, che la parità fra i sessi si fondava su basi fisiologiche, quindi la donna era intellettualmente uguale all’uomo, se non addirittura superiore ad esso negli studi. Pur respingendo l’ipotesi di donne impegnate in politica o nelle professioni di medico e avvocato - e in questo accoglieva un’opinione all’epoca largamente diffusa53 - attribuiva a una questione di «giustizia sociale» la necessità che in ogni principale città fosse aperto un liceo femminile analogo a quello maschile . La donna, del resto, andava educata secondo l’idea che la cultura fosse il miglior rimedio ai mali della vita domestica, oltre che garanzia di formare fanciulle che fossero apprezzate in società, vantaggiosamente maritate e, cosa essenziale, modelli di spose e madri. L’istruzione della donna, secondo l’Autore, aveva un ruolo rilevante nel buon andamento del matrimonio: essa doveva essere in grado di conversare con il marito, il quale, se non avesse trovato in lei comunanza di interessi e cognizioni, facilmente si sarebbe concesso evasioni e «distrazioni» fuori di casa; peggio ancora se lei fosse stata educata alla «superstizione» nelle scuole religiose. «La prima condizione di felicità tra i due coniugi sta nella eguaglianza d’istruzione e d’educazione. Allora l’uomo presenta altero alla società la sua donna»54. Il ruolo che più si confaceva alla donna, per la sua sensibilità e intelligenza, era quello d’insegnante; ma non si doveva trascurare la possibilità che intraprendesse altre carriere di tipo impiegatizio o direttivo, come del resto si stava verificando in altri paesi. Il liceo femminile progettato aveva la durata di cinque anni, era di fondazione statale con il concorso di Comuni e Provincie e ammetteva solo allieve esterne fra i dodici e i diciassette anni, senza distinzioni di classe; le iscritte pagavano una tassa annua, ma era contemplata la possibilità di assegnare borse di studio alle fanciulle indigenti più meritevoli. Sfogliando il programma del corso viene subito in evidenza l’esclusione del latino e del greco, ritenuti affatto inutili alla cultura della donna, e dell’istruzione religiosa, con la spiegazione che la libertà di culto rendeva contraddittorio l’insegnamento di una sola religione; era invece insegnata la filosofia morale per tutti gli anni di corso. Accanto alla lingua e letteratura italiana venivano studiate tre lingue straniere (francese,

52

L’A. si diffonde a descrivere la situazione dell’istruzione femminile negli Stati Uniti d’America, in Svizzera, Germania, Austria, Russia, Olanda, Svezia, Norvegia, Grecia, Turchia.
53

Questo malgrado l’accesso delle donne all’Università fosse consentito dalla legge fin dal 1874 (Regolamento Bonghi, R D 29 settembre 1874, n. 2299): la prima donna laureata in medicina fu Ernestina Paper, nel 1877 a Firenze. Cfr. G. Cives, Aristide Gabelli e l’istruzione femminile, in La pedagogia scomoda. Da Pasquale Villari a Maria Montessori, Firenze, La Nuova Italia, 1994, p. 107.
54

G. Pacchiotti, Dei licei femminili in Italia, cit., pp. 13 ss.

16 inglese e tedesco); seguivano storia, geografia e cosmografia; le materie scientifiche, aritmetica e geometria, elementi di fisica, chimica, botanica, mineralogia, zoologia e geologia; rudimenti di anatomia e fisiologia; l’igiene domestica e personale. Un’educazione che doveva essere data in una scuola, anziché in seno alla famiglia, per la necessità di usufruire dei laboratori e dei musei di scienze naturali indispensabili agli studi sperimentali. Completavano il corso nozioni di diritto, di pedagogia, e infine calligrafia, musica, disegno, ginnastica, danza e lavori femminili. Era previsto che la maggior parte degli insegnamenti venisse impartito da donne, e che in caso di necessità (ossia: quando non esistessero insegnanti donne sufficientemente preparate) alcune materie potevano venire insegnate da uomini, con la presenza obbligatoria della direttrice durante le loro lezioni, al fine di salvaguardare da qualsivoglia sospetto la moralità della scuola. Non mancava un’aperta polemica nei confronti degli educandati religiosi, in passato unica fonte di cultura per le giovinette ma ormai decisamente superati e antiquati, mentre l’Autore concedeva una tiepida approvazione ai collegi laici, purché concepiti secondo lo spirito della modernità. La struttura del corso era ricalcata su quella dei licei femminili francesi, cui l’Autore faceva frequenti ed entusiastici richiami nel testo. Al termine del terzo o quarto anno si poteva concludere il corso e ottenere un attestato, mentre il diploma veniva rilasciato al termine del quinto anno; erano previsti esami al termine di ogni anno. Era, quindi, quello di Pacchiotti, un ideale educativo decisamente all’avanguardia, se si pensa che in quegli stessi anni, e ancora nei decenni successivi, si diffondevano opere che enunciavano, spesso su pretese basi scientifiche55 , l’inferiorità fisica e intellettuale della donna:
«Quanti proclamano inutile, anzi perniciosa alla donna, alla famiglia, alla società, quell’istruzione elevata che la moderna civiltà esige in ogni persona a modo! V’hanno uomini e partiti che giudicano essere più savio consiglio il mantenerla ignorante per averla schiava pei loro reconditi fini. Essa fu nelle loro mani per lungo tempo uno strumento di imperio che non vorrebbero lasciarsi sfuggire. Altri vanno più oltre, fino a dichiararla inetta allo studio delle lettere e delle scienze. Or bene il supporre una differenza cerebrale tra i due sessi, creare un grado d’inferiorità intellettuale per la donna, affermarla incapace della moderna cultura generale, è contrario alla fisiologia, all’esperienza secolare, alla verità rivelata da mille esempi gloriosi per la donna. Laonde il negarle la semplice istruzione secondaria è una ingiuria, una vera ingiustizia sociale» 56.

55

Basti pensare a testi come L’inferiorità mentale della donna di P.J. Moebius (Torino, 1904), o Sesso e carattere di Otto Weininger ((Torino, 1912), che con le sue idee razziali ebbe grande influenza sulle teorie naziste.
56

G. Pacchiotti, Dei licei femminili in Italia, cit., p. 14.

17

Proposte di scuole femminili nel Novecento
L’inizio del nuovo secolo vede ancora in primo piano, nei dibattiti sull’istruzione, la questione femminile. Le parole di Nunzio Nasi, ministro della Pubblica Istruzione., durante una seduta del Parlamento non lasciano dubbi sulla sua volontà di voler intervenire a favore delle scuole per fanciulle:
«La scuola normale, ordinata e riordinata in diverse contingenze, ha gli stessi vizi che affliggono molti dei nostri istituti di istruzione; vizi ereditati, e quindi invecchiati. Dovrebbe essere una scuola professionale; ma, come la scuola tecnica, non raggiunge gli scopi di cultura generale e speciale. La scuola normale dev’essere trasformata in una scuola di cultura femminile. Noi abbiamo pensato poco all’educazione della donna: facciamo del femminismo sentimentale ed astratto; ma all’educazione delle donne, all’educazione delle madri, consacriamo poche e non solleciti cure. Ho ascoltato con piacere le parole dell’onorevole De Nicolò sulla necessità di riformare gli educandati femminili. È certo che, se si vogliono promuovere le forze educative della coscienza e del carattere, bisogna pensare alla famiglia, e soprattutto a chi nella famiglia precipuamente rappresenta un’azione tutelare permanente, cioè alla madre» 57.

Se il disegno di legge di Coppino era stato respinto in Senato, quello che Nasi, ormai non più ministro, elaborò pochi anni dopo il dibattito citato, non giunse neppure alla discussione parlamentare58 . Il progetto, presentato alla Camera il 30 gennaio 1904, proponeva la creazione di un liceo femminile accanto al già esistente liceo maschile, come quest’ultimo diviso in corso superiore e inferiore, allo scopo di offrire alle fanciulle una cultura secondaria o prepararle all’insegnamento nelle scuole elementari. Al termine di quattro anni in comune per tutte, il corso si sdoppiava in due sezioni, l’una magistrale primaria e l’altra di perfezionamento, entrambe della durata di tre anni; erano annessi al liceo un corso preparatorio primario, i cui insegnamenti erano «i medesimi del corso parallelo annesso al liceo maschile, più i lavori donneschi», e un giardino d’infanzia. Nel corso inferiore si insegnavano italiano, francese, una seconda lingua (inglese o tedesco) facoltativa, storia, geografia, elementi di matematica, computisteria e scienze, disegno, calligrafia, ginnastica, lavoro manuale e lavori donneschi (più precisamente: «taglio e cucito; ricamo in bianco ed a macchina; rammendo; fiori artificiali»). Nel corso superiore, sezione magistrale, si aggiungevano «pedagogia, morale e nozioni di scienze morali e politiche», nozioni di igiene e di agraria, canto,

57

N. Nasi, Per il riordinamento degli studi. Discutendosi, alla Camera dei Deputati, il bilancio della Pubblica Istruzione, Roma, 31 maggio 1901, in Per la pubblica educazione. Discorsi, Roma, Tip. Cecchini, 1901, pp. 52-53.
58

Nunzio Nasi (1850-1835), giurista, nato a Trapani, fu deputato per la sinistra liberale dal 1886 al 1926 e ministro della Pubblica Istruzione dal 1901 al 1903. Accusato di peculato, fu interdetto dalla Camera dal 1908 al 1913; nel 1926, dichiarato decaduto come deputato, ne uscì definitivamente.

18 tirocinio. Nel corso superiore di perfezionamento erano obbligatorie tre lingue straniere; gli insegnamenti di morale e igiene erano abbinati; completavano il programma di studi musica, canto, ballo, ginnastica educativa e i lavori femminili (fra i quali ricami in oro e in seta, merletti ad ago e al tombolo, lavori in maglia, ecc.). Gli insegnamenti erano «di regola» affidati a donne. Il liceo femminile doveva così di fatto a sostituire la scuola normale, come prevedeva l’art. 8: ne era prevista l’istituzione, «possibilmente», in ogni provincia, e in ogni caso nei comuni fino allora sede di scuole normali59 . La licenza magistrale primaria, conseguita con un esame, abilitava direttamente all’insegnamento, poiché il tirocinio si svolgeva negli ultimi due anni corso; al termine del corso di perfezionamento l’esame permetteva di conseguire un diploma «attestante i corsi frequentati e le prove felicemente superate»60. Il carattere pratico della scuola proposta da Nasi non doveva essere dispiaciuto alle femministe che, come Giuseppina Gizzio, lamentavano il carattere troppo «astratto» dell’educazione che fino allora era stata riservata alla donna :
«La sua educazione si è limitata al raffinamento dei sentimenti, facendole obbligo di una vita senza esperienza, di studii senza profondità, di costumi senza criterii direttivi, di morale senza pratica. Le si è anche imposto tutto quello che doveva stimolare la sua eccitabilità nervosa e la fantasia: musica, lettere, arti, poesia; si è adornata come una divinità pagana, si è convinta che la vita è una corsa al piacere» 61.

L’Autrice si spingeva a un confronto (senza dubbio ardito, per quei tempi, da parte di una donna) con i detrattori del gentil sesso che su basi fisiologiche ne affermavano l’inferiorità, e nelle pagine del suo libro ribatteva, con disinvolte disquisizioni sul peso e il volume del cervello, che tale pretesa inferiorità altro non era che una differenza frutto di costrizioni inflitte alla donne e perpetuatesi per generazioni, che si erano definitivamente inscritte nel suo patrimonio genetico. Dunque, inferiore sì, ma per colpa dell’uomo; se cautamente dava ragione ai suoi avversari sulla diversità fisica, sosteneva però che un mutamento di condizioni sociali ed educative avrebbe potuto

59

La somiglianza fra questo liceo femminile e la scuola normale è evidenziata dalla lettura dei programmi di quest’ultima, contenuti nel R.D. 24 novembre 1895, n. 704, e riconfermati con alcune modifiche nella legge 12 luglio 1896, n. 293. Non è esatto quindi affermare che il liceo femminile progettato da Nasi si presentava come “un liceo classico leggermente modificato”, come scrive D. Marchetta, il quale inoltre data il progetto al 1893, anticipandolo di nove anni (cfr. D. Marchetta, Liceo femminile, cit., pp. 483-484). Sui programmi delle scuole normali v. anche A. Santoni Rugiu, Ideologia e programmi nelle scuole elementari e magistrali dal 1859 al 1955, cit.
60

AP, Camera, Leg. XXI, Discussioni, 30 gennaio 1904, Proposta di legge del deputato Nasi, “Liceo femminile”. L’art. 20 abrogava le disposizioni contrarie contenute nella legge Casati (n. 3725, 15 novembre 1859) e in quella relativa al riordinamento delle scuole normali (n. 293, 12 luglio 1896).
61

G. Gizzio, Femminismo e Pedagogia, Torino-Roma-Milano-Firenze-Napoli, Paravia, 1913, p. 64.

19 abbattere la barriera che si era creata fra l’uomo e la donna, la quale avrebbe finalmente avuto «un valore morale pari all’uomo»62. L’idea di una scuola femminile di cultura non fu del tutto abbandonata. Nel 1913 il ministro Credaro63 nominò una commissione per la riforma della scuola normale; al termine del lavoro svolto da quest’ultima, la relazione prodotta venne allegata al progetto di legge che il ministro presentò in Senato l’anno successivo. In essa si individuavano i più gravi difetti della scuola normale: le troppe materie, gli orari e i programmi pesanti; la perdita di tempo dovuta all’applicazione del metodo ciclico; il frazionamento delle cattedre, che minava la continuità d’insegnamento; il tirocinio, e la difficoltà di raggiungere insieme una preparazione culturale e professionale. Nel capitolo III della relazione veniva evidenziata la necessità di provvedere all’istruzione femminile, offrendo un nuovo corso di studi alle fanciulle che non aspiravano alla carriera di maestra, e che in mancanza di una scuola governativa adatta si rivolgevano in massa (le stime erano di circa 20.000 alunne) a educandati, monasteri, istituti privati di ogni tipo in Italia e all’estero. Ma nel seguito si dichiarava che un esame più approfondito della questione aveva riconfermato come la funzione di scuola di cultura venisse assolta egregiamente dalla scuola normale, la quale se era capace di formare una buona maestra «non poteva non essere adatta, almeno nel suo complesso, alla formazione di una fanciulla colta e di una buona madre». Non essendo, quindi, opportuno creare una scuola di cultura fine a se stessa, il problema veniva risolto proponendo «l’esperimento di un corso d’istruzione prettamente femminile» a fianco di quello professionale. La nuova struttura dell’istituto magistrale - questa la nuova denominazione suggerita da Credaro - vedeva quindi un corso di cultura della durata di cinque anni, al termine del quale si accedeva a un biennio professionale con tirocinio; il corso «sperimentale» si sarebbe collocato in parallelo a quest’ultimo64 . La commissione aveva presentato un’altra relazione riguardante l’istituzione di un corso superiore di cultura femminile, che doveva seguire al corso di cultura e si divideva in due sezioni: domestico-sociale, di due anni e storico-letteraria, di tre. Ma Credaro non riteneva necessario «appesantire» il progetto di riforma della scuola normale aggiungendovi tale corso, che semmai sarebbe stato oggetto di un prossimo disegno di legge; tanto più che
62 63

Ivi, p. 101.

Luigi Credaro (1860-1939), professore di storia della filosofia all’Università di Pavia (1889) e di Pedagogia all’Università di Roma (1902), fu eletto deputato per il Partito Radicale nel 1895 e fu ministro della P.I. dal 1910 al 1914; al suo nome è legata la legge sull’avocazione della scuola elementare allo Stato (l. “Daneo-Credaro”, 4 giugno 1911, n. 407). Per un profilo più esaustivo si veda M. D’Arcangeli, Luigi Credaro e la “Rivista Pedagogica” (1908-1939), in “Scuola e Città, a. XLIV, n. 7, 31 luglio 1993, pp. 273-280.
64

Relazione della Commissione per la riforma dell’istruzione magistrale, in AP, Senato, Leg. XXIV, Documenti, 26 febbraio 1914, doc. n. 8.

20 all’istruzione femminile provvedevano in maniera efficace le scuole femminili di perfezionamento di Roma, Milano e Torino, le scuole commerciali di Roma, Milano, Genova e Torino e altre città, le scuole di cucina e di economia domestica, quelle complementari e professionali, ecc.65 . Con il presente disegno di legge, concludeva il ministro, si offriva alla donna «una buona scuola quinquennale di cultura», e d’altra parte le fanciulle avevano accesso, «molto più largamente che in altri paesi», a tutte le scuole medie e superiori maschili; in definitiva la coeducazione dei sessi aveva dato buona prova, risolvendo nel contempo una grande difficoltà economica66. Il progetto di legge, arenatosi per il sopraggiunto stato di guerra, fu ripreso nel 1918 dal ministro Berenini con diversi emendamenti. Il ministro manteneva in sostanza la formulazione del suo predecessore, affermando che l’istituto magistrale avrebbe provveduto alla formazione culturale delle fanciulle «giacché darà loro il senso della nobilissima funzione educativa, che spetta sempre alla donna, anche se essa non eserciterà ex professo il magistero»; inoltre si riservava di proporre una riforma degli educandati, risolvendo così il problema dell’istruzione delle fanciulle che non intendessero frequentare l’istituto magistrale67 . Nella discussione in Senato di alcune settimane dopo Berenini ammetteva tuttavia che la situazione dell’istruzione femminile presentava ancora gravi carenze: «tutti i corsi di studi medi e superiori sono oggi di fatto aperti anche alle donne, ma sarebbe illusione il credere che per tal modo siasi risolto in Italia il problema dell’educazione femminile», in considerazione della «funzione differenziale e specifica della donna». Le giovinette che desideravano proseguire gli studi avevano solo due alternative, l’istruzione magistrale o l’istruzione professionale, entrambe lontane «dall’assolvere il compito che ad uno Stato moderno compete circa l’educazione della donna». Collegi, educatori e conservatori femminili offrivano un’educazione superficiale, in contrasto con i mutamenti sociali che affermavano l’esigenza di formare «spose e madri italiane» il cui compito non si esaurisse fra le mura domestiche, non delle virago ma neppure delle bambole68 . Il progetto fu approvato dal Senato il 1° maggio 1918, ma non ebbe seguito.

65 66

Ivi. Ivi. Senato, Leg. XXIV, Documenti, 27 febbraio 1918, doc. n. 8-bis. Senato, Leg. XXIV, Discussioni, 24 aprile 1918.

67 AP, 68 AP,

21 La tentata riforma fu, invece, occasione per Giovanni Gentile69 di intervenire nel dibattito che attorno ad essa si era animato, con un articolo sulle pagine del «Resto del Carlino» dal titolo Esiste una scuola in Italia ? in forma di lettera aperta al ministro Berenini. Gentile, seguitando sulla linea di politica scolastica che aveva inaugurata da diversi anni con una serie di scritti in difesa della scuola classica, auspicava una ristrutturazione organica della scuola normale che non fosse uno dei soliti «rimaneggiamenti»; il difetto principale che individuava in quest’ordine di scuola non era «in questo o quel programma, in una materia di più o di meno, nell’eccesso o nel difetto della teoria o della pratica, nel suo carattere umanistico o realistico, culturale o professionale», ma nel fatto che
« ...non c’è scuola senza scolari, e alla normale manca una scolaresca sua propria. Essendo essa istituto medio di secondo grado, manca di una scuola di primo grado, che ne prepari gli alunni ; ond’è costretta ad aprire le braccia a tutti gli sbandati delle varie scuole indirizzate a finalità diverse: giovani e giovanetti di diversa età, di diversa tempra intellettuale, di aspirazioni diverse, formanti un’accozzaglia artificiale, cui nessuno sforzo di buona volontà potrà mai sottomettere a una comune disciplina mentale e morale»70.

La polemica contro l’apertura indiscriminata alla «pletora degli alunni», che costituiva uno dei ritornelli preferiti del filosofo, si induriva ulteriormente nei confronti del sesso femminile, la cui massiccia presenza nella scuola media era segno inequivocabile della decadenza cui questa sarebbe andata incontro in mancanza di un ritorno alla sua «antica fisionomia»:
«...essa sarà abbandonata dagli uomini, attratti verso carriere più vantaggiose e virili: e invasa dalle donne, che ora si accalcano alle nostre università, e che, bisogna dirlo, non hanno e non avranno mai né quell’originalità animosa del pensiero, né quella ferrea vigoria spirituale, che sono le forze superiori, intellettuali e morali, dell’umanità, e devono essere i cardini della scuola formativa dello spirito superiore del paese»71.

La conclusione era riassunta nelle parole «poche scuole, ma buone», che avrebbero rappresentato il fulcro della riforma attuata nel 1923; e il commento sulla «invasione delle donne»

69

Di Giovanni Gentile (1875-1944) rammentiamo lo scritto Il concetto scientifico della pedagogia (1901), prima formulazione della risoluzione della pedagogia con la filosofia e dell’identità educatore-educando, e l’opera Sommario di pedagogia come scienza filosofica (1913-14). Sulla politica scolastica esistono numerosi contributi, a partire da L’insegnamento della filosofia nei licei (1900), a L’unità della scuola secondaria e la libertà degli studi (1902), i discorsi raccolti in La riforma della scuola media (1905), Scuola e filosofia (1908), Il problema scolastico del dopoguerra (1919), La riforma dell’educazione (1920), ecc. Essendo impossibile darne un medaglione biografico in poche righe, si rimanda a S. Romano, Giovanni Gentile. La filosofia al potere, nuova edizione integrata, Milano, Bompiani, 1990, e a G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, Firenze, Giunti, 1995.
70

G. Gentile, Esiste una scuola in Italia ? Lettera aperta al ministro della P.I. On. Berenini, in Il problema scolastico del dopoguerra, Napoli, Ricciardi, 1919, pp. 5-6. La lettera fu pubblicata il 4 maggio 1918 sul “Resto del Carlino”.
71

Ivi, p. 8.

22 era il presupposto che avrebbe dato vita al Liceo femminile, nato per accogliere lo sciame di fanciulle che dovevano essere dissuase dal frequentare la scuola classica e la scuola normale.

I Licei femminili nelle terre redente
Prima dell’armistizio esistevano, nelle terre redente, quattro Licei femminili con insegnamento in lingua italiana, istituiti dai Comuni e dalle Provincie di Pola, Rovereto e Trieste in base alle leggi austroungariche del 1910 e del 1912, fra i quali l’unico di fondazione statale era quello di Trieste, in lingua tedesca, che fu soppresso dopo l’annessione. Simili, per struttura, alle höhere Mädchenschule tedesche e ai Licei femminili francesi fondati nel 1880 su iniziativa del deputato Camille Sée, il loro obiettivo era quello di fornire alle fanciulle di estrazione borghese una cultura laica senza fini professionali; l’istituto magistrale era invece concepito come scuola decisamente professionalizzante, a differenza della scuola normale del Regno d’Italia che, come si è visto, tentava di conciliare la finalità culturale con quella formativa del corpo insegnante magistrale. I Licei femminili austroungarici si componevano di 6 classi ordinarie, cui se ne poteva aggiungere una settima che, a fianco dei corsi complementari liberi, consentiva l’accesso ad alcune facoltà universitarie o l’acquisizione del diploma magistrale; il diploma era anche titolo di ammissione ad alcuni impieghi statali e ad esami di abilitazione all’insegnamento di alcune materie72. In tutto l’Impero nel 1900 si contavano 9 istituti con 1.700 alunne (sommate a quelle delle scuole superiori femminili), che dopo le leggi riformatrici nel 1912 erano saliti a 66 con 11.286 alunne73 . Fino al 1922 era prevalsa la tendenza a non applicare le norme legislative del Regno alle scuole medie dei territori ex austroungarici, mantenendone gli ordinamenti; la riforma Gentile fu invece estesa a tutto il territorio italiano. Nell’anno scolastico 1922-23 erano funzionanti, nelle nuove provincie, due Licei femminili di cultura comunali, il «Riccardo Pitteri» e il «Giosuè Carducci» con annesso Istituto Magistrale, entrambi a Trieste, più quattro licei pareggiati: il Liceo femminile provinciale di cultura «Regina Elena» a Pola, la scuola superiore per giovanette di lingua tedesca (Höhere Töchterschule) a Bolzano, il Liceo femminile delle Dame Inglesi a Merano, di

72 73

R. Truffi, Per l’istruzione della donna in Italia, cit., p. 523. Ivi, p. 524 n.

23 lingua tedesca, e il Liceo femminile comunale di cultura a Rovereto74; nell’anno successivo fu chiuso il liceo di Pola e il Carducci di Trieste fu unificato con il Pitteri75. Il Liceo femminile comunale «Riccardo Pitteri», istituito a Trieste nel 1913, soppresso dall’impero austriaco nel 1915 e poi ricostituito con l’armistizio del 1918, era una scuola secondaria composta da sei classi liceali con annesso un ginnasio classico; di fondazione non statale, ottenne il pareggiamento nel 1922. Vi erano impartiti gli insegnamenti di italiano, francese, tedesco, storia, geografia, matematica, storia naturale, somatologia e igiene, fisica, chimica, disegno, calligrafia, lavori femminili, educazione fisica e filosofia; le materie facoltative erano canto, stenografia, lavori femminili negli ultimi due anni di scuola e due corsi completivi di computisteria e matematica, come previsto dal programma didattico del 14 settembre 192076. Il primo triennio poteva sostituire il corso inferiore di scuola normale, istituto tecnico e scuola media commerciale; dopo cinque anni era consentita l’iscrizione al corso magistrale biennale. La licenza dava accesso all’istituto superiore di magistero, all’istituto di magistero di educazione fisica e a una serie di esami e di corsi specializzanti; veniva inoltre equiparata a tutti gli effetti a quella di scuola normale, salvo che per l’esercizio dell’insegnamento elementare77 . Nell’anno scolastico 1921-22 il «Pitteri» contava 576 iscritte, di cui 461 nelle sei classi liceali e le restanti 115 in quelle ginnasiali. L’insegnamento facoltativo più seguito era il canto, con 345 preferenze; seguivano i lavori donneschi (99), la computisteria (42) e il corso complementare di matematica (31)78. Nel 1922-23 le alunne iscritte erano complessivamente 567, di cui 453 nelle classi liceali79 ; tre anni dopo la riforma Gentile si erano ridotte a ventisette80.

74 75

Ministero della Pubblica Istruzione (MPI), Annuario 1923, Roma, Tip. Operaia Romana Cooperativa, 1923, p. 622.

M. Graziussi, Le scuole medie nelle terre redente, in “Annali della Pubblica Istruzione” - II, Istituti Medi e Superiori, a. I, fasc. I, 10 agosto 1924, p. 43.
76

Liceo Femminile Comunale “R. Pitteri” e Ginnasio Femminile, Annuario 1921-1922, n. s., a. IV, Trieste, Stab. Art. Tip. G. Caprin, 1923, p. 9.
77

La licenza dava accesso agli esami di abilitazione all’insegnamento di lingue straniere nelle scuole medie di primo grado, calligrafia nelle scuole tecniche e normali, disegno nelle scuole medie, canto corale nelle scuole normali, stenografia; agli esami di licenza magistrale con le prove di pedagogia, didattica, igiene scolastica, canto, ginnastica e lavori donneschi; alla terza classe di una scuola magistrale con un esame di pedagogia generale, oppure alla quarta, con un esame di pedagogia, didattica, canto, ginnastica e lavori femminili; ai corsi di perfezionamento per i licenziati delle scuole normali annessi alla Facoltà di lettere e filosofia previo esame integrativo di pedagogia.
78 79

Ivi, pp. 16-17. Ivi, pp. 7-8.

Liceo Femminile Comunale “R. Pitteri” e Ginnasio Femminile, Annuario 1922-1923, n. s., a. V, Trieste, Stab. Art. Tip. G. Caprin, 1924, pp. 14-15. La scuola venne regificata nel 1923.
80

MPI, Annuario 1927, Roma, Provveditorato Generale dello Stato - Libreria, 1927, pp. 571-72. La fonte della tabella 1 è G. Ferretti, La scuola nelle terre redente. Relazione a S.E. il Ministro (giugno 1915-novembre 1921), Firenze, Vallecchi, 1923, pp.286-290.

24 Nel 1919 si svolse a Trieste il Congresso della scuola media redenta, in cui il Liceo femminile fu al centro di vivaci discussioni. Tre erano le tendenze che si delineavano nel dibattito: la soppressione del liceo, accusato di non essere una scuola culturale né professionalizzante, null’altro che un inutile «vivaio di signorine frivole ed oziose»; la conservazione del liceo così com’era; la sua ristrutturazione, rendendolo una scuola più professionalizzante e moderna con un indirizzo più eminentemente pratico; fu quest’ultima a prevalere, con lo scarto di appena un voto81. L’anno successivo il MPI nominò una Commissione per riformare i Licei femminili, la quale approvò un nuovo ordinamento che prevedeva delle modifiche sostanziali ad orari e programmi, lasciando invariate la durata (6 anni) e gli insegnamenti fondamentali, che dovevano fornire una cultura generale con cognizioni di genere linguistico, letterario e scientifico. Una delle novità era che al termine della terza classe era possibile ottenere, previo la frequenza di un corso di computisteria, un titolo di studio corrispondente a quella che in seguito sarebbe divenuta la licenza di scuola tecnica; le licenziate della quarta classe potevano, frequentando un anno di corso integrativo, essere ammesse alle facoltà universitarie. Fu poi progettato, ma mai attuato, un terzo corso di perfezionamento, quello magistrale, una sorta di canale provvisorio in attesa di una riforma delle scuole normali delle nuove province82.
Tabella 1. Popolazione scolastica nei Licei Femminili delle Terre Redente 83 VENEZIA GIULIA Istituto L. F. provinciale «Regina Elena» - Pola L. F. comunale «G. Carducci» - Trieste L. F. comunale «R. Pitteri» - Trieste Totale VENEZIA TRIDENTINA Istituto Civico L. F. «B. L. Saibanti» - Rovereto L. F. Prosl - Merano L. F. Dame Inglesi - Merano Scuola media per giovinette - Bolzano Totale 1918-19 97 37 43 177 1919-20 157 45 71 32 305 1920-21 168 51 85 24 328 1918-19 338 600 418 1356 1919-20 473 527 779 1779 1920-21 469 722 644 1835

81

F. Pasini, Il liceo femminile secondo la riforma gentiliana, in “L’Educazione Nazionale”, a. VI, fasc. VI, giugno 1924, pp. 285-289.
82 83

R. Truffi, Per l’istruzione della donna in Italia, cit., p. 524 ss.

Fonte: G. Ferretti, La scuola nelle terre redente. Relazione a S.E. Il Ministro (giugno 1915 - novembre 1921), Firenze, Vallecchi, 1923, pp. 286-289 ss.

25

La riforma Gentile
Nel maggio 1923, in virtù dei pieni poteri concessi per un anno al governo Mussolini, fu varata la riforma Gentile, consistente in una serie di regi decreti non sottoposti ad alcun controllo parlamentare84 , così come era accaduto sessantaquattro anni prima per la legge Casati. In continuità con quest’ultima si sottolineava il ruolo predominante della cultura umanistica, accentuando la scissione fra istruzione classica e istruzione tecnico-professionale e rendendo ancora più elitario, per la pesantezza dei programmi e la difficoltà degli esami, il liceo, strumento di preparazione della classe dirigente nazionale; anche a livello amministrativo veniva riconfermato il centralismo casatiano, con un rafforzamento del Consiglio superiore della PI e una generale gerarchizzazione della struttura. Nella riforma confluivano i dibattiti e le elaborazioni dell’età giolittiana sulla scuola, ma l’istanza che ne veniva recepita era soprattutto quella di un’istruzione selettiva ed esclusiva85. Il corpus della riforma era costituito dai regi decreti che modificavano l’amministrazione scolastica, la scuola media, l’università e la scuola elementare, cui fece seguito una serie di regolamenti, norme e decreti. Il decreto centrale era quello del 6 maggio 1923, n. 1054, che riorganizzava la scuola media secondo alcuni punti fondamentali: il nuovo esame di Stato, la drastica riduzione del numero degli istituti, la riconferma della supremazia del liceo classico e della cultura umanistica, con la conseguente dequalificazione delle scuole tecniche e la creazione di scuole «di scarico» fini a se stesse per i ceti meno abbienti. In ottemperanza alle norme internazionali l’obbligo scolastico fu elevato al quattordicesimo anno di età; per permetterne l’assolvimento fu ideato il corso integrativo postelementare, della durata di tre anni, che dava un complemento d’istruzione al quinquennio

84

Così il Consiglio dei Ministri diede la sua approvazione: «Il Ministro della Pubblica Istruzione on. Gentile ha sottoposto al Consiglio il piano di riforma organica delle scuole medie; riforma con la quale si riordinano i servizi pertinenti alla scuola media in modo più consono alle moderne esigenze didattiche e pedagogiche e più rispondenti alle mutate condizioni sociali ed economiche del Paese. La riforma è concretata in un decreto di quasi 150 articoli, corredato da 20 tabelle, che disciplina tutta la materia dell’istruzione media, dagli istituti governativi e dai Convitti nazionali, agli istituti pareggiati e privati, dallo stato giuridico ed economico dei Professori agli esami, dalla carriera scolastica degli alunni alle tasse. Il piano di riforma, dopo ampia discussione, alla quale hanno partecipato quasi tutti i Ministri, è approvato all’unanimità». ACS, Consiglio dei Ministri, Verbali, 27 aprile 1923, p. 341 bis. Gentile era stato nominato ministro della P.I. il 31 ottobre 1922, nel primo Gabinetto Mussolini, subito dopo la marcia su Roma .
85

G. Ricuperati, La scuola nell’Italia unita, in AA. VV., Storia d’Italia, vol. V, I Documenti, Tomo I, Torino, Einaudi, 1973, p. 1711.

26 elementare. In realtà tale corso, che doveva servire quale soluzione di «massa» per il popolo, non era presente su tutto il territorio e pochi furono coloro che lo frequentarono; privo di sbocchi e duramente criticato, nel 1929 venne soppresso 86. Erano istituite la scuola complementare, che si concludeva in se stessa e dava accesso ai rami più bassi degli impieghi statali (anch’essa ben presto eliminata) e il nuovo istituto magistrale, radicalmente trasformato, che si proponeva come scuola di formazione umanistica, con il latino e senza più psicologia e tirocinio. La scuola per eccellenza rimaneva il liceo classico, unico che dava accesso a tutte le facoltà universitarie, accanto al quale, abolito il liceo moderno, veniva creato il liceo «minore», lo scientifico: «Tendo a concentrare la funzione della scuola media nella scuola classica» affermava Gentile in un’intervista all’«Idea Nazionale» alla vigilia della riforma, «la quale, per il suo valore nazionale ed educativo, avrà una netta preminenza su le altre scuole destinate alla formazione dello spirito degli alunni»87 . Veniva, infine, «la più graziosa e assurda invenzione di Giovanni Gentile»88: il Liceo femminile. Così il filosofo ne giustificava la creazione in un’intervista al «Corriere Italiano» del 17 gennaio 1924:
«Molte fanciulle della borghesia, pur non avendo intenzione di dedicarsi all’insegnamento, frequentavano la scuola normale, che era l’unica scuola per signorine, o si istruivano in istituti privati. Creando lo schema del liceo femminile, abbiamo inteso di determinare il genere di cultura che si doveva dare in questi istituti privati e abbiamo voluto dar posto a quelle fanciulle che venivano escluse dagli istituti magistrali»89.

Tale finalità era specificata anche nel RD: «I licei femminili hanno per fine d’impartire un complemento di cultura generale alle giovinette che non aspirino né agli studi superiori né al conseguimento di un diploma professionale» 90. Il Liceo femminile fu quindi istituito, oltre che per rispondere alla richiesta di istruzione media da parte della popolazione femminile che non aspirava al proseguimento degli studi, allo scopo di preservare dall’affollamento gli istituti magistrali, proteggendo nel contempo dall’«invasione delle donne» la scuola media pubblica, in particolare il

86 A. 87

Semeraro, Il sistema scolastico italiano. Profilo storico, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1996, p. 62.

L’intervista è del 29 marzo 1923, poi pubblicata sotto il titolo Il rinnovamento della scuola in G. Gentile, La riforma della scuola in Italia, cit., pp. 49-56.
88

G. Ricuperati, Scuola e politica nel periodo fascista, in G. Quazza (a cura di), Scuola e politica dall’Unità ad oggi, Torino, Stampatori, 1977, p. 89.
89 90

G. Gentile, Il riordinamento della scuola, in Il fascismo al governo della scuola, Palermo, Sandron, 1924, p. 249.

R. D. 6 maggio 1923, n. 1054, Ordinamento della istruzione media e dei convitti nazionali. Cap. VII - Dei licei femminili, Art. 65.

27 liceo-ginnasio91. L’istituto, privo di corso inferiore, aveva la durata di tre anni e vi si accedeva dopo quattro anni di scuola media di primo grado, previo esame di ammissione92; al termine del triennio non si sosteneva l’esame di Stato come per i licei classico e scientifico, ma si otteneva una licenza inutilizzabile a livello professionale e che non consentiva il passaggio all’Università93. Le materie d’insegnamento erano lingue e letteratura italiana e latina, storia e geografia, filosofia, diritto ed economia politica; due lingue straniere, delle quali una obbligatoria e l’altra facoltativa; storia dell’arte; disegno; lavori femminili; musica e canto; uno strumento musicale; danza94. L’istituzione del Liceo femminile ben si accordava con l’immagine che Gentile aveva della donna: spiritualmente - oltre che fisicamente - diversa dall’uomo, e come tale limitata a livello sociale e culturale, destinata a ricoprire il ruolo di vestale del fuoco familiare, madre ed educatrice dei figli; in breve, una deliziosa e angelicata creatura subalterna, incapace di dedicarsi alle attività scientifiche e politiche, che rimanevano il «terreno di battaglia» dell’uomo95 . In continuità con i pensatori ottocenteschi che, come Lombroso, consideravano la donna inferiore rispetto all’uomo nella linea evolutiva, per l’idealismo gentiliano ella era un essere di ottuse capacità, la cui comprensione dello spirito era imperfetta96 . Con la creazione di una «scuola adatta ai bisogni intellettuali e morali delle signorine» il filosofo giustificava la riduzione degli istituti magistrali da
91

L’affollamento delle donne nei licei ne avrebbe diminuito “di fatto la possibilità di essere le palestre severe per i futuri capi. [...] La scelta di questo infelice tipo di scuola inaugurava una costante della politica fascista, il rifiuto di considerare la donna come parte dello stesso mercato del lavoro maschile. C’era la precisa volontà di imprigionarla elegantemente - nei ruoli di madre e semmai signora, nel senso più piccolo-borghese del termine”. G. Ricuperati, La scuola italiana e il fascismo, Bologna, Consorzio Provinciale Pubblica Lettura, 1977, p. 11.
92

I titoli di iscrizione nei licei femminili erano i seguenti: 1a classe : alunne promosse dalla 4a del ginnasio moderno o classico ; alunne riprovate nella promozione alla 2a classe della scuola normale le quali optino per il Liceo femminile anziché per la prima classe del corso superiore dell’istituto magistrale 2a classe : alunne licenziate dalla 5a del ginnasio moderno o classico ; alunne promosse dalla 1a classe normale 3a classe : alunne promosse dalla 1a del liceo moderno o classico ; alunne promosse dalla 2a classe normale o dalla 1a del corso magistrale. MPI, Bollettino Ufficiale, a. L, vol. II, n. 36- 30 agosto 1923, circolare n. 67, p. 2851.
93

Le candidate che avessero compiuto vent’anni “nell’anno in corso” potevano abbreviare il ciclo di studi e licenziarsi con un anno d’anticipo. L. Severi, R. Ferruzzi, Il nuovo regolamento sugli alunni, gli esami e le tasse scolastiche per gli istituti medi d’istruzione, Torino-Milano-Firenze-Roma-Napoli-Palermo, Paravia, 1925, p. 70.
94 95

Ivi, art. 67.

G. Gentile, La donna nella coscienza moderna, in La donna e il fanciullo. Due conferenze, Firenze, Sansoni, 1934, pp. 1-28. Lo scritto si apre con l’emblematica famosa affermazione: “Il femminismo è morto”. La coerenza fra la creazione dell’istituto e la concezione che il filosofo aveva della donna è giustamente sottolineata da G. Turi, che non si trova d’accordo con il giudizio di Prezzolini, il quale in una sua lettera affermava: “I licei femminili sono un errore da siciliano, che non conosce la vita moderna”, dimostrando quindi di considerare tale scuola una sorta di “incidente di percorso” nella politica scolastica gentiliana. Cfr. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, cit., pp. 327-328 ; Prezzolini a Casati, 30 giugno 1924, in A. Casati - G. Prezzolini, Carteggio, II, 1911-1944, a cura di D. Continati, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1990, p. 453.
96

V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, cit., pp. 210-211.

28 153 a 87, come ebbe a spiegare in un discorso del 15 novembre 1923 al Consiglio Superiore della P.I.97. L’art. 69 della legge autorizzava l’istituzione di venti regi Licei femminili in tutto il Regno, e un decreto successivo disponeva l’istituzione di un liceo a partire dal 1° ottobre 1923 nei comuni di Cagliari, Cesena, Macerata, Milano, Napoli, Padova, Spoleto, Torino, Venezia e Verona98 ; fra questi dieci erano di fatto funzionanti nell’anno scolastico 1923-24 quelli di Cesena, Macerata, Milano, Napoli, Torino, Rovereto, Trieste99 . Dei licei istituiti con un posteriore regio decreto a Rimini e a Siena solo quest’ultimo100 risulta effettivamente attivo dal 1925 al 1928. A Milano e a Napoli furono preventivati due corsi di Liceo femminile, così come a Trieste, nelle altre città (Cagliari, Cesena, Macerata, Padova, Spoleto, Torino, Venezia, Verona) fu preventivato un liceo con un corso unico di tre classi; questi dieci istituti dovevano essere attivati entro il 1924. A essi vanno aggiunti quelli di Trieste e Rovereto (corso unico), di fondazione austroungarica; fu soppresso, subito dopo la redenzione, il Liceo femminile tedesco di Trieste, e identica sorte toccò in seguito al Liceo femminile provinciale di Pola101.

I programmi del liceo femminile
L’esame di ammissione al Liceo femminile prevedeva prove scritte e orali di italiano e latino, conversazioni su alcuni argomenti di storia e di geografia, prove di disegno, canto e uno strumento musicale, e nelle intenzioni del legislatore doveva costituire un filtro che lasciasse accedere solo le più dotate di «grazia aristocratica»: «Si guarderà molto al gusto con cui si leggono gli autori prescelti e alla signorilità dell’espressione», si precisava nelle Avvertenze102 . L’unica

97 98 99

G. Gentile, Il rinnovamento della scuola, in La riforma della scuola in Italia, cit., pp. 211-212. R.D. 9 settembre 1923, n. 1916.

MPI, Annuario 1924, Roma, Libreria dello Stato, 1924, pp. 503-504. I licei di Rovereto e di Trieste erano già esistenti quali licei femminili di cultura nelle terre redente. Il liceo di Spoleto venne soppresso col il R.D. 27 marzo 1924 n. 555 ; ma di fatto non fu mai funzionante, non risultando nei dati ufficiali Istat né in quelli degli Annuari e dei Bollettini del MPI.
100

R.D. 27 settembre 1923, n. 2508 ; cfr. gli Annuari del MPI del 1926, 1927 e 1928. Anche in questo caso non vi sono tracce del liceo di Rimini, previsto dalla legge e mai operante.
101 102

F. Pasini, Il liceo femminile secondo la riforma gentiliana, cit., pp. 290-91 n. MPI, Programmi per le RR. scuole medie, Roma, Tip. Operaia Romana Cooperativa, 1923, p.80.

29 variazione che le materie d’insegnamento, riportate nella tabella 2, subirono con il ministro Fedele, fu la soppressione dell’insegnamento dell’educazione fisica.

Tabella 2. Orario e materie d’insegnamento nelle tre classi del Liceo Femminile103
MATERIE D’INSEGNAMENTO Lingua e letteratura italiana e latina Storia e geografia Filosofia, diritto ed economia politica Storia dell’arte (facoltativa) Lingua francese (facoltativa) Lingua tedesca o inglese Disegno Musica, canto e danza Strumento musicale (facoltativo) Lavoro femminile ed economia domestica Educazione fisica TOTALI I 6 3 3 (2) (4) 4 3 2 (2) 3 2 26 II 6 3 3 (2) (4) 4 3 2 (2) 3 2 26 III 6 3 3 (2) (4) 4 3 2 (2) 2 2 25 Tot. 18 9 9 (6) (12) 12 9 6 (6) 8 6 77

Se le indicazioni di Gentile privilegiavano del latino l’aspetto estetico della letteratura, dando grande spazio alla lettura dei poeti e assegnando un ruolo marginale a Plinio, Livio, Cicerone e Tacito, il programma, dopo Fedele, diventa, nelle definizioni del MEN, «più armonico e più completo e meglio rispondente al fine assegnato al liceo femminile: l’acquisto di una cultura generale di carattere disinteressato, la educazione al gusto “delle cose belle, alte, gentili”»104; le giovinette dovevano perciò dedicarsi allo studio dei costumi religiosi e domestici degli antichi romani, e nei programmi non mancava l’esaltazione della romanità e del cristianesimo. L’esame di licenza comprendeva prove scritte e orali di italiano e latino, francese, la lingua facoltativa (inglese o tedesco); una prova orale di filosofia della durata di venti minuti, su argomenti di estetica, morale e sul problema conoscitivo più l’esposizione di un dialogo platonico; conversazioni di diritto ed economia politica, storia e geografia; ma questa era la parte minore dell’esame. Nelle materie artistiche era invece sottolineato il lato più «femminile» del tipo di scuola. La prova pratica di disegno consisteva nell’esecuzione di un lavoro ornamentale su un «oggetto casalingo» in cui la candidata doveva dare prova di buon gusto; il programma di storia

103
104

Fonte: MEN, Dalla riforma Gentile alla Carta della scuola, cit., p. 192.
MEN, Dalla riforma Gentile alla Carta della scuola, cit., p. 258.

30 dell’arte era lo stesso del liceo classico, con l’avvertenza che «nel liceo femminile si richiederà una più profonda conoscenza delle cosiddette arti decorative considerata la funzione che la donna assume nell’ordinamento estetico della casa»; era ritenuto, invece, meno importante che le fanciulle conoscessero la storia dell’architettura105. Seguiva un programma di media difficoltà di musica e canto corale e uno strumento musicale, a scelta fra pianoforte e violino; poi l’esame di danza, in minima parte pratico, basato soprattutto su nozioni storiche e teoriche. Ma la parte predominante era costituita dai lavori femminili e dall’economia domestica, che insieme occupavano oltre la metà dell’intero programma. Erano descritte nei minimi particolari le prove pratiche, complessivamente quindici, che la candidata avrebbe estratto a sorte ed eseguito, consistenti ognuna in una serie di lavori di taglio, ricamo, cucito a mano e a macchina, in cui abbondavano vestine e cuffiette da neonato. Seguivano le prove orali, ossia una discussione del lavoro svolto, disegni alla lavagna e su carta di modelli, preventivi di spesa dell’acquisto dei materiali, ecc.; in tutto, l’esame pratico impegnava una giornata per sei ore, con un intervallo di due, e l’esame orale doveva occupare una ventina di minuti. Agli esaminatori si raccomandava di tener conto, nella valutazione, «del gusto, del senso della misura e del possesso di quel discernimento che lascia saviamente interpretare tutte le libertà consentite dall’arte»106. La prova si concludeva con una conversazione di quindici minuti sulle nozioni di economia domestica, che comprendevano il bilancio familiare, la casa e la mobilia, le cure da darsi agli abiti e alla biancheria, l’alimentazione (inclusa l’utilizzazione degli avanzi) e gli animali domestici. Le Avvertenze in calce ai programmi richiamavano l’attenzione sulle finalità dell’istituto :
«Gli esami del liceo femminile devono essere un saggio di cultura generale. Senza molte minuzie, essi debbono dar prova che le candidate sono in grado di leggere ed apprezzare i migliori scrittori delle singole letterature, che hanno un’idea abbastanza concreta del mondo in cui debbono vivere, e sufficiente finezza spirituale per potervi esercitare la loro missione moralizzatrice. Questi elementi sono troppo sottili perché possano chiaramente fissarsi in un programma di esame, ma l’esaminatore, tenendoli presenti e tenendo presente la natura e lo scopo dell’istituto, potrà formarsi una chiara idea del modo di interrogare che dovrà usare e dei limiti del programma materialmente indicato»107.

Gusto, gentilezza e moralità erano dunque le parole d’ordine di questo programma d’esame decisamente sbilanciato verso le attività «femminili». Alla fine del 1924 le cifre riguardanti i risultati dei primi esami di Stato sono le seguenti: 3.737 diplomati al liceo classico, 310 allo
105 106 107

Ivi, p. 83. Ivi, p. 87. Ivi, p. 88.

31 scientifico, 3.719 abilitati all’istituto tecnico, sezione ragioneria, e 1.171 alla sezione agrimensura, 4.884 diplomati all’istituto magistrale. Le licenziate del liceo femminile erano appena 16, con due candidate respinte108.

Il dibattito in Parlamento
In Parlamento la riforma Gentile fu discussa per la prima volta nel maggio 1923, in occasione del dibattito sull’approvazione del bilancio del MPI. La discussione riguardava solo una parte della riforma, quella relativa al riordino della scuola media, e vide i socialisti, rappresentati dai deputati Baratono, Zanzi e Lazzari in netto contrasto con Gentile. La successiva discussione alla Camera si ebbe dal 17 al 19 dicembre 1924 sotto il successore di Gentile, Casati, sempre nel corso del dibattito sul bilancio del MPI. Stavolta i gruppi di opposizione riuniti nel cosiddetto Aventino avevano in gran parte disertato i lavori parlamentari per protestare contro il rapimento e la scomparsa del deputato socialista Matteotti. In Senato la discussione si tenne nel 1925, nelle tornate dal 2 al 7 febbraio109 . Oltre al riordinamento della scuola secondaria l’attenzione si concentrava sulla riforma universitaria; la critica della minoranza prendeva di mira in particolar modo i programmi della scuola media, l’esame di Stato e le limitazioni all’autonomia universitaria, e fu qui che si concentrarono le critiche al Liceo femminile. I più agguerriti erano Ettore Pais, Nino Tamassia, Francesco Torraca, Girolamo Vitelli e Luigi Credaro, che non risparmiarono le critiche sulla nuova istituzione: «La scuola media appena creata», diceva Tamassia, «ebbe i suoi infortuni, i nati morti della Riforma: la scuola complementare, che con l’ossigeno del corsi integrativi non è più quella, e i licei femminili dai canti e dalle dolci danze» 110. L’onorevole Pais111 rincarò la dose, esponendo i programmi del nuovo
108

A. Ferlini, Il travaglio della riforma scolastica. Programmi “Fedele” con Avvertenze, Ripartizioni e Note, Torino, Paravia, 1926, p.119.
109

La Commissione delle Finanze del Senato si era espressa benignamente sulla riforma scolastica, rallegrandosi come l’aumento di spesa da essa provocato non avesse pesato eccessivamente sul bilancio dello Stato, andando a gravare per lo più su quello di Comuni, Province, Camere di Commercio e su “quello domestico di molti padri di famiglia”. P. Chimienti, Sulla riforma Gentile. Relazione della Commissione di Finanze del Senato sul bilancio della P.I. (esercizio 1924-25), Roma, Tip. del senato, 1925, pp. 7-8.
110

AP, Senato, Leg. XXVII, Discussioni, 2 febbraio 1925, Discussione del disegno di legge : “Stato di previsione della spesa del Ministero della Pubblica Istruzione per l’esercizio finanziario dal 1° luglio 1924 al 30 giugno 1925”, p.1288.
111

Pais, uno dei più critici oppositori della riforma, era stato docente di storia antica di Gentile alla Normale di Pisa; nel 1918 Gentile aveva tentato di impedirne, senza riuscirvi, la chiamata per chiara fama all’Università di Roma. Cfr. G. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, cit., pp. 18, 276.

32 istituto al pubblico dileggio, in un discorso che non mancò di riscuotere l’approvazione della platea; pur riconoscendo che l’idea di fondare una scuola per giovinette era buona, rispondendo all’esigenza delle famiglie che non accettavano la coeducazione dei sessi, criticava ferocemente lo spazio dedicato ai lavori femminili e all’economia domestica, che occupavano «nientemeno che sei pagine del programma» (dalle quali citava testualmente alcuni brani, suscitando l’ilarità dei presenti), a tutto svantaggio di altre fondamentali materie:
«Ma quello che è veramente strano e notevole è che nel liceo femminile manca assolutamente l’insegnamento delle scienze naturali. Così la giovinetta apprenderà benissimo quali cure si debbano avere per il cane e per il gatto, ma non saprà come trarsi d’impaccio in un caso di avvelenamento, non saprà che cosa sono un barometro o un termometro e così via dicendo. Infatti secondo il criterio di questo ordinamento le scienze naturali sono state assolutamente bandite dal ginnasio e dalle altre scuole medie inferiori» 112.

La critica di Pais proseguiva stigmatizzando la concezione che Gentile, a suo parere, aveva del sesso femminile.
«Ora, a questo proposito, io ho un pensiero e cioè che l’ex-ministro, mosso certamente da un lodevole sentimento, abbia della educazione femminile un concetto un po’ antiquato. Ciò lo desumo anche da un altro fatto e cioè che nei licei femminili la direzione non può mai essere affidata ad una donna. E perché mai? Noi oggi abbiamo avvocati donne, medici donne e ci prepariamo anche in un termine più o meno lontano all’elettorato femminile. Se poi guardiamo all’estero troviamo che ci sono perfino delle donne ministri, che partecipano agli affari di Stato. Ora io non dico che dobbiamo arrivare di corsa a questi estremi: sarebbe un gravissimo errore ed una infelicità per tutti. Forse ne avrebbe piacere il partito popolare perché i preti avrebbero modo di esercitare maggiore influenza; ma, ripeto, non voglio fare questioni politiche. Ma, d’altra parte, arrivare al punto che una donna, anche se meritevole, non possa dirigere un istituto femminile, mi pare che sia assolutamente un po’ troppo. In certi casi la donna alla direzione di questi istituti starebbe certamente meglio di un uomo attorniato da tante gonnelle. Del resto abbiamo avuto esempi luminosi in questa materia, come la Fuà Fusinato, la De Gubernatis ed altre ancora» 113.

Il senatore Credaro, dal canto suo, rimproverava il ministro di aver «bandito le scienze dal liceo femminile» e di averle indebolite «nelle altre scuole medie per far posto alla filosofia», con l’errata convinzione che i giovani italiani possedessero «il suo bernoccolo metafisico»114 . L’accesa

112 AP, 113

Senato, Leg. XXVII, Discussioni, 3 febbraio 1925, Seguito discussione, pp. 1305-1306.

Ivi. Senato, Leg. XXVII, Discussioni, 5 febbraio 1925, Seguito discussione, p. 1379.

114 AP,

33 discussione che si svolse, come abbiamo visto, anche su altri aspetti della riforma, non impedì che il bilancio del MPI venisse approvato115.

Difese e critiche del Liceo femminile
Fin dal principio la riforma fu oggetto di critiche e lodi che apparvero sui principali quotidiani e periodici dell’epoca. I gentiliani Codignola e Lombardo Radice dall’inizio del 1923 pubblicarono sulle loro riviste articoli inneggianti alle creazioni della riforma, comprese quelle fallimentari quali il liceo femminile e la scuola complementare116 . Un lungo articolo di Mario Casotti su «Levana», la rivista di Codignola, difendeva il Liceo femminile, che secondo l’Autore veniva a colmare la lacuna dell’istruzione femminile, tacciando gli oppositori di non possedere la necessaria competenza per criticare le istituzioni scolastiche. Pur riconoscendo che la scuola creata da Gentile non era scevra di difetti, le attribuiva il merito di essere un coraggioso tentativo di risolvere l’annosa questione dell’istruzione femminile e difendeva a oltranza la cultura «disinteressata», condannando il «crasso utilitarismo della educazione familiare» che dilagava in Italia e allontanava gli alunni dei licei dall’amore per i «puri studi» con il miraggio di ben più lucrosi mestieri. Una scuola di cultura disinteressata, sosteneva Casotti, era indispensabile per la donna, ancora più che per l’uomo, che poteva nascondere le proprie deficienze culturali nell’acquisizione di una professionalità, mentre la donna era destinata ad essere madre ed educatrice. Negando alla donna il diritto di intraprendere una professione e dedicarsi al lavoro fuori di casa, plaudiva al fatto che finalmente Gentile avesse istituito una scuola per le donne «senz’altro attributo», ossia per le casalinghe, salvaguardando il Paese dal pericolo di essere dominato da un tipo femminile che fosse «indescrivibile miscuglio della “femme savante” colla donnina allegra:

115

Sulle discussioni parlamentari relative alla riforma Gentile v. J. Charnitzky, Il dibattito critico sulla riforma Gentile in Italia e all’estero, in G. Spadafora (a cura di), Giovanni Gentile. La pedagogia, la scuola, Roma, Armando, 1996, pp. 341-367 (poi, con alcune modifiche, in J. Charnitzky, Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime (1922-1943), Firenze, La Nuova Italia, 1996, alle pp. 156-191). Cfr. anche T. Tomasi, Idealismo e fascismo nella scuola italiana, Firenze, La Nuova Italia, 1969, pp. 55-61; M. Ostenc, La scuola italiana durante il fascismo, Bari, Laterza, 1981, pp. 34-42; P. Genovesi, La riforma Gentile tra educazione e politica. Le discussioni parlamentari, Ferrara, Corso, 1996.
116

Cfr. J. Charnitzky, Il dibattito critico sulla riforma Gentile in Italia e all’estero, cit., p. 344.

34 istinti uterini rilegati in cartapecora da in-quarto, o coda di sirena seppellita sotto un ammasso di dispense universitarie»117. Se l’incredibile articolo di Casotti abbinava la cultura professionalizzante per la donna al meretricio, la difesa della scuola borghese era uno degli argomenti su cui si basava l’approvazione della rivista di Lombardo Radice, «L’Educazione Nazionale»; Ferdinando Pasini, preside del Liceo femminile di Trieste, elogiava la trasformazione del vecchio liceo austroungarico in vera scuola di cultura in cui le famiglie benestanti «potessero dare alle loro figliole un’educazione utile per la vita domestica, intesa però non nel senso di una vita bruta e materiale, ma sì di una vita illuminata e raggentilita dal sapere, dall’intelligenza e dal buon gusto»118. Più avanti si spingeva ad affermare che il Liceo femminile non era una scuola del popolo, e che anzi «democratica fino a tal punto non è mai stata nessuna delle scuole medie. Le quali furono sempre, più o meno, campo riservato alla borghesia»119 : il ministro non aveva modificato nulla, limitandosi a riconfermare il carattere elitario di certi tipi di scuole. In genere i difensori del Liceo femminile ammettevano che la scuola non era ancora perfetta, e che durante gli anni si dovessero fare degli aggiustamenti di tiro come in ogni istituzione sperimentale. Oltre che sui periodici, la riforma venne fatta oggetto di larghe approvazioni nei testi degli allievi e dei sostenitori di Gentile che si susseguirono fittamente nel periodo ad essa successivo. Dario Lupi, sottosegretario del MPI ed esponente del PNF, dava alle stampe nel 1924 La riforma Gentile e la nuova anima della scuola, libro che raccoglieva le relazioni dei direttori generali della PI, ovviamente esaltanti il nuovo assetto scolastico; la relazione di Trivelli, reggente generale per l’istruzione media, definiva «pregio non piccolo del decreto 6 maggio» l’aver distinto le scuole una dall’altra, assegnando a ciascuna un fine specifico120 . Ferruccio Boffi nel suo La riforma scolastica e il gabinetto Gentile si faceva portavoce della storia ufficiale della riforma, in quanto capo dell’ufficio stampa del ministro, e sosteneva le innovazioni gentiliane, fra cui il Liceo femminile, che aveva il merito di fornire alle fanciulle «un corredo di

117

M. Casotti, Educazione femminile e Liceo femminile, in “Levana”, a. II, n. 5, settembre-ottobre 1923, pp. 454-463. Casotti (1896-1975), allievo di Gentile, se ne distaccò quando, nel 1924, fu chiamato da padre A. Gemelli all’Università Cattolica del sacro Cuore, convertendosi repentinamente dall’attualismo al cattolicesimo. Cfr. G. Chiosso, Novecento Pedagogico, Brescia, La Scuola, 1997, pp. 209-212.
118 119 120

F. Pasini, Il Liceo femminile secondo la riforma gentiliana, cit., p. 289. Ivi, p. 290.

L. Trivelli, Per l’istruzione media, in D. Lupi, la Riforma Gentile e la Nuova Anima della Scuola, Roma, Mondadori, 1924, p. 74. Gli autori delle altre relazioni erano G. Lombardo Radice per l’istruzione primaria, U. Frascarelli per l’istruzione superiore e A. Colasanti per l’istruzione artistica e l’amministrazione antichità e belle arti.

35 cognizioni utili per il ménage domestico e per i rapporti sociali correnti» 121. Carmelo Licitra, altra fra le figure che circondavano Gentile, lodava la funzione selettiva della scuola media come «passaggio dal popolo alle aristocrazie spirituali»122 . Balbino Giuliano, futuro ministro della PI, firmava uno sperticato elogio della riforma, sostenendo che la divisione delle scuole in liceo, istituto tecnico e scuola complementare, cui si aggiungevano i più particolari istituto magistrale e Liceo femminile, rispondeva in pieno alle diverse finalità dell’educazione, della vita nazionale e delle esigenze economiche delle varie classi sociali123; altri consensi si levavano dai gentiliani, fra i quali Carmelo Sgroi, allievo del filosofo, autore di un saggio retorico e genericamente elogiativo, com’era lo spirito di certa letteratura fascista124. Fazio Allmayer, uno dei più fedeli allievi di Gentile all’epoca, riassumeva così il carattere elitario e antifemminista del Liceo femminile :
«L’istituto che si differenzia dagli altri è il liceo femminile dove, accanto a una preparazione pratica (lavoro, economia domestica) atta a fare dell’alunna una buona madre di famiglia, si ha un insegnamento con caratteri artistici, tale da affinare l’animo, da renderlo più sensibile all’ordine, alla bellezza, all’umanità della vita. È un’educazione un po’ aristocratica; ma non aristocratica in senso cattivo, cioè frivola e superficiale, aristocratica in senso buono, fatta di finezza, di signorilità, di umanità»125.

Sul fronte opposto le critiche assumevano toni polemici e sovente indignati. Contro la riforma si schierò l’area socialista, con i quotidiani «L’Avanti!» e «La Giustizia» e le riviste «Critica Sociale» e «Libertà» ; liberali, repubblicani e radicali, con «Il Mondo», «La Rivoluzione Liberale», La «Voce Repubblicana» e «La Stampa»; gli intellettuali comunisti, in «Ordine Nuovo», e i radicali democratici di Credaro nella «Rivista Pedagogica»; anche Gramsci, dal carcere, denunciava le

121

F. Boffi, La riforma scolastica e l’ufficio stampa del Gabinetto Gentile, Palermo-Roma, Sandron, 1925, p. 64. Boffi, nazionalista e fascista, era un vecchio compagno di Gentile della Normale di Pisa: v. S. Romano, Giovanni Gentile. La filosofia al potere, cit., p. 173.
122

C. Licitra, La nuova scuola del popolo italiano, Roma, C. De Alberti, 1924, pp. 116-117; il Licitra era allievo di Gentile, cfr. Turi, Giovanni Gentile. Una biografia, cit., p. 313.
123

B. Giuliano, La politica scolastica del governo nazionale, Milano, Alpes, 1924, pp. 46-47. Giuliano fu ministro dal 1929 al 1932.
124

C. Sgroi, Giovanni Gentile e l’educazione nazionale fascista, Lucera, Daunia, 1924. Sia Sgroi sia Giuliano avevano aderito, nel 1920, al Fascio di Educazione Nazionale: v. J. Charnitzky, Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime (1922-1943), cit., pp. 63-64. A favore della riforma si espressero anche, sul fronte idealista, F. Albeggiani e C. Dentice d’Accadia.
125

V. Fazio Allmayer, La riforma della scuola, “Levana”, a. II, n. 6, novembre-dicembre 1923, p.559.

36 discriminazioni di classe della riforma, accennando alle scuole fini a se stesse per signorine126 . Furono numerosi gli interventi nel periodo immediatamente seguente all’applicazione del nuovo ordinamento scolastico, che durarono fittamente fino all’estate del 1924, fin quando il delitto Matteotti e l’instaurazione del regime totalitario costrinsero la stampa di opposizione ad occuparsi di altri e ben più gravi eventi.
«Colla molle danza si educhino in pubbliche scuole gli ingannevoli cuori e con varie dosi di giuridica scienza ed economica e storica e metafisica e linguistica, strane civetterie inoculate per diletto, si insegni ai deboli cervellini non altro che la nausea della saggezza e nuovi sogni esperti e complicati spleen di bambole parigine» 127.

Lo sdegno con cui si esprimeva Gobetti in queste righe dell’articolo La scuola delle padrone, dei servi, dei cortigiani emergeva in tutti gli altri numerosi articoli apertamente polemici che «La Rivoluzione Liberale» pubblicò all’indomani della riforma; Augusto Monti, che già aveva sottoscritto il Fascio di educazione nazionale insieme a Gentile, era uno dei nomi che più spesso apparivano in calce agli articoli di terza pagina che tuonavano contro l’opera del filosofo siciliano. In particolare, Monti polemizzava contro la scuola di «cultura generale», considerandola la rovina dell’istruzione128, contro il monopolio governativo sulla scuola e l’esame di Stato, contro il carattere elitario della riforma che privilegiava i «galantuomini» a scapito delle classi proletaria e piccoloborghese: «Sociale dunque la riforma Gentile più che politica: cioè rivolta a favorire più una classe che l’altra, anzi, in una classe, più una categoria che l’altra» 129. «La Voce Repubblicana», che in un editoriale contestava la scelta di diminuire il numero delle scuole definendolo «una furiosa e precipitosa devastazione degli istituti presenti non accompagnata da un altrettanto celere e giudiziosa loro ricostruzione » 130, ospitava l’opinione di un anonimo preside sull’accantonamento delle materie scientifiche nel Liceo femminile:

126

“Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola “disinteressata” (non immediatamente interessata) e “formativa” o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell’allievo e la sua futura attività sono predeterminate”. A. Gramsci, Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Roma, Editori Riuniti, 1996 (prima ed. 1977), p. 124.
127 128

P. Gobetti, La scuola delle padrone, dei servi, dei cortigiani, cit., p. 53.

A. Monti, Dalla scuola dell’ “orator” alla scuola del citoyen”, “La Rivoluzione Liberale”, a. II, n. 7, 25 marzo 1923, p. 32.
129 A. 130

Monti, La scuola dei galantuomini, “La Rivoluzione Liberale”, a. II, n. 40, 18 dicembre 1923, p. 163.

1.

La riforma della scuola media e le sue pratiche conseguenze, “La Voce Repubblicana”, a. III, 18 settembre 1923, p.

37
«Troviamo poi un Liceo femminile dal quale usciranno signorine che balbetteranno qualche frase latina e si mostreranno mediocrissime nel ballare, nel danzare, nel suonare uno strumento musicale, ma poi non sapranno fare un conto (nel Liceo femminile non vi è aritmetica) e non capiranno nulla della vita reale (nel liceo femminile non vi è traccia di scienze sperimentali) » 131.

Il Liceo femminile, di cui nessuno sentiva il bisogno, poiché le famiglie avrebbero seguitato a ricorrere all’insegnamento privato per le loro figliole, era una scuola di classe e anacronistica132 . Anche «Il Mondo», fra le sue stroncature alla spirito antidemocratico e antiliberale della riforma, definiva il Liceo femminile un «istituto senza ragion d’essere e senza vita»133. La «Critica Sociale» riportava nel 1923 il giudizio di Rodolfo Mondolfo sulla soppressione di molte scuole normali :
«L’indirizzo antidemocratico di questa azione scolastica non ha bisogno di essere dimostrato. Tanto più che le fa riscontro l’istituzione di una scuola di puro lusso [...] che non deve servire a nessuna finalità sociale. È questo il caso dei licei femminili, che devono rispondere unicamente al desiderio delle classi ricche, di un raffinamento della cultura delle signorine, cui lo Stato fornirà d’ora in avanti, insieme colla danza e lo strumento musicale, anche il latino e la filosofia, capaci di renderne più intellettuale la conversazione. Il concetto che il dovere dello Stato si estenda fin dove arriva l’interesse pubblico, e che agli interessi privati debban provvedere le famiglie, è così abbandonato e capovolto : quel che è conteso al bisogno sociale è concesso al lusso privato» 134.

Il periodico socialista pubblicò in diversi numeri, nel 1924, una serie di interventi di Emidio Agostinone, poi riuniti in un polemico libello intitolato La più fascista delle riforme fasciste135 , che insisteva sul ruolo classista del «nato morto» Liceo femminile : «Un Liceo per signorine non poteva essere che una scuola di classe, dedicata alla media e ricca borghesia, e come tale doveva far leva sul desiderio che alcune famiglie hanno vivissimo: quello di separare le loro figliole, recisamente, da quelle delle altre classi sociali», e ne invocava l’immediata soppressione136. Più cautamente si pronunciava «La Civiltà Cattolica», a un anno dall’istituzione del Liceo: pronosticava che non avrebbe avuto molte iscritte, a motivo della sua finalità di scuola di cultura, già assolta egregiamente dagli istituti femminili religiosi, i quali inoltre agivano nel rispetto

131

Un Preside, Le impressioni di un insegnante su la riforma della Scuola Media, “La Voce Repubblicana”, a. III, 21 settembre 1923, p. 3.
132 133 134 135

L.N., Particolari piacevoli sulla riforma Gentile, “La Voce Repubblicana”, a. III, 28 ottobre 1923, p. 3. La riforma del ministro Gentile, “Il Mondo”, a. II, 14 settembre 1923, p. 1. R. Mondolfo, La riforma della scuola, “Critica Sociale”, a. XXXIII, n. 11, 1-15 giugno 1923, p 169.

E. Agostinone, La più fascista delle riforme fasciste. Il pensiero socialista su la riforma regalataci dal filosofo del manganello con prefazione di Filippo Turati, Roma, Partito Socialista Unitario - Ufficio Stampa, 1925. Gli articoli vennero pubblicato in “Critica Sociale”, a. XXXIV, 1924, nei seguenti fascicoli: n. 19 (1-15 ottobre), pp. 296-298; n. 17 (1-15 ottobre), pp. 266-269; n. 18 (16-30 settembre), pp. 285-286; n. 20 (16-31 ottobre), pp. 318.319; n. 21 (1-15 novembre), pp. 333-335; n. 22 (16-30 novembre), pp. 346-348.
136

E. Agostinone, La più fascista delle riforme fasciste, cit., pp. 27-30.

38 dell’educazione morale e che accoglievano anche le figlie dei fautori della scuola laica, e ne approfittava per lanciarsi in una requisitoria contro questi ultimi :
«Infatti, negli educandati delle religiose vi sono figlie di senatori, deputati e uomini politici, i quali, con stridentissima incoerenza, promovevano leggi di laicità e restrizioni e vessazioni alle scuole private, a quelle appunto cui preferiscono affidare l’educazione delle loro figliole !» 137.

Per il resto, la rivista si limitava a polemizzare contro l’esame di Stato, mentre riconosceva alla riforma il merito di aver reintrodotto il latino nella scuola media, del quale era «ingiusta [...] l’esclusione dalla cultura della donna, in ordine alla sua formazione cristiana ed italiana»138. Il quotidiano del Partito Popolare, “Il Popolo”, si muoveva su analoghe requisitorie contro l’esame di Stato, approfittando dell’argomento “Liceo femminile” per ribadire il ruolo essenziale delle scuole private: del Liceo di regia istituzione non si sentiva alcuna necessità, perché all’uopo servivano già le numerose e ottime scuole private, che non sfornavano diplomi, bensì educavano anime e formavano coscienze. Alle obiezioni di chi sosteneva che le scuole private erano costose, l’Autore dell’articolo, Lully, non si faceva scrupolo di dichiarare: “La scuola [...] è un lusso sublime, chi questo lusso non può permetterselo ne faccia a meno!”, e proseguiva con la proposta di sbarrare le scuole pubbliche ai “mocciosi, i fannulloni e i poltroni” che sarebbero riusciti meglio nei mestieri di falegname, sarto o calzolaio; se poi alcuni meritevoli fossero rimasti esclusi dalle scuole di Stato, pazienza, lo Stato li avrebbe indirizzati verso le private, naturalmente confessionali139.

Decadenza e fine ingloriosa di una scuola inutile
Nell’anno scolastico 1925-26 le alunne del Liceo femminile erano 113: una cifra sparuta, se messa a confronto con quella degli altri istituti. L’altra scuola femminile, che il Liceo femminile doveva nelle intenzioni in buona parte soppiantare, il magistrale, aveva 21.491 iscritte, di cui 8.607 nel corso superiore; la complementare, che di lì a poco sarebbe stata soppressa, era frequentata da 54.305 iscritti, seconda solo al ginnasio-liceo, che fra gli istituti regi e i pareggiati raggiungeva i 55.333 iscritti. Seguivano gli istituti tecnici, con un totale di 34.117 alunni, i ginnasi isolati, con

137 138 139

La nuova riforma scolastica, “La Civiltà Cattolica”, a. 75, vol. I, quad. 1709, 1° marzo 1924, pp. 392-393. La nuova riforma scolastica (II), “La Civiltà Cattolica”, a. 75, vol. I, quad. 1770, 15 marzo 1924, p. 511. G. Lully, Liceo femminile e psicologia scolastica, “Il Popolo”, 10-11 ottobre 1923, p. 4.

39 11.894, i neonati licei scientifici, con 5.492 alunni; e, infine, i famosi corsi integrativi di gentiliana ideazione, con i suoi scarsi 2.854 iscritti, che erano purtuttavia una folta popolazione se paragonata a quella dei licei per signorine.

Tabella 3. Popolazione scolastica nei Licei Femminili140 Anno 1923-24 1924-25 1925-26 1926-27 1927-28 Istituti 7 6 6 5 4 Iscritte M 124 113 88 97 49 14 8 Insegnanti F 43 29 MF 57 37 16 36 22 Licenziate

Le statistiche ci informano sulle preferenze delle giovinette, che si iscrivevano in massa all’istituto magistrale (19.361) e alle scuole complementari (17.260); al terzo posto c’era il ginnasio-liceo (9.340), seguivano con largo distacco gli altri istituti. Il Liceo femminile era l’ultimo: solo la sezione di agrimensura dell’istituto tecnico aveva racimolato un numero inferiore di alunne, appena 46. Ma era un risultato fallimentare per una scuola che doveva rappresentare il luogo di formazione culturale per la donna, e la dimostrazione che le fanciulle continuavano a rivolgersi all’istituto magistrale, contrariamente a quanto Gentile aveva pronosticato141. L’anno successivo la situazione non era migliorata. Le allieve del Liceo femminile erano calate a 102, mentre la popolazione scolastica complessiva era aumentata di 5.712 unità (da 185.509 a 191.311): l’istituto magistrale contava ora, nel solo corso superiore, 7.973 alunne e

140 141

Per le fonti di questa tabella cfr. la nota 142.

I dati sono tratti da MPI, Direzione Generale dell’Istruzione Media, Statistiche sugli istituti medi d’istruzione, Roma, Provveditorato Generale dello Stato-Libreria, 1926, pp. 234-235, e riguardano sia gli istituti regi sia i pareggiati.

40 19.697 nei due corsi. L’incremento si registrava in tutti gli altri corsi, esclusa la sezione di agrimensura con due sole allieve, e il Liceo femminile perdeva colpi142. Tra la fine del 1926 e gli inizi del 1927 il Ministero fu costretto a prendere atto dell’insuccesso di quella scuola che a malapena raggiungeva il centinaio di alunne, e procedette alla soppressione retroattiva dei licei di Venezia, Cagliari, Padova e Verona specificando che, in realtà, essi non avevano mai funzionato143 . Seguì una serie di decreti di soppressione graduale o totale degli istituti che avevano avuto uno scarsissimo numero di iscritte, e con quelle brevi e asciutte righe si giunse, agli inizi del 1928, a concludere l’esperimento di una scuola sul quale il regime calò

142

MPI, Direzione Generale dell’Istruzione Media, Statistiche sugli istituti medi d’istruzione, Roma, Provveditorato Generale dello Stato-Libreria, 1927, pp. 437-465. I dati, che dichiarano 5 Licei femminili con 102 alunne, non collimano con quanto riportato nell’Annuario del MPI del 1927, che per i 5 istituti elencano 97 alunne: cfr. MPI, Annuario 1927, Roma, Provveditorato Generale dello Stato-Libreria, 1927, pp. 571-572. Per la compilazione della tabella 3 si è preferito, quale dato più attendibile, quello riportato nel volume statistico. Stessa difficoltà si è incontrata per l’anno 1927-28, dove la statistica dell’Istat segnala 4 istituti con 49 iscritte, mentre nell’Annuario sono elencati 5 istituti con 58 iscritte; in questo caso si è preferita la prima fonte. Cfr. MPI, Annuario 1928, Roma, Provveditorato Generale dello Stato-Libreria, 1928, pp. 561-562; Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Statistiche intellettuali - Statistica dell’istruzione media per l’anno scolastico 1931-32 e notizie statistiche per gli anni scolastici dal 1927-28 al 1930-31, vol. 10, Roma, Tip. I. Failli, 1936, pp. 99, 101-104. I dati sono incompleti per gli insegnanti e le licenziate, che per alcuni anni mancano in tutte le fonti che abbiamo consultato, e per i singoli istituti, per i quali non è stato possibile compilare una tabella a parte. Un’ulteriore discrepanza si riscontra confrontando i dati statistici dell’Istat e del MPI e degli Annuari MPI con le cifre riportate sui DM di soppressione di alcuni istituti (“Considerato che il R . Liceo Femminile di ... ebbe, nell’anno scolastico 1925-26, n. ... alunne, ecc. ecc.”); pur non potendo fornire dati di estrema certezza, poiché le stesse fonti ufficiali presentano delle oscillazioni, essendo queste ultime assai lievi ci sentiamo di dire che le cifre presentate fotografano con sufficiente precisione la realtà del Liceo femminile, soprattutto se rapportate alla popolazione scolastica complessiva italiana. Le altre fonti consultate per la compilazione della tabella sono, oltre quelle già citate, le seguenti: Presidenza del Consiglio dei Ministri - Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Annuario Statistico Italiano, terza serie, vol. I, Roma, Stab. Poligrafico per l’Amministrazione dello Stato, 1927, pp. 70, 72; Presidenza del Consiglio dei Ministri Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Annuario Statistico Italiano, terza serie, vol. II, Roma, Stab. Poligrafico per l’Amministrazione dello Stato, 1928, p. 76; Presidenza del Consiglio dei Ministri - Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Annuario Statistico Italiano, terza serie, vol. III, Roma, Stab. Poligrafico per l’Amministrazione dello Stato, 1929, pp. 87-89; MPI, Annuario 1923, Roma, Tip. Operaia Romana Cooperativa, 1923, p. 622; MPI, Annuario 1924, Roma, Libreria dello Stato, 1924, pp. 503-504; MPI, Annuario 1925, Roma, Libreria dello Stato, 1925, pp. 535-536; MPI, Annuario 1926, Roma, Provveditorato Generale dello Stato-Libreria, 1926, pp. 539-540; MPI, Annuario 1927, Roma, Provveditorato Generale dello Stato-Libreria, 1927, pp. 571-572. Secondo gli Annuari furono attivi, nei vari anni i seguenti istituti : 1923-24: Cesena, Macerata, Milano, Napoli, Rovereto, Torino, Trieste ; 1924-25: Cesena, Macerata, Milano, Napoli, Rovereto, Torino, Trieste ; 1925-26: Macerata, Milano, Siena, Torino, Trieste (l’Istat aggiunge Napoli) ; 1926-27: Macerata, Milano, Siena, Torino, Trieste ; 1927-28: Macerata, Milano, Siena, Torino, Trieste (l’Istat non menziona Macerata).
143

DM 27 dicembre 1926, Soppressione del Regio Liceo femminile di Venezia con effetto dal 1° ottobre 1923; DM 5 gennaio 1927, Soppressione del Regio Liceo femminile di Cagliari con effetto dal 1° ottobre 1923; DM 3 gennaio 1927, Soppressione del Regio Liceo femminile di Padova con effetto dal 1° ottobre 1923; D M 3 gennaio 1927, Soppressione del Regio Liceo femminile di Cesena con effetto dal 1° ottobre 1923.

41 un velo di silenzio144 . A sancirne il fallimento fu la stessa classe insegnante fascista, quando, nel 1939, commentò le dichiarazioni della Carta della Scuola :
« Il Liceo femminile della Riforma Gentile ebbe breve vita ingloriosa; concepito astrattamente, esso non poteva rispondere ai desideri di una scolaresca che perseguiva, attraverso studi a tipo culturale, una sua finalità pratica. Era una scuola più che borghese - una scuola di lusso - scuola da signorine della così detta buona società: studio, lingue, musica, pittura, ballo ecc. ecc. Scuola con l’inchino, il parlatorio in guanti bianchi, le recite in costume...»145.

La riforma aveva voluto rendere l’istruzione un privilegio delle classi più elevate; ma il Liceo femminile si era dimostrato talmente esclusivo, nella sua inutilità, da decretare, nel modo in cui era stato concepito, la sua stessa soppressione.

Eleonora Guglielman, 2004.

144

Si tratta dei decreti: DM 5 gennaio 1927, Soppressione graduale del Regio Liceo femminile di Macerata con effetto dal 1° ottobre 1926; DM 5 gennaio 1927, Soppressione del Regio Liceo femminile di Cesena con effetto dal 1° ottobre 1925; DM 5 gennaio 1927, Soppressione del Regio Liceo femminile di Napoli con effetto dal 1° ottobre 1925; DM 21 maggio 1927, Soppressione graduale, a decorrere dal 16 settembre 1927, del Regio Liceo femminile di Milano; DM 10 settembre 1927, Soppressione graduale del Regio Liceo femminile di Torino; DM 10 settembre 1927, Soppressione graduale del Regio Liceo femminile di Trieste; DM 10 settembre 1927, Soppressione totale del Regio Liceo femminile di Macerata con effetto dal 16 settembre 1927; DM 10 settembre 1927, Soppressione graduale del Regio Liceo femminile di Siena con effetto dal 16 settembre 1927.
145

L. Pagano, L’ordine delle scuole femminili, in Carta della Scuola illustrata nelle singole dichiarazioni da Presidi, Direttori e Professori dell’Associazione Fascista della Scuola - Sezione Scuola Media di Roma, Roma, Ed. Pinciana, 1939, p. 164. Lucia Pagano, fascista della prima ora, era stata tra le fondatrici del fascio femminile di Roma: cfr. V. De Grazia, Le donne nel regime fascista, cit., p. 212.

42

Abbreviazioni usate
ACS Archivio Centrale dello Stato AP Atti Parlamentari MEN Ministero dell’Educazione Nazionale MPI Ministero della Pubblica Istruzione PI Pubblica Istruzione PNF Partito Nazionale Fascista RD Regio Decreto

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