Liliana Moro / Francesco Arena / Andrea Nacciarriti

liliana moro
Conversazione con Liliana Moro

Anteo Radovan: Se non sbaglio, sei stata una delle prime artiste italiane della tua generazione a usare il suono. Come è nata questa esigenza? Liliana Moro: Si, il suono è stato il mio primo lavoro, nel 1986, si intitolava Scatole nere, come quelle che si trovano sugli aerei, sui treni. Allora mi piaceva definirlo come leggi nei titoli dei film “ suono in presa diretta”. Ciò che mi interessa è l’ascolto come modalità d’attenzione, il suono ci coinvolge completamente, ci rende vigili,attivi, è sempre intorno a noi. Mi piace molto una frase di Jean Luc Nancy che dice le orecchie non hanno palpebre. A.R.: C'entra con il fatto che i lavori del gruppo di Via Lazzaro Palazzi, nella seconda metà degli anni Ottanta, occupassero in genere lo spazio e non la parete? L.M.: No, anche perché avevamo spesso lavori a parete! Noi poi più che un gruppo eravamo uno spazio, un campo di idee, di modalità di affrontare il processo dell’opera. A.R.: Come è nato …senza fine? L.M.: …senza fine è un lavoro sonoro del 2010 presentato a RAM, radio arte mobile, a Roma in un progetto di Federica Bueti che aveva preso spunto dal libro di Raoul Vaneigem Noi che desideriamo senza fine. Ho montato più versioni del canto della Resistenza Bella Ciao che ho trovato cantato in diverse lingue, anche cinese e arabo, e arrangiata nei più diversi generi musicali. Mi interessa la sua internazionalità, il senso e la forza che ancora mantiene, il suo essere ancora espressione della lotta per la libertà. E poi è la nostra storia. A.R.: E l’oggetto che porti a Casabianca? L.M.: L’oggetto è una falce di quelle che una volta i contadini usavano per falciare i campi, io l’ho verniciata d’oro e ho dato un titolo che è una frase detta da un noto presidente del partito di maggioranza italiana : La rivoluzione non è più solo necessaria, ma indispensabile. Giusto, no?

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francesco arena

Cinque frutti calendarizzati in linea retta tra l’1 gennaio 1925 e il 31 dicembre 1945

La festività del Primo maggio istituita nel 1891 fu soppressa in Italia dal 1925 al 1945 durante il ventennio fascista. Il periodo di sospensione della festività in Italia ebbe una durata di 7668 giorni. In quest’arco di tempo ho scelto cinque date; ogni data è rappresentata da un frutto: 3 gennaio 1925 (NOCE) Mussolini si assume la responsabilità politica dell’omicidio Matteotti 18 dicembre 1932 (PERA) fondazione di Littoria 27 aprile 1937 (MELA) morte di Gramsci 17 marzo 1938 (UVA) scomparsa di Majorana 28 aprile 1945 (MANDARINO) Mussolini e la Petacci vengono uccisi Questi 7668 giorni corrispondono a una misura, ogni giorno corrisponde a un millimetro, quindi i cinque frutti corrispondenti ognuno a delle date sono posizionati a terra uno distante dall’altro così quanti sono i giorni che separano un evento dall’altro: Tra il 3 gennaio 1925 e il 18 dicembre 1932 ci sono 2906 giorni, 290,6 cm Tra il 18 dicembre 1932 e il 27 aprile 1937 ci sono 1591 giorni, 159,1 cm Tra il 27 aprile 1937 e il 17 marzo 1938 ci sono 334 giorni, 33,4 cm Tra il 17 marzo 1938 e il 28 aprile 1945 ci sono 2589 giorni, 258,9 cm

NOCE----------290,6 cm----------PERA----------159,1 cm---------MELA----33,4 cm-----UVA-----------258.9 cm---------MANDARINO

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andrea nacciarriti
Drawing ….. Conversazione con Francesca Referza F.R. Per Casabianca non hai realizzato un lavoro pensando alla dimensione fisica del luogo, bensì a quella temporale dell’inaugurazione, domenica primo maggio. E nel giorno tradizionalmente dedicato ai lavorati hai guardato alla cronaca, con un lavoro che vuole essere una riflessione sulla recente sentenza del Tribunale di Torino sulle famose acciaierie ThyssenKrupp. L’incidente, avvenuto il 6 dicembre a causa di un incendio, ha causato la morte di sette operai. Su quale aspetto della vicenda ti sei soffermato nel progettare il lavoro per Casabianca? A.N. Il paesaggio è anche luogo temporale, una data è un momento che contiene una serie di informazioni, al pari dei luoghi fisici. L’incendio alla ThyssenKrupp ha ancora dei coni d’ombra, nonostante la sentenza. Dal rapporto della magistratura sembra che siano state trovate tracce di carta bruciata: il nastro trasportatore, fuori asse di circa 8mm, generò scintille per via dello sfregamento con la lamiera di contenimento, provocando un principio di incendio. La carta era accartocciata sul nastro a causa del guasto. Poco dopo l’esplosione, furono le perdite di olio idraulico dalle tubature, che uscendo a pressione sulle fiamme, produssero lo scoppio. Il resoconto tecnico e fisico del tragico processo di combustione. F.R. Il lavoro realizzato a Casabianca ha un carattere essenzialmente scultoreo, ma anche una evidente natura pittorica di matrice processuale. Gli ingredienti sono un tavolino/scrivania, l’olio/inchiostro e un parallelepipedo di fogli di carta dal formato ormai desueto (10 x 15 cm), la cui particolare capacità assorbente rende gli esiti del gocciolamento del tutto imprevedibili. Anche quando lavori con il fumo si attiva, in quel caso come cancellazione, una dinamica di ‘non controllo’. A.N. La mancanza di controllo ha in sé la processualità naturale delle cose e prevede una percentuale di fallimento non trascurabile. L’incontrollabilità e l’imprevisto sono necessari per la sopravvivenza. Accumulo di informazioni, riduzione e formalizzazione “a disperdere”.. F.R. Questo lavoro può considerarsi una riflessione ulteriore rispetto al progetto, significativamente intitolato Keep the lighs on, realizzato alla fine della tua residenza in Finlandia, in cui nella solitudine del tuo studio, ti sei imbattuto in una interessante rimozione della storia della seconda guerra mondiale. In quel caso i lavori sottolineavano le omissioni ed i meccanismi di ‘insabbiamento’ di certe verità scomode. Ce ne parli? A.N. Keep the lighs on è una riflessione sul disegno, per raccontare storie perdute, cancellate, dimenticate. La storia fagocita le informazioni, privandoci di conoscenza e di coscienza critica, l'assenza è il peso collettivo di cui si accetta l'ipocrisia.

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Un foglio nero sotto un blocco di ghiaccio del Mar Baltico che si scioglie lentamente sfaldando la carta e portandosi via il pigmento, una pila di più di 9000 comunicati stampa (ritratti), completamente bianchi, un pavimento completamente ricoperto di tappeti, un secchio pieno di acqua che gocciala su di una piccola montagnetta di grafite, il video delle prime immagini alla centrale nucleare di Chernobyl dopo il disastro. Tutti frammenti di forme, che silenziosamente parlano di uomini e politiche. Il disastro di Chernobyl costò la vita a migliaia e migliaia di inconsapevoli vittime dell’emergenza politica. Tecnicamente l’esplosione del reattore nucleare fu scatenata dal contatto tra graffite incandescente e idrogeno prodotto dalla scissione dell’acqua ad alte temperature. Ufficialmente morirono 65 persone. Il Baltico fu lo scenario della più grande tragedia sconosciuta del mare che costò la vita a circa 9000 civili tedeschi nel tentativo di scappare dalle zone prussiane ormai invase dai russi. Il 30 gennaio del 1945 un sottomarino russo affondò la Gustloff colpito da tre missili ed i passeggeri morirono nel mare per lo più congelati dalle acque gelide. La Germania di Hitler fece di tutto per nascondere la “vergognosa” disfatta, il “disegno” propagandistico che prevedeva e prevede la manipolazione del’informazione. Semplici racconti sospesi.. F.R. Come (se) è cambiata, rispetto ai tuoi esordi, la tua relazione con i materiali anche alla luce della recente esperienza finlandese, con il suo paesaggio così rarefatto e dilatato? A.N. Credo sia diventata più “liquida”. F.R. Consideri i tuoi progetti installativo – scultorei dei Drawings in progress.. A.N. Li considero veri e propri disegni. Il disegno è il mezzo con cui si definisce un processo, basti pensare a quanto sia importante ai fini della progettazione di ogni singolo oggetto, anche quello più banalmente quotidiano. Ho solo modificato i termini di sviluppo del segno, per raccontare una storia attraverso una forma lasciata scorrere alla deriva.. F.R. Dopo una prevalente relazione con lo spazio, che comunque permane anche nei lavori più recenti, il tuo lavoro sembra ora più sensibile a tematiche come la relazione individuo-società, i meccanismi della storia, la cronaca contemporanea delle migrazioni, delle catastrofi naturali, etc. Lo sguardo che eserciti su questi temi risulta tuttavia sublimato e poetico, invece che politico. Sei d’accordo? A.N. Mi interessa guardare ai fatti per quello che sono, prendere atto della natura umana e sociale degli individui. Considerare le ragioni e i comportamenti del fallimento collettivo, l’assenza di informazione, retorica e ipocrisia culturale e politica.. La mia è una poetica dell’errore probabilmente.

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Zola Predosa, 1 maggio 2011