Seduto su una panchina, mi sono accorto all improvviso che accanto a me c era il Vuoto.

Non un vuoto qualsiasi, il Mio Vuoto. Era sempre stato lì probabilmente, lì di fianco a guardarmi e a farmi timidi cenni con la mano sperando che mi voltassi. E io in realtà avevo finto di non notarlo. Poi, senza nemmeno bisogno di voltarmi, senza pensarci, ho capito che era lì, di fianco a me, un vuoto a forma di me, mio, che non mi si è mai staccato. Mi sono appoggiato bene sulla panchina, comodo, leggermente svaccato. Mi sono stiracchiato, un po per rilassarmi e un po per mettergli un braccio intorno alle spalle (sì, come i 12enni al cinema. No, non l ho mai fatto con una 12 enne al cinema. Né conosco qualcuno che l abbia fatto. Ma la vulgata dice che deve es sere così, e allora così sia). Avrei potuto parlargli, se ce ne fosse stato modo. O bisogno. Forse gli avrei detto qualcosa, l avrei chiamato Vecchio mio o vecio , se avessi lasciato spazio alla venezianità. Ero lì, solo col mio vuoto, di fianco al vialetto in asfalto in mezzo al parco. Gli alberi intorno al vialetto ci facevano ombra. Si sentivano le grida felici di bambini nel caldo, si sentiva al di fuori di quella bolla che l estate, le giovani madri, le tate indaffarate in abiti al ginocchio, i palloni colorati, le corde per saltare stridevano di vita. Davanti a noi nessuno, solo il prato verde fino agli alberi che delimitano il parco. Parecchio più in là, alte case anni 70. I suoni del resto del parco intorno a noi, una vita audio senza traccia video. Noi vedevamo solo il prato deserto davanti a noi, il fosso, le stoppie, le case.

Di fianco a me un nulla, ma un nulla con una forma ben precisa e definita, un mio negativo. Non la mia parte di purezza, non il mio male. Solo il mio nulla. Stabilire chi dei due esiste davvero è lo scopo di questo incontro. Entrambi sappiamo che lo abbiamo atteso da sempre, ma non come una condanna o una morte. È un qualcosa di ineluttabile che però non spaventa. Avrei voluto che fosse più tardi, certo. Ma se sono qui oggi, se il sole, l erba, le grida, i giochi sono solo un pallido sfondo che non mi dice niente, se ho saputo che lui era lì senza nemmeno voltarmi, il momento è questo. Incontri così avvengono per forza al momento giusto. Non avrei percepito la sua presenza se non fossi stato pronto ad affrontarla. Non avrei capito la sua esistenza se non fossi stato pronto a negare la mia. Io e il mio nulla. Forse è il momento di scoprire che il nulla sono io, e quello vero è lui. Stiamo qui, guardiamo davanti a noi stancamente, non c è fretta, non c è motivo di preoccuparsi, non c è bisogno, per ora, di parlare o guardarsi. Il primo che saprà la risposta si alzerà e chiederà Allora, chi di noi due esiste? , e poi si incamminerà piano senza voltarsi sul vialetto, all ombra, fino al bar oltre la siepe, a prendere un caffè. Perché solo chi farà la domanda esiste. Solo quello dei due che è pronto davvero ad ammettere la sua stessa negazione è pronto a esistere. Solo quello che davvero sa, con certezza, di essere il Nulla, il Vuoto, potrà alzarsi da questa panchina essendo Qualcuno.

Noi siamo qui. C è un leggero vento, sempre meno bambini. Il sole è un po più basso ma non c è fretta. Non è una sfida. Forse lo è, ma solo con se stessi. Negarsi. Morire per rinascere. Senza certezze. Nemmeno quella di rinascere davvero. Ammettere il nulla, legarlo a se stessi per sempre per poterlo negare. Abbracciare il vuoto per scacciarlo. Sono pronto?

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