La saggezza non

un oggetto (Raimon Panikkar)

brano tratto da La dimora della saggezza di Raimon Panikkar (sacerdote cattolico e incontro vivente tra Oriente e Occidente): "Non si pu cercare la saggezza, darle la caccia come fosse un oggetto. [...] Essa non rappresenta la meta finale di un lungo pellegrinaggio. [...] Nella tradizione cinese, Chuan -tzu dice che si trova la perla magica solamente quando non la si cerca intenzionalmente. Se si cercasse la bellezza le si recherebbe danno e se ne offusche rebbe lo splendore, come quando si toccano le ali di una farfalla. Ci si deve lasciar sorprendere dalla bellezza, addirittura farsi trasformare. Nessuna violenza di pensiero, nessuno sforzo, nessuna ricerca conduce a questa meta. La ricerca della saggezza ne offenderebbe l'indipendenza e la libert sovrana. Esistono due possibilit : o fare il padrone della saggezza e disporre di essa come di una serva (ho bisogno di questo e quest'altro, voglio il sapere, il potere e il piacere), oppure lasciarsi penetrare, illuminare, abitare da lei. Allora l'iniziativa sua e questo appartiene all'ordine stesso della realt [...]. Chi mi trova, trova la vita (Prv 8, 35). Non la saggezza allora che si trova, ma la vita; non un oggetto, ma la propria autentica vita. La saggezza non un oggetto; non la si pu cercare. L'atteggiamento adeguato nei confronti della saggezza porsi di fronte ad essa privi di potere".

dal libro dell'arte della vita di Anselm Grün, monaco benedettino tedesco contemporaneo: "«Il nucleo della felicità: voler essere colui che sei» (Erasmo da Rotterdam). [...] Allora posso affermare di me stesso che sono felice. Va bene così com'è. Sto seduto, inspiro ed espiro e godo di sentire la vita, di percepire me stesso nella mia unicità. In quel momento assaporo la vita, gusto la felicità. Non sono costretto a cambiare nulla con violenza o con ostinazione, non devo sempre lavorare duramente su me stesso. Io sono colui che sono [...]. Allora in me regna la pace e tutto procede bene. [...] Stabilitas significa [...] in primo luogo rimanere in se stessi, trattenersi nella propria cella monacale [...]. Ecco un antico aneddoto dal deserto, che mantiene anche oggi la sua attualità: «Un fratello si recò a Scete dall'abate Mosé, per sentire una sua parola. Il vecchio rispose: 'Va' e resta nella tua cella e la tua cella ti insegnerà tutto'». Ed ecco un altro aneddoto sugli antichi monaci, dalla profonda verità psicologica: «Un monaco confidò all'abate Arsenio: 'I miei pensieri mi torturano. Tu non sei capace di digiunare e di lavorare - mi dicono -; va' almeno a far visita agli infermi, anche questa è carità'. Il vecchio che aveva riconosciuto i semi dei demoni, disse: 'Va', mangia, bevi, dormi e non lavorare. Solo una cosa non devi fare: allontanarti dalla cella'. Sapeva infatti che la permanenza nella cella restituisce il monaco alla sua quiete». Che cosa ci dicono questi antichi testi? Il monaco può fare quello che vuole. Non è necessario che

eserciti l'ascesi. Non ha nemmeno bisogno di pregare, basta che rimanga nella sua cella. Allora qualcosa dentro di lui si trasformerà, in lui si farà ordine. Egli viene messo a confronto con tutto il caos interiore che emerge in lui. E rinuncia a fuggire" (pp. 13-18). Che la mente sia la nostra cella.

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